Roma: il (mio) giro delle sette chiese

Roma, lunedì. Eccetto pochissime eccezioni (musei Capitolini, Mercati di Traiano e Museo dell’Ara Pacis) i musei sono chiusi. Che fare allora, in un lunedì a Roma?

Se c’è una cosa che a Roma non manca, sono le chiese. In più questa è  la Settimana Santa, e perdipiù nell’anno del Giubileo straordinario: allora dedichiamo questo lunedì alla visita delle chiese di Roma.
Impossibile visitarle tutte, però. Così ho deciso di selezionare sette chiese, tutte importanti per la storia del Cristianesimo e tutte importanti mete di pellegrinaggio religioso.

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San Paolo fuori le mura


Avete presente l’espressione “fare il giro delle sette chiese”? Ecco, l’espressione, che nel comune parlare è diventata proverbiale ed indica un peregrinare da una parte all’altra senza vedere la fine di ciò che si sta cercando di portare a termine, nasce proprio da un pellegrinaggio delle sette chiese principali di Roma, stabilito da San Filippo Neri e che si svolge, tra l’altro, proprio durante la settimana santa.
Il mio giro delle sette chiese non rispetta interamente il percorso di San Filippo Neri: le ultime due chiese del mio percorso, infatti, non hanno niente a che vedere con le altre, ma le ho inserite perché secondo me sono due chiese particolarmente significative di Roma, anche se non necessariamente per motivi prettamente religiosi.
Ecco allora il mio giro delle sette chiese.
San Pietro
La basilica di San Pietro è la culla della Cristianità. Vi basti sapere che sorge sul luogo della tomba dell’Apostolo Pietro, tomba che gli scavi archeologici  (visitabili) hanno portato in luce. Esattamente al di sopra di essa, alcuni metri più su, all’interno della basilica, è posto un enorme ciborio che indica il luogo della santa sepoltura. Milioni di pellegrini visitano la basilica ogni anno. Per entrare bisogna mettersi pazientemente in coda sotto il grande porticato che abbraccia la piazza di san Pietro: un’attesa che, se fatta sotto il sole cocente o sotto la pioggia battente o al freddo e al gelo vale come un vero e proprio percorso di penitenza. Entrare nel tempio della Cristianità è comunque una grande emozione: la basilica è concepita per essere la più grande del mondo, e a riprova di ciò sul pavimento sono segnate le dimensioni delle chiese più importanti del Cristianesimo. La Chiesa è barocca, nell’espressione più eloquente del termine. Tra le opere d’arte al suo interno la più nota di tutte è senz’altro la Pietà di Michelangelo, ma la più amata dai fedeli è la statua di San Pietro, il cui piede è consunto da secoli e secoli di carezze devote.
Santa Maria Maggiore
A pochi passi dalla Stazione Termini, sul colle Esquilino, sorge Santa Maria Maggiore. È una basilica papale, in quanto durante il giubileo viene aperta una porta, la Porta Santa, che resta aperta per tutta la durata del Giubileo, mentre il resto del tempo è sempre chiusa. Santa Maria Maggiore nasce come basilica paleocristiana: lo si riconosce dall’abside, decorato a mosaico. Davanti all’altare, un ciborio indica che al di sotto si trova una reliquia importante per la religione cristiana: il legno della culla della natività. I pellegrini possono scendere a pregare su di essa, esattamente come fece papa Pio IX, a ricordo del quale è stata posta una statua: ora il papa prega eternamente alla sua vista.
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Santa Maria Maggiore


San Giovanni in Laterano

Presso Porta San Giovanni sulla via Appia, sorge la basilica papale di San Giovanni in Laterano. Anch’essa provvista di una porta santa, presto sarà invasa da orde di pellegrini, mentre in questi giorni è ancora poco frequentata. Sotto al ciborio, davanti al presbiterio, si trova la statua di culto di San Giovanni Battista, mentre le nicchie lungo la navata laterale ospitano le imponenti statue degli Apostoli, ognuno riconoscibile dal segno del proprio martirio.
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L'interno di San Giovanni in Laterano

Santa Maria degli Angeli e dei Martiri
Ritorniamo nei pressi della Stazione Termini, ed entriamo in Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, la cui pianta e la sua facciata, così particolare, è dovuta al fatto che sorge sui resti imponenti delle Terme di Diocleziano, le più grandi che mai si videro in Roma. La chiesa è nota soprattutto per la meridiana che la attraversa.

San Paolo fuori le mura
Per arrivare a San Paolo fuori le Mura bisogna allontanarsi e andare lungo la via Ostiense. Qui sorge il grande complesso di San Paolo, che sorge sulla tomba di San Paolo, del quale è visibile il sarcofago. Anche san Paolo fuori le mura è una basilica paleocristiana, alla quale è annesso un monastero, ed è nota per la serie di rosoni alle pareri nei quali sono inseriti i ritratti di tutti i papi. C’è anche il ritratto di Papa Francesco, ovviamente, mentre ci sono ancora pochi spazi vuoti.
La chiesa è un trionfo di oro e mosaici, mentre all’esterno il grande quadriportico in marmo davanti alla facciata è un’aggiunta monumentale ottocentesca.

