Bruce Chatwin, Le vie dei Canti

È un libro strano, Le vie dei Canti.

Non è soltanto una narrazione. È un racconto autobiografico, è un’avventura, ma insieme è un flusso di coscienza. Sì, perché il racconto dell’avventura nell’Outback, alla ricerca della verità sui Canti degli Aborigeni, è inframmezzato dai quaderni di appunti dello stesso Chatwin, uomo ossessionato dalla necessità di trovare un significato alla pulsione alla migrazione propria del genere umano.

Quella stessa pulsione che spinge l’uomo a viaggiare, non è diversa dal bisogno ancestrale dell’uomo di spostarsi per trovare nuove possibilità di vita e di riuscita.

Le Vie dei Canti degli Aborigeni australiani sono impenetrabili e imperscrutabili. L’ideologia, o mitologia, alla base dei canti, degli antenati, degli animali totemici e di tutto ciò che costituisce il pantheon delle loro credenze, e che corrisponde ad una vera e propria mappa mai riportata su carta, è il fulcro attorno al quale ruota la vita dei clan aborigeni da Nord a Sud del Continente DownUnder.

Hermannsburg
La missione di Hermannsburg, realizzata per “educare” gli Aborigeni, oggi è un sito storico gestito da Aborigeni: ne parlo nel mio diario di viaggio dell’Australia

Si tratta di una vera e propria mitologia, racconto primordiale, totalmente imperscrutabile a chi non è nato in quei clan, in quelle regioni. Ogni gruppo si sposta sapendo che se fa un passo in più va a disturbare l’animale totemico di un altro clan, ma sa anche se percorre certe vie, certi canti, trova tranquillamente la strada. Ogni cosa è sacra per i gruppi Aborigeni: ogni conformazione rocciosa, ogni ansa di fiume, ogni piccola variazione nel terreno: nella costruzione di una mappa, mentale o meno, è fondamentale affidarsi agli affioramenti nel terreno. Direi che è una cosa assolutamente naturale. I punti di riferimento in un paesaggio servono a chiunque. Nel mondo aborigeno questi punti di riferimento vengono cantati.

pitture rupestri kakadu
Le pitture rupestri aborigene al Kakadu National Park: cantano gli antenati

Arkady, il Virgilio che accompagna Chatwin nell’Outback

Arkady è un personaggio bizzarro: dalla semplice descrizione fisica sembrerebbe la persona cui non si affiderebbe neanche il proprio orso di peluche, eppure è un personaggio carismatico e importante, all’epoca in cui Chatwin si reca in Australia, nella trattativa tra stato e Aborigeni: il momento è infatti epocale. Il governo australiano vuole costruire una ferrovia che attraversi l’Outback, ma le popolazioni aborigene scampate ai peggiori tentativi di annientamento  (ivi compresi quelli vagamente evocati nel film Australia di Baz Luhrmann) sono riuscite ad opporsi e a far passare il concetto, assurdo, che ogni masso è sacro. Di qui una lotta e una serie di trattative per giungere a dei compromessi.

Meerenie Loop Road
La Meerenie Loop Road, nel cuore dell’Outback: ne parlo in un post specifico

Arkady è l’uomo di questo compromesso, ed è l’uomo che accompagna Chatwin, che lo mette in guardia, che gli presenta i personaggi più improponibili, soprattutto tra i bianchi: come il poliziotto non corrotto, ma razzista, oppure la maestra rude che sembra uscita da un film d’altri tempi, o ancora come il vecchio che si è ritirato dal mondo, che vuole bistecche e che crede che Chatwin sia uno stronzo (testuali parole!) in quanto inglese. Chatwin riesce in poche righe a rendere la personalità dei soggetti che incontra e a generare scenette di vera comicità, malgrado i protagonisti che invece vivono la propria realtà quotidiana.

kings canyon
Kings Canyon, uno dei luoghi più spettacolari dell’Outback

Con Arkady, Bruce Chatwin attraversa alcune regioni dell’Outback australiano, incontra personaggi vari, tra aborigeni, missionari, gente che in un modo o nell’altro, seppur con estrema riluttanza e diffidenza, gli racconta qualcosa sulle Vie dei Canti. Ogni volta che Chatwin aggiunge un tassello alla sua conoscenza, però, a me sfugge un passaggio di più, e mi ritrovo al punto di partenza.

