Un giorno a Taranto: 5 cose da fare e da vedere

Ho trascorso a Taranto una giornata intera. Ho visto cose, ho fatto cose, alcune delle quali insieme ad una localguide*; ho deciso di raccoglierle in questo post. Dalla mattina alla sera, vi dico le 5 cose assolutamente da fare e da vedere a Taranto.

cosa fare a Taranto

1) Mattina presto: passeggiare all’alba lungo la Marina e respirare il salmastro

Taranto pescatori

La Marina di Taranto. I pescherecci al mattino

Sono giunta a Taranto col primo flixbus del mattino, peraltro in anticipo, per cui è stato inevitabile iniziare a percorrere la città vecchia quando ancora nessuno osava avventurarsi fuori casa. Nessuno, fuorché i pescatori di rientro dalla pesca. Ecco, lungo la Marina c’eravamo io, i pescatori che smatassavano le reti e l’odore forte, a tratti troppo pungente, del salmastro.

Una passeggiata lungo la Marina è necessaria per poter attraversare l’isola su cui sorge la città vecchia e oltrepassare il Ponte Girevole che immette invece nella città ordinata, ottocentesca, ortogonale. La città vecchia, per contro, è il cuore pulsante, storico, antico, chiuso come un riccio di mare. La fronte dei suoi palazzi decadenti ci accompagna sulla destra, mentre alla nostra sinistra rimane il porticciolo dei pescatori.

Ah, piccola premessa: Taranto ha tre passeggiate lungo il mare. Questa è la Marina; dall’altra parte dell’isoletta c’è invece la Ringhiera; il Lungomare percorre invece il perimetro della Taranto nuova (questa è una preziosa informazione che mi ha dato la mia localguide*).

2) Colazione con vista sul Castello Aragonese

Se durante la vostra traversata dell’isola verrete affiancate da un mansueto cane lupo senza guinzaglio non vi agitate: è Max, la mascotte tarantina. Lui mi scorta verso la pasticceria dove avevo già deciso di fare colazione. Gli lascio però l’illusione che abbia scelto lui per me dove farmi prendere un caffè. Il Caffè Bernardi è in posizione ideale: appena superato il Ponte Girevole, così chiamato perché in effetti è girevole, in quanto si apre per far passare nel canale le navi più alte della sua campata. Dal suo dehors si gode una splendida e rilassante vista sul Castello Aragonese. Max intanto sonnecchia con un occhio aperto e uno chiuso lì davanti a voi, e tutti i suoi conoscenti lo ossequiano come è giusto che sia.

taranto

Taranto, il castello aragonese, il ponte girevole

3) Visitare il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

In via Cavour, nell’ordinata città postunitaria, sorge il bel palazzo in cui è ospitato il Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Su tre piani, il percorso parte dalla preistoria e arriva all’epoca postromana; si inizia dal terzo piano, dove ci accoglie la statuetta dello Zeus di Augento, si vede lo scorrere dei millenni, vetrina dopo vetrina, fino alla fondazione di Taras. Da qui è la città greca, con i suoi edifici religiosi, il suo quartiere artigianale, le necropoli e gli oggetti quotidiani, a farla da padrone.

museo marta taranto

Dettaglio di un vaso apulo: Dioniso nasce dalla coscia di Zeus. Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Colpisce la straordinaria vivacità dei vasi apuli a figure rosse, le statuette di terracotta che raffigurano donne variamente vestite, lo splendore dei gioielli in oro, tra corone e orecchini di una modernità imbarazzante. Poi si arriva al momento di passaggio dalla cultura greca alla dominazione romana, passaggio che senz’altro fu sofferto, ma che, dal punto di vista culturale e artistico, si avverte come un lento e costante cambiamento. La Taranto romana è nota principalmente per i pavimenti a mosaico. Indubbiamente il vero cuore di Taranto è la Taras greca, e proprio ad essa il Museo dedica maggiormente se stesso. E non potrebbe essere altrimenti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

4) Inoltrarsi nella città vecchia

street art taranto

Uno dei murales della Città vecchia di Taranto: antico e moderno si incontrano

La città vecchia di Taranto è un dedalo di viuzze strette e chiuse da alti palazzi decadenti (in qualche caso ahimè fatiscenti). Una città vecchia in salita, difficile da immaginare per un’isoletta che chiude l’immissione al Mar Piccolo e al Mar Grande. E se più in alto si trovavano un tempo i palazzi nobiliari, mentre alla base, alla Marina, stavano i cenciosi pescatori, ora è tutto sullo stesso livello: tutto avrebbe bisogno di una riqualificazione che è voluta dalla popolazione stessa, ma che stenta a farsi strada. Tuttavia proprio il turismo può essere il volano per riqualificare un centro storico che è davvero notevole.

La Cattedrale di San Cataldo, per esempio, è un capolavoro di architettura romanica cui, ad un certo punto, fu aggiunta una splendida cappella talmente barocca che più barocca non si può, tra marmi intarsiati e stucchi mirabolanti. Un vero gioiello. Si trova nel cuore della città vecchia e non lascia insensibili coloro che le passano accanto o che vi entrano.

Fuori dalla cattedrale, invece, nei vicoli, l’occhio non può non farsi attirare dai murales. Murales che vanno programmaticamente ad occupare vecchie porte tamponate e che parlano di miti antichi, reinterpretando in questo modo la storia più antica di Taras e attualizzandola, portandola al giorno d’oggi.

cattedrale taranto

La cattedrale di San Cataldo a Taranto

5) Tramonto: prendere un aperitivo ai piedi del Castello Aragonese

Taranto

Castello Aragonese, TAranto

Una bella passeggiata dal porticciolo lungo la “Ringhiera”, l’altro lato rispetto alla Marina dell’isola della Città Vecchia. Si raggiunge il Castello Aragonese, che sorge a sua volta su una prima fortificazione bizantina, perfezionata poi dai Veneziani e resa la meraviglia che è dagli Aragonesi.

L’accesso al Castello è libero, per cui si può accedere all’ampia corte quadrangolare; nella piccola cappella laterale ci si può sposare (sapevatelo, animi romantici che mi leggete!); tuttavia solo con visite guidate a orari prestabiliti si può accedere anche ai bastioni e vedere, magari, l’ammainabandiera. Io non ho avuto la possibilità di farlo, ma mi sono consolata con uno spritz quasi in riva al mare e all’ombra del torrione del Castello Aragonese. Una location davvero unica, il Jazz Island dove, con la mia localguide* abbiamo preso un aperitivo al tramonto, mentre calava il sole e nel mare antistante gettavano l’ancora yacht e mercantili.

Una giornata a Taranto. W l’archeologia, w gli sposi e soprattutto w la mia localguide*

Sono venuta a Taranto per il matrimonio di una cara amica, Astrid di @Archeopop. In realtà non mi sono fermata in Puglia solo 24 ore, ma quasi 48; tuttavia all’incirca una giornata totale è quella che ho passato a Taranto. Da archeologa, non ho potuto non visitare il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto in compagnia di un’archeologa, ovviamente. La colazione fronte Castello Aragonese l’ho fatta con Stefania di Memorie dal Mediterraneo: titolo di blog più che appropriato al luogo. Infine, un ringraziamento va alla mia localguide, di cui finalmente svelo il nome, Maria Millarte, blogger di Aroundme, che ha sacrificato una sua domenica per far esplorare a me la città vecchia di Taranto e la sua Massafra e che infine mi ha portato a prendere l’aperitivo ai piedi del Castello Aragonese. Non le sarò mai grata abbastanza: l’amore per la sua terra fluisce incontrollato ogni volta che apre bocca, come un fiume in piena. È meraviglioso.

