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Cogito ergo… vado a Corigliano d’Otranto, il “Paese Filosofico”

Ricordo ancora il mio primo impatto con lo studio della filosofia al Liceo: mi sembrava una materia troppo lontana, poco concreta e difficilmente comprensibile. Ben presto mi accorsi invece che la filosofia è l’opposto: è la storia del pensiero umano e come tale riguarda ogni aspetto delle nostre vite e delle nostre società, attuali e del passato. La filosofia è molto più concreta di quanto non sembri.

A Corigliano d’Otranto questo lo sanno da anni, anzi da secoli!

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

Fuori dal borgo si stende il primo giardino filosofico d’Italia, il Giardino di Sophia. In esso, che è un giardino pubblico dove si può passeggiare, portare a spasso il cane, prendere il fresco, sono disposte delle colonnine che riportano, scritti su dei mezzi vasi, le capase, pensieri di importanti filosofi di tutti i tempi: riguardano l’amore, l’amicizia, la morte, la vita. Sono frasi scritte e pronunciate secoli e anche millenni fa (si pensi a Socrate o Platone) eppure sempre molto attuali. Un’app studiata appositamente permette di approfondire il pensiero dei filosofi; alcuni esercizi commerciali di Corigliano hanno studiato dei prodotti speciali collegati al Giardino di Sophia: il migliore, a mio parere, è la cicuta del Bar Castello: tranquilli, è un ottimo liquore alle foglie d’olivo, non è un veleno.

Ma la filosofia a Corigliano non si limita al Giardino di Sophia. Da sempre i suoi abitanti hanno una spiccata propensione al filosofeggiare, al pensiero morale e all’educazione civile. Sarà che siamo nella Grecìa Salentina, un’area del Salento dove si è mantenuta fino ad oggi una cultura di matrice greca, che deriva ancora dall’occupazione bizantina: qui la gente si saluta a suon di kalimera e kalispera (buongiorno e buonasera), parla un dialetto, il Grico, che ricorda tantissimo la lingua greca e soprattutto è fiera e orgogliosa di questa particolarità, che rende queste terre uniche nel loro genere. Sarà per questo che qui a Corigliano amano la filosofia, la cui culla fu appunto la Grecia antica.

Le porte di Corigliano, le finestre, gli archi di accesso alle corti interne, dal XVI secolo in avanti si popolano, sulle proprie architravi, di iscrizioni in latino, in greco, in italiano, che invitano chi legge a riflettere sui temi della convivenza civile e dell’unità familiare, sull’inutilità dell’invidia; vengono chiamate “pietre filosofe” e tra dotte citazioni ed evocazioni suggestive, ci sorprendono e dimostrano l’alto livello culturale dei committenti e dei proprietari. L’anima di Corigliano d’Otranto si rivela in queste iscrizioni, che costituiscono la peculiarità di questo borgo, cuore della Grecìa.

La torre dell’orologio di Corigliano d’Otranto

Sotto la torre dell’orologio l’iscrizione ci parla del senso del tempo; l’iscrizione sulla porta della città è un monito contro l’invidia. “Noli me tangere” recita una breve iscrizione su un arco. L’insegna di un panificio è un’iscrizione in latino che racconta in modo aulico come dalle spighe di grano (“i frutti trebbiati di Cerere” li definisce) si ottenga la farina. C’è anche l’avvertimento che un marito geloso (o un padre protettivo?) fa mettere sulla finestra di Paolina, alla quale nessuno si dovrà avvicinare, o verrà divorato da un avvoltoio. Alcune iscrizioni sono veri e propri proverbi: “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te“, per esempio; altre sono frasi benauguranti: “che questa casa resti in piedi finché la formica non avrà bevuto tutto il mare e la tartaruga non avrà compiuto l’intero giro del mondo“.*

Il monumento iscritto più bello tra questi esempi “privati” è l’Arco Lucchetti, del XVI secolo. Non si tratta semplicemente di un’iscrizione, anzi, forse il testo scritto è l’aspetto meno interessante: su quest’arco sono rappresentate scene simboliche complicate da distinguere, ma che riconducono al tema dell’unione familiare. Sul lato sinistro due figure, marito e moglie, sorreggono una stella a 8 punte, simbolo della buona sorte, mentre accanto ad essi un cane con un anello in bocca simboleggia la fedeltà coniugale. La stella a 8 punti contiene alcuni rilievi da riferirsi a favole di Fedro o Esopo e ai relativi insegnamenti morali, che altro non sono se non consigli per condurre una vita nella giustizia e nella rettitudine. Segue la rappresentazione di San Giorgio e il drago tenuto al guinzaglio dalla principessa. Sull’altro lato dell’arco, due grandi uccelli bevono da uno stesso recipiente d’acqua, e una gallina tiene in bocca un anello: nuovamente il richiamo è all’unione coniugale e alla vita insieme. Un messaggio beneaugurante ai proprietari della casa.

I rilievi sull’Arco Lucchetti di Corigliano d’Otranto

Infine, il castello, con le sue sculture di personaggi illustri, è a sua volta un monumento parlante: le statue poste sulla sua facciata riportano le virtù dei personaggi cui riferiscono. Ognuno dei quattro torrioni del castello, poi, è affidato a un santo, scolpito a bassorilievo, a indicare le virtù del buongoverno.

Il castello di Corigliano d’Otranto

 

Questo post fa seguito all’Educational Tour #santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina di cui ho scritto negli scorsi post.

* le traduzioni sono di Orlando D’Urso, che ci ha fatto da guida a Corigliano d’Otranto e che ha studiato le pietre filosofe della cittadina. 

10 cose da sapere sul Salento (che ho scoperto in un educational tour)

Lu sule, lu mare, lu ientuil Salento è noto per essere innanzitutto il bel mare della Puglia. Ed è vero: la fama di Gallipoli e Porto Cesareo supera di gran lunga i nostri confini. Il suo capoluogo, Lecce, è definita la Firenze del Sud per la bellezza dei suoi monumenti e del barocco leccese, e per il suo centro storico così ben tenuto. Negli ultimi anni, poi, grande successo sta avendo la Notte della Taranta e in generale la pizzica, la musica popolare salentina. Il Salento, ultimamente, gode di una grandissima notorietà, ma siamo sicuri che sia solo mare, ulivi, barocco leccese e pizzica?

In questo post vi racconto 10 aspetti del Salento assolutamente da sapere, che ho scoperto poco tempo fa nel corso di un educational tour in questa bella terra. Riguardano la cultura, le tradizioni locali, la storia; sono 10 aspetti che fanno sì che il Salento si distingua dal resto della Puglia e dal resto d’Italia.

