Camogli d’inverno, incastonata tra mare e scogliera

image
C’è un tratto di costa ligure, tra Santa Margherita Ligure e Recco, particolarmente impenetrabile, tanto che persino la Via Aurelia è costretta ad abbandonare il mare per inerpircarsi su per le alture. Andando verso Ovest lungo la costa, dopo Santa Margherita c’è quel piccolo approdo che è Paraggi, e quella perla colorata e, diciamocelo, forse un po’ troppo sovrastimata, che è Portofino, la cui bellezza risiede proprio nel sorgere in una piccola baia alla fine di una tortuosa strada lungo il promontorio, oltre il quale, però, non è dato proseguire via terra. Il tratto di falesia successiva non ha mai consentito l’insediarsi di villaggi sul mare: solo un’abbazia, San Fruttuoso di Capodimonte, ha sfidato la natura impervia dei luoghi, monastero in spiaggia raggiungibile solo via mare. Poi la costa continua, qualche villetta qua e là, fino a Camogli. Finalmente una baia più grande, un’insenatura naturale che ha consentito all’uomo di stabilirvisi. Un borgo di pescatori, un piccolo porto, una chiesa e una fortezza su una penisola che si protende in acqua come un baluardo, e poi, immediatamente alle spalle, la falesia, che è stata tagliata, adattata, condizionata, per consentire la costruzione delle case.
image
La vedi così, in un pomeriggio d’inverno, mentre passeggi lungo il mare, da un lato la chiesa che ti dà le spalle, dall’altra il promontorio che ti ricorda la natura che incombe; vedi il mare agitato, le case colorate e la sabbia nera, e pensi che è un luogo perfetto, dove l’uomo ha saputo adattarsi alla natura, ma ha anche saputo adattare la natura a sé. Poi entri in un bar, e sorseggiando un caffé vedi foto di onde alte decine di metri, che prendono a schiaffi l’abside della chiesa, che cancellano la spiaggia e la passeggiata, che vogliono restituire al mare ciò che gli è stato sottratto. Sono foto di pochissimi anni fa, e proprio per questo, forse, impressionano di più.
imageSe, provenendo da Recco, si lascia l’auto poco prima della discesa a ZTL in paese, e si scende a piedi, si incontra dapprima una serie di palazzi costruiti a picco sul mare. Sono in alto, molto in alto, dove nessuna onda può raggiungerli, e guardano l’orizzonte dritto davanti a loro. La discesa è piuttosto ripida, e scendendo una ripida scalinata si arriva al porticciolo. Qui le barchette sono ricoverate al sicuro, sullo sfondo del borgo, protette da un potente molo. Tutt’intorno si sviluppa il paese, con i suoi edifici alti, i suoi vicoli stretti e certi ex voto alle pareti, edicole alla Madonna interamente realizzati in conchiglie. Alla terraferma è collegata la penisola della chiesa e del castello, e qui sì che le case sono strette le une alle altre, arroccate sulla formazione rocciosa come tante patelle attaccate allo scoglio.
image La spiaggia di Camogli, d’estate zeppa di bagnanti, ora è patria dei gabbiani. Volano, atterrano, compiono volute nel cielo, gridano, planano, si tuffano a caccia di qualche pesciolino. Il mare è agitato, qualche onda arriva a lambirci i piedi sul molo su cui poggia l’abside della chiesa che, spalle al golfo, non pare curarsi delle intemperie. La passeggiata che corre lungo la spiaggia è una piacevole terrazza tra il mare e le quinte variopinte dei palazzi che si affacciano su di esso, nei quali si aprono ristoranti, gelaterie, locali che ci ricordano quanto questa località d’estate sia vissuta, e voglia fare la pretenziosa: Santa Margherita Ligure, e Portofino ancora di più, sono mete d’élite troppo vicine perché non esercitino fin qui la loro influenza.
Ci godiamo la passeggiata fino in fondo, guardando avanti a noi la nera scogliera che incombe, la cima avvolta da nuvole basse. Un fico d’india, carico dei suoi frutti rossi, arroccato alla parete rocciosa a strapiombo sul mare, sembra esso stesso Camogli, stretta tra il mare e la scogliera, esposta ai venti e alle onde, eppure salda alle sue radici.

Londra: un’elegante (e lunghissima) passeggiata nel verde dei parchi

Londra è verde. Il centro della città è occupato da un polmone meraviglioso, elegante e enorme, costituito da bellissimi immensi parchi, splendidi giardini curatissimi e frequentati dai cittadini che qui vi fanno jogging, vanno in bicicletta, o semplicemente passeggiano col cane. Tra nonni con i nipoti, ciclisti della domenica, anziani che leggono il giornale e ragazzi che corrono al mattino presto, qui si respira un tratto di vita londinese.

image

Hyde Park

Il percorso che propongo sulla carta è lunghissimo, ma non deve impressionare perché è davvero molto piacevole. In più, può essere ulteriormente ampliato e inframmezzato dalla visita ai palazzi che si incrociano lungo il cammino.
Un consiglio, prima di partire: assicuratevi le giuste energie con una corroborante English Breakfast, superate le vostre remore in fatto di fagioli, uova e bacon a colazione, quindi mettetevi in marcia. Mi ringrazierete.

Si entra nei Kensington Gardens: elegante parco che un tempo costituiva il giardino privato di kensington Palace, ha ampi viali, ordinatissimi prati e un laghetto centrale nel quale nuotano tranquille anatre e cigni. Una favola, che ha come perfetto sfondo, romanticissimo a vedersi, Kensington Palace. Questo fu residenza reale per lungo tempo: vi abitò anche la Regina Vittoria, la quale è ricordata da una statua posta davanti al palazzo, ed è stata per qualche tempo residenza dei principi William e Kate. Si può decidere di visitarla, in quanto è per buona parte musealizzata, oppure di fare un salto nel suo museumstore, aperto al pubblico e molto… di classe. Si prosegue poi, ed è una gioia passeggiarvi in una giornata di sole, mentre diventa molto intimo, nonostante gli spazi aperti, passeggiarvi sotto la pioggia.

