Le domus di Palazzo Valentini

Erano anni che volevo visitarle. Poi finalmente l’occasione, un posto libero nel gruppo di visita e via, mi sono letteralmente immersa nell’antico.

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Le domus di Palazzo Valentini si trovano nel cuore del centro storico di Roma. Nel cuore e nel sottosuolo. Sì, perché siamo abituati a vedere a Roma tutte le evidenze archeologiche en plein air (il Foro Romano e i Fori Imperiali, il Palatino, il Colosseo, i templi di Largo Argentina); invece altre testimonianze del passato più antico dell’Urbe sono nascoste, sotto le fondazioni dei palazzi rinascimentali, come nel caso di Palazzo Valentini, l’attuale palazzo della Provincia.

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree)

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree). Credits: romasotterranea.it

Siamo nell’isolato compreso tra la fine di Via Nazionale, nel suo ultimo tratto prima di Piazza Venezia, Piazza Venezia stessa, e davanti, il Foro di Traiano con l’altissima Colonna Traiana, eretta lì nel 113 d.C. (da 1900 anni!) a celebrare la conquista della terra dei Daci, l’attuale Romania.

È proprio davanti alla Colonna che si trova l’ingresso delle domus di Palazzo Valentini. Da qui inizia un viaggio reale e virtuale a ritroso nel tempo. Reale, perché effettivamente attraversiamo gli ambienti che un tempo costituivano una ricca casa romana di IV secolo d.C. nel cuore di Roma; virtuale perché animazioni, ricostruzioni, luci suggestive e suoni d’ambientazione ci riportano indietro di secoli, fino al IV secolo d.C., appunto.

Il percorso delle domus di Palazzo Valentini è noto ai più perché il percorso guidato è accompagnato dalla notissima e rassicurante voce di Piero Angela. Come non fidarci di lui? Lo seguiremmo anche ad occhi chiusi! E infatti il percorso è per larga parte al buio, illuminato nei punti di volta in volta segnalati da Piero Angela che fa notare i particolari più interessanti, i dettagli costruttivi, il lavoro degli archeologi, come ad esempio la necessità di individuare ogni strato e di documentarlo ai fini di una più completa ricostruzione storica, e soprattutto, racconta e restituisce il contesto: ovvero dice cos’erano quelle stanze delle quali vediamo pavimenti in parte sfondati, in parte mirabilmente conservati.

pavimento in marmo intarsiato policromo

pavimento in marmo intarsiato policromo. Credits: corriereromano.it

La visita prende avvio dalle terme: terme private, ma pur sempre molto grandi, con tanto di vasca per l’acqua fredda, per l’acqua tiepida e per l’acqua calda, più una grande piscina ancora conservata. Si vedono molto bene i tubuli, ovvero il sistema di tubature di terracotta attraverso le quali passava l’aria calda per riscaldare le pareti, e il prefurnio, dove bruciava la legna, alimentato dagli schiavi che riscaldavano così l’acqua e gli ambienti per i loro ricchi e viziati signori.

La visita prosegue poi negli altri ambienti della domus, che era davvero molto grande: si fa fatica a chiamarla casa, era piuttosto un villone nel cuore del centro di Roma! I proprietari appartenevano senz’altro alla Roma bene, e se anche non abbiamo testimonianze di oggetti di lusso, tuttavia, basta guardarsi intorno per capire qualcosa del loro status sociale: pavimenti in marmi policromi intarsiati, ovvero in lastre di marmo colorato, rosa, giallo, verde, bianco, sistemati a disegnare geometrie bellissime i cui colori sono ancora vividi nonostante i segni del tempo e i secoli di obliterazione nelle cantine di Palazzo Valentini. Sono due le domus, e se una ha i pavimenti in marmo, l’altra non è da meno, perché ha i pavimenti in mosaico. Nel Cinquecento, le fondazioni del palazzo spaccarono a metà proprio uno dei mosaici, ma se ne intuisce ugualmente la bellezza.

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana...

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana…

Non vi sto a raccontare tutta la visita nel dettaglio: Piero Angela lo fa meglio di me. Ma vi lascio con qualche altra notizia e uno spoiler (eh sì, mi tocca spoilerare!): un video di spiegazione sulla colonna traiana, necessario per leggere, almeno dal basso, tutta la storia narrata nei rilievi; una storia di conquista, quella che i Romani fecero ai danni dei Daci, popolo che abitava l’attuale Romania. I vincitori sono sempre trattati col rispetto che si ha per gli sconfitti valorosi.

Quindi il tempio del Divo Traiano, che rimaneva alle spalle della colonna traiana, esattamente sotto i nostri piedi!, del quale si conservano poche importanti tracce: due parti di colonna in granito crollata (intera doveva essere alta 15 m!) e parte del podio del tempio scomparso.

Infine, dopo aver visto la colonna in video, e dopo averne capito la posizione e la funzione in rapporto all’intero Foro di Traiano, la possiamo vedere dal vero: da un punto di vista inedito, dal basso, attraverso una cancellata che immetterebbe, se aperta, direttamente nel Foro di Traiano, in cui la colonna si trova. Una meraviglia vederla al chiaro di luna, nella tersa notte romana.

Paestum. Passeggiare dentro i templi a braccetto con gli dei

Da quest’anno a Paestum si può nuovamente entrare dentro ai templi: la cosiddetta Basilica, in realtà un tempio dedicato ad Hera, e il cosiddetto Tempio di Nettuno, in realtà dedicato ad Apollo, possono nuovamente essere calpestati e percorsi dai nostri piedi mortali.

