Archeologia industriale a Firenze: il gazometro fuori Porta San Frediano

Quanto i Fiorentini stessi possono dire di conoscere davvero del tutto la loro Firenze? Ogni tanto mi capita di passare da via dell’Anconella, ad esempio quando vado a cena in zona San Frediano, oppure quando nel corso delle mie passeggiate lungo l’Arno mi allungo oltre la Porta San Frediano. Qui appare alla mia vista una struttura davvero insolita: un cilindro costituito da 16 colonne in lamiera sormontate da un bulbo – o una fiaccola – una struttura che al tempo stesso sembra industriale ed elegante, quasi un’installazione di arte contemporanea. Inoltre si trova all’interno di un piccolo parco pubblico per cui, a chi passa velocemente da questa via di passaggio, la struttura potrebbe apparire come un’immenso gazebo o recinto. Tante volte mi sono chiesta “ma che è ‘sta cosa? Ma che rappresenta?”. E poi la soluzione era la più semplice di tutte, scritta proprio lì, davanti al naso, nei toponimi di via della Fonderia e della chiesa di Santa Maria del Pignone. Sì, perché l’area nella seconda metà dell’800 era occupata dalle fonderie del Pignone. Distretto industriale fiorente, appena all’esterno della cinta muraria della città, cresceva talmente tanto che negli anni ’20 ne fu disposto il trasferimento in un’area lontana dalla città (per l’epoca): in quella che oggi si chiama Firenze Nova, dove infatti ha sede la Nuovo Pignone (GE Oil&Gas).

gazometro firenze

Ma andiamo con ordine. Che cosa c’era qui allora all’inizio del Novecento? Iniziamo col dire che nella seconda metà del Settecento quest’area, posta lungo la riva sinistra dell’Arno, immediatamente all’esterno di Porta San Frediano, cominciò a popolarsi, grazie alla presenza di un piccolo porto fluviale cui attraccavano i “navicelli”. E proprio il pignone in pietra cui venivano attraccati i navicelli avrebbe dato il nome al quartiere. Nel 1842 nacque la Società Anonima Fonderia del Pignone; nel 1856 nell’annessa officina meccanica fu realizzato il primo motore a scoppio. La fabbrica si distinse anche per la produzione di armi, cosa che si rivelò molto utile e redditizia durante la Prima Guerra Mondiale. L’azienda crebbe, tanto che nel 1923 fu necessario trasferire lo stabilimento nella zona di Firenze Nova, dove divenne il Nuovo Pignone. Il complesso industriale fuori San Frediano fu interamente demolito. Fu risparmiato soltanto l’ex-gazometro. Ecco allora cos’è la nostra particolarissima architettura, che a vedersi sembra allo stesso tempo elegante e terribile.

gazometro firenze

Le colonne del gazometro si stagliano minacciose contro il cielo plumbeo

Il gazometro fu installato nel 1846, con lo scopo di immagazzinare e regolare la pressione del gas di città, impiegato per usi domestici, riscaldamento e illuminazione pubblica. La struttura è costituita, nella parte aerea, da 16 colonne in lamiera, i condotti del gas, sormontate da altrettanti bulbi (o fiaccole, dato lo scopo che il gazometro si prefiggeva); nella parte sotterranea vi era un serbatoio che conteneva una vasca d’acqua profonda 9m, mentre a livello del suolo c’è un anello in muratura alto 4m, ancora molto ben visibile. Il gazometro fu utilizzato finché l’avvento del metano non ne decretò l’inutilità quasi da un giorno all’altro. Allora fu lasciato a testimonianza del passato industriale di questo piccolo distretto e attualmente è inglobato in un piccolo parco pubblico (bruttino e mal tenuto, ahimè) accanto ad un circolo ricreativo per anziani.

Il gazometro dell’Ex-Pignone è un monumento di archeologia industriale. Come tale va tutelato perché parte del nostro passato, dunque, a suo modo, del nostro patrimonio culturale. E va conosciuto e riconosciuto. Altrimenti continueremo a passare in via dell’Anconella, a girarci verso sinistra, a guardare con occhio incredulo e stupito, curioso, la struttura circolare davanti ai nostri occhi e però, poi, a proseguire in avanti, come se niente fosse.

gazometro firenze

*Fonti: non avrei mai scoperto cosa fosse questo cilindro in lamiera se non mi fosse capitata per le mani l’interessantissima “Guida all’archeologia industriale della Toscana“, di Giuseppe Guanci: un librino prezioso per esplorare il territorio e le città con occhi diversi, volti a guardare anche i dettagli, le piccole cose. Allora scoprirete che anche le vecchie officine e industrie hanno il loro fascino, e che l’archeologia industriale è il ringraziamento più sentito a chi vede in essa un motore di ripartenza delle città.

