Grazie dei fior: alla scoperta dei vivai pistoiesi con la Fondazione Giorgio Tesi

Mia madre avrebbe adorato tantissimo un pomeriggio come quello che ho vissuto due domeniche fa insieme ad un gruppo di instagramers, grazie all’instameet organizzato da IgersPistoia in collaborazione con DiscoverPistoia. Nello scorso post vi ho raccontato l’intera giornata, qui invece approfondisco il tour del pomeriggio, che si è svolto, vi ricordo, a spasso tra i vivai della piana fuori Pistoia.

pistoiaLa zona ha una forte vocazione vivaistica che caratterizza fortemente il paesaggio: basta passare in autostrada sulla Firenze Mare per accorgersi del continuo susseguirsi di filari di piante, di alberi, di fiori, di vivai. Un paesaggio molto particolare, agricolo a suo modo, colorato, che si stende per ettari ed ettari al di qua e al di là dell’autostrada. Immaginate Pistoia, città medievale con i suoi antichi palazzi e le sue chiese, che si erge nel centro di questa grande piana circondata da campi, campi che nel tempo si sono specializzati nella produzione di fiori, piante e alberi da destinare alla vendita. Il vivaismo a Pistoia è una realtà attiva fin dalla seconda metà dell’Ottocento, che va sviluppandosi per tutto il Novecento, specializzandosi in piante da frutto e piante ornamentali, e occupando progressivamente tutto il territorio un tempo adibito ad altri tipi di coltivazioni modificando così totalmente l’economia agricola locale (per approfondimenti sul vivaismo pistoiese leggi qui).

La Fondazione Giorgio Tesi Group, che ci ha ospitato, è tra i più grossi vivaisti della zona. La sua produzione e il suo commercio sono su una scala che si potrebbe definire industriale, anche perché, oltre ai suoi vivai, si avvale di una rete di vivai più piccoli, produttori, ognuno specializzato in un dato settore, dei quali si impegna a smerciare la produzione. Giorgio Tesi non vende a privati, non ha il banchino di fiori o il negozio nel quale io posso andare a comprare un vaso di camelie, una pianta di rosmarino o i bulbi di tulipano per il mio terrazzo.

Il lavoro di logistica che sta dietro all’esportazione delle piante destinate ai clienti in giro per l’Europa è davvero notevole. Credits: intoscana.it

Al contrario, Giorgio Tesi lavora con Enti pubblici e privati e con le aziende, con grandi fornitori, e soprattutto lavora con tutto il mondo. Ogni lato del pianeta è raggiunto da Giorgio Tesi, persino uno staterello come il Tagikistan ha clienti di Giorgio Tesi. Il settore vivaistico ha risentito della crisi economica globale, ma neanche più di tanto rispetto ad altri settori: era un mercato in espansione che invece che regredire si è soltanto stabilizzato, riuscendo quindi a sopravvivere.

Adesso è primavera e sono in esplosione le fioriture; man mano che si va avanti nella stagione i campi saranno sempre più colorati. Tra i colori che potevamo scegliere ci vengono proposti il rosa e il bianco e il rosso e il giallo. Di che parlo? Parlo dei fiori del corniolo da fiore, un piccolo albero molto richiesto nei giardini del Nord Europa, e delle foglie dell’acero.
Troviamo coltivate insieme queste piante in un vivaio della piana di Pistoia, Vivai Trinci, dove il signor Ivan ci descrive con passione le sue creature e i loro colori.

Coloratissimi aceri dai vivaci colori

Coloratissimi aceri dai vivaci colori

Partiamo proprio dal rosso e dal giallo degli aceri. Già, perché se tutti conosciamo l’acero rosso, quasi nessuno conosce la varietà gialla. A me, che adoro il giallo, questa variante piace molto. Mi piace scoprire quanto è varia la natura, anche se, certo, l’acero giallo è una varietà creata in vivaio. Ma è bella, assolutamente poetica, e riflette con intensità la luce calda del sole pomeridiano. Un’altra varietà di acero ha le foglie verde chiaro e cascanti come un salice: è una varietà giapponese, che a me profana tutto sembra fuorché un acero! Il bello delle foglie dell’acero, qualunque sia la varietà, è che il colore delle foglie è sempre assolutamente deciso, il rosso è rosso intenso, il verde è verde intenso, il giallo… beh, è giallo. Colori decisi, che si fanno notare, sempre. E non crediate che le foglie degli aceri siano sempre tutte uguali, con la forma da bandiera del Canada: perché esiste un acero, giapponese dal nome, kotonoito, che ha le foglie cascanti, quasi più simile ad un salice che ad un acero.

Cornus Florida. Non è un fiore bellissimo?

Cornus Florida. Non è un fiore bellissimo?

