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Bill Bryson, Una città o l’altra

Bill Bryson, Una città o l’altra, Guanda Edizioni

Mi ritengo una lettrice di Bill Bryson. Ho letto tre suoi racconti di viaggio, quindi ormai ne conosco lo stile e so cosa aspettarmi, bene o male.

In un paese bruciato dal sole è stato il mio primo incontro con Bryson. Lo lessi mentre aspettavo di andare in Australia, e mi diede preziosissimi spunti, nonché una lettura spassosissima. Bryson è decisamente uno scrittore ironico, pure troppo. Nel suo viaggio in Australia la sua vena comica mi divertì moltissimo. Per questo poi volli leggere America Perduta.

America Perduta lo trovai invece sempre comico, ma con una vena cinica e sarcastica portata decisamente all’eccesso. Anche basta, a un certo punto, eh? L’abbiamo capito, Bill, sei deluso dagli Stati Uniti, tutti stelle strisce nelle metropoli e sola desolazione nell’interno, però inutile insistere fino alla nausea con un cinismo che pare persino forzato.

Nonostante tutto, mi è capitato tra le mani Una città o l’altra. Cambio di fronte, un viaggio in Europa che Bill Bryson ripercorre a decenni di distanza dal suo primo viaggio da poco più che adolescente con un suo amico. Un viaggio a metà tra il nostalgico e il curioso, tra il solitario e l’avventuroso, tra il triste e l’allegro. Anche qui lo stile è il solito, umoristico, cui Bryson mi ha abituato. Mi ha abituato soprattutto alle figuracce che posso fare in pubblico quando leggendo scoppio a ridere di punto in bianco per una qualche battuta delle sue. Anche qui, però, le sue battute a volte forzate, alla lunga mi hanno annoiato. Soprattutto quelle a sfondo sessuale, che sinceramente non incontrano il mio gusto e che spesso ho trovato fuori luogo.

Veniamo al racconto di viaggio: il nostro Bill decide di intraprendere un itinerario attraverso l’Europa nel quale intende ripercorrere un viaggio che fece quand’era giovane con un suo improbabile compagno d’avventure. In alcuni momenti traspare il confronto tra il viaggio dell’epoca e il viaggio attuale, in altri no, prevale il viaggio del momento, con i disagi e le piccole disavventure, che concorrono comunque a tratteggiare la sua idea di Europa. Va detto che Bryson non si arrende facilmente: quando le cose sembrano mettersi male o sembrano problemi insormontabili, riesce comunque a trovare una soluzione.

La prima parte del racconto si svolge nel Nordissimo d’Europa, perché Bill vuole vedere l’aurora boreale. E dopo giorni e giorni di freddo in un paesino in cui non c’è nulla se non l’alberghetto e un molo, finalmente viene ripagato del più incredibile spettacolo cosmico cui si possa assistere. Il racconto dunque parte sotto i migliori auspici.

Non è sempre un racconto equilibrato. Diviso per città o per nazioni, il resoconto è sicuramente molto personale, ma proprio per questo in alcune circostanze pecca: ad Oslo lui parla solo di un luogo in cui prende un caffé, un po’ poco per essere un capitolo di un racconto di viaggio. Per contro in Liechtenstein si spende e ci regala un quadretto graziosissimo e completo dello staterello più piccolo d’Europa.

Bryson nel suo viaggio attraversa la penisola scandinava, la Germania, l’Olanda, il Belgio, la Danimarca, i Paesi alpini, quindi Svizzera, Liechtenstein e Austria, e i Balcani, quindi la Jugoslavia, che all’epoca in cui scrive era ancora unita, fino ad arrivare in Ungheria. Da questo punto di vista il suo racconto assume un valore di documento storico, ormai, perché fotografa una situazione, quella delle code fuori dai negozi per comprare beni di consumo introvabili, che per fortuna ormai è solo un brutto ricordo nei paesi ex-comunisti (e non è neanche il ricordo peggiore).

Nel complesso, anche se ammetto che non è facile raccontare di un viaggio in tutta l’Europa cercando di tenere sempre un livello alto di attenzione nel lettore, questo suo viaggio non mi ha conquistato e a tratti mi ha annoiato. Nonostante i suoi intermezzi comici che, ammetto ancora una volta, mi hanno strappato più di una risata, non sono riuscita ad appassionarmi come altri racconti di viaggio fanno.

