Provenza: 3 itinerari per l’estate

La Provenza è una regione ricchissima e variegatissima. Decidere di andare alla sua scoperta vuol dire addentrarsi in tanti paesaggi diversissimi. Dal mare alla montagna, dalla natura alla cultura ecco tre itinerari assolutamente estivi in Provenza:

Camargue

Cavalli bianchi che galoppano sulla spiaggia al tramonto, tori neri come il carbone che pascolano in lande brulle e paludose; un paesino colorato che si adagia al sole lungo il mare; i fenicotteri rosa come le saline lungo la costa. La Camargue è colore, è un’opera d’arte, è una regione dove la natura e l’uomo convivono senza darsi noia, nel rispetto e nella pigrizia reciproci.

Saintes-Maries-de-La-Mer è il capoluogo: un villaggio di pescatori con una chiesina, una piazzetta centrale con i negozietti e le bancarelle e tanti ristorantini dove gustare il coquillage (piattate e piattate di frutti di mare) della laguna o la carne di toro, il tutto annaffiato dall’elegante rosé dei vins de sables, prodotti nelle vigne tra Saintes-Maries-de-la-Mer e Aigues Mortes.

Assolutamente da non perdere, se vi piace la natura, è il Parc Ornithologique du Pont de Gau, un’oasi naturalistica nella quale trovano casa i fenicotteri rosa, altre specie di uccelli palustri e addirittura le cicogne, che è così raro incontrare al giorno d’oggi! Naturalmente riuscite a vedere i fenicotteri, così come i cavalli allo stato brado e i tori sonnacchiosi anche negli acquitrini e nei campi lungo la strada. Potete fermarvi e ammirarli in tutta la loro sublime bellezza: nessuno vi farà andar via.

Se siete attratti dalla vita degli uomini, sappiate che intorno al 14 luglio ogni anno Saintes Maries de la Mer ospita la Feria du cheval: una festa di origine gitana che rende il cavallo assoluto protagonista tra sfilate, spettacoli e manifestazioni varie. Segnatela in agenda, perché vale il viaggio.

Se volete un’idea per un itinerario di 4 giorni in Camargue potete prendere spunto da questo percorso: Sotto il sole della Camargue

cavalli bianchi pascolano allo stato brado in Camargue

Lavanda

Il colore è il lilla, il suono è il ronzio fortissimo delle api, il profumo è quello inconfondibile della lavanda. La prima metà di luglio in Provenza è il periodo della fioritura della lavanda. Essa è coltivata, in campi e campi a perdita d’occhio, in una zona dell’Alta Provenza, compresa tra Manosque, Valensole, Gordes e Sénanque. Ad ogni curva della strada, in questo paesaggio dolcissimo, trovate di che meravigliarvi e stupirvi. I campi sono aperti, se volete calarvi proprio in mezzo ai filari potete farlo tranquillamente. Paura delle api? No, tranquilli: fanno il loro lavoro, non si curano di nessun’altra cosa.

Valensole è una delle mete fondamentali e d’impatto, con le sue distese tutte lilla. Ma la meta finale del percorso non è da meno: è l’Abbazia di Sénanque, in una piccola valle chiusa tra le montagne poco oltre il village perché di Gordes. Questo è uno dei luoghi più fotografati di Francia: un grandissimo campo lilla di lavanda è chiuso, sullo sfondo, dall’architettura medievale dell’abbazia. Da lasciare a bocca aperta. E, di nuovo, vale la pena di essere arrivati fin qui.

Plateau du Claparèdes, Provenza

Un campo di lavanda lungo il Plateau du Claparèdes

Se poi oltre al lilla vi piace il rosso, Roussillon, il villaggio dell’ocra, è ciò che fa per voi: un paese in case rosse per l’ocra del terreno e un percorso naturalistico nel bosco dove la terra è rossa in un modo indescrivibile: c’è poco da fare: dovete venire fino qui per rendervi conto.

Se volete un’idea per un itinerario di due giorni sulla scia della lavanda potete prendere spunto qui: un sabato coloratissimo in Provenza ; una domenica coloratissima in Provenza.

Sénanque

L’abbazia di Sénanque, immersa nella lavanda

Mare e Croisette

Chi non conosce Cannes? Il suo Festival del cinema attira ogni anno i più grandi attori di Hollywood, confermandosi l’evento mondano/cinematografico più importante al mondo dopo la Notte degli Oscar. La sua passeggiata a mare, La Croisette, se da un lato ci mostra ampie spiagge libere, dove ognuno può scendere a fare il bagno, dall’altra parte ci abbaglia gli occhi con i grandissimi hotel di lusso che tanto hanno ispirato negli anni la fantasia di registi, di cantanti e anche, la nostra, perché no. Chi non vorrebbe un vodka martini in camera, affacciato al terrazzo vista mare della sua camera d’hotel mentre scende la sera?

isole Lérins

Isole di Lérins, una delle calette e, sullo sfondo, la costa francese

Non tutti sanno, però, che a poca distanza da Cannes, raggiungibili velocemente in battello, si trovano le Isole di Lérins. Si tratta di due isole, percorribili a piedi in pochissimo tempo, una delle quali ha ospitato una fortezza militare e l’altra un monastero medievale. Le isole sono note per le loro calette e le loro spiaggette e infatti sono in molti che vi si recano per una gita di un giorno comprensiva di passeggiata nella natura con possibilità di pic-nic (in alternativa c’è anche un ristorantino), di passeggiata culturale nel forte o nell’abbazia, e naturalmente di tuffo nel mare cristallino di queste parti.

La Provenza è ricchissima di meravigliose spiagge e calette. Ma le Isole di Lérins sono intime, isolate, permettono davvero di rilassarsi al bel sole del Sud della Francia.

Il Codice Mondiale di Etica del Turismo

Forse non tutti sanno che il turismo è, come ogni azione che si svolge in un contesto sociale, regolato normativamente. In Italia è il MiBACT, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Turismo che se ne occupa attraverso l’attività di due suoi organi: la Direzione Generale Turismo e l’Osservatorio Nazionale del Turismo. Queste hanno varie competenze che mirano da un lato a diffondere la promozione turistica dell’Italia nel mondo (non è casuale che il turismo stia sotto il ministero dei Beni Culturali: perché l’Italia punta molto sul Turismo Culturale), dall’altro ad elevare gli standard dell’accoglienza e delle strutture ricettive; infine tutelano il turista.

Non è solo l’Italia che dà un grande peso al turismo: tutte le nazioni del mondo lo fanno e un organismo sovranazionale come l’ONU ha addirittura pensato di divulgare un Codice Mondiale di Etica del Turismo al quale, naturalmente, aderiscono tutti gli stati membri.

