Georg Forster, Viaggio intorno al mondo

Mi ha sempre incuriosito l’epoca delle grandi esplorazioni geografiche: l’ignoto, la consapevolezza, e insieme la speranza, che più navighi in oceani lontani più possibilità avrai di scoprire nuove terre, e poi la voglia di conoscere, la paura e la curiosità per il diverso, la superstizione contro i pericoli del mare… sono tutti sentimenti comuni a coloro che, dai marinai ai capitani, ai naturalisti e ai medici di bordo che partecipavano a questi viaggi, fino ai regnanti e alle nazioni che li finanziavano e li patrocinavano, nei secoli seguenti alla scoperta dell’America, soprattutto nel ‘600 e ‘700, solcavano i mari alla ricerca di nuove terre. I motivi? I più disparati: nuove terre, nuovi sudditi, commerci, civilizzazione di popoli primitivi, scoperte scientifiche e naturalistiche, studi antropologici. In questo clima, che vede coinvolte le grandi potenze europee, si collocano i viaggi di Cook, nella seconda metà del ‘700, e tra questi si inserisce il resoconto del secondo viaggio, per opera di Georg Forster, giovane naturalista tedesco imbarcato insieme al padre, naturalista di professione. Scordatevi un racconto avventuroso, accattivante e affascinante. Scordatevi descrizioni esotiche  e una prosa ammaliatrice: rimarrete delusi, ma avrete uno spaccato del pensiero del tempo, infarcito di filosofia illuministica e attento più agli aspetti antropologici e sociali che non all’esplorazione di nuove terre. Il “Viaggio intorno al mondo”, il secondo viaggio di Cook, aveva uno scopo: dimostrare o smentire che esistesse un continente antartico. Cook non lo trova, pur spingendosi a latitudini folli per una nave: sotto il 71° parallelo Sud, mettendo a repentaglio la salute, già provata, dell’equipaggio. Fa sorridere allora, l’affermazione in merito, un po’ da “La volpe e l’uva”: “se qualche terra ci è sfuggita, doveva trattarsi di un’isola che per la sua lontananza dall’Europa e per il suo clima inclemente non può essere minimamente utile all’Inghilterra” (XIII, 465). A Forster interessa la natura umana, ed è questa che sottolinea, in quanto ritiene che sia questo lo scopo per eccellenza di ogni viaggiatore filosofico (XVIII, 675): egli infatti non vuole essere un viaggiatore qualunque, ma un intellettuale illuminista teso a confrontarsi con i molteplici aspetti della realtà in uno spirito di indagine critica. Si sofferma molto sull’organizzazione sociale delle popolazioni con le quali viene a contatto e comincia a notare come proprio il contatto con gli Europei abbia già provocato dei danni all’autenticità delle culture indigene, tanto che arriva a dire a proposito di Tahiti che se l’ingerenza degli stati europei, anche a livello di civilizzazione, “deve prodursi a scapito della felicità di intere nazioni, allora sarebbe stato meglio, tanto per gli scopritori quanto per la gente che venne scoperta, che agli irrequieti europei il Mare del Sud fosse rimasto sconosciuto per sempre!” (IX, 332).  E ancora, a proposito della Nuova Zelanda “Credo che la miglior sorte l’abbiano avuta proprio quelle popolazioni che più si son tenute distanti da noi, e per paura e diffidenza non hanno mai permesso ai nostri marinai di diventare troppo intimi con loro” (VI, 208). Si sofferma sulle condizioni umane, non solo degli indigeni, ma anche dell’equipaggio di cui lui fa parte, Due cose in particolare attirano il suo interesse: la salute dei marinai e di Cook, lo scorbuto e i rimedi approntati, le fatiche del viaggio e o stato d’animo dopo tanto navigare, soprattutto alle latitudini più fredde. “Ghiaccio, nebbia, tempeste e mare furioso dipingevano scene tetre, solo raramente rallegrate da un fugace raggio di sole. Il clima era freddo e le nostre vivande, pressoché andate a male, erano disgustose. Conducevamo insomma un’esistenza soltanto vegetativa, appassivamo e diventavamo insensibili a tutto ciò che di solito allieta lo spirito. Al dubbio onore di aver attraversato tratti di mare sconosciuti sacrificavamo la nostra salute, i nostri sentimenti e la nostra gioia.” (XIII, 468); l’altro argomento è il sesso promiscuo, in particolare la licenziosità delle indigene, il loro svendersi in cambio di qualche perlina e l’approfittarsene da parte dei marinai. Il giovane Forster sembra scandalizzato, e forse realmente lo è, ha parole di spregio per le “puttanelle” polinesiane ma non mi stupirei se dietro questo suo disgusto, e questa sua insistenza nel parlarne, non vi fosse una certa invidia nei confronti dei marinai che potevano soddisfare i loro istinti mentre a lui forse l’etichetta non lo consentiva, o forse anche lui ha goduto delle gioie delle belle polinesiane, ma non può ammetterlo, tornato nell’Europa puritana, e quindi condanna questi atteggiamenti… bah, chi può dirlo! Però desta qualche sospetto questo suo continuo insistere, per ogni isola, per ogni approdo…

