Triora, il borgo delle Streghe

Il borgo di Triora

Il borgo di Triora

La Valle Argentina è un territorio selvaggio e antico: una valle strettissima della Liguria di Ponente che scende dalla montagna ligure fino ad Arma di Taggia, sul mare; lungo il percorso, i boschi si alternano a piccoli borghi di fondovalle o arroccati lassù in alto, mentre la strada ridiscende tortuosa lungo il fiume.

Triora è il più grande dei borghi di montagna. Si trova lassù, sulla cima della sua montagna da cui controlla tutto il territorio circostante, la valle e i borghi dispersi sulle altre montagne a custodia del territorio. Un tempo questo sistema abitativo rendeva l’accesso al mare dalle Alpi invalicabile. Triora era un prezioso possedimento della Repubblica di Genova proprio per la sua posizione strategica. Il castello in cima all’altura ne è un”eterna testimonianza. Ma il borgo è noto ai più per altri motivi.

La Caccia alle Streghe. Se si pensa alle streghe vengono in mente ambientazioni fiabesche e di sapore medievale, donne brutte col naso adunco vestite di stracci, lo sguardo truce e la voce stridula che viaggiano con la scopa e preparano pozioni. Invece le streghe di Triora altro non erano che donne del borgo, mogli, madri e figlie che alla fine del XVI secolo, ben dopo i secoli bui del Medioevo, furono perseguitate inizialmente perché accusate di riunirsi la sera in un luogo del paese, la Cabotina.

Uno scorcio di Triora

Uno scorcio di Triora

Siamo nell’epoca della Controriforma, tutto ciò che non segue precisi dettami comportamentali e di devozione viene letto con sospetto. Aggiungiamoci magari  molestie o avances respinte da qualcuna di queste donne di montagna, tenaci come solo chi vive in territori impervi può essere, ed ecco servita un’accusa di stregoneria, che giunge a Genova e che suscita l’interesse dell’Inquisizione.

Inizia la persecuzione. In principio sono poche le donne accusate, che però vengono torturate per essere costrette a confessare. E queste donne shockate, spaventate, indifese, accusano a loro volta altre donne, come vuole sentirsi dire l’Inquisizione. Inizia una spirale di terrore che si acuisce quando da Genova viene mandato tal Giulio Scrivani, che pratica giudizi sommari e che alla fine, ma quando per molte delle innocenti condannate è troppo tardi, viene fermato. Ne uscirà pazzo, ma a noi consola poco.

Una cella delle prigioni di Triora

Una cella delle prigioni di Triora

La storia delle streghe di Triora è raccontata nel locale Museo Regionale Etnografico e della Stregoneria, all’ingresso del paese. Qui, in particolare al piano inferiore, sono ricostruite le celle delle prigioni nelle quali le povere donne venivano segregate o torturate. In una è ricostruita una scena terribile: una delle condannate, stesa su un cavalletto, è in attesa del supplizio. In un’altra, una donna è in gabbia, mentre nell’ombra un uomo, il suo carnefice o il suo giudice, si avvicina.

Oggetti dell'economia silvopastorale di Triora. E un'inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Oggetti dell’economia silvopastorale di Triora. E un’inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Il resto del museo racconta invece la vita “normale” di Triora: la sua economia basata principalmente sulla pastorizia e sullo sfruttamento dei boschi a castagno. La ricostruzione di ambienti di vita e di lavoro, con gli oggetti quotidiani di un secolo fa e anche meno, completa il quadro e ci racconta chi erano gli abitanti di Triora fino ancora a pochi decenni fa. Una collezione di streghette, poi, completa il giro, tanto per ricordarci dove siamo,  e una piccola saletta racconta il passato più remoto della regione, quando gli uomini vivevano ancora nei ripari in grotta e appena cominciavano a realizzare i primi oggetti in terracotta per la conservazione dei cibi.

Il paese è delizioso. Case in pietra, carrugi bui e tortuosi, scorci tra gli archi, edifici stretti gli uni agli altri, la piazza della chiesa, e poi il camminamento esterno, che guarda alla valle e alle alture circostanti e, nelle immediate vicinanze le pievi poste lungo le vie di crinale, di pascolo e di cammino, risalenti a quando la strada asfaltata ancora non esisteva. Un paese che non ha perso nulla della sua aria medievale, che mostra tracce qua e là di abbandono, soprattutto negli edifici più antichi, ma che continua ad essere abitato e frequentato.

un portale medievale nella piazza della chiesa

un portale medievale nella piazza della chiesa

Triora ha saputo trasformare un capitolo orribile del proprio passato in una risorsa. Senza voler lucrare sulla tragedia che colpì le donne del paese, ha restituito loro la dignità che meritano, e ha dedicato loro, oltre al museo, un monumento. In questa “strega” immersa tra i fiori voglio vedere un monumento contro l’odio e l’ignoranza, contro le superstizioni e contro la violenza di genere. E ci rendiamo conto di quanto la “caccia alle streghe” con forme diverse, purtroppo è dura a morire.

