Nemi, il borgo delle fragole, il lago della dea

Un lago che nasconde un vulcano. Già questo basterebbe a fare di Nemi un luogo magico.

Ma non c’è solo questo. C’è una storia più che millenaria, ancestrale, fatta di miti e di riti, formatisi e praticati sulla bocca del vulcano estinto; c’è una dea il cui culto ancora ci sfugge nel dettaglio, ma che sicuramente nei boschi qui intorno aleggiava col suo spirito. C’è poi l’esagerazione di un uomo, che si sentiva pari agli dei (gliel’avevano fatto credere, del resto, come avrebbe potuto dire che si sbagliavano?) e che sul lago aveva costruito due navi enormi, fatte semplicemente per stare in rada qui, come due città galleggianti. C’è poi il tempo che tutto nasconde, la memoria collettiva cui nulla sfugge, e un’altra esagerazione di un altro uomo, che voleva a tutti i costi riportare in vita quelle navi, prosciugando, dunque snaturando il lago. E chissà se la dea si è adirata, al punto da far andare in fiamme dopo solo 12 anni di aria aperta, e dopo quasi 2000 sott’acqua, quegli scafi, simbolo di un impero ormai perso per sempre.

nemi lago di nemi

Questa, in estrema sintesi, la storia del Lago di Nemi.

Siamo nella zona dei Castelli Romani. Qui vicino c’è il Lago d’Albano, un altro laghetto vulcanico su cui si affaccia Castel Gandolfo, la residenza papale estiva. Tra i due laghi invece si colloca Ariccia, nota ai più per la porchetta, a chi ama l’archeologia per il suo antichissimo passato, romano e preromano.

La strada che conduce a Nemi è la via dei Laghi, in parte panoramica in parte addentro un bosco che, si scopre, è piuttosto antico. Si arriva a Nemi dopo aver percorso a tradimento una discesa in galleria a spirale del tutto inaspettata.

Il borgo di Nemi

Nemi

Passeggiando per il borgo di Nemi

Superata questa galleria , eccoci a Nemi. Ci accoglie il manifesto “il borgo delle fragole“, e non tarderemo a scoprire perché: la fragolina di bosco è tipica di queste parti e a Nemi è protagonista di alcuni dolci e liquori: la tartelletta, il tiramisù, il fragolino. Una delizia senza pari.

Il borgo sorge in cima al cratere del vulcano, e guarda il lago dall’alto verso il basso. Un borgo medievale, con una via centrale sulla quale affacciano i vari ristorantini, negozietti e botteghe che per un verso o per l’altro ci ricordano sempre le fragole. Un borgo colorato, come colorati sono i balconi, fioriti di gerani rossi e rosa. Infatti Nemi, oltre che “borgo delle fragole” è il borgo dei fiori.

Non c’è ristorante che non offra una veranda con vista sul lago. Il panorama è oggettivamente mozzafiato: la vista spazia fin sull’altro versante del cratere, dove sorge Genzano, un altro dei Castelli Romani. In basso invece, in uno spazio pianeggiante, un doppio capannone rosa attira l’attenzione: è il museo delle navi romane di Nemi.

Le navi di Caligola

L’imperatore Caligola, che le fonti storiche ci riportano come pazzo dissennato, effettivamente qualche mania di grandezza l’aveva: per esempio, fece costruire appositamente perché stessero sul lago di Nemi, senza navigare, due grandi navi. Non si sa per quale motivo le avesse volute: due palazzi galleggianti, come se fossero una residenza estiva? Le fonti ci raccontano che sul ponte erano costruiti edifici, forse un tempio, le terme… insomma, erano due navi da crociera ante litteram, con la differenza che queste non avrebbero mai levato l’ancora!

Alla morte di Caligola, tutto ciò che questo giovane e spregiudicato imperatore aveva fatto fu cancellato dai suoi detrattori e fu condannato alla damnatio memoriae, ovvero alla cancellazione perché non ne rimanesse il ricordo: la peggiore delle punizioni per un personaggio che invece aveva voluto imporsi come pari agli dei! Il suo nome fu abraso dalle iscrizioni sui monumenti pubblici, le sue statue furono decapitate, le navi del lago di Nemi furono fatte affondare. E si adagiarono per sempre sul fondale.

museo navi nemi

L’interno del museo delle navi di Nemi oggi

Per sempre fino a un certo punto. La memoria delle navi affondate era rimasta e tornò a farsi prepotente nel Quattrocento, in pieno Umanesimo, momento di riscoperta della cultura classica: persino un personaggio del calibro di Leon Battista Alberti si impegnò a ripescare le navi. Ma più di qualche pezzo di legno dello scafo non riuscì a recuperare. Nei secoli a seguire vi furono altri tentativi ma fu in pieno regime fascista che la volontà di riportare in luce le navi si fece forte: l’ideologia fascista del rinnovato impero romano aveva bisogno anche del ripescaggio delle navi di Caligola per poter alimentare la propaganda.

Si fecero vari tentativi, alla fine si decise di prosciugare il lago per mettere in secca le navi e finalmente estrarle: fu un’operazione ingegneristica davvero senza precedenti, propaganda nella propaganda. Le navi furono quindi prelevate interamente, complete dei loro arredi bronzei. Per entrambe fu realizzato un museo specifico, sulla riva del lago, che somigliasse ad un grande cantiere navale moderno: il Museo delle navi romane. L’architetto Morpurgo, lo stesso che aveva realizzato il museo dell’Ara Pacis, fu incaricato dell’opera. E davvero realizzò un’architettura d’impatto.

Il museo delle navi romane

Le navi furono dunque esposte nel museo nel 1932. Insieme ad esse fu esposto il materiale rinvenuto a bordo: non rimaneva molto delle grandiose architetture favoleggiate dalle fonti antiche, però comunque vi era abbastanza per comprendere che si trattava di un’opera eccezionale, sia di ingegneria che di ostentazione di potenza e lusso.

Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale gli arredi in bronzo, più preziosi, vengono riparati altrove. Gli scafi, intrasportabili, restano al museo, protetti da quattro custodi. il 28 maggio del 1944 i Tedeschi intimano ai custodi di lasciare il museo; lo occupano loro. Il 31 maggio vi sono bombardamenti da parte degli Alleati su Nemi, ma il museo è salvo. Solo nella notte, a combattimenti finiti, avvampa l’incendio. L’indagine successiva chiarirà che le fiamme sono state appiccate dolosamente dai Tedeschi (ho raccontato tutto in questo post).

museo delle navi nemi

Lucerne votive (offerte sacre) nel santuario di Diana Nemorense. Museo delle Navi romane di Nemi

Fumo, le navi di Nemi sono andate in fumo. Dopo quasi 2000 anni placidamente sul fondo del lago, dopo 12 anni di gloria, sono andate in fumo. Oggi il Museo delle Navi romane oltre a raccontare la storia del ripescaggio e quella, meno gloriosa, dell’incendio, mostra alcuni dei materiali del fasciame delle navi (gli arredi bronzei sono invece esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma). Inoltre, il museo espone i risultati delle ricerche archeologiche condotte nel territorio. Un territorio ricco da sempre di luoghi di culto e che ha restituito notevoli depositi votivi, a partire dal Santuario di Diana Nemorense, a poche centinaia di metri dal museo.

Diana Nemorense

diana nemorense

Il simulacro arcaizzante della dea Diana (copia dell’originale al Museo NY Carlsberg di Copenhagen

Diana è il nome romano della dea greca Artemide, dea vergine dei boschi e della caccia, dea in aperta contraddizione con il mondo maschile e con la società civile: non si sposa, fa divorare dai cani quel povero Atteone colpevole di averla vista nuda suo malgrado, punisce le ninfe che le si accompagnano e che ogni tanto cedono a qualche scappatella con il dio o con il mortale di turno. Divinità complessa già in Grecia, nell’Italia preromana è ancora più difficile coglierne le peculiarità. A Nemi pare che il culto fosse triplice: una triade divina, formata da Artemide, Selene (dea della Luna e dei cicli di vita) ed Ecate, dea protettrice delle nascite. Una divinità in tutto e per tutto femminile, cui le donne si rivolgevano in particolari feste nel corso dell’anno.

Intorno alle rive del lago, che veniva chiamato Speculum Dianae (specchio di Diana) si stendeva un bosco sacro alla dea. Qui, in epoca preromana si consumava il rito e insieme il mito del Rex Nemorensis: il sacerdote di Diana era uno schiavo fuggitivo che per prendere quel ruolo aveva dovuto uccidere il sacerdote precedente e doveva passare la vita a difendersi dai successivi pretendenti. Un culto complicato, vi dicevo, che però è diventato una pietra miliare negli studi di antropologia, grazie a un capolavoro letterario: Il Ramo d’Oro di James Frazer.