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San Paolo fuori le mura

Fin qui le basiliche papali, ma se vogliamo davvero fare il giro delle sette chiese, ne devo aggiungere altre due. Allora procediamo.
San Clemente
La basilica di San Clemente non è tanto un simbolo della Cristianità al pari delle altre Chiese fin qui incontrate, quanto piuttosto un documento importante per la storia e l’archeologia di Roma, nel quale si legge bene il passaggio dalla Roma di età imperiale a quella cristiana. Sotto la basilica infatti anticamente sorgeva addirittura un mitreo, cioè un luogo di culto dedicato al dio Mitra,una divinità orientale al cui culto solo in pochi potevano accedere. La chiesa è nota soprattutto per i suoi affreschi di età paleocristiana, nei quali si narrano le storie di San Clemente.
Santa Maria in Trastevere
Tutte le chiese di cui ho parlato hanno in comune le antichissime origini. Di alcune, come San Pietro, non si coglie più nulla, e nulla rimane della basilica costantiniana, voluta appunto dall’imperatore Costantino che la volle edificare sulla tomba di Pietro. Santa Maria in Trastevere ha mantenuto il suo aspetto di chiesa paleocristiana, poi rinnovata nel XII secolo, con la facciata decorata da un mosaico e un nartece, ovvero uno spazio porticato, che introduce alla chiesa vera e propria. La chiesa sorge nel cuore di Trastevere, quartiere dal quale è lontana la Roma monumentale, ma tutto assume una dimensione più intima, più a misura d’uomo. E anche la chiesa rispetta questa dimensione più intima, al centro della piazza sulla quale si affaccia.

Eccoci al termine di questo giro. Approfitto di questo post per augurare buona Pasqua a voi e a tutti i pellegrini che saranno a Roma domenica e in occasione del Giubileo!

E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

Questo post inizia dal titolo con una domanda un po’ provocatoria, ma di fatto vi racconta cosa ho scoperto oggi nel mio paese. Paese in cui ho vissuto si può dire per 30 anni, e nel quale torno saltuariamente, ormai. E che, forse proprio per questo, ho iniziato ad osservare con più attenzione. Non mi basta più percorrere quelle quattro strade consuete che percorrevo sempre, cerco qualcosa che stuzzichi la mia curiosità, e mi soffermo sui dettagli. Mi spingo oltre, ed è spingendomi oltre che ho scoperto davvero un borgo dentro al borgo, un angolo antico e, perché no, romantico, dietro San Bartolomeo.

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Premessa: San Bartolomeo al Mare è un paese a vocazione turistica: tre strade principali, la via Aurelia lungo la quale si dispone il paese; la Passeggiata a Mare, Lungomare delle Nazioni, una via pedonale su cui affacciano tutti gli hotel e che guarda sugli stabilimenti balneari e sulla spiaggia libera (e oggi sul porticciolo); la via, infine, che dal casello autostradale scende all’Aurelia. E ringraziamo il cielo che San Bartolomeo ha l’uscita dell’autostrada, perché altrimenti sarebbe nell’anonimato più totale, stretta com’è tra Cervo, borgo medievale tra i Più belli d’Italia, e Diano Marina, cittadina a vocazione turistica ultimamente molto “in”, molto piacevole sia d’estate che d’inverno.

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Descritta così, San Bartolomeo al Mare sembrerebbe un paese sorto apposta per il boom economico/edilizio/turistico dagli anni ’60 in avanti, eppure non è così. Perché San Bartolomeo è l’unione di due piccoli piccolissimi borghi, uno gravitante intorno ad un santuario, il santuario della Madonna della Rovere, che a sua volta sorge molto probabilmente su un luogo di culto pagano, e il borgo di San Bartolomeo, che sorge intorno alla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo. Io ho sempre vissuto alla Rovere, per cui ho sempre esplorato poco il borgo di San Bartolomeo. Gravissimo errore.

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Dietro la chiesa di San Bartolomeo c’è una piazza, piazza Verdi, che è chiusa sul suo lato di fondo, da un palazzo con un portico. Ho sempre pensato, da piccola, che la piazza fosse chiusa lì. Non sapevo invece, che il portico proseguiva, da un lato e dall’altro, in una stradina. Ho sempre pensato che la piazza fosse come una quinta teatrale, che dietro non ci fosse niente; invece c’era un borgo del XV secolo che si conserva tutt’oggi, e che è abitato e vissuto, variamente, tutt’oggi.