Ma è il cornus la pianta che più entusiasma Ivan: coltiva quest’albero, il cui nome scientifico è cornus florida, fin dagli anni ’70: una scommessa e un amore che finalmente, oggi che il cornus, nelle sue centinaia di varietà, è noto e richiesto in tutti i grandi giardini del mondo, in particolare d’Inghilterra, sono ricompensati. Il cornus è un vero e proprio albero, dal tronco e i rami sottili, e per prima cosa in primavera fiorisce, e solo dopo la fioritura spuntano le foglie. Nei giardini in cui è piantato, il corniolo da fiore si nota, perché è il primo in ordine di tempo a fiorire, e con la nuvola bianca o rosa delle sue chiome floreali risalta su tutti gli altri alberi da fiore che aspettano ancora qualche settimana prima di schiudere le proprie gemme. Il fiore del cornus in realtà è una piccola infiorescenza: una pallina di tanti piccoli fiorellini chiari ravvicinati racchiusi in 4 grandi brattee bianche. Oppure rosa. Oppure rosa e bianchi, rosa più intenso o più chiaro… le varietà sono tante, 620 almeno, e si potrebbe dire che Ivan conosce tutte le sue piante, una per una, e le chiama anche per nome. Una addirittura è una sua creazione, Teresa, in onore di sua nipote. Una varietà vera e propria, una creazione avvenuta proprio in questo vivaio di Pistoia, frutto di innesti e tentativi costanti, frutto di ricerca e di grande, grande passione.

Arte topiaria a Pistoia: i giocatori di golf

Arte topiaria a Pistoia: i giocatori di golf

Se nel vivaio di Ivan sono i colori dei fiori e delle foglie a catturare lo sguardo. L’altro vivaio che visitiamo invece è monocromo: è il verde del bosso e dell’ilex a farla da padrona. Ma in questa monotonia di colore ciò che non annoia sono le forme. Sì, perché il vivaio Romiti, ad Agliana, è specializzato in arte topiaria. Avete presenti quegli alberi dalle forme strane, artistiche, che decorano i giardini più eleganti o più bizzarri? Ecco, l’arte topiaria è un’invenzione dei giardinieri italiani dell’800, evoluzione naturale degli ordinatissimi giardini all’italiana sei e settecenteschi. Dall’architettura di questi giardini e delle aiuole si passa all’architettura delle singole piante. E l’evoluzione di quest’evoluzione sono le creazioni assolutamente bizzarre che vediamo qui: l’automobile, il treno, i dinosauri, l’orsacchiotto, il coccodrillo; e poi il ciclista, il giocatore di golf, il giardiniere che pota un alberino, e ancora la bicicletta, la lanterna, il delfino che salta nel cerchio, il cuore per i giardinetti più romantici… sembra di stare dentro il mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie! Ci vuole fantasia, arte, pazienza ed estrema cura delle piante, che vengono fatte crescere intorno ad una struttura metallica che funge da anima: il bosso o l’ilex non si svilupperanno disordinatamente in altezza, come farebbero in natura, ma seguendo precisamente gli intrecci della maglia metallica alla quale sono avviluppati.

Cornus Florida in fiore

Cornus Florida in fiore

Quello del vivaismo è un patrimonio culturale oltre che economico del Pistoiese. È una risorsa che va valorizzata oltre che sfruttata in modo sostenibile. Ecco allora che la Fondazione Giorgio Tesi, con DiscoverPistoia.it e la rivista Naturart, vorrebbe far entrare il vivaismo nei circuiti turistici, creando una sorta di tour dei fiori sulla scia dei tour del vino o dell’olio che già sono attivi in molte parti d’Italia, Toscana compresa: sarebbe un passo nella direzione della promozione territoriale che, sono sicura, attirerebbe tantissime persone. Compresa mia madre ;-) .

Instameet a Pistoia, ecco le mie #mydiscover in una bella domenica di aprile

Domenica 12 aprile ho partecipato all’instameet organizzato da Igers Pistoia e DiscoverPistoia.it alla scoperta del centro storico della cittadina toscana e della sua vocazione vivaistica. Di fatto la giornata è stata distinta in due veri e propri capitoli: capitolo 1, la mattina, in centro storico, con una serie di visite guidate all’oratorio di San Leone, al Palazzo Comunale e al Battistero; capitolo 2, il pomeriggio, alla sede della Fondazione Giorgio Tesi Group, e da qui alla scoperta dei vivai più caratteristici di Pistoia. Perché il vivaismo è colonna portante dell’economia dell’area e può avere anche un grande potenziale turistico, se saputo sfruttare.

Ma andiamo con ordine. E dunque partiamo col Capitolo 1.

Capitolo 1. Gli Instagramers alla scoperta del centro storico di Pistoia

L’appuntamento, nella piazza del Duomo di Pistoia, è alle 9.45 di domenica mattina. Siamo tantissimi, in questa assolatissima mattinata, pronti con i nostri smartphone e tablet: pronti per ascoltare, conoscere, documentare fotograficamente e soprattutto condividere le nostre scoperte su instagram (ma anche su twitter e facebook, perché no?).

Per pubblicare le foto su instagram abbiamo a disposizione alcuni ashtag: #igerspistoia, ovviamente, #leggerelacittà2015, manifestazione di architettura che si è tenuta lo scorso week-end a Pistoia, all’interno del quale l’instameet si è svolto, e poi #discoverpistoia, tag che dovremo imparare a conoscere e usare, soprattutto da quando, il 24 aprile, sarà lanciato il portale discoverpistoia.it, promosso dalla Fondazione Giorgio Tesi Group per la promozione del territorio pistoiese. Infine, il tag #mydiscover, da utilizzare solo per immagini inserite all’interno di un’apposita cornice, a forma di foglia, in vista di un concorso, promosso sempre da discoverpistoia.it, che ha come fine la segnalazione delle bellezze, dei tesori, delle eccellenze, a qualunque titolo, del territorio pistoiese.

