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Quella pioggia tropicale che ci sorprese a Cape Tribulation…

L’ispirazione è fatta così: un’associazione di idee, un pensiero, un’immagine che ti appare improvvisa davanti agli occhi… e così poco fa, durante il fortissimo temporale che ha annegato Firenze, talmente forte che dalle finestre  non riuscivo a vedere gli alberi davanti a casa mia, mi è venuto da pensare a quand’era stata l’ultima volta che ho beccato una pioggia del genere. Ed ecco dove: in Australia, durante un’escursione di un giorno nel Queensland, nel Daintree National Park fino a Cape Tribulation. Quella volta, a differenza di questa, mi ero decisamente scolata, perché la pioggia era stata così improvvisa e violenta che non aveva dato modo né a me né a nessuno dei partecipanti all’escursione di proteggersi o di ripararsi. Un’esperienza da foresta pluviale, non c’è che dire. Ed ecco come andò…

Il Daintree River durante la pioggia tropicale che ci sorprese durante l'escursione nella foresta pluviale del Daintree National Park

Il Daintree River durante la pioggia tropicale che ci sorprese durante l’escursione nella foresta pluviale del Daintree National Park

Sì, il tempo minacciava pioggia, anche se due giorni prima a Cairns avevamo fatto il bagno in piscina, dal caldo che faceva (e comunque Cairns è sul tropico del Capricorno: fa caldo per forza). Nessuno avrebbe potuto immaginare però che quelle nuvole nere ci avrebbero riversato addosso tutta la potenza delle piogge tropicali. Già il giorno prima a Kuranda una bella pioggia di quelle potenti ci aveva sorpreso tra un mercatino e l’altro; ma ci eravamo potuti riparare, per cui non ci aveva limitato più di tanto nei movimenti (e comunque sotto la pioggia aveva il suo fascino…). Ma il giorno dell’escursione a Cape Tribulation il cielo non prometteva niente di buono sin dall’inizio, tanto che qualcuno dei nostri compagni di escursione già chiedeva se non fosse il caso di non partire nemmeno. E invece si parte, con buona pace di chi vorrebbe che i viaggi (di nozze soprattutto) fossero sempre perfetti e splendesse sempre il sole sul loro cammino. La pioggia ci sorprese fin dalla prima tappa, Mossman Gorge, che doveva essere una tranquilla passeggiata nella foresta pluviale fino a raggiungere un bel laghetto. Il laghetto si trasformò in un fiume impetuoso, mentre la pioggia ci bagnava da ogni lato lungo il sentiero nella foresta. Fu lì che io e Lorenzo, unica voce tutto sommato ottimista in mezzo a un gruppo di altri italiani incazzati neri, provammo a dire timidamente “Vabbé, dai, più foresta pluviale di così..!”. Per la cronaca, eravamo bagnati come pulcini anche noi, non eravamo né più ganzi né più riparati, semplicemente avevamo preso l’esperienza con filosofia, inutile stare a recriminare.

Seconda tappa di questa escursione bagnata era un percorso in barca lungo il Daintree River, all’interno del Daintree National Park. Qui ci siamo resi conto che se a Cairns la pioggia era arrivata solo la mattina, sul fiume invece doveva piovere già da un po’, e comunque molto più forte, perché il fiume era già gonfio e si era già alzato parecchio, andando a coprire le rive e sommergendo la foresta di mangrovie. Il giro inizialmente doveva servire a vedere i coccodrilli, ma le rive erano quasi tutte sommerse, per cui siamo riusciti a vedere solo un esemplare. Anche questo fu motivo di malcontento tra i nostri compagni di escursione, evidentemente già troppo di cattivo umore per potersi rendere conto del perché eravamo già stati fortunati a vederne uno. Infatti anche durante il giro in barca la pioggia incessante non ci lasciò in pace, ma anzi ci colpiva da ogni lato, complice il vento che soffiava con particolare enfasi.

Le mangrovie immerse nell'acqua durante la pioggia incessante sul Daintree River

Le mangrovie immerse nell’acqua durante la pioggia incessante sul Daintree River

Ma la pioggia più forte, e quella che effettivamente ha influito in negativo sulla nostra escursione è stata quella che ci ha ulteriormente lavato a Cape Tribulation. Questa spiaggia bellissima – quando c’è il sole – è una baia che si apre improvvisamente in fondo ad un tratto intricato di foresta pluviale. Un paradiso da mari del Sud, secondo l’idea che ci siamo fatti di tali paradisi. Peccato, dunque, in questo caso, che la pioggia troppo potente abbia impedito di godere appieno non solo della vista, ma della spiaggia in sé. E’ l’unico cruccio che mi rimane di quell’escursione (oltre alla mia fotocamera alluvionata), ma è un cruccio contro cui non si può fare nulla.

tribulation

Al nostro ritorno abbiamo saputo che quella pioggia così potente era stata un evento eccezionale: non pioveva così tanto e così in anticipo sulla stagione da almeno 47 anni. In sostanza siamo stati testimoni di un evento meteorologico di un certo rilievo, di cui per giorni si parlò sulla stampa locale e nazionale. C’è di che essere soddisfatti, dunque!

Questa storia ha una morale: quando si viaggia non si può sempre sperare che tutto vada per il verso giusto, che il sole ci accompagnerà sempre e che le condizioni climatiche e meteorologiche saranno sempre quelle ottimali. Soprattutto non ci si può rovinare la giornata, l’esperienza, il viaggio, per una pioggia improvvisa fuori stagione, per quanto esagerata essa possa essere. Se non succede nulla di dannoso, come potrebbe essere un incidente, o un evento catastrofico in cui ci si fa del male o si rischia addirittura la vita, è proprio inutile lamentarsi del tempo e perdere il buon umore. Dei nostri compagni di viaggio, noi italiani si fece una pessima figura: tolti me e Lorenzo (ma non perché vogliamo apparire bene, ma semplicemente perché è la verità) gli altri fecero una lamentela continua; gli americani presenti invece, tra cui un arzillo vecchietto di circa 90 anni, si godettero l’avventura per come realmente si presentò: un’esperienza non particolarmente comoda, certo, ma non per questo da buttare o da far passare la voglia. Viaggiare, signori miei, è anche questo: essere pronti ad affrontare le varie esperienze che ci si presentano, anche quelle non positive. Fanno tutte parte del bagaglio di esperienza che ci riporteremo a casa, e che racconteremo perché chi parte a sua volta possa essere preparato ad ogni evenienza.

