I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

Ne hanno di storie da raccontare i Giganti della Sila. Basta camminare all’ombra delle loro fronde, al riparo dei loro larghi tronchi, per respirare la storia antica di una regione verde e fiera, quella della foresta silana.

I Giganti della Sila sono una riserva, un parco nel cuore dell’altopiano calabrese, in località Fallistro, che custodisce le ultime più antiche piante di questa foresta antica. Sono circa 70 alberi, i più vecchi dei quali hanno 350 anni. La pineta fu impiantata nel Seicento dai Baroni Mollo, dei quali sopravvive il Casino di campagna, proprio all’ingresso del parco. Il diametro dei tronchi in molti casi sfiora i 2 m, e l’altezza si attesta tra i 35 e i 40 metri. Mica poco. Ne sono successe di cose all’ombra dei loro rami.

Il parco, gestito dal FAI, non è molto grande per la verità. Il percorso è un sentiero ben tracciato, adeguato a bambini e ad anziani, per consentire veramente a tutti di godere dell’imponenza della natura.

Io che passeggio in questa foresta incredibile per un attimo ho la sensazione di trovarmi nella Terra di Mezzo, anzi, nel Bosco Atro, tra gli Ent, quegli alberi antichissimi che ne Il Signore degli Anelli parlano, si muovono, seppur lentamente, e decidono alla fine le sorti della loro foresta. Ecco, mi aspetto che da un momento all’altro questa foresta si ridesti, e che gli Ent inizino a raccontare le loro storie, magari con uno spiccato accento calabrese, com’è giusto che sia.

E se mi fermo ad ascoltare, le posso sentire queste storie:

i Giganti della SilaC’è la storia dei carbonai, che a ottobre, per la festa di San Donato, dopo aver passato tutta l’estate in Sila a far carbone, scendevano nei paesi per stringere accordi commerciali (bastava una stretta di mano) e per vendere il loro prodotto. Allora, in quell’occasione, le donne cucinavano per più giorni la cuccìa, un piatto a base di grano e carne di maiale (osso del prosciutto, per la precisione), molto, molto sostanzioso.

C’è la storia delle famiglie che a gennaio macellavano il maiale e ne ricavavano carne, prosciutto, salsicce, pancetta, capocollo e tutto, veramente tutto veniva rielaborato e trasformato in riserva di cibo. Non è un caso se si dice che del maiale non si butta via niente. Davvero non veniva buttato nulla.

C’è la storia di San Francesco di Paola, che nel 1400 fu santo riconosciuto e pregato già in vita e con le sue opere e le sue preghiere aiutò le popolazioni che vivono alle pendici della Sila. Il suo culto nella regione è così diffuso che quasi ogni paese che gravita sull’altopiano ha almeno un altare o una statua dedicati al santo. Per non parlare dei conventi, uno dei quali, a Serra Pedace, è costruito a strapiombo su un costone roccioso a controllo della stretta vallata.

Non sembra che questi due alberi si abbraccino?

Non sembra che questi due alberi si abbraccino?

C’è la storia, le tante storie, dei briganti, che già in età borbonica infestavano la foresta e che, quando venivano catturati, erano giustiziati in maniera esemplare; ci sono storie di furti, di assassini, di tradimenti e di gelosie, di cupidigia sfrenata e di onore.

Ci sono storie di viaggiatori che attraversano la Calabria e che sono affascinati e allo stesso tempo spaventati da questa terra ancora così selvaggia eppure genuina, e dai suoi abitanti, fieri nonostante le loro umili occupazioni.

Ci sono storie di malgoverno, dai Borboni alla parentesi di Gioacchino Murat, fino al Regno d’Italia e a seguire; ci sono storie di gente che credette alle promesse di Garibaldi e che rimase molto deluso quando esse furono completamente disattese.

Ci sono storie di tanti che furono costretti a partire, a emigrare altrove per avere la possibilità di una vita migliore. Partivano con le loro valigie di cartone chi verso il Nord Italia, chi verso la Francia, il Belgio, la Svizzera, la Germania, chi verso l’America, del Nord e del Sud. Ovunque andassero, avevano negli occhi sempre lo stesso malinconico sguardo di chi deve lasciare ciò che più ama per affrontare l’ignoto.

E non c’è niente di più importante per un Calabrese delle proprie radici. Per questo, anche, questi alberi secolari sono importanti. Testimoniano del tempo che scorre, del mondo che cambia, della gente che passa e che forse lascia un segno, o forse era meglio se non lo lasciava.