Il monumento alla regina Vittoria davanti Kensington Palace

Il monumento alla regina Vittoria davanti Kensington Palace

Un grande monumento, su un’estremità del giardino attira l’attenzione: è l’Albert Memorial, monumento al principe Alberto, marito della regina Vittoria al quale è dedicato di rimpetto, fuori dal giardino, la Royal Albert Hall, uno splendido teatro tuttora usato per concerti e spettacoli di richiamo anche internazionale. Il monumento è tanto bizzarro quanto denso di significati: sopra un basamento di marmo si erge un baldacchino neogotico, tutto guglie e dorature che ospita una statua dorata del principe Albert. Il basamento è percorso da un fregio sul quale sono rappresentati tantissimi celebri architetti, scultori, pittori e poeti: un omaggio al genio dell’essere umano di ogni tempo e luogo. Tra i vari  gruppi scultorei che decorano gli angoli del monumento le statue dei 4 continenti (eh, sì, l’Australia non è rappresentata) sono esagerate: il bisonte per le Americhe, l’elefante per l’India, il toro per l’Europa e il cammello per l’Africa sono gli animali simbolo dei continenti, in un’allegoria che vuole mostrare quanto si estende la sfera d’influenza inglese su tutto il mondo.

image

Albert Memorial

I Kensigton Gardens sono una parte di Hyde Park. Lungo The Serpentine, un lago artificiale, si sviluppano belle passeggiate nel verde. Il parco, che nacque come riserva di caccia e che dalla seconda metà dell’800 ospita lo Speaker’s Corner, un angolo dal quale chi protesta contro il sistema può dire la sua, è davvero immenso. Proseguiamo e in fondo al giardino, poco prima di uscire sulla Grand Entrance, una porta colonnata in marmo, ci imbattiamo in un angolino floreale, pieno di siepi di fiori e di scoiattoli che si nascondono spaventati se un cane al guinzaglio li fiuta.
Quando si esce dal giardino, l’ampio viale che si percorre per giungere davanti a Buckingham Palace, Constitution Hill, è dedicato alle guerre e di conseguenza alla pace, con un War Memorial, monumento ai Caduti di tutte le guerre. Green Park, un altro giardino alberato,  mentre percorriamo il viale, passando davanti a svariati monumenti commemorativi.
Davanti a Buckingham Palace c’è sempre una discreta folla, soprattutto se si appressa l’ora del cambio della guardia. Buckingham Palace, oltre ad essere la residenza della Regina Elisabetta II, è anche museo, per cui se volete visitarlo, al ritorno nessuno potrà contestarvi quando direte che siete stati a casa della Regina!
Da Buckingham Palace al St. James’s Park il passo è breve e per compierlo dobbiamo rendere omaggio al Queen Victoria Memorial.

image

Paesaggi da favola al St. James’s Park

Entriamo in questo grande parco, il più antico dei parchi reali, nel quale si alternano zone alberate a prati, a giardino fiorito, con un lungo grande lago artificiale che è un piacere attraversare, perché offre scorci da favola su Londra. Non ci credete? Su un ponticino, da un lato vi girate e vedete in lontananza Buckingham Palace; se vi girate dall’altro lato invece le Scuderie Reali, laggiù, fuori dal parco, sembrano davvero il castello delle favole. Un’architettura maestosa che alla fin fine ospita soltanto… stalle.
St. James Park offre paesaggi più variegati rispetto ai Kensington’s Gardens e Hyde Park, e il suo fulcro è il suo corso d’acqua che ospita anatre, cigni e persino, se siete fortunati, qualche pellicano di passaggio che potrebbe sedersi sulla panchina accanto a voi mentre leggete il giornale (giuro:l’ho visto coi miei occhi). Non mancano anche qui scoiattoli audaci che si avvicinano nella speranza di ricevere qualche briciola e che spesso invece si devono accontentare di un selfie col turista di turno. Un grande bar offre ristoro a chi vuole trascorrere qui tutta la giornata. Altrimenti l’uscita dal giardino è poco distante.
Quando uscite da St. James Park, magari in direzione di Trafalgar Square, non vi rendete neanche conto di quanta strada avete percorso. Solo consultando la cartina capite effettivamente quanto avete camminato! Ma sarete ugualmente ristorati perché non c’è niente di più lieto di una passeggiata nel verde, nella più totale pace, tra il canto degli uccellini, lo stormire di foglie mosse dal vento e il sordo ritmato rumore dei passi sulla terra battuta.

Tre passi per Firenze “tra le righe”

Sono sempre a caccia di nuovi aspetti di Firenze da conoscere. Ormai vivo in questa città da 5 anni, la frequento da 12 e, come dicevo anche nello scorso post, mi piace scovare sempre qualcosa di nuovo. Così, quando Yelp Firenze ha organizzato un tour di “Firenze tra le righe” in collaborazione con Tre passi per Firenze ho subito aderito con entusiasmo!

Tre passi per Firenze è il progetto di 3 guide fiorentine che hanno studiato un ricco programma di visite guidate particolari alla scoperta di dettagli di Firenze che in pochi conoscono. Si rivolgono ai turisti, sì, ma anche ai fiorentini stessi, che possono scoprire così qualcosa in più sulla loro città.

Il tour che abbiamo fatto domenica era dedicato alla Firenze letteraria, andando a toccare alcuni luoghi cari ad alcuni scrittori che hanno descritto Firenze nelle loro opere. Così ogni tappa del tour diventa l’occasione per leggere stralci di opere di autori dalle cui righe traspare l’amore per la città. E la città diventa un libro aperto…

image

Il tour inizia in piazza Santa Maria Novella, dove una lapide ricorda che qui soggiornò Henry Wadsworth Longfellow, poeta statunitense che per primo tradusse in inglese la Divina Commedia, nella seconda metà dell’800. Di lui leggiamo una poesia dedicata a Ponte Vecchio, uno dei monumenti più noti e apprezzati da sempre di Firenze.