Quanto a Cape Tribulation, beh, anche se non l’ho potuta gustare in tutto il suo splendore, penso proprio che non la dimenticherò mai, proprio per l’esperienza che vi ho vissuto. E sono sicura che questa è una cosa positiva.

L’isola dei Canguri

Kangaroo Island è uno dei paradisi naturalistici dell’Australia. Si trova a Sud del continente, a poche migliaia di km dall’Antartide e ad appena a 106 km da Cape Jervis, il punto più a sud lungo questo tratto della costa australiana. Si arriva sull’isola proprio via traghetto da Cape Jervis oppure in aereo da Adelaide, la Capitale del South Australia, viaggiando su un aereo piuttosto piccino. Piccino è, del resto, l’aeroporto: niente di più di una pista verde con un piccolo hangar e un gate che è davvero un gate, nel senso che è una cancello! L’aeroporto è a Kingscote, mentre le escursioni partono da Penneshaw, nella penisoletta più vicina alla terraferma.

Sorvolando Kangaroo Island

Sorvolando Kangaroo Island

A Kangaroo Island si possono fare escursioni da un giorno oppure da due giorni. Noi abbiamo fatto quella da un giorno, che dà comunque un’idea della ricchezza  naturale dell’isola, un piccolo concentrato di fauna australiana in pochi km quadrati di superficie.

Già la notte a Penneshaw, fuori da ogni escursione, si può comunque avere un incontro con gli animali che vivono sull’isola: lungo la costa infatti vive una colonia di pinguini. Un piccolo centro di documentazione organizza visite guidate in notturna per vedere, alla luce di fioche torce, i piccoli di pinguino che attendono i genitori di ritorno dalla lunga giornata di pesca e, se si è fortunati, lo sbarco in massa dei pinguini adulti che tornano al nido. Noi non siamo stati fortunati, purtroppo, e abbiamo visto solo alcuni pulcini seminascosti negli arbusti tra le rocce e praticamente al buio, onde evitare di spaventarli e provocare quindi del male a questi piccoli indifesi animaletti.

“attenzione attraversamento pinguini” a Penneshaw

L’escursione di un giorno parte la mattina da Penneshaw, all’ora in cui arriva il traghetto da Cape Jervis, e punta come prima tappa al centro dell’isola, per visitare una distilleria di eucalipto. L’eucalipto, le cui foglie costituiscono l’unico nutrimento del koala, è tossico per l’uomo. Distillandolo, se ne trae olio essenziale, oltre a una serie di prodotti collaterali che vanno dai prodotti per il corpo al miele di eucalipto. E a proposito di miele di eucalipto, ha una particolarità, ovvero le api che lo producono. Beh, direte voi, che avranno le api australiane di strano? E’ proprio questo il punto: non sono australiane! Sono api liguri, importate a Kangaroo Island a fine ‘800, scelte e selezionate come la varietà di api più adatta a produrre il miele e mantenutasi perfettamente in isolamento, tanto che ora le vere api liguri sono queste di Kangaroo Island e non quelle della Liguria che invece si sono mescolate con le altre varianti europee! Incredibile scoprirlo, dato che io sono ligure e che sul muro di casa mia in Liguria c’è un alveare!

il logo della distilleria di eucalipto produttrice del miele delle api liguri

Dopo questa prima tappa che di naturalistico ha però molto poco, si comincia a far sul serio. L’escursione punta a Sud, verso Seal bay, lungo un tratto di costa rivolto verso l’Antartide. Inutile dire che fa piuttosto freddino da queste parti, ma il freddo passa in secondo piano di fronte allo spettacolo che si para dinanzi: sulla spiaggia una colonia di leoni marini riposa, si distende, gioca, esce dal mare, entra in acqua, a poche decine di metri da noi. L’odore di mare, alghe e pesce è fortissimo: molti possono rimanerne stomacati, ma non noi, che di fronte ad un tale spettacolo probabilmente dimentichiamo di respirare! Si distinguono benissimo i leoni marini maschi dalle femmine: i maschi sono giganteschi, pesanti, si spostano con le loro pinne anteriori di pochi passi e poi tombano al suolo con un tonfo secco. I maschi più giovani, un po’ più snelli, ma comunque grossi, sono piuttosto litigiosi tra di loro e, se iniziano a litigare, rischiano di far intervenire il maschio più grasso che, dopo aver messo a tacere gli scalmanati, tomba di nuovo sonoramente a terra. Le femmine sono più snelle e piccole di stazza: sono accompagnate dai tenerissimi cuccioli che le seguirebbero ovunque! Alcune mamme, in posizione defilata, allattano, altre dormono della grossa, altre si ritrovano in mezzo a qualche baruffa tra maschi agitati e rotolano via per non venire travolte… Sembrano lì, beatamente a prendere il sole, a non fare niente tutto il giorno. La verità è che devono riposare e recuperare energie per quando usciranno in mare a pescare e a non farsi divorare dai voraci squali che vanno ghiotti della loro carne; la lotta per la sopravvivenza prevede dunque queste lunghe ore di relax, se così vogliamo chiamarlo.

