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5 cose insolite che puoi fare a Roma

Roma Caput Mundi, Roma Capitale, Roma nun fa’ la stupida stasera, Roma CapocciaRoma è Roma, una città talmente completa, talmente monumentale, talmente tutta da vivere e da percorrere che necessariamente uno si riduce a vedere, quando viene, le cose strettamente necessarie e più importanti. Roma però sa anche stupire e regalare esperienze insolite, di quelle che quando torni a casa puoi raccontare destando l’ammirazione di chi ti ascolta e conosce Roma per sentito dire.

5 cose insolite che puoi fare a roma

Non solo: poniamo infatti il caso che tu sia già venuto a Roma più di una volta. Possibile che tu debba fare sempre il solito giro? Colosseo, Fori, Piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Pantheon? Certo che no: il bello di visitare più volte una stessa città è che si può esplorare anche altro, anche qualcosa di insolito.

Ora ti rivelo 5 cose insolite che puoi fare a Roma

5 cose insolite, fuori dai consueti schemi e itinerari turistici.

5 cose che quando le racconterai susciteranno l’ammirazione nei tuoi ascoltatori o lettori, 5 cose che sicuramente ti fanno percepire Roma con occhi diversi. In nessuna di queste cose vedrai il Colosseo. Ma ti assicuro che alla fine non ne avrai sentito la mancanza.

Ecco le 5 cose insolite che puoi fare a Roma:

  • spiare dal buco della serratura senza essere maleducato
  • aspettare i vecchi tram e le vecchie locomotive alla Stazione Porta San Paolo
  • sentirti osservato dai Garibaldini sul Gianicolo
  • passeggiare tra statue antiche in una centrale elettrica
  • mangiare un panino col pastrami

Ti ho incuriosito? E allora vieni con me a zonzo per Roma!

Spiare dal buco della serratura senza essere maleducato

Cosa ti hanno detto da piccolo? Non si guarda dal buco della serratura! Soprattutto se la serratura apre la porta della casa d’altri. Vero, verissimo, parole sante. Ma se il buco della serratura guarda su un giardino, e quel giardino ha una splendida vista sulla Cupola di San Pietro? Che fai, non la dai un’occhiatina?

buco della serratura Aventino

Dal Buco della Serratura vedo… il Cupolone!

Sul colle Aventino, uno dei quartieri residenziali più signorili di Roma, sorgono alcuni palazzi storici, chiese antiche e splendidi giardini. Un giardino è pubblico, il Giardino degli Aranci, e offre una splendida vista panoramica che spazia dal Tevere alla Cupola di San Pietro fino al Vittoriano e al Palatino. L’altro è un giardino privato, il giardino del Priorato dei Cavalieri di Malta. Questo giardino è chiuso da un imponente portone che cela ciò che si trova al di là. Solo il buco della serratura permette di dare un’occhiata oltre. E di vedere così lo spettacolo del cupolone incorniciato tra gli alberi: la fuga prospettica è perfetta, l’immagine che si presenta davanti ai nostri occhi è un’assoluta poesia. Il cupolone di San Pietro è laggiù, lontano, eppure non ci sarà mai sembrato così vicino.

Il Buco della Serratura attira parecchi curiosi. Un minimo di sana coda è da mettere in conto, ma l’esperienza è totalmente gratuita. Inoltre, non è la sola cosa da vedere sull’Aventino: Le chiese di Sant’Alessio e di Santa Sabina, per esempio, e il Giardino degli Aranci offrono l’occasione di una splendida passeggiata. Vienici di domenica, quando le coppie si sposano e nel giardino qualche artista si mette a suonare in mezzo alla gente: amerai tantissimo questa città e la sua atmosfera di festa!

Aspettare i vecchi tram e le vecchie locomotive alla Stazione Porta San Paolo

Premessa: la stazione di Porta San Paolo in realtà ha tre nomi, a seconda del mezzo di locomozione che si intende prendere: si chiama Porta San Paolo la stazione da cui parte il treno per Ostia Lido; si chiama Piramide la stazione della Metro B; si chiama infine Ostiense la stazione dei treni regionali e intercity, quelli che escono da Roma per collegarla al resto d’Italia. La stazione Ostiense è collegata alle altre due da un lungo corridoio coperto, ma ha un ingresso indipendente in un edificio di epoca fascista; Piramide e Porta San Paolo, invece, condividono lo stesso lato d’ingresso che affaccia sulla Piramide Cestia e sulla Porta San Paolo, cioè la porta nelle Mura Aureliane (fatte costruire dall’imperatore Aureliano) attraverso la quale fin dall’età romana passava la via Ostiense in direzione di Ostia. Tutto torna, no?

polo museale atac

Vecchi tram e vecchie locomotive a lato della Stazione di Piramide

Ma torniamo a noi. Sul lato di fondo della stazione Porta San Paolo si apre il Polo Museale Atac: uno spazio verde nel quale sono parcheggiati alcuni tram degli anni ’20-’30 e alcune vecchie locomotive. Non si può entrare all’interno dei vagoni, ma anche solo dall’esterno questi mezzi di trasporto, che all’epoca erano il vanto della mobilità romana, esercitano un grande fascino. Lo sfondo della Piramide Cestia, poi, rende il tutto davvero senza tempo. All’epoca questi mezzi erano considerati un faro della modernità, e vederli parcheggiati qui, ora, in pensione, fa una certa tenerezza. Gli amanti del genere apprezzeranno.

L’ingresso è gratuito e si può passeggiare liberamente tra le locomotive. Ma non solo: sotto una tettoia è custodita una cassaforte che fu rapinata come nel film I Soliti Ignoti!

Sentirti osservato dai Garibaldini sul Gianicolo

passeggiata gianicolo

Erme garibaldine lungo la Passeggiata del Gianicolo

Nel 1849 a Roma si era instaurata la Repubblica Romana, che aveva esautorato il papa dal governo su Roma. Siamo in pieno Risorgimento: Mazzini e Garibaldi sono i due fautori dell’indipendenza dal Papa; indipendenza che dura poco, perché dopo pochi mesi lo Stato della Chiesa torna sovrano su Roma. Ma il primo seme rivoluzionario è stato lanciato, e infatti nel 1870, con la breccia di Porta Pia, lo Stato della Chiesa cessa di esistere e Roma diventa parte integrante – e a seguire capitale – d’Italia.

E Garibaldi? E i Garibaldini? A coloro che in più di un’occasione si distinsero per coraggio, caparbietà e patriottismo fu destinato un intero colle: il Gianicolo infatti racconta passo dopo passo l’epopea garibaldina, sia dell’eroe dei due mondi che di tutti i suoi seguaci, in Italia e ovunque lui combatté sposando la causa della libertà ora dell’uno ora dell’altro popolo. Non a caso era chiamato l’Eroe dei due mondi.

La Passeggiata del Gianicolo parte dalla fontana dell’Acqua Paola – luogo che molti conosceranno perché vi si svolge la scena iniziale del film La grande Bellezza – e risale via Garibaldi fino alla piazza, sul Gianicolo, in cui campeggia la statua all’Eroe dei due mondi.

faro gianicolo

Il Faro degli Italiani d’Argentina al Gianicolo

A metà di questo primo tratto di passeggiata inizia una sfilata di erme, ovvero di busti di personaggi che a vario titolo sono stati garibaldini o personaggi importanti del Risorgimento e dei primi decenni di Unità d’Italia. La Passeggiata diventa così l’occasione per conoscere i volti, e attraverso di essi i personaggi, che fecero l’Italia.

C’è il giovane Mameli, c’è Pietro Roselli, c’è Luciano Manara, ci sono i volti di personaggi più o meno illustri, più o meno noti, che si sono distinti per il loro fervore patriottico.

Questi volti silenti eppure tanto espressivi si intensificano nei pressi del Muro del Belvedere, all’interno del Parco Gianicolense. Da qui la vista spazia su una bella fetta di Roma. Il parapetto, che porta una lunga iscrizione, è stato inaugurato nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ma noi che ci sporgiamo per guardare il panorama ci sentiamo osservati da tanti sguardi di pietra, è il caso di dire. Va detto che le erme non sono state installate tutte nello stesso periodo, ma variamente aggiunte nel corso del tempo.

anita garibaldi gianicolo

La statua di Anita Garibaldi al Gianicolo

Poco più avanti, la statua equestre di Anita Garibaldi, spirito libero e moglie dell’Eroe dei due mondi, è l’ulteriore omaggio all’epopea garibaldina, fatta di uomini e donne, di fervore patriottico e di spirito romantico di libertà politica e di intelletto. Ad Anita, che morì di malaria durante il Risorgimento nelle valli di Comacchio, è dedicato il Faro degli Italiani d’Argentina, installato nel 1911. Correva il 50° anniversario dell’Unità d’Italia, e gli Italiani all’estero dedicarono all’Italia questo monumento, che oggi è conosciuto più semplicemente come Faro del Gianicolo.

A conclusione della Passeggiata, non si può non visitare il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina presso Porta San Pancrazio. Qui si può conoscere la storia più recente di Roma, prima che diventasse Italia, a partire dalla Roma di Pio IX. Qui, per esempio si scopre che nel 1849 la Repubblica Romana promulgò una sua Costituzione, che per molti versi è simile a quella italiana in vigore oggi: evidentemente, certi princìpi, quelli che per l’appunto definiamo costituzionali, sono davvero imprescindibili e fondamento del vivere civile e democratico.

Ammirare statue antiche in una centrale elettrica

Dalle erme passiamo alle statue intere, dal Risorgimento passiamo all’arte romana. Andiamo alla Centrale Montemartini, un museo di arte romana installato all’interno di una ex-centrale elettrica nel quartiere Ostiense, a pochi passi dal Gazometro e in quello che agli inizi del Novecento era il quartiere industriale della città. La centrale Montemartini funzionò infatti negli anni ’20 del Novecento ed era un impianto all’avanguardia: grossi macchinari in ghisa, simbolo dell’industrializzazione e della modernità, davano luce alla città. Col tempo l’impianto cadde in disuso ed è solo da pochi anni che lo stabilimento è stato riconvertito in spazio museale.

centrale montemartini

Centrale Montemartini, Sala Macchine

L’impatto è notevole. Il candore del marmo si scontra col nero potente dei macchinari; l’espressione idealizzata, senza tempo delle statue si scontra col ruvido dinamismo che i macchinari, con i loro bulloni e i loro bottoni impongono. Il museo è piuttosto grande, ma la sala più spettacolare è quella dei grandi macchinari dove statue, busti e teste di divinità, imperatori e personaggi dell’antica Roma dialogano con le turbine.

