Hidden Florence: il Giardino Corsi Annalena

É da un bel pezzo che faccio la corte al Giardino Corsi Annalena: in via Romana, dall’altro lato della strada rispetto all’uscita secondaria di Boboli, è un giardino privato con un elegante tempietto/loggiato che domina la strada e che attira l’attenzione. Fu proprio questo, a suo tempo, a suggerirci che dovevamo trovarci davanti a un parco di un certo prestigio, e la curiosità ci invase. Ahimè, però, scoprimmo subito che questo giardino, oltre ad essere privato, non era aperto al pubblico, se non su appuntamento oppure in particolari, particolarissime occasioni.

Il Giardino Corsi Annalena

Il Giardino Corsi Annalena

L’occasione si è presentata domenica 24 maggio 2015, in occasione delle giornate dei Cortili e Giardini Aperti indetta dall’Associazione Dimore Storiche Italiane ADSI: una serie di palazzi storici, privati, hanno aperto i loro cancelli consentendo a chiunque di accedere, dare uno sguardo e andare via. Alcuni erano semplici cortili di palazzi nobiliari, ma altri erano veri e propri giardini. Così, abbiamo pensato “ma non è che per caso anche il giardino Corsi Annalena è aperto?” La risposta è stata sì, e in men che non si dica ci siamo catapultati in via Romana e, con un mix di timore reverenziale e di eccitazione perché finalmente “violavamo” quel cancello, abbiamo varcato la soglia.

Il primo impatto è stato scenografico: un’aiuola ellittica, fatta con siepi di bosso che si sviluppano attorno ad una statuetta centrale che fa da fulcro dell’intero disegno, cui fa da sfondo una serra, oggi ingentilita da roseti. Ma il giardino non è tutto qui, anzi. Si rivela uno spazio verde molto ampio, forse tenuto meno bene di ciò che meriterebbe, ma ugualmente molto bello. Statue delle muse in terracotta adornano i sentieri interni, costeggiati da alberi e alte siepi di alloro. Il giardino è una terrazza sopraelevata rispetto alla via Romana: evidente il desiderio dei proprietari di staccarsi dalla città, di isolarsi rispetto ad essa creando per sé uno spazio paradisiaco totalmente a sé stante. Il parterre geometrico, con siepi di bosso che disegnano volute, è l’altro grande punto di interesse del giardino, per chi ne percorre l’interno, mentre solo un’architettura comunica con l’esterno (ed è proprio quella che a suo tempo attirò la nostra attenzione): il tempietto neoclassico posto, in alto, all’angolo tra via de’ Mori e via Romana, che ospita una statua di Mercurio.

Giardino Corsi Annalena

Il parterre geometrico nel giardino Corsi Annalena

Il Giardino, che sorge sui terreni dell’antico convento di San Vincenzo, fondato da Annalena figlia di Galeotto Malatesta, ai tempi di Cosimo I De’Medici, fu acquistato e trasformato dal Marchese Tommaso Corsi nel 1791. All’epoca furono realizzate le architetture e le aiuole che ancora oggi adornano il giardino e, soprattutto, fu realizzata la terrazza che isola il giardino dallo spazio urbano.

giardino Corsi Annalena

Il tempietto con la statua di Mercurio che domina l’incrocio tra via Romana e via de’ Mori

Passeggiarvi oggi al di fuori (e al di sotto) non dà l’idea di quanto bello e ampio sia lo spazio interno: un mondo davvero separato, un luogo di pace e di bellezza che non ha niente a che vedere con la città. Questa era l’intenzione del marchese Corsi, perfettamente riuscita, e questa è infatti l’impressione che si ha. Anche se in strada, via Romana brulica delle bancarelle di un improvvisato mercatino dell’Antiquariato, qui siamo davvero in un altro mondo. Il Giardino Corsi Annalena si trova su una linea immaginaria che da Boboli corre ai Giardini Torrigiani che costeggiano le mura e via de’ Serragli. Giardino molto più modesto di questi altri due, è però un piccolo gioiello nascosto. E come tutti i gioielli nascosti, occorre avere la curiosità di cercarli, di scovarli e avere la fortuna di passare di lì per caso, o forse no, quando c’è davvero la possibilità di avvicinarli.

Per me vedere il Giardino Corsi Annalena è stato un grande momento: perché lo aspettavo da tanto tempo e non perché sapessi che era bello, ma perché avevo caricato questo giardino di un valore personale: capita di essere legati a dei luoghi, sia che si conoscono sia che, come in questo caso, non si sono mai visti da vicino ma si vogliono conoscere a tutti i costi per qualche personalissimo motivo. Ecco, per il Giardino Corsi Annalena è andata così. E voi avete qualche luogo del cuore che avete sempre sognato di vedere e che un bel giorno, finalmente, avete potuto conoscere da vicino?

Attraversando la campagna inglese

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Esiste il mito della campagna inglese: un luogo sospeso nel tempo, fatto di pascoli verdi e dolci colline ove pascolano greggi di pecore e cavalli dalle zampe coperte di lungo pelo. Non ti stupiresti di vedere spuntare ad un certo punto su una strada sterrata un uomo alla guida di un carro, o di veder correre nei campi bambine con le cuffiette in testa e dalle lunghe gonne fruscianti di mille strati di tulle. Bisogna ringraziare la letteratura inglese dell’Ottocento e tutto il cinema che ad essa si ispira se questa visione bucolica made in UK appartiene al nostro (o almeno al mio) immaginario.

