La Certosa di Padula

Il Vallo di Diano è una regione, tra Campania e Lucania, ricca di suggestioni naturalistiche e culturali. A differenza di altre subregioni della stessa Campania, come ad esempio il Cilento, è ancora poco nota al grande turismo. Forse è proprio questa la sua bellezza. Tra tutto ciò che il Vallo di Diano offre, la Certosa di San Lorenzo a Padula è senz’altro il capolavoro dei capolavori, ciò per cui vale davvero la pena di abbandonare l’Autostrada del Mediterraneo, la Salerno-Reggio Calabria, e di fare un salto indietro nel tempo.

La sua fondazione risale agli inizi del Trecento per volere del signore locale, marchese Marcello Sanseverino. Era realizzata in modo tale da avere al livello inferiore gli ambienti di servizio e al piano superiore i luoghi dei monaci, sia della vita in comune (cenobitica) che per la meditazione eremitica. Era già immensa all’epoca e fu la prima ad essere costruita nel Regno di Napoli. Nel corso dei secoli subì numerosi rimaneggiamenti che hanno stravolto completamente il complesso originario: dal Seicento in avanti infatti numerosi interventi sono stati volti dapprima ad abbellirla e arricchirla di spazi, arredi e opere d’arte; nell’800 ebbe invece alterne fortune, a partire da una prima soppressione dell’Ordine religioso da parte dei Francesi e poi definitivamente col Regno d’Italia. Infine, un capitolo doloroso della nostra storia recente la riguarda: durante la II Guerra Mondiale fu utilizzata come campo di concentramento. Da luogo di pace, Dio e spiritualità a luogo di orrore e morte in poche semplici mosse.

Vista panoramica della Certosa di Padula

Certosa di Padula: la chiesa

L’ingresso monumentale del complesso della Certosa immette in un grande cortile. Sul fondo si staglia la facciata della Certosa vera e propria. Il percorso di visita immette da subito in un chiostro, il chiostro della Foresteria, sul quale affacciano alcune sale e dal quale si accede al piano superiore, porticato, con le lunette affrescate con paesaggi variegati: non fa parte del percorso, per cui ci accontentiamo di vederle da giù. Sul chiostro affacciano alcune stanze e da qui inizia il percorso attraverso la chiesa nelle quali i frati si riunivano in preghiera. La chiesa, divisa in due parti, è eccezionalmente ricca. Vi si accede tramite un portale ligneo del Trecento, scolpito con le storie di Sal Lorenzo. Nella prima parte, la più distante dall’altare, trovano posto i sedili lignei del coro cinquecentesco: tutti in legno intarsiato, ognuno diverso dall’altro, un capolavoro di artigianato artistico che a me personalmente affascina tantissimo.

Certosa di Padula, la zona del coro

La seconda parte della cappella, cui si arriva passando per altre piccole stanze e cappelline laterali, è dominata dall’altare e dagli affreschi alle pareti tra i quali si riconosce il martirio di San Lorenzo, cui è dedicata la Certosa. Stucchi e dorature la fanno da padroni: siamo nel Barocco più puro, settecentesco, che qui come a Napoli dà esiti incredibili.

Certosa di Padula, l’altare maggiore della chiesa

Certosa di Padula, il Chiostro dei Morti

Proseguendo oltre, attraverso altre sale e cappelle, ci si affaccia sul Chiostro dei Morti, che a me ricorda tanto un qualche giardino siciliano arabeggiante: sarà la palma (seccata) e la cupoletta che si sporge, ma mi sembra quasi di essere in Sicilia. Il riferimento ai morti probabilmente parla di un antico cimitero posto qui, probabilmente da riferirsi ai più antichi monaci che risiedevano nella Certosa. Sul chiostro si affaccia la tomba del Fondatore, ovvero di Marcello Sanseverino, il benefattore al cui impulso si deve la costruzione della Certosa.

Proseguendo, arriviamo al Refettorio e alla cucina. Ecco, la cucina è splendida: l’ambiente, piuttosto grande è coperto da una volta a botte.

Il protagonista della stanza è un grandissimo camino con piano di lavoro e cottura, mentre sul lato di fondo è affrescata una scena di deposizione dalla croce. Lungo le pareti corrono fino ad una certa altezza piastrelle in maiolica gialla e verde, mentre in una vetrina sono sistemati piatti e contenitori in ceramica medievale e cinquecentesca, di fabbricazione e provenienza varia, persino dalla Liguria.

Certosa di Padula, la cucina

Fuori dalla cucina un piccolissimo cortiletto di servizio nel quale ospita il lavatoio. Infine si trovavano le cantine per la produzione e conservazione del vino. I monaci non si facevano mancare niente!