Le donne e i bambini che vivono sulle Islas Flotantes nel Lago Titicaca in Perù intonano canzoni varie (tra cui “Volare!”) per salutare i turisti: la popolazione locale e la sua tradizione sono completamente snaturati e stravolti in funzione del turista

Tra diritti e doveri del turista, e garanzie a tutela di chi accoglie, il Codice è un documento che vuole difendere le comunità del mondo oggetto di speculazioni turistiche che rischiano di essere schiacciate (dal punto di vista sociale, naturale e ambientale, delle tradizioni locali) dalle logiche di un turismo che guarda più al guadagno che non al luogo vero e proprio. In una frase, il Codice promuove il turismo sostenibile, un turismo cioè che non trasformi in uno zoo o in un parco giochi il luogo che accoglie, e che allo stesso tempo dia garanzie al turista. Si cerca in questo modo di evitare che i luoghi risultino snaturati dalla presenza ingente di persone “altre” che spesso anche inconsapevolmente condizionano l’ambiente che visitano; allo stesso tempo il turismo sostenibile è un modo per sostenere proprio le popolazioni e le tradizioni locali. Come per tutte le cose, il giusto mezzo è sempre la soluzione migliore.

Ma vediamo in cosa consiste il Codice di Etica del Turismo.

Lo si può scaricare dal sito dell’Osservatorio Nazionale per il Turismo italiano. Consta di 10 articoli più un preambolo iniziale nel quale gli stati firmatari prendono atto sia degli aspetti positivi che il turismo ha sull’economia mondiale, sia delle conseguenze negative che può avere se non è regolamentato: in sostanza ne comprendono le ricadute positive in termini economici e di sviluppo dei Paesi che accolgono, e sostengono il diritto al turismo quale libertà individuale culturale e ricreativa da favorire. Lavorano nell’ottica di un turismo mondiale sostenibile.

Trattandosi di un codice etico, naturalmente l’articolo 1 titola “Il turismo quale strumento di comprensione e di rispetto reciproco tra i popoli e le società“: si rivolge a tutti gli attori in gioco del settore turistico: da chi lavora nel campo del turismo, alle comunità che accolgono i turisti, ai turisti stessi e alle autorità di pubblica sicurezza, affinché vigilino sul buon andamento del viaggio e dell’accoglienza. L’articolo si riferisce anche all’eventualità di azioni criminose da parte del turista o del recettore, poi alle informazioni utili che ogni turista consapevole deve acquisire in merito a questioni sanitarie del Paese che lo accoglierà.

Patrick Zachmann, fotografo di reportage per Magnum Photos, in Thailandia documenta il turismo sessuale pedofilo. Questa foto, scattata nella città di Pattaya, è in mostra ora all’Ara Pacis per Spartaco. Schiavi e padroni a Roma. Credits: pinterest

L’articolo 2 è una diretta conseguenza del primo, perché titola “Il turismo quale mezzo di realizzazione individuale e collettiva“: la libertà individuale è sacra e inviolabile, così come la salute e la sicurezza della persona fisica. Il discorso vale sia per il turista, del quale va garantita la sicurezza sotto qualsiasi aspetto, che per le persone che accolgono, che non devono essere ridotte a schiavitù in nome del denaro e del profitto di pochi. È palese il riferimento a quelle nazioni in cui è praticato il turismo sessuale, come la Thailandia, in cui il fenomeno raggiunge livelli elevatissimi (che non vengono però combattuti dal governo thailandese proprio perché è la prima fonte di guadagno per l’intera nazione).

L’articolo 3 entra nel merito del “turismo sostenibile“: salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali, tutela del patrimonio naturale e della biodiversità. Il comma 5 è importante:  Il turismo nella natura e l’ecoturismo sono riconosciuti come forme di particolare arricchimento e valorizzazione del turismo, a condizione che rispettino il patrimonio naturale e le popolazioni locali e rispondano alla capacità di accoglienza dei luoghi. Il tema dell’ecoturismo in realtà è alquanto controverso e ha scatenato un dibattito piuttosto acceso sul tema del danno ambientale, soprattutto se l’ecoturismo diventa un business più che un fatto etico. È il paradosso del turista ambientalista, di cui avevo parlato qui.

All’articolo 4 si parla invece di turismo culturale: “Il turismo come fruizione del patrimonio culturale dell’umanità e sostegno al suo arricchimento“. Due i passi salienti dell’articolo: al comma 2 “un’attenzione particolare sarà accordata alla conservazione e valorizzazione di monumenti, santuari e musei e ai siti archeologici e storici, che saranno aperti alle visite turistiche nel modo più ampio possibile“. Si parla qui di tutela, fruizione e valorizzazione, che sono alla base della normativa in materia di Beni Culturali così come regolata, in Italia, dal Codice dei Beni Culturali e Paesaggio D.Lgs. 42/2004. La tutela è volta a preservare il patrimonio e a conservarlo nel presente e per le generazioni future; il destinatario del patrimonio culturale in quanto portatore di valori identitari è la popolazione, la cittadinanza, ed è per questo che lo Stato (e il Codice Etico) garantisce la fruizione; non solo, occorre valorizzare questo patrimonio, per far sì che un numero sempre maggiore di persone ne possa fruire in modo sempre più consapevole.

Turisti al Colosseo, uno dei monumenti più visitati d’Italia

L’altro passo saliente dell’articolo dice “L’attività turistica sarà pianificata in modo tale da consentire ai prodotti culturali ed artigianali tradizionali ed alle attività folcloristiche di sopravvivere e prosperare, anziché causarne l’impoverimento e l’omologazione.“: qui il riferimento è alla Convenzione UNESCO sul patrimonio culturale immateriale, ovvero tutte quelle manifestazioni del saper fare, dell’ingegno e delle tradizioni locali che magari non producono beni culturali in quanto tali, ma che vanno preservate in quanto elementi importanti dell’identità locale e nazionale: le processioni per le feste religiose, i piatti tipici (la pizza, per esempio!), particolari idiomi come il sardo, per quanto riguarda l’Italia, rientrano nel patrimonio culturale immateriale e come tali sono tutelate dallo Stato.

Da questo articolo emerge in modo davvero lampante quanto turismo e cultura siano intimamente legati. Per l’Italia, poi, non occorre sottolineare quanto questo legame sia davvero forte.

L’articolo 5 è propositivo nei confronti delle comunità che ospitano i turisti:”Il turismo quale attività vantaggiosa per i paesi e le comunità ospitanti“. Il turismo genera un indotto economico non indifferente, se saputo gestire, i cui effetti benefici ricadono a pioggia sulla popolazione, a partire dall’aspetto di non poco conto dell’occupazione. Si auspica il coinvolgimento delle comunità locali nei progetti di grande sviluppo turistico, per far sì che i guadagni si possano dividere utilmente e in modo da non rendere il luogo soltanto un giacimento da sfruttare.

