Malta: 10 cose da sapere prima di partire

Quest’anno, 2018, La Valletta è Capitale Europea della Cultura. Un’investitura che rende giustizia all’importante ruolo di Malta come crocevia del Mediterraneo nel corso di almeno 6 millenni.

malta 10 cose da sapere

In questo post vi racconto 10 cose da sapere su Malta, sulla sua cultura e società, ma anche sulla vita quotidiana e pratica, con la speranza di convincervi a visitare quest’arcipelago proprio quest’anno.

1) L’arcipelago maltese

Malta

Malta dall’aereo

La prima cosa da sapere è proprio questa: quando parliamo di Malta non ci riferiamo mai ad un’isola, ma ad un arcipelago, di cui Malta è certo l’isola principale, ma non la sola: Gozo, l’altra grande isola, che sta immediatamente a Nord, è anch’essa ricca di storia e di paradisi naturalistici: è considerata l’isola della ninfa Calipso, ovvero l’isola in cui, secondo l’Odissea di Omero, Ulisse avrebbe passato ben sette anni prima di decidere di rientrare a Itaca. La terza isola è Comino. Piccina, si trova esattamente tra le due più grandi, ed è nota perché ospita la spiaggia in assoluto più bella dell’arcipelago: la Blue Lagoon, un paradiso naturalistico, acque trasparenti e la possibilità di fare immersioni e snorkeling.

2) Guidare a Malta (e Gozo)

In quanto ex protettorato inglese, Malta ha ereditato dalla Gran Bretagna anche la guida. Se sulle prime la cosa genera qualche difficoltà a noi che non siamo abituati, in realtà dopo un po’ ci si prende la mano. Bisogna solo stare molto attenti a due cose: all’immissione nelle rotonde (a Malta sono tantissime) e a prendere bene le misure a bordo-strada: non essendo abituati, si rischia di calcolare male gli spazi di manovra. Comunque, tranquilli, non è difficile e vi basterà semplicemente guardare come si comportano gli altri automobilisti alla guida.

[leggi anche: Usare la macchina a Malta]

Il modo migliore per visitare Malta (e Gozo), del resto, è proprio in macchina. Per questo consiglio di noleggiare un’auto che ritirerete al vostro arrivo in aeroporto e che riconsegnerete al momento della partenza. In questo modo sarete liberi di poter spendere tutto il tempo che volete in una città o un’altra, in una spiaggia o un’altra, in un sito archeologico o un altro. E sarete liberi di costruire i vostri itinerari in totale libertà, svincolati da orari di autobus e da itinerari predefiniti.

3) Archeologia a Malta

Tarxien

Il tempio di Tarxien

Visto che parliamo di cultura, è bene conoscere l’aspetto più peculiare della cultura maltese: i templi megalitici. 6000 anni fa circa, prima che gli Egizi costruissero le piramidi, in questo minuscolo arcipelago nel mezzo del Mediterraneo i maltesi dell’età del Rame realizzavano strutture megalitiche, monumentali, costituite da immensi blocchi di pietra, che adibivano a tempio. I templi maltesi non trovano confronti in nessun’altra regione del Mediterraneo. Hanno una pianta a trifoglio, ovvero con tre camere circolari che si aprono a destra, a sinistra e in fondo a un corridoio. Non esistono nel Mediterraneo, né altrove, altri edifici con una pianta simile per quel periodo. L’isolamento maltese fu alla base di questa loro peculiare architettura. Si pensa che questi templi fossero dedicati alla dea madre, ma non è sicuro. Quel che è certo è che l’arcipelago è disseminato di templi.

Tarxien, nel centro di Malta, è il complesso templare più grande dell’arcipelago, ma lungo la costa dell’isola si trovano numerosi complessi.  Tra i più noti quello di Mnajdra e Hagar Kim, sulla scogliera, in alto sulla falesia a controllo del mare. A Gozo, i due templi di Gigantija ricordano fin nel nome l’imponenza delle architetture.

Un monumento totalmente diverso, ma unico nel suo genere è l’ipogeo di Hal Saflieni: un luogo costruito nelle profondità della terra, poco distante da Tarxien, e che doveva essere deputato al culto dei morti e della grande madre. Un luogo davvero impressionante.

[Per approfondire leggi: I templi maltesi]

4) L’occhio dei luzzu

La barchetta tradizionale maltese, il luzzu, è coloratissima e con due occhi portafortuna

I Luzzu sono le variopinte barchette tradizionali dei pescatori. Blu, rosse e gialle, hanno sulla prua, da un lato e dall’altro gli occhi, che guardano il mare e proteggono il pescatore dai pericoli. Quest’usanza è piuttosto antica, addirittura si fa risalire ai tempi dei fenici e dei greci: gli occhi, come ulteriore protezione e salvaguardia oltre all’occhio dei naviganti, salvavano dai pericoli della navigazione. L’usanza è rimasta intatta per millenni e ancora oggi i luzzu sono le barchette tradizionali dei pescatori.

Il luzzu è uno dei simboli di Malta, forse addirittura il simbolo più rappresentativo: era rappresentato, per esempio, sulle lire maltesi, prima dell’avvento dell’euro. L’euro è stato adottato a Malta nel 2008, 10 anni fa.

In tutti i porti e porticcioli di Malta si incontrano i Luzzu. Ma nel borgo di pescatori di Marsaxlokk essi sono i veri protagonisti. Marsaxlokk è un tranquillo borgo adagiato sul mare: sul lungomare affaccia la bella chiesa dalle forme barocche, e in uno dei suoi ristorantini si può gustare un buon pranzo a base di pesce appena pescato.

5) Caravaggio e i Cavalieri di Malta

In una passeggiata nella Capitale di Malta, non si può non entrare in Cattedrale. La cattedrale de La Valletta è il cuore dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, un ordine cavalleresco nato con finalità di ospitalità nell’XI secolo a Gerusalemme, durante la Prima Crociata. Dedito a San Giovanni, dopo alterne vicende quest’ordine scelse Malta come propria sede e qui, nella Cattedrale dedicata al loro santo protettore, chiamarono un artista del calibro di Caravaggio perché realizzasse due opere degne di lui. E Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, non deluse le aspettative: la Decollazione del Battista è un’opera intensissima, piena di drammaticità; rappresenta il momento in cui Giovanni Battista viene ucciso, in una cella, tenuto a terra dal suo boia, che potrà così portare la testa a Salomè, che l’ha chiesta ad Erode per soddisfare un suo capriccio.

caravaggio malta

Caravaggio, Decollazione del Battista, Cocattedrale di San Giovanni, La Valletta, Malta (credits: arte.it)

L’altro dipinto, molto meno drammatico, è San Girolamo scrivente: nella penombra un vecchissimo Girolamo, mezzo nudo, con la pelle del petto cascante come quella dei vecchi, scrive, mentre sul tavolo un teschio mezzo rovesciato è un richiamo all’antica iconografia del santo; osservandolo bene, si osserva il volto abbronzato, mentre il resto del corpo è pallido.

6) Gozo da scoprire

Rabat Gozo

Le mura della cittadella di Rabat e la sua cattedrale

La seconda isola dell’arcipelago maltese non ha niente da invidiare alla sorella maggiore. Anche qui si trovano i grandi templi megalitici (Gigantija), anche qui si trova una città con un glorioso passato, Rabat, nel cui nome si respira la più remota dominazione araba. La cittadina, che sorge nell’interno, domina su una vista panoramica eccezionale: difficile non accorgersi di nemici in arrivo da qui.

Gozo è nota anche per le sue meraviglie naturalistiche, tra spiaggia e formazioni rocciose naturali. Una di esse nel nord dell’isola,a Dweira, the Azure Window, è crollato recentemente: era un arco scavato incessantemente dalle onde, in questo punto molto alte, del mare. Un bel momento, onda dopo onda, l’arco ha ceduto, per fortuna senza danni a persone. Rimane il dispiacere per un capolavoro della natura che è andato distrutto, ma d’altronde in natura nulla è fisso e immutabile e, per quanto al momento del crollo vi siano state grandi polemiche ambientaliste, non credo sia da imputare all’incuria dell’uomo il crollo, quanto piuttosto ai fenomeni erosivi di lungo periodo comportati dal mare.

