KAREN BLIXEN, LA MIA AFRICA

Un altro romanzo che ci trasporta nell’Africa coloniale della prima metà del ‘900. Questa volta, però, non è il racconto di un safari, come in Verdi colline d’Africa di Hemingway, ma il racconto di un intero periodo di vita, trascorso nella fattoria, sulle colline sopra Nairobi, che l’autrice, Karen Blixen, la Baronessa, amministrò per anni, fino a che una crisi nei raccolti non la costrinse a rientrare in Danimarca.

Da ogni pagina traspare l’infinito amore che l’autrice nutre per questa terra, per la sua gente, i Kikuyu, i Masai armati di lance, i Somali. Perché è riduttivo parlare di indigeni: almeno tre etnie, invece, si incrociano sulle colline su cui sorge la fattoria con la sua piantagione di caffè.

La narrazione non segue un criterio cronologico: forse nell’ultima parte, al momento della forzata partenza. Vale più il criterio aneddotico e descrittivo. Mi immagino Karen Blixen seduta al suo tavolino in veranda, in Danimarca, davanti ad una tazza di tè, insieme ad un lettore, che in questo momento ha il mio volto e la mia voce, il quale le chiede “Baronessa, raccontami dell’Africa”, e lei racconta, man mano che le affiorano i ricordi. In un mondo maestoso com’è la natura in Africa, lei che pure è una brava cacciatrice, dà più importanza ai rapporti umani che all’ambiente naturale. Del resto, racconta la sua esperienza più che decennale in Africa, in quel paradiso terrestre che è la fattoria, un microcosmo che dà rifugio a chiunque, anche ad amici bianchi più o meno avventurieri. In ogni caso tutti, come lei, amanti di quel mondo. Nonostante siamo tra il 1914 e il 1931, in un periodo, quindi, ancora piuttosto arretrato sulla concezione di “diritti umani” e di razzismo, nessuno dei bianchi si dimostra razzista nei confronti degli Indigeni: servi sì, ma trattati con rispetto e familiarità. Farah, il servo somalo della Baronessa, è il suo più fidato confidente, nonostante la disparità di opinioni su molti argomenti, dovuti per forza di cose al retroterra culturale di ciascuno dei due. Ugualmente, lei è tenuta in grande considerazione da Kinajui, il sommo capo Kikuyu, ed è addirittura chiamata a giudicare le controversie interne agli indigeni.

Se in Verdi colline d’Africa il safari è lo spunto per magnificare la savana e i suoi animali, l’ambiente naturale, in sostanza, in La mia Africa sono gli uomini, con le loro differenze culturali, che vengono in luce: natura vs cultura, due punti di vista diversi per descrivere una terra meravigliosa e senza dubbio diversa dal caro vecchio Occidente. Emerge un’altra differenza: Hemingway si ferma in Africa pochi mesi, esprime il desiderio di fermarsi per sempre, ma non lo fa. Karen Blixen, invece, ci vive davvero, per anni. Cambia perciò la percezione di ciò che colpisce più la fantasia, di ciò che merita di essere ricordato: l’avventura selvaggia, per Hemingway, la vita, con i suoi piaceri e i suoi affanni per la Blixen. Sembrano due mondi tanto diversi, eppure siamo nella stessa regione di questo continente, con le stesse etnie che la abitano: i Kikuyu, i Masai, gli Indiani che dall’India sono venuti in Africa a fare fortuna, con la loro attività mercantile. La lingua indigena è la stessa, lo swahili, e il lettore più attento avrà colto alcune parole che ricorrono in entrambi i racconti: mensahib (signora) per esempio, buana (signore), kufa (morto). Su una cosa i due racconti coincidono: sono autobiografici e scritti da bianchi. Entrambi ammettono differenze culturali con i neri, senza coglierle con disprezzo o come espressioni di manifesta arretratezza (solo la Blixen un paio di volte si fa sfuggire “primitivi”) ma registrandole come diverse, bizzarre in qualche caso, ma mai inferiori. Entrambi, poi, si innamorano letteralmente di questa terra, dei suoi ritmi di vita rallentati, con la consapevolezza che qui non comanda l’uomo occidentale, nonostante ne abbia l’illusione, ma la natura.

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4 thoughts on “KAREN BLIXEN, LA MIA AFRICA

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