Il monumento nella piazzetta di Triora

Il monumento nella piazzetta di Triora

Cosa ho amato di Tarragona

Tarragona, in piazza della Cattedrale

Tarragona, in piazza della Cattedrale

È una bella città mollemente adagiata al sole, Tarragona. Città moderna e centro storico convivono senza che l’una soffochi l’altro. Sì, c’è un po’ di traffico in entrata, ma poi, una volta che hai parcheggiato l’auto e cominci a curiosare in giro, ti accorgi che ai tarragonesi piace godersi il sole e il tempo. Così all’ora di cena, o forse un pochino prima, le due belle piazze centrali si animano di localini e di gente seduta ai tavolini che chiacchiera, ride e sorseggia una caña, la birretta, o un vermouth e ci mangiucchia insieme qualche tapas di accompagnamento. I bambini giocano in piazza arrampicandosi sui grossi blocchi di pietra di ciò che resta dei monumenti del foro romano, mentre le mamme chiacchierano tra di loro con gli occhiali da sole, ma senza perderli d’occhio. Una serena vivacità anima questa parte del centro storico, ma basta allontanarsi un attimo, seguire il corso delle mura romane ancora in piedi, e arrivare verso la Cattedrale, per raggiungere un angolo di assoluta quiete.

la dedica funeraria di C. Baebius alla moglie sul muro di una casa di Tarragona

la dedica funeraria di C. Baebius alla moglie sul muro di una casa di Tarragona

La bella cattedrale di Santa Tecla è immersa nel silenzio. Rimane più in alto rispetto al resto del centro, un capolavoro del gotico catalano, superba nel suo isolamento. Un solo ristorantino si trova accanto a lei, ricercato, tranquillo, il cui proprietario colleziona caffettiere dal mondo ed è felice di chiacchierare con degli italiani. Sulla piazzetta della chiesa, sotto il piccolo portico di uno stretto edificio in pietra si aprono altri due localini, poi dalla piazzetta una scalinata scende verso gli alti palazzi e le vie del centro, e qui una ragazza si cimenta in un legoprojectphoto, con i personaggi di Star Wars sullo sfondo della cattedrale.

I palazzi, medievali, nelle loro murature non usano semplici pietre: riutilizzano blocchi, iscrizioni, cippi, lastre della città romana sulla quale si sono insediati. E così capita che, passando, vedi su un muro la dedica funeraria di C. Baebius Myrismus a Fabiae Saturnna uxori optima (moglie ottima): l’estremo saluto pieno, se non di amore, almeno di riconoscenza, alla compagna della vita è vivo per sempre, e per sempre sarà visibile.

L'anfiteatro di Tarragona

L’anfiteatro di Tarragona

Tra i vari monumenti romani che si incontrano in città, il più spettacolare è senz’altro l’anfiteatro, conservato benissimo. A vederlo da fuori sembra che per lui il tempo non si sia fermato, e invece se si è conservato così bene è proprio perché ha vissuto una storia intensissima per tutta l’età medievale e moderna, quando non era più utilizzato per il suo scopo originale: ha ospitato dapprima una chiesa, poi un convento; considerato fin dall’inizio luogo sacro perché vi era avvenuto il martirio di tre santi cristiani, forse proprio questa è stata la sua fortuna, e ci è stato consegnato dopo due millenni in queste condizioni. Se ne sta isolato, come una terrazza sul mare. Sotto di esso passa la ferrovia, poi c’è la gente in spiaggia e più in là il porto.

pesce in vendita al mercato di Tarragona

pesce in vendita al mercato di Tarragona

I castellers. credits Mosaicofchanges on Instagram

I castellers. credits: Mosaicofchanges on Instagram

Che Tarragona sia legata al mare ce lo dimostra una visita al mercato centrale: è un mercato del pesce, praticamente. I tarragonesi qui acquistano a prezzi davvero bassi (rispetto ai nostri) pesci, molluschi e crostacei. Verrebbe voglia, anzi viene voglia, di soggiornare qui per qualche tempo: andare al mercato la mattina, cucinare il pesce, andare a scoprire qualche museo o sito archeologico (come l’acquedotto romano, fuori città), fermarsi la sera per una birretta in piazza e poi tornare a casa e cucinare nuovamente il pesce. Magari venire in città durante una di quelle feste in cui i Castellers costruiscono quelle piramidi umane, i Castells, così pericolose eppure così piene di umanità, di fervore civile e religioso, come li celebra un monumento lungo la Rambla Nova di Tarragona. Ecco, è questa la Tarragona che vorrei vivere la prossima volta che torno. Perché qui ci torno prima o poi, ve l’assicuro.

L’Oceanografic di Valencia

L’Oceanografic di Valencia è qualcosa di più di un semplice acquario.