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I palazzi che affacciano sulla Marina di Taranto: sono il primo baluardo della città vecchia

La sera ho preso l’ultimo flixbus della notte e sono rientrata la mattina dopo, fresca come una rosa, in ufficio.

E per voi quali sono le cose assolutamente da fare, da vedere, e perché no da gustare, in una giornata a Taranto?

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Ti presento MARTA: il Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Chi è Marta?

Marta è l’acronimo di Museo Archeologico Taranto. Il museo che ha l’onore e la responsabilità di raccontare la storia più antica della città. E assolve al suo compito benissimo.

museo archeologico taranto

Il Museo si trova in pieno centro, superato il Ponte Girevole che collega la città vecchia, medievale, arroccata, con la parte ottocentesca, ordinata, strade larghe rettilinee e piazze. Il MARTA è uno dei musei archeologici più grandi d’Italia: una collezione archeologica vastissima, che va dalla preistoria all’età romana e altomedievale, passando, e soffermandosi soprattutto, sull’epoca più importante: quella greca.

Visitare il MARTA

Si parte dal terzo piano per visitare il MARTA. Al terzo piano infatti inizia il percorso espositivo. Nella prima sala, ad accoglierci, un vip dell’archeologia: lo Zeus di Ugento: una statuetta in bronzo del dio posto nell’atto di scagliare, con misurato equilibrio, il fulmine che lo contraddistingue. Per me un’emozione trovarmi inaspettatamente al suo cospetto.

zeus di Ugento

Lo Zeus di Ugento al MARTA Museo archeologico nazionale di Taranto

La preistoria

Il percorso espositivo inizia dall’inizio, ovvero dalla Preistoria. Quando l’uomo viveva o si riparava in grotta, quando non esistevano ancora insediamenti urbani, ma l’uomo pian piano imparava a plasmare l’argilla e la cuoceva per farne contenitori, quando iniziava a coltivare e quindi diveniva stanziale. Due Veneri paleolitiche dalla Grotta delle Veneri a Parabita (LE) sono la testimonianza di un culto della fertilità che era estremamente diffuso 20mila anni fa circa.

veneri paleolitiche taranto

Veneri Paleolitiche al Marta – Museo archeologico nazionale di Taranto

MARTA TAranto

idolo neolitico, MARTA – Museo archeologico nazionale Taranto

Il Neolitico segna la svolta: l’uomo con l’agricoltura addomestica la terra, ma a sua volta ne è addomesticato e da nomade si ferma nei luoghi che meglio rispondono alle sue necessità. Sorgono i primi insediamenti, anche se continuano ad essere utilizzati i ripari in grotta, come la grotta dei Cervi di Porto Badisco, vicino a Otranto o come ad Arnesano, dove una tomba ha restituito un idolo, una statuetta con il volto a civetta. Siamo tra il 4300 e il 4000 a.C.

Insieme all’agricoltura, l’uomo inizia a plasmare la terra e a cuocerla: l’invenzione della ceramica è un altro grande passo per l’umanità. La terracotta segna davvero la svolta perché i vasi consentono di conservare cibi e liquidi; hanno scopo pratico ma anche rituale, iniziano ad essere decorati.

Poi l’uomo scopre i metalli. Il rame, innanzitutto, poi il bronzo e a seguire il ferro. L’età del Bronzo segna per la Puglia l’incontro con le popolazioni dell’Egeo, da Creta prima e dalla Grecia continentale poi. Iniziano le importazioni di ceramiche minoiche (cretesi) e poi micenee (greche). I primi contatti con il mondo greco si collocano tra il 1300 e il 1000 a.C. Ma il vero incontro con la Grecia arriverà qualche secolo più tardi, con la fondazione della colonia spartana di Taras.

Taras, la colonia greca

Ogni colonia greca ha il suo fondatore, l’ecista, e il suo eroe mitologico di riferimento. Nel caso di Taranto l’eroe è Taras, figlio del dio del mare Poseidone che un giorno, nella terra dove poi sarebbe sorta Taranto, stava compiendo sacrifici quando dal fiume comparve un delfino. Considerato un segno propizio della benevolenza degli dei, Taras ordinò che lì fosse fondata una città. Poi Taras un giorno scomparve in mare e si narrò che il padre lo avesse preso con sé. Fin qui il mito. Il fondatore storico di Taranto, invece, fu Falanto, che guidò un gruppo di spartani alla ricerca di una nuova terra (dopo essere stati scacciati, così dice il mito, dalla città natale) e la chiamò Taras in memoria dell’eroe figlio di Poseidone. La città iniziò a battere moneta, e sulle sue monete figurava l’eroe Taras in groppa al delfino.

taranto tempio dorico

Ciò che resta dell’imponente tempio dorico di Taranto: due imponenti colonne

La città greca è narrata, in museo, attraverso i segni tangibili che ha lasciato: non così diffusi come penseremmo, ma siccome la città è cresciuta su se stessa, con una continuità di vita che non ha visto interruzioni, è difficile scavare interi quartieri, mentre nel corso del tempo non sono mancati i rinvenimenti sporadici, sparsi qua e là per la città, sufficienti però a delineare un’idea dell’organizzazione dello spazio urbano. Nella città vecchia, poi, non possono sfuggire le due imponenti e tozze colonne doriche del tempio dorico, di VI secolo a.C.

Gli edifici religiosi erano abbelliti con decorazioni architettoniche varie; tra tutte le antefisse sono le più interessanti: a testa di Gorgone, o Medusa, vanno dalle più antiche, dal volto mostruoso, a quelle più recenti, in cui un bel volto di donna è agitato da serpenti tra le ciocche dei capelli. Altre antefisse rappresentano il dio Ermes, oppure i Sileni, oppure donne con la testa coperta da un velo. La varietà è notevole, così come i colori.

museo archeologico taranto

Un’antefissa a testa femminile velata, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

La devozione alla divinità, però, non occorre dimostrarla per forza con i templi, ma anche con doni votivi, come statuette che raffigurano divinità oppure offerenti. Offerte nei santuari, erano raccolte in stipi votive, dei pozzetti che fanno la gioia degli archeologi, quando ne rinvengono uno.

museo archeologico taranto

Una statuetta di recumbente (semisdraiato) in terracotta, offerta votiva in un santuario del IV secolo a.C. Museo Archeologico Taranto

Le statuette fittili, la mia passione

Si chiama coroplastica, in termine tecnico, la produzione di sculture e rilievi in terracotta. Si tratta di una produzione di artigianato artistico che a Taranto dà esiti incredibili! Per tutta l’antichità, dall’età greca ai primi secoli dell’occupazione romana (quella che viene definita età ellenistica) le statuette in terracotta, raffiguranti fanciulle, attori, ballerine, divinità – in particolare Venere – sono diffusissime. Non è chiara la funzione: se ex voto, bambole, rappresentazioni divine o altro. Io semplicemente le adoro: erano coloratissime, le fanciulle indossano abiti e copricapi strepitosi. Sono eccezionali.

