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Zuccarello, il borgo medievale più medievale che c’è!

Si chiama Zuccarello, ed è un piccolo borgo nell’entroterra di Albenga (SV). È uno dei borghi del Ponente Ligure da non perdere. È noto per il suo bel ponte medievale a schiena d’asino e per il borgo, il cui corso centrale è caratterizzato da bassi e ombrosi portici. Sulla montagna, al di sopra, del borgo, il castello da secoli vigila affinché nessuno porti la guerra in questa stretta valle.

Albenga è il grande centro sulla costa. In età medievale ha un certo rilievo, e ne sono testimoni la bella cattedrale romanica, il battistero monumentale paleocristiano accanto, le sue alte torri e i palazzi signorili che qua e là si innalzano nel centro storico. Albenga è il centro che amministra una piccola pianura, l’unica vera pianura del Ponente Ligure, la Piana d’Albenga, fertile e ricca di coltivazioni specifiche di queste parti: la vite per la produzione del vino pigato, l’olivo per l’olio, e poi il carciofo di Albenga e l’asparago violetto, una produzione, questa, che si è guadagnata il Presidio Slow Food.

Ma la terra di Liguria, si sa, è difficile che si lasci distrarre da un po’ di terra pianeggiante. Così ecco che subito alle spalle della città, risalendo il torrente Neva, responsabile dell’esistenza della Piana, del resto, le aspre colline tornano a farsi pressanti e a diventare sempre più rocciose e strette le une alle altre. Cisano sul Neva è l’ultimo vero borgo di pianura. Poco oltre, risalendo fino a che il Neva non è che poco più di un torrentello, incontriamo Zuccarello.

Il ponte medievale di Zuccarello (SV)

I portici di Zuccarello

Per me Zuccarello è il ricordo di una gitarella alle scuole medie quando si studiava il medioevo. Ci sono tornata poi in età adulta altre due volte: una decina di anni fa, e poi recentemente. Sempre, la cosa che rimane impressa è il ponte medievale, che non è poi così ampio, ma impressiona ugualmente. L’altra cosa che caratterizza il borgo è la strada con i portici. Portici bassi sorretti da pilastri e colonne in pietra piuttosto spessi e pesanti. Si scopre, però, che inizialmente i portici erano in legno, e che solo in un secondo tempo furono sostituiti da evidentemente più resistenti colonne in pietra. La pietra, poi, proviene da qui vicino: prima di giungere in paese, infatti, si incontra una grande cava, ed è molto probabile che lo sfruttamento della pietra locale risalga piuttosto indietro nel tempo.

Per raggiungere il castello occorre prendere un sentiero in salita che porta fuori dal paese e si inerpica su per la collina fino ad arrivare in cima, dove lo sguardo spazia anche fino al mare.

Non si può lasciare senza Zuccarello senza aver reso omaggio a lei, Ilaria Del Carretto.

Il monumento funebre a Ilaria del Carretto in Lucca. Credits: informagiovani-italia.com

Forse questo nome non vi è nuovo: Ilaria Del Carretto, infatti, nata a Zuccarello, era figlia dei locali nobili Del Carretto, i quali sapevano muoversi bene sullo scacchiere “internazionale” dell’epoca, tanto che erano in ottimi rapporti con i Duchi di Milano. Ilaria andò in sposa a Paolo Guinigi duca di Lucca e si trasferì in Toscana. Diede al duca due figli, ma dando alla luce la secondogenita morì di parto. Era il 1405. In pochi conoscerebbero forse la sua storia, se Paolo Guinigi non avesse commissionato ad un grande artista del suo tempo, Jacopo della Quercia, il monumento funerario alla giovane moglie defunta: sul suo sarcofago, Ilaria è rappresentata dormiente, composta e vestita, sdraiata, con gli occhi chiusi. Ai suoi piedi, la veglia un cagnolino. Sulla cassa, degli angioletti reggono dei festoni. Una composizione molto sobria e triste, che commuove per la giovinezza della fanciulla e la sua compostezza. Il monumento si trova nella Cattedrale di San Martino a Lucca. A Zuccarello, invece, la giovane Ilaria accoglie chi arriva in paese appena fuori dalla porta: la sua statua diventa per noi quasi una guida che ci accompagna a scoprire questo borgo medievale ligure.

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Bussana Vecchia: storia di un borgo ligure dall’abbandono alla rinascita

La provincia di Imperia è come un portagioie: incastonati nel velluto delle sue colline e montagne si trovano tanti piccoli borghi-gioiello. Sono i borghi del Ponente Ligure: piccoli, medievali, stretti nei loro carrugi e alti con i loro campanili. Si abbarbicano tutti alla loro roccia, alta o bassa che sia, sul mare o nell’entroterra. A riassumerli così, sembrerebbero tutti uguali. Invece ognuno ha una sua storia particolare, una sua caratteristica che lo rende unico nel suo genere.

Unica e peculiare è, ad esempio, la storia di Bussana Vecchia, un piccolo borgo nei pressi di Sanremo, non sul mare, appena nell’interno, in collina. Una collina che un giorno si scosse, facendo crollare (quasi) tutto.

Correva l’anno 1887. Il 23 febbraio, per l’esattezza, la terra tremò mentre gli abitanti di Bussana erano riuniti in chiesa nel Mercoledì delle Ceneri (il primo giorno di Quaresima). Durante quella lunga e forte scossa il soffitto della chiesa crollò. Si salvarono i fedeli che erano riusciti a rifugiarsi sotto le cappelle laterali. (Qui sono raccontati quei tragici momenti)

La chiesa di Bussana sventrata dal terremoto del 1887

Il terremoto di Bussana distrusse ogni cosa. Non crollò solo la chiesa: il castello, già in rovina, in cima al borgo, le case limitrofe. Ma tutto il borgo fu pesantemente danneggiato. Gli abitanti dovettero abbandonare le loro abitazioni, fu chiuso l’accesso stradale al paese. Per 60 anni su Bussana cadde il silenzio.

Poi vi fu la rinascita.

Alla fine degli anni ’50 il ceramista torinese Mario Giani, in arte Clizia, visitò il borgo abbandonato ed ebbe l’intuizione di impiantarvi una comunità di artisti. La sua idea ebbe un forte richiamo e per tutti gli anni ’60 si insediò una comunità artistica che innanzitutto restaurò gli edifici diroccati mantenendo lo spirito “medievale” del luogo e utilizzando i materiali dei crolli del terremoto, dunque pietre e laterizi. Fu un periodo di intensa attività.

Con gli anni il nome di Bussana diventa di richiamo per sempre più artisti, ma anche per visitatori che attirati dall’arte scoprono però un borgo dimenticato. Bussana ormai è rinata. Tenete conto, tra l’altro, che quando i primi artisti giunsero per restaurare le case, dovettero fare i conti anche con infrastrutture, quali la rete fognaria, l’acqua corrente, l’illuminazione, che nel vecchio borgo erano assenti. Fu un lavoro non da poco, ma che ha dato grandissimi frutti.

