il Museo Bagatti-Valsecchi a Milano

Milano, via Montenapoleone. Il Quadrilatero della Moda, il quartiere più chic di tutta Europa. Non verrebbe in mente a nessuno che tra una vetrina di Haute Couture e una boutique di scarpe inarrivabili per noi povere mortali, si possa trovare un museo. E invece c’è, è qui, in una via laterale, accanto allo showroom di Stefano Ricci. È il museo Bagatti-Valsecchi.

E che ci fa un museo qui?

La Galleria delle Armature è il primissimo impatto con la collezione del Museo Bagatti-Valsecchi

Innanzitutto iniziamo col dire che è una casa-museo. Ovvero è la casa di una famiglia nobile di Milano, i Bagatti-Valsecchi, che è talmente particolare, bella, eccentrica, da meritare di essere mostrata al pubblico. Da qui dunque l’idea di aprire le sue porte alla gente, e l’idea di un museo. Un museo che attraverso se stesso racconta una storia tanto interessante quanto bizzarra: quella di due eccentrici fratelli che nella seconda metà dell’Ottocento volevano arredarsi casa come se fosse un castello cinquecentesco. E ci riuscirono, accidenti. Eccome se ci riuscirono.

L’ingresso, su via Gesù, traversa di via Montenapoleone, immette in un atrio scoperto che già ci catapulta in un’altra dimensione. La Milano da bere è fuori di qui, ben distante. Entriamo e superata la biglietteria si salgono le scale. Veniamo accolti dalla Galleria delle Armature. E qui decisamente facciamo un salto indietro nel tempo di qualche secolo. Armature, corazze, elmi, scudi e spade su un lato e sull’altro del corridoio ci osservano silenti e minacciosi, mentre procediamo verso il Salone. A me personalmente, ricorda la collezione di armature del Museo Stibbert di Firenze, un’altra casa-museo di un altro eccentrico proprietario. Ma scoprirò nel prosieguo della visita che la collezione è molto differente.

La visita alla casa dei Bagatti-Valsecchi inizia con la Stanza della Madonna: se con la Galleria delle Armature abbiamo pensato di trovarci in un luogo sospeso nel tempo, da qui in avanti non abbiamo più dubbi: siamo decisamente nel Cinquecento!

Il leone più brutto che la storia dell’arte ricordi. Milano, Museo Bagati-Valsecchi

Un grande dipinto alla parete, con una Madonna della Misericordia dall’ampio mantello che accoglie i fedeli e i committenti vigila su questa sala. Sotto di essa una bella cassapanca dipinta, il Cassone delle virtù, anch’esso cinquecentesco, fu acquistato dai Bagatti-Valsecchi da un contadino, il quale lo usava come mangiatoia! Dalle stalle alle stelle, come dire. Nella stanza però è un altro affresco, o meglio un dettaglio di esso, che attira la mia attenzione: un leone brutto ma brutto, che più brutto non si può: il pittore che lo dipinse sicuramente non aveva mai visto un leone dal vivo, è evidente!

Parliamo dei due fratelli Bagatti-Valsecchi: Fausto era un donnaiolo, uomo di mondo, affascinante, ricco e scanzonato; riceveva in casa le sue amanti, una per volta, e le faceva accedere o andar via tramite un passaggio segreto che immetteva nella Biblioteca. Chi avrebbe mai pensato che la cultura potesse essere tanto intrigante? Dormiva in una camera da letto il cui letto in legno era intarsiato con tantissime minuscole storie tratte dalla Bibbia. A terra, il pavimento richiama un tappeto nelle rifiniture laterali, mentre sul comodino un teschio ci ricorda il memento mori, un invito dunque a godere del presente, vivendo rettamente.

“Amore, posso far venire le mie amiche per un té?” “Certo, purché non spettegoliate”

Fausto aveva un fratello, Giuseppe, che sposò Carolina Borromeo, anch’essa di nobile famiglia milanese (ve lo ricordate il Cardinale Federigo Borromeo dei Promessi Sposi?). Fu un matrimonio d’amore che diede alla luce alcuni figli (che, indovinate? Giocavano in un girello in legno cinquecentesco e dormivano nella culla cinquecentesca!); Carolina aveva delle amiche e un bel soggiorno a disposizione con un camino valtellinese, la Stube. Chiese dunque al marito Giuseppe se poteva invitare le amiche per un té e il marito certo le diede il permesso. Ma a scanso di equivoci, poiché conosceva molto bene il genere femminile, fece scrivere sopra il caminetto in latino una frase di monito: vietato parlar male e spettegolare degli assenti. Donnine avvisate mezze salvate.

Segue poi la camera da letto della coppia di coniugi, sui toni del rosso, con un bel baldacchino matrimoniale centrale, e la Sala Verde, la camera singola di Giuseppe, anch’essa con letto a baldacchino. Tutte le sale ospitano qualche opera d’arte più o meno di pregio, così tra un Giovanni Bellini e un Gentile Bellini oltre ad avere il mobilio, gli arredi, le suppellettili e persino le decorazioni del soffitto e delle pareti in stile, anche le opere d’arte sono coeve. L’arredamento cinquecentesco voluto e perseguito dai due fratelli Bagatti-Valsecchi è coerente, senza sbavature,  che denota una precisa ricerca filologica degli oggetti. I mappamondi in biblioteca, per esempio, uno della volta celeste, l’altro del mondo conosciuto nel Cinquecento, sono due preziosi documenti di un momento in cui l’America era stata appena scoperta, a malapena delineata e chiamata “Terra Incognita“.

