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Viviano Dominici, a cena coi cannibali

Pronti a partire in esplorazione? Pronti a vivere avventure da veri pionieri? Io partirei anche ora se potessi. Intanto, mi sono limitata a rileggere questo libro, una raccolta di reportages di esplorazioni del giornalista Viviano Dominici.

Viviano Dominici nella sua introduzione a questo libro scrive che da piccolo voleva fare l’archeologo, poi è finito a fare un mestiere che l’ha gratificato ancora di più. Ecco, a me, archeologa, piacerebbe fare il mestiere di Viviano Dominici: giornalista culturale, reporter che, un po’ per i casi della vita, un po’ per le sue indubbie capacità, è riuscito a fare l’esploratore in un’epoca in cui si potrebbe pensare che non ci sia più bisogno di esploratori: cosa è rimasto da esplorare ancora, del resto? Cosa è rimasto da scoprire?

Eppure Dominici ci accompagna con sé nelle missioni della Fondazione Giancarlo Ligabue per le quali svolgeva il ruolo del giornalista che documenta i passaggi salienti per raccontarli al grande pubblico, dalle pagine dei quotidiani nazionali. America Latina, Oceania, Africa e Asia: l’antropologo ancora oggi va alla ricerca di nuove informazioni sulle popolazioni “altre” da noi e sulle loro culture, talvolta millenarie.

Acquistai il libro all’epoca del mio viaggio in Australia, attirata dal racconto di un’esplorazione nel Kakadu National Park, dove poi sarei andata anch’io. La differenza fu che io partecipai ad un’escursione organizzata nel Kakadu che, tra le varie attrazioni, prevedeva la vista di fenomenali pitture rupestri aborigene vecchie di migliaia di anni; Dominici invece andò con un team a scoprirne di nuove, nascoste e mai viste: una vera avventura esplorativa come chiunque di noi sogna ad occhi aperti.

Viviano Dominici tra i cannibali. Credits: radiceunodicento.it

La narrazione di Dominici è fresca, immediata, anche perché all’epoca scrisse subito questi reportages che oggi leggiamo tutti insieme raccolti in un volume. Per lui che ha vissuto queste imprese in prima persona, l’esperienza è ancora vivida: lo immagino che ancora non ha ripulito gli scarponi dal fango, ma ha già messo mano alla macchina da scrivere (o computer? I viaggi risalgono anche a qualche decennio fa) per raccontare ai lettori quei dettagli che altrimenti perderebbero di efficacia se non registrati subito.

Bello il mestiere del reporter-esploratore, l’ho già detto?

Dal Chiapas in Messico al Kakadu in Australia, dal deserto dei Gobi in Mongolia alla Polinesia, dai Boscimani alla tribù di cannibali che dà il titolo al libro: cosa ci può essere più pericoloso e terrificante che intervistare il capo di un villaggio di cannibali?

pitture rupestri kakadu

Le pitture rupestri al Kakadu National Park

Il suo libro non è semplicemente una raccolta di vecchi articoli riveduti e adattati alla forma di libro, ma ha lo scopo di raccontarci, attraverso racconti scelti con cura, quel meraviglioso mondo che si trova là fuori, ben lontano dalla nostra società occidentale, dalla nostra confort zone e dai nostri punti di riferimento. Luoghi e popolazioni che ci sembrano lontanissimi e in effetti lo sono, e non solo geograficamente. Popolazioni e culture tanto distanti ma proprio per questo da tutelare nella loro unicità. La conoscenza è la prima forma di tutela, e questo vale sia per i beni culturali che per il patrimonio culturale immateriale mondiale. E le culture così distanti dalla nostra, come può essere anche quella dei cannibali, perché no, sono a tutti gli effetti parte del nostro patrimonio culturale immateriale mondiale.

Conoscere per tutelare, conoscere per condividere a nostra volta conoscenza, conoscere per conservare, conoscere per apprezzare l’altro e conoscere per voler continuare a scoprire e a conoscere: questo è il significato che leggo tra le pagine di questo libro, questo il motivo per cui ringrazio Viviano Dominici di averlo scritto.

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Elizabeth Gilbert, Mangia, Prega, Ama

Sono rari i casi in cui un film mi piace più del libro da cui è tratto. Però in questo caso è stato così. Mangia, prega, Ama di Elizabeth Gilbert non mi ha entusiasmato.