Oggi mi sono spinta oltre, ho scoperto la stradina che passa dietro il piccolo borgo (perché di un piccolo piccolissimo borgo si tratta), sono discesa lungo il vicolo in pendenza che scende a Est, in direzione del torrente Steria, lungo la Via degli Orti. Qui, superata l’ultima casa, rigorosamente in pietra, rigorosamente addossata alla casa precedente, iniziano effettivamente gli orti, terrazzati. Su un lato della stradina, che ora diventa un sentiero, in un campo si trova un pozzo a bilanciere in muratura, apprestamento tipico degli orti liguri nei secoli passati, mentre dall’altra parte si trova un bellissimo, e ahimè abbandonato, frantoio ad acqua. Si può esplorare questo frantoio, visto che non è recintato sul lato della strada. D’altro canto le strutture sono ancora molto ben conservate, ed esplorarlo è un’esperienza incredibile di conoscenza: il frantoio ha sede in un edificio in mattoni; dietro la casa un pozzo, che inizialmente doveva essere anch’esso a bilanciere, forniva di acqua un beodo, cioè un canale artificiale di irrigazione, il quale però non serviva per irrigare, ma per alimentare un mulino ad acqua.
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Questo, col suo movimento, azionava tutti i marchingegni necessari all’azionamento del gumbo, ovvero del frantoio vero e proprio, con la pietra che, ruotando, produceva la prima spremitura dell’olio. Questo avveniva in un ambiente interno; il liquido passava poi in un ulteriore vasca circolare, esterna, dalla quale il liquido, ancora molto impuro, scorreva attraverso una piccola canaletta, in alcune successive vasche di decantazione, sempre più basse: le impurità ristagnavano sul fondo di ogni vasca, mentre l’olio più raffinato passava nella vasca successiva. Tutto questo complesso lavoro avveniva, ed è ricostruibile, in pochissimi metri quadri. Ed è un peccato che un impianto di questo tipo non venga recuperato, ripulito se non proprio musealizzato: è un aspetto della cultura materiale ligure che è bello conoscere e promuovere, è parte proprio del DNA dei liguri di queste parti.

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Torno sui miei passi, entusiasta della scoperta, e riprendo l’esplorazione. Questa volta vado verso Nord, verso il cavalcavia dell’autostrada, che passa qui vicino, esattamente dove finisce l’intervento dell’uomo e inizia un sentiero sporco che si inerpica nella boscaglia. Prima di raggiungere la boscaglia, però, incontro un amico, anzi due: l’asinello Pepe e la capretta Lola: vivono in un cortile che gode di una certa vista sulla vallata e che è cullato dal continuo passare delle auto e dei camion in autostrada: un incontro molto simpatico, e soprattutto inaspettato: perché tutto mi sarei aspettata, ma non di trovare la vecchia fattoria in piena San Bartolomeo al Mare.

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Io oggi ho scoperto qualcosa in più del mio paese natale, qualcosa che mai mi sarei aspettata. Pensavo di sapere tutto di San Bartolomeo al Mare, e invece no. E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

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Archeologia industriale a Firenze: il gazometro fuori Porta San Frediano

Quanto i Fiorentini stessi possono dire di conoscere davvero del tutto la loro Firenze? Ogni tanto mi capita di passare da via dell’Anconella, ad esempio quando vado a cena in zona San Frediano, oppure quando nel corso delle mie passeggiate lungo l’Arno mi allungo oltre la Porta San Frediano. Qui appare alla mia vista una struttura davvero insolita: un cilindro costituito da 16 colonne in lamiera sormontate da un bulbo – o una fiaccola – una struttura che al tempo stesso sembra industriale ed elegante, quasi un’installazione di arte contemporanea. Inoltre si trova all’interno di un piccolo parco pubblico per cui, a chi passa velocemente da questa via di passaggio, la struttura potrebbe apparire come un’immenso gazebo o recinto. Tante volte mi sono chiesta “ma che è ‘sta cosa? Ma che rappresenta?”. E poi la soluzione era la più semplice di tutte, scritta proprio lì, davanti al naso, nei toponimi di via della Fonderia e della chiesa di Santa Maria del Pignone. Sì, perché l’area nella seconda metà dell’800 era occupata dalle fonderie del Pignone. Distretto industriale fiorente, appena all’esterno della cinta muraria della città, cresceva talmente tanto che negli anni ’20 ne fu disposto il trasferimento in un’area lontana dalla città (per l’epoca): in quella che oggi si chiama Firenze Nova, dove infatti ha sede la Nuovo Pignone (GE Oil&Gas).

gazometro firenze

Ma andiamo con ordine. Che cosa c’era qui allora all’inizio del Novecento? Iniziamo col dire che nella seconda metà del Settecento quest’area, posta lungo la riva sinistra dell’Arno, immediatamente all’esterno di Porta San Frediano, cominciò a popolarsi, grazie alla presenza di un piccolo porto fluviale cui attraccavano i “navicelli”. E proprio il pignone in pietra cui venivano attraccati i navicelli avrebbe dato il nome al quartiere. Nel 1842 nacque la Società Anonima Fonderia del Pignone; nel 1856 nell’annessa officina meccanica fu realizzato il primo motore a scoppio. La fabbrica si distinse anche per la produzione di armi, cosa che si rivelò molto utile e redditizia durante la Prima Guerra Mondiale. L’azienda crebbe, tanto che nel 1923 fu necessario trasferire lo stabilimento nella zona di Firenze Nova, dove divenne il Nuovo Pignone. Il complesso industriale fuori San Frediano fu interamente demolito. Fu risparmiato soltanto l’ex-gazometro. Ecco allora cos’è la nostra particolarissima architettura, che a vedersi sembra allo stesso tempo elegante e terribile.