Alpaca al pascolo nei pressi delle Chullpas, a un’ora di macchina dal lago Titicaca

Proprio onde evitare qualsiasi forma di sfruttamento, l’articolo 6 discute gli “Obblighi degli attori del settore turistico“: costoro hanno obblighi nei confronti dei turisti innanzitutto, ai quali devono fornire ogni informazione e servizio utile per garantire la sicurezza nel viaggio, ma anche onde evitare raggiri e truffe. Al comma 5 si tratteggia un servizio da parte dei governi che corrisponde a quello messo in atto in Italia da Viaggiaresicuri.it del Ministero degli Esteri, ovvero la capacità di informare i turisti delle situazioni di rischio in particolari paesi. Infine si auspica che la stampa specializzata in viaggi (e anche i travelblog, ovviamente) forniscano informazioni veritiere, in modo da non ingannare le aspettative del turista.

Il diritto al turismo” è sancito all’articolo 7: “La possibilità di accedere direttamente e personalmente alla scoperta ed al godimento delle ricchezze del pianeta rappresenta un diritto di cui tutti gli abitanti del mondo devono poter usufruire in modo paritario“. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti. Il diritto al turismo, che deriva dal diritto a godere del proprio tempo libero, è legato ad una serie di altri diritti fondamentali: il diritto ad avere un lavoro retribuito che consenta di guadagnare quel surplus tale da potersi permettere un viaggio e, conseguente al diritto al lavoro, il diritto alle ferie (retribuite) e al riposo. Non solo. il diritto al turismo è diritto all’accessibilità anche nei confronti dei turisti diversamente abili: proprio a loro è stata dedicata la Giornata Mondiale del Turismo lo scorso 27 settembre 2016.

Il diritto al turismo riguarda anche i viaggiatori diversamente abili. Credits: Touring Club

All’articolo 8 si parla di “Libertà di movimento a scopo turistico“: si tratta della libertà di poter circolare e muoversi liberamente in una nazione ospitante, di poter avere accesso a tutti i mezzi di comunicazione, di godere degli stessi diritti dei cittadini del Paese ospitante. L’articolo fa un riferimento anche alle frontiere per le quali auspica procedure tese a non scoraggiare il turismo.

L’articolo 9 parla dei “Diritti dei lavoratori e degli imprenditori dell’industria turistica“: formazione, controllo e agevolazioni da parte della nazione in cui esercitano; un monito alle imprese multinazionali del settore turistico a non imporsi e a non abusare della loro posizione dominante: che cerchino piuttosto un dialogo e una collaborazione con le realtà locali, in termini di sviluppo e di crescita.

Con l'”Applicazione dei principi del Codice Mondiale di Etica del Turismo” si conclude, all’articolo 10, il Codice. Secondo esso gli attori turistici riconoscono l’Organizzazione Mondiale del Turismo e in generale devono rispettare i dettami del Codice, che a loro in particolare si riferisce.

La Centrale Montemartini: quando l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica

Ci sono luoghi che hanno un’anima. Luoghi nei quali respiri un’atmosfera davvero diversa. La Centrale Montemartini non è il solito museo. Non è semplicemente un edificio che contiene una collezione di arte antica. È un edificio che ha un grandissimo valore di per se stesso. L’insieme delle due cose, l’edificio e la collezione d’arte antica, rendono la Centrale Montemartini un museo unico nel suo genere. Qui l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica. Il connubio è un vero matrimonio d’amore.

Centrale Montemartini: la sala Macchine

La Centrale Montemartini nasce all’inizio del Novecento, nel 1912, come centrale termoelettrica di Roma: fu il sindaco dell’epoca, Ernesto Nathan, a volere un’azienda pubblica municipale per l’illuminazione. Fu indetto un referendum e vinse il sì, così sorse la centrale termoelettrica municipale. Fu intitolata a Montemartini, uno dei più accesi sostenitori della municipalizzazione del servizio di illuminazione, che morì però proprio nel 1912, avviati i lavori, ma prima che la centrale potesse iniziare a funzionare. Negli anni ’30 la Centrale, seguendo le innovazioni tecnologiche dell’epoca, fu dotata di due motori diesel e rinnovata in alcune sue parti. Ma negli anni ’50 andò in disuso.

Centrale Montemartini, Sala Macchine

Divenuta un cimelio di archeologia industriale, negli anni ’90 è stata restaurata. L’architetto Francesco Stefanori ha l’idea sfrontata di darle un ruolo che non le appartiene, ovvero di trasformarla in un museo di arte antica. L’ennesimo a Roma, verrebbe da dire. Sì, forse, ma con un’anima tutta sua. Inizialmente, siamo nel 1997, fu allestita una mostra temporanea nella quale oggetti d’arte antica, statue romane in marmo bianco, erano poste sullo sfondo dei macchinari in ghisa. L’idea piacque e la mostra divenne permanente. E quest’anno festeggia i 20 anni di vita.

La bambolina in avorio di Crepereia Tryphaena

La collezione segue un suo preciso iter: il piano terra è dedicato all’arte della Roma repubblicana più antica. Capolavori da manuale come il frammento di pittura dalla tomba dei Fabii di III secolo a.C., uno dei più antichi esempi di pittura tombale romana, e la statua del Togato Barberini, che raffigura un anziano patrizio con in mano le teste/ritratto dei suoi antenati secondo una pratica comune presso le nobili famiglie romane. Al piano terra, però, la protagonista assoluta è la giovane Crepereia Tryphaena, una fanciulla promessa sposa ma morta prima di sposarsi, che fu seppellita con la sua bambolina, in tutto e per tutto simile ad una barbie di oggi: una storia tristissima che a distanza di quasi 2000 anni non smette di commuovere e che anzi, colpì il poeta Giovanni Pascoli, che le dedicò una poesia, all’indomani della scoperta della sua sepoltura, nel 1889.

Il treno di Pio IX

Al piano terra, una sezione recentemente allestita, e un po’ avulsa dal resto, ospita il treno di Papa Pio IX, il papa che volle che la nuova tecnologia dei trasporti della metà dell’800, la ferrovia appunto, arrivasse anche nello Stato Pontificio. I vagoni esposti sono elegantissimi, portano il “marchio” di Pio IX. Il primo viaggio si svolse nel 1859 lungo la ferrovia Pio-latina fino a Ceprano, sul confine col regno Borbonico. Ma di lì a poco l’unificazione d’Italia decretò la fine dei viaggi di questo bel treno.

