Cercare la Statua della Libertà… a Parigi

Sì, lo so, suona bizzarro. Siamo a Parigi, dovremmo voler vedere la Tour Eiffel, l’obelisco di Place de la Concorde, l’Arc de Triomphe de l’Etoile… e invece ci imbattiamo nella Statua della Libertà. Nelle statue della Libertà. Sì, perché Parigi ospita almeno 5 repliche della più grande, famosa, monumentale, unica e originale Statua della Libertà di New York.

La Statua della Libertà a Pont de Grenelle, Paris

La Statua della Libertà a Pont de Grenelle, Paris

Perché? Fu il francese Frédéric Auguste Bartholdi a progettare la Statua della Libertà Newyorkese; alta 93 m, la statua, posta su Liberty Island celebra il giorno dell’indipendenza americana, il 4 luglio 1976,  e rappresenta la dea Ragione. L’idea di un monumento che celebrasse la libertà venne a Bartholdi nella seconda metà dell’Ottocento e coinvolse le grandi personalità dell’architettura del suo tempo, da Viollet le Duc a Gustave Eiffel (che qualche anno dopo avrebbe progettato la Tour Eiffel). La statua fu poi donata come segno di amicizia dalla Francia agli Stati Uniti nel 1876, 100 anni dopo la celebrazione dell’indipendenza, trasportata via nave e montata sulla sua isola. Nel 1924 infine divenne monumento nazionale, ma nel frattempo la sua fama si era ormai diffusa nei 5 continenti. E a Parigi, soprattutto, se ne facevano motivo di orgoglio e di vanto nazionale.

Così nel 1884 una replica in bronzo della Statua della Libertà fu donata alla città di Parigi dalla comunità parigina degli Stati Uniti, come ringraziamento per l’originale donato dalla Francia a New York. Questa replica, realizzata sempre dal Bartholdi, fu inaugurata insieme a Place des Etats-Units, nel 16° arrondissement, e fu posta sul Pont de Grenelle, rivolta verso il centro di Parigi a guardare la Tour Eiffel e gli spazi dell’Esposizione Universale del 1889. Nel 1968, invece, fu spostata: sistemata a guardare in direzione opposta, idealmente verso New York, come avrebbe voluto fin dall’inizio Bartholdi, sulla punta dell’Ile aux Cignes, una lingua di terra nel mezzo della Senna che collega Pont de Grenelle con Pont de Bar-el-Kheim.

La Statua della Libertà al Musée d'Orsay

La Statua della Libertà al Musée d’Orsay

La Statua della Libertà de L’Ile aux Cignes non è l’unica replica presente a Parigi. Chi visita il Musée d’Orsay, ad esempio, se la ritrova davanti entrando nella grande hall che un tempo accoglieva i treni (Orsay nasce come stazione ferroviaria) e che oggi ospita l’esposizione permanente di pittura ottocentesca francese pre-impressionista (il museo è una delle tappe da non perdere se volete scoprire la Parigi impressionista). La statua in questione, realizzata sempre dal Bartholdi, fu acquistata dallo Stato francese nel settembre del 1900 per il Musée du Luxembourg.

Nei Giardini del Luxembourg si trova un’altra replica della statua. Alta 4 m, anche lei sa farsi notare tra le aiuole fiorite e ordinate che caratterizzano questo giardino, tra i più grandi della città.

Due copie della statua si trovano poi presso il Musée des Arts et des Métiers, nel Marais, una all’interno del percorso espositivo, che ha come intento quello di celebrare le invenzioni e le migliori creazioni dell’Uomo nel corso dei secoli, e una all’esterno, nel giardino annesso.

Infine, la sola torcia, non la statua intera, si trova presso il Pont de l’Alma, ormai tristemente celebre dopo la morte per incidente stradale di Lady Diana. La torcia fu donata in occasione del centenario della Statua della Libertà, e rappresenta la fiamma della conoscenza. È solo una porzione dell’intera statua e proprio per questo ha le stesse dimensioni della fiamma originale di New York, alta 3,5 m.

La cosa buffa di questo post è che nasce da una pura casualità: aver alloggiato in un hotel nei pressi di Pont de Grenelle. Cui si è aggiunta un’altra circostanza: la visita al Musée d’Orsay. A questo punto ho indagato e… beh, avete letto fin qui cos’ho scoperto!

Parigi è gotica. 3 chiese che non potete perdere

Notre Dame by night

Notre Dame by night

Parigi è gotica. Se pensate alle chiese parigine, la prima che vi viene in mente è, giustamente Nôtre Dame. I suoi archi rampanti, i suoi rosoni, i suoi gargoyles, ne fanno un tempio dello stile gotico, in tutto e per tutto.

Ma Nôtre Dame non è la sola chiesa gotica di Parigi. Ve ne sono in buon numero. Di queste ve ne racconto 3, di cui una è proprio Nôtre Dame.

