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In cerca di vini nell’Oltrepo pavese

L’Italia è terra di grandi produzioni di vini: in molte regioni italiane vi sono dei veri distretti vinicoli, colline e colline coltivate a vigne che si spandono a perdita d’occhio.

Chi non ha mai sentito nominare le terre del Chianti in Toscana, le Langhe in Piemonte, le terre del Franciacorta, la zona dei Castelli Romani nel Lazio o dei Castelli di Jesi nelle Marche? E l’Oltrepo pavese? Lo conoscete?

Si tratta di una regione dalla tradizione vinicola piuttosto radicata, che si colloca in provincia di Pavia. Un paesaggio di dolci colline coltivate a vigneti, qua e là un piccolo paesello o una tenuta, strade panoramiche che affacciano su una vista amplissima. Vi sono stata pochi giorni fa, poco tempo dopo la vendemmia, con le foglie delle viti che stanno inesorabilmente diventando gialle e rosse. Le colline sono tutte colorate ora, e il paesaggio è incredibilmente vivace.

Vi racconto 24 ore passate tra Casteggio, Corvino San Quirico e Oliva Gessi: dalla pianura alla collina, alla scoperta dei vini prodotti nell’Oltrepo pavese.

Casteggio

La chiesa di Casteggio, dalla Certosa Cantù

Casteggio è una cittadina di pianura, anche se il suo nucleo medievale si trova su una piccola altura. Ha origini preromane, quand’era un oppidum (centro fortificato) Ligure. Col nome di Clastidium durante la II Guerra Punica giocò un ruolo importante nella guerra tra Romani e Cartaginesi; fu poi integrata nell’Italia romana e nel medioevo passò sotto il controllo del Comune di Pavia. Ebbe un grandissimo sviluppo sotto i Savoia che ne enfatizzarono il ruolo di mercato di pianura lungo la direttrice che dall’Appennino Ligure va verso Milano.

Sulla bella piazza centrale di Casteggio, piazza Cavour, affacciano alcuni eleganti palazzi storici; in altura, invece, è degna di nota la Certosa Cantù, che fu un convento/fattoria che oggi ospita il Civico Museo Archeologico di Casteggio (tutta la storia della zona dalla preistoria al medioevo, comprese le ricerche archeologiche più recenti) e un rinomato ristorante.

Casteggio è anche il nome di un vino DOC: un vino rosso in cui predominano le uve barbera che vengono coltivate in queste terre, rigorosamente nella provincia di Pavia. E già che parliamo di vini, presso le Cantine di Casteggio Terre d’Oltrepo incontriamo le produzioni più importanti: la bonarda, nelle versioni ferma e frizzante, il barbera, appunto, il rosso dell’Oltrepo, il pinot nero per quanto riguarda i rossi; il pinot grigio e il riesling per quanto riguarda i bianchi. Una bella varietà che però, ci dicono da più parti, non è particolarmente valorizzata.

Una cosa che abbiamo capito parlando con alcune persone del posto, che conoscono bene la realtà locale, è che ancora manca nelle terre dell’Oltrepo la volontà, o forse la capacità?, di fare sistema e di autopromuoversi sul mercato nazionale e internazionale. E dire che i tantissimi vigneti che ci circondano e le tante cantine di cui è disseminato il territorio fanno pensare il contrario. Sicuramente al di sotto dell’Appennino i vini dell’Oltrepo pavese sono meno diffusi. Anche per questo eravamo curiosi di scoprirli.

La Cantina di Casteggio Terre d’Oltrepo

Corvino San Quirico

A pochi km da Casteggio una stradina fa abbandonare la pianura e porta in collina. Si entra nel territorio di Corvino San Quirico: la strada sale tra curve che lambiscono vigneti da una parte e dall’altra. In fraz. Mazzolino una grande azienda vinicola, la Tenuta Mazzolino, la fa da padrona. Il panorama spazia sulle alture circostanti, su castelli che si notano in lontananza, su cascine e campanili. Laggiù in fondo, invece, si intravvede l’autostrada. La vendemmia è stata poco tempo fa, e i filari di vite finalmente riposano e si godono l’ultimo sole caldo prima che cadano definitivamente le foglie e sopraggiunga l’inverno. In lontananza qualche trattore sta preparando la terra per nuove semine e nuovi raccolti.

Panorama dell’Oltrepo pavese

Oliva Gessi

Proseguendo la strada si giunge a Oliva Gessi. La sua fondazione risale addirittura ai decenni intorno all’anno 1000. Al borgo è legata la figura di un santo, San Luigi Versiglia, che partì da qui all’inizio del Novecento per andare a fare il missionario in Cina e lì fu martirizzato, nel 1930. Sulla casa natale del santo una lapide ricorda il personaggio, che fu canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1983. Il nucleo abitato in cui sorge questa grande casa, l’unica qui ad essere intonacata di bianco, è quello più antico, dove si trovano i resti di una fortificazione e alcuni grandi edifici in mattoni, ex fienili e ricoveri di animali e di attrezzi. Poco oltre nuovi edifici adibiti ad appartamenti per vacanze: effettivamente se ci si vuole riposare in campagna, lontano dal frastuono della città questo è il posto giusto: solo il gallo canta, incontrastato signore di queste terre.

Vigneti a Oliva Gessi

Anche qui vigneti a perdita d’occhio mentre la strada prosegue verso Montalto Pavese. Anche qui un trattore sta rivoltando zolle di terra e preparando il terreno per l’inverno. Anche qui le viti, che hanno dato tutte loro stesse per la produzione dell’uva, si riposano, finalmente: le foglie cominciano a rosseggiare, poi cadranno definitivamente.

Ci starebbe bene un picnic in mezzo ai filari e un bel bicchiere di vino per brindare a questo territorio che non conoscevo e che spero quanto prima di tornare ad esplorare.

 

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La Sila in 10 mosse

La Sila è il grande altopiano montuoso che domina la parte centrale della Calabria. Attraversata dalla Superstrada, la SS 107, e dalla cosiddetta Via Vecchia, che dai borghi della Presila sale verso Camigliatello, è un territorio vastissimo e ricchissimo di storie, tradizioni e paradisi naturali.

Ormai frequento la Sila da qualche tempo, e ho individuato alcune tappe davvero imperdibili. Un consiglio, però: fatevi accompagnare da qualcuno del posto; oltre a venire con voi vi racconterà vicende del passato, anche personali, che vi aiuteranno a comprendere quant’è straordinaria questa terra e perché chi è nato alle sue pendici vi ha lasciato il cuore anche se ne vive lontano.

Ho individuato, dicevo, 10 tappe, 10 luoghi della Sila visitando i quali si capisce l’essenza di questa terra. Pronti a partire?