La Centrale Montemartini è un museo che osa: di fatto è una galleria di arte antica, né più né meno, ma l’ambientazione così inusuale ne fa un luogo unico e affascinante. Uno dei musei di Roma da non perdere.

Mangiare un panino col pastrami al Ghetto Ebraico

Non ti risulta che il pastrami appartenga alla cucina romana, vero?

pastrami sandwich katzs delicatessen

Il pastrami sandwich di Katz’s Delicatessen a New York: il pastrami è un taglio di carne tipicamente kosher e si trova anche a Roma

Eppure, se a Roma ti trovi a passeggiare per il Ghetto Ebraico potresti imbatterti nella cucina Kosher più estrema.

Il pastrami è un taglio magro di carne di manzo che viene servito sottile sottile come se fosse prosciutto. La ricetta è originaria della Romania, ed è diventata a tutti gli effetti un piatto della cucina Kosher. A New York se non mangi un pastrami sandwich da Katz’s Delicatessen non sei nessuno. Già, ma in Italia?

Il pastrami non è certo tipico italiano. A Roma la cucina ebraica viene chiamata anzi romano giudaica: è quella che ha prodotto, per intenderci, il mitologico carciofo alla giudìa, un carciofo talmente fritto da risultare croccante e strasaporito. Ma altro tipico piatto della cucina romano giudaica è il fiore di zucca fritto e ripieno di mozzarella e acciuga; ma anche la trippa e il cosiddetto “quinto quarto” ovvero le frattaglie, fanno parte della tradizione culinaria romano giudaica.

Se ti trovi a passeggiare per il Ghetto di Roma, che sorge alle spalle del Portico di Ottavia tra il Tevere e Largo Argentina, incontri numerosi ristoranti tradizionali: la Sora Margherita è tra i più noti, un vero buco dove si mangia cucina tradizionale a prezzi giusti per essere il centro di Roma; altri due locali storici sono Gigetto e Nonna Betta. Qui stai certo che mangerai autentici piatti della cucina giudaico romana tradizionale.

sora margherita al ghetto

L’interno decisamente rustico della Sora Margherita al Ghetto, osteria tipica della cucina romano-giudaica

Già, ma non eravamo partiti dal pastrami?
Sì, giusto, il pastrami. Trovi il panino col pastrami sempre nel ghetto ebraico da Fonzie, il fast food in via S.Maria del Pianto, la traversa che da via Arenula porta nel cuore del Ghetto.

Già che ti trovi al Ghetto, approfitta per farti una delle passeggiate archeologiche più brevi ma intense di Roma: dal Portico di Ottavia al retrostante Teatro di Marcello: attraverserai millenni di storia e di archeologia concentrati in pochi metri quadrati, di grande impatto visivo. Il passaggio è gratuito, ovviamente.

Teatro di Marcello

Il Teatro di Marcello. Alle sue spalle si colloca il ghetto ebraico

Queste sono le 5 esperienze insolite che ti propongo di fare a Roma. E tu ne hai fatte delle altre che assolutamente ti senti di consigliare? Raccontamele qui nei commenti, oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

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Nella casa di campagna del Presidente della Repubblica: la Tenuta Presidenziale di Castelporziano

A pochi km dal centro di Roma, a Sud di Ostia nell’immediato retroterra del Litorale Romano sorge la Tenuta Presidenziale di Castelporziano. Un luogo che a dispetto del suo proprietario, il Presidente della Repubblica, in pochi conoscono. Fino a poco tempo fa, tra l’altro, non era neanche visitabile. Il Presidente Mattarella però ne ha predisposto l’apertura al pubblico, perché un Patrimonio così ricco, naturalistico e storico, va condiviso.

castelporziano

Cos’è la Tenuta Presidenziale di CastelPorziano

La Tenuta Presidenziale di Castelporziano si trova nel cuore della campagna romana ed è anzi il luogo in cui la campagna romana è meglio preservata e difesa dalla troppa urbanizzazione che minaccia le altre aree naturali del litorale romano (come ad esempio la vicina pineta di Castelfusano). Occupa una superficie di più di 6000 ettari nei quali trovano spazio l’ambiente naturale del bosco, la pineta, le zone umide, ma anche i pascoli di vacche maremmane e gli allevamenti di cavalli. Tantissime le specie di animali selvatici, dal daino alla martora al cinghiale alla puzzola, e di uccelli, dall’allocco al barbagianni allo sparviero.

Nella tenuta è letteralmente nascosto un sito archeologico: l’antico Vicus Augustanus, un piccolo centro abitato di età romana posto lungo la via litoranea che scendeva verso Sud da Ostia. Le sue rovine oggi sorgono in mezzo al bosco, avviluppate dalle radici e in mezzo agli alberi: un paesaggio fiabesco che per certi aspetti ricorda l’area archeologica di Portus, a Fiumicino.

Il cuore della Tenuta è costituito dal Castello: un edificio relativamente recente, chiuso in se stesso, caratterizzato dalla sua torretta merlata e da un bellissimo giardino all’italiana. Proprio in una porzione del giardino è stato collocato in anni recenti un mosaico di età romana rinvenuto in un edificio del Vicus Augustanus nel 1874 e portato via. Oggi, in questa splendida collocazione nella tenuta presidenziale è valorizzato nel migliore dei modi e contribuisce ad abbellire ancora di più questo spazio verde e piacevole.

mosaico castelporziano

Mosaico proveniente da Vicus Augustanus e rimontato nel giardino della Tenuta di Castelporziano

Si tratta di una lunga striscia che originariamente correva lungo i 4 lati di un grande atrio in un edificio pubblico romano. Il mosaico è a tessere bianche e nere, ovvero a figure nere su sfondo bianco. Su ogni lato sono rappresentate figure e scende diverse: creature marine reali e di fantasia, scene di caccia, scene di ammaestramento di bestie feroci: se amate i grandi mosaici di Ostia antica, sicuramente apprezzerete anche questo.

Tra il giardino e la corte del Castello un piccolo passaggio immette in una splendida veranda tutta affrescata come se fosse un giardino e arredata con una tavola sulla quale è apparecchiato il servizio da tavola del Presidente, in ceramiche della Manifattura Ginori.

Sulla corte interna del Castello affaccia anche il piccolo museo archeologico, il quale racconta attraverso i reperti archeologici la storia del territorio dalla Protostoria all’età romana. La tomba principesca di Castel di Decima e gli affreschi della villa imperiale di Tor Paterno sono gli oggetti più prestigiosi dell’esposizione.

Un po’ di storia…

Già che citavo il museo, sarà bene raccontare un po’ di storia di questo territorio, necessaria per capirne l’importanza e l’unicità oggi.

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Tenuta di Castelporziano: il giardino del Castello e i mosaici del Vicus Augustanus

Siamo a sud di Ostia, in un’area che da sempre ospita selve, paludi e dune. In queste terre il poeta romano Virgilio colloca alcune delle vicende di Enea, l’eroe troiano scampato alla guerra di Troia che dopo mille peregrinazioni per terra e per mare, dopo essere giunto sulla costa laziale, diede origine alla stirpe dalla quale sarebbe poi sorta Roma. Questo poema, composto per celebrare la gloria di Roma durante il principato del primo imperatore Augusto, è una fonte preziosa per comprendere come si presentasse anticamente il litorale romano. Poco più a sud di qui sorgeva la città romana di Lavinium che deriva il suo nome dalla sposa latina di Enea, Lavinia. Tutto torna, tra mito e realtà storica. Non è quindi un caso che sia stato fondato a metà strada tra Ostia e Lavinium un piccolo centro dal nome Vicus Augustanum, voluto proprio dall’imperatore Augusto in persona.

Tra il Vicus Augustanus e Lavinium si collocava una villa, ovvero una grande residenza di campagna, imperiale: il sito archeologico di Tor Paterno. Da qui provengono eccezionali frammenti di affresco, oggi allestiti nel piccolo museo archeologico di Castelporziano.

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, questo territorio diviene di proprietà ecclesiastica. Rimase di proprietà del Papa fino alla metà del Cinquecento, quando divenne proprietà della famiglia fiorentina Del Nero, banchieri del Papa. Rimase di proprietà fiorentina, senza subire sostanziali modificazioni, fino al 1823, dopodiché nel 1872 fu acquistata dal Regno d’Italia per i Savoia che ne fecero la propria riserva di caccia.

I percorsi di visita: storico-archeologici e naturalistici

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La torre del Castello di Castelporziano

I percorsi storico-archeologici portano proprio a scoprire il passato più antico di questa grande area: già nel Castello troviamo sia il museo archeologico che il bel mosaico sistemato nel giardino. Nella tenuta si trovano anche i resti del Vicus Augustanus, immersi nella boscaglia, e la villa imperiale di Tor Paterno alla quale era collegato un acquedotto i cui resti sono stati individuati. La villa fu individuata già nel ‘700, mentre solo al 1865 risale la scoperta del Vicus Augustanus. Da allora sono state condotte molte ricerche archeologiche. Inizialmente – nel XIX secolo – ciò che veniva in luce, principalmente statue, iscrizioni e oggetti di pregio, era considerato degno di considerazione. Nei decenni recenti, invece, le ricerche sono diventate vere e proprie indagini scientifiche, ma molto rimane ancora da scoprire e da capire.

Del Museo archeologico ho già detto: a questo piccolo spazio è lasciata la responsabilità di raccontare la storia più antica del luogo. Ma nel Castello sono narrate altre storie, più recenti. Il Padiglione delle Carrozze espone i carri usati dai membri della corte dei Savoia per le cacce reali; inoltre vi sono calessi e la carrozza usata dalla Regina per le passeggiate in campagna.

Il Castello stesso è un monumento dalla storia articolata. Viene costruito a partire dal XVII secolo ed è poi oggetto di successive modificazioni. La torre centrale con le merlature a coda di rondine costituisce il nucleo originario, dal quale poi derivano tutte le successive modificazioni e ampliamenti.

Per quanto riguarda l’aspetto naturalistico, che interesserà soprattutto i fotografi, gli escursionisti e gli amanti delle passeggiate all’aria aperta, esistono all’interno della Tenuta alcuni percorsi specifici dedicati proprio alla flora e alla fauna locali. Sono predisposti 4 percorsi naturalistici in particolare: Malafede, Malpasso, Tor Paterno e Capocotta.

Per saperne di più sui percorsi di visita della Tenuta di Castelporziano: http://palazzo.quirinale.it/residenze/visitacastelporziano/percorsiCP.html

Raggiungere Castelporziano

Regola numero 1: non vi fidate di Google Maps!