Situata sull’Ile de la Cité, il suo cantiere fu fin da subito destinato a costruire qualcosa di favoloso. Fu costruita, a partire dal XII secolo, su una precedente chiesa paleocristiana, che a sua volta sorgeva su un tempio romano dedicato a Giove. Siamo qui nel cuore della città romana di Lutetia Parisiorum, e non è così inconsueto che un luogo di culto antico mantenga la sua vocazione nelle epoche successive, anzi. Gli scavi archeologici sotto la piazza della cattedrale (visitabili) mostrano il quartiere che era costruito qui proprio in età romana: si conservano solo tracce e muri rasati, ma quanto basta agli archeologi per farsi un’idea dell’organizzazione urbanistica di Lutetia.

La navata centrale di Nôtre Dame

La navata centrale di Nôtre Dame

Robert Doisneau, Il gargoyle di Notre Dame

Robert Doisneau, Il gargoyle di Notre Dame

Tornando alla chiesa, essa fu eretta in stile gotico, stile che nel XII secolo si era ormai affermato in tutta Europa e che a Parigi era già presente nella chiesa di Saint-Denis, dedicata al vescovo Dionigi, santo protettore di Parigi. Il cantiere della chiesa si protrasse per almeno 3 secoli e poi nuovamente subì degli interventi nei secoli seguenti. Durante la Rivoluzione Francese rischiò di essere distrutta nella foga anticlericale e antireligiosa dei Rivoluzionari i quali, però, decisero di trasformarla nel Tempio della Ragione, preservandola così dalla distruzione. Oggi è il luogo di culto più importante di Francia, oltre che di Parigi. Le sue due torri campanarie spiccano nello skyline parigino, i suoi gargoyles sono divenuti famosissimi, anche grazie alla fotografia di Robert Doisneau nella quale un gargoyle sembra mangiare la Tour Eiffel, cui hanno fatto seguito altri fotografi. All’esterno colpisce per i suoi portali pesantemente scolpiti con figure di santi e di apostoli, lungo i fianchi colpiscono i suoi archi rampanti, sul retro l’abside nella quale si aprono le vetrate; all’interno colpisce la successione dei pilastri compositi, le volte a sesto acuto, le ampie vetrate colorate del transetto. A me questa volta ha colpito un dettaglio cui non avevo mai fatto caso prima: l’esterno del coro è decorato con scene che si susseguono tratte dalla vita di Cristo, dalla Passione e dalla Risurrezione: un vangelo illustrato a bassorilievo che risale al XIII-XIV secolo e che non ha perso nulla della vivacità originaria.

Nôtre Dame - Il bassorilievo con storie di Cristo. In dettaglio Ultima Cena e lavanda dei piedi

Nôtre Dame – Il bassorilievo con storie di Cristo. In dettaglio Ultima Cena e lavanda dei piedi

La seconda chiesa gotica si trova a poca distanza da Nôtre Dame, sempre sull’Ile de la Citè: è la Sainte Chapelle. Fu costruita per volere di Luigi IX, San Luigi dei Francesi, per custodire la corona di spine, sacratissima reliquia che egli aveva acquistato a Bisanzio dall’imperatore Baldovino II nel 1239.

Sainte Chapelle, la cappella inferiore

Sainte Chapelle, la cappella inferiore

La cappella era parte del complesso del Palazzo Reale dell’epoca, oggi la Conciergerie, anche se sorge come edificio indipendente. Non è tanto grande di dimensioni, ma si sviluppa in altezza, su due piani. Dei due, quello inferiore è dipinto a toni molto vivaci, in rosso, blu, oro. Il soffitto pare un cielo stellato; nell’abside trova posto la statua di San Luigi.

La vera meraviglia è la cappella superiore. Qui si susseguono 15 vetrate policrome istoriate con storie della Bibbia lungo le pareti e del vangelo nell’abside, al centro della quale si pone il reliquiario, vero fulcro della cappella. Tutto l’insieme è leggero e arioso, luminoso e vivace. Sottili nervature e pilastrini dorati dividono le vetrate l’una dall’altra. Ogni vetrata è distinta in quadrati nei quali si segue la narrazione degli episodi biblici e evangelici, spesso di non facile comprensione, anche perché posti ad un’altezza notevole da terra, per cui difficilmente distinguibili. È incredibile pensare a quanto lavoro ci dev’essere stato dietro, quante maestranze per realizzare un simile progetto, e soprattutto quale mente abbia realizzato tutto l’apparato iconografico che, nonostante si riferisca alla Bibbia, è comunque una continua occasione di omaggio al Re e al suo casato.