7) Bere a Malta: birra e Kinnie

A Malta è piuttosto radicata la produzione di birre. Ad agosto ogni anno il centro dell’isola si trasforma in una grandiosa festa/sagra dove la birra è protagonista. La Cisk è l’azienda principale di produzione, mentre la Lacto è per intenditori. In quei giorni la birra scorre a fiumi e pare che tutta l’isola si riversi tra gli stand di birra e di cibo.

Se non amate la birra o siete astemi, la Kinnie è ciò che fa per voi: è una sorta di chinotto, dolce e frizzante che io, personalmente amo alla follia! Tant’è che mia sorella, in crociera nel Mediterraneo, quando ha fatto scalo a Malta, mi ha portato in dono una bottiglia!

8) Che si mangia a Malta?

Posto buffo, Malta: è un’isola, eppure il piatto tipico è il coniglio.

No, non è vero, non c’è solo questo. La cucina maltese ha varie influenze, dalla Sicilia, la terra che le è più vicina, al Regno Unito, la nazione che l’ha occupata per lungo tempo. In più ha ingredienti suoi specifici, per cui si distingue per alcuni particolari piatti, sia di terra che di mare. Il coniglio di cui sopra è uno dei piatti più tradizionali: col nome di fenek stuffat, è cucinato in umido. Tra i piatti di terra abbiamo poi i bragioli, che sono involtini di carne cotti nel vino rosso, e i pastizzi, triangoli di pasta sfoglia ripiena di ricotta e piselli. Non manca comunque la quota mare, ed ecco subito una zuppa di pesce, Aljotta, giungere in nostro soccorso: l’onore marinaresco dei pescatori di Marsaxlokk è salvo.

Marsaxlokk

I luzzu in rada a Marsaxlokk

9) Imparare l’inglese

Malta è una delle mete preferite dai giovani per vacanze studio per imparare l’inglese. Il motivo non è difficile da capire: impari l’inglese la mattina a lezione, il pomeriggio vai in spiaggia e la sera ti butti in discoteca a Paceville/St.Julian’s e Sliema dove di notte non si riesce a camminare dalla gente che c’è. Tantissime vacanze studio e tantissimi corsi di lingua vengono organizzati anno dopo anno e attirano giovani e giovanissimi.

Blue Lagoon, Comino

Comino, la Laguna Blu

10) Malta capitale europea della cultura 2018

Un ricco calendario di eventi è in programma quest’anno per far conoscere non solo la capitale La Valletta, ma tutta Malta  e tutto l’arcipelago. Il Cultural Programme è molto vasto e particolareggiato. Il consiglio? Andare a Malta, consultare il programma e lasciarsi ispirare dall’offerta culturale di questo splendido arcipelago, buttato là nel mezzo del Mediterraneo, apparentemente lontano da tutto e da tutti, e invece strategico, vicinissimo, importante.

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Travelblogger, condivisione sui social, ingenuità e netiquette: cosa ho imparato a mie spese

Tutti noi travelblogger, dal primo all’ultimo, sappiamo che tantissima parte del traffico al blog arriva dai social. Per questo siamo portati a usare tutti i mezzi possibili per far circolare i nostri contenuti. Spesso però, rischiamo di commettere in qualche ingenuità e di essere vittima di terzi che aggirano la netiquette senza farsi troppi problemi a nostro svantaggio.

travelblogger

La vita del travelblogger sembra semplice, ma non la è.

Negli ultimi tempi sono incappata in alcune situazioni incresciose che mi hanno spinto a scrivere questo post. Niente di grave, eh, ma credo che dalle esperienze negative, e dagli errori, di ciascuno di noi possiamo trarre vantaggio tutti.

Prima di iniziare, però, voglio fugare ogni dubbio e ogni polemica: in questo post non accuso nessuno, se non la mia ingenuità. Ognuno utilizza gli strumenti che ritiene più opportuni per raggiungere il suo scopo. Sta a me, sta a noi, imparare a farci furbi, e a non cadere in errori che per noi sono deleteri, e per altri invece costituiscono un guadagno, più o meno inconsapevole.

Condividere è un dono

Di base, in rete seguo una regola filosofica ed etica: la condivisione per me è un dono. Dono del mio tempo, dono delle mie esperienze, dei miei consigli al popolo del web 2.0, ai miei lettori, sia a quelli affezionati che mi seguono post dopo post, che a quelli accidentali, che capitano di qui per caso cercando una parola chiave, e che qui trovano esattamente la risposta alle loro domande. Per me il dono al tempo di internet (per citare in tutto e per tutto un librino dell’antropologo Marco Aime che vi invito a leggere) è proprio questo: mettere la mia esperienza al servizio di chi se ne può giovare, in termini di aiuto: come io su internet cerco le risposte ad alcune mie domande, così spero di riuscire rispondere alle domande altrui.

Dal mio dono, nella teoria si ingenera un circolo virtuoso, in cui la condivisione del mio contenuto porta ad una maggiore informazione, una circolazione e quindi, alla fine del giro, io ne ricavo a mia volta un vantaggio: il dono del mio contenuto mi porta visibilità, autorevolezza, reputation, tutte cose di cui il blogger si abbevera come al Santo Graal.

Fin qui tutto bene. Ma c’è una sottile linea di confine che separa il dono dal furto.

Il dono è un qualcosa che io ti faccio di mia spontanea volontà. Il furto è un qualcosa che io ho fatto, ma di cui qualcuno si appropria. In rete succede che il mio contenuto viene donato ai lettori da un terzo che se ne è appropriato e lo fa passare come suo, oppure dice che è mio, ma intanto gode per primo dei benefici del mio contenuto, mentre io solitamente rimango con un pugno di mosche in mano.

Vi racconto due esperienze da cui ho imparato due cose: innanzitutto che non bisogna usare ingenuamente gli strumenti messi a disposizione dalla rete e dai social; in secondo luogo, che bisogna usare con intelligenza gli strumenti di condivisione che abbiamo a disposizione.

Dei due casi che vi presento, infatti, non posso ritenermi solo ed esclusivamente vittima. Nel primo caso, soprattutto, posso solo dare della stupida a me stessa, perché non ho capito che certe dinamiche non fanno per me.

Caso 1: il repost su instagram

Quante volte l’ho fatto! Carico una foto su instagram, inserisco gli hashtag relativi a gruppi o account importanti sperando di avere visibilità, e li taggo, per essere sicura che vedano la mia foto e diano il loro ♥. Tante volte ricevo effettivamente il ♥, tante volte manco quello, ma va bene così, e qualche volta la mia foto viene repostata, ovvero condivisa, con l’aiuto di app specifiche, sulla bacheca dell’account che ho taggato.

Netiquette vorrebbe che l’account che vuole repostare la mia foto mi contatti prima privatamente per chiedermi il permesso. Non sempre va così, anzi, quasi mai. Ma vabbé. Io, instagramer con ahimè sempre troppo pochi followers e feedback sono contenta che la mia foto sia stata presa in considerazione e repostata! Vuol dire che è piaciuta a coloro che ho taggato!

Questa mia foto, repostata sul profilo di un grosso account, ha fruttato la bellezza di 3866 ♥! A me sono arrivate solo briciole.

E qui si apre una voragine: perché io vedo che la mia foto, che sul mio profilo raggiunge a fatica i 100 ♥, sul profilo che mi ha repostato, nonostante ci sia l’indicazione dell’autore della foto e (non sempre) quella bella frasetta “vai sulla sua bacheca per fargli sapere che ti piace“, quella stessa mia foto raggiunge i 1000, i 2000, i 3000 ♥! Di quelli solo risibili briciole (meno dell’1%) arrivano anche a me, perché l’utente medio di instagram scorre la sua timeline, vede una foto che gli garba e non sta a far differenza tra chi l’ha scattata e chi l’ha repostata.

