Alexandre Dumas, Viaggio in Calabria

Vista la destinazione delle mie ferie estive non potevo scegliere, per accompagnare le vacanze, racconto di viaggio diverso. Autore di tutto rispetto, poi, nientemeno di Monsieur Dumas, il quale ci racconta di un suo viaggio in Calabria nel 1835, viaggio che non vede nella Calabria la meta definitiva, quanto piuttosto una terra che lo scrittore francese decide di attraversare dovendosi recare dalla Sicilia a Napoli.

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Contestualizziamo la situazione: 20 anni dopo il Congresso di Vienna, 20 anni dopo la fine dell’occupazione francese del Sud Italia, 20 anni dopo che Gioacchino Murat, volendo riprendere la corona del Re di Napoli, viene invece condannato e ucciso come un volgare brigante, Dumas, sotto falso nome (Guichard) attraversa la regione insieme ad un amico pittore, Jadin, e al suo cane Milord. Anche se viaggia sotto falso nome, mantiene i diritti e i privilegi del suo alto lignaggio, cui in più di un’occasione ricorre per trarsi d’impaccio o per trarre beneficio in alcune situazioni. Altre volte, invece, le “signorie loro” si devono adattare all’estrema povertà e ruvidezza nei modi degli abitanti dei paeselli che attraversano e in cui pernottano.
Il racconto del viaggio non è proprio come ci si aspetterebbe. Ma, a pensarci bene, è in perfetto stile Dumas: non indulge in descrizioni dei luoghi (anche perché dice che in Calabria di monumenti da vedere non ce n’è!), mentre preferisce dare spazio al racconto di qualche aneddoto o di qualche episodio storico dei quali, poi, desidera visitare le locations; così accade ad esempio a Pizzo, dove vuole vedere i luoghi della cattura e poi della fucilazione di Murat. In tanti casi, lo ammette egli stesso, i racconti che ascolta e che riporta gli interessano particolarmente perché potrebbero diventare ottimi spunti per qualche sua opera letteraria. E le storie di briganti calabresi in effetti ben si prestano ad essere fonte di ispirazione, con quel misto di avventura, di fantastico che i racconti popolari hanno.

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Il viaggio di Dumas in Calabria è fortunatamente o sfortunatamente condizionato dal forte terremoto che colpì Cosenza e tutta la regione proprio nei giorni in cui lo scrittore intraprendeva la sua marcia. Dico sfortunatamente perché il terremoto è sempre una disgrazia, soprattutto quando, come in questo caso, distrugge intere città e uccide persone, ma dico fortunatamente dal punto di vista del Dumas “esploratore”, che ha modo di vedere situazioni, persone, di vivere eventi che non capitano spesso e che dunque racconta ai lettori con immediatezza e urgenza, anche se con un certo distacco, soprattutto da certe reazioni popolari, come la processione dei flagellanti a Cosenza per far finire lo sciame sismico, cui egli  partecipa come spettatore, e che osserva con la curiosità scientifica dell’antropologo (e anche con un po’ di snobismo tutto francese).
È un racconto di viaggio molto personale, in cui alla descrizione dei disagi dei pernottamenti in hotel si alternano i racconti oggettivi dei fatti storici e degli aneddoti. A proposito del terremoto riporta pagine non sue, nel desiderio di non voler dare informazioni errate.

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Lo definirei un racconto di viaggio non convenzionale, e una descrizione non convenzionale di una peraltro limitata porzione di Calabria. D’altronde, all’interno del viaggio di Dumas, la Calabria è solo una terra da attraversare: le poche tappe che fa ne sono la prova, anche se durante gli spostamenti a dorso di mulo nell’interno è portato dalla curiosità a fare una deviazione per andare nel paese di Vena, dove parlano una lingua tutta loro. Sono quasi convinta, anzi, che se non ci fosse stato il terremoto, questo racconto di viaggio sarebbe rimasto nella penna di Dumas. E credo, dopo averlo letto, che sarebbe stato un peccato.

Cosenza, un museo a cielo aperto

É il MAB – Museo all’Aperto Bilotti, un museo di arte contemporanea decisamente alla portata di tutti. Come? L’intero Corso Mazzini, via centralissima di Cosenza, è stato arredato invece che con aiuole di fiori e fontane, con sculture di autori del Novecento. Mica roba bau bau micio micio, ma artisti del calibro di De Chirico, di Dalì, di Mimmo Rotella.

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Il Museo all’Aperto Bilotti dimostra che se tu cali l’arte in mezzo alla gente, la gente la vedrà come un dono e come qualcosa di suo e non sarà portata a deturparla o a distruggerla, ma al contrario se ne prenderà cura. La sfida di Carlo ed Enzo Bilotti quando decisero di donare alla città di Cosenza tutte le opere della propria collezione d’arte dovette essere proprio questa. Le sculture sono lì, alla portata di tutti, in Corso Mazzini, e accompagnano i Cosentini nello struscio lungo una delle vie più importanti della città e frequentate.
Qui trovate la guida al Museo all’aperto, con la posizione e la descrizione delle opere.