Ma ora voglio sentire il vostro parere: conoscete Bill Bryson? Avete letto qualcosa di suo? Che ve ne pare? Discutiamone nei commenti! 

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Cosa leggere durante un viaggio che attraversa la Calabria? Un racconto di viaggio sulla Calabria, ovviamente. Se scritto da una donna ancora meglio.

Non fraintendete il titolo: niente di femminista. O meglio, niente che abbia a che fare coi diritti lesi delle donne. In realtà è femminista, ma per un altro verso. Le donne indifese di cui parla il titolo sono l’autrice, Emily Lowe, e sua madre, che viaggiano senza scorta, senza accompagnamento maschile, e dunque indifese, in una terra che ancora nella seconda metà dell’800 era considerata pericolosa e selvaggia, ma proprio per questo romantica (nel senso ottocentesco del termine) e affascinante.

Le due donne affrontano il viaggio proprio per sfatare un’usanza che prevedeva che le donne potessero viaggiare solo se accompagnate. Da uomini, ovviamente. Dunque viaggiavano le mogli e le figlie con i loro mariti e padri, ma mai da sole. Nel sud Italia, poi, terra di briganti considerata, in modo romantico, ma razzista, una società arretrata culturalmente, socialmente e civilmente, era impensabile che delle donne potessero mettersi in viaggio da sole. Persino gli uomini affrontavano questi viaggi con un po’ di timore. D’altro canto, il forte richiamo della cultura classica vedeva nella Sicilia e nella Magna Grecia il ricordo dell’età dell’oro, ed era perciò irresistibile per i nobili rampolli delle grandi famiglie europee. E così ecco che nell’800 continua il Grand Tour avviato già nel Settecento e che vedeva Inglesi, Tedeschi e Francesi scendere in Italia a visitare le tappe fondamentali dell’arte e dell’archeologia italiana: Venezia, Firenze, Roma e poi Napoli e la Sicilia. E in mezzo la Magna Grecia appunto. Ciononostante, donne viaggiatrici nel Sud Italia ce n’erano, e hanno lasciato qua e là dei diari freschi, delle narrazioni precise che consentono di costruire un quadro abbastanza chiaro della condizione delle viaggiatrici dell’epoca: un bel resoconto è nel saggio “Viaggiatrici. Storie di donne che vanno dove vogliono” di Maria Carla Martino.

Torniamo a Emily Lowe. Per quanto viaggiatrici “indifese”, in realtà lei e sua madre non sono mai sole. Ovunque vadano, hanno sempre qualche signorotto locale che le ospita, che le accoglie, che le invita all’Opera e che le accompagna in diligenza. Un aspetto interessante è il fatto che lei non crede al pericolo dei briganti. Il brigantaggio era una pratica diffusa in Calabria e molti racconti anche piuttosto efferati erano diffusi tra i viaggiatori. Il brigante era quasi un mostro mitologico e ciò che la Lowe vuole dimostrare è che in realtà si tratta di un fenomeno ingigantito, e invece piuttosto contenuto. Lei non teme neppure per un secondo l’attacco dei briganti, e lo sottolinea più volte.

Paola, il convento di San Francesco

Paola, il convento di San Francesco

Risalendo la regione da Reggio Calabria a Cosenza, il resoconto della Lowe termina a Paola, presso il Convento di San Francesco di Paola. Forse qui ha l’incontro più spiacevole, ma niente di grave. Emily conclude il resoconto del viaggio con una buona storia da raccontare e con la consapevolezza che alle donne non manca proprio nulla per mettersi in marcia da sole, senza la scorta dei propri tutori. Sicuramente una personalità caparbia e decisa, una donna che sa cosa vuole, una donna che non si fa intimidire dalle convenzioni sociali e anzi le sfida in patria. Una pioniera dei viaggi.

Una figura che ho conosciuto e amato durante un viaggio in treno. Non potevo tenerla per me, dovevo raccontarvela. Le donne che hanno saputo affrontare a testa alta le difficoltà imposte dalla loro condizione sociale di donne, sovvertendole, hanno da sempre tutta la mia stima e il mio rispetto. Se poi sovvertono le regole decidendo di imporre il proprio arbitrio in un’esperienza di viaggio allora ancora meglio, e diventano davvero le mie eroine.

Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

verneAlzi la mano chi non ha mai letto Il giro del mondo in ottanta giorni! Esatto, l’abbiamo letto in tantissimi, da ragazzi, insieme ad altre straordinarie avventure raccontate da Jules Verne, come Viaggio al centro della terra, L’isola misteriosa, Ventimila leghe sotto i mari… Un aneddoto della vita di Jules Verne narra che lui, da ragazzino, si volesse imbarcare come mozzo su una nave diretta nelle Indie. Bloccato dal padre pronunciò le fatidiche parole “D’ora in poi viaggerò solo con la fantasia!” E così fece. Ma non solo: fece viaggiare generazioni di giovani lettori, grazie alle avventure stravaganti racchiuse nei coloratissimi volumi dell’Edizione Mursia. Me li ricordo ancora, e mi ricordo che lessi d’un fiato Viaggio al centro della terra, quando ero ancora alle Elementari. Sì, Jules Verne è stato l’autore che mi ha fatto accostare alla lettura e alla narrativa di viaggio, anche se i suoi sono tutti viaggi fantastici.

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Una delle tavole disegnate da Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Ma perché mi sono accostata a Il giro del mondo in 80 giorni in età adulta? La storia la conosco bene: il gentleman londinese Phileas Fogg scommette che riuscirà a compiere il giro del mondo in 80 giorni precisi, impiegando i mezzi di trasporto più efficaci e i collegamenti più diretti per completare una circonferenza intorno al mondo. Parte col fido domestico Passepartout e vive tutta una serie di avventure man mano che attraversa i continenti. Riuscirà il nostro eroe a compiere l’impresa? Tutti noi conosciamo il finale, così come sappiamo che in India salva una bella principessa indiana da un sacrificio umano, che negli Stati Uniti affronta un assalto dei Sioux e che ha alle calcagna per tutto il viaggio il detective Fix. Quello su cui non avevo mai riflettuto (e in questo mi ha aperto gli occhi, anzi mi ha stimolato alla lettura il libro Come parlare di luoghi senza esserci mai stati di Pierre Bayard) è badare a che tipo di viaggiatore sia Phileas Fogg. A dispetto di come potrebbe apparire, il nostro gentleman ha una personalità complessa: è uomo dalle immutabili abitudini che però di punto in bianco si mette al centro di una scommessa soo per dimostrare l’esattezza di certi calcoli sui tempi e sui percorsi. E di lì a poco parte, senza organizzare nulla, apparentemente, ma in realtà avendo ben preciso in testa l’itinerario che percorrerà, con le tappe intermedie, gli scambi e le coincidenze di cui dovrà tenere conto. Quand’è in viaggio, Fogg non perde tempo a visitare i luoghi. Non fa il turista: se scende in una città e alloggia in un hotel è solo perché deve aspettare il collegamento successivo per la prossima tappa. La destinazione del suo viaggio è infatti Londra, e nient’altro. Lui non rimane affascinato dai luoghi che attraversa, non sente la curiosità verso ciò che di nuovo sta vedendo. O forse sì, ma lo nasconde talmente bene anche a se stesso da dimostrare che non gli interessi nulla di diverso dal suo itinerario. Eppure prova di avere dei sentimenti ne dà in più di un’occasione: quando salva da morte certa la principessa e decide di portarla con sé fino in Europa, e quando salva Passepartout rapito dai Sioux. In cuor mio, quindi, voglio pensare che un minimo il paesaggio indiano l’abbia ammirato mentre il treno attraversava il subcontinente. Ma dalla lettura ciò non traspare. Come dice Verne di lui, “A rigore, può dirsi che egli non viaggiava: descriveva soltanto un percorso circolare, come un grave che seguisse la propria orbita intorno alla terra secondo le leggi della meccanica“.