Venezia val sempre un giretto

Sono stata mercoledì a Venezia per motivi di lavoro, e avevo pensato che fosse un’ottima idea andare proprio in occasione del Carnevale: non di Giovedì Grasso, ma comunque nel periodo in cui la città si riempie di gente in maschera che è un piacere ammirare e incantarsi a guardare. Purtroppo, diversamente da quanto mi aspettavo, la città non era così brulicante di maschere. Per dir la verità non c’erano neanche quelle folle di turisti che mi aspetterei in un periodo così clou per Venezia. Risultato: pochi personaggi in maschera, ma possibilità di girellare per le calli senza l’uggia della troppa folla che non scorre.

image

La mia meta della giornata era il Museo Archeologico Nazionale di Venezia, sito nel Palazzo delle Procuratie Nuove in piazza San Marco. Pur essendo un museo nazionale, condivide con il Museo Correr, museo civico, l’ingresso e il biglietto. Il risultato è che solo in pochi tra i visitatori del Correr si accorgono di stare visitando anche il Museo Archeologico da un certo punto in avanti. Il museo (che ha un blog sul quale informa delle sue attività, uno tra i pochi musei italiani ad aver scelto lo strumento blog come mezzo di comunicazione col pubblico) tra l’altro ha una storia importante, perché è uno dei primi musei pubblici d’Europa, grazie alla donazione di due collezionisti veneziani, Domenico e Giovanni Grimani, che vollero lasciare in eredità alla città di Venezia la propria collezione di opere d’arte antica, greca e romana. Ciò avvenne già a fine Cinquecento e il Museo ha sede in quest’ala degli edifici di Piazza San Marco da quell’epoca. Una lunga storia da raccontare, e una bella collezione d’arte antica da scoprire.
Dal museo si gode una bella vista su piazza San Marco, che in questi giorni è allestita per il carnevale con un teatrino di legno sul quale si susseguono spettacoli e intrattenimenti.
Visto che in giro si vede poca gente travestita, preferisco andare a pranzare e poi a ritornare verso la stazione passando per zone che mi sono meno familiari, fuori dal solito classico tragitto che passa accanto o attraverso Rialto.

image

Per pranzo sono stata alle Zattere, un tratto di passeggiata affacciata sul canale della Giudecca  (da cui, mi dicono, si gode di una vista privilegiata sull’ingresso in Laguna delle navi da crociera…). Dopo il pranzo mi viene consigliato di prendere il “gianduiotto” alla gelateria Da Nico: un bicchiere colmo di panna montata nel quale viene immersa una bella fetta di mattonella al cioccolato e nocciole, il gianduia che dà il nome a questa coppa-bomba. Inutile dire quanto sia godurioso, e in una giornata calda come questa fa proprio bene al cuore!

venezia

Uno squero, rimessa per la costruzione di gondole

Passeggio per le Zattere, che sono poco note ai turisti e quindi più vissute dai veneziani, quindi mi inoltro attraverso calli e sestieri che mi portano a scoprire uno “squero”, la rimessa in legno dove costruiscono le gondole, e poi scorci nuovi e incantevoli. Che poi trovatemi uno scorcio di Venezia che non sia incantevole: un affaccio su un canale, una facciata di un palazzo, un campanile in lontananza, ogni volta che si gira lo sguardo non si può restare insensibili alla bellezza. Perché di bellezza si tratta.

image

E allora me ne torno al treno, alla Stazione di Venezia S.Lucia per raggiungere la quale bisogna attraversare un ponte su Canal Grande. E questo sì che è sempre la stessa vista che rivedo tutte le volte, ma non c’è niente da fare, ogni volta mi incanto a contemplare questa visione e torno verso casa con gli occhi pieni di bellezza. Perché di bellezza si tratta.

image

Che bella sorpresa il Borough Market!