Trionfo di colori nelle vetrate della cappella superiore della Sainte Chapelle

Trionfo di colori nelle vetrate della cappella superiore della Sainte Chapelle

La terza chiesa è fuori dall’Ile de la Cité, anzi, piuttosto lontana. Ma è altrettanto ricca di storia. Se Nôtre Dame è la chiesa principale, e la Sainte Chapelle è la cappella privata del Re, Saint Eustache, nel quartiere de Les Halles, è la chiesa del popolo, della gente che fa il mercato, della gente che vende e che acquista. Les Halles da sempre hanno vocazione commerciale e com’è giusto che sia, ci vuole un luogo religioso che sovrintenda agli scambi e alle transazioni. Da semplice mercato con banchi o carretti, nel XIX secolo viene strutturato come mercato coperto: è ancora una volta l’obiettivo del fotografo Robert Doisneau che immortala Les Halles, soprattutto in vista dello smantellamento, che avverrà negli anni ’60 del Novecento (a questo link un interessante excursus su Doisneau e Les Halles).

Le finestre sul lato della parrocchia di Saint Eustache a Les Halles

Le finestre sul lato della parrocchia di Saint Eustache a Les Halles

Inizialmente sorta come cappella dedicata a Sainte Agnès, è solo dopo il 1300 che viene dedicata a Sant’Eustachio. Questa chiesa si ingrandisce col tempo, man mano che cresce il quartiere de Les Halles, vero polo commerciale della città, diventando una delle parrocchie più grandi di Parigi. E così il re Francesco I fa voto di costruire una chiesa che rivaleggi addirittura con Nôtre Dame per dimensioni. Nel 1532 viene posta la prima pietra di questo nuovo grande cantiere che sostituisce la chiesa precedente, che si concluderà nel 1640. Saint Eustache diventa davvero una delle chiese più grandi di Parigi. In realtà non è a tutti gli effetti una chiesa gotica: non è gotica l’epoca della costruzione, che risale piuttosto al Rinascimento, non è gotica la facciata (il portale principale viene realizzato a metà del Settecento), ma alcuni caratteri architettonici più propriamente gotici si mantengono, quali gli archi rampanti all’esterno e, all’interno, i pilastri compositi con snelle nervature che disegnano le volte. Personalmente, adoro quelle finestre sulla parete laterale che disegnano dei cuori: non c’è niente di gotico in tutto ciò, mi rendo conto.

Di fiore in fiore, itinerari di primavera

Viaggiatori, vi piace la primavera? Vi piacciono i fiori? Bene! Vi invito per una volta a trasformarvi in piccole api e a volare con me di fiore in fiore, lungo un percorso fiorito che attraversa l’Italia e sconfina in Francia. Pronti? Via!

  • villa taranto - tulipani

    Tulipani a Villa Taranto, Verbania

    I tulipani di Villa Taranto, Verbania: La prima tappa, a Verbania, è Villa Taranto, uno splendido orto botanico che a primavera si anima dei colori di tutte le varietà di tulipani possibili e immaginabili. Gialli, rossi, screziati, a petalo liscio, a petalo frastagliato, grandi piccoli, viola, blu, sono meravigliosi, coloratissimi e danno vita a vere coreografie nelle ampie aiuole del giardino. Un giardino che si spande per ettari, e che accoglie anche un giardino all’italiana, fontane, scenografie di paesaggi eccezionali, alberi centenari provenienti da ogni parte del mondo e tantissime varietà di camelia.

  • Le camelie di Sant’Andrea di Compito, vicino Lucca: a proposito di camelie, Sant’Andrea di Compito, nella Lucchesia, è uno dei luoghi migliori per incontrare piantagioni e vivai di camelie. La camelia da fiore è quella japonica in tutte le sue varietà: la sasanqua, in particolare, una delle più “fiorite”, in tutte le sue tonalità di colore che vanno dal rosa chiaro al rosso intenso, e che disegnano un tappeto di petali per terra. A Sant’Andrea di Compito c’è anche la prima coltivazione italiana di té: sempre piante di camelia, ma sinensis, non japonica. Il paesino stesso è piccolo, ma carino. A marzo ogni anno ospita la manifestazione “Antiche camelie della Lucchesia”. Ma nulla vieta di andarci anche in altri momenti dell’anno.
  • Arte topiaria nei vivai di Pistoia

    Arte topiaria nei vivai di Pistoia

    I vivai di Pistoia: non una varietà sola di fiori, ma tutte quelle che volete: dalle rose al cornus, ai bossi dell’arte topiaria. Pistoia è la terra dei vivai che numerosissimi si incontrano nella piana. Una tradizione agricola ma soprattutto economica che fortunatamente non conosce flessione. Bello perdersi per le stradine tra un vivaio e l’altro e godere il panorama di tante piante in fiore.