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Innanzitutto è parte di quel grande e magnifico complesso architettonico che è la Ciudad de Las Ciencias y Las Artes: un insieme di edifici realizzati dall’architetto Santiago Calatrava in un settore, fuori dal centro storico della città, del vecchio corso del fiume Turia. Il fiume è stato deviato in anni recenti dal suo corso, perché regolarmente inondava la città. Il suo letto svuotato è stato trasformato in un’opportunità di riqualificazione urbanistica senza precedenti: è diventato un immenso lungo giardino pubblico in fondo al quale si colloca la Ciudad de Las Ciencias y Las Artes, il polo museale di Valencia che ospita ben sette strutture tra musei e attrazioni culturali: un centro culturale adatto a tutti, dai grandi ai piccini, ai giovani alle famiglie. Tra musei di arte, il museo della scienza, il cinema IMAX e l’acquario, Valencia ha riunito qui le strutture che educano i cittadini all’arte, alla scienza e alla natura.

Un dettaglio della Ciudad di Calatrava

Un dettaglio della Ciudad di Calatrava

I vari edifici che la compongono sono riconoscibilissimi come opera di Calatrava: il bianco, l’importanza della luce, il gioco di contrasti tra pieni e vuoti e luci e ombre, la tensione alla leggerezza e le linee curve sono caratteri che riscontriamo anche in altre opere dell’architetto, nei suoi ponti e nella stazione Alta Velocità MedioPadano, per dare un paio di riferimenti. Qui però Calatrava fa qualcosa di più: il museo delle scienze ricorda lo scheletro di un dinosauro o di una balena, le linee curve dell’Oceanografic ricordano le onde e le sue vetrate azzurre ne sono una conferma. Il riferimento al mare è molto evidente e non può non venirmi in mente un altro acquario realizzato da un’altra grande archistar: l’acquario di Genova di Renzo Piano. Per come è concepito, però, l’Oceanografic sembra un mondo a sé, una città futuristica in cui gli edifici si dispongono in un ambiente (si fa per dire) naturale. Paesaggisticamente l’effetto è molto ben riuscito.

Il parco oceanografico di Valencia

Il parco oceanografico di Valencia

Entriamo nell’Oceanografic: viene considerato il parco marino più grande d’Europa. Parco marino vuol dire che non ha solo un percorso interno tra vasche di pesci, ma ha anche un percorso esterno, lungo il quale si incontrano animali legati al mondo marino senza essere pesci essi stessi: i leoni marini, ad esempio, il coccodrillo, i pinguini. Vi è anche una grande voliera a forma di sfera all’interno della quale vivono dei vivaci ibis rossi. E poi c’è il delfinario, concepito apposta per lo spettacolo dei delfini. Insomma, definire l’Oceanografic semplicemente un acquario è un po’ limitativo. Il suo cuore pulsante, però, è proprio l’acquario.

In un percorso che tocca i principali ecosistemi marini dal punto di vista del clima, veniamo in contatto sin da subito con la biodiversità che anima i nostri fondali e i fondali oceanici, la barriera corallina e l’ambiente artico. Intorno a noi è tutto un vociare di meraviglia, ma non sono solo i bambini: anche i grandi si entusiasmano allo spettacolo della natura.

oceanografic valenciaAnche se io ho una predilezione per il microcosmo della Barriera Corallina, per la vivacità dei piccoli pesciolini e degli organismi che la animano, devo ammettere che la galleria degli squali è notevole: noi camminiamo in un lungo corridoio e intorno e sopra di noi squali di ogni forma e dimensione nuotano tranquilli. Il selfie con lo squalo è di rito, e a me torna in mente più forte che mai quella volta che in mezzo agli squali ci ho nuotato davvero

La galleria degli squali: buon divertimento...

La galleria degli squali: buon divertimento…

Nella riproposizione dell’ambiente artico (un capannone decisamente freddo) i trichechi e le balene beluga sono i protagonisti. Non avevo mai visto il beluga dal vivo: un buffo delfinone cicciottello che poco ha dell’eleganza e dell’agilità del suo cugino più piccolo. Ma è candido, come il ghiaccio in mezzo al quale nuota, e le sue caratteristiche fisiche gli consentono di sopravvivere sia nei bassi fondali degli estuari dei grandi fiumi del nord del mondo, che sotto i ghiacci del Circolo Polare Artico.

A determinati orari le gallerie dell’acquario si svuotano e (quasi) tutti i visitatori si concentrano nel delfinario, dove si svolge lo spettacolo dei delfini che saltano eseguendo gli ordini dei loro istruttori. Gli spettacoli sono gratuiti, compresi nel prezzo (28 €) del biglietto dell’Oceanografic. Ma è la parte che mi entusiasma meno.