Centrale Montemartini, sala macchine

Il cuore dell’esposizione è la Sala Macchine, al primo piano dell’edificio. Se già al piano terra abbiamo qualche avvisaglia dei macchinari in ghisa che facevano funzionare la centrale, salendo le scale rimaniamo decisamente a bocca aperta. I macchinari, due grandi motori diesel, neri, imponenti, sono collocati da una parte e dall’altra della sala. Lungo il loro lato, tante teste e statue antiche in marmo bianco si dispongono come ad una sfilata: riconosciamo dei e dee, imperatori, tutte opere di arte romana che un tempo erano nel deposito dei Musei Capitolini e che infine hanno trovato una degna collocazione. L’effetto del contrasto tra il nero pesante dei macchinari e il bianco candido ed elegante dei volti antichi è incredibile e lascia a bocca aperta. L’allestimento gioca appunto sul contrasto tematico, su antico e moderno, su bellezza e forza, su bianco e nero, su eleganza e grazia contro potenza e rumore. L’effetto dirompente è davvero ben riuscito e non si può restare insensibili.

Statua di Dioniso Sardanapalo, Centrale Montemartini Sala MAcchine

 

 

 

 

In fondo alla stanza, invece, si dispongono le statue che decoravano il frontone del tempio di Apollo Sosiano, di età augustea. Le statue sono originali greci: secondo una prassi consolidata nella tarda età repubblicana e primoimperiale, dalla Grecia fluivano a Roma opere d’arte greche di artisti più o meno famosi. Se molte opere venivano acquistate da collezionisti privati, molte altre invece erano esposte al pubblico, come ornamento per la città. Il frontone del tempio di Apollo Sosiano risponde a questa logica.

La musa Polymnia

Una grande sala attigua ospita statue di età imperiale avanzata, provenienti dagli Horti, ovvero dai giardini di alcune grandi case di Roma. Tra le sculture, senza dubbio la Musa Polymnia, avvolta nel suo mantello, con la sua espressione assorta e senza tempo, è l’opera maggiore; ma anche la statua del satiro Marsia appeso per essere scuoiato vivo (perché secondo il mito aveva osato sfidare Apollo nella musica, uscendo sconfitto dalla disfida) è capace di scuotere l’animo in chi la guarda. Tra i monumenti funerari, l’edicola del giovane Sulpicio Massimo, che nel 94 d.C. aveva vinto il certamen (gara) di poesia con un poemetto sul mito di Fetonte che volò troppo vicino al Sole, commuove perché i suoi genitori riportarono il testo di tutto il componimento poetico, fieri del talento di quel giovane artista troppo presto stroncato dalla morte. Ancora, nella sala, il pavimento è occupato da mosaici a tema di caccia: in essi è rappresentato il padrone di casa a cavallo mentre assale un cinghiale e altre scene simili con altri animali, secondo un gusto che nel III-IV secolo d.C. andava piuttosto di moda.

Fanciulla seduta, Centrale Montemartini

Il Museo della Centrale Montemartini si trova lungo la via Ostiense, all’uscita della stazione metropolitana di Garbatella. Volendo, poi, è anche raggiungibile a piedi da Ostiense, che non dista poi molto da qui. Altri esempi di archeologia industriale, oltre alla centrale, come il gasometro, si notano alle sue spalle. Sono i segni tangibili di una città che è cresciuta, che vedeva qui agli inizi del Novecento il suo polo industriale il quale, piano piano, è stato assorbito dalla città in espansione. Oggi la via Ostiense che esce dalle mura Aureliane a Piramide e va in direzione di Ostia è una zona ancora in espansione, a carattere residenziale e sede dell’Università di RomaTre: frequentata dai giovani, è il segno di una città che cresce, che non si ferma, che amplia i suoi spazi e i suoi orizzonti.

Siviglia: cosa vedere in 2 giorni

Siviglia, la capitale dell’Andalusia, ricca di fascino e di sole, è una delle mete da non perdere in un viaggio in Spagna. Per conoscerla occorrerebbe passarci molto tempo, viverla nel quotidiano, magari prendere parte alle celebrazioni della Settimana Santa, tuttavia anche un veloce week-end o due giorni nel mezzo di un viaggio più lungo (come ho fatto io durante il mio viaggio nella Spagna del Sud) sono utili per darci un’idea della città e delle sue attrazioni principali, senza che necessariamente tutto si trasformi in un tour de force!

Ecco dunque alcune indicazioni utili e pratiche sui monumenti principali e sulle passeggiate più piacevoli alla scoperta di Siviglia:

  1. Plaza de España a Siviglia

    Plaza de España: se avete letto i miei post precedenti su Siviglia avrete capito che è il mio luogo preferito della città; questo grande spazio, una piazza con un canale nel mezzo, chiusa da palazzi porticati e aperta sul verdissimo Parque Maria Luisa è il posto adatto per una passeggiata di solo piacere. Realizzata per l’Esposizione Ibero-americana del 1929, celebra la Spagna attraverso la rappresentazione su azulejos delle sue città. Nella piazza, infatti, si trovano tante panchine quante sono le città e ognuna mostra un episodio storico, lo stemma e la carta geografica della regione. Il posto migliore in cui imparare la geografia spagnola. L’architettura e la concezione degli spazi strizzano l’occhio alla cultura araba che tante tracce ha lasciato in Andalusia, e ai caratteri tradizionali delle arti decorative, come gli azulejos artistici, appunto.

  2. Un patio del Real Alcazar

    Real Alcazar: il palazzo reale di Siviglia fu dapprima dimora dell’emiro arabo, poi passò ai Cristiani, che mantennero tracce molto evidenti dell’architettura araba creando uno stile particolare, il mudejar. Il Real Alcazar si compone di vari edifici giustapposti e collegati da giardini e patii. Alcuni sono più propriamente arabi e ricordano molti aspetti del Palacio di Nazaries dell’Alhambra di Granada, con archi tutti decorati con trame sottilissime, fontane e azulejos variopinti alle pareti: un incanto fermarsi ad ammirarli tutti; altre ali del complesso sono più recenti. Una di queste ali ospita un vero e proprio museo degli azulejos, nel quale si ripercorrono le forme, i colori, le decorazioni e i materiali di queste particolarissime piastrelle di arredamento, che in certi casi diventano davvero oggetti d’arte. Un grande giardino, sul retro, per quanto curato, con vialetti e aiuole, è simile ad un lussureggiante giardino dell’Eden.