Proseguendo, il Chiostro Grande è un’amplissima passeggiata porticata sui quattro lati sui quali affacciavano le celle dei monaci: alcune sono visitabili, e davano su un piccolo cortile/giardino esterno. Il chiostro, così perfettamente geometrico, scandito da 84 pilastri, si riferisce ad un modello piuttosto celebre: il chiostro di Santa Maria degli Angeli a Roma (oggi parte del percorso di visita del Museo delle Terme di Diocleziano) progettato da Michelangelo.

Infine, si giunge allo Scalone monumentale, che non ha alcuna funzione pratica (e infatti non ci si può salire), ma rappresenta simbolicamente la scala del paradiso e che è un capolavoro di architettura barocca realizzato da Gaetano Barba.

Certosa di Padula, il Chiostro Grande con vista sul borgo di Padula

Fin qui abbiamo esplorato la Certosa in quanto monumento. Ma la Certosa ospita anche il Museo Archeologico della Lucania Occidentale e il Lapidario annesso: dedicato alla storia più antica del territorio, accoglie i corredi funerari delle necropoli preromane di Padula e di Sala Consilina. Ne ho parlato più diffusamente qui.

Alla Certosa era annesso un grande parco. Di fatto il perimetro del complesso è davvero molto ampio, come si può osservare molto bene da Padula, il borgo medievale arroccato sulla montagna retrostante in posizione panoramica sulla vallata. La Certosa, invece, sorge in valle, nei pressi dell’antico tracciato della via Popilia, la via romana che arrivava in Lucania. Fulcro religioso, economico e sociale nel Vallo di Diano, ancora oggi domina e caratterizza il territorio. Un monumento imperdibile.

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Tour sentimentale del Golfo Dianese – 3) Diano Marina

Diano Marina è la vera cittadina del Golfo Dianese. Per chi ne arriva da San Bartolomeo al mare, superata la foce del torrente San Pietro, si ritrova su una vera esplanade, così come ho visto in Australia le grandi passeggiate a mare con giardinetti e aiuole. Da un lato della via Aurelia, dunque, direttamente il mare, dall’altra le case e la chiesa di Sant’Antonio Abate.

Diano Marina è vissuta tutto l’anno dai suoi abitanti. Non è un dato scontato: a Diano Marina c’è sempre vita, sia d’estate che d’inverno, i negozi e i ristoranti sono sempre aperti, non conoscono stagionalità. Forse di tutto è questa la cosa che mi piace di più di Diano.

Davvero piacevole passeggiare, in ogni stagione, nel suo centro: via Nizza e via Genova, vie pedonali e ricche di negozi e locali, hanno sempre un’atmosfera rilassata e leggera; viene voglia di guardare le vetrine, di fermarsi per un caffè o un aperitivo in qualunque circostanza. Il vero cuore di Diano Marina in effetti si trova tutto qui: la chiesa di Sant’Antonio Abate, via Nizza subito alle spalle, la piazza del Comune, poco più in su, e l’altra strada di negozi e di locali, via Roma.

Il panorama del Golfo Dianese dal Poggio dei Gorleri: in fondo si vede Cervo, San Bartolomeo al mare nel mezzo e Diano Marina in primo piano

Diano Marina non ha un centro storico. Il nucleo più antico della zona in effetti è un altro comune, nell’entroterra, Diano Castello, che dalla sua posizione dominante, in altura, vigila su tutto il Golfo Dianese e sugli altri piccolissimi borghi che costellano le colline coltivate a olivi, retrostanti Diano Marina. L’entroterra di Diano si stende parecchio nell’interno fino a scollinare, a Est, verso Imperia. Da lassù, il Poggio dei Gorleri, si gode della vista su entrambi i golfi, Dianesi e di Imperia. Ma la vista del Golfo Dianese è impagabile.

L’infiorata del Corpus Domini a Diano Marina (credits: instagram @comunedianomarina)

Diano Marina, invece, è una sottile striscia di abitato che solo in anni recenti si è espansa oltre la linea della vecchia ferrovia (ormai in disuso, con buona pace degli abitanti, in favore di una linea realizzata più a monte, ma che ancora va collegata per bene al centro). Tuttavia non mancano tracce di un passato antico: la piccolissima chiesa dei SS. Nazario e Celso, confinata tra il torrente San Pietro e la ferrovia, risale all’età paleocristiana, poi ampliata nel medioevo. Accanto ad essa si trovava un cimitero, che è stato indagato archeologicamente per anni (ci lavoravo anch’io, ormai 10 anni fa).

La chiesa di Sant’Antonio Abate, invece, risale al Seicento, ed è la chiesa madre, amata dai dianesi. Per la festa di Sant’Antonio, ma anche e soprattutto per la Madonna del Carmine, Diano festeggia con i fuochi d’artificio: un appuntamento che d’estate non può mancare, sennò si urla allo scandalo. L’altra festa molto sentita è quella del Corpus Domini. In quest’occasione i Dianesi danno grande prova di devozione realizzando un bellissimo e colorato tappeto di fiori che si snoda per le vie del centro cittadino dalla chiesa fino al palazzo comunale. L’Infiorata richiama sempre tantissima gente, anche da altri paesi dei dintorni, nonostante si tratti di una manifestazione che si svolge in molti comuni della Liguria (Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori ha fatto uno splendido reportage a tal proposito).