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Una delle illustrazioni di Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Al contrario Passepartout è molto più empatico: al contrario Passepartout è molto più empatico: “Mi accorgo che non è inutile mettersi in viaggio, se si desidera vedere qualcosa di nuovo” dice, ammirando le fortificazioni di Aden, e ancora “risvegliatosi, ammirava il panorama e non riusciva a convincersi che stava attraversando l’India in un treno della “Great Indian Penisnular Railway”. Gli sembrava incredibile. E tuttavia niente di più reale!“; è, insomma, tutto un altro tipo di viaggiatore, curioso, entusiasta, attento al nuovo e capace di trarsi d’impaccio davanti agli imprevisti. Fogg e Passepartout interpretano due modi diametralmente opposti di viaggiare, non c’è che dire. Quello di Fogg è anzi un non-viaggio, il suo è una serie di punti segnati du un planisfero e uniti con una linea. Per questo Bayard parla di lui come del tipico viaggiatore in pantofole, di colui cioè che non si scomoda a voler visitare di persona i luoghi: sempre di lui dice Verne che egli appartiene a “quella aristocratica categoria d’Inglesi che fanno visitare dal proprio servo i paesi dove viaggiano“.
Oltre al personaggio bizzarro, un altro aspetto è interessante: è un racconto totalmente inventato, le descrizioni dei luoghi non derivano da una conoscenza diretta degli stessi, e soprattutto i due episodi più avventurosi, il salvataggio della bella principessa e l’assalto al treno dei Sioux sono due cliché abbastanza scontati ai nostri occhi. Nonostante questo, però, Il giro del mondo in 80 giorni è e sempre sarà il re dei racconti di viaggio!

Pierre Bayard, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati

E tu che tipo di viaggiatore sei? Sei il tipo di viaggiatore che prende, parte e va, oppure sei un viaggiatore in pantofole?

Pierre Bayard, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati

Pierre Bayard, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati

Questo libro, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati, di Pierre Bayard, mi ha attirato fin dal titolo. Mi sono detta “voglio proprio vedere di che parla!”. Leggerlo è stato una continua riflessione sul mio modo di intendere il viaggio, il racconto di viaggio, la scrittura di viaggio, la memoria e l’invenzione. Perché questo volumetto non è un libro sui viaggi, ma sul modo di scrivere e di raccontare viaggi, reali o fantastici che siano.

Il libro è tutto teso a dimostrare fin dalla prima pagina che “la nostra ignoranza, parziale o completa, di un argomento, non è necessariamente un handicap per poterne discutere con competenza, e anzi può tornare utile in vista di una migliore conoscenza del mondo“. Potete capire come, fin da questa dichiarazione di intenti, mi si sia alzato un sopracciglio di perplessità: come sarebbe a dire? Come posso esprimere un’opinione, e anzi raccontare un luogo più o meno lontano, se non vi sono mai stata? Che razza di racconto di viaggio è quello di un viaggio che non è mai avvenuto?

Gli uomini dalla testa di cane narrati da Marco Polo. Credits: wikipedia

Gli uomini dalla testa di cane narrati da Marco Polo. Credits: wikipedia

Andando avanti nella lettura si scoprono i veri intendimenti di questo libro: l’autore non parla di viaggio, e neppure di letteratura di viaggio, ma di letteratura nel senso più ampio del termine, parlando di stile, di soluzioni narrative, di invenzione. Di racconti così ben strutturati da riuscire a far credere al lettore che il viaggio sia stato compiuto per davvero. Prendiamo Marco Polo, ad esempio. Il Milione è il suo racconto di viaggio straordinario nelle terre di Kubilai Khan. Il mercante veneziano descrive così minuziosamente il suo itinerario, indulge sui particolari più curiosi, ai limiti della fantasia, come i liocorni, animali con un corno e le spine sulla lingua, mentre non fa alcun accenno a un monumento così eccezionale come la Grande Muraglia che avrebbe dovuto vedere, se davvero fosse stato dove dice di essere stato. Proprio per queste discrepanze con il reale e per l’invenzione palese di popolazioni dalle usanze bizzarre e di animali fantastici, la critica è ormai quasi tutta concorde nell’affermare che Marco Polo non sia mai andato oltre Costantinopoli, mentre il racconto, parlando di animali quasi mitologici, va incontro al gusto della sua epoca per le descrizioni /narrazioni fantasiose, un immaginario collettivo per il quale era possibile che in terre lontane vivessero uomini con la testa di cane e cose del genere. Ecco che allora Pierre Bayard dice che “il racconto di viaggio è un luogo privilegiato di esercizio della finzione.