Leoni marini a Seal Bay

Tutte queste azioni che vi ho descritto non sono romanzate, né prese a prestito da un documentario, ma sono storie vere di vita vissuta, viste con i nostri occhi a Seal Bay a Kangaroo Island. E sì, si è talmente vicini che sembra di essere in un documentario…

Dal sud dell’isola ci si sposta poi nell’interno, in un’area lungo l’Eleanor River, uno dei fiumiciattoli che scorrono nell’isola, nella quale gli alberi di eucalipto ospitano i koala. Non solo, la boscaglia della zona offre riparo a uccelli variopinti, come i piccolissimi superb fairywren dalla testa azzurra, e a rettili come la goanna, una via di mezzo tra un grosso lucertolone e un piccolo varano che lì per lì, soprattutto se è la prima volta che lo si vede, può anche spaventare (ma tranquilli, è più spaventato lui di noi). I veri protagonisti qui sono comunque i koala. Vivono sugli alberi, raramente scendono a terra. Sugli alberi passano la maggior parte del tempo a sonnecchiare, perché le foglie di eucalipto contengono sostanze quasi dopanti. I cuccioli fino al momento dello svezzamento bevono il latte materno, e assorbono l’enzima che serve loro ad annullare la tossicità delle foglie di eucalipto. Non solo, lo svezzamento consiste nel mangiare gli escrementi della madre, che sono costituiti in assoluto da eucalipto. Sarà che ne hanno anche la forma, ma sembrano vere e proprie pasticche balsamiche, marroni ma balsamiche, perché odorano, anzi profumano, di eucalipto! Incredibile ma vero!

Koala e cucciolo su un eucalipto a Kangaroo Island

Koala e cucciolo su un eucalipto a Kangaroo Island

La terza ed ultima tappa dell’escursione da un giorno è quella che spiega perché l’isola si chiama Kangaroo Island: si va a Nord dell’isola, nel Lathami Conservation Park, riserva naturale che ospita nel bush sia canguri che wallaby – che altro non sono che canguri di piccola taglia, mentre i canguri possono raggiungere anche i 2 m di altezza. Qui si cammina all’interno del bush e può capitare di vedere uno, due , dieci wallabies intenti a mangiare e uno, due, dieci canguri intenti a riposare sotto un albero. La passeggiata naturalistica ha il fascino dell’esplorazione in terre selvagge, compiuta con l’occhio vigile pronto a percepire il minimo movimento del pur minimo animale. E l’emozione è tanta, quando finalmente passa a pochi metri un canguro oppure si ferma un wallaby esibizionista che sembra stare lì apposta in posa per farsi fare una foto da noi.

Un wallaby nel bush del Lathami Conservation Park, Kangaroo Island

L’escursione di un giorno a Kangaroo Island rende perfettamente l’idea di come è e come ancora sopravvive un ecosistema praticamente isolato e intatto: la presenza umana è infatti ridotta alla sola cittadina di Penneshaw e all’aeroporto di Kingscote, più la distilleria di eucalipto e poco altro, greggi di pecore principalmente, e la rete stradale, ovviamente. Dunque è tutto  ancora molto in mano alla natura, per fortuna. E ci auguriamo che rimanga così, il più a lungo possibile.

Vedere la foresta… da un’altra prospettiva

Le foreste australiane sono incantevoli. Sono esagerate, alcune decisamente antichissime, con alberi talmente vecchi da essere alti quanto grattacieli. Camminare per una foresta australiana ha il fascino che rivestono tutte le esplorazioni nel fitto delle foreste. In più, in presenza di alberi così alti e dai diametri così ampi, si rischia di avere la sensazione di sentirsi degli gnomi.

Oatway National Park, Australia

Oatway National Park, Australia

Personalmente mi piace passeggiare nel bosco. Mi piace farlo in Italia, a maggior ragione mi piace farlo in una foresta che non conosco, totalmente nuova, millenaria e popolata da animali che non conosco. Il problema, però, può essere che, a camminare nel sottobosco, si è dal sottobosco sopraffatti: si passa sotto felci talmente grandi che sembrano palme (le felci a ombrello, come vengono chiamate), i tronchi degli eucalipti sono talmente grandi che bisogna fare il girotondo per passargli intorno, e soprattutto, gli uccelli vivono piuttosto in alto. Per la maggior parte si rischia di vedere radici, enormi immense immani radici: una visione piuttosto parziale e che, per quanto dia la giusta misura della foresta, non permette di coglierne appieno la biodiversità e la sua bellezza. Allora, in Australia si sono inventati un sistema per far apprezzare e percepire la foresta in modo completo a chi la vuole attraversare: esistono alcuni percorsi chiamati TreeTop Walk, ovvero passeggiate all’altezza della cima degli alberi. Noi durante il nostro viaggio ne abbiamo visitate due, in due foreste totalmente differenti, ma entrambe molto di impatto.

australian rainforest

La prima, la più grande e più bella, si trova nell’Oatway National Park. L’Oatway Fly Treetop Walk è un grande parco in una foresta pluviale nell’interno della regione attraversata dalla Great Ocean Road e per raggiungerla si percorre per l’appunto una lunga deviazione che allontana dalla costa e si inoltra nell’entroterra. E’ una foresta pluviale temperata costituita per la maggior parte da eucalipti giganteschi della specie Mountain Ash (chiamati forest Skyscrapers non a caso!) all’interno della quale è stato creato un percorso che, dopo un tratto lungo un sentiero alla base della foresta, si inerpica su un camminamento sopraelevato che pian piano sale fino all’altezza di 20 m da terra. Il percorso continua finché non si arriva nei pressi di una vera e propria torre alta 47 m sopra il piano della foresta: si sale lungo la scala a chiocciola e quando si arriva in cima si scopre che alcuni alberi sono anche più alti di così!