E lo so che non dovrei dirlo sotto Natale, quando siete a caccia di idee regalo per amiche viaggiatrici/sognatrici e state cercando consigli utili invece che stroncature. Però forse proprio per questo anche leggere una recensione negativa può essere utile, no?

Oddio, poi proprio negativa negativa la recensione non è. In sé la vicenda, autobiografica, non è male: una donna, giornalista, con un matrimonio finito alle spalle e un forte desiderio di spiritualità che le arde dentro decide di affrontare un periodo di 9 mesi fuori dalla confortevole New York per sperimentare tre modi diversi di vivere e di conoscere altri luoghi: Roma e l’Italia per il benessere del corpo, un Ashram in India per il benessere spirituale, e a Bali per… per riscoprire l’amore, anche se lei non lo saprà fino alla fine.

La parte iniziale mi ha colpito come un boomerang, per le troppe analogie con la mia storia personale. Quindi ho divorato queste pagine dense di autobiografici disagi e disperazioni interiori, di senso di inutilità e di inettitudine. Senza essere spirituale come lei, e senza aver patito tutti i problemi che ha affrontato, però quel senso di inadeguatezza e di “dove ho sbagliato?” mi è suonato molto familiare. Per questo mi sono affezionata a Elizabeth. Per questo mi è dispiaciuto, nel prosieguo della lettura, annoiarmi da morire.

Tanto quanto i tre mesi a Roma: ci racconta un modo di fare italiano che secondo me, da italiana, è un po’ stereotipato, ma in fondo è quello che si aspettano i lettori americani da noi: un popolo accogliente, che ti spalanca le porte di casa, uomini che fanno i latin lover per forza e cucina ottima e abbondante. Tutti i film americani ambientati in Italia ci mostrano lo stesso identico quadretto, dunque perché qui dovrebbe essere diverso?

Poi Elizabeth va in India. E qui mi dispiace, massimo rispetto per chi pratica yoga e soprattutto lo pratica seriamente, a livelli elevati di meditazione e di ricerca di sé. Ma la lettura mi ha annoiato da matti. Elizabeth non riesce a trasmettermi la bellezza della meditazione e non riesce a spiegarmi perché era proprio necessario andare in India. Anche perché è vero che finalmente nell’ashram riesce a trovare la spiritualità, ma se lo fa è solo perché stimolata dall’amico che vi incontra. Personaggio che se avesse incontrato a New York le avrebbe fatto lo stesso effetto.

Infine la terza parte, Bali. Molto toccante la parte su Tutti, la ragazzina figlia della dottoressa del villaggio dove vive e di cui diventa amica e confidente. Interessante, finalmente, la descrizione della situazione politica e ideologica dei Balinesi, belli e sempre sorridenti, ma in realtà fortemente rigidi nella loro mentalità e cruenti nei loro modi di farla rispettare. Bali, però, arriva dopo tutta la parte centrale sull’India, e francamente rispetto a quella, sarebbe più entusiasmante anche la lettura di un verbale di polizia.

Una scena del film. Per scoprire i luoghi in cui è girato leggi qui: http://www.circuitoturismo.it/luoghi-del-film-mangia-prega-ama

Molto meglio allora il film, con Julia Roberts che interpreta, come solo lei sa fare, la giovane donna che riscopre se stessa in giro per il mondo. Viene anche in mente che per una Elizabeth che ha la possibilità di viaggiare (lo fa per lavoro, sia chiaro, non per disponibilità economiche sue) quante donne ci sono che devono ricostruire la propria vita andata in frantumi senza la possibilità di confrontarsi con mondi diversi dal proprio?

Nel racconto Elizabeth ogni tanto accenna al fatto che qualcuno le dice che sta viaggiando per “scappare” dalla sua situazione. Non credo che si tratti di scappare, ma piuttosto di avere nuovi stimoli, di rendersi conto che una vita nuova è possibile, uscendo dalla propria comfort zone per vedere luoghi e mentalità diverse dalla propria. E allora, parafrasando Proust, viaggiare non è solo scoprire nuove terre, ma avere anche nuovi occhi con cui riscoprire se stessi.

L’Oceano in un guscio d’ostrica: l’Europa vista dai viaggiatori cinesi dell’800

L’oceano in un guscio d’ostrica

L’oceano in un guscio d’ostrica, a cura di Maria Rita Masci è un volumetto davvero interessante: racconta l’Europa dell’800 secondo la prospettiva dei viaggiatori cinesi. Una prospettiva totalmente ribaltata.