Se voi mettete su google maps Tenuta Presidenziale di Castelporziano, soprattutto se arrivate da Ostia, il navigatore pretenderà di farvi fare un pezzo di via Litoranea a sud di Ostia e poi di farvi entrare nella boscaglia senza che vi sia, però, alcuna strada praticabile!

arrivare a Castelporziano

non date retta a Googlemaps! Per raggiungere Castelporziano seguite le indicazioni fornite qui o sul sito web di Castelporziano

In realtà per accedere alla tenuta di Castelporziano vi sono due ingressi, uno da località Infernetto e uno da località Malafede: tranquilli, non spaventatevi per i toponimi, qui da queste parti è del tutto naturale dare nomi poco invitanti ai luoghi. Per arrivare, quindi, consiglio di indicare sul navigatore o via di Malafede e percorrerla tutta fino in fondo, oppure via di Castelporziano e percorrerla tutta fino in fondo.

Nel dubbio, utilizzate le informazioni presenti sul sito di Castelporziano: http://palazzo.quirinale.it/residenze/visitacastelporziano/arrivareCP.html

Link utili: prenotare per la visita a Castelporziano

Giro d’Italia… del vino: 20 regioni tutte da bere

Va l’aspro odor de’ vini l’anime a rallegrar…

giro d'italia del vino

Ottobre: periodo di vendemmia, uno dei momenti più importanti dell’anno agricolo. Per l’Italia tutta, da Nord a Sud, una stagione intensa. Sì, perché il nostro Paese ha una vastissima produzione vinicola, che dalla Val d’Aosta e dal Trentino percorre lo Stivale fino ad arrivare alla Calabria, alla Puglia e alle “Isole comprese”.

Il vino, il vero signore della tavola italiana, è davvero da sempre un prodotto d’eccellenza. Voglio raccontarvelo regione per regione, percorrendo un vero Giro d’Italia del vino.

Giro d’Italia del Vino. Il Nord Italia

Nord Italia. Tu diresti che bevono giusto la grappa per difendersi dal freddo e la birra per la vicinanza con l’oltralpe di natura tedesca. E invece.

1 Val d’Aosta

Già la Val d’Aosta regala gioie. Innanzitutto esiste una route des vins, una strada dei vini che attraversa la regione toccando i dolci pendii che ospitano vigneti. Perché la Val d’Aosta non è solo alta montagna e vette innevate. C’è anche spazio per i vigneti. E che vigneti.

Nel mio itinerario in Val d’Aosta di qualche anno fa mi è capitato di assaggiare vini autoctoni, come il Torrette, un rosso ottenuto da uve petit rouge, oppure il Vallèe d’Aoste DOC. Sui vini valdostani trovo molto interessante il post di Valle d’Aosta – Guida turistica.

2 Piemonte

vino rosso e castagne

vino rosso e castagne: un abbinamento top!

Il Piemonte è terra di eccellenza del vino! Tra Langhe e Monferrato, territori di Alba e di Asti, il Piemonte ha una ricchissima carta dei vini! Tutti i vitigni si collocano al di sotto del Po, in un paesaggio dolcissimo di colline. Immaginatevi collinette pettinate a vigneti al mattino in quel po’ di nebbia tipica del Basso Piemonte: ecco, un incanto.

I vini piemontesi d’eccellenza sono per la maggior parte rossi.  Il Barbera e il Barolo sono due vini corposi, di sostanza, perfetti per la cucina piemontese. Accanto ad essi non mancano i vini dolci: il Dolcetto d’Asti e il Dolcetto d’Alba per esempio, ma anche la Freisa, il Brachetto (che da giovincella mi faceva impazzire!) e la Bonarda. Uh, quant’è bona la Bonarda!

Diciamo che i Piemontesi con i dolci ci sanno fare, perché il piemonte è terra di moscato! Chi non ha mai assaggiato il Moscato d’Asti può pure lasciare questa pagina. E correre nella più vicina enoteca a procurarsene una bottiglia!

3 Lombardia

In Lombardia è l’Oltrepo pavese a farla da padrone. Qui sono stata un anno fa esatto e ho apprezzato la cultura del vino, le colline anche qui pettinate in filari regolari e con le foglie di vite già rosse per l’autunno. In molti però mi hanno detto che a differenza di altre regioni d’Italia, l’Oltrepo non sa fare sistema e i vigneti producono uve che servono a “ingrassare” la produzione piemontese di vini. Un peccato, perché una regione con un’identità così distinta merita di essere riconosciuta a livello nazionale.

oltrepo pavese

Vigneti a Oliva Gessi (Oltrepo pavese)

Tra i vini più noti abbiamo il Pinot grigio e il Riesling per quanto riguarda i bianchi, il Buttafuoco, il Pinot nero, la Bonarda e il Rosso dell’Oltrepo per quanto riguarda i rossi. Una produzione quanto mai ricca e generosa, che mi auguro potrà fare presto “il salto” e guadagnarsi una fetta di mercato più ampia e più dignitosa.

Ma Lombardia vuol dire anche Franciacorta. Nella provincia di Brescia si trova questa regione vinicola che è il must nella produzione di spumanti brut. Il Franciacorta di fatto è un nome rinomato ovunque anche all’estero, un vero simbolo del Made in Italy.

4 Veneto

vino bianco

Un prosecchino in riva al mare: cosa volere di più?

Per me Veneto è sinonimo di Prosecco di Conegliano – Valdobbiadene: una terra che non ho mai visitato di persona, lo ammetto, ma che conosco perché spesso nel bene e nel male è protagonista di trasmissioni tv discordanti tra loro: si va infatti da chi loda ed esalta la grande produttività di queste terre a chi invece ne mette a nudo i problemi in termini di sostenibilità ambientale, scoperchiando un vaso di Pandora che probabilmente è comune a molte altre realtà vinicole – e non solo – italiane. In ogni caso, il Prosecco di Conegliano – Valdobbiadene è un altro marchio del Made in Italy noto nel mondo, un prodotto d’eccellenza. Non a caso si chiama Prosecco Superiore.

Nella zona di Verona invece si produce il Valpolicella, un vino rosso la cui produzione risale indietro nei secoli. La regione fin dal Medioevo è dedita alla coltivazione di viti e dunque alla produzione di vino. Nella stessa zona, oltre al Valpolicella DOC si produce il Recioto, un vino dolce, da dessert, e l’Amarone, un vino pregiato, pastoso, importante, che si sposa con i piatti tradizionali della cucina veneta dell’interno.

5 Trentino Alto Adige

Terra di GewurtzTraminer e di Müller Thurgau, il Trentino Alto Adige da qualche anno ha sposato anche la pratica dell’Eiswein, cioè l’Icewine, la vinificazione di grappoli congelati vendemmiati tardivamente. Pratica molto diffusa in Canada, anche se pare che l’illustre precedente risalga all’età romana, e dunque sia nato in Europa, ha trovato terreno fertile (si fa per dire) in Germania, Ungheria, Austria e, ovviamente, in Alto Adige. Il vino che si ottiene è particolarmente dolce, ma soprattutto perché sia tale occorre che l’uva sia ghiacciata direttamente sulla pianta, non congelata poi. Sennò sarebbe troppo facile.

castel mareccio

Castel Mareccio a Bolzano è sede di una prestigiosa azienda vinicola

Ma torniamo ai vini a noi più noti. Il Traminer nasce addirittura nel XII secolo, dunque ha una tradizione antichissima di produzione e  vinificazione. Piuttosto aromatico, tanto che si chiama Traminer aromatico, il Gewurtztraminer è di un bel colore giallo paglierino ed è un vino davvero mittleuropeo: dall’Alsazia all’Ungheria, passando per l’Austria e la Slovenia, è prodotto su un areale piuttosto vasto.

Il Muller Thurgau è anch’esso un vino mittleuropeo, che in Trentino Alto Adige ha trovato il suo luogo d’elezione. Vino da pasteggio delicato e profumato, è di colore giallo verdolino. Deve il suo nome, e questa è la curiosità, al suo inventore, tal sig. Muller e alla sua città d’origine, Thurgau in Svizzera a partire da un vitigno riesling.

6 Friuli Venezia Giulia

Tocai friuli

Un bicchiere di Tocai a Muggia, Trieste, al confine con la Slovenia

Che cosa vuoi dire ad una regione che ha addirittura un paese, vicino a Trieste, che si chiama Prosecco?

In realtà il paese di Prosecco è semplicemente un sobborgo di Trieste. Sicuramente però ci gioca sull’ambivalenza del nome, ed è sintomatica dell’intenzione del luogo di identificarsi con la propria produzione vinicola. Il termine prosecco significa “borgo tagliato”, ovvero landa riservata all’agricoltura e, quindi, alla coltivazione della vite. Anche qui infatti si produce vino, prosecco nella fattispecie. Come abbiamo visto, comunque, il prosecco con la P maiuscola ormai è quello di Valdobbiadene in Veneto. Però l’idea che il prosecco, almeno nel nome, sia nato qui, è molto suggestiva.

In Friuli i vini principali sono il Tocai, il Colli Orientali del Friuli e il Carso. La regione in realtà ha una grandissima vocazione vinicola e, vi assicuro, è una regione di grandi bevitori! Io qui voglio solo sottolineare il Ramandolo, un vino bianco dolcissimo che è la cosa più buona che io abbia mai assaggiato a Trieste.

7 Liguria

bianco lumassina

La lumassina, vino bianco ligure, accompagna i piatti della tradizione locale, come i fiori di zucca ripieni

Cambiamo fronte, torniamo a Nord Ovest. In Liguria distinguiamo un estremo Ponente interno, territorio di vini rossi, e un Ponente e Levante marittimi, dove invece regnano i bianchi.

Nell’estremo ponente i due rossi d’eccellenza sono il Rossese di Dolceacqua e l’Ormeasco di Ormea. Il Rossese è una produzione limitata alla Val Nervia lungo la quale sorge il borgo medievale di Dolceacqua, caratterizzato dal suo bel ponte medievale a schiena d’asino. L’Ormeasco è una produzione di montagna, limitata ai colli alti di Pornassio, Nava e Ormea, a cavallo delle Alpi Liguri, dalla tradizione piuttosto antica.

I bianchi sono il Vermentino, vitigno comune ad altre regioni di mare tirreniche, la Lumassina e il Pigato. Ecco, il Pigato è un vitigno tipico della Piana d’Albenga e del Ponente marittimo che ha un sapore aspro e un colore giallo-rosato. La piana d’Albenga è l’unica vera pianura della Liguria che, confrontata con pianure degne di questo nome, scompare. Del resto si sa, la Liguria è caratteristica proprio per i suoi monti che arrivano quasi fino al mare. Nel Levante è talmente reale questa situazione che addirittura nelle Cinque Terre il vino da cui trarre Vermentino e il vino dolce Sciacchetrà è ottenuto da uve coltivate su colline scoscese che vengono raggiunte solo con funivie in grado di scalare il dislivello. Paesaggisticamente incredibili, le vigne del Levante ligure non rendono certo la vita facile al viticoltore.