Nel 1980 nasce la Nuova Comunità Internazionale di Artisti (NCIA) che riunisce gli artisti di Bussana e li dota di uno statuto e della creazione di una cooperativa di lavoro. Con gli anni la vocazione artistica di Bussana si è un po’ persa, oggi vi sono ancora botteghe e laboratori, ma l’anima del borgo ha virato verso il turismo. Un po’ snaturata la scelta iniziale, e perso di vista la causa scatenante della ricostruzione, rimane comunque un borgo da scoprire a pochi passi dal mare e dalla patinata Sanremo.

Visitare Bussana Vecchia

Un angolo di Bussana Vecchia

Si parcheggia fuori dal borgo, lungo la stretta strada che sale da Bussana Nuova. Nel borgo si può camminare solo a piedi, sia perché le strade sono strette, sia perché sono pavimentate in maniera irregolare ed hanno un andamento che asseconda le asperità della roccia sottostante e dell’andamento delle vecchie case del borgo. Si incontrano da subito le prime botteghe artistiche e una piccola piazzetta su cui affaccia il piccolo bar del paese. Qui si ritrovano artisti e turisti, e tutti chiacchierano con tutti come se si conoscessero da sempre: atteggiamento, questo, davvero poco ligure! 😀

Si prosegue in salita, e il consiglio è quello di osservare le case, le pareti, e di curiosare nelle botteghe. Il fulcro del paese è costituito da quella chiesa sventrata, scoperchiata, all’interno della quale filtrano i raggi del sole. Non si può entrare nello spazio della navata, oggi coperto dall’erba, sgomberato dalle macerie, ma dal cancello si possono vedere le nicchie laterali, i cornicioni decorati con angioletti di stucco che sono sopravvissuti ai crolli e ora resistono alle intemperie. Ancora più in alto c’è il castello e sempre, qui intorno, le botteghe artistiche e un negozino dell’usato, perfettamente in linea con lo spirito del villaggio abbandonato.

Bussana va goduta con lentezza. Tutto sa di fermo e sospeso. Se pensiamo che un tranquillo paese in meno di un minuto fu completamente stravolto dalla distruzione, ora lo possiamo contemplare nella pace più assoluta, perché quei momenti convulsi sono passati per sempre. Qualche gatto qua e là attraversa la strada, miagola e si struscia un po’: anche loro abitanti a pieno diritto del borgo.

Fuori da un laboratorio artistico a Bussana Vecchia

Visitare Bussana è un’esperienza artistica e “slow”. Perché sia ancora più coinvolgente vi consiglio di visitarla in un pomeriggio d’autunno, quando le foglie dell’edera che tutto avviluppa si fanno rosse e con gli ultimi raggi di sole che colpiscono il campanile della chiesa. Allora sì che la vostra esperienza sarà completa.

Visitare Trieste in un giorno

Il capoluogo del Friuli Venezia Giulia si distende elegantemente al sole sul suo lungomare nel Golfo di Trieste. Si arriva in città dall’alto, dalla collina, e si scende vertiginosamente in auto prima di arrivare sulla piazza della Stazione e da qui sul viale che costeggia il mare. Poi, improvvisamente si apre lei, bellissima: Piazza Unità d’Italia. È il nostro punto di partenza per visitare Trieste in un giorno.

Vi racconto qui il mio itinerario che risale a pochissimi giorni fa: è fresco fresco e ho ben nitidi in testa colori, sapori e sfumature di questa città. Venite con me.

Piazza dell’Unità d’Italia

Michez e Jachez, i duea automi della campana del municipio di Trieste

Per me è una delle più belle piazze d’Italia, davvero! Saranno i suoi tre palazzi elegantissimi, la piazza tanto ampia, l’affaccio sul mare così arioso e luminoso. Non so, fatto sta che l’impatto con Trieste non potrebbe essere diverso. Sulla piazza affacciano i palazzi pubblici più importanti della città. Tra di essi, senz’altro il più scenografico è il Municipio. Si staglia davanti a noi, con la sua torre centrale sulla quale stanno Michez e Jachez, i due automi in bronzo che suonano la campana: realizzati nel 1875, oggi si trovano al Museo del Castello di San Giusto, mentre dal 1972 due copie sono poste sulla torre. Sulla piazza affacciano anche eleganti caffé storici: il Caffé degli Specchi, per esempio, è il luogo ideale dove fermarsi per prendere un caffé nelle infinite versioni proposte, per gustare una cioccolata calda o un té, oppure un semplice espresso al banco: e la meraviglia è che la tazzina sarà accompagnata da un bicchierino di cioccolata calda. Già vi volete trasferire in città, vero?

caffè espresso e cioccolata calda! Per me è amore.

Pranzo al Buffet da Pepi

Noi siamo arrivati a Trieste all’incirca all’ora di pranzo. Pertanto, dopo ess

ere stati conquistati dalla grandezza e dalla spettacolarità di Piazza dell’Unità d’Italia, abbiamo proseguito in direzione della vicina Piazza della Borsa. Qui nei pressi si trova un locale storico, che ha all’incirca la stessa età di Michez e Jachez: è il Buffet da Pepi, fondato nel 1877. Che volete mangiare? Noi ci siamo seduti e fatti consigliare dal titolare il quale, senza esitazione, ci ha portato un piatto di bollito di vari tagli di maiale accompagnato con rafano grattugiato (piuttosto amarognolo e piccante), senape e crauti. Il tutto annaffiato da birra, ovviamente. L’Austria è davvero vicina, non c’è che dire, e a tavola questa vicinanza si sente eccome! Per dessert, infatti, ci facciamo tentare da uno strudel di mele. Come inizio non c’è male.

Deviazione verso il Borgo Teresiano

Ci spingiamo verso il Borgo Teresiano, che altro non è che un canale sul quale affacciano eleganti edifici e che sul fondo è chiuso dalla bella facciata neoclassica della chiesa di Sant’Antonio. Accanto ad essa si trova invece la chiesa russa ortodossa di San Spiridione. Trieste è terra di frontiera, lo respiriamo ad ogni passo.

Palazzi lungo il canale del Borgo Teresiano

La storia più antica: il teatro romano

Torniamo verso il centro città e ci imbattiamo nei resti, ben conservati, del teatro romano.

Il teatro romano di Trieste

È buffo vedere quanto l’andamento curvilineo della cavea (gli spalti) del teatro antico, adagiata su un pendio naturale, abbia condizionato in questo punto l’urbanistica successiva: un brutto palazzo che gli si addossa quasi mantiene l’andamento curvilineo mentre, davanti ad esso, al di là della strada, è l’edificio di epoca fascista delle Assicurazioni che riprende l’andamento curvilineo. Il teatro è ben conservato. Oltre alla cavea si vede bene la parte semicircolare dell’orchestra, mentre dietro rimangono le fondazioni della scena e del fondo dell’edificio. Risaliamo lungo una stretta scala che si trova a lato del teatro e iniziamo la scalata per arrivare in cima al Colle di San Giusto.