1)  Celico

Il soffitto in legno della chiesa di San Michele a Celico

Siamo nella Presila, nel borgo antico che diede i natali a Gioacchino da Fiore, un teologo duecentesco ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, che dall’altra parte della Sila, a San Giovanni in Fiore (v. oltre), fonderà un ordine monastico. Si trattò all’epoca di un’operazione di popolamento del territorio silano, di cui l’abbazia divenne polo di attrazione (una cosa del genere successe in tutto il medioevo in tutta Italia: castelli e monasteri erano poli aggregatori di centri urbani, così le campagne venivano popolate e le terre controllate e messe a coltura). La casa natale di San Gioacchino da Fiore è stata trasformata col tempo in una piccola chiesa nel borgo di Celico. Ma una chiesa più grande, dedicata a San Michele, quasi una fortezza, domina la stretta valle sottostante. I suoi soffitti in legno affrescati sono meravigliosi, seicenteschi, e la torre del campanile, così imponente, sembra più una torre o un faro: e infatti si vede a km di distanza.

La torre della chiesa di San Michele a Celico

Anche se il borgo è piccolo, il territorio comunale di Celico è molto vasto e comprende buona parte dell’altopiano silano insieme agli altri 3 comuni della Presila Spezzano Sila, Pedace e Serra Pedace.

Se volete portare con voi un prodotto davvero tipico della Presila, entrate nella piccola cantinetta sotto la chiesa di San Michele e chiedete il miele di fichi: è un prodotto antico, che serviva a fare la scirubetta, ovvero il sorbetto a base di neve; la sua preparazione, lentissima e faticosa, prevedeva di bollire i fichi e di spremerli e stringerli fino ad estrarre il prezioso, dolcissimo e concentratissimo succo. Una leccornia d’altri tempi che oggi solo in pochissimi continuano a preparare. Aaltri piatti della tradizione presilana si stanno perdendo, anche se vi sono, a livello locale tentativi di dare nuovo lustro. Uno di questi piatti è la cuccìa, a base di grano e maiale, che veniva preparata ogni estate per San Donato e che consisteva in una lunga ed estenuante cottura del maiale e del grano, in modo che tutto si rapprendesse e il piatto risultasse sostanzioso e completo.

2) Spezzano Sila

Se Celico è il paese natìo di San Gioacchino da Fiore, Spezzano è legato ad un’altra figura di santo, molto sentita qui in Calabria: San Francesco di Paola. Qui a Spezzano infatti si trova il secondo convento fondato dal santo quando ancora era in vita e la splendida chiesa di Santa Maria Assunta, bianca di stucchi ridondanti e dorata di affreschi.

Santa Maria Assunta, l’interno

Di Spezzano consiglio oltre che un breve giro tra le viuzze strette del centro storico, con le sue case a tratti decadenti, anche una sosta al punto panoramico sempre in fiore con la statua di San Francesco di Paola. Veniteci al tramonto, godetevi le coreografie di nubi che questi cieli sanno regalare.

Scendendo ad argomenti più “di pancia” poco fuori da Spezzano si trova il grande salumificio San Vincenzo: è il punto di riferimento più importante della Sila in fatto di produzione e commercializzazione dei salumi locali. Quali? Il capocollo, innanzitutto, vero protagonista delle tavole silane, e poi la salsiccia fresca e quella piccante, e la soppressata, ovviamente.

Del grande territorio di Spezzano Sila fa parte Camigliatello: la nostra prossima tappa.

3) Camigliatello Silano

Cose buone da mangiare che si trovano a Camigliatello

Anche se amministrativamente è una frazione (di Spezzano Sla) in realtà Camigliatello è il vero capoluogo della Sila. Qui si trovano gli impianti sciistici e la località di Camigliatello di fatto è una lunga strada piena di hotel, ristoranti, negozi e punti ristoro: ha tutto ciò che una stazione sciistica può offrire. Rispetto alle altre località della Sila è sempre molto frequentata ed è probabilmente la più nota fuori dalla Sila e dalla Calabria.

Questo è il posto migliore per procurarvi i prodotti tipici della zona, salumi e formaggi: alcuni esercizi commerciali storici vendono prelibatezze come le mozzarelline nella panna, il capocollo e la salsiccia piccante (che in realtà è un salame) e il caciocavallo silano, prodotto con il latte delle vacche podoliche che senz’altro incontrerete qua e là al pascolo (anche in mezzo alla strada, perché no) durante le vostre girate.

4) Moccone

Torniamo un attimo indietro. Moccone si trova infatti un paio di curve prima di Camigliatello. Non ha grandi attrattive per la verità. Ma da qui parte il Treno della Sila, un treno a vapore turistico che percorre la vecchia ferrovia silana, che un tempo andava da Cosenza a San Giovanni in Fiore, nel tratto da Moccone a Silvana Mansio via Camigliatello. Così, da un lato vedete letteralmente i pini nati lungo i binari, mentre dall’altro il casello del treno rimesso a nuovo vi accoglie se volete percorrere la vecchia ferrovia (non l’ho ancora mai percorsa, ma credo che ne valga la pena).

La cena in Sila non può non prevedere le patate mbacchiuse, qui al centro del piatto al Binario 37

Moccone è anche punto di partenza di escursioni e gite, perciò è il posto ideale dove farsi preparare un panino o per sedersi a tavola. Tra tutti il Binario 37 fa le migliori patate mbacchiuse (cotte in padella e servite con la crosticina croccante). A proposito: in Sila si coltivano le patate. La patata silana è una produzione di qualità tutta da riscoprire. E proprio da Moccone, prendendo la via che oltrepassa la ferrovia in direzione di Luzi, si costeggiano campi e campi di patate. La Sila è una regione agricola con un potenziale ricchissimo che andrebbe stimolato.

Un campo di patate della Sila

5) La Nave della Sila

Poco oltre Camigliatello incontriamo la Nave della Sila. Questa è la nave simbolica che da metà ‘800 a metà ‘900 e oltre portò tanti italiani, tanti calabresi, tanti silani, lontano dalla propria terra per cercare fortuna altrove. La Sila in particolare si svuotò, per via delle condizioni di estrema miseria in cui versò questa terra all’indomani dell’Unità d’Italia. Un museo fatto di immagini e di storie, per far capire quanto l’emigrazione sia stato un fenomeno diffuso, per molti versi tragico e che troppo spesso tendiamo a dimenticare. Una storia locale e corale, che alla fine riguarda il mondo intero.

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Parlo approfonditamente del museo Nave della Sila in questo post: La Nave della Sila

6) Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge velocemente il Lago Cecita. Uno specchio d’acqua artificiale che ha significato la possibilità di coltivare queste terre irrigandole. Su di esso affacciano da una parte campi e pascoli (persino i cavalli allo stato semibrado) dall’altro la foresta. Siamo nel cuore del Parco Nazionale della Sila, e proprio al Cecita  si trova il Centro Visite il Cupone con percorsi di accessibilità aumentata studiati per i non vedenti: un’iniziativa molto bella alla quale bisogna dare il più ampio risalto.