  3. La Cattedrale: di fronte al Real Alcazar sorge la Cattedrale: visto che gli orari di apertura lo consentono, potete visitarli di seguito, dato che si trovano sulla stessa piazza. La cattedrale era, neanche a dirlo, l’antica moschea, così come il campanile, la Giralda, era l’alto minareto. Edificio imponente, gotico ed esorbitante, al suo interno custodisce alcuni capolavori come la pala d’altare in oro nella quale sono rappresentate le storie di Cristo, e come il monumento funerario di Cristoforo Colombo, che a Siviglia passò alcuni anni della sua vita. Il patio degli aranci è un ordinato luogo di pace che risente dell’influenza dei giardini arabi, ma la vera attrazione è la Giralda: non ha scalini, ma 34 piani di salita lungo un piano inclinato. Ogni piano ha finestre su tutti i lati, per cui man mano che si sale si vede la città e il tetto e le guglie della cattedrale, sino ad arrivare in cima, dove la vista spazia a 360° su Siviglia.
  4. Una delle sale arabe del Real Alcazar

    Lungo il Guadalquivir: una passeggiata lungo il fiume di Siviglia può essere molto piacevole. Si può iniziare dalla Torre de Oro, che fu una torre di controllo militare fin dall’età araba, quindi passare sull’argine opposto dove inizia il quartiere di Triana, con i suoi bar e ristorantini lungo il fiume, con vista sul panorama della città, e dove si trova il mercato coperto. Questa è anche una buona zona per cenare, mentre sconsiglio vivamente di mangiare in zona cattedrale: troppi locali di dubbio gusto e dubbia qualità hanno snaturato totalmente la piazza. Viene il malumore a mangiare in uno di essi.

  5. Bere una caña: la caña è una birra piccola, e in Spagna è l’aperitivo migliore che si possa fare, perché toglie la sete e mette allegria! A Siviglia abbiamo individuato due posti dove poterla prendere senza pentimenti: a Triana in uno dei bar lungo il fiume, con vista sulla città, e in centro, nella piazza della chiesa di San Salvador dove la Antigua Bodeguita serve la caña accompagnandola con le olive più grosse che la storia ricordi. Roba da ubriacarsi solo per mangiare le olive!
  6. Il panorama di Siviglia dalla sommità della Giralda

    Il flamenco a La Carboneria: non potete andar via da Siviglia senza essere stati a La Carboneria. Un locale al quale da fuori non dareste due lire, molto bohemien e volutamente dimesso, offre tutte le sere spettacoli di flamenco al pubblico. Fuori c’è anche un piccolo giardino dove ingannare l’attesa prima dello spettacolino. Si tratta di esibizioni molto intime, come se la ballerina, il cantante e il chitarrista si esibissero per se stessi e non per un pubblico. Si ha anzi quasi la sensazione di assistere a qualcosa di unico e autentico. E una giornata a Siviglia non potrebbe concludersi meglio.

Fotografare in viaggio: smartphone o fotocamera?

Il fotografo, Steve McCurry, Humanity

Fotografare è un’azione imprescindibile per ciascuno di noi. Fissare l’immagine, le immagini, di ciò che vediamo , è diventato in certi casi quasi più importante che vedere le cose stesse. Me ne rendo conto a lavoro in museo, quando osservo sconsolata schiere di bambini che passano e scattano foto agli oggetti quasi a caso, senza guardarli con gli occhi. E gli adulti non sono da meno. È paradossale, lo so, ma in certi casi abusiamo della fotografia. Eppure non è stato sempre così.

Nel mondo del blogging, del quale faccio parte da tanti anni, la fotografia gioca un ruolo fondamentale. Puoi essere anche il miglior narratore e descrittore di paradisi naturali e culturali, ma senza immagini, nel mondo fluido e dinamico del web 2.0 nessuno ti leggerà. L’abbiamo imparato a nostre spese in anni di esperienza, e siamo giunti tutti alla conclusione che i testi sono importanti, sì, ma il corredo fotografico è essenziale. Esistono proprio dei photoblog di viaggio, che sono la sintesi perfetta di questa strada. Per tutti gli altri invece il post è l’esatto equilibrio tra media, quindi immagini o video, e testo. Ci sono alcuni, ahimè, che a scapito della grammatica, orrore, privilegiano le immagini, pubblicando testi vuoti e sintatticamente scorretti. Non potete capire la desolazione quando mi imbatto in uno di essi.

Ma non voglio criticare i blogger che non sanno scrivere in italiano corretto. Ci pensa la rete, ovvero i lettori, che non sono stupidi, a decidere le loro sorti. Io invece volevo parlare di fotografia applicata ai viaggi. Anni fa pubblicai tre post dedicati alla fotografia di paesaggio, basandomi su una guida della National Geographic (che non è proprio una sprovveduta) che mi ero procurata e che continua ad essere per me fonte di ispirazione. Li ripropongo qui, perché possono sempre essere utili:

National Geographic, Guida completa alla fotografia di paesaggio

Come si fotografa un paesaggio 1

Come si fotografa un paesaggio 2

la mirrorless, lo smartphone, la bussola che fa sempre comodo e… scova il saggio intruso!

Fotografare non è importante solo per i blogger, ma naturalmente per tutti. Tutti noi amiamo le foto ricordo, che siano cartoline dei luoghi che visitiamo, o che siano foto di gruppo o selfie (parola nuova per indicare una pratica decisamente vecchia). Ed è interessante ripercorrere le varie tappe del percorso che ci ha portato fino ad oggi. Parlo qui di fotografi amatoriali, non di professionisti, naturalmente, i quali non hanno certo bisogno di questo post per capire qual è il mezzo fotografico che più si confa alle loro esigenze. Voglio raccontare, piuttosto, la mia esperienza da amatrice, da persona che, non sapendo disegnare, può solo usare le parole, e le fotografie, per descrivere ciò che vede.

C’era una volta…

In principio era il dagherrotipo. Scherzo, senza andare troppo indietro nel tempo, e andare a parlare di foto al collodio e camera oscura, mi basterà citare alcuni autori fondamentali della fotografia del Novecento: Lewis Hine, fotografo impegnato nel sociale nella New York degli anni ’20, Robert Capa, reporter  di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale, Robert Doisneau, che raccontò Parigi attraverso il suo obiettivo, autore del celebre Bacio a suggello della fine della Seconda Guerra Mondiale, nonché autore di alcune tra le più celeberrime foto di tutti i tempi, e ancora Steve McCurry, fotografo del National Geographic, che ha raccontato l’uomo nel mondo e la Regione Umbria con il progetto Sensational Umbria, e Sebastião Salgado, che nei suoi reportages ha cercato il rapporto dell’uomo con la natura, un rapporto spesso interrotto, spesso sovrastato, ma tante volte armonico. Sono autori di reportage, artisti nel loro campo. Le loro tecniche e i loro trucchi non sempre sono svelati e spesso i loro dietro-le-quinte ci possono deludere (tante foto di guerra di Robert Capa sono messe in posa, per esempio, così come il famoso Bacio di Doisneau, che è ricreato ad arte, o gli scatti di McCurry): ma il fotografo è un artista che vede un’immagine anche dentro la sua testa, e cerca così di riproporla, capace di aspettare ore che la situazione si presenti da sola, oppure chiedendo di ricrearla a comparse trovate sul posto.