Ritratto di Chateaubriand. Fonte: Lacooltura.com

Tra i vari autori e personaggi che Bayard ci presenta per supportare il primato del viaggiatore in pantofole, oltre a Marco Polo descrive un altro autore/viaggiatore: Chateaubriand. Costui compie alcuni viaggi dei quali parla in alcune sue opere, uno in NordAmerica, un altro nella Grecia Classica. In entrambi i casi fa una cosa buffa: descrive nei suoi racconti luoghi che fisicamente non ha visitato, perché non vuole passare agli occhi dei suoi critici e dei suoi lettori come un viaggiatore superficiale che salta mete ritenute dai più importantissime. A Chateaubriand viaggiatore, poi, non interessano i dettagli, non interessa perdere tempo ad osservare da vicino i monumenti: gli basta una visione d’insieme, panoramica. Peccato che poi, quando si tratta di raccontare, allora la memoria non gli venga in soccorso. Ma non c’è problema, perché egli nei suoi scritti supplisce alla sua lacuna documentandosi con altri testi, più completi, sull’argomento. Ecco che allora fa una cosa particolare: racconta la sua esperienza personale, completandola però con nozioni prese altrove: né più né meno di come faccio io quando in uno dei miei post completo la descrizione del mio viaggio infarcendola di informazioni storiche o culturali per acquisire le quali mi sono necessariamente dovuta documentare leggendole su una guida o da qualche altra parte. Insomma, senza saperlo mi comporto come Chateaubriand ogni volta che in un post inserisco qualche nota informativa più approfondita che non ho acquisito sul posto, ma che ho recuperato in seguito.
Parlando a proposito dei Luoghi che abbiamo dimenticato, Pierre Bayard lancia una provocazione: “un posto che abbiamo dimenticato, ma nel quale siamo effettivamente andati nonostante ogni traccia del nostro soggiorno sia scomparsa dalla memoria, è ancora un posto nel quale abbiamo viaggiato?“. La riflessione è molto più che oziosa: per esempio, io da bambina sono stata con i miei genitori a Padova, ma di quel viaggio ricordo solo il nome della città. Così quando ci sono tornata da adulta, è stato come se ci fossi stata per la prima volta, perché il mio cervello in effetti non ricordava proprio nulla del viaggio di 20 anni prima. E va detto che se non fosse per la marea di fotografie che sono solita scattare e dei racconti di viaggio che sono solita scrivere, molti luoghi li dimenticherei (i nomi delle località in particolare); ed è vero, sarebbe come non esserci mai stata: a che serve dire “sì, sono stata a Darwin, in Australia” se poi alla domanda “com’è?” non so più rispondere perché non ne serbo più il ricordo? Il blog in effetti, o lo scrivere un diario nel caso dei viaggi più lunghi, mi aiuta proprio a preservare la memoria dei luoghi, grazie sì alle foto, ma soprattutto al racconto quasi immediato delle sensazioni legate ai posti, alle esperienze e agli eventi. Il viaggio è fatto di tutti questi elementi, di immagini, di istanti, di sensazioni ed emozioni personali; perderne la memoria è davvero un peccato.

Vi sono svariati tipi di viaggiatori in pantofole: un caso è ad esempio quello di chi racconta il viaggio fatto da un altro e lo fa come se fosse il proprio; in tal caso il viaggiatore in pantofole si affida totalmente alle parole del viaggiatore in sua vece, rischiando in quanto non ha modo di verificare la veridicità delle informazioni e al tempo stesso, però, personalizzando l’esperienza altrui, in quanto nel momento in cui la narra a sua volta, la reinterpreta inventando una sua immagine dei luoghi che però non corrisponde al reale, semplicemente perché non l’ha vista di persona.

Pierre Bayard si dilunga a raccontare anche dei casi limite, di totale invenzione: come il caso di quell’uomo che per buona parte della sua vita aveva finto di fare un lavoro che lo portava distante da casa per intere settimane, e che per rendere realistica la sua bugia inventava di sana pianta luoghi e situazioni per renderle credibili agli occhi dei suoi familiari. Inutile dire che la vicenda finì in tragedia: e impressionò a tal punto uno scrittore come Emmanuel Carrère da spingerlo a raccontarla, a farla propria, ad indagare la psicologia del protagonista, Jean-Claude Romand, che uccise moglie e figli per il terrore di essere smascherato.