I Giganti della Sila

Le radici di questi alberi sono ben salde, eppure, dopo la Seconda Guerra Mondiale, questa foresta fu espropriata e per gabole burocratiche (qui trovate ben descritta tutta la faccenda), ignoranza degli amministratori e mancanza di una legge adeguata, fu sfruttata senza criterio: gli alberi abbattuti, il sottobosco rovinato, senza che nessuno sollevasse mai lo sguardo a stupirsi della bellezza e dell’imponenza fuori del comune di quegli alberi. Solo la discendente dei Baroni Mollo guardava con apprensione alla lenta e inesorabile distruzione di questo monumento naturale storico e alla fine riuscì a sensibilizzare chi di dovere: la foresta, o quel che ne rimaneva, fu protetta ed oggi è una ricchezza paesaggistica e culturale come ne sono rimaste poche nella vecchia Europa.

Campi di patate vicino ai Giganti della Sila: natura e cultura del territorio

Campi di patate vicino ai Giganti della Sila: natura e cultura del territorio

Intorno a questa foresta, che, sentiero a parte, è lasciata in modo che la natura faccia il suo corso, si stendono altri boschi e campi di patate della Sila, una coltivazione tipica dell’altopiano. Intorno a Fallistro e a Croce di Magara, lungo la strada, è facile che greggi di capre ti attraversino la strada, così come sulla Sila, puoi anche doverti fermare se una mucca decide che vuole ruminare proprio sull’asfalto. È il bello di questa regione dove i Giganti della Sila non sono altro che una tra le tradizioni secolari di questa terra.

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Diamante risplende la sera

Un murales su una casa di Diamante

Un murales su una casa di Diamante

È piacevole passeggiare per Diamante, la sera. Questa bella cittadina sulla costa tirrenica della Calabria è un piccolo gioiello (mi si perdoni il gioco di parole) ed ha una caratteristica che la rende unica nel suo genere.

Perchè diciamocelo: i paesini di mare si somigliano un po’ tutti; con il lungomare, la spiaggia, il porticciolo dei pescatori, una volta economia prevalente, oggi decisamente minoritaria quando addirittura non ridotta a semplice attrattiva turistica, poi le viuzze del centro, che in Calabria si chiamano vinelle, in Liguria carrugi e nel reso d’Italia semplicemente vicoli, che regalano scorci sul mare deni del miglior paesaggista e che oggettivamente non stancano mai. Ci sono poi le piazzette, che si aprono qua e là, ci sono i ristorantini, i bar, i negozi di souvenir, di artigianato e di prodotti tipici, come il peperoncino, per esempio.

La costa, il mare, un fico d'India e un richiamo al passato più antico della regione. In questo murales c'è tutta la costa calabrese

La costa, il mare, un fico d’India e un richiamo al passato più antico della regione. In questo murales c’è tutta la costa calabrese

E poi c’è quel dettaglio che rende Diamante diversa da tutte le altre cittadine di mare: Diamante è la città che ha affidato i propri muri all’estro di artisti e pittori. Le pareti delle case di Diamante sono animate da murales, tanti murales. Ogni pittore ha scelto il suo muro, e questo muro è divenuto la tela su cui rappresentare ciò che l’ispirazione ha suggerito. E l’ispirazione spesso viene dal territorio, dal mare, oppure dalla storia, o da temi sociali tanto attuali quanto atavici. Diamante diventa così un libro bellissimo di illustrazioni. I suoi muri ci parlano, si raccontano, narrano storie di uomini e di eroi, di terra, di mare e di cielo. Storie di speranza e di quotidianità, storie di presente e di passato, e anche di speranza nel futuro.

Mediterraneo, un murales che parla di migrazioni e di naufragi di ieri e di oggi.

Mediterraneo, un murales che parla di migrazioni e di naufragi di ieri e di oggi.

Diamante è piena di vitalità. Le sue serate sono luminose, il lungomare è percorso di gente che tra un gelato e una passeggiata, va curiosando tra i negozi di souvenir e le gioiellerie che vendono pendenti e bracciali in corallo. E se nella piazzetta il bar strizza l’occhio alla clientela più alla moda, e il negozio di souvenir attira gli occhi dei turisti e dei bambini, nella viuzza accanto puoi vedere nel panificio le forme di pane sistemate a lievitare: saranno vendute nell’attiguo forno, dal quale si sprigiona un profumo fragrante che ti guida a occhi chiusi. O ancora, nella bottega del calzolaio puoi ammirare le scarpe fatte su misura, e puoi addirittura commissionarle al momento: mestieri che ormai si incontrano difficilmente, e che si mescolano con nonchalance alla movida diamantina.

Intanto, qua e là, dipinto su un muro, un pescatore è intento a sistemare le reti, un altro è impegnato nella pesca di un tonno, una madre sta cullando il figliolo e un gruppo di anziani è seduto fuori dalla porta di casa, come ancora succede in molti paesi qui nel Sud Italia.