La vista dal Museo Civico archeologico di Diano (credits: instagram @museodiano)

Tornando di nuovo al passato, il Museo Civico Archeologico allestito a Palazzo del Parco (una bella palazzina rossa circondata da giardini dalla cui finestra si vede il mare) racconta la storia più antica del Golfo Dianese, dalla preistoria all’età tardoromana, passando dal relitto romano rinvenuto al largo di Diano alla fine degli anni ’70 che trasportava dolia, grandi contenitori per derrate alimentari che oggi sono esposti parte, con immenso orgoglio, nel Palazzo del Comune di Diano e parte nel nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia.

Il museo Civico di Diano ha anche una bella e curiosa sezione risorgimentale: sì, perché era di Diano Marina uno degli eroi dell’impresa dei Mille, Andrea Rossi. A lui infatti è dedicata questa sezione del museo e a lui (e alla sua famiglia) appartennero tutti i cimeli oggi esposti.

Surfisti sfidano le onde nelle acque di Diano Marina

A Diano ci si va sempre volentieri: il martedì, giorno di mercato, si fanno grandissimi affari. Una passeggiata sul mare, dal porticciolo fino in fondo, in regione Sant’Anna, ci fa respirare quel salmastro che dà energia. In mare in qualunque stagione surfisti e velisti sfidano le onde. Arrivati a Sant’Anna inizia Capo Berta, il lungo tratto di promontorio che separa il Golfo Dianese dal Golfo di Oneglia. Un percorso in auto, lungo la via Aurelia, consente di arrivare velocemente a Imperia. Ma se volete fare una lunghissima passeggiata, o una bella pedalata, potete passare, più in basso, sull’Incompiuta, una strada chiamata così da Imperiesi e Dianesi perché, pur essendo stata realizzata per essere un’alternativa alla via Aurelia, in realtà non è mai stata resa praticabile alle auto. Meglio così, per quanto mi riguarda: ci si gode per lungo tratto la bellezza delle onde che si infrangono sugli scogli, piuttosto impraticabili da parte degli esseri umani, e di una natura semiselvaggia e un po’ rude che popola l’ambiente circostante.

Altre passeggiate, invece, si possono fare nell’immediato entroterra. Un entroterra che negli ultimi 20 anni è stato trasformato e antropizzato anche troppo, ma che preserva ancora qualche piccola isola rurale e felice, come Santa Lucia e Ca’ Pinea, luoghi in cui venivo spesso quand’ero bambina e che per i quali provo un affetto speciale: sono le strade che percorrevo da piccola, che si snodavano tra le fasce coltivate a olivi, sotto i quali raccoglievo anemoni e margheritine: sono i ricordi che si fanno strada e mi indicano la via quando ci torno oggi.

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

Si chiude qui questo tour sentimentale del Golfo Dianese. Spero di avervi trasmesso la bellezza dei miei luoghi attraverso il mio occhio: l’occhio di una persona che non abita più lì, ma che ogni volta che torna sente il cuore che si spalanca e, ogni volta che torna via, sente che se ne stacca un pezzettino. Che resta lì, ad aspettare che torni a raccoglierlo la prossima volta.

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 2) San Bartolomeo al Mare

A ovest di Cervo, superato il torrente Steria, inizia San Bartolomeo al Mare.

Per chi non lo conosce, San Bartolomeo si presenta come un paese sorto da un lato e dall’altro della via Aurelia. In realtà c’è qualcosa di più e di meglio di questa schiera di palazzine anni ’60-’70-’80 francamente un po bruttine che si affacciano sulla strada e che tutti quanti vedete quando passa la MilanoSanremo. Innanzitutto c’è il mare.

il porticciolo di San Bartolomeo al Mare

Più che il mare, sarebbe corretto dire la Passeggiata a mare: una lunghissima passeggiata pedonale, proiettata sul mare, sul suo alternarsi di spiaggia libera e stabilimenti balneari. Inizia a Ovest, alla foce del torrente Steria. Qui si incontra subito il porticciolo, di recente realizzazione, poi abbiamo un’ampia spiaggia libera sulla quale affaccia, ad un certo punto, il piazzale della Torre di Santa Maria, una torretta costruita nel corso del ‘500 in funzione antisaracena: lungo la costa del Ponente non è raro incontrarne.