Dentro il tempio di Nettuno. Un bambino gioca a nascondino :-)

Dentro il tempio di Nettuno. Un bambino gioca a nascondino🙂

Fino a poco tempo fa, infatti, entrambi gli edifici erano isolati da una recinzione che consentiva di vederli da distanza ravvicinata. Ma volete mettere la bellezza di calpestare blocchi di pietra che hanno 2500 anni? Di percorrere corridoi nei quali un tempo sacerdoti della divinità e credenti svolgevano il culto, pregavano, chiedevano la grazia per qualche male da curare, o per il raccolto da coltivare, o per il bestiame da allevare? Nel tempio si trovava sempre, ben nascosta, la grande statua della divinità. E la sua presenza ha aleggiatoei secoli, tanto da consentire al tempio una vita millenaria.

I due templi, pur se da lontano si somigliano (sono entrambi due templi di stile dorico), in realtà hanno alcune differenze. Innanzitutto l’epoca di costruzione, più antica per la Basilica, circa 560 a.C. contro il 460 a.C. del Tempio di Nettuno. Il Tempio di Nettuno è più alto e slanciato: le colonne della sua peristasi (il porticato esterno di colonne) sono alte più di 8 m. All’interno si trovava la cella, il vero cuore del tempio, dove si trovava la statua della divinità, protetta alla vista dei fedeli, simulacro davvero sacro, alla quale si accedeva attraverso il pronao, uno spazio porticato antistante, che separava lo spazio più sacro dallo spazio esterno.

Dentro la Basilica. Un inedito punto di vista

Dentro la Basilica. Un inedito punto di vista

La Basilica è più tozza (non me ne vogliano gli dei) e la cella al suo interno è a due navate, mentre la statua della divinità stava in una stanza dietro davvero nascosta: l’adyton. Nella cella probabilmente si svolgevano processioni dedicate alla dea, e le colonne avevano anche la funzione di sorreggere il tetto. Lo storico dell’arte settecentesco J.J. Winckelmann (il padre dell’archeologia, il primo che categorizzò l’arte antica dal punto di vista cronologico ed evolutivo) interpretò erroneamente quest’edificio come basilica, come edificio civile, non vi riconobbe un tempio. Per questo è chiamato convenzionalmente Basilica, ma il nome è fuorviante.

Le colonne sono impressionanti: alte, imponenti, monumentali! Oggi possiamo solo immaginare l’impressione che i due templi dovevano fare, elevandosi nel santuario di Paestum (anzi, di Poseidonia, il nome greco della città più antica).

Noi ci concentriamo a guardare i templi, quando ne siamo al di fuori, e ci dimentichiamo del paesaggio circostante. Invece il bello di Paestum è proprio il paesaggio in cui si colloca, la valle, chiusa da una parte da montagne alte, che la incorniciano. Dall’interno dei templi, se si guarda fuori, si percepisce questo paesaggio. È un paesaggio immutato, antico, disegnato dagli dei.

Il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Oggi le imponenti mura urbane che chiudevano la città non si conservano più nel tratto di accesso al parco archeologico. Ecco che allora le silhouette dei due templi appaiono da lontano. Li seguiamo con lo sguardo, sembrano appartenere ad un passato antico, irrecuperabile, impalpabile. Ma poi, vi entriamo letteralmente dentro, a quel passato, e capiamo subito che esso ci appartiene da sempre, e ci scorre nelle vene insieme al sangue.

E guardo il mondo da quassù: le più belle viste panoramiche del mondo

new york panorama

Quando visitiamo una città, una delle attrazioni che ci stuzzica di più è la possibilità di abbracciare con lo sguardo l’intera sua vista restando al suo interno. Questa è una cosa che solo un grattacielo, una torre, un campanile può dare.

Ho guardato un po’ alle mie esperienze e sulla base dei miei viaggi ho trovato le 7 locations per viste panoramiche mozzafiato sui centri urbani. Dal più lontano al più vicino, le “torri” in questione si trovano a New York, Dubai, Parigi, Siviglia e, in Italia, a Firenze, grattacieli di ieri e di oggi. Pronti? Si sale!

  • New York: Empire State Building
L'Empire State Building visto dal Rockfeller Center

L’Empire State Building visto dal Rockfeller Center

A New York i punti panoramici dai grattacieli non mancano.

Il grattacielo più alto di Manhattan, il più noto di New York e uno dei più famosi al mondo è una vera e propria attrazione: un ascensore velocissimo porta infatti all’86° piano e da qui un’ampia terrazza permette di contemplare l’intero panorama di Manhattan, che spazia da Central Park a tutta la Fifth avenue, al Chrisler Building, al Flatiron building – il grattacielo triangolare al cospetto del quale si congiungono la Fifth Avenue e Broadway, e più in giù Lower Manhattan con i nuovi grattacieli del World Trade Center, e sullo sfondo la statua della Libertà. Salire quassù (o ancora più su, al 102° piano) al tramonto è un gran bel momento: lo skyline si tinge di arancio/rosato, i grattacieli diventano tante matite viola pronte a colorare il cielo. Ed è bellissimo.