Di Diana Nemorense sopravvive – male – il santuario, costituito dal recinto sacro nel quale si innalzava il tempio della dea. Negli anni passati sono stati condotti scavi importanti perché hanno portato alla luce parti della statua di culto, elementi ifondamentali per definire l’architettura e le fasi di vita del tempio e dei suoi annessi. Purtroppo però, e duole dirlo, il tempio sopravvive, in abbandono, e per poterlo vedere bisogna sperare che il proprietario dell’azienda agricola, nella quale bisogna entrare per vederne i resti, sia di buon umore. Decisamente una fine ignominiosa per la grande dea e per ciò che ha significato per secoli per generazioni di fanciulle italiche e poi romane.

 

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10 cose da sapere sulla Liguria (e sui Liguri) prima di partire

Caro viaggiatore, che hai deciso di trascorrere in Liguria le tue ferie estive, questo post è dedicato a te: da buona ligure di nascita, migrata altrove, ma sempre col cuore laggiù, voglio darti alcune dritte che ti saranno utili nel tuo soggiorno in Liguria.

In questo post ti spiego le dieci cose da sapere sulla Liguria (e sui Liguri) prima di partire.

Attenzione! Questo è un post semiserio! Dunque, se lo leggerai spero di strapparti un sorriso, così come spero di strappare un sorriso anche ai Liguri che leggeranno (e che anzi, invito nei commenti fin da ora a contribuire per ampliare l’elenco delle cose da sapere).

Pronto? Si parte! Destinazione Liguria!

1 Non ci sono solo le Cinque Terre

Da buona ligure expat mi è capitato spesso: quando dico che sono originaria della Liguria la risposta è “Ah, sì, certo! Le Cinque Terre! Meravigliose!” Alché la mia risposta è “ehm, ecco, io… mai stata alle Cinque Terre“.

Intendiamoci subito: le Cinque Terre sono un lembo di terra piccolissimo. Bellissimo, ma piccolissimo. Non sono TUTTA LA LIGURIA! La Liguria è una regione variegatissima, ha un Levante, un Ponente e una Genova nel mezzo che fa da chiave di volta dell’arco ligure. Le Cinque Terre, poi, d’estate sono sovraffollate: e la bellezza dei loro borghi, dei loro itinerari a piedi tra sentieri selvaggi e panorami mozzafiato, dei loro vigneti a picco sul mare viene abbrutita dalla presenza ingombrante di troppe persone. Il consiglio? Visita le Cinque Terre in primavera, o all’inizio dell’autunno: ti godrai le passeggiate senza morire di caldo e avrai il mare, il cielo, la terra e le pietre tutte per te. Ah, non pensare di arrivarci in macchina. Semplicemente, non puoi.

cinque terre

Cinque Terre all’imbrunire (ph. pixabay)

2 Il falso (ma non troppo) mito dell’ospitalità ligure

Soprattutto negli anni passati si era diffuso il mito del Ligure inospitale, quello che se vai al suo ristorante è lui che fa un piacere a te nel portarti da mangiare e non viceversa. E anzi, vedi di sbrigarti e di non essere troppo pretenzioso, che qui non si può perdere tempo dietro a te. Questa nomea noi liguri l’abbiamo perché siamo persone un po’ chiuse e magari un po’ seriose sulle prime. C’è una parodia su youtube che a me fa schiantare dalle risate, perché raccoglie esattamente gli stereotipi sull’accoglienza ligure. Effettivamente il paragone tra un ristoratore ligure e Dracula non è proprio edificante, no?

Ma ti assicuro, le cose sono cambiate. Ti assicuro anche che 10 anni fa ad Albenga ho subìto un trattamento simile a quello del video. Ma ormai le cose sono decisamente diverse e nella stessa Albenga oggi succede che in una piccola osteria l’oste si sieda a tavola coi commensali, beva il vino con loro, chiacchieri mettendo in collegamento un tavolo con l’altro e per il caffé vada a farselo fare nel bar lì vicino (successo anche questo, parola mia!). I tempi son cambiati, signora mia. Menomale, aggiungo.

3 Il vero pesto è con patate e fagiolini

Già che col video precedente eravamo al ristorante, tanto vale che ti svelo la vera ricetta del pesto ligure. Sì, lo so, ti levo la sorpresa e mi odierai per questo. Ma voglio che tu sia preparato. Siediti. Il vero pesto ligure ti arriva completo di patate e fagiolini. Non solamente il pesto di basilico, pinoli e aglio, ma l’aggiunta di patate e fagiolini bolliti.

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Nasce infatti come piatto unico e anche abbastanza povero, ma sostanzioso, e con i prodotti che il territorio dava in abbondanza: il basilico, che a Pra, frazione di Genova, è una cultivar particolarissima a foglie piccole piccole (e che è il vero basilico da pesto DOP), i pinoli del pino marittimo, che oggi costano l’ira di dio (ma se li sostituisci con le mandorle o con le noci ti sparo a vista), l’aglio (guai se non ce lo metti!) e un mix di pecorino e parmigiano (qui alzo le mani, perché ogni nonna ligure ha la sua ricetta segreta e mai rivelerà l’esatta proporzione degli ingredienti).

Comunque, tornando a noi, se quando ordini il pesto alla genovese non ti portano un piatto completo di pesto, patate e fagiolini, ti autorizzo ad alzarti e ad andartene: stai perdendo il tuo tempo.

4 Tutte le declinazioni dell’intercalare belin

Se hai visto il video precedente, hai individuato sicuramente la parola belin, usata in varie accezioni: come esclamazione, come rafforzativo del discorso o della domanda, come verbo declinato e coniugato a seconda del significato.

Chissà se Cristoforo Colombo diceva Belìn! Ritratto del 1520 da Ridolfo del Ghirlandaio, GALATA Museo del Mare di Genova

Belìn vuol dire c…o. Ma è molto più elegante, raffinato. Usato come intercalare, a mala pena si distingue nella frase (diventa un “blìn” talmente veloce che manco te ne accorgi); usato come rafforzativo è pronunciato per bene e per esteso, quindi non hai dubbi che il tuo interlocutore ligure l’abbia detto. Ma belin può essere utilizzato con tutta una serie di significati. Ad esempio se senti esclamare “Uh belin!” puoi star certo che accanto a te si sta verificando qualcosa di eccezionale! Ma se invece, en passant, senti qualcuno che dice a un altro “me ne battu u belin“, ciò significa che il qualcuno in questione se ne frega di ciò che sta succedendo; l’espressione è addirittura più forte se diventa “me ne battu u belin in sci scheuggi“: me ne batto il belino sugli scogli (come se fosse un polpo): hai capito a che livelli siamo?

Belin viene coniugato in una serie di verbi: desbelinati! per esempio, vuol dire sbrigati! oppure datti una mossa (anche in senso figurato); mi sono imbelinato vuol dire invece che ho inciampato. Poi c’è l’aggettivo degli aggettivi: abelinato, che vuol dire, senza troppi giri di parole, cretino.

5 Ad un genovese non toccare….

genova vicoli

Uno scorcio dei vicoli di Genova

Ci sono delle cose che non devi toccare a un genovese (oltre al pesto): i vicoli, De André, la colazione a base di focaccia (fügassa) e capuccino, Cristoforo Colombo e la sua casa e la Lanterna.

Vicoli: sono i famosi carrugi, che a Genova costituiscono il cuore pulsante della città medievale e più autentica (anche se in parte oggi un po’ snaturata, ma pur sempre affascinante): palazzi antichi dai portali anche molto belli, vicoli stretti, odore di vissuto, gente che vive davvero, botteghe ormai in mano a quelli che noi chiamiamo extracomunitari ma che nei porti, come Genova, come Napoli, come qualunque porto del Mediterraneo, hanno sempre costituito la vera popolazione: genti di etnie diverse, di lingue diverse, di usanze e religioni diverse, che però convivono e commerciano. E vivono sotto lo stesso cielo.

Chi ha cantato la bellezza di quest’umanità è stato Fabrizio De André. Non toccate Faber a un Genovese: non vi dirà neanche belìn, se ne andrà proprio nell’altra direzione. Ed è giusto che sia così. Il poeta cantore di Genova, della sua vita autentica, delle sue strade e delle sue persone è la figura ancora in assoluto più amata. E non potrebbe essere diversamente.