museo archeologico taranto

Non è meravigliosa questa statuetta in terracotta dipinta? In realtà sono due che si intersecano: la Nereide, una divinità marina, e l’ittiocentauro, una creatura marina fantastica che vi si inserisce. Trovo il tutto meraviglioso. Museo archeologico Taranto

I vasi apuli

Taranto era un centro di produzione di vasellame molto importante. I vasi apuli, imponenti, a vernice nera e figure rosse sono dei capolavori di artigianato artistico. I vasi avevano differenti destinazioni: segnacoli funerari, contenitori per il vino nei banchetti, coppe per bere, vasi specifici per i matrimoni, contenitori più piccoli per unguenti e profumi. La produzione tarantina di vasi è vastissima. Sulle pareti spesso sono rappresentate scene mitologiche anche complesse. Tantissime figure animano i vasi, come se i pittori avessero paura di lasciare degli spazi vuoti. Le scene rappresentate possono essere molto note, come la Amazzonomachia (la battaglia tra i Greci e le Amazzoni) o la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus(v. video in fondo al post); ma sono anche scene particolarissime e che ci fanno sorridere, perché ci fanno vedere come, in fondo, non sia cambiato proprio niente: la scena con Afrodite che minaccia di picchiare il piccolo figlioletto Eros col sandalo non è familiare a molti di noi?

museo archeologico taranto

Lebete apulo a figure rosse. Il lebete è un vaso nuziale, femminile. La scena è un riferimento al ruolo di madre che a noi suscita immediatamente un sorriso: Afrodite sembra dire “Ti tiro ‘na ciavatta!”. Museo Archeologico Taranto

La conquista romana

Prima Pirro, poi Annibale. Taranto ha sempre cercato di evitare la conquista romana, ma un bel momento essa fu inevitabile. Ciononostante la conquista romana non ha significato un cambiamento drastico immediato nella cultura e nella mentalità tarantina. I Romani sapevano creare le condizioni per non imporre la propria cultura, ma solo la propria organizzazione amministrativa. Il processo di romanizzazione fu lento ma costante ovunque, per cui per molto tempo dopo la conquista effettiva la popolazione locale continuò a mantenere le proprie consuetudini. Per Taranto questo tempo coincise all’incirca con tutta la durata dell’età ellenistica(fine IV-inizio I secolo a.C.).
In età imperiale, invece, case e terme sono ormai tipologie edilizie prettamente romane. I pavimenti a mosaico di certi edifici fanno invidia ad analoghi pavimenti di Roma, Ostia e Pompei, per fare dei raffronti.

museo archeologico taranto

Uno degli splendidi mosaici che decoravano i pavimenti di domus e terme di Taranto romana. Museo archeologico Taranto

Focus on: le oreficerie

Nella Taranto greca un ruolo importante riveste la produzione orafa. Orecchini, corone così finemente cesellate e così moderne! Ma anche portagioie a forma di conchiglia: capolavori di cesello che fanno invidia a certi oggetti moderni. Gli orecchini sono davvero moderni: quelli con pendenti a forma di Eros sono i miei preferiti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

Perché visitare il MARTA

La straordinaria storia di Taranto emerge grazie ai ritrovamenti archeologici fatti nel corso di decenni. Si tratta spesso di rinvenimenti sporadici, fatti qua e là in varie contrade della città, nel corso di scavi urbani, non in seguito a campagne di scavo mirate. Nella città vecchia di Taranto l’unico sito archeologico visibile è il tempio dorico, mentre tutto il resto della città antica è stato seppellito, eraso, coperto dalla città che nel corso dei millenni ha continuato a costruirsi su se stessa.

Per chi non è di Taranto è difficile capire da dove provengano i bellissimi reperti archeologici esposti in museo. Per chi è di Taranto, invece, può essere una scoperta vedere che vicino casa è stato trovato qualcosa di antico. Non so, io all’idea sarei elettrizzata!

Scoprire Taranto vuol dire anche conoscerne la storia più antica. Il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto, è la tappa fondamentale per conoscere la città. Assolutamente da non perdere.

Calabria coast to coast: da Paola a Crotone lungo la S.S. 107

Mar Tirreno, Mar Jonio, e nel mezzo la Sila

Lungo il percorso, poi, tanti borghi, paesi, città, per cui vale la pena far diventare il percorso in auto un vero viaggio di scoperta. Pronti a percorrere con me il Calabria coast to coast? Da Paola a Crotone scopriremo quali centri e quali luoghi si incontrano lungo la S.S. 107.

S.S. 107 CALABRIA

1- Paola

Affacciata sul Mar Tirreno, Paola è una cittadina medievale che ha dato i natali al Santo più venerato nella regione, patrono dei Marinai, San Francesco di Paola. Appena fuori dal borgo, il grande convento di San Francesco è meta di pellegrinaggi da ogni parte della Calabria, ma anche d’Italia. Un grande complesso, poggiato lungo la riva di un fiume, che ospita i luoghi storici di Francesco, le grotte dove pregava, le celle dei monaci, la chiesa e il chiostro. Un luogo di devozione davvero grande.

paola convento san francesco

Paola, il convento di San Francesco

Il paese di Paola è arroccato, in salita, un po’ decadente come molti centri storici in Calabria. Purtroppo tante case abbandonate, che trasformano la decadenza in degrado, ma in ogni caso una cittadina vitale, punto nodale nei collegamenti con l’interno: e infatti è proprio da qui che si origina la S.S. 107 che attraversa la Sila e punta verso Crotone.

Per approfondire: San Francesco di Paola, il santuario, la città, il culto

2 – Cosenza

La seconda tappa lungo la S.S. 107 è nientemeno che Cosenza. Il capoluogo è una città antica, cui sono legate leggende che spesso vengono confuse con la realtà, come la storia del Tesoro di Alarico che si troverebbe seppellito da qualche parte nei pressi della città e che ogni tanto a qualcuno viene in mente di cercare.

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone. In mezzo, il centro storico di Cosenza

Il centro storico di Cosenza è meraviglioso e decadente, piuttosto esteso. La città è dominata dall’alto dal Castello Normanno Svevo, oggi ampiamente restaurato e aperto al pubblico. La Galleria Nazionale di Cosenza, invece racconta il lato artistico della città: un museo recentemente allestito, moderno, che espone tele di pittori importanti come Mattia Preti e Luca Giordano ed ha una sezione interamente dedicata all’artista futurista Umberto Boccioni, che era cosentino.

Corso Mazzini MAB Museo aperto Bilotti

Corso Mazzini a Cosenza: Museo all’aperto Bilotti e Jurassic MAB

Sempre restando in campo artistico, il MAB, Museo all’aperto Bilotti è una galleria d’arte disposta lungo Corso Mazzini a Cosenza: la via pedonale centralissima della città è lo spazio lungo il quale incontrare opere di De Chirico e Manzù, tra i nomi più importanti. Nell’estate 2018 ha ospitato anche una bella sfilata di dinosuri, Jurassic MAB, per la gioia di grandi e piccini.