Tipica scena da paese del Meridione: la gente seduta in strada fuori dalla porta di casa

Tipica scena da paese del Meridione: la gente seduta in strada fuori dalla porta di casa

 

** La magia di Diamante è grande. Trovate altre suggestioni e altre mie immagini di questo splendido borgo sul mio profilo instagram @maraina81 e sulla pagina fb del blog Maraina in viaggio. Anzi, se vi è piaciuto questo post, perché non aggiungete il vostro like alla pagina?

Città romana vista mare: la straordinaria Baelo Claudia

Capirai che novità: l’uomo ha sempre costruito città sul mare; nel Mediterraneo, poi, i nostri antenati greci e romani si sono dati da fare e spesso molte città antiche sono sopravvissute fino a noi. Spesso.

Poi, ci sono città che invece sono state abbandonate nel corso della storia, sono scomparse, sono state dimenticate. Al loro posto la spiaggia ha preso il sopravvento e solo in tempi recenti sono state riportate alla luce, con il loro carico di storia e di bellezza.

Vi parlo di Baelo Claudia, antica città romana di Spagna, prima città sull’Atlantico, poco oltre le Colonne d’Ercole. Eh già, siamo a pochi km da Tarifa, la cittadina sullo Stretto di Gibilterra. Città che probabilmente è un po’ l’erede di Baelo Claudia.

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Siamo sulla spiaggia di Bolonia, battuta dai venti e dai kitesurfers, una delle spiagge più belle della zona di Tarifa. Alle spalle della spiaggia si innalzano le colonne del foro, la piazza principale della città antica. Ma andiamo con ordine.

baelo claudiaBaelo Claudia viene fondata nel I secolo d.C. dall’imperatore Claudio che ne coglie le potenzialità come centro di pesca e produzione di derivati del tonno. Sulle tavole dei Romani dell’impero non doveva mai mancare il garum, una salsa di pesce con la quale condivano le loro pietanze. Baelo Claudia era uno dei maggiori centri di produzione. Fu monumentalizzata, e accanto agli opifici per la produzione della salsa e per la lavorazione del pesce (tutti documentati da scavi archeologici), sorsero edifici degni di una città imperiale: la basilica nel foro, il triplo tempio dedicato alla Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva), il teatro, le terme e, affacciate sulla viabilità principale, una serie di botteghe. La vocazione commerciale della città era grande, tanto che vi era una grande piazza del mercato sulla quale nuovamente affacciavano le botteghe, un po’ come il Piazzale delle Corporazioni di Ostia Antica.

Passeggiare per la città romana, calpestare il basolato antico, risalire sino al teatro e passeggiare davanti al tempio è una bellissima sensazione. Muri e colonne ci raccontano di una città che come tante altre del mondo antico ebbe un suo sviluppo, una sua vita, ebbe abitanti che andavano a fare acquisti al mercato, a lavarsi alle terme, a vedere gli spettacoli nel teatro e a offrire sacrifici agli dei nei templi. La peculiarità di questa città sta però, proprio nelle sue officine di produzione di questo garum che tanto piaceva ai Romani e che a noi invece fa accapponare la pelle, e che ci racconta di un’attività economica, la pesca dei tonni, che si pratica oggi, dopo 2000 anni e più. Il piccolo museo che introduce all’area archeologica racconta proprio di questa risorsa sfruttata da millenni, che ancora oggi si ritrova nei mercati del pesce di Tarifa e di Cadice, nelle industrie che producono derivati del pesce qui nella zona. Rispetto ad oggi, ecco, forse i Romani non praticavano il surf. Ma questi sono dettagli.

Il tempio capitolino di Baelo Claudia

Il tempio capitolino di Baelo Claudia

La vista dall’area archeologica verso il mare è spettacolare: le colonne che si innalzano e si stagliano contro il blu dell’acqua e l’azzurro del cielo disegnano un quadro bellissimo, di quelli che non si dimenticano facilmente. Lo stesso territorio circostante, che gravita sul villaggio di Bolonia, è sospeso nel tempo: intorno sono pascoli di mucche e capre, e non è così inconsueto ritrovarsi una mucca a ruminare per la strada mentre si scende al mare. Baelo Claudia racconta quindi la storia del suo territorio e della sua economia. Bolonia non è solo una spiaggia. È un luogo vivo e carico di storia.