Ci spostiamo dentro al cortile di Palazzo Strozzi, dove ha sede il Gabinetto Vieusseux, un istituto culturale di Firenze che fu molto frequentato dagli intellettuali fiorentini e non tra la fine dell’800 e il ‘900. Esso fu fondato nel 1820 da Giovan Pietro Vieusseux con lo scopo di diffondere in Italia le riviste culturali, libri e periodici stranieri per far circolare più idee e dare nuovi apporti alla cultura nazionale. Tra i suoi direttori ebbe il poeta ligure Eugenio Montale, ed è di lui che leggiamo alcune righe, nelle quali confessa che pur amando il mare della sua terra natìa, Firenze è Firenze. E insomma, caro Montale, da tua conterranea posso affermare la stessa cosa!

image

Montale richiama alla mente l’idea di caffè letterari e di fermento artistico nei primi decenni del Novecento. E allora ci trasferiamo in Piazza della Repubblica, davanti al Caffé Le Giubbe Rosse, che io amo particolarmente (e di cui ho parlato in alcune occasioni qui e qui): questo è il Caffè letterario per eccellenza di Firenze. Qui si incontrano futuristi, artisti e scrittori, vengono fondate riviste letterarie, si discute animatamente, verbosamente in tante circostanze, e ci si incontra per scambiarsi opinioni e manoscritti. Così fa Dino Campana che parte a piedi dalla sua Marradi, nel Mugello, per incontrare a Firenze Ardengo Soffici e consegnargli il manoscritto della sua raccolta di poesie “Il giorno più lungo”. Ma chissà cos’aveva per la testa Soffici, che si perde il manoscritto. Campana, disperato, riscrive daccapo le poesie, che ora andranno sotto il nome di “Canti Orfici” e saranno il suo capolavoro. E in uno dei suoi componimenti parla di Firenze, in una continua immedesimazione tra la città e le sue opere d’arte. Un altro frequentatore del Giubbe Rosse è Aldo Palazzeschi che, nell’incipit delle Sorelle Materassi regala una descrizione di Firenze che è da vero innamorato della città.

La lapide che ricorda la fiaba Il Porcellino di Hans Christian Andersen

La lapide che ricorda la fiaba Il Porcellino di Hans Christian Andersen

Ci spostiamo poco distante, presso la Loggia del Porcellino: non tutti sanno che alla statua in bronzo che tutti toccano nella speranza che porti fortuna Hans Christian Andersen dedicò una fiaba. Lo ricorda una lapide posta sulla loggia; nella fiaba un bambino una notte percorre tutta la città in groppa al Porcellino dando così l’occasione allo scrittore di descriverla nei suoi dettagli.

A Firenze, più precisamente in un hotel sull’Arno, l’attuale Hotel degli Orafi, è ambientato il romanzo di E.M. Forster “Camera con vista”, storia d’amore in cui Firenze è descritta come luogo di libertà rispetto alla Londra vittoriana da cui provengono i protagonisti.

Andiamo poi in Piazza della Signoria, davanti a Palazzo Vecchio che è stato cantato in una poesia da Pablo Neruda. Il palazzo dei Medici ha affascinato poeti e scrittori provenienti davvero da ogni parte del mondo, è il caso di dirlo. Poco distante da qui, in via dei Magazzini, nasce invece Vasco Pratolini. Lui è davvero il cantore di Firenze, che è sempre protagonista dei suoi romanzi, dei suoi racconti, sfondo di ogni storia che egli mette su carta. Come le Cronache dei poveri amanti, ambientata in via del Corno, una stretta e poco illuminata via dietro Palazzo Vecchio, una viuzza in cui non si decide mai di passare perché bruttina e anonima, ma che invece racconta una storia.

Uno scorcio di Via del Corno, Firenze

Uno scorcio di Via del Corno, Firenze

Vasco Pratolini ha scritto tanto di Firenze. Ci vorrebbe un intero tour dedicato ai luoghi di questo scrittore (e infatti c’è: lo trovate qui), ma in questo caso, dopo via del Corno ci trasferiamo in Piazza Santa Croce, dove si ambienta il romanzo “Il quartiere”.

image

In piazza Santa Croce i riferimenti letterari non mancano, la stessa chiesa è definita il Tempio dell’itale glorie da Ugo Foscolo nel carme “Dei Sepolcri” perché al suo interno sono sepolti artisti, scienziati, letterati italiani. È uscendo da questa chiesa che Stendhal ebbe quel malore che da lui ha preso il nome (la Sindrome di Stendhal): il potere della bellezza che stordisce e dà le vertigini.

E la statua di Dante ci ricorda sempre chi è il maestro assoluto della letteratura italiana. Proprio a proposito di questa statua occorre sapere che a Giacomo Leopardi, in occasione di un suo soggiorno a Firenze, fu commissionata un’ode. Una lapide ricorda dove Leopardi era ospitato, durante i suoi soggiorni fiorentini, in via Verdi, quasi nascosta e pressoché illeggibile.

E su questa ultima curiosità si chiude il tour “tra le righe” di Tre passi per Firenze. Un tour che certo non è esaustivo, ma che dà un’idea di quanto la città sia stata per poeti e scrittori di ogni provenienza, fiorentini, toscani, italiani, ma anche inglesi, statunitensi e sudamericani fonte di meraviglia e di ispirazione.