La Sala Verde, camera da letto di Giuseppe Bagatti-Valsecchi

Sono stata al Museo Bagatti-Valsecchi in occasione di un incontro tra blogger organizzato da The Art Post Blog e dedicato alla didattica museale. È stata l’occasione per scoprire un museo che prima, lo dico sinceramente, non avevo mai neanche sentito nominare, e soprattutto per scoprire quanto una piccola realtà come questa sia in grado di mettere in moto con poche risorse ma tantissima passione, un vasto programma di didattica e di comunicazione. Un ottimo esempio che molti musei dovrebbero seguire. Visite guidate, eventi, concerti, visite al buio, attività speciali: il museo vuole entrare in contatto con la gente, non solo con i bambini delle scuole, vuole invitare tutti i Milanesi e non solo. La casa-museo Bagatti-Valsecchi è un pezzettino di storia milanese. Una storia privata di una famiglia che però fu attiva nella Milano di fine Ottocento-inizi Novecento.

Ogni oggetto dell’arredamento racconta una storia, perché dietro all’acquisto e alla sistemazione di ciascuno di essi c’era una precisa volontà dei due fratelli di caratterizzare la casa, di curarla come un orto prezioso. Il dipinto di Giovanni Bellini raffigurante Santa Giustina, antenata dei Borromeo, fu acquistato apposta da Giuseppe per la moglie Carolina Borromeo; le decorazioni alle pareti o sui soffitti non sono semplicemente citazioni dell’antico, ma rielaborazioni che dimostrano la maturità di due intenditori talmente amanti di un periodo storico, da volerci vivere dentro. E mai illusione riuscì meglio.

Passeggiate romane: dall’Esquilino all’Oppio

Roma: Colosseo, Fori, Vaticano, Trastevere, Piazza Navona e poco altro. Se si pensa di fare una gita di un giorno a Roma solitamente ci si riduce a queste mete, che non sono poca roba, ma che sono una piccola parte rispetto all’immensità della capitale. È bello invece abbandonare i soliti percorsi e scoprire qualcosa di nuovo. Per farlo, però, la cosa migliore è affidarsi alla guida di una persona del posto. Ed è quello che ho fatto io. Seguendo il principio del Travel with a local, per la mia ultima discesa a Roma mi sono affidata completamente alla guida di una cara amica archeologa innamorata della sua città. Lei mi ha condotto per mano attraverso quartieri che non conoscevo.

L’itinerario che abbiamo seguito è stato Piazza Vittorio – Esquilino – Via in Selci – Oppio, fino a ridiscendere nella valle del Colosseo. Venite con noi.

Piazza Vittorio

i Trofei di Mario nei giardini di Piazza Vittorio

È il cuore dell’Esquilino. Ma soprattutto è il cuore di una Roma che appena diventata capitale voleva essere degna delle più moderne capitali europee. Ecco che Piazza Vittorio è un grande spazio occupato al centro da un bel parco/giardino e chiuso su tutti i lati da palazzi di varia epoca, dal medioevo alla fine dell’800. Da qui si dipartono ben 12 strade: ecco perché questa piazza doveva essere così importante nella visione urbanistica della fine dell’800. In più è vicina alla Stazione Termini e non lontana dalla valle del Colosseo. Un’ottima posizione, dunque. All’interno del grande giardino colpiscono l’attenzione i resti archeologici dei cosiddetti Trofei di Mario: si tratta in realtà di una fontana monumentale dell’età dell’Imperatore Alessandro Severo (inizi III secolo d.C.), luogo di arrivo e punto di diramazione delle acque di un acquedotto, l’Aqua Claudia o Anio Novus, che riforniva la capitale dell’Impero. Il nome invece deriva dai cosiddetti Trofei di Mario, in marmo, erroneamente attribuiti al condottiero romano del II-I secolo a.C., che furono spostati in Campidoglio alla fine del Cinquecento. A completare il tutto c’è la Porta Magica, un muro con una porta murata ai lati della quale si trovano due statue del dio egizio Bes, che a Roma ebbe una certa fortuna. Lasciamo questa piazza nella quale a fine febbraio i peschi sono già in fiore e discendiamo l’Esquilino lungo una delle 12 strade che da qui si dipartono.

Arco di Gallieno

L’arco di Gallieno

Roma è così: in ogni dove saltano fuori resti archeologici, anche quando meno te li aspetti. Pensiamo sempre a grandi spazi, grandi monumenti magari racchiusi da ampi recinti, ma non sempre è così. Uno di questi monumenti, per esempio, il cosiddetto Arco di Gallieno, è ben nascosto, al fondo di una viuzza che termina contro la piccola piazzetta della Chiesa di San Vito. Siamo in un piccolissimo agglomerato rimasto medievale, mentre tutt’intorno le trasformazioni urbanistiche della Capitale hanno cambiato per sempre la città; quest’angolino invece è rimasto tale. L’arco inizialmente era molto più grande, ma proprio la costruzione della chiesina, in età paleocristiana, ne decretò la parziale distruzione. Rimane comunque la parte principale, l’arco centrale col nome dell’imperatore che lo costruì. Tutto l’insieme, dell’arco con la chiesa, tutt’altro che risultare monumentale, è invece molto intimo, quasi dimesso, come se l’antico passato ci chiedesse di restare in silenzio, di non dirlo in giro che sta lì, come se non volesse la notorietà. Mi dispiace, caro Gallieno, ti ho scovato, e ora ti racconto in giro.