Anche sul lago Cecita il sole regala tramonti memorabili. Giudicate un po’ voi.

Tramonto sul Lago Cecita

E visto che il lago mette appetito, potete fermarvi al baracchino che troverete lungo la via per una pausa panino: i proprietari sono macellai a Celico, la materia prima è decisamente di qualità.

Parlo del Lago Cecita qui: I grandi Laghi della Sila: Cecita e Arvo

7) I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

In località Fallistro sopravvive un fazzoletto di bosco antico. I Giganti della Sila sono alberi, pini e abeti, vecchi di tre secoli, alti anche 40 m e dai tronchi che raggiungono il diametro di 2 m. Sono ciò che è sopravvissuto di una deforestazione selvaggia che ha colpito la zona nel secondo Dopoguerra. Oggi sono monumento nazionale gestito dal FAI. Un percorso su sentiero permette di passare accanto agli alberi più grandi: sono davvero maestosi e severi e mi ricordano gli Ent, gli alberi giganti e saggi del Signore degli Anelli. La passeggiata nel bosco qui ha un che di magico e sacrale. Le grotte che si aprono nei tronchi, o al contrario, i tronchi che si avviluppano gli uni agli altri, o ancora gli alberi crollati sotto il peso degli anni e lasciati lì perché la natura deve fare il suo corso sono i tanti elementi che rendono unico e fantastico, nel senso fantasy del termine, questo luogo.

Lì accanto trovate ristoro all’Antica Filanda, una casa antica riattata come agriturismo.

Parlo approfonditamente di questo straordinario parco qui: I Giganti della Sila

8) Lago Lorica o Arvo

L’altro grande lago artificiale della Sila è il Lorica, o Arvo. A differenza di Cecita, sulle sue sponde si sviluppa un abitato, Lorica appunto, che ospita alcune strutture ricettive, tra cui anche un campeggio piuttosto grande, immerso nella pineta.  Sul lago si possono praticare sport, mentre all’intorno si possono percorrere i tanti sentieri che entrano nel bosco, a caccia di more e lamponi d’estate, di funghi e di castagne in autunno.

Uno scorcio naturalistico del Lago Arvo

Parlo del Lago Arvo anche in questo post: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

9) San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Questo borgo fu eletto da San Gioacchino da Fiore quale dimora per la sua abbazia. La chiesa, con ciò che resta dell’attiguo monastero, è tutt’ora nel centro del borgo: una bella e massiccia chiesa-fortezza, dalla quale traspare austerità e rigore, tutte doti che i monaci medievali dovevano possedere. Il borgo è il punto di arrivo dei Sentieri dello Spirito, in particolare di quello che partendo da Celico sulle orme di Gioacchino (come abbiamo visto sopra), giunge fino a qui.

Il paese è noto per le sue produzioni artigianali, in particolare la tessitura degli scialli. Alcuni edifici mantengono ancora segni dell’Alto medioevo, simboli di un’antichità e di una storia nella quale evidentemente il paese si riconosce. Sicuramente Gioacchino da Fiore fu figura carismatica all’epoca in grado di influenzare con il suo nome e la sua aura i secoli successivi. Tutt’oggi la sua figura è motivo di orgoglio qui nel borgo. È bello vedere quanto certe figure del passato siano così vive e vicine ancora oggi. Nelle piccole comunità ciò può ancora accadere, e bisogna lavorare perché non si perda.

Parlo di San Giovanni in Fiore anche in questo post: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

10) Bocchigliero

Dai monti si vede il mare, qui a Bocchigliero. Un borgo tranquillo, tutto sommato: recatevici nella festa di San Rocco, e lo vedrete in festa, trasformato, a sera, in una grande sagra paesana. La cosa più eclatante però non è ciò che si vede in paese, ma ciò che si vede oltre, alzando lo sguardo, lanciandolo oltre le montagne boscose. Esatto, da qui si vede il mar Jonio. È laggiù, fa capolino tra due montagne che si incrociano, una distesa blu che si distingue dall’azzurro del cielo. Basterebbe ridiscendere la strada per arrivarvi. Un giorno percorrerò anche quest’ultimo tratto di strada, ma per ora mi fermo qui.

Da Bocchigliero si vede il Mar Jonio! Eccolo laggiù in fondo, oltre le case, oltre le montagne.

Bocchigliero è famosa per le sue conserve e in particolare per la produzione della sardella, che sul versante tirrenico della Sila viene chiamato Rosa Marina: si tratta di pesciolini giovani (avannotti o poco più) trattati sotto sale e sotto peperoncino. Alcuni, qui a Bocchigliero, per esempio, vi mettono anche il finocchietto, che non a tutti piace, ma che conferisce un certo profumo alla conserva. Si scioglie in un po’ d’olio, si spalma sul pane o sulle fette di caciocavallo: et voilà, l’ultima merenda silana è servita.

 

Queste sono le 10 tappe secondo me fondamentali della Sila. Ma sicuramente ho ancora dei punti oscuri e qualcosa è sfuggito alle mie indagini. Mi rivolgo a chi di voi conosce la Sila: cosa manca a questo elenco che devo assolutamente scoprire?

Tu chiamale, se vuoi, “arti minori”: visita al Bargello che non ti aspetti

Ho visitato recentemente il Museo Nazionale del Bargello a Firenze. Chissà perché per tutto questo tempo l’ho snobbato. Entrarci invece è stato una scoperta continua, un’emozione senza pari, un’immersione nella bellezza dalla prima all’ultima sala.

 

I due David di Donatello esposti al Bargello

Sì, il Bargello è quello del David di Donatello: la statua in bronzo che raffigura il giovane eroe biblico dopo aver sconfitto il gigante Golia. Il tema piaceva molto alla Firenze rinascimentale, e infatti troviamo varie sculture realizzate dai più insigni artisti del tempo: Donatello, per l’appunto, ma anche Andrea del Verrocchio (che fu maestro di Leonardo da Vinci) e Michelangelo. Donatello addirittura ne realizza due di David: si trovano entrambi nel Salone di Donatello, al primo piano del Bargello.

Ma non è certo il David di Donatello che mi colpisce, né il Bacco di Michelangelo, né il Mercurio e le altre statue più o meno note del Giambologna (scultore che nella Firenze dei Medici ebbe grandissima fortuna: avete presente il Colosso dell’Appennino nella villa medicea di Pratolino, oggi Villa Demidoff?), ma sono quelle che vengono definite in Storia dell’Arte “Arti minori“.