1) La Grecìa salentina e il grico

La chiesetta di S. Stefano a Soleto, dove si fonde la tradizione greco-bizantina con quella latina. Soleto è parte della Grecìa salentina

Kalimera!“, “Kalispera!“: può capitare di passeggiare per Corigliano d’Otranto o per Soleto e sentire gli abitanti salutarsi in questo modo. Ohibò! Ma siamo in Grecia? Non esattamente: spostiamo l’accento e siamo in Grecìa, nella Grecìa salentina, una piccola area del Salento nella quale si parla il grico, un dialetto molto vicino alla lingua greca, perché storicamente è rimasta legata ad un lontano passato durante il quale la Puglia fece parte dell’Impero Romano d’Oriente. Nei secoli tra il VI e l’XI d.C., infatti, la Puglia fu sottomessa all’imperatore bizantino sia per quanto riguarda gli aspetti linguistici e culturali che per quanto riguarda la religione cristiana. Nonostante la conquista normanna della regione, qui fu mantenuta la lingua greca e il rito greco bizantino nella religione cristiana: pur riconoscendo l’autorità del papa, esso si discostava però dal rito cattolico romano per alcune peculiarità. Proprio questa differenza fu fortemente osteggiata nel corso dei secoli e fu principalmente colpa del papato se il territorio della Grecìa si ridusse drasticamente (oggi conta solo 9 comuni, tra cui l’orgogliosissima Soleto) e si perse alla fine l’usanza del rito greco bizantino (che è cosa diversa dal rito ortodosso!). Comunque sia, oggi, dopo 1500 anni ancora rimane il ricordo del passato greco della regione e nella grecìa ne vanno proprio fieri.

2) La pietra leccese

Colonna del portale della chiesa madre di Corigliano d’Otranto

La pietra bianco-giallastra del Salento vi colpirà per la sua luce e per le sculture a rilievo che la animano.

Non mi riferisco a quelle fatte dall’uomo, ma a quelle create dalla consunzione stessa della pietra! Sembrano colonne di corallo, più che di pietra, perché si creano sulla superficie tanti ghirigori del tutto naturali. Certo, poi gli scalpellini salentini ci aggiungono del loro: e così abbiamo gli esiti straordinari del barocco leccese, come le favolose decorazioni del duomo di Lecce, con la pietra scavata come fosse un ricamo, resa perciò leggerissima, in grado di dar vita a giochi di chiaroscuro davvero notevoli o a quelle teste così bizzarre e mostruose che adornano i mensoloni di sostegno dei balconi. Se abbandoniamo il capoluogo salentino e ci spostiamo nei borghi più piccoli, la questione non cambia: che siano i portali delle chiese, come quello, splendido, della chiesa madre di Corigliano d’Otranto, o che si tratti dei portali delle case private, la morbidezza di questa pietra ha consentito agli artigiani di realizzare dei capolavori di eleganza e di fantasia che lasciano a bocca aperta. La pietra leccese, infine, è luminosa, cattura i raggi del sole e li irradia all’intorno. E tutto diventa luce.

3) Il tarantismo

Accennavo alla Notte della Taranta: è una manifestazione che si svolge d’estate, a luglio, e che anno dopo anno attira sempre più giovani da tutta Italia, attirati dai concerti organizzati in ciascuna delle tappe, da Corigliano d’Otranto a Melpignano, e che vede nel ballo della Taranta, o della pizzica, il suo momento più importante; una danza ossessiva, fatta di passi semplici, ma antichi e faticosi. Ciò che non tutti sanno è da dove deriva la Notte della Taranta e perché è tanto radicata qui nel Salento.

Il tarantismo in realtà è tutto fuorché una festa: in passato era un rituale di guarigione delle giovani donne che venivano morsicate dalla tarantola, il ragno che si trova nei campi di grano. La fanciulla morsicata doveva espellere il veleno ballando forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica, andando in trance e fermandosi solo quando crollava esausta. Un’usanza pagana che la religione cristiana non riuscì a eliminare, ma che pose sotto la protezione di San Paolo. Così a Galatina nella cappella di San Paolo è scritto “vietato danzare in chiesa”: una frase quantomeno bizzarra, se non si conosce tutta la questione. Oggi il tarantismo non si manifesta più, perché sono cadute definitivamente le credenze rurali che avevano dato origine a questa pratica tutta femminile. Il ricordo rimane oggi nella Notte della Taranta, che però è tutt’altra cosa.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

4) Mamma li turchi!

Ci fu un lungo periodo in cui l’Italia meridionale, e la Puglia in particolare, fece gola ai Turchi. Nel 1480 Otranto fu conquistata da un ferocissimo comandante turco e dal suo nutritissimo esercito. La città dovette cedere all’assedio e ai cittadini maschi fu chiesto di convertirsi e sottomettersi. Ma essi rifiutarono. Così furono decapitati, uno dopo l’altro. Il primo decapitato, però, rimase ritto in piedi finché l’ultimo non fu giustiziato. Erano 500, mica pochi. La maggior parte dei loro crani e delle loro ossa è raccolta in tre grandi teche dentro la cappella della navata destra della Cattedrale di Otranto, mentre sotto l’altare si trova la pietra sulla quale venivano tagliate le teste. Un po’ macabro e lugubre, ma tant’è. Gli Ottomani trasformarono la cattedrale nella loro moschea, fino a quando Alfonso d’Aragona non espugnò nuovamente la città. Ai turchi in difficoltà non restò che rifugiarsi nella moschea/ex cattedrale, sperando così di essere salvi. L’esercito aragonese non si fece problemi, però, e distrusse il portale della chiesa irrompendo all’interno. Blocchi del portale sono oggi ricoverati al Castello Aragonese, la splendida fortezza che dopo la dominazione turca fu costruita per difendersi da eventuali successivi attacchi dei turchi.

La cappella dei 500 martiri di Otranto, con tutti i teschi e le ossa nelle teche alle pareti

5) Otranto, la cattedrale e Pantaleone

La cattedrale di Otranto vanta il pavimento a mosaico più esteso che si conosca. Il suo autore, il monaco Pantaleone, lo realizzò nel 1167. Nella navata centrale un lungo albero, l’Albero della Vita, si distende lungo tutto il percorso; ai lati dei suoi rami si dispongono le figure: animali reali o fantastici, Noè che costruisce l’arca, simbolo dell’uomo pio che obbedisce a Dio e proprio per questo avrà la salvezza; Alessandro Magno che invece pecca di superbia nei confronti degli dei così come i costruttori della Torre di Babele, rappresentati al lavoro sul grande cantiere che non avrà mai compimento. Al di sopra dell’albero Adamo ed Eva, la rappresentazione dei mesi attraverso il lavoro dell’uomo, Caino e Abele e Re Artù (chissà perché) e tante tante altre figure, non sempre così facilmente identificabili. Pantaleone attraverso il suo mosaico voleva illustrare al popolo di Otranto la differenza tra una vita retta e la tentazione del peccato, e la conseguenza che la scelta del peccato comporta: così è spiegato il lavoro dell’uomo, come conseguenza del Peccato Originale di Adamo ed Eva.

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

Artisticamente è impressionante: le figure sono grandi, a colori, si dispongono ordinate sul fondo bianco e costituiscono un tappeto che quasi dispiace calpestare. Del resto, però, il suo scopo era proprio quello di essere calpestato, vissuto, osservato: un pavimento parlante, in tutto e per tutto.

6) Il punto più a est d’Italia

Capo d’Otranto è il punto più a Est d’Italia. Sulla cima del promontorio un bellissimo faro, il faro di Punta Palascìa, è il luminoso custode di questo luogo così significativo. Inizialmente fu costruito dai militari dell’imperatore Carlo V come torre d’avvistamento per la sua posizione strategica sul canale d’Otranto. Oggi, che non vengono più pericoli dal mare, è un punto panoramico eccezionale, calato in un contesto naturalistico suggestivo e protetto.