Il Colle di San Giusto

Questo è il fulcro dell’antica città romana di Tergeste. Sulla spianata del colle ancora oggi si vedono i resti della Basilica, l’edificio pubblico che più caratterizzava il foro cittadino, la piazza principale della città. Se le poche colonne sono ricostruite, la spianata si regge sulle fondazioni antiche in mattoni e cementizio. L’archeologa che è in me va in brodo di giuggiole. Nei secoli successivi, questo luogo mantenne la sua importanza: dapprima vi fu costruita la basilica paleocristiana dedicata al martire San Giusto, poi in epoca medievale fu realizzato il grande Castello di San Giusto che oggi è visitabile ed ospita il Museo del Castello.

La basilica del foro di Tergeste, Trieste romana

Il Castello di San Giusto

Questa grande fortezza, e il suo percorso di visita (biglietto: 3 euro) si sviluppa in alcuni corpi di fabbrica: la Casa del Capitano, l’Armeria, il Lapidario, che accoglie le iscrizioni medievali e antiche di Trieste, e uno spazio mostre; inoltre si può percorrere la grande piazza d’armi scoperta e il camminamento di ronda su tutto il perimetro delle mura, godendo di una vista a 360° sulla città.

“Trionfo di Firenze”, nella Casa del Capitano al Castello di San GIusto

Della Casa del Capitano colpiscono gli arredi, in legno finemente decorato, e un dipinto al soffitto che rappresenta il Trionfo di Venezia, opera di Andrea Celesti, nel quale Venezia è rappresentata come una ricca signora che domina sull’Africa, simboleggiata da un cammello, sull’Europa, simboleggiata dal toro secondo quanto racconta il mito greco (Europa era una ninfa di cui si invaghì Zeus il quale, per poterla sedurre [diciamo così] si tramuta in toro e la trasporta da Creta fino al nostro continente, che da lei prende il nome), sull’India, simboleggiata da un elefante, con l’approvazione della Terra (Cerere nuda), del Mare (Nettuno) e dei venti (Eolo). Intriso di significati e di riferimenti mitologici, è un dipinto di grande propaganda della Repubblica di Venezia, quando imperava sul Mare Adriatico.

Proseguendo, l’Armeria ospita una ricca rassegna di armi rinascimentali e moderne (fino all’800): tra alabarde, spade, fucili e pistole, se avete pensieri negativi su qualcuno questo è il posto giusto per sfogarvi, almeno con la fantasia! Naturalmente scherzo. O forse no. Dalle finestre si coglie parte del panorama che poi si potrà meglio godere dal camminamento di ronda. In fondo all’Armeria, una cucina col camino è ciò che resta dell’arredo originario.

Panorama sul golfo di Trieste dal Castello di San Giusto

Dalle mura infine si coglie tutta l’ampiezza della città: lo sguardo spazia fino al Castello di Miramare (che non rientra in questo itinerario, ma che va assolutamente visitato se avete più tempo a disposizione).

La Basilica di San Giusto

La Basilica paleocristiana fin dalle mura esterne e dal portale mostra la sua antichità: essa impiega nella muratura, infatti, elementi architettonici e decorativi della Tergeste romana sui cui resti sorge. Il portale addirittura è ricavato da una lastra funeraria romana con i rilievi dei defunti tagliata a metà: questo sì che si chiama reimpiego di materiale antico.

La volta mosaicata dellabside di San Giusto nella Basilica di Trieste

L’interno è eccezionale: la chiesa è a 5 navate; nelle due absidi, laterali si trovano sulla volta altrettante raffigurazioni a mosaico dorato tipiche del periodo paleocristiano bizantino. I temi raffigurati sono quelli ricorrenti: il Cristo benedicente tra i santi, la Madonna, gli Apostoli. Nell’abside dedicata a San Giusto, al di sotto della volta mosaicata si trovano, dipinte, le storie della vita del santo. L’abside centrale, invece, è una realizzazione moderna, che sostituisce quella più antica andata perduta, e che però stona con il resto dell’edificio, se posso esternare il mio parere estetico e culturale. Se vi soffermate a guardare le colonne, scoprirete che sono tutte di reimpiego: hanno altezze diverse, e capitelli spesso diversi gli uni dagli altri: era importante all’epoca poter sfruttare i materiali edilizi che si potevano ritrovare abbandonati, senza bisogno di acquistarli più lontano. I materiali però sono scelti con criterio e cura: e questa è una caratteristica costante del reimpiego dell’antico negli edifici cristiani.

Dalla Basilica di San Giusto, una strada in discesa porta alla base del colle.

L’Arco Riccardo

LArco Riccardo, la porta romana nelle mura di Tergeste

Ultimata la discesa, infilandosi tra le vie strette di questo quartiere che si addossa alle mura romane di Tergeste, si incontra l’Arco Riccardo, una porta di età romana che costituiva l’accesso alla città. Quelli che noi chiamiamo archi, a proposito delle città romane, spesso sono porte aperte nelle mura. La sua realizzazione risale al I secolo d.C. Il suo nome è un mistero: alcune fonti dicono che il Riccardo del nome sia nientemeno che Riccardo Cuor di Leone, il re inglese eroe delle Crociate che qui a Trieste fu prigioniero. Questa però è una leggenda piuttosto fantasiosa. È più facile che Riccardo sia una corruzione della parola Cardo, che in età romana identificava la viabilità in direzione Nord/Sud delle città romana.

In assenza di spiegazioni certe, però, potete preferire la versione che più vi aggrada. 😉

Si noterà allora che tutti gli edifici dei dintorni sfruttano nella parte bassa le murature antiche e adattano il loro andamento a quello delle poderose strutture romane. Ma basta poco, e si torna quasi in vista del mare e della città Asburgica.

Il Molo Audace

Il nostro giro si conclude con il ritorno su Piazza dell’Unità d’Italia e sul Molo Audace, di fronte ad essa. Abbiamo notato, nel corso del nostro itinerario, che si passa, urbanisticamente parlando, dall’antico passato romano, ben evidente nel teatro, nella basilica, nell’Arco Riccardo, ai grandi edifici asburgici del Sette-Ottocento. Manca, oppure è ben nascosta, la città medievale, i cui segni si trovano solo nella Basilica di San Giusto e nel Castello. Salutiamo la bellissima piazza dell’Unità. Ma il nostro itinerario di un giorno non è ancora finito. Manca l’esperienza più intensa. Per farla, occorre muoversi in macchina.