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Blaise Cendras, La prose du Transsibérien (ora in mostra a #Toscana900)


Un altro caso è il racconto che fa Blaise Cendras del viaggio in treno lungo la Transiberiana ai primi del Novecento. Racconta di questo viaggio avventuroso, carico di suggestioni e di metafore, di visioni e di descrizioni realistiche in un poemetto, La prose du Transsibérien. Nonostante il racconto sia carico di trasporto emotivo come solo un’esperienza reale e coinvolgente può dare, molti avanzarono dubbi sull’autenticità del viaggio. Un aneddoto riporta proprio che all’ennesimo dubbio di qualche suo commentatore, lo stesso Cendras avrebbe risposto “Che cosa vuoi che importi, visto che quel treno l’ho fatto prendere a tutti!“. Emerge allora, con forza, il potere evocativo della scrittura, e quindi della letteratura: lo scrittore, dice Bayard, non guarda al luogo, ma allo spirito del luogo, a qualcosa che non è il luogo fisico, ma che è ciò che la scrittura letteraria può creare perché diventi proprietà immaginaria di tutti. Nel momento in cui noi leggiamo il poemetto di Cendras, e viaggiamo con lui sulla Transiberiana, guardando fuori dal finestrino Mosca, le foreste, la steppa, poco importa in realtà se lui c’è stato realmente oppure no: noi abbiamo compiuto grazie alle sue descrizioni un viaggio immaginario, che sarebbe altrettanto immaginario che se lui l’avesse compiuto sul serio, perché sarebbe comunque immaginato da noi. In sostanza, nel racconto del viaggio, conta la ricezione del lettore, non il fatto che lo scrittore ci sia stato davvero.

Ecco che allora, finalmente, si capisce cosa si intende per Viaggiatore in pantofole: uno scrittore che viaggia con la mente, che si documenta stando comodamente seduto a casa propria perché sa che il fine del suo racconto non è quello di riportare la realtà oggettiva dei luoghi (che di fatto non esiste, perché ogni luogo porta in sé una notazione soggettiva nella percezione di chi vi si trova), ma di suscitare una reazione, di interesse, di curiosità, di ammirazione, in chi riceve il racconto.

Complicato? Farraginoso? Un po’ troppo filosofico? Però davvero questo libro ha avuto la capacità di farmi interrogare ad ogni pagina sul senso del mio raccontare i viaggi, sul perché scelgo di raccontare un aspetto piuttosto che un altro, un aneddoto piuttosto che un altro, sul perché in qualche caso aggiungo delle informazioni in più rispetto alla mia esperienza nuda e cruda e sul perché decido di indulgere su alcuni particolari tralasciandone altri. Un libro che ho apprezzato veramente tanto, nonostante io sia fiera, fino alla fine, di poter dire che non sono e non voglio essere un viaggiatore in pantofole! Ma per quanto riguarda i miei viaggi, voglio andare nei luoghi e raccontarli per come li ho vissuti, per quello che mi hanno trasmesso e perché penso che possano trasmettere qualcosa anche a chi legge.

E tu che ne pensi? Ti senti un viaggiatore in pantofole o sei pronto a partire per un luogo e a raccontarne la tua vera esperienza?

Alexandre Dumas, Viaggio in Calabria

Vista la destinazione delle mie ferie estive non potevo scegliere, per accompagnare le vacanze, racconto di viaggio diverso. Autore di tutto rispetto, poi, nientemeno di Monsieur Dumas, il quale ci racconta di un suo viaggio in Calabria nel 1835, viaggio che non vede nella Calabria la meta definitiva, quanto piuttosto una terra che lo scrittore francese decide di attraversare dovendosi recare dalla Sicilia a Napoli.