La casa di Cristoforo Colombo a Genova. Credits: irolli.it

La colazione a base di fügassa e cappuccino o caffè a molti fa storcere il naso, ma ai genovesi no. Anzi, è l’unica colazione possibile. Che sono ‘sti cornetti e ‘ste brioches? Vuoi mettere la certezza e la fragranza di una sleppa (fetta) di focaccia appena sfornata, unta e incandescente, da pucciare nel cappuccino?

Torniamo ai miti. Cristoforo Colombo è nato a Genova. Punto. C’è pure la Casa di Colombo, ai piedi di Porta Soprana. Quindi basta con ‘sta storia che Cristoforo Colombo non era di Genova. Al MuMA, Galata Museo del Mare (di cui ho parlato qui) è esposto un documento firmato da Cristoforo Colombo in cui si parla di case e di beni di famiglia a Genova. Genova, è chiaro? Anche Barcellona e Siviglia, oltre a Genova, se lo contendono, come ho scritto qui. MA Cristoforo Colombo l’è zeneise. Punto.

La Lanterna. Oh, le cose vanno chiamate col loro nome. Non è un faro, è la Lanterna. Caratterizza il panorama da km di distanza, dal Porto antico, dall’alto di Palazzo Rosso, dalla terrazza panoramica di Castelletto. Guai a chiamarlo “Faro”: ho visto amicizie tra Genovesi e furesti rompersi proprio per questa leggerezza linguistica.

6) I Genovesi e il diritto di mugugno

Si dice che un tempo, quando Genova era ancora Repubblica ed era ancora Superba, ad un certo punto i marinai di Camogli furono messi di fronte a una scelta: aumento di salario, senza possibilità di lamentarsi degli ordini imposti dall’alto, oppure stipendio basso, ma diritto di mugugno. E secondo voi cos’avranno scelto i marinai di Camogli? Esatto, meglio la libertà di poter mugugnare, belin!

Cos’è il mugugno? È la lamentela continua, il rimbrotto a mezza voce che suona quasi come una cantilena. Così il ligure sembra di cattivo umore. In realtà il diritto di mugugno ce l’abbiamo talmente dentro che lo esercitiamo talvolta senza neanche rendercene conto. Ma è catartico, già nel momento stesso in cui ci lamentiamo stiamo esorcizzando il malessere che abbiamo dentro. Io lo trovo meraviglioso.

panorama Genova

La superba vista su “La Superba”. Là in fondo si erge la Lanterna, il faro di Genova.

7 Il Ligure braccino corto, ma anche no

La fama dei liguri è quella di essere tirchi. Loro invece ti diranno che non sono tirchi, ma parsimoniosi. La storia, o meglio l’archeologia, insegna che in realtà i Liguri sanno fare piuttosto bene i conti: non sono truffatori, ma risparmiatori! Dovete sapere, infatti, che lungo il corso di tutto il basso medioevo, siccome i mattoni venivano venduti a numero, i fabbricanti di mattoni giocavano su misure sempre lievemente differenti, per cui venivano venduti tot numero di mattoni, ma lievemente più piccoli. Per costruire la solita casa, quindi, servivano a quel punto più mattoni. Se da una parte c’erano i fabbricanti di mattoni più svegli, dall’altra c’erano i costruttori genovesi più risparmiatori che avevano subodorato la fregatura e quindi chiedevano alle autorità di intervenire. All’Archivio di Stato di Genova queste storie sono ben documentate. In archeologia si parla di mensiocronologia, ovvero di misurazione, nel tempo, dei mattoni, per calcolare e rendersi conto di queste variazioni. Questo è solo un esempio, peraltro storicamente ineccepibile, della parsimonia di materia prima da una parte, e di denaro sonante dall’altra: tutto concorre a raccontare al mondo intero della taccagneria dei Liguri.

Sottoripa, Genova

Genova. Sottoripa vista dal Porto Antico

In realtà, i Genovesi, e quindi i Liguri non sono tirchi, ma sono risparmatori: il Banco di San Giorgio, il cui bel palazzo affrescato sta oggi tra Sottoripa, il Porto Antico e la Sopraelevata, a Genova, è la Banca più antica del mondo, classe 1497.

8 Liguria, terra di poeti

chiese di Liguria

“Oh chiese di Liguria, come navi disposte ad essere varate”

Alle elementari ho imparato una poesia di Vincenzo Cardarelli. Nei suoi versi, uno dopo l’altro, chi è ligure non può non riconoscere alcuni flash della propria terra. “È gigante l’ulivo” dice uno dei versi, e non è possibile non immaginare un olivo su una fascia, il tipico terrazzamento ligure; “O chiese di Liguria, come navi disposte ad essere varate” e non può non venire in mente Cervo, con la sua chiesa dei Corallini, o anche il Duomo di Porto Maurizio al Parasio, Imperia, che così bene domina la costa e sembra davvero una nave pronta a calare in mare.

Cardarelli non è il solo poeta ad aver cantato la Liguria. Eugenio Montale nella prima metà del Novecento con i suoi Ossi di Seppia non fa che parlare della sua terra. Cosa dire di “Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto” alla fine della quale ci parla di quei muri che in cima hanno “cocci aguzzi di bottiglia“? Li abbiamo davanti ai nostri occhi, nei giardini che cintano i borghi liguri.

Nel Ponente Ligure abbiamo Angiolo Silvio Novaro, poeta forse poco noto fuori dalla Liguria, ma che nei suoi versi ha cantato la sua terra con un amore che può solo destare commozione.

Ma a proposito di poeti, in Liguria abbiamo il Golfo dei Poeti: da Porto Venere a Lerici. Un tratto di costa che più che poetico è pittorico, una meraviglia da vedere e da ammirare.

9 Liguria da leggere

I poeti li abbiamo visti, ma per cogliere la Liguria si possono leggere parecchi libri, magari sotto l’ombrellone.

romanzi liguria

Uno dei romanzi gialli editi da Fratelli Frilli Editore

Intanto consiglio tutta la linea dei romanzi gialli pubblicati da Fratelli Frilli Editore: da Ponente a Levante raccontano la Liguria attraverso tante storie gialle, oppure noir, ambientate tra vicoli, caruggi, spiagge ed entroterra. Chi conosce i luoghi giocherà a riconoscere le ambientazioni,  chi non li conosce, leggerà delle storie leggere e si farà affascinare dai luoghi.

Il Mare in Salita di Rosella Postorino (Contromano, Laterza) è un bel racconto, intimo, ma non troppo, della Liguria di Ponente. Anzi no, è una descrizione. Ma una descrizione personale, in cui molti si riconosceranno.

Se ti piace il romanzo storico, Il Guaritore di Maiali di Lorenzo Beccati è un noir ambientato in una Genova medievale, tra i suoi vicoli e i suoi odori acri (e i suoi mattoni di dimensioni sempre ridotte, se hai letto sopra). Il protagonista tutto sembra fuorché un personaggio limpido, ma saprà conquistare la tua fiducia.

Il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini è un grande classico della letteratura risorgimentale e/o romantica: racconta la storia d’amore impossibile e proprio per questo romantica tra una giovane lady inglese e un irrequieto medico di Bordighera. La storia è decisamente triste, ma le sensazioni che lascia sono notevoli.

quasi giallo

Quasi giallo, di Enrico Gianichedda

Il sentiero dei nidi di ragno è un altro grande classico, di Italo Calvino, ambientato in Liguria durante la Resistenza nella Seconda Guerra Mondiale. Romanzo fino a un certo punto, è ambientato nell’entroterra di Sanremo che davvero fu teatro di notevoli scontri della Resistenza con Tedeschi e Fascisti.

Non la nomina mai, troppo intento a parlare di metodo archeologico per dire in quale città si trova, però Quasi giallo” dell’archeologo (ligure, manco a dirlo) Enrico Giannichedda si ambienta proprio a Genova, nella facoltà di Lettere (dove ho studiato pure io), nei vicoli e fino ad Albaro, il quartiere residenziale signorile: ne ho scritto una recensione qui.

(Poi ci sono i miei, di racconti, ambientati in una Liguria sempre evocata e mai nominata. Però non li ho pubblicati come si deve, se non in qualche antologia qua e là, quindi non li puoi ancora leggere)

10 Dai monti si vede il mare e altre meraviglie paesaggistiche

Cosa ti colpirà di più della Liguria? Il paesaggio: montagne da cui si vede il mare, colline coltivate a oliveti e fasce, i tipici terrazzamenti in pietra a secco fatti per guadagnare terra dai pendii scoscesi. Le strade che portano nell’entroterra sono strette e curve, tornanti che si adattano alle curve di livello delle montagne e che qua e là attraversano i torrenti impetuosi d’inverno, quasi prosciugati d’estate, che feriscono la terra per arrivare fino al mare.