La Risiera di San Sabba

Limpronta del crematorio, il capannone delle esecuzioni che i Nazisti fecero saltare in aria quando abbandonarono Trieste

Si trova nella zona industriale, e in effetti negli anni ’30 del Novecento era un impianto produttivo: una risiera, per l’appunto, un impianto apposta per pulire, scindere e confezionare il riso. Ma nel 1943, dopo l’Armistizio dell’8 settembre essa fu trasformato nell’unico (per fortuna) campo di concentramento italiano in cui furono uccisi i prigionieri. Le stime ufficiali parlano di 2000 persone giustiziate tra il 1943 e il 1945, ma si pensa che possano essere state almeno il doppio. Visitare la Risiera vuol dire fare un salto nella storia più oscura d’Italia. Un ampio stanzone è adibito oggi a museo interattivo: pochi oggetti, molti documenti video del processo che negli anni ’70 fu condotto per capire la reale entità di ciò che avvenne nella risiera. Si possono visitare, nella Risiera, ambienti dai nomi truci: la Sala della Morte, una sorta di anticamera dove i condannati attendevano; la Sala delle 13 Celle, con delle cellette piccolissime che ospitano un letto a castello e neanche il posto per rigirarsi; la Sala delle Croci, per la particolare impalcatura lignea che inizialmente doveva sostenere 3 piani e che nel restauro degli anni ’70 fu reso come un unico ambiente. La Risiera di San Sabba è monumento nazionale dal 1976. Non si conservano gli ambienti incriminati, però: il grande capannone usato come crematorio e come luogo delle esecuzioni (non c’è chiarezza: gas? impiccagione? Mazzate? Naturalmente i superstiti, i soli che potessero testimoniare, non lo sanno) e la ciminiera nella quale i corpi erano direttamente bruciati. I nazisti in fuga fecero saltare in aria i due edifici, per nascondere le prove. Al loro posto, però, rimane un’impronta, indelebile, e una colonna di fumo, solida, in metallo, che indica il fumo del forno crematorio.

Risiera di San Sabba: la sala delle 13 celle

Fa impressione vedere da vicino l’orrore che si compì in questo luogo. Eppure, nonostante possa far male, nonostante possa essere un’esperienza troppo forte, va fatta. La Risiera di San Sabba va visitata (tra l’altro, l’ingresso è gratuito), bisogna diffondere la conoscenza anche di ciò che vorremmo dimenticare. A maggior ragione di ciò che vorremmo dimenticare.

Trieste in questo itinerario di un giorno ci ha dato tanto: ci ha dato la bellezza di una città asburgica affacciata sul mare; ci ha dato l’austerità di una città dall’antico passato che non è stato cancellato, ma che anzi con orgoglio domina il panorama; ci ha dato una lezione di storia e di civiltà che non dimenticheremo facilmente.

Come l’Italia celebra i morti: 3 ossuari del Sud Italia

Tra qualche giorno, il 2 novembre, sarà la Festa dei Morti. Per me, fin da bambina, è sempre stata tradizione andare nei due cimiteri di paese in cui erano sepolti i nostri cari e rendere il dovuto omaggio con preghiere e fiori. Io poi ho un’altra tradizione che mi deriva dalla nonna sarda: allestire un tavolo dei morti su cui presentare le offerte e preparare i dolci tipici, i pabassini. Ma questa storia magari ve la racconto un’altra volta.

Questo che segue è un post un po’ macabro. Mi perdonerete, spero.

Stavolta infatti, complice il calendario, voglio parlarvi effettivamente di morti. Non semplicemente di cimiteri, ma di ossuari, di luoghi in cui sono esposte non le tombe, ma le ossa dei defunti: gli scheletri in qualche caso, le ossa ben ordinate in altri. Ne conosco tre in Italia, nel Sud Italia per la precisione, e sono questi che voglio ricordare in questo post: la Cripta dei Cappuccini di Palermo, la Cappella degli Ottocento martiri di Otranto e l’Ossuario dei Trecento di Pisacane a Padula.

La Cripta dei Cappuccini

La mia visita risale a più di 10 anni fa, tuttavia ricordo ancora nitidamente alcuni dettagli di questo grande spazio sotterraneo nel quale sono seppellite le ossa di tanti monaci del Monastero dei Cappuccini, e le salme di alcuni notabili della Palermo bene. Per tutto il Settecento e l’Ottocento fu attrazione da Grand Tour: Thomas Mann e Guy de Maupassant, ad esempio, la visitarono.

Il Convento dei Cappuccini, del quale la cripta costituisce il cimitero (che viene chiamato Catacombe perché sotterraneo), risale al XVI secolo. Al suo interno, una lunga stanza coperta da volte a crociera, sono seppellite forse 8000 salme, tra scheletri e mummie di prelati, frati, ma anche notabili palermitani, ricchi commercianti e borghesi. La Palermo bene si faceva tumulare qui. Il processo di mummificazione era abbastanza scabroso, perché il corpo veniva svuotato degli organi interni e fatto scolare del sangue in modo che non andasse in putrefazione, dopodiché veniva lavato con aceto, con acqua di calce se il defunto era morto per epidemia, quindi riempito di paglia e vestito con l’abito della domenica.

Tra tutte le sepolture ricordo la mummia della piccola Rosalia Lombardo, una bimba morta a due anni che sembra dormire, anzi, sembra una bambola che dorme. La sua mummia è una delle ultime ad essere stata tumulata nella cripta dei Cappuccini: parliamo addirittura del 1920, un’epoca molto vicina a noi.

Credits: palermoviva.it

Gli 800 Martiri di Otranto

La Cappella degli 800 Martiri di Otranto

Quando i Turchi sbarcarono a Otranto nel 1480, assediarono e conquistarono la città e fecero prigionieri gli uomini liberi. Li costrinsero, narrano le cronache poi divenute storia, a convertirsi all’Islam, ma essi, ferventi cattolici si rifiutarono. Allora fu deciso che subissero una punizione esemplare, ovvero la morte per decapitazione. Tutti e 813, nessuno escluso. Cominciarono dal primo, il quale si rifiutava di morire. Tagliare la testa? Non basta quando si è così forti nella fede. I Turchi non potevano interrompere l’esecuzione esemplare per colpa del primo condannato, il cui corpo senza testa rimaneva in piedi senza che si riuscisse ad abbatterlo. Così procedettero col secondo dei condannati, quindi col terzo, col quarto e così via. Solo all’ottocentotredicesima testa spiccata dal corpo, il primo condannato ebbe pace e finalmente morì, così come tutti i suoi compagni. Il suo sacrificio finale non era stato vano: aveva dato la forza ai suoi compagni di morire dignitosamente nella fede. Un anno dopo il martirio, quando la città era stata liberata dai Turchi, i corpi furono ritrovati incorrotti: un miracolo al quale si rese omaggio traslando tutte le salme nella splendida Cattedrale di Otranto. Nel corso del tempo, una parte dei corpi dei martiri, venerati come reliquie, è stata traslata a Napoli, mentre le ossa rimaste a Otranto sono state sistemate, ben ordinate, in una cappella della Cattedrale di Otranto. Davanti ad esse si trova il sasso sul quale essi poggiarono la testa per la decapitazione. Così i teschi oggi continuano a guardare quella pietra dalle loro teche, e il loro riso beffardo suona come una sconfitta della morte e un trionfo della cristianità.