E oggi più che mai mi rendo conto che Firenze è un libro da sfogliare…

Firenze è un libro

 

Quando da Genova a Ventimiglia un treno ci metteva 6 ore…

Qualcuno potrebbe ironizzare dicendo che oggi la situazione non è migliorata. E ne avrebbe ben donde: un’unica linea, in alcune parti ancora vecchissima, in ogni caso assolutamente insufficiente ad assicurare tempi veloci di trasporto. E ancora, treni regionali drammaticamente brutti e vecchi e collegamenti tra il capoluogo e l’estremo Ponente da viaggio della speranza.

Ma non è questo il tema del mio post.

Dovete sapere che per miei interessi personali sto studiando alcuni aspetti della Liguria di Ponente tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Uno di questi aspetti è l’arrivo della ferrovia in Liguria e l’impatto che ebbe sulla vita dei centri costieri, in particolare su Sanremo. Voi direte: “una noia mortale!“. E invece no. Ci sono degli aspetti davvero interessanti che per certi versi mi hanno fatto finalmente apprezzare una linea ferroviaria che per anni e anni di pendolarismo studentesco ho detestato cordialmente.

La ferrovia nel tratto di Andora (dove passa tutt'ora e dove, all'incirca, ha deragliato il treno poco tempo fa): impressionante, ma bellissimo allo stesso tempo

La ferrovia nel tratto di Andora (dove passa tutt’ora e dove, all’incirca, ha deragliato il treno poco tempo fa): impressionante, ma bellissimo allo stesso tempo (le immagini sono prese tutte da quella fonte meravigliosa che è il forum di Märklinfan Club Italia)

Voglio condividere con voi, dunque, i risultati a parer mio più interessanti della mia ricerca. Pensate che l’argomento sia fuori tema col blog? No davvero, perché il treno è un mezzo di trasporto per gente che viaggia: grazie ad esso la Liguria di Ponente divenne a fine ‘800 una meta del turismo d’Elite al pari della Costa Azzurra. Ma andiamo con ordine.

La ferrovia arriva in Liguria nel 1872. Ci vogliono circa 10 anni prima che il tracciato venga completato nel lungo e tortuoso tratto che collega Genova con Ventimiglia: il territorio non è facile da attraversare, solo una strada, l’Aurelia, lungo la costa, che è costretta a inerpicarsi ogni qualvolta si incontra un promontorio, altrimenti strade secondarie di fondovalle per viaggi a dorso di mulo che anche se piacciono tanto ai pittori, non sono esattamente comodi. Meglio i trasporti via mare, allora, ma oltre al Porto di Genova e di Savona, la Liguria di Ponente non ha grandissimi approdi, e sono perlopiù a vocazione mercantile. Insomma, attraversare la Liguria ancora alla metà dell’800 era un disastro.

Il Regno d’Italia appena nato si trova a fronteggiare una situazione complessa: ha la necessità di collegare per bene il centro – Torino, poi Firenze – con le periferie, e la Liguria, che pur geograficamente non è lontana, e sarebbe strategica per la vicinanza col confine francese, è pressoché irraggiungibile. D’altro canto, bisogna fare i conti con le casse dello Stato, perciò bisognerà studiare un tracciato ferroviario il più possibile in economia. La soluzione, evidente sotto gli occhi di tutti, è realizzare una linea che viaggi il più possibile lungo la costa.

1916: il treno sulla linea ferroviaria costiera presso Albisola

1916: il treno sulla linea ferroviaria costiera presso Albisola

E così avviene. Ad ogni comune viene presentato il progetto, ogni comune esprime un giudizio e/o sottopone una controproposta, ma alla fine gli ingegneri del neonato Regno d’Italia fanno poggiare i binari il più possibile vicino al mare, in modo da bucare meno montagne possibili e far viaggiare il treno il più possibile in linea retta.

Sanremo accoglie positivamente l’arrivo del treno. Tutti ne vedono gli aspetti positivi: impulso all’economia, grazie all’aumento del traffico merci, e impulso al turismo, come già avviene oltre il confine francese, grazie all’aumento del flusso di persone. C’è solo un po’ di preoccupazione perché alcuni ambientalisti ante litteram temono che il passaggio della ferrovia in riva al mare possa rovinare il paesaggio. Ma queste paure vengono fugate negli anni immediatamente successivi.

Immagino l’arrivo del primo treno alla stazione di Sanremo il 25 gennaio del 1872 con la stessa curiosità e lo stesso entusiasmo con cui qualche anno dopo il pubblico seduto al cinema avrebbe guardato la locomotiva dei Fratelli Lumière temendo che uscisse dallo schermo: un mix di paura ed eccitazione per il nuovo, la sensazione che d’ora in avanti la tranquilla vita di quella cittadina non sarebbe stata più la stessa. E infatti fu così.

Cartolina storica con la ferrovia protagonista

Cartolina storica con la ferrovia protagonista

Tempo pochissimi anni si sparse la voce che l’estremo Ponente ligure, in particolare i centri di Sanremo, Bordighera e Ospedaletti, non avevano niente da invidiare alle cittadine oltre il confine francese, come Nizza e Cannes. Per la verità, come racconta il romanzo risorgimentale “Il dottor Antonio“, ambientato a Bordighera, la Riviera di Ponente era già apprezzata dagli Inglesi, che venivano qui a svernare e a respirare aria pura e mite, rispetto al freddo umido delle brughiere d’Oltremanica. Ma con l’arrivo del treno l’interesse si accresce e raggiunge livelli tali da costringere le tre cittadine a cambiare totalmente il loro aspetto e la loro urbanistica.

La stazione di Sanremo

La stazione di Sanremo

Laddove un tempo c’erano campi coltivati, fuori dal centro urbano, sorgono ville, giardini, grand hotel. Gli Stranieri, non solo Inglesi, ma anche Russi e Tedeschi, portano soldi, alcuni addirittura si stabiliscono qui e contribuiscono allo sviluppo della regione, con opere di mecenatismo come la costruzione di biblioteche, di scuole, di istituti. Vengono artisti che si innamorano dei paesaggi ancora selvatici e dei borghi che sembrano sospesi nel tempo.