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Io personalmente adoro, e non potrebbe essere altrimenti, I due Archeologi di De Chirico, del quale finora conoscevo la versione dipinta: le due figure, sedute, l’una che cinge col braccio la spalla dell’altra, tengono in grembo figure di monumenti antichi, ricordo e rappresentazione di un passato che assume connotazioni mitiche. Ma di De Chirico è esposto anche Il Grande Metafisico, una scultura in bronzo di grandi dimensioni e ancora, più avanti nel percorso museale, Ettore e Andromaca, gruppo scultoreo che raffigura i due sfortunati sposi nell’atto dell’estremo saluto, prima che Ettore scenda in campo a combattere contro Achille. Come sempre in De Chirico i volti sono quelli di manichini, non hanno occhi né espressione, ma la drammaticità è ben espressa dalla posa di Andromaca, in piedi abbracciata ad Ettore. E’ facile immaginare che gli stia piangendo in petto, già prefigurando la disgrazia che capiterà a lui (che morirà per mano di Achille), a lei (che verrà fatta schiava) e al loro figliolo Astianatte (che sarà gettato giù dalle mura di Troia).

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La prima opera che si incontra lungo Corso Mazzini, però, è Le tre colonne di Sacha Sosno, un’opera in marmo bianco dove le colonne sono però vuote, ritagliate nelle lastre di marmo rettangolari. Sono tre finestre successive attraverso le quali si può osservare la via e la gente che la attraversa, chi distrattamente, chi presa dalle proprie occupazioni quotidiane, chi dallo shopping e chi, infine, osservando le opere d’arte che ha intorno. Di questo artista sono presenti altre due opere: secondo lo stesso concetto delle Tre Colonne sono stati eseguiti I Bronzi di Riace, omaggio alla scoperta di uno dei simboli della Calabria, le cui silhouettes sono ritagliate nella lastra di acciaio rosso; la terza è Sette di Cuori, una carta da gioco in marmo nella quale sono ritagliati i sette cuori che le danno il nome: un omaggio, commissionato proprio dai Bilotti, a Cosenza, ai sette colli su cui si sviluppa (come Roma, vi ricorderà qualche cosentino campanilista!) e all’amore che i due mecenati provano per essa.

Artista calabrese è Mimmo Rotella, presente in questo museo all’aperto con due opere: la Rinascita della Cultura, realizzata all’indomani dell’11 Settembre 2001, e il Lupo della Sila, omaggio alla cultura popolare calabrese.

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Si incontra poi, tra un negozio, un bar e un’aiuola fiorita, San Giorgio e il Drago di Salvador Dalì: impressionante la precisione nell’esecuzione delle squame sul corpo del drago, e la bellezza del cavallo impennato, che ricorda modelli antichi; incontriamo anche la Bagnante N.2 di Emilio Greco, che a me personalmente ricorda una delle fanciulle romane in bikini raffigurate sul mosaico della villa romana di Piazza Armerina, in Sicilia. E ancora, imponente, Il Cardinale in piedi di Giacomo Manzù, che esprime in questa figura così appuntita e racchiusa l’impressione di un personaggio altero, separato dalle bassezze di questo mondo; eppure non appare un santo, ma piuttosto un personaggio rigido, prigioniero della solennità che il suo ruolo gli impone. Sempre di Giacomo Manzù, la Testa di Medusa non esprime l’orrore che abitualmente le attribuiamo: niente serpenti tra i capelli, nessuna smorfia mostruosa a trasfigurarle il volto; solo l’espressione spiritata degli occhi spalancati ci ricorda altre raffigurazioni di Medusa più note, come quella del Caravaggio, per esempio.

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Il percorso del MAB – Museo all’Aperto Bilotti, è una passeggiata nell’arte, un’esperienza artistica molto bella che da un lato ci racconta di un atto di mecenatismo cui non siamo più abituati da tempo: non capita spesso, ormai, che amanti dell’arte donino la propria collezione alla città con l’intenzione proprio che sia la città a poterne godere liberamente. Cosenza d’altro canto si sta dimostrando degna del dono che le è stato fatto: nessun atto di vandalismo, nessuna benché minima scritta è ancora intervenuta a deturpare le opere. Sarebbe stupido e privo di senso farlo. Le opere appartengono alla città e alla cittadinanza, a ciascuno degli abitanti di Cosenza; e nessuno, a meno che non sia stupido o pazzo, distruggerebbe deliberatamente qualcosa che gli appartiene.

Due giorni in Garfagnana – 2) Il ritorno

(Per leggere la prima parte clicca qui)

I 40 e più rintocchi della campana della chiesetta delle Verrucole ci strappano al sonno alle 7.30 del mattino. Si preannuncia anche oggi una bella giornata di sole: abbiamo proprio fatto bene a partire, ieri, nonostante la minaccia della pioggia, e abbiamo fatto bene a pernottare qui, così abbiamo un’altra intera giornata a disposizione per le nostre esplorazioni, prima di rientrare, domani, a lavoro.

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

Colazione, ancora due passi nel piccolissimo abitato, uno sguardo ancora alla fortezza, e poi via, scendiamo verso Castiglione di Garfagnana, la cui visita ci è stata consigliata proprio all’Osteria delle Verrucole.