Il faro di Punta Palascìa visto dalla cava di Bauxite fuori Otranto

7) Migrazioni

Il Canale d’Otranto è il punto in cui l’Adriatico è più stretto, ovvero dove la costa balcanica dista appena 60 km. Questo tratto di mare, oggi così bello, pacifico, amato per le spiagge e per il turismo estivo, è stato ancora non più tardi di 20 anni fa protagonista di speranze, e di morte in tanti casi, per i migranti albanesi. Ricordo, da giovanissima, le immagini di navi piene di gente, di carrette del mare straripanti di persone (immagini non molto diverse da quelle di oggi tra l’Africa e Lampedusa), i tg che dicevano quanti erano morti e quanti sopravvissuti all’ennesima traversata. Ogni tanto qualcuna di queste imbarcazioni affondava portando con sé le speranze e la disperazione di quella gente. Una barca è stata recuperata ed è diventata monumento alle migrazioni di ogni tempo. Si intitola “L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante”, realizzata da Costas Varostos. Si trova a Otranto, presso il porto, e il messaggio che veicola è quantomai attuale (Su questo monumento sono interessanti le riflessioni di lavoroculturale.org)

“L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante” di Costas Varodos è il relitto della nave KJater I Rades affondata nel 1997 con 120 migranti albanesi a bordo

8) Una terra antichissima

Si data al VI millennio a.C. questo volto dipinto della Divinità madre rappresentato sull’orlo di un vaso. Proviene dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, il più antico stanziamento umano della zona.

Il Salento da sempre è una terra ospitale. Questo è il messaggio che ci trasmette, all’interno del Castello Aragonese di Otranto, la sezione espositiva dedicata alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, una grotta che si trova nel Salento, importante perché conserva le testimonianze artistiche dei più antichi abitanti della regione. La Grotta dei Cervi fu frequentata nell’età neolitica da uomini dediti già all’agricoltura e alla produzione ceramica. Costoro usarono la Grotta probabilmente come santuario, perché coprirono le sue pareti di raffigurazioni geometriche, animali (i cervi che danno il nome alla grotta) e umane, con scene di caccia, ma anche simboli magici e figure astratte. Gli scavi condotti nella Grotta hanno restituito un buon quantitativo di oggetti in ceramica a decorazione impressa, la più antica e semplice, non realizzata al tornio, ma modellata a mano: il Neolitico è l’età in cui l’uomo diventa stanziale, scopre l’agricoltura e inventa la ceramica. Uno stadio fondamentale dello sviluppo umano, perché è quello che darà il via alla formazione delle società umane, dei villaggi e poi, a seguire, delle città.

La grotta non è visitabile; l’esposizione al Castello Aragonese, con la riproduzione delle rappresentazioni rupestri è il modo per restituire al pubblico il capitolo della storia più antica di questa regione.

9) I colori impensabili della natura

Attraversando la Puglia si resta colpiti dal paesaggio piatto, giallo, costellato di oliveti, qua e là una masseria fortificata, retaggio di un tempo in cui bisognava proteggersi anche nell’interno dalle incursioni dei Turchi. Il giallo e il verde argenteo delle fronde di olivo dominano la tavolozza del nostro orizzonte visivo. È il ritratto di una terra assolata, assetata anche, ma generosa.

Ci sono delle eccezioni a questa tavolozza. Una, incredibile, è la cava di bauxite poco fuori Otranto. Il rosso della terra, colorata dalla bauxite e dagli ossidi di ferro, e il verde dell’acqua del suo laghetto naturale sono accesissimi. Qui è stato sfruttato fino agli anni ’60 del Novecento un giacimento di bauxite. Scava che ti scava, però, la cava è arrivata un po’ troppo in profondità, tanto da intercettare la falda acquifera. In poco tempo è stato impossibile proseguire l’estrazione e il giacimento è stato abbandonato. Come in ogni favola a lieto fine, la natura si è riappropriata del suo territorio, e con che grazia l’ha fatto! Laddove l’affioramento della falda aveva fatto fermare gli estrattori, oggi c’è un laghetto la cui acqua verde sembra surreale. Intorno esso è racchiuso da pareti di roccia rossa, sulla quale sono cresciuti giunchi, arbusti, cardi e fiori vari. Un tripudio di colori vivaci e accesi, un inno alla natura vincitrice.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

10) Gli spettacoli incredibili delle luminarie

In Salento sanno festeggiare come si deve. La festa del Santo Patrono, poi, diventa un’occasione di gioia e di esaltazione senza pari! Nascono per questa gioiosa esigenza di culto le luminarie, che oggi sono diventate vere e proprie installazioni artistiche, che uniscono alle luci la musica e i suoni. Spettacoli che niente hanno da invidiare ai fuochi d’artificio, anzi, ancora più spettacolari se possibile. A vederle spente, queste architetture in legno bianco e lampadine sembrano solo una pacchianata a chi non ne conosce le motivazioni e il lavoro che c’è dietro. Ma quando si accendono, e vanno a ritmo di musica dando vita a veri e propri spettacoli seguiti da un pubblico estasiato, si capisce subito che dietro c’è un progetto studiato al dettaglio che unisce le competenze degli artigiani con quelle degli elettricisti, degli informatici e dei tecnici del suono. Insomma, si fa presto a dire luminarie. A breve, all’inizio di luglio, la festa di Santa Domenica a Scorrano sarà l’evento più atteso: cosa ci riserveranno le luminarie quest’anno? Perché qualche anno fa, stando a questo video, furono qualcosa di davvero incredibile.

Per fare le luminarie ci vogliono le lampadine… visitando la fabbrica di MarianoLight a Corigliano d’Otranto

Vieni a bloggare in Puglia: #Santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina

Quando meno te l’aspetti salta fuori un blogtour. Per la precisione, un educational tour nella Grecìa Salentina, che a sua volta è una piccola parte del Salento. Se il Salento è noto per il mare e per alcuni centri più importanti, come Lecce, Otranto, Gallipoli, la Grecìa è un po’ meno nota. Soprattutto, fuori dalla Puglia, non si sa che qui, in 9 comuni, si parla tranquillamente il Grico, un dialetto che deriva dalla lingua greca. Questa peculiarità è ciò che resta di un periodo ormai lontanissimo nel tempo in cui la Puglia fu parte dell’impero Bizantino, alla caduta dell’impero romano d’Occidente. Ciò comportò l’uso della lingua, il greco appunto, e del rito greco bizantino nel rito cristiano.

Ma andiamo con ordine. Tre blogger: io, Stefania Brutti per Memorie dal Mediterraneo e Mattia Mancini di Djed Medu – Blog di Egittologia. Il comune di Corigliano d’Otranto ci ha invitato durante il Festival dell’Inutile Santi Lumi 2017, una manifestazione culturale che si svolge in questo periodo nel Castello, proprio per farci scoprire questo territorio e le sue peculiarità culturali.

In questo post vi racconto ciò che abbiamo fatto e visto, mentre lascerò i tanti necessari approfondimenti a post successivi. Pronti a partire con noi?