La barriera corallina all'Oceanografic

La barriera corallina all’Oceanografic

Piuttosto, mi interessano i temi che si sviluppano a margine delle varie sezioni dell’acquario: si tratta di temi che hanno sempre in qualche modo a che fare con l’uomo: la “conquista” del mare, da parte dapprima delle popolazioni più primitive, all’alba dell’Umanità, fino a risalire il corso della storia e ad arrivare alla stagione delle grandi esplorazioni geografiche; ma poi vi sono tematiche ambientali ed ecologiche. Mi ha colpito (e questo era il suo scopo) nella sezione dedicata alla barriera corallina la presenza di una vaschetta vuota, di fronte alla vasca con i pesci pagliaccio. I pesci pagliaccio grazie al film d’animazione “Alla ricerca di Nemo” sono diventati i beniamini di grandi e piccini e i pesciolini di riferimento per parlare della bellezza della Barriera Corallina. Ma la Barriera Corallina è un ecosistema in pericolo, che rischia di scomparire anche in breve tempo a causa dell’inquinamento globale e della mano poco saggia dell’uomo. Ecco che allora la vasca accanto ai pesci pagliaccio non è vuota per caso, ma è un monito, come a dire: “attenti, che si rischia che la Barriera Corallina un giorno possa diventare così: una nuda roccia morta”. L’acquario non è solo una serie di vetrine di pesci colorati allora, ma anche un luogo di riflessione e di sensibilizzazione sui temi dell’ecologia e dell’ambiente.

Cartagena, l’orgoglio del vecchio e l’esigenza del nuovo

Cartagena, il palazzo dell'Ajuntamiento rivolto verso il mare

Cartagena, il palazzo dell’Ajuntamiento rivolto verso il mare

Cartagena è una città che si rivela pian piano. L’arrivo non è dei più edificanti: l’autostrada conduce in una periferia brutta, ma immette subito nel vialone principale. Questo, però, non è nel centro storico, il quale non è particolarmente grande e si sviluppa sul lato del mare, anche se il mare lo vedi all’ultimo e quasi ti stupisci di trovartelo davanti.

Ma andiamo con ordine.

Cartagena è una città romana. Una città romana antica e illustre, fondata dai Cartaginesi nel III secolo a.C. e che durante la II Guerra Punica vide contrapposti gli eserciti cartaginese e romano. È la guerra di Annibale, il condottiero che riuscì per qualche tempo a mettere in scacco Roma, ma che poi inspiegabilmente non poté portare a termine il suo progetto di conquista. È la Guerra degli Scipioni, potente famiglia romana che alla guida dell’esercito ristabilì l’ordine e passo dopo passo espanse il dominio di Roma sul Mediterraneo. Dalla II Guerra Punica Roma uscì non solo vincitrice, ma rafforzata, con un potere che cominciava ad avere il controllo su ben altre terre oltre al Sud Italia. La Spagna fu una di queste terre, e Cartagena, che poi deriva il nome dal suo nome latino Carthago Nova, fu una delle città che nacquero da questo fondamentale capitolo della storia antica.

L'Augusteum del Foro romano di Cartagena. Credits: http://www.tarraconensis.com/cartagena/monumentos.html

L’Augusteum del Foro romano di Cartagena. Credits: http://www.tarraconensis.com/cartagena/monumentos.html

Il passato romano spunta quasi ad ogni passo: la collina del Molinete è un’area ancora in fase di scavo, ma già ha rivelato l’area del Foro romano, del tempio principale, dell’Augusteum, delle terme, delle domus e della viabilità principale, il decumano. L’area archeologica è molto ampia, in parte visitabile, in parte coperta, per consentire una migliore conservazione dei muri dipinti. Poco distante, nella direzione del mare, si trova il teatro romano, ben conservato, con l’annessa Cattedrale Vecchia e, più in là ancora, seminascosto nonostante sia in altura, l’anfiteatro. La città è orgogliosa della sua storia più antica, il Museo Archeologico affaccia sulla piazza principale, la Plaza dell’Ajuntamiento, e ovunque manifesti per la città inneggiano alla cultura e al glorioso passato.

Il teatro romano di Cartagena è spettacolare

Il teatro romano di Cartagena è spettacolare

Proprio la Plaza dell’Ajuntamiento è un piacevolissimo spazio nel quale passeggiare. Il palazzo dell’Ajuntamiento è un elegantissimo esempio di architettura modernista, rivolto verso il mare. Qui un lungo camminamento lungo le mura, la Muraglia del Mare, oppure sopra di essa, permette di ammirare dall’alto la linea di costa, dove un porto in espansione e in abbellimento mette in collegamento la città col resto del Mediterraneo.

Le vie del centro storico sono un alternarsi di eleganti palazzi e di belle facciate, dietro alle quali, però, i palazzi non sono più. Laddove i palazzi erano brutti e fatiscenti, giù: sono stati abbattuti e ora una voragine si apre al loro posto. A Cartagena vige una legge cittadina secondo la quale, tolti gli edifici che hanno un vero interesse culturale, e quindi non possono essere abbattuti, degli edifici più vecchi, che tuttavia conservano le facciate tipiche dell’edilizia di Cartagena, proprio le facciate vanno conservate, mentre l’edificio retrostante va buttato giù. Così spesso si cammina in vie che sembrano più set cinematografici che non reali strade di città.

