“Monteriggion di torri si corona”

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Scrisse Dante “Monteriggion di torri si corona” per celebrare, o in qualche modo segnalare l’importanza del castello senese di Monteriggioni, voluto da Siena come baluardo contro Firenze e che ben servì allo scopo.

Monteriggioni coronata di torri ancora oggi mantiene intatta la sua cinta muraria. Il piccolo borgo medievale, posto lungo il millenario percorso della via Francigena, é una meta imperdibile per quanti amano il paesaggio medievale toscano. Una piccola chicca, a due passi da Siena.

La vedi da lontano, l’inconfondibile silhouette del piccolo borgo arroccato. Fin dalla Firenze-Siena ti rendi conto che questo non è un borgo uguale agli altri: è piccolo, raccolto, eppure talmente ben caratterizzato da quelle torrette che non te ne scordi più.

La piazza di Monteriggioni

La piazza di Monteriggioni

La cinta muraria, tra l’altro, è percorribile durante il giorno: è stata musealizata a seguito di un restauro conservativo e di valorizzazione insieme e oggi costituisce la più interessante attrazione del borgo. Perché, parliamoci chiaro, una volta entrati in Monteriggioni non c’è molto da fare e da vedere. Il borgo è davvero piccolo come sembra da fuori, anzi, forse ancora più piccolo: una piazza piuttosto grande occupa lo spazio principale, appena superate le mura. Su di essa affaccia la chiesa e alcuni edifici medievali, oggi trasformati in ristorantini e botteghe artigiane e/o turistiche. Naturalmente Monteriggioni vive di turismo, oggi, mentre il territorio circostante, a partire dall’altura stessa sulla quale sorge, ci parla di olivi e dello sfruttamento agricolo del territorio.

Monteriggioni: la piazza e la chiesa

Monteriggioni: la piazza e la chiesa

Una passeggiata a Monteriggioni è una piacevole esperienza, perché indubbiamente il borgo è bello, ben tenuto, curato al dettaglio: persino i fiori alle finestre di chi vi abita, son convinta che siano sistemati in un modo studiatissimo per dare il senso della bellezza. Perché la Toscana ha una certa sensibilità per la bellezza e l’armonia di pietre e colori, c’è poco da fare. Così anche una porta diventa poesia.

Scorci di Monteriggioni

Scorci di Monteriggioni

“Monteriggion di torri si corona” è anche il titolo di una grande e importante manifestazione/rievocazione storica che si svolge a Monteriggioni tutti gli anni all’inizio dell’estate. Adatta a grandi e piccini, è un bel tuffo nel Medioevo in un luogo che del medioevo cerca di mantenere intatto il respiro.

Una gita a San Galgano (e dintorni)

Il bello della Toscana è che è tanto grande e tanto varia che non ti stancheresti mai di esplorarla. Così appena capita l’occasione è proprio un piacere montare in macchina e imboccare una strada attraverso il territorio: tanto, ovunque ci porterà, sarà stata una scelta eccellente. Così, senza pianificare nulla, un paio di domeniche fa siamo partiti nella tarda mattinata (con calma, non c’è bisogno di fare le corse anche nel giorno libero) da Firenze e abbiamo imboccato la Firenze-Siena. Ancora non avevamo ben chiaro dove andare, poi improvvisamente l’ispirazione: l’Abbazia di San Galgano! C’ero stata anni fa, e questo non è certo un buon motivo per non doverci tornare!

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

Abbandoniamo così la Firenze-Siena e ci inoltriamo per una bella e lunga strada piuttosto dritta, che costeggia campi di grano, dolci colline dominate da casali e castelli, brevi tratti di bosco, e ancora campi di grano. Poi la strada lievemente si trasforma, inizia qualche curva, fino a quando, lungo la deviazione per San Galgano, incontriamo il piccolissimo borgo di Frosini. Impossibile non fermarsi. E così saliamo al castello.