  • Il Giardino delle Rose di Firenze: se si va al Piazzale Michelangelo bisogna sapere che non basta guardare solo il panorama, ma occorre fare due passi in più per immergersi nel luogo più romantico del mondo: un giardino delle rose. Tra aiuole e arbusti nel prato, dove ci si può eventualmente stendere senza che nessuno dica nulla, le rose regnano incontrastate, snob, altere, incuranti della gente che le guarda, le annusa, le fotografa. Una splendida scultura dell’artista Folon, una valigia cava, fa da cornice per ammirare il panorama attraverso di essa. E non potrebbe esserci vista migliore.
  • Il pergolato di glicini del Giardino Bardini

    Il pergolato di glicini del Giardino Bardini

    Il glicine del Giardino Bardini a Firenze: Giardino scenografico, che si inerpica per la collina, il Giardino Bardini è noto ai più per la sua bellissima galleria che a primavera diventa viola per il glicine in fiore. Da qui sotto persino il panorama della cupola (che incantava persino Julia Roberts per la pubblicità di Calzedonia) passa in secondo piano. In realtà il giardino è molto più ampio, a terrazze che risalgono l’altura fino ad arrivare all’altezza della villa Bardini. Volendo c’è la possibilità di passare da qui, con un unico biglietto, al giardino di Boboli.

  • Il fiore di lenticchia (e quello di papavero) a Castelluccio di Norcia: un trionfo di colori: il giallo del fiore di lenticchia che cava gli occhi, il rosso del papavero che cresce spontaneo, il lilla della lavanda: se le tre coltivazioni fioriscono insieme, l’effetto variegato e vivido di un pennarello passato a caso sulla tela è evidente. L’altopiano di Castelluccio è un luogo anche abbastanza brullo, se non fosse per queste fioriture incredibili: uno spazio amplissimo, a contemplare il quale i polmoni stessi si allargano e il cuore si rilassa. La lenticchia non produce solo quel fiore giallo così piccolo eppure così vivace, ma è anche un prodotto tipico della zona: la lenticchia di Castelluccio è una produzione italiana assolutamente di pregio, sicuramente l’avete già incontrata in cucina. Ebbene, sappiate che prima di diventare lenticchia, il suo fiore ha colorato un altopiano che altrimenti sarebbe niente più che una landa desolata in mezzo alle montagne.
La fioritura delle lenticchie a Piangrande, alle falde del Monte Vettore

La fioritura delle lenticchie a Piangrande, alle falde del Monte Vettore

Se vogliamo lasciare l’Italia possiamo sconfinare in Francia.

  • I Cactus nell’Orto Botanico di Montecarlo: a pochi km dal confine italiano, nel Principato di Monaco, l’Orto Botanico di Montecarlo è un capolavoro di architettura di giardini in verticale, o perlomeno lungo il pendio di una roccia scoscesa. Siccome non ha spazi in piano, ma è un giardino che ridiscende lungo una falesia rocciosa, le piante che meglio si adattano alle circostanze sono i cactus: sedie di suocera, ferocactus, echinocactus, ecceteracactus… mia madre e Piumino impazzirebbero, ma non solo loro: perché le loro sistemazioni sono assolutamente scenografiche e le piante sono di dimensioni davvero ragguardevoli: certe sedie di suocera tonde e grandi da sembrare davvero dei comodi cuscini!
  • La lavanda in Provenza: Valensole, entroterra di Provenza, tra fine giugno e inizio luglio si tinge di lilla. Come Valensole tutta la regione circostante, fino ad arrivare in quell’angolo dimenticato dagli uomini, ma non da Dio, che è l’abbazia di Senanque, in fondo ad una stretta gola lungo una strada che parte da Gordes e che non sembrerebbe dare molte speranze. Invece l’abbazia è lì, e il suo campo coltivato di lavanda, una delle immagini più famose di sempre della Provenza, riempie il cuore. E non è cliché, è bellezza.
Valensole, Provenza

Campi di lavanda a Valensole

Vi piacciono i fiori? E voi dove mi consigliereste di andare? Quali magici posti d’Italia (e non solo) meravigliosamente floreali valgono il viaggio?

Villa Mimbelli: scoprire la bellezza a Livorno

Villa Mimbelli

Villa Mimbelli

Villa Mimbelli non è solo la sede del Museo Giovanni Fattori a Livorno, ma è molto di più. È una villa eclettica immersa in un ampio parco a due passi dal mare, anche se non è in centro. Bisogna venirci apposta infatti. Ma vi assicuro che ne vale la pena.
All’interno di un ampio parco più simile ad un boschetto, ombroso, con alti alberi e una fontana che evoca una sorgente che sgorga dalla roccia, si colloca la villa, gialla, a tre piani, con le pareti esterne animate da stucchi che rifilano le finestre, una balaustra marcapiano, finte semicolonne e colonne vere che vivacizzano la superficie.
L’ingresso, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è subito oltre il cancello, ma sul lato opposto, segnalato da un’elegante tettoia in ghisa. Il palazzo risale a fine ‘800 e appartenne ad una ricca famiglia dai gusti molto particolari e che non badò a spese per la costruzione: il progetto è dell’architetto Vincenzo Micheli, che si diede un gran daffare per realizzare un edificio unico, magari non così appariscente da fuori, ma una vera reggia all’interno.