1 giugno: Corigliano d’Otranto: il paese filosofico

Arriviamo a Corigliano nel pomeriggio. Il paese ci accoglie con un sole pieno che fa risaltare la pietra bianca leccese nella quale sono costruite il castello, la chiesa, i palazzi. Alloggiamo in uno splendido b&b dietro la chiesa madre: tre grandi appartamenti che affacciano su una corte interna. Il cielo blu si insinua tra le finestre diroccate del piano superiore.

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

L’appuntamento del pomeriggio, il primo incontro a Corigliano, è con il prof. D’Urso, il quale ci racconterà perché ci troviamo nel “Paese Filosofico”.

L’iniziativa è in effetti piuttosto recente. Anna Fiore, ex sindaco della cittadina, decide di allestire i giardini pubblici fuori dal castello come “Giardino di Sophia”: un percorso che attraverso motti e frasi celebri di importanti filosofi di tutti i tempi invita alla riflessione sulla vita e sulla condizione umana. La storia del pensiero occidentale è una delle basi della nostra cultura, senza che ce ne accorgiamo, viviamo totalmente in una società che deriva i suoi concetti fondamentali addirittura dai grandi pensatori greci. E infatti frasi di Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, poi di Seneca, di Sant’Agostino e ancora di Nietzche e di Voltaire ci accompagnano nel giardino: non sono riflessioni oscure e incomprensibili, ma al contrario parlano dei sentimenti e delle passioni umane, dell’amicizia, della morte: la filosofia sa essere molto concreta, a volte. Inizialmente, con l’apertura del Giardino di Sophia, alcune attività commerciali di Corigliano avevano creato dei prodotti specificamente dedicati. Di tutti proveremo la Cicuta, un liquore a base di foglie d’olivo, che richiama nel nome il veleno che dovette bere Socrate condannato a morte.

L’idea del “paese filosofico” affonda a Corigliano radici ben più profonde, però: sugli architravi delle porte, sugli archi di accesso alle corti interne compaiono varie e tante iscrizioni in latino: alcune sono quasi incomprensibili, altre mezze cancellate dal tempo, altre ancora invece sono traducibili: sono moniti contro l’invidia, formule di protezione della propria casa, messaggi di invito alla pacifica convivenza civile. Tra tutte risaltano la lunga iscrizione sotto la torre dell’orologio e l’Arco Lucchetti, che più che essere iscritto è istoriato con scene simboliche il cui significato, molto criptico, riconduce all’unione familiare.

Visitiamo anche la chiesa madre di Corigliano d’Otranto, della quale ci colpisce il pavimento a mosaico che ricorda per molti aspetti il mosaico della cattedrale di Otranto, anche se quello è decisamente più antico e più carico di significati religiosi e simbolici.

Il castello di Corigliano d’Otranto

In serata raggiungiamo il castello, con le sue belle torri e il fossato intorno. Anche il castello è “parlante”: una serie di statue sulla facciata portano iscritta la virtù alla quale ogni personaggio si riferisce. Il castello ha una corte centrale, usata per eventi come il Festival dell’Inutile, sulla quale si aprono degli ambienti al piano terra: alcuni, indagati archeologicamente, hanno restituito materiali che saranno allestiti presto in un museo all’interno del castello, ancora in fase di progettazione.

2 giugno – mattina: Soleto e Galatina

Due paesi a pochissimi km l’uno dall’altro, totalmente diversi per l’eredità culturale di cui sono portatori: Soleto è Grecìa, in paese la gente parla il Grico come se fosse la lingua madre e finché ha potuto ha aderito al rito cristiano greco-bizantino, che fu a lungo osteggiato da papi e principi cattolici di rito romano. Galatina invece si arrende prima alle imposizioni religiose di Roma, grazie ad una forte presenza dei Francescani, e infatti oggi non fa parte della Grecìa. Ma per meglio capire le differenze tra i due paesi e i due riti religiosi, cosa c’è meglio dell’arte?

A Soleto visitiamo la piccolissima chiesa di Santo Stefano, interamente affrescata all’interno con scene della vita di Santo Stefano, della vita di Cristo, del Giudizio Universale e con la rappresentazione della Sophia, la Saggezza di Cristo, rappresentata due volte, sia come un Cristo giovanissimo e imberbe, che come figura femminile, ma sempre benedicente. Iconografie densissime, spesso di difficile lettura, realizzate da pittori sia di tradizione bizantina che di tradizione latina: lo scopo era la convivenza pacifica di due culture. In tutto questo tripudio di figure e di colori una delle raffigurazioni più intriganti è quella del Diavolo che tenta Gesù nel deserto con zampe di rapace e saio da frate francescano.

La scena del Diavolo tentatore rappresentato con zampe da rapace e il saio da francescano è una delle scene più bizzarre nella chiesa di Santo Stefano

A Galatina i frati francescani riescono nell’impresa di imporre il rito cattolico romano. La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, interamente dipinta nello stile gotico internazionale, ricorda per certi versi la basilica Superiore di S. Francesco d’Assisi. Ogni campata della navata centrale qui è dipinta con un tema diverso, l’Apocalisse, le storie della Bibbia, la vita di Cristo; ma l’immagine più importante è quella, sul soffitto, ben evidente a chi entra, dell’amigdala con al centro Cristo e il papa, del quale è così sancita la preminenza assoluta.

Una passeggiata per il centro di Galatina è occasione per scoprire, presso la cappella di San Paolo, il fenomeno del tarantismo: quello che oggi è occasione di festa e musica, la Notte della Taranta, fino ancora a pochi decenni fa era un’usanza difficile da definire, era il rituale di danze forsennate che le donne morsicate dal ragno ballavano andando in trance al ritmo ossessivo della pizzica.

Nel pomeriggio andiamo a Otranto. La bella cittadina sul mare ci accoglie dalla sua porta nelle mura, realizzate da Alfonso d’Aragona dopo aver ripreso la città che nel 1480 era stata assaltata e occupata dai Turchi. Quel giorno 500 martiri che rifiutarono di divenire schiavi furono decapitati. Le loro ossa sono raccolte in grandi teche esposte nella navata destra del Duomo. Ma certo non sono la cosa più eclatante.

Il grande pavimento a mosaico del duomo di Otranto colpisce innanzitutto perché si stende su tutta l’estensione della chiesa, sia nella navata centrale che in quelle laterali. Realizzato dal monaco Pantaleone nel 1167, il mosaico è la summa degli insegnamenti cristiani uniti alla cultura greca: compare Alessandro Magno accanto a Mosè, per fare un esempio. La rappresentazione dell’Albero della vita in cima al quale si trovano Adamo ed Eva, i 12 mesi coi lavori dell’uomo, Caino e Abele e re Artù è tuttora di difficile comprensione. Sotto la chiesa si apre la cripta, sorretta da tante colonnine e capitelli di reimpiego (quelle cose belline che piacciono a me).

Passeggiando per Otranto

Quando torniamo alla luce passeggiamo per Otranto, bellissima, con le sue casette bianche che mi ricordano, non a caso, l’altra sponda dell’Adriatico. Quindi, ci rechiamo al Castello Aragonese, la fortezza a difesa della città e del Canale d’Otranto, oggi sede espositiva e punto panoramico, ma all’epoca luogo del potere e della difesa: le sue stanze hanno pareti spessissime di pietra, con lunghe bocche per i cannoni al posto delle finestre. Oggi, il Castello ospita mostre temporanee (da metà giugno una mostra su Caravaggio) e presenta i reperti provenienti dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, nota per le sue pitture rupestri, ma non aperta al pubblico.