La passeggiata a mare di San Bartolomeo è uno dei miei luoghi preferiti. Ci passeggio spesso, quando torno qui, soprattutto in inverno; in effetti amo particolarmente il mare d’inverno: sarà che mi piace vedere gli stabilimenti balneari smantellati, i cumuli di sabbia tirati su e bambini e cani che ci vanno a giocare. I pini e le palme sono gli alberi che donano ombra a chi passeggia. Ristoro invece lo forniscono i bar e qualche ristorantino. L’offerta non è tantissima per la verità, e d’inverno spesso chiude, seguendo la stagione turistica. Un peccato, a mio parere.

D’inverno i gabbiani sono i padroni della spiaggia di San Bartolomeo al Mare

A monte dell’Aurelia, invece, si avvia la salita che conduce al Santuario della Madonna della Rovere, altro mio personale luogo del cuore: una chiesa del ‘300, risistemata in età barocca, ma che sorge su un luogo di culto in realtà molto più antico, addirittura preromano. I Romani costruirono qui nei pressi una mansio, una sorta di stazione di sosta lungo la via Julia Augusta che andava verso la Francia. Gli scavi di questa mansio, condotti agli inizi degli anni ’80 e ripresi ultimamente, si trovano sotto la Scuola Elementare qui accanto alla Chiesa; nel mezzo, un oliveto.

L’interno della Madonna della Rovere

Alla Rovere è legata la Fiera del 2 febbraio, per la festa della Candelora. Un fierone immenso, che copre mezzo paese, con una tradizionale fiera degli animali e, negli ultimi anni, una sezione di stand gastronomici. Quand’ero piccola un’intera piazza era occupata da un lunapark; negli anni quest’usanza si è persa.

La Chiesa della Rovere, col piccolissimo borgo che le sorge intorno, si trova già in altura. Da qui, cominciano gli oliveti coltivati sulle fasce, i terrazzamenti in pietra a secco che caratterizzano il paesaggio ligure. Dalle fasce alla pineta è un attimo, poi. Se seguiamo il percorso che lambisce la pineta arriviamo in un altro piccolissimo borgo: Poiolo, una frazioncina minuscola all’interno del paese, gravitante intorno alla minuscola chiesa di S.Anna. Da qui si ridiscende a valle, ma per poco: seguiamo un altro campanile, quello della Chiesa di San Bartolomeo.

Cinquecentesca, subito alle sue spalle sorge l’ennesimo piccolo borgo, il nucleo storico di San Bartolomeo: una piazza, un carrugio, ben nascosto, che si diparte dal fondo di essa, poche case e i campi terrazzati. Un vecchio frantoio ad acqua è ciò che rimane della vita di un tempo che fu: un bell’impianto nel quale le olive dei terreni adiacenti venivano trasformate in olio.

San Bartolomeo ha un territorio comunale piuttosto vasto che si sviluppa nell’entroterra. Risalendo il corso del torrente Steria, lasciandosi guidare dalle indicazioni stradali, salirete nelle tantissime frazioni che costellano queste colline: Chiappa, Tovo, Pairola, fin su al Prato dei Coppetti, meta di picnic per i giovani del luogo e dove può capitare persino di trovare le mucche al pascolo!

San Bartolomeo al Mare è molto più di quello che sembra. Io in 36 anni di vita ancora non ho finito di scoprirla.

 

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 1) Cervo

“Su una lastra d’oro inciso scrisse il nome di Diano”

Così il poeta imperiese Angiolo Silvio Novaro concludeva una poesia dedicata a Diano Marina e al Golfo Dianese. Una baia piuttosto ampia che accoglie tre comuni, ognuno con una storia diversa, tutti accomunati, oggi, dall’essere mete del turismo di mare dei mesi estivi.

Chi vive o ha vissuto in questi posti non può non amarli. Per cui mi perdonerete se quello che vi propongo è un tour sentimentale: il sentimento è il mio, di amore per il mio golfo natìo.

La baia è racchiusa da due lunghi tratti di costa scoscesa e paesaggisticamente molto bella: a Est Capo Mele, che segna anche il confine tra la provincia di Imperia e quella di Savona, a Ovest Capo Berta, oltre il quale si apre l’ampia baia che accoglie Imperia.

Tre comuni, dicevo, ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche. Ognuno con un motivo diverso per farsi amare.

Cervo

Bouganville a Cervo

Un borgo medievale incantato. Un luogo sospeso nel tempo, tra cielo e mare. Cervo ha una storia piuttosto antica, ma soprattutto è il più caratteristico tra i borghi del Ponente Ligure vicini al mare, proprio perché è così vicino al mare. Altri paesi in Liguria (e oltreconfine in Francia) sorgono sulle alture immediatamente retrostanti la linea di costa, eppure Cervo è l’unico dal quale, se ti affacci dalla terrazza/piazzetta della chiesa di San Giovanni dei Corallini, hai la sensazione di poterti tuffare nel mare blu.