Proprio sotto London Bridge, sul lato Southwark del Tamigi, si trova ciò che non ti aspetti: un mercato alimentare in parte coperto nel quale le vostre papille gustative andranno in estasi!
Nel pieno centro di Londra si trova il Borough Market: un’elegante struttura in ferro ospita, al di sotto del ponte della ferrovia, adiacente al Tamigi, il regno dello street food londinese. Se pensavate che Camden Town, con i suoi banchini di street food etnico, fosse il luogo privilegiato per un pranzo all’aperto ma di gusto, con tanta scelta e varietà nell’offerta, al Borough Market letteralmente impazzirete.
image
Si va dall’etnico, cinese, indiano, spagnolo, tedesco, al vegetariano, senza scartare naturalmente la cucina inglese, qui ben rappresentata dalle pies a base di carne e dalle zuppe; ci sono poi i banchini dedicati ai dolci, quelli dedicati al bere e poi si trovano i banchi alimentari veri e propri: frutta e verdura, pane, carne o pesce, salumi, prodotti di importazione o fusion (come il banco che vende prodotti calabresi e, per quanto riguarda l’aspetto fusion, la ‘nduja del Kent).
image
Un mare di gente si riversa qui in pausa pranzo e durante il giorno è un viavai continuo di gente, non solo inglesi, non solo turisti.
Il Borought Market non è considerata una tappa fondamentale in un viaggio di un week-end a Londra, eppure non andrebbe scartata in un itinerario che passando da London Bridge, o risalendo il Tamigi dal Globe Theatre, vuole continuare la passeggiata fino al Tower Bridge, il ponte più caratteristico sul Tamigi.
La grande struttura in ferro verde e vetro che ospita il Borough Market è un bel padiglione elegante e impreziosito dagli orologi che pendono dal soffitto e dalle colonnine che alleggeriscono la struttura.
image
Al di sotto è un brulicare continuo di gente che mangia, che beve, che fa la spesa, che chiacchiera in allegria con colleghi e amici. È uno spaccato di vita di quartiere a due passi dalla City. Perché se da qui si attraversa London Bridge si entra nel cuore finanziario di Londra, nel cuore pulsante e frenetico, dove tutti camminano veloce, dove sempre nuovi cantieri costruiscono a tempo di record grattacieli futuristici ridisegnando giorno dopo giorno lo skyline. Ma noi ora siamo al Borough Market, è ora di pranzo, e ci godiamo la nostra buonissima meat pie al freddo, sì, ma lontano dal frastuono della Londra frenetica.

I più bei borghi del Ponente Ligure

Ligure fuori e ligure dentro, non ho mai speso un post d’insieme per dirvi quali sono secondo me i borghi più belli della Riviera Ligure di Ponente. Da buona imperiese la mia scelta ricade principalmente sui paesi più caratteristici della provincia di Imperia, con qualche illustre rappresentante della provincia di Savona. Pronti per scoprire con me i borghi più belli del Ponente, i più curiosi, quelli in cui ci si perde volentieri sia d’estate che d’inverno? Perché molti conoscono la Liguria solo per il mare oppure per le Cinque Terre e Genova ma, senza nulla togliere a queste, il Ponente ha molto da raccontare e molto da donare a chi ne sa cogliere l’essenza. E allora allacciate le cinture, che si parte!

Claude Monet, Bordighera, 1884

  • Apricale

Borgo medievale sospeso nel tempo, questo piccolo paesino abbarbicato alla propria altura è una dedalo di viuzze e carrugi, i classici vicoli che caratterizzano i paesini liguri di mare e d’entroterra, con le sue botteghine caratteristiche e un castello, sulla sommità del borgo, come vuole tradizione. Apricale Si trova nell’entroterra della Val Nervia. Ventimiglia è laggiù, in riva al mare, mentre da qui la vista spazia sulle aspre colline che seguono il fiume Nervia verso valle. Percorsi antichi, borghi antichi, castelli antichi, quando era meglio vivere arroccati sui monti che non in pianura, perché il pericolo è sempre alle porte, e sui monti ci si può difendere. La Liguria è una terra aspra e poco generosa, ma proprio per questo i suoi abitanti, forse anch’essi aspri e chiusi, sospettosi e cinici, sono forti d’animo, e di rado si lasciano abbattere. L’antico castello ospita oggi eventi, la piazza sottostante è un luogo di ritrovo e di svago, sulla quale si affacciano le due chiese del paese: il cuore del borgo da sempre.

Apricale è uno dei Borghi più belli d’Italia, Bandiera Arancione, garanzia di qualità, di genuinità e di rispetto della tradizione. In realtà la Liguria vanta diverse Bandiere Arancioni, ma Apricale è stata la prima, pertanto vanta un primato. Inoltre, e lo dico per chi apprezza il genere, ad Apricale ha sede un ottimo birrificio artigianale che produce birre di grande qualità da prima che le birre artigianali italiane diventassero di moda. Motivo in più per andare ad Apricale, no?