Porta con vista sul verde e sul panorama. Frosini (SI)

Porta con vista sul verde e sul panorama. Frosini (SI)

Frosini consiste in un parcheggio su cui affacciano due case, una chiesa, il castello nascosto dall’edera; dopodiché in fondo ad una stradina sterrata si arriva in un ampio spiazzo panoramico, dominato, davanti a noi, da una porta medievale con arco a ogiva, una chiesa romanica e altre casette che incorniciano la scena. Qui il tempo sembra essersi fermato: un gatto cerca l’ombra sotto un vaso di fiori mentre noi godiamo della vista sulle colline. Tutto sembra sospeso nel tempo, forse perché siamo noi (e il gatto) gli unici esseri animati presenti. Sembrerebbe quasi abbandonato, eppure i fiori nei vasi ci dicono che c’è vita, anche se oggi è ben nascosta.

Questa pausa di “bellezza” ci ricarica in vista della meta principale della nostra gita: l’Abbazia di San Galgano. La raggiungiamo dopo pochissimi km e la troviamo lì davanti a noi, immersa nel giallo dei campi di grano ancora da mietere. Abbazia tanto imponente quanto sfortunata, San Galgano sarebbe un capolavoro di architettura gotica se non fosse che il suo tetto, crollato anticamente, ne ha decretato da un lato il suo totale abbandono e dall’altro è stato complice del suo fascino. Costruita nel XIII secolo lungo una via di comunicazione importante per il trasporto dei metalli estratti dalle non lontane Colline Metallifere, e vicino al luogo di culto in cui si trovava la spada conficcata nella roccia da San Galgano, l’eremo di Monte Siepi, cominciò ad avere i primi problemi strutturali nel XIV secolo, ma è a metà del ‘700 che un fulmine colpisce il campanile facendolo crollare sul tetto che rovinosamente crolla. Il Monastero era stato comunque già abbandonato, e tale rimase finché non si decise di recuperarlo, puntando proprio sul fascino romantico delle rovine medievali abbandonate.

La navata centrale dell'abbazia di San Galgano, perfettamente spoglia

La navata centrale dell’abbazia di San Galgano, perfettamente spoglia

Il luogo è davvero magico: sei in una cattedrale scoperchiata, sembra un luogo irreale, che rimanda a tempi lontani ormai perduti per sempre. Osservi ciò che resta delle costolature delle volte a crociera crollate, guardi uno per uno i capitelli, fissi ipnotizzato la finestra circolare aperta nell’abside quadrata. Questo scheletro così spoglio eppure così maestoso all’interno del quale ti trovi ti avvolge e ti sovrasta, e puoi avvertire la sacralità del luogo, che un tempo pervadeva ogni singola arcata e che oggi respiri in queste rovine così superbe.

San Galgano: archi, colonne, pilastri e capitelli

San Galgano: archi, colonne, pilastri e capitelli

Un breve sentiero in salita porta poco distante proprio all’eremo di Monte Siepi, la chiesa nella quale è custodita la spada che San Galgano, nel XII secolo, decidendo di abbandonare la vita militare per darsi alla vita religiosa, conficcò nella roccia proprio qui, luogo del suo eremitaggio. La chiesa, costruita nel 1181, dopo la morte del santo, è piccina e raccolta, a pianta centrale, sormontata da una cupola che fa venire il mal di testa a guadarla, decorata a cerchi concentrici di mattoncini bianchi e rossi.

La cappella affrescata da Ambrogio Lorenzetti con scene della vita di San Galgano

La cappella affrescata da Ambrogio Lorenzetti con scene della vita di San Galgano

Nella piccola cappella a lato è affrescata da Ambrogio Lorenzetti la storia di San Galgano, mentre nel bel mezzo dell’aula si trova la spada conficcata nella roccia, oggi come allora, protetta da una teca per evitare che qualche simpaticone voglia giocare ad Excalibur provando ad estrarla dalla roccia. Da quassù si domina il panorama della vallata; il giallo dei campi di grano abbaglia, mentre in lontananza a malapena si distinguono le colline, per via della foschia del mezzogiorno.