Avori intarsiati, sculture in bronzo e smalto, oreficerie, legni dipinti, medaglie, terrecotte policrome e smaltate, porcellane, armi e armature da parata, reliquiari, brocche in smalto: dal medioevo al XVI secolo e oltre al Bargello è data dignità a tutte quelle produzioni di artigianato artistico che negli altri musei difficilmente trovano spazio. L’ambientazione, poi, è notevole: un palazzo medievale (che fu la prigione di Firenze) che anche nella successione delle stanze, delle logge e degli arredi mantiene la sua medievalità. Originale è la Cappella della Maddalena (sulla cui parete di fondo, tra i vari personaggi fiorentini rappresentati, si trova pure Dante Alighieri), mentre nelle altre sale sono inseriti ad arte arredi che provengono da altri palazzi medievali o rinascimentali fiorentini e non solo (come il camino di Palazzo Borgherini del 1515).

Museo del Bargello, Sala Carrand

Tondo in avorio, scena di assedio al Castello d’Amore, Francia, XIV sec.

Ciò che più mi riempie di meraviglia sono gli avori, ai quali è dedicata un’intera sala. Predelle, dittici, cofanetti, pomelli, elementi degli scacchi, pettini e statuine: capolavori in miniatura che vanno da un’epoca anche piuttosto remota, il IV-V secolo d.C., dunque l’età bizantina, fino al XVII secolo. All’epoca più antica appartengono i dittici: due elementi rettangolari che dovevano essere legati insieme e sui quali sono solitamente rappresentate scene a soggetto religioso; erano solitamente doni a vescovi o da vescovi per personaggi eminenti. L’avorio era anche utilizzato per i cosiddetti “oggetti da toeletta” (come vengono definiti in disascalese, cioè sulle didascalie dei musei): specchi, pettini e cofanetti. I soggetti rappresentati abbandonano allora il tema religioso per diventare mitologici, oppure cavallereschi: nel Medioevo troviamo spesso raffigurato il Castello di Amore, assaltato da nemici che si sfidano a singolar tenzone. Prodotti in Francia e Germania, questi oggetti sono davvero eleganti e dettagliatissimi.

Lucerna in bronzo

La Sala Carrand, che ospita la collezione donata al Bargello da un collezionista francese di nome Carrand, è vastissima e molto varia: si va dalla lamina di Agilulfo, un elemento decorativo dell’elmo del re longobardo, che si data alla fine del VI secolo d.C. alle brocche in rame e smalto, passando per chiavistelli e chiavi che sono veri capolavori del ferro, ad acquamanili in bronzo a forma di cavallo e cavaliere (cos’è un acquamanile? un vaso per versare l’acqua, né più né meno), a laminette in vetro e oro: molto belle quelle che rappresentano la parabola dei vignaioli tratta dal Vangelo. Bellissimo anche un cofanetto in legno per le spezie, che contiene ancora i suoi piccoli barattolini in vetro. E poi ancora vetri soffiati e artistici, e lucerne in bronzo dalle forme… ecco… particolari, come quella che ritrae un uomo nudo tutto piegato: la fiamma doveva uscire da… proprio da lì, ci siam capiti.

Un’altra produzione del tardo medioevo/Rinascimento che apprezzo particolarmente è la terracotta smaltata con cui venivano realizzate per la maggior parte sculture a rilievo. Gli artisti più noti per questa forma d’arte sono Luca e Andrea Della Robbia, che riescono a creare dei capolavori con l’uso, essenzialmente, di 3, 4 colori al massimo: il bianco, per le figure umane, l’azzurro per lo sfondo, il verde e il giallo per gli elementi vegetali. Si tratta solitamente di scene a soggetto religioso (e infatti spesso decoravano lunette, o altari) vivacissime, ma al tempo stesso molto delicate: i volti delle Madonne, o quelle dei Bambin Gesù sono di una dolcezza rara.

Terracotta smaltata con la deposizione di Cristo dalla croce

In Toscana queste terrecotte ebbero grande diffusione: oltre che nelle varie chiese di Firenze, si trovano fino a La Verna, dove decorano la chiesa del monastero presso il quale San Francesco aveva ricevuto le stigmate.

Accanto alle terrecotte artistiche non può non trovare spazio la ceramica artistica, intesa come piatti, brocche, bicchieri e bacili: un’intera sala è dedicata a produzioni che vanno dal Medioevo (fin dal IX secolo d.C. con una brocchetta a “vetrina pesante”, passando poi per le maioliche arcaiche) fino al XVII secolo: luoghi di produzioni sono la Toscana, Montelupo in particolare, Faenza, Urbino e Savona; alcuni oggetti sono davvero notevoli, perché dipinti da veri artisti.

La sala della piccola scultura in bronzo è molto interessante: in essa trovano spazio tante piccole opere che avevano il loro modello in opere note dell’antichità o degli artisti rinascimentali: il Laocoonte, ad esempio, o il Toro Farnese, oppure varie rappresentazioni di Venere, di Marte, di Ercole che compie qualcuna delle sue Fatiche. Si tratta di opere che copiano pedissequamente oppure che reinterpretano le iconografie antiche dando loro una nuova vitalità, in linea anche col gusto contemporaneo. Osservare queste piccole sculture permette di comprendere qualcosa di più sul gusto rinascimentale per l’arte e per l’antico.

Armatura da parata del piccolo Cosimo III Medici

Una sala è dedicata ad oggetti di produzione islamica: armi, avori, ma anche stoffe, piatti e piastrelle in ceramica a lustro, ovvero decorate con colori che hanno una forte componente metallica brillante. Questo vasellame ebbe una buona diffusione nel medioevo in Italia. Le piastrelle, poi, non sono tanto diverse dagli azulejos spagnoli, le piastrelle, cioè, che decoravano l’Alcazar di Siviglia e l’Alhambra a Granada.

Infine le armi e le armature. Non sono un’amante del genere, ma trovarmi al cospetto di selle da parata in avorio (non proprio comode per sedersi, mi viene il dubbio) di scudi con la testa di Medusa e delle armature da parata appartenute ai rampolli del casato Medici, come Cosimo III, per esempio, mi mette lievemente in soggezione.

Dalla finestra, intanto, sbuca l’onnipresente Cupola del Duomo di Firenze. Una presenza rassicurante, un punto di riferimento sempre e comunque in questa città che si conferma, ogni giorno, una fonte inesauribile di spunti culturali.

La Cupola del duomo vista dal Bargello

Itinerari d’arte in Toscana: la villa medicea di Cerreto Guidi

Era una casina di caccia, la Villa Medicea di Cerreto Guidi. Voluta da Cosimo I de’ Medici, era il luogo in cui il Signore di Firenze veniva a svagarsi, lontano dalla città, andando a caccia nelle sue terre, nei suoi boschi, nei suoi territori: siamo nei pressi del Padule di Fucecchio, area da sempre ricca di fauna.

Per questo la Villa ospita il Museo Storico della Caccia e del Territorio, insieme a una bella e importante collezione artistica risalente al Cinque-Seicento.