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Contestualizziamo la situazione: 20 anni dopo il Congresso di Vienna, 20 anni dopo la fine dell’occupazione francese del Sud Italia, 20 anni dopo che Gioacchino Murat, volendo riprendere la corona del Re di Napoli, viene invece condannato e ucciso come un volgare brigante, Dumas, sotto falso nome (Guichard) attraversa la regione insieme ad un amico pittore, Jadin, e al suo cane Milord. Anche se viaggia sotto falso nome, mantiene i diritti e i privilegi del suo alto lignaggio, cui in più di un’occasione ricorre per trarsi d’impaccio o per trarre beneficio in alcune situazioni. Altre volte, invece, le “signorie loro” si devono adattare all’estrema povertà e ruvidezza nei modi degli abitanti dei paeselli che attraversano e in cui pernottano.
Il racconto del viaggio non è proprio come ci si aspetterebbe. Ma, a pensarci bene, è in perfetto stile Dumas: non indulge in descrizioni dei luoghi (anche perché dice che in Calabria di monumenti da vedere non ce n’è!), mentre preferisce dare spazio al racconto di qualche aneddoto o di qualche episodio storico dei quali, poi, desidera visitare le locations; così accade ad esempio a Pizzo, dove vuole vedere i luoghi della cattura e poi della fucilazione di Murat. In tanti casi, lo ammette egli stesso, i racconti che ascolta e che riporta gli interessano particolarmente perché potrebbero diventare ottimi spunti per qualche sua opera letteraria. E le storie di briganti calabresi in effetti ben si prestano ad essere fonte di ispirazione, con quel misto di avventura, di fantastico che i racconti popolari hanno.

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Cosenza, vista del centro storico

Il viaggio di Dumas in Calabria è fortunatamente o sfortunatamente condizionato dal forte terremoto che colpì Cosenza e tutta la regione proprio nei giorni in cui lo scrittore intraprendeva la sua marcia. Dico sfortunatamente perché il terremoto è sempre una disgrazia, soprattutto quando, come in questo caso, distrugge intere città e uccide persone, ma dico fortunatamente dal punto di vista del Dumas “esploratore”, che ha modo di vedere situazioni, persone, di vivere eventi che non capitano spesso e che dunque racconta ai lettori con immediatezza e urgenza, anche se con un certo distacco, soprattutto da certe reazioni popolari, come la processione dei flagellanti a Cosenza per far finire lo sciame sismico, cui egli  partecipa come spettatore, e che osserva con la curiosità scientifica dell’antropologo (e anche con un po’ di snobismo tutto francese).
È un racconto di viaggio molto personale, in cui alla descrizione dei disagi dei pernottamenti in hotel si alternano i racconti oggettivi dei fatti storici e degli aneddoti. A proposito del terremoto riporta pagine non sue, nel desiderio di non voler dare informazioni errate.

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Coltello calabrese al Museo dei ferri taglienti di Scarperia, XIX secolo, contemporaneo al viaggio di Dumas

Lo definirei un racconto di viaggio non convenzionale, e una descrizione non convenzionale di una peraltro limitata porzione di Calabria. D’altronde, all’interno del viaggio di Dumas, la Calabria è solo una terra da attraversare: le poche tappe che fa ne sono la prova, anche se durante gli spostamenti a dorso di mulo nell’interno è portato dalla curiosità a fare una deviazione per andare nel paese di Vena, dove parlano una lingua tutta loro. Sono quasi convinta, anzi, che se non ci fosse stato il terremoto, questo racconto di viaggio sarebbe rimasto nella penna di Dumas. E credo, dopo averlo letto, che sarebbe stato un peccato.

“Era meglio se stavo a casa!” I grandi scrittori raccontano i loro peggiori viaggi