Se avete fame scendendo da Monte Siepi, non fermatevi da “Salendo”: tanto turistico quanto deludente. Piuttosto tenetevi la fame, o andate a pranzo nella vicina Chiusdino.

Chiusdino

Uno dei vicoletti medievali di Chiusdino

È a Chiusdino che andiamo nel pomeriggio: borgo medievale come tanti altri della Toscana, è molto legata al culto di San Galgano, del quale si conserva la casa natale, trasformata in cappella di culto, mentre una statua di culto è conservata nell’attigua chiesa di San Sebastiano, e mostra il santo inginocchiato a pregare davanti alla spada nella roccia. Chiusdino regala dei begli scorci sui vicoli medievali, e da qui si domina un panorama sulla vallata circostante che riempie veramente gli occhi di verde, di aria, di bello.

Sulla via del ritorno inizia un’avventura che potremmo chiamare “la caccia al castello errante di Stigliano“, visto che lo vediamo da lontano, ma non riusciamo a trovare la strada per arrivarvi in macchina: non riusciremo mai ad arrivare al castello, ma questa ricerca forsennata ci consente di fare altre belle scoperte nel territorio di Siena.

Innanzitutto ci imbattiamo in un allevamento di maiali di Cinta Senese: vivono allo stato brado in una querceta, hanno tantissimo spazio a disposizione e sono tantissimi; i loro grugniti riempiono l’aria, mentre grufolano nella terra fangosa. Vederli fa un certo effetto, perché sono abituata a pensare ai maiali che stanno ad ingrassare nei loro stretti recinti, non a bestie che corrono nel bosco di querce.

Un maiale di cinta senese. Mai visto uno dal vivo?

Un maiale di cinta senese. Mai visto uno dal vivo?

Sempre inseguendo il “castello errante di Stigliano” ci imbattiamo nel castello di Montarrenti, anche se lo vediamo solo da fuori, visto che il cancello è chiuso: un imponente parallelepipedo posto su una altura a controllo di questa parte della vallata nel territorio di Sovicille; un insediamento molto antico, di VII secolo a.C., che viene abbandonato relativamente presto, ma del quale rimane, a perenne memoria, questo imponente monumento. Imbocchiamo poi la strada per Sovicille, che segue la stretta gola del fiume Merse (veramente suggestivo il Ponte della Pia, un piccolissimo ponte medievale in pietra a schiena d’asino) e arriviamo in vista di Torri.

Benvenuti a Torri (Sovicille, SI)

Benvenuti a Torri (Sovicille, SI)

Torri è un piccolo borgo medievale, fortificato, racchiuso entro le sue mura e assolutamente non turistico. Ma da qui si gode una vista sulle crete senesi che spazia fino a Siena e da qui iniziano i sentieri che, lungo la valle del Merse, si inerpicano nel bosco e forse, dico forse, raggiungono, finalmente, il “castello errante di Stigliano“. Lo scopriremo la prossima volta, ormai sono le 18.30, evitiamo di trovarci a scarpinare al buio…

Ormai sulla via del ritorno verso casa, compiamo l’ultima deviazione: Monteriggioni ci appare con le sue torri e ci invita a salire. È sera, ormai, è il tramonto, e la piazzetta si colora del rosa del sole che cala. C’è tanta gente, fuori dalle mura si sta svolgendo la Giostra medievale legata alla manifestazione “Monteriggion di Torri si corona”. Ceniamo qui in un ristorantino sulla piazzetta e, quando calano le tenebre, facciamo rientro a casa.

La piazza di Monteriggioni

La piazza di Monteriggioni

Marina di Alberese, la spiaggia delle volpi

La Toscana offre dei paradisi naturalistici veramente meravigliosi. La mano dell’uomo è intervenuta solo per decidere che dovevano essere preservati, riserve protette, e pertanto ha creato per loro parchi e oasi naturalistiche. All’interno di questi parchi l’uomo può accedere, e se il parco comprende un tratto di costa può anche andare al mare. E non è poco prendere il sole e fare il bagno in luoghi di così straordinaria bellezza.