No, non è mai stata una terra semplice, la Liguria: una sola piccola pianura, la Piana d’Albenga, e poi colline e alture che scendono fino al mare, coste frastagliate, terra arida, torrenti in piena d’inverno e secchi d’estate… eppure è una terra accogliente da sempre, dai tempi dei paleolitici abitanti delle Grotte di Toirano, dei Balzi Rossi (Ventimiglia) e di Finale Ligure, dai tempi dei Liguri che vivevano sui cucuzzoli a controllo del territorio contro quei Romani che poi addirittura tracciarono una strada consolare (la via Julia Augusta che oggi fino a Ventimiglia si chiama Aurelia) e costruirono città in quelle strette strisce di terra pianeggianti lungo la costa. Poi è arrivata Genova, la Superba, che si è aperta sul mare, col suo porto e le sue navi, mentre lungo la costa e nell’entroterra sorgevano campanili e intorno ad essi villaggi in pietra, con i loro caruggi, gli edifici alti e stretti, il castello qualche volta, mentre lungo i sentieri di mezza costa, sorgevano piccole pievi il cui campanile segnalava il territorio e scandiva le ore nella notte oscura.

fichi d’india e mare. Non è Sicilia, ma Liguria

La Liguria è una terra antica, e creativa allo stesso tempo. Tradizionale, ma aperta al nuovo, riservata, ma in grado di riservare grandi sorprese a chi saprà avere la pazienza di scoprirla, passo dopo passo.

Queste sono le 10 cose da sapere prima di andare in vacanza in Liguria. Cosa? Volevi info pratiche? Ok, te ne do subito una: quando condividerai su instagram le foto della tua vacanza in Liguria usa l’hashtag #emozionidiLiguria e gli altri tag che ho indicato in questo post. E buone vacanze!

5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

Hai deciso di passare le tue vacanze in Liguria. Sei già pronto a fotografare ogni momento della tua vacanza, il bagno a mare, le escursioni sui Monti Liguri, le cene a base di pesce e di pesto, il whale watching, la passeggiata nei vicoli di Genova o dei tanti borghi che puoi incontrare sul mare e nell’entroterra, e naturalmente non vedi l’ora di caricare le tue foto su instagram.

E qui ti voglio.

hashtag instagram vacanze liguria

Quali hashtag usare per condividere su instagram le foto della Liguria?

Gli hashtag, lo sappiamo bene, sono croce e delizia di ogni instagramer, ovvero di ogni utente di instagram. Sei convinto di aver scattato la foto più bella del mondo, magari ti sei impegnato a ritoccarla usando qualche app di fotoritocco (come snapseed, la mia preferita), poi la carichi e… Pochi pochissimi cuori. Pochissime persone apprezzano la tua foto e il tuo estro. Perché, ti chiedi, perché? E qualcuno ti dirà “perché non hai usato gli hashtag giusti”.

E allora vediamo brevemente, per cominciare, 5 consigli sull’utilizzo degli hashtag:

maraina81 instagram liguria

Una delle mie ultime foto su instagram a tema Liguria

1) gli hashtag descrivono la foto. Quando li scrivi devi inserirli in modo da andare dalla descrizione più stringente a quella sempre più ampia e di portata più generale. Non inserire hashtag che non c’entrano niente: non scrivere per esempio #dog se nella foto c’è un panorama, soltanto perché hai visto che è un hashtag di successo.

2) mentre digiti l’hashtag instagram ti dice quante volte quell’hashtag è già stato usato. Se da un lato questa è garanzia della popolarità della parola chiave in questione, dall’altra, se sei un instagramer con pochi follower, non riuscirai mai ad essere scovato perché ci sarà sempre qualche instagramer più grande di te che l’ha appena usato e ti fa scomparire dalla cronologia dei post più popolari. Concentrati invece su hashtag medio/bassi, dell’ordine delle decine di migliaia. Avrai più speranze che la tua foto appaia in prima linea nella cronologia dei post popolari.

3) Ultimamente instagram propone gli hashtag più popolari per te sulla base di ciò che posti: puoi prendere spunto, ma non limitarti a usare quelli. Sempre instagram ha inserito in una lista nera gli hashtag talmente tanto usati da non portare alcun beneficio. Questi anzi, se usati, sono dannosi, perché l’algoritmo di instagram automaticamente li riconosce e punisce la foto non facendola apparire tra i popolari.

maraina81 on instagram liguria

Una delle mie foto più popolari: sicuramente ho usato hashtag adeguati

4) Sicuramente anche tu ormai usi instagram, facendo la ricerca per luoghi o per hashtag geografici, per guardare i luoghi in cui hai deciso di andare in vacanza. Allo stesso modo se sei in viaggio o in vacanza, usa come hashtag il luogo in cui ti trovi, la regione, la città, l’isola o la montagna, a seconda della tua meta. In questo modo aiuterai altre persone che come te cercano immagini di quel luogo, a farsi un’idea. E se la tua foto piacerà loro, ci scapperà il ❤ .

5) Non è detto che sia necessario sempre inserire hashtag popolari. Si possono inserire anche hashtag con poche menzioni, se questi però hanno una storia dietro, come il lancio di un contest, per esempio, o di una campagna specifica. Proprio di questo ti parlo, nell’ultimo hashtag per la Liguria che ti consiglio di usare.

5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

#lamialiguria

L’hashtag ufficiale dell’ente del Turismo ligure @turismoinliguria è piuttosto popolare e permette di farsi notare proprio dall’ente in questione. Ricordati che se vuoi anche che la tua foto sia ripostata puoi taggare l’ente, il quale valuterà se ripostarti o no. Sul repost delle foto io ho espresso altrove il mio parere. Ma naturalmente è una questione di gusti.

#liguriamoremio

Questo è l’hashtag cui corrisponde @LiguriAmoreMio, profilo lanciato dal carissimo amico e blogger Pietro di Pietrolley, per promuovere la Liguria attraverso le foto degli utenti. Basta che digiti #liguriamoremio per sperare nel repost. La sua gallery, inoltre, è molto variegata, spazia da panorami a borghi da Levante a Ponente.

maraina81 on instagram

una mia foto taggata con #liguriamoremio

#igersliguria (igersimperia, igerssavona, igersgenova e igerslaspezia)

Gli Igers, o instagramers, sono coloro che attivamente creano community intorno a un luogo geografico. Ne esistono per ogni regione italiana e all’interno di essa per ogni provincia o distretto. Così in Liguria abbiamo gli @igersLiguria e, a seguire, gli igers per ogni capoluogo di provincia: @igersimperia, @igersavona, @igersgenova e @igerslaspezia. Non ho mai capito se si pronuncia Igers, Ighers o addirittura Aighers, ma poco importa, sono sul territorio le community più attive, che organizzano anche raduni, gli instameet, ai quali ci si può iscrivere per andare alla scoperta di luoghi poco noti del territorio.

#ig_liguria

Ultimamente questo hashtag sta prendendo piuttosto piede, tanto che sulla mia timeline compare spesso tra gli hashtag più popolari. L’account è @ig_liguria, e anche questo profilo riposta foto degli utenti scegliendo le foto più belle e spaziando tra borghi e ampie vedute panoramiche. D’estate, poi, un focus sul mare è quasi d’obbligo

#emozionidiliguria

#emozionidiliguria instagram

Le primissime foto di #emozionidiliguria: partecipa anche tu!

Questo hashtag è l’ultimo arrivato, e mi aspetto grandi cose da esso. Nato appena due giorni fa dall’idea di Elisa del blog Piccoli grandi viaggiatori (e rispettivo account instagram), e nel quale ha coinvolto il mio profilo, @maraina81, quello di @Pietrolley e quello di Selene, @s.scinic del blog Viaggi che mangi, è legato ad un’ispirazione: la Liguria regala emozioni, dunque, perché non raccontarle con #emozionidiliguria? Chi condivide foto usando quest’hashtag verrà ripostato sulle stories di instagram e sul profilo di @piccoligrandiviaggiatori, e alla fine dell’estate sarà scelta, a nostro insindacabile giudizio, la foto più bella che riceverà via email una sorpresa…

Io fossi in voi parteciperei al contest: farete crescere un hashtag che racchiude in sé un bellissimo concetto, farete sognare noi, soprattutto me che ormai vivo lontana dalla Liguria e, speriamo, vi divertirete.

E buone vacanze in Liguria!