L'interno della chiesa barocca di San Leone, Pistoia

L’interno della chiesa barocca di San Leone, Pistoia

La prima tappa dell’instameet è un piccolo gioiello che neanche i pistoiesi doc, scommetto, conoscono: la piccola chiesa di San leone. Realizzata nel XIV secolo come oratorio dello Spirito Santo, sorgeva nel cuore di un quartiere medievale, alle spalle della piazza del duomo, dominato da case-torri. Queste furono tutte (eccetto una) abbattute nell’Ottocento. La chiesina è assolutamente barocca: all’interno è completamente affrescata, un’illusione ottica continua fatta di finti marmi, finte colonne, finte porte e finte architetture. La parete del Coro è la più bella, con l’affresco della Pentecoste, realizzata da due pittori fiorentini che amavano le esagerazioni barocche, ma che non riuscirono a portare a termine l’opera. La chiesina era in stato di abbandono fino a poco tempo fa, quando è stata recuperata per interesse del FAI. E infatti è proprio una guida dei Giovani FAI di Pistoia che ci racconta la storia di questa chiesa prima di lasciarci liberi di esplorarne e di fotografarne l’interno.

Dentro il Palazzo Comunale

Dentro il Palazzo Comunale

La seconda tappa è il Palazzo Comunale di Pistoia. Un palazzo che ha una storia architettonica lunghissima: sorge nel medioevo (i Pistoiesi si ritengono uno dei più antichi comuni ad emanciparsi dal potere del Sacro Romano Impero, in realtà Pistoia ha uno dei più antichi statuti comunali noti per il medioevo…) ed è di fatto il primo palazzo civile pubblico della città, realizzato espropriando case private. Ha almeno 3 fasi costruttive: in un primo tempo, infatti, il palazzo ha una facciata racchiusa in un portico di 4 arcate. In un secondo tempo viene aggiunto un portico laterale e angolare che collega in un unico camminamento coperto, ma nella terza fase questo portico laterale viene tamponato e chiuso, probabilmente per problemi di statica dell’edificio. Il portico rimane così solo in facciata, ed è il luogo dove inizialmente si amministrava la giustizia: uno spazio allo stesso tempo pubblico e funzionale. All’interno sulla destra si apre uno scalone, mentre proseguendo in avanti si arriva in una corte centrale, sulla quale affaccia il balconcino della sala del Sindaco.

Una scultura di Marino Marini ci ricorda che questo artista, al quale a Firenze è dedicato un museo, nacque a Pistoia. Tra i vari dettagli architettonici degni di nota, la nostra guida ci tiene a mostrarci una scala a chiocciola seicentesca, recentemente restaurata e di grande impatto visivo. Il palazzo comunale ospita il Museo Civico, il quale a sua volta ospita il Centro Documentazione Giovanni Michelucci, architetto del Novecento toscano che ha lasciato grandissima impronta del suo lavoro sul territorio: se avete presente la chiesa di San Giovanni Battista all’autostrada a Firenze Nord avete idea di chi sto parlando…

L'interno del Battistero di Pistoia

L’interno del Battistero di Pistoia

Uscendo dal Palazzo Comunale basta attraversare la piazza per arrivare al Battistero. L’edificio caratterizza tantissimo la città, tanto che la sua cupola la si vede anche da distante, persino dall’autostrada se ci si fa caso. Entriamo all’interno di questo luogo sacro, a pianta ottagonale come tantissimi battisteri medievali. Medievale è anche il fonte battesimale, nel centro dell’aula, tutto decorato in marmi bianchi e neri (anzi, verdi: per la precisione, il marmo bianco è di Carrara, mentre la pietra verde viene dalla vicina Prato). L’interno, anche se può sembrare spoglio, è molto austero. L’esterno è in restauro. Ma nessun problema, perché gli instagramers possono arrivare laddove solo i restauratori possono! Ci viene infatti offerta la possibilità di salire sulle impalcature e di vedere da vicino la decorazione scultorea della facciata, nonché di ammirarne dettagli che non si notano neanche da terra in assenza di impalcature! Ci soffermiamo a guardare le formelle con le storie di San Giovanni Battista, risalenti al XIV secolo. I capitellini in marmo bianco decorati con puttini sono un’altra chicca bizzarra della decorazione di questo fronte dell’edificio.

Pistoia

Formella con le storie di San Giovanni Battista sulla facciata del Battistero di Pistoia. Qui è rappresentata la consegna della testa del Battista a Salomè

Capitolo 2. Gli instagramers tra i fiori, con la Fondazione Giorgio Tesi

E’ quasi ora di pranzo, e noi instagramers lasciamo il centro di Pistoia alla volta del “contado”, dell’area fuori dalla città dove si trova la maggior parte dei vivai che caratterizzano il paesaggio, ma anche l’economia, pistoiese. Il nostro anfitrione, la Fondazione Giorgio Tesi, ci offre il pranzo e si racconta, illustrandoci l’attività vivaistica (esportazione di fiori e piante in tutto il mondo, Tagikistan compreso) e l’interesse allo sviluppo sociale e culturale della città. La Fondazione nasce per questo, così come la sua creatura, DiscoverPistoia, nasce in collaborazione con la Regione Toscana per promuovere tutto il territorio pistoiese nella sua varietà, dal vivaismo alla cultura, alla montagna pistoiese. Una rivista, Naturart, racconta già da qualche anno la bellezza culturale del territorio di Pistoia. Ma da adesso in avanti si passerà in rete.