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Così in effetti immaginavo la campagna inglese: un succedersi ininterrotto di prati verdi, di pascoli, di ville di campagna, dolci pendii e cieli infiniti. Magari qualche carrozza qua e là. E devo dire che, carrozze a parte, tutto dell’idea che avevo corrisponde: campi coltivati, verdi pascoli e giallissimi campi di trifoglio in fiore si alternano a perdita d’occhio sotto un cielo senza fine. Se la fortuna ci assiste possiamo attraversare questa campagna in una bella giornata luminosa, magari con qualche nuvola birichina qua e là, che ogni tanto nasconde il sole, facendo filtrare i suoi raggi e arricchendo così di nuove luci questo elegante paesaggio.
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Sì, il paesaggio della campagna inglese è elegante, sobrio, ma soprattutto tranquillo, pacato e rilassante per chi lo attraversa magari distrattamente in treno, come ho fatto io. Guardi fuori dal finestrino e non puoi far altro che contemplare la dolcezza di questi dolcissimi, quasi inesistenti pendii, di tanto in tanto interrotti da un tratto di boscaglia o, al contrario, da un paesino in mattoni rossi e tetti a spioventi molto acuti: perché oggi qui c’è il sole, ma spesso piove, come tutti sanno; altro mito che riguarda l’amata Inghilterra.

La cosa che colpisce di più l’attenzione è l’improvvisa esplosione di luce che accendono i campi di trifoglio in fiore: un giallo chiaro, intenso, che buca lo sguardo sia che la giornata sia illuminata dal sole che, al contrario, sia plumbea per la pioggia imminente. Un giallo che difficilmente si dimentica, un giallo che rimane negli occhi per km e km, mentre il treno corre allontanandosi da Londra per raggiungere Birmingham.
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Due ore di viaggio durante le quali il paesaggio non muta particolarmente, ma non annoia: il monotono susseguirsi di campi verdi e gialli ogni tanto ci regala qualche variazione sul tema, come un fienile lungo la cresta del pendio, un trattore che lavora, un gregge di pecore al sole, i cavalli nei loro recinti, coperti per proteggerli dal freddo, una stazione del treno immersa nel verde, con le panchine in legno quasi nascoste dalle fronde degli alberi, un paesino poco distante dalla ferrovia, una strada che attraversa i campi.
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L’aria fuori è ancora frizzantina, nonostante sia maggio inoltrato, la giornata è tersa, e qualche nuvola qua e là disegna un cielo che qualunque fotografo vorrebbe fotografare. Un bel paesaggio da dipingere, da immortalare e da portarsi nel cuore.

Grazie dei fior: alla scoperta dei vivai pistoiesi con la Fondazione Giorgio Tesi

Mia madre avrebbe adorato tantissimo un pomeriggio come quello che ho vissuto due domeniche fa insieme ad un gruppo di instagramers, grazie all’instameet organizzato da IgersPistoia in collaborazione con DiscoverPistoia. Nello scorso post vi ho raccontato l’intera giornata, qui invece approfondisco il tour del pomeriggio, che si è svolto, vi ricordo, a spasso tra i vivai della piana fuori Pistoia.

pistoiaLa zona ha una forte vocazione vivaistica che caratterizza fortemente il paesaggio: basta passare in autostrada sulla Firenze Mare per accorgersi del continuo susseguirsi di filari di piante, di alberi, di fiori, di vivai. Un paesaggio molto particolare, agricolo a suo modo, colorato, che si stende per ettari ed ettari al di qua e al di là dell’autostrada. Immaginate Pistoia, città medievale con i suoi antichi palazzi e le sue chiese, che si erge nel centro di questa grande piana circondata da campi, campi che nel tempo si sono specializzati nella produzione di fiori, piante e alberi da destinare alla vendita. Il vivaismo a Pistoia è una realtà attiva fin dalla seconda metà dell’Ottocento, che va sviluppandosi per tutto il Novecento, specializzandosi in piante da frutto e piante ornamentali, e occupando progressivamente tutto il territorio un tempo adibito ad altri tipi di coltivazioni modificando così totalmente l’economia agricola locale (per approfondimenti sul vivaismo pistoiese leggi qui).

La Fondazione Giorgio Tesi Group, che ci ha ospitato, è tra i più grossi vivaisti della zona. La sua produzione e il suo commercio sono su una scala che si potrebbe definire industriale, anche perché, oltre ai suoi vivai, si avvale di una rete di vivai più piccoli, produttori, ognuno specializzato in un dato settore, dei quali si impegna a smerciare la produzione. Giorgio Tesi non vende a privati, non ha il banchino di fiori o il negozio nel quale io posso andare a comprare un vaso di camelie, una pianta di rosmarino o i bulbi di tulipano per il mio terrazzo.

Il lavoro di logistica che sta dietro all’esportazione delle piante destinate ai clienti in giro per l’Europa è davvero notevole. Credits: intoscana.it

Al contrario, Giorgio Tesi lavora con Enti pubblici e privati e con le aziende, con grandi fornitori, e soprattutto lavora con tutto il mondo. Ogni lato del pianeta è raggiunto da Giorgio Tesi, persino uno staterello come il Tagikistan ha clienti di Giorgio Tesi. Il settore vivaistico ha risentito della crisi economica globale, ma neanche più di tanto rispetto ad altri settori: era un mercato in espansione che invece che regredire si è soltanto stabilizzato, riuscendo quindi a sopravvivere.

Adesso è primavera e sono in esplosione le fioriture; man mano che si va avanti nella stagione i campi saranno sempre più colorati. Tra i colori che potevamo scegliere ci vengono proposti il rosa e il bianco e il rosso e il giallo. Di che parlo? Parlo dei fiori del corniolo da fiore, un piccolo albero molto richiesto nei giardini del Nord Europa, e delle foglie dell’acero.
Troviamo coltivate insieme queste piante in un vivaio della piana di Pistoia, Vivai Trinci, dove il signor Ivan ci descrive con passione le sue creature e i loro colori.