12 prodotti tipici della cucina calabrese che devi mangiare quando vai in Sila

Se ti nomino la cucina calabrese tu subito pensi al peperoncino e alla n’duja. Beh, non stai sbagliando, ma la Calabria è molto variegata dal punto di vista culinario. In questo post ti racconto di ciò che puoi mangiare in una zona particolare: ti parlo dei 10 prodotti tipici (con qualche ricetta bonus) che devi mangiare quando vai in Sila.

cucina calabrese

Non ho scritto questo post da sola, ma ho chiesto aiuto ad un vero esperto, un silano doc. Puoi fidarti ciecamente dei suoi consigli, come mi fido io.

Immaginati la scena: una tavola apparecchiata con affettati, formaggi, pane casereccio, olive, e altre specialità. No, la n’duja non c’è, non è tipica della Sila. Ma scommetto che non la rimpiangerai. Pronto per assaggiare la cucina calabrese della Sila?

cucina calabrese

Una tavola apparecchiata direttamente da una cena in Sila: nient’altro da dichiarare?

Rosa marina

Il cosiddetto caviale del Sud tradizionalmente consiste negli avannotti delle alici, la cosiddetta sardella, di cui ora per legge è vietata la pesca: ultimamente quindi la sardella è stata sostituita dai bianchetti. Questi pesciolini vengono aggiustati con sale e peperoncino dolce e piccante e lasciati a macerare. Ne risulta una pasta abbastanza morbida e rossa, più o meno piccante a seconda del tipo di peperoncino e addizionata, a seconda delle aree, con finocchietto. Per servirla viene aggiunto dell’olio e consumata sul pane.

I formaggi

Caciocavallo silano: la sua forma allungata lo distingue da tutti gli altri formaggi. Viene appeso alla pertica ad asciugare, legato e sostenuto da lacci che gli conferiscono una forma caratteristica. Si trova sia fresco che stagionato. È di latte di mucca, la placida vacca podolica che pascola nei prati della Sila in estate: sicuramente la incontrerai lungo la Via delle Vette, e ti dovrai fermare per farla attraversare. Sempre che non abbia voglia di fermarsi in mezzo alla strada per un po’. Il caciocavallo è ottimo alla piastra: fa una crosticina superficiale, ma al centro rivela un cuore morbido… e incandescente: masticare con cura!

vacca podolica

La vacca podolica, tipica della Sila, dal cui latte si ricava il tipico caciocavallo silano

Pecorino crotonese: non è propriamente silano, ma siccome d’inverno gli armenti che solitamente pascolano in Sila si spostano verso il mare, quindi verso lo Jonio, ecco che non deve stupire che il pecorino crotonese sia considerato un prodotto tipico anche sull’altopiano. Più o meno stagionato, è uno dei pecorini più rinomati sulla piazza.

Ricotta affumicata: la ricotta fresca che noi tutti conosciamo, ottenuta nelle cosiddette fiscelle, delle formine allungate che le conferiscono la caratteristica forma tubolare, viene fatta essiccare su degli stenditoi in vimini e affumicata tradizionalmente col legno del caminetto.

Protìro: è un piccolo caciocavallo con sorpresa che fa sì da conservare il burro per lungo termine. Una volta fatto il burro, quello in eccesso veniva conservato in una sorta di “bottiglia” di pasta di caciocavallo che viene chiuso in alto e lasciato stagionare. Un caciocavallo dal cuore tenero, insomma.

prodotti tipici calabria

Nella mia dispensa non manca mai: caciocavallo, sarsizza, capocollo, pancetta e soppressata

Del maiale non si butta via nulla

L’allevamento del maiale in Calabria rappresentava fino a pochi decenni fa uno dei mezzo di sostentamento delle famiglie dei paesi della Sila e della presila. Ogni famiglia cresceva il suo maiale per poterlo poi macellare e ricavarne i salumi. Nulla andava perduto, perfino i peli sulla schiena, i più lunghi, venivano usati dai calzolai per cucire le scarpe!

Capocollo: è un pezzo di carne intero che viene passato nel sale e nel pepe e avvolto in una sorta di pellicola naturale che lo ricopre, quindi veniva steccato e legato stretto alla pertica per la stagionatura.

cucina calabrese

vruccule e rape e sarsizza, ovvero cime di rapa broccoletti) e salsiccia. Rigorosamente silana.

Sarsizza: salsiccia di fegato, salsiccia piccante e salsiccia dolce. Di questi tre tipi esiste sia la versione fresca che quella stagionata, che è simile, per consistenza e per come viene consumata, ai salami cui siamo abituati nel resto d’Italia. La salsiccia fresca invece viene cotta con le lenticchie, con le cime di rapa o arrosto; stagionata a fettine come il salame.

La ricetta: vruccule e’rape e sarsizza (Broccoli di rapa e salciccia): si tratta delle classiche cime di rapa (altrimenti note, a seconda della regione, come broccoletti) stufate con la salsiccia, che conferisce profumo e sapore. Certo, più la salsiccia è piccante, più l’intero piatto risulta piccante e più è aromatica, più l’intero piatto è aromatico.

Soppressata: è ricavata dai pezzi più nobili del maiale. Quella tipica ha solo il sale e non il peperoncino, anche se poi si trova in entrambe le versioni. Dolce o piccante che sia, è legata con lo spago, ed è una prelibatezza delicata, una leccornia tipica.

Prosciutto: ogni maiale restituisce due prosciutti. Innanzitutto il prosciutto è messo a mollo in salamoia in un tino insieme alla pancetta e viene curata la parte intorno all’osso (il prosciutto in Sila non viene disossato), e viene massaggiato in modo che il sale penetri all’interno e non faccia sciupare il prosciutto. Dopo questo passaggio in salamoia nel tino il prosciutto viene asciugato, lavato con l’aceto e passato nel peperoncino in polvere, in modo da fare una patina al di sopra. A questo punto il prosciutto è fatto.

cuccìa

La cuccìa, a base di grano cotto e carne di maiale

Pancetta (vusciulu): Il vusciulu è tradizionalmente riservato alla fresa: scaldato sul fuoco, il grasso si scioglieva e veniva colato sul pane e mangiato accompagnato con cipolla di Tropea. Questa è un’esperienza da fare nel bosco, naturalmente nelle aree attrezzate che si trovano in Sila.

Al momento della lavorazione del maiale, tutto quello che rimaneva andava a finire nel paiolo e veniva consumato in parte subito, in parte era conservato nei tinielli, contenitori cilindrici smaltati in terracotta.

Frisuli: ormai quasi impossibili da trovare, sono le parti magre che si staccavano durante la cottura delle rimanenza nel paiolo. Queste assumono la consistenza di un patè e si spalmano sul pane. Per chi ama il genere sono una goduria.

La ricetta: Cuccìa: è un piatto tipico di alcuni paesi della presila, a base di grano cotto e resti di maiale. L’osso del prosciutto, al quale rimaneva attaccata un po’ di carne, veniva bollito insieme alle cotiche del maiale. Il grano veniva messo in ammollo, poi lessato, quindi veniva unito ai resti di carne dell’osso di prosciutto, passato nel forno e servito.

Patate da’Sila

L’altopiano silano si presta alla coltivazione delle patate. Le patate da’ Sila, le patate della Sila, sono una cultivar tipica di queste parti. L’altitudine, unita alla bontà del terreno, regalano una patata gialla che viene venduta a cassettate dai tanti camioncini che si possono incontrare qua e là nei paesi della Sila e della presila.

patate sila

Patate prodotte in Sila vendute al supermercato

La ricetta: pasta e patate: un piatto povero, ma squisito, è la pasta e patate, un piatto tipico dei Montanari perché semplice da cucinare. Presuppone infatti l’utilizzo di una sola pentola nella quale vengono cotte le patate e poi la pasta, calcolando la giusta quantità d’acqua. Alla fine della cottura in una padella a parte veniva arrostito il peperoncino e la cipolla e il tutto veniva versato come condimento sopra la pasta e patate. Ma il touch of class era dato dalla ricotta affumicata grattata sopra, che dava il giusto sapore. Anche oggi si può riproporre quest’antica e umile ricetta. La resa è degna della tavola di un re.

La ricetta: Patate m’pacchiuse: Le campionesse in tavola. La loro realizzazione è tanto semplice quanto efficace. Eppure sono davvero in pochi coloro che la sanno preparare col giusto criterio. Ricordate la padella di cui sopra, in cui si arrostivano peperoncino e cipolla? Bene, in quella stessa padella i montanari preparavano le patate m’pacchiuse, ovvero patate tagliate a rondelle che venivano lasciate lì in padella a rosolare e rosolare e che per naturale cottura alla fine si attaccavano una all’altra. Ebbene, più le rondelle di patate sono attaccate le une alle altre e arrostite, più sono buone, avevi dubbi?

patate mpacchiuse

Un piatto completo di patate m’pacchiuse, carne, salsiccia piccante, caciocavallo alla piastra: il pranzo dei campioni in Sila!