Castiglione Garfagnana - il campanile della chiesa di San Pietro

Castiglione Garfagnana – il campanile della chiesa di San Pietro

Il consiglio è azzeccato: ci troviamo all’esterno di un borgo cinto da alte mura animate da torri circolari e porte di accesso. Di queste la principale è la porta presso la torre dell’orologio, che immette direttamente nella piazza principale del borgo, su cui affaccia il municipio. Compiamo un primo giro esplorativo di Castiglione, che ci porta lungo le mura, sotto il castello, presso la chiesa di San Pietro e quella di San Michele, che ci colpisce per la facciata, policroma a imitazione delle chiese pisane, con la sola differenza che invece che essere a fasce bianche e nere, qui è a fasce bianche e rosa, per l’utilizzo del marmo rosa estratto nella vicina località di Sassorosso. La chiesa risale addirittura ad epoca longobarda e il suo campanile, sempre quadrangolare, è inglobato nelle mura di cinta del borgo.

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Decidiamo, per la visita di Castiglione, di affidarci all’Ufficio di Informazioni Turistiche, che a metà mattina accompagna chi lo desidera a visitare il castello, privato, raccontando la storia del borgo e le sue caratteristiche peculiari. La giovane studentessa che ci accompagna ha le chiavi del castello, che fu venduto a privati dal comune dopo la Seconda Guerra Mondiale e che da quel momento è abitato: al suo interno infatti, durante la guerra era stato costruito un edificio militare che oggi è utilizzato a scopi abitativi. In sostanza, chi visita la rocca va a casa dei proprietari del castello. La rocca  ben conservata: si entrava attraverso due passaggi: quello a cavallo è oggi chiuso, mentre quello pedonale, particolarmente stretto e angusto, adatto ad essere difeso da assalti nemici, è ancora adesso l’unico accesso. All’interno del perimetro un bellissimo e curato giardino, mentre dalle mura si può scrutare il panorama come facevano nel medioevo gli armigeri posti a difesa di Castiglione. Castiglione fu uno dei pochissimi borghi che decise di restare fedele a Lucca in un territorio dominato dagli Estensi (v. la Fortezza delle Verrucole) e questo costrinse il signore del luogo a dotarsi di sistemi di difesa efficaci. Sotto la rocca un’area appena al di fuori delle mura si chiamava Sardinia, oggi loc. Sardegna: il nome in latino significa magazzino e infatti nei 5 piccoli edifici che vi si trovano erano stipate le scorte alimentari e di munizioni.

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Terminata la visita della Rocca, la nostra guida ci accompagna al Parco delle Rimembranze, dedicato ai Caduti delle Due Guerre, ma interessante per la bella vista panoramica che offre sulla vallata in direzione di Pieve Fosciana, e perché da qui si può accedere all’interno di una delle torri circolari delle mura, la Torre della Brunella: un ambiente umido, buio e stretto, con la sola apertura delle feritoie per attaccare il nemico. Non era facile la vita dei soldati nel Medioevo.
Finita la visita percorriamo un breve sentiero che uscendo dalla Porta Inferi del borgo conduce verso il cimitero. Qui in mezzo ad alberi da frutto e fiori di campo dorge la piccola chiesina della Corba, con un piccolo portico davanti per il ristoro dei pellegrini.
È ora di pranzo e decidiamo di andare al Ristorante “Il Pozzo” di Pieve Fosciana, che pare essere uno dei più rinomati della zona. A mio onesto parere è sovrastimato, ma nella zona è il più vicino (e ci viene sconsigliato il ristorantino di Castiglione). Rispetto a Castiglione  o a San Romano, che sono borghi d’altura o di mezza costa, Pieve Fosciana è sempre un borgo medievale, ma di fondovalle: non ha mura a delimitarne l’ingresso, e il reticolo viario sembra più regolare rispetto agli altri borghi visitati fin qui. Unico carattere familiare è il campanile/torre quadrangolare.

Barga. Il duomo domina il paese sottostante

Barga. Il duomo domina il paese sottostante

Ci rimettiamo in strada. Superato Castelnuovo Garfagnana, puntiamo diritti verso Barga, borgo famoso per il suo particolarissimo duomo. Il duomo, in pietra bianca, domina in effetti il paese e il territorio circostante. Si trova infatti alla sommità del borgo, con un’ampia terrazza panoramica antistante. Il campanile è sempre più simile ad una torre quadrangolare, ma la vera particolarità è proprio la chiesa stessa, sia all’esterno che all’interno. La facciata è quadrata. Sul portone d’ingresso un bel rilievo di età medievale, raffigurante una scena di vendemmia. Ma le sorprese arrivano entrando all’interno. La prima cosa che cattura lo sguardo è, nella nicchia in fondo all’abside, la grande statua lignea raffigurante San Cristoforo, cui è dedicata la chiesa, risalente addirittura al XII secolo. Sempre del XII secolo è il bellissimo pulpito in marmo che si trova davanti al presbiterio: impossibile non restare incantati ad osservarne i dettagli, dai leoni che sorreggono le colonnine ai rilievi che rappresentano scene tratte dai vangeli alle semplici decorazioni ornamentali delle cornici del pulpito.