Una cartolina d'epoca mostra le facciate della Calle Mayor. è questo l'aspetto che si vuole mantenere

Una cartolina d’epoca mostra le facciate della Calle Mayor nel 1936. è questo l’aspetto che si vuole mantenere

Ma come sono queste facciate? Hanno ampie finestre, bei balconi, inferriate in ferro battuto che spesso sono molto articolate e quelle verandine strette in legno e vetro che spezzano la verticalità della parete. Le finestre possono essere squadrate o ad arco, le verande rettangolari o poligonali, non c’è una regola fissa. Ma proprio questa varietà ne fa un patrimonio cui la città non vuole rinunciare. E anche se c’è bisogno di costruire edifici nuovi, perché quelli più vecchi sono fatiscenti o non rispettano le attuali norme di sicurezza (tutto può essere), le facciate no, quelle vanno preservate, perché la città mantenga quell’aspetto di raffinatezza di primo Novecento.

Stratificazioni storiche nel teatro romano di Cartagena

Stratificazioni storiche nel teatro romano di Cartagena

Buffo quest’aspetto di Cartagena, una città in bilico tra l’orgoglio per il proprio passato e l’esigenza di rinnovarsi. In questa fase di transizione, certo, fa un effetto un po’ strano camminare per le vie in mezzo a questi palazzi fantasma. Ma in fondo non è altro che la continuità di vita di una città che cresce e si rinnova su se stessa: come a suo tempo la città bizantina fece nei confronti dei monumenti più antichi del suo passato romano. E, inutile dirlo, proprio questa peculiarità di Cartagena mi ha affascinato e ha fatto di questa città una delle tappe più interessanti del mio viaggio in Spagna.

La Sagrada Familia, Gaudì e la “Naturaleza”

sagrada familiaIl Temple Expiatori de la Sagrada Familia è uno degli edifici più noti e più rappresentativi di Barcellona. Si tratta di una chiesa, una grande chiesa la cui costruzione fu avviata fin dalla fine del XIX secolo. L’architetto responsabile del progetto fu Antoni Gaudì, nientemeno: colui che negli anni successivi diventerà il massimo rappresentante del Modernisme, la corrente architettonica che caratterizzerà così fortemente gli anni ’20 del Novecento catalano.

Gaudì ha lasciato una fortissima impronta in città: Casa Güell lungo la Rambla e Park Güell alle spalle di Barcellona, Casa Batllò e la Pedrera lungo il Passeig de Gracia sono i luoghi principali cui si lega il nome dell’architetto. Ma l’edificio cui egli dedicò la maggior parte del suo tempo e del suo impegno fu proprio la Sagrada Familia.

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La Sagrada Familia in costruzione, 1915 – Di sconosciuto – Maria Antonietta Crippa: Gaudí, Taschen, Köln, 2007, ISBN 978-3-8228-2519-8, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3561028
Luce che filtra attraverso le vetrate colorate

Luce che filtra attraverso le vetrate colorate

Il tempio è tuttora in costruzione: un po’ per via del progetto, davvero complesso, dei fondi che finirono troppo presto già dopo pochi anni dall’avvio dei lavori, dell’interruzione e parziale distruzione nel 1936 poco prima della Guerra Civile Spagnola; anzi, in quell’occasione fu bruciata la cripta della chiesa che fungeva da laboratorio e dove erano custoditi i disegni di Gaudì. Una grave perdita che certo influì sul prosieguo della costruzione, i cui lavori ripresero nel 1944.

Oggi la Sagrada Familia è in continuo divenire: non solo non è ancora ultimata, ma viene restaurata man mano che passa il tempo e viene adattata alle nuove esigenze in materia di accessibilità e sicurezza. Così, ad esempio, le torri all’interno della chiesa, che erano ultimate già sotto la direzione di Gaudì, e alle quali si poteva accedere ancora 15 anni fa, oggi sono state completamente rifatte: è stata sostituita la scala a chiocciola e accanto viene realizzato un ascensore; luci al led illuminano oggi al posto dei lampadari che inizialmente dovevano esserci; e l’elenco potrebbe proseguire.

Uno scalpellino al lavoro sull'esterno dell'edificio

Uno scalpellino al lavoro sull’esterno dell’edificio

Delle tre facciate che completano la chiesa, la prima, quella della Natività, fu realizzata già sotto Gaudì; quella diametralmente opposta, dedicata alla Passione di Cristo, è stata realizzata invece solo nel 1987, mentre l’ultima facciata è ancora in fase di realizzazione. Gli operai e gli artisti lavorano a stretto contatto sulle impalcature mentre al di sotto passano mandrie di turisti che vogliono visitare questa grande “incompiuta”.

L’interno della chiesa è alto, maestoso, bianco, luminoso, arioso. Le grandi vetrate che animano da un lato e dall’altro la navata donano una luce dai toni caldi su un fronte e freddi sull’altro: il rosso e l’arancio contro il verde e l’azzurro. Le colonne sembrano alberi che in cima, in corrispondenza delle volte, si ramificano in tante nervature luminose che danno vita a un soffitto che sembra più una foresta. Tutta bianca, ovviamente.

Le due facciate sono diversissime per stile. Quella della Natività è un affastellarsi di personaggi e di episodi evangelici il cui culmine è proprio la scena della Sacra Famiglia, mentre intorno si dispongono gli altri personaggi e le altre scene compresa quella, intensissima, della Strage degli Innocenti. La facciata della Passione invece è più arida, le figure spigolose rendono bene il dolore che è dolore di tutta l’umanità e la sofferenza del Cristo e di tutti i personaggi coinvolti. Intensissima anche qui la scena di Pilato che se ne lava le mani e particolare l’idea di rendere la Veronica senza volto, mentre mostra il volto di Cristo impresso sul suo panno. La facciata della Gloria, che sarà la facciata principale, non è ancora stata realizzata.