  • New York: Rockfeller Center

L’Empire State Building è un must di New York, ma non è l’unico grattacielo a offrire una superba vista su Manhattan. Nel centro della città, infatti, anch’esso lungo la Fifth Avenue come l’Empire, il Rockfeller Center è l’altro grattacielo con vista panoramica. Chiamato confidenzialmente Top of The Rock, o anche GE Building (perché sede della General Electric) è l’alternativa all’Empire State Building. Perché scegliere il Rockfeller Center? Beh, perché è più vicino a Central Park, quindi si vede meglio da quassù il bel polmone verde di NYC, poi perché da qui si ammira l’Empire State Building, che è un gran bel vedere. La curiosità, che non tutti sanno, è che la famosa fotografia che ritrae gli operai in pausa sospesi sulle impalcature di un grattacielo a New York negli anni ’20 fu scattata proprio durante la costruzione del Rockfeller Center. Un pezzo di storia di New York, insomma.

  • Dubai: Burj Khalifa
Burj Khalifa Dubai

Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo

Il grattacielo più alto del mondo si trova a Dubai, ed è il Burj Khalifa – At the Top, una splendida torre che si erge nel mezzo di Downtown Dubai, il centro della metropoli moderna, della Dubai dei mall, della metropolitana dello shoppinge del lusso. Parte da una base piuttosto larga, e sale e sale, e salendo si restringe e si affusola, fino a diventare poco più che un’antenna. Ma tanto basta per farne una torre da guinness dei primati. 124 piani percorre il velocissimo ascensore, che in un minuto dal pianoterra arriva in cima. All’ingresso (prenotatelo, mi raccomando), un piccolo museo della torre, celebrativo dei grattacieli più alti del mondo e interessante per gli studi di architettura proposti, che mostrano i progetti successivi, l’avanzamento dei lavori, e quant’altro per dimostrare orgogliosamente la bellezza dell’edificio più alto del mondo. Da quassù la vista spazia fino a Palm Jumeirah, nel mare vede The World, l’arcipelago a forma di planisfero, la costa di Jumeirah con le spiagge e il Burj-al-Arab, i quartieri residenziali ordinati della città nuova e poi Downtown Dubai, dove gru e camion senza sosta lavorano per strappare la città al deserto.

  • Parigi: Tour Eiffel
La Tour Eiffel immersa tra i fiori rosa. La vie en rose ;-)

La Tour Eiffel immersa tra i fiori rosa. La vie en rose😉

Il monumento dei monumenti. La torre progettata da Gustave Eiffel per l’esposizione universale di Parigi del 1889 è ancora lì dopo più di un secolo quale simbolo della grandeur francese e parigina. Se da ogni parte di Parigi ti volti e la vedi, dalla cima di questa alta torre di ferro l’occhio spazia da Montmartre a la Defense, segue il corso della Senna, permette di collocare distintamente tutti i monumenti parigini, civili e religiosi che siano: Parigi sotto i nostri occhi si distende come una carta geografica particolarmente dettagliata. La Tour Eiffel ha tre livelli, tre piani panoramici. Il più alto è naturalmente il più spettacolare, ma anche fermarsi al secondo regala le sue soddisfazioni. Anche qui c’è un intento autocelebrativo nel raccontare dapprima gli altri progetti dell’architetto Eiffel in giro per il mondo (ebbene sì, ha lavorato ovunque!), e poi una disamina di tutte le torri più alte del mondo. La Tour Eiffel viene proposta come antesignana dei moderni altissimi grattacieli, e forse è vero, anche se lo scopo è decisamente diverso.

  • Siviglia: Giralda
La Giralda, il campanile della cattedrale di Siviglia

La Giralda, il campanile della cattedrale di Siviglia

Il campanile della cattedrale di Siviglia era inizialmente il minareto della moschea: dopo la liberazione della città dai Mori, il luogo di culto mussulmano divenne il tempio della cristianità, testimone e simbolo della vittoria sugli Infedeli. Non fu quindi distrutto, ma riconvertito al culto e al gusto architettonico cattolico. La Giralda è un’alta torre: bisogna percorrere 34 piani per arrivare in cima; non ha scale, per fortuna, ma un lungo piano inclinato quasi a chiocciola. Ogni piano ha 4 finestre, una per lato, ciascuna con vista sulla città e/o sul tetto della cattedrale. Ogni piano permette di conquistare dei centimetri di vista in più, fino ad arrivare in cima, quando tutta la città si dipana sotto il nostro sguardo. Anche se la cosa più bella, secondo me, è vedere da quassù il tetto della cattedrale e il giardino di aranci del chiostro. Dall’esterno, il campanile sembra quasi ricamato, tanto è leggera e diffusa la decorazione: così una torre tanto imponente appare leggera, slanciata, a chi la ammira dal basso.

  • Firenze: torre di Arnolfo

La torre di Arnolfo invece di scale ne ha, eccome! È la torre di Palazzo Vecchio, un tempo adibita a prigione, oggi spettacolare punto panoramico su tutta la città. La fatica di salire le ripide e strette scale viene ripagata dalla vista sul centro storico, sul duomo di Firenze che appare tra le inferriate di una finestra, su piazza della Signoria piena di turisti che sembrano tante formichine variopinte, sull’Arno e fino al Forte del Belvedere, al Piazzale Michelangelo e a San Miniato al Monte sui colli immediatamente di là d’Arno (diladdarno per i Fiorentini). Una vista che si colora del rosso dei tetti e delle case, e che si anima a vedere l’ombra della torre stessa che si stende su una parte del centro. La torre del Palazzo della città, quale era Palazzo Vecchio, era il simbolo del potere civico, e nessuna torre poteva e può essere più alta di essa. Un simbolo della città a tutti gli effetti.