Passeggiare per Barga è molto piacevole, vuoi perché il paese è di per sé bellino, vuoi perché può capitare di sentire una cantante lirica che si esercita al pianoforte, o un fisarmonicista che improvvisa al bar qualche canto popolare. Il paese non è congelato nel suo aspetto medievale, perché edifici più recenti, soprattutto fuori dalle mura, lungo la strada provinciale, ne hanno modificato l’immagine, sempre però in un clima di grande armonia. Molto spettacolare è anche l’acquedotto che supera il dislivello di una valletta posta tra l’altura su cui sorge il centro storico e l’altura adiacente, su cui sorge l’ampliamento moderno di Barga.

Castelvecchio. Il giardino di Casa Pascoli

Castelvecchio. Il giardino di Casa Pascoli

Lasciamo Barga e giunti a Castelvecchio ci fermiamo, in prossimità della casa di Pascoli. Ebbene sì, il poeta Giovanni Pascoli ad un certo punto della sua vita si stabilì qui in Garfagnana, a Castelvecchio. Chi ha qualche reminiscenza di letteratura italiana ha già sentito senz’altro parlare di una raccolta di poesie di Pascoli intitolata appunto Canti di Castelvecchio. Si riferisce proprio a questa piccola frazione di Barga.

Il lunedì la casa di Pascoli è chiusa, ma il giardino per fortuna rimane sempre aperto: aiuole fiorite, un pozzo, e sullo sfondo una piccola vigna e una chiesina con il solito caratteristico campanile squadrato.

Ritorniamo sui nostri passi, lungo il fiume Serchio dal quale c’eravamo allontanati per recarci a Barga, e ci mettiamo in direzione di Borgo a Mozzano. Ma il panorama che offre Ghivizzano Castello è un’attrazione troppo grande per lasciarcela alle spalle. E così attraversiamo il Serchio e risaliamo fino a questo piccolissimo borgo.

Ghivizzano Castello. Il borgo

Ghivizzano Castello. Il borgo

Ebbene, concludiamo la nostra due-giorni in bellezza: Ghivizzano Castello è un piccolissimo borgo medievale rimasto intatto, racchiuso nelle sue mura, sovrastato dalla rocca e dalla chiesa. Alla chiesa si accede tramite una ripida scalinata, oppure attraverso un ascensore stradale, installato presumibilmente per aiutare gli anziani abitanti del borgo ad arrivare a messa oppure alle manifestazioni paesane. La chiesa, come quella di Motrone, non ha facciata, e l’ingresso avviene lateralmente, dalla parte della torre campanaria. Lo spazio antistante ciò che resta del torrione di difesa c’è un prato curato, e un edificio sorge nel mezzo, tra chiesa e torre.

I caratteri del borgo ancora autentico eppure vissuto Ghivizzano Castello li ha tutti: l’anziano seduto sulla soglia di casa che saluta al nostro passaggio, i bambini che giocano tranquilli per i vicoli rallegrando l’aria con il loro vociare, i gatti accoccolati sui gradini delle case ad aspettare che i propri umani diano loro da mangiare… il negozietto di alimentari, che ha ancora una vecchia insegna con su scritto semplicemente “olio di semi”. Scene che ci riportano davvero ad un tempo che fu. E con questa immagine di un luogo in cui il tempo si è fermato, sospeso tra tradizione, serenità e contemporaneità, ci avviamo finalmente verso casa, mentre il sole cala inesorabilmente colorando tutto all’intorno di rosa. Quando la notte, nel letto, chiudo finalmente gli occhi, rivedo davanti a me torri campanarie, case in pietra a vista e vicoli stretti, e montagne, alte montagne boscose. Questa è la Garfagnana, questa è l’immagine che mi porto dentro di questa due-giorni di intense esplorazioni.

Due giorni in Garfagnana – 1) L’andata

Spesso le cose improvvisate sono quelle che riescono meglio. E sicuramente, quando si tratta di viaggiare, o semplicemente di fare una gita fuoriporta, è anche bello lasciare la strada principale e abbandonare il percorso stabilito a priori, per farsi distrarre da ciò che più attrae la nostra attenzione. Se poi, come in questo caso, non c’è nulla di programmato alla base, se non l’area geografica da esplorare, ancora meglio.

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

Sì, esplorare. Non definirei diversamente il giro che abbiamo costruito, km dopo km, se non come un’esplorazione della Garfagnana. Personalmente, infatti, ero stata una volta sola in quest’area anni fa, una gita veloce che aveva toccato giusto Borgo a Mozzano e Barga; per il resto invece è stato una scoperta continua. Un’esplorazione che ci ha coinvolto talmente da spingerci addirittura a pernottare tra le montagne, quando inizialmente eravamo partiti con l’idea addirittura di tornare indietro in caso di pioggia. Ma il meteo tante volte aiuta gli audaci. E infatti…

La porta della Garfagnana è attraverso il fiume Serchio, che va percorso a ritroso verso monte. Il primo paese che si incontra è Borgo a Mozzano. Il Ponte della Maddalena, meglio noto come Ponte del Diavolo, è uno dei monumenti più noti della Garfagnana: un ponte a schiena d’asino davvero molto ampio e molto alto, costruito sul fiume Serchio che in questo tratto è particolarmente ampio. La sua costruzione fu avviata nell’XI secolo per volontà di Matilde di Canossa, lungo un percorso legato alla via Francigena, battuta dai pellegrini che nel medioevo volevano raggiungere Roma. Il ponte è impressionante per le sue dimensioni, per la sua inclinazione e per le sue arcate. Lungo un argine passa la ferrovia, il cui tracciato veniva a impattare con la struttura del ponte; per questo motivo ne è stata modificata l’inclinazione, così ora risulta un ponte asimmetrico e forse però anche per questo ancora più caratteristico.