Valencia, la cattedrale e il Santo Graal

Il Santo Caliz è il Santo Graal e si trova a Valencia

Il Santo Caliz è il Santo Graal e si trova a Valencia

Ho visto (ancora una volta) di recente in tv Indiana Jones e l’ultima crociata, che della saga è in assoluto il mio preferito. Come tutti sapete il film è dedicato alla ricerca del Santo Graal che Jones padre e figlio trovano a Petra. Naturalmente è tutta un’invenzione di Spielberg, ma è vero che il santo Graal è una delle reliquie più controverse e ricercate della storia e della letteratura (in tempi moderni anche il Codice Da Vinci di Dan Brown ha a che fare con il sacro calice di Cristo). La sua storia si mescola con la leggenda, tanto da far dubitare della sua stessa esistenza.

Però.

Il soffitto della cappella del Santo Caliz

Il soffitto della cappella del Santo Caliz

Però io il santo Graal l’ho visto. A Valencia, in una bellissima cappella gotica della Cattedrale della città, mi sono imbattuta nel Santo Caliz: una coppa di agata incastonata in un calice d’oro che la impreziosisce. Perché il Graal non può essere un bicchiere qualunque. E il Graal di Valencia è davvero prezioso. Il sacro calice viene datato al I secolo a.C., quindi all’incirca dell’epoca di Cristo, ed è proveniente da Antiochia, città dell’Asia Minore non troppo distante dalla Palestina.

L’arrivo del Caliz a Valencia si perde indietro nel tempo tra leggenda e dati storici. Secondo la tradizione spagnola, il suo arrivo a Roma sarebbe da attribuire all’apostolo Pietro, mentre il suo arrivo in Spagna è merito di San Lorenzo Martire, che era originario della città spagnola di Huesca. Dopo alterne vicende, il Graal nella prima metà del Quattrocento è a Valencia. Non lascerà mai più la Cattedrale della città, se non durante l’occupazione napoleonica della Spagna e durante la Guerra Civile Spagnola (la mia fonte per la storia del graal è questo post di Fashionfortravel).

La cappella del Santo Caliz nella cattedrale di Valencia

La cappella del Santo Caliz nella cattedrale di Valencia

La cappella del Santo Caliz si trova a destra entrando nella cattedrale di Valencia. Un ambiente quadrangolare, un po’ buio, che certo induce al rispetto e alla devozione, con un soffitto ornato da costolature che disegnano una stella, mentre la piccola teca che custodisce il Graal si trova in un’ampia nicchia al centro della parete di fondo, che è decorata con sculture e rilievi che rappresentano gli Apostoli, la Vergine che sale in cielo e scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Personalmente, anche se per me il Graal è un oggetto mitologico più che una reliquia, sono rimasta molto colpita dalla cappella e dal Caliz: ho percepito comunque l‘importanza del luogo e la sua sacralità, e sarei rimasta in contemplazione a lungo.

La navata della cattedrale di Valencia

La navata della cattedrale di Valencia

La cattedrale di Valencia è un gioiello composito di stili e di epoche. Innanzitutto è la ex moschea, risalente alla dominazione moresca della Spagna; quando il re Jaume I riconquistò la regione, nel 1238 dedicò la cattedrale a Santa Maria. La chiesa poi si accrebbe e si modificò nel tempo: sul circuito esterno appaiono portali romanici, gotici e l’incredibile facciata che è una commistione di stili. L’interno, molto arioso e luminoso, è dominato dietro l’altare da un’immensa pala con dipinte le storie di Cristo.

Porta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Puerta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Dietro l’altare, vi è un camminamento sul quale affacciano le varie cappelle, tra cui quella della Madonna del parto, sotto una volta a ombrello stellata dalla quale affacciano gli angeli. Molto scenografica. Nella sacrestia della cattedrale sono esposte, tra le varie opere, due dipinti di Francisco Goya, che arricchiscono ulteriormente il valore artistico di questo monumento.

Passeggiando intorno alla cattedrale di Valencia... lato Arcidiocesi

Passeggiando intorno alla cattedrale di Valencia… lato Arcidiocesi

Il campanile della cattedrale, il Miguelete, è l’altra attrazione della chiesa: salendo in cima si gode il panorama della città. Ma un giro intorno alla cattedrale è altrettanto illuminante: innanzitutto, osservando la facciata alta e stretta, veniamo a scoprire che l’attuale Plaza de la Reina è un’invenzione recente, mentre un tempo vi era un quartiere di palazzi e solo una stretta via si dipartiva dalla cattedrale. Girando sul fianco della cattedrale, si incontra il palazzo dell’Arcidiocesi, elegantissimo, in pietra.