Nonostante sia una casina di caccia, non sorge isolata, ma in cima al borgo di Cerreto Guidi, sui resti dell’antico castello dei Conti Guidi, una famiglia medievale nobile che in Toscana diede impulso alla costruzione di molti borghi e castelli e che ricoprì spesso ruoli politici e storici importanti, nel bene e nel male, nei confronti di Firenze.

Il salone principale al primo piano della villa

L’accesso alla villa è incredibilmente gratuito. Il percorso di visita si articola su due piani, più il giardino che guarda sul vasto panorama circostante.

L’interno della villa è un gioiello, un susseguirsi di piccole stanze una più preziosa dell’altra, vuoi per gli arredi, vuoi per le pareti affrescate, vuoi per i dipinti e per gli oggetti da collezione. Al pianoterra è notevole la camera da letto di Isabella d’Aragona, e il Salottino delle Dame, con le pareti affrescate con bei paesaggi classicheggianti, ma a mio parere le sale migliori si trovano al primo piano.

Il Salottino delle Dame, pianoterra della villa medicea di Cerreto Guidi

Salita la rampa di scale, incontriamo due ballatoi. Nel primo alcuni resti di decorazioni architettoniche medievali che non hanno a che fare con la Villa, ma che io adoro: capitelli figurati antichi, appartenuti alla collezione medicea. Perché, come scoprirò nelle sale successive, anche qui, lontano dalla bella e colta Firenze, i Medici si circondavano di antichità, delle quali erano grandi estimatori. Una sala in particolare, chiamata non a caso, la Sala dell’Archeologia, accoglie alcuni reperti archeologici (tra cui il coperchio di un’urnetta cineraria etrusca femminile, per esempio, come se ne possono vedere anche al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) mentre alle pareti si susseguono affreschi bellissimi ed evocativi rappresentanti l’Antico Egitto, il Colosseo, e altri panorami archeologici, il tutto sotto l’austera supervisione delle Muse: l’ispirazione all’antico è forte e potente. Nella sala successiva invece la collezione si concentra sulle armi bianche (una katana giapponese e varie spade preziosamente cesellate fanno bella mostra di sé) mentre in quella successiva sono le armi da fuoco a catturare l’attenzione: tra le pistole pure una pistola da bambini, chissà se un giocattolo o semplicemente più piccola: siamo nel XVII secolo, in fondo, e l’educazione del “giovin signore” era sicuramente diversa da quella dei bimbi attuali.

Uno degli affreschi della Sala dell’Archeologia nella villa medicea di Cerreto Guidi

Il ballatoio affrescato

Il secondo ballatoio è a mio parere l’ambiente più bello di tutta la villa: le pareti sono affrescate illusionisticamente con un paesaggio antico in rovina, ruderi semidiroccati di palazzi antichi, che danno un senso di austerità, ma anche di decadenza, in linea con la corrente pittorica ruinista che nel Sei-Settecento si diffuse in Italia. La villa dopo essere stata di proprietà dei Medici continuò ad essere usata per lungo tempo. A completare l’atmosfera antichizzante alcune opere d’arte antica, statue in marmo e rilievi. L’insieme risulta molto elegante, per nulla pesante o eccessivo. Da qui si gode, poi, una bella vista sul giardino e sul Montalbano, l’area collinare nei pressi della quale sorge Cerreto Guidi.

Proseguendo da questo ballatoio, una sorta di anticamera, nella quale è esposto un presepe in statuette di legno e un dipinto di Andrea Mantegna, immette in un affaccio sulla chiesa del borgo di Cerreto Guidi, alla quale la villa si appoggia: da qui, non visti, i signori della villa potevano assistere alle funzioni religiose in tutta tranquillità, senza subire la calca dei fedeli.

Il giardino non è particolarmente grande: aiuole ben disegnate, da autentico giardino all’Italiana e statue in terracotta che rappresentano le stagioni sono l’aspetto più rappresentativo di questo spazio verde, che guarda sul panorama delle colline del Montalbano e allo stesso tempo isola dal resto del borgo che si stende ai piedi della villa.

E vediamolo, questo panorama: fatto di vigneti che si stendono a perdita d’occhio. Siamo nella zona vinicola del Montalbano, ma da qui la strada più veloce per raggiungere Firenze passa per Fucecchio e per l’Empolese. Il panorama cambia, in men che non si dica ci ritroviamo a risalire il corso dell’Arno. Una bella valle, chiusa tra alture dominate da castelli: Fucecchio, San Miniato, poi Montelupo e Signa. Territori intrisi di medioevo e di Rinascimento, territori ancora fortemente poetici e tradizionali, territori che vale la pena di approfondire, in una bella gita domenicale.

Lasciando Cerreto Guidi verso Empoli, il territorio di dolci colline è coltivato a vigneti. Sullo sfondo si individua l’inconfondibile torre di San Miniato

Mugello: 5 cose da fare che non tutti conoscono

Il Mugello è la meta ideale per la classica gita fuoriporta della domenica; è un territorio piuttosto vasto e variegato: offre natura, cultura, buona tavola e buon vivere, prodotti del territorio, passeggiate e panorami mozzafiato, trekking e musei. Insomma, il Mugello sa dare tante possibilità, a seconda dei gusti di ciascuno.

Ultimamente sono andata spesso in Mugello, e non mi ha mai stancato, proprio perché ogni volta ho scoperto un aspetto nuovo, curioso e interessante di questa terra. Tra tutte le mie gite, ho individuato 5 esperienze che il Mugello offre e che però, son sicura, non tutti conoscono. Vediamo quali sono.

Scoprire il passato contadino al museo della civiltà contadina di Casa d’Erci

Quest’oggetto strano è una lavatrice a manovella, modello tedesco, prima che si evolvesse in un elettrodomestico

Bello, bello, bellissimo. Per arrivare a Casa d’Erci, a Grezzano, vicino Borgo San Lorenzo, occorre prendere una via stretta, lasciare la macchina e inoltrarsi a piedi per la stradina che attraversa un gruppetto di case e poi costeggia il fiume. Poco più avanti si trova l’ingresso del museo. È una casa antica, in pietra, su due piani. Il biglietto (che comprende anche la vicina dependance e le passeggiate nei boschi all’intorno) costa 3 €, ma l’esperienza di viaggiare a ritroso nel tempo non ha prezzo. Si inizia con la vita contadina vera e propria: gli oggetti e i macchinari tradizionali per l’uva e il vino, poi per coltivare il grano, quindi una rapida guida ai cereali coltivati nella zona. I vari lavori manuali, come il muratore e il fabbro. Il tutto condito da fotografie d’epoca alle pareti, per riportarci i volti reali di un tempo che non è più. Oggetti di scuola, piatti e vasi che rimontano fino all’età medievale, e poi la stanza più bella, al piano terreno: la cucina. Un grande camino, con un curioso sistema per la cottura del girarrosto, una bella credenza, un tavolone nel centro della stanza, macinini da caffé, un fiasco di vino: tutto ci riporta indietro nel tempo, la sensazione è incredibile.