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Il territorio qui è già collinare e boscoso; qua e là si intravvedono dei paesini a mezzacosta dei quali spicca il caratteristico campanile della chiesa: una torre quadrangolare in pietra, sovente separata dal corpo della chiesa, più simile ad una torre di difesa che non ad un campanile.

Uno scorcio di San Romano M.

Uno scorcio di San Romano M.

Da Borgo a Mozzano in avanti la strada prosegue su un lato e sull’altro del Serchio; da un lato porta all’Abetone, dall’altro sale fino al cuore della Garfagnana, da Castelnuovo Garfagnana in su. Proseguiamo dunque su questa direttrice, ma non andiamo direttamente a Castelnuovo: svoltiamo invece poco dopo Borgo a Mozzano per salire verso i paesini di San Romano Mozzano e Motrone. La strada si inerpica su per la collina, disegna tornanti che regalano viste panoramiche da urlo, come quella su Ghivizzano Castello, dall’altra parte del Serchio, quindi si addentra nel bosco.

Quando arriviamo a San Romano Mozzano (da non confondere con San Romano in Garfagnana), troviamo un borgo in festa, per la festa del Santo Patrono, San Rocco, cui è intitolata una piccola chiesina all’ingresso del paese, accanto al grande lavatoio. L’altra chiesa del paese, la parrocchiale, è invece intitolata a San Romano. Il borgo è un intrico di viuzze e vicoletti su cui affacciano casette in pietra.

Uno scorcio di San Romano M.

Uno scorcio di San Romano M.

La sua costruzione risale ad età medievale. Ci raccontano, al lavatoio, che una volta il paese era più in alto sulla collina, e si chiamava Spuliziano. Un’epidemia di peste decimò gli abitanti. I sopravvissuti decisero di abbandonare il borgo natio e di trasferirsi poco più in basso sempre sulla stessa collina. Il nuovo borgo sorse intorno alla chiesa di San Romano, che è documentata dal 1260. Il paese ha sempre campato di agricoltura ed oggi è abitato da meno di 100 abitanti. I portali antichi, gli archi e l’architettura povera in pietra regalano scorci davvero molto caratteristici. E poi è immerso nel verde, si apre come un’oasi nel fitto della foresta.

Più avanti lungo la strada, dopo esserci inoltrati in un grande bosco di castagni, raggiungiamo Motrone. Qui, addirittura la strada termina in corrispondenza del piccolo parcheggio riservato ai pochissimi abitanti e di una delle porte di accesso al borgo.

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Dà proprio l’idea del borgo di montagna isolato, e la struttura stessa del borgo, medievale, conferma il suo carattere di estremo isolamento: il borgo è addirittura fortificato (mi chiedo chi poteva avere interesse a conquistare questo luogo), la chiesa, anch’essa risalente al 1260, come quella di San Romano, pare più una fortezza che un edificio religioso: si trova sull’estremo sperone roccioso, rivolto verso la montagna, che qui ha una parete verticale particolarmente impressionante; la chiesa, o meglio la torre/campanile domina il paese.

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Per accedervi bisogna percorrere una scalinata con una bella balaustra, dopodiché, giunti in cima, ci si accorge che la chiesa non ha facciata d’ingresso e che l’accesso avviene lateralmente. Il borgo è quasi disabitato, ma appare restaurato in alcune sue parti (come le porte di accesso) e qualche anima in giro c’è, come un signore che incontriamo mentre dall’orto se ne torna verso casa o come una signora anziana che rincasando ci chiede se siamo venuti a fare un giretto.

Ritorniamo sulla via principale, lungo il Serchio, verso Castelnuovo Garfagnana, entusiasti per la nostra deviazione e le conseguenti scoperte che abbiamo fatto. Borghi autentici, dove manca tutto, per cui ci chiediamo cosa spinga gli abitanti a vivere qui, soprattutto d’inverno: siamo affascinati da questo isolamento. Arriviamo a Castelnuovo Garfagana all’ora di pranzo, sicché, prima di visitare il borgo, ci mettiamo a tavola, a La Bottega del Fattore, appena fuori dal centro storico, dove mangiamo molto bene.

Siamo ancora talmente entusiasti dall’autenticità dei piccoli borghi che abbiamo appena visitato che Castelnuovo Garfagnana ci delude: troppo turistica, troppi negozi e bar che hanno snaturato il centro storico. Ma questa è la mia opinione, mi rendo conto un po’ fondamentalista: in realtà Castelnuovo Garfagnana funge un po’ da capoluogo della vallata, i servizi si concentrano qui, è naturale che si sia modernizzato venendo incontro sia alle esigenze degli abitanti della valle che dei turisti.