Coloratissimi aceri dai vivaci colori

Coloratissimi aceri dai vivaci colori

Partiamo proprio dal rosso e dal giallo degli aceri. Già, perché se tutti conosciamo l’acero rosso, quasi nessuno conosce la varietà gialla. A me, che adoro il giallo, questa variante piace molto. Mi piace scoprire quanto è varia la natura, anche se, certo, l’acero giallo è una varietà creata in vivaio. Ma è bella, assolutamente poetica, e riflette con intensità la luce calda del sole pomeridiano. Un’altra varietà di acero ha le foglie verde chiaro e cascanti come un salice: è una varietà giapponese, che a me profana tutto sembra fuorché un acero! Il bello delle foglie dell’acero, qualunque sia la varietà, è che il colore delle foglie è sempre assolutamente deciso, il rosso è rosso intenso, il verde è verde intenso, il giallo… beh, è giallo. Colori decisi, che si fanno notare, sempre. E non crediate che le foglie degli aceri siano sempre tutte uguali, con la forma da bandiera del Canada: perché esiste un acero, giapponese dal nome, kotonoito, che ha le foglie cascanti, quasi più simile ad un salice che ad un acero.

Cornus Florida. Non è un fiore bellissimo?

Cornus Florida. Non è un fiore bellissimo?

Ma è il cornus la pianta che più entusiasma Ivan: coltiva quest’albero, il cui nome scientifico è cornus florida, fin dagli anni ’70: una scommessa e un amore che finalmente, oggi che il cornus, nelle sue centinaia di varietà, è noto e richiesto in tutti i grandi giardini del mondo, in particolare d’Inghilterra, sono ricompensati. Il cornus è un vero e proprio albero, dal tronco e i rami sottili, e per prima cosa in primavera fiorisce, e solo dopo la fioritura spuntano le foglie. Nei giardini in cui è piantato, il corniolo da fiore si nota, perché è il primo in ordine di tempo a fiorire, e con la nuvola bianca o rosa delle sue chiome floreali risalta su tutti gli altri alberi da fiore che aspettano ancora qualche settimana prima di schiudere le proprie gemme. Il fiore del cornus in realtà è una piccola infiorescenza: una pallina di tanti piccoli fiorellini chiari ravvicinati racchiusi in 4 grandi brattee bianche. Oppure rosa. Oppure rosa e bianchi, rosa più intenso o più chiaro… le varietà sono tante, 620 almeno, e si potrebbe dire che Ivan conosce tutte le sue piante, una per una, e le chiama anche per nome. Una addirittura è una sua creazione, Teresa, in onore di sua nipote. Una varietà vera e propria, una creazione avvenuta proprio in questo vivaio di Pistoia, frutto di innesti e tentativi costanti, frutto di ricerca e di grande, grande passione.

Arte topiaria a Pistoia: i giocatori di golf

Arte topiaria a Pistoia: i giocatori di golf

Se nel vivaio di Ivan sono i colori dei fiori e delle foglie a catturare lo sguardo. L’altro vivaio che visitiamo invece è monocromo: è il verde del bosso e dell’ilex a farla da padrona. Ma in questa monotonia di colore ciò che non annoia sono le forme. Sì, perché il vivaio Romiti, ad Agliana, è specializzato in arte topiaria. Avete presenti quegli alberi dalle forme strane, artistiche, che decorano i giardini più eleganti o più bizzarri? Ecco, l’arte topiaria è un’invenzione dei giardinieri italiani dell’800, evoluzione naturale degli ordinatissimi giardini all’italiana sei e settecenteschi. Dall’architettura di questi giardini e delle aiuole si passa all’architettura delle singole piante. E l’evoluzione di quest’evoluzione sono le creazioni assolutamente bizzarre che vediamo qui: l’automobile, il treno, i dinosauri, l’orsacchiotto, il coccodrillo; e poi il ciclista, il giocatore di golf, il giardiniere che pota un alberino, e ancora la bicicletta, la lanterna, il delfino che salta nel cerchio, il cuore per i giardinetti più romantici… sembra di stare dentro il mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie! Ci vuole fantasia, arte, pazienza ed estrema cura delle piante, che vengono fatte crescere intorno ad una struttura metallica che funge da anima: il bosso o l’ilex non si svilupperanno disordinatamente in altezza, come farebbero in natura, ma seguendo precisamente gli intrecci della maglia metallica alla quale sono avviluppati.

Cornus Florida in fiore

Cornus Florida in fiore

Quello del vivaismo è un patrimonio culturale oltre che economico del Pistoiese. È una risorsa che va valorizzata oltre che sfruttata in modo sostenibile. Ecco allora che la Fondazione Giorgio Tesi, con DiscoverPistoia.it e la rivista Naturart, vorrebbe far entrare il vivaismo nei circuiti turistici, creando una sorta di tour dei fiori sulla scia dei tour del vino o dell’olio che già sono attivi in molte parti d’Italia, Toscana compresa: sarebbe un passo nella direzione della promozione territoriale che, sono sicura, attirerebbe tantissime persone. Compresa mia madre ;-) .