Il duomo (e il campanile di Giotto) visti dalla Torre di Arnolfo di Palazzo Vecchio

Il duomo di Firenze (e il campanile di Giotto) visti dalla Torre di Arnolfo di Palazzo Vecchio

  • Firenze: campanile di Giotto

Se la torre di Arnolfo è il luogo del potere politico, il Duomo di Firenze è il luogo del potere religioso. Il duomo ha due punti panoramici eccezionali: una è la cupola, per salire sulla quale occorre mettersi in coda fin dalle 8.30 del mattino, sennò si rischia di schiacciare in attesa la giornata esposti d’estate al sole cocente e d’inverno all’addiaccio; l’altro è il Campanile di Giotto. Questo da fuori è una bellissima torre quadrangolare, vivacissima nei colori del marmo e decorata con le formelle esagonali che ritraggono allegorie di arti e mestieri, episodi e personaggi biblici, in un ciclo simbolico che vuole celebrare l’uomo e dio. Le formelle sono esposte alla portata degli occhi nel Grande Museo del Duomo. L’ingresso al campanile è sul retro. Preparatevi a scalare più di 400 gradini al buio e nello stretto. Ogni tanto affacciatevi a prender fiato da una delle finestrelle a forma di quadrifoglio che si alternano sui lati della torre, fino ad arrivare in cima, dove la vista, nuovamente, spazia sulla città e fino a Palazzo Vecchio con la sua torre di Arnolfo.

 

E voi? Da quali altre torri e grattacieli avete ammirato la città al di sotto dei vostri occhi? Raccontatemi le vostre esperienze nei commenti o sulla mia pagina fb Maraina in viaggio🙂

Il Castello Normanno Svevo e la Galleria Nazionale: la Cosenza da non perdere

Cosenza ha una lunga storia. Il suo centro storico (l’abbiamo visto) è ricchissimo di storia e arte. La città ha fatto notizia ultimamente soprattutto per la leggenda del tesoro di Alarico, che secondo una tradizione popolare sarebbe stato seppellito nel fiume Crati insieme agli ori trafugati durante il sacco di Roma del 410 d.C. (addirittura Voyager ha dedicato un ampio servizio a questa leggenda); ma non si esaurisce certo qui la sua rilevanza dal punto di vista storico e culturale. Vi parlo in particolare di due luoghi importanti l’uno per la storia della città, l’altro per l’arte: il castello normanno svevo e la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

A guardia della città, sul colle più alto intorno al quale, a valle, scorre il Crati, si erge il castello normanno svevo. Lo si vede da lontano, nulla sfugge al suo controllo: posizione strategicamente migliore non potrebbe avere. Imponente, posto a controllo di un ampio territorio che spazia sotto il nostro sguardo, il castello è stato recentemente restaurato e riallestito in funzione dell’apertura al pubblico. Vale la pena di salire fin quassù.

La cima dell’altura, il colle Pancrazio, è fortificata, le sue alte mura la cingono interamente; salendo dalla strada che si inerpica, appare in tutta la sua maestosità, fortezza inespugnabile e luogo di potere nei secoli del medioevo.

Anche se viene chiamato castello normanno svevo, in realtà la rocca era fortificata già da molto tempo, probabilmente già dal VI secolo a.C. È comunque il 937 d.C. l’anno in cui si parla per la prima volta di esso. Nel XII secolo Ruggiero II ingrandì il castello. Da questo momento a tutti gli effetti si può parlare di castello normanno. In seguito al rovinoso terremoto del 1184 la rocca andò distrutta; è a Federico II di Svevia che si deve la ricostruzione: una struttura rettangolare con torri angolari a pianta ottagonale e sale voltate. In seguito con gli Angioini il forte subì altre modifiche anche perché con Luigi III d’Angiò divenne residenza principesca, con funzioni dunque diverse dalla mera difesa. Alla metà del ‘400 il castello ospitò persino la zecca per coniare monete e una prigione per gli avversari politici nelle lotte contro gli Aragonesi.

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Nel XVI secolo si impone su Cosenza la dominazione spagnola e il castello torna ad essere soltanto una fortezza militare. Il forte terremoto del 1638 lo distrugge e fa sì che per il castello inizi un lungo periodo di abbandono fino a quando i Borboni, nel XIX secolo non si adoperano per il restauro, e danno alla rocca il ruolo di carcere. Da lì un nuovo terremoto, nel 1870, lo distrugge un’altra volta. Rimane pressoché rudere fino al 2008, quando finalmente  viene restaurato in via definitiva. Ed è così che si presenta oggi.

Entrando dalla porta nelle mura, seguendo il percorso si entra nel castello vero e proprio. Questo, alto due piani, è costituito al piano terreno da una serie di sale e di ambienti voltati che si dispongono intorno ad un chiostro, sfruttato oggi per manifestazioni all’aperto. Tra gli ambienti più belli (qui la mappa) senz’altro la Sala delle Armi, in parte coperta da soffitto a volta a crociera, in parte col tetto crollato, e la torre ottagonale, simbolo e sintesi dell’architettura dei tempi di Federico II: basti solo pensare all’eccezionale architettura di Castel del Monte in Puglia, capolavoro ottagonale.

Salendo al piano superiore si esce su un’ampia terrazza che guarda a 360° su tutto il territorio intorno a Cosenza: da un lato la valle del Crati, dall’altro la preSila: lo sguardo può vagare per km e km all’intorno. Il momento migliore per godere della vista è probabilmente il tramonto, come sempre quando si tratta di ampi panorami. Immaginate che questo una volta era un cammino di ronda e che il panorama veniva guardato sempre con preoccupazione… e pensate che invece oggi è il luogo più adatto per un selfie all’imbrunire.