Giro d’Italia del vino – il Centro

8 Emilia Romagna

Terra di Lambrusco, innanzitutto, l’Emilia Romagna non si distingue per un suo prodotto particolare (lambrusco a parte, ovvio), ma vino viene prodotto sui Colli Bolognesi, Colli d’Imola, Colli di Parma, Colli di Scandiano e Canossa.

Il Lambrusco, neanche a dirlo è il vino amabile più noto d’Italia. Accompagna saggiamente, con leggerezza e spirito quei piatti non proprio leggeri come il bollito o altre gustose ricette della ben nota cucina emiliana. Ricordo ancora di quella volta che a Reggio Emilia mangiai bollito servito col lambrusco! Sono esperienze che vanno provate, almeno una volta nella vita.

brisighella

Le colline intorno a Brisighella sono coltivate a vigneti

Ma poi, non vogliamo parlare del Sangiovese? Il vitigno è uno dei più diffusi in Italia, utilizzato per la produzione di molti altri vini regionali e infatti è coltivato anche in Toscana e fino in Campania. È l’uva impiegata anche per la produzione di un vino importante come il Brunello, per dire. Il nome, tanto per dare un’idea, pare derivi da Sanguis Giovis, Sangue di Giove, il Padre degli Dei nel mondo romano.

9 Toscana

festa del vino impruneta

La Festa del vino dell’Impruneta è un grande evento del vino in Toscana

Eccoci alla principessa delle regioni vinicole italiane. Lo so, sono di parte, ma la Toscana oggettivamente ha una ricchezza e una varietà uniche. Soprattutto, ha saputo farne un vero marchio di qualità. Il Chianti è il biglietto da visita della Toscana vinicola nel mondo: un territorio totalmente vocato al vino in un’area ampia che si estende dalle colline fuori Firenze fino a lambire l’Aretino e il Senese. Non mi pare poco. L’areale comprende tantissimi borghi, da Greve a Panzano, a Radda in Chianti. La festa del vino di Panzano è un’istituzione attesa da un anno all’altro; idem la festa del vino dell’Impruneta, per la quale un corteo di carri in stile carnevale attraversa il borgo per esibirsi nella piazza della Chiesa.

Poco più a Nord incontriamo i Vini del Montalbano, la piccola area collinare che separa il Val d’Arno dal Pistoiese, e il Carmignano, un vino che ricevette la DOC insieme al Chianti poco più di 300 anni fa direttamente da Cosimo III Medici. Una grande festa tra Prato, Artimino e Carmignano, un paio di anni fa, ha celebrato proprio quel grande, importante evento.

artimino

Vigneti di Carmignano DOC ad Artimino (PO)

In Val d’Orcia abbiamo poi i principi dei vini toscani: il Rosso e il Nobile di Montepulciano, ma soprattutto il notissimo Brunello di Montalcino. Spostandoci sulla costa e in Maremma abbiamo il Morellino di Scansano e il Bolgheri tra i rossi, mentre il Vermentino di Toscana è il re dei bianchi.

vigneti Certaldo

Vigneti Chianti nel territorio di Certaldo

10 Umbria

Anche l’Umbria nel suo piccolo territorio produce vini di un certo pregio. La zona di Orvieto è terra, ad esempio è una bella zona collinare pettinata a vigneti che danno vita all’Orvieto, classico e superiore. Ma altri territori umbri si prestano alla produzione di vini: nell’area del Lago Trasimeno si producono i vini Colli del Trasimeno bianco, rosato e rosso; vino si produce anche nel territorio di Assisi, sui Colli Martani, Colli Altotiberini e della Sabina.

mccurry sensational umbria

La foto che il grande fotografo Steve McCurry ha scattato per il suo progetto Sensational Umbria è un ritratto assolutamente italiano: il pranzo della domenica, l’aria di festa, il capofamiglia che versa il vino

Si distinguono poi il Torgiano rosso, prodotto nel Perugino, e il Sagrantino di Montefalco, un vitigno che risale al XVI secolo e il cui disciplinare prevede la produzione in un territorio ristretto a pochissimi comuni di un vino che può essere sia secco che passito.

11 Marche

Anche le Marche, territorio in gran parte collinare, sono dedite alla produzione del vino. Il Verduzzo dei Castelli di Jesi, il Pecorino e la Passerina sono i tre bianchi più noti della regione.

Tra i rossi invece, ricordiamo il Rosso Piceno e il Rosso Conero, ma una menzion d’onore merita la Lacrima di Morro d’Alba, prodotta nella provincia di Ancona, nel territorio comunale di Morro d’Alba e limitrofi. È proprio la varietà di uva nera che si chiama lacrima, da cui il nome del vino, e che è nota almeno dal XII secolo: una storia piuttosto lunga, per un vino rosso rubino intenso, adatto a vari piatti della cucina tradizionale marchigiana; anche se è un rosso, alcuni lo consigliano anche in abbinamento al brodetto all’anconetana, una ricetta a base di pesce.

12 Lazio

frascati bianco

Un bicchiere di Frascati bianco, Cantina San Simone

Evviva il vino de li castelli“: chi non ha mai sentito Nino Manfredi cantare questo stornello in romanesco? La zona dei Castelli Romani è rinomata da sempre per la sua produzione di vini, oltre che per il suo territorio particolare: collinare, intorno ai laghi vulcanici di Nemi e di Albano intorno ai quali sorgono i centri di Castel Gandolfo, Nemi, Ariccia e, un po’ più in là Frascati. Proprio il Frascati bianco è il vino di punta di questo territorio, le cui vigne di produzione occupano le colline dei dintorni: lungo la strada Frascati-Colonna si incontrano numerose cantine e le vigne indubbiamente caratterizzano il territorio.

Anche il viterbese è terra di vini. Come dimenticare l’Est Est Est? Un vino prodotto a Montefiascone, sul lago di Bolsena, alla cui origine è legato un aneddoto particolare (raccontato sull’etichetta del vino) legato all’espressione “Est! Est! Est!” cioè “Est (bonum)” il vino al punto da esclamarlo per ben tre volte!

Sulla costa si segnala a nord il Cerveteri e a sud il Circeo come areali di produzione che danno origine a DOC bianchi, rosati e rossi.

13 Abruzzo

L’Abruzzo si distingue per tre vini in particolare: il Montepulciano d’Abruzzo, il Trebbiano e il Cerasuolo. Il Montepulciano è un vino rosso prodotto con uve Montepulciano ed è prodotto nell’areale di Teramo. Il Trebbiano è invece un bianco che si accompagna a primi in bianco, a pesce e a carni bianche. Il Cerasuolo è una derivazione del Montepulciano, distinto da esso in quanto cambia l’areale di produzione, più esteso rispetto a quello del Montepulciano, ma la sua dignità di DOC è piuttosto recente: anni 2010/2011.

14 Molise

bicchieri vuoti

Bicchieri in attesa di essere riempiti…

Anche il Molise produce vino. In particolare si distingue la produzione del Biferno nella provincia di Campobasso e del Pentro nella provincia di Isernia.

Anche il piccolo Molise sa farsi rispettare, quando si tratta di portare il vino in tavola.

Vitigno autoctono del Molise è la Tintilia, un antico vitigno a bacca nera che stava lentamente ma inesorabilmente scomparendo e che solo in anni recenti è stato recuperato. Il motivo del suo scarso successo? Ha una scarsa produttività, anche se le piante sono piuttosto resistenti, sopravvivendo alle basse temperature della montagna molisana. Della Tintilia esiste anche la versione rosé, delicata e con note speziate.

Giro d’Italia del vino – il Sud Italia

15 Campania

Fin dall’antichità il vino campano è noto e apprezzato. Già i Romani conoscevano e bevevano il Falerno. La Campania Felix era una terra fertile e rigogliosa che non per caso fece da subito gola ai Greci e agli Etruschi. Entrambe le due civiltà basavano sul vino il rituale del simposio, un evento che non era semplicemente un pranzo o una cena, ma un fatto sociale. Non stupisce dunque la vocazione vinicola di lunga tradizione di questo territorio.

tomba del tuffatore paestum

Sulla tomba del Tuffatore, Paestum, V secolo a.C., è raffigurata una scena di simposio

Oggi i vini di punta della Campania sono il Taurasi e l’Aglianico del Taburno, rossi, il Fiano d’Avellino, il Greco di Tufo e la Falanghina del Sannio, bianchi.

Se andiamo sulle isole, il Biancolella è il vitigno tipico di Ischia, a bacca bianca, introdotto in tempi antichissimi dalla Corsica, che ama i terreni vulcanici tipici delle isole campane. I Borboni poi ne ampliarono il territorio di produzione, portandolo in continente sulla costiera amalfitana e sorrentina.

16 Basilicata

Il vino più noto della Basilicata, terra montana che riesce ad avere due sbocchi al mare, e però aspra e impervia in molte sue parti, è l’Aglianico del Vulture. Anche il Grottino di Roccanova è una produzione locale, della provincia di Potenza, ottenuto da uve cabernet-sauvignon, malvasia e montepulciano.

17 Puglia

uva nera

Grappoli d’uva direttamente sulla pianta

Vi dico solo Negroamaro e Primitivo. E subito vi viene in mente un vino rosso intenso, sapido, aspro come la terra arida della Puglia, ma generoso come la sua cucina e la sua gente. Il Negroamaro del Salento è un vitigno endemico della Puglia. L’uva è bacca nera, ma da essa si ricava anche il rosato: il Salice Salentino.

Il Primitivo di Manduria è l’altro vitigno tipico e notissimo della Puglia. Un altro vino rosso, quasi violaceo, che ben si adatta ai piatti della cucina pugliese. Ricordo certe cene ad Alberobello accompagnate dal soave tocco di un Primitivo…

Infine il Nero di Troia, un’altra varietà autoctona diffusa nell’area centro settentrionale della Puglia. A questo vino, e alla sua gradazione alcoolica, è legata una leggenda relativa ad un importante episodio della storia pugliese: la disfida di Barletta. In quest’occasione, infatti, che vide contrapposti 13 cavalieri francesi contro altrettanti italiani guidati dal celebre Ettore Fieramosca, pare che i Francesi si siano dati al bere vino rosso di Barletta – vinificato a partire da uve di Troia – e che quindi non del tutto lucidi siano stati tremendamente sconfitti dai prodi eroi italiani.