Dietro, nel pavimento in vetro della piazza retrostante, si trova l’area archeologica dell’Almoina, che risale indietro nel tempo fino alla Valencia di età romana. Infine, si raggiunge la Plaza de la Virgen, dominata dalla fontana raffigurante il Rio Turia, il fiume di Valencia, nelle sembianze di un giovane nudo semisdraiato. Da qui parte Carrer Dels Cavallers, la lunga via diritta che ospita grandi palazzi gotici e cinquecenteschi e, oggi, ristorantini e locali dove passare la serata. Altrimenti, uscendo dal portale principale della chiesa, la Puerta de los Hierros, e percorrendo tutta Plaza de la Reina, si arriva fino a Plaça de Santa Caterina, dove vi aspetta la merenda a base di orchata. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò in una prossima puntata.

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

Santa Maria Antiqua: la Roma che non ti aspetti

Santa Maria Antiqua non è certo il monumento che ti aspetti di trovare a Roma: una chiesa greco-bizantina nel cuore della romanità, totalmente differente da tutte le altre testimonianze architettoniche e artistiche della città. Eppure è un luogo assolutamente affascinante.

Cristo tra i Santi sulla navata sinistra di Santa Maria Antiqua

Cristo tra i Santi sulla navata sinistra di Santa Maria Antiqua

Se pensiamo a Roma, e se giriamo per le sue vie e le sue piazze, se guardiamo gli edifici e i monumenti possiamo distinguere 3 grandi gruppi: l’età romana, con il Colosseo, i Fori, i templi di Largo Argentina e le tantissime testimonianze architettoniche e storico-artistiche della gloriosa capitale dell’impero romano; il Cinque/Seicento, durante il quale i papi e i nobili romani dotano la città di chiese meravigliose dalle cupole sorprendenti, prima tra tutte San Pietro, di palazzi signorili esagerati e, a decorare entrambi, opere di scultura e di pittura realizzate dai più grandi artisti di tutti i tempi, come Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Bernini; infine, anche se il ricordo fa ancora storcere il naso, le architetture e le opere urbanistiche di epoca fascista, che hanno dato ad alcuni quartieri della città l’aspetto attuale: via dei Fori Imperiali, l’Eur e poi il Palazzo di Giustizia, la stazione Termini e la Stazione Ostiense, per citarne solo alcuni. Accanto a queste tre grandi categorie artistico/architettoniche, però, dobbiamo includerne un’altra, meno nota, nascosta, ma capace di stupire: è la Roma di età altomedievale.

Santa Maria Antiqua, Cappella di Teodoto

Santa Maria Antiqua, Cappella di Teodoto

In realtà le testimonianze della Roma altomedievale sono parecchie, e si fondono e confondono con l’età paleocristiana: si tratta in sostanza delle chiese più antiche della città, decorate a pittura oppure a mosaico: San Clemente, ad esempio, ma poi anche le basiliche paleocristiane di Santa Maria in Trastevere, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. E poi c’è la più bella di tutte, almeno secondo me. Recentissimamente restaurata e aperta al pubblico in un allestimento temporaneo che si spera rimanga permanente, è la piccola e preziosa chiesa di Santa Maria Antiqua, all’interno del Foro romano.

Santa Maria Antiqua è fondata nel VI secolo d.C. Per la sua realizzazione viene utilizzato un ambiente che era appartenuto ad un edificio di età imperiale, risalente all’imperatore Domiziano (fine I secolo d.C.). Siamo alle pendici del Palatino, sul quale si trovavano i palazzi imperiali, gli edifici di abitazione degli imperatori. Nel VI secolo l’impero romano d’Occidente è ormai caduto da un pezzo, solo l’Impero Romano d’Oriente resiste, il cosiddetto Impero Bizantino.

Sant'Abbaciro in una lunetta nell'atrio antistante Santa Maria Antiqua

Sant’Abbaciro in una lunetta nell’atrio antistante Santa Maria Antiqua

La chiesa non è grande, è a tre navate ed ha la particolarità di aver conservato le pareti affrescate. Sì, è questa la meraviglia di Santa Maria Antiqua. Perché questa chiesa fu abbandonata dopo un tremendo terremoto che colpì Roma nell’847 d.C. Sepolta dalle macerie, è rimasta sigillata per più di 1000 anni, quando, nel 1900, l’archeologo Giacomo Boni la riportò alla luce trovandosi letteralmente faccia a faccia con volti risalenti a un millennio prima.

La cosa che colpisce di Santa Maria Antiqua sono i volti. I volti ieratici, fissi, severi, capaci di leggerti dentro anche se apparentemente sono inespressivi. Così sono i volti dei XL Martiri ritratti nell’attiguo oratorio che da essi prende il nome, così è il volto di Sant’Abbaciro, un santo medico dipinto nell’VIII secolo in una nicchia appena al di fuori della chiesa.