L’ultima tappa di questa giornata è la cava di bauxite poco distante: un luogo magico in cui la natura si è riappropriata del proprio spazio dopo essere stata abbandonata dall’uomo. Con questo paesaggio coloratissimo negli occhi rientriamo a Corigliano d’Otranto.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

3 giugno – il vasaio e le luminarie

Prosegue il nostro tour culturale alla scoperta, questa volta, dell’artigianato locale. Innanzitutto andiamo nell’azienda Colì, vasai di Cutrofiano dal lontano 1650: una tradizione familiare che si trasmette di padre in figlio. L’azienda è molto ampia, il forno è lunghissimo, concepito in modo da cuocere gli oggetti in terracotta alla temperatura costante di 800° per tante ore senza rischiare la cottura imperfetta, responsabile della rottura dei vasi. In azienda ovviamente si adottano le più avanzate tecnologie e si seguono le tendenze del gusto e del mercato. Ma ciò che rimane tradizionale è la vera forza di questo luogo: la lavorazione al tornio della materia prima. Giuseppe Colì si mette all’opera davanti ai nostri occhi e realizza un miracolo di argilla semplicemente facendo ruotare il tornio e usando sapientemente le mani e le dita. Uno spettacolo ipnotico.

il vasaio Giuseppe Colì all’opera mentre realizza un vaso al tornio. Giuseppe è campione internazionale di ceramica al tornio

A seguire visitiamo l’azienda MarianoLight che produce una cosa fondamentale per le feste di paese in Salento e in Puglia (e in generale al Sud): le luminarie. Si tratta di impalcature in legno bianco di varia forma e dimensione e variamente assemblate alle quali sono applicate lampadine assortite colorate. Quello che non sapevo è che con le luminarie si possono creare spettacoli di luci e musica, vere coreografie che lasciano a boccia aperta, e non solo: tra i committenti non ci sono solo i paesi, ma anche i brand di lusso, come Bulgari o Louis Vuitton, che commissionano scenografie luminose che ben si sposano con l’idea di lusso smodato. In questo campo la tradizione incontra l’innovazione tecnologica nella scelta delle luci più adatte (led o rgb), nei software da utilizzare per l’accensione delle luci in dialogo con la musica, nello studio di architetture sempre più elaborate e stupefacenti. Roba da restare con la bocca aperta. Non guarderò mai più le luminarie con gli stessi occhi, lo giuro!

Il teatro romano di Lecce e il campanile del duomo sullo sfondo

Nel pomeriggio, l’ultimo in Salento, ci spostiamo a Lecce. Qui facciamo un bel giro nel centro storico, attraverso Porta Rudiae fino al Duomo dedicato a Sant’Oronzo, poi fino a Piazza Sant’Oronzo nella quale si apre l’anfiteatro romano, quindi verso il teatro romano e infine entriamo a vedere gli scavi archeologici sotto palazzo Castromediano-Vernazza: siamo tutti e tre archeoblogger, del resto, e non potevamo resistere al richiamo!

Si conclude il blogtour #santilumi17 con un lungo viaggio in treno la domenica mattina, lungo tutta la linea ferroviaria adriatica. Impegnativa, ma è valsa davvero la pena. Grazie a Coolclub che ci ha contattato per conto del comune di Corigliano d’Otranto, nostro ospite e organizzatore dell’evento. In questi giorni ho conosciuto una terra di cui non solo a malapena conoscevo l’esistenza, ma che mi ha stupito per la profondità culturale di cui è capace. Il Salento non è semplicemente bel mare, è una terra di tradizioni antiche che sono riuscite a preservarsi e che sono il punto di forza di questa regione. Personalmente mi sono innamorata della Grecìa Salentina. Nei prossimi post ve lo dimostrerò!

La scoperta della Fratelli Alinari

Fino a pochi anni fa Firenze vantava un importante museo di fotografia: il Museo Alinari. Si trovava in Piazza S.Maria Novella, nella sede oggi occupata dal Museo Novecento. Era un museo articolato in due sezioni: una permanente dedicata alla storia della fotografia attraverso gli oggetti, macchine fotografiche, lastre di vetro, dagherrotipi, albumine e quant’altro della collezione dei Fratelli Alinari; una temporanea, dedicata a mostre di fotografi importanti (qui ad esempio ho visto la mostra di Robert Capa in Italia).

Qualche anno fa il museo ha chiuso, privando i Fiorentini e l’intera comunità di un patrimonio di inestimabile valore storico e documentario. Sì, perché i Fratelli Alinari custodiscono l’archivio fotografico più importante d’Italia, 6 milioni di immagini, e scusate se è poco.

Lo stenditoio Alinari: qui asciugano le foto sviluppate

Fortunatamente, se il museo ha chiuso, la Fratelli Alinari sente comunque l’esigenza di raccontarsi. Lo fa attraverso visite guidate alla sua sede storica, in Largo Alinari, in fondo a via Nazionale. Ho avuto l’opportunità di prendere parte ad una di esse pochi giorni fa. Ed è stata un’esperienza che vi consiglio caldamente.

Si comincia con un’introduzione che racconta chi furono i Fratelli Alinari, mostra in immagini d’epoca come lavoravano i fotografi di un tempo: in studio con tendaggi particolari per giocare con la luce, dato che non esistevano ancora i fari attuali, e con arredamenti particolari, in modo da ricreare ambientazioni che potessero piacere ai committenti della fotografia. Siccome non è che si scattasse e via, ma la posa poteva durare anche parecchi minuti, i soggetti delle foto dovevano restare assolutamente immobili. Così erano previsti sostegni anche per la testa, in modo da non rischiare di rovinare la foto. Accorgimenti che oggi ci risultano curiosi e ci fanno sorridere, ma all’epoca erano l’unica soluzione.

Una foto del Foro romano prima degli scavi, con le mucche che pascolano tranquillamente

La visita poi si sposta a conoscere gli ambienti in cui si svolge il lavoro della Fratelli Alinari oggi: luogo che è archivio della memoria fotografica italiana, ma anche luogo che perpetra la tradizione della fotografia italiana producendo, per chi ne fa richiesta, copie di fotografie impresse su lastra di vetro anche di più di 100 anni fa. La prima di queste stanze è la cosiddetta “Sala Vintage”.

La “Sala Vintage” altro non è che l’archivio fotografico, nella quale sono raccolte fotografie, album e libri d’epoca di quelli sui quali le fotografie erano incollate e non stampate come pagine.

Qui abbiamo visto due album diversissimi tra loro. Ah, innanzitutto una curiosità: l’album deve il suo nome all’albumina, la sostanza a base di albume d’uovo con cui vengono fissate le immagini sviluppate da lastra di vetro, responsabile del color “seppia” di tante fotografie d’epoca che conosciamo.