gazometro firenze

Le colonne del gazometro si stagliano minacciose contro il cielo plumbeo

Il gazometro fu installato nel 1846, con lo scopo di immagazzinare e regolare la pressione del gas di città, impiegato per usi domestici, riscaldamento e illuminazione pubblica. La struttura è costituita, nella parte aerea, da 16 colonne in lamiera, i condotti del gas, sormontate da altrettanti bulbi (o fiaccole, dato lo scopo che il gazometro si prefiggeva); nella parte sotterranea vi era un serbatoio che conteneva una vasca d’acqua profonda 9m, mentre a livello del suolo c’è un anello in muratura alto 4m, ancora molto ben visibile. Il gazometro fu utilizzato finché l’avvento del metano non ne decretò l’inutilità quasi da un giorno all’altro. Allora fu lasciato a testimonianza del passato industriale di questo piccolo distretto e attualmente è inglobato in un piccolo parco pubblico (bruttino e mal tenuto, ahimè) accanto ad un circolo ricreativo per anziani.

Il gazometro dell’Ex-Pignone è un monumento di archeologia industriale. Come tale va tutelato perché parte del nostro passato, dunque, a suo modo, del nostro patrimonio culturale. E va conosciuto e riconosciuto. Altrimenti continueremo a passare in via dell’Anconella, a girarci verso sinistra, a guardare con occhio incredulo e stupito, curioso, la struttura circolare davanti ai nostri occhi e però, poi, a proseguire in avanti, come se niente fosse.

gazometro firenze

Ma che cos’è un gazometro, come funziona? Il gazometro è una struttura ideata nel XIX secolo per immagazzinare il gas di città, che serviva sia per l’illuminazione pubblica che per usi domestici. Strutture come queste venivano impiegate anche in ambito industriale nelle acciaierie e infatti il gazometro di Firenze faceva parte del complesso del Pignone. Il gazometro è un contenitore  a pressione costante, non è in grado di ospitare grandi quantità di gas, e non si presta ad un uso come serbatoio per lo stoccaggio a lungo termine di gas, ma alla funzione di regolazione a breve termine tra produzione e consumo e immagazzinamento di gas. Inutile dire che oggi i gazometri non esistono più e laddove sopravvivono sono dei monumenti/documenti di archeologia industriale, proprio come il gazometro di Firenze.

*Fonti: non avrei mai scoperto cosa fosse questo cilindro in lamiera se non mi fosse capitata per le mani l’interessantissima “Guida all’archeologia industriale della Toscana”, di Giuseppe Guanci: un librino prezioso per esplorare il territorio e le città con occhi diversi, volti a guardare anche i dettagli, le piccole cose. Allora scoprirete che anche le vecchie officine e industrie hanno il loro fascino, e che l’archeologia industriale è il ringraziamento più sentito a chi vede in essa un motore di ripartenza delle città.

Venezia val sempre un giretto

Sono stata mercoledì a Venezia per motivi di lavoro, e avevo pensato che fosse un’ottima idea andare proprio in occasione del Carnevale: non di Giovedì Grasso, ma comunque nel periodo in cui la città si riempie di gente in maschera che è un piacere ammirare e incantarsi a guardare. Purtroppo, diversamente da quanto mi aspettavo, la città non era così brulicante di maschere. Per dir la verità non c’erano neanche quelle folle di turisti che mi aspetterei in un periodo così clou per Venezia. Risultato: pochi personaggi in maschera, ma possibilità di girellare per le calli senza l’uggia della troppa folla che non scorre.

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La mia meta della giornata era il Museo Archeologico Nazionale di Venezia, sito nel Palazzo delle Procuratie Nuove in piazza San Marco. Pur essendo un museo nazionale, condivide con il Museo Correr, museo civico, l’ingresso e il biglietto. Il risultato è che solo in pochi tra i visitatori del Correr si accorgono di stare visitando anche il Museo Archeologico da un certo punto in avanti. Il museo (che ha un blog sul quale informa delle sue attività, uno tra i pochi musei italiani ad aver scelto lo strumento blog come mezzo di comunicazione col pubblico) tra l’altro ha una storia importante, perché è uno dei primi musei pubblici d’Europa, grazie alla donazione di due collezionisti veneziani, Domenico e Giovanni Grimani, che vollero lasciare in eredità alla città di Venezia la propria collezione di opere d’arte antica, greca e romana. Ciò avvenne già a fine Cinquecento e il Museo ha sede in quest’ala degli edifici di Piazza San Marco da quell’epoca. Una lunga storia da raccontare, e una bella collezione d’arte antica da scoprire.
Dal museo si gode una bella vista su piazza San Marco, che in questi giorni è allestita per il carnevale con un teatrino di legno sul quale si susseguono spettacoli e intrattenimenti.
Visto che in giro si vede poca gente travestita, preferisco andare a pranzare e poi a ritornare verso la stazione passando per zone che mi sono meno familiari, fuori dal solito classico tragitto che passa accanto o attraverso Rialto.