La piana di Pistoia, dominata dai vivai

La piana di Pistoia, dominata dai vivai

Inizia poi il tour dei vivai. Partiamo dalla sede di Giorgio Tesi, del quale oltre alle serre vediamo il capannone di carico: perché Giorgio Tesi produce ed esporta a grandi livelli; il capannone contiene fino a 15 autotreni ed ha un piazzale antistante nel quale vengono sistemate le piante cliente per cliente. La logistica, ci viene fatto notare da Niccolò, la nostra guida, è fondamentale: organizzare carichi, spazi all’interno del camion e itinerari per le consegne è imprescindibile. La Giorgio Tesi è la prima azienda certificata EMAS in Europa perché autoproduce compost internamente, direttamente dai resti organici delle piante, ed è tra le aziende più importanti di Pistoia, nel cui territorio lavorano circa 1100 vivai, più o meno grandi.

Il tour vivaistico prosegue ai Vivai Trinci, dove il signor Ivan ci mostra orgoglioso le sue passioni che ha trasformato in produzioni: acero e cornus. Se l’acero bene o male lo conosciamo tutti, in particolare quello rosso e quello che sta sulla bandiera canadese, nessuno dei presenti conosce il cornus. Cornus Florida è un albero, di origine canadese, che fa degli splendidi fiori bianchi o rosa, a seconda della varietà. Pianta poco nota e poco diffusa fino a pochi anni fa, oggi è richiestissima per abbellire i giardini di mezzo mondo: una bella soddisfazione per Ivan, che coltiva Cornus fin dagli anni ’70 e che oggi vede materialmente i frutti di un lavoro trentennale fatto di passione, di sacrifici e di ricerca.

cornus florida

Il tour si conclude poi in un altro particolarissimo vivaio: Romiti, dedicato interamente all’arte topiaria. L’arte topiaria è la capacità di realizzare vere e proprie sculture a partire da piante, principalmente ilex o bosso, che sono cespugli in grado di adattarsi alle forme più particolari. Nata in Italia a metà Ottocento come derivazione dal Giardino all’Italiana, oggi chi produce arte topiaria è in grado di ricreare davvero di tutto: il segreto sono le strutture metalliche nelle quali i rami della pianta vengono incastrati, ricoprendo la struttura con le foglie rigogliose. Gli esempi che abbiamo qui sono notevoli: si va dai delfini ai ciclisti alla Ford a grandezza naturale, dal giocatore di golf al tirannosauro, passando per il coccodrillo e per l’orsacchiotto. Ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le fantasie. Si tratta di realizzazioni piuttosto costose, però, e l’alto prezzo di ogni singola scultura vivente è dovuto sia alla struttura metallica realizzata ad hoc che alla cura e mantenimento della pianta.

Arte topiaria nei vivai di Pistoia

Arte topiaria nei vivai di Pistoia

Il nostro accompagnatore Niccolò ci dice che un obiettivo della Fondazione sarebbe far diventare quello dei vivai un percorso turistico accessibile a quanti hanno interesse per le piante e per il paesaggio: in effetti, il territorio che attraversiamo è un continuo susseguirsi di colori, di campi, di piante, ma anche di piccoli edifici, chiesine e abitazioni, che contribuiscono a rendere poetico questo paesaggio rurale così particolare. Il problema, che solleva Niccolò, è però la dispersione, perché i vivai sono sparsi nel territorio e spesso difficili da raggiungere. Per questo si stanno vagliando varie possibilità, e chissà che presto il Tour dei Vivai non diventi una realtà nell’offerta turistica e culturale di Pistoia: mia madre ringrazia, statene certi ;-) .

Concludo il racconto della giornata, come anticipato nel titolo, con una galleria di #mydiscover, le foto catturate attraverso una cornice a forma di foglia, scelta proprio da DiscoverPistoia per individuare le eccellenze del territorio pistoiese. Buona visione!

Il Primo Maggio in Toscana è Magnalonga!

L’anno scorso avevo partecipato alla Magnalonga, un percorso naturalistico-gastronomico, o viceversa, che si sviluppa lungo i sentieri del Mugello e che prevede, lungo la passeggiata, una serie di tappe enogastronomiche, perché se l’appetito vien mangiando, a scarpinare per km e km viene la fame nera! Se vi siete persi la Magnalonga dell’anno scorso, non temete, potete recuperare e affrontarla quest’anno!

Anche quest’anno, infatti,  per onorare la festa dei lavoratori viene organizzata la Magnalonga del Primo Maggio, che permetterà ai partecipanti di percorrere due itinerari appositamente studiati sull’Appennino mugellano.

magnalonga

Per questa edizione, la 24°, la Magnalonga del Mugello torna a Vicchio, dove è nata oltre 20 anni fa, con partenza e arrivo da una delle piazze principali del paese, a soli 600m dalla stazione che lo collega a Firenze con treni che passano circa ogni ora.