L’eruzione del Vesuvio. Archivi Alinari

Il primo album, “Italia” è un album fotografico da Grand Tour: la gente che viaggiava attraverso l’Italia per diletto non possedeva macchine fotografiche da portare con sé. Di conseguenza, l’unico modo per avere un album dei ricordi era affidarsi ad un fotografo che ne costruisse uno appositamente studiato con tutte le tappe. Alcune foto di quest’album hanno dell’incredibile: una ritrae Genova quando ancora aveva la Sopraelevata di marmo (non lo sapevate? Beh, neanch’io fino a poco tempo fa, poi ho letto quest’articolo); un’altra immortala alcune mucche mentre bucolicamente pascolano al Foro Romano che ancora doveva essere scavato (lo farà ai primi del Novecento Giacomo Boni); infine una foto, datata precisamente al 24 aprile del 1876, mostra tutta la potenza del Vesuvio in eruzione.

Una delle foto del reportage di Felice Beato in Giappone

L’altra serie di foto che vediamo invece è tratta dal reportage di Felice Beato in Giappone nel 1865: egli fu il primo fotografo occidentale a poter ritrarre i Giapponesi nelle loro case e nelle loro attività quotidiane dopo l’apertura del Giappone all’Occidente. Si tratta di albumine colorate, ovvero ritoccate a colore da pittori appositamente incaricati, per una moda che andava all’epoca.

Prosegue la visita nella lastroteca. Questo è un luogo che sa di antico e prezioso: sarà la stanzina buia, saranno tutte quelle lastre di vetro avvolte ciascuna nella propria carta marroncina, sarà che sono state impresse davvero più di un secolo fa, fatto sta che mi sento come in un museo. In effetti qui sono custodite le lastre con l’impressione originale dalla quale vengono poi sviluppate le fotografie su richiesta del cliente di turno. Si tratta dunque di un luogo vivo, funzionante, prezioso come il caveau di una banca.

La lastroteca Alinari

Continuiamo poi e ci affacciamo nella stanza dello stenditoio, ovvero dove le fotografie sviluppate sono appese ad asciugare (proprio con le mollette, come i panni!) e infine entriamo a vedere i macchinari della camera oscura. Il lavoro del fotografo è molto più che scattare, è anche riuscire a trasportare su un supporto toccabile un’immagine impressa. I macchinari sembrano industriali. Io non posso che rimanere esterrefatta di fronte a tutto ciò: come può essere venuto in mente a qualcuno di inventare un tale procedimento?

La visita è molto istruttiva, soprattutto per chi come me è quasi digiuno di storia della fotografia. La nostra guida con grande pacatezza ci ha accompagnato in un mondo per me pressoché nuovo, portando per mano il nostro stupore mentre salivamo e scendevamo per le scale strette che collegano i laboratori Alinari. L’auspicio è che visite come questa possano continuare a cadenza periodica, come hanno intenzione di fare quelli della Fratelli Alinari. Auspicando, ovviamente, che al più presto possa riaprire il Museo Alinari della Fotografia: a Firenze se ne sente la mancanza.

 

La Centrale Montemartini: quando l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica

Ci sono luoghi che hanno un’anima. Luoghi nei quali respiri un’atmosfera davvero diversa. La Centrale Montemartini non è il solito museo. Non è semplicemente un edificio che contiene una collezione di arte antica. È un edificio che ha un grandissimo valore di per se stesso. L’insieme delle due cose, l’edificio e la collezione d’arte antica, rendono la Centrale Montemartini un museo unico nel suo genere. Qui l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica. Il connubio è un vero matrimonio d’amore.

Centrale Montemartini: la sala Macchine

La Centrale Montemartini nasce all’inizio del Novecento, nel 1912, come centrale termoelettrica di Roma: fu il sindaco dell’epoca, Ernesto Nathan, a volere un’azienda pubblica municipale per l’illuminazione. Fu indetto un referendum e vinse il sì, così sorse la centrale termoelettrica municipale. Fu intitolata a Montemartini, uno dei più accesi sostenitori della municipalizzazione del servizio di illuminazione, che morì però proprio nel 1912, avviati i lavori, ma prima che la centrale potesse iniziare a funzionare. Negli anni ’30 la Centrale, seguendo le innovazioni tecnologiche dell’epoca, fu dotata di due motori diesel e rinnovata in alcune sue parti. Ma negli anni ’50 andò in disuso.

Centrale Montemartini, Sala Macchine

Divenuta un cimelio di archeologia industriale, negli anni ’90 è stata restaurata. L’architetto Francesco Stefanori ha l’idea sfrontata di darle un ruolo che non le appartiene, ovvero di trasformarla in un museo di arte antica. L’ennesimo a Roma, verrebbe da dire. Sì, forse, ma con un’anima tutta sua. Inizialmente, siamo nel 1997, fu allestita una mostra temporanea nella quale oggetti d’arte antica, statue romane in marmo bianco, erano poste sullo sfondo dei macchinari in ghisa. L’idea piacque e la mostra divenne permanente. E quest’anno festeggia i 20 anni di vita.

La bambolina in avorio di Crepereia Tryphaena

La collezione segue un suo preciso iter: il piano terra è dedicato all’arte della Roma repubblicana più antica. Capolavori da manuale come il frammento di pittura dalla tomba dei Fabii di III secolo a.C., uno dei più antichi esempi di pittura tombale romana, e la statua del Togato Barberini, che raffigura un anziano patrizio con in mano le teste/ritratto dei suoi antenati secondo una pratica comune presso le nobili famiglie romane. Al piano terra, però, la protagonista assoluta è la giovane Crepereia Tryphaena, una fanciulla promessa sposa ma morta prima di sposarsi, che fu seppellita con la sua bambolina, in tutto e per tutto simile ad una barbie di oggi: una storia tristissima che a distanza di quasi 2000 anni non smette di commuovere e che anzi, colpì il poeta Giovanni Pascoli, che le dedicò una poesia, all’indomani della scoperta della sua sepoltura, nel 1889.

Il treno di Pio IX

Al piano terra, una sezione recentemente allestita, e un po’ avulsa dal resto, ospita il treno di Papa Pio IX, il papa che volle che la nuova tecnologia dei trasporti della metà dell’800, la ferrovia appunto, arrivasse anche nello Stato Pontificio. I vagoni esposti sono elegantissimi, portano il “marchio” di Pio IX. Il primo viaggio si svolse nel 1859 lungo la ferrovia Pio-latina fino a Ceprano, sul confine col regno Borbonico. Ma di lì a poco l’unificazione d’Italia decretò la fine dei viaggi di questo bel treno.

Centrale Montemartini, sala macchine

Il cuore dell’esposizione è la Sala Macchine, al primo piano dell’edificio. Se già al piano terra abbiamo qualche avvisaglia dei macchinari in ghisa che facevano funzionare la centrale, salendo le scale rimaniamo decisamente a bocca aperta. I macchinari, due grandi motori diesel, neri, imponenti, sono collocati da una parte e dall’altra della sala. Lungo il loro lato, tante teste e statue antiche in marmo bianco si dispongono come ad una sfilata: riconosciamo dei e dee, imperatori, tutte opere di arte romana che un tempo erano nel deposito dei Musei Capitolini e che infine hanno trovato una degna collocazione. L’effetto del contrasto tra il nero pesante dei macchinari e il bianco candido ed elegante dei volti antichi è incredibile e lascia a bocca aperta. L’allestimento gioca appunto sul contrasto tematico, su antico e moderno, su bellezza e forza, su bianco e nero, su eleganza e grazia contro potenza e rumore. L’effetto dirompente è davvero ben riuscito e non si può restare insensibili.

