Assisi in un giorno – 2) la città di San Francesco

Lasciamoci alle spalle la piana di Santa Maria degli Angeli e dirigiamoci con l’auto verso quella montagna che sembra sbucare dal nulla e che è stata scelta fin dall’età romana per ospitare una città. L’antica Assisium è ancora evidente nelle colonne della fronte del tempio di Minerva, oggi convertita in chiesa cristiana, e nei resti archeologici dell’antico foro, sul quale anche il tempio affacciava. Poi il tempo fece il suo corso e Assisi divenne una città medievale umbra come tante, con le sue vie in salita, un abitato che si adagia sulla sua altura, che ne segue il pendio, che ne asseconda le asperità. Vie strette e vicoli, case in pietra, mura cittadine e porte maestose dalle quali accedere.

Assisi

Assisi

Si entra ad Assisi a piedi, dopo aver lasciato l’auto nel grande parcheggio sotterraneo a pagamento appena fuori le mura. Non lasciatevi distrarre dai troppi negozi che vendono souvenir tra il sacro e il profano: la tazza a forma di fraticello beone accanto al rosario con l’effigie di San Francesco, per esempio. Ma osservate le case, le vie, cercate le chiese. Perché qui ogni chiesa è legata a San Francesco.

Il Cristo di San Damiano

Il Cristo di San Damiano

Santa Chiara, per esempio, è la chiesa dedicata alla Santa che più seppe comprendere Francesco e che è sepolta qui, nella cripta. La chiesa, bianca, spoglia, ospita in una cappella laterale un Crocefisso fondamentale nella vita del Santo: il Cristo di San Damiano, quello che gli suggerì di restaurare la Porziuncola. È un bellissimo crocifisso ligneo a fondo dorato, com’erano i crocifissi del Duecento e, appeso al soffitto a volta della sua cappella, riceve le preghiere dei fedeli in un continuo viavai di folla.

Assisi è molto frequentata. Il turismo più o meno religioso ha trasformato questo borgo facendolo ahimè scendere da quell’aura di purezza e santità che nell’immaginario tutt’ora lo avvolge. Tanta gente e tanto vociare, tanti negozi e ristoranti dai nomi evocativi. Assisi ha un po’ perso la sua purezza, e questo dispiace: se è vero che il turismo e tutto ciò che gli ruota intorno è quello che più permette a borghi come questo di sopravvivere, è anche vero che snatura il luogo e lo rende più simile a un lunapark che altro. Quest’impressione me l’ha fatta anche Gubbio, sempre in Umbria, o San Gimignano, in Toscana, o ancora San Marino.
Ma il luogo più importante, punto di arrivo di ogni percorso che si snodi attraverso il borgo, è la doppia basilica di San Francesco d’Assisi: costruita sull’estremità di una grande terrazza fortificata, ha due accessi, uno dall’alto che conduce alla Basilica Superiore, l’altro dal basso che conduce alla Basilica Inferiore.
Se la Basilica Superiore è la più nota per la sua bellezza artistica, quella Inferiore non è meno spettacolare. È solo più piccola e bassa e meno illuminata. Del resto questa è la chiesa della preghiera e del raccoglimento: nella sua cripta è accolta la tomba di San Francesco, circondato dalle tombe di alcuni dei suoi più fidi compagni, come Frate Leone o San Ruffino.
La basilica superiore è un capolavoro della storia dell’arte medievale: le pareti sono affrescate da Giotto con le storie della vita di Francesco: alcune di esse sono stranote al grande pubblico, come la predica agli uccelli, altre sono capisaldi della storia dell’arte medievale, come la rappresentazione prospettica della città nella scena in cui Francesco scaccia i diavoli. Ogni scena rappresenta un episodio e noi osservandolo è come se leggessimo un racconto: ed è effettivamente questo il senso dell’opera di Giotto.

L'interno della Basilica Superiore di San Francesco d'Assisi

L’interno della Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi

Ripensare ad Assisi mi strappa sempre un sorriso: forse perché ci sono stata la prima volta a 12 anni e mi ricordo ancora luoghi, colori e sensazioni (addirittura ricordo l’hotel nel quale dormii in camera con la mia amica Gloria, la quale aveva paura che nella stanza ci fossero i topi e non mi fece chiudere occhio): sono affezionata ad Assisi, se ci si può affezionare ad una città in cui non si è vissuto. E credo di aver trasmesso questo affetto alle persone con le quali di volta in volta ci sono tornata. Ora ho provato a raccontarla anche a voi, e spero di avervi trasmesso ugualmente l’affetto che provo per lei.

Assisi in un giorno – 1) Santa Maria degli Angeli e la Porziuncola

Assisi senza San Francesco non sarebbe Assisi. Sarebbe un borgo umbro come tanti, molto simile, se lo si guarda da distante, alla vicina Spello. Eppure Assisi ha un’aura tutta sua che le deriva dalla sua storia, dall’essere stata la città nella quale si è svolta la maggior parte della vita e delle opere di San Francesco.

Assisi

Assisi

La storia la sanno tutti: giovane cavaliere figlio di un ricco mercante di Assisi, Francesco si spoglia dei suoi averi e decide di vivere nella più totale povertà per meglio rendere gloria a Dio e servizio agli uomini. Fonda una Regola che riceve l’approvazione papale, lega indissolubilmente il suo nome a quello della storia della Chiesa e dell’Italia intera. E la piccola Assisi diventa quasi una città santa, meta di pellegrinaggi dal Medioevo a noi, Città della Pace non a caso.