Dettagli delle facciate della Sagrada Famila

Dettagli delle facciate della Sagrada Famila

È bellissimo, e potrebbe anche sembrare fuori tema, il portale di accesso alla chiesa dalla facciata della Natività: le ante sono verdi, un bosco di foglie a rilievo sulle quali trovano posto lumache, coccinelle, ranocchie, api e tartarughine, in un curioso esercizio di stile che probabilmente vuole celebrare in Cristo una nuova rinascita della vita attraverso le sue creature più piccole, eppure anch’esse parte del Creato.

Dettagli sul portale della Sagrada Familia

Dettagli sul portale della Sagrada Familia

Una costante di Gaudì, che si respira anche altrove nelle sue realizzazioni, ma che qui è lampante e raggiunge esiti altissimi, è il costante riferimento e la costante ispirazione alla natura. La naturaleza guida ogni passo dell’architetto: dalle decorazioni agli elementi strutturali, ai calcoli matematici e all’osservazione delle leggi fisiche: per le colonne si ispira agli alberi, per le scale a chiocciola alle chiocciole, per l’appunto; e poi prende spunto dalle cellette degli alveari, dalle nervature delle foglie, ricerca e trova insomma nella natura i principi cardine della sua arte. Questi aspetti sono spiegati in una piccola ala della Sagrada Familia, adibita a museo, nella quale sono riuniti gli elementi naturali che ispirarono Gaudì e le realizzazioni che creò a partire da quegli elementi: un approfondimento molto interessante per comprendere meglio questo geniale architetto catalano.

#PoggioaCaiano2016: ed è subito instameet

La villa medicea di Poggio a Caiano

La villa medicea di Poggio a Caiano

Che week-end quello del 17-19 giugno! Prima ho partecipato al blogtour promosso per #eatPrato, poi domenica ho partecipato all’instameet #poggioacaiano2016, organizzato dagli Igers Prato con il Comune di Poggio a Caiano (PO), che aveva l’obiettivo di promuovere il notevole patrimonio culturale della cittadina. Una cittadina di campagna, se vogliamo, che sorge intorno ad una villa medicea e alle sue pertinenze.

Proprio la villa è stato il fulcro dell’instameet. Ma non solo. Perché la prima visita che abbiamo fatto la mattina, armati di fotocamera e tutti intenti a “spolliciare”, come ha detto il giovane e appassionato assessore alla cultura del Comune, è stata al Museo Ardengo Soffici. Esso in effetti è allestito nelle Scuderie Medicee adiacenti le mura di cinta della villa, però ha un’identità a se stante, e un valore documentario incommensurabile.

Paesaggio Toscano, Ardengo Soffici

Paesaggio Toscano, Ardengo Soffici

Il Museo Ardengo Soffici e del Novecento Italiano è interamente dedicato alle opere di questo pittore toscano che nacque a Rignano sull’Arno, ma che a Poggio a Caiano crebbe e si formò. E qui tornò dopo aver soggiornato 7 anni a Parigi, città nella quale c’era gran fermento artistico negli anni a cavallo del Novecento. Ma lui, che era partito dall’Italia macchiaiolo, e che nella capitale francese aveva incontrato il Cubismo ai suoi primi vagiti e aveva accolto l’Impressionismo, in particolare nell’opera di Cezanne, decise ugualmente di rientrare. A Firenze, nel 1910 organizzò una mostra sugli Impressionisti, e la sua adesione a questo movimento è ben evidente nella sua opera Trasporto Funebre, ambientata proprio a Poggio. Ebbe poi uno scontro che non fu solo verbale con i Futuristi (li stroncò in una critica sulla rivista letteraria La Voce, e i Futuristi scesero a Firenze apposta per pestarlo, cosa che fecero davanti al Caffé Letterario Giubbe Rosse), con i quali poi fece pace avvicinandosi anche alla loro poetica, ma rimanendone comunque sempre distaccato.

Il salone di Leone X, splendore dell'arte rinascimentale

Il salone di Leone X nella villa medicea di Poggio a Caiano: splendore dell’arte rinascimentale

In museo sono esposte opere varie: ritratti di grandi dimensioni, paesaggi, addirittura affreschi su muro, insieme alle riviste letterarie sulle quali scrisse e agli schizzi che realizzò nel corso della sua attività. Parlare di Ardengo Soffici vuol dire parlare della pittura del Novecento Italiano proprio per la grande rete di contatti che ebbe nel corso della sua vita con i principali esponenti dei vari movimenti artistici italiani e per il ruolo che esercitò come critico, oltre che come pittore. Il mondo che egli predilige (lo dice anche in un video che è possibile vedere in una saletta a parte) è quello contadino, delle case coloniche, del mondo di campagna in cui è cresciuto. Tra i dipinti esposti spicca la Natura morta con popone (melone, per chi è di fuori Firenze), realizzata in una tecnica a piastre di zinco che colorava e imprimeva sulla tela, replicando così i vari elementi (in questo caso le bottiglie) e il Paesaggio Toscano che realizza per Rodolfo Siviero, personaggio fiorentino che nel secondo Dopoguerra ebbe un ruolo chiave per il recupero delle opere d’arte trafugate dai Nazisti.