Tra gli artisti che si innamorano della Riviera, il Pittore Claude Monet è sicuramente il più noto. Soggiorna a Bordighera, dipinge Dolceacqua, attraversa la regione in lungo e in largo, ne cattura i colori e l’asprezza dei luoghi. Ma altri pittori, inglesi perlopiù, imprimono sulle loro tele scorci che esprimono struggente e romantica bellezza.

Tra i visitatori illustri di Sanremo, la zarina di Russia è senz’altro quella che ha lasciato più traccia nell’immaginario dell’epoca: a lei, che si fermò per un certo periodo nel 1874, è dedicato il Corso Imperatrice, una bella passeggiata alberata che dalla Stazione conduce verso i Grand Hotel di Sanremo. L’arrivo della zarina in treno fece grande scalpore all’epoca, e il treno, che viaggiava da appena due anni, fu consacrato come il mezzo che portava lustro, ricchezza e modernità alla città.

Cartolina con la Promenade di Sanremo e, sul lato mare, la ferrovia. Sullo sfondo si trova la stazione

Cartolina con la Promenade di Sanremo e, sul lato mare, la ferrovia. Sullo sfondo si trova la stazione

Frattanto anche le guide internazionali inserivano Sanremo e Bordighera negli itinerari europei del turismo d’élite. E la linea ferroviaria Nizza-Genova divenne luogo di passaggio anche per i treni di lusso che attraversavano l’Europa, parenti dell’Orient-Express, per capirci. Sulle guide si parlava di luoghi “esotici”, nei quali il clima consentiva la coltivazione di agrumi e il cui territorio ancora molto rurale era perciò così bucolico e romantico. Una gioia per gli occhi dei viaggiatori che per ore e ore sedevano in treno.

La ferrovia nei pressi di Noli: paesaggio spettacolare

La ferrovia nei pressi di Noli: paesaggio spettacolare

E infatti della linea ferroviaria ligure piaceva tantissimo il panorama, il passaggio in certi tratti quasi a picco sul mare, che dava un senso di selvaggio e di autentico. E ancora oggi i tratti di ferrovia sul mare (da Finale a Imperia) regalano panorami veramente notevoli che chi ama il mare non può non ammirare (e che io stessa, che conosco benissimo i luoghi e che conosco a memoria i luoghi che attraversa il treno, non manco di guardare con stupore ogni volta).

Oggi, a Sanremo del glorioso passato da meta turistica d’élite è rimasto il ricordo. Sanremo ha perso il suo primato, non ha saputo riprendersi dopo la II guerra mondiale nonostante il Festival di Sanremo sia il chiaro segno della sua fama ancora negli anni 50. È rimasta una città abbellita da giardini e ville, dal casinò e dalla chiesa russa, tutti segni della sua intensa stagione turistica.

E il treno?

Il treno a Sanremo non passa più lungo la linea di costa. Da pochi anni la linea è stata spostata nell’interno, e il treno non costeggia più le spiagge ma entra in stazione in galleria. Il treno non arriva più sul mare, ma all’interno della montagna, e uscendo dalla stazione si entra direttamente in centro città. La vecchia stazione è stata dismessa, e lungo tutto l’ex-tracciato ferroviario, tra San Lorenzo al Mare e Ospedaletti, oggi corre una splendida pista ciclabile che consente di godere dello splendido panorama sul mare.

Oggi da Genova a Ventimiglia il treno non ci mette più 6 ore come ai vecchi tempi. Stando agli orari, un regionale veloce ci mette 2 ore e mezza, mentre un intercity impiega 2 ore e 10 minuti. E niente Alta Velocità. In Liguria è impossibile, considerato il binario unico in ancora molte parti della regione. Il raddoppio ferroviario è comunque in fase di realizzazione, e quando sarà completo, della ferrovia fronte-mare resterà solo un ricordo. E vi dirò, penso che mi mancherà.

7 angoli di Firenze (e dintorni) che non tutti conoscono

image

Ormai vivo a Firenze da anni, la mia “C” aspirata acquisita e qualche espressione gergale locale mi fanno  sentire talvolta una cittadina ad honorem, anche se il resto della mia parlata mi tradisce. Posso dire di conoscere la città, ormai. Il centro per me non ha più segreti, anche se Oltrarno ogni tanto mi perdo nell’incrocio di vicoli che mi fanno sbucare in una piazza al grido di “Ah, ecco dove mi trovo!“. Ma in qualche occasione mi sento ancora una turista, un’esploratrice, ed è con questo spirito che scopro ogni volta angoli nuovi e del tutto inaspettati, oppure che torno volentieri in luoghi che per me hanno un’aria tutta particolare. Per questo post ne ho isolati 7, tra Firenze e le sue immediate vicinanze. Questo post è però senz’altro incompleto e spero prossimamente di aggiungere altri 7 posti e poi altri 7 ancora, man mano che li scopro o li ri-scopro.
Ecco dunque i 7 posti incantevoli di Firenze e dintorni che in pochi conoscono:

  1. La chiesa dei SS.Apostoli in piazza del Limbo

    La chiesa dei SS.Apostoli in piazza del Limbo

    Piazzetta del Limbo: è una piccolissima piazzetta chiusa tra l’Arno e via delle Terme, a due passi da via de’ Gergofili, dove un albero di ulivo ricorda l’attentato del 1992. Sulla piccola piazza si apre la chiesina dei SS. Apostoli la cui graziosa facciata in pietra a vista è un piccolo gioiello di romanico fiorentino. Dall’Arno vi si accede attraverso uno stretto vicoletto che non vi fa minimamente presagire ciò che incontrerete. La chiesetta colpisce proprio perché non ci si aspetta di trovarla. Del resto, quest’area fu ampiamente bombardata e distrutta durante la II Guerra Mondiale, e trovare un edificio tanto antico qui dove le mine tedesche fecero saltare in aria tutto il quartiere medievale prospiciente l’Arno è cosa che non può passare inosservata. Anche Via delle Terme è molto suggestiva: una via stretta e sinuosa sulla quale si affacciano varie botteghe prima di sbucare nell’ampia piazza Santa Trinita. Piazza del Limbo è un luogo cui sono affezionata, proprio perché rimane nascosto ai più e perché riesce a mantenere un carattere medievale che all’intorno si è in parte perso. Riesce ad essere ancora oggi un luogo autentico dove storia e bellezza si incontrano e si fondono.