Si arriva ad Assisi dalla piana, dove sorge l’abitato di Santa Maria degli Angeli. Questo piccolo villaggio, possiamo chiamarlo così, si sviluppa intorno alla cinquecentesca basilica di Santa Maria degli Angeli, la quale è una bella, maestosa, ariosa custodia per uno tra i luoghi più sacri della cristianità: la Porziuncola.

La Porziuncola Credits: Turismoumbria.net

La Porziuncola. Credits: Turismoumbria.net

La Porziuncola è una minuscola antichissima cappella che si trovava in stato di abbandono quando all’inizio del XIII secolo Francesco ricevette in sogno dal Cristo di San Damiano (un crocefisso di XII secolo oggi esposto nella chiesa di Santa Chiara in Assisi) di restaurarla. Da allora divenne uno dei luoghi cardine della vita di Francesco, che qui costituì l’Ordine dei Frati Minori e che sempre qui concesse a Chiara di fondare un ordine monastico femminile, quello delle Clarisse. La piccola cappella suscita un certo effetto, vuoi perché molti fedeli vi giungono da ogni parte del mondo a pregare, vuoi perché contrasta terribilmente con la grande mole della Basilica di Santa Maria degli Angeli che la contiene. E in effetti, vederla lì nel centro della grande aula bianca della Basilica, la rende ancora più minuta: è a malapena una stanzina in pietra, con un altare sul fondo e la facciata esterna dipinta nella sua parte superiore, quando ormai era diventato luogo santo, pochissimi anni dopo la morte di Francesco.

La Basilica di Santa Maria degli Angeli

La Basilica di Santa Maria degli Angeli

Poco distante, un altro luogo antico, il cosiddetto Transito, è proprio la piccola costruzione in pietra dove Francesco morì. Anch’essa fu decorata non appena fu considerata luogo santo e pittori e artisti di un certo rilievo vi hanno legato il loro nome. Qui, in questo piccolo vano Francesco compose gli ultimi versi del suo Cantico delle Creature, il Laudato Sii, in cui loda Dio per “Sora nostra Morte corporale“: la morte che sopraggiunge quando lui è ancora giovane, ma il suo corpo provato dalla vita dura che si è imposto e dalle ferite delle stigmate.

Fuori dalla Basilica si trova invece il Roseto, che all’epoca di Francesco era parte del bosco nel quale i frati vivevano e dove, narra la leggenda, i rovi, toccati da Francesco, si trasformarono in rose senza spine. Una vicina cappella, la cappella delle rose, inizialmente era la capanna in cui viveva Francesco. Tutti questi luoghi fanno parte di un percorso di pellegrinaggio che si snoda all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli. Chi viene animato da intenzioni di preghiera, presso la Porziuncola riceve l’Indulgenza del Perdono, ovvero la remissione dei peccati: una richiesta che, si narra, fu proprio San Francesco a chiedere a Dio e poi al papa.

Un itinerario che voglia conoscere Assisi non può saltare la Porziuncola, intimamente legata alla storia del Santo che ha reso Assisi la città che è. Incredibile come una sola persona possa creare le sorti di un’intera città. Una città piccola, che però è nota in tutto il mondo. Andremo a visitarla nel prossimo post.

Comacchio, la piccola Venezia sull’acqua

Comacchio. Riflessi sull'acqua

Comacchio. Riflessi sull’acqua

Se vi chiedo di dirmi la prima città italiana che vi viene in mente costruita sull’acqua e sui canali, voi mi rispondete senza neanche pensarci: Venezia! E se ve ne chiedo un’altra? Esitate un attimo prima di rispondere. In effetti Comacchio non è famosa quanto Venezia, eppure è anch’essa costruita su canali le cui sponde sono collegate da ponti, proprio come a Venezia.

Siamo sul Delta del Po, in una zona che è un paradiso naturalistico, ma che fino a 90 anni fa era una grande immensa palude insalubre. Le valli di Comacchio non erano esattamente un luogo piacevole dove vivere: malaria, aria malsana, putridume, tutto ciò che ci viene in mente per un terreno paludoso. Un luogo incolto e incoltivabile, che a partire dagli anni ’20 cominciò ad essere bonificato: al fango venne sottratta un immensa terra che fu destinata all’agricoltura. Attraversarla, oggi, fa effetto: una piana ordinata, che si stende a perdita d’occhio, ogni campo dedicato alla sua propria coltura, filari di alberi in lontananza a segnare confini, canali d’irrigazione, e strade diritte per km e km, che svoltano ad angolo retto, sempre seguendo i confini dei campi. L’ultimo tratto, lungo un canale più ampio, è tanto bello naturalisticamente quanto invaso da nugoli di zanzare! Eppure i ciclisti procedono tranquilli, beati lungo la pista ciclabile che consente di immergersi davvero in questa natura incontaminata.