  • Dolceacqua

dolceacquaDolceacqua non la dimentichi facilmente. il borgo si adagia sul fiume Nervia, che lo divide in due parti, collegate tra loro dall’impressionante ponte medievale a schiena d’asino che ne contraddistingue l’immagine e che tanto colpì il pittore Claude Monet, il quale nel 1884 soggiornò nel Ponente Ligure e letteralmente si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse come una bella donna, alla luce del sole, in tutto il suo splendore. Un’altra cosa rende caratteristica Dolceacqua, ed è il suo castello medievale, in cima al borgo, dalla silhouette inconfondibile: un quadrilatero con due torrette laterali, che è stato oggetto di indagini archeologiche e di restauro in anni recenti, e dal quale si domina la vista su tutta la vallata, fino al mare nelle giornate terse. Il borgo si inerpica fino al castello attraverso vicoli oscuri, carrugi inospitali tra vecchi e alti edifici attraverso i quali quasi non filtra il sole. Dolceacqua è poesia, che Monet riuscì a tradurre in pittura. La prima edizione delle Invasioni Digitali ebbe tra le mete proprio il centro storico di Dolceacqua: questo il post in cui raccontavo quell’avventura, sempre attuale, nonostante l’invasione abbia avuto luogo nella primavera del 2013.

  • Seborga

In Liguria abbiamo una monarchia. Ebbene sì, negli anni ’60 un piccolo paese dell’entroterra di Bordighera decise non solo di dichiararsi indipendente dal resto d’Italia, ma di eleggere il proprio re, e di battere moneta propria; così dopo Giorgio I, che fu re dal 1963, oggi è seduto sul trono re Marcello I. Il principato di Seborga naturalmente non è riconosciuto dallo stato italiano, ma è senz’altro una trovata simpatica che attira coloro che, di passaggio nel Ponente Ligure, hanno voglia di abbandonare la costa per pochi km. Per il resto è un borgo di origine medievale che si trova a mezza costa, ben curato e colorato, da visitare in una bella giornata di sole primaverile.

  • Triora

Ci spostiamo dalla Val Nervia alla Valle Argentina.  Triora è il paese delle Streghe. Ebbene sì, Triora è nota da sempre, e ovunque, per essere il borgo delle streghe. O meglio, il borgo in cui furono processate e condannate tante povere donne innocenti per atti di stregoneria. Siamo nell’epoca in cui l’Inquisizione raggiunge le più alte vette di sadismo e cieca cattiveria. A farne le spese le povere donne montanare e ignoranti, com’era all’epoca, a fine Cinquecento, vittime di una misoginia che dal clero genovese contagiò con ben poche difficoltà i bifolchi abitanti maschi della vallata e del paese, uomini brutali che volevano solo una vittima da incompare per un cattivo raccolto o una carestia. Il processo di Triora è ormai storia, e Triora ha trasformato questo brutto episodio del suo passato in occasione di rilancio turistico, che ogni anno attira folle di visitatori e turisti, o anche abitanti moderni della vallata. E non solo, a Triora (e dove sennò?), c’è il museo etnografico della stregoneria: perché aldilà del mito, della leggenda, delle code di rospo e ali di pipistrello, il dramma di quelle povere donne del borgo fu reale, ed è giusto che la loro tragica storia venga raccontata e sia conosciuta.

  • Mendatica

Il borgo di Valloria

Cambiamo di nuovo vallata, la Valle Arroscia. Qui siamo nel remoto entroterra di Imperia, in montagna: le piste da sci di Monesi sono poco distanti, e siamo nelle terre della transumanza, da dove passavano gli armenti che tra estate e inverno si alternavano (si alternano) per raggiungere i pascoli estivi o invernali. A Mendatica un piccolo museo diffuso porta alla scoperta di una vita pastorale che era una realtà fino a pochi decenni fa, mentre molti edifici ancora parlano di una vita rurale ormai quasi dimenticata anche se preservata. Il tempo sembra essersi fermato e certo la Liguria costiera, quella delle spiagge oppure degli oliveti è ben lontana. Se nel resto della Liguria la gente d’estate cerca il mare, qui dal mare fugge per ristorarsi al fresco dalla calura d’agosto. Da qui si domina un bel panorama sulla vallata che scende al mare. La piccola chiesa della Madonna dei Colombi offre un bel panorama del borgo, che si adagia sulla cima della sua montagna, a controllo della vallata.

    • Valloria

Porta dipinta a Valloria

Nella val Prino, entroterra di Imperia, tra fasce di oliveti secolari e lungo la Via dell’Olio, sorge Valloria, paesino come tanti qui a mezzacosta, e però con una particolarità: le sue porte dipinte. Negli scorsi decenni numerosi artisti si sono avvicendati nel dipingere le porte delle case del borgo: veri capolavori di street art, che conferiscono al borgo una sua vivace personalità. Le porte di Valloria sono una passeggiata artistica e l’occasione di una conoscenza più approfondita dell’entroterra ligure e dei suoi paesini. Passeggiare per Valloria alla ricerca delle porte è poi un ulteriore incontro con i tipici carrugi liguri, bui e stretti, ripidi a seguire il saliscendi impervio del terreno. Il panorama spazia sulla vallata sottostante, si spinge fino al mare, guarda sulle colline circostanti gli altri paesini dispersi tra gli oliveti, o le chiese solitarie, come il Santuario della Madonna del Piano, a Tavole, piccolo gioiellino che merita una deviazione e una sosta.