Infine, uno sguardo al futuro: il Ponte di Calatrava alle porte della città, che tanto ha fatto discutere, si pone come un’ala bianca sopra il corso del fiume Crati.

Per approfondire: Scoprire il centro storico di Cosenza

Il Castello Normanno Svevo di Cosenza e la Galleria Nazionale: la Cosenza da non perdere

Cosenza, un museo a cielo aperto

3 – Camigliatello Silano

Lasciata Cosenza, la S.S. 107 comincia a salire verso la Sila. Passa alcuni piccoli centri dell’area della PreSila, come Celico e Spezzano della Sila, e giunge sull’altopiano. Camigliatello si può considerare il capoluogo turistico della Sila, la cittadina dello struscio e dei negozi, dove sia in estate che in inverno le famiglie e i turisti si ritrovano prima di partire per le varie escursioni in montagna.

Camigliatello era stazione importante lungo la ferrovia della Sila. La Stazione perfettamente restaurata è oggi occupata da un ristorante, così come avviene a Moccone, poco distante, piccola stazione da cui parte il Treno Storico della Sila.

stazione camigliatello silano

La stazione di Camigliatello Silano

A proposito di ristoranti, in Sila si è sviluppata una cucina tradizionale che attinge ai prodotti del territorio, della terra e dell’allevamento, e ne trae prodotti unici. Il consiglio? Fermarsi in un ristorante, oppure in un caseificio o in una macelleria a Moccone e a Camigliatello è un consiglio spassionato che non posso non dare.

vacche podoliche in Sila

Vacche podoliche in Sila

Vicino a Camigliatello, in località Torre Camigliati, si trova La Nave della Sila, un museo dedicato all’emigrazione italiana (in particolare calabrese, in particolare silana) verso l’America e l’Europa tra ‘800 e ‘900.

Per approfondire: La Sila in 10 mosse

La Nave della Sila

12 prodotti tipici della cucina calabrese che devi mangiare quando vai in Sila

4 – Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge il Lago Cecita, il lago artificiale più grande della Sila, la cui diga fu realizzata nel 1951. Presso il lago ha sede il Centro di osservazione naturalistica del Cupone, e da qui partono numerosi percorsi naturalistici tra cui quelli nella grande foresta della Fossiata. Il lago è placido, ma selvaggio, sostare sulla sua riva al tramonto è qualcosa di estremamente poetico.

lago cecita

tramonto sul lago Cecita

Tra campi di patate e pascoli dove vagano liberamente mucche di razza podolica, quelle da cui si trae il caciocavallo Silano, il panorama da queste parti non stanca mai; i boschi, poi, sono alti, secolari, umidi e, nella stagione giusta, ricchi di funghi.

Per approfondire: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

5 – Croce di Magara

giganti della sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

I Giganti della Sila sono una Riserva Naturale nella quale vivono i secolari esemplari di pino Laricio  e acero montano scampati agli abbattimenti del secondo Dopoguerra e testimonianza dell’importanza del bosco di un tempo che fu.  Importanza non soltanto dal punto di vista ambientale e naturalistico, ma anche economico. La Sila è sempre stata una risorsa. Dai tronchi dei pini larici si ricavava la resina, per esempio; importantissimo era nei tempi passati lo sfruttamento della legna e la sua trasformazione in carbone che avveniva direttamente in Sila, nelle carbonare. I carbonai passavano in Sila buona parte del tempo per produrre il carbone, ma in occasione della festa di San Donato, che si festeggia in ottobre, scendevano in paese e stringevano, davvero con una stretta di mano, contratti per la vendita del carbone e l’utilizzo del carbone.

Alberi che fanno pensare agli Ent del Signore degli Anelli, tanto sono alti, larghi e vetusti; sono portatori di una saggezza antica e i segni sulla loro corteccia fanno lo stesso effetto delle rughe sul volto di un anziano. Visitare la Riserva Naturale è il modo migliore per capire l’importanza del bosco, della cura dell’ambiente naturale, tema che ci riguarda davvero da vicino.

Per approfondire: I Giganti della Sila

6 – Silvana Mansio

Formatosi come villaggio turistico negli anni ’30 del Novecento, nasce e mantiene la sua vocazione di stazione turistica con le sue casette, veri e propri chalet di montagna, il grande albergo demodé, la chiesetta e il ristorante. Il tutto in mezzo ad alberi altissimi che danno l’idea di vivere davvero in un bosco. Alcuni degli chalet, con il loro giardinetto fiorito intorno, risalgono ancora agli anni ’30, ma sempre di nuovi ne vengono costruiti: Silvana Mansio è in crescita lenta, ma costante, soprattutto in armonia con l’ambiente circostante. La piccola chiesina, dedicata a Sant’Alessandro Martire, è uno chalet col campanile, che dà un ulteriore tocco da favoletta all’abitato.

Silvana Mansio

Una delle adorabili casette colorate di Silvana Mansio

7 – Lago Arvo

Silvana Mansio è l’uscita sulla S.S. 107 più veloce per raggiungere Lorica e il Lago Arvo. Anche questo lago è artificiale, realizzato tra il 1927 e il 1934, gli stessi anni in cui si costruivano gli chalet di Silvana Mansio; Lorica, invece, è la cittadina, appoggiata sulle sue rive, che accoglie i turisti con i suoi ristorantini, i suoi bar e le case per la villeggiatura. Sul Lago si possono fare i classici sport da lago, come la canoa o il windsurf, ed è navigabile. Vi è anche un parco avventura, il SilAvventura, per grandi e piccini. Il lago è circondato quasi in ogni sua parte dal bosco.

Lago Arvo

Lorica, in riva al Lago Arvo

8 – San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Una vera e propria città, con un centro storico arroccato, tradizioni artigianali peculiari, come la produzione di tappeti e la lavorazione dell’oro, e soprattutto un’eredità religiosa e culturale notevole: San Giovanni in Fiore è il luogo scelto dall’Abate Gioacchino per fondare la sua abbazia, l’Abbazia Florense. Gioacchino fu un teologo ricordato anche da Dante Alighieri. La sua abbazia, fondata nel 1215, rivestì un ruolo importante nella diffusione del Cristianesimo nella Sila, e diede anche un certo contributo all’antropizzazione di alcune delle aree della Sila che prima di allora era terra per la maggior parte incolta e inospitale.

Per approfondire: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

9 – Caccuri

Abbiamo “scollinato” per così dire ed entriamo nella Sila del versante crotonese. Caccuri è uno tra i tanti borghi d’altura e fortificati che sorgono su questo versante dell’altopiano proiettato ormai verso il Mar Jonio. Prima di Caccuri si incontra Cerenzia, paese moderno sorto a poca distanza dell’antico e abbandonato Akerenthia, oggi sito archeologico.

Il Castello di Caccuri domina dall’alto la sua stretta valle. Il borgo medievale, arroccato alla cima della sua altura, ha perso tanto del suo fascino antico, per via di restauri un po’ troppo invasivi agli edifici; tuttavia qualche scorcio notevole rimane, così come la chiesa Matrice, romanica. Il castello è privato, sede di una residenza di lusso. Per molti, ma non per tutti. Caccuri ospita ogni anno il Premio Letterario Caccuri per la Saggistica: la cittadina si pone come capoluogo culturale della Sila e richiama nomi importanti della cultura italiana.