La torre di 47 m per guardare la foresta dal Top

La torre di 47 m per guardare la foresta dal Top

Il senso di tutto il percorso, spettacolarità a parte, è che si può vedere la vita della foresta a vari livelli di altezza: a terra, dove è il sottobosco di felci e di arbusti; a 20 m da terra, dove vive e nidifica la maggior parte degli uccelli e dei pappagalli variopinti che animano la foresta; al Top, per vedere gli alberi dalla cima e anche per rendersi conto di quanto sia esteso questo polmone verde nel sud dell’Australia. Dall’alto, poi, le felci a ombrello appaiono in tutto il loro splendore: sembrano effettivamente dei grossi ombrelloni verdi o delle palme: altro che le piccole felci delle nostre montagne…

Le felci a ombrello viste dall'alto

Le felci a ombrello viste dall’alto

La spettacolarità in un parco come questo è evidente: camminando sospesi da terra si può vedere da un altro punto di vista questo ecosistema affascinante e pieno di vita: un’esperienza del genere, oltre ad essere naturalistica all’ennesima potenza, ha anche il pregio di sensibilizzare gli animi sull’importanza delle foreste e sulla ricchezza di biodiversità che ospitano e cui danno vita. Per grandi e per piccini lo spettacolo è assicurato!

Il camminamento sopraelevato dell’Oatway Fly Treetop Walk: spettacolare già la struttura di per sé!

Un altro parco di questo tipo in cui siamo stati è nel Daintree National Park, nel Queensland: questa volta siamo in una foresta pluviale tropicale quindi ben altro tipo di vegetazione anima l’ambiente: più lussureggiante, meno ordinata, se vogliamo, ma ugualmente ricca in biodiversità, sia vegetale che animale. Non abbiamo eucalipti qui, ma palme, mangrovie e altre piante tropicali. Si tratta del Daintree Discovery Centre, nel cuore del parco; è più piccolo, ma il percorso è più vario e, nei giorni fortunati, consente anche di imbattersi (da lontano, ovviamente, data la pericolosità) nel casuario che abita ancora solo in questa foresta del continente. La foresta pluviale del Daintree National Park è la più antica foresta pluviale d’Australia e l’unica, appunto, dove il casuario sopravvive, perché solo in questa regione cresce la pianta i cui frutti vengono mangiati da questo grosso uccello preistorico. Noi qui non siamo stati particolarmente fortunati per due motivi: innanzitutto quando ci siamo arrivati stava calando il buio, in secondo luogo perché pioveva piuttosto forte, costringendoci a fare un percorso molto limitato e difficoltoso. Ma la magia di camminare in una foresta pluviale durante la pioggia che la caratterizza è stata a suo modo un’esperienza interessante, che ci ha fatto sentire esploratori in terre selvagge.

Daintree National Park. La foresta pluviale

In Australia si incontrano anche altri analoghi percorsi nella foresta; personalmente ho voluto andarci fin da quando ne ho scoperto l’esistenza, leggendo il racconto di viaggio di Bill Bryson in  “In un paese bruciato dal sole dove racconta della sua passeggiata sopra la cima di una foresta; ricordo che quando lo lessi mi dissi “Ecco, ci voglio andare anch’io!”. Così è stato, e direi che sono rimasta parecchio soddisfatta.

35 esperienze da non perdere in Australia

In occasione dell’Australia Day che si festeggia oggi, 26 gennaio, mi piace segnare in una volta sola tutte le cose che abbiamo amato dell’Australia, sia ciò che abbiamo fatto che ciò che abbiamo visto. È una sorta di elenco di best of, ma al tempo stesso anche una lista per chi, trovandosi a dover preparare un viaggio per il continente downunder vuole avere un’idea di cosa non perdere. L’elenco seguirà il percorso del nostro viaggio, il cui diario piuttosto dettagliato trovate qui.

  1. Prima di partire: leggere In un paese bruciato dal sole” di Bill Bryson
  2. Sydney: passeggiare lungo il Darling Harbour a qualunque ora del giorno e della notte

    Sydney, Darling Harbour

    Sydney, Darling Harbour

  3. Sydney: pranzare al Fish Market
  4. Sydney: visitare il Taronga Zoo
  5. Sydney: prendere almeno una volta un battello che allontanandosi dalla costa permette di abbracciare con lo sguardo l’inconfondibile skyline della città
  6. Sydney: prendere parte ad un whale wathcing per vedere da vicino le megattere che saltano fuori dall’acqua
  7. Sydney: ammirare estasiati la stupefacente architettura dell’Opera House (e scoprire che il suo architetto invece la odia)
  8. Sydney: dedicare un pomeriggio ad una passeggiata nei Botanic Gardens e scovare le volpi volanti
  9. Noleggiare un’auto e percorrere la Great Ocean Road (Victoria)
  10. Lungo la Great Ocean Road deviare verso l’Oatway Lighthouse e fermarsi a contemplare i koala che vivono nella foresta di eucalipti bassi che conduce al faro
  11. Vivere assolutamente un’esperienza di Tree Top Walking in uno dei parchi che si incontrano nelle rainforest australiane (uno si trova nell’Oatway National Park [Victoria], un altro nel Daintree National Park [Queensland])
  12. Great Ocean Road: non perdere per nessuna ragione al mondo lo spettacolo naturale dei 12 Apostoli (Twelve Apostles)

    I Dodici Apostoli lungo la Great Ocean Road

  13. Victoria: rivivere le emozioni dei cercatori d’oro nel parco storico di Sovereign Hill a Ballarat
  14. Melbourne: passeggiare by night lungo lo Yarra River per godere dello skyline della città più architettonicamente all’avanguardia d’Australia
  15. Melbourne: cercare di trovare il senso (che un senso non ha) di Federation Square, la modernissima piazza della città, di fronte alla bella Flinders Street Station
  16. Kangaroo Island: avvicinarsi a tanto così dai leoni marini a Seal Bay