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La spiaggia di Marina di Alberese

Il Parco della Maremma è uno di questi luoghi in cui la mano “buona” dell’uomo è arrivata prima di ogni speculazione edilizia. L’accesso al parco, a Marina di Alberese, è anzi regolamentato, in modo che oltre un certo quantitativo di auto non possa arrivare fino in spiaggia. Il viale che si percorre dalla sbarra di accesso fino al mare è un bel rettilineo nel verde che attraversa dapprima un paesaggio coltivato, aree di pascolo per le vacche maremmane e per i cavalli allo stato semibrado, dopodiché si inoltra nel bosco, che ci accompagna fino in spiaggia, letteralmente.

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Il mare visto da dentro una capanna. Marina di Alberese

Essendo un parco, l’area è attrezzata con un centro visitatori completo di servizi igienici e punto ristoro, che si trova nel fitto della boscaglia, raggiungibile attraverso un sentiero che passa nel bel mezzo della macchia mediterranea, tra mirti in fiore le cui foglie profumano l’aria e il canto delle cicale.
E poi ci sono loro. Le volpi.

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La prima volta che sono stata qui ad Alberese, in molti mi hanno chiesto se le avessi viste. Così avevo scoperto che la foresta è abitata e che le sue abitanti spesso si spingono a riva. L’anno scorso non ero stata fortunata, ma quest’anno sì: mi sono ritrovata una volpina proprio all’interno della capanna che avevo scelto come ricovero. Ho aperto gli occhi tra un sonnellino dopo il bagno e l’altro e me la sono trovata lì davanti, bella accoccolata tranquilla. Quando ha visto che mi ero svegliata e la guardavo, lei con tutta calma è uscita dalla capanna, si è stiracchiata un attimo al sole, e poi se n’è tornata nel folto della boscaglia. Pelo rosso chiaro, di piccole dimensioni, musetto a punta e occhi a fessura, sguardo sornione per nulla intimorito.
Ooh! Io in brodo di giuggiole! Una volpina così vicina! E per nulla spaventata dalla presenza umana! Uhm.. ci dev’essere qualcosa sotto. Cosa spinge le volpi a scendere in spiaggia e ad avventurarsi tra I bagnanti? La risposta, molto prosaica, arriva pochi giorni dopo:

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La volpe ha fatto la spesa... ;)

Le volpi di Marina di Alberese hanno imparato che se si avvicinano la gente potrebbe dar loro qualcosa da mangiare: e allora, come la volpe de Il Piccolo Principe, giorno dopo giorno si avvicinano di più perché prendono fiducia, ma al tempo stesso addomesticano gli uomini, che per farle avvicinare offrono loro del cibo. Siccome sono cacciatrici, però, se nessuno dà loro da mangiare se lo procurano da sé. Perché ormai hanno capito che questi buffi bipedi che stanno immersi nell’acqua per metà giornata e per l’altra metà stanno sdraiati al sole, hanno con sé del cibo, ma non vi prestano tanta attenzione. Le volpi sono astute di natura, come ci insegnano le favole da Esopo in poi.
E così può succedere che qualche bagnante di ritorno dal bagno, affamato, non trovi più il suo panino. Da qualche parte nella foresta, sotto un tronco crollato di pino, nascosta da arbusti di lentisco, una volpe lo sta mangiando per lui.

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Marina di Alberese: la foresta arriva direttamente in spiaggia

Sul Lungomare di Pescara

Sono stata a Pescara negli ultimi due giorni. Non ero in vacanza, sicché potevo dedicarmi alla città solo dopo le 18. Così c’era una sola cosa che potevo fare: passeggiare sul Lungomare nell’ora migliore per godere del sole in spiaggia senza morire di caldo.
Non sono stata al mare, anche se i piedi a bagno li ho messi, perché dalla passeggiata a mare letteralmente si può entrare in spiaggia… ma andiamo con ordine.