Il borgo antico di Cervo si abbarbica alla sua altura, la avvolge piano piano in spire, i piccoli vicoli, i carrugi, che risalgono fino in cima. Palazzi antichi, del Trecento, del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento fanno ombra: apprezzabilissima d’estate, quando nei carrugi passa anche quel filo d’aria che dona ristoro dall’afa.

Uno dei carrugi di Cervo

Detta così sembrerebbe un borgo buio. E invece quando meno te l’aspetti si aprono squarci di luce, su un giardino che guarda sul mare, su buganvillee fiorite che ricoprono i muri di una tenda violacea. Da una porta a est si vedono, oltre la strada, tra i fichi d’india e i pini, gli scogli e il mare. E d’estate, nonostante il traffico, si sente la musica dei tuffi e dei bagnanti che si godono il bagno di sole.

fichi d’india e mare. Non è Sicilia, ma Liguria

“O chiese di Liguria,

come navi disposte ad essere varate”

Così scriveva il poeta Vincenzo Cardarelli in una poesia intitolata, appunto, Liguria. L’ho studiata a memoria alle Elementari e questa frase in particolare mi rimase impressa proprio perché nella mia mente si formava l’immagine della chiesa di San Giovanni dei Corallini. È la chiesa più importante di Cervo, la sua facciata barocca, imponente, caratterizza l’aspetto del borgo da lontano, e il suo campanile alto ne fa un punto di riferimento per chi arriva da lontano. Un’immagine che amo, che aspetto per tutto il tempo del mio viaggio verso casa e che mi gonfia il cuore di amore quando mi si para davanti, è proprio il profilo di Cervo che appare da dietro le colline a me che arrivo in autostrada, poco prima di uscire al casello di San Bartolomeo al mare. Allo stesso modo, mi sale un po’ di malinconia quando, partendo via, mi scompare dalla vista mentre mi allontano, prendendo la direzione di Genova.

colline coltivate a olivi circondano Cervo. Il suo profilo, caratterizzato dai campanili, è inconfondibile

Il campanile di Santa Caternina e il Golfo di Diano

Ma un’altra chiesina, poco distante, che ho scoperto da poco, è un incanto: è l’Oratorio di Santa Caterina. Piccola, nella penombra, ma mantiene al suo interno affreschi antichi che la rendono un inaspettato gioiello. Guardandola da fuori, poi, si nota come fosse più grande in origine, mentre poi fu ridimensionata e una delle sue navate fu trasformata in un carrugio: i segni nella muratura parlano chiaro a chi sa leggerli.

L’altro monumento del borgo accoglie chi varca la sua porta a monte: è il castello, che ospita il museo etnografico. Direte voi: che noia. Forse. Ma non si può comprendere il presente se non si ha una pur minima idea del passato, e quell’idea il museo di Cervo la dà, attraverso gli oggetti quotidiani di generazioni che non sono più. In cima, poi, una terrazza panoramica fa godere a 360° della vista su Cervo e dintorni.

Cervo è una città di artisti e di musica, in particolare. Ogni anno ospita rassegne musicali che ben si calano nell’atmosfera medievale e romantica del borgo. Ospita anche una selezione del Premio Strega e nei suoi vicoli tante botteghe artistiche e artigianali attirano l’attenzione e costituiscono un po’ l’anima ancora viva del paese. Intorno al borgo gli olivi, che non ci fanno dimenticare l’origine agricola, con grandi difficoltà, sulle fasce, di questo territorio collinare, stretto tra il mare e i monti subito dietro.

Uno scorcio del borgo marino di Cervo

Il mare. Basta ridiscendere le vie del borgo, attraversare la via Aurelia, che fa da cesura tra il mondo antico e quello moderno, trovare un varco per arrivare sul mare ed ecco: qui un altro piccolo anfratto, un angolino si cela sotto il ponte della ferrovia, un porticciolo d’altri tempi, dove immagineresti di vedere ancora il pescatore sulla porta di casa che dipana le reti al tramonto, con la pipa in bocca e la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Davanti, invece, sul mare, qualche barchettina, e un paio di stabilimenti balneari che ci riportano al presente. Appena più ad est si trova il molo del Porteghetto. Questo segna il confine orientale del Golfo Dianese. Qui vale la pena di tuffarsi; la chiesa dei Corallini (che poi erano i pescatori di corallo) non ci perde di vista, ci tiene sotto il suo sguardo protettore.

Lungo la costa Jonica calabrese: Roseto Capo Spulico

La costa Jonica calabrese è caratterizzata da tanti piccoli borghi medievali sorti nell’interno, sulle alture dell’immediato entroterra, appena alle spalle del mare quel tanto che bastava per difendersi da attacchi pirateschi, mentre sulla costa in tempi decisamente moderni si è sviluppata una serie di centri sul mare, una serie ininterrotta di spiagge, stabilimenti, case e hotel e cittadine create in funzione della villeggiatura estiva. Chi va al mare sulla costa Jonica calabrese resta così sedotto dalle acque, dalle spiagge e dalla vita notturna. Ma se un giorno decide di prendere l’auto e inoltrarsi nell’entroterra può rimanere favorevolmente sorpreso.