Bene, ti ho messo appetito? Dei dolci, casomai, ne parliamo la prossima volta 😉

Una giornata ad Otranto (senza dover per forza andare al mare)

Ho deciso che voglio dimostrarvi che si può trascorrere una giornata a Otranto senza necessariamente dover andare al mare.

Non ci credete? Dai, venite con me.

otranto

Perché trascorrere una giornata a Otranto

Otranto si affaccia sul mare, baciata dal sole, dal mare e dal vento. Si trova a controllo del punto più vicino all’Albania, Capo d’Otranto, e pertanto nella sua storia la sua posizione è stata strategica e invidiata da chi non la possedeva. Per questo fu spesso sotto l’occhio dei Turchi Ottomani, che in un’occasione la conquistarono e seppero farsi ricordare.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La storia di Otranto è sotto gli occhi di tutti: nel Castello Aragonese e nelle mura che la cingono, nella Cattedrale col suo mosaico di XI secolo e la cappella degli 800 martiri, e poi ancora nei vicoli e fino al monumento “L’approdo” appena fuori dalle mura e che racconta la tragedia delle migrazioni degli Albanesi verso l’Italia negli ’90.

Otranto è viuzze strette, negozi di souvenir, chiesette come quella bizantina di San Pietro che appaiono quando meno te l’aspetti, e ancora ristorantini e bar affacciati sul mare. Una cornice splendida, bianca della pietra e azzurra del cielo e del mare. Sono i colori che si abbinano meglio.

La cattedrale di Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Capolavoro del romanico, è famosa nel mondo per lo splendido pavimento a mosaico che la riveste interamente, opera del monaco Pantaleone, nell’XI secolo.

Il mosaico è eccezionale, decisamente difficile da leggere in tutto il suo svolgersi. Purtroppo la presenza delle panche nella navata centrale non aiuta la comprensione. Del resto, però, non potrebbe essere diversamente, dato che la chiesa è tuttora usata per funzioni religiose.

Il mosaico nella navata centrale si sviluppa intorno al grande albero della vita, le cui radici stanno all’ingresso della chiesa e che sale su fin quasi al presbiterio. In cima si trovano quei gran signori di Adamo ed Eva, dai quali, per via del Peccato Originale, si va ridiscendendo verso la base dell’albero.

Tantissime figure e scenette animano questo pavimento. Sotto Adamo ed Eva abbiamo 12 cerchi corrispondenti ai 12 mesi illustrati attraverso il lavoro dell’uomo: eh sì, con il peccato originale e la cacciata dall’Eden, gli uomini hanno dovuto mettersi a lavorare. Dobbiamo ringraziare Adamo ed Eva, dunque, se dobbiamo stare in ufficio invece che passare la vita a viaggiare! 😂

cattedrale Otranto

Una porzione del pavimento mosaicato della Cattedrale di Otranto

Tra le varie figure compare in alto Re Artù e in basso Alessandro Magno: nessuno dei due ha a che fare con la fede cristiana, ma Alessandro Magno ha a che vedere con la cultura greca, di cui il monaco Pantaleone era portatore, mentre Re Artù è il protagonista del Ciclo Bretone, i cui racconti dovevano essere evidentemente ben noti fino in fondo allo Stivale. E poi abbiamo mostri e animali esotici, grifi ed elefanti, dromedari, leoni, linci con gli stivali e chi più ne ha più ne metta.

In fondo alla navata destra si apre la cappella dedicata agli 800 martiri che furono decapitati dagli Ottomani all’indomani della conquista turca di Otranto. Essi rifiutarono di convertirsi, pertanto finirono con la testa sulla pietra e furono passati dal boia. Nella cappella teschi, omeri, ossa del bacino e costole stanno ben sistemati nelle teche. Sotto l’altare si trova la pietra sulla quale le teste furono spiccate dal corpo.

martiri otranto

La Cappella degli 800 Martiri di Otranto

Scendendo le scale che si aprono nella navata destra si giunge nella cripta. Molto suggestiva, è una selva di colonnine ognuna con un capitello diverso, medievale, istoriato, romano di reimpiego, e conserva alcuni affreschi bizantini di particolare pregio. La cripta è un ambiente unico, silenzioso, meditativo. Da qui si esce su Otranto assolata, dal fianco della chiesa.

cattedrale di otranto

La cripta della cattedrale di Otranto con la sua selva di colonnine di reimpiego

La chiesa bizantina di San Pietro

Percorrendo la via principale del centro storico di Otranto, quella su cui si trovano tutti i negozi di souvenir, le botteghine e i localini per mangiare un boccone, si arriva sulla piazza dell’Orologio, dominata da una torretta sulla quale sta l’orologio che segna inesorabile il tempo che passa. Da qui si prende una piccola salita che conduce alla quasi nascosta piccola chiesa di San Pietro.

san pietro otranto

La chiesa bizantina di San Pietro a Otranto

Si tratta di una chiesa di impianto bizantino ed è piuttosto antica: risale infatti al IX-X secolo. Dall’esterno appare esattamente come le chiese greche: a pianta quadrata, con qualche nicchia sporgente e una cupolina centrale. L’interno è dipinto con scene della vita di Gesù. Non è aperta sempre, ma anche se la trovate chiusa, da fuori è molto suggestiva: per un attimo crederete di essere stati catapultati in Grecia. Una bellissima sensazione, perché Otranto in più punti sembra una cittadina delle isole greche.

Il Castello Aragonese

Grande architettura difensiva e militare, il Castello Aragonese domina il borgo marittimo e per lungo tempo ne ha costituito la difesa: già solo a vedere il fossato, i torrioni, l’imponente muratura ci si rende conto della struttura potente che era. Otranto era cinta da mura; l’assalto degli Ottomani nella II metà del Quattrocento, con la successiva riconquista, diede motivo di difendere ancora di più questo baluardo strategico lungo l’Adriatico.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Oggi il Castello è un polo museale: museo di se stesso, museo del territorio grazie all’allestimento, in alcune sale, di una mostra permanente dedicata alla frequentazione preistorica della Grotta dei Cervi di Porto Badisco; spazio espositivo per mostre e installazioni di arte contemporanea. Il Castello è un luogo vivo di storia, di storie e di contemporaneità.

Fuori Otranto: la cava di Bauxite

Dal bianco della cittadina di Otranto ci allontaniamo di pochi km e raggiungiamo le coloratissime cave di Bauxite. Qui il rosso/arancio della terra si incontra con il verde della vegetazione, l’azzurro del cielo e il colore cangiante dell’acqua del laghetto che si è formato.

cava bauxite otranto

Bada che colori! la cava di bauxite appena fuori Otranto

La storia è semplice: si scopre un giacimento di bauxite; si impianta la cava; si incontra la falda acquifera; l’acqua allaga ogni cosa; si abbandona la cava. Breve storia triste, verrebbe da dire. Invece si è creato un luogo surreale, ma eccezionale proprio dal punto di vista naturalistico. La natura ha vinto, per una volta.

E voi siete stati a Otranto? Cosa consigliereste di fare in questa città oltre a quello che vi ho detto qui? Raccontatelo nei commenti, oppure sulla pagina fb di Maraina in viaggio.

Castro, la perla del Salento

Arriviamo a Castro nel pomeriggio inoltrato di una calda giornata di inizio giugno. Non sappiamo cosa aspettarci, io personalmente non avevo proprio idea che di lì a poco avrei scoperto la “perla del Salento”.

Comincio dalla fine: Castro è davvero una perla; un gioiello, qualcosa di bello, prezioso e puro. La perla del Salento, appunto.

Cosa fare e cosa vedere a Castro

Castro

Non è adorabile questo scorcio di Castro?

Per arrivare a Castro, se ci fate caso, non ci sono semafori. La vita scorre lenta e tranquilla, la gente sta seduta con le sedie in strada, i bambini scorrazzano e giocano a pallone in piazza; si conoscono tutti e tutti rivolgono un sorriso ai forestieri. Nel giorno del Corpus Domini il borgo si ferma per il passaggio della processione.

Il primo impatto con Castro è una splendida terrazza vista mare. La costa albanese, che si intravvede, dista da qui appena 60 km: non vogliamo farla una nuotata fin là? Magari domani, intanto stasera godiamoci il borgo.

Il borgo di Castro non è particolarmente esteso. Ordinato, curato, tranquillo, regala alcuni angolini notevoli. In queste vie si incontra la gente del luogo, che prende il fresco nel tardo pomeriggio; si può pure osservare da vicino un’artigiana che lavora al tombolo, un’antica lavorazione con cui oggi produce gioielli artistici: le dita scorrono ad una velocità incredibile, acchiappano e intrecciano fili senza che si riesca a seguire il movimento. Stupendo.