Papaveri lungo i canali del Delta del Po

Papaveri lungo i canali del Delta del Po

Il centro di Comacchio non è molto grande. Molto ordinata, poco frequentata: il corso principale, su cui affaccia il Duomo, con la sua torre campanaria che somiglia ad un faro e la Loggia del Grano, è quello con più vita, mentre i ristoranti si dispongono lungo i 2 canali laterali, fino a convergere nel Ponte di Trepponti, un grande ponte triplo, sotto il quale passano 3 canali differenti. Questo ponte, chiamato anche Ponte Pallotta, fungeva da porta fortificata della città lungo il canale che collega direttamente con l’Adriatico. Fu costruito nel 1638, periodo al quale risale la riqualificazione urbanistica di Comacchio, responsabile dell’aspetto attuale del centro.

Il Trepponti di Comacchio

Il Trepponti di Comacchio

Nel resto del centro storico tutto tace: i suoi canali sono silenziosi anche di sabato pomeriggio, e passeggiare qui ha un che di piacevole e rilassante. Certo Comacchio non è una località turistica caotica, casomai è il capoluogo dal quale partire per le girate in bicicletta.

La sua storia è lunga, inizia in età etrusca quando fu fondato, qui vicino, l’emporio commerciale di Spina, rinvenuto durante i lavori di bonifica degli anni ’20. In età romana da qui passavano le navi che risalivano il corso del Po per raggiungere gli altri centri dell’interno. E infatti a Comacchio si trova il Museo della Nave Romana, una nave da carico che ha restituito l’intero suo contenuto: anfore, vasellame, persino degli ex-voto a forma di tempietto, oltre a tutta la dotazione di bordo per l’equipaggio.

E poi ci sono le anguille. Ma questa è un’altra storia.

La Manifattura Marinati di Comacchio

La Manifattura Marinati di Comacchio

È una storia che però è l’anima stessa di Comacchio, legata alla sua economia e allo sfruttamento delle risorse del territorio. L’anguilla vive nei canali del Delta del Po. Da sempre viene pescata ed è piatto tipico di queste parti: grigliata, marinata o in brodetto, non c’è ristorante che non la proponga. Un tempo in Comacchio vi erano vere e proprie manifatture per la produzione dell’anguilla marinata, da destinare a conservazione. Una di queste è stata trasformata in museo. È la Manifattura Marinati. Il museo ospita al primo piano una sala audiovisivi dove viene raccontato il processo di pesca e marinatura attraverso alcuni video e immagini d’epoca e con spezzoni del film “La donna del fiume” con Sofia Loren nei panni di una lavorante della manifattura. Al piano terra invece sono allestite le barche con le quali i pescatori solcavano i canali, le ceste nelle quali raccoglievano le anguille e infine, nella sala più rappresentativa, perché vera e propria anima della manifattura, i forni, nei quali venivano arrostite le anguille, fatte a tocchi e infilzate su lunghi spiedi. L’odore della fumigatura impregna ancora l’aria, nonostante siano decenni ormai che la struttura è stata defunzionalizzata: ma l’esperienza è senza dubbio immersiva! Il prodotto finito veniva poi inscatolato in latte colorate come se ne vedono anche a vendere per Comacchio. E a me tutto ciò ha ricordato tantissimo Swallow Marinata: avete presente l’isola sulla quale si svolge il film d’animazione Piovono Polpette? Quell’isola che campa della pesca e della vendita di sardine in scatola mi ha ricordato tantissimo questa produzione peculiare di Comacchio, e questa somiglianza mi ha messo allegria.

Propositi per il futuro? Tornare sul Delta del Po, questa volta facendo qualche bella escursione naturalistica, magari in battello lungo i canali, oppure a piedi o in bicicletta lungo i percorsi prefissati, immersi nella natura così particolare della foce del fiume più lungo d’Italia.

3 giorni in Umbria, dove ci porta il vento

È possibile visitare tutta l’Umbria in 3 giorni? Noi ci abbiamo provato e la risposta è sì. Per farlo abbiamo scelto le mete più rappresentative della regione, descrivendo un percorso che da Nord ci ha portato in fondo all’Umbria, per poi risalire verso il centro, puntare decisamente a Est e ritornare quindi a concludere il nostro giro in direzione Nord.

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Le mete che abbiamo toccato, e che a mio parere sono le più indicative per farsi un’idea di questa terra in così poco tempo, sono state Orvieto, Todi, Cascata delle Marmore presso Terni, Spoleto, Gubbio, Assisi e infine Perugia.

Abbiamo fatto un tour che si può svolgere in entrambe le direzioni, dall’inizio alla fine, perché il percorso è (molto più o meno) circolare. Scendendo dalla Toscana in autostrada, infatti, le opzioni che si presentano sono due: uscire dall’A1 a Bettolle-Sinalunga e (senza farsi distrarre dall’outlet Valdichiana) imboccare la superstrada in direzione Perugia che costeggia il Lago Trasimeno, oppure proseguire in autostrada, e raggiungere così la prima meta del viaggio: Orvieto.
Noi abbiamo percorso questa seconda opzione, e abbiamo fatto di Orvieto la prima tappa.