La Magnalonga del Mugello 2015 passerà per luoghi evocativi come la scuola di Don Milani a Barbiana e porterà i partecipanti ad ammirare il panorama da punti panoramici mozzafiato sulla vetta del Monte Giovi.

Il percorso è articolato in due itinerari  di lunghezza differente in modo da consentire la massima partecipazione: uno medio di 12 km circa e uno più impegnativo di 22 km circa.

Lungo il tragitto saranno dislocati alcuni posti tappa che funzioneranno da ristoro con assaggi di prodotti tipici del Mugello e della Val di Sieve, accompagnati da vini Chianti Rufina e Pomino. Inoltre, al termine della passeggiata sarà offerto presso il circolo di Vicchio un pranzo/merenda che concluderà la camminata.

Iscriversi alla Magnalonga è semplicissimo attraverso la pagina http://www.visitmugello.com/magnalonga-del-primo-maggio/ oppure chiamando la Arcobaleno Sport Vicchio ai numeri 338 2556304055 8448155.

La quota di partecipazione è di 20€ per gli adulti e 10€ per i minori di 14 anni e include portabicchiere, bicchiere, acqua, ristoro alle tappe e pranzo/merenda.

E’ possibile consultare il programma dettagliato e i percorsi della Magnalonga del Primo Maggio 2015 in Mugello sul sito http://www.visitmugello.com/magnalonga-del-primo-maggio/.

Antico e moderno si incontrano: le stazioni “archeologiche” delle metropolitane

L’ispirazione per questo post mi viene dal post 12 stazioni della metro convertite in opere d’arte che mi ha segnalato Valeria, una viaggiatrice come me che evidentemente conosce bene le metropolitane (e ama l’architettura). Lei nel suo post ci accompagna alla scoperta di stazioni della metro da tutto il mondo che sono vere opere d’arte, o che parlano di arte. Inevitabilmente mi è venuta un’ispirazione, perché guardando le splendide immagini (tra cui la stazione della metro di BurJuman a Dubai, dalla quale ho avuto il privilegio di poter passare, o la stazione della metro di Kíyevskaya a Mosca), ho pensato che io, nella mia ahimè sempre troppo limitata carriera di viaggiatrice, di stazioni della Metropolitana ne ho girato, e alcune mi hanno colpito per la loro architettura e per la loro scenografia, studiata apposta per suggerire il luogo di riferimento in cui ci troviamo, oppure per raccontare un aspetto della città.

Per mia sensibilità non so resistere quando vedo una stazione della metro a tema archeologico. Ricordo l’effetto che mi fece, ormai più di 10 anni fa, la stazione della Metro Syntagma di Atene, nella quale è esposta una sezione stratigrafica, con tutta la successione delle fasi di vita dell’Antica Atene: laddove oggi passano i binari è il livello al quale correvano le tubazioni di un acquedotto realizzato all’epoca di Pisistrato e dei suoi figli, VI secolo a.C. Ma certo, con Atene vado sul sicuro: addirittura, nei pressi dell’Agorà la metropolitana corre in superficie, affacciando sugli scavi di una delle aree più importanti della polis, la città stato di età classica, quando Atene era davvero la culla della cultura occidentale.

La stazione della metro di Atene Syntagma, con la stratificazione dei vari livelli di vita di Atene dall’età arcaica (VI secolo a.C. in poi)

Sempre ad Atene le stazioni di Monastiraki, Thissio, Akropoli e Panepistimio sono stazioni quasi paragonabili a musei. La stazione di Akropoli, in particolare, con le riproduzioni dei marmi del Partenone, solleva la nota questione, tanto cara ai Greci, della richiesta al British Museum di Londra della restituzione dei marmi, le statue dei frontoni, le metope e i rilievi del fregio che nel XIX secolo Lord Elgin acquistò ad Atene e portò in Inghilterra, dove, dopo alterne vicende, furono acquisite dal British. Da sempre la Grecia conduce una battaglia per la restituzione di questo suo patrimonio, ma la Gran Bretagna rifiuta la restituzione.

E a proposito di British Museum, ci trasferiamo a Londra, alla fermata della metro Holborn, che porta al British Museum. Per segnalarlo, lungo le pareti delle gallerie si trovano gigantografie di alcune delle statue che poi si potranno ammirare dal vivo al Museo.

Anche a Parigi l’idea è la stessa: suggerire l’arrivo al Louvre attraverso una stazione della metropolitana, anzi, attraverso la stazione della metropolitana che collega con quel gran centro commerciale che è diventato l’area al di sotto del Museo e che consente un ingresso più veloce rispetto alla Pyramide. La stazione è quella di Louvre-Rivoli e le gallerie ospitano riproduzioni di statue e di reperti di arte antica, egizia, babilonese, greca e romana.