La (doppia) chiesa della S.S. Annunziata

La chiesa dell’Annunziata è il primo luogo di interesse che incontriamo, anche se per raggiungerla passiamo accanto al castello, che domina l’intero borgo.

La chiesa sta sul lato di fondo di una piazza spaziosa, luogo di ritrovo e di chiacchiere, luogo vissuto dagli abitanti di Castro.

Castro

La piazza della chiesa di Castro

Dalla chiesa, che risale al XIV secolo – contemporanea all’incirca di Santa Caterina a Galatina – fa la sua comparsa, sul lato, ciò che resta della chiesa precedente: un curioso caso di sovrapposizione di luoghi di culto: della piccola chiesa bizantina, del IX secolo a.C., restano tracce di archi affrescati con volti di santi. C’è un che di magico in quest’apparizione.

Per il resto la chiesa non ha nulla dei grandi decori delle cattedrali di Gallipoli e Otranto, o della basilica di Galatina. Ha ha avuto molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli, dovuti anche alle invasioni dei Turchi, che qui sono giunti ben due volte.

L’attiguo spazio è stato adibito a museo della chiesa. Da qui si gode di una straordinaria vista sul mare antistante.

castro

Museo diocesano con vista

Gli scavi archeologici di Castro

Poco distante dalla chiesa, sul fianco dell’altura che dolcemente scende verso il mare, si trovano gli scavi archeologici che hanno interessato negli ultimi anni Castro e che hanno portato in luce quello che sembra, con tutta probabilità, un santuario di epoca greca, risalente al IV secolo a.C., sito nei pressi delle antiche mura messapiche.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

Gli archeologi hanno infatti individuato dei poderosi muri e delle aree in cui sicuramente erano stati compiuti dei sacrifici. In alcune fosse, poi, erano stati deposti anticamente degli oggetti di culto, tra cui la colossale statua di una dea, forse Atena, che oggi è esposta al castello. Il santuario, del quale sta emergendo il grande altare , fu devastato alla fine del III secolo, forse in concomitanza col passaggio di Annibale. In quest’area non si trovano tracce di età romana, eppure il luogo doveva essere noto: qui Virgilio nell’Eneide fa sbarcare Enea, chiamando la località Castrum Minervae.

L’area di scavo non è particolarmente grande e i resti monumentali continuano al di sotto della Castro attuale, ma ciò non diminuisce né l’interesse né il fascino per questo scavo vista mare. Perché da qui, davvero, la vista è eccezionale.

Il castello e il museo di Castro

Castro

La statua della dea Atena al Museo di Castro

Il grande castello che domina il borgo e il panorama circostante ospita al pianoterra il museo allestito per esporre i reperti emersi nel corso degli scavi che abbiamo appena visto. Non è così scontato che i materiali di uno scavo (peraltro ancora in corso) vengano musealizzati in così breve tempo. Vero è che i ritrovamenti sono davvero eccezionali e coprono un arco cronologico che va a ritroso nel tempo dal tardo medioevo fino al IV secolo a.C., epoca cui risale il santuario, le decorazioni architettoniche e la statua di Atena. Molti sono i reperti venuti in luce che raccontano lo scavo e attraverso di esso ricostruiscono il passato più antico di questo luogo.

Il castello è un monumento davvero poderoso; dalla sua terrazza lo sguardo spazia sul tratto di costa che scende fino a Santa Maria di Leuca, l’estremità del tacco dello Stivale. Dalla sua posizione preminente sul paesaggio vigila sul territorio a 360°: da un lato il mare e la costa albanese, dall’altro l’entroterra con le sue colline. Fermarsi qui è davvero un sogno. Se poi il sogno si alimenta con un aperitivo a base di taralli e vino rosso, ancora meglio.

Castro

Sulla terrazza del Castello di Castro

Questa è Castro, davvero una sorpresa per me che non la conoscevo. L’ho scoperta però grazie all’Educational tour #festivalinutile cui ho partecipato all’inizio di giugno, realizzato in collaborazione con Coolclub.it, #WeareinPuglia e SwapMuseum. Un grazie particolare, per la splendida accoglienza va al comune di Castro, agli assessori che ci hanno accolto, ad Alessandra Nastrini che ha gestito egregiamente la nostra presenza e a Emanuele Ciullo, la nostra guida attraverso la storia e l’archeologia di questo straordinario borgo.

5 mete culturali del Salento che ricorderai per tutta la vita

Sono diventata una grandissima fan del Salento: terra meravigliosa di sole, di spiagge, di tradizioni gastronomiche peculiari. Ma soprattutto è una terra di borghi e cittadine dalle grandi tradizioni storiche e culturali.

5 mete culturali del Salento

Scopriamo insieme 5 mete culturali del Salento. Alcune di esse sono note mete turistiche, ma qui ne voglio parlare dal punto di vista del turismo culturale.

1. Corigliano d’Otranto

Nel cuore della Grecìa salentina, una ristretta area territoriale in cui si parla il grico, un dialetto greco che tradisce le origini greche delle genti di qui, si trova un bellissimo borgo dalle strade e dalle case bianche che si dispongono su viuzze strette, che si aprono ora sul piccolo spiazzo antistante la chiesa, ora sulla più grande piazza dell’orologio, ora affacciano sull’imponente castello. Di Corigliano bisogna osservare i dettagli. Noto in Salento come il Paese Filosofico (in questo post vi racconto il perché), è la meta ideale per chi ama perdersi ad osservare le pieghe dei muri e i portali iscritti.

corigliano d'otranto

Il castello di Corigliano d’Otranto

Soprattutto, al castello di Corigliano si svolge in giugno il Festival dell’Inutile: una manifestazione che per alcune serate intrattiene il Paese con conversazioni sulla poesia, sulla filosofia, sul diritto, sulla cultura nel senso più ampio del termine. Inutile è infatti, nelle intenzioni dell’organizzazione, tutto ciò che non produce profitto, ovvero, in senso un po’ provocatorio, il sapere culturale. Il festival è un elogio dei saperi inutili, dunque. Titolo migliore e più efficace (altro che inutile) non poteva essere scelto.

Per saperne di più: il blog del Festival dell’Inutile con tutto il programma del 2018 

2. Galatina

Cittadina dove sacro e profano si incrociano e si compenetrano, Galatina è nota per aver dato i natali al pasticciotto: la pasticceria Ascalone, sul corso principale, dalla metà del Settecento produce questo dolciume che è diventato il dolce tipico dell’intero Salento. Ma Galatina è molto di più. Ha una storia religiosa decisamente intensa che narra le storie di due santi: San Paolo e Santa Caterina.

Galatina

Sul corso principale di Galatina

La leggenda di San Paolo narra che il santo sbarcò sulle coste del Salento durante le sue peregrinazioni e a Galatina diede a tre sorelle l’antidoto per guarire dal morso del ragno: una giustificazione in chiave cristiana della Taranta, la “malattia” femminile dalla quale le donne guarivano solo dopo aver ballato forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica. A Galatina si trova la cappella di San Paolo, presso la quale le tarantate venivano a pregare e in cui si trova un curioso avviso che ingiunge di non ballare né fare atti osceni nei pressi; dietro la cappella si trova la fontana sacra, nella quale si dice che la terza delle tre sorelle che aveva incontrato San Paolo sputò per dare l’antidoto all’acqua e con essa curare le tarantate.

santa caterina galatina

Il soffitto affrescato della chiesa di Santa Caterina a Galatina, trionfo del gotico internazionale in Salento

A Santa Caterina d’Alessandria è invece dedicata la splendida basilica trecentesca all’ingresso del borgo. Affrescata da pittori del Centro Italia, tra cui un Franciscus di Arezzo, l’unico ad aver lasciato la sua firma, è un trionfo del Gotico Internazionale. Sul soffitto a volta, nelle campate della navata centrale, nella controfacciata e nell’abside non un buco rimane libero, ma tutto è occupato da storie della Bibbia, di Gesù, dell’Apocalisse e di Santa Caterina. Ogni volta che si torna a visitare questa chiesa, si resta incantati dalla quantità di dettagli che le pitture ci rivelano, vera Bibbia a fumetti per chi non sapeva leggere, ma doveva ugualmente conoscere le Scritture e imparare da esse una retta condotta di vita.