Santa Maria Antiqua, Salomone e i Maccabei, navata centrale

Santa Maria Antiqua, Salomone e i Maccabei, navata centrale

L’interno della chiesa non è da meno. Semplice, semplicissima nell’architettura, è invece vivacissima nelle decorazioni pittoriche, che vanno dal VI all’VIII-IX secolo, coprendo tutta la vita dell’edificio prima del terremoto. Lo stile è greco-bizantino, e suona strano trovarlo a Roma, la città dove meno me lo aspetterei. Invece Santa Maria Antiqua è a tutti gli effetti una chiesa bizantina. Tra le rappresentazioni pittoriche più interessanti vi è il riquadro di re Salomone e i Maccabei, l’affresco dei Santi Medici che per le loro cure non accettano denaro, una Madonna con bambino a lato dell’altare, che è l’affresco più antico conservatosi, e il ciclo di affreschi della cappella di Teodoto, di VIII secolo. In essa sono rappresentati la crocifissione, la Madonna con bambino e il tremendo martirio dei santi Giuditta e Quirico, rispettivamente madre e figlioletto cristiani al tempo delle persecuzioni di Diocleziano. In questa cappella, in particolare, si usufruisce di una lettura guidata delle pitture, grazie a giochi di luci e didascalie che consentono di dare un nome e uno scopo a tutti i personaggi rappresentati.

La visita a Santa Maria Antiqua si conclude con un passaggio negli ambienti attigui, che raccontano la storia degli scavi novecenteschi e dei restauri, e con la spettacolare salita della rampa di accesso al Palatino, in cima alla quale si gode della splendida vista del Foro romano a 180°.

In cima alla rampa di accesso al Palatino. Sotto di noi, il foro romano

In cima alla rampa di accesso al Palatino. Sotto di noi, il foro romano

La storia della città di Roma nei secoli immediatamente successivi alla caduta dell’Impero d’Occidente è silenziosa. Si spengono le luci della ribalta su quella che fino a poco tempo prima era la capitale del mondo antico. Eppure la città non muore, non si ferma, continua la sua vita in sordina, lasciando qua e là tracce della continuità della sua vita. Santa Maria Antiqua è una di queste tracce di continuità: riutilizza vecchi ambienti in abbandono di quello che un tempo era un edificio residenziale appartenuto all’imperatore! e lo riadatta al suo scopo, quello di glorificare il Signore, il Dio dei Cristiani. Una storia, quella di Santa Maria Antiqua, che dopo 1000 anni di silenzio, oggi è tornata a parlare.

Tangeri: le 10 cose da sapere prima di partire

Città particolare, Tangeri. Città di frontiera, a suo modo, è il porto di arrivo in Marocco per chi proviene dalla Spagna. I viaggiatori sfruttano il breve collegamento marittimo che unisce i due versanti delle Colonne d’Ercole, e si fermano solitamente in città non più di un giorno, per proseguire il loro viaggio attraverso il Marocco. Oppure, se viaggiano attraverso la Spagna, scelgono di fare un’escursione di là dallo Stretto di Gibilterra e in giornata riescono a visitare Tangeri e tornare a Tarifa, o Algeciras.

Artigianato locale in uno dei mercati di Tangeri

Artigianato locale in uno dei mercati di Tangeri

Tangeri non è una città facile, soprattutto se si è viaggiatori abituati alle città europee o occidentali. Vi è il modo di visitare la città (e sono in tanti che scelgono di fare così) in gruppi organizzati, con una guida che porta a vedere i punti di interesse principali, i mercati più caratteristici e accompagna a fare shopping nei bazar convenzionati. Il modo migliore per visitare la città, però, è fare da soli. Ecco allora 10 cose da sapere su Tangeri per chi vuole visitarla da solo, in giornata.

  1. Scorcio di Tangeri

    Scorcio di Tangeri

    Tangeri è raggiungibile dalla Spagna da due porti, Tarifa e Algeciras. I traghetti da Algeciras arrivano al porto Tangeri-Med, che rimane un po’ fuori dalla città e che invece è adatto per chi sfrutta il passaggio da Tangeri come punto di partenza per l’esplorazione del Marocco. Chi vuole visitare la città vecchia in giornata deve invece prendere il traghetto al porto di Tarifa. Non serve portare la macchina, anzi. La città si gira tranquillamente a piedi. Il biglietto A/R costa sui 67 €, comprensivo di passaggio ponte. Con un piccolissimo e invitante sovrapprezzo si può aderire ad uno dei gruppi organizzati di cui sopra.