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Per pranzo sono stata alle Zattere, un tratto di passeggiata affacciata sul canale della Giudecca  (da cui, mi dicono, si gode di una vista privilegiata sull’ingresso in Laguna delle navi da crociera…). Dopo il pranzo mi viene consigliato di prendere il “gianduiotto” alla gelateria Da Nico: un bicchiere colmo di panna montata nel quale viene immersa una bella fetta di mattonella al cioccolato e nocciole, il gianduia che dà il nome a questa coppa-bomba. Inutile dire quanto sia godurioso, e in una giornata calda come questa fa proprio bene al cuore!

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Uno squero, rimessa per la costruzione di gondole

Passeggio per le Zattere, che sono poco note ai turisti e quindi più vissute dai veneziani, quindi mi inoltro attraverso calli e sestieri che mi portano a scoprire uno “squero”, la rimessa in legno dove costruiscono le gondole, e poi scorci nuovi e incantevoli. Che poi trovatemi uno scorcio di Venezia che non sia incantevole: un affaccio su un canale, una facciata di un palazzo, un campanile in lontananza, ogni volta che si gira lo sguardo non si può restare insensibili alla bellezza. Perché di bellezza si tratta.

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E allora me ne torno al treno, alla Stazione di Venezia S.Lucia per raggiungere la quale bisogna attraversare un ponte su Canal Grande. E questo sì che è sempre la stessa vista che rivedo tutte le volte, ma non c’è niente da fare, ogni volta mi incanto a contemplare questa visione e torno verso casa con gli occhi pieni di bellezza. Perché di bellezza si tratta.

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Che bella sorpresa il Borough Market!

Proprio sotto London Bridge, sul lato Southwark del Tamigi, si trova ciò che non ti aspetti: un mercato alimentare in parte coperto nel quale le vostre papille gustative andranno in estasi!
Nel pieno centro di Londra si trova il Borough Market: un’elegante struttura in ferro ospita, al di sotto del ponte della ferrovia, adiacente al Tamigi, il regno dello street food londinese. Se pensavate che Camden Town, con i suoi banchini di street food etnico, fosse il luogo privilegiato per un pranzo all’aperto ma di gusto, con tanta scelta e varietà nell’offerta, al Borough Market letteralmente impazzirete.
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Si va dall’etnico, cinese, indiano, spagnolo, tedesco, al vegetariano, senza scartare naturalmente la cucina inglese, qui ben rappresentata dalle pies a base di carne e dalle zuppe; ci sono poi i banchini dedicati ai dolci, quelli dedicati al bere e poi si trovano i banchi alimentari veri e propri: frutta e verdura, pane, carne o pesce, salumi, prodotti di importazione o fusion (come il banco che vende prodotti calabresi e, per quanto riguarda l’aspetto fusion, la ‘nduja del Kent).
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Un mare di gente si riversa qui in pausa pranzo e durante il giorno è un viavai continuo di gente, non solo inglesi, non solo turisti.
Il Borought Market non è considerata una tappa fondamentale in un viaggio di un week-end a Londra, eppure non andrebbe scartata in un itinerario che passando da London Bridge, o risalendo il Tamigi dal Globe Theatre, vuole continuare la passeggiata fino al Tower Bridge, il ponte più caratteristico sul Tamigi.
La grande struttura in ferro verde e vetro che ospita il Borough Market è un bel padiglione elegante e impreziosito dagli orologi che pendono dal soffitto e dalle colonnine che alleggeriscono la struttura.
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Al di sotto è un brulicare continuo di gente che mangia, che beve, che fa la spesa, che chiacchiera in allegria con colleghi e amici. È uno spaccato di vita di quartiere a due passi dalla City. Perché se da qui si attraversa London Bridge si entra nel cuore finanziario di Londra, nel cuore pulsante e frenetico, dove tutti camminano veloce, dove sempre nuovi cantieri costruiscono a tempo di record grattacieli futuristici ridisegnando giorno dopo giorno lo skyline. Ma noi ora siamo al Borough Market, è ora di pranzo, e ci godiamo la nostra buonissima meat pie al freddo, sì, ma lontano dal frastuono della Londra frenetica.

I più bei borghi del Ponente Ligure

Ligure fuori e ligure dentro, non ho mai speso un post d’insieme per dirvi quali sono secondo me i borghi più belli della Riviera Ligure di Ponente. Da buona imperiese la mia scelta ricade principalmente sui paesi più caratteristici della provincia di Imperia, con qualche illustre rappresentante della provincia di Savona. Pronti per scoprire con me i borghi più belli del Ponente, i più curiosi, quelli in cui ci si perde volentieri sia d’estate che d’inverno? Perché molti conoscono la Liguria solo per il mare oppure per le Cinque Terre e Genova ma, senza nulla togliere a queste, il Ponente ha molto da raccontare e molto da donare a chi ne sa cogliere l’essenza. E allora allacciate le cinture, che si parte!