I Martiri di Otranto sono stati definitivamente fatti santi in epoca piuttosto recente, il 2013, da Papa Francesco.

Il Sacrario dei Trecento di Carlo Pisacane

Per l’esame di V elementare portai a memoria una poesia, che nel ritornello recitava “Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti“. La poesia si rifaceva ad un triste episodio del Risorgimento italiano, del 1857, quando un gruppo di 300 sprovveduti, guidati da quel povero bravo ragazzo di Carlo Pisacane, sbarcarono all’isola di Ponza e da lì sulla costa del Cilento convinti di poter trarre le folle dalla loro parte nella liberazione dal re Borbone; non riuscirono a ottenere nulla, anzi furono tutti barbaramente trucidati a Sapri e a Sanza.

Dettaglio del Sacrario di Padula

A Padula un sacrario al di sotto della chiesa della SS. Annunziata accoglie le ossa dei 300 poveretti che si immolarono per una causa di cui evidentemente non avevano compreso tutte le sfaccettature. Rimane una poesia lunga e commovente a ricordare il loro sacrificio. Perché non lo chiamerei in altro modo, se non sacrificio. Inutile, tra l’altro. Il sacrario, come la chiesa soprastante, affaccia su una piazzetta che guarda al panorama del Vallo di Diano; in fondo alla valle sta l’imponente Certosa di Padula.

Questi sono i tre sacrari e ossuari che mi vengono in mente a ridosso del Giorno dei Morti. Ma tanti altri ossuari e sacrari celebrano terribili eccidi o efferati assassinii, oppure, semplicemente, sono lo specchio dei tempi in cui furono creati. Quali conoscete o avete visitato? Segnalatelo nei commenti!

Il Cinquecento a Firenze: la mostra di Palazzo Strozzi

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un successo. Che si tratti di arte contemporanea (come le recenti su Ai Weiwei e Bill Viola) o di arte rinascimentale o moderna, le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre eccezionali sia per le opere esposte che per il percorso espositivo, sempre denso di significati.

Ho visitato la mostra attualmente in corso, “Il Cinquecento a Firenze” prendendo parte ad una bella iniziativa su twitter che ha visto impegnati blogger di archeologia e di storia dell’arte: #5sguardi. Per la spiegazione di questo evento vi rimando al mio post specifico sul mio blog di archeologia e alla conversazione su twitter. Vi dico solo che ognuno dei blogger interpretava un ruolo: il mio era quello dell’archeoviaggiatrice, chissà perché 😉

Jacopo Zucchi, La Creazione

Qui vi racconto la mostra e perché vale la pena visitarla: non solo per le opere incredibili, ma per la quantità di spunti di riflessione e di conoscenza che offre su un periodo, quello del pieno Cinquecento, caratterizzato nel mondo artistico dagli effetti della Controriforma. È un periodo che risente dei grandi artisti della generazione precedente, primo tra tutti Michelangelo, e che deve confrontarsi con dettami religiosi rigidi, ma allo stesso tempo con una committenza, principalmente la famiglia Medici, che ama i colti e raffinati riferimenti classici e abbraccia la filosofia neoplatonica: ecco che le opere si riempiono di significati allusivi, non sempre di facile interpretazione e anche una semplice “Deposizione di Cristo” contiene molto più di quanto non ci dica ad un primo sguardo.

La mostra si apre con un forte impatto cromatico e visivo: in primo piano il Dio fluviale di Michelangelo, la statua priva di testa di un nudo semisdraiato, palese riferimento all’antico, e dietro la vivace “Pietà di Luco” di Andrea del Sarto, dipinta dal pittore quando fuggì dalla peste che si era sviluppata a Firenze intorno agli anni ’40 del Cinquecento.

Il Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea del Sarto, prima sala della mostra

Si procede con una sala densa di grandi pale di grandi artisti. Vasari con l’Assunzione, e poi le deposizioni di Pontormo, di Rosso Fiorentino e del Bronzino, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi dettagli, ognuno con le sue scelte cromatiche e stilistiche. La Deposizione di Pontormo, con le sue tinte pastello così inconsuete per un dipinto cinquecentesco, e con i suoi volti così caratterizzati, è a buon diritto il dipinto scelto per rappresentare la mostra.

La Deposizione di Cristo del Bronzino. Realizzata inizialmente per la Cappella degli Appartamenti di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio, fu regalata al Segretario particolare di Carlo V e portata in Francia, a Besançon

Ma si procede, e la sala che segue è ancora più eccezionale, almeno per me. I temi delle rappresentazioni non variano molto, sono sempre a tema religioso, tuttavia mutano gli esiti, perché gli artisti hanno formazione differente, provenienza differente, e committenze differenti da rispettare. L’incontro tra Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori è un capolavoro: lei è così contrita, pudica nel suo atteggiamento, e vestita così bene che non può non attirare la mia attenzione. La crocefissione di Giovanni Stradano, un pittore fiammingo dal nome italianizzato che nei dettagli grotteschi mostra le sue origini artistiche, è un’altra delle opere che mi colpisce. Davanti ai miei occhi si pongono il crocefisso in bronzo del Giambologna, ormai defunto, e dietro ad esso, oltre alla Crocefissione di Stradano, si colloca la Resurrezione di Santi di Tito. Così il triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione si completa in tre opere eccezionali.

Il Crocefisso del Giambologna, la Crocefissione di Giovanni Stradano e la Resurrezione di Santi di Tito

Il ritratto del piccolo Sinibaldo Gaddi

Segue una sezione sui ritratti. Vediamo i committenti del tempo. Il piccolo Sinibaldo Gaddi, in braccio al suo servetto nero, ci racconta di una famiglia ricchissima, quella dei Gaddi in Firenze, che si poteva permettere il lusso di un servo “esotico” oltre a una collezione di mirabilia provenienti dalle Americhe. Il povero Sinibaldo, che nel dipinto sembra così sicuro di sé nonostante la tenerissima età, morirà pochi anni dopo e non godrà né delle ricchezze della famiglia né delle gioie della vita: la ricchezza da sola non basta ad assicurare la vita nella seconda metà del Cinquecento.

Procedendo, la sala successiva ci introduce Giambologna, lo scultore che tanto ha fatto a Firenze (le statue per il giardino della villa medicea di Castello, il colosso dell’Appennino per la villa medicea di Pratolino, il Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi e il Mercurio del Bargello). Tra i dipinti segnalo, perché mi ha molto colpito, la Creazione di Jacopo Zucchi, un piccolissimo quadretto pregno di significati: Dio crea l’uomo perché sia posto a custodia della natura; la supremazia dell’uomo sulla natura è uno dei fondamenti del pensiero neoplatonico che anima la fine del Cinquecento e il programma iconografico dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (quella piccola e favolosa stanzina a lato del Salone dei Cinquecento).