E dopo cotanti personaggi, veniamo a me.

Quando feci l’interrail, un mese attraverso l’Europa, nell’ormai lontano 2003, avevo a disposizione una macchinetta fotografica col rullino. In quel viaggio, che pure durò tanto e toccò varie capitali europee e luoghi incredibili, scattai soltanto 3 rullini. All’epoca ogni singola foto aveva un valore, e soprattutto non c’era la possibilità di verificare subito se fosse venuta bene o no. Io personalmente avevo l’incubo di cambiare il rotolino perché temevo di bruciarlo…

Una pagina del mio diario cartaceo dell’interrail del 2003 (non esistevano ancora i blog!) ad Amsterdam: una delle foto è mezza bruciata perché era l’ultima del rullino! (PS: io sono quella con la maglietta rossa)

Breve storia della recentissima fotografia 

Flatiron

Il Flatiron Building, foto scattata con fotocamera nikon compatta

In questi anni sono cambiate tantissime cose in campo fotografico. Innanzitutto sono arrivate le fotocamere digitali, che hanno permesso di vedere in tempo reale la qualità di ogni singolo scatto ed hanno aumentato a dismisura le possibilità di fare foto perché, non dovendo svilupparle, e quindi pagare, potenzialmente se ne possono scattare e immagazzinare centinaia. Sono iniziate così quelle serate tediosissime in cui ci si piazzava davanti ad un pc e mentre il viaggiatore di turno illustrava una per una ogni singola foto, gli altri accanto uno dopo l’altro sbadigliavano, andavano e venivano dal bagno, simulavano un malore o la telefonata della prozia d’America. Il migliore fu un amico che all’ennesima foto lungo la Fifth Avenue disse “Bene, ora unn’importa anda’ più a New York: la s’è già bell’e vista tutta!

Il passaggio successivo è stato l’approdo della fotocamera sul telefonino, che nel frattempo diventava smartphone: una fotocamera che modello dopo modello è diventata talmente competitiva da poter sostituire tranquillamente le fotocamere digitali, per lo meno quelle compattine da fotoamatori. L’avvento della fotocamera sullo smartphone è andato di pari passo con una sempre maggiore immersione nei social, al punto che è diventato fondamentale (per molti anche un lavoro) condividere le immagini in tempo reale. Ecco che allora lo smartphone è diventato il mezzo più usato da blogger e social media addicted per condividere immagini all’istante: vedi un tramonto? Devi condividerlo subito, non domattina! Sei a un evento? Devi documentarlo subito, non puoi aspettare. La necessità della velocità è stata ed è una validissima alleata degli smartphone in campo fotografico.

Galleria Sciarra a Roma. Foto scattata con Canon Eos M10 e ritoccata con app snapseed

Ma le fotocamere potevano accettare di farsi mettere da parte? Assolutamente no!

In principio fu la Samsung, già stimata casa produttrice di smartphone, la concorrente più acerrima degli I-phone, a lanciare sul mercato la Samsung Galaxy Camera, che consentiva di scattare foto e di pubblicarle direttamente sui social se collegata a rete wifi. La provai, ormai anni fa, nel corso di un instameet per le strade di Firenze.

Poi le altre case si sono adeguate e così sia Canon che Nikon, che altre case produttrici, hanno cominciato a produrre le loro fotocamere in modo da poter condividere gli scatti sui social. Come? Creando esse stesse un campowi-fi al quale collegare il proprio smartphone. Attraverso l’app della fotocamera installata sullo smartphone è possibile scaricare le foto, eventualmente sistemarle con le app di fotoritocco, e pubblicarle subito sui social. Non è meraviglioso? ❤

In tutto questo i fotografi, quelli veri, continuano ad usare le fotocamere reflex, professionali, e ad usare gli obiettivi che ritengono più opportuni per i loro scatti: grandangolo, macro, 18-55 e chi più ne ha più ne metta. Ogni fotografo ha la sua cifra stilistica e il suo progetto da perseguire. I reportages dei fotografi professionisti sono una cosa che un blogger che scatta in funzione di ciò che pubblicherà si può solo sognare. Soprattutto, i fotografi professionisti non hanno l’ansia da pubblicazione-sui-social-immantinente. Va detto che, in alcuni campi, molti blogger sono diventati dei veri professionisti della fotografia: nel mondo dei foodblog, per esempio, saper scattare ottime foto è fondamentale (Alice, per esempio, ci riesce piuttosto bene). Accanto alle reflex, ultimamente, si sta imponendo un nuovo modello di fotocamera, un anello di congiunzione, se vogliamo, tra la compatta e la reflex: è la mirrorless. Ne parlo tra poco.

La mia esperienza

Negli anni ho cambiato spesso il dispositivo con cui fare fotografie nel corso dei miei viaggi e condividerle qui sul blog e sui social. I primi anni usavo una fotocamera compatta, senza troppe pretese (lo ammetto: non sono una grande appassionata di tecnica fotografica, per quanto mi piacciano le belle fotografie); poi, quando la fotocamera del mio smartphone ha superato la qualità della mia ormai vetusta compattina, sono passata allo smartphone: il viaggio nella Spagna del Sud del 2016 l’ho documentato solo con lo smartphone, e devo ammettere che se da un lato mi è dispiaciuto non poter usare nulla di più sofisticato, dall’altro devo dire che non ho niente da rimproverare alla qualità delle mie foto.

Eppure, dovevo fare il salto…

Palazzo Vecchio, appartamenti di Eleonora da Toledo, soffitto con Penelope che tesse. Foto scattata con canon Eos M10 non ritoccata

L’estate scorsa ho colto al volo l’occasione offerta dagli Instagramers di Firenze di provare gratuitamente una fotocamera Canon all’interno di Palazzo Vecchio. Allora ho voluto provare qualcosa di più di una semplice compattina, ma non impegnativa come una reflex (per la quale nutro un timore reverenziale e che non sarei capace a usare). Così mi è stata proposta una mirrorless: la Canon Eos M10. Mirrorless è ogni fotocamera priva di mirino e, quindi, di specchio. Ciò che si fotografa appare nello schermo (che può essere touchscreen) e non viene mediato dal mirino che contraddistingue le reflex. Diciamo pure che il modo per capire, ad impronta, se qualcuno ha una reflex o una mirrorless sta nel notare se ha il mirino oppure no. (in questo interessante post si spiega cos’ha di buono la mirrorless e perché non ha niente da invidiare alle reflex)

A Palazzo Vecchio mi divertii un sacco, scattai foto di una bellezza, di una morbidezza, di una lucentezza che con lo smartphone mi sognavo. In più avevo notato, da qualche tempo, che i blogger ormai usano tutti o quasi una fotocamera seria, possibilmente reflex, comunque qualcosa di più del semplice telefono: i blogger puntano ad una migliore qualità delle foto, altro che immediatezza della condivisione in tempo reale.