Cosa ho ottenuto dal repost su un grosso account? Io nulla. L’account che mi ha repostato, invece, ha ottenuto 3000 like senza far niente, ovvero utilizzando una foto scattata da altri.

Ora, siccome è vero che molti profili si basano (e lo dichiarano) sulla condivisione di immagini della community, nel momento in cui li taggo, poi non mi posso incazzare se condividono la mia foto e ha successo.

Devo farmi più furba io, e imparare a riconoscere quali profili taggare per avere un vantaggio (in termini di visibilità) e quali evitare. Perché va bene il dono, ma passare per fessi no.

Caso 2: condivisioni selvagge su fb

Questo caso è quello che ha fatto traboccare il vaso. Condivido sulla pagina fb di Maraina in viaggio (ancora non la segui? Orsù, seguila!) alcune foto del mio recente soggiorno a Izola, in Slovenia. Taggo nel post, perché mi metta un like, mi lasci un commento, mi segua a sua volta-che-non-si-sa-mai, la pagina del turismo sloveno. Il social media manager della pagina, un po’ scorrettamente, ma neanche troppo alla fin fine, salva una delle mie foto, la ripubblica mettendo il tag al mio profilo e fa un numero di like e commenti che io non vedrò mai in tutta la mia carriera di blogger.

izola maraina in viaggio

E questa è la mia foto pubblicata sulla mia pagina facebook, in un post insieme ad altre, e condivisa da una grossa pagina. Il risultato? Io pochi like, la pagina incriminata ha totalizzato 1501 like, 34 commenti e 175 condivisioni!

Rosico, c’è poco da fare, rosico tantissimo. Quello che proprio non mi va giù è che questi si facciano belli con una mia foto e io non ne ricavi neanche un like di secondo livello. Rosico, però, principalmente perché li ho attirati io, taggandoli nel mio post. Sono stata proprio ingenua. Tuttavia reagisco. Commento sotto il post, condividendo il link al mio blog, con la speranza che qualcuno lo apra. E qualcuno, ma niente di eclatante, in effetti arriva. Poi commento sotto le pagine che hanno condiviso il mio post, sperando in un minimo di visibilità. Ma niente.

Ritengo che il comportamento della pagina sia stato scorretto nei miei confronti: non ha condiviso tutto il post, ma solo una foto, facendo leva sul fatto che la gente mette mi piace o condivide senza guardare chi realmente è l’autore dello scatto.

Non sempre è una jungla

Se stai pensando che quella di internet e dei social sia la jungla della condivisione, un Far West senza regole, ti rassicuro che non è così. Esiste una netiquette e un codice morale proprio a ciascun social media manager, che fa sì che certi eventi non si verifichino e che in tanti casi fa sì da diffondere davvero un contenuto nella rete. Mi è capitato con la pagina fb del museo di Palazzo Pretorio di Prato: ha condiviso il mio blogpost sulle 10 cose da fare e da vedere a Prato e mi ha portato un aumento dei visitatori del 1000% nella giornata della condivisione.

Il punto è che l’esperienza insegna e sta a noi farci una mappa dei contenuti che siamo interessati a condividere e a far circolare in rete e a capire attraverso quali canali diffondere la condivisione.

Dalle mie esperienze ho imparato che su instagram non taggherò più nessuno, salvo in casi specifici (ad esempio un instameet) perché il gioco non vale la candela, perché non ho un vantaggio neanche minimo in termini di like e di follower dalla condivisione della mia foto. L’unica eccezione è stata, in qualche occasione, il tag alla rivista di quartiere di Firenze: ciò mi ha comportato per due mesi di fila tra il 2017 e il 2018 non solo la condivisione su instagram e su facebook, ma la pubblicazione sul giornale cartaceo del quartiere. Non che mi abbia portato dei followers, ma mi ha fatto sicuramente un gran piacere vedere pubblicata per tre volte di fila una mia foto come “foto del mese”.

Questa foto, nella quale ho taggato @ilreporterFi, il giornale di quartiere di Firenze, è stata pubblicata sul giornalino del quartiere: questa sì che è stata una grande soddisfazione!

Ho imparato poi che su facebook non devo taggare nessun grosso ente quando pubblico foto, mentre vale la pena di farlo in caso di blogpost. In quel caso ho la speranza che, con la condivisione, i followers di quella pagina verranno a cliccare sul mio link, generando traffico verso il mio blog.

Spero che questo post non sia solo ed esclusivamente la scoperta dell’acqua calda, ma possa aver dato qualche spunto di riflessione a tante e tanti blogger ingenui come me: siamo tanti, ma siamo belli e non dobbiamo permettere alle delusioni di sopraffarci. Dall’esperienza si impara sempre, e dagli sgambetti ci si rialza ogni volta più forti.

E tu hai avuto qualche esperienza negativa di questo tipo da cui hai tratto un insegnamento? Parliamone nei commenti!

Esplorare la Slovenia: i dintorni di Capodistria e Izola

Nell’ultimo post dedicato alla Slovenia siamo rimasti sulla costa, abbiamo visitato le cittadine di Capodistria/Koper, Izola e Pirano. Questa volta, invece, ci spingiamo nell’interno, alla scoperta dell’entroterra e di ciò che può offrire.

Abbiamo soggiornato per 10 giorni a Izola. In questi 10 giorni oltre a vivere la cittadina, passeggiare al porto, strafogarsi di Isolanka (il dolciumone tipico, pura goduria di panna e pan di spagna), abbiamo deciso di esplorare i dintorni, ciò che rimane subito dietro la costa. Ciò che abbiamo visto è stato molto interessante.

All’Ufficio turistico di Koper abbiamo preso informazioni: un bell’opuscolo molto dettagliato dava davvero l’imbarazzo della scelta su cosa decidere di visitare. Abbiamo distinto le nostre peregrinazioni in tre itinerari differenti.

Itinerario 1: la chiesa fortificata di Cristoglie

Nell’entroterra di Koper, raggiungibile anche via autostrada, si trova Cristoglie/Hrastovlje. Il paesino in sé non è particolarmente attraente, anche se ospita una collezione d’arte importante, ma il vero motivo per cui da più parti vengono qui è la bella chiesa della SS. Trinità. Si trova isolata, su una collinetta a se stante. Una piccola fortezza, alte mura in pietra, all’interno della quale si trova una chiesina minuscola, ma che vale davvero il viaggio.

Cristoglie

L’interno interamente affrescato della chiesa fortificata di Cristoglie

Nel Quattrocento questa chiesina fu infatti totalmente affrescata al suo interno: dall’abside alle navate laterali, tutto è dipinto con storie della Bibbia, del Vangelo e con una bella rappresentazione della danza macabra, la processione delle anime che sono tutte uguali davanti alla morte.

cristoglie danza macabra

La danza macabra affrescata sulla parete della navata della chiesa di Cristoglie/Hrastovlje

Tutti gli affreschi della chiesa costituiscono una Bibbia parlante, in modo che la popolazione potesse capire, conoscere, imparare le Sacre Scritture e gli insegnamenti religiosi e morali annessi.

Per visitare la chiesa di Cristoglie bisogna telefonare all’addetto. In 10 minuti il guardiano arriva, per 3 € fa entrare e un’audioguida in lingua racconta navata per navata tutti gli affreschi. A me personalmente queste rappresentazioni piacciono molto. Le pitture di Cristoglie mi hanno ricordato un’altra chiesina istriana, S.Marija a Beram, nell’interno dell’Istria croata, che ho visitato durante il mio tour dell’Istria. Ma se non fosse stato per questo post del blog Viaggiare con gli Occhiali non ne avrei mai saputo nulla e probabilmente non l’avrei neanche mai notata!

Cristoglie

La chiesa fortezza di Cristoglie

Se qualcuno pensa che i travelblog non siano utili, sbaglia davvero: i consigli migliori sono quelli dei blogger che raccontano le loro esperienze personali!