Roseto Capo Spulico è uno dei borghi nell’interno che vale la pena di visitare.

Veramente una delle sue attrazioni, almeno per belle foto ricordo, è il castello in riva al mare. Di epoca normanna, fu poi ricostruito da Federico II di Svevia. Noto come Castrum Petrae Roseti, oggi è di proprietà privata, ed ospita un ristorante. Visto dalla spiaggia è davvero il castello delle fiabe. In acqua, qua davanti, c’è un piccolo faraglione a forma di incudine, o di fungo, a seconda della fantasia. E la mia fervida fantasia si inventa già storie di principesse recluse e di principi sfortunati trasformati in roccia…

Torniamo alla realtà. Roseto Capo Spulico, Castrum Roseti come recita il suo nome antico, è nota per le ciliegie e l’olio, produzioni locali delle quali va fiera. Il paese si trova ben in alto rispetto alla linea di costa. Dal borgo la vista panoramica spazia su km e km di mare e spiagge. Laggiù in basso il castello di Federico II è poco più che una macchiolina che si distingue dalla distesa blu delle acque.

La costa jonica vista dal paese di Roseto Capo Spulico

Scarpe da sposa dei primi del ‘900, al museo etnografico di Roseto Capo Spulico

Lì per lì Roseto Capo Spulico lascia interdetti: qualche edificio decadente, qualcuno abbandonato, come il Palazzo Mazzario col suo bel portale, molti edifici in pietra ben restaurati, molti ancora abitati. Ecco, Roseto è un paese vivo, vissuto dai suoi abitanti che stanno seduti sulla porta di casa o che giocano a carte in mezzo alle vinelle, le stradine di paese, e scherzano con i forestieri. Tra tutti i personaggi che si possono incontrare, il più particolare è senz’altro il signor Leonardo che cura con amore e passione il museo etnografico ospitato in alcuni locali del palazzo comunale il quale, a sua volta, è un castello, il Castrum Roseti, fatto costruire da Roberto il Guiscardo alla fine dell’XI secolo.

Il sig. Leonardo ci racconta vita morte e miracoli della collezione che ha raccolto e che è un mix di testimonianze della cultura materiale locale e insieme italiana: sembra più una camera delle meraviglie che un museo; nel primo ambiente si mostra la vita contadina di un tempo, nella seconda l’arredamento di una casa e la vita familiare, quindi alcuni mestieri antichi, come il calzolaio e il barbiere, e via così di seguito: sala dopo sala ci accompagna nel “suo” museo etnografico.

Il tramonto sorprende Roseto Capo Spulico da dietro le montagne. Una tenue luce rosata avvolge le ultime case del borgo, antiche, in pietra, colora l’ampia vallata mentre sul mare inizia a farsi strada la luna. Nel borgo si iniziano ad accendere le luci della sera: la porta medievale si illumina, così le stradine e le palazzine antiche. I due ristoranti del borgo si riempiono. Il caos della costa, del traffico delle auto è lontano. Qui siamo davvero in un’altra dimensione.

Il tramonto cala su Roseto Capo Spulico

Brisighella, la rocca, il gesso

Già solo il nome mette allegria: Brisighella. E infatti questa simpatica cittadina ai piedi dell’Appennino Tosco-Emiliano, già in Romagna, mette allegria già solo a vederla, con le sue case colorate, ma non esagerate, con la parlata dei suoi abitanti, con la pulizia delle sue strade e l’ordine nel suo centro.

Dominata da due fortificazioni, la Rocca e la Torre dell’Orologio, Brisighella si dispone pigramente e allegramente al sole, lungo la strada che da Marradi, ancora sull’Appennino, nel Mugello, in terra toscana, conduce a Faenza. Il centro non è particolarmente grande, ma è curato: alcune chiese, la via con i portici, il palazzo comunale, la “via degli Asini“, cioè le strade del centro dove erano ricoverati gli animali che erano impiegati fino ancora a poche decine di anni fa per trasportare la polvere di gesso dalla fornace, vicino alla Rocca, in basso nel borgo, da cui poi veniva smistata e inviata verso la sua destinazione.

La cittadina di Brisighella e la Torre dell’Orologio, una delle due fortificazioni che la dominano

Intorno, un territorio dolcissimo e solare, coltivato a vigneti (il sangiovese la fa da padrone) e oliveti (Brisighella è “Città dell’Olio”) e particolarmente ben tenuto. Ma basta svoltare qualche curva oltre la rocca e il territorio diventa più selvaggio: calanchi e cave di gesso, e bosco. Tutto racchiuso oggi nel Parco Regionale della Vena Gesso.

vista panoramica di Brisighella e del suo territorio dall’alto della Rocca

Saliamo alla Rocca. Ci si può arrivare a piedi o in macchina. E naturalmente saliamo a piedi. Dal centro del paese si diparte la strada e la scala che porta fuori, tra gli orti in salita e in cima. Ad un certo punto questo sentiero nel verde che comincia a mostrare il panorama si biforca: da un lato si sale alla Rocca, dall’altro si arriva alla Torre dell’Orologio. Andiamo alla Rocca.