Claude Monet, Bordighera, 1884

  • Apricale

Borgo medievale sospeso nel tempo, questo piccolo paesino abbarbicato alla propria altura è una dedalo di viuzze e carrugi, i classici vicoli che caratterizzano i paesini liguri di mare e d’entroterra, con le sue botteghine caratteristiche e un castello, sulla sommità del borgo, come vuole tradizione. Apricale Si trova nell’entroterra della Val Nervia. Ventimiglia è laggiù, in riva al mare, mentre da qui la vista spazia sulle aspre colline che seguono il fiume Nervia verso valle. Percorsi antichi, borghi antichi, castelli antichi, quando era meglio vivere arroccati sui monti che non in pianura, perché il pericolo è sempre alle porte, e sui monti ci si può difendere. La Liguria è una terra aspra e poco generosa, ma proprio per questo i suoi abitanti, forse anch’essi aspri e chiusi, sospettosi e cinici, sono forti d’animo, e di rado si lasciano abbattere. L’antico castello ospita oggi eventi, la piazza sottostante è un luogo di ritrovo e di svago, sulla quale si affacciano le due chiese del paese: il cuore del borgo da sempre.

Apricale è uno dei Borghi più belli d’Italia, Bandiera Arancione, garanzia di qualità, di genuinità e di rispetto della tradizione. In realtà la Liguria vanta diverse Bandiere Arancioni, ma Apricale è stata la prima, pertanto vanta un primato. Inoltre, e lo dico per chi apprezza il genere, ad Apricale ha sede un ottimo birrificio artigianale che produce birre di grande qualità da prima che le birre artigianali italiane diventassero di moda. Motivo in più per andare ad Apricale, no?

  • Dolceacqua

dolceacquaDolceacqua non la dimentichi facilmente. il borgo si adagia sul fiume Nervia, che lo divide in due parti, collegate tra loro dall’impressionante ponte medievale a schiena d’asino che ne contraddistingue l’immagine e che tanto colpì il pittore Claude Monet, il quale nel 1884 soggiornò nel Ponente Ligure e letteralmente si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse come una bella donna, alla luce del sole, in tutto il suo splendore. Un’altra cosa rende caratteristica Dolceacqua, ed è il suo castello medievale, in cima al borgo, dalla silhouette inconfondibile: un quadrilatero con due torrette laterali, che è stato oggetto di indagini archeologiche e di restauro in anni recenti, e dal quale si domina la vista su tutta la vallata, fino al mare nelle giornate terse. Il borgo si inerpica fino al castello attraverso vicoli oscuri, carrugi inospitali tra vecchi e alti edifici attraverso i quali quasi non filtra il sole. Dolceacqua è poesia, che Monet riuscì a tradurre in pittura. La prima edizione delle Invasioni Digitali ebbe tra le mete proprio il centro storico di Dolceacqua: questo il post in cui raccontavo quell’avventura, sempre attuale, nonostante l’invasione abbia avuto luogo nella primavera del 2013.

  • Seborga

In Liguria abbiamo una monarchia. Ebbene sì, negli anni ’60 un piccolo paese dell’entroterra di Bordighera decise non solo di dichiararsi indipendente dal resto d’Italia, ma di eleggere il proprio re, e di battere moneta propria; così dopo Giorgio I, che fu re dal 1963, oggi è seduto sul trono re Marcello I. Il principato di Seborga naturalmente non è riconosciuto dallo stato italiano, ma è senz’altro una trovata simpatica che attira coloro che, di passaggio nel Ponente Ligure, hanno voglia di abbandonare la costa per pochi km. Per il resto è un borgo di origine medievale che si trova a mezza costa, ben curato e colorato, da visitare in una bella giornata di sole primaverile.

  • Triora

Ci spostiamo dalla Val Nervia alla Valle Argentina.  Triora è il paese delle Streghe. Ebbene sì, Triora è nota da sempre, e ovunque, per essere il borgo delle streghe. O meglio, il borgo in cui furono processate e condannate tante povere donne innocenti per atti di stregoneria. Siamo nell’epoca in cui l’Inquisizione raggiunge le più alte vette di sadismo e cieca cattiveria. A farne le spese le povere donne montanare e ignoranti, com’era all’epoca, a fine Cinquecento, vittime di una misoginia che dal clero genovese contagiò con ben poche difficoltà i bifolchi abitanti maschi della vallata e del paese, uomini brutali che volevano solo una vittima da incompare per un cattivo raccolto o una carestia. Il processo di Triora è ormai storia, e Triora ha trasformato questo brutto episodio del suo passato in occasione di rilancio turistico, che ogni anno attira folle di visitatori e turisti, o anche abitanti moderni della vallata. E non solo, a Triora (e dove sennò?), c’è il museo etnografico della stregoneria: perché aldilà del mito, della leggenda, delle code di rospo e ali di pipistrello, il dramma di quelle povere donne del borgo fu reale, ed è giusto che la loro tragica storia venga raccontata e sia conosciuta.