La statua di Fata Morgana, Giambologna

Andando avanti, è ancora Giambologna che guida il nostro sguardo con le sue potenti sculture: Ercole e Anteo e la Venus Fiorenza realizzate per la villa di Castello, la Fata Morgana che abbelliva la Fonte di Fata Morgana nel territorio di Bagno a Ripoli (un luogo molto suggestivo nel contado di Firenze). Tra i dipinti, Venere e Amore di Alessandro Allori è così dolce, così incantevole da suscitare il sorriso.

Ci avviamo alla fine della mostra. Abbiamo percorso un secolo di arte, sia pittorica che scultorea, in un equilibrio bilanciato tra soggetti religiosi, mitologici e “umani” per così dire. Si tratta sempre di committenze ricche, come la famiglia Medici e altri grandi personaggi influenti del Cinquecento fiorentino, e committenze religiose, attente agli aspetti più dogmatici della Controriforma. Resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di importante, ad un percorso che lascerà il segno nella storia dell’arte successiva e nella storia artistica della città. Di fatto, buona parte delle opere viene da chiese di Firenze. Quindi sarà bello riconoscerle nelle varie chiese una volta che la mostra sarà terminata. In fondo il senso di una mostra è proprio questo: dare degli spunti e degli approfondimenti, focalizzare su determinati aspetti e creare dei collegamenti con le nostre conoscenze. Palazzo Strozzi riesce sempre a costruire contatti con la città. E infatti un bel programma di approfondimenti fuorimostra è previsto e in corso di svolgimento a Firenze.

In cerca di vini nell’Oltrepo pavese

L’Italia è terra di grandi produzioni di vini: in molte regioni italiane vi sono dei veri distretti vinicoli, colline e colline coltivate a vigne che si spandono a perdita d’occhio.

Chi non ha mai sentito nominare le terre del Chianti in Toscana, le Langhe in Piemonte, le terre del Franciacorta, la zona dei Castelli Romani nel Lazio o dei Castelli di Jesi nelle Marche? E l’Oltrepo pavese? Lo conoscete?

Si tratta di una regione dalla tradizione vinicola piuttosto radicata, che si colloca in provincia di Pavia. Un paesaggio di dolci colline coltivate a vigneti, qua e là un piccolo paesello o una tenuta, strade panoramiche che affacciano su una vista amplissima. Vi sono stata pochi giorni fa, poco tempo dopo la vendemmia, con le foglie delle viti che stanno inesorabilmente diventando gialle e rosse. Le colline sono tutte colorate ora, e il paesaggio è incredibilmente vivace.

Vi racconto 24 ore passate tra Casteggio, Corvino San Quirico e Oliva Gessi: dalla pianura alla collina, alla scoperta dei vini prodotti nell’Oltrepo pavese.

Casteggio

La chiesa di Casteggio, dalla Certosa Cantù

Casteggio è una cittadina di pianura, anche se il suo nucleo medievale si trova su una piccola altura. Ha origini preromane, quand’era un oppidum (centro fortificato) Ligure. Col nome di Clastidium durante la II Guerra Punica giocò un ruolo importante nella guerra tra Romani e Cartaginesi; fu poi integrata nell’Italia romana e nel medioevo passò sotto il controllo del Comune di Pavia. Ebbe un grandissimo sviluppo sotto i Savoia che ne enfatizzarono il ruolo di mercato di pianura lungo la direttrice che dall’Appennino Ligure va verso Milano.

Sulla bella piazza centrale di Casteggio, piazza Cavour, affacciano alcuni eleganti palazzi storici; in altura, invece, è degna di nota la Certosa Cantù, che fu un convento/fattoria che oggi ospita il Civico Museo Archeologico di Casteggio (tutta la storia della zona dalla preistoria al medioevo, comprese le ricerche archeologiche più recenti) e un rinomato ristorante.

Casteggio è anche il nome di un vino DOC: un vino rosso in cui predominano le uve barbera che vengono coltivate in queste terre, rigorosamente nella provincia di Pavia. E già che parliamo di vini, presso le Cantine di Casteggio Terre d’Oltrepo incontriamo le produzioni più importanti: la bonarda, nelle versioni ferma e frizzante, il barbera, appunto, il rosso dell’Oltrepo, il pinot nero per quanto riguarda i rossi; il pinot grigio e il riesling per quanto riguarda i bianchi. Una bella varietà che però, ci dicono da più parti, non è particolarmente valorizzata.

Una cosa che abbiamo capito parlando con alcune persone del posto, che conoscono bene la realtà locale, è che ancora manca nelle terre dell’Oltrepo la volontà, o forse la capacità?, di fare sistema e di autopromuoversi sul mercato nazionale e internazionale. E dire che i tantissimi vigneti che ci circondano e le tante cantine di cui è disseminato il territorio fanno pensare il contrario. Sicuramente al di sotto dell’Appennino i vini dell’Oltrepo pavese sono meno diffusi. Anche per questo eravamo curiosi di scoprirli.

La Cantina di Casteggio Terre d’Oltrepo

Corvino San Quirico

A pochi km da Casteggio una stradina fa abbandonare la pianura e porta in collina. Si entra nel territorio di Corvino San Quirico: la strada sale tra curve che lambiscono vigneti da una parte e dall’altra. In fraz. Mazzolino una grande azienda vinicola, la Tenuta Mazzolino, la fa da padrona. Il panorama spazia sulle alture circostanti, su castelli che si notano in lontananza, su cascine e campanili. Laggiù in fondo, invece, si intravvede l’autostrada. La vendemmia è stata poco tempo fa, e i filari di vite finalmente riposano e si godono l’ultimo sole caldo prima che cadano definitivamente le foglie e sopraggiunga l’inverno. In lontananza qualche trattore sta preparando la terra per nuove semine e nuovi raccolti.

Panorama dell’Oltrepo pavese

Oliva Gessi

Proseguendo la strada si giunge a Oliva Gessi. La sua fondazione risale addirittura ai decenni intorno all’anno 1000. Al borgo è legata la figura di un santo, San Luigi Versiglia, che partì da qui all’inizio del Novecento per andare a fare il missionario in Cina e lì fu martirizzato, nel 1930. Sulla casa natale del santo una lapide ricorda il personaggio, che fu canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1983. Il nucleo abitato in cui sorge questa grande casa, l’unica qui ad essere intonacata di bianco, è quello più antico, dove si trovano i resti di una fortificazione e alcuni grandi edifici in mattoni, ex fienili e ricoveri di animali e di attrezzi. Poco oltre nuovi edifici adibiti ad appartamenti per vacanze: effettivamente se ci si vuole riposare in campagna, lontano dal frastuono della città questo è il posto giusto: solo il gallo canta, incontrastato signore di queste terre.