Caccuri

La rocca di Caccuri

10 – Crotone

crotone mercato

Mercato a Crotone

Giungiamo infine a Crotone. La città portuale è grande, e il primo impatto lo si ha con la zona industriale che, come tutte le zone industriali, non è particolarmente affascinante. La città moderna si sviluppa intorno al porto e alla città vecchia dominata dall’alto dalla grande fortezza aragonese.

Città antichissima, Kroton fu fondata dai Greci nell’VIII secolo a.C. Fu città importante, e in essa si stabilì il filosofo e matematico Pitagora. Per un certo tempo fu la città più potente della costa Jonica, soprattutto dopo aver sconfitto Sibari, altra colonia greca, più a Nord. Della storia più antica di Kroton si possono vedere le testimonianze al museo archeologico nazionale di Crotone, nel cuore della città vecchia. Ma il sito archeologico più spettacolare è senz’altro quello di Capo Colonna, a pochi km da Crotone. Qui i Greci eressero un santuario dedicato alla dea Hera: sulla cima del promontorio, in una posizione strategica per controllare chi navigava nel mar Jonio, diretto a Crotone o più a nord.

Capo Colona

Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna

Per approfondire: Crotone, giorno di mercato

Capo Colonna. Perché visitare uno dei siti archeologici più belli della Calabria

A Crotone termina il viaggio lungo la S.S. 107. Il percorso liscio, senza interruzioni, da Paola a Crotone dura 2 ore circa; ma vi assicuro che ogni tappa intermedia ha più di un motivo valido per invitare a deviare dal tragitto e a fermarvi. Che dite, vi ho convinto?

Capo Colonna. Perché visitare uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Forse non tutti sanno che la Calabria è una regione ad altissima concentrazione di siti archeologici grandi e importanti. Tutta colpa dei Greci, che tra il VIII e il V secolo partivano dalle loro città d’origine e approdavano sulle coste del Sud Italia per fondare nuove città, colonie in una terra straniera. La Magna Grecia, così è nota l’Italia meridionale: dalla Campania alla Puglia passando per Calabria e Basilicata (anche la Sicilia è interessata da quest’ondata di colonizzazione, ma non viene inserita nella denominazione di Magna Grecia, rimane a sé stante).

perché visitare capo colonna

Tra tutte le città greche della Calabria, Crotone è una delle più importanti, storicamente parlando. Dal punto di vista archeologico, possiamo trovare testimonianze della città greca sia in città, nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone, che a Capo Colonna, dove sorgeva il santuario di Hera Lacinia. Qui si trova il Parco Archeologico di Capo Colonna, con annesso Museo archeologico. Ed è proprio di questo parco e del suo museo che vi voglio parlare qui.

Perché visitare Capo Colonna, uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Per raggiungere Capo Colonna bisogna lasciarsi alle spalle Crotone e proseguire verso Sud, lungo un promontorio panoramico che regala splendide vedute (e splendide calette, giù in fondo). Il territorio è brullo (ahimè inquinato da rifiuti indegni), arso dal sole, contrassegnato dai bunker della 2° Guerra Mondiale, oggi muti testimoni dell’orrore che fu.

promontorio capo colonna

Il panorama costiero da Capo Colonna

Il Parco Archeologico di Capo Colonna è gratuito.

Si parcheggia l’auto e si prosegue a piedi (ricordate un cappellino, acqua e crema solare, se venite in estate). La prima parte è un sentiero in un giardino mediterraneo popolato da carrubi, oleandri e arbusti di mirto; poi ci si ritrova davanti al muro di cinta del santuario di Hera Lacinia.

Il tempio di Hera Lacinia

Capo Colonna

Capo Colonna. Santuario di Hera Lacinia

La prima cosa che salta agli occhi, notissima, per averla vista tante volte in fotografia, è la colonna che dà il nome a Capo Colonna: unica colonna rimasta in piedi di un grande tempio che contava la bellezza di 48 colonne sul suo perimetro (quella che con termine tecnico si chiama peristasi). Una sola colonna, di 48 che erano, testimonia la grandezza del tempio che fu.

Il tempio, che sorgeva – come oggi del resto – sulla punta del promontorio, dunque in un luogo strategico e simbolico per il controllo del passaggio e dell’arrivo di navi per il commercio o nemiche, era dedicato alla dea Hera Lacinia, da Lacinion, il toponimo che aveva anticamente questo promontorio. Il tempio, in stile dorico, fu eretto nel VI secolo a.C. e si trovava all’interno di un santuario costituito da più edifici, di servizio o funzionali al culto.

Il tempio, o meglio la colonna, è noto da parecchio tempo. Dal Cinquecento in avanti sono molti gli scrittori/viaggiatori che citano il sito nelle loro memorie di viaggio, permettendoci di ricostruire, almeno in parte, il paesaggio nei secoli. Possiamo apprendere, così, che se del tempio si è conservata una sola colonna è perché nel corso dei millenni è stato spoliato del materiale edilizio e architettonico, variamente reimpiegato per la costruzione di case ed edifici nei dintorni. Del resto, il tempio, tegole del tetto comprese, era in marmo: e il marmo, materiale pregiato e da importare, faceva gola ai costruttori locali.

Poco distante dalla colonna del tempio dorico si erge il faro moderno, bianco, bello, da cartolina. Ma la cartolina migliore è senza dubbio offerta dalla colonna che si staglia contro il blu del mare e del cielo.

capo colonna faro

Il faro di Capo Colonna

Dopo i Greci: la città romana, la Torre Nao, la chiesa di S. Maria, il bunker della 2° Guerra Mondiale

Già il santuario di età greca subisce dei rimaneggiamenti e delle mutazioni in età romana: anche chi non è un esperto può riconoscere nel grande muro di cinta, inserite in mezzo ai grandi blocchi originari, delle porzioni di muro dal paramento a rombi: è il cosiddetto opus reticolatum romano, una tecnica muraria in voga a Roma e nell’Impero nei primi due secoli della nostra era. Quando vedete da qualche parte un muro fatto così non potete sbagliare: è assolutamente e incontrovertibilmente un muro romano.

capo colonna santuario hera lacinia

Stratificazioni: un muro romano in opus reticolatum si imposta sul muro greco a blocchi: fai bella figura con i tuoi, facendo notare questo dettaglio 😉

I resti della città romana di Croto

Allontanandosi dal santuario e proseguendo la passeggiata si costeggia un’area recintata, non particolarmente spettacolare: le strutture archeologiche sono conservate ad un’altezza limitata dal suolo, non sono eclatanti a vedersi, né particolarmente fotogeniche, a meno che non amiate il genere. Ci troviamo in presenza di alcuni edifici della città romana di Croto, in particolare le Terme. Ma più avanti, dietro la Torre Nao, si trova il nucleo più cospicuo. Qui infatti è venuta in luce una domus, ovvero una casa privata appartenuta a qualche illustre personaggio crotoniate, oltre ad altri edifici. Dalla parte opposta, sotto la piazza oggi pavimentata e a lato della chiesa di S. Maria, invece sono venuti in luce i resti di un edificio pubblico di rappresentanza, con pavimenti a mosaico che però oggi sono coperti. Per fortuna la pannellistica (insieme ai reperti in museo) viene in nostro soccorso e ci aiuta a comprendere un contesto altrimenti difficilmente leggibile.

