Recensione a Mia Kankimaki, Le donne a cui penso di notte

Come ho letto le prime pagine ho subito pensato: “Questo è il libro che avrei voluto scrivere io“. Già scorrendo l’indice avevo avuto la stessa sensazione: donne ispiratrici, che l’autrice coglie tra le grandi viaggiatrici del passato e le grandi artiste del passato e contemporanee.

Le donne a cui penso di notte: un genere letterario ibrido

E’ difficile incasellare “Le donne a cui penso di notte” in un genere letterario: è un mix di biografie, di narrativa di viaggio, di autobiografia, di storia e quindi di saggistica. Un genere decisamente ibrido, che soprattutto nella prima metà del libro può lasciare perplessi, ma poi ci convince.

Lo schema del libro infatti non è per niente simmetrico o lineare. Lo definirei anzi disordinato, ma nell’accezione positiva del termine (io, per esempio mi ritengo disordinata).

Il filo conduttore è il seguente: donne che attraverso la loro vita, la loro attività, i loro viaggi o la loro arte, ma in ogni caso grazie alla loro forte personalità, sono per l’autrice delle ispiratrici, ovvero figure in grado di suggerire degli input, di dare dei consigli. E infatti ogni capitolo si conclude con “i consigli delle donne cui penso di notte“.

Le donne a cui penso di notte: un libro asimmetrico

In genere dall’indice di un libro e dalla sua struttura narrativa o saggistica interna, ci aspettiamo una certa linearità. Con Mia Kankimaki, l’autrice finlandese de Le donne a cui penso di notte, a un certo punto della lettura capiamo che a ogni capitolo dovremo aspettarci una modalità di narrazione nuova.

Se andiamo a vedere la struttura dell’indice, infatti, notiamo che grandissimo spazio è lasciato alla prima delle ispiratrici: Karen Blixen. La scrittrice danese, autrice de La mia Africa, occupa tantissime pagine del libro, ma non tanto per la narrazione della sua biografia, quanto per il fatto che per poterne meglio comprendere il carattere e le condizioni dell’esistenza, la Kankimaki si trasferisce per qualche tempo in Kenya, ospite di un suo contatto finlandese. E quand’è lì fa un breve safari, conosce la gente del luogo… unisce la sua narrazione di viaggio alla ricerca della biografia del personaggio Blixen.

Karen Blixen (crediti: Wikipedia)

Questa modalità narrativa, senza dubbio interessante, viene abbandonata dalla Kankimaki nei capitoli successivi. Dopo la Blixen – che indubbiamente occupa un posto speciale nel cuore della nostra autrice finlandese – si susseguono altre biografie di viaggiatrici del passato, principalmente anglosassoni, sempre borderline per il loro modo di porsi e quindi immediatamente simpatiche.

Un certo spazio è lasciato a Nellie Bly, la giornalista statunitense che compì il giro del mondo in meno degli 80 giorni di Jules Verne e a un’altra mia vecchia conoscenza: Alexandra David-Néel, la donna che per prima entrò nella città proibita di Lhasa. Del capitolo dedicato a lei mi ha colpito però, più di tutti, il riferimento al blend di té Mariage Frères che si chiama proprio Alexandra David-Néel, a base di té nero, pepe e spezie varie. Un té che ho amato molto, e che evidentemente piace pure a Mia Kankimaki, visto che ne fa menzione nel libro. E un po’ mi commuove, questa cosa che abbiamo in comune io e l’autrice del libro.

Viaggiatrici e artiste rinascimentali: i due modelli di donne ispirazionali di Mia Kankimaki

Elemento di ulteriore asimmetria nel libro è il passaggio quasi brusco dalle viaggiatrici intrepide dell’Ottocento alle pittrici e artiste dell’Italia del XVI-XVII secolo. Se il nome di Artemisia Gentileschi è abbastanza noto, certo non lo è quello di Sofonisba Anguissola, vera e propria manager di se stessa, pittrice alle corti italiane, in grado di fatturare davvero cifre da capogiro per l’epoca. Ma poi, si chiede l’autrice: a quale prezzo? Queste artiste erano davvero indipendenti così come le loro entrate e le loro committenze ci potrebbero far credere, o erano piuttosto schiave di genitori/fratelli che nell’ombra amministravano il talento della loro artista in famiglia?

Sofonisba Anguissola, autoritratto (Credits: Wikipedia)

Su questo punto Mia Kankimaki sospende il giudizio: se non l’hanno chiarito generazioni di storici e di storici dell’arte, come potrebbe una scrittrice di storie al femminile? Però è importante che se ne parli, che la questione femminile anche su temi storici emerga forte e chiara. Perché è vero che la storiografia in campo femminile deve percorrere dei sentieri davvero ancora lunghi e tortuosi prima di riuscire a fare chiarezza.

I soggiorni letterari, a caccia di ispirazione e di ispiratrici

A un certo punto della lettura mi viene da dire “Beata Mia!”! Per trovare Karen Blixen è andata in Kenya; per scrivere di intrepide donne viaggiatrici è andata (tornata in realtà; ci aveva già vissuto in passato) in Giappone; per trovare l’ispirazione per collazionare tutto il resto e dare ad esso la forma compiuta di una narrazione che sia al tempo stesso logica oltre che narrativa, ha vinto borse di studio per alloggiare in residenze artistiche nell’Italia centrale. Dove forse non trova ispirazione diretta per la materia di suo interesse, ma dove coglie l’attenzione per le piccole cose che le faranno pubblicare poi il libro stesso: Le donne a cui penso di notte. Lettura davvero ispirazionale se non si fa caso alle asimmetrie nella composizione.

Le donne a cui penso di notte: un libro ispirazionale

Ho trovato “Le donne a cui penso di notte” un libro ispirazionale. Oltre che interessante per le figure femminili che racconta, sempre con ironia e franchezza, ho trovato interessanti spunti di riflessione i “consigli delle donne a cui penso di notte” che chiudono ogni capitolo. Scritti ogni volta con leggerezza. Ma ogni volta, tolto il velo di leggerezza si coglie la profondità di certi pensieri, di certe attitudini, con un filo rosso costante: mettere noi stesse al centro, non nascondere la nostra personalità, perseguire i nostri obiettivi. Leggere questi “consigli” avulsi dal contesto potrebbe sembrare la sagra delle ovvietà, soprattutto per donne come me, quarantenni divorziate e senza figli, lavoratrici ma piene di idee e di passioni. Ma leggerli alla luce delle pagine precedenti, delle esperienze di donne del passato, mette tutto sotto una luce diversa.

Una risposta a "Recensione a Mia Kankimaki, Le donne a cui penso di notte"

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  1. Questa tua recensione mi ha molto colpito e come te anche io invidio molto l’autrice di questo libro! Anche a me piacerebbe viaggiare per immedesimarmi nelle eroine dei romanzi che scrivo, mi segno questo interessante libro da leggere appena potrò!

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