Via in Selci

Il grande edificio medievale che ingloba un edificio romano in via in Selci

Ancora fino a pochi decenni fa questa era una via malfamatissima di Roma. Si tratta di una via stretta e buia, che si diparte dalle Torri del Dazio, sempre sull’Esquilino, a poca distanza dalla basilica paleocristiana di Santa Maria Maggiore, e ridiscende fino a collegarsi con la grande via Cavour. Sulla via affaccia un grande complesso, la chiesa di Santa Lucia in Selci con annesso convento medievale, il quale ha inglobato un più antico edificio romano di cui si notano ancora le arcate di un portico, ormai tamponate e chiuse definitivamente. Questo anticamente era il Clivus Suburanus, una via che discendeva dall’Esquilino verso la valle del Colosseo, attraversando il quartiere della Suburra, un grande quartiere abitativo della Roma repubblicana e imperiale, storicamente considerato malfamato. Percorrerlo vuol dire calarsi in un angolino di Roma davvero intimo, racchiuso, medievale. Una Roma che resiste ancora in qualche andito (anche il vicino Rione Monti mantiene la sua fisionomia medievale), e che rende la città ancora più pittoresca.

Il parco dell’Oppio

l’Emiciclo delle Terme di Traiano

Da qui all’Oppio il passo è breve. Al parco dell’Oppio si accede da più parti. Ciò che conta è che si tratta di un grande spazio verde, in parte in via di sistemazione, nel quale si integra il paesaggio archeologico con il giardino. Siamo in un punto nevralgico della storia urbanistica della Roma imperiale, luogo di costruzioni, sbancamenti, distruzioni, occupazioni e restituzioni. Un puzzle di strutture sovrapposte che gli archeologi con grande difficoltà sono riusciti a dipanare e che viene restituito alla cittadinanza nel modo migliore: con un parco nel quale passeggiare liberamente. Il grande emiciclo delle terme di Traiano si erge con disinvoltura nel prato circostante. Giardinetti, alberi, panchine e resti archeologici: un modo per vivere in maniera integrata il proprio passato.

Ridiscendendo dal Parco dell’Oppio appare il Colosseo

Nel parco si innalzano i resti monumentali di ciò che resta delle Terme di Traiano, un grande edificio che fu costruito nel II secolo d.C. e che in parte ingloba nelle fondazioni quel grandissimo complesso che fu la Domus Aurea di Nerone, la residenza privata immensa dell’imperatore, per costruire la quale diede fuoco a Roma. Alla morte di Nerone, gli imperatori successivi vollero restituire questo settore della città ai Romani, per cui fecero costruire edifici pubblici: il Colosseo, per cominciare, le terme dell’imperatore Tito, del quale non rimane quasi più traccia e, più tardi, le Terme di Traiano. Gli scavi archeologici sono riusciti a ricostituire tutto questo palinsesto di edifici, occupazioni, distruzioni e riempimenti. Sono riusciti a ricostruire la pianta della Domus Aurea, a capire cioè come si articolava, quanto era grande, come era organizzata e in che modo gli edifici successivi ne hanno sfruttato le strutture. Oggi è in corso di realizzazione un grande progetto di arredo urbano che vuole preservare le strutture sotterrate della Domus Aurea trasformando l’area in un grande giardino archeologico, molto più bello e sostenibile dell’attuale. Va detto che la Domus Aurea è, almeno in parte, visitabile. E prima o poi un giro dentro ce lo voglio fare.

La valle del Colosseo

I resti del Ludus Magnus e il Colosseo

Ridiscendendo il parco dell’Oppio giungiamo al Colosseo, ma da un altro lato rispetto alla solita direttrice di via dei Fori Imperiali. Da qui la prospettiva è ben diversa e oltre al grande anfiteatro il nostro occhio è attratto da alcuni resti archeologici che a vederli così non dicono nulla, ma che invece acquistano un fascino tutto particolare nel momento in cui scopriamo cosa sono: si tratta del Ludus Magnus, la palestra dei gladiatori, con tanto di arena ellittica (se ne vede metà) nella quale i gladiatori si esercitavano prima degli spettacoli. Avete presente dove Russel Crowe/Massimo Decimo Meridio si allena con i suoi compagni? Ecco. Esiste tuttora il corridoio sotterraneo che conduceva dalla palestra all’anfiteatro. E soprattutto si può visitare e percorrere anche oggi (con una visita guidata): credo che sia un’esperienza incredibile poter percorrere gli stessi metri che separavano i gladiatori dall’arena: cosa avranno provato? Paura per l’incontro? Paura di essere sconfitti e quindi paura di morire? Avranno pregato gli dei? Saranno stati tronfi e sicuri di sé? Pieni di adrenalina, forse? Tanti, tantissimi gladiatori sono passati da quel corridoio che oggi si può calcare con molta più leggerezza. E anche questa visita me la serbo per una prossima passeggiata romana.

Gozo: è crollato l’Azure Window

La notizia è di quelle che lasciano sgomenti: un grande monumento naturale, un arco nella roccia scavato e plasmato dal mare che si allunga nel Mediterraneo sempre agitato è crollato, sotto il peso dei millenni e sotto i colpi incessanti delle onde, pochi giorni fa. Era l’Azure Window, una delle meraviglie della natura tra le più spettacolari d’Europa.

Azure Window

Azure Window

La notizia ha fatto giustamente il giro del mondo: per Malta non era semplicemente una roccia, ma un vero simbolo sia identitario dell’arcipelago, che di richiamo per le migliaia di turisti che ogni anno andavano a vederlo. Fino a pochi giorni fa.