Il duomo di Orvieto

Il duomo di Orvieto

A Orvieto ci siamo lasciati affascinare dal suo immenso Duomo gotico, che racconta la storia del miracolo del Corporale, in seguito al quale è nata la festa cristiana del Corpus Domini, e ci siamo calati nell’abisso del Pozzo di San Patrizio, riemergendo, affaticati, 248 scalini dopo. Non ci siamo soffermati invece ad approfondire il passato etrusco della città, che si incontra già risalendo il massiccio tufaceo su cui Orvieto sorge, nella necropoli di Crocefisso del Tufo, e nel museo Faina, di fronte al Duomo. Da Orvieto, guardando il panorama al di sotto di noi, la valle del Tevere è dolce e verdeggiante, segnata da vigneti che producono il vino della zona, l’Orvieto, appunto.
Lasciamo Orvieto e pieghiamo verso Todi. Qui la strada costeggia il Lago di Corbara, un lago artificiale chiuso da una diga. Un paesaggio lacustre inedito, una sorpresa per noi che non ci aspettavamo un lago da queste parti. Peccato che il tratto che costeggiamo sia un po’ disordinato e che la spiaggetta in cui ci caliamo sia molto sporca. Accidenti a chi va a fare picnic e non si porta via la propria spazzatura.
Todi ci accoglie nel pomeriggio inoltrato. Nella grande piazza centrale, sulla quale affaccia sia il palazzo medievale del potere civile, che la cattedrale, ci affascina proprio quest’ultima, posta in alto, in cima a una scalinata, e con la facciata quadrata, così particolare: sembra tronca, tagliata, invece (scopriremo poi) è una caratteristica comune a molte chiese umbre. Scendiamo poi per i vicoli stretti sui quali affacciano edifici in pietra medievali segnati dal tempo: qui una finestra tamponata, lì un arco tagliato da una porta… Passiamo attraverso la porta etrusca e notiamo che le strutture antiche sono state sfruttate nel medioevo come fondazione degli edifici successivi. Anche a Todi gli Etruschi sono presenti, e anche se l’opera più importante, la statua in bronzo del Marte di Todi, sta ai Musei Vaticani, la sentono molto. Riusciamo a perderci per le viuzze anche qui, e risaliamo dalle mura mentre il sole va calando. Per cena spizzichiamo un tagliere alla Vineria San Fortunato, bevendo un rosso del territorio (anche se qui producono il grechetto di Todi, che è un bianco); la notte troviamo una camera in un casale, il Donnarita, a Cecanibbi, nella campagna tuderte. Ma la bellezza della campagna che ci circonda la scopriamo solo la mattina dopo, quando imbocchiamo la via per Terni e la Cascata delle Marmore. Vigneti e dolci colline, campi di papaveri e boschi: un paesaggio verde e rigoglioso che mette proprio la gioia nel cuore.

La cascata delle Marmore

La cascata delle Marmore

Le Cascate delle Marmore si trovano nella Valnerina. Per raggiungerle si costeggia il fiume Nera, sul quale si trova una centrale idroelettrica e che è percorso da numerosi itinerari naturalistici. Volendo si può decidere di trascorrere immersi nella natura l’intera giornata, oppure di concentrare la visita alle cascate avendo cura di capitarvi nelle ore in cui apre del tutto il suo flusso d’acqua: dalle 12 alle 13 oppure dalle 16 alle 17. Durante il giorno infatti l’acqua è regimentata e solo a questi due orari viene liberata in tutta la sua potenza. Sentieri nei boschi e belvedere strategici consentono di meglio apprezzare lo spettacolo naturale delle cascate più alte d’Europa.

Quando ripartiamo puntiamo verso Spoleto, altro gioiello dell’Umbria medievale. La città ci accoglie col sole. La città si sviluppa in salita, in alcuni tratti sopra i resti di edifici e di strade romane, come nel caso del tempio di S.Ansano, fino alla bellissima prospettiva sul Duomo. Arriviamo fino in cima, alla rocca di Albornoz. Per salire approfittiamo dell’ascensore pubblico e da qui godiamo del panorama sulla valle circostante, compreso l’altissimo ponte che conduce al Ponte delle Torri, uno spettacolare ponte/acquedotto: è una delle attrazioni di Spoleto, ma noi ci accontentiamo di vederlo dall’alto.
gubbio In serata raggiungiamo Gubbio, piuttosto lontana da Spoleto. Facciamo un brevissimo giro fino al Palazzo Comunale e alla sua bella terrazza panoramica, ma il freddo pungente ci fa tornare sui nostri passi.
Torniamo nel borgo la mattina successiva.
Case in pietra, le cui pareti raccontano anche qui, nelle finestre tamponate, allargate e ristrette, negli archi alzati e ribassati, negli inserimenti di mattoni, nei soffitti voltati, una storia lunga secoli. Ritorniamo al Palazzo Comunale e alla sua scenografica terrazza, vaghiamo ancora una volta senza meta tra le vie del centro, arriviamo in fondo al borgo e risaliamo fino a percorrere la via degli Orti della Cattedrale, che domina dall’alto i tetti della città e che costituisce una via alternativa all’ingresso nella chiesa principale di Gubbio. Un duomo romanico, spoglio e altero, di una semplicità che intimorisce. Davanti a sé neanche una piazza, e subito si eleva il palazzo ducale: potere civile e potere religioso si contendono il luogo più alto della città.