18 Calabria

Calabria è sinonimo di Cirò. Sullo Jonio c’è un territorio, quello delle terre di Cirò, in cui i vigneti arrivano fin sul mare. Il Cirò è sia bianco che rosato che rosso. Tante le cantine, che si sono anche consorziate, e che producono ottime etichette di cui tenere conto. Tra Cirò e Melissa si collocano i vigneti, dalle colline al mare, e il salmastro si coglie fin nel bicchiere, nel bianco che accompagna il pesce, o nel rosato che sa quasi di vaniglia.

terre di Cirò

Vigneti nelle terre di Cirò

Il rosso Terre di Cosenza è invece prodotto nelle colline a nord di Cosenza, in una zona collinare a metà strada tra la Sila e il Pollino, i due grandi massicci montuosi della regione. Si tratta in ogni caso di vini gagliardi, pieni di carattere, ottenuti a partire da uve gaglioppo e da uve magliocco, due vitigni endemici della regione.

Infine, va ricordato un vino dolce delle pendici del Pollino: il Moscato di Saracena, di cui parla Jamaluca sul suo blog.

Giro d’Italia del vino – “isole comprese”

19 Sicilia

Anche la Sicilia ha una storia vinicola piuttosto antica, che risale all’età greca.

Il vino più famoso fuori dall’isola è il Nero d’Avola, un vino rosso notevole, originario dell’areale di Siracusa. Tra i vini bianchi invece l’Inzolia e il Grillo sono i due vini più noti. Ma la Sicilia è terra di vini dolci: chi non ha mai assaggiato lo Zibibbo o il Passito di Pantelleria? Vini da dessert unici, dolci e zuccherini come solo la Sicilia sa essere.

Tra i vini da meditazione si colloca il Frappato, un vitigno autoctono, del Ragusano che dà un prodotto di color rosso rubino dalle profumate note floreali.

Ringrazio Benedetta di Viaggimperfetti.com per i suoi consigli in fatto di vini siculi. E lei, siciliana, è un’esperta!

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20 Sardegna

Infine, la Sardegna. Ultima ma non ultima, la Sardegna sa imporsi sul mercato del vino italiano con almeno due produzioni importanti: il Cannonau per il rosso e il Vermentino di Sardegna per il bianco. Questi sono i vini più noti in continente. Il Cannonau, lo ispira anche il nome, è un vino potente, fortemente alcoolico, a gradazione piuttosto alta, che ben si accompagna con i piatti di carne della cucina sarda dell’interno (un porceddu al mirto con cosa lo vuoi accompagnare, altrimenti?); al Vermentino è lasciato il compito, invece, di accompagnare i piatti di pesce della cucina costiera della Sardegna. Per i dolci sardi, come i sospiri, le tilicche, i pabassini, i gueffos e le seadas, si consiglia invece la Vernaccia di Oristano, un vino dolce ma non stucchevole.

vini d'italia

La mappa dei vini d’Italia

Lunghetto questo tour dell’Italia del vino, eh? D’altronde, però, ognuna delle 20 regioni italiane ha le sue specificità in fatto di vino. Spero in questo post di aver dato un’idea della vastità e varietà della produzione vinicola italiana, per quanto in modo incompleto: la varietà è infatti grandissima, ed è facile confondersi tra vitigni, vini e areali di produzione. Si fa presto ad andare al ristorante e prendere un vino qualunque: anche dietro al rosso o al bianco della casa, infatti, può nascondersi una lunga tradizione e un prodotto di pregio anche se non da etichetta.

Spero con questo post ad alta gradazione alcoolica di averti dato una mappa con cui orientarti nell’intricato mondo dei vini italiani. Tu che esperienza hai in fatto di vini? Bevi vino ai pasti? Cosa scegli? Parliamone nei commenti oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

Autunno a Roma: due mostre da non perdere

L’autunno porta con sé sempre alcune novità: l’inizio della scuola, l’avvio di nuovi progetti (per me è sempre così, almeno), la programmazione culturale che riparte dopo il rallentamento estivo. Così succede a Roma dove, dopo l’agosto romano in cui gli abitanti si dileguano, da settembre riprendono pian piano le attività culturali.

Nel giro di due giorni hanno inaugurato a Roma, nell’ultima settimana di settembre, due mostre estremamente diverse l’una dall’altra, entrambe assolutamente da non perdere, ognuna per un motivo preciso.

autunno a roma due mostre da vedere

Palazzo Barberini, La stanza di Mantegna

Non fatevi fuorviare dal titolo: la “stanza” non è davvero una stanza, ma un luogo astratto, un luogo dell’anima, un luogo, parafrasando Dante, che è ricettacolo di arte, e dunque arte all’ennesima potenza. La mostra, in realtà piuttosto piccola, ospita poche ma significative opere, prestito del Musée Jacquemart-André di Parigi, e di queste solo due sono state dipinte da Mantegna.

Andrea Mantegna, Ecce Homo

Ecce Homo Andrea Mantegna

Andrea Mantegna, Ecce Homo

L’Ecce Homo di Mantegna è un’opera pazzesca, ha una potenza espressiva che intender non la può chi non la prova. Davanti ai nostri occhi abbiamo Cristo, con la corona di spine, una corda intorno al collo, le mani legate, che guarda verso di noi con aria esausta, sofferente. Alle sue spalle, che lo cingono, ma lo spingono alla gogna, due figuri brutti, loschi, grotteschi. Uno di essi in particolare, mi ricorda certi volti volutamente imbruttiti di Peter Bruegel il Vecchio: il naso adunco, i denti storti, gli occhi incavati, tutto sta a connotare un personaggio negativo. La banda scritta al di sopra di esso, come un fumetto, recita ossessivamente “Crocifige Eum“, Crocifiggilo.

E tutto diventa chiaro.

Cristo si trova sofferente, legato, davanti a Ponzio Pilato. I personaggi alle spalle, che lo spingono in avanti, urlano “Crocifiggilo, crocifiggilo” così come narra il Vangelo. La scena è  fin troppo nota. Manca solo un personaggio a completare il quadro, ovvero Ponzio Pilato.

E improvvisamente ci accorgiamo che siamo noi astanti, che osserviamo il dipinto e veniamo trafitti dagli occhi semichiusi del Cristo, ad essere il Ponzio Pilato della situazione. Come reagiamo davanti all’incalzante ritmo dell’urlo “Crocifiggilo!“? Daremo retta alle voci di condanna o, proprio come fece Ponzio Pilato, ce ne laveremo le mani?

C’è abbastanza in questo dipinto per scrivere un trattato di arte, di teologia e di psicologia allo stesso tempo. Dipinto intorno al 1500 (Mantegna morirà nel 1506) quest’opera è estremamente moderna nel coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere a chi guarda. Perché qui non si tratta di dire “è un quadro bello; è un quadro brutto”: qui si tratta di verificare quanto siamo coinvolti noi spettatori, quanto diventiamo parte dell’opera. Personalmente lo trovo meraviglioso.

Terme di Diocleziano, Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella cultura del Novecento

Nella splendida cornice delle Terme di Diocleziano, che è insieme monumento antico, museo di se stesso e museo di arte romana e di archeologia protostorica, trova la sua degna esposizione la mostra Je suis l’autre.

terme di diocleziano

Le Terme di Diocleziano ospitano nell’autunno 2018 la mostra Je suis l’autre

Una mostra suggestiva prima ancora che educativa, una mostra che viaggia su due livelli: l’arte cosiddetta primitiva, o tribale, che trova più spazio negli studi di etnografia e antropologia che non in quelli di storia dell’arte; e la corrente artistica del Primitivismo che, nel Novecento ha visto straordinari esiti in scultura, nonché straordinari rappresentanti: Giacometti e Picasso sono gli autori di grido, richiamati fin nel titolo della mostra. Ma poi c’è George Bracques, Arnaldo Pomodoro, Mirko Basaldella, Joan Mirò, Marino Marini.

je suis l'autre Marino Marini

La Danzatrice di Marino Marini in mostra alle Terme di Diocleziano

Il percorso espositivo è articolato in sezioni che seguono i temi dell’arte etnografica, per così dire: la vita, il sogno, la magia, la morte. Sul filo della narrazione tracciato dalle opere tribali, che provengono variamente dall’Oceania, dall’Indonesia, dalle isole del Pacifico, dal Sud America, si innestano veri e propri confronti con le opere degli autori del Novecento i quali, nel loro approcciarsi all’arte “primitiva” riflettono su se stessi, sul senso della propria ispirazione, sull’arte in generale. Illuminanti, a tal proposito, sono le citazioni poste in apertura della mostra: l’artista riflette sempre su ciò che elabora, e liquidare semplicemente con un “è arte…” ciò che non capiamo significa non tenere conto del fatto che ogni artista conduce una propria riflessione, un proprio pensiero, un proprio scopo. Così, il “Visage” di Picasso non è altro che un volto disegnato, ma piegato per dargli tridimensionalità: appare totalmente astratto ai nostri occhi, eppure nasconde una ricerca personale dell’artista che vuole andare oltre la concezione normale del ritratto.

Altre opere, come la Danzatrice di Marino Marini in apertura di mostra, sono già più vicine al nostro modello occidentale. La ballerina, tra l’altro, a me ricorda nella posa, la Ballerina scolpita da Degas con tanto di tutù. Questa di Marino Marini, però, non ha il tutù né le scarpette, ma ha volto e forme allungate e sproporzionate che si avvicinano a certe opere di arte tribale che effettivamente le sono poste intorno. Tutto torna, tout se tient.

Maschere di legno che raffigurano figure ibride, diaboliche e mostruose. Vi sembrano esotiche? Niente affatto, sono svizzere.

La mostra è realizzata in collaborazione con Electa, che ha curato lo splendido catalogo.

Due mostre da non perdere. Due musei da non perdere

Le due mostre di cui ho brevemente parlato qui, La stanza di Mantegna e Je suis l’autre, sono ospitate in due musei che a loro volta sono due eccezionali istituzioni e monumenti.

Palazzo Barberini

nascita del battistia

Nascita del Battista, Maestro dell’Incoronazione di Urbino, prima metà del XV secolo, Palazzo Barberini, Roma

Palazzo Barberini è la sede della Galleria Nazionale che conta opere che vanno dal Medioevo puro, quello delle Madonne dipinte su fondo oro, all’epoca della Controriforma di cui è protagonista Caravaggio col suo Narciso, passando per la Fornarina di Raffaello. Opere e autori che hanno fatto la storia dell’arte; uno splendido palazzo di cui potrete notare la magnificenza negli splendidi soffitti affrescati del pianoterra e nelle sale magnifiche del primo piano, tra cui il grande salone affrescato da Pietro da Cortona. Un palazzo che è innanzitutto palazzo storico con una sua precisa identità: edificio barocco, di proprietà della famiglia papale dei Barberini, alla sua realizzazione hanno lavorato, insieme a Carlo Maderno, sia Bernini che Borromini, i due architetti eterni rivali nella Roma del Seicento. Tra di essi non poteva correre buon sangue, ognuno impegnato com’era ad affermare se stesso rispetto all’altro per averne fama, gloria, onori, ma soprattutto lavori.

Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano

Monumento assoluto, della romanità, dell’architettura antica, dello scorrere dei secoli e testimone di come un intero quartiere possa adeguare se stesso alle strutture preesistenti di un complesso davvero enorme. Le Terme di Diocleziano furono l’edificio pubblico più grande dell’impero romano e occupavano uno spazio immenso, tale da condizionare la struttura dell’attuale Piazza della Repubblica, così perfettamente circolare, e gli edifici circostanti; tale da condizionare la pianta (e pure la facciata) della chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, che è ricavata in alcuni ambienti delle antiche terme; tale da coinvolgere addirittura Michelangelo nella realizzazione di un grande chiostro retrostante la chiesa (per me uno dei luoghi più belli di tutta Roma, tra l’altro).

terme di diocleziano chiostro michelangiolesco

Il Chiostro michelangiolesco ricavato all’interno delle Terme di Diocleziano

Il museo è dedicato principalmente alla scultura romana, accoglie una ricca sezione epigrafica, cioè dedicata alle iscrizioni latine, e inoltre ospita, al piano superiore, un’intera sezione dedicata alla protostoria del Lazio, ovvero ai ritrovamenti relativi all’età del bronzo e del ferro e ai corredi delle tombe, alcuni dei quali davvero ricchi.

Un giorno a Taranto: 5 cose da fare e da vedere

Ho trascorso a Taranto una giornata intera. Ho visto cose, ho fatto cose, alcune delle quali insieme ad una localguide*; ho deciso di raccoglierle in questo post. Dalla mattina alla sera, vi dico le 5 cose assolutamente da fare e da vedere a Taranto.

cosa fare a Taranto

1) Mattina presto: passeggiare all’alba lungo la Marina e respirare il salmastro

Taranto pescatori

La Marina di Taranto. I pescherecci al mattino

Sono giunta a Taranto col primo flixbus del mattino, peraltro in anticipo, per cui è stato inevitabile iniziare a percorrere la città vecchia quando ancora nessuno osava avventurarsi fuori casa. Nessuno, fuorché i pescatori di rientro dalla pesca. Ecco, lungo la Marina c’eravamo io, i pescatori che smatassavano le reti e l’odore forte, a tratti troppo pungente, del salmastro.

Una passeggiata lungo la Marina è necessaria per poter attraversare l’isola su cui sorge la città vecchia e oltrepassare il Ponte Girevole che immette invece nella città ordinata, ottocentesca, ortogonale. La città vecchia, per contro, è il cuore pulsante, storico, antico, chiuso come un riccio di mare. La fronte dei suoi palazzi decadenti ci accompagna sulla destra, mentre alla nostra sinistra rimane il porticciolo dei pescatori.

Ah, piccola premessa: Taranto ha tre passeggiate lungo il mare. Questa è la Marina; dall’altra parte dell’isoletta c’è invece la Ringhiera; il Lungomare percorre invece il perimetro della Taranto nuova (questa è una preziosa informazione che mi ha dato la mia localguide*).

2) Colazione con vista sul Castello Aragonese

Se durante la vostra traversata dell’isola verrete affiancate da un mansueto cane lupo senza guinzaglio non vi agitate: è Max, la mascotte tarantina. Lui mi scorta verso la pasticceria dove avevo già deciso di fare colazione. Gli lascio però l’illusione che abbia scelto lui per me dove farmi prendere un caffè. Il Caffè Bernardi è in posizione ideale: appena superato il Ponte Girevole, così chiamato perché in effetti è girevole, in quanto si apre per far passare nel canale le navi più alte della sua campata. Dal suo dehors si gode una splendida e rilassante vista sul Castello Aragonese. Max intanto sonnecchia con un occhio aperto e uno chiuso lì davanti a voi, e tutti i suoi conoscenti lo ossequiano come è giusto che sia.

taranto

Taranto, il castello aragonese, il ponte girevole

3) Visitare il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

In via Cavour, nell’ordinata città postunitaria, sorge il bel palazzo in cui è ospitato il Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Su tre piani, il percorso parte dalla preistoria e arriva all’epoca postromana; si inizia dal terzo piano, dove ci accoglie la statuetta dello Zeus di Augento, si vede lo scorrere dei millenni, vetrina dopo vetrina, fino alla fondazione di Taras. Da qui è la città greca, con i suoi edifici religiosi, il suo quartiere artigianale, le necropoli e gli oggetti quotidiani, a farla da padrone.

museo marta taranto

Dettaglio di un vaso apulo: Dioniso nasce dalla coscia di Zeus. Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Colpisce la straordinaria vivacità dei vasi apuli a figure rosse, le statuette di terracotta che raffigurano donne variamente vestite, lo splendore dei gioielli in oro, tra corone e orecchini di una modernità imbarazzante. Poi si arriva al momento di passaggio dalla cultura greca alla dominazione romana, passaggio che senz’altro fu sofferto, ma che, dal punto di vista culturale e artistico, si avverte come un lento e costante cambiamento. La Taranto romana è nota principalmente per i pavimenti a mosaico. Indubbiamente il vero cuore di Taranto è la Taras greca, e proprio ad essa il Museo dedica maggiormente se stesso. E non potrebbe essere altrimenti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

4) Inoltrarsi nella città vecchia

street art taranto

Uno dei murales della Città vecchia di Taranto: antico e moderno si incontrano

La città vecchia di Taranto è un dedalo di viuzze strette e chiuse da alti palazzi decadenti (in qualche caso ahimè fatiscenti). Una città vecchia in salita, difficile da immaginare per un’isoletta che chiude l’immissione al Mar Piccolo e al Mar Grande. E se più in alto si trovavano un tempo i palazzi nobiliari, mentre alla base, alla Marina, stavano i cenciosi pescatori, ora è tutto sullo stesso livello: tutto avrebbe bisogno di una riqualificazione che è voluta dalla popolazione stessa, ma che stenta a farsi strada. Tuttavia proprio il turismo può essere il volano per riqualificare un centro storico che è davvero notevole.

La Cattedrale di San Cataldo, per esempio, è un capolavoro di architettura romanica cui, ad un certo punto, fu aggiunta una splendida cappella talmente barocca che più barocca non si può, tra marmi intarsiati e stucchi mirabolanti. Un vero gioiello. Si trova nel cuore della città vecchia e non lascia insensibili coloro che le passano accanto o che vi entrano.

Fuori dalla cattedrale, invece, nei vicoli, l’occhio non può non farsi attirare dai murales. Murales che vanno programmaticamente ad occupare vecchie porte tamponate e che parlano di miti antichi, reinterpretando in questo modo la storia più antica di Taras e attualizzandola, portandola al giorno d’oggi.

cattedrale taranto

La cattedrale di San Cataldo a Taranto

5) Tramonto: prendere un aperitivo ai piedi del Castello Aragonese

Taranto

Castello Aragonese, TAranto

Una bella passeggiata dal porticciolo lungo la “Ringhiera”, l’altro lato rispetto alla Marina dell’isola della Città Vecchia. Si raggiunge il Castello Aragonese, che sorge a sua volta su una prima fortificazione bizantina, perfezionata poi dai Veneziani e resa la meraviglia che è dagli Aragonesi.

L’accesso al Castello è libero, per cui si può accedere all’ampia corte quadrangolare; nella piccola cappella laterale ci si può sposare (sapevatelo, animi romantici che mi leggete!); tuttavia solo con visite guidate a orari prestabiliti si può accedere anche ai bastioni e vedere, magari, l’ammainabandiera. Io non ho avuto la possibilità di farlo, ma mi sono consolata con uno spritz quasi in riva al mare e all’ombra del torrione del Castello Aragonese. Una location davvero unica, il Jazz Island dove, con la mia localguide* abbiamo preso un aperitivo al tramonto, mentre calava il sole e nel mare antistante gettavano l’ancora yacht e mercantili.

Una giornata a Taranto. W l’archeologia, w gli sposi e soprattutto w la mia localguide*

Sono venuta a Taranto per il matrimonio di una cara amica, Astrid di @Archeopop. In realtà non mi sono fermata in Puglia solo 24 ore, ma quasi 48; tuttavia all’incirca una giornata totale è quella che ho passato a Taranto. Da archeologa, non ho potuto non visitare il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto in compagnia di un’archeologa, ovviamente. La colazione fronte Castello Aragonese l’ho fatta con Stefania di Memorie dal Mediterraneo: titolo di blog più che appropriato al luogo. Infine, un ringraziamento va alla mia localguide, di cui finalmente svelo il nome, Maria Millarte, blogger di Aroundme, che ha sacrificato una sua domenica per far esplorare a me la città vecchia di Taranto e la sua Massafra e che infine mi ha portato a prendere l’aperitivo ai piedi del Castello Aragonese. Non le sarò mai grata abbastanza: l’amore per la sua terra fluisce incontrollato ogni volta che apre bocca, come un fiume in piena. È meraviglioso.

taranto

I palazzi che affacciano sulla Marina di Taranto: sono il primo baluardo della città vecchia

La sera ho preso l’ultimo flixbus della notte e sono rientrata la mattina dopo, fresca come una rosa, in ufficio.

E per voi quali sono le cose assolutamente da fare, da vedere, e perché no da gustare, in una giornata a Taranto?

Ti presento MARTA: il Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Chi è Marta?

Marta è l’acronimo di Museo Archeologico Taranto. Il museo che ha l’onore e la responsabilità di raccontare la storia più antica della città. E assolve al suo compito benissimo.

museo archeologico taranto

Il Museo si trova in pieno centro, superato il Ponte Girevole che collega la città vecchia, medievale, arroccata, con la parte ottocentesca, ordinata, strade larghe rettilinee e piazze. Il MARTA è uno dei musei archeologici più grandi d’Italia: una collezione archeologica vastissima, che va dalla preistoria all’età romana e altomedievale, passando, e soffermandosi soprattutto, sull’epoca più importante: quella greca.