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Pescara, Largo Mediterraneo: l'ingresso in spiaggia

Chi arriva a Pescara in treno si ritrova in una stazione immensa, pure troppo grande se commisurata al reale traffico  ferroviario che la città accoglie. La stazione è nuovissima, una grande facciata in vetro, e all’interno è un po’ spoglia, il che accentua l’impressione di essere in un luogo troppo ampio.

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Treno a vapore fuori dalla stazione di Pescara

Quando si esce sul piazzale, si individuano subito alcuni edifici che fanno capire che la stazione nuova è lievemente spostata rispetto alla vecchia. Laddove un tempo c’erano i binari e i treni fischiavano, oggi c’è il parcheggio degli autobus. È stata restaurata la vecchia palazzina della stazione, alcuni vecchi apprestamenti ed è stata sistemata la locomotiva di un treno a vapore.
Davanti a me, laggiù in fondo, intravvedo già il mare. Scendendo a diritto dalla stazione, infatti, si imbocca Corso Umberto I, il corso principale, quello dello struscio, dei bei negozi e dei bar storici, e in fondo ad esso si apre la passeggiata a mare.

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Il monumento in Largo Mediterraneo

Per l’appunto, a completamento di questa prospettiva che scende diretta dalla stazione, in Largo Mediterraneo
un monumento suggella l’arrivo al mare. Se continuo a camminare verso il bagnasciuga, in questo punto nessun ostacolo si frappone tra me e questo sprazzo di spiaggia libera. Così, arrivare a bagnarsi i piedi in acqua è un attimo.

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tramonto sul mare a Pescara

Rispetto a questo punto qui, da un lato e dall’altro la spiaggia diventa invece un susseguirsi di bagni, ciascuno coi suoi ombrelloni e le sue sdraio. Percorro la passeggiata, prima in un senso e poi nell’altro, e scopro che quasi tutti gli stabilimenti la sera continuano a vivere trasformandosi in ristorantini più o meno turistici, più o meno pretenziosi.

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Luna piena, voli di linea e capanne africane...

Scelgo uno di questi per la cena, mentre il cielo diventa rosato per il sole al tramonto. Intanto una splendida luna piena sorge a illuminare il mare.
Le spiagge si svuotano, i locali si animano. È iniziato luglio sul mare driatico.

Cala Violina, il paradiso all’improvviso

Cala Violina ti si apre davanti quasi all’improvviso. Anche se la stai cercando –  perché è proprio qui che vuoi arrivare, dopo tutta quella strada a piedi nel verde tra sentieri sterrati e boschi di querce – trovarti improvvisamente davanti agli occhi questo squarcio di azzurro ti lascia per un attimo senza fiato, bloccato, quasi impossibilitato ad andare avanti, tanta è la bellezza di cui ti vuoi riempire gli occhi.

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Non parlo di paradisi tropicali, di atolli nei Mari del Sud, di natura incontaminata e distese chilometriche di sabbia bianca finissima: parlo di un tesoro tutto italiano, una spiaggia anche piuttosto lunga racchiusa e nascosta da un grande bosco mediterraneo che scende fino al mare, a lambire gli scogli che da un lato e dall’altro racchiudono questa piccola baia.

Ci sono due strade per raggiungerla: una, la più nota, è da Pian dell’Alma: un grande parcheggio a pagamento da cui parte un sentiero a piedi nel bosco di una ventina di minuti che, tra qualche discesa e qualche salita, porta infine in spiaggia. L’altro sentiero invece inizia al Puntone di Scarlino. Lì non c’è un parcheggio, ma pochissimo spazio per pochissime auto. Ci aspettano 4 lunghi km di passeggiata in piano, un po’ nel fitto della boscaglia di querce, un po’ al sole, ma con vista sullo splendido panorama che si apre sul mare e che abbraccia la costa, dapprima il Puntone, poi guarda avanti a sé l’Isola d’Elba in lontananza, e infine, passo dopo passo, arriva a scorgere laggiù in fondo la mezzaluna bianca che disegna Cala Violina. Tutto intorno a noi è cantar di uccellini e frinir di cicale, e pedalar di bikers più o meno allenati ma contenti, come noi, di aver scovato un lungo sentiero nel verde.