Assisi, Basilica Superiore

Assisi, Basilica Superiore

Arriviamo ad Assisi per una via bellissima che sale e poi scende dolcemente per colline che sembrano uscite dalla mano di un pittore: un paesaggio così rassicurante, intervallato da pochissimi abitati di pochissime anime. L’arrivo ad Assisi, invece, è dal lato del centro industriale, dove si trova S.Maria degli Angeli, la grande chiesa che ospita la Porziuncola. Questa è una minutissima cappella, tanto piccola quanto importante per la storia della Chiesa: è infatti la cappella che San Francesco ricevette in sogno di dover restaurare, ed è in sostanza il primo dei luoghi francescani che chi viene in pellegrinaggio ad Assisi deve visitare.

Il Cristo di San Damiano nella chiesa di Santa Chiara ad Assisi

Il Cristo di San Damiano nella chiesa di Santa Chiara ad Assisi

Secondo il consueto schema delle città umbre, Assisi sorge su un massiccio montuoso che si eleva dalla pianura. Si riconosce da lontano il complesso della Basilica di San Francesco, basilica doppia, inferiore, che ospita la tomba del Santo, e Superiore, affrescata da Giotto. Ma ben altre chiese si trovano in città, tutte legate al culto francescano: tra queste la Chiesa di S.Chiara è la più importante: qui è narrata, tutto intorno alla tomba della santa, la vita di colei che fu forse la persona più vicina a Francesco, e il suo corrispettivo femminile. Fondò infatti un ordine religioso femminile, non potendo essa stessa entrare a far parte di quello maschile fondato da Francesco. La chiesa ospita poi, in una cappella laterale, il cosiddetto Cristo di San Damiano, anch’esso fondamentale per il culto del Santo. Il borgo, ben curato, è un po’ troppo turistico per i miei gusti.

Perugia, piazza IV Novembre

Perugia, piazza IV Novembre

Arriviamo a Perugia nel pomeriggio, più per la voglia di non chiudere ancora i 3 giorni che altro. Perugia per noi diventa una passeggiata attraverso il centro, una passeggiata che ci porta fino in centro, fino al corso che conduce a piazza IV Novembre, sulla quale affaccia la Sala dei Notari, il Duomo di San Lorenzo, e che è dominata dalla famosa Fontana Maggiore, opera di Nicola Pisano, della fine del XIII secolo. Passeggiamo per le viuzze limitrofe, che scendono e risalgono e convergono verso la piazza. Ci sporgiamo dai punti panoramici che qua e là si aprono sul territorio circostante e sul resto della città, infine, al tramonto torniamo verso l’auto. La città si presta ad essere percorsa senza una meta precisa, ogni angolo rivela qualche sorpresa e qualche dettaglio da ricordare.

Il nostro tour dell’Umbria si conclude con il tramonto che ci accompagna mentre costeggiamo il Lago Trasimeno risalendo verso la Toscana. Non è escluso che presto verremo anche qui.😉

Quando la natura è uno spettacolo: le Cascate delle Marmore

Se volete assistere a un autentico spettacolo della natura, sapete cosa dovete fare: dovete venire in Umbria, vicino Terni, alle Cascate delle Marmore.

La cascata delle Marmore

La cascata delle Marmore

Che poi proprio natura naturale non è, visto che le cascate sono il frutto di un intervento umano. Sì, perché fu il console romano Marco Furio Dentato nel III secolo a.C. che ne ordinò la realizzazione facendo defluire le acque del fiume Velino nel sottostante fiume Nera. Se qualcuno avesse ancora dubbi sulle capacità ingegneristiche dei Romani, ora si deve ricredere! Nei secoli, poi, è da registrare l’intervento di Antonio da Sangallo il Giovane (sì, lo stesso del Pozzo di San Patrizio di Orvieto), il quale fece costruire altri canali per deviare le acque, che spesso erano ostruite da centinaia di anni di depositi calcarei. Un altro intervento è quello degli inizi del Novecento, quando il Genio Civile fece realizzare una galleria che conduce all’attuale belvedere degli Innamorati. Infine, la centrale idroelettrica di Galleto segna il definitivo controllo dell’uomo sul territorio, nel totale rispetto, però, della natura.

La cascata prima di mezzogiorno

La cascata prima di mezzogiorno

Marco Furio Dentato ha fatto un bel lavoro: si tratta infatti delle cascate più alte d’Europa, 165 m di dislivello divisi in 3 salti. Al tempo stesso, però, si tratta di cascate controllate, ovvero  di cascate non lasciate libere di riversare nel loro letto tutta la potenza della loro portata d’acqua per tutto il giorno. Ciò è dovuto al fatto che le acque sono sfruttate dalla vicina centrale elettrica, posta lungo il Nera e visitabile. Al di sopra delle Cascate, il Lago di Piediluco funge da bacino idrico per la centrale, che esiste dal 1929.
Le Cascate sono visitabili con un biglietto giornaliero di 10 € che consente oltre che di vedere i salti dell’acqua anche di compiere vari percorsi nel bosco circostante. Proprio per via del loro regime controllato, le Cascate aprono solo 2 volte nel corso della giornata: alle 12 (fino alle 13) e alle 16 (fino alle 17). L’acqua scorre per tutto il giorno, ovviamente, ma è ridotta al livello di un torrente, mentre è solo in questi due momenti che diventa spettacolare: allora si alza una nube di goccioline d’acqua che si vaporizza su chiunque intorno e il volume d’acqua aumenta in maniera esagerata, sviluppando una potenza inimmaginabile: chi ci sta sotto si lava dalla testa ai piedi, ma vale la pena di fare questa doccia, davvero. Una sirena avverte, a partire da 20 minuti prima, che si appressa l’ora: un messaggio a tutti i visitatori del parco delle cascate, di portarsi in un punto panoramico utile, o al contrario, di mettersi in salvo dalla pioggia vaporizzata.