  • Mendatica

Il borgo di Valloria

Cambiamo di nuovo vallata, la Valle Arroscia. Qui siamo nel remoto entroterra di Imperia, in montagna: le piste da sci di Monesi sono poco distanti, e siamo nelle terre della transumanza, da dove passavano gli armenti che tra estate e inverno si alternavano (si alternano) per raggiungere i pascoli estivi o invernali. A Mendatica un piccolo museo diffuso porta alla scoperta di una vita pastorale che era una realtà fino a pochi decenni fa, mentre molti edifici ancora parlano di una vita rurale ormai quasi dimenticata anche se preservata. Il tempo sembra essersi fermato e certo la Liguria costiera, quella delle spiagge oppure degli oliveti è ben lontana. Se nel resto della Liguria la gente d’estate cerca il mare, qui dal mare fugge per ristorarsi al fresco dalla calura d’agosto. Da qui si domina un bel panorama sulla vallata che scende al mare. La piccola chiesa della Madonna dei Colombi offre un bel panorama del borgo, che si adagia sulla cima della sua montagna, a controllo della vallata.

    • Valloria

Porta dipinta a Valloria

Nella val Prino, entroterra di Imperia, tra fasce di oliveti secolari e lungo la Via dell’Olio, sorge Valloria, paesino come tanti qui a mezzacosta, e però con una particolarità: le sue porte dipinte. Negli scorsi decenni numerosi artisti si sono avvicendati nel dipingere le porte delle case del borgo: veri capolavori di street art, che conferiscono al borgo una sua vivace personalità. Le porte di Valloria sono una passeggiata artistica e l’occasione di una conoscenza più approfondita dell’entroterra ligure e dei suoi paesini. Passeggiare per Valloria alla ricerca delle porte è poi un ulteriore incontro con i tipici carrugi liguri, bui e stretti, ripidi a seguire il saliscendi impervio del terreno. Il panorama spazia sulla vallata sottostante, si spinge fino al mare, guarda sulle colline circostanti gli altri paesini dispersi tra gli oliveti, o le chiese solitarie, come il Santuario della Madonna del Piano, a Tavole, piccolo gioiellino che merita una deviazione e una sosta.

    • Cervo

La chiesa dei Corallini a Cervo

Cervo è forse il più caratteristico dei borghi medievali del Ponente. Innanzitutto sorge sul mare, o meglio, su un’altura che scende direttamente al mare. Proprio dal livello del mare si entra nel borgo, salendo di carrugio in carrugio, passando accanto a vecchi edifici, alti muri che nascondono giardini, archi che tolgono la luce ma che stringono di più e creano intimità, dino ad arrivare, attraverso queste salite dove non filtra il sole, nella piazza della chiesa di San Giovanni, una terrazza proiettata sul mare, cui fa da sfondo la maestosa facciata barocca della chiesa, un tripudio di colori che forse contrasta con la personalità dei pescatoridi coralli liguri cui la chiesa stessa è dedicata. E ancora, si sale e si sale, attraverso nuovi vicoli e carrugi sempre più bui, sempre più spessi,sempre più suggestivi, che convergono, in cima al borgo, nella piazza del castello, oggi museo etnografico. Un salto nel tempo, davvero molto romantico.

    • Zuccarello

Quel ponte a schiena d’asino posto sul fiume Neva è il carattere distintivo di questo piccolo borgo nell’entroterra di Albenga. Anche qui siamo in età medievale, il castello in cima alla collina domina il paese inriva al fiume. Caratteristici i portici della via principale del borgo, con colonne tozze e basse, un’architettura pesante ma comunque elegante e adatta a queste terre: visitate Zuccarello in inverno, e vi renderete conto che i portici sono necessari, oltre che piacevoli da percorrere. Il castello rimane in altura, domina dall’alto il borgo e il torrente.

  • Noli

Borgo di mare, ha una storia lunghissima ed illustre: il borgo nel Medioevo fu infatti una Repubblica Marinara accanto alle più note Genova, Pisa, Amalfi e Venezia, e rimase indipendente fino alla fine del Settecento pur se non batteva moneta: una San Marino del Ponente Ligure ;-) . Come tale La bella chiesa romanica di San Paragorio è uno tra gli edifici religiosi più importanti della regione, ma tutto il borgo in sé, affacciato sul mare, è uno splendido gioiello incastonato in un’insenatura chiusa da una parte dalla piccola isola di Bergeggi e accanto alla Baia dei Saraceni.