La Galleria Nazionale di Palazzo Arnone

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Palazzo Arnone è storicamente il carcere della città. Sorge sul Colle Triglio, un altro dei sette colli di Cosenza (eh sì, Cosenza è costruita su 7 colli proprio come Roma…). Dopo un lungo ed efficace restauro il palazzo è stato trasformato in polo culturale importante della città. Da luogo di prigionia a luogo di esaltazione della libertà dell’arte, il Palazzo è oggi sede della Galleria Nazionale di Cosenza, una pinacoteca che ospita oltre a dipinti di pittori importanti del Rinascimento e del Seicento cosentino, come Mattia Preti o Luca Giordano (che era di Napoli), anche una sezione di arte contemporanea e una sezione monografica sul giovane Umberto Boccioni, artista futurista calabrese del primo Novecento, autore della nota scultura Forme uniche nella continuità dello spazio, della quale esistono varie versioni, di cui una proprio alla Galleria Nazionale di Cosenza; per capirsi, è la scultura ritratta sul retro delle monete da 20 centesimi di €.

Tra le opere più significative, o quantomeno che mi hanno colpito, ci sono la Morte di Cleopatra di Luca Giordano, nella quale è commovente l’atteggiamento della serva che assiste impotente agli ultimi istanti di vita della sua regina, la Veduta con figure classiche e rovine, sempre di Luca Giordano, in cui la scena è occupata da un’antica architettura in rovina, un porto e un insieme di piccolissime figure, ciascuna intenta alla propria occupazione, il San Francesco d’Assisi confortato dall’Angelo, di Francesco Cozza, in un’ambientazione silvana che è più da scena mitologica che non religiosa.

Francesco Cozza, San Francesco d'Assisi consolato dall'Angelo

Francesco Cozza, San Francesco d’Assisi consolato dall’Angelo

L’esposizione è molto curata, perfette le luci e le condizioni climatiche delle sale; si alternano in un’esposizione cronologica tele grandi e minori, a soggetto vario, religioso, mitologico o di genere. In una delle sale è stata mantenuta una terribile cella, a ricordo del passato dell’edificio. La Galleria Nazionale è un museo moderno, non la vecchia pinacoteca che ci si potrebbe immaginare, ma un ambiente curato e luminoso. La cosa che personalmente mi ha lasciata perplessa è che il biglietto di ingresso sia gratuito.

Due luoghi culturali importanti per una città come Cosenza, che ha un ricco patrimonio storico e artistico da valorizzare e da far conoscere. E se nella città nuova, in viale Mazzini, va in scena l’arte contemporanea con il Museo all’aperto Bilotti, nel centro storico è l’arte dal Cinquecento al Novecento ad essere protagonista. Andando a ritroso nel tempo, e risalendo in altura, invece, il monumento più antico della città, il castello normanno svevo, osserva la vita scorrere sotto di lui, da secoli e secoli. La sua presenza un po’ ci intimidisce, ma ci rassicura, come un vecchio guardiano taciturno che tutto sa e tutto controlla.

Visitare La Valletta in un giorno

A cosa serve avere un blog di viaggi e aver tanto viaggiato se poi non si aiuta chi ci chiede una mano o un consiglio?

Così scrivo questo post per mia sorella, che mi ha chiesto di prepararle un itinerario per girare a piedi La Valletta, la capitale di Malta.

Sono stata a Malta ormai 10 anni fa (uh mamma!): all’epoca non c’erano ancora gli euro, ma la moneta era la lira maltese. Rispetto all’epoca, invece, è rimasta la guida a sinistra, spauracchio di tutti coloro che non hanno mai guidato come gli Inglesi. Per ricostruire questo post sono dovuta tornare parecchio indietro nel tempo, con la memoria, aiutandomi con le mie foto dell’epoca, con il diario del mio viaggio e con il sito web di VisitMalta, l’ente del turismo maltese, autorità indiscussa e ottima fonte di informazioni verificate e attuali. Un aspetto che ho dovuto tenere in considerazione, per costruire questo post, è il mezzo di trasporto di mia sorella: arrivo al Terminal Traghetti e giro della città a piedi.

Pronti a scendere dalla nave al porto de La Valletta?

La Valletta ti accoglie così: una città gialla, del colore della pietra locale, adagiata al sole. Mentre la nave entra nella baia, noterete delle piccole coloratissime imbarcazioni, i Luzzu, con i loro occhioni portafortuna, che sono le tradizionali barchette dei pescatori. Sono una delle cose più caratteristiche dell’intera isola.

Malta

Panorama de La Valletta

La Valletta è una città barocca fondata dai Cavalieri di Malta nel XVI secolo, ed è concepita da subito come città fortificata. Solo nel 1800 diventa un protettorato inglese, ma questa dominazione influenzerà tantissimo la vita, le abitudini, la lingua stessa degli abitanti. Questa premessa è importante per capire alcuni aspetti della città, come i cannoni posti sul Saluting Battery, come gli Upper Barakka Gardens, come il forte di Sant’Elmo e la co-cattedrale di San Giovanni che accoglie ben due tele del Caravaggio. L’isola di Malta occupa una posizione strategica nel Mediterraneo, tra l’Africa e l’Italia, nel centro preciso del nostro mare. Chi ne avesse avuto il controllo avrebbe dominato i traffici commerciali e non solo tra le Colonne d’Ercole e l’Asia Minore. Non è cosa da poco. La nuova città, La Valletta, si sostituì, quale capitale, alla medievale Mdina, nella quale ancora si respirano atmosfere arabeggianti nelle architetture. La Valletta invece è una città europea, progettata a tavolino, secondo un reticolo di strade e di isolati tutti precisi e regolari.