Itinerario 2: S. Marije e le colline dietro Capodistria e Izola

Abbandonando Izola per inoltrarsi nell’entroterra, la via di mezzacosta che conduce verso Šared offre alcuni splendidi punti panoramici sulla costa e sul porticciolo di Izola. Inoltrandosi ancora nell’interno si raggiunge Corte d’Isola, un borgo immerso nei vigneti. Da qui si possono prendere tre strade. Una ridiscende verso il mare, e arriva a Portorose, alle saline di Sicciole oppure prosegue verso Strugnano; una va verso il confine con la Croazia; un’altra ancora piega verso l’interno e la vallata di Capodistria e giunge a S.Marije/Monte di Capodistria.

panorama Izola

Una delle belle viste panoramiche su Izola che si incontrano inoltrandosi nell’entroterra

Abbiamo preso questa deviazione e S.Marije ci accoglie all’ora di pranzo con un bel ristorantino, Gostilna Trije Lovci sulla rotonda del paese dove, tra mari e monti, si può assaggiare la cucina di confine. Sì, perché il Friuli è davvero vicino, così come il mare e la montagna. Così non mi stupisco di mangiare i totani ripieni di prosciutto e formaggio!

Pomjan

Il borgo di Pomjan/Paugnano nell’entroterra di Capodistria

Il borgo di S. Marije si trova un po’ più avanti sulla strada, e gravita intorno alla chiesa di S.Marije cui fu annesso un convento. Oggi rimane la chiesa, il cui primo impianto è di epoca romanica, poi ristrutturata nel 1222 e ricostruita nel 1730. Il borgo di S.Marije si pone sulla cresta di una dolce collina coltivata a vitigni, così come ovunque all’intorno: la tenuta Santomas, per esempio, domina il panorama, ben visibile dalla strada. Il nome italiano, Monte di Capodistria, è dovuto al fatto che nei tempi più antichi il villaggio era noto come Sancta Maria in Monte ed era un insediamento fortificato che nel 1559 fu ulteriormente difeso dalle incursioni dei turchi.

s.marije

La chiesa di Santa Maria a S. Marije – Monte di Capodistria

Costabona

La pieve di Sant’Andrea a Costabona

Da S. Marije si prosegue verso il borgo di Pomjan/Paugnano oppure verso Costabona. Pomjan risalirebbe ad origini romane, e infatti sorge lungo il tracciato dell’antica via Flavia, via consolare di età imperiale, che collegava Trieste a Pola.

A Costabona la chiesa di Sant’Andrea, del XV secolo, è un bellissimo angolo di pace dalla cui spianata si domina il panorama sulla vallata circostante. Non è l’unica chiesa di Costabona: la pieve dei SS. Cosma e Damiano e quella del diacono Elia raccontano di un culto cristiano ben radicato nella zona. Costabona del resto pare essere un insediamento piuttosto antico. Sembra che sotto la chiesa dei SS: Cosma e Damiano, santi protettori della salute, sorgesse anticamente un tempio dedicato alla Bona dea, anch’essa divinità della salute. Se così fosse vi sarebbe una continuità di culto davvero interessante. L’insediamento è in effetti antico, anzi tardoantico: noto con il nome di Castrum Bonae o di Costa Bona, era proprietà del Patriarca di Aquileia. Si intrecciano storie di diocesi, di tardo impero e di avvento della cristianità in questo piccolissimo borgo dall’architettura in pietra davvero molto particolare.

Itinerario 3: le saline di Strugnano

Torniamo lungo la costa. Tra Izola e Pirano si incontrano nell’ordine un promontorio e una laguna. Il promontorio, impervio e scosceso, è attraversato da rari sentieri; la laguna è affiancata dalle saline. Siamo nel Parco Naturalistico di Strugnano, che ha due accessi: uno, via mare, a piedi, da chi ne arriva dal porto di Izola; l’altro dalla laguna di Strugnano. Questa laguna, Stijuza, che vuol dire Chiusa, è paradiso naturalistico per alcune specie di uccelli palustri, tra cui la garzetta. Una breve passeggiata sulla spiaggia e si arriva al piccolo porticciolo dei pescherecci, all’imbocco delle saline di Strugnano. Non sono particolarmente spettacolari, ma vi è la possibilità di percorrerne un tratto; inoltre un centro di documentazione consente di comprendere chi, come, quando, ha reso possibile la formazione e il mantenimento delle saline. Accanto, sotto il ponticino, un pescatore sta risistemando le reti. Un mestiere e un paesaggio antichi.

Strugnano

Le saline di Strugnano

L’ambiente della laguna e delle saline tra l’altro è abbastanza diffuso da queste parti: oltre a questa di Strugnano bisogna ricordare le grandi saline di Sicciole, alle spalle della patinata Portorose, e le saline di Val Stagnon, alle spalle di Capodistria. Il quartiere industriale di Capodistria, tra l’altro, sorge proprio su terre bonificate alle paludi che facevano da contorno alle saline. Oggi Val Stagnon accoglie molte specie di uccelli palustri, e qualche volta appare anche il fenicottero rosa.

Questi sono stati i nostri vagabondaggi nei dintorni di Capodistria e Izola. E voi? Conoscete qualche altro luogo assolutamente meritevole di una visita nell’entroterra della costa slovena? Suggeritelo nei commenti!

Keep calm & visit Zagreb: visitare Zagabria in un giorno

Zagabria è una metropoli piuttosto grande. Tuttavia il centro storico, o meglio il nucleo fondamentale della città, si visita tranquillamente in un giorno, due se includiamo le visite ai musei.

In questo tour di un giorno alla scoperta di Zagabria tocchiamo i luoghi più significativi, percorrendo un itinerario che dalla stazione centrale nella città bassa, risale fino alla città alta, a partire dal Kaptol, la Cattedrale cinta di mura, e ancora più su, fino alla piazza di San Marco, sede dei palazzi del governo croato (e di una splendida chiesina).

Ma andiamo con ordine. Iniziamo la nostra passeggiata.

zagabria in un giorno

Donji Grad, la città bassa: il trionfo dell’architettura asburgica

Il nostro itinerario inizia dalla città bassa. Se abbiamo raggiunto la città in treno, il punto di partenza è senza dubbio la monumentale stazione dei treni, Glavni Kolodvor, realizzata nel 1892. La ferrovia in Croazia però esisteva già dal 1862: l’impero austroungarico, di cui la Croazia era parte integrante, era tecnologicamente avanzato.

Se arriviamo in macchina, possiamo parcheggiare nel parcheggio interrato al di sotto dell’Hotel Esplanade, un grande edificio in stile neoclassico che risale però al 1925 e che sorge praticamente davanti alla stazione ferroviaria. Di fatto era l’hotel per i passeggeri dell’Orient Express che da Parigi arrivava fino a Istambul (sull’Orient Express viaggiò anche Agatha Christie: in Viaggiare il mio peccato racconta la sua esperienza di viaggio). Da qui possiamo iniziare la nostra passeggiata nella città bassa.

hotel esplanade zagreb

L’Hotel Esplanade a Zagabria

Piazza Re Tomislav e il Padiglione Artistico

L’impronta austroungarica è ben evidente nelle imponenti architetture degli edifici e nelle ampie piazze e giardini ordinati e razionali. Il primo grande spazio verde è Piazza Re Tomislav. La statua equestre di questo grande re della storia croata campeggia in fondo al grande spiazzo coperto da aiuole. Re Tomislav (cui è dedicata anche una buonissima birra scura made in Croatia) fu il primo re croato, incoronato dal papa nel 925 d.C. L’altro lato della piazza è chiuso dal Padiglione Artistico.

padiglione artistico zagabria

Zagabria, piazza Re Tomislav: il Padiglione Artistico

La storia del Padiglione Artistico è curiosa: realizzato per l’Esposizione Millenaria di Budapest del 1896, fu costruito con materiali e tecniche tali da poterlo smontare pezzo per pezzo e rimontare a Zagabria, nella sua collocazione attuale. Praticamente un grande Lego in scala 1:1. Oggi ospita mostre temporanee ed è un polo culturale attivo della città.