In genere leggiamo di avventurieri europei, di viaggiatori ed esploratori inglesi, olandesi, portoghesi e spagnoli che raccontano tra l’estasiato, il perplesso e il fantasioso il proprio incontro con l’altro. Un “altro” che parla una lingua strana, che adora dei strani, che ha usanze strane e spesso incivili per i canoni occidentali. Questa volta no.

Maria Rita Masci ha raccolto i dispacci di ambasciatori cinesi giunti in Europa dal 1866 al 1876 proprio con il fine di raccontare per una volta loro ai propri compatrioti come sono gli Europei, come vivono, cosa fanno, che usanze hanno. Alcune descrizioni sono geniali, divertenti ai nostri occhi, perché fanno apparire come ridicole cose che per noi sono invece assolutamente normali. Altre sono descrizioni ammirate di oggetti o invenzioni particolari, come la mongolfiera, per esempio, definita “la nave del cielo” (p.155).

Da archeologa, non posso non riportare la descrizione delle mummie egizie in un museo di San Pietroburgo (p. 157):

C’erano cadaveri secchi e raggrinziti di duemila anni fa. Mi hanno detto che si tratta di egiziani, che riempivano la bara di olio e poi la sigillavano, così anche dopo millenni il corpo non subisce trasformazioni. Se fosse decomposto, infatti, perché mostrarlo alla gente?

La mongolfiera è un mezzo di trasporto che affascina i viaggiatori cinesi a Parigi (p.155)

Troviamo anche l’incontro con l’arte occidentale, arte che riflette la religione cristiana: in un museo a Bruxelles viene descritta una crocefissione di Gesù e un Adamo ed Eva (p. 94) ed è interessante vedere come i soggetti vengano riportati in modo molto descrittivo. Gesù “ha gli arti inchiodati ad una croce e sopporta sereno la morte“, ci sono personaggi che piangono e altri che ridono. Mi fa riflettere il fatto che il nostro viaggiatore cinese nella sua descrizione debba sottolineare che Gesù sia inchiodato alla croce: per noi è un dato scontato, fa parte della nostra cultura millenaria, ma per lui no, tanto che si sente in dovere di descriverlo.

“Misurare l’oceano con un guscio d’ostrica” è l’espressione usata da questi viaggiatori cinesi per rendere l’idea della vastità della cultura e del mondo occidentale: troppo ampia per poterla comprendere in una vita e con le proprie categorie intellettuali. Del resto, per gli Occidentali nei confronti della Cina è la stessa cosa: difficile comprendere fino in fondo una cultura quando si ha una formazione totalmente differente.

L’incarico che questi viaggiatori avevano era ufficiale: il governo cinese voleva conoscere l’Occidente tanto quanto l’Occidente voleva conoscere l’Oriente. Per questo i viaggiatori cinesi sono accolti di buon grado nell’alta società europea di cui di volta in volta sono ospiti e compiono escursioni, visite, prendono parte ad eventi mondani e a manifestazioni ufficiali, a crociere e viaggi via terra, e di ogni cosa registrano minuziosamente descrizione e impressioni. Lo scopo della loro impresa è nobile ed ha come oggetto la conoscenza. Non troviamo giudizi spassionati: ciò che loro pensano emerge in maniera discreta ed elegante dalle loro descrizioni.

Questa raccolta di resoconti di viaggio contiene diversi aspetti interessanti: è interessante per chi ama il filone letterario dei viaggi, per l’appunto, perché vi trova un punto di vista diverso dal solito; è interessante per l’appassionato di storia dell’800, che legge una descrizione dell’Europa totalmente nuova ai suoi occhi, e nella quale si riflette la mentalità cinese, invece; è interessante per l’appassionato di cultura cinese, che vi ritroverà il pensiero e la mentalità orientale di fine ‘800. Conosciamo la storia e la geografia scritte dagli Occidentali: per una volta leggiamo invece con gli occhi di un orientale, svuotiamoci dei nostri parametri intellettuali e caliamoci nella mentalità dell’Altro. Un esercizio tutt’altro che spiacevole, ma anche tutt’altro che semplice.

Autostrada del Mediterraneo, la guida agli Itinerari lungo la Salerno – Reggio Calabria

Repubblica in collaborazione con Anas ha pubblicato quest’estate un’interessantissima guida che corre parallela al tracciato dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria.