Vigneti a Oliva Gessi

Anche qui vigneti a perdita d’occhio mentre la strada prosegue verso Montalto Pavese. Anche qui un trattore sta rivoltando zolle di terra e preparando il terreno per l’inverno. Anche qui le viti, che hanno dato tutte loro stesse per la produzione dell’uva, si riposano, finalmente: le foglie cominciano a rosseggiare, poi cadranno definitivamente.

Ci starebbe bene un picnic in mezzo ai filari e un bel bicchiere di vino per brindare a questo territorio che non conoscevo e che spero quanto prima di tornare ad esplorare.

 

La Sila in 10 mosse

La Sila è il grande altopiano montuoso che domina la parte centrale della Calabria. Attraversata dalla Superstrada, la SS 107, e dalla cosiddetta Via Vecchia, che dai borghi della Presila sale verso Camigliatello, è un territorio vastissimo e ricchissimo di storie, tradizioni e paradisi naturali.

Ormai frequento la Sila da qualche tempo, e ho individuato alcune tappe davvero imperdibili. Un consiglio, però: fatevi accompagnare da qualcuno del posto; oltre a venire con voi vi racconterà vicende del passato, anche personali, che vi aiuteranno a comprendere quant’è straordinaria questa terra e perché chi è nato alle sue pendici vi ha lasciato il cuore anche se ne vive lontano.

Ho individuato, dicevo, 10 tappe, 10 luoghi della Sila visitando i quali si capisce l’essenza di questa terra. Pronti a partire?

1)  Celico

Il soffitto in legno della chiesa di San Michele a Celico

Siamo nella Presila, nel borgo antico che diede i natali a Gioacchino da Fiore, un teologo duecentesco ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, che dall’altra parte della Sila, a San Giovanni in Fiore (v. oltre), fonderà un ordine monastico. Si trattò all’epoca di un’operazione di popolamento del territorio silano, di cui l’abbazia divenne polo di attrazione (una cosa del genere successe in tutto il medioevo in tutta Italia: castelli e monasteri erano poli aggregatori di centri urbani, così le campagne venivano popolate e le terre controllate e messe a coltura). La casa natale di San Gioacchino da Fiore è stata trasformata col tempo in una piccola chiesa nel borgo di Celico. Ma una chiesa più grande, dedicata a San Michele, quasi una fortezza, domina la stretta valle sottostante. I suoi soffitti in legno affrescati sono meravigliosi, seicenteschi, e la torre del campanile, così imponente, sembra più una torre o un faro: e infatti si vede a km di distanza.

La torre della chiesa di San Michele a Celico

Anche se il borgo è piccolo, il territorio comunale di Celico è molto vasto e comprende buona parte dell’altopiano silano insieme agli altri 3 comuni della Presila Spezzano Sila, Pedace e Serra Pedace.

Se volete portare con voi un prodotto davvero tipico della Presila, entrate nella piccola cantinetta sotto la chiesa di San Michele e chiedete il miele di fichi: è un prodotto antico, che serviva a fare la scirubetta, ovvero il sorbetto a base di neve; la sua preparazione, lentissima e faticosa, prevedeva di bollire i fichi e di spremerli e stringerli fino ad estrarre il prezioso, dolcissimo e concentratissimo succo. Una leccornia d’altri tempi che oggi solo in pochissimi continuano a preparare. Aaltri piatti della tradizione presilana si stanno perdendo, anche se vi sono, a livello locale tentativi di dare nuovo lustro. Uno di questi piatti è la cuccìa, a base di grano e maiale, che veniva preparata ogni estate per San Donato e che consisteva in una lunga ed estenuante cottura del maiale e del grano, in modo che tutto si rapprendesse e il piatto risultasse sostanzioso e completo.

2) Spezzano Sila

Se Celico è il paese natìo di San Gioacchino da Fiore, Spezzano è legato ad un’altra figura di santo, molto sentita qui in Calabria: San Francesco di Paola. Qui a Spezzano infatti si trova il secondo convento fondato dal santo quando ancora era in vita e la splendida chiesa di Santa Maria Assunta, bianca di stucchi ridondanti e dorata di affreschi.

Santa Maria Assunta, l’interno

Di Spezzano consiglio oltre che un breve giro tra le viuzze strette del centro storico, con le sue case a tratti decadenti, anche una sosta al punto panoramico sempre in fiore con la statua di San Francesco di Paola. Veniteci al tramonto, godetevi le coreografie di nubi che questi cieli sanno regalare.

Scendendo ad argomenti più “di pancia” poco fuori da Spezzano si trova il grande salumificio San Vincenzo: è il punto di riferimento più importante della Sila in fatto di produzione e commercializzazione dei salumi locali. Quali? Il capocollo, innanzitutto, vero protagonista delle tavole silane, e poi la salsiccia fresca e quella piccante, e la soppressata, ovviamente.

Del grande territorio di Spezzano Sila fa parte Camigliatello: la nostra prossima tappa.

3) Camigliatello Silano

Cose buone da mangiare che si trovano a Camigliatello

Anche se amministrativamente è una frazione (di Spezzano Sla) in realtà Camigliatello è il vero capoluogo della Sila. Qui si trovano gli impianti sciistici e la località di Camigliatello di fatto è una lunga strada piena di hotel, ristoranti, negozi e punti ristoro: ha tutto ciò che una stazione sciistica può offrire. Rispetto alle altre località della Sila è sempre molto frequentata ed è probabilmente la più nota fuori dalla Sila e dalla Calabria.

Questo è il posto migliore per procurarvi i prodotti tipici della zona, salumi e formaggi: alcuni esercizi commerciali storici vendono prelibatezze come le mozzarelline nella panna, il capocollo e la salsiccia piccante (che in realtà è un salame) e il caciocavallo silano, prodotto con il latte delle vacche podoliche che senz’altro incontrerete qua e là al pascolo (anche in mezzo alla strada, perché no) durante le vostre girate.

4) Moccone

Torniamo un attimo indietro. Moccone si trova infatti un paio di curve prima di Camigliatello. Non ha grandi attrattive per la verità. Ma da qui parte il Treno della Sila, un treno a vapore turistico che percorre la vecchia ferrovia silana, che un tempo andava da Cosenza a San Giovanni in Fiore, nel tratto da Moccone a Silvana Mansio via Camigliatello. Così, da un lato vedete letteralmente i pini nati lungo i binari, mentre dall’altro il casello del treno rimesso a nuovo vi accoglie se volete percorrere la vecchia ferrovia (non l’ho ancora mai percorsa, ma credo che ne valga la pena).