Tra le tante possibilità di sentieri che corrono tutt’intorno alle cascate, percorriamo il sentiero numero 1 che risale il corso dell’acqua fino in cima al salto, dove un punto panoramico, il Belvedere Specola Pio VI consente di vedere dall’alto questo spettacolo naturale. Lungo il sentiero si incontra il belvedere degli Innamorati, un piccolo spazio alla fine di una galleria scavata agli inizi del Novecento. Il percorso è immerso nel verde, per nulla difficile, fattibile anche con scarpe non propriamente da trekking (anche se, certo, è sempre meglio essere attrezzati). Tra le foglie, i tronchi degli alberi e la terra, si distinguono vivacissimi i piccoli ciclamini selvatici, così lilla da sembrare innaturali, e invece sono una delle cose più autentiche e poetiche qui. Soffermarsi ad ammirarli non è una perdita di tempo, né una scusa per riprender fiato. È un modo per rendere omaggio alla bellezza che la natura sa offrirci soprattutto nelle piccole cose.

ciclamini selvatici

ciclamini selvatici

Lo spettacolo delle Cascate, finalmente libere, a mezzogiorno, di riversare tutta la loro potenza nel bacino sottostante, vale l’attesa e ripaga della fatica della salita. L’acqua non arriva di botto, ma aumenta gradualmente, quasi impercettibilmente. Da rigoglio diviene boato, una nuvola bianca si alza e tutto intorno si trasforma. Un’esperienza che difficilmente si dimentica.

Volendo, la visita alle Cascate può essere molto più lunga del semplice “arrivo, vedo le cascate aperte e riparto“. La Valnerina offre una serie infinita di possibilità di percorsi naturalistici ai quali alternare incontri più “culturali”: innanzitutto, lungo lo stesso corso del fiume Nera, e raggiungibile a piedi lungo la strada provinciale (che costeggia il fiume) si raggiunge la centrale idroelettrica di Galleto. Ma anche il lago di Piediluco, che sovrasta le Cascate, è un ottimo punto di partenza e di arrivo di escursioni. Tra l’altro, le Cascate delle Marmore hanno un accesso anche dall’alto, dal lato del Lago di Piediluco, proprio a sottolineare l’origine di questo salto.

Pausa pranzo rinfrancante dopo questa scorpacciata di natura? Noi abbiamo pranzato da I ribelli di Campagna, l’esperienza culinaria più divertente degli ultimi anni. Tra le varie pietanze abbiamo provato la pajata, intestini di vitellino da latte che mai ha toccato erba durante la sua brevissima vita; poi i fegatini, gli arrosticini e varie altre prelibatezze dalla griglia e dalla brace.
Per apprezzare al meglio la natura ci vuole la panza piena, c’è poco da fa’!😀

Una mattinata a Orvieto

Orvieto la vedi da lontano mentre viaggi sull’A1: è costruita su un massiccio tufaceo e l’occhio più esperto può individuare subito la silhouette del duomo, un grande edificio gotico che costituisce l’attrazione della città. Mentre con l’auto saliamo alla rocca, il paesaggio ci regala la valle del Tevere e i vigneti lungo il pendio: questo è territorio di produzione del vino Orvieto, un bianco piuttosto noto a livello nazionale.

Il duomo di Orvieto

Il duomo di Orvieto

Vi racconto la nostra passeggiata alla scoperta di Orvieto in una mezza giornata di metà aprile.
A Orvieto parcheggiamo in piazza Roma e da qui ci inoltriamo alla scoperta del borgo. Un borgo medievale, di case in tufo costruite sul tufo. I blocchi di pietra sono squadrati, tutti uguali, e le murature sono regolarissime, animate da finestre e balconcini. Il corso principale è la via sulla quale affacciano negozi e attività commerciali, ma fuori da esso il borgo non sembra aver risentito (negativamente) del turismo. Incontriamo per prima cosa Palazzo del Popolo, il palazzo del potere civile nel quale aveva sede il Capitano del Popolo. Un busto di Adolfo Cozza ci spinge a interrogarci su chi sia questo personaggio, al quale, più avanti, troviamo intitolata una via e il palazzo natìo. Lo scopriamo: è stato un archeologo, responsabile di una serie di importanti ritrovamenti etruschi a Orvieto. Già, Orvieto e gli Etruschi: impossibile, parlare di questa città senza accennare al suo passato più antico. Orvieto fu un importante centro etrusco. Tracce del suo passato si colgono già salendo lungo la rocca, dove si trova la necropoli etrusca di Crocefisso del Tufo, e in città nella piazza principale, di fronte al Duomo, dove si trova il Museo Etrusco Faina.
Ci facciamo guidare dai nostri piedi lungo i vicoli e per le vie del centro: sicuramente non percorriamo la strada più veloce, ma così assaporiamo meglio la città. Quando arriviamo al Duomo, da una viuzza che consente di percepire solo una stretta porzione centrale della facciata, l’emozione è forte. La facciata del Duomo di Orvieto è grandiosa, come del resto è grandioso tutto l’interno: una cattedrale gotica a tutti gli effetti. La facciata, a fasce bianche e nere, è tripartita da 4 pilastroni e termina con 3 cuspidi decorate, di cui il centrale più ampio. Nel centro si colloca un rosone, mentre i frontoni e le varie nicchie sono decorate a mosaico con fondo oro e azzurro. Il bianco, il nero, l’oro e l’azzurro sono i colori che risaltano e che si imprimono nella mente. Il livello inferiore, quello dei tre portali d’ingresso (si accede dal laterale destro, in corrispondenza della biglietteria all’interno) è decorato invece a bassorilievi elaboratissimi che raccontano tutta la storia dell’uomo in chiave biblica: dalla Creazione al Giudizio Finale.