Scendendo dalla nave al Terminal Traghetti, il Waterfront, la città vecchia, cuore di La Valletta, si trova alla vostra destra. Per raggiungerla, visto che è in posizione sopraelevata rispetto al mare, se vi muovete a piedi avete due opzioni: una strada piuttosto ripida in salita, oppure un ascensore stradale che al prezzo di 1 € a testa vi porta sopra le mura (accanto vi è una scala di 200 gradini, ma qualcosa mi dice che è la scelta sconsigliata). Qui vicino si trova The Saluting Battery, la terrazza dalla quale fin dal 1566, anno della fondazione di La Valletta, regola la giornata maltese sulla base di due colpi di cannone, uno a mezzogiorno e uno alle 16. Il luogo aveva in passato sia valore cerimoniale che di difesa (i cannoni non sono mai stati usati solo per bellezza). The Saluting Battery ha una posizione panoramica stupenda: guarda il Grand Harbour, il canale attraverso il quale passano le navi, e di fronte osserva Le Tre Citta, Vittoriosa, Cospicua e Senglea, ognuna sul suo promontorio, anch’esse risalenti al XVI secolo. Il costo del biglietto per visitare sia la terrazza che l’annesso museo è irrisorio: 2 € a persona (i bambini non pagano) più l’audioguida a 1 €. Annessi a The Saluting Battery vi sono gli Upper Barakka Gardens, giardini pubblici colonnati, luogo di svago e di ristoro, con una fontana centrale e belle aiuole fiorite, ombreggiati quanto basta per offrire un po’ di fresco nelle caldissime giornate estive (magari a novembre un po’ meno). Anche da qui si gode ovviamente una splendida vista sul Grand Harbour e sulle Tre Città.

La vista del Grand Harbour dagli Upper Barakka Gardens (sotto, la terrazza del Saluting Battery

La vista del Grand Harbour dagli Upper Barakka Gardens (sotto, la terrazza del The Saluting Battery)

Dagli Upper Barakka Gardens si può avviare l’esplorazione delle vie regolari del centro, nelle quali si alternano grandi palazzi, chiese, palazzine con i caratteristici balconcini decorati. La città sembra senza tempo, a qualcuno pare caotica, a qualcun altro estremamente romantica. In realtà si può camminare tranquillamente senza meta: il centro storico non è così grande e si ritrova senz’altro facilmente la via del ritorno al Waterfront, punto di partenza di questa esplorazione e ricco di localini, negozietti e baretti dove ristorarsi al termine del giro in città (a proposito, sorella, mi porteresti in cambio una Kinnie? È una bibita maltese, una specie di chinotto. Mi piacque tanto all’epoca!).

una delle torrette sulle mura di Forte Sant'Elmo

una delle torrette sulle mura di Forte Sant’Elmo

Tra i luoghi meritevoli da vedere è senza dubbio il Forte Sant’Elmo, simbolo della città e anzi della resistenza cristiana (dei Cavalieri di Malta) contro i Turchi Ottomani. Il Forte, costruito per difendere Malta proprio in funzione antiottomana, fu assediato e assaltato dai Turchi nel 1565. I Cavalieri di Malta impegnati nella difesa resistettero fino alla morte. Il Forte capitolò, ma la battaglia decisiva fu vinta alla fine dai Cristiani. Ecco che gli Ottomani furono cacciati e La Valletta fu costruita ex-novo e il Forte fu reinnalzato e ancor più potenziato. Le sue torrette di guardia caratteristiche, che sbucano dalle grossa mura sono piccole cellette dalle quali i soldati controllavano l’ingresso al porto.

Ma ritorniamo nell’interno della città. La concattedrale di San Giovanni è la chiesa più importante de La Valletta e una delle più importanti di Malta. Dedicata a San Giovanni, fu costruita per volere dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, che sono devoti proprio a San Giovanni Battista. In stile barocco, ciò che colpisce del suo interno (e che ricordo ancora a distanza di anni!) è il suo pavimento in marmi intarsiati che copre le sepolture di alcuni illustri Cavalieri dell’Ordine di Malta. A impreziosire ulteriormente la chiesa è la presenza di ben due grandi dipinti di Caravaggio, dedicati al Santo (uno di essi è proprio la decollazione del Battista) e commissionati dai Cavalieri proprio per questo loro importante luogo di culto. I due Caravaggio, però, non si trovano nella navata, ma nell’attiguo Oratorio. Per visitare la Concattedrale di San Giovanni occorre pagare un biglietto di 6 € a testa, nel quale è compresa l’audioguida che aiuta nella comprensione del monumento.