capo colonna archeologia

i resti della domus signorile dell’antica Croto alle spalle della Torre Nao e della chiesa di S. Maria

La Torre Nao

Ad un certo punto della sua storia, questo promontorio prende il nome di Capo Nao, dove Nao significa tempio, in greco: tutto torna, dunque. Traccia di questo toponimo rimane nella torre costruita sotto gli Aragonesi, chiamata Torre Nao. Si tratta di una turre (detto in calabrese) del XVIII secolo, posta nel punto migliore del promontorio per controllare chi attraversava lo Jonio diretto verso la costa o più a nord verso Taranto. La torre è un corpo quadrangolare contraffortato nella parte inferiore, al quale si accedeva grazie ad una scala piuttosto alta che immetteva ad un piano rialzato e che era collegata ad essa da un ponte di legno, retraibile in caso di necessità. Le merlature della torre hanno le caditoie aperte per colare pece o olio bollente, o qualunque altro deterrente che potesse frenare gli eventuali assalitori. E no, non doveva essere facile vivere lungo la costa jonica calabrese tra medioevo ed età moderna: la grande torre di Torre Melissa, più a Nord, è un esempio eloquente.

Capo Colonna Torre Nao

Ambientazione da Far West nel mezzogiorno torrido di agosto a Capo Colonna. Torre Nao svetta, accanto a lei la candida chiesetta di Santa Maria

La chiesa di Santa Maria

Piuttosto rimaneggiata in tempi anche recenti, la chiesa di Santa Maria è una pittoresca chiesina bianca che sorge accanto alla torre. Narra la leggenda che nel corso di un assalto di pirati turchi al promontorio, essi provarono a bruciare la tela raffigurante la Madonna che sovrastava l’altare. La tela, miracolosamente ignifuga, però, restò intonsa. La tela della Madonna in questione oggi si trova nella cattedrale di Crotone, ma ogni anno in occasione della festa una processione arriva fin qui, dove la fortuna di questo dipinto ebbe inizio. In chiesa, un dipinto realizzato in anni recenti racconta le circostanze del miracolo.

capo colonna santa maria

Un dipinto recente nella chiesa di Santa Maria racconta con una chiarezza degna degli affreschi medievali il miracolo della tela della Madonna che non prende fuoco tra le fiamme degli infedeli

Il bunker della 2° Guerra Mondiale

Poco distante dalla chiesa e da Torre Nao, sempre lungo il promontorio e all’interno del perimetro del Parco Archeologico, si trova un piccolo bunker della 2° Guerra Mondiale. Una casamatta di cemento armato, a cupoletta, con quattro feritoie sui lati per il posizionamento dei mitra e una piccola porta per consentire ingresso e uscita del soldato di turno, rimane qui a testimonianza di una guerra che fu intensa, soprattutto dopo lo sbarco in Sicilia, ma anche prima, durante l’occupazione della Grecia da parte italiana (se avete visto il film Mediterraneo sapete di cosa parlo). Il litorale crotoniate, e in generale jonico, è cosparso di bunker che stanno lì, sospesi, sopravvissuti sia alla memoria che alla dimenticanza, spesso sconosciuti a chi vi abita vicino, spesso incompresi, soprattutto dalle generazioni successive alla guerra.

capo colonna bunker 2 guerra mondiale

Un bunker della 2° Guerra Mondiale nel Parco archeologico di Capo Colonna

Il museo archeologico nazionale di Capo Colonna

museo capo colonna

Museo di Capo Colonna: la sezione dedicata all’archeologia subacquea

Anche il museo archeologico nazionale di Capo Colonna è gratuito. Un bel museo, nuovo, ben spiegato e ben allestito. E soprattutto è il completamento necessario, ideale e reale della visita al Parco archeologico. Se fin qui infatti abbiamo visto strutture, spazi e soprattutto assenze (cioè tutto ciò che nel tempo è andato distrutto, come gli elevati degli edifici), in museo troviamo gli oggetti della vita quotidiana (soprattutto quelli relativi alla città romana), alcuni arredi architettonici e scultorei del santuario greco, una ricostruzione a video del tempio di Hera Lacinia come doveva essere e come si integrava nel contesto circostante. C’è poi una esaustiva pannellistica che spiega il territorio, lo specifico delle produzioni ceramiche, le sculture, gli arredi, la costruzione e la funzione degli edifici. Tutto ciò che all’esterno, nel Parco, non si trova.

Infine, una bella sezione del museo è dedicata all’archeologia subacquea, ovvero al rinvenimento di relitti di età romana affondati nei pressi di punta Scifo, poco distante. Un relitto in particolare, il Relitto Orsi, dal nome dell’archeologo che lo scoprì, è interessante perché il suo carico era costituito principalmente da elementi architettonici, quali colonne, basi, grandi bacini, e scultorei – tra cui una statua di Amore e Psiche incompleta, perché solo a destinazione avrebbe ricevuto le rifiniture. Un tuffo virtuale sul fondo del mare, e pare proprio di nuotare in un mare senza tempo, in un tempo che ci è stato restituito per poter conoscere qualcosa di più sul nostro passato.

Cirò Marina, Torre Melissa e Melissa: 3 località joniche tra mare, storia e vigneti

In questo breve tour ti porto con me alla scoperta di 3 località lungo la costa jonica della Calabria: Cirò Marina e Torre Melissa sul mare, Melissa nell’entroterra. Cosa le accomuna? Il vino e il sole.

Cirò Marina, la prediletta dagli dei

Già in un altro post ti ho raccontato perché Cirò Marina è la prediletta degli dei: storia, archeologia, il porto e il mare, la vita notturna per famiglie, le vigne e le cantine produttrici di vino.

Demetra museo cirò marina

Un busto in terracotta che raffigura la dea Demetra, Museo archeologico di Cirò Marina

Il museo archeologico di Cirò Marina, che nelle sere d’estate è aperto ed è gratuito, racconta la storia più antica del territorio, partendo dall’età del Bronzo, quando vi era un grande insediamento della popolazione italica dei Brettii. In età arcaica, invece, VI-V secolo a.C., la costa fu colonizzata dai Greci che fondarono Sibari a Nord e Crotone a Sud. La zona di Cirò, che all’epoca si chiamava Krimisa, divenne un’area a vocazione religiosa: sorse il tempio di Apollo e un santuario dedicato a Demetra, la dea protettrice dei raccolti e degli armenti. Il museo ospita infatti una ricchissima collezione di statuette di terracotta che rappresentano la dea Demetra. Il piano inferiore del museo è dedicato invece agli scavi al Tempio di Apollo, scoperto già negli anni ’20 del Novecento, ma ancora oggi oggetto di indagini archeologiche. La ricerca continua.

Il lungomare di Cirò Marina è lunghissimo. Sul fronte del porto, poi, si dispongono in estate le bancarelle di giocattoli, vestiti, oggettistica… Un mercato notturno che dura per tutta la bella stagione.