L’Azure Window, lo dice il nome, era un ampio arco nella roccia plasmato dal lavoro millenario, incessante, delle onde di quest’angolo di Mediterraneo. Una vera finestra sul cielo e sul mare. Davanti a noi il mare aperto, qui una scogliera frastagliata che accoglie anche un altro monumento naturale, un grande faraglione noto come Fungus Rock. Il lavorio delle onde che qui si vengono a infrangere in continuo da migliaia di anni prima ha creato l’arco, e poi ne ha decretato la fine. La Natura dà, la Natura toglie.

Azure Window prima e dopo. Credits: TheGuardian

Sono state lamentate carenze da parte dello Stato maltese, che non avrebbe messo in sicurezza adeguatamente la roccia. Ma come si fa a contrastare una forza così grande? Ricordiamoci che sono le onde del mare che plasmano le nostre coste giorno dopo giorno, senza che noi ce ne accorgiamo. Poi un giorno, l’invisibile lavoro di secoli improvvisamente si fa notare con fragore: il fragore della roccia che crolla su se stessa e in acqua, per l’appunto. Lo stesso effetto di una frana per una montagna, se vogliamo. In questo caso però, a franare è stato un simbolo, tra i più amati dell’arcipelago di Malta.

Una spettacolare immagine dell’Azure Window. Credits: Meteoweb.eu

Curioso parlare al passato di una cosa che era e che non è più. Una notizia di attualità si inserisce nel mondo dei viaggi con una forza dirompente. Non posso far altro che andare indietro a cercare tra i miei post su Malta e correggerli. Perché i testi dei post restano qui, in archivio, indicizzati su google, e dio non voglia che qualcuno capiti su un post del 2012 senza accorgersi della data e pensi di poter andare là a cercarlo.

Mi piacerebbe sapere dagli altri blogger cui si pone questo problema come pensano di risolverlo: eliminando proprio Azure Window dai post? Oppure lasciandolo ma sottolineando che è crollato successivamente alla data della pubblicazione? Io penso che farò così. Mi dispiacerebbe cancellare dalla memoria un monumento naturale che, finché c’è stato, è stato una delle mete imperdibili per chi visita Malta e Gozo. Mi piacerebbe anche e soprattutto cancellarlo dalla memoria del mio viaggio a Malta, 9 anni fa: a Malta non c’era ancora l’Euro e c’era, bellissima, Azure Window.

 

 

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Cosa leggere durante un viaggio che attraversa la Calabria? Un racconto di viaggio sulla Calabria, ovviamente. Se scritto da una donna ancora meglio.

Non fraintendete il titolo: niente di femminista. O meglio, niente che abbia a che fare coi diritti lesi delle donne. In realtà è femminista, ma per un altro verso. Le donne indifese di cui parla il titolo sono l’autrice, Emily Lowe, e sua madre, che viaggiano senza scorta, senza accompagnamento maschile, e dunque indifese, in una terra che ancora nella seconda metà dell’800 era considerata pericolosa e selvaggia, ma proprio per questo romantica (nel senso ottocentesco del termine) e affascinante.

Le due donne affrontano il viaggio proprio per sfatare un’usanza che prevedeva che le donne potessero viaggiare solo se accompagnate. Da uomini, ovviamente. Dunque viaggiavano le mogli e le figlie con i loro mariti e padri, ma mai da sole. Nel sud Italia, poi, terra di briganti considerata, in modo romantico, ma razzista, una società arretrata culturalmente, socialmente e civilmente, era impensabile che delle donne potessero mettersi in viaggio da sole. Persino gli uomini affrontavano questi viaggi con un po’ di timore. D’altro canto, il forte richiamo della cultura classica vedeva nella Sicilia e nella Magna Grecia il ricordo dell’età dell’oro, ed era perciò irresistibile per i nobili rampolli delle grandi famiglie europee. E così ecco che nell’800 continua il Grand Tour avviato già nel Settecento e che vedeva Inglesi, Tedeschi e Francesi scendere in Italia a visitare le tappe fondamentali dell’arte e dell’archeologia italiana: Venezia, Firenze, Roma e poi Napoli e la Sicilia. E in mezzo la Magna Grecia appunto. Ciononostante, donne viaggiatrici nel Sud Italia ce n’erano, e hanno lasciato qua e là dei diari freschi, delle narrazioni precise che consentono di costruire un quadro abbastanza chiaro della condizione delle viaggiatrici dell’epoca: un bel resoconto è nel saggio “Viaggiatrici. Storie di donne che vanno dove vogliono” di Maria Carla Martino.

Torniamo a Emily Lowe. Per quanto viaggiatrici “indifese”, in realtà lei e sua madre non sono mai sole. Ovunque vadano, hanno sempre qualche signorotto locale che le ospita, che le accoglie, che le invita all’Opera e che le accompagna in diligenza. Un aspetto interessante è il fatto che lei non crede al pericolo dei briganti. Il brigantaggio era una pratica diffusa in Calabria e molti racconti anche piuttosto efferati erano diffusi tra i viaggiatori. Il brigante era quasi un mostro mitologico e ciò che la Lowe vuole dimostrare è che in realtà si tratta di un fenomeno ingigantito, e invece piuttosto contenuto. Lei non teme neppure per un secondo l’attacco dei briganti, e lo sottolinea più volte.

Paola, il convento di San Francesco

Paola, il convento di San Francesco

Risalendo la regione da Reggio Calabria a Cosenza, il resoconto della Lowe termina a Paola, presso il Convento di San Francesco di Paola. Forse qui ha l’incontro più spiacevole, ma niente di grave. Emily conclude il resoconto del viaggio con una buona storia da raccontare e con la consapevolezza che alle donne non manca proprio nulla per mettersi in marcia da sole, senza la scorta dei propri tutori. Sicuramente una personalità caparbia e decisa, una donna che sa cosa vuole, una donna che non si fa intimidire dalle convenzioni sociali e anzi le sfida in patria. Una pioniera dei viaggi.