Nota e anzi famigerata per i lavori sempre in corso, per il suo cattivo stato (non è vero! Ormai il tratto calabrese almeno fino a Cosenza – oltre non so – è ottimo) e per le code durante le partenze intelligenti sotto il sole estivo, la Salerno – Reggio Calabria è a tutt’oggi un lunghissimo tratto autostradale gratuito ed è la via che attraversa Campania e Calabria con un breve intermezzo nella Basilicata tirrenica.

Viaggiando in autostrada, io amo osservare il panorama. Adoro scoprire colline, montagne, borghi e castelli e cercare di indovinarne il nome sulla base della vicinanza ad un casello o a quell’altro. L’autostrada è del resto il mezzo più veloce per raggiungere in auto qualsiasi meta prefissata, ma è anche bello decidere di punto in bianco di uscire per fare un’escursione nel territorio.

La guida Autostrada del Mediterraneo serve proprio a questo: stai viaggiando, vedi il nome della prossima uscita: Fisciano, per esempio. E la domanda sorge spontanea: cos’è Fisciano? Vale la pena fermarsi e vederla? E intorno cosa c’è? E per mangiare? E se ci piace la zona e volessimo addirittura pernottare?

Ecco che la guida fornisce, a partire dalle singole uscite autostradali, una serie di itinerari di volta in volta naturalistici, culturali, marini, proponendo monumenti imperdibili e borghi incantevoli, suggerendo un’ampia scelta di ristoranti/osterie e di hotel/b&b per soggiornare.

Inutile dire che la guida sia ricca di spunti e che ogni pagina che sfoglio mi invogli ad abbandonare l’autostrada alla prima uscita utile per andare a esplorare cosa ci sia all’intorno.

Credits: StradeAnas.it

Grande merito di questa guida è quello di segnalare tante piccole realtà meno note, ma ugualmente importanti: come la Nave della Sila, il museo dedicato all’emigrazione italiana nel corso dell’8-900, e il Museo della Memoria Internazionale di Ferramonti, entrambi in Calabria.

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Tra le tante escursioni proposte, qualcuna la conosco già per averla già percorsa per conto mio: a Paestum, per esempio, torno spesso; sono stata a Velia (che è proposta in un itinerario proprio insieme a Paestum); a Battipaglia esco spesso proprio per fare un pitstop energetico a base di mozzarella di bufala 😉 . Entrando in Calabria sono stata a Morano Calabro e ho già percorso sia la costa tra Paola e Diamante che la Sila. Insomma, qualche spunta sull’indice della guida posso dire di averla messa. Ma tanti sono gli itinerari che mancano all’appello e che ugualmente mi ispirano. Per esempio la Certosa di Padula è una delle mete che mi ispirano, così come il Volo dell’Angelo in Basilicata… Chissà che durante la mia discesa verso la Calabria non soddisfi qualcuna delle mie curiosità…

La Guida Autostrada del Mediterraneo era in vendita con Repubblica all’inizio di luglio. Tuttavia, trattandosi di un inserto a parte, lo potete trovare anche a sé in edicola (non è detto, ma a me fortunatamente è successo così). Costa 1,90 €, davvero un’inezia, e invece è una preziosissima compagna di viaggio. Online è attivo il sito web AutostradadelMediterraneo.it e un’app che accompagna lungo il percorso: tutto da scoprire.

Bill Bryson, Una città o l’altra

Bill Bryson, Una città o l’altra, Guanda Edizioni

Mi ritengo una lettrice di Bill Bryson. Ho letto tre suoi racconti di viaggio, quindi ormai ne conosco lo stile e so cosa aspettarmi, bene o male.

In un paese bruciato dal sole è stato il mio primo incontro con Bryson. Lo lessi mentre aspettavo di andare in Australia, e mi diede preziosissimi spunti, nonché una lettura spassosissima. Bryson è decisamente uno scrittore ironico, pure troppo. Nel suo viaggio in Australia la sua vena comica mi divertì moltissimo. Per questo poi volli leggere America Perduta.

America Perduta lo trovai invece sempre comico, ma con una vena cinica e sarcastica portata decisamente all’eccesso. Anche basta, a un certo punto, eh? L’abbiamo capito, Bill, sei deluso dagli Stati Uniti, tutti stelle strisce nelle metropoli e sola desolazione nell’interno, però inutile insistere fino alla nausea con un cinismo che pare persino forzato.