La cena in Sila non può non prevedere le patate mbacchiuse, qui al centro del piatto al Binario 37

Moccone è anche punto di partenza di escursioni e gite, perciò è il posto ideale dove farsi preparare un panino o per sedersi a tavola. Tra tutti il Binario 37 fa le migliori patate mbacchiuse (cotte in padella e servite con la crosticina croccante). A proposito: in Sila si coltivano le patate. La patata silana è una produzione di qualità tutta da riscoprire. E proprio da Moccone, prendendo la via che oltrepassa la ferrovia in direzione di Luzi, si costeggiano campi e campi di patate. La Sila è una regione agricola con un potenziale ricchissimo che andrebbe stimolato.

Un campo di patate della Sila

5) La Nave della Sila

Poco oltre Camigliatello incontriamo la Nave della Sila. Questa è la nave simbolica che da metà ‘800 a metà ‘900 e oltre portò tanti italiani, tanti calabresi, tanti silani, lontano dalla propria terra per cercare fortuna altrove. La Sila in particolare si svuotò, per via delle condizioni di estrema miseria in cui versò questa terra all’indomani dell’Unità d’Italia. Un museo fatto di immagini e di storie, per far capire quanto l’emigrazione sia stato un fenomeno diffuso, per molti versi tragico e che troppo spesso tendiamo a dimenticare. Una storia locale e corale, che alla fine riguarda il mondo intero.

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Parlo approfonditamente del museo Nave della Sila in questo post: La Nave della Sila

6) Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge velocemente il Lago Cecita. Uno specchio d’acqua artificiale che ha significato la possibilità di coltivare queste terre irrigandole. Su di esso affacciano da una parte campi e pascoli (persino i cavalli allo stato semibrado) dall’altro la foresta. Siamo nel cuore del Parco Nazionale della Sila, e proprio al Cecita  si trova il Centro Visite il Cupone con percorsi di accessibilità aumentata studiati per i non vedenti: un’iniziativa molto bella alla quale bisogna dare il più ampio risalto.

Anche sul lago Cecita il sole regala tramonti memorabili. Giudicate un po’ voi.

Tramonto sul Lago Cecita

E visto che il lago mette appetito, potete fermarvi al baracchino che troverete lungo la via per una pausa panino: i proprietari sono macellai a Celico, la materia prima è decisamente di qualità.

Parlo del Lago Cecita qui: I grandi Laghi della Sila: Cecita e Arvo

7) I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

In località Fallistro sopravvive un fazzoletto di bosco antico. I Giganti della Sila sono alberi, pini e abeti, vecchi di tre secoli, alti anche 40 m e dai tronchi che raggiungono il diametro di 2 m. Sono ciò che è sopravvissuto di una deforestazione selvaggia che ha colpito la zona nel secondo Dopoguerra. Oggi sono monumento nazionale gestito dal FAI. Un percorso su sentiero permette di passare accanto agli alberi più grandi: sono davvero maestosi e severi e mi ricordano gli Ent, gli alberi giganti e saggi del Signore degli Anelli. La passeggiata nel bosco qui ha un che di magico e sacrale. Le grotte che si aprono nei tronchi, o al contrario, i tronchi che si avviluppano gli uni agli altri, o ancora gli alberi crollati sotto il peso degli anni e lasciati lì perché la natura deve fare il suo corso sono i tanti elementi che rendono unico e fantastico, nel senso fantasy del termine, questo luogo.

Lì accanto trovate ristoro all’Antica Filanda, una casa antica riattata come agriturismo.

Parlo approfonditamente di questo straordinario parco qui: I Giganti della Sila

8) Lago Lorica o Arvo

L’altro grande lago artificiale della Sila è il Lorica, o Arvo. A differenza di Cecita, sulle sue sponde si sviluppa un abitato, Lorica appunto, che ospita alcune strutture ricettive, tra cui anche un campeggio piuttosto grande, immerso nella pineta.  Sul lago si possono praticare sport, mentre all’intorno si possono percorrere i tanti sentieri che entrano nel bosco, a caccia di more e lamponi d’estate, di funghi e di castagne in autunno.

Uno scorcio naturalistico del Lago Arvo

Parlo del Lago Arvo anche in questo post: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

9) San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Questo borgo fu eletto da San Gioacchino da Fiore quale dimora per la sua abbazia. La chiesa, con ciò che resta dell’attiguo monastero, è tutt’ora nel centro del borgo: una bella e massiccia chiesa-fortezza, dalla quale traspare austerità e rigore, tutte doti che i monaci medievali dovevano possedere. Il borgo è il punto di arrivo dei Sentieri dello Spirito, in particolare di quello che partendo da Celico sulle orme di Gioacchino (come abbiamo visto sopra), giunge fino a qui.

Il paese è noto per le sue produzioni artigianali, in particolare la tessitura degli scialli. Alcuni edifici mantengono ancora segni dell’Alto medioevo, simboli di un’antichità e di una storia nella quale evidentemente il paese si riconosce. Sicuramente Gioacchino da Fiore fu figura carismatica all’epoca in grado di influenzare con il suo nome e la sua aura i secoli successivi. Tutt’oggi la sua figura è motivo di orgoglio qui nel borgo. È bello vedere quanto certe figure del passato siano così vive e vicine ancora oggi. Nelle piccole comunità ciò può ancora accadere, e bisogna lavorare perché non si perda.

Parlo di San Giovanni in Fiore anche in questo post: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

10) Bocchigliero

Dai monti si vede il mare, qui a Bocchigliero. Un borgo tranquillo, tutto sommato: recatevici nella festa di San Rocco, e lo vedrete in festa, trasformato, a sera, in una grande sagra paesana. La cosa più eclatante però non è ciò che si vede in paese, ma ciò che si vede oltre, alzando lo sguardo, lanciandolo oltre le montagne boscose. Esatto, da qui si vede il mar Jonio. È laggiù, fa capolino tra due montagne che si incrociano, una distesa blu che si distingue dall’azzurro del cielo. Basterebbe ridiscendere la strada per arrivarvi. Un giorno percorrerò anche quest’ultimo tratto di strada, ma per ora mi fermo qui.

Da Bocchigliero si vede il Mar Jonio! Eccolo laggiù in fondo, oltre le case, oltre le montagne.

Bocchigliero è famosa per le sue conserve e in particolare per la produzione della sardella, che sul versante tirrenico della Sila viene chiamato Rosa Marina: si tratta di pesciolini giovani (avannotti o poco più) trattati sotto sale e sotto peperoncino. Alcuni, qui a Bocchigliero, per esempio, vi mettono anche il finocchietto, che non a tutti piace, ma che conferisce un certo profumo alla conserva. Si scioglie in un po’ d’olio, si spalma sul pane o sulle fette di caciocavallo: et voilà, l’ultima merenda silana è servita.

 

Queste sono le 10 tappe secondo me fondamentali della Sila. Ma sicuramente ho ancora dei punti oscuri e qualcosa è sfuggito alle mie indagini. Mi rivolgo a chi di voi conosce la Sila: cosa manca a questo elenco che devo assolutamente scoprire?