  2. image

    I giardini della chiesa luterana

    i giardini presso la Chiesa Evangelica Luterana: siamo sul Lungarno Serristori, appena passato il Ponte alle Grazie dal quale pare buttarsi l’Uomo Comune dell’artista Clet Abraham. Non è niente di eccezionale, intendiamoci: ma è un giardinetto un po’ dimesso, molto intimo, che a seconda dei casi può risultare molto romantico o molto malinconico, dipende dello stato d’animo di ciascuno. A me in particolare piace il prospetto delle due piccole casette che affacciano sul giardino: niente di che, ma contrastano con i grandi palazzi che si trovano intorno e di fronte, sull’altra riva dell’Arno. Le panchine sotto gli alberi invitano alla sosta e alla riflessione. Molto autunnale in qualsiasi stagione, il piano di calpestio è regno indiscusso delle foglie secche che hanno abbandonato i loro rami. Un luogo dove fermarsi a riposare, e eventualmente a meditare sui propri affanni quotidiani. Senza piangersi addosso, però.

  3. L'abside di Santa Croce, vista dal piazzale della Scuola del Cuoio

    L’abside di Santa Croce, vista dal piazzale della Scuola del Cuoio

    Dietro Santa Croce: Tutti conoscono la facciata di Santa Croce, ma chi può dire di aver mai visto il retro? L’abside, infatti, è nascosta dietro il prospetto continuo di quello che un tempo era il convento annesso alla basilica. Ad un certo punto questo lungo muro si interrompe e vi si apre un cancello: è l’ingresso della Scuola del Cuoio, una scuola artigiana che ha sede proprio qui. Il cancello solitamente è aperto, così si può buttare un occhio al suo interno: l’abside di Santa Croce non è da meno del resto dell’edificio, se amate gli archi, i contrafforti, le corncici e le vetrate alte e lunghe; ma le sorprese non finiscono, perché guardandosi intorno scovate scorci molto intimi dei laboratori della Scuola. Potreste trovare anche un artigiano intento al suo lavoro. Il bello di questo luogo è il suo essere così nascosto che solo se si osa varcare la soglia lo si può scoprire. E voi che fate, restate oltre le grate del cancello o entrate?

  4. Il Mugnone presso le Cure al tramonto. Giuro che non ho applicato filtri a questa foto

    Il Mugnone presso le Cure al tramonto.

    le Cure, lungo il Mugnone: percorrere il tratto di via Boccaccio che costeggia il fiume Mugnone prima di giungere nel quartiere de Le Cure offre la vista su un lungofiume che non sembra appartenere a Firenze, quanto piuttosto ad un bel paesino d’altri tempi, con case piccole e basse che incorniciano il fiume. La via, che discende da San Domenico, lungo la via per Fiesole, prima di giungere in piano in città costeggia terreni e ville in una passeggiata molto piacevole in qualsiasi stagione. Arrivati alle Cure, la vista è ancora più bella se si attraversa il Mugnone, in modo da poter spaziare lo sguardo su entrambe le rive. Il fiume al di sotto scorre tranquillo, abitato da qualche airone, da qualche uccello acquatico e dalle nutrie: un piccolo ecosistema calato in città. Il LungoMugnone è molto suggestivo sempre, in qualunque momento della giornata: che sia giorno pieno, che sia il tramonto, che sia di notte, quando le case sono illuminate dalla luce gialla dei lampioni, il panorama è sempre molto bello e, con la giusta compagnia, pure romantico. I pini, su una sponda del fiume, disegnano un’elegante ombra che si riverbera sull’acqua.

  5. Il castello del Trebbio

    Il castello del Trebbio

    il Castello del Trebbio: immerso nel verde delle colline fuori Firenze, circondato da vigne e vigne e vigne, si incontra lungo la strada che da Santa Brigida scende verso Pontassieve un castello non tanto grande, per la verità, ma che profuma di antico e di storia: in ogni torretta, in ogni finestra, nel loggiato e sul pesante portone di ingresso si colgono i segni di un passato importante. E in effetti tra le sue mura ne son successe di cose: il castello apparteneva alla famiglia fiorentina dei Pazzi e fu qui che fu architettata la Congiura de’ Pazzi nel 1478, che portò all’uccisione di Giuliano de’ Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico e che fu soffocata nel sangue. Il castello fu confiscato, ed ebbe nuovi padroni. Oggi ospita un agriturismo con annesso ristorante e vigna didattica: un luogo incredibile sospeso nel tempo e immerso nelle colline dove trascorrere delle giornate nel verde e a due passi dalla città.

  6. Cercina

    La chiesa della Madonna di Cercina

    Cercina: la chiesina di Cercina è un amore. La si raggiunge dopo una strada che salendo da Careggi attraversa dolci colline, percorso ideale per una gita in lambretta. Il paesaggio è davvero eccezionale, tra oliveti, vigne, casali con i muri di recinzione arricchiti da glicini che a maggio regalano il colore viola  a queste contrade. La chiesina, molto antica, dedicata alla Madonna, si apre su uno spiazzo davanti al quale si stendono campi coltivati e una fattoria. Non solo, salendo la strada a piedi che da qui si diparte, nel piccolo boschetto solitamente pascola un gregge di caprette. Ecco, questo è un luogo veramente bucolico dove fare una passeggiata, un luogo dove si torna bambini, dove si riscopre il piacere tutto infantile di passare una giornata all’aria aperta imitando il belato delle caprette e fermandosi di tanto in tanto ad annusare un fiore.