Entrando, oltre la biglietteria (4 euro) si accede ad un corridoio sul quale affaccia la prima sala, nella quale trovano posto opere di artisti contemporanei, primo fra tutti Arnaldo Pomodoro.

L'alcova moresca

L’alcova moresca

Proseguendo, la sala successiva, dorata e luminosa rispetto alla prima, più buia, è la sala del biliardo. Ma è la stanza successiva che attira la mia attenzione: immette infatti in una piccola alcova realizzata in stile moresco. Una meraviglia pura e semplice. Anzi, per nulla semplice: tutta arabeschi, sgargianti colori e dorature, e un’atmosfera da mille e una notte che si sprigiona in quei pochi metri quadri. Per me è amore immediato.

Saliamo la scala che porta al piano nobile, ed è un’altra meraviglia: la balaustra del corrimano è decorata con puttini in ceramica invetriata, un ampio finestrone illumina il vano scale che è affrescato con paesaggi ruinisti molto evocativi. Al primo piano è degno di nota il soffitto della sala nella quale è esposto il modello in scala ridotta del monumento ai Quattro Mori, monumento simbolo di Livorno, realizzato dal Buontalenti, da Giovanni Bandini e da Pietro Tacca nei primi 20 anni del Seicento. Sul soffitto è rappresentata l’inaugurazione del monumento, alla presenza di Ferdinando I de’Medici. Un omaggio a Livorno voluto dai proprietari della villa.

Giovanni Fattori, Mandrie Maremmane, 1893

Giovanni Fattori, Mandrie Maremmane, 1893

Finalmente, al piano superiore incontriamo Fattori e le sue opere. Poche per la verità: scene di guerra, soldati sul campo di battaglia, e scene contadine (come Mandrie Maremmane, del 1893), una decina, forse meno, di dipinti in tutto. Ma il piano è ricco di altri dipinti di macchiaioli e dintorni, tra cui ritratti di Corcos e un intenso dipinto di Raffaello Gambogi, Emigranti (1893).

È la Livorno che non ti aspetti, la Livorno che non è porto, che non è mare, che non è caciucco. È la Livorno che ha saputo riconoscere in Fattori, pittore livornese di nascita, il proprio simbolo culturale e lo ha fatto in una villa che è un gioiello, ancora troppo poco noto.

Una mattina tra gli antiquari di St. Ouen

Dimenticate la Tour Eiffel. Dimenticate il Louvre e quei grandi palazzi monumentali, degni di secoli di grandeur francese. Dimenticate gli archi rampanti di Nôtre Dame. Lasciate da parte i grandi musei. Ma non mettete da parte l’arte, né il bello, né quell’atmosfera bohemienne che tanto ha contribuito al mito di Parigi.

marché aux puces saint ouen
Prendete la metro, scendete a Porte de Clignancourt. Qui, in un quartiere popolare di quasi periferia sarete dapprima assaltati da chiunque che vuole vendervi improbabili orologi di lusso e i-phone rubati chissà dove, quindi attraverserete un mercatino d’abbigliamento a basso costo, infine arriverete in una città nella città: siete nel Marché aux puces de St.Ouen.
flea market saint ouenUn vero quartiere, organizzato per strade e isolati. Tra mercatini dell’antiquariato e mercatini delle pulci, se vi piace rovistare in spaccati di vita altrui, siete nel posto giusto. Qui il tempo scorre e voi non ve ne accorgete, mentre guardate una vetrina qui, un vecchio orologio lì, un dipinto, una cineseria, un abat-jour, una poltrona o un tavolino. Ma andiamo con ordine.
Il primo mercatino che si incontra è il Vernaison, il più antico, formatosi negli anni ’20 del Novecento.  Questo mercatino storico è organizzato per viuzze che si incrociano, sulle quali affacciano le botteghine delle pulci. Qui mi diverto tanto: guardo oggetti improbabili, cerco teiere, la mia passione, o ciondoli bizzarri, indugio su vecchi ninnoli che ne arrivano da chissà quale parte del mondo. Oggetti minimi, che un tempo avevano avuto un significato nella vita di chi li aveva posseduti, e che ora sono in attesa di una nuova storia.