La fermata di Louvre-Rivoli, che collega direttamente col museo del Louvre, del quale anticipa le collezioni archeologiche

Se vogliamo giocare in casa, la metropolitana di Napoli ci regala delle soddisfazioni! Una fermata in particolare, Museo, progettata dall’architetto Gae Aulenti, ospita riproduzioni di importanti opere d’arte antica i cui originali si trovano all’interno del Museo Archeologico Nazionale al quale evidentemente la fermata si riferisce. Tra queste l’Ercole Farnese e la Protome Carafa (che in realtà non è una testa di cavallo antica, come fino a poco tempo fa si pensava, ma un’opera originale dello scultore Donatello che la realizzò nel Rinascimento basandosi su un modello antico, la Testa di Cavallo Medici-Riccardi ora al Museo Archeologico Nazionale di Firenze). Inoltre le gallerie sono accompagnate dalle foto in bianco e nero di Mimmo Jodice, molto evocative, di opere d’arte che i potenziali visitatori troveranno poi, in marmo e bronzo, in museo.

L’Ercole Farnese (copia) nella stazione della metro Museo di Napoli

Sempre a Napoli, la fermata Museo Stazione Neapolis è la più archeologica di tutte: racconta a coloro che ogni giorno prendono i treni in un viavai continuo, con la speranza che possano “perdere” due minuti del loro prezioso tempo, le ricerche archeologiche condotte a Napoli durante i lavori per la realizzazione della linea metropolitana e i cui ritrovamenti spaziano dall’epoca preistorica alla Napoli Spagnola, passando per l’età greca, romana e bizantina. Anche questa fermata, come la precedente, fa parte delle Stazioni dell’Arte, un progetto di architettura e arte contemporanea che ha coinvolto la metropolitana di Napoli nella realizzazione di stazioni belle, artistiche e, naturalmente, funzionali. Spazi belli e significativi, non anonimi.

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Una vetrina dalla fermata Museo Stazione Neapolis, che espone i reperti contenuti in piazza Municipio

L’esempio di Atene e Napoli è stato seguito dalla metropolitana di un’altra città, il cui passato è magari meno noto, ma non per questo non degno di essere documentato e musealizzato proprio sul luogo dei ritrovamenti archeologici. Sto parlando di Genova, i cui lavori per la metropolitana, avvenuti in anni recenti, hanno portato alla luce importanti momenti della vita della città: in un caso, quello della stazione Darsena, hanno restituito i resti del molo del Porto Franco. La stazione è stata musealizzata nel corso del progetto Archeometro, e attraverso pannelli e plastici racconta lo sviluppo del Porto di Genova nei secoli. Con Archeometro2, invece, è la stazione di Brignole ad essere stata musealizzata. Lì, sono venute in luce strutture che risalgono addirittura all’età del Bronzo Antico (2200-1900 a.C.), come una poderosa struttura muraria, che è stata preservata ed è oggi visibile, 5 m al di sotto del piano stradale. E poi i ritrovamenti archeologici arrivano fino al XVI secolo, perché Genova è città a continuità di vita. E dove se non per uno scavo in profondità si possono leggere tutte le varie fasi successive l’una all’altra? Alle scoperte di Brignole aveva anche fatto seguito una mostra, nel 2010, allestita al Museo di Archeologia Ligure di Pegli, dal titolo Archeologia Metropolitana.

La stazione della metro Brignole a Genova, con il muro risalente all’età del Bronzo Antico (2200-1900 a.C.). credits: Direzione Generale Antichità MiBACT

E adesso? Cosa manca? Beh, mi auguro che dalla metro C esca qualcosa di buono: la realizzazione della linea è stata tanto rallentata dalle scoperte archeologiche, comportando tante lamentele da parte di molti romani sia nei palazzi del potere che nei bar Sport, che il minimo che si potrà fare, a parziale risarcimento del ritardo nell’esecuzione, sarà allestire le fermate della metro più toccate da ritrovamenti archeologici come veri e propri musei, che raccontino la città antica ormai sotterrata, ma non per questo meno degna di essere conosciuta; inoltre i lavori per la metro C hanno portato alla luce davvero monumenti e parti della città notevoli e importanti, che certo non vanno nascosti, ma al contrario valorizzati. Aspettiamo fiduciosi! :-)

 

Credits: dove non diversamente segnalato, tutte le foto sono state prese da Wikipedia