Nonostante tutto, mi è capitato tra le mani Una città o l’altra. Cambio di fronte, un viaggio in Europa che Bill Bryson ripercorre a decenni di distanza dal suo primo viaggio da poco più che adolescente con un suo amico. Un viaggio a metà tra il nostalgico e il curioso, tra il solitario e l’avventuroso, tra il triste e l’allegro. Anche qui lo stile è il solito, umoristico, cui Bryson mi ha abituato. Mi ha abituato soprattutto alle figuracce che posso fare in pubblico quando leggendo scoppio a ridere di punto in bianco per una qualche battuta delle sue. Anche qui, però, le sue battute a volte forzate, alla lunga mi hanno annoiato. Soprattutto quelle a sfondo sessuale, che sinceramente non incontrano il mio gusto e che spesso ho trovato fuori luogo.

Veniamo al racconto di viaggio: il nostro Bill decide di intraprendere un itinerario attraverso l’Europa nel quale intende ripercorrere un viaggio che fece quand’era giovane con un suo improbabile compagno d’avventure. In alcuni momenti traspare il confronto tra il viaggio dell’epoca e il viaggio attuale, in altri no, prevale il viaggio del momento, con i disagi e le piccole disavventure, che concorrono comunque a tratteggiare la sua idea di Europa. Va detto che Bryson non si arrende facilmente: quando le cose sembrano mettersi male o sembrano problemi insormontabili, riesce comunque a trovare una soluzione.

La prima parte del racconto si svolge nel Nordissimo d’Europa, perché Bill vuole vedere l’aurora boreale. E dopo giorni e giorni di freddo in un paesino in cui non c’è nulla se non l’alberghetto e un molo, finalmente viene ripagato del più incredibile spettacolo cosmico cui si possa assistere. Il racconto dunque parte sotto i migliori auspici.

Non è sempre un racconto equilibrato. Diviso per città o per nazioni, il resoconto è sicuramente molto personale, ma proprio per questo in alcune circostanze pecca: ad Oslo lui parla solo di un luogo in cui prende un caffé, un po’ poco per essere un capitolo di un racconto di viaggio. Per contro in Liechtenstein si spende e ci regala un quadretto graziosissimo e completo dello staterello più piccolo d’Europa.

Bryson nel suo viaggio attraversa la penisola scandinava, la Germania, l’Olanda, il Belgio, la Danimarca, i Paesi alpini, quindi Svizzera, Liechtenstein e Austria, e i Balcani, quindi la Jugoslavia, che all’epoca in cui scrive era ancora unita, fino ad arrivare in Ungheria. Da questo punto di vista il suo racconto assume un valore di documento storico, ormai, perché fotografa una situazione, quella delle code fuori dai negozi per comprare beni di consumo introvabili, che per fortuna ormai è solo un brutto ricordo nei paesi ex-comunisti (e non è neanche il ricordo peggiore).

Nel complesso, anche se ammetto che non è facile raccontare di un viaggio in tutta l’Europa cercando di tenere sempre un livello alto di attenzione nel lettore, questo suo viaggio non mi ha conquistato e a tratti mi ha annoiato. Nonostante i suoi intermezzi comici che, ammetto ancora una volta, mi hanno strappato più di una risata, non sono riuscita ad appassionarmi come altri racconti di viaggio fanno.

Ma ora voglio sentire il vostro parere: conoscete Bill Bryson? Avete letto qualcosa di suo? Che ve ne pare? Discutiamone nei commenti! 

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Cosa leggere durante un viaggio che attraversa la Calabria? Un racconto di viaggio sulla Calabria, ovviamente. Se scritto da una donna ancora meglio.

Non fraintendete il titolo: niente di femminista. O meglio, niente che abbia a che fare coi diritti lesi delle donne. In realtà è femminista, ma per un altro verso. Le donne indifese di cui parla il titolo sono l’autrice, Emily Lowe, e sua madre, che viaggiano senza scorta, senza accompagnamento maschile, e dunque indifese, in una terra che ancora nella seconda metà dell’800 era considerata pericolosa e selvaggia, ma proprio per questo romantica (nel senso ottocentesco del termine) e affascinante.