flea marketPoco più avanti sullo stesso lato della strada si trova l’opposto del mercato delle pulci: è il Marché Byron, una via ordinata e razionale sulla quale affacciano botteghe antiquarie di un’eleganza da città. Qui statue, dipinti, orologi da tavolo barocchi come solo a Parigi si possono immaginare. No, non fa per me.
Più vicino al mio gusto, allora, un altro angolo antiquario, coperto, organizzato quasi come una showroom: stanze arredate, con mobili di pregio, scrivanie, librerie, lampade e poltrone; riesce difficile pensare a quali bellissime case signorili possano accogliere un arredamento così ricercato.
Un nuovo mercato accoglie un intero quartiere, si dipana per vie e stradine interne, ospita rigattieri, robivecchi e svuotacantine. È il Marché des Rues. L’atmosfera è quella sorniona del Sud della Francia, in realtà, o forse della Francia di provincia: tutto è molto blando, movimenti lenti, sedie e tavolini (sarà che si avvicina l’ora di pranzo).
flea marketIl mercato più dinamico di tutti, è il Marché Dauphine, coperto, su due piani, dedicato principalmente ai collezionisti. Il piano superiore infatti ospita, finalmente, libri, dischi e stampe di riviste d’epoca. Mancano i film, ma sono gli unici grandi assenti in questo posto dove puoi veramente trovare di tutto.
Se i mercati sono il vostro genere, quello di St.Ouen andrà oltre ogni vostra più alta aspettativa. Il tempo scorre, qui, e voi non ve ne accorgete. Impossibile, del resto, fare un giro veloce, non è proprio nello spirito dei mercatini delle pulci. Occorre invece prendere del tempo per osservare, curiosare e incuriosirsi, e credetemi: è tutto tempo guadagnato. Tornerete poi verso il centro con gli occhi pieni di tante meravigliose cianfrusaglie (ma non troppo) d’altri tempi.

Velia, la città dalle due vite

velia

Città romana e ancora prima magnogreca, Velia, la città dalle due vite inizialmente si chiamava Elea, fondata addirittura nel VI secolo a.C. Diede i natali a quel filosofo geniale che fu Parmenide il quale, agli albori della Filosofia, interrogandosi sulla realtà delle cose, volendo definire l’Essere giunse a dire che l’Essere è e il Non essere non è. Questo enunciato, tanto semplice quanto indecifrabile, ha segnato il mio studio della filosofia al Liceo.

Erma raffigurante il filosofo Parmenide di Elea, rinvenuta nel Criptoportico di Velia

Erma raffigurante il filosofo Parmenide di Elea, rinvenuta nel Criptoportico di Velia

Pensavo proprio a Parmenide mentre, in una giornata uggiosa e minacciosa varcavo l’ingresso dell’area archeologica. Un’area che è scomoda da raggiungere, una cosa che bisogna volere fortemente, soprattutto ora che la strada principale è interrotta dai soliti lunghi lavori all’italiana. Ci arrivo da Paestum grazie ad una gita organizzata che colgo al volo.

Della città greca di un tempo, nella quale Parmenide aveva la sua scuola, alla quale si formarono altri filosofi,tra cui Zenone, rimane ben poco. Ma questo è normale, in una città che passò da essere magnogreca alla sfera d’influenza romana da un giorno all’altro. Come la vicina (si fa per dire) Poseidonia divenne Paestum, così Elea divenne Velia e, allo scoccare de I secolo d.C., si dotò di tutti gli edifici che rendono tale una città romana. Inizialmente Elea sorgeva sul mare. Col tempo l’area si interrò (e alla fine causò la crisi della città) e i Romani vi realizzarono una necropoli con grandi mausolei. Sono questi che ci danno il benvenuto, mentre percorriamo la strada basolata che conduce dentro la città.

Velia, il mosaico a soggetto marino sul pavimento di un ambiente delle terme romane

Velia, il mosaico a soggetto marino sul pavimento di un ambiente delle terme romane

Varcata la Porta Marina, un grande edificio, o ciò che resta di esso, doveva essere qualcosa di molto importante: il ritrovamento di un’erma, una testa di statua, raffigurante Parmenide, aveva fatto inizialmente credere che qui vi fosse la Scuola di filosofia creata dal Maestro. In realtà è un grande complesso di culto di età romana imperiale, di cui si fa fatica ad immaginare le proporzioni. Una gatta, Mirtilla, ci segue nella nostra passeggiata archeologica. Ci accompagna lungo il basolato fino alle terme romane, in posizione lievemente sopraelevata, con i suoi pavimenti decorati a mosaico. E proseguiamo, inerpicandoci su per la collina: sulla destra il santuario dedicato ad Asclepio, mentre ancora più in su, lungo questa scalinata lastricata incontriamo la Porta Rosa.

Velia, la Porta Rosa

Velia, la Porta Rosa

Non si può proseguire oltre. Ma tornando sui nostri passi ad un certo punto deviamo su un sentiero sterrato.