I taccuini

Ad un certo punto la narrazione si interrompe. Una cesura pazzesca, perché di punto in bianco, dall’interno di una roulotte dove Bruce Chatwin si è chiuso a studiare, veniamo catapultati direttamente nei suoi taccuini. Sono taccuini (Moleskine, nientemeno) di appunti presi in giro per il mondo e che gli dovevano servire a scrivere la sua opera, mai realizzata, sul nomadismo. Da qui comprendiamo anche il suo interesse per gli Aborigeni australiani, che non sono sedentari. Ma i taccuini ci fanno vagare nel mondo e nel tempo: da citazioni di antichi autori a piccoli, ma significativi episodi di vita vissuta nel Sahara, in India, in Sudafrica; incontri e interviste a grandi personaggi, come Konrad Lorenz; esposizione e argomentazione di alcune teorie sulla lunga evoluzione dell’uomo, fatta di migrazioni, oltre che di violenza, oppure di spirito di difesa e di adattamento all’ecosistema.

Una parte cospicua di questi taccuini è dedicata ad un suo soggiorno in Sudafrica tra studiosi di Australopiteci, Homo Habilis e i tentativi di capire come vivessero, quando iniziarono ad essere nomadi e quali nemici potessero avere. Incredibile pensare di poter ricostruire la storia dell’evoluzione umana sulla base di pochi scarsi resti ossei di 3-2-1 milioni di anni fa e di leggere nelle loro tracce di distruzione i resti di una morte violenta inflitta da un qualche imponente felino. Eppure queste pagine di appunti sono quelle che, almeno per me – archeologa – scorrono più velocemente di qualsiasi altra cosa.

uluru
Albero alle pendici di Uluru

Il racconto si conclude nel bush australiano: Chatwin, Arkady e la combriccola di sue guide alla scoperta delle Vie dei Canti accompagnano un aborigeno a conoscere dei suoi anziani parenti in un luogo in cui non è mai stato, ma di cui canta a memoria il cammino. Rimaniamo con la sensazione di aver capito qualcosa, ma non tutto, del Tempo del Sogno e di tutta la mitologia che i Canti aborigeni nascondono. Sul filone parallelo corre la questione delle migrazioni, ovvero la risposta che Chatwin insegue alla domanda “Perché gli uomini invece di star fermi se ne vanno da un posto all’altro?

E con questa domanda, che è la domanda che si pongono tutti i viaggiatori, si conclude il libro che Chatwin riuscì a terminare pochissimi anni prima della sua morte, avvenuta nel 1989.

8 risposte a "Bruce Chatwin, Le vie dei Canti"

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  1. Davvero molto interessante il tuo articolo, ti poni delle domande a cui è difficile dare risposte. Io ho letto il libro di Chatwin “In Patagonia” prima di partire per il mio viaggio e ritrovo lo stile nelle tue descrizioni. Un misto di mito e realtà, una ricerca continua di conoscenza per tornare al punto di inizio. Rimane aperta la questione: perché ci muoviamo? per sete di conoscenza risponderei, per vedere cosa c’è dietro l’angolo

    1. Mi confermi lo stile di Chatwin dunque. Io ora ho appena letto un suo romanzo breve e lo stile è sempre quello, con descrizioni rapidissime anche delle azioni e lunghe digressioni all’interno. La lettura scorre rapida.

  2. Recensione bellissima e approfondita la tua. Devo ammettere che a me il libro non è piaciuto moltissimo. Sicuramente ho imparato molto sugli aborigineni e sui loro miti ma Chatwin è così decantato che mi aspettavo un racconto più coinvolgente, meno freddo… Questo essere a metà tra romanzo e saggio me l’ha reso un po’ ostico.

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