Visitare il MARTA

Si parte dal terzo piano per visitare il MARTA. Al terzo piano infatti inizia il percorso espositivo. Nella prima sala, ad accoglierci, un vip dell’archeologia: lo Zeus di Ugento: una statuetta in bronzo del dio posto nell’atto di scagliare, con misurato equilibrio, il fulmine che lo contraddistingue. Per me un’emozione trovarmi inaspettatamente al suo cospetto.

zeus di Ugento

Lo Zeus di Ugento al MARTA Museo archeologico nazionale di Taranto

La preistoria

Il percorso espositivo inizia dall’inizio, ovvero dalla Preistoria. Quando l’uomo viveva o si riparava in grotta, quando non esistevano ancora insediamenti urbani, ma l’uomo pian piano imparava a plasmare l’argilla e la cuoceva per farne contenitori, quando iniziava a coltivare e quindi diveniva stanziale. Due Veneri paleolitiche dalla Grotta delle Veneri a Parabita (LE) sono la testimonianza di un culto della fertilità che era estremamente diffuso 20mila anni fa circa.

veneri paleolitiche taranto

Veneri Paleolitiche al Marta – Museo archeologico nazionale di Taranto

MARTA TAranto

idolo neolitico, MARTA – Museo archeologico nazionale Taranto

Il Neolitico segna la svolta: l’uomo con l’agricoltura addomestica la terra, ma a sua volta ne è addomesticato e da nomade si ferma nei luoghi che meglio rispondono alle sue necessità. Sorgono i primi insediamenti, anche se continuano ad essere utilizzati i ripari in grotta, come la grotta dei Cervi di Porto Badisco, vicino a Otranto o come ad Arnesano, dove una tomba ha restituito un idolo, una statuetta con il volto a civetta. Siamo tra il 4300 e il 4000 a.C.

Insieme all’agricoltura, l’uomo inizia a plasmare la terra e a cuocerla: l’invenzione della ceramica è un altro grande passo per l’umanità. La terracotta segna davvero la svolta perché i vasi consentono di conservare cibi e liquidi; hanno scopo pratico ma anche rituale, iniziano ad essere decorati.

Poi l’uomo scopre i metalli. Il rame, innanzitutto, poi il bronzo e a seguire il ferro. L’età del Bronzo segna per la Puglia l’incontro con le popolazioni dell’Egeo, da Creta prima e dalla Grecia continentale poi. Iniziano le importazioni di ceramiche minoiche (cretesi) e poi micenee (greche). I primi contatti con il mondo greco si collocano tra il 1300 e il 1000 a.C. Ma il vero incontro con la Grecia arriverà qualche secolo più tardi, con la fondazione della colonia spartana di Taras.

Taras, la colonia greca

Ogni colonia greca ha il suo fondatore, l’ecista, e il suo eroe mitologico di riferimento. Nel caso di Taranto l’eroe è Taras, figlio del dio del mare Poseidone che un giorno, nella terra dove poi sarebbe sorta Taranto, stava compiendo sacrifici quando dal fiume comparve un delfino. Considerato un segno propizio della benevolenza degli dei, Taras ordinò che lì fosse fondata una città. Poi Taras un giorno scomparve in mare e si narrò che il padre lo avesse preso con sé. Fin qui il mito. Il fondatore storico di Taranto, invece, fu Falanto, che guidò un gruppo di spartani alla ricerca di una nuova terra (dopo essere stati scacciati, così dice il mito, dalla città natale) e la chiamò Taras in memoria dell’eroe figlio di Poseidone. La città iniziò a battere moneta, e sulle sue monete figurava l’eroe Taras in groppa al delfino.

taranto tempio dorico

Ciò che resta dell’imponente tempio dorico di Taranto: due imponenti colonne

La città greca è narrata, in museo, attraverso i segni tangibili che ha lasciato: non così diffusi come penseremmo, ma siccome la città è cresciuta su se stessa, con una continuità di vita che non ha visto interruzioni, è difficile scavare interi quartieri, mentre nel corso del tempo non sono mancati i rinvenimenti sporadici, sparsi qua e là per la città, sufficienti però a delineare un’idea dell’organizzazione dello spazio urbano. Nella città vecchia, poi, non possono sfuggire le due imponenti e tozze colonne doriche del tempio dorico, di VI secolo a.C.

Gli edifici religiosi erano abbelliti con decorazioni architettoniche varie; tra tutte le antefisse sono le più interessanti: a testa di Gorgone, o Medusa, vanno dalle più antiche, dal volto mostruoso, a quelle più recenti, in cui un bel volto di donna è agitato da serpenti tra le ciocche dei capelli. Altre antefisse rappresentano il dio Ermes, oppure i Sileni, oppure donne con la testa coperta da un velo. La varietà è notevole, così come i colori.

museo archeologico taranto

Un’antefissa a testa femminile velata, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

La devozione alla divinità, però, non occorre dimostrarla per forza con i templi, ma anche con doni votivi, come statuette che raffigurano divinità oppure offerenti. Offerte nei santuari, erano raccolte in stipi votive, dei pozzetti che fanno la gioia degli archeologi, quando ne rinvengono uno.

museo archeologico taranto

Una statuetta di recumbente (semisdraiato) in terracotta, offerta votiva in un santuario del IV secolo a.C. Museo Archeologico Taranto

Le statuette fittili, la mia passione

Si chiama coroplastica, in termine tecnico, la produzione di sculture e rilievi in terracotta. Si tratta di una produzione di artigianato artistico che a Taranto dà esiti incredibili! Per tutta l’antichità, dall’età greca ai primi secoli dell’occupazione romana (quella che viene definita età ellenistica) le statuette in terracotta, raffiguranti fanciulle, attori, ballerine, divinità – in particolare Venere – sono diffusissime. Non è chiara la funzione: se ex voto, bambole, rappresentazioni divine o altro. Io semplicemente le adoro: erano coloratissime, le fanciulle indossano abiti e copricapi strepitosi. Sono eccezionali.

museo archeologico taranto

Non è meravigliosa questa statuetta in terracotta dipinta? In realtà sono due che si intersecano: la Nereide, una divinità marina, e l’ittiocentauro, una creatura marina fantastica che vi si inserisce. Trovo il tutto meraviglioso. Museo archeologico Taranto

I vasi apuli

Taranto era un centro di produzione di vasellame molto importante. I vasi apuli, imponenti, a vernice nera e figure rosse sono dei capolavori di artigianato artistico. I vasi avevano differenti destinazioni: segnacoli funerari, contenitori per il vino nei banchetti, coppe per bere, vasi specifici per i matrimoni, contenitori più piccoli per unguenti e profumi. La produzione tarantina di vasi è vastissima. Sulle pareti spesso sono rappresentate scene mitologiche anche complesse. Tantissime figure animano i vasi, come se i pittori avessero paura di lasciare degli spazi vuoti. Le scene rappresentate possono essere molto note, come la Amazzonomachia (la battaglia tra i Greci e le Amazzoni) o la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus(v. video in fondo al post); ma sono anche scene particolarissime e che ci fanno sorridere, perché ci fanno vedere come, in fondo, non sia cambiato proprio niente: la scena con Afrodite che minaccia di picchiare il piccolo figlioletto Eros col sandalo non è familiare a molti di noi?

museo archeologico taranto

Lebete apulo a figure rosse. Il lebete è un vaso nuziale, femminile. La scena è un riferimento al ruolo di madre che a noi suscita immediatamente un sorriso: Afrodite sembra dire “Ti tiro ‘na ciavatta!”. Museo Archeologico Taranto

La conquista romana

Prima Pirro, poi Annibale. Taranto ha sempre cercato di evitare la conquista romana, ma un bel momento essa fu inevitabile. Ciononostante la conquista romana non ha significato un cambiamento drastico immediato nella cultura e nella mentalità tarantina. I Romani sapevano creare le condizioni per non imporre la propria cultura, ma solo la propria organizzazione amministrativa. Il processo di romanizzazione fu lento ma costante ovunque, per cui per molto tempo dopo la conquista effettiva la popolazione locale continuò a mantenere le proprie consuetudini. Per Taranto questo tempo coincise all’incirca con tutta la durata dell’età ellenistica(fine IV-inizio I secolo a.C.).
In età imperiale, invece, case e terme sono ormai tipologie edilizie prettamente romane. I pavimenti a mosaico di certi edifici fanno invidia ad analoghi pavimenti di Roma, Ostia e Pompei, per fare dei raffronti.

museo archeologico taranto

Uno degli splendidi mosaici che decoravano i pavimenti di domus e terme di Taranto romana. Museo archeologico Taranto

Focus on: le oreficerie

Nella Taranto greca un ruolo importante riveste la produzione orafa. Orecchini, corone così finemente cesellate e così moderne! Ma anche portagioie a forma di conchiglia: capolavori di cesello che fanno invidia a certi oggetti moderni. Gli orecchini sono davvero moderni: quelli con pendenti a forma di Eros sono i miei preferiti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

Perché visitare il MARTA

La straordinaria storia di Taranto emerge grazie ai ritrovamenti archeologici fatti nel corso di decenni. Si tratta spesso di rinvenimenti sporadici, fatti qua e là in varie contrade della città, nel corso di scavi urbani, non in seguito a campagne di scavo mirate. Nella città vecchia di Taranto l’unico sito archeologico visibile è il tempio dorico, mentre tutto il resto della città antica è stato seppellito, eraso, coperto dalla città che nel corso dei millenni ha continuato a costruirsi su se stessa.

Per chi non è di Taranto è difficile capire da dove provengano i bellissimi reperti archeologici esposti in museo. Per chi è di Taranto, invece, può essere una scoperta vedere che vicino casa è stato trovato qualcosa di antico. Non so, io all’idea sarei elettrizzata!

Scoprire Taranto vuol dire anche conoscerne la storia più antica. Il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto, è la tappa fondamentale per conoscere la città. Assolutamente da non perdere.

Calabria coast to coast: da Paola a Crotone lungo la S.S. 107

Mar Tirreno, Mar Jonio, e nel mezzo la Sila

Lungo il percorso, poi, tanti borghi, paesi, città, per cui vale la pena far diventare il percorso in auto un vero viaggio di scoperta. Pronti a percorrere con me il Calabria coast to coast? Da Paola a Crotone scopriremo quali centri e quali luoghi si incontrano lungo la S.S. 107.

S.S. 107 CALABRIA

1- Paola

Affacciata sul Mar Tirreno, Paola è una cittadina medievale che ha dato i natali al Santo più venerato nella regione, patrono dei Marinai, San Francesco di Paola. Appena fuori dal borgo, il grande convento di San Francesco è meta di pellegrinaggi da ogni parte della Calabria, ma anche d’Italia. Un grande complesso, poggiato lungo la riva di un fiume, che ospita i luoghi storici di Francesco, le grotte dove pregava, le celle dei monaci, la chiesa e il chiostro. Un luogo di devozione davvero grande.

paola convento san francesco

Paola, il convento di San Francesco

Il paese di Paola è arroccato, in salita, un po’ decadente come molti centri storici in Calabria. Purtroppo tante case abbandonate, che trasformano la decadenza in degrado, ma in ogni caso una cittadina vitale, punto nodale nei collegamenti con l’interno: e infatti è proprio da qui che si origina la S.S. 107 che attraversa la Sila e punta verso Crotone.