Una figura che ho conosciuto e amato durante un viaggio in treno. Non potevo tenerla per me, dovevo raccontarvela. Le donne che hanno saputo affrontare a testa alta le difficoltà imposte dalla loro condizione sociale di donne, sovvertendole, hanno da sempre tutta la mia stima e il mio rispetto. Se poi sovvertono le regole decidendo di imporre il proprio arbitrio in un’esperienza di viaggio allora ancora meglio, e diventano davvero le mie eroine.

Tre case, una chiesa e un forno: 10 piccolissimi borghi in Toscana

Basta con le grandi città! Voglio la pace, la tranquillità dei piccoli paesi, dove il tempo sembra essersi fermato e invece continua a scorrere e a pulsare.

Ho deciso in questo post di raccontarvi alcuni piccolissimi borghi che si incontrano nella campagna (o montagna) toscana. Naturalmente è un elenco incompleto: la regione vanta tantissimi minuscoli borghi, veramente formati da tre case, una chiesa e un forno. Qui ne ho raccolti intanto 10, dislocati in alcune aree della Toscana: la montagna Pistoiese, la Garfagnana, la Lucchesia, il Casentino, il Senese, i dintorni di Firenze e Prato. L’elenco continuerà in futuro. Leggete intanto questi e, se vi va, suggeritemene poi altri nei commenti.

La statua di Francesco Ferrucci a Gavinana

La statua di Francesco Ferrucci a Gavinana

Gavinana

Nella montagna pistoiese, questo borgo è storico per una celebre battaglia dei Fiorentini contro l’esercito spagnolo di Carlo V, che voleva ristabilire al potere di Firenze la famiglia de’Medici. Nella battaglia trovò la morte il capitano Francesco Ferrucci, al quale è dedicata la bella statua equestre nel mezzo della piazza. Il borgo ruota tutto intorno alla piazza: la statua nel mezzo, e poi la chiesa, il ristorante, il bar, una bottega dell’usato. Poche viuzze laterali che conducono sempre alla piazza. Il paese è immerso nei boschi di castagne; poco più in su si trova l’Osservatorio Astronomico di Gavinana: la strada, molto bella, è una splendida passeggiata a piedi, soprattutto in autunno, con i colori caldi del bosco.

I cantuccini del Forno Santi di Migliana

I cantuccini di Migliana

Migliana

Volete mangiare i cantuccini di Prato con tutte le vostre forze, tanto che andreste in capo al mondo a trovarli? Migliana è il borgo in capo al mondo: nella montagna alle spalle di Prato, sul versante opposto della Calvana,  nel territorio di Vaiano, si trova questo agglomerato di case lungo una strada che ha una particolarità: il Forno Santi di Migliana. Il Forno Santi a vederlo si presenta come una bottega di alimentari di quelle di paese, quei posti piccini in cui però trovi davvero di tutto. Ma accanto al banco del pane e dei salumi, ha delle belle e invitanti ceste piene di biscotti di Prato. I classici, con la mandorla, sono solo una delle tipologie: ci sono con i pezzettoni di cioccolato, con i pezzettoni di albicocca o di fichi, ci sono al cioccolato bianco (i miei preferiti).

Sant'Andrea in Compito

Sant’Andrea in Compito

Inoltre questa bottega si rivela molto più di quello che è: ha uno spazio dedicato ai tavoli per quanti vogliono fermarsi qui per uno spuntino veloce. E allora un tagliere di salumi, pecorino e l’ottima schiacciata del forno, accompagnato da un boccale di vino, è assolutamente obbligatorio!

Sant’Andrea in Compito

Siamo nella Lucchesia, in un piccolo borgo con la chiesa, l’antico mulino ad acqua e giardini su giardini nei quali si coltivano camelie. Questa è l’area in cui si coltivano i fiori per me più belli del mondo, nelle loro infinite varietà: camelia japonica, camelia sesanqua… C’è anche un giardino che coltiva la camelia sinensis, ovvero la varietà dalle cui foglie si ricava il té! Non potevo non amare questo piccolo borgo. A marzo qui viene ospitata, non a caso, la manifestazione “Antiche camelie della Lucchesia”: occasione di esposizione, ma anche di percorsi naturalistici e culturali, per conoscere un aspetto diverso e caratteristico dell’economia di questa regione.

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

San Romano Mozzano e Motrone

Ecco due borghi davvero piccini dove il tempo si è fermato. Siamo in Garfagnana, e per raggiungere questi due borghi occorre prendere una deviazione poco dopo Borgo a Mozzano. Il primo dei due paesini che si incontra è un autentico presepe in pietra: due chiese incorniciano il borgo, una in cima, San Rocco, e una in fondo, la parrocchiale, sulla piccolissima piazzetta davanti a San Rocco si trova un antico lavatoio/fonte al quale la gente si serve dell’acqua, le viuzze sono in pietra e qua e là si aprono scorci su campi coltivati e su case semidiroccate. Siamo nel Medioevo puro, qui, e stona la nostra auto parcheggiata in fondo al villaggio.