San Paolo fuori le mura: la gloria e il fasto dei papi

La facciata di San Paolo fuori le mura e la statua di San Paolo

La facciata di San Paolo fuori le mura e la statua di San Paolo

Paolo di Tarso, dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco, come narrano gli Atti degli Apostoli, divenne uno dei più forti, carismatici e ingombranti apostoli della religione cristiana delle origini. Siamo nel I secolo d.C. e Paolo, cittadino romano che inizialmente aveva perseguitato i primi Cristiani, salvo poi convertirsi alla loro religione e anzi dando ad essa una dimensione più globale, dando l’impulso perché essa si espandesse oltre i confini della Galilea e della Giudea per raggiungere tutto il mondo conosciuto, ritenuto colpevole proprio di essere seguace e promotore della nuova religione, viene ucciso, decapitato, fuori delle mura di Roma. San Paolo, martire cristiano, viene seppellito in una necropoli fuori dall’antica città, lungo la strada verso Ostia, e la sua tomba presto diviene un luogo di culto, dapprima clandestino, poi, quando i tempi sono maturi, riconosciuto come tale. Bisogna attendere il 313 d.C. perché la religione cristiana divenga religione di Stato dell’Impero Romano, sotto l’Imperatore Costantino, ed è proprio durante il suo regno che il luogo di culto formatosi sulla tomba lascia il posto ad una piccola basilica, detta basilica costantiniana proprio per l’epoca e per l’imperatore che ne decretò l’erezione. Ma è sotto il regno degli Imperatori Teodosio e Onorio che la basilica diviene davvero monumentale. Nelle forme del 390 d.C. (età di Teodosio) e poi negli ampliamenti dell’VIII secolo, la chiesa sopravvive fino al 1823, quando un rovinoso incendio la distrugge. Le forme assolutamente monumentali con cui oggi la conosciamo, che ne fanno la basilica papale più grande dopo San Pietro, sono quelle della ricostruzione post 1823: il grande quadriportico davanti alla facciata, per esempio, risale a metà ‘800, ed è un trionfo di marmi e di colonne che creano la quinta scenografica ideale per la facciata di questa chiesa, sulla quale risalta il grande mosaico dorato con gli evangelisti, l’Agnus Dei e Cristo benedicente tra i santi Pietro e Paolo. Nel mezzo del chiostro che si viene a creare davanti alla facciata, un’imponente statua di San Paolo raffigurato come difensore (armato di spada) della fede cattura l’attenzione ed è il centro della scena.

Il mosaico dell'abside di San Paolo fuori le mura

Il mosaico dell’abside di San Paolo fuori le mura

All’interno, la basilica colpisce per i grandi spazi, per l’immensità della navata centrale e per il soffitto cassettonato in oro. Ma un’altra cosa cattura la nostra attenzione, lungo le pareti delle navate laterali: i tondi dei papi, medaglioni che ritraggono ogni singolo papa che è stato elevato al soglio pontificio, da San Pietro a Papa Francesco. A separare lo spazio dei fedeli dallo spazio del culto è il cosiddetto arco di Galla Placidia, totalmente decorato in mosaico a fondo dorato, in cui è rappresentato il Cristo Pantocratore e 24 figure di santi che lo pregano.

La navata centrale, con l'arco di Galla Placidia, il ciborio, e l'abside sullo sfondo

La navata centrale, con l’arco di Galla Placidia, il ciborio, e l’abside sullo sfondo

Al di sotto si trova il cuore della basilica, ciò da cui tutto ebbe inizio. Ed è segnalato da un elegante ciborio. La tomba di San Paolo sta proprio qui sotto, all’interno di un sarcofago che da sempre è oggetto di culto. Una teca immediatamente al di sopra espone le catene che, leggenda vuole, strinsero i polsi del santo nei giorni della prigionia prima dell’esecuzione, mentre a lato si trova una lampada che deve stare sempre accesa, alimentata di continuo dai monaci dell’annessa abbazia benedettina. Sì, perché dall’VIII secolo d.C. in avanti alla chiesa fu affiancato un monastero, esistente ancora oggi. Questo spazio, che rimane ad un livello più basso rispetto al piano del pavimento della navata, è chiamato Confessione, ed è un elemento che anche le altre basiliche papali di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore) hanno.

Il candelabro pasquale di san Paolo

Il candelabro pasquale di san Paolo

Accanto al ciborio una piccola colonna istoriata fa bella mostra di sé: non si direbbe, eppure è un candelabro in marmo, il candelabro pasquale di San Paolo,realizzato nel XII-XIII secolo e totalmente decorato con scene della Passione di Cristo e ispirate all’Apocalisse di San Giovanni Apostolo, oltre che con animali fantastici e decorazioni vegetali usate come riempitivi.

L’abside è decorato da un grande mosaico a fondo dorato, con Cristo nel mezzo affiancato da San Pietro, sant’Andrea, San Paolo e san Luca, in un prato fiorito che ricorda il giardino dell’Eden.

Fin qui la basilica. Ma l’esplorazione di San Paolo fuori le mura non finisce qui. Adiacente alla chiesa, infatti sorge il monastero benedettino, del quale è visitabile l’elegante chiostro, un luogo di pace e di bellezza che ha un certo non so che di esotico (a me ha ricordato, seppur in piccolo, il duomo di Monreale, per le sue colonnine tutte decorate una diversa dall’altra), e il cui porticato è arricchito da iscrizioni, sarcofagi, rilievi di età romana provenienti dalla necropoli pagana che qui sorgeva in età romana imperiale. Per visitare il chiostro, e l’area archeologica all’esterno della basilica, è previsto un biglietto di 4 €. Gli scavi raccontano l’area immediatamente adiacente alla basilica nel suo sviluppo dalla formazione del luogo di culto in avanti. Dapprima si installò infatti una comunità monastica, poi si installò addirittura un centro abitato, quando ormai l’impero romano era solo un ricordo lontano e l’area rischiava le inondazioni del Tevere che scorre poco distante nel suo ultimo tratto verso il mare.

Il chiostro di San Paolo fuori le mura

Il chiostro di San Paolo fuori le mura

Davanti a San Paolo fuori le mura, o meglio, sul suo fianco, si apre un ampio parco dove gli studenti universitari spesso fanno picnic e prendono il sole nella pausa tra una lezione e l’altra. É un’area di sosta piacevole che guarda all’entrata laterale, sul transetto, della basilica. Ve lo dico perché potreste pensare che quella sia la facciata, viste le sue grandi proporzioni. E invece no, la facciata, come vi dicevo più su, è più imponente ancora, e racchiusa da un quadriportico.