Il Puntone di Scarlino visto da un belvedere lungo il sentiero per Cala Violina

Il Puntone di Scarlino visto da un belvedere lungo il sentiero per Cala Violina

Sai di esser giunto a destinazione quando infine trovi un’area pic-nic attrezzata con tavoli e panche, sotto le fronde delle querce e popolate più da bruchi che da esseri umani. Un punto ristoro ti dice che sì, la civiltà è arrivata fin qui ma, per fortuna, non è poi così invasiva. Scendiamo in spiaggia, allora.

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Si chiama Cala Violina perché, dicono, la sabbia emette quasi un suono di violini quando la calpesti. Sinceramente non ho sentito nessun concerto d’archi, forse coperto dal fragore della risacca del mare. La sabbia è chiara e piuttosto rugosa, mentre da un’estremità e dall’altra della spiaggia, gli scogli, piuttosto piatti, erosi dal mare, ci raccontano un microcosmo fatto di granchi, paguri, patelle, ricci di mare e gamberetti. Un microcosmo che un momento prima è lì sotto i nostri occhi e un momento dopo è totalmente sparito, portato via da un’onda più forte delle altre: giurerei che dieci minuti fa non ci fosse quel riccio di mare, così come ora non vedo più quei buffi gamberetti trasparenti che mi avevano sorpreso poc’anzi. Il granchio invece fa ancora su e giù dalle pietre, marciando in orizzontale da destra a sinistra, mentre il paguro continua ancora le sue peregrinazioni forse, chissà, alla ricerca di una conchiglia più grande nella quale infilarsi. Solo le patelle restano fisse, ben attaccate al loro scoglio, a godere di ogni onda che le lambisce, che è musica per le loro orecchie e vita che le nutre.

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Al largo, ma non troppo, una serie di barche ormeggiate ci dice che la vista dal centro del piccolo golfo dev’essere eccezionale; e l’acqua profonda, finalmente: perché si cammina parecchio prima di poter arrivare a non toccare più. Una dolce passeggiata nell’acqua salata, nella quale lentamente, ma inesorabilmente ci caliamo. E il primo bagno della stagione è fatto. E non poteva avvenire in un luogo migliore.

La bellezza immersa nel verde: il Giardino Torrigiani a Firenze

Passeggiando per il centro di Firenze sembrerebbe che non ci sia un albero a pagarlo oro e che la città sia totalmente priva di verde. Ma questo è un grande, grandissimo errore; il fatto è che, piuttosto, questi giardini, privati, non si vedono, racchiusi entro alte mura che ne celano la vista all’esterno ma che, una volta riusciti a varcarne la soglia, ci conducono in un’altra dimensione, sospesa tra il fiabesco e la realtà. Alcuni di questi giardini sono delle vere e proprie inedite scoperte, come il Giardino Corsi Annalena, sconosciuto anche a buona parte dei Fiorentini, altri invece sono molto noti ma, poiché sono privati, risulta difficile visitarli. Il Giardino Torrigiani, su via de’ Serragli, è esattamente il giardino cui mi riferisco ora: apre solo su appuntamento per visite guidate oppure approfitta di alcune particolari occasioni, come le giornate dei Cortili e Giardini Aperti indetta dall’Associazione Dimore Storiche Italiane, per spalancare le sue porte al pubblico. Il quale si riversa qui curioso ed entusiasta.