Le due grandi torri della Rocca di Brisighella

Biglietto di 3 € per entrare, ma li vale tutti. Questa fortificazione, costruita in momenti differenti del tardo medioevo e del rinascimento, era posta a protezione del borgo e a controllo del territorio. Faceva gola a molti e in più riprese fu attaccata, conquistata, riconsegnata, assediata: i signori di Ferrara, gli Este, poi il Papato a più riprese, infine i Veneziani che costruirono il torrione più maestoso.

La sua costruzione si avvia nel 1310 per volere di Francesco Manfredi Signore di Faenza; ma il vero eroe della rocca e di Brisighella è Dionisio di Naldo che resistette a lungo con le sue truppe all’assedio posto dal Duca di Urbino nel 1494.

La scala a chiocciola in una delle due torri della Rocca di Brisighella

Un edificio che ne ha visto di cose, e che oggi le mostra a noi: al suo interno è allestito, infatti, un percorso museale che racconta sia la vita nel castello, con la ricostruzione di ambienti quali la cucina, la camera da letto, la prigione, sia, attraverso un percorso pannellistico, i ritrovamenti archeologici nella zona attraverso i quali si racconta la storia del rapporto dell’uomo con le cave di gesso. La rocca stessa è costruita su un affioramento di gesso.

Ma cos’è il gesso? È una pietra sedimentaria la quale, a seconda di come batte la luce del sole, sbrilluccica come vetro. È utilizzata fin dall’antichità per molti scopi: in edilizia, per esempio, nello sport e… a scuola. Sì, perché i famosi gessetti per scrivere sulla lavagna non sono altro che polvere di gesso.

Il percorso nella Rocca prevede la salita nelle due torri attraverso una stretta scala a chiocciola, poi il percorso sulle mura esterne, il passaggio nella corte scoperta e infine la discesa nell’angusto corridoio voltato al di sotto del cortile dove si asserragliavano le truppe impegnate nella difesa. Il tutto è accompagnato da una voce fuoricampo che racconta aspetti e dettagli della storia del monumento.

Ai piedi della rocca è segnalata, ma non è visitabile, una delle fornaci per la trasformazione del gesso in polvere. Da qui partivano i carretti trainati da muli e asini che ridiscendevano il pendio lungo quelle stesse scale che abbiamo percorso noi, per portare il prezioso carico ai camion in centro al paese.

Sculture nella roccia affiorante nel parco di Ca’ Carné, poco fuori Brisighella

La Torre dell’Orologio che si conserva oggi non è l’originale del 1290: è stata ricostruita infatti nel 1850. Insieme alla Rocca completava la linea di difesa di Brisighella. Passeggiamo al suo esterno e godiamo la vista panoramica sulla cittadina: i suoi tetti rossi di tegole tutti ordinati danno un senso di accuratezza e pace. Lo sguardo spazia poi sui campi coltivati, fuori dal borgo, mentre vediamo, laggiù in fondo, che la collina lascia il passo alla piana: a pochi km da qui entriamo definitivamente nella pianura padana.

Fuori da Brisighella le sorprese non sono finite. C’è infatti la possibilità di visitare le cave di gesso, come il vicino Parco del Monticino, oppure di fare una passeggiata naturalistica nell’area di Ca’ Carné, che ospita anche un centro visite (chiuso il giovedì, ricordatevelo!). In questo parco nel bosco, le sorprese sono costituite dalle rocce scolpite da artisti che hanno voluto trovare le anime intrappolate nella pietra dei blocchi di gesso.

Storia, natura, cultura, geologia e buon vivere: Brisighella è una cittadina accogliente che sa come farsi amare.

Civita di Bagnoregio, la città che (non) muore

Sono tornata per la seconda volta a Civita di Bagnoregio (VT) e per la seconda volta ne scrivo. Nel primo post, che trovate qui, vi avevo descritto il borgo, le sue peculiarità, la sua unicità e la sua precarietà: un paese costruito su un acrocoro di tufo, come tanti nella Tuscia, ma destinato a soccombere sotto l’erosione della roccia tufacea che qui caratterizza il paesaggio rendendolo incredibilmente poetico e affascinante.

In quel vecchio post avevo registrato la presenza dei tanti turisti e il fatto che questa presenza un po’ snaturasse il luogo. Ebbene, dopo 5 anni posso dire che Civita di Bagnoregio è stata ormai definitivamente snaturata.