Ecco, qui la semplice visita archeologica ha qualcosa a che fare con l’esplorazione e con il viaggio d’avventura: il sentiero in salita è in terra battuta, e la pioggia ha scavato dei rivoletti in cui scorre l’acqua. A lato, una selva di rovi mi fa pensare che se lavorassi qui passerei l’estate a raccogliere more e a farne crostate e marmellate… alla fine della salita vengo distratta da ciò per cui valeva la pena salire fino qui: tra gli olivi si apre la cavea, la platea, di ciò che resta di un piccolo teatro alla greca, scavato nella parete della collina. Risalendo ulteriormente il pendio, arriviamo in prossimità del piccolissimo antiquarium, ma soprattutto del castello medievale che si installa sui resti, distrutti, spogliati, crollati, dell’antico tempio dell’Acropoli di Elea. E qui, da questo punto panoramico che spazia da un lato sul mare, dall’altro domina la città antica, vedo ancora meglio la continuità dei luoghi nel tempo. Da luogo di culto a posto di controllo e difesa del territorio.

È bellissimo stare quassù: non mi ero resa conto, impossibile, che il mare fosse così vicino, mentre la montagna, dietro le mie spalle, incombe.

Velia, il tempio dell'Acropoli

Velia, il tempio dell’Acropoli

Non vorrei più andare via, è in assoluto il posto più bello: quei blocchi di pietra che furono le fondazioni dell’antico tempio sono ancora lì a testimoniare di quanto la caparbietà dell’uomo abbia voluto costruire grandi opere in un’area impervia. Ne valeva certamente la pena. E se quei blocchi oggi sono ancora lì, vuol dire che gli Dei ai quali erano dedicati hanno apprezzato.

Parigi, le 10 cose da sapere prima di partire

Bello il viaggio all’avventura, soprattutto poi in una città come Parigi dove “tutti i santi aiutano”. Tutto sommato, però, mi sento di darvi qualche dritta che possa aiutare a organizzare la vacanza. Ecco dunque 10 cose da sapere prima di partire per Parigi:

1)Volare a Parigi non è così complicato come potrebbe sembrare. Online si trovano numerose offerte per voli low cost e addirittura in abbinamento volo+hotel: un’opzione questa che vi fa risparmiare tempo e vi leva dall’impiccio di dover scegliere una zona piuttosto che un’altra dove alloggiare. Per quanto riguarda gli aeroporti, Parigi ne ha 3: Orly, Charles de Gaulle e Beauvais. Quest’ultimo è il più piccolo, piuttosto lontano dalla città (1h30 di autobus), ed è l’aeroporto delle compagnie low cost, Ryanair in testa. Una compagnia di autobus ha l’esclusiva del trasporto verso Parigi, con pulman che partono a ciclo continuo. Potete acquistare il biglietto dell’autobus direttamente in aeroporto, oppure in anticipo online, con un leggerissimo risparmio. Trovate comunque tutte le indicazioni sull’arrivo a Parigi da qualsiasi aeroporto su questo ottimo post di Travel’s Tales.

I binari della metro di Parigi

I binari della metro di Parigi

2) La rete metropolitana parigina è molto ben organizzata e funzionale. I treni passano in continuazione; non c’è solo la metropolitana, ma anche la RER, trasporto treni urbani, che passano con meno frequenza, ma sono ugualmente funzionali. Esiste per chi viaggia la possibilità di fare un particolare abbonamento, Paris Visite, che potete acquistare online oppure alla prima stazione metropolitana che incontrate in città. Ne esistono 2 anzi 4 versioni, per 3 o 5 giorni e per le zone 1-3 o 1-5: le attrazioni principali della città sono comunque comprese entro la zona 3. Il costo, che può sembrare alto, in realtà non lo è, soprattutto se rapportato ad altri prezzi europei. In più, la Paris Visite dà diritto a sconti per il biglietto di alcuni musei, come ad esempio la Conciergerie.

3) Un utile abbonamento che potete decidere di fare, da acquistare anch’esso online oppure nel primo museo utile, è la Paris Museum Pass. È opportuno però che decidiate in anticipo quali musei visitare perché non tutti i musei fanno parte di questo circuito. Ad esempio il Louvre ne resta fuori.

4) Un’altra cosa che potete valutare fin dal principio in fatto di musei è vedere quali attrazioni hanno biglietti cumulativi: ad esempio la Gare d’Orsay e l’Orangerie fanno coppia perché vicini tematicamente oltre che fisicamente; anche la Conciergerie e la Sainte Chapelle hanno un biglietto cumulativo, oltre al singolo se si vuole visitare solo una delle due attrazioni.