La barchetta tradizionale maltese, il luzzu, è coloratissima e con due occhi portafortuna

La barchetta tradizionale maltese, il luzzu, è coloratissima e con due occhi portafortuna

La visita della chiesa merita davvero per capire meglio La Valletta e la storia di Malta, isola che deve molto alla presenza dei Cavalieri, che ne hanno plasmato le città e i porti, e che hanno portato un’influenza europea in una terra che per sua natura e geografia è da sempre un meltin pot di culture, di genti, di naviganti. Una storia antichissima che comincia ben prima delle Piramidi, tra l’altro, e di cui qualcosa si può conoscere al National Museum of Archaeology: i primi abitanti di Malta costruirono grandi templi megalitici, ovvero in grandi massi di pietra, che sono unici nel loro genere in tutto il Mediterraneo. Adoravano la Grande Madre e i propri defunti, costruivano complessi grandissimi con tecnologie che ci risultano ancora sconosciute e che certo dovettero impiegare grandi masse di uomini per anni e anni. Testimonianze di questi grandi templi si trovano ancora a Malta, anche a poca distanza da La Valletta, lungo la costa e nell’interno, e anche sull’isola di Gozo. Hanno superato i millenni e ci raccontano ancora oggi di quanto questa piccola isola sia sempre stata speciale.

Imperia capitale dell’olio: torna Olioliva

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Se si attraversa il territorio della provincia di Imperia, la cosa che salta agli occhi sono le colline terrazzate coltivate a olivi. Oliveti su oliveti, l’economia della regione per molto tempo si è basata sull’olio. Oggi questo prodotto tradizionale è celebrato come vera ricchezza della provincia, tanto che ogni anno si celebra a Oneglia in questo periodo, Olioliva.

oliolivaSi tratta di una manifestazione promossa da PromImperia, azienda speciale della Camera di Commercio Riviere di Liguria, che invade il centro di Oneglia per 3 giorni, da venerdì 11 novembre 2016 a domenica 13, e che attraverso stand tematici ed eventi eccezionali celebra non solo l’olio, ma tutte le preziose peculiarità della regione, agricole, alimentari, naturali. Imperia a 360°, è il caso di dire, nel momento in cui si celebra l’olio nuovo. Nell’entroterra, se fate un giro, in questo momento sotto gli olivi sono ancora sistemate tutte le reti per la raccolta. Anch’io quand’ero piccola, qualche volta ho aiutato a raccogliere le olive. No, non è vero, giocavo lì nel mezzo mentre gli adulti si spaccavano la schiena, ma avevo l’impressione di essere utile, di partecipare ad una grande festa corale.

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Trovate il programma, denso di eventi, al sito web di PromImperia.

Le attività spaziano dall’attenzione ai più piccoli, con la fattoria didattica per bambini che vogliono diventare piccoli grandi agrichef, alla cucina, con showcooking, “ricette, cibo e narrazione” e focus su alcune preparazioni tipiche del territorio, come l’acciuga sotto sale o lo strudel di pesce (che non ho mai mangiato, ma detto così mi sembra buonissimo!) o ancora il coniglio alla ligure (questo, modestamente, mi riesce molto bene in cucina😉 ); spazio anche allo sport, con la Baby Run e la Family Run che si svolgeranno domenica a Oneglia. Inoltre sono previste presentazioni di libri, incontri e conferenze a cura del Lions Club locale, una mostra tematica presso la Biblioteca Civica Berio di Oneglia, dal titolo “Porto Maurizio e Oneglia – Capitali mondiali dell’olio d’oliva” e il LaboratOlio al Museo dell’Olivo di Oneglia, uno splendido museo tematico, di proprietà dell’azienda produttrice di olio Fratelli Carli.

Oggetti legati al commercio dell'olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Oggetti legati al commercio dell’olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Il Museo dell’Olivo è una bellissima realtà, voluta fortemente dal fondatore dell’azienda per esporre al pubblico la ricca collezione di famiglia legata a tutto ciò che dall’antichità ad oggi è legato all’olio, non solo come alimento, ma come lubrificante e portatore di luce. Ecco che ci troviamo trasportati nell’età romana, quando le anfore solcavano il Mediterraneo nelle grandi navi onerarie piene del prezioso liquido, e quando l’olio stesso era impiegato per accendere le lucerne; poi voliamo attraverso i secoli e troviamo la ricostruzione di un gumbo, il frantoio la cui pietra era azionata spesso a trazione animale.

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell'olivo. credits: promimperia.it

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell’olivo. credits: promimperia.it

I gumbi si trovano ancora nell’entroterra: in molti casi sono stati preservati e musealizzati o valorizzati in qualche modo (magari rendendoli parte dell’allestimento di qualche ristorante o agriturismo); le ricerche di archeologia urbana che ogni tanto sono condotte nella stessa Imperia al seguito di lavori pubblici, hanno portato in luce lungo l’Argine destro del torrente Impero, un vero e proprio oleificio del XIX secolo, molto esteso e che per qualche tempo dovette avere una grande produzione di olio. Un piccolo tassello della storia della città, legato saldamente alle sue radici, è emerso casualmente al di sotto di pavimentazioni attuali che ne avevano cancellato la memoria, ed ha contribuito a scrivere la storia della vocazione all’olio di Imperia.

L'olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Proprio la visita ad un frantoio tradizionale dell’entroterra è un’altra delle attività in programma con Olioliva: prevista per sabato 12, è sicuramente un’esperienza interessante per entrare in contatto con un saper fare tanto antico e, in rarissimi casi, ancora praticato.

Gli stand di Olioliva si dispongono lungo le vie di Oneglia. In particolare i portici di Calata Cuneo, lo splendido fronte del porto di Oneglia, sono lo sfondo più adeguato per questa manifestazione, ma anche l’arteria cittadina dei Portici di via Bonfante si riempie di banchini di prodotti tipici, di piante e di sementi, e ogni passo in più è un’occasione nuova di scoperta.