Tra le storie a contorno di questa chiesa sta la vicenda della reliquia di Santa Caterina, un dito che, narra la leggenda, Raimondello del Balzo Orsini, il Signore del luogo, avrebbe strappato dalla salma della Santa sul Sinai, dove sarebbe deposta. Tra l’altro, si dice che Santa Caterina altri non sia che la trasposizione in chiave cristiana di Ipazia, la filosofa pagana che fu perseguitata e uccisa dai Cristiani nel IV secolo d.C. per le sue idee che andavano contro la nascente – e arrogante – nuova religione.

Per saperne di più: Una passeggiata a Galatina, la capitale del Tarantismo

3. Gallipoli

Gallipoli è senza dubbio la città più nota, turisticamente parlando: amena località di mare, d’estate diventa sinonimo di “vacanze in Salento”: c’è il mare, ci sono i localini, i ristorantini, è adatta sia al turismo giovanile che a quello per famiglie; è un po’ la Taormina di Puglia, ecco.

Gallipoli

Panorama del porticciolo di Gallipoli dall’alto del castello

Ma Gallipoli è anche molto di più. Innanzitutto è un’ex-isoletta sulla quale sorgeva un castello che aveva funzioni di difesa e controllo del mare.

castello di Gallipoli

Gallipoli esportava olio lampante in tutta Europa: questa storia è raccontata nell’allestimento del castello

Il Castello di Gallipoli ebbe lunga e gloriosa vita; immortalato dai disegni di Jakob Philip Hackert, paesaggista grande amico di Goethe, fu per lungo tempo il luogo più importante di Gallipoli, la quale esportava olio lampante, ovvero per le lampade, in tutta Europa, fino in Norvegia. Con l’unità d’Italia, e con l’avvento dell’elettricità, il castello perse la sua funzione e l’olio perse il suo mercato. A proposito di mercati, un grande mercato coperto fu costruito a fine ‘800 proprio davanti al castello obliterandone la vista, e il castello divenne sede doganale di sali e tabacchi. Il deposito di sale è ancora evidente nelle tracce lasciate sulla pavimentazione in pietra di alcune stanze.

L’edificio fu affidato alla Guardia di Finanza, e ad essa rimase fino a qualche decennio fa. Poi rimase abbandonato a se stesso. Solo in anni recenti è stato fatto oggetto di recupero, di restauro e di valorizzazione. Oggi è aperto al pubblico, che qui può visitare il monumento e partecipare, è il caso di dire, alle installazioni della mostra #Selfati allestita nei suoi spazi.

#Selfati fa riflettere sul tema dell’autoritratto e dell’autorappresentazione come bisogno primario dell’uomo da sempre, non solo come desiderio vanesio di emergere. #Selfati viene messa in relazione con la Venere degli Stracci di Mimmo Paladino, posta al centro della grande Sala Ennagonale del Castello, e con un approfondimento sui “SelfieadArte” dell’art influencer Clelia Patella.

venere degli stracci gallipoli

La Venere degli Stracci nella Sala Ennagonale del Castello di Gallipoli, al centro della selezione di #selfieadArte di Clelia Patella

4. Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Dominata dal Castello Aragonese, Otranto è la bianca città che sorge sull’Adriatico nel punto in cui esso si stringe di più, avvicinando la Puglia all’Albania. Posizione strategica, quella di Otranto, che per questo faceva gola a molti, in particolare ai Turchi. Questi conquistarono la città infatti, dopo averla posta sotto assedio, affamata, e dopo aver decapitato 800 uomini di Otranto che avevano rifiutato di convertirsi.

La storia dei martiri è raccontata nell’abside della navata laterale della Cattedrale di Otranto: una grande teca piena di teschi, ossa lunghe e ossa del bacino tutte sapientemente ordinate, con certosina e macabra maestria, per eternare la memoria di costoro. Per saperne di più ti invito a leggere Come l’Italia celebra i morti: 3 ossuari del Sud Italia.

Ma non è certo per l’ossuario che la cattedrale di Otranto è nota ed è considerata un capolavoro dell’arte medievale: la vera meraviglia, infatti, è il suo pavimento a mosaico.

Il grandissimo mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto è un capolavoro controverso. Innanzitutto è di difficile interpretazione tutto l’apparato figurativo, che vede nella navata centrale la rappresentazione dell’albero della vita in cima al quale stanno Adamo ed Eva cacciati dal Giardino dell’Eden. Da qui discendono tutti i peccati dell’uomo, ma anche le storie della Bibbia, così troviamo nella navata  Caino e Abele, Noè e il Diluvio Universale e la Torre di Babele. Poi, a sorpresa, un personaggio che con la Bibbia non c’entra nulla: Alessandro Magno quasi all’ingresso della Chiesa, mentre nel presbiterio si trova Re Artù. Nel mezzo animali reali e fantastici, elefanti, draghi e grifoni, leoni e bestie varie.

mosaico cattedrale otranto

La scena di Caino e Abele nel mosaico della Cattedrale di Otranto

Nella navata centrale trovano ancora posto i 12 tondi corrispondenti ai mesi dell’anno, rappresentati attraverso i mestieri: la correlazione con il Peccato originale è evidente: dopo la cacciata dall’Eden l’uomo ha dovuto iniziare a lavorare per poter sopravvivere.

L’autore di questo immenso mosaico, il monaco Pantaleone, era basiliano, ovvero osservava il cattolicesimo di rito greco. Doveva avere una cultura sterminata, se nel suo mosaico inserisce tanti riferimenti non solo biblici, ma anche ellenistici e addirittura attinge al Ciclo Bretone e ai poemi cavallereschi. La presenza nella navata centrale delle panche non consente di apprezzare l’intero mosaico in tutti i suoi dettagli, ahimè. Anche perché ci si potrebbero passare le ore ad osservare ogni dettaglio del pavimento.

cattedrale Otranto

Un dettaglio del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto

Tornando al Castello Aragonese, è un monumento aperto al pubblico come spazio espositivo sia per mostre temporanee che permanenti. Tra gli allestimenti permanenti quello dedicato alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, sito archeologico preistorico non aperto al pubblico, ma ad esso restituito proprio grazie alle sale ad esso dedicate all’interno del Castello.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Per saperne di più: La grotta dei Cervi di Porto Badisco

5. Castro

Chiudiamo in bellezza con una piccola perla preziosa del Salento: Castro. Questo piccolo borgo è posto su un’altura in posizione lievemente arretrata rispetto alla costa, ma strategica per il controllo del territorio: lo sguardo panoramico spazia dalla punta del tacco dello Stivale (Santa Maria di Leuca) alle coste albanesi che si trovano di fronte, a 60 km circa, ben visibili nelle giornate terse.

castro Panorama

Il panorama dal castello di Castro: si riesce a vedere sino in fondo al tacco dello Stivale

Castro è nota dalle fonti come Castrum Minervae. Narra Virgilio che su queste coste sbarcò Enea, il che dona a questo borgo già una certa aura di antichità. Antichità che è stata appurata dagli scavi in corso appena fuori dal borgo, nei pressi della chiesa e che hanno messo in luce quello che sembra essere, con tutta probabilità, un santuario di età greca: sono infatti stati trovati, oltre alle grosse fondazioni di un complesso davvero notevole, anche alcune fosse che contenevano oggetti deposti ritualmente. Tra questi la statua colossale, ma frammentaria, di una dea che è stata interpretata come Atena. Il santuario sarebbe quindi dedicato ad Atena, e il ricordo di questa dedica proseguirebbe poi nel toponimo romano del luogo.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

La storia di questo luogo è raccontata dai reperti rinvenuti nel corso dello scavo ed esposti nel castello di Castro, adibito a museo della città. Qui si percorre a ritroso, dal medioevo all’età greca, la storia di quella piccola ma interessantissima area di scavo che è rivolta al mare: una posizione davvero invidiabile, anche per gli archeologi che vi lavorano.

Castro

Dettagli di Castro (LE), la piccola perla del Salento

Castro conserva intatta l’aria di paese: in piazza i bambini giocano e si rincorrono e le persone stanno sedute in strada; nella viuzza laterale un’artigiana con sapiente maestria intreccia fili al tombolo. La chiesa dell’Annunziata rivela, nella sua fiancata, quasi come una ferita aperta ma mostrata con orgoglio, la chiesa precedente, sulla quale essa si imposta e che aveva obliterato, prima che negli anni ’60 la riportassero alla vista. Di quella primitiva chiesina si conservano gli affreschi di età medievale che mantengono i loro colori vivaci e la loro vitalità.

Ed è tutto il borgo che conserva intatta la sua vitalità. Assolutamente importante che si mantenga così com’è, una piccola perla, un borgo che non ha bisogno di semafori, un luogo che non deve snaturarsi mai.