  2. Mi raccomando portate il passaporto! A bordo dovrete compilare e consegnare un fogliolino d’ingresso al Paese, e stessa cosa dovrete poi fare al ritorno al porto di Tangeri. Entrambi i fogliolini vi vengono forniti al momento dell’acquisto del biglietto; se non si compilano, molto semplicemente non si sbarca in Marocco.
  3. Se decidete di viaggiare da soli, appena sbarcati verrete subito individuati da una serie di perdigiorno tangerini che si offriranno per 5 € o simili di accompagnarvi per la città. Una tecnica precisa e standard per scoraggiarli non c’è. Ciò che vince è un fermo, ma cortese no, continuando ad andare avanti. Potrà capitarvi un osso più duro degli altri; in quel caso dovrete avere molto sangue freddo e tanta pazienza. Alla fine vi prenderà a male parole, ma poi non lo vedrete per il resto della giornata.
  4. Tangeri, scendendo dalla Kasbah

    Tangeri, scendendo dalla Kasbah

    Il centro storico di Tangeri, la Medina, si gira abbastanza agevolmente: una via abbastanza larga, in salita, conduce dalla porta nelle mura rivolte al mare fino in cima dove si apre una serie di due piazze che fanno, per così dire, da confine tra la città vecchia e la città nuova. Lungo questa via comincerete a incontrare i primi negozi e il primo grande mercato, il Grand Socco. Ma la città è piena di mercati, è anzi essa stessa un immenso mercato.

  5. Se è facile orientarsi nella vie principali, addentrarsi nei vicoletti della Medina e della Kasbah vuol dire finire in una dedalo di viuzze strette che, se non si fa attenzione, portano direttamente in casa di qualcuno. Le casette, tra l’altro, sono bellissime da vedere: bianche, con la parte inferiore del muro dipinta in azzurro o in giallo, a seconda della zona. È facile perdersi da queste parti e l’unica cosa è fare affidamento sull’aiuto, cordiale, degli abitanti del quartiere.
  6. Se arrivate col primo traghetto del mattino, troverete una città ancora addormentata. Il fuso orario in Marocco è due ore indietro rispetto al fuso europeo, per cui se in Spagna sono le 10 del mattino, a Tangeri sono ancora le 8. Ma piano piano la città si sveglia, i mercati cominciano ad animarsi. Questo è il momento in cui, al mercato del pesce, vedrete i gatti randagi mangiare le lische che i venditori scartano, oppure vedrete il macellaio che porta a spalla un quarto di bue. Man mano che passano le ore invece la città esce dal torpore e si trasforma in un immenso caotico mercato.
Tangeri, botteghe lungo la strada fuori dalla città vecchia

Tangeri, botteghe lungo la strada fuori dalla città vecchia

  1. Non è necessario cambiare gli euro in dirham. A Tangeri accettano indistintamente euro o dirham, la moneta locale, ma applicano un cambio molto vantaggioso per loro, tuttavia accettabile per noi, perché i prezzi sono per la maggior parte stracciati. Attenzione però alle fregature, perché molti cercheranno di spillarvi più quattrini del dovuto, con la scusa che non riescono a fare bene i conti… a naso, comunque, riuscirete a capire quando si tratta di fregatura e quando invece il prezzo è tollerabile. Una cosa: dimenticatevi il gusto arabo per la contrattazione, perché i negozianti tangerini non amano contrattare, non con gli stranieri almeno.
  2. Tangeri

    Tangeri verso mezzogiorno

    Non fatevi impressionare dal caos. Verso mezzogiorno la città diventerà un unico grande mercato. Gente per strada, banchini improvvisati, donne che stendono per terra la loro merce… tutti vendono e tutti comprano a Tangeri. La situazione, così caotica, è però ciò che fa di Tangeri una città araba autentica, con la gente che cammina e che vocia, le auto e i motorini che si fanno strada rombando in mezzo alle gambe dei passanti. Tra il Grand Socco e gli altri mercati, nelle due grandi piazze, è un brulicare infinito di gente. Procedete comunque con la vostra tranquillità, soffermatevi a guardare le ceste piene di foglie di menta e di erbe varie, i mazzi di cipolle, le cianfrusaglie più strane. Oppure annusate, nelle piccolissime botteghe, le spezie coloratissime, osate chiedere e fatevi preparare un mix a base di curcuma, zenzero e cannella.

  3. Scorci di Tangeri

    Scorci di Tangeri

    Se andate a Tangeri in giornata, per rientrare poi in Spagna, almeno un té alla menta dovrete berlo. Ve lo servono bollente, in un bicchiere di vetro alto e stretto riempito di foglie di menta profumatissime. Il té è molto zuccherato, come vuole tradizione, e di un bel colore ambrato. Ve ne innamorerete all’istante.