Una rosa con lo sfondo di Firenze, Giardino delle rose di Firenze. Foto scattata con Canon EosM10, non ritoccata

Alla fine mi sono convinta anch’io. Ho deciso che avrei comprato proprio quel modello di mirrorless dotato di wi-fi che avevo provato a Palazzo Vecchio. Pochissimi mesi fa ho fatto l’acquisto, e sono soddisfattissima. Continuo a scattare foto con lo smartphone, per carità. Ma la bellezza delle luci e dei colori della mirrorless è impareggiabile. Inoltre, grazie al wi-fi e alla possibilità di passare sullo smartphone le fotografie per poterle condividere, io ritocco, quella che più, quella che meno, alcune delle foto prima della condivisione: uso l’app Snapseed, che è davvero notevole per le modifiche che consente di fare. Snapseed è per me il corrispettivo di photoshop per pc. Ritoccare le foto non è un delitto, praticamente tutti i fotografi lo fanno, mentirebbe chi vi dicesse il contrario. Dunque anch’io nel mio piccolo ritocco, e reinterpreto, le mie fotografie.

Questa è la mia storia: nell’ultimo periodo sono passata dalla fotografia selvaggia con lo smartphone a quella con la fotocamera mirrorless. In questo momento mi ritengo molto soddisfatta della mia evoluzione. I risultati li potete constatare voi stessi, nelle fotografie che pubblico qui a corredo dei post e sulla pagina facebook di Maraina in viaggio.

Ma adesso voglio sapere il vostro parere: come documentate i vostri viaggi? smartphone, mirrorless, compattina o reflex?

Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

Il borgo di Morano Calabro visto dal castello

La montagna calabrese accoglie piccoli borghi che sono veri e propri gioielli di storia e di tradizione. Erroneamente ho detto montagna calabrese: il Pollino e la Sila sono due catene montuose ben distinte e con caratteristiche totalmente differenti: montagne alte e aguzze il Pollino, un grande altopiano la Sila.

Il Pollino si incontra tra la Basilicata e le porte della Calabria. Le sue cime superano i 2000 m; è sede di un parco nazionale. Le sue cime sono innevate per gran parte dell’anno; ospita tantissimi boschi mentre alle pendici pascolano greggi di mucche e pecore: l’attività pastorizia in queste terre è ancora molto praticata, tant’è che Campotenese, qui in zona, è rinomata per la sua produzione di mozzarelle.

Lungo l’autostrada che ridiscende la punta dello Stivale incontriamo, nel Massiccio del Pollino, l’uscita di Morano Calabro. È questo il primo borgo che andiamo a visitare.

Morano Calabro

Un borgo medievale abbarbicato alla sua altura, dominata da un castello. Morano Calabro ha da sempre vocazione di controllo del territorio lungo percorsi di valico battuti da sempre, fin dai tempi dei Romani e forse prima ancora. Il castello avrebbe addirittura origini romane, ma è in epoca normanno-sveva che assume una certa importanza, proprio per la sua posizione: il perché si capisce affacciandosi dal castello: il panorama corre a 360° sul territorio per km e km, lo sguardo spazia sulle montagne del Pollino e sulla vallata ai nostri piedi.

Il castello di Morano Calabro

Il castello si conserva in buona parte, anche se ne ha passate tante, come si suol dire: ampliato nel XIII secolo, il periodo angioino, poi ingrandito ancora tra il 1515 e il 1546 nel periodo aragonese, quando aveva pianta rettangolare e sei torri cilindriche; nel 1806 il castello fu bombardato dai Francesi, ma i maggiori danni li fecero i proprietari che nel corso dell’800 lo spoliarono in alcune parti.

Oggi il castello è stato recuperato, soprattutto da quando nel 2003 Morano è entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia, e ospita eventi e manifestazioni culturali. Parte del borgo è stata trasformata in albergo diffuso e museo naturalistico. Il museo in particolare, molto didattico, adatto alle scolaresche, racconta la fauna, la flora, la mineralogia, il territorio, con una sezione dedicata agli insetti e una dedicata agli uccelli. Nel borgo alcune case sono state riattate ad appartamenti arredati in stile. Tutto ciò è opera de Il Nibbio, che gestisce tutto, per favorire la conoscenza e la crescita di questa fetta di territorio montano calabrese.

San Giovanni in Fiore

L’Arco normanno a San Giovanni in Fiore

Se Morano Calabro è un centro che nella storia rivestì un ruolo politico e militare, tutt’altra vicenda è quella di San Giovanni in Fiore, la cui esistenza è invece intimamente legata alla Chiesa.

San Giovanni in Fiore sorge nel cuore della Sila, lungo la Superstrada che collega la Calabria da parte a parte, da Paola sul Tirreno a Crotone sullo Ionio. Si trova praticamente nel mezzo, e oggi è raggiungibile piuttosto agevolmente. Ma nel Medioevo queste terre erano impervie e pressoché disabitate. Proprio in queste terre, però, l’eremita e teologo Gioacchino da Fiore costituì un’abbazia, che crebbe in importanza tanto quanto il santo che lo costituì: Gioacchino da Fiore viene infatti ricordato da Dante nel Paradiso, perché grande era stata la sua rilevanza nella Chiesa medievale. La costituzione dell’Abbazia, che risale al 1215, è un modo per consentire il popolamento di queste terre. Infatti intorno ad essa sorge il borgo medievale, e San Giovanni in Fiore diventerà da qui in avanti l’abitato più grande e fiorente della Sila.

uno sguardo medievale

L’abbazia, romanica, è piuttosto spoglia. Soltanto l’altare maggiore, dorato e barocco, è una concessione alle decorazioni, così come i sedili del coro retrostante, scolpiti nel legno a profilo di grifone. Per il resto, invece, c’è solo nuda pietra intorno a noi, fin nella cripta sottostante. L’abbazia affaccia su una piccolissima piazzetta; la chiesa sembra piccola, ma in realtà il complesso abbaziale è piuttosto grande. Gli si può girare intorno e, sul retro, troviamo il museo della Sila, un museo etnografico che racconta l’artigianato, la vita di montagna, l’allevamento e le attività tradizionali delle gente di questa montagna calabrese. Nel resto del borgo invece si annidano gli artigiani: orafi, ceramisti, produttori di tappeti e di scialli.

Passeggiando per il borgo si incontra ancora qualche traccia viva del passato medievale: l’Arco Normanno e la piccola testa di pietra che è lì, fissa, da quasi mille anni, a controllare chiunque passi di qui. Uno sguardo che sembra vuoto. Ma invece è prepotentemente espressivo.