Instameet a Pistoia, ecco le mie #mydiscover in una bella domenica di aprile

Domenica 12 aprile ho partecipato all’instameet organizzato da Igers Pistoia e DiscoverPistoia.it alla scoperta del centro storico della cittadina toscana e della sua vocazione vivaistica. Di fatto la giornata è stata distinta in due veri e propri capitoli: capitolo 1, la mattina, in centro storico, con una serie di visite guidate all’oratorio di San Leone, al Palazzo Comunale e al Battistero; capitolo 2, il pomeriggio, alla sede della Fondazione Giorgio Tesi Group, e da qui alla scoperta dei vivai più caratteristici di Pistoia. Perché il vivaismo è colonna portante dell’economia dell’area e può avere anche un grande potenziale turistico, se saputo sfruttare.

Ma andiamo con ordine. E dunque partiamo col Capitolo 1.

Capitolo 1. Gli Instagramers alla scoperta del centro storico di Pistoia

L’appuntamento, nella piazza del Duomo di Pistoia, è alle 9.45 di domenica mattina. Siamo tantissimi, in questa assolatissima mattinata, pronti con i nostri smartphone e tablet: pronti per ascoltare, conoscere, documentare fotograficamente e soprattutto condividere le nostre scoperte su instagram (ma anche su twitter e facebook, perché no?).

Per pubblicare le foto su instagram abbiamo a disposizione alcuni ashtag: #igerspistoia, ovviamente, #leggerelacittà2015, manifestazione di architettura che si è tenuta lo scorso week-end a Pistoia, all’interno del quale l’instameet si è svolto, e poi #discoverpistoia, tag che dovremo imparare a conoscere e usare, soprattutto da quando, il 24 aprile, sarà lanciato il portale discoverpistoia.it, promosso dalla Fondazione Giorgio Tesi Group per la promozione del territorio pistoiese. Infine, il tag #mydiscover, da utilizzare solo per immagini inserite all’interno di un’apposita cornice, a forma di foglia, in vista di un concorso, promosso sempre da discoverpistoia.it, che ha come fine la segnalazione delle bellezze, dei tesori, delle eccellenze, a qualunque titolo, del territorio pistoiese.

L'interno della chiesa barocca di San Leone, Pistoia

L’interno della chiesa barocca di San Leone, Pistoia

La prima tappa dell’instameet è un piccolo gioiello che neanche i pistoiesi doc, scommetto, conoscono: la piccola chiesa di San leone. Realizzata nel XIV secolo come oratorio dello Spirito Santo, sorgeva nel cuore di un quartiere medievale, alle spalle della piazza del duomo, dominato da case-torri. Queste furono tutte (eccetto una) abbattute nell’Ottocento. La chiesina è assolutamente barocca: all’interno è completamente affrescata, un’illusione ottica continua fatta di finti marmi, finte colonne, finte porte e finte architetture. La parete del Coro è la più bella, con l’affresco della Pentecoste, realizzata da due pittori fiorentini che amavano le esagerazioni barocche, ma che non riuscirono a portare a termine l’opera. La chiesina era in stato di abbandono fino a poco tempo fa, quando è stata recuperata per interesse del FAI. E infatti è proprio una guida dei Giovani FAI di Pistoia che ci racconta la storia di questa chiesa prima di lasciarci liberi di esplorarne e di fotografarne l’interno.

Dentro il Palazzo Comunale

Dentro il Palazzo Comunale

La seconda tappa è il Palazzo Comunale di Pistoia. Un palazzo che ha una storia architettonica lunghissima: sorge nel medioevo (i Pistoiesi si ritengono uno dei più antichi comuni ad emanciparsi dal potere del Sacro Romano Impero, in realtà Pistoia ha uno dei più antichi statuti comunali noti per il medioevo…) ed è di fatto il primo palazzo civile pubblico della città, realizzato espropriando case private. Ha almeno 3 fasi costruttive: in un primo tempo, infatti, il palazzo ha una facciata racchiusa in un portico di 4 arcate. In un secondo tempo viene aggiunto un portico laterale e angolare che collega in un unico camminamento coperto, ma nella terza fase questo portico laterale viene tamponato e chiuso, probabilmente per problemi di statica dell’edificio. Il portico rimane così solo in facciata, ed è il luogo dove inizialmente si amministrava la giustizia: uno spazio allo stesso tempo pubblico e funzionale. All’interno sulla destra si apre uno scalone, mentre proseguendo in avanti si arriva in una corte centrale, sulla quale affaccia il balconcino della sala del Sindaco.

Una scultura di Marino Marini ci ricorda che questo artista, al quale a Firenze è dedicato un museo, nacque a Pistoia. Tra i vari dettagli architettonici degni di nota, la nostra guida ci tiene a mostrarci una scala a chiocciola seicentesca, recentemente restaurata e di grande impatto visivo. Il palazzo comunale ospita il Museo Civico, il quale a sua volta ospita il Centro Documentazione Giovanni Michelucci, architetto del Novecento toscano che ha lasciato grandissima impronta del suo lavoro sul territorio: se avete presente la chiesa di San Giovanni Battista all’autostrada a Firenze Nord avete idea di chi sto parlando…

L'interno del Battistero di Pistoia

L’interno del Battistero di Pistoia

Uscendo dal Palazzo Comunale basta attraversare la piazza per arrivare al Battistero. L’edificio caratterizza tantissimo la città, tanto che la sua cupola la si vede anche da distante, persino dall’autostrada se ci si fa caso. Entriamo all’interno di questo luogo sacro, a pianta ottagonale come tantissimi battisteri medievali. Medievale è anche il fonte battesimale, nel centro dell’aula, tutto decorato in marmi bianchi e neri (anzi, verdi: per la precisione, il marmo bianco è di Carrara, mentre la pietra verde viene dalla vicina Prato). L’interno, anche se può sembrare spoglio, è molto austero. L’esterno è in restauro. Ma nessun problema, perché gli instagramers possono arrivare laddove solo i restauratori possono! Ci viene infatti offerta la possibilità di salire sulle impalcature e di vedere da vicino la decorazione scultorea della facciata, nonché di ammirarne dettagli che non si notano neanche da terra in assenza di impalcature! Ci soffermiamo a guardare le formelle con le storie di San Giovanni Battista, risalenti al XIV secolo. I capitellini in marmo bianco decorati con puttini sono un’altra chicca bizzarra della decorazione di questo fronte dell’edificio.