Zrinjevac e il Museo Archeologico

Subito oltre incontriamo Zrinjevac, la piazza dedicata a Nikola Šubic Zrinski, l’eroe croato che nel 1566 morì difendendo la Croazia dai Turchi. La piazza, meglio, il parco, è un piacevole luogo alberato e ad aiuole che ospita nel mezzo un padiglione musicale in ferro battuto, la prima fontana della città e una stazione meteorologica davvero interessante, che risale al 1884. Sul lato della piazza, tra i vari bellissimi edifici neoclassici si distingue il palazzo che ospita il Museo Archeologico di Zagabria.

Zrinjevac Zagreb

Zrinjevac, il parco verde dedicato all’eroe croato Nikola Subic Zrinski

Mummia di Zagabria

La Mummia di Zagabria esposta al Museo Archeologico di Zagabria

Visitare il Museo Archeologico di Zagabria vuol dire tuffarsi a capofitto nella storia più antica della Croazia: le collezioni spaziano infatti dalla preistoria al medioevo croato, con alcune incursioni esterne, come la piccola ma efficace collezione egizia. Il museo però è noto al pubblico degli appassionati per la cosiddetta Mummia di Zagabria: una mummia egizia avvolta in bende di lino sulle quali, incredibilmente, è riportata un lungo testo scritto in lingua etrusca. Un curioso grattacapo per tutti gli archeologi che l’hanno studiato, non c’è che dire: perché infatti una mummia egiziana dovrebbe essere avvolta in bende iscritte in etrusco? Cosa sfugge agli archeologi? Tante cose, di sicuro.

Risalendo ancora, si arriva in Piazza Bano Josip Jelacic. In questa grande piazza convergono alcuni tram, nel periodo pasquale si tiene il mercatino dei prodotti tradizionali, ma soprattutto, questa è la porta per la città alta. Da qui infatti, già si intravvede la cattedrale di Zagabria, il Kaptol.

Gornji Grad, la città alta

Il Kaptol

La cattedrale di Zagabria, il Kaptol, indubbiamente catalizza l’attenzione: è in stile neogotico, in quanto è stata ricostruita dopo il grande terremoto che colpì la città nel 1880. L’impianto originale, però, era gotico per davvero, ed ha subito dei rimaneggiamenti successivi, nel XIV, XV e XVII secolo. Del Kaptol colpiscono senz’altro le due grandi torri campanarie che sovrastano la facciata e che terminano a cuspide. L’altra cosa interessante, invece, non riguarda l’edificio della cattedrale in sé, quanto la cerchia di mura che le sorge intorno, con voluminose torri cilindriche col tetto a punta agli angoli. La fortificazione della cattedrale risale al XVI secolo, quando la Croazia e Zagabria furono assaltate dai Turchi. La difesa del tempio di Dio era fondamentale e la cinta muraria fu realizzata in modo da rispondere pienamente allo scopo.

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La Cattedrale di Zagabria e la cinta di mura che la circonda

Dolac, il mercato

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Il mercato Dolac e la cattedrale sullo sfondo

Da qui al grande mercato Dolac il passo è davvero breve. Dolac è il tradizionale mercato della frutta e verdura, all’aperto, che si tiene tutte le mattine. In contemporanea è aperto il mercato coperto, che si stende al di sotto della piazza di Dolac e che è il luogo migliore per scoprire i prodotti del territorio, dalle verdure ai formaggi ai salumi, al pane, persino alle erbe per infusi e tisane. Un luogo frequentato in primis dagli abitanti di Zagabria, il che non mi sembra scontato.

Risalendo lungo la strada chiamata Opatovina, si sviluppa il mercato delle pulci – piuttosto un mercato del vintage, con piccole baracchine che vendono capi d’abbigliamento, cappelli e simili. In fondo ad Opatovina si trova la chiesa di San Francesco e si apre un piccolo parco pubblico che ospita un bell’esempio di street art.

Se abbiamo sete, è giunto il momento di farsi una birra. Scendiamo lungo via Tkalciceva, sulla quale affacciano ristorantini, birrerie, pub e locali di vario tipo nei quali trovare ristoro. Bevuta la nostra birra (ho amato la Tomislav, come già dicevo sopra), possiamo procedere e risalendo lungo la via Radiceva raggiungiamo la Porta di Pietra.

street art zagreb

Un bell’esempio di street Art a Zagabria

Risalendo la città alta

La Porta di Pietra è un passaggio coperto che ospita una cappella dedicata alla Madonna, luogo di culto assai frequentato dalla gente del posto. Passandoci capiterà di trovarvi persone intente a pregare o ad accendere una candela: è commovente vedere dimostrazioni di culto così spontanee fuori da una chiesa.

Salendo ancora si arriva nel cuore politico non solo di Zagabria, ma della Croazia intera: Piazza Marko. In realtà, il motivo per cui questa piazza è famosa, però, non sono i palazzi del potere, ma la piccola chiesa di san Marco, con il suo tetto variopinto. Si tratta di una realizzazione piuttosto recente: gli stemmi colorati sul tetto sono stati realizzati a fine XIX secolo (la chiesa risale invece al XIII secolo), ma ciò non toglie valore a questa chiesina così minuta e con la personalità così spiccata!

San Marco Zagabria

Piazza Marko, la chiesa di San Marco e i palazzi del governo croato

Da Piazza Marko si può discendere verso piazza Katarina, dove sorge la chiesa di Santa Katarina. Qui, sull’angolo della strada si trova un museo assurdo: il Museo delle Relazioni Interrotte. Sì, avete capito bene: si tratta di un museo dedicato alle storie d’amore finite, e documentate tramite l’esposizione di oggetti, solitamente i doni fatti dagli ex, che raccontano una storia personale, ma che poi in fondo è universale: chi non ha mai sofferto per una relazione amorosa andata male?

Da piazza Katarina si raggiunge in un attimo il Viale Strossmayer, che offre una romantica passeggiata con vista panoramica sulla città bassa. Qui ci troviamo piuttosto in alto rispetto a Donji Grad, per cui possiamo decidere di scendere in due modi: o a piedi percorrendo le ripide scale che riconducono verso la zona di Dolac, oppure prendendo la funicolare che senza alcuno sforzo, in pochissimo tempo porta alla città bassa. Il dislivello in questo punto è di 30 m, che la funicolare percorre in meno di un minuto. Oggi è elettrica, ma quando fu installata, nel 1890, andava a vapore e fu il primo mezzo di trasporto pubblico di Zagabria, più antico ancora del tram a cavallo.

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Panorama sulla città bassa di Zagabria dal viale Strossmayer

Keep Calm & visit Zagreb

E ai piedi della città alta concludiamo il nostro tour di Zagabria in un giorno. Il centro di Zagabria si gira molto bene a piedi, e scoprirla piano piano, passo dopo passo, è il modo migliore per innamorarsene: raccomando l’attenzione ai dettagli architettonici nella città bassa, quella di matrice asburgica, e l’attenzione agli scorci nella città alta, dove svettano campanili e dove le abitazioni creano delle bellissime prospettive, tutte da ammirare.

 

Il Castello nella grotta: Castel Lueghi a Predjama

 

Sì, avete letto bene: il castello nella grotta. Il Castello di Predjama, o Castel Lueghi, è un castello medievale che potrebbe appartenere più al mondo delle fiabe che al mondo reale. E invece è vero, reale, un edificio storico che esiste dal 1200 e prima ancora, e che nel corso della sua storia ha vissuto alterne vicende, assedi, battaglie, ma oggi è qui, alla guardia della sua montagna nella Slovenia carsica.

Castel lueghi Predjama

Il castello nella roccia

Un nido d’aquila, ecco cos’è il castello di Predjama. Appollaiato a metà della parete rocciosa, è incredibile vederlo da lontano che si sporge, ma non troppo, dal suo antro.