  7. Travalle

    Travalle

    la Fattoria di Travalle: nei dintorni di Calenzano le colline disegnano un paesaggio morbido che si scalda alla luce del sole regalando nelle 4 stagioni colori meravigliosi. Nella piana si trova la fattoria di Travalle, che fu possedimento mediceo: una bella villa rinascimentale accanto alla quale è sorto un piccolissimo abitato. I giardini pubblici lasciano lo spazio ai campi, al torrente che scorre, a un sentiero che raggiunge una grande vigna e a una villa che pare abbandonata, e poi ancora ad un sentiero seguendo il quale si raggiunge l’Anello della Calvana, qui ci si può passare tranquillamente la giornata. Un posto paesaggisticamente molto bello, dove natura e cultura si fondono in equilibrio perfetto.

E voi? Quali altri posti vorreste segnalare?

Un pomeriggio a Pistoia

Ho frequentato Pistoia sempre troppo poco. Anzi, quasi nulla. Eppure è così vicina a Firenze! Città medievale con un patrimonio storico-artistico invidiabile, si trova nel cuore di una piana da secoli votata all’agricoltura e nell’ultimo secolo alla vivaistica, ed è la porta verso l’Appennino, verso quell’Abetone che oltre a rappresentare la neve della Toscana, costituisce anche il passaggio verso l’Emilia Romagna.

image

Pistoia, Santa Maria dell’Umiltà. In secondo piano il dipinto miracoloso

Fin dall’autostrada il centro di Pistoia si fa individuare da un’immensa cupola, quasi un panettone, che si erge di molto al di sopra dei tetti delle case. Si potrebbe pensare che si tratti del Battistero, e invece no: è la cupola di S.Maria dell’Umiltà, chiesa rinascimentale che sorge appena all’interno della cinta muraria, e che tra i suoi architetti vede Giuliano da San Gallo prima e Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati poi. Chiesa a pianta centrale, il dipinto della Madonna dell’Umiltà campeggia sull’altare maggiore, e narra la leggenda che sia miracoloso (nel 1490 pare che la Madonna nel dipinto abbia “sudato” copiosamente, suscitando grande devozione popolare).

Il vero fulcro della città è, naturalmente il centro storico medievale. Esso ruota intorno alla grande piazza del Duomo, su cui affacciano oltre al Duomo e al Battistero, il Palazzo Comunale e il Palazzo Pretorio, e intorno a Piazza della Sala, tanto piccola quanto assolutamente deliziosa.

Nella Piazza del Duomo potere politico e potere religioso si affiancano senza disturbarsi. La prima parte della piazza, ampia e squadrata, ospita dirimpetto l’uno all’altro il Palazzo del Comune e quello del Pretorio. È possibile accedere al cortile d’ingresso di quest’ultimo, che funge da Tribunale, e ammirarne le volte a crociera dipinte e gli stemmi alle pareti.Vi si respira ancora l’aria del 1300, quando fu costruito.

image

L’interno del cortile del palazzo comunale di Pistoia

Anche il Palazzo Comunale risale al Medioevo. La sua costruzione ebbe varie fasi prima di raggiungere quella attuale definitiva. Si può accedere non solo al cortile interno, molto suggestivo, ma si può anzi si deve salire al Primo piano dove si apre il Museo Civico: una sezione di arte medievale, una di arte moderna e contemporanea, e il centro di documentazione Michelucci, in onore dell’architetto pistoiese che nella prima metà del Novecento ha firmato alcuni importanti progetti architettonici in Toscana e a Firenze (per dirne due a caso, la stazione di Santa Maria Novella e la chiesa di San Giovanni all’autostrada).

Sulla piazza affaccia anche la Cattedrale di San Zeno, una bella chiesa romanica dall’elegante facciata e il campanile in muratura a base quadrata. Al suo interno sotto l’altare maggiore si trova una cripta molto suggestiva. La chiesa ha subito rimaneggiamenti e abbellimenti nel corso del Rinascimento, sia all’interno che in facciata. Accanto ad essa sta il Palazzo Vescovile, che ospita un Museo Diocesano, e di fronte sorge il Battistero, a pianta ottagonale, in marmo bianco di Carrara e pietra verde di Prato. L’interno, caratterizzato dalla vasca battesimale al centro dell’aula, contrasta nella sua sobrietà con l’esterno, che è reso molto vivace dall’alternarsi del bianco/verde, dalla forma slanciata della copertura e dai rilievi sopra il portale.

Il rilievo al di sopra del portale del Battistero di Pistoia

Il rilievo al di sopra del portale del Battistero di Pistoia

Appena girato l’angolo, la piazza pubblica, la piazza delle manifestazioni ufficiali, politiche e religiose, lascia il passo ad un’altra piazza, quella del popolo, dove il popolo mangia e si diverte. È Piazza della Sala, che ancora oggi ospita il mercato degli Ortaggi, come avviene fin dal Medioevo. Tutta una serie di botteghe si apriva nei palazzi che chiudono la piazza, mentre al centro, si poteva attingere acqua dal Pozzo del Leoncino, così chiamato dalla statua di leone al di sopra del suo architrave, che fu posto a segnalare il dominio di Firenze su Pistoia dal 1529. Oggi la piazza non ha perso la sua vocazione popolare, e se al mattino continua ad esserci il mercato degli ortaggi, la sera accoglie tutti i giovani e i meno giovani nei tanti ristoranti, locali, pub, caffetterie, che vi si aprono laddove un tempo c’erano le botteghe artigiane.