    I leoni marini a Seal Bay, Cangaroo Island

  17. Ayers Rock: passeggiare alle pendici di Uluru e scoprire tutti i miti legati a questo monolite sacro per gli aborigeni
  18. Ayers Rock: guardare Uluru al tramonto, ma soprattutto all’alba, quando il sole pian piano lo illumina e l’oscurità scompare: si capisce perché un monte del genere possa essere ritenuto sacro
  19. Kings Canyon: a dispetto della difficoltà del percorso di 3 ore, scalare il canyon, scendere fino alla valle dell’Eden e risalire dall’altra parte è una delle esperienze più belle che il deserto australiano possa regalare: piccola esperienza da pionieri nell’outback
  20. Mereenie Loop Road: guidare in jeep lungo questa strada sterrata che attraversa il deserto rosso australiano è una delle esperienze più entusiasmanti che si può fare in Australia, centinaia di km di sterrato, in mezzo a lande desolate e boscaglia bruciata sotto il sole cocente…

    lungo la Mereenie Loop Road

  21. Visitare la bianca missione di Hermannsburg, un sito storico gestito dagli aborigeni che vivono nella cittadina, dove poter toccare con mano i primi rapporti tra gli aborigeni e i bianchi
  22. Alice Springs: visitare il Desert Park, avvicinare i canguri e la goanna, perdersi tra le infinite varietà degli uccelli del bush
  23. Darwin: cenare in fondo al Molo 5 del porto, dove una economica ma efficace food court propone piatti di pesce più o meno mediati dalle influenze della cucina orientale (e la vista sul Mar di Timor al tramonto sa essere molto romantica)
  24. Kakadu National Park: navigare in un billabong e vedere i coccodrilli che nuotano accanto alla chiatta, nonché ammirare l’infinita quantità di uccelli di ogni razza che popolano questa regione 

    Kakadu National Park: un coccodrillo nuota nel billabong

  25. Queensland: prendere il trenino storico che da Cairns porta a Kuranda, paesello hippy nel mezzo della foresta pluviale
  26. Kuranda: diventare un interessante trespolo per i pappagallini (e i pappagalloni) del Birdworld
  27. Queensland: trovarsi nella foresta pluviale del Daintree National Park mentre imperversa un acquazzone (forse non è un’esperienza bellissima, ma ha il suo perché!)
  28. Great Barrer Reef: fare snorkeling sulla barriera corallina e scoprire che Nemo esiste davvero!
  29. Spendere una mattina a Brisbane per visitare i Roma Street Gardens, i più grandi giardini pubblici di piante tropicali del mondo 

    Roma Street Gardens e un suo abitante..

  30. Assaggiare la carne di canguro
  31. Bere una birra Pale Ale australiana
  32. Imparare tutti i mille modi che hanno gli Australiani per propinare il Fish and Cheeps e scoprire che il barramundi non è un pesce raro e prelibato, ma semplicemente un pesce che da noi non esiste!
  33. Vedere i koala da vicino e commuoversi (ebbene sì…)
  34. Scoprire che gli squali della barriera corallina non sono pericolosi come i loro colleghi lungo il resto delle coste australiane
  35. Comprare le scarpe UGG o le EMU in Australia è più conveniente (e dà più soddisfazione) che comprarle in Italia

australia day

Queste sono solo 35 delle infinite esperienze che si possono vivere in Australia. Sono quelle che più ci hanno segnato, entusiasmato, fatto innamorare ancora di più di questo continente, del quale abbiamo visto ancora troppo poco, perché molto ci sarebbe ancora da scoprire, da sapere da esplorare. Chissà che un giorno… Ma intanto, ancora una volta, Happy Australia Day!

Heron Island, l’isola delle tartarughe

Un anno fa di questi tempi era partito il nostro viaggio di nozze in Australia. Viaggio lungo, intenso, che ci ha portato, tra le altre favolose mete, sulla barriera corallina australiana, su Heron Island, nell’area definita Capricornia, dunque sul Tropico del Capricorno, a 2 ore di catamarano da Gladstone, Queensland (sperando che il mare sia clemente). L’isola, che ospita un Resort, è un paradiso naturalistico unico al mondo per più di un motivo:

  • Si tratta di un’isola corallina, dunque costituita solo ed esclusivamente dal top della barriera corallina, che è costituita da coralli ormai sfranti perché morti e levigati e distrutti dal passaggio delle maree
  • L’isola è il luogo prescelto da una moltitudine di specie di uccelli che qui vengono a nidificare nella stagione degli amori e che usano l’isola come base per le loro battute di pesca
  • La barriera corallina australiana è ancora ben conservata, anche se anch’essa sta subendo in modo sia diretto che indiretto i danni del crescente inquinamento e dell’intrusione umana, e la barriera corallina di cui Heron Island è la cima non è da meno, ospitando favolose specie di pesci, coralli, conchiglie, e poi squali, razze e tartarughe marine
  • Proprio le tartarughe marine ogni anno tornano qui a nidificare, intorno a novembre, e le uova si schiudono tra gennaio e marzo.
heron island

La spiaggia di Heron Island. Aree più arretrate come questa sono le prescelte per i nidi delle tartarughe

Le tartarughe marine sono forse l’attrazione più grande di Heron Island, quella che ha fatto la fortuna del Resort. Si avvicinano a riva ad ottobre, cominciano ad annusare l’aria, a ritrovare il luogo dove hanno nidificato l’anno scorso, fanno brevi incursioni, cercando di non farsi disturbare,  e lasciano le caratteristiche impronte di pinne e carapace sulla sabbia. A novembre/dicembre realizzano il nido, direttamente sulla spiaggia, in un punto però dove l’alta marea non possa minacciare le uova, e qui depongono. Dopodiché a gennaio i piccoli, appena nati, dovranno trovare la via più veloce verso il mare, sperando che nel frattempo non sorvoli l’area un’aquila di mare (sull’isola ve ne sono due) affamata.