    • Cervo

La chiesa dei Corallini a Cervo

Cervo è forse il più caratteristico dei borghi medievali del Ponente. Innanzitutto sorge sul mare, o meglio, su un’altura che scende direttamente al mare. Proprio dal livello del mare si entra nel borgo, salendo di carrugio in carrugio, passando accanto a vecchi edifici, alti muri che nascondono giardini, archi che tolgono la luce ma che stringono di più e creano intimità, dino ad arrivare, attraverso queste salite dove non filtra il sole, nella piazza della chiesa di San Giovanni, una terrazza proiettata sul mare, cui fa da sfondo la maestosa facciata barocca della chiesa, un tripudio di colori che forse contrasta con la personalità dei pescatoridi coralli liguri cui la chiesa stessa è dedicata. E ancora, si sale e si sale, attraverso nuovi vicoli e carrugi sempre più bui, sempre più spessi,sempre più suggestivi, che convergono, in cima al borgo, nella piazza del castello, oggi museo etnografico. Un salto nel tempo, davvero molto romantico.

    • Zuccarello

Quel ponte a schiena d’asino posto sul fiume Neva è il carattere distintivo di questo piccolo borgo nell’entroterra di Albenga. Anche qui siamo in età medievale, il castello in cima alla collina domina il paese inriva al fiume. Caratteristici i portici della via principale del borgo, con colonne tozze e basse, un’architettura pesante ma comunque elegante e adatta a queste terre: visitate Zuccarello in inverno, e vi renderete conto che i portici sono necessari, oltre che piacevoli da percorrere. Il castello rimane in altura, domina dall’alto il borgo e il torrente.

  • Noli

Borgo di mare, ha una storia lunghissima ed illustre: il borgo nel Medioevo fu infatti una Repubblica Marinara accanto alle più note Genova, Pisa, Amalfi e Venezia, e rimase indipendente fino alla fine del Settecento pur se non batteva moneta: una San Marino del Ponente Ligure ;-) . Come tale La bella chiesa romanica di San Paragorio è uno tra gli edifici religiosi più importanti della regione, ma tutto il borgo in sé, affacciato sul mare, è uno splendido gioiello incastonato in un’insenatura chiusa da una parte dalla piccola isola di Bergeggi e accanto alla Baia dei Saraceni.

  • Finalborgo

È il più grande tra tutti questi borghi di cui vi ho parlato. È una vera e propria cittadina, anzi, ed è piacevolissimo passeggiare tra le sue vie, ricche di botteghine, caffetterie e ristoranti. Un bel museo archeologico racconta la bellezza dell’antichissima storia di questo territorio, che fu abitato dall’uomo fin dalla Preistoria, quando viveva nelle caverne delle alture circostanti. Si entra nel borgo medievale dalla porta della città, lungo una via selciata su cui affacciano alti edifici. Le stradine non sono larghe, perché il borgo conserva pressoché intatti i suoi caratteri medievali, e la cittadina nel suo complesso è curata, un luogo piacevole nel quale trascorrere un pomeriggio. Finalborgo rimane lievemente arretrato rispetto al mare e al passaggio della via Aurelia, sorge proprio alle pendici dell’altura, comunque vicina al mare, sulla quale ci si può inerpicare per raggiungere le rovine del castello.

Questi sono, secondo me, i borghi imperdibili del Ponente Ligure. Secondo voi invece quali sono i paesini liguri da non perdere?

Fashion Museums in Florence 4): il Museo del Tessuto a Prato

museo tessuto prato

L’avete mai visto da vicino un telaio? Eccolo nella prima sezione del Museo del Tessuto di Prato