Duomo di OrvietoEntriamo (biglietto 3 €). Dentro uno spazio ampio e altissimo ripartito in 3 navate, con il soffitto a capriate in legno, l’occhio è subito attratto dalla vetrata dell’abside, contornata da affreschi rappresentanti le storie di Cristo, quindi dalle due cappelle nei transetti. Quella di destra, la Cappella di San Brizio, patrono di Orvieto, affrescata dal Beato Angelico e da Luca Signorelli è percorsa da un Giudizio Universale e dal coro degli angeli, degli apostoli, dei martiri, dei profeti, ecc., e da una Pietà, molto toccante. Ma la cappella più bella è senz’altro quella del Corporale. Qui si celebra un miracolo che avvenne tra Orvieto e la vicina Bolsena, e che sta alla base della costruzione del Duomo: durante la celebrazione di una messa al momento della consacrazione dell’Ostia, quando la formula recita “Questo è il corpo di Cristo” il celebrante, il sacerdote Pietro da Praga in cuor suo dubitò di questo dogma. E immediatamente l’Ostia appena consacrata cominciò a sanguinare. Il prete corse dal papa Urbano IV che si trovava a Orvieto e costui proclamò il miracolo, dopo aver visto con i propri occhi il corporale macchiato di sangue (il corporale è il telo con cui il celebrante innalza l’ostia o l’ostensorio contenente l’ostia consacrata). Il papa proclamò poi anche il dogma del Corpus Domini, del corpo di Cristo presente nell’ostia, e ne istituì la festa, che viene celebrata ancora oggi in tutta Italia con infiorate e processioni. Tutta la storia è narrata a tinte vivaci sulle pareti della cappella, la cui realizzazione risale al 1350; nel centro è esposto il corporale, sacra reliquia tutt’ora oggetto di culto, mentre sulla destra è esposta la splendida Madonna della Misericordia di Lippo Memmi, del 1320, che col suo ampio mantello copre e protegge tutti i fedeli. La costruzione del Duomo fu avviata nel 1290, proprio a seguito del grande richiamo del miracolo del Corporale, e la sua costruzione si protrasse per molto tempo.

duomo orvieto

Duomo di Orvieto, la cappella del Corporale

Quando usciamo dal Duomo è ora di pranzo. Mangiamo in centro, dopo aver chiesto ad una Orvietana se ci sapesse consigliare (a tal proposito: la signora, gentilissima, ci ha accompagnato per un tratto: non è da tutti). Pranziamo a La Palomba, dietro la chiesa di S.Andrea, quindi ridiscendiamo il Corso fino al parcheggio in via Roma, attraversato il quale ci prepariamo a scendere lungo il Pozzo di san Patrizio (5 €).

Guardare in alto dal fondo del Pozzo di San Patrizio

Guardare in alto dal fondo del Pozzo di San Patrizio

La sua storia è particolare: il papa Clemente VII, all’indomani del Sacco dei Lanzichenecchi a Roma nel 1527, si era rifugiato a Orvieto, ma temeva così tanto che i Lanzichenecchi sarebbero venuti a cercarlo che, in previsione di un assedio, fece predisporre una serie di dispositivi di difesa: innanzitutto la Rocca di Albornoz, e poi, onde evitare, in caso di assedio prolungato, che la città rimanesse senz’acqua, incaricò l’architetto Antonio da Sangallo il Giovane di costruire un pozzo. Il nostro non era un architetto qualunque, perciò non solo costruì un pozzo profondissimo, ma lo realizzò sufficientemente largo, illuminato e areato, e con due rampe di scale, una a salire e una a scendere, per consentire ai muli di scendere a prendere l’acqua e a risalire senza incrociarsi. Tanto semplice nell’idea quanto ingegnoso nella realizzazione, e tutt’ora ammantato di un certo fascino, nonostante si tratti semplicemente di un pozzo. Ma la fama gli è dovuta dal nome che ha preso, pozzo di San Patrizio, che gli è derivato dal ricordo della profondissima Caverna di San Patrizio, in Irlanda, e al suo nome è stato associato il significato di luogo che custodisce immense ricchezze. Noi di ricchezze non ne abbiamo trovate, una volta giunti in fondo, a meno che per ricchezze non intendiamo le monetine che la gente continua a lanciare nell’acqua, ma in compenso abbiamo percorso tutti i 248 scalini, bassi e larghi, sia a scendere che poi a risalire. Ed è notevole vedere come piano piano, lentamente ma inesorabilmente, la luce si affievolisce sempre più man mano che si scende e, girando sempre in tondo, è solo la diminuzione della luce (o l’aumento al ritorno) che permette di capire che ci stiamo muovendo davvero.