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E proseguiamo, puntando verso San Romano in Garfagnana. Lungo la strada, il panorama regala delle vedute amplissime sulle montagne circostanti fino alle Alpi Apuane, le cui creste aguzze si scorgono in lontananza. Attratti dalla silhouette di quella che sembra una grande fortezza sulla cresta di un’altura, puntiamo verso Le Verrucole. È in assoluto la scelta migliore che potessimo fare.

La fortezza delle Verrucole

La fortezza delle Verrucole

Le Verrucole è un piccolissimo borgo, composto da una chiesa col classico campanile squadrato, pochissime case e un’osteria. Si sale lungo un sentiero e si arriva alla fortezza delle Verrucole. Una struttura fortificata molto ampia, che racconta una storia lunghissima che ruota intorno sempre ad un fattore fondamentale: il controllo del territorio: con questo scopo fu infatti costruita nel Medioevo, tra il X e il XIII secolo, e poi ampliata sotto il dominio della Signoria Estense, che estendeva il suo potere fin qui. La fortezza domina il panorama per km e km e, a sua volta, dalle sue rocche si ha una visione a 360° del territorio che fa capire come la sua posizione fosse strategica e perché fu teatro di diversi scontri nel corso del Medioevo.

Le Verrucole

Le Verrucole

La fortezza è visitabile, pagando un biglietto di 5€ a testa: è un archeopark, all’interno del quale si può girare liberamente negli spazi aperti, mentre la rocca conservata è oggetto di visite guidate che raccontano la vita nel medioevo: dalle armi dei cavalieri alle abitudini in cucina, alle conoscenze mediche. Si conserva molto bene l’intero circuito murario, che occupa due creste rocciose e che risale ai rifacimenti del XV secolo, sotto gli Estensi. Inizialmente infatti la fortezza era più piccola. Le mutate esigenze di protezione del territorio indussero gli ingegneri estensi ad ingrandirla e a potenziarla.

Sono quasi le 19 quando lasciamo la fortezza. Siamo ben lontani da casa, per cui decidiamo di pernottare da queste parti. L’Osteria delle Verrucole dimostra di essere davvero un’osteria per i viandanti: ci mette a disposizione un appartamentino nel quale poter pernottare; un appartamento modesto, senza pretese, ma perfettamente adatto alle nostre esigenze.

E allora come impiegare il tempo che ci resta prima di cena? Semplice, riprendiamo la strada verso San Romano in Garfagnana. Una deviazione lungo la strada, che indica la chiesa della Madonna del Bosco, ci induce a svoltare. Risaliamo in effetti lungo un grande bosco di castagni, fino ad arrivare ad una piccola radura nella quale sorge una piccolissima chiesa, che consiste in una cappella con altare, un porticato antistante, a protezione dei viandanti lungo i sentieri nel bosco, e un rusticissimo campanile che consta di due pali di legno ai quali è legata una campanella. Qui accanto scorre un fresco fiumiciattolo. La vegetazione è rigogliosa, in quest’oasi di pace. Ridiscendendo attraverso il bosco, il sole basso che filtra tra gli alberi regala dei colori e delle atmosfere che non si possono spiegare. Un daino che ci attraversa la strada è la visione meravigliosa che completa questo quadro.

I colori del bosco al tramonto

I colori del bosco al tramonto

Ridiscendiamo e facciamo rotta verso San Romano in Garfagnana. Sta cominciando a calare la sera, il sole è ormai al tramonto. San Romano è il borgo perfetto. Perfetto perché sembra finto, disabitato, ma soprattutto ordinato: non una foglia fuori posto, niente di lasciato al caso. È molto piccolo il centro, dominato ancora una volta dalla chiesa e soprattutto dal campanile, alto con un grande orologio a scandire lo scorrere del tempo. Edifici in pietra, giardini e balconi curati, scorci di medioevo molto suggestivi.

San Romano in Garfagnana - La torre campanaria

San Romano in Garfagnana – La torre campanaria

Per cena torniamo all’Osteria delle Verrucole. Poi finalmente a nanna, ché la giornata è stata tanto ricca quanto impegnativa.

(Se vuoi leggere anche la seconda parte dell’itinerario clicca qui)

Crotone, giorno di mercato

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Il mercato di Crotone

Mi sono sempre piaciuti i mercati. In qualunque parte del mondo io mi trovi, se vedo da lontano banchi di frutta, bancarelle variopinte e venditori che a gran voce reclamizzano i propri prodotti, inevitabilmente sono attratta. Che si tratti di mercati coperti (Mercat de la Bouqueria a Barcellona, Mercado San Pedro a Cusco, Borough Market a Londra) o all’aperto (Mercato di Pisac in Perù, Mercato di Union Square a New York), o ancora di Mercatini dell’antiquariato, per i quali letteralmente impazzisco (quello di Santo Stefano a Bologna, quelli di Firenze, ma anche il grandissimo mercato delle pulci di Parigi e, ben più noto, quello di Portobello Road a Londra) e per non parlare dei souq arabi (quelli di Dubai hanno un posto speciale nel mio cuore). In particolare, ciò che mi attrae dei mercati è che in un mondo ormai votato alla modernità più assoluta, gli agglomerati di baracchine e banchini che espongono merce “vera”, genuina, o antica sono testimonianza di un modo vecchio quanto l’uomo di conoscere l’altro, di incontrare persone e culture. E poi stimolano la curiosità: è così bello ficcanasare tra le cassette di merce esposta, sentire il prezzo, magari contrattarlo, cercare di capire di che si tratta, rimanere interdetti davanti a ciò che non si è mai visto prima.