Per approfondire: San Francesco di Paola, il santuario, la città, il culto

2 – Cosenza

La seconda tappa lungo la S.S. 107 è nientemeno che Cosenza. Il capoluogo è una città antica, cui sono legate leggende che spesso vengono confuse con la realtà, come la storia del Tesoro di Alarico che si troverebbe seppellito da qualche parte nei pressi della città e che ogni tanto a qualcuno viene in mente di cercare.

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone. In mezzo, il centro storico di Cosenza

Il centro storico di Cosenza è meraviglioso e decadente, piuttosto esteso. La città è dominata dall’alto dal Castello Normanno Svevo, oggi ampiamente restaurato e aperto al pubblico. La Galleria Nazionale di Cosenza, invece racconta il lato artistico della città: un museo recentemente allestito, moderno, che espone tele di pittori importanti come Mattia Preti e Luca Giordano ed ha una sezione interamente dedicata all’artista futurista Umberto Boccioni, che era cosentino.

Corso Mazzini MAB Museo aperto Bilotti

Corso Mazzini a Cosenza: Museo all’aperto Bilotti e Jurassic MAB

Sempre restando in campo artistico, il MAB, Museo all’aperto Bilotti è una galleria d’arte disposta lungo Corso Mazzini a Cosenza: la via pedonale centralissima della città è lo spazio lungo il quale incontrare opere di De Chirico e Manzù, tra i nomi più importanti. Nell’estate 2018 ha ospitato anche una bella sfilata di dinosuri, Jurassic MAB, per la gioia di grandi e piccini.

Infine, uno sguardo al futuro: il Ponte di Calatrava alle porte della città, che tanto ha fatto discutere, si pone come un’ala bianca sopra il corso del fiume Crati.

Per approfondire: Scoprire il centro storico di Cosenza

Il Castello Normanno Svevo di Cosenza e la Galleria Nazionale: la Cosenza da non perdere

Cosenza, un museo a cielo aperto

3 – Camigliatello Silano

Lasciata Cosenza, la S.S. 107 comincia a salire verso la Sila. Passa alcuni piccoli centri dell’area della PreSila, come Celico e Spezzano della Sila, e giunge sull’altopiano. Camigliatello si può considerare il capoluogo turistico della Sila, la cittadina dello struscio e dei negozi, dove sia in estate che in inverno le famiglie e i turisti si ritrovano prima di partire per le varie escursioni in montagna.

Camigliatello era stazione importante lungo la ferrovia della Sila. La Stazione perfettamente restaurata è oggi occupata da un ristorante, così come avviene a Moccone, poco distante, piccola stazione da cui parte il Treno Storico della Sila.

stazione camigliatello silano

La stazione di Camigliatello Silano

A proposito di ristoranti, in Sila si è sviluppata una cucina tradizionale che attinge ai prodotti del territorio, della terra e dell’allevamento, e ne trae prodotti unici. Il consiglio? Fermarsi in un ristorante, oppure in un caseificio o in una macelleria a Moccone e a Camigliatello è un consiglio spassionato che non posso non dare.

vacche podoliche in Sila

Vacche podoliche in Sila

Vicino a Camigliatello, in località Torre Camigliati, si trova La Nave della Sila, un museo dedicato all’emigrazione italiana (in particolare calabrese, in particolare silana) verso l’America e l’Europa tra ‘800 e ‘900.

Per approfondire: La Sila in 10 mosse

La Nave della Sila

12 prodotti tipici della cucina calabrese che devi mangiare quando vai in Sila

4 – Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge il Lago Cecita, il lago artificiale più grande della Sila, la cui diga fu realizzata nel 1951. Presso il lago ha sede il Centro di osservazione naturalistica del Cupone, e da qui partono numerosi percorsi naturalistici tra cui quelli nella grande foresta della Fossiata. Il lago è placido, ma selvaggio, sostare sulla sua riva al tramonto è qualcosa di estremamente poetico.

lago cecita

tramonto sul lago Cecita

Tra campi di patate e pascoli dove vagano liberamente mucche di razza podolica, quelle da cui si trae il caciocavallo Silano, il panorama da queste parti non stanca mai; i boschi, poi, sono alti, secolari, umidi e, nella stagione giusta, ricchi di funghi.

Per approfondire: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

5 – Croce di Magara

giganti della sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

I Giganti della Sila sono una Riserva Naturale nella quale vivono i secolari esemplari di pino Laricio  e acero montano scampati agli abbattimenti del secondo Dopoguerra e testimonianza dell’importanza del bosco di un tempo che fu.  Importanza non soltanto dal punto di vista ambientale e naturalistico, ma anche economico. La Sila è sempre stata una risorsa. Dai tronchi dei pini larici si ricavava la resina, per esempio; importantissimo era nei tempi passati lo sfruttamento della legna e la sua trasformazione in carbone che avveniva direttamente in Sila, nelle carbonare. I carbonai passavano in Sila buona parte del tempo per produrre il carbone, ma in occasione della festa di San Donato, che si festeggia in ottobre, scendevano in paese e stringevano, davvero con una stretta di mano, contratti per la vendita del carbone e l’utilizzo del carbone.

Alberi che fanno pensare agli Ent del Signore degli Anelli, tanto sono alti, larghi e vetusti; sono portatori di una saggezza antica e i segni sulla loro corteccia fanno lo stesso effetto delle rughe sul volto di un anziano. Visitare la Riserva Naturale è il modo migliore per capire l’importanza del bosco, della cura dell’ambiente naturale, tema che ci riguarda davvero da vicino.

Per approfondire: I Giganti della Sila

6 – Silvana Mansio

Formatosi come villaggio turistico negli anni ’30 del Novecento, nasce e mantiene la sua vocazione di stazione turistica con le sue casette, veri e propri chalet di montagna, il grande albergo demodé, la chiesetta e il ristorante. Il tutto in mezzo ad alberi altissimi che danno l’idea di vivere davvero in un bosco. Alcuni degli chalet, con il loro giardinetto fiorito intorno, risalgono ancora agli anni ’30, ma sempre di nuovi ne vengono costruiti: Silvana Mansio è in crescita lenta, ma costante, soprattutto in armonia con l’ambiente circostante. La piccola chiesina, dedicata a Sant’Alessandro Martire, è uno chalet col campanile, che dà un ulteriore tocco da favoletta all’abitato.

Silvana Mansio

Una delle adorabili casette colorate di Silvana Mansio

7 – Lago Arvo

Silvana Mansio è l’uscita sulla S.S. 107 più veloce per raggiungere Lorica e il Lago Arvo. Anche questo lago è artificiale, realizzato tra il 1927 e il 1934, gli stessi anni in cui si costruivano gli chalet di Silvana Mansio; Lorica, invece, è la cittadina, appoggiata sulle sue rive, che accoglie i turisti con i suoi ristorantini, i suoi bar e le case per la villeggiatura. Sul Lago si possono fare i classici sport da lago, come la canoa o il windsurf, ed è navigabile. Vi è anche un parco avventura, il SilAvventura, per grandi e piccini. Il lago è circondato quasi in ogni sua parte dal bosco.

Lago Arvo

Lorica, in riva al Lago Arvo

8 – San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Una vera e propria città, con un centro storico arroccato, tradizioni artigianali peculiari, come la produzione di tappeti e la lavorazione dell’oro, e soprattutto un’eredità religiosa e culturale notevole: San Giovanni in Fiore è il luogo scelto dall’Abate Gioacchino per fondare la sua abbazia, l’Abbazia Florense. Gioacchino fu un teologo ricordato anche da Dante Alighieri. La sua abbazia, fondata nel 1215, rivestì un ruolo importante nella diffusione del Cristianesimo nella Sila, e diede anche un certo contributo all’antropizzazione di alcune delle aree della Sila che prima di allora era terra per la maggior parte incolta e inospitale.

Per approfondire: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

9 – Caccuri

Abbiamo “scollinato” per così dire ed entriamo nella Sila del versante crotonese. Caccuri è uno tra i tanti borghi d’altura e fortificati che sorgono su questo versante dell’altopiano proiettato ormai verso il Mar Jonio. Prima di Caccuri si incontra Cerenzia, paese moderno sorto a poca distanza dell’antico e abbandonato Akerenthia, oggi sito archeologico.

Il Castello di Caccuri domina dall’alto la sua stretta valle. Il borgo medievale, arroccato alla cima della sua altura, ha perso tanto del suo fascino antico, per via di restauri un po’ troppo invasivi agli edifici; tuttavia qualche scorcio notevole rimane, così come la chiesa Matrice, romanica. Il castello è privato, sede di una residenza di lusso. Per molti, ma non per tutti. Caccuri ospita ogni anno il Premio Letterario Caccuri per la Saggistica: la cittadina si pone come capoluogo culturale della Sila e richiama nomi importanti della cultura italiana.

Caccuri

La rocca di Caccuri

10 – Crotone

crotone mercato

Mercato a Crotone

Giungiamo infine a Crotone. La città portuale è grande, e il primo impatto lo si ha con la zona industriale che, come tutte le zone industriali, non è particolarmente affascinante. La città moderna si sviluppa intorno al porto e alla città vecchia dominata dall’alto dalla grande fortezza aragonese.

Città antichissima, Kroton fu fondata dai Greci nell’VIII secolo a.C. Fu città importante, e in essa si stabilì il filosofo e matematico Pitagora. Per un certo tempo fu la città più potente della costa Jonica, soprattutto dopo aver sconfitto Sibari, altra colonia greca, più a Nord. Della storia più antica di Kroton si possono vedere le testimonianze al museo archeologico nazionale di Crotone, nel cuore della città vecchia. Ma il sito archeologico più spettacolare è senz’altro quello di Capo Colonna, a pochi km da Crotone. Qui i Greci eressero un santuario dedicato alla dea Hera: sulla cima del promontorio, in una posizione strategica per controllare chi navigava nel mar Jonio, diretto a Crotone o più a nord.

Capo Colona

Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna

Per approfondire: Crotone, giorno di mercato

Capo Colonna. Perché visitare uno dei siti archeologici più belli della Calabria

A Crotone termina il viaggio lungo la S.S. 107. Il percorso liscio, senza interruzioni, da Paola a Crotone dura 2 ore circa; ma vi assicuro che ogni tappa intermedia ha più di un motivo valido per invitare a deviare dal tragitto e a fermarvi. Che dite, vi ho convinto?