Quando riusciamo all’aria fresca in cima alla rocca, ci affacciamo alla terrazza panoramica antistante, guardando in basso la valle del Tevere. Dopodiché andiamo a riposarci nel giardino pubblico aperto nella rocca fortificata, accanto all’arrivo della funicolare, l’altro modo che si ha per salire a Orvieto se non si ha l’auto.

Questo il nostro giro di Orvieto; un tour molto tranquillo che si è focalizzato sui due monumenti più rappresentativi della città. Ma se volete fermarvi più a lungo, potete approfondire il passato etrusco visitando dapprima la necropoli di Crocefisso del Tufo, lungo la strada che sale alla rocca, e poi il Museo Faina, proprio in piazza del Duomo.

Cercare la Statua della Libertà… a Parigi

Sì, lo so, suona bizzarro. Siamo a Parigi, dovremmo voler vedere la Tour Eiffel, l’obelisco di Place de la Concorde, l’Arc de Triomphe de l’Etoile… e invece ci imbattiamo nella Statua della Libertà. Nelle statue della Libertà. Sì, perché Parigi ospita almeno 5 repliche della più grande, famosa, monumentale, unica e originale Statua della Libertà di New York.

La Statua della Libertà a Pont de Grenelle, Paris

La Statua della Libertà a Pont de Grenelle, Paris

Perché? Fu il francese Frédéric Auguste Bartholdi a progettare la Statua della Libertà Newyorkese; alta 93 m, la statua, posta su Liberty Island celebra il giorno dell’indipendenza americana, il 4 luglio 1976,  e rappresenta la dea Ragione. L’idea di un monumento che celebrasse la libertà venne a Bartholdi nella seconda metà dell’Ottocento e coinvolse le grandi personalità dell’architettura del suo tempo, da Viollet le Duc a Gustave Eiffel (che qualche anno dopo avrebbe progettato la Tour Eiffel). La statua fu poi donata come segno di amicizia dalla Francia agli Stati Uniti nel 1876, 100 anni dopo la celebrazione dell’indipendenza, trasportata via nave e montata sulla sua isola. Nel 1924 infine divenne monumento nazionale, ma nel frattempo la sua fama si era ormai diffusa nei 5 continenti. E a Parigi, soprattutto, se ne facevano motivo di orgoglio e di vanto nazionale.

Così nel 1884 una replica in bronzo della Statua della Libertà fu donata alla città di Parigi dalla comunità parigina degli Stati Uniti, come ringraziamento per l’originale donato dalla Francia a New York. Questa replica, realizzata sempre dal Bartholdi, fu inaugurata insieme a Place des Etats-Units, nel 16° arrondissement, e fu posta sul Pont de Grenelle, rivolta verso il centro di Parigi a guardare la Tour Eiffel e gli spazi dell’Esposizione Universale del 1889. Nel 1968, invece, fu spostata: sistemata a guardare in direzione opposta, idealmente verso New York, come avrebbe voluto fin dall’inizio Bartholdi, sulla punta dell’Ile aux Cignes, una lingua di terra nel mezzo della Senna che collega Pont de Grenelle con Pont de Bar-el-Kheim.

La Statua della Libertà al Musée d'Orsay

La Statua della Libertà al Musée d’Orsay

La Statua della Libertà de L’Ile aux Cignes non è l’unica replica presente a Parigi. Chi visita il Musée d’Orsay, ad esempio, se la ritrova davanti entrando nella grande hall che un tempo accoglieva i treni (Orsay nasce come stazione ferroviaria) e che oggi ospita l’esposizione permanente di pittura ottocentesca francese pre-impressionista (il museo è una delle tappe da non perdere se volete scoprire la Parigi impressionista). La statua in questione, realizzata sempre dal Bartholdi, fu acquistata dallo Stato francese nel settembre del 1900 per il Musée du Luxembourg.

Nei Giardini del Luxembourg si trova un’altra replica della statua. Alta 4 m, anche lei sa farsi notare tra le aiuole fiorite e ordinate che caratterizzano questo giardino, tra i più grandi della città.

Due copie della statua si trovano poi presso il Musée des Arts et des Métiers, nel Marais, una all’interno del percorso espositivo, che ha come intento quello di celebrare le invenzioni e le migliori creazioni dell’Uomo nel corso dei secoli, e una all’esterno, nel giardino annesso.

Infine, la sola torcia, non la statua intera, si trova presso il Pont de l’Alma, ormai tristemente celebre dopo la morte per incidente stradale di Lady Diana. La torcia fu donata in occasione del centenario della Statua della Libertà, e rappresenta la fiamma della conoscenza. È solo una porzione dell’intera statua e proprio per questo ha le stesse dimensioni della fiamma originale di New York, alta 3,5 m.

La cosa buffa di questo post è che nasce da una pura casualità: aver alloggiato in un hotel nei pressi di Pont de Grenelle. Cui si è aggiunta un’altra circostanza: la visita al Musée d’Orsay. A questo punto ho indagato e… beh, avete letto fin qui cos’ho scoperto!