Il bastione di difesa voluto da Cosimo I ricompreso all'interno del Giardino Torrigiani

Il bastione di difesa voluto da Cosimo I ricompreso all’interno del Giardino Torrigiani

Il parco è davvero molto grande, per cui il pubblico viene raccolto in gruppi e accompagnato attraverso visite guidate lungo il percorso. Un percorso che attraversa prati, passa su un ponticino, si inoltra in un bosco dominato da piante secolari, costeggia le mura della città e il bastione di difesa voluto da Cosimo I compreso all’interno della proprietà, ammira, senza potervi salire, il torrino a pianta circolare che ricorda lo stemma della famiglia Torrigiani, e poi ridiscende verso i prati ordinati e le aiuole nel mezzo delle quali sta la statua del giovane Pietro Torrigiani, rappresentato nudo come un giovinetto dalla bellezza ideale, abbracciato al suo maestro Seneca.

giardino torrigiani

Il gruppo scultoreo di Pietro Torrigiani col maestro Seneca, posto al centro delle grandi aiuole al termine del percorso di visita

Il giardino è in effetti pieno di simbologie che rimandano alla filosofia e alla massoneria, cui i Torrigiani erano affiliati (così come l’architetto del giardino, Luigi de Cambray Digny). Il giardino dà l’impressione di essere un mondo a sé, proprio per via dei suoi ampi spazi, dell’alternarsi delle aree a giardino ordinato con il bosco, per i pendii che vi si trovano… quasi 7 ettari di terreno fanno del Giardino Torrigiani uno dei più grandi giardini privati d’Europa all’interno di una città. Esiste fin dal ‘500 come orto botanico, ma ha la sua rinascita proprio nell’800, quando Pietro Torrigiani lo acquisisce, lo amplia e lo affida al Digny e a seguire a Gaetano Baccani, al quale si deve la realizzazione del Torrino. Questo, che oggi non è più praticabile, conservava al suo interno una raccolta di strumenti astronomici, una biblioteca e aveva sulla sommità una terrazza per l’osservazione del cielo. Dal terrazzamento artificiale sulla quale sorge, in effetti, celato dagli alti alberi si intravvede un ampio panorama che spazia fino al Museo della Porcellana di Palazzo Pitti, ricompreso all’interno del Giardino di Boboli che da qui in linea d’aria non dista molto.

Il torrino del Giardino Torrigiani

Il torrino del Giardino Torrigiani

Il giardino è un orto botanico tuttora molto importante che accoglie al suo interno alberi di pregio, rari e secolari, come la sequoia, il cedro del Libano, grandi alberi di querce; inoltre ospita serre, limonaie e tepidari dove oggi vengono tenuti corsi di giardinaggio e di pittura botanica.

Firenze è davvero in grado di regalare ogni giorno qualcosa di più a chi la vuole conoscere fino in fondo, a chi non si accontenta dei soliti percorsi. E un altro piccolo tassello di questo grande e dettagliato puzzle che è Firenze è stato aggiunto alla mia personale conoscenza della città che, dopo ormai 5 anni che vi vivo, ancora non ha smesso di incantarmi.

Hidden Florence: il Giardino Corsi Annalena

É da un bel pezzo che faccio la corte al Giardino Corsi Annalena: in via Romana, dall’altro lato della strada rispetto all’uscita secondaria di Boboli, è un giardino privato con un elegante tempietto/loggiato che domina la strada e che attira l’attenzione. Fu proprio questo, a suo tempo, a suggerirci che dovevamo trovarci davanti a un parco di un certo prestigio, e la curiosità ci invase. Ahimè, però, scoprimmo subito che questo giardino, oltre ad essere privato, non era aperto al pubblico, se non su appuntamento oppure in particolari, particolarissime occasioni.