Pistoia

Formella con le storie di San Giovanni Battista sulla facciata del Battistero di Pistoia. Qui è rappresentata la consegna della testa del Battista a Salomè

Capitolo 2. Gli instagramers tra i fiori, con la Fondazione Giorgio Tesi

E’ quasi ora di pranzo, e noi instagramers lasciamo il centro di Pistoia alla volta del “contado”, dell’area fuori dalla città dove si trova la maggior parte dei vivai che caratterizzano il paesaggio, ma anche l’economia, pistoiese. Il nostro anfitrione, la Fondazione Giorgio Tesi, ci offre il pranzo e si racconta, illustrandoci l’attività vivaistica (esportazione di fiori e piante in tutto il mondo, Tagikistan compreso) e l’interesse allo sviluppo sociale e culturale della città. La Fondazione nasce per questo, così come la sua creatura, DiscoverPistoia, nasce in collaborazione con la Regione Toscana per promuovere tutto il territorio pistoiese nella sua varietà, dal vivaismo alla cultura, alla montagna pistoiese. Una rivista, Naturart, racconta già da qualche anno la bellezza culturale del territorio di Pistoia. Ma da adesso in avanti si passerà in rete.

La piana di Pistoia, dominata dai vivai

La piana di Pistoia, dominata dai vivai

Inizia poi il tour dei vivai. Partiamo dalla sede di Giorgio Tesi, del quale oltre alle serre vediamo il capannone di carico: perché Giorgio Tesi produce ed esporta a grandi livelli; il capannone contiene fino a 15 autotreni ed ha un piazzale antistante nel quale vengono sistemate le piante cliente per cliente. La logistica, ci viene fatto notare da Niccolò, la nostra guida, è fondamentale: organizzare carichi, spazi all’interno del camion e itinerari per le consegne è imprescindibile. La Giorgio Tesi è la prima azienda certificata EMAS in Europa perché autoproduce compost internamente, direttamente dai resti organici delle piante, ed è tra le aziende più importanti di Pistoia, nel cui territorio lavorano circa 1100 vivai, più o meno grandi.

Il tour vivaistico prosegue ai Vivai Trinci, dove il signor Ivan ci mostra orgoglioso le sue passioni che ha trasformato in produzioni: acero e cornus. Se l’acero bene o male lo conosciamo tutti, in particolare quello rosso e quello che sta sulla bandiera canadese, nessuno dei presenti conosce il cornus. Cornus Florida è un albero, di origine canadese, che fa degli splendidi fiori bianchi o rosa, a seconda della varietà. Pianta poco nota e poco diffusa fino a pochi anni fa, oggi è richiestissima per abbellire i giardini di mezzo mondo: una bella soddisfazione per Ivan, che coltiva Cornus fin dagli anni ’70 e che oggi vede materialmente i frutti di un lavoro trentennale fatto di passione, di sacrifici e di ricerca.

cornus florida

Il tour si conclude poi in un altro particolarissimo vivaio: Romiti, dedicato interamente all’arte topiaria. L’arte topiaria è la capacità di realizzare vere e proprie sculture a partire da piante, principalmente ilex o bosso, che sono cespugli in grado di adattarsi alle forme più particolari. Nata in Italia a metà Ottocento come derivazione dal Giardino all’Italiana, oggi chi produce arte topiaria è in grado di ricreare davvero di tutto: il segreto sono le strutture metalliche nelle quali i rami della pianta vengono incastrati, ricoprendo la struttura con le foglie rigogliose. Gli esempi che abbiamo qui sono notevoli: si va dai delfini ai ciclisti alla Ford a grandezza naturale, dal giocatore di golf al tirannosauro, passando per il coccodrillo e per l’orsacchiotto. Ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le fantasie. Si tratta di realizzazioni piuttosto costose, però, e l’alto prezzo di ogni singola scultura vivente è dovuto sia alla struttura metallica realizzata ad hoc che alla cura e mantenimento della pianta.

Arte topiaria nei vivai di Pistoia

Arte topiaria nei vivai di Pistoia

Il nostro accompagnatore Niccolò ci dice che un obiettivo della Fondazione sarebbe far diventare quello dei vivai un percorso turistico accessibile a quanti hanno interesse per le piante e per il paesaggio: in effetti, il territorio che attraversiamo è un continuo susseguirsi di colori, di campi, di piante, ma anche di piccoli edifici, chiesine e abitazioni, che contribuiscono a rendere poetico questo paesaggio rurale così particolare. Il problema, che solleva Niccolò, è però la dispersione, perché i vivai sono sparsi nel territorio e spesso difficili da raggiungere. Per questo si stanno vagliando varie possibilità, e chissà che presto il Tour dei Vivai non diventi una realtà nell’offerta turistica e culturale di Pistoia: mia madre ringrazia, statene certi ;-) .

Concludo il racconto della giornata, come anticipato nel titolo, con una galleria di #mydiscover, le foto catturate attraverso una cornice a forma di foglia, scelta proprio da DiscoverPistoia per individuare le eccellenze del territorio pistoiese. Buona visione!

Il Primo Maggio in Toscana è Magnalonga!