La cucina d’altri tempi ricostruita nel Museo Casa d’Erci di Grezzano

L’esposizione nasce da una mostra fatta decenni fa in una scuola del Mugello dedicata già all’epoca (anni ’70) agli oggetti di un tempo. Riuscì tanto bene che poi non si ebbe cuore di buttare via tutto. Alle volte le cose belle, e utili nascono così, per caso.

Percorrere la Via del Latte e fermarsi al Forteto o al Palagiaccio per merenda

Fame? Voglia di qualcosa di buono?

Se ci fate caso, girando in macchina per il Mugello, troverete tante indicazioni di strada con scritto “La via del Latte”: il Mugello, terra fertile di pascoli e di campi di fieno, ospita tante fattorie e aziende agricole basate sull’allevamento dei bovini. Spesso l’odore inconfondibile del letame ristagna per km nell’area, ma vi dirò che non c’è niente di più sano.

Oddio, parlo di puzzi quando invece dovrei parlare di cibo! La filiera del latte nel Mugello è decisamente corta: dal produttore al trasformatore e infine al consumatore in poche semplici mosse. Due realtà in particolare meritano attenzione: il Forteto e il Palagiaccio.

Vi viene fame? Ecco una selezione dei prodotti del Palagiaccio, direttamente dal sito web palagiaccio.com

Il Forteto è una comunità agricola con un punto vendita/hamburgeria che vende prodotti del territorio, salumi, carni, latticini, ma anche frutta e verdura: un supermercato a km 0 cui si aggiunge l’hamburger di chianina che si può gustare qui accanto. Nei pressi si trova anche un grande punto vendita di piante e sementi e un parco/area picnic.

La Bottega di Fattoria de Il Forteto. Credits: Forteto.it

Il Palagiaccio è una realtà molto nota nell’area del Mugello e di Firenze: latticini di qualità, dallo yogurt ai formaggi, passando per tutti i possibili e immaginabili derivati del latte. Ha punti vendita in Firenze (uno in zona piazza Dalmazia) e vende i propri prodotti in particolari supermercati fiorentini (alla Cooperativa di Legnaia a Scandicci, per esempio). La sede mugellana è una fattoria storica che risale fino al XIII secolo! Nel suo punto vendita ha anche l’angolo del gelato. E che fai, non lo prendi un gelato a km zero, fatto con il latte delle mucche che senti muggire qui dietro?

Commuoversi al Museo della II Guerra Mondiale a Ponzalla

Poco fuori da Scarperia, lungo la strada che sale verso il passo del Giogo e lungo la Linea Gotica, si incontra un piccolo ma importante museo, dedicato interamente alla II Guerra Mondiale.

La pace del paesaggio e la guerra del cannoncino: il Mugello è stato teatro di guerra durante la II Guerra Mondiale

Il Mugello fu, nell’estate e autunno del 1944, teatro di tantissimi scontri lungo la Linea Gotica, una sorta di fronte di guerra fatto di rifugi, fortificazioni e accampamenti in zone impervie. Più che una guerra era una guerriglia, fatta di scaramucce, di assalti e di ritirate, estrema difesa dell’esercito tedesco contro tutto e contro tutti.

Materiali recuperati lungo la Linea Gotica ed esposti al museo di Ponzalla

Dopo un bel filmato d’epoca che racconta la Liberazione a Firenze (e prima la terribile Battaglia di Firenze, il 13 agosto 1944), le sale del museo ci portano, attraverso ricostruzioni e vetrine dense di oggetti della vita quotidiana dei soldati di ambo i fronti, nel Mugello del ’44. Il pensiero che quei sentieri del CAI che oggi in tanti percorriamo alla ricerca di more e di fiori di sambuco, quand’è la stagione, siano stati luogo di massacri e di orrore per tanti giovani, di qualunque fazione essi fossero, fa stringere il cuore. Gli oggetti esposti, dal rancio al caffé alle sigarette, dal rasoio per farsi la barba agli occhiali da vista ai preservativi e alle bottiglie di cocacola, dalle pistole al soldatino di piombo, giocattolo o portafortuna di un soldato, ci parlano di uomini costretti dagli eventi a farsi la guerra, quando in realtà avrebbero voluto essere altrove, a casa propria, con la famiglia, a non rischiare ogni giorno la vita. Gli oggetti sono stati raccolti laddove i soldati di entrambi gli schieramenti avevano l’accampamento, oppure dove si sono compiuti gli attacchi e gli eccidi. Sale addosso una tristezza indicibile. Ma è un male necessario, perché dobbiamo imparare dai drammi del passato.

Il latte e la coca cola: gli oggetti della vita quotidiana lungo la Linea Gotica

Entrare nella fucina del coltellinaio a Scarperia

Scarperia è nota per la sua secolare e tradizionale produzione di coltelli. Ancora oggi, camminando per le vie del centro storico, ci si imbatte in numerosi negozi di coltelleria che fanno capo ad altrettanti coltellinai del borgo. Si tratta di oggetti di gran pregio, che possono raggiungere cifre anche cospicue: dietro c’è un lavoro di alto artigianato da non sottovalutare.

Coltelli in esposizione in una bottega nel centro storico di Scarperia

Per avere un’idea della storia di questa tradizione, occorre visitare, dentro il Palazzo dei Vicari, il Museo dei Ferri Taglienti: storia e geografia dei coltelli, produzioni particolarissime come i coltelli d’amore, che i fidanzati si regalavano nel Medioevo sia come pegno d’amore che come monito; coltelli decorati, coltelli dai manici intagliati, coltelli di produzione francese, coltelli di produzione calabrese: il mondo della coltellineria è molto più vasto di quanto non si pensi.

A corredo della visita al museo bisogna andare nella fucina del coltellinaio, che si trova lì accanto: l’incudine su cui veniva battuto l’acciaio, il mantice accanto al caminetto, gli strumenti del mestiere si trovano tutti riuniti in questo ambiente buio e piccolo: una vera e propria fucina, dove il mastro coltellinaio domava sapientemente il metallo per renderlo una lama sottile e implacabile.

Farsi ispirare dall’arte e dal paesaggio nella Casa natale di Giotto

Il panorama dalla Casa Natale di Giotto a Vicchio

Vicchio è il borgo che diede i natali al pittore Giotto di Bondone. Poco fuori dal paese, una casa in pietra vicino ad un altro gruppo di case è stata individuata come casa natale del pittore. Oggi essa ospita un museo didattico di Giotto: non ci sono le sue opere, ovviamente (provate voi a portarvi la Cappella degli Scrovegni o la Basilica Superiore di Assisi, entrambe affrescate da lui), ma riproduzioni che hanno l’intento di riunire virtualmente insieme tutta l’opera di questo pittore così moderno per essere medievale.