Infine, i vini. Questa è terra di Cirò, di vigneti vista mare di uve gaglioppo per il rosso e greco per il bianco. Un vino che prende il salmastro e tutti i profumi dell’entroterra: il rosato LuMare della Tenuta Iuzzolini, per esempio, profuma di vaniglia! Il rosato Imerio della Cantina Zito sa di frutta e fiori. Il 91 di Cantina Enotria ha un profumo che inebria e fa venir voglia di tuffarsi, subito senza starci troppo a pensare.

Tenuta Iuzzolini

Botti di vino riadattate nella Tenuta Iuzzolini, una delle pregiate cantine di Cirò che fa anche vendita diretta al pubblico

Torre Melissa, mare e ospitalità

Quanto a ospitalità e strutture ricettive per le vacanze al mare, Torre Melissa non la batte nessuno. Hotel, appartamenti, residence. E poi ristoranti e bar, giochi per i bambini, strutture studiate per il turismo tranquillo da famiglie. Spiagge libere e stabilimenti balneari attrezzati con servizi. Lungo la S.S. 106 si trovano i principali negozi e servizi commerciali. Parrebbe dunque che Torre Melissa sia tutta lì e invece no, ha il suo piccolo borgo sul mare con il porticciolo, dov’è piacevole passeggiare la sera.

torre melissa mare

In spiaggia a Torre Melissa. Sullo sfondo, lungo la costa, oltre Torre Melissa si intravvede Marina di Strongoli

Inoltre Torre Melissa ha un monumento unico: la splendida torre aragonese con funzione antisaracena, una grande struttura a pianta all’incirca circolare oggi aperta al pubblico che un tempo serviva come baluardo di difesa dall’attacco dei Turchi e oggi invece offre una splendida vista a 360° sul territorio circostante, dal mare alle colline retrostanti con le pale eoliche che girano durante il giorno. Non a caso Melissa sul mare prende il nome di Torre: la torre all’ingresso del paese veglia sulla S.S. 106, sulla costa e sul borgo di mare. Ed è un luogo privilegiato dal quale apprendere qualcosa di più sulla storia di questo territorio.

torre melissa

La Torre aragonese di Torre Melissa

Melissa

Il borgo di Melissa si trova ben lontano dalla costa. Dal paese, anzi, il mare manco si vede, nascosto dietro colline brulle e arse dal sole. Qualche capra all’estremità del paese si arrampica sulle pale di fico d’india per mangiarne i frutti maturi. Le ricotte di latte di capra di Melissa arrivano fresche quasi tutti i giorni alle botteghe alimentari di Torre Melissa.

campagna calabrese

Capre al pascolo fuori dal borgo di Melissa

Per giungere a Melissa bisogna abbandonare la S.S. 106 e cominciare ad addentrarsi nell’interno, fatto dapprima di dolci colline pettinate a vigneti, poi di colline più aspre, territorio di mucche e capre. Il borgo di Melissa è abbarbicato alla sua altura. Percorrere tutto il perimetro del paese in macchina vuol dire farsi venire il mal di testa per i tornanti a gomito che bisogna affrontare. Il panorama dal borgo ha un che di selvaggio e indomabile, e non fa che accrescere il fascino di questi luoghi.

Melissa borgo

Il borgo di Melissa è sovrastato dai resti del castello medievale

Il vino e il sole

Dicevo all’inizio che il vino e il sole accomunano queste 3 località. Il vino è il Cirò che qui viene prodotto da circa 30 cantine, alcune delle quali storiche, altre emergenti ma non per questo meno valide. Il paesaggio dei vigneti mette pace e benessere addosso; vedere poi sullo sfondo il blu del mare fa un certo effetto, perché siamo abituati ai vigneti in collina, mentre qui la prospettiva è ribaltata. Anche il sole è ribaltato, perché qui sullo Jonio sorge sul mare e tramonta dietro le colline regalando relativamente presto alla spiaggia un po’ di ristoro dalla calura. Il sole che fa maturare l’uva, che in estate richiama verso il mare famiglie e gruppi di persone, il sole che brucia la pelle e che dona a questa terra il suo colore unico, giallo dell’erba, verde delle viti, azzurro del cielo e del mare, rosa dei tramonti alle nostre spalle.

vigneti torre melissa

Vigneti quasi in riva al mare a Torre Melissa

Cirò Marina, la prediletta dagli dei

Apollo e Demetra, ma anche Dioniso e Poseidone, se proprio vogliamo: Cirò Marina è da sempre la prediletta dagli dei. Ora ti spiego perché.

Cirò Marina

Apollo e Demetra: alla scoperta dell’antica Krimisa

Anticamente il territorio oggi occupato da Cirò e Cirò Marina era abitato circa 3000 anni fa dalla popolazione italica dei Brettii. Nel VI secolo a.C. i Greci giunsero a colonizzare le coste ioniche, fondando le città di Sibari a Nord e di Crotone a Sud. Krimisa, abitata dai Brettii, divenne luogo di confine e di culto: un tempio dedicato ad Apollo e un santuario dedicato alla dea Demetra occuparono buona parte del territorio. I santuari erano frequentati sia dagli indigeni che dai Greci (le due divinità sono greche); al santuario di Demetra in particolare i fedeli dedicavano tantissimi ex-voto alla dea, nella forma di statuette di terracotta raffiguranti Demetra. Al museo archeologico di Cirò Marina sono tantissime quelle esposte, ma molte di più furono donate, tra il V e il II secolo a.C. dai devoti alla dea.

Santuario krimisa museo Cirò Marina

MilleMiglia statuette di Demetra dal santuario di Cirò Marina

Sempre al museo archeologico di Cirò Marina sono esposti i risultati delle ricerche archeologiche nel tempio di Apollo, che fu scavato già negli anni ’20 del Novecento e che sono di nuovo in corso di scavo oggi.

Dioniso: il vino Cirò

Vigneti a perdita d’occhio sia entrando nell’entroterra che sul lato del mare e anzi, fino in riva al mare.
Il territorio di Cirò è interamente coltivato a vigne. Sono circa 30 le cantine che producono vino bianco, rosato e rosso, da tavola e di pregio. Alcune cantine sono storiche, come Librandi e Zito, altre come Iuzzolini sono più recenti, ma sanno come conquistare una certa clientela grazie al loro museo del vino e alle visite in cantine. Altre cantine ancora, come Enotria, sono attive sui social, in particolare instagram: e sappiamo tutti quanto sia instagrammabile un buon bicchiere di vino!

Vino Cirò

Vigneti vista mare a Torre Melissa, vicino Cirò Marina

Poseidone: il dio del mare fa il bagno a Cirò (e dintorni)

Vi consiglio di fare una passeggiata la sera d’estate a Cirò Marina. Oltre a poter visitare il museo archeologico, aperto di notte e gratuito, e oltre a prendere un gelato in una delle tante gelaterie, la passeggiata sul lungomare è davvero piacevole.

Cirò Marina

Il porticciolo di Cirò Marina by night

Il lungomare è molto lungo. Si parte dal porticciolo, si prosegue fino agli stabilimenti balneari che la sera si trasformano in gelaterie, pizzerie, ristoranti. Un lunghissimo tratto è occupato da un mercatino adatto a tutte le età. I gonfiabili laggiù in fondo per i più piccoli e i giochi da salagiochi all’aperto per i ragazzi completano l’offerta (impagabile il pianobar napoletano neomelodico che il sabato sera lascia la consolle a Nino Amerelli de noartri, anch’esso impagabile).