L’anno scorso avevo partecipato alla Magnalonga, un percorso naturalistico-gastronomico, o viceversa, che si sviluppa lungo i sentieri del Mugello e che prevede, lungo la passeggiata, una serie di tappe enogastronomiche, perché se l’appetito vien mangiando, a scarpinare per km e km viene la fame nera! Se vi siete persi la Magnalonga dell’anno scorso, non temete, potete recuperare e affrontarla quest’anno!

Anche quest’anno, infatti,  per onorare la festa dei lavoratori viene organizzata la Magnalonga del Primo Maggio, che permetterà ai partecipanti di percorrere due itinerari appositamente studiati sull’Appennino mugellano.

magnalonga

Per questa edizione, la 24°, la Magnalonga del Mugello torna a Vicchio, dove è nata oltre 20 anni fa, con partenza e arrivo da una delle piazze principali del paese, a soli 600m dalla stazione che lo collega a Firenze con treni che passano circa ogni ora.

La Magnalonga del Mugello 2015 passerà per luoghi evocativi come la scuola di Don Milani a Barbiana e porterà i partecipanti ad ammirare il panorama da punti panoramici mozzafiato sulla vetta del Monte Giovi.

Il percorso è articolato in due itinerari  di lunghezza differente in modo da consentire la massima partecipazione: uno medio di 12 km circa e uno più impegnativo di 22 km circa.

Lungo il tragitto saranno dislocati alcuni posti tappa che funzioneranno da ristoro con assaggi di prodotti tipici del Mugello e della Val di Sieve, accompagnati da vini Chianti Rufina e Pomino. Inoltre, al termine della passeggiata sarà offerto presso il circolo di Vicchio un pranzo/merenda che concluderà la camminata.

Iscriversi alla Magnalonga è semplicissimo attraverso la pagina http://www.visitmugello.com/magnalonga-del-primo-maggio/ oppure chiamando la Arcobaleno Sport Vicchio ai numeri 338 2556304055 8448155.

La quota di partecipazione è di 20€ per gli adulti e 10€ per i minori di 14 anni e include portabicchiere, bicchiere, acqua, ristoro alle tappe e pranzo/merenda.

E’ possibile consultare il programma dettagliato e i percorsi della Magnalonga del Primo Maggio 2015 in Mugello sul sito http://www.visitmugello.com/magnalonga-del-primo-maggio/.

Antico e moderno si incontrano: le stazioni “archeologiche” delle metropolitane

L’ispirazione per questo post mi viene dal post 12 stazioni della metro convertite in opere d’arte che mi ha segnalato Valeria, una viaggiatrice come me che evidentemente conosce bene le metropolitane (e ama l’architettura). Lei nel suo post ci accompagna alla scoperta di stazioni della metro da tutto il mondo che sono vere opere d’arte, o che parlano di arte. Inevitabilmente mi è venuta un’ispirazione, perché guardando le splendide immagini (tra cui la stazione della metro di BurJuman a Dubai, dalla quale ho avuto il privilegio di poter passare, o la stazione della metro di Kíyevskaya a Mosca), ho pensato che io, nella mia ahimè sempre troppo limitata carriera di viaggiatrice, di stazioni della Metropolitana ne ho girato, e alcune mi hanno colpito per la loro architettura e per la loro scenografia, studiata apposta per suggerire il luogo di riferimento in cui ci troviamo, oppure per raccontare un aspetto della città.

Per mia sensibilità non so resistere quando vedo una stazione della metro a tema archeologico. Ricordo l’effetto che mi fece, ormai più di 10 anni fa, la stazione della Metro Syntagma di Atene, nella quale è esposta una sezione stratigrafica, con tutta la successione delle fasi di vita dell’Antica Atene: laddove oggi passano i binari è il livello al quale correvano le tubazioni di un acquedotto realizzato all’epoca di Pisistrato e dei suoi figli, VI secolo a.C. Ma certo, con Atene vado sul sicuro: addirittura, nei pressi dell’Agorà la metropolitana corre in superficie, affacciando sugli scavi di una delle aree più importanti della polis, la città stato di età classica, quando Atene era davvero la culla della cultura occidentale.

La stazione della metro di Atene Syntagma, con la stratificazione dei vari livelli di vita di Atene dall’età arcaica (VI secolo a.C. in poi)

Sempre ad Atene le stazioni di Monastiraki, Thissio, Akropoli e Panepistimio sono stazioni quasi paragonabili a musei. La stazione di Akropoli, in particolare, con le riproduzioni dei marmi del Partenone, solleva la nota questione, tanto cara ai Greci, della richiesta al British Museum di Londra della restituzione dei marmi, le statue dei frontoni, le metope e i rilievi del fregio che nel XIX secolo Lord Elgin acquistò ad Atene e portò in Inghilterra, dove, dopo alterne vicende, furono acquisite dal British. Da sempre la Grecia conduce una battaglia per la restituzione di questo suo patrimonio, ma la Gran Bretagna rifiuta la restituzione.

E a proposito di British Museum, ci trasferiamo a Londra, alla fermata della metro Holborn, che porta al British Museum. Per segnalarlo, lungo le pareti delle gallerie si trovano gigantografie di alcune delle statue che poi si potranno ammirare dal vivo al Museo.

Anche a Parigi l’idea è la stessa: suggerire l’arrivo al Louvre attraverso una stazione della metropolitana, anzi, attraverso la stazione della metropolitana che collega con quel gran centro commerciale che è diventato l’area al di sotto del Museo e che consente un ingresso più veloce rispetto alla Pyramide. La stazione è quella di Louvre-Rivoli e le gallerie ospitano riproduzioni di statue e di reperti di arte antica, egizia, babilonese, greca e romana.