Il Giardino Corsi Annalena

Il Giardino Corsi Annalena

L’occasione si è presentata domenica 24 maggio 2015, in occasione delle giornate dei Cortili e Giardini Aperti indetta dall’Associazione Dimore Storiche Italiane ADSI: una serie di palazzi storici, privati, hanno aperto i loro cancelli consentendo a chiunque di accedere, dare uno sguardo e andare via. Alcuni erano semplici cortili di palazzi nobiliari, ma altri erano veri e propri giardini. Così, abbiamo pensato “ma non è che per caso anche il giardino Corsi Annalena è aperto?” La risposta è stata sì, e in men che non si dica ci siamo catapultati in via Romana e, con un mix di timore reverenziale e di eccitazione perché finalmente “violavamo” quel cancello, abbiamo varcato la soglia.

Il primo impatto è stato scenografico: un’aiuola ellittica, fatta con siepi di bosso che si sviluppano attorno ad una statuetta centrale che fa da fulcro dell’intero disegno, cui fa da sfondo una serra, oggi ingentilita da roseti. Ma il giardino non è tutto qui, anzi. Si rivela uno spazio verde molto ampio, forse tenuto meno bene di ciò che meriterebbe, ma ugualmente molto bello. Statue delle muse in terracotta adornano i sentieri interni, costeggiati da alberi e alte siepi di alloro. Il giardino è una terrazza sopraelevata rispetto alla via Romana: evidente il desiderio dei proprietari di staccarsi dalla città, di isolarsi rispetto ad essa creando per sé uno spazio paradisiaco totalmente a sé stante. Il parterre geometrico, con siepi di bosso che disegnano volute, è l’altro grande punto di interesse del giardino, per chi ne percorre l’interno, mentre solo un’architettura comunica con l’esterno (ed è proprio quella che a suo tempo attirò la nostra attenzione): il tempietto neoclassico posto, in alto, all’angolo tra via de’ Mori e via Romana, che ospita una statua di Mercurio.

Giardino Corsi Annalena

Il parterre geometrico nel giardino Corsi Annalena

Il Giardino, che sorge sui terreni dell’antico convento di San Vincenzo, fondato da Annalena figlia di Galeotto Malatesta, ai tempi di Cosimo I De’Medici, fu acquistato e trasformato dal Marchese Tommaso Corsi nel 1791. All’epoca furono realizzate le architetture e le aiuole che ancora oggi adornano il giardino e, soprattutto, fu realizzata la terrazza che isola il giardino dallo spazio urbano.

giardino Corsi Annalena

Il tempietto con la statua di Mercurio che domina l’incrocio tra via Romana e via de’ Mori

Passeggiarvi oggi al di fuori (e al di sotto) non dà l’idea di quanto bello e ampio sia lo spazio interno: un mondo davvero separato, un luogo di pace e di bellezza che non ha niente a che vedere con la città. Questa era l’intenzione del marchese Corsi, perfettamente riuscita, e questa è infatti l’impressione che si ha. Anche se in strada, via Romana brulica delle bancarelle di un improvvisato mercatino dell’Antiquariato, qui siamo davvero in un altro mondo. Il Giardino Corsi Annalena si trova su una linea immaginaria che da Boboli corre ai Giardini Torrigiani che costeggiano le mura e via de’ Serragli. Giardino molto più modesto di questi altri due, è però un piccolo gioiello nascosto. E come tutti i gioielli nascosti, occorre avere la curiosità di cercarli, di scovarli e avere la fortuna di passare di lì per caso, o forse no, quando c’è davvero la possibilità di avvicinarli.

Per me vedere il Giardino Corsi Annalena è stato un grande momento: perché lo aspettavo da tanto tempo e non perché sapessi che era bello, ma perché avevo caricato questo giardino di un valore personale: capita di essere legati a dei luoghi, sia che si conoscono sia che, come in questo caso, non si sono mai visti da vicino ma si vogliono conoscere a tutti i costi per qualche personalissimo motivo. Ecco, per il Giardino Corsi Annalena è andata così. E voi avete qualche luogo del cuore che avete sempre sognato di vedere e che un bel giorno, finalmente, avete potuto conoscere da vicino?