Lo so, lo so, Prato non è Firenze, anche se molto vicina geograficamente. E lo so, lo so, il Museo del Tessuto non è un museo di moda, ma permettetemi di dire che se non esistessero i tessuti, non esisterebbe neanche la moda. Così, in questo itinerario nato un po’ per caso, un po’ per curiosità, dei musei della moda di Firenze, e che mi ha portato dapprima nei musei dei due grandi marchi Ferragamo e Gucci e poi in quel museo di storia della moda che è la Galleria del Costume, non potevo non completare il cerchio con il museo del Tessuto. Museo molto didattico, il suo percorso si svolge su due livelli: un’introduzione teorica ai tessuti, con l’illustrazione delle materie prime e delle fibre naturali, artificiali e sintetiche, quindi dei processi di lavorazione, filatura, cardatura, tessitura e tintura; il secondo livello è dedicato invece alla storia di Prato come centro di produzione tessile. La storia della tessitura a Prato è in effetti lunga e avvincente: inizia nel Medioevo, agli inizi del XII secolo, lungo il corso del fiume Bisenzio, sul quale erano installate le gualchiere per follare i panni di lana. Se non sapete che vuol dire “follare” dovete tornare indietro nel percorso: la follatura è un processo di lavorazione della lana che consiste nel compattamento del tessuto anche per impermeabilizzare. E torniamo alla storia della produzione tessile a Prato. Per il processo della follatura era necessaria l’acqua, per cui le acque del Bisenzio vennero convogliate in un canale detto Gorone e poi divise in tre gore che attraversavano il contado e il centro abitato (e che solo nel Novecento sono state interrate).

Tra i personaggi che si impongono nella storia della produzione tessile di Prato va segnalata la figura dell’imprenditore Francesco di Marco Datini. Costui riuscì a costituire un’attività su scala internazionale che collegava gli opifici di tessitura di Prato a Genova, alla Catalogna e alle Baleari, con le quali commerciava i prodotti finiti, alla lontana Inghilterra nella quale si procurava anche la materia prima, e a Firenze dove aprì una banca: un’attività imprenditoriale che seguiva tutta la filiera di produzione, dal reperimento delle materie prime fino alla commercializzazione del prodotto finito.

museo del tessuto prato

Macchinari per la lavorazione dei cenci – Museo del Tessuto Prato

Un altro personaggio importante per la Prato legata alla produzione tessile è Giovan battista Mazzoni che introduce la meccanizzazione della filiera tessile, imprescindibile premessa per la produzione su scala industriale. Questa ha poi un grande grandissimo sviluppo con l’introduzione della tecnologia della lana rigenerata. Di che si tratta? E’ la fibra ottenuta dalla stracciatura dei “cenci”, abiti, tessuti e scarti di sartoria, destinata ad essere nuovamente filata. Questa tecnologia prende particolarmente piede a Prato, dove addirittura si forma la figura professionale del cenciaiolo, colui che al tatto riesce a classificare la qualità e le caratteristiche degli stracci in vista di un loro riutilizzo. In questa produzione, Prato diventa il centro più importante su scala internazionale e la sua fortuna come centro tessile è tuttora dovuta a questo tipo particolare di lavorazione.

Un video 3D a misura di bambino racconta l’importante ruolo della tessitura a Prato, mentre nella sala sono esposti, oltre ad alcuni abiti di collezione, anche i macchinari per la lavorazione dei cenci e i cenci stessi, raccolti e suddivisi a seconda del colore o della qualità del tessuto. Video e touch screen aiutano nella comprensione e completano il percorso espositivo.

Il museo riesce a rendere semplice un processo e una materia che semplice non è, ma soprattutto riesce a incuriosirci su un argomento che magari ci interessa poco e che però è fondamentale per noi: da dove vengono i vestiti che indossiamo? Lo diamo per scontato, eppure dietro il più semplice capo di abbigliamento, il più piccolo frammento di stoffa, c’è un lavoro e un saper fare sorprendenti, una storia che il Museo del tessuto di Prato oggi ci racconta.

Fashion Museums in Florence – 3) Galleria del Costume a Palazzo Pitti

In un itinerario che tocchi i musei della moda di Firenze (abbiamo già visto il Museo Ferragamo e il Museo Gucci), non può mancare una visita alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti. La Palazzina della Meridiana di Palazzo Pitti ospita infatti uno spazio museale dedicato alla storia della moda e dell’abbigliamento. Concepito per esposizioni temporanee che si alternano volta volta, per permettere a parti sempre diverse dell’imponente collezione di uscire ogni tanto dal “guardaroba” fa sì che attraverso vestiti e accessori si possano raccontare aspetti diversi della storia del Costume italiano e non solo. E’ un museo dinamico, in questo senso, e oltre ad essere l’unico museo di storia della moda in Italia è anche uno dei più importanti al mondo.

galleria del costume

Dettagli di stile nell’eclettica collezione di Cecilia Matteucci Gavarini, una delle “Donne protagoniste” alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti

In questo momento, la sua esposizione è dedicata a “Donne protagoniste”: modaiole, collezioniste di abiti, stiliste, fashion victims di altri tempi, donne che col loro gusto hanno fatto tendenza e in qualche caso sono diventate vere e proprie icone.