Motrone si incontra proseguendo lungo la stessa strada, dopo molti km nel bosco, e si trova proprio alla fine della strada. Oltre il paese c’è il dirupo. Qui siamo veramente isolati da tutto e da tutti. Nel paese, al quale sia accede da una porta da un lato e si esce per andare nei campi da un’altra porta sul lato opposto, vi sono poche case, qualcuna con l’orto (e si può incontrare un contadino che porta le verdure a casa per cucinarle a pranzo). La chiesa, in cima al villaggio, è una vera e propria fortezza che sfida sia le intemperie che gli assalti degli uomini (e dei lupi). Di cosa viveva questa gente in questo borgo sperduto? Della legna colta nei boschi, probabilmente; inoltre, la sua posizione così impervia ne faceva una roccaforte importante a controllo del territorio della Garfagnana. Oggi è un borgo tranquillissimo, con una splendida vista sui boschi e sulla vallata sottostante.

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

Le Verrucole

Sempre in Garfagnana, superata Castelnuovo Garfagnana, che è un po’ il capoluogo di questa piccola regione, mentre si percorre la strada, la vista viene incuriosita da una fortificazione piuttosto estesa, sulla cima di una montagna. La deviazione indica Le Verrucole. Il paese è costituito dalla chiesa (che la mattina batte i suoi 40 rintocchi come se niente fosse) e da due case di cui una è un’osteria con appartamentino per passare la notte. Superata la porta medievale del borgo, da un lato si sale verso la fortezza, visitabile e anzi molto ben conservata e curata. Da qui, luogo strategico per il controllo del territorio e l’accesso alla valle, la vista spazia a 360°. Chi possedeva questo castello aveva vinto. E infatti si combatté parecchio da queste parti nel corso dei secoli.

Il Castello del Trebbio, nei pressi di Santa Brigida

Il Castello del Trebbio, nei pressi di Santa Brigida

Santa Brigida

Alle spalle di Fiesole e di Pontassieve sorge il paese di Santa Brigida. In un territorio in cui si alternano boschi a vigneti (qui vicino c’è la produzione del vino Chianti Rufina), le cui strade sono piacevolissime da percorrere in moto, il paesino è un buon punto di ristoro prima di proseguire. Qui vicino si trova il castello del Trebbio, che appartenne alla famiglia fiorentina dei Pazzi. Si dice che qui sia stata ordita la famosa congiura ai danni di Giuliano e Lorenzo de’Medici che costò la vita a Giuliano. La ritorsione di Lorenzo però fu tremenda e per prima cosa il castello fu confiscato. Oggi è una residenza di lusso e fa parte di un agriturismo con fattoria didattica nel bel mezzo di vigneti che si spandono all’intorno.

Bacchereto

Bacchereto

Bacchereto

Un piccolissimo borgo di 3 case e una chiesa-fortezza sul cucuzzolo della sua altura. Si trova nel territorio di Artimino (PO) e nessuno tranne che nei dintorni lo conoscerebbe se non facesse, ad ottobre, la festa delle castagne. Allora la piccola piazza del paese si anima con musica e saggi di danza, mentre vengono preparati i necci di farina di castagne secondo la ricetta tradizionale che vuole cotte queste sorte di crêpes tra due dischi di pietra rovente, e vengono preparate le bruciate, o caldarroste, le castagne, da servire insieme ad un ottimo e sincero vino novello rigorosamente del contadino. La chiesa, medievalissima, guarda sulla vallata circostante e domina il paesello come a proteggerlo.

Il Castagno d’Andrea

Siamo su una linea di confine tra il Mugello e il Casentino. Castagno d’Andrea di fatto è la porta verso le foreste casentinesi e il Monte Falterona, da cui nasce l’Arno, e dunque è luogo incantevole per passeggiate nei boschi e trekking. Di fatto è una stazione climatica nota per chi pratica turismo ambientale. Il suo nome si deve al pittore Andrea del Castagno, che nacque qui, in questi boschi la cui economia si è sempre basata sul castagno e sul legname da destinare a Firenze. La sua storia, di alti e bassi, ha una svolta tragica nel 1944: trovandosi nei pressi della Linea Gotica, infatti, è pressoché raso al suolo dalle rappresaglie tedesche.

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

Frosini

Un piccolissimo villaggio: una chiesa, il castello nascosto dall’edera e una porta medievale sulla piazzetta, che guarda sul  dolce paesaggio delle terre senesi. San Galgano, l’abbazia e la chiesa della spada nella roccia, sono qui a pochi km. Il borgo è addormentato, solo qualche gatto sonnacchioso rompe il silenzio.

 

Viaggiare non è solo andare a cercare le mete note, non è solo andare dritti alla meta, ma è anche perdersi lungo il percorso, provare una deviazione, fermarsi ad esplorare; oppure è direttamente andare a zonzo senza una meta precisa, decidendo di imboccare a caso una deviazione verso un toponimo mai sentito. Molti dei borghi che vi ho indicato qui li ho scoperti proprio a questa maniera. Viaggiare è lasciarsi andare, con la mente e gli occhi aperti a scoprire qualcosa di sempre nuovo.

 

Visitare Santa Maria Novella

Santa Maria Novella, la facciata

Santa Maria Novella, la facciata

È una delle chiese più belle e più note di Firenze. La sua facciata anzi, disegnata da Leon Battista Alberti, è a parere di molti la più bella in assoluto della città; anche la piazza è molto caratteristica (personalmente, però, preferisco piazza Santa Croce): la sua forma è irregolare, nel mezzo si innalza un piccolo obelisco, mentre essa è percorsa da varie aiuole che in primavera fioriscono. Lungo tutto un lato si aprono ristorantini e localini vari dove trovare ristoro, soprattutto nelle belle giornate primaverili. Ogni tanto ospita manifestazioni pubbliche, mercatini e in generale è un ottimo punto di ritrovo nonché tappa fondamentale per itinerari della città. La sua vicinanza alla stazione centrale dei treni ne fa una meta comodissima, la prima o l’ultima da visitare quando si passa da Firenze. Sul fondo della piazza si trova il portico del palazzo che ospita il Museo del Novecento: in questo spazio fiorentino, quindi, si percorre tutta la storia dell’arte dal Medioevo al Contemporaneo.