 

castel lueghi predjama

Il castello di Predjama, un nido d’aquila nella montagna carsica slovena

La sua storia è piuttosto antica, risale ai dintorni dell’anno 1000, quand’era poco più di un recinto. Intorno al XIII secolo inizia la sua storia come castello, quindi come edificio fortificato, all’imboccatura della grotta.

La struttura costruita, che nel corso dei secoli è stata ampliata e resa un inespugnabile presidio di controllo del territorio sfrutta completamente la parete rocciosa cui si appoggia: il lato posteriore del castello, di fatto, non è altro che la roccia viva, pressoché verticale. Dove essa crea degli anfratti, essi vengono sfruttati ugualmente: come la camera delle torture, nient’altro che una piccola caverna buia, fredda e umida, dove i condannati subivano la pena e dove, si dice, che oggi si aggirino le anime di coloro che qui morirono di stenti.

Visitare il castello di Predjama

Il castello è frutto di ampliamenti successivi, dal XIII al XV e poi fino al XIX secolo quando gli ultimi proprietari gli diedero l’attuale aspetto di castello da caccia. La visita quindi attraversa le sale senza tenere conto di un ordine cronologico, che sarebbe impossibile, ma mostrando volta per volta la funzione delle varie stanze. Così scopriamo che dall’alto della torre, dalle caditoie si poteva lanciare olio bollente e quant’altro contro i nemici assedianti; alcune stanze, come la sala da pranzo, la cucina, la cappella e il corpo di guardia degli armigeri sono arredate. In cucina il camino sfrutta come parete di fondo la nuda roccia. Nel corpo di guardia sono esposte armature e armi dei soldati che nel corso dei secoli difesero il castello. Nella cappella una statua in pietra della Pietà del XV secolo è l’unico oggetto artistico che troviamo nel palazzo; nell’adiacente sacrestia alloggiava il cappellano del castello, col suo lettino.

castel lueghi predjama

Il corpo di guardia del castello di Predjama con le armature degli armigeri

 

Il percorso a questo punto si insinua nel ventre della montagna: il castello infatti non solo si appoggiava alla parete rocciosa, ma sfruttava proprio l’ampia grotta retrostante e sovrastante. Non rimangono molti resti di costruito al suo interno, ma sono abbastanza per individuare una scansione degli spazi, un focolare e un pozzo, riserva d’acqua pulita, necessaria in caso di assalto. Da qua dentro, si può spiare fuori dalla montagna: il contrasto tra il buio della grotta e il paesaggio bianco per la neve è magico.

castel lueghi predjama

Spiare il mondo esterno dallantro della grotta, il luogo più nascosto del castello di Predjama

 

Le avventure di Erasmo di Predjama

Tra i vari proprietari che il castello ha avuto nel corso dei secoli, la figura che spicca di più è quella di Erasmo di Lueg. Costui è noto anche come il Robin Hood di Slovenia, per la sua avversione contro i più potenti di lui. Siamo nel XV secolo, ed Erasmo, signore del castello di Predjama, entra in conflitto con gli Asburgo, che pongono assedio al suo castello. Lui per un certo tempo tiene in scacco l’esercito asburgico, prendendolo proprio in giro: per dimostrare infatti che il castello non avrebbe mai patito la fame e la sete ogni tanto faceva recapitare alle truppe nemiche prodotti alimentari, addirittura un bue arrosto e, in tarda primavera, lo sfottò raggiunse il top quando fece giungere agli assedianti le ciliegie! Lui in realtà riusciva a procurarsi le cibarie percorrendo cunicoli della montagna che lo portavano ad un villaggio al di là dei monti, ma per i nemici sembrava una stegoneria.

castel lueghi predjama

Spiare lesercito nemico al riparo nel castello: così faceva Erasmo Lueg, il leggendario signore di Castel Lueghi

 

Ma la sua sorte alla fine fu beffarda. Durante quell’assedio fu colpito da una palla di pietra lanciata dalla catapulta. Morì nella latrina, tradito da uno dei auoi uomini. Il momento del bisogno gli fu fatale. La latrina è ancora lì, appena fuori dalla grotta. Una tragica storia, ma che per questi dettagli è difficile da dimenticare!

Le tre perle della costa slovena: Capodistria, Isola e Pirano

La Slovenia si affaccia sul mare per un brevissimo tratto. Si insinua per pochissimi km di costa, ma quei km ospitano almeno tre bei centri storici, che sono porti e cittadine dal passato storico interessante e davvero vissuto.

Vi porto a Capodistria, a Isola e a Pirano, le tre cittadine che sorgono sulla costa slovena: insieme ne scopriremo la storia, la bellezza e perché vale la pena visitarle, non solo come mete turistiche in estate, ma anzi fuori stagione, in inverno.

Izola Koper Piran

Capodistria

In Sloveno il suo nome è Koper.

koper capodistria

Il porticciolo di Capodistria

 

Oggi prima di arrivare al suo centro storico si percorre un lungo quartiere industriale. Un tempo quest’area era una grande salina. Rimane il ricordo nella Strada delle Saline, infatti. E nella riserva naturale di Val Stagnon, la più grande palude salmastra della Slovenia che ospita tantissime specie di uccelli palustri e migratori e che è visitabile grazie al centro visite di Škocjanski Zatok.

L’ingresso al centro di Capodistria avviene da Porta Muda. E varcata quella, si entra in un altro mondo.

Un centro storico fatto di alti palazzi, di vie strette e di strade in salita. Capodistria era un’isola fortificata. Il passato veneziano (e non potrebbe essere altrimenti in quest’angolo di alto Adriatico) emerge nei palazzi, soprattutto in piazza del Duomo, dove le finestre degli edifici e i leoncini sugli scaloni sono davvero inequivocabili, così come i loro nomi.

koper capodistria

Piazza Tito a Koper: vi si affacciano il duomo e i palazzi più importanti della città in stile veneziano

 

Piazza Tito è indubbiamente la più bella, il vero centro della città. Su di essa gravitano il palazzo pretorio e il duomo: l’uno è tutto bianco, dall’architettura smaccatamente veneziana, l’altro ricorda il gotico, se non fosse per la facciata che è quadrata, priva del classico tetto a doppio spiovente delle chiese. Anche la facciata del duomo è bianca, mentre l’alto campanile, che spicca da lontano, è in pietra grigia a vista.

Ci si allontana pochissimo da piazza Tito e si arriva in vista del porto mercantile. Un po’ questa vista stride: il rumore, il bruttume (belli i grandi mercantili MSC carichi di conteiner non li sono) e il contrasto con l’arte e il bello del centro storico sono evidenti. Tuttavia è questo il presente di Koper e non possiamo non tenerne conto.

Per fortuna ben altro porto, più turistico e di pescatori, si sviluppa sul lato sud di Koper e passeggiarvi, tra i gabbiani che svolazzano sulle nostre teste, è molto piacevole (bora a parte).

 

Isola

Izola Slovenia

Izola vista dal porticciolo (in una giornata di quasi neve!)

A pochissimi km da Koper sorge Izola, Isola in italiano. Il centro storico si sviluppa sulla penisola che si addentra nel mare, mentre larga parte della baia è occupata dal porticciolo.

 

Sinceramente, Izola non è niente di eccezionale, in inverno. Un bel paesino sul mare che sonnecchia in letargo. Tanti ristoranti, e aperti, ma poca gente in giro fuori stagione. Però ammetto che vederla sotto una nevicata (anche se non ha attaccato) è stata una sorpresa. Inoltre, proprio il fatto che non ha particolari attrattive in inverno ne fa il luogo ideale in cui cercare alloggio in inverno se si sceglie di venire in viaggio da queste parti: noi abbiamo trovato un appartamento davvero conveniente su Airbnb nel centro storico di Izola, per esempio.