Orangerie

L’Orangerie

5) Gli alti livelli di attenzione dopo gli attentati degli scorsi mesi hanno fatto sì che ogni museo e attrazione abbia un metal detector attraverso il quale tutti devono passare. Ciò comporta indubbiamente tempi d’attesa più lunghi, ma sopportabili. Una cosa che viene richiesta ovunque è di passare con la borsa aperta in modo da poter far visionare il contenuto, e di non tenere in tasca lo smartphone.

6) Operazione cibo: il cibo a Parigi ha prezzi piuttosto alti. Nei pressi delle principali attrazioni i menu turistici sono all’ordine del giorno; Se per pranzo preferite lo streetfood, potete scegliere tra le baguettes farcite, i crocques monsieur, che sono i toast, o le crêpes dolci o salate. Se decidete di sedervi ad un bistrot, sappiate che se prendete il vino, anche quello della casa vi costerà quanto in Italia costa una bottiglia di Chianti. Se volete cenare in un posto caratteristico, il più noto di tutti è l’immenso Chartier, che peraltro ha prezzi sensibilmente sotto la media. Se invece volete cucina etnica e turistica la zona di Rue St.Severin fa per voi: viuzze intere zeppe di ristoranti francesi (fondue e raclette i piatti principali), arabi, greci, italiani i cui camerieri faranno a gara tra loro per attirarvi nel loro locale. Un atteggiamento piuttosto entrante che può infastidire o addirittura irritare se vi coglie alla sprovvista. Se volete qualcosa di caratteristico, nel Marais troverete molti locali che fanno cibo da strada kosher: il quartiere ebraico ha mantenuto intatta la sua tradizione e l’esperienza è senz’altro curiosa.

7) Siamo italiani perciò non prendiamoci in giro: anche all’estero desideriamo il caffè. A Parigi è particolarmente difficile trovarlo buono, ma le caffetterie parigine offrono una ricca varietà di alternative. Mi raccomando, l’espresso francese non corrisponde al nostro. Il nostro è l’espresso serré. Questa guida di Parigi.it è senz’altro molto utile, studiatela a memoria:

Il caffé a Parigi: manuale di sopravvivenza. Credits: Parigi.it

Il caffé a Parigi: manuale di sopravvivenza. Credits: Parigi.it

8) Occhio alle distanze! È vero che la Tour Eiffel indica la via come un faro nella notte (ed è davvero un faro nella notte), ma la sua altezza e l’ampia visibilità di cui gode da ogni angolazione possono ingannare.

La Tour Eiffel sembra così vicina! E invece...

La Tour Eiffel sembra così vicina! E invece…

Così il rischio è che vi sembri così vicina… e invece macinate km lungo la Senna prima di rendervi conto che le distanze sono molto dilatate! Passeggiare per Parigi, sui suoi Lungosenna o lungo gli Champs Elysées è piacevolissimo. Calcolate però bene i vostri tempi e soprattutto la resistenza delle vostre gambe.

9) Se volete acquistare souvenirs, i classici souvenirs da negozio di souvenirs, la zona migliore è alle pendici di Montmartre, in quella strada che dalla stazione della metropolitana di Anvers sale verso la collina del Sacré Coeur. Qui lungo la via si dispongono tanti negozi anche piuttosto grandi che vendono souvenirs a prezzi sensibilmente più bassi rispetto al centro città. Certo, visto un negozio visti tutti, tuttavia i souvenirs parigini non mancano per fantasia e gusto. Se però volete dei souvenirs che siano degni di questo nome, dei veri ricordi di Parigi, occorre salire a Montmartre. Qui, in Place du Tertre, gli artisti realizzano direttamente davanti ai vostri occhi quadretti, scorci parigini, ritratti e paesaggi; nel quartiere poi si trovano gallerie che vendono stampe di quadri impressionisti o di bozzetti parigini: un ricordo sicuramente più soddisfacente dell’ennesimo portachiavi a forma di Tour Eiffel.

10) Consigli di lettura: due libri sono molto utili per prepararsi in anticipo alla visita della città. Uno è I segreti di Parigi di Corrado Augias, il quale racconta aneddoti poco noti legati alla storia di personaggi e di quartieri della città: diventa più interessante, così, passeggiare o addirittura andare a cercare, luoghi che sono stati protagonisti di eventi curiosi. L’altro libro è Metronomo, di Deutsch Lorànt (titolo originale Métronome), nel quale si ripercorre la storia di Francia attraverso le fermate della Metro di Parigi. Il sunto da cui parte l’autore (che poi ha realizzato anche una serie di documentari ispirati al libro, prodotti in francese da France2 e disponibili sul sito web dedicato) è che le stazioni della metro di Parigi ricordano nei nomi e topograficamente gli eventi più importanti della storia di Parigi e anche di Francia. Interessante e divertente, vi farà fare un figurone quando saprete spiegare di ogni stazione che attraversate il perché di quel nome e a cosa si ricollega. Allora mi ringrazierete per il consiglio😉