Tanti i nomi, più noti e meno noti: Eleonora Duse; la stilista di primo Novecento Rosa Genoni, che per prima incoraggiò il Made in Italy nella storia della moda, prendendo come spunto l’arte italiana del Rinascimento; la giornalista di moda Anna Piaggi, una Miranda da “Il diavolo veste Prada” ante litteram, che inventò il vintage prima ancora che ne venisse coniato il termine; Susan Nevelson, partner di Ken Scott, stilista e artista eccentrica; Lietta Cavalli, artista più che stilista, grande innovatrice; Cecilia Matteucci Lavarini, una vera fashion victim, collezionista eclettica di haute couture e costumi orientali.

Queste esposizioni temporanee, se da un lato faranno sbadigliare il vostro accompagnatore, a voi donnine che mi leggete manderanno sempre in visibilio: abiti sontuosi, di ogni tempo e luogo, realizzati per una qualche occasione, indossati da qualche illustre personaggio… Vedere questi abiti su un manichino, trasformati in opere d’arte o documenti del passato conferisce loro un senso quasi di profonda reverenza. Quello della moda è davvero un ambito artistico di cui è bello approfondire la conoscenza: nulla ci è più familiare e quotidiano dei vestiti che indossiamo, e ho scoperto che scoprirne l’origine, la storia, le curiosità è un modo ulteriore per sapere qualcosa in più sulla nostra società e sulla nostra cultura.

Non solo abbigliamento nelle creazioni artistiche di Lietta

Non solo abbigliamento nelle creazioni artistiche di Lietta Cavalli

Una mostra temporanea è attualmente dedicata a Piero Tosi, costumista originario di Sesto Fiorentino che recentemente ha vinto un oscar alla carriera per i suoi lunghi anni di lavoro accanto a grandi registi e per la realizzazione di numerosi film. Realizza gli abiti della Medea di Pasolini, della Locadiera di Visconti, lavora con Franco Zeffirelli, Federico Fellini, Liliana Cavani, Mario Monicelli, Vittorio De Sica. I suoi costumi sono sempre caratterizzati da una grande attenzione al modello storico di riferimento, al contesto, senza tralasciare ovviamente la personalità e la psicologia del personaggio per cui è disegnato.

galleria del costume

costumi di scena per la Medea di Pasolini

Ma la parte più interessante del percorso espositivo della Galleria del Costume, quella per cui davvero si può parlare di storia della moda, è l’esposizione degli abiti con i quali furono seppelliti Cosimo I Medici, Eleonora di Toledo e il loro figlio Garcia. Gli abiti, recuperati dalle loro salme molti anni fa, e variamente conservati fino al loro restauro in anni relativamente recenti, erano ormai per molta parte consunti e scomparsi. Il restauro ha permesso di ricostituire alcuni capi del loro abbigliamento, come il panciotto di Garcia (con un’imbottitura sulla pancia a simulare la pancetta!), e il busto di Eleonora di Toledo.

il busto di Eleonora di Toledo, risalente alla metà del Cinquecento

il busto di Eleonora di Toledo, risalente alla metà del Cinquecento

Le stanze nelle quali questi autentici documenti dell’abbigliamento signorile di metà Cinquecento sono conservati sono molto buie, per preservare il più possibile i tessuti da un’ulteriore degrado dovuto alla luce. Scordatevi comunque di vedere sontuose gonne e preziosi mantelli: lo stato di conservazione non è dei migliori perché veramente poco si è preservato; ma è quel tanto che basta per rendersi conto di come vestivano, un documento che va ad aggiungersi a ciò che i dipinti dell’epoca ci mostrano. E sembrerà strano, ma vedere i loro abiti li rende molto più vicini a noi di quanto non si creda, non semplicemente personaggi storici, ma persone vere e vive: così posso immaginarmi davvero Cosimo I o Eleonora di Toledo aggirarsi con indosso quegli abiti per i loro appartamenti di Palazzo Vecchio.

Se riuscite a staccare gli occhi dagli abiti esposti, date un’occhiata agli arredi e ai soffitti affrescati: la Palazzina della Meridiana è un corpo annesso al complesso di Palazzo Pitti, cui si accede anche dal Giardino di Boboli, voluto dal Granduca Pietro Leopoldo e realizzato tra fine Settecento e inizio Ottocento; fu scelta da Re Vittorio Emanuele II come dimora durante gli anni di Firenze Capitale d’Italia, e a seguire fu abitata da altri rappresentanti della casata Savoia. Le decorazioni, così come gli arredi, riflettono lo stile e i temi cari alla casa regnante italiana a fine Ottocento. Solo nel 1993 è diventata sede della Galleria del Costume, ma l’aria da residenza signorile, anzi principesca non l’ha mai perduta.