Con la Settimana Santa, e l’arrivo in contemporanea della primavera, però, Izola si trasforma: ed eccola animarsi, la passeggiata a mare si riempie di bambini e di famiglie, la baia antistante si popola di vele. Izola prende vita, e diventa piacevolissimo passeggiare oppure fermarsi ad uno dei locali sul fronte del porto, magari in pasticceria a gustare una fettona di Izolanka, il dolce tipico della città.

izola

Una barca lascia il porticciolo di Izola per unirsi alle altre vele in mare

 

Accanto a Izola, sulla Baia di San Simone un tempo si affacciava una grande villa marittima di epoca romana. Il territorio in età romana dipendeva dalla città romana di Aquileia. Oggi quell’area archeologica, con bei mosaici ben conservati, è visitabile nella bella stagione (dal 1 maggio). Poco oltre San Simon, iniziano i percorsi del parco naturalistico di Strugnano, che vanno a scollinare e a raggiungere la laguna di Chiusa e le saline: un’oasi naturalistico/paesaggistica di quiete e pace.

Pirano

Ed eccoci nell’ultima cittadina di questo tour della costa slovena: Pirano.

Pirano, Slovenia

Di Pirano ho già parlato in un altro post. È davvero una chicca, un gioiello lungo la costa slovena. Una lunga passeggiata costeggia dapprima il porto per poi giungere al borgo: una città in salita, fatta di vicoli stretti e bui fino a salire alla chiesa da cui si domina la cittadina dall’alto. Ma il biglietto da visita di Pirano è la sua bella piazza, ariosa, su cui affacciano eleganti palazzi veneziani.

Pirano, Slovenia

Città particolarmente dedita al mare, celebra il mare in tutte le sue forme, anche all’acquario, che racconta questa parte dell’Adriatico attraverso i suoi abitanti, i pesci. E così, Pirano è una meta adatta anche ai bambini, anche d’inverno.

Pirano resta nel cuore di chi la visita; è elegante, affascinante, ma al tempo stesso ha un che di misterioso, che non si riesce bene a definire: bisogna tornarci perché ci possa svelare la sua identità più intima.

Perché esiste la Giornata Nazionale del Paesaggio

Il 14 marzo dal 2017 il MiBACT, Ministero per i Beni e Attività Culturali e Turismo, ha istituito la Giornata Nazionale del Paesaggio.

giornata nazionale del paesaggio

Sembrerebbe una banalità: a che serve una Giornata Nazionale del Paesaggio? Sembra una frivolezza come la giornata nazionale del gatto, dello gnomo da giardino (esiste!) o di altre amenità simili. Però questa volta c’è qualcosa di più. E vi spiego perché. Soprattutto, vi spiego perché l’Italia si è presa la briga di indire una Giornata Nazionale del Paesaggio.

La Convenzione Europea del Paesaggio

 

Correva l’anno 2000 quando si riunirono i Grandi d’Europa per discutere di Paesaggio. La Convenzione fu ratificata non in una città qualunque, ma a Firenze. E non occorre che vi dica quanto per la Toscana il paesaggio sia fondamentale.

il panorama di Firenze dalla Galleria del glicine del Giardino Bardini

Senza entrare nel merito e discutere il testo della Convenzione (non sono una giurista), mi piace soffermarmi su alcuni aspetti importanti. La definizione di paesaggio, innanzitutto:

“Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.

All’articolo 1 della Convenzione si danno le definizioni di Paesaggio, Politica del Paesaggio, Obiettivo di qualità paesaggistica, e ancora Gestione dei paesaggi e Pianificazione dei paesaggi. Queste tre voci, in particolare, sono importanti perché sulla base di esse si è sviluppata tutta la normativa successiva in materia di tutela paesaggistica.

Non è mia intenzione ammorbarvi qui sulla normativa in materia di paesaggio. Però mi piace sottolineare come la tutela del Paesaggio vada d’amore e d’accordo, si integri e si compenetri con la tutela dei Beni Culturali. E infatti, oggi, le Soprintendenze si chiamano “Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio”. Non solo, ma le Regioni innanzitutto sono state chiamate a realizzare i propri Piani Paesaggistici, e così i comuni che hanno dovuto recepire le istanze del paesaggio nei propri piani regolatori.

Basta, non dico più nulla sulla normativa.

Paesaggio = natura + cultura

Di fatto, che cos’è il paesaggio? È forse quello che fotografiamo e carichiamo su instagram con l’hashtag #paesaggio oppure #landscape o ancora #landscapelovers (questi ultimi due #hashtag vanno tantissimo, tra l’altro)? La domanda è a monte. Cosa intendiamo noi per paesaggio?
Spesso tendiamo a intendere il paesaggio come un sinonimo di panorama. Ma paesaggio e panorama non sono la stessa cosa. Panorama è una vista che abbiamo da un punto privilegiato su un territorio, e può essere naturale o antropico, può essere sconfinato (anche l’orizzonte è un panorama) o racchiuso (un paesino in fondo a una valle). Panorama è ciò che vediamo, la vista su cui può spaziare il nostro sguardo.

Ruderi a Drego: un paesaggio perfetto, in cui natura e cultura si compenetrano

Il paesaggio, come dice anche la definizione che vi ho riportato sopra, è un territorio in cui uomo e natura convivono da millenni, influenzandosi reciprocamente. Paesaggio è quello della Val d’Orcia, con i campi di grano distesi sulle dolci colline; paesaggio è quello dell’Oltrepò Pavese in Lombardia, o del Chianti in Toscana, con i vigneti che pettinano le colline; paesaggio è quello della bonifica, ben evidente a Ostia antica; paesaggio è quello alpino con i pascoli; è quello della Sila con pascoli e boschi; paesaggio è quello lacustre, con i piccoli insediamenti umani che si affacciano sul lago; paesaggio è quello marino, delle spiagge e della pineta in Maremma; paesaggio è quello archeologico, ogni qualvolta i resti archeologici sono ben integrati nel territorio circostante. E mi riferisco ancora una volta a Ostia antica, ma anche a Pompei e a Paestum.

Paestum: il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Paesaggio è quello delle coltivazioni specifiche: come i girasoli, il mais, la lavanda, il grano: colori che caratterizzano il territorio e creano un paesaggio agrario.

Il paesaggio della bonifica a Ostia antica

Questo paesaggio è quello che ho più presente da quando vivo e lavoro qui: è il paesaggio che vedo dalla finestra rivolta a Ovest la mattina quando mi alzo, ed è il paesaggio che osservo quando vado a lavoro e quando ne torno: campi sterminati nei quali nel pomeriggio pascolano le pecore, le strade bordate da altissimi pini marittimi. In fondo, l’argine del Tevere che ha disegnato, stravolto (nel 1557 quando, in seguito ad un’alluvione cambiò il suo alveo) e ridisegnato un territorio. E il territorio è stato domato, bonificato, reso vivibile dall’opera, negli anni ’20 del Novecento, degli uomini della Bonifica, provenienti per la maggior parte da Ravenna, i Romagnoli. Ad essi è dedicato un lungo stradone, il Viale dei Romagnoli, che da Roma corre parallelo alla via Ostiense fino a Ostia Lido, e ad essi è dedicato un monumento addossato alle mura del Borgo di Ostia antica, da cui emerge tutta la riconoscenza e l’orgoglio nazionale dell’Italia anni ’20.

bonifica ostia antica

Il paesaggio della bonifica a Ostia antica

Il paesaggio archeologico: Ostia antica

Resto sempre a Ostia antica, senza allontanarmi troppo da casa mia. Anzi, vi porto a lavoro con me.

ostia antica

L’area archeologica di Ostia antica è immersa nel verde: un vero paesaggio archeologico

Ciò che noi vediamo e percorriamo oggi della città antica di Ostia, che fu la porta di Roma sul mar Tirreno, attraverso la quale passavano le merci dirette a soddisfare le esigenze della capitale dell’impero, è stata portata in luce, scavata, restaurata e ricostruita tra gli anni ’30 e i primi anni ’40 del Novecento. Sempre in epoca fascista. Il grosso degli scavi fu realizzato assecondando l’ideologia fascista della nuova Roma erede dell’Impero Romano, per cui restituire al mondo Ostia sembrava un’operazione fondamentale di autocelebrazione della romanità. Anche se le premesse erano sbagliate, e la metodologia di scavo pure, tuttavia il risultato fu eccellente, perché fu portata alla luce una città intera di cui si compresero bene la vocazione commerciale e la monumentalità.