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Il mercato coperto di Crotone

Il mercato di Crotone non è di per sé un grande mercato. Ma è suggestivo, perché si trova nel cuore del centro storico della città, nascosto dietro palazzoni porticati (e quant’è bizzarro trovare dei portici in una città del Sud, portici le cui colonne hanno il capitello dorico a ricordare l’unica colonna sopravvissuta del Santuario magnogreco di Hera Lacinia a Capo Colonna, poco distante da qui) che ne celano l’esistenza a chi percorre velocemente la larga via del centro. E invece, da sotto un arco, ecco sbucare un banco, poi un altro, quindi lo sguardo corre verso l’alto e rimane sorpreso nel vedere una struttura in ferro battuto che identifica il mercato. Al di sotto trovano sede i banchi della frutta e della verdura, tutti prodotti del territorio, ed è interessante notare come non sia importante che le mele siano lucide e i pomodori perfetti: anzi le mele un pochino raggrinzite e le pesche troppo mature non sono un problema, ma sono esposte con orgoglio, a garanzia della genuinità della merce in vendita.

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Il mercato a ridosso di antichi palazzi: succede a Crotone

I banchi si dispongono anche contro i muri degli edifici che affacciano su questa piazzetta nascosta e i più fortunati trovano riparo dal sole sotto l’arco che collega con i portici. C’è chi vende l’origano, chi i peperoncini (e siamo in Calabria, non potrebbe essere altrimenti), chi azzarda il pecorino crotonese (con questo caldo…), chi le mandorle ancora fresche, chi espone con orgoglio trecce di cipolla di Tropea. Poco discosto c’è il mercato coperto del pesce, all’ombra (si fa per dire) dell’imponente bastione delle mura cinquecentesche che racchiudono il centro storico di Crotone, e che culminano, dalla parte opposta, nel Castello di Carlo V.

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La facciata di un edificio del centro di Crotone

Siamo proprio alle porte del Centro Storico di Crotone, il nucleo antico della città che sorge in altura e che occupa l’area dell’acropoli dell’antica città magnogreca Kroton. Una storia antichissima e una storia architettonica molto variegata, per cui l’attuale aspetto, che vede alternarsi vicoli stretti chiusi da alte e strette case a vie più larghe su cui affacciano palazzi signorili e chiese, è il risultato di distruzioni e ricostruzioni, di una stratificazione urbana lunga e intensa, che rende affascinante ogni scorcio.

Per chi vuole conoscere la storia più antica della città, che fa rima con archeologia, nei pressi del castello di Carlo V trova il Museo Archeologico Nazionale di Crotone. Qui, dalla preistoria al medioevo viene tracciata tutta la storia del territorio, non solo della città magnogreca. Si parla degli scavi urbani condotti all’interno del centro storico, ma anche del santuario di Capo Colonna e, più lontano, del sito ormai medievale de Le Castella, una fortezza aragonese con funzione antiturca che sorge su una fortificazione di età magnogreca.

E proprio Le Castella sarà la prossima tappa di questo racconto. Ma ve ne parlerò nella prossima puntata.

Le terre del Cirò: vigneti vista mare

E vigneti in riva al mare! Favoloso, tu cammini sulla spiaggia lì a Torre Melissa, da un lato la spuma del mare ti lambisce i piedi e dall’altra, a pochi metri dalla riva, una bella vigna esposta al sole, in alto su una cresta sabbiosa al riparo dalle mareggiate, ti racconta di un territorio dedito alla produzione del vino: il vino Cirò, tipico di questa parte della costa jonica, poco più a Nord di Crotone, in un territorio dedito all’agricoltura (oltre che alla villeggiatura), un dolce paesaggio giallo, dai pendii dominati dalle pale eoliche che ruotano indolenti, in queste calde e afose giornate.

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Sapevo che la regione produce vino, per cui non mi stupivo nel vedere vigneti qua e là a macchiare di verde le colline e qualche tratto della piana. Ma trovare una vigna proprio in riva al mare mi ha davvero affascinato. L’ho trovato romantico e dal sapore antico.
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Come dicevo, la regione produce vino Cirò, che proprio da queste terre prende il nome. Le cantine sociali sono consorziate e si spartiscono le fette di mercato più importanti senza pestarsi i piedi, scegliendo il canale che più si adatta alle proprie esigenze e peculiarità. Così Librandi si dedica alla grande distribuzione, raggiungendo i supermercati più grandi un po’ in tutta Italia, Cirò & Melissa rifornisce alcuni ristoranti della zona, così come Ippolito, mentre Tenuta Iuzzolini si dedica alla produzione di vini di alta qualità, diversificando i prodotti.