Altro che “città che muore”: Civita di Bagnoregio è più che viva, brulicante di vita! Tanti, troppi turisti si spingono fino qui, pagano un biglietto di 3 € nei giorni feriali e di 5 € nei festivi, si inerpicano lungo l’erto lungo ponte che separa l’acrocoro della Civita dalla “terraferma” e infine oltrepassano la porta monumentale del borgo, protetta da tre leoni.

Civita di Bagnoregio si cala nel paesaggio sublime dei calanchi della Tuscia

Qui, invece che trovare tracce di un paese quasi abbandonato, dove vivono a malapena 7 persone, invece che trovare case abbandonate, stradine deserte, finestre chiuse e porte sbarrate, i turisti incontrano subito un negozio di souvenir, poi un bar, poi un altro negozietto, poi un ristorante, una trattoria, un altro bar, persino una botteghina che vende “l’acqua di Civita”, una linea di cosmetici appositamente dedicati. Al bar, del resto, non puoi non bere la “bireta di Civita di Bagnoregio” che si scopre, poi, essere prodotta da un birrificio di Sarzana! Non una bottega che almeno faccia finta di essere artigiana, al massimo si incontra il museo della geologia e dell’erosione ospitato nel palazzo comunale: ma è meno visitato del bar accanto.

la piazzetta di Civita di Bagnoregio con i turisti

Delusione massima, disincanto pure. Civita di Bagnoregio ormai è un parco divertimenti che fa del borgo un luogo uguale a come sono diventati tantissimi centri storici d’Italia, talmente votati al turismo da aver perso il senso di se stessi: e mi viene in mente ad esempio qualche stradina di San Gimignano, ad esempio, che è un susseguirsi di negozi di souvenir e di botteghe di prodotti tipici, o Monteriggioni, che sulla piazza offre l’imbarazzo della scelta di ristorantini, bar e trattorie. Su San Marino, il borgo, già mi ero espressa criticamente a suo tempo; l’accusa è sempre la stessa: troppi esercizi commerciali che snaturano totalmente il luogo per soddisfare le esigenze del turista. Ma siamo sicuri che il turista abbia davvero bisogno di tutto ciò? O non vorrebbe piuttosto conoscere e scoprire l’autenticità dei luoghi, e pazienza se deve patire un po’ la sete o se non può comprare la calamita da frigo?

Una delle case di Civita di Bagnoregio

In Italia si fa un gran parlare di turismo sostenibile. Ma questo non è turismo sostenibile. Questo è turismo di massa. E mi viene il dubbio che alla massa piaccia questo genere di turismo.

Civita di Bagnoregio, tra l’altro, ha davvero un problema alla base di dissesto idrogeologico: la sua montagna davvero si erode anno dopo anno, quindi è vero che lentamente muore. Ma siamo sicuri che questa massiccia presenza umana giorno dopo giorno non sia ulteriormente dannosa? Non c’è un accesso regolato al borgo, dunque davvero nelle giornate e negli orari di punta potrebbero esserci in contemporanea migliaia di persone. E il borgo è piccolo, tutto sommato.

Civita di Bagnoregio è un business per il comune di Bagnoregio. A partire dai parcheggi a pagamento lontano dalla Civita, per raggiungere la quale sono predisposte navette al prezzo di 1 € a corsa; arrivati al Belvedere sulla Civita, il primo punto panoramico dove finalmente si gode la vista, un unico bar viene preso d’assalto perché nessuno immagina che nel borgo di bar invece ne troverà fino alla nausea. E non parlatemi di indotto economico. Non è questo, l’indotto.

Insomma, questa volta Civita di Bagnoregio mi ha proprio deluso. Snaturata completamente, trasformata in un qualcosa che non è mai stato e che non dovrebbe essere: se si osserva la sua piazzetta, con i bar e i tavolini davanti al palazzo comunale, e la chiesa sull’altro lato, si ha la sensazione di essere in un paesello qualunque. Civita di Bagnoregio in nome del turismo è diventato un non-luogo.

Il paesaggio intorno a Civita di Bagnoregio invece non delude

E allora sapete che vi dico? Sapete qual è il modo migliore per apprezzare Civita di Bagnoregio? Vederla da fuori, naturalmente, catturarla nell’immagine panoramica, che poi è la più nota, e cullarsi nell’illusione che al suo interno davvero sia “una città che muore”. E vi dò una dritta ulteriore: andate a vedere il panorama dal paese di fronte, Lubriano, lungo la strada per Orvieto. Sarà una veduta panoramica inconsueta e che vi sorprenderà! Io non sono riuscita a catturarla perché l’ho vista passando in macchina e non ho avuto modo di fermarmi. Ma voi accettate il mio consiglio: ammirate Civita di Bagnoregio da Lubriano. A Bagnoregio non fermatevi proprio.