  • Finalborgo

È il più grande tra tutti questi borghi di cui vi ho parlato. È una vera e propria cittadina, anzi, ed è piacevolissimo passeggiare tra le sue vie, ricche di botteghine, caffetterie e ristoranti. Un bel museo archeologico racconta la bellezza dell’antichissima storia di questo territorio, che fu abitato dall’uomo fin dalla Preistoria, quando viveva nelle caverne delle alture circostanti. Si entra nel borgo medievale dalla porta della città, lungo una via selciata su cui affacciano alti edifici. Le stradine non sono larghe, perché il borgo conserva pressoché intatti i suoi caratteri medievali, e la cittadina nel suo complesso è curata, un luogo piacevole nel quale trascorrere un pomeriggio. Finalborgo rimane lievemente arretrato rispetto al mare e al passaggio della via Aurelia, sorge proprio alle pendici dell’altura, comunque vicina al mare, sulla quale ci si può inerpicare per raggiungere le rovine del castello.

Questi sono, secondo me, i borghi imperdibili del Ponente Ligure. Secondo voi invece quali sono i paesini liguri da non perdere?

Fashion Museums in Florence 4): il Museo del Tessuto a Prato

museo tessuto prato

L’avete mai visto da vicino un telaio? Eccolo nella prima sezione del Museo del Tessuto di Prato

Lo so, lo so, Prato non è Firenze, anche se molto vicina geograficamente. E lo so, lo so, il Museo del Tessuto non è un museo di moda, ma permettetemi di dire che se non esistessero i tessuti, non esisterebbe neanche la moda. Così, in questo itinerario nato un po’ per caso, un po’ per curiosità, dei musei della moda di Firenze, e che mi ha portato dapprima nei musei dei due grandi marchi Ferragamo e Gucci e poi in quel museo di storia della moda che è la Galleria del Costume, non potevo non completare il cerchio con il museo del Tessuto. Museo molto didattico, il suo percorso si svolge su due livelli: un’introduzione teorica ai tessuti, con l’illustrazione delle materie prime e delle fibre naturali, artificiali e sintetiche, quindi dei processi di lavorazione, filatura, cardatura, tessitura e tintura; il secondo livello è dedicato invece alla storia di Prato come centro di produzione tessile. La storia della tessitura a Prato è in effetti lunga e avvincente: inizia nel Medioevo, agli inizi del XII secolo, lungo il corso del fiume Bisenzio, sul quale erano installate le gualchiere per follare i panni di lana. Se non sapete che vuol dire “follare” dovete tornare indietro nel percorso: la follatura è un processo di lavorazione della lana che consiste nel compattamento del tessuto anche per impermeabilizzare. E torniamo alla storia della produzione tessile a Prato. Per il processo della follatura era necessaria l’acqua, per cui le acque del Bisenzio vennero convogliate in un canale detto Gorone e poi divise in tre gore che attraversavano il contado e il centro abitato (e che solo nel Novecento sono state interrate).

Tra i personaggi che si impongono nella storia della produzione tessile di Prato va segnalata la figura dell’imprenditore Francesco di Marco Datini. Costui riuscì a costituire un’attività su scala internazionale che collegava gli opifici di tessitura di Prato a Genova, alla Catalogna e alle Baleari, con le quali commerciava i prodotti finiti, alla lontana Inghilterra nella quale si procurava anche la materia prima, e a Firenze dove aprì una banca: un’attività imprenditoriale che seguiva tutta la filiera di produzione, dal reperimento delle materie prime fino alla commercializzazione del prodotto finito.

museo del tessuto prato

Macchinari per la lavorazione dei cenci – Museo del Tessuto Prato

Un altro personaggio importante per la Prato legata alla produzione tessile è Giovan battista Mazzoni che introduce la meccanizzazione della filiera tessile, imprescindibile premessa per la produzione su scala industriale. Questa ha poi un grande grandissimo sviluppo con l’introduzione della tecnologia della lana rigenerata. Di che si tratta? E’ la fibra ottenuta dalla stracciatura dei “cenci”, abiti, tessuti e scarti di sartoria, destinata ad essere nuovamente filata. Questa tecnologia prende particolarmente piede a Prato, dove addirittura si forma la figura professionale del cenciaiolo, colui che al tatto riesce a classificare la qualità e le caratteristiche degli stracci in vista di un loro riutilizzo. In questa produzione, Prato diventa il centro più importante su scala internazionale e la sua fortuna come centro tessile è tuttora dovuta a questo tipo particolare di lavorazione.

Un video 3D a misura di bambino racconta l’importante ruolo della tessitura a Prato, mentre nella sala sono esposti, oltre ad alcuni abiti di collezione, anche i macchinari per la lavorazione dei cenci e i cenci stessi, raccolti e suddivisi a seconda del colore o della qualità del tessuto. Video e touch screen aiutano nella comprensione e completano il percorso espositivo.

Il museo riesce a rendere semplice un processo e una materia che semplice non è, ma soprattutto riesce a incuriosirci su un argomento che magari ci interessa poco e che però è fondamentale per noi: da dove vengono i vestiti che indossiamo? Lo diamo per scontato, eppure dietro il più semplice capo di abbigliamento, il più piccolo frammento di stoffa, c’è un lavoro e un saper fare sorprendenti, una storia che il Museo del tessuto di Prato oggi ci racconta.