La fermata di Louvre-Rivoli, che collega direttamente col museo del Louvre, del quale anticipa le collezioni archeologiche

Se vogliamo giocare in casa, la metropolitana di Napoli ci regala delle soddisfazioni! Una fermata in particolare, Museo, progettata dall’architetto Gae Aulenti, ospita riproduzioni di importanti opere d’arte antica i cui originali si trovano all’interno del Museo Archeologico Nazionale al quale evidentemente la fermata si riferisce. Tra queste l’Ercole Farnese e la Protome Carafa (che in realtà non è una testa di cavallo antica, come fino a poco tempo fa si pensava, ma un’opera originale dello scultore Donatello che la realizzò nel Rinascimento basandosi su un modello antico, la Testa di Cavallo Medici-Riccardi ora al Museo Archeologico Nazionale di Firenze). Inoltre le gallerie sono accompagnate dalle foto in bianco e nero di Mimmo Jodice, molto evocative, di opere d’arte che i potenziali visitatori troveranno poi, in marmo e bronzo, in museo.

L’Ercole Farnese (copia) nella stazione della metro Museo di Napoli

Sempre a Napoli, la fermata Museo Stazione Neapolis è la più archeologica di tutte: racconta a coloro che ogni giorno prendono i treni in un viavai continuo, con la speranza che possano “perdere” due minuti del loro prezioso tempo, le ricerche archeologiche condotte a Napoli durante i lavori per la realizzazione della linea metropolitana e i cui ritrovamenti spaziano dall’epoca preistorica alla Napoli Spagnola, passando per l’età greca, romana e bizantina. Anche questa fermata, come la precedente, fa parte delle Stazioni dell’Arte, un progetto di architettura e arte contemporanea che ha coinvolto la metropolitana di Napoli nella realizzazione di stazioni belle, artistiche e, naturalmente, funzionali. Spazi belli e significativi, non anonimi.

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Una vetrina dalla fermata Museo Stazione Neapolis, che espone i reperti contenuti in piazza Municipio

L’esempio di Atene e Napoli è stato seguito dalla metropolitana di un’altra città, il cui passato è magari meno noto, ma non per questo non degno di essere documentato e musealizzato proprio sul luogo dei ritrovamenti archeologici. Sto parlando di Genova, i cui lavori per la metropolitana, avvenuti in anni recenti, hanno portato alla luce importanti momenti della vita della città: in un caso, quello della stazione Darsena, hanno restituito i resti del molo del Porto Franco. La stazione è stata musealizzata nel corso del progetto Archeometro, e attraverso pannelli e plastici racconta lo sviluppo del Porto di Genova nei secoli. Con Archeometro2, invece, è la stazione di Brignole ad essere stata musealizzata. Lì, sono venute in luce strutture che risalgono addirittura all’età del Bronzo Antico (2200-1900 a.C.), come una poderosa struttura muraria, che è stata preservata ed è oggi visibile, 5 m al di sotto del piano stradale. E poi i ritrovamenti archeologici arrivano fino al XVI secolo, perché Genova è città a continuità di vita. E dove se non per uno scavo in profondità si possono leggere tutte le varie fasi successive l’una all’altra? Alle scoperte di Brignole aveva anche fatto seguito una mostra, nel 2010, allestita al Museo di Archeologia Ligure di Pegli, dal titolo Archeologia Metropolitana.

La stazione della metro Brignole a Genova, con il muro risalente all’età del Bronzo Antico (2200-1900 a.C.). credits: Direzione Generale Antichità MiBACT

E adesso? Cosa manca? Beh, mi auguro che dalla metro C esca qualcosa di buono: la realizzazione della linea è stata tanto rallentata dalle scoperte archeologiche, comportando tante lamentele da parte di molti romani sia nei palazzi del potere che nei bar Sport, che il minimo che si potrà fare, a parziale risarcimento del ritardo nell’esecuzione, sarà allestire le fermate della metro più toccate da ritrovamenti archeologici come veri e propri musei, che raccontino la città antica ormai sotterrata, ma non per questo meno degna di essere conosciuta; inoltre i lavori per la metro C hanno portato alla luce davvero monumenti e parti della città notevoli e importanti, che certo non vanno nascosti, ma al contrario valorizzati. Aspettiamo fiduciosi! :-)

 

Credits: dove non diversamente segnalato, tutte le foto sono state prese da Wikipedia