Statua di Dioniso Sardanapalo, Centrale Montemartini Sala MAcchine

 

 

 

 

In fondo alla stanza, invece, si dispongono le statue che decoravano il frontone del tempio di Apollo Sosiano, di età augustea. Le statue sono originali greci: secondo una prassi consolidata nella tarda età repubblicana e primoimperiale, dalla Grecia fluivano a Roma opere d’arte greche di artisti più o meno famosi. Se molte opere venivano acquistate da collezionisti privati, molte altre invece erano esposte al pubblico, come ornamento per la città. Il frontone del tempio di Apollo Sosiano risponde a questa logica.

La musa Polymnia

Una grande sala attigua ospita statue di età imperiale avanzata, provenienti dagli Horti, ovvero dai giardini di alcune grandi case di Roma. Tra le sculture, senza dubbio la Musa Polymnia, avvolta nel suo mantello, con la sua espressione assorta e senza tempo, è l’opera maggiore; ma anche la statua del satiro Marsia appeso per essere scuoiato vivo (perché secondo il mito aveva osato sfidare Apollo nella musica, uscendo sconfitto dalla disfida) è capace di scuotere l’animo in chi la guarda. Tra i monumenti funerari, l’edicola del giovane Sulpicio Massimo, che nel 94 d.C. aveva vinto il certamen (gara) di poesia con un poemetto sul mito di Fetonte che volò troppo vicino al Sole, commuove perché i suoi genitori riportarono il testo di tutto il componimento poetico, fieri del talento di quel giovane artista troppo presto stroncato dalla morte. Ancora, nella sala, il pavimento è occupato da mosaici a tema di caccia: in essi è rappresentato il padrone di casa a cavallo mentre assale un cinghiale e altre scene simili con altri animali, secondo un gusto che nel III-IV secolo d.C. andava piuttosto di moda.

Fanciulla seduta, Centrale Montemartini

Il Museo della Centrale Montemartini si trova lungo la via Ostiense, all’uscita della stazione metropolitana di Garbatella. Volendo, poi, è anche raggiungibile a piedi da Ostiense, che non dista poi molto da qui. Altri esempi di archeologia industriale, oltre alla centrale, come il gasometro, si notano alle sue spalle. Sono i segni tangibili di una città che è cresciuta, che vedeva qui agli inizi del Novecento il suo polo industriale il quale, piano piano, è stato assorbito dalla città in espansione. Oggi la via Ostiense che esce dalle mura Aureliane a Piramide e va in direzione di Ostia è una zona ancora in espansione, a carattere residenziale e sede dell’Università di RomaTre: frequentata dai giovani, è il segno di una città che cresce, che non si ferma, che amplia i suoi spazi e i suoi orizzonti.

Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

Il borgo di Morano Calabro visto dal castello

La montagna calabrese accoglie piccoli borghi che sono veri e propri gioielli di storia e di tradizione. Erroneamente ho detto montagna calabrese: il Pollino e la Sila sono due catene montuose ben distinte e con caratteristiche totalmente differenti: montagne alte e aguzze il Pollino, un grande altopiano la Sila.

Il Pollino si incontra tra la Basilicata e le porte della Calabria. Le sue cime superano i 2000 m; è sede di un parco nazionale. Le sue cime sono innevate per gran parte dell’anno; ospita tantissimi boschi mentre alle pendici pascolano greggi di mucche e pecore: l’attività pastorizia in queste terre è ancora molto praticata, tant’è che Campotenese, qui in zona, è rinomata per la sua produzione di mozzarelle.

Lungo l’autostrada che ridiscende la punta dello Stivale incontriamo, nel Massiccio del Pollino, l’uscita di Morano Calabro. È questo il primo borgo che andiamo a visitare.

Morano Calabro

Un borgo medievale abbarbicato alla sua altura, dominata da un castello. Morano Calabro ha da sempre vocazione di controllo del territorio lungo percorsi di valico battuti da sempre, fin dai tempi dei Romani e forse prima ancora. Il castello avrebbe addirittura origini romane, ma è in epoca normanno-sveva che assume una certa importanza, proprio per la sua posizione: il perché si capisce affacciandosi dal castello: il panorama corre a 360° sul territorio per km e km, lo sguardo spazia sulle montagne del Pollino e sulla vallata ai nostri piedi.

Il castello di Morano Calabro

Il castello si conserva in buona parte, anche se ne ha passate tante, come si suol dire: ampliato nel XIII secolo, il periodo angioino, poi ingrandito ancora tra il 1515 e il 1546 nel periodo aragonese, quando aveva pianta rettangolare e sei torri cilindriche; nel 1806 il castello fu bombardato dai Francesi, ma i maggiori danni li fecero i proprietari che nel corso dell’800 lo spoliarono in alcune parti.

Oggi il castello è stato recuperato, soprattutto da quando nel 2003 Morano è entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia, e ospita eventi e manifestazioni culturali. Parte del borgo è stata trasformata in albergo diffuso e museo naturalistico. Il museo in particolare, molto didattico, adatto alle scolaresche, racconta la fauna, la flora, la mineralogia, il territorio, con una sezione dedicata agli insetti e una dedicata agli uccelli. Nel borgo alcune case sono state riattate ad appartamenti arredati in stile. Tutto ciò è opera de Il Nibbio, che gestisce tutto, per favorire la conoscenza e la crescita di questa fetta di territorio montano calabrese.

San Giovanni in Fiore

L’Arco normanno a San Giovanni in Fiore

Se Morano Calabro è un centro che nella storia rivestì un ruolo politico e militare, tutt’altra vicenda è quella di San Giovanni in Fiore, la cui esistenza è invece intimamente legata alla Chiesa.

San Giovanni in Fiore sorge nel cuore della Sila, lungo la Superstrada che collega la Calabria da parte a parte, da Paola sul Tirreno a Crotone sullo Ionio. Si trova praticamente nel mezzo, e oggi è raggiungibile piuttosto agevolmente. Ma nel Medioevo queste terre erano impervie e pressoché disabitate. Proprio in queste terre, però, l’eremita e teologo Gioacchino da Fiore costituì un’abbazia, che crebbe in importanza tanto quanto il santo che lo costituì: Gioacchino da Fiore viene infatti ricordato da Dante nel Paradiso, perché grande era stata la sua rilevanza nella Chiesa medievale. La costituzione dell’Abbazia, che risale al 1215, è un modo per consentire il popolamento di queste terre. Infatti intorno ad essa sorge il borgo medievale, e San Giovanni in Fiore diventerà da qui in avanti l’abitato più grande e fiorente della Sila.

uno sguardo medievale

L’abbazia, romanica, è piuttosto spoglia. Soltanto l’altare maggiore, dorato e barocco, è una concessione alle decorazioni, così come i sedili del coro retrostante, scolpiti nel legno a profilo di grifone. Per il resto, invece, c’è solo nuda pietra intorno a noi, fin nella cripta sottostante. L’abbazia affaccia su una piccolissima piazzetta; la chiesa sembra piccola, ma in realtà il complesso abbaziale è piuttosto grande. Gli si può girare intorno e, sul retro, troviamo il museo della Sila, un museo etnografico che racconta l’artigianato, la vita di montagna, l’allevamento e le attività tradizionali delle gente di questa montagna calabrese. Nel resto del borgo invece si annidano gli artigiani: orafi, ceramisti, produttori di tappeti e di scialli.