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Ciò che colpisce il lettore moderno è il sentir nominare località come Bora Bora, e in genere la Polinesia, oggi mete del turismo d’élite, tutte hotel 5 stelle all inclusive e snorkeling, e immaginarle come terre selvagge abitate da uomini mezzi nudi che nulla sapevano del profitto e del viaggio di piacere, ma già all’epoca accoglienti fin troppo, forse, abitatori di una terra dal clima assolutamente invidiabile.

Fanno sorridere il lettore moderno alcune considerazioni meccaniciste che Forster semina qua e là per il testo, per giustificare alcune caratteristiche fisiche degli indigeni: per esempio degli abitanti della portoghese isola di Madera egli dice “La gente del popolo… è ben fatta, ma con piedi grandi: il che deriva forse dal doversi arrampicare per gli erti e sassosi sentieri delle montagne” (I, 54).

Il viaggio per il giovane Georg Forster è un’esperienza incredibile, della cui importanza egli è consapevole. Ma Forster è un illuminista figlio del suo tempo e forse è per questo che dalle sue pagine non trapela nessun lirismo, nessuna vivida emozione e descrizione. Se il viaggio si fosse svolto 50-60 anni dopo, invece che nel 1773, nel 1820 o 1830, ben diversi sarebbero stati i toni di questo giovane tedesco al servizio del re d’Inghilterra, ben diverse le immagini evocate, degne figlie dell’epoca romantica di cui Forster, essendo tedesco, sarebbe stato senz’altro fecondo interprete. Abbiamo invece una visione del mondo,e  dei nuovi mondi in particolare, illuminista, laica, centrata sull’uomo, sulla società civile, sulla conoscenza scientifica dell’altro. Col suo libro, il giovane Forster divenne il viaggiatore tedesco del secolo per antonomasia, dal cui lavoro prese il via, disse il naturalista Alexander Von Umboldt, una nuova era di viaggi scientifici, il cui scopo era l’etnografia e la geografia comparata, secondo un’ottica che doveva riunire in un unico panorama le scienze della natura e le scienze dell’uomo.

Il secondo viaggio di Cook non apporta grandi scoperte in termini di nuove terre: interessa di più definire le rotte, scoprire se esiste un Antartide (che verrà scoperto dai Russi nel 1820), verificare con spirito critico le scoperte e i resoconti degli esploratori precedenti: “ogni confutazione di un pregiudizio rappresenta un guadagno per la scienza”(II, 76), asserisce convinto Forster forse, siccome lo interessa di più confutare i pregiudizi e trarre deduzioni logiche dai comportamenti umani che altro, passa in secondo piano la scoperta delle Nuove Ebridi, avvistate per la prima volta da Cook nel luglio del 1774, dopo due anni di navigazione. Ci si aspetterebbe più entusiasmo da un evento del genere e invece no perché, per l’appunto, per le isole già scoperte da altri e da loro toccate durante il viaggio, c’era stato modo di “rettificare parecchi sbagli dei nostri predecessori e (di) confutare vecchi errori” (XVIII, 674): è questo, più che altro, che sembra dare grande soddisfazione al nostro autore. Eppure, sul finale, Forster è convinto dell’importanza della fin più piccola nuova scoperta (XXVI, 998): “Nulla è d’altra parte più evidente e certo del fatto che i pur non del tutto trascurabili arricchimenti che questo viaggio ha fornito all’insieme delle conoscenze umane valgono comunque ben poco se li commisuriamo a quel che ancora ci resta celato. Innumerevoli sono le cose ancora ignote (…) Ancora per secoli ci si apriranno nuove sconfinate prospettive (…)” e conclude, citando Petrarca: “Vedi insieme l’uno e l’altro polo, Le stelle vaghe, e lor viaggio torto; E vedi, ‘l veder nostro quant’è corto!

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