L’ingresso della chiesa romanica di San Giovanni in Fiore

 

Due borghi per due montagne, due storie totalmente differenti. Morano Calabro e San Giovanni in Fiore non hanno poi così tanti punti in comune: l’uno è un borgo che sorge intorno ad un castello; l’altro sorge intorno ad un monastero. Sono i due volti diversi del popolamento dell’età medievale. Morano si abbarbica alla sua montagna, San Giovanni in Fiore si dispone con grazia accanto al monastero su un pianoro per nulla scosceso. San Giovanni in Fiore fa parte dell’Itinerario dello Spirito, che attraversa la Sila sulle tracce dei santi: Gioacchino da Fiore, per l’appunto, e San Francesco di Paola, arrivando a lambire Cosenza.

Il bello dei borghi antichi è proprio questo: ognuno ha la sua particolarissima storia, il suo personalissimo bagaglio di racconti e di monumenti. È bello scoprirli, abbandonarsi alla curiosità. Impariamo così nuove storie e anche un piccolo paese, niente più che un puntino sulla mappa geografica, diventa un luogo magico capace di incantarci.

Vinci, le Colline di Leonardo e il Montalbano

Un piccolo borgo immerso nelle colline toscane. Un borgo tra i tanti, si potrebbe dire; eppure, un borgo importantissimo per la storia non solo della Toscana, ma dell’arte del mondo intero: a Vinci, infatti, nacque Leonardo. Leonardo da Vinci, per l’appunto.

Glicine in fiore a Vinci

Bizzarra la vita di Leonardo. Nacque in questo borgo in campagna, figlio illegittimo di un nobile che conduceva affari a Firenze e della servetta di turno. Il bambino nacque, il nobile lo riconobbe come suo, tuttavia non poté farlo crescere come se fosse un figlio legittimo, pertanto lo lasciò in campagna con la madre, nei primi anni della sua esistenza, pur assicurandogli il necessario per vivere, per crescere e per istruirsi.

Se facciamo un giro per le terre del Montalbano, l’area in cui sorge Vinci, ci possiamo rendere conto del perché Leonardo amasse tanto la natura e ne fosse un acutissimo osservatore. Tutto ciò che egli apprese, infatti, lo vedeva costantemente intorno a sé: nella nebbia mattutina che avvolge i boschi, nel fogliame, nei colori delle foglie e della terra. Poi, quando da adolescente, fu portato a Firenze e andò a bottega dal Maestro Andrea Verrocchio, mise in pratica ciò che le sue terre gli avevano insegnato. Fino a diventare il genio che tutti noi conosciamo.

Vinci è un tranquillissimo borgo immerso nel verde. Le colline circostanti sono coltivate a oliveti e vigne: si tratta dell’Olio e del Chianti del Montalbano, le produzioni agricole caratteristiche di questi territori. La zona da sempre ha vocazione vinicola: basti pensare che nel 1616 Cosimo III Medici fissò per la prima volta le indicazioni geografiche tipiche per le produzioni del Chianti e del vino di Carmignano, che si produce nella vallata attigua a quella di Vinci. Vinci si trova infatti a metà strada, potremmo dire, tra la piana di Prato e Pistoia e quella di Empoli. Infatti si raggiunge sia dal fronte di Empoli-Montelupo (via Fi-Pi-Li) che da Poggio a Caiano-Carmignano lungo una bellissima via che risale la collina fino a Pietramarina e ridiscende attraversando boschi e vigneti.

L’uomo di Vinci rappresenta in 3d l’Uomo Vitruviano disegnato da Leonardo

Il borgo di Vinci è il classico piccolo borgo medievale toscano: sorge su un poggio, è cinto da mura, al suo interno si trovano la chiesa, il castello e le case in pietra. Qualche intervento moderno c’è: la Piazza dei Guidi, ad esempio, è stata risistemata niente meno che dall’artista Mimmo Paladino, che ha creato superfici inclinate, discontinue, decorate qua e là con simboli e illuminata a led: i bambini ci giocano ed è un incanto vedere come la piazza contemporanea si sia integrata nel contesto medievale.

La vera attrattiva di Vinci è però il Museo Leonardiano, che è allestito nel Castello dei Conti Guidi e nella Palazzina Uzielli, antistante la piazza di Mimmo Paladino.

Il Museo Leonardiano, neanche a dirlo, è l’omaggio che Vinci ha reso al suo più celebre concittadino. In esso sono esposte, spiegate e raccontate le macchine create da Leonardo, le opere di architettura che egli realizzò e progettò, gli studi sulle acque, sul volo, sul movimento (la prima idea di una bicicletta indovinate di chi è?): il percorso museale, che si sviluppa nelle due sedi del Castello e della Palazzina è un viaggio che non smette di stupire, interattivo e affascinante. Non si può non rimanere ammirati davanti a cotanta manifestazione di ingegno! Leonardo studiava, sperimentava, scriveva e disegnava, provava e riprovava. Un vero scienziato a 360°, un ingegnere e un inventore, un artista che non ha lasciato intentata nessuna via dell’intelletto, ma le ha provate tutte, e in tutte è stato eccellente, tanto che è difficile persino definirlo: artista? Troppo poco, solo settoriale; ingegnere? Anche questa definizione è parziale; e infatti viene definito genio, senza se e senza ma, e questa definizione mette tutti d’accordo.

Una delle sale del Museo Leonardiano. Credits: Wikipedia

Sulla piazza del Castello dei Conti Guidi si trova la grande riproposizione in 3D dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: la scultura, L’Uomo di Vinci, è stata realizzata dall’artista Mario Ceroli nel 1987 ed è posta sulla terrazza che affaccia sul panorama, per ricordarci ancora una volta il profondo legame che Leonardo aveva col suo territorio di origine. Passeggiando nel borgo in questa stagione il glicine la fa da padrone: e anche ammirando queste manifestazioni di bellezza possiamo capire come facesse Leonardo ad essere così ben ispirato.

La vista panoramica da San Baronto, terrazza del Montalbano

Proseguendo lungo le colline del Montalbano, che oggi sono chiamate Colline di Leonardo, la strada sale e scende per boschi e tornanti, tra alberi in fiore e viste mozzafiato sulla vallata. Lungo il percorso non si incontrano molti centri abitati. San Baronto merita una sosta. È una vera terrazza panoramica, e segna il punto lungo la via in cui si scollina per scendere nella valle di Pistoia e Prato. Sorge sul luogo di un antico convento e ha mantenuto nei secoli le caratteristiche dell’ospitalità: così oggi è una stazione turistica nel verde e nella quiete, e anche solo una sosta per una merenda vale la pena di farla, con i brigidini prodotti nella vicina Lamporecchio, o con la schiacciata farcita e un bicchiere di vino del Montalbano.