Fuori dalla casa, un bello spazio aperto guarda il panorama del Mugello. Sembra proprio un dipinto. Andrebbe incorniciato, questo dipinto naturale. Ed ecco che infatti troviamo delle cornici vuote rivolte verso il panorama offerto dalle montagne e dal cielo: sono altrettanti quadri. Perché la natura è di per se stessa un capolavoro. A Vicchio si trova anche il cosiddetto Ponte di Cimabue. Cimabue fu il maestro di Giotto.

Ecco, queste sono le 5 esperienze un po’ diverse dal solito che il Mugello offre. E voi ne consigliate delle altre? Quali? Sono curiosa di conoscerle!

La Certosa di Padula

Il Vallo di Diano è una regione, tra Campania e Lucania, ricca di suggestioni naturalistiche e culturali. A differenza di altre subregioni della stessa Campania, come ad esempio il Cilento, è ancora poco nota al grande turismo. Forse è proprio questa la sua bellezza. Tra tutto ciò che il Vallo di Diano offre, la Certosa di San Lorenzo a Padula è senz’altro il capolavoro dei capolavori, ciò per cui vale davvero la pena di abbandonare l’Autostrada del Mediterraneo, la Salerno-Reggio Calabria, e di fare un salto indietro nel tempo.

La sua fondazione risale agli inizi del Trecento per volere del signore locale, marchese Marcello Sanseverino. Era realizzata in modo tale da avere al livello inferiore gli ambienti di servizio e al piano superiore i luoghi dei monaci, sia della vita in comune (cenobitica) che per la meditazione eremitica. Era già immensa all’epoca e fu la prima ad essere costruita nel Regno di Napoli. Nel corso dei secoli subì numerosi rimaneggiamenti che hanno stravolto completamente il complesso originario: dal Seicento in avanti infatti numerosi interventi sono stati volti dapprima ad abbellirla e arricchirla di spazi, arredi e opere d’arte; nell’800 ebbe invece alterne fortune, a partire da una prima soppressione dell’Ordine religioso da parte dei Francesi e poi definitivamente col Regno d’Italia. Infine, un capitolo doloroso della nostra storia recente la riguarda: durante la II Guerra Mondiale fu utilizzata come campo di concentramento. Da luogo di pace, Dio e spiritualità a luogo di orrore e morte in poche semplici mosse.

Vista panoramica della Certosa di Padula

Certosa di Padula: la chiesa

L’ingresso monumentale del complesso della Certosa immette in un grande cortile. Sul fondo si staglia la facciata della Certosa vera e propria. Il percorso di visita immette da subito in un chiostro, il chiostro della Foresteria, sul quale affacciano alcune sale e dal quale si accede al piano superiore, porticato, con le lunette affrescate con paesaggi variegati: non fa parte del percorso, per cui ci accontentiamo di vederle da giù. Sul chiostro affacciano alcune stanze e da qui inizia il percorso attraverso la chiesa nelle quali i frati si riunivano in preghiera. La chiesa, divisa in due parti, è eccezionalmente ricca. Vi si accede tramite un portale ligneo del Trecento, scolpito con le storie di Sal Lorenzo. Nella prima parte, la più distante dall’altare, trovano posto i sedili lignei del coro cinquecentesco: tutti in legno intarsiato, ognuno diverso dall’altro, un capolavoro di artigianato artistico che a me personalmente affascina tantissimo.

Certosa di Padula, la zona del coro

La seconda parte della cappella, cui si arriva passando per altre piccole stanze e cappelline laterali, è dominata dall’altare e dagli affreschi alle pareti tra i quali si riconosce il martirio di San Lorenzo, cui è dedicata la Certosa. Stucchi e dorature la fanno da padroni: siamo nel Barocco più puro, settecentesco, che qui come a Napoli dà esiti incredibili.

Certosa di Padula, l’altare maggiore della chiesa

Certosa di Padula, il Chiostro dei Morti

Proseguendo oltre, attraverso altre sale e cappelle, ci si affaccia sul Chiostro dei Morti, che a me ricorda tanto un qualche giardino siciliano arabeggiante: sarà la palma (seccata) e la cupoletta che si sporge, ma mi sembra quasi di essere in Sicilia. Il riferimento ai morti probabilmente parla di un antico cimitero posto qui, probabilmente da riferirsi ai più antichi monaci che risiedevano nella Certosa. Sul chiostro si affaccia la tomba del Fondatore, ovvero di Marcello Sanseverino, il benefattore al cui impulso si deve la costruzione della Certosa.

Proseguendo, arriviamo al Refettorio e alla cucina. Ecco, la cucina è splendida: l’ambiente, piuttosto grande è coperto da una volta a botte.

Il protagonista della stanza è un grandissimo camino con piano di lavoro e cottura, mentre sul lato di fondo è affrescata una scena di deposizione dalla croce. Lungo le pareti corrono fino ad una certa altezza piastrelle in maiolica gialla e verde, mentre in una vetrina sono sistemati piatti e contenitori in ceramica medievale e cinquecentesca, di fabbricazione e provenienza varia, persino dalla Liguria.

Certosa di Padula, la cucina

Fuori dalla cucina un piccolissimo cortiletto di servizio nel quale ospita il lavatoio. Infine si trovavano le cantine per la produzione e conservazione del vino. I monaci non si facevano mancare niente!

Proseguendo, il Chiostro Grande è un’amplissima passeggiata porticata sui quattro lati sui quali affacciavano le celle dei monaci: alcune sono visitabili, e davano su un piccolo cortile/giardino esterno. Il chiostro, così perfettamente geometrico, scandito da 84 pilastri, si riferisce ad un modello piuttosto celebre: il chiostro di Santa Maria degli Angeli a Roma (oggi parte del percorso di visita del Museo delle Terme di Diocleziano) progettato da Michelangelo.

Infine, si giunge allo Scalone monumentale, che non ha alcuna funzione pratica (e infatti non ci si può salire), ma rappresenta simbolicamente la scala del paradiso e che è un capolavoro di architettura barocca realizzato da Gaetano Barba.

Certosa di Padula, il Chiostro Grande con vista sul borgo di Padula

Fin qui abbiamo esplorato la Certosa in quanto monumento. Ma la Certosa ospita anche il Museo Archeologico della Lucania Occidentale e il Lapidario annesso: dedicato alla storia più antica del territorio, accoglie i corredi funerari delle necropoli preromane di Padula e di Sala Consilina. Ne ho parlato più diffusamente qui.

Alla Certosa era annesso un grande parco. Di fatto il perimetro del complesso è davvero molto ampio, come si può osservare molto bene da Padula, il borgo medievale arroccato sulla montagna retrostante in posizione panoramica sulla vallata. La Certosa, invece, sorge in valle, nei pressi dell’antico tracciato della via Popilia, la via romana che arrivava in Lucania. Fulcro religioso, economico e sociale nel Vallo di Diano, ancora oggi domina e caratterizza il territorio. Un monumento imperdibile.