Torre Melissa

La spiaggia di Torre Melissa, a pochi km da Cirò Marina

La costa compresa tra Cirò Marina e Strongoli, passando per Torre Melissa è l’ideale per il mare: km di spiagge con stabilimenti anche attrezzati, col mare calmo e i fondali bassi.

Vi assicuro che da queste parti andare al mare vuol dire relax.

Salento divino. 3 chiese salentine assolutamente da visitare

Lu mare, lu sule, lu ientu, le tradizioni radicate e la religiosità insita nell’Italia e negli italiani. Una religiosità che si confonde con la storia, con la storia dell’arte, con l’architettura. Un patrimonio assolutamente da scoprire.

salento divino

Il Salento è davvero divino: vi parlo di tre chiese salentine assolutamente da visitare e da conoscere per comprendere a fondo questa terra che non è solo mare e turismo, ma è passione, è cultura, è tradizione. Andiamo a Galatina, poi a Otranto e infine a Gallipoli, a conoscere le rispettive basilica e cattedrali.

Basilica di santa Caterina a Galatina

santa Caterina Galatina

La tentazione del frutto del bene e del male, ovvero un dattero: Basilica di Santa Caterina, Galatina

In una terra di tradizione greca, com’era il Salento fino al XIV secolo circa, viene costruita una basilica che si pone come nuova frontiera della chiesa cattolica di tradizione latina. Per farlo vengono chiamati artisti dal centro italia: è il momento del Gotico Internazionale, è il momento in cui i francescani stanno emergendo come ordine monastico e proprio loro vengono chiamati a “colonizzare” questo angolo di Puglia. Il modo migliore per evangelizzare è spiegare attraverso le immagini le storie della Bibbia, del vangelo e della Santa Caterina, cui è intitolata la chiesa.

Il ciclo pittorico della basilica di Santa Caterina è incredibile; può essere tranquillamente paragonata a San Francesco d’Assisi per l’impegno pittorico, per il ciclo di affreschi e anche per certi rimandi che non si possono sottovalutare: come il blu di sfondo alle scene. Si inizia con l’Apocalisse sulla controfacciata, in cui la fine del mondo vicina è narrata attraverso le immagini forti e vivide raccontate nel testo di San Giovanni Evangelista. Poi abbiamo le storie della Bibbia, con Adamo ed Eva, la cacciata dall’Eden perché entrambi mangiano dall’albero del bene e del male (che è un dattero, e non il pomo che comunemente conosciamo). Quindi ci sono le storie della vita di Cristo, e, nell’abside, le storie e il martirio di Santa Caterina, la cui figura sembra essere la trasposizione in chiave cristiana della figura di Ipazia, la filosofa di Cirene che fu perseguitata dai Cristiani, seviziata e uccisa. Santa Caterina sembra subire le stesse mortificazioni, ma in chiave opposta. Molto ci sarebbe da dire sulle storie dei martiri cristiani, ma non è questo il luogo. Certo, è curioso tutto ciò, così com’è curioso che Santa Caterina, seppellita sul monte Sinai, sia stata depredata di un dito, che le fu strappato a morsi da Raimondello del Balso, signore di Galatina, che qui portò la preziosa reliquia. L’orrore regna sovrano.

santa caterina galatina

parte del soffitto voltato e interamente affrescato di Santa Caterina a Galatina

La navata laterale è dedicata alla Madonna. Storie della Vergine, prese anche dai vangeli apocrifi, e finalmente la firma di uno degli artisti, Franciscus de Arretium, che ci dice la provenienza dei pittori della basilica.

Cattedrale di Otranto

La cattedrale di Otranto è famosissima per il suo mosaico pavimentale, che ricopre totalmente il pavimento della chiesa, sia le tre navate che l’abside centrale. Realizzato dal monaco Pantaleone nel XII secolo, non è semplicemente una Bibbia per immagini, come si potrebbe immaginare, ma in realtà è molto di più e molto di diverso.

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Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La narrazione è complicatissima. Nella navata centrale abbiamo l’albero della vita. Un albero alla cui base si trova Alessandro Magno (e voi direte: che c’entra con la cultura cristiana? C’entra però con la cultura greca di cui Pantaleone era portatore). In cima all’albero, invece, c’è la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, cui fanno seguito i 12 cerchi dei mesi, individuati dai lavori dell’uomo. Tra le figure rappresentate compare Re Artù, la cui raffigurazione spiazza perché non ha a che vedere con la religione cristiana, ma piuttosto con il ciclo epico cavalleresco di storie e racconti che si tramandavano all’epoca. Nel mezzo animali reali e fantastici, dromedari e grifi, tutto fa sì che questo pavimento sia un bestiario medievale piuttosto articolato, una narrazione con significati molto criptici, che ancora in parte sfuggono a chi oggi li studia.

mosaico cattedrale otranto

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

La Cattedrale di Otranto accoglie anche la cappella dei Martiri di Otranto, che furono giustiziati a centinaia dai turchi Ottomani quando Otranto fu occupata, verso la fine del Quattrocento, e la popolazione maschile rifiutò di convertirsi. La cappella è un grande ossuario, un po’ lugubre se vogliamo, che celebra per l’appunto i martiri che si opposero al nemico infedele.

Infine, al di sotto, una splendida cripta retta da colonnine di reimpiego e capitelli variamente decorati, alcuni romani, altri medievali, completa la visita di questa splendida cattedrale.

Cattedrale di Gallipoli

cattedrale gallipoli

Linterno della cattedrale di Gallipoli

Di solito le grandi chiese affacciano su grandi piazze. Invece la facciata della Cattedrale di Gallipoli è stretta su una via, neanche uno spiazzo. Dedicata a Sant’Agata, la chiesa è un trionfo di barocco e grandi tele di pittori importanti della Puglia e del Sud Italia. La sua costruzione risale al XVII secolo, 1629 per l’esattezza, ma si tratta della riedificazione di una chiesa precedente, romanica, dedicata a S. Giovanni Crisostomo. L’interno della chiesa è maestoso e splendido: per vederlo comodamente da casa potete fare il tour virtuale che viene proposto qui.

A Sant’Agata è dedicato un ciclo pittorico importante, sul soffitto della chiesa, che riporta i passaggi salienti dell’arrivo della sacra reliquia della mammella sulla spiaggia di Gallipoli. Le tele raccontano di come la mammella fosse stata più o meno volutamente abbandonata sulla spiaggia, di come una mamma con una bambina passassero di lì per caso, di come la mamma si fosse addormentata e di come la bambina, trovata la mammella, se la fosse messa in bocca per succhiarla, di come nel frattempo la mamma fosse stata avvertita in sogno e di come poi alla fine si fosse diffusa la voce del miracolo.

Una chiesa davvero interessantissima sotto molteplici punti di vista, non ultimo il fatto che, insieme al Castello di Gallipoli costituisce un’attrazione culturale importante nella quale distrarsi, sia mai che qualcuno si stanca di andare al mare 😉

Il Salento è molto più che mare e spiagge: è turismo culturale. Nei miei post sul Salento cerco di raccontarlo il più possibile, di dare una visione di questa terra che mostri il suo lato genuino e storico, non massificato né esasperato. Spero di fare bene e di farlo bene.