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Abbiamo visitato proprio la Tenuta Iuzzolini, lungo la strada tra Torre Melissa e Cirò Marina.
La strada che conduce alla cantina attraversa vigneti le cui piante rigogliose già sentono il peso dell’uva in via di maturazione. La Tenuta è un bel casale in pietra che ospita al suo interno un museo del vino.

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Nella zona l’orgoglio per la vita contadina e per i prodotti del territorio è particolarmente sentito. A poca distanza da qui, infatti, nella Torre di Melissa, è ospitato un museo delle attività contadine: un museo etnografico che riporta indietro nel tempo di appena qualche decennio, ma che racconta una storia ormai antica, fatta di uomini per i quali “la terra non è bassa” ovvero che non hanno paura di spezzarsi la schiena per coltivare.
Proprio questa terra, con i suoi colori e i suoi prodotti, e queste vigne, sono il punto da cui ripartire per rilanciare il territorio. Un auspicio, mentre brindo con un bicchiere di vino. Cirò, ovviamente.wpid-instacollage_1438858464000.jpg

I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

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Lago Arvo. Panoramica

Se a qualche abitante della zona chiedete di parlarvi della Sila gli si illuminano gli occhi e cambia espressione. Anzi, a pensarci bene non avete neanche bisogno di chiedere, ve ne parlerà lui di sua spontanea volontà, con un entusiasmo e una passione senza pari. Non c’è curva della “strada vecchia” che non conosca, non c’è sentiero che non abbia battuto e non c’è fonte cui non si sia dissetato; sa in quali zone cercare funghi. E soprattutto sa essere un’ottima guida per chi non è del posto.

La strada vecchia (che viene chiamata così per distinguerla dalla superstrada, la SS 107 che da Paola arriva a Crotone attraversando da parte a parte proprio la Sila) già di suo è molto bella: parte da Spezzano Sila, si inerpica su per i tornanti fino al Valico di Montescuro e da qui si biforca: da una parte scende verso Camigliatello e a seguire arriva al Lago Cecita, mentre dall’altra parte, attraverso la Via delle Vette, giunge a Lorica, sul Lago Arvo. Mentre si risalgono i tornanti (resi celebri dalla Coppa Sila, gara automobilistica che ogni anno da 37 anni sale fino al Monte Scuro) oltre a divertirsi a scrutare il panorama attraverso gli alberi, montagne verdi di boschi che si stendono a perdita d’occhio, si può avere la fortuna di incontrare qualche mucca al pascolo lungo il bordo stradale: la Sila è il territorio della vacca Podolica, che non è raro incontrare nei prati, anche vicino ai laghi.

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Una vacca Podolica lungo la via delle Vette

E andiamo ai laghi, allora.

Cominciamo dal Lago Cecita. É un invaso artificiale che però si inserisce talmente bene nel territorio circostante, nella valle in cui si trova, da non stonare minimamente. Intorno si stendono prati e boschi e se non sapessimo di essere in Calabria potremmo tranquillamente pensare di essere sulle Alpi. In effetti siamo in montagna e d’inverno qui nevica che è un piacere. Le sponde del lago raccontano storie di allevatori e di contadini, storie neanche troppo lontane nel tempo, di quando però l’economia locale si basava sostanzialmente sulla pastorizia e sull’allevamento dei maiali. Ancora oggi, qui viene coltivata la patata silana.

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Panorama del lago Cecita


Una bella passeggiata in riva al lago non la si nega a nessuno: il prato entra nell’acqua quasi senza soluzione di continuità, e se non si sta attenti si rischia di finire in un pantano. Non c’è un argine ben definito e infatti qualche albero, a seconda del livello dell’acqua, può ritrovarsi anche immerso nel lago.
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Lago Cecita


La pace e la calma che regnano qui, in una bella giornata di sole, non si possono descrivere. Se amate i picnic questo è il luogo adatto: sole, erba e fiori di campo e sullo sfondo le verdi montagne della Sila. Un paesaggio davvero molto bello.

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Altrettanto bello è il panorama che regala il Lago Arvo. Al termine della Via delle Vette, che prima sale e poi scende attraverso boschi e prati dove pascolano le vacche podoliche, si apre su un paesaggio se possibile ancora più “nordico” del precedente.

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Panorama del lago Arvo


Anch’esso nel cuore del Parco Nazionale della Sila, è racchiuso e circondato da montagne boscose verdissime. Sul lago sorge il paesino di Lorica, una vera e propria stazione turistica che si distende lungo la riva, completa di alberghi, ristoranti, bar, negozi di souvenir e un campeggio.
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Vecchie roulottes nel camping di Lorica


Se per arrivare alla riva del lago scendiamo attraverso un sentiero nel bosco di alti alberi, se la stagione è quella giusta possiamo imbatterci in un prato rosso di fragoline di bosco e di lamponi, che ad agosto lasceranno il posto alle more.
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Lorica, il lago Arvo attraverso gli alberi


Il lago è percorribile in barca con un servizio apposito ed è attrezzato per il canottaggio e infatti non è raro trovare ragazzi in canoa che si allenano sulle sue dolci acque. Ma è piacevolissimo anche solo passeggiare lungo le sue rive, godendo dell’aria fresca e pura di montagna.

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