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Santa Maria Novella è la chiesa del convento dei Domenicani. A questo importante ordine monaastico, giunto a Firenze nei primi decenni del Duecento, viene concessa da subito la piccola chiesa di Santa Maria delle Vigne: evidentemente nella zona, fuori delle mura medievali, si trovavano vigneti. Già dal 1242 iniziano i lavori di ampliamento della chiesa, che verrà consacrata, però, solo nel 1420. Come in tutte le grandi chiese di Firenze, al suo interno e per la sua realizzazione e decorazione hanno lavorato artisti importanti della Firenze medievale e rinascimentale. Oltre a Leon Battista Alberti e al Vasari, che ne ristrutturò l’interno, il primo artista che va ricordato è Giotto, del quale ancora campeggia in mezzo alla navata centrale il grande Crocifisso ligneo. Dipinto verso la fine del Duecento, questo Cristo è realizzato secondo l’iconografia del Christus Patiens, ovvero sofferente per la Passione e non trionfante sulla Morte: oltre al volto patito del Cristo, anche i colori ci riconducono alla sofferenza e alla morte. Un’opera davvero intensa.

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

Tra i capolavori che si incontrano nella chiesa, la Trinità di Masaccio  si trova a metà della navata sinistra: in quest’opera, non troppo grande, Masaccio esprime quei concetti di ricerca di prospettiva che tanto caratterizzano la sua arte: Cristo, dietro di lui Dio Padre e lo Spirito Santo sono inseriti in un’architettura sontuosa, che richiama un arco trionfale antico. Ai loro lati la Madonna e i committenti, in una composizione simmetrica ed equilibrata anche nei colori, sui toni del grigio e del rosa.

Nell’area del transetto si aprono poi alcune cappelle laterali, come la cappella Bardi, o la cappella Filippo Strozzi, decorate con cicli pittorici importanti che raccontano le vite di alcuni santi particolarmente importanti. Nella cappella maggiore, o Cappella Tornabuoni, dietro il grande altare, al di sopra del coro in legno intarsiato, su un lato sono affrescati dal Ghirlandaio episodi della vita di San Giovanni Battista (patrono di Firenze) dall’annuncio della sua nascita al padre Zaccaria fino alla morte per decapitazione voluta da Salomé; sull’altro scene di vita di Maria (a S.Maria Assunta è dedicata la chiesa), anche in questo caso dalla nascita in avanti. Nelle scene dipinte si susseguono e si affastellano personaggi che a noi non dicono nulla, ma nei quali i contemporanei avrebbero riconosciuto persone della loro Firenze, come lo stesso pittore Ghirlandaio, il poeta Angiolo Poliziano, i rappresentanti della famiglia Tornabuoni, cui è intitolata la cappella.

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Proseguendo, si esce nel cosiddetto Chiostro Verde, le cui lunette affrescate sotto il porticato portano la firma di Paolo Uccello: alcuni di questi grandi dipinti sono esposti, dopo un lungo restauro, nell’attiguo museo dell’Opera di Santa Maria Novella. Lungo un braccio del chiostro si apre una cappella: è il Cappellone degli Spagnoli, inizialmente sala capitolare del convento annesso alla chiesa e poi devoluto alla colonia di Spagnoli che giunse a Firenze al seguito di Eleonora da Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Al suo interno, nel quale spiccano opere di Alessandro Allori, è notevole il ciclo di affreschi sulle pareti laterali, che è un’esaltazione dell’ordine domenicano: nella scena dedicata alla Chiesa militante, si nota la rappresentazione del duomo di Firenze (che all’epoca della realizzazione di questo affresco non era ancora stato ultimato); sull’altro lato, nella scena del Trionfo di San Tommaso d’Aquino (che era un domenicano) si sussegue una teoria di santi e di rappresentanti delle più importanti virtù scientifiche oltre che religiose: virtù teologali, virtù cardinali, sacre scienze e arti liberali. Compaiono così personaggi che Cristiani non furono e non poterono essere, come Cicerone, Pitagora ed Euclide.

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Dal Chiostro Verde si accede ad un altro piccolo chiostro, il cosiddetto Chiostro dei Morti, con una serie di lapidi di uomini e donne che vi furono seppelliti fino alla metà dell’Ottocento. Dal chiostro si accede anche ad un piccolo spazio museale che accoglie paramenti sacri appartenuti ai monaci domenicani ed espone gli affreschi restaurati di Paolo Uccello.

Gli ambienti della chiesa e del convento sono piuttosto freddini. Quando torniamo nel chiostro verde il sole di Firenze ci riscalda. Da qui, dal chiostro, si esce dal complesso di Santa Maria Novella e si torna sulla piazza. La visita di Santa Maria Novella è conclusa. Possiamo proseguire la nostra passeggiata.