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L’impronta di una tartaruga di mare sulla sabbia a Shark Bay, Heron Island

Tutto questo meraviglioso percorso della vita avviene sotto lo sguardo degli ospiti del Resort, ai quali è fatto divieto di disturbare le tartarughe sia quando arrivano a deporre, sia quando nascono e cercano la via del mare.

Siccome le tartarughe sono una specie in via di estinzione, minacciata nel proprio habitat marino, sta diventando sempre più difficile assicurare loro anche la tranquillità della cova su un’isola che è sì paradiso naturale ma anche Resort, dunque meta turistica.

A tal fine è stata fondata la Sea Turtle Foundation, che mira a proteggere le tartarughe lungo il loro viaggio annuale che dall’oceano le porta all’isola a nidificare. L’idea alla base della Fondazione è che se Heron Island è un resort per i turisti umani, può essere altrettanto un resort per le tartarughe. L’idea di ricreare le condizioni di paradiso naturale è effettivamente potenzialmente realizzabile: il Resort occupa solo una parte dell’isola e può ospitare fino a 300 turisti. L’altra parte dell’isola è Parco Nazionale, parte del Capricornia Cays National Park; il solo problema che può esserci per le tartarughe, dunque, deriva soltanto dall’invadenza dei turisti che per il desiderio di fare una fotografia rischiano di mettere a repentaglio la vita di chissà quante future tartarughine spaventando sia la madre quando viene a fare il nido, sia i piccoli appena nati che cercano il mare. Il senso di responsabilità di ciascuno di noi dovrebbe essere innato, e non dovrebbe essere un resort ad insegnarcelo, comunque quando siamo sull’isola siamo tenuti a rispettare tutte le regole di non interazione con gli animali e con le tartarughe in particolare. Solo così possiamo contribuire ad assicurare il futuro ad una specie tanto bella quanto in pericolo.

Il nostro incontro con gli Aborigeni australiani

Oggi è la Giornata Mondiale delle Popolazioni Indigene. E mentre l’UNESCO dedica un’intera rivista ai popoli indigeni del mondo, a me tornano in mente gli unici “indigeni” che mi è capitato di incontrare in giro per il globo: gli Aborigeni australiani. In realtà un vero e proprio incontro non c’è stato, è mancato un vero e proprio contatto, ma le situazioni in cui li abbiamo incrociati mi hanno permesso di farmi un’idea sulla situazione degli Aborigeni in Australia oggi, a pochi, pochissimi anni dalla richiesta di scuse ufficiali da parte del governo australiano per la triste vicenda della Generazione Rubata (cui è dedicato, tra l’altro, il film Australia).

aborigeni australiani

L’anziano aborigeno che ha recitato come attore nel film “Australia”

Lo dico subito, si tratta delle mie personalissime opinioni, formulate sulla base di un’esperienza diretta che è senza dubbio superficiale e incompleta, ma che è quella che si percepisce a livello macroscopico.

Il nostro primo incontro con gli Aborigeni è avvenuto ad Ayers Rock, davanti ad un supermercato aperto di notte nel centro residenziale di cui fa parte anche il Resort Ayers Rock Pioneers dove alloggiavamo. Lì abbiamo visto alcune donne che avevano fatto la spesa e chiacchieravano anche con qualche donna bianca prima di ritirarsi. La cosa che mi ha colpito subito è stata, oltre il colore nero nerissimo della pelle, il fatto che fossero molto grasse: come se l’alimentazione all’occidentale non giovasse al loro metabolismo – cosa che non fatico a credere. Ma la cosa che mi ha colpito forse di più ancora è stata che, pur avendo la possibilità di sedersi su una panchina, preferivano stare sedute per terra a gambe incrociate. La sensazione che ho avuto è stata quella di un rifiuto di una convenzione occidentale che se dio vuole non gli è stata imposta (nessuno può imporre a chicchessia dove sedersi in un luogo pubblico, mentre il fatto di indossare abiti è un’imposizione, così come parlare inglese, ecc.). La stessa sensazione, di rifiuto di alcune regole della società occidentale, l’ho avuta ad Alice Springs, sempre nel deserto, dunque, dove di nuovo gruppi di aborigeni ai giardini preferivano stare seduti a terra piuttosto che sedere sulle panchine. Ad Alice Springs abbiamo anche visto coppie miste, di aborigeni uniti a donne bianche e viceversa: dunque l’integrazione sociale c’è.

Un villaggio totalmente abitato da aborigeni è Hermannsville. Ex missione tedesca sorta verso fine ‘800 per convertire ed educare gli aborigeni lungo la Mereenie Loop Road, a un centinaio di km da Alice Springs, la missione è oggi un sito storico visitabile dietro pagamento di biglietto (10 AUD), molto ben conservato, con la chiesina bianca, la scuola, la macelleria, l’officina del fabbro, gli alloggi del capomissione e degli inservienti, e completa di una bella raccolta fotografica che mostra la vita di questa missione che ebbe vita per buona parte della prima metà del ‘900 e che accolse l’artista aborigeno Albert Namatjira (la cui storia meriterebbe un post a parte: notato per le sue doti di pittore da un artista bianco, negli anni ’30 del ‘900 raggiunse un insperato successo e gli fu addirittura conferita la cittadinanza australiana, lui, unico tra gli aborigeni; ma solo lui e la moglie, in quanto cittadini australiani, potevano vivere in una città di bianchi, mentre i figli, stando alla legge, privi della cittadinanza non potevano; fu arrestato 20 anni dopo perché beccato a bere whisky e morì tristemente in prigione, simbolo di un’integrazione che ancora era ben lontana dal verificarsi). Il sito storico è gestito da aborigeni, aborigena è la ragazza che sta in biglietteria e che non regala neanche un sorriso (solo alla fine della visita, quando ho acquistato una splendida collana di artigianato locale). Mi dà l’impressione di far parte di una popolazione molto diffidente e che preferisce stare per proprio conto, nonostante il sito sia, almeno nelle intenzioni, turistico. Nello stesso villaggio la zona residenziale è annunciata da un cartello che intima in tono perentorio di non scattare fotografie. Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di disubbidire all’ordine, ovviamente.