Passeggiando per il borgo si incontra ancora qualche traccia viva del passato medievale: l’Arco Normanno e la piccola testa di pietra che è lì, fissa, da quasi mille anni, a controllare chiunque passi di qui. Uno sguardo che sembra vuoto. Ma invece è prepotentemente espressivo.

L’ingresso della chiesa romanica di San Giovanni in Fiore

 

Due borghi per due montagne, due storie totalmente differenti. Morano Calabro e San Giovanni in Fiore non hanno poi così tanti punti in comune: l’uno è un borgo che sorge intorno ad un castello; l’altro sorge intorno ad un monastero. Sono i due volti diversi del popolamento dell’età medievale. Morano si abbarbica alla sua montagna, San Giovanni in Fiore si dispone con grazia accanto al monastero su un pianoro per nulla scosceso. San Giovanni in Fiore fa parte dell’Itinerario dello Spirito, che attraversa la Sila sulle tracce dei santi: Gioacchino da Fiore, per l’appunto, e San Francesco di Paola, arrivando a lambire Cosenza.

Il bello dei borghi antichi è proprio questo: ognuno ha la sua particolarissima storia, il suo personalissimo bagaglio di racconti e di monumenti. È bello scoprirli, abbandonarsi alla curiosità. Impariamo così nuove storie e anche un piccolo paese, niente più che un puntino sulla mappa geografica, diventa un luogo magico capace di incantarci.

Vinci, le Colline di Leonardo e il Montalbano

Un piccolo borgo immerso nelle colline toscane. Un borgo tra i tanti, si potrebbe dire; eppure, un borgo importantissimo per la storia non solo della Toscana, ma dell’arte del mondo intero: a Vinci, infatti, nacque Leonardo. Leonardo da Vinci, per l’appunto.

Glicine in fiore a Vinci

Bizzarra la vita di Leonardo. Nacque in questo borgo in campagna, figlio illegittimo di un nobile che conduceva affari a Firenze e della servetta di turno. Il bambino nacque, il nobile lo riconobbe come suo, tuttavia non poté farlo crescere come se fosse un figlio legittimo, pertanto lo lasciò in campagna con la madre, nei primi anni della sua esistenza, pur assicurandogli il necessario per vivere, per crescere e per istruirsi.

Se facciamo un giro per le terre del Montalbano, l’area in cui sorge Vinci, ci possiamo rendere conto del perché Leonardo amasse tanto la natura e ne fosse un acutissimo osservatore. Tutto ciò che egli apprese, infatti, lo vedeva costantemente intorno a sé: nella nebbia mattutina che avvolge i boschi, nel fogliame, nei colori delle foglie e della terra. Poi, quando da adolescente, fu portato a Firenze e andò a bottega dal Maestro Andrea Verrocchio, mise in pratica ciò che le sue terre gli avevano insegnato. Fino a diventare il genio che tutti noi conosciamo.

Vinci è un tranquillissimo borgo immerso nel verde. Le colline circostanti sono coltivate a oliveti e vigne: si tratta dell’Olio e del Chianti del Montalbano, le produzioni agricole caratteristiche di questi territori. La zona da sempre ha vocazione vinicola: basti pensare che nel 1616 Cosimo III Medici fissò per la prima volta le indicazioni geografiche tipiche per le produzioni del Chianti e del vino di Carmignano, che si produce nella vallata attigua a quella di Vinci. Vinci si trova infatti a metà strada, potremmo dire, tra la piana di Prato e Pistoia e quella di Empoli. Infatti si raggiunge sia dal fronte di Empoli-Montelupo (via Fi-Pi-Li) che da Poggio a Caiano-Carmignano lungo una bellissima via che risale la collina fino a Pietramarina e ridiscende attraversando boschi e vigneti.

L’uomo di Vinci rappresenta in 3d l’Uomo Vitruviano disegnato da Leonardo

Il borgo di Vinci è il classico piccolo borgo medievale toscano: sorge su un poggio, è cinto da mura, al suo interno si trovano la chiesa, il castello e le case in pietra. Qualche intervento moderno c’è: la Piazza dei Guidi, ad esempio, è stata risistemata niente meno che dall’artista Mimmo Paladino, che ha creato superfici inclinate, discontinue, decorate qua e là con simboli e illuminata a led: i bambini ci giocano ed è un incanto vedere come la piazza contemporanea si sia integrata nel contesto medievale.

La vera attrattiva di Vinci è però il Museo Leonardiano, che è allestito nel Castello dei Conti Guidi e nella Palazzina Uzielli, antistante la piazza di Mimmo Paladino.

Il Museo Leonardiano, neanche a dirlo, è l’omaggio che Vinci ha reso al suo più celebre concittadino. In esso sono esposte, spiegate e raccontate le macchine create da Leonardo, le opere di architettura che egli realizzò e progettò, gli studi sulle acque, sul volo, sul movimento (la prima idea di una bicicletta indovinate di chi è?): il percorso museale, che si sviluppa nelle due sedi del Castello e della Palazzina è un viaggio che non smette di stupire, interattivo e affascinante. Non si può non rimanere ammirati davanti a cotanta manifestazione di ingegno! Leonardo studiava, sperimentava, scriveva e disegnava, provava e riprovava. Un vero scienziato a 360°, un ingegnere e un inventore, un artista che non ha lasciato intentata nessuna via dell’intelletto, ma le ha provate tutte, e in tutte è stato eccellente, tanto che è difficile persino definirlo: artista? Troppo poco, solo settoriale; ingegnere? Anche questa definizione è parziale; e infatti viene definito genio, senza se e senza ma, e questa definizione mette tutti d’accordo.

Una delle sale del Museo Leonardiano. Credits: Wikipedia

Sulla piazza del Castello dei Conti Guidi si trova la grande riproposizione in 3D dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: la scultura, L’Uomo di Vinci, è stata realizzata dall’artista Mario Ceroli nel 1987 ed è posta sulla terrazza che affaccia sul panorama, per ricordarci ancora una volta il profondo legame che Leonardo aveva col suo territorio di origine. Passeggiando nel borgo in questa stagione il glicine la fa da padrone: e anche ammirando queste manifestazioni di bellezza possiamo capire come facesse Leonardo ad essere così ben ispirato.

La vista panoramica da San Baronto, terrazza del Montalbano

Proseguendo lungo le colline del Montalbano, che oggi sono chiamate Colline di Leonardo, la strada sale e scende per boschi e tornanti, tra alberi in fiore e viste mozzafiato sulla vallata. Lungo il percorso non si incontrano molti centri abitati. San Baronto merita una sosta. È una vera terrazza panoramica, e segna il punto lungo la via in cui si scollina per scendere nella valle di Pistoia e Prato. Sorge sul luogo di un antico convento e ha mantenuto nei secoli le caratteristiche dell’ospitalità: così oggi è una stazione turistica nel verde e nella quiete, e anche solo una sosta per una merenda vale la pena di farla, con i brigidini prodotti nella vicina Lamporecchio, o con la schiacciata farcita e un bicchiere di vino del Montalbano.