Musei Vaticani: la Galleria delle Carte Geografiche 

La Galleria delle Carte Geografiche ai Musei Vaticani

La Galleria delle Carte Geografiche ai Musei Vaticani

La Calabria in una delle carte geografiche dipinte in Vaticano

La Calabria in una delle carte geografiche dipinte in Vaticano

Le carte geografiche mi piacciono tanto. Non tanto quelle moderne, che sono rappresentazioni scientifiche e geometriche, precise, misurabili e in scala del reale, ma quelle più antiche, disegnate, fatte a mano da veri scienziati-artisti, capaci di riprodurre sulla bidimensione e in uno spazio misurato, limitato e circoscritto, grandi estensioni e distanze. La storia delle carte geografiche (e più in piccolo delle mappe catastali e dei cabrei) è per me affascinante: adoro le vedute di città e starei ore in contemplazione alla ricerca del minimo dettaglio.

Questa premessa era necessaria per spiegarvi perché per me la vera Cappella Sistina dei Musei Vaticani è in realtà la Galleria delle Carte Geografiche.

Immaginate di entrare in un lungo corridoio illuminato dalle finestre su un lato, con le pareti tutte affrescate da una serie di carte geografiche che rappresentano l’Italia. La stanza riluce d’oro: sono dorate le cornici che inquadrano i dipinti del soffitto, che riverberano all’intorno, barocche, ridondanti, eccessive. Inoltre anche le cornici dipinte delle grandi carte sono dorate. E tutto risplende. Il fasto del Papato si riversa in questa galleria, che fa parte degli appartamenti papali, nel percorso di visita che condurrà dapprima alle Stanze di Raffaello e culminerà nella Cappella Sistina. Ma, come vi ho detto, per quanto mi riguarda mi fermerei qui.

galleria carte geografiche

Nella carta della Liguria c’è spazio per la riproduzione di un borgo dell’Appennino Ligure: totalmente inventato, è il tocco artistico di questa cartografia

Dicevo, le regioni d’Italia, una dopo l’altra, scorrono lungo le pareti, da Sud a Nord, con una piccola incursione ad Avignone. La cosa buffa è verificare l’orientamento di queste carte: non sono orientate a Nord, come siamo abituati a vedere, ma, piuttosto, è come se ruotassero intorno a Roma, sede della Chiesa: sì, perché la Sicilia, la Calabria, la Campania e la Puglia sono rappresentate al contrario, con l’effetto di disorientare chi oggi le guarda e cerca di raccapezzarcisi. Ma probabilmente all’epoca (la Galleria viene realizzata tra il 1580 e il 1585) non doveva risultare così strano.

La cosa più divertente, o interessante, dipende dai punti di vista, è cercare sulle carte le località che conosciamo. Sì, perché sulle carte sono scritti tutti i nomi di città e paesi che alla fine del XVI secolo erano note o rilevanti per gli interessi dello Stato della Chiesa e della geografia. Per fare un esempio, il mio bel paesino di origine, San Bartolomeo al Mare, in provincia di Imperia, Liguria, per esempio, sulla carta non è segnato, mentre è ricordata la vicina Cervo, un borgo medievale che all’epoca era sicuramente più grande e strutturato (aveva persino un castello) del piccolo Borgo San Bartolomeo, quattro case intorno alla chiesa. La stessa sorte capita a tantissimi altri paesini d’Italia che non sono contemplati nelle carte geografiche di questa galleria. Ma è divertente cercare località che si conoscono, individuare i nomi magari differenti da quelli attuali. E poi vedere come sono disegnate le coste, le montagne, i fiumi e i boschi… Disegnate nel mare qua e là si trovano le personificazioni dei venti e in corrispondenza delle città più importanti d’Italia, come Napoli, Genova, Firenze, Milano, sono rappresentate proprio le vedute di quelle città.

La personificazione dei mari e dei venti nella carta della Liguria (dov'è indicato Cervo!)

La personificazione dei mari e dei venti nella carta della Liguria (dov’è indicato Cervo!)

Alla fine del percorso, dopo aver visto l’Italia “contemporanea”, una mappa è dedicata all’Italia antica, di età romana. Lì sono segnati tutti i centri romani segnati sugli itinerari antichi. Nel XVI secolo la cultura umanistica era ben radicata negli ambienti colti delle varie corti italiane, tra cui quella papale, per cui una mappa dell’Italia antica era un esercizio di stile, di cultura, di antiquaria. Però su quella carta c’è segnato un sito, Lucus Bormani, che corrisponde all’insediamento romano che esisteva nella mia San Bartolomeo al Mare molto prima di noi. E la gioia nel vederlo scritto è grande.

Sul soffitto, il miracolo di San Francesco di Paola è posto in corrispondenza delle carte della Calabria

Sul soffitto, il miracolo di San Francesco di Paola è posto in corrispondenza delle carte della Calabria

Sul soffitto, intanto, se vi ricordate di alzare lo sguardo, troverete tante immagini di santi, di miracoli, di episodi religiosi, avvenuti nelle regioni di volta in volta rappresentate in parete. Per esempio, all’altezza della Calabria sul soffitto c’è un episodio della vita di San Francesco di Paola.

La visita della Galleria delle Carte Geografiche non può essere fatta in 5 minuti. E lo so che l’attrazione per le altre ali dei Musei Vaticani è grande, ma questa sezione merita davvero! Mostra un’Italia che non è più, un’Italia così com’era vista poco prima del Seicento. La cosa forse più particolare è riflettere sul fatto che le regioni rappresentate sono all’incirca le stesse regioni italiane di oggi, le quali a loro volta più o meno ricalcano le regiones di età romana. L’idea di Italia intesa come una nazione unica forse non era così peregrina già qualche secolo prima che i moti risorgimentali portassero davvero a unificare la penisola, e di fatto a mettere la parola fine allo Stato della Chiesa.