Uno splendido soffitto a pergolato nella sala del biliardo della villa

Uno splendido soffitto a pergolato nella sala del biliardo della villa

L’instameet procede alla Villa Medicea, poco distante. Un alto muro separa la villa dalla strada; varcato il cancello una parte del giardino conduce davanti alla facciata, che ha due scalinate laterali che conducono al piano superiore, sopra il quale spicca un frontone con un fregio in ceramica bianca e blu che raffigura il percorso dell’anima, dalla nascita alla morte, attraverso una rappresentazione complicata fatto di riferimenti a miti e allegorie non troppo chiare agli studiosi.

L’interno della villa è sfarzoso fin dalla prima sala che funge quasi da anticamera a ciò che seguirà. Segue un piccolo teatro, seicentesco ma rifatto nell’800, con un piccolo gradevolissimo palco. Si dice che Paganini si esibì qui. A seguire una sala da biliardo il cui soffitto affrescato come se fosse un pergolato aperto su un cielo azzurro è una gioia per gli occhi. Seguono poi gli appartamenti di Bianca Cappello, che fu prima amante e poi moglie di Francesco I Medici e che insieme a lui morì in circostanze misteriose (forse avvelenati con l’arsenico? Forse uccisi dalla malaria nonostante una cura a base di arsenico?). Certo la sala principale è al piano superiore: il Salone di Leone X, affrescato da pittori del calibro di Alessandro Allori, di Andrea del Sarto e del Pontormo e aperto con quattro finestre sui quattro lati a guardare il paesaggio. La villa fu il modello per tutte le successive ville signorili di campagna: una villa finalmente aperta verso il paesaggio e non chiusa in se stessa come succedeva prima, in età medievale, quando lo spazio esterno era il cortile. Qui invece oltre il grande giardino c’è un intero territorio sul quale lo sguardo può spaziare, fino a Firenze.

Uccelli esotici ed europei, Francesco Bimbi

Uccelli esotici ed europei, Pietro Neri Scacciati, Museo della Natura Morta

Non sembra vera quella mosca sul melone? Estrema bravura dei pittori di nature morte alla corte dei Medici

Non sembra vera quella mosca sul melone? Estrema bravura dei pittori di nature morte alla corte dei Medici

Al secondo piano dell’edificio è poi esposto il Museo della Natura Morta, una singolare esposizione di una collezione tutta medicea che rivela l’interesse dei Signori di Firenze per la varietà della natura, sia essa fatta di fiori, piante e frutta, che di animali, possibilmente esotici. Tra i vari vasi di fiori o i canestri di frutta, alcune opere sono davvero incredibili: come la Cena in Emmaus, il cui titolo fa riferimento ad una scena che nell’economia del dipinto occupa un angolino, mentre tutto il resto è dedicato alla cucina nella quale si preparano i cibi per la cena; oppure come il dipinto Uccelli esotici ed europei di Pietro Neri Scacciati, che raffigura un casuario, animale che vive soltanto in Australia (all’epoca non ancora scoperta) e in Nuova Guinea; oppure come, e sono i dipinti più incredibili, quelli che raffigurano canestri e canestri solo di pere, o solo di mele, di qualità tutte diverse tra loro, con un’elencazione molto didascalica del mese di produzione, come si poteva trovare negli erbari seicenteschi.

Limoni, limoni e ancora limoni. I Medici adoravano queste rappresentazioni "didascaliche" delle varietà dei frutti

Limoni, limoni e ancora limoni. I Medici adoravano queste rappresentazioni esuberanti di frutta

Infine, le bellissime collezioni di limoni e agrumi riportano su tela l’interesse dei Medici per questo tipo di coltivazione. Ogni villa e giardino mediceo aveva la sua limonaia più o meno grande e la villa di Poggio a Caiano non era da meno. Un patrimonio di piante davvero ricchissimo: peccato che molte essenze e varietà si siano perse nel tempo, anche se ultimamente c’è il progetto e l’intenzione di recuperarne il più possibile.

Dopo un pranzo pantagruelico alla Pasticceria Roberta e un’acquata che ci ha impedito di recarci nell’oasi naturalistica Le Buche e di godere più di tanto del bel giardino della villa, abbiamo concluso la giornata con un brindisi con il vino di Carmignano che, come vi dicevo nello scorso post, quest’anno compie 300 anni.

EatPrato: i 300 anni del vino di Carmignano

eatpratoDal 17 al 19 giugno si è svolta a Prato la manifestazione enogastronomica EatPrato. Nata per celebrare il territorio, i suoi prodotti e le eccellenze locali, in particolare il vino di Carmignano, che compie nel 2016 300 anni, ha messo in programma una serie di eventi sia a Prato, in piazza del Comune, dove sono stati allestiti stand e show cooking, che nella provincia.