Per rendere il sito una piacevole passeggiata tra le rovine, lungo le vie principali della città furono impiantati pini e cipressi. Questi pini e cipressi, oltre al verde, caratterizzano tantissimo la città antica, per cui si può parlare davvero di paesaggio archeologico. E, vi assicuro, è un paesaggio bellissimo, anche sotto la neve di qualche settimana fa. (Avete visto le foto di Ostia antica sotto la neve? Le ho pubblicate su Generazione di archeologi)

neve a ostia antica

La neve a Ostia antica: meravigliosa! Altre foto su Generazionediarcheologi.com

Un paesaggio in cui l’elemento del verde, assicurato dalle alberature, dagli arbusti, dalla semplice erba di prato che in questi giorni si sta puntinando di margheritine bianche e gialle e di anemoni lilla, è fondamentale e proprio per questo ben curato e manutenuto.

Il paesaggio della Laguna: Orbetello

Si tende a pensare che le lagune siano ambienti totalmente naturali. Se poi andiamo a guardare nello specifico i singoli casi, ci accorgiamo che non è assolutamente così. Le conosciamo come oasi faunistiche, luoghi in cui soprattutto gli uccelli, ma anche altri animali, trovano rifugio e casa, ma allo stesso tempo sono luoghi con i quali l’uomo convive da secoli per non dire millenni, sviluppando una gestione del territorio e un’economia che anche se apparentemente sembra non incidere visivamente, in realtà è molto evidente. L’esempio della Laguna di Orbetello è esemplare. Innanzitutto lo stradone che collega Orbetello con la penisola dell’Argentario è artificiale, mentre le due lingue naturali, il Tombolo della Feniglia e il Tombolo della Giannella, sono i due collegamenti naturali, due spiagge, due dune, e delimitano la laguna a nord e a sud. Lo stradone, però è un intervento relativamente recente.

il mulino orbetello

Il mulino nella Laguna di Orbetello

L’uomo nell’area, invece, è ben presente da tempi molto remoti. Senza andare troppo indietro nei secoli, basterà citare le saline di Albinia. Saline e laguna vanno spesso di pari passo: basti pensare alla Camargue e alle Salines de Giraud per farsi un’idea. A scanso di equivoci, ad Albinia il Forte delle Saline risale al XV secolo. Il Mulino della Laguna di Orbetello, invece, ultimo sopravvissuto di nove che erano inizialmente, e che oggi è elemento così caratteristico del paesaggio (diciamo pure che è ciò che gli conferisce ancora più valore!) risale anch’esso al Quattrocento.

laguna di orbetello

Fotografando la laguna di Orbetello: il Mulino è un elemento fondamentale del paesaggio

Per concludere, la Laguna ha dato da vivere a una comunità di pescatori per secoli. Essi sono le persone più informate sui fatti, coloro che meglio di chiunque altro, di qualunque amministratore pubblico, architetto paesaggista, ambientalista o simili sappia qual è il bene della laguna e dove siano i suoi punti di sofferenza: vive di quello, vive per quello. Un paesaggio è in salute quando la comunità che lo vive ne trae giovamento e lo cura a sua volta. Il paesaggio è un equilibrio costante.

Andiamo Oltralpe: il paesaggio della lavanda in Provenza

D’estate il dolce pianoro di Valensole e dintorni si colora di lilla. All’inizio di luglio esplode la fioritura della lavanda, in Provenza come ovunque. Ma la Provenza è diventata ormai per molti sinonimo di campi di lavanda. Moda? Forse, ma in realtà si tratta di un paesaggio ben consolidato. La lavanda si coltiva in campi ampi, non necessariamente dritti e pianeggianti, anzi: la regione del Vaucluse, dove si trova la maggior parte delle coltivazioni, è costituita da valli strette e piccoli paesi o villaggi. I campi di lavanda sono più o meno estesi, e da lontano sono macchie lilla in mezzo al verde.

Plateau du Claparèdes, Provenza

Un campo di lavanda lungo il Plateau du Claparèdes

Un paesaggio che è assolutamente antropico, visto che si tratta di coltivazioni, così come la Val d’Orcia gialla a giugno per i campi di grano: territori fortemente antropizzati, anche se non ci sono insediamenti. Ma antropico è tutto ciò che vede l’intervento dell’uomo. E la coltivazione, o meglio l’agricoltura, è un atto fortemente antropico di caratterizzazione del paesaggio.

Cos’è il paesaggio?

Il paesaggio è dunque il risultato dell’azione millenaria, secolare, o anche recente, dell’uomo nei confronti dell’ambiente circostante. È il risultato di un rapporto sostenibile con la natura, fatto di azioni destinate ad imprimere sul territorio un’impronta caratteristica e facilmente riconoscibile: il paesaggio tipico toscano, per esempio, con i filari di cipressi che conducono a casali in cima a colline coltivate a grano, a erba o a vigne, è un’invenzione tutto sommato recente, ma è l’idea che ormai tutto il mondo ha della Toscana. Il paesaggio è il frutto di millenni di storia in cui culture diverse si sono succedute costruendo la nostra identità culturale. Noi di fatto ci identifichiamo nel nostro paesaggio.

castel mareccio

Castel Mareccio, Bolzano: un castello medievale appena fuori dalla città, immerso nelle vigne: paesaggio storico e agricolo in una botta sola

La caratterizzazione del paesaggio, in Italia, ma anche altrove, ha origini antichissime, nella preistoria addirittura. Pensiamo ad esempio ai boschi e ai pascoli, a certe montagne sulle quali non crescono alberi e ad altre invece assolutamente boscose. La selezione, avvenuta millenni fa, è stata di scegliere determinate aree per il pascolo degli animali, mediante disboscamento di intere foreste. Queste si sono mantenute, e ciò che noi consideriamo naturale, come un bel prato, una radura in un bosco, in realtà è frutto di selezione millenaria di un terreno da parte dell’uomo.

La cascata delle Marmore: un’invenzione umana, non un fenomeno naturale!

Non so voi, ma io sono terribilmente affascinata da argomenti come questo e da tutte le implicazioni che si possono trarre. La prima implicazione che si trae è che l’uomo è l’attore sostanziale da sempre, anche da quando non aveva cognizione di sé. Da quando domina il fuoco, l’uomo è in grado di creare un paesaggio; da quando, poi, si stabilisce in villaggi stanziali che campano di agricoltura oltre che di pastorizia, il passaggio (e il paesaggio) è fatto.

Andando avanti, nel passaggio da preistoria a protostoria a storia, l’uomo ha sempre più saputo dominare il territorio e trasformarlo. Pensiamo alle grandi vie consolari romane, come l’Aurelia da Roma alla Liguria, l’Appia da Roma a Brindisi, la Cassia da Roma a Firenze: sono strade che all’epoca diedero un’impronta al paesaggio, condizionando tutti gli sviluppi successivi.

Creando il paesaggio, l’uomo ha fatto sì che un territorio naturale assumesse un’identità. L’identità è data dalla capacità dell’uomo di sfruttare le caratteristiche positive del territorio per impiegarle in maniera sostenibile.

Sostenibilità

Ed ecco la parola chiave: sostenibilità. L’uomo preistorico neanche sapeva cosa fosse, la sostenibilità, ma la praticava perché non poteva contemplare l’idea dello spreco di risorse. Per questo oggi è importante che tutti, autorità competenti, cittadini, viaggiatori, badiamo alla salvaguardia e alla sostenibilità dei luoghi e dunque dei paesaggi. I paesaggi si evolvono insieme all’uomo, certo, ma dobbiamo stare attenti che l’equilibrio su cui si basano non sfori in una direzione piuttosto che in un’altra, perché grave danno avrebbe il mondo intero.