San Paolo fuori le mura: la gloria e il fasto dei papi

La facciata di San Paolo fuori le mura e la statua di San Paolo

La facciata di San Paolo fuori le mura e la statua di San Paolo

Paolo di Tarso, dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco, come narrano gli Atti degli Apostoli, divenne uno dei più forti, carismatici e ingombranti apostoli della religione cristiana delle origini. Siamo nel I secolo d.C. e Paolo, cittadino romano che inizialmente aveva perseguitato i primi Cristiani, salvo poi convertirsi alla loro religione e anzi dando ad essa una dimensione più globale, dando l’impulso perché essa si espandesse oltre i confini della Galilea e della Giudea per raggiungere tutto il mondo conosciuto, ritenuto colpevole proprio di essere seguace e promotore della nuova religione, viene ucciso, decapitato, fuori delle mura di Roma. San Paolo, martire cristiano, viene seppellito in una necropoli fuori dall’antica città, lungo la strada verso Ostia, e la sua tomba presto diviene un luogo di culto, dapprima clandestino, poi, quando i tempi sono maturi, riconosciuto come tale. Bisogna attendere il 313 d.C. perché la religione cristiana divenga religione di Stato dell’Impero Romano, sotto l’Imperatore Costantino, ed è proprio durante il suo regno che il luogo di culto formatosi sulla tomba lascia il posto ad una piccola basilica, detta basilica costantiniana proprio per l’epoca e per l’imperatore che ne decretò l’erezione. Ma è sotto il regno degli Imperatori Teodosio e Onorio che la basilica diviene davvero monumentale. Nelle forme del 390 d.C. (età di Teodosio) e poi negli ampliamenti dell’VIII secolo, la chiesa sopravvive fino al 1823, quando un rovinoso incendio la distrugge. Le forme assolutamente monumentali con cui oggi la conosciamo, che ne fanno la basilica papale più grande dopo San Pietro, sono quelle della ricostruzione post 1823: il grande quadriportico davanti alla facciata, per esempio, risale a metà ‘800, ed è un trionfo di marmi e di colonne che creano la quinta scenografica ideale per la facciata di questa chiesa, sulla quale risalta il grande mosaico dorato con gli evangelisti, l’Agnus Dei e Cristo benedicente tra i santi Pietro e Paolo. Nel mezzo del chiostro che si viene a creare davanti alla facciata, un’imponente statua di San Paolo raffigurato come difensore (armato di spada) della fede cattura l’attenzione ed è il centro della scena.

Il mosaico dell'abside di San Paolo fuori le mura

Il mosaico dell’abside di San Paolo fuori le mura

All’interno, la basilica colpisce per i grandi spazi, per l’immensità della navata centrale e per il soffitto cassettonato in oro. Ma un’altra cosa cattura la nostra attenzione, lungo le pareti delle navate laterali: i tondi dei papi, medaglioni che ritraggono ogni singolo papa che è stato elevato al soglio pontificio, da San Pietro a Papa Francesco. A separare lo spazio dei fedeli dallo spazio del culto è il cosiddetto arco di Galla Placidia, totalmente decorato in mosaico a fondo dorato, in cui è rappresentato il Cristo Pantocratore e 24 figure di santi che lo pregano.

La navata centrale, con l'arco di Galla Placidia, il ciborio, e l'abside sullo sfondo

La navata centrale, con l’arco di Galla Placidia, il ciborio, e l’abside sullo sfondo

Al di sotto si trova il cuore della basilica, ciò da cui tutto ebbe inizio. Ed è segnalato da un elegante ciborio. La tomba di San Paolo sta proprio qui sotto, all’interno di un sarcofago che da sempre è oggetto di culto. Una teca immediatamente al di sopra espone le catene che, leggenda vuole, strinsero i polsi del santo nei giorni della prigionia prima dell’esecuzione, mentre a lato si trova una lampada che deve stare sempre accesa, alimentata di continuo dai monaci dell’annessa abbazia benedettina. Sì, perché dall’VIII secolo d.C. in avanti alla chiesa fu affiancato un monastero, esistente ancora oggi. Questo spazio, che rimane ad un livello più basso rispetto al piano del pavimento della navata, è chiamato Confessione, ed è un elemento che anche le altre basiliche papali di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore) hanno.

Il candelabro pasquale di san Paolo

Il candelabro pasquale di san Paolo

Accanto al ciborio una piccola colonna istoriata fa bella mostra di sé: non si direbbe, eppure è un candelabro in marmo, il candelabro pasquale di San Paolo,realizzato nel XII-XIII secolo e totalmente decorato con scene della Passione di Cristo e ispirate all’Apocalisse di San Giovanni Apostolo, oltre che con animali fantastici e decorazioni vegetali usate come riempitivi.

L’abside è decorato da un grande mosaico a fondo dorato, con Cristo nel mezzo affiancato da San Pietro, sant’Andrea, San Paolo e san Luca, in un prato fiorito che ricorda il giardino dell’Eden.

Fin qui la basilica. Ma l’esplorazione di San Paolo fuori le mura non finisce qui. Adiacente alla chiesa, infatti sorge il monastero benedettino, del quale è visitabile l’elegante chiostro, un luogo di pace e di bellezza che ha un certo non so che di esotico (a me ha ricordato, seppur in piccolo, il duomo di Monreale, per le sue colonnine tutte decorate una diversa dall’altra), e il cui porticato è arricchito da iscrizioni, sarcofagi, rilievi di età romana provenienti dalla necropoli pagana che qui sorgeva in età romana imperiale. Per visitare il chiostro, e l’area archeologica all’esterno della basilica, è previsto un biglietto di 4 €. Gli scavi raccontano l’area immediatamente adiacente alla basilica nel suo sviluppo dalla formazione del luogo di culto in avanti. Dapprima si installò infatti una comunità monastica, poi si installò addirittura un centro abitato, quando ormai l’impero romano era solo un ricordo lontano e l’area rischiava le inondazioni del Tevere che scorre poco distante nel suo ultimo tratto verso il mare.

Il chiostro di San Paolo fuori le mura

Il chiostro di San Paolo fuori le mura

Davanti a San Paolo fuori le mura, o meglio, sul suo fianco, si apre un ampio parco dove gli studenti universitari spesso fanno picnic e prendono il sole nella pausa tra una lezione e l’altra. É un’area di sosta piacevole che guarda all’entrata laterale, sul transetto, della basilica. Ve lo dico perché potreste pensare che quella sia la facciata, viste le sue grandi proporzioni. E invece no, la facciata, come vi dicevo più su, è più imponente ancora, e racchiusa da un quadriportico.

Vi sembra una facciata monumentale, vero? Eppure questo è solo l'ingresso dal lato del transetto!

Vi sembra una facciata monumentale, vero? Eppure questo è solo l’ingresso dal lato del transetto!

E con questo post vi auguro definitivamente buona Pasqua! :-)