Verrebbe da dire “Anche i più esperti viaggiatori piangono”. Ma il libro, che è una raccolta di disavventure di più o meno noti scrittori, giornalisti, romanzieri, autori di guide turistiche, non vuole essere un mero elenco di disgrazie che possono capitare a chi viaggia. Piuttosto nasce dal presupposto che quando si torna da un viaggio c’è sempre qualche aneddoto da raccontare e l’aneddoto è sempre qualche imprevisto: un imprevisto che lì per lì avrà causato disagio, rabbia, frustrazione, pericolo e paura, ma che, a ricordarlo con calma, nella tranquillità di casa propria, quasi quasi suscita tenerezza e una bella sensazione, perché in fondo, l’aneddoto è tale in quanto noi siamo sopravvissuti per poterlo raccontare.
Ce n’è per tutti i gusti: i 51 brevi racconti di altrettanti autori (tra i quali Isabel Allende e Dominique LaPierre) parlano di disagi con gli aerei o con i treni, parlano di invasioni di insetti e di terribili condizioni meteorologiche… insomma: c’è chi è stato sballottato per gli aeroporti di mezza Europa perché Heathrow era chiuso… c’è chi è stato assalito dalle formiche assassine nel CentroAmerica, c’è chi ha rischiato di essere stuprata da un orango, c’è chi ha passato la notte aspettando un treno a New York come un barbone, c’è chi si è trovato nel bel mezzo di un tornado di ritorno dal Krakatoa, c’è chi è stato fermato alla frontiera tra Messico e USA perché nello zaino trasportava… una lucertola!
L’elenco delle peggiori esperienze di viaggio è lungo e una di queste tappe intorno al mondo delle brutte avventure interessa anche l’Italia, con la stazione ferroviaria di Terontola, in provincia di Arezzo (che io, che ogni tanto ci passo, definisco scherzosamente “il più importante snodo ferroviario del Centro Italia”).
Lettura scorrevole, l’organizzazione per brevi raccontini fa sì che si legga tutto d’un fiato: un po’ come se ci trovassimo una sera intorno al fuoco ad ascoltare con grande attenzione e curiosità ciascuno dei nostri autori che, a turno si mette a raccontare il proprio aneddoto di cui, ormai ricordo lontano, poter ridere davanti ad un bel bicchiere di vino.

Passeggiate a Ponente

Passeggiate a Ponente. 52 itinerari nelle province di Imperia e Savona, di Ferdinanda Fantini e Gian Carlo Ascoli non è il solito libro sull’entroterra. No. E’ un libro scritto da chi ama il proprio territorio, lo conosce come le sue tasche e non perde occasione per esplorarlo sempre più a fondo. Non solo, ma vuole condividere con altri, con quanti più possibile le proprie esperienze, nella speranza di far conoscere sempre meglio il territorio non solo a chi viene in Liguria in vacanza, ma soprattutto a coloro che in Liguria abitano,  vivono e lavorano.

La Liguria di Ponente non è solo bel mare e belle coste, non è solo Sanremo-Imperia-Alassio-Albenga, non è solo Riviera dei Fiori, ma ha un entroterra fatto di paesini sorti in età medievale e di percorsi di mezzacosta e di crinale ancora più antichi che chissà a quando risalgono! I nostri autori ci invitano perciò a indossare le scarpe da trekking e l’abbigliamento adeguato, a dotarci di macchina fotografica per catturare gli scorci migliori e ad incamminarci lungo alcuni di questi sentieri. 

Come già avevo scritto qualche tempo fa in un post proprio sull’entroterra di Imperia, era proprio nostra intenzione intraprendere qualche sentiero, qualche camminata per vedere l’entroterra nascosto e sconosciuto. Ora, aver trovato questo libro ci spalanca ulteriori porte e ci ispira nuove idee. Abbiamo già stilato un primo elenco dei percorsi che sicuramente intraprenderemo e di cui daremo dettagli e descrizione prossimamente su questo blog. Per ora apprezziamo questo volumetto, questa pratica guida che descrive bene il percorso, indica quali segnali troveremo lungo la via, focalizza l’attenzione sulle bellezze artistiche, storiche e naturalistiche nascoste nel sottobosco e dà alcuni ragguagli in più sui luoghi più importanti fornendo, sempre, la bibliografia essenziale.

L’autunno alle porte ben si presta, come stagione, a passeggiate di questo tipo. Il clima mite di questa fetta di Liguria fa sì che ottobre e novembre regalino ancora calde giornate di bel tempo, ideali per camminare. Ecco quindi, dopo aver sfogliato avidamente questo volumetto, i primi percorsi che faremo:

– Dai Balzi Rossi a Villa Hanbury (Itinerario n. 1, pag. 16)

– Prelà-Valloria-Prelà (Itinerario n. 14, pag. 64)

– La “Passeggiata dei Ponti” con partenza da Santa Brigida(Itinerario n. 18, pag. 78)

In sostanza, se avete il pallino delle passeggiate in montagna o per sentieri e per caso bazzicate nella Liguria di Ponente non perdete l’occasione: questa agevole guida fa al caso vostro!