Vi sembra una facciata monumentale, vero? Eppure questo è solo l'ingresso dal lato del transetto!

Vi sembra una facciata monumentale, vero? Eppure questo è solo l’ingresso dal lato del transetto!

E con questo post vi auguro definitivamente buona Pasqua! :-)

Roma: il (mio) giro delle sette chiese

Roma, lunedì. Eccetto pochissime eccezioni (musei Capitolini, Mercati di Traiano e Museo dell’Ara Pacis) i musei sono chiusi. Che fare allora, in un lunedì a Roma?

Se c’è una cosa che a Roma non manca, sono le chiese. In più questa è  la Settimana Santa, e perdipiù nell’anno del Giubileo straordinario: allora dedichiamo questo lunedì alla visita delle chiese di Roma.
Impossibile visitarle tutte, però. Così ho deciso di selezionare sette chiese, tutte importanti per la storia del Cristianesimo e tutte importanti mete di pellegrinaggio religioso.

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San Paolo fuori le mura


Avete presente l’espressione “fare il giro delle sette chiese”? Ecco, l’espressione, che nel comune parlare è diventata proverbiale ed indica un peregrinare da una parte all’altra senza vedere la fine di ciò che si sta cercando di portare a termine, nasce proprio da un pellegrinaggio delle sette chiese principali di Roma, stabilito da San Filippo Neri e che si svolge, tra l’altro, proprio durante la settimana santa.
Il mio giro delle sette chiese non rispetta interamente il percorso di San Filippo Neri: le ultime due chiese del mio percorso, infatti, non hanno niente a che vedere con le altre, ma le ho inserite perché secondo me sono due chiese particolarmente significative di Roma, anche se non necessariamente per motivi prettamente religiosi.
Ecco allora il mio giro delle sette chiese.
San Pietro
La basilica di San Pietro è la culla della Cristianità. Vi basti sapere che sorge sul luogo della tomba dell’Apostolo Pietro, tomba che gli scavi archeologici  (visitabili) hanno portato in luce. Esattamente al di sopra di essa, alcuni metri più su, all’interno della basilica, è posto un enorme ciborio che indica il luogo della santa sepoltura. Milioni di pellegrini visitano la basilica ogni anno. Per entrare bisogna mettersi pazientemente in coda sotto il grande porticato che abbraccia la piazza di san Pietro: un’attesa che, se fatta sotto il sole cocente o sotto la pioggia battente o al freddo e al gelo vale come un vero e proprio percorso di penitenza. Entrare nel tempio della Cristianità è comunque una grande emozione: la basilica è concepita per essere la più grande del mondo, e a riprova di ciò sul pavimento sono segnate le dimensioni delle chiese più importanti del Cristianesimo. La Chiesa è barocca, nell’espressione più eloquente del termine. Tra le opere d’arte al suo interno la più nota di tutte è senz’altro la Pietà di Michelangelo, ma la più amata dai fedeli è la statua di San Pietro, il cui piede è consunto da secoli e secoli di carezze devote.
Santa Maria Maggiore
A pochi passi dalla Stazione Termini, sul colle Esquilino, sorge Santa Maria Maggiore. È una basilica papale, in quanto durante il giubileo viene aperta una porta, la Porta Santa, che resta aperta per tutta la durata del Giubileo, mentre il resto del tempo è sempre chiusa. Santa Maria Maggiore nasce come basilica paleocristiana: lo si riconosce dall’abside, decorato a mosaico. Davanti all’altare, un ciborio indica che al di sotto si trova una reliquia importante per la religione cristiana: il legno della culla della natività. I pellegrini possono scendere a pregare su di essa, esattamente come fece papa Pio IX, a ricordo del quale è stata posta una statua: ora il papa prega eternamente alla sua vista.
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Santa Maria Maggiore


San Giovanni in Laterano

Presso Porta San Giovanni sulla via Appia, sorge la basilica papale di San Giovanni in Laterano. Anch’essa provvista di una porta santa, presto sarà invasa da orde di pellegrini, mentre in questi giorni è ancora poco frequentata. Sotto al ciborio, davanti al presbiterio, si trova la statua di culto di San Giovanni Battista, mentre le nicchie lungo la navata laterale ospitano le imponenti statue degli Apostoli, ognuno riconoscibile dal segno del proprio martirio.
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L'interno di San Giovanni in Laterano

Santa Maria degli Angeli e dei Martiri
Ritorniamo nei pressi della Stazione Termini, ed entriamo in Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, la cui pianta e la sua facciata, così particolare, è dovuta al fatto che sorge sui resti imponenti delle Terme di Diocleziano, le più grandi che mai si videro in Roma. La chiesa è nota soprattutto per la meridiana che la attraversa.

San Paolo fuori le mura
Per arrivare a San Paolo fuori le Mura bisogna allontanarsi e andare lungo la via Ostiense. Qui sorge il grande complesso di San Paolo, che sorge sulla tomba di San Paolo, del quale è visibile il sarcofago. Anche san Paolo fuori le mura è una basilica paleocristiana, alla quale è annesso un monastero, ed è nota per la serie di