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La missione di Hermannsburg

La situazione degli aborigeni cambia se ci si sposta a Darwin o a Cairns, le altre due città dove li abbiamo incrociati. Se ad Alice Springs, nonostante camminino scalzi e quasi a disagio quando indossano scarpe, gli Aborigeni sono comunque integrati nel tessuto sociale, lungo la costa la situazione è differente: sia a Darwin che a Cairns infatti i soli aborigeni che abbiamo visto chiedevano l’elemosina, assolutamente non integrati e non in grado di integrarsi; si legge nei loro volti la disperazione per essere stati strappati alla loro natura ed essere stati messi in un luogo che non è loro, che non gli appartiene e che rifiutano. Una cosa, questa, su cui bisognerebbe riflettere molto: chi ha deciso che la società occidentale è la migliore delle società possibili? Quella terribile parentesi che è stata la Generazione Perduta in Australia ha fatto sì che i bambini aborigeni (e soprattutto quelli nati da donne aborigene che avevano avuto rapporti con uomini bianchi) fossero strappati alle loro madri, alla loro cultura, per apprendere la cultura occidentale, senza però che fossero riconosciuti alla pari dei bianchi: si è formata così una generazione di disadattati, di persone senza patria, impossibilitate a mescolarsi con i bianchi per legge, ma neanche in grado di tornare alle loro origini, completamente dimenticate e sradicate. A questo si aggiunge il lavoro di distruzione dei territori, di educazione in senso occidentale e di annientamento fisico di molte tribù perpetrato per un secolo e più dai tempi della scoperta e della prima colonizzazione, che ha fatto sì che molte tradizioni, molti linguaggi, molte abitudini e conoscenze siano andate definitivamente perdute.

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Gli alberi bruciati lungo la Mereenie Loop Road sono il risultato di fuochi controllati appiccati dagli Aborigeni per pulire il deserto ed evitare incendi spontanei

Eppure qualcosa si muove. Innanzitutto non tutte le popolazioni aborigene sono state annientate, alcuni popoli sono riusciti a mantenere pressoché intatte le loro tradizioni, continuando a vivere nel proprio ambiente naturale. Gli Aborigeni Anangu, ad esempio, sono i custodi invisibili di Uluru, gli Aborigeni Arrernte sono i guardiani invisibili della grande area desertica che gravita intorno alla Mereenie Loop Road, e che controllano gli incendi della secca boscaglia, in modo che il fuoco non scoppi da solo quando d’estate si raggiungono temperature infernali, in virtù di un accordo col governo australiano per cui lo Stato controlla la strada e il parco col lavoro dei rangers, mentre gli aborigeni si occupano di mantenere l’ordine dell’ambiente naturale semplicemente mettendo in atto le proprie abitudini di vita, dalla caccia al controllo del fuoco, per l’appunto. E sempre più spesso, ci diceva la nostra guida al Kakadu National Park, si assiste al ritorno dei giovani aborigeni occidentalizzati alle tribù di origine, per ricostituire le antiche tradizioni ormai quasi andate perdute e recuperare i miti e le credenze legate al Tempo del Sogno. Anche in questo caso emerge il fatto che gli Aborigeni continuano a non riconoscere come loro il mondo occidentale cui sono stati costretti ad adattarsi, un mondo che, quando si è interessato a loro, lo ha fatto solo da un punto di vista di curiosità antropologica, etnografica, niente di più.

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Pitture rupestri aborigene nel Kakadu National Park

Rimane dunque l’amara riflessione su quello che è successo, ancora in anni recenti, ai danni degli Aborigeni: strappati alle loro terre, alle loro tradizioni, ma non accettati nelle terre e tradizioni dei Bianchi, che con furia cieca hanno imposto la propria società e cultura come se fosse la migliore di quelle possibili. Ma non esiste una cultura o una società migliore di un’altra; esiste la mia cultura, dalla quale per nessuna ragione devo essere sradicato. Quello che si vede ora in Australia è il risultato di una pessima condotta da parte dei Bianchi nei confronti di una cultura forte, fiera, che crede tantissimo nel valore delle proprie tradizioni. Fortunatamente la tendenza di oggi è quella di ascoltare le minoranze aborigene, che hanno propri rappresentanti ufficiali che dialogano con lo Stato per il riconoscimento di antichi diritti negati, verso un’integrazione che se non potrà mai essere sociale – gli Aborigeni stessi la rifiutano – deve essere però legale e nel rispetto dei diritti umanitari. E concludo con l’UNESCO, e con il suo impegno a riconoscere l’esistenza, all’interno dei beni Patrimonio dell’Umanità, dunque da preservare per le generazioni future in quanto base comune del nostro essere uomini, dei cosiddetti “paesaggi culturali” ovvero i luoghi in cui si riconoscono le interazioni e le intime relazioni tra le popolazioni e i loro territori, siano essi in qualche misura antropizzati o ambienti naturali. Credo che questo sia un passo importante per la conservazione delle tradizioni di tutti i popoli indigeni del mondo, e a maggior ragione degli Aborigeni australiani.