  4. Nonostante la gran confusione, non esiste il pericolo di essere derubati, né avrete mai la sensazione che qualcuno stia puntando alla vostra borsa. Gli unici, fastidiosi, individui, sono coloro che cercheranno a tutti i costi di vendervi qualcosa o si offriranno di accompagnarvi per la città, ma non rischierete mai di essere derubati. Tangeri è una città caotica, ma non dovete temere per la vostra sicurezza.

Questi sono i 10 consigli che mi sento di potervi dare dopo aver trascorso una giornata a Tangeri. Prendendo il primo traghetto del mattino da Tarifa e il traghetto delle 17 (ora locale) da Tangeri avrete trascorso un intera giornata in un universo totalmente diverso da quello cui siamo solitamente abituati.

Tangeri è la porta del Marocco. Sono rimasta sulla porta, questa volta, ma vi assicuro che non vedo l’ora di passarla e di andare oltre, per scoprire le altre città di questa terra così lontana così vicina.

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Non puoi dire di essere stato ad Alicante se non passeggi per il Barrio Santa Cruz.

Si tratta di un quartiere totalmente a sé della città, in alto, appena al di sotto del Castillo di Santa Barbara. Questo è l’antica fortezza moresca occupata poi dagli Spagnoli cristiani e riconvertita in castello cattolico. Una grande bandiera gialla e rossa orgogliosamente ricorda che siamo in territorio spagnolo.

Il Barrio Santa Cruz è un quartiere piccolo e suggestivo della città vecchia, la quale a sua volta era la città fortificata degli Arabi; siamo dunque all’interno del nucleo storico più antico della città, che ancora è chiamato Villa Vella. E qui, vuoi per il pendio ripido, vuoi per la difficoltà di realizzare grandi strade, non è arrivato nulla dell’architettura moderna dei grandi palazzi della città bassa.

Poche stradine che salgono, sulle quali affacciano, da un lato e dall’altro, case di abitazione piccole, bianche, con le facciate decorate da finestre e vasi di fiori coloratissimi e vivaci. Su ogni casa è indicato il nome del proprietario: questa è casa di Maria, quella di Pedro, quell’altra di José. Stupendo. Sembra di essere in un pueblo sudamericano oppure su un’isola greca. Invece no, siamo in un angolo di Spagna mediterranea.

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Noi siamo arrivati al quartiere dal retro, iniziando la risalita che porta al Castillo di Santa Barbara. Il Castillo in realtà è costituito da una lunga fortificazione che percorre tutta la sommità dell’altura, l’Alcazaba, e poi dal castello vero e proprio.

Le casette di Barrio Santa Cruz

Le casette di Barrio Santa Cruz

Il Barrio Santa Cruz si dispone a mezza costa al di sotto dell’Alcazaba moresca. Essendo un quartiere abitativo, non troverete né tapas bar, né ristoranti né alcuna attività ricettiva, solo case di abitazione i cui proprietari stanno tranquillamente seduti in mezzo alla strada. Quartieri ancora così “puri” se ne trovano pochi all’interno delle città moderne, e per questo mi colpisce ritrovarmici qui, ad Alicante.

Arrivando sul lato mare, poi, il quartiere sbuca in uno spiazzo dal quale, volendo, si ridiscende verso la città bassa. Siamo nel Parque de la Ereta, un bel percorso nel verde, tra alberi, fiori, acqua e terrazze digradanti che assecondando il pendio ci riportano verso il basso, fino alla Basilica di Santa Maria, un edificio gotico che consacra definitivamente la città ai Cristiani, dopo la cacciata dei Mori. La Ereta è un giardino molto ben congegnato: una passeggiata piacevole tra i fiori lilla di pawlonia, all’ombra della rocca su cui sorge il Castillo di Santa Barbara. Ed è passeggiando in questo settore della città che se ne apprezza la storia, guardando là davanti a noi, lo specchio argentato del mare.

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Ma il bello del Barrio Santa Cruz, che nessuna descrizione può dare, è l’effetto che ti fa non appena vi metti piede. Sai quando dici “Stupendo!” e non ti capaciti di essere in un posto simile? Ecco, appena ho messo piede in questo quartiere, e ho visto le sue casette bianche decorate con azulejos e vasi di fiori ho pensato che queste viuzze non c’entravano nulla col resto della città, eppure erano la sola cosa della città che meritasse vedere. Più tardi, nella città bassa, ho corretto il mio giudizio a favore di Alicante, e già la discesa del Parque de la Ereta col suo tappeto di fiori lilla aveva contribuito, ma il Barrio Santa Cruz si è meritato un posto speciale nel mio cuore.