Nei giorni di Olioliva Imperia diventa ancora più bella. È bella l’atmosfera che vi si respira, piena di gente, di incontri, di scoperte e di riscoperte, di natura e di tradizione, di storia locale e di sguardo al futuro. La festa dell’olio nuovo in Liguria ha un sapore diverso, fatto dai produttori che si presentano al pubblico, ci mettono la faccia, raccontano in prima persona i loro prodotti, la loro attività, la loro fatica, perché no, in uno scambio di esperienze che è vincente per mantenere vive le tradizioni.

 

Lungo il Sentiero degli Argonauti: la Paestum che non avete mai visto

Paestum è un luogo in cui gli dei degli antichi sono ancora fortemente presenti. Aleggiano nell’aria, tra le colonne dei templi, si muovono nel forte vento di questi giorni, risplendono al sole caldo che solo il Sud sa regalare. Ci ricordano che loro sono da sempre, così come i grandi templi dorici ancora in piedi, che da tempo immemore stanno lì e sfidano il tempo, le tempeste, l’uomo stesso, sopportando un tempo greggi di pecore e oggi comitive di turisti.

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Nella valle senza tempo di Paestum si potrebbe pensare che con una passeggiata nel sito archeologico si possa sapere tutto della città antica. E invece no: basta recarsi all’incrocio tra il cardine massimo e il decumano massimo, e imboccare il decumano in direzione ovest, la direzione del mare, che subito nuove frontiere si aprono. Ma solo da oggi.

Il tratto di decumano massimo ripulito da Legambiente

Il tratto di decumano massimo ripulito da Legambiente

Là dove c’era l’erba ora c’è un tratto di basolato della strada antica, che Legambiente ha portato in luce, dopo aver stretto un proficuo accordo con il Direttore di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, il quale ha subito intravisto una possibilità: quella di far dialogare l’archeologia con l’ambiente naturale. Quelli di Legambiente, d’altro canto, hanno avuto modo di coinvolgere, nella loro attività di pulizia, i migranti giunti dall’Africa, in un progetto di integrazione che passa per l’educazione al territorio e alla tutela. Lo scopo? Quello di creare, anzi di riportare in auge, un antico percorso, che dal centro della città antica portava  a ovest, fuori dalle mura, presso Porta Marina, e da lì al mare.

Così, ogni prima domenica del mese quelli di Legambiente organizzano una passeggiata archeologica “Sul sentiero degli Argonauti”, ricordando così la mitologica spedizione di Giasone e compagni, le cui gesta sono ricordate sulle metope del tempio di Hera alla Foce del fiume Sele (oggi esposte al Museo Archeologico Nazionale di Paestum) dedicate a Medea, sposa di Giasone. Una passeggiata speciale è stata condotta anche in occasione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2016, alla quale ho partecipato.

Alla fine del basolato c'è un cancello, oltre il quale iniziano i campi coltivati. La città antica sta sotto le coltivazioni di erba medicaIl percorso (che ahimè non è accompagnato da un archeologo, ma da una guida di Legambiente che nonostante la buona volontà archeologo non è), si snoda dal tempio di Cerere, inizio ideale di ogni percorso all’interno della città, lungo il cardine massimo fino all’incrocio col decumano massimo. Qui imbocchiamo il tratto di basolato che conduce verso il limitare dell’area archeologica. Oggi lo spazio è transennato perché vi vengono condotti nuovi scavi, tuttavia Legambiente ha l’autorizzazione per passare.

Percorriamo un basolato che è ritornato in luce dopo decenni che i rovi l’avevano invaso. Sono poche centinaia di metri, ma valgono veramente la pena e ci si chiede perché fino ad oggi siano stati abbandonati alla natura. Poi si raggiunge un cancello. La città antica conosciuta finisce qui. Oltre, Paestum è ancora nascosta sotto campi sterminati coltivati a erba medica.

Percorriamo un sentiero attraverso i campi, sempre in direzione ovest, mentre alle nostre spalle la silhouette del tempio di Cerere si fa sempre più piccola. I campi cedono il passo ad alcune abitazioni e ad un caseificio: siamo in prossimità delle antiche mura, e della porta Marina, la porta che guardava al mare, ancora imponente come un tempo. A guardia, un gatto rosso, reduce da tante battaglie, si gode sornione il sole.

La porta Marina di Paestum

La porta Marina di Paestum

Proseguiamo. Passiamo sotto un ponticino al disotto della Strada Provinciale. Ora il sentiero diventa uno stradello tra le case, un vero e proprio quartiere disposto tra via Fidia e via Lisippo. Poi di nuovo la Provinciale, attraversata la quale entriamo in pineta.

La spiaggia di Paestum, oltre l'Oasi Dunale Legambiente

La spiaggia di Paestum, oltre l’Oasi Dunale Legambiente

È l’Oasi Dunale di Paestum, curata da Legambiente: una pineta creata appositamente negli anni ’60 con la bonifica di questi territori, a fare da separatore tra il mare e i campi da destinare a coltura.

Abbandonata a se stessa per decenni, Legambiente negli ultimi anni l’ha pulita, curata come fosse il giardino di casa, predisponendo un sentiero, opere d’arte contemporanea appese agli alberi che vogliono sensibilizzare sull’abbandono dei rifiuti nel bosco, e infine, regalandoci una superba entrata in spiaggia. La vista spazia fino a Salerno, mentre dalla sabbia spunta di tutto, pigne, rami di pino, conchiglie, fiori e, persino, un funghetto solitario.

Decisamente, gli dei ci sono ancora, e si celano sotto forme inconsuete.