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La pagina della Rivista Unesco dedicata ai “Cultural landscapes” mostra proprio Uluru come esempio di interazione tra gli uomo e ambiente naturale

Pionieri nell’Outback

pionieri nell'outback by viaggimarilore

Viaggiare attraverso l’Australia oggi è senz’altro una piacevolissima avventura, una di quelle che non si dimenticano. Attraversare il deserto in fuoristrada è quanto di più esaltante si possa immaginare, perché si prova sulla propria pelle quello spirito di avventura che è proprio degli esploratori, di chi per primo si appresta a compiere un nuovo percorso. Le strade che percorriamo noi oggi, per quanto sterrate, senza pompe di benzina né bar lungo il percorso per centinaia di km – tutto quanto possa darci quella sensazione di “scomodo” e di “avventuroso” che ci aspettiamo da un’esperienza nel centro dell’Australia – e che percorriamo con l’euforia e il divertimento dei viaggiatori moderni, dei turisti, dei fotografi , sono state battute per la prima volta neanche troppo tempo fa, e non senza difficoltà da esploratori – veri – che dovevano cercare un percorso che fosse fattibile per collegare il Nord e il Sud del continente. Tantissime sono le vite umane che si sono perse nell’infinito nulla del deserto australiano, tante le spedizioni partite e di cui non si ebbe più notizia, tante anche, per fortuna, le spedizioni andate a buon fine, i cui esploratori hanno dato i nomi a tutti i toponimi della regione.

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La Meerenie Loop Road, una delle più avventurose esperienze per il turista moderno in Australia

Senza questi pionieri l’Australia non sarebbe diventata quello che è oggi, o forse sì, ma con più difficoltà, e in tempi senz’altro più recenti. Ai pionieri che cercarono di aprirsi un percorso attraverso il deserto rosso del centro dell’Australia è dedicato questo post.

La storia dell’esplorazione dell’interno dell’Australia è densa di vicende epiche e di episodi tragici: uomini che con i loro mezzi non avevano modo di opporsi alla crudeltà della natura australiana né alle avversità. Gli aborigeni ebbero senz’altro un ruolo importante nelle imprese, alcune volte aiutando gli esploratori, altre volte ostacolandoli. Un caso è quello di John Eyre, che per primo, nel 1840, attraversò il continente da Est ad Ovest nella parte Sud: egli aveva un compagno di viaggio, Baxter e tre guide aborigene. Due delle guide uccisero Baxter e fuggirono, mentre il terzo aborigeno rimase con Eyre aiutandolo a compiere l’impresa. Charles Sturt nel 1844 guidò una spedizione attraverso l’Australia centrale, ma il troppo caldo e il troppo deserto lo fecero desistere dall’impresa, a soli 600 km dal centro geografico dell’Australia. Sempre nel 1844 Ludwig Leichardt tentò l’attraversamento del territorio da Brisbane a Darwin. L’impresa registrò una vittima tra i compagni di viaggio di Leichardt, infilzato da una lancia degli accompagnatori aborigeni. Si persero le tracce della spedizione per un certo periodo, finché non ricomparve a Sydney nello stupore generale, tanto da meritarsi il titolo di “uomini usciti dalla tomba”. E ancora Leichardt qualche anno dopo tentò un altro attraversamento, dal Queensland all’Oceano Indiano, dal quale non tornò mai più: ben 9 spedizioni furono inviate per trovarlo, senza successo: probabilmente perì cercando di attraversare il Simpson Desert. Commuove la storia di Edmund Kennedy, che voleva esplorare la penisola di Cape York, ma a causa della scarsità di viveri si staccò dal resto della sua squadra per proseguire da solo accompagnato da un solo aborigeno, Jacky Jacky. Kennedy fu ucciso dalla lancia di un aborigeno ostile e Jacky Jacky non poté far altro che tornare a unirsi con la spedizione portando in spalla l’esploratore defunto e mettendo così fine alla sfortunata impresa.

Brisbane

Brisbane, il monumento ai pionieri che fondarono la città

Ma la missione più difficile e pericolosa era senz’altro l’attraversamento da Nord a Sud del continente. Per promuoverla era stato messo in palio un premio in denaro a chi avesse saputo fornire mappe dettagliate per poter costruire la linea telegrafica. Burke e Wills partirono nel 1860 da Melbourne con una squadra ben equipaggiata e dromedari afgani per il trasporto delle scorte alimentari. Il troppo caldo convinse i due esploratori a proseguire in numero ridotto verso Nord. Quando, dopo lungo tempo, raggiunta la Costa Nord e riposatisi, tornarono indietro al campo base che avevano lasciato nel bel mezzo del deserto, scoprirono che solo poche ore prima quello era stato smantellato perché i due esploratori erano stati dati per morti. Solo un membro della spedizione sopravvisse, mentre Burke e Wills perirono. John McDouall Stuart riuscì ad attraversare il continente da Sud a Nord nel 1862 e furono le sue mappe che diedero il via alla costruzione della linea telegrafica. Stuart è il nome della Stuart Highway che attraversa il continente da Sud a Nord, mentre la moglie del primo telegrafista della zona, di nome Alice, diede il nome a quella che sarebbe diventata Alice Springs.

Kings Canyon

Kings Canyon

E ancora Ernest Giles fu il primo ad esplorare Kings Canyon, quella fantastica gola che oggi è una piacevole, anche se un po’ faticosa, passeggiata, nel 1872, mentre William Christie Gosse scoprì Uluru che ribattezzò Ayers Rock: mete che oggi sono attrattive turistiche e paesaggistiche uniche e note in tutto al mondo poco più di un secolo fa erano totalmente ignote e inesplorate.

Ayers Rock

L’inconfondibile Ayers Rock, una delle maggiori attrattive del Deserto Australiano, da sempre roccia sacra agli Aborigeni

Il bellissimo e terribile Red Centre è stato teatro di disgrazie, di sconfitte, di crudeltà, di atti di coraggio, di paure, di azzardi e di scommesse. Oggi viene attraversato da migliaia di turisti l’anno che a mala pena sanno quanti uomini hanno sofferto per scovare quei percorsi che sono le attuali arterie di traffico che collegano il selvaggio e inospitale Outback alle città della costa.

Tuttora presso gli Australiani esiste il mito dell’Outback: tuttora esistono pionieri che cercano sempre nuovi sentieri, sempre nuove vie; tuttora l’Outback spaventa e attrae…

Fonte: Australia, Guida Polaris