Le due donne affrontano il viaggio proprio per sfatare un’usanza che prevedeva che le donne potessero viaggiare solo se accompagnate. Da uomini, ovviamente. Dunque viaggiavano le mogli e le figlie con i loro mariti e padri, ma mai da sole. Nel sud Italia, poi, terra di briganti considerata, in modo romantico, ma razzista, una società arretrata culturalmente, socialmente e civilmente, era impensabile che delle donne potessero mettersi in viaggio da sole. Persino gli uomini affrontavano questi viaggi con un po’ di timore. D’altro canto, il forte richiamo della cultura classica vedeva nella Sicilia e nella Magna Grecia il ricordo dell’età dell’oro, ed era perciò irresistibile per i nobili rampolli delle grandi famiglie europee. E così ecco che nell’800 continua il Grand Tour avviato già nel Settecento e che vedeva Inglesi, Tedeschi e Francesi scendere in Italia a visitare le tappe fondamentali dell’arte e dell’archeologia italiana: Venezia, Firenze, Roma e poi Napoli e la Sicilia. E in mezzo la Magna Grecia appunto. Ciononostante, donne viaggiatrici nel Sud Italia ce n’erano, e hanno lasciato qua e là dei diari freschi, delle narrazioni precise che consentono di costruire un quadro abbastanza chiaro della condizione delle viaggiatrici dell’epoca: un bel resoconto è nel saggio “Viaggiatrici. Storie di donne che vanno dove vogliono” di Maria Carla Martino.

Torniamo a Emily Lowe. Per quanto viaggiatrici “indifese”, in realtà lei e sua madre non sono mai sole. Ovunque vadano, hanno sempre qualche signorotto locale che le ospita, che le accoglie, che le invita all’Opera e che le accompagna in diligenza. Un aspetto interessante è il fatto che lei non crede al pericolo dei briganti. Il brigantaggio era una pratica diffusa in Calabria e molti racconti anche piuttosto efferati erano diffusi tra i viaggiatori. Il brigante era quasi un mostro mitologico e ciò che la Lowe vuole dimostrare è che in realtà si tratta di un fenomeno ingigantito, e invece piuttosto contenuto. Lei non teme neppure per un secondo l’attacco dei briganti, e lo sottolinea più volte.

Paola, il convento di San Francesco

Paola, il convento di San Francesco

Risalendo la regione da Reggio Calabria a Cosenza, il resoconto della Lowe termina a Paola, presso il Convento di San Francesco di Paola. Forse qui ha l’incontro più spiacevole, ma niente di grave. Emily conclude il resoconto del viaggio con una buona storia da raccontare e con la consapevolezza che alle donne non manca proprio nulla per mettersi in marcia da sole, senza la scorta dei propri tutori. Sicuramente una personalità caparbia e decisa, una donna che sa cosa vuole, una donna che non si fa intimidire dalle convenzioni sociali e anzi le sfida in patria. Una pioniera dei viaggi.

Una figura che ho conosciuto e amato durante un viaggio in treno. Non potevo tenerla per me, dovevo raccontarvela. Le donne che hanno saputo affrontare a testa alta le difficoltà imposte dalla loro condizione sociale di donne, sovvertendole, hanno da sempre tutta la mia stima e il mio rispetto. Se poi sovvertono le regole decidendo di imporre il proprio arbitrio in un’esperienza di viaggio allora ancora meglio, e diventano davvero le mie eroine.

Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

verneAlzi la mano chi non ha mai letto Il giro del mondo in ottanta giorni! Esatto, l’abbiamo letto in tantissimi, da ragazzi, insieme ad altre straordinarie avventure raccontate da Jules Verne, come Viaggio al centro della terra, L’isola misteriosa, Ventimila leghe sotto i mari… Un aneddoto della vita di Jules Verne narra che lui, da ragazzino, si volesse imbarcare come mozzo su una nave diretta nelle Indie. Bloccato dal padre pronunciò le fatidiche parole “D’ora in poi viaggerò solo con la fantasia!” E così fece. Ma non solo: fece viaggiare generazioni di giovani lettori, grazie alle avventure stravaganti racchiuse nei coloratissimi volumi dell’Edizione Mursia. Me li ricordo ancora, e mi ricordo che lessi d’un fiato Viaggio al centro della terra, quando ero ancora alle Elementari. Sì, Jules Verne è stato l’autore che mi ha fatto accostare alla lettura e alla narrativa di viaggio, anche se i suoi sono tutti viaggi fantastici.