Una curiosità locale è il nome di una via del centro storico di Pistoia che mi ha fatto ridere fin dalla prima volta in cui vi sono passata. È Via Abbi Pazienza, il cui nome risale al medioevo, alle lotte tra famiglie nobili della città. Il nome della piazza ben si presta a fare della facile ironia, e può essere una simpatica cartolina da Pistoia per qualche nostra conoscenza un po’ troppo intransigente… ;-)
image

Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

verneAlzi la mano chi non ha mai letto Il giro del mondo in ottanta giorni! Esatto, l’abbiamo letto in tantissimi, da ragazzi, insieme ad altre straordinarie avventure raccontate da Jules Verne, come Viaggio al centro della terra, L’isola misteriosa, Ventimila leghe sotto i mari… Un aneddoto della vita di Jules Verne narra che lui, da ragazzino, si volesse imbarcare come mozzo su una nave diretta nelle Indie. Bloccato dal padre pronunciò le fatidiche parole “D’ora in poi viaggerò solo con la fantasia!” E così fece. Ma non solo: fece viaggiare generazioni di giovani lettori, grazie alle avventure stravaganti racchiuse nei coloratissimi volumi dell’Edizione Mursia. Me li ricordo ancora, e mi ricordo che lessi d’un fiato Viaggio al centro della terra, quando ero ancora alle Elementari. Sì, Jules Verne è stato l’autore che mi ha fatto accostare alla lettura e alla narrativa di viaggio, anche se i suoi sono tutti viaggi fantastici.

verne

Una delle tavole disegnate da Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Ma perché mi sono accostata a Il giro del mondo in 80 giorni in età adulta? La storia la conosco bene: il gentleman londinese Phileas Fogg scommette che riuscirà a compiere il giro del mondo in 80 giorni precisi, impiegando i mezzi di trasporto più efficaci e i collegamenti più diretti per completare una circonferenza intorno al mondo. Parte col fido domestico Passepartout e vive tutta una serie di avventure man mano che attraversa i continenti. Riuscirà il nostro eroe a compiere l’impresa? Tutti noi conosciamo il finale, così come sappiamo che in India salva una bella principessa indiana da un sacrificio umano, che negli Stati Uniti affronta un assalto dei Sioux e che ha alle calcagna per tutto il viaggio il detective Fix. Quello su cui non avevo mai riflettuto (e in questo mi ha aperto gli occhi, anzi mi ha stimolato alla lettura il libro Come parlare di luoghi senza esserci mai stati di Pierre Bayard) è badare a che tipo di viaggiatore sia Phileas Fogg. A dispetto di come potrebbe apparire, il nostro gentleman ha una personalità complessa: è uomo dalle immutabili abitudini che però di punto in bianco si mette al centro di una scommessa soo per dimostrare l’esattezza di certi calcoli sui tempi e sui percorsi. E di lì a poco parte, senza organizzare nulla, apparentemente, ma in realtà avendo ben preciso in testa l’itinerario che percorrerà, con le tappe intermedie, gli scambi e le coincidenze di cui dovrà tenere conto. Quand’è in viaggio, Fogg non perde tempo a visitare i luoghi. Non fa il turista: se scende in una città e alloggia in un hotel è solo perché deve aspettare il collegamento successivo per la prossima tappa. La destinazione del suo viaggio è infatti Londra, e nient’altro. Lui non rimane affascinato dai luoghi che attraversa, non sente la curiosità verso ciò che di nuovo sta vedendo. O forse sì, ma lo nasconde talmente bene anche a se stesso da dimostrare che non gli interessi nulla di diverso dal suo itinerario. Eppure prova di avere dei sentimenti ne dà in più di un’occasione: quando salva da morte certa la principessa e decide di portarla con sé fino in Europa, e quando salva Passepartout rapito dai Sioux. In cuor mio, quindi, voglio pensare che un minimo il paesaggio indiano l’abbia ammirato mentre il treno attraversava il subcontinente. Ma dalla lettura ciò non traspare. Come dice Verne di lui, “A rigore, può dirsi che egli non viaggiava: descriveva soltanto un percorso circolare, come un grave che seguisse la propria orbita intorno alla terra secondo le leggi della meccanica“.

verne

Una delle illustrazioni di Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Al contrario Passepartout è molto più empatico: al contrario Passepartout è molto più empatico: “Mi accorgo che non è inutile mettersi in viaggio, se si desidera vedere qualcosa di nuovo” dice, ammirando le fortificazioni di Aden, e ancora “risvegliatosi, ammirava il panorama e non riusciva a convincersi che stava attraversando l’India in un treno della “Great Indian Penisnular Railway”. Gli sembrava incredibile. E tuttavia niente di più reale!“; è, insomma, tutto un altro tipo di viaggiatore, curioso, entusiasta, attento al nuovo e capace di trarsi d’impaccio davanti agli imprevisti. Fogg e Passepartout interpretano due modi diametralmente opposti di viaggiare, non c’è che dire. Quello di Fogg è anzi un non-viaggio, il suo è una serie di punti segnati du un planisfero e uniti con una linea. Per questo Bayard parla di lui come del tipico viaggiatore in pantofole, di colui cioè che non si scomoda a voler visitare di persona i luoghi: sempre di lui dice Verne che egli appartiene a “quella aristocratica categoria d’Inglesi che fanno visitare dal proprio servo i paesi dove viaggiano“.
Oltre al personaggio bizzarro, un altro aspetto è interessante: è un racconto totalmente inventato, le descrizioni dei luoghi non derivano da una conoscenza diretta degli stessi, e soprattutto i due episodi più avventurosi, il salvataggio della bella principessa e l’assalto al treno dei Sioux sono due cliché abbastanza scontati ai nostri occhi. Nonostante questo, però, Il giro del mondo in 80 giorni è e sempre sarà il re dei racconti di viaggio!