Un evento del genere non poteva non lasciare traccia nel web e nel mondo dei social. Per questo ad accompagnare tutto lo svolgimento della manifestazione sono stati invitati blogger, foodblogger nello specifico, da tutta Italia. Unica eccezione, credo, sono stata io che però, anche se ho un blog di viaggi, non disdegno assolutamente di raccontare ciò che il territorio a me più vicino vuole mostrare. E poi, diciamocelo, non mi tiro mai indietro quando si parla di cibo e di vino. In questo caso, poi, territorio e prodotti locali sono inscindibilmente legati, e non si può comprendere l’uno senza gli altri.

La Cantina Granducale di Villa Ferdinanda, Artimino

La Cantina Granducale di Villa Ferdinanda, Artimino

Prendi il vino di Carmignano, per esempio: ha 300 anni e una data di nascita certa: il 1716, appunto. In quell’anno Cosimo III Medici emana un editto che individua 4 aree di produzione del Carmignano e vieta che vini prodotti al di fuori di queste aree possano fregiarsi del nome di Carmignano. In sostanza inventa la prima DOC, o la prima IGT della storia. E inventa il concetto di terroir ante litteram. Il terroir è elemento fondamentale nella classificazione, e nella qualità, dei vini; è definito da una serie di caratteri, che sono il suolo, il clima, il saper fare dei vignaioli e dei vinificatori; la territorialità è vocazione, e la vocazione è la capacità di fare un grande vino in quel territorio tutti gli anni. E 300 anni non sono pochi. Tutte queste cose ce le ha spiegate Aldo Fiordelli, critico enogastronomico delle Guide L’Espresso, durante una lectio magistralis in Palazzo Pretorio a Prato, nel corso dell’inaugurazione di EatPrato.

Ma andiamo con ordine.

Per poter parlare di un vino, oltre a berlo, devi anche avere un’idea del territorio in cui è prodotto. Ecco che allora nel primo pomeriggio di venerdì 17 ho raggiunto le altre foodblogger (grazie a Forchettina giramondo che mi ha coinvolto) alla Villa Medicea di Artimino. Immaginate un paesaggio collinare verde, fatto di vigne e di oliveti che si stagliano contro il cielo azzurro chiazzato di nuvolette bianche.

Artimino, sul poggio di fronte alla villa medicea. In mezzo oliveti

Artimino, sul poggio di fronte alla villa medicea. In mezzo oliveti

Immaginate di arrivare con l’auto fino ad un paesino minuscolo di case in pietra: è Artimino.

Superatolo, la lunga via dritta, costeggiata da entrambi i lati da oliveti, punta dritto ad un grandissimo, bellissimo edificio seicentesco. È Villa Ferdinanda, la Villa dei Cento Camini. Chiamata dei Cento Camini per via dei tanti comignoli che decorano il tetto sia suo che della dependance (oggi adibita ad hotel), fu voluta da Ferdinando I de’Medici, costruita nel 1596 su progetto del Buontalenti, inserita oggi nel Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ma di proprietà privata e destinata a ospitare eventi e ricevimenti e visitabile solo su appuntamento. Sorge in posizione splendida, panoramica, dirimpetto ad Artimino, da una parte, e con vista che spazia fino a Firenze dall’altra. Al piano nobile, la villa ospita un grande salone nel quale, nelle lunette che animano il soffitto, una volta erano inserite le vedute di ogni singola villa medicea realizzate dal pittore fiammingo Giusto Utens.

Villa Ferdinanda, o Villa dei Cento Camini, è una villa medicea ad Artimino (PO)

Villa Ferdinanda, o Villa dei Cento Camini, è una villa medicea ad Artimino (PO)

La cucina della Villa Medicea di Artimino

La cucina della Villa Medicea di Artimino

Il piano inferiore, però, è il più caratteristico di tutti: ospita la Cantina Granducale, una bella infilata di enormi botti e bottiglie su bottiglie impolverate in cantinette alle pareti; ma soprattutto ospita le cucine. E qui c’è una chicca notevole: il girarrosto inventato da Leonardo da Vinci: un sistema di funi, contrappesi e avvitamenti che serviva per cuocere le carni nel grande camino della stanza. E forse questa è la curiosità più interessante della villa.

Al termine della visita siamo scesi a Prato, percorrendo nuovamente una via tra le colline che mostra i vigneti e gli oliveti, commovente da quanto è bello. In città, dopo la lectio sul vino di Carmignano, una veloce visita al Palazzo Pretorio che ci ospita (ve ne parlerò nei prossimi post) quindi aperitivo di conclusione della giornata, dove oltre al vino (finalmente!) ho assaggiato un’altra particolarità vinicola locale: il vermouth di Prato! Lo sapevate che esisteva? No? Beh, neanch’io! Ma adesso sì. E di cose, oggi, ne ho scoperte parecchie.

artimino

I vigneti della tenuta di Artimino. Credits: Artimino.com