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Una delle tavole disegnate da Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Ma perché mi sono accostata a Il giro del mondo in 80 giorni in età adulta? La storia la conosco bene: il gentleman londinese Phileas Fogg scommette che riuscirà a compiere il giro del mondo in 80 giorni precisi, impiegando i mezzi di trasporto più efficaci e i collegamenti più diretti per completare una circonferenza intorno al mondo. Parte col fido domestico Passepartout e vive tutta una serie di avventure man mano che attraversa i continenti. Riuscirà il nostro eroe a compiere l’impresa? Tutti noi conosciamo il finale, così come sappiamo che in India salva una bella principessa indiana da un sacrificio umano, che negli Stati Uniti affronta un assalto dei Sioux e che ha alle calcagna per tutto il viaggio il detective Fix. Quello su cui non avevo mai riflettuto (e in questo mi ha aperto gli occhi, anzi mi ha stimolato alla lettura il libro Come parlare di luoghi senza esserci mai stati di Pierre Bayard) è badare a che tipo di viaggiatore sia Phileas Fogg. A dispetto di come potrebbe apparire, il nostro gentleman ha una personalità complessa: è uomo dalle immutabili abitudini che però di punto in bianco si mette al centro di una scommessa soo per dimostrare l’esattezza di certi calcoli sui tempi e sui percorsi. E di lì a poco parte, senza organizzare nulla, apparentemente, ma in realtà avendo ben preciso in testa l’itinerario che percorrerà, con le tappe intermedie, gli scambi e le coincidenze di cui dovrà tenere conto. Quand’è in viaggio, Fogg non perde tempo a visitare i luoghi. Non fa il turista: se scende in una città e alloggia in un hotel è solo perché deve aspettare il collegamento successivo per la prossima tappa. La destinazione del suo viaggio è infatti Londra, e nient’altro. Lui non rimane affascinato dai luoghi che attraversa, non sente la curiosità verso ciò che di nuovo sta vedendo. O forse sì, ma lo nasconde talmente bene anche a se stesso da dimostrare che non gli interessi nulla di diverso dal suo itinerario. Eppure prova di avere dei sentimenti ne dà in più di un’occasione: quando salva da morte certa la principessa e decide di portarla con sé fino in Europa, e quando salva Passepartout rapito dai Sioux. In cuor mio, quindi, voglio pensare che un minimo il paesaggio indiano l’abbia ammirato mentre il treno attraversava il subcontinente. Ma dalla lettura ciò non traspare. Come dice Verne di lui, “A rigore, può dirsi che egli non viaggiava: descriveva soltanto un percorso circolare, come un grave che seguisse la propria orbita intorno alla terra secondo le leggi della meccanica“.

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Una delle illustrazioni di Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Al contrario Passepartout è molto più empatico: al contrario Passepartout è molto più empatico: “Mi accorgo che non è inutile mettersi in viaggio, se si desidera vedere qualcosa di nuovo” dice, ammirando le fortificazioni di Aden, e ancora “risvegliatosi, ammirava il panorama e non riusciva a convincersi che stava attraversando l’India in un treno della “Great Indian Penisnular Railway”. Gli sembrava incredibile. E tuttavia niente di più reale!“; è, insomma, tutto un altro tipo di viaggiatore, curioso, entusiasta, attento al nuovo e capace di trarsi d’impaccio davanti agli imprevisti. Fogg e Passepartout interpretano due modi diametralmente opposti di viaggiare, non c’è che dire. Quello di Fogg è anzi un non-viaggio, il suo è una serie di punti segnati du un planisfero e uniti con una linea. Per questo Bayard parla di lui come del tipico viaggiatore in pantofole, di colui cioè che non si scomoda a voler visitare di persona i luoghi: sempre di lui dice Verne che egli appartiene a “quella aristocratica categoria d’Inglesi che fanno visitare dal proprio servo i paesi dove viaggiano“.
Oltre al personaggio bizzarro, un altro aspetto è interessante: è un racconto totalmente inventato, le descrizioni dei luoghi non derivano da una conoscenza diretta degli stessi, e soprattutto i due episodi più avventurosi, il salvataggio della bella principessa e l’assalto al treno dei Sioux sono due cliché abbastanza scontati ai nostri occhi. Nonostante questo, però, Il giro del mondo in 80 giorni è e sempre sarà il re dei racconti di viaggio!