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 3) Diano Marina

Diano Marina è la vera cittadina del Golfo Dianese. Per chi ne arriva da San Bartolomeo al mare, superata la foce del torrente San Pietro, si ritrova su una vera esplanade, così come ho visto in Australia le grandi passeggiate a mare con giardinetti e aiuole. Da un lato della via Aurelia, dunque, direttamente il mare, dall’altra le case e la chiesa di Sant’Antonio Abate.

Diano Marina è vissuta tutto l’anno dai suoi abitanti. Non è un dato scontato: a Diano Marina c’è sempre vita, sia d’estate che d’inverno, i negozi e i ristoranti sono sempre aperti, non conoscono stagionalità. Forse di tutto è questa la cosa che mi piace di più di Diano.

Davvero piacevole passeggiare, in ogni stagione, nel suo centro: via Nizza e via Genova, vie pedonali e ricche di negozi e locali, hanno sempre un’atmosfera rilassata e leggera; viene voglia di guardare le vetrine, di fermarsi per un caffè o un aperitivo in qualunque circostanza. Il vero cuore di Diano Marina in effetti si trova tutto qui: la chiesa di Sant’Antonio Abate, via Nizza subito alle spalle, la piazza del Comune, poco più in su, e l’altra strada di negozi e di locali, via Roma.

Il panorama del Golfo Dianese dal Poggio dei Gorleri: in fondo si vede Cervo, San Bartolomeo al mare nel mezzo e Diano Marina in primo piano

Diano Marina non ha un centro storico. Il nucleo più antico della zona in effetti è un altro comune, nell’entroterra, Diano Castello, che dalla sua posizione dominante, in altura, vigila su tutto il Golfo Dianese e sugli altri piccolissimi borghi che costellano le colline coltivate a olivi, retrostanti Diano Marina. L’entroterra di Diano si stende parecchio nell’interno fino a scollinare, a Est, verso Imperia. Da lassù, il Poggio dei Gorleri, si gode della vista su entrambi i golfi, Dianesi e di Imperia. Ma la vista del Golfo Dianese è impagabile.

L’infiorata del Corpus Domini a Diano Marina (credits: instagram @comunedianomarina)

Diano Marina, invece, è una sottile striscia di abitato che solo in anni recenti si è espansa oltre la linea della vecchia ferrovia (ormai in disuso, con buona pace degli abitanti, in favore di una linea realizzata più a monte, ma che ancora va collegata per bene al centro). Tuttavia non mancano tracce di un passato antico: la piccolissima chiesa dei SS. Nazario e Celso, confinata tra il torrente San Pietro e la ferrovia, risale all’età paleocristiana, poi ampliata nel medioevo. Accanto ad essa si trovava un cimitero, che è stato indagato archeologicamente per anni (ci lavoravo anch’io, ormai 10 anni fa).

La chiesa di Sant’Antonio Abate, invece, risale al Seicento, ed è la chiesa madre, amata dai dianesi. Per la festa di Sant’Antonio, ma anche e soprattutto per la Madonna del Carmine, Diano festeggia con i fuochi d’artificio: un appuntamento che d’estate non può mancare, sennò si urla allo scandalo. L’altra festa molto sentita è quella del Corpus Domini. In quest’occasione i Dianesi danno grande prova di devozione realizzando un bellissimo e colorato tappeto di fiori che si snoda per le vie del centro cittadino dalla chiesa fino al palazzo comunale. L’Infiorata richiama sempre tantissima gente, anche da altri paesi dei dintorni, nonostante si tratti di una manifestazione che si svolge in molti comuni della Liguria (Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori ha fatto uno splendido reportage a tal proposito).

La vista dal Museo Civico archeologico di Diano (credits: instagram @museodiano)

Tornando di nuovo al passato, il Museo Civico Archeologico allestito a Palazzo del Parco (una bella palazzina rossa circondata da giardini dalla cui finestra si vede il mare) racconta la storia più antica del Golfo Dianese, dalla preistoria all’età tardoromana, passando dal relitto romano rinvenuto al largo di Diano alla fine degli anni ’70 che trasportava dolia, grandi contenitori per derrate alimentari che oggi sono esposti parte, con immenso orgoglio, nel Palazzo del Comune di Diano e parte nel nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia.

Il museo Civico di Diano ha anche una bella e curiosa sezione risorgimentale: sì, perché era di Diano Marina uno degli eroi dell’impresa dei Mille, Andrea Rossi. A lui infatti è dedicata questa sezione del museo e a lui (e alla sua famiglia) appartennero tutti i cimeli oggi esposti.

Surfisti sfidano le onde nelle acque di Diano Marina

A Diano ci si va sempre volentieri: il martedì, giorno di mercato, si fanno grandissimi affari. Una passeggiata sul mare, dal porticciolo fino in fondo, in regione Sant’Anna, ci fa respirare quel salmastro che dà energia. In mare in qualunque stagione surfisti e velisti sfidano le onde. Arrivati a Sant’Anna inizia Capo Berta, il lungo tratto di promontorio che separa il Golfo Dianese dal Golfo di Oneglia. Un percorso in auto, lungo la via Aurelia, consente di arrivare velocemente a Imperia. Ma se volete fare una lunghissima passeggiata, o una bella pedalata, potete passare, più in basso, sull’Incompiuta, una strada chiamata così da Imperiesi e Dianesi perché, pur essendo stata realizzata per essere un’alternativa alla via Aurelia, in realtà non è mai stata resa praticabile alle auto. Meglio così, per quanto mi riguarda: ci si gode per lungo tratto la bellezza delle onde che si infrangono sugli scogli, piuttosto impraticabili da parte degli esseri umani, e di una natura semiselvaggia e un po’ rude che popola l’ambiente circostante.

Altre passeggiate, invece, si possono fare nell’immediato entroterra. Un entroterra che negli ultimi 20 anni è stato trasformato e antropizzato anche troppo, ma che preserva ancora qualche piccola isola rurale e felice, come Santa Lucia e Ca’ Pinea, luoghi in cui venivo spesso quand’ero bambina e che per i quali provo un affetto speciale: sono le strade che percorrevo da piccola, che si snodavano tra le fasce coltivate a olivi, sotto i quali raccoglievo anemoni e margheritine: sono i ricordi che si fanno strada e mi indicano la via quando ci torno oggi.

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

Si chiude qui questo tour sentimentale del Golfo Dianese. Spero di avervi trasmesso la bellezza dei miei luoghi attraverso il mio occhio: l’occhio di una persona che non abita più lì, ma che ogni volta che torna sente il cuore che si spalanca e, ogni volta che torna via, sente che se ne stacca un pezzettino. Che resta lì, ad aspettare che torni a raccoglierlo la prossima volta.