Fashion Museums in Florence – 2): Gucci Museo

Ecco, il Museo Gucci è il classico luogo che fa tendenza anche solo a nominarlo. Innanzitutto perché Gucci è Gucci, poi perché a Firenze non occupa uno spazio qualunque, ma addirittura il Palazzo della Mercanzia, in Piazza della Signoria, palazzo storico, edificato nel Trecento, che dal Trecento dunque è testimone della storia della città, così vicino com’è al palazzo del potere, Palazzo Vecchio.
Il museo si sviluppa su tre piani, distinti per temi, ma secondo un percorso in qualche misura anche cronologico, che inizia con Guccio Gucci, che di mestiere faceva il liftboy (il facchino addetto all’ascensore!) nel prestigioso Hotel Savoy di Londra agli inizi del Novecento. A Guccio Gucci di certo non mancava la creatività, né tantomeno lo spirito di iniziativa. Studiò molto a lungo quei ricchi signori e quelle signore ben vestite che accompagnava in ascensore. Ne studiò l’abbigliamento, gli accessori, i bagagli, le necessità, i vizi e i vezzi. Poi tornò in Italia, a Firenze, e trasformò in pelle quello che aveva imparato. Nacque il marchio Gucci, dedicato fin dall’inizio proprio ad una clientela di un certo livello, con un’attenzione tutta particolare al lifestyle inglese.
image
Valigie da viaggio, bauli, beauty cases; coccodrillo, cinghiale, canapa: ecco cosa usciva dalla pelletteria Gucci nei primi decenni della sua esistenza (continuando anche dopo); e si impone da subito come marchio talmente elitario che nel 1979 viene realizzata in tiratura limitata addirittura una Cadillac Gucci, con i cerchioni col logo GG e gli interni a GG e striscia verde e rossa che contraddistingue il marchio: la si può ammirare in museo, al piano terra, e ci si può avvicinare tantissimo, e farsi una foto accanto, proprio come spesso si vede fare con le Ferrari o le Lamborghini a Montecarlo (sì, ehm, lo confesso: l’ho fatto anch’io. Ma ero giovane…).
image
Al piano superiore il museo ospita uno spazio dedicato all’arte contemporanea e un salotto cinema dove sono mostrati stralci di pellicole che la Gucci ha finanziato nell’ambito di The Film Foundation, fondata da Martin Scorsese per il restauro, la tutela e la conservazione di vecchie pellicole che andrebbero altrimenti irrimediabilmente perdute.
Poi si prosegue nel percorso museale: Gucci ci parla di Flora, una particolare linea della collezione, nata da un foulard floreale che fu donato a Grace di Monaco nel 1966 e che da lì ha avuto un’incredibile fortuna, andando a imporsi su borse, abiti, persino su una produzione di ceramiche fatta in collaborazione con la Richard-Ginori. Da ultimo, Flora è anche un profumo (un profumo, tra l’altro, che uso: e scoprire che il suo nome non è casuale ma ha una storia è stata davvero una sorpresa!).
Si prosegue poi con l’antro delle meraviglie per noi donne che sbaviamo sulle vetrine delle belle boutiques: una piccola collezione di abiti da sera e da gala disegnati per le dive del cinema: è la linea Gucci Prémière, lanciata da Frida Giannini nel 2010, e io sono letteralmente impazzita per l’abito disegnato per Salma Hayek!
Al secondo piano ci dedichiamo più all’uomo, al lifestyle, al logo GG (che compare negli anni ’60) e al mondo dell’ippica da cui spesso Gucci trae ispirazione, mentre l’ultima sala è dedicata alla linea di borse Bamboo, così chiamate perché caratterizzate dal manico in bambù: anch’essa una produzione che si rinnova di anno in anno, collezione dopo collezione, assolutamente identificativa del marchio Gucci.
Prima di abbandonare il museo, non si può non sostare almeno per un caffè al Gucci Museo Caffè: un locale elegante, che fa anche ristorante, affacciato su Piazza della Signoria e che accoglie come avventori non necessariamente i visitatori del museo.
image
Dal 1921, quando Gucci aprì il primo negozio a Firenze, ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi Gucci è sinonimo di Made in Italy in tutto il mondo. E la sua storia merita di essere raccontata. Presentare questa storia in forma di museo è un modo per consacrare ulteriormente il marchio, per raccontare un altro volto del made in Italy e della Moda, insieme a Ferragamo. E forse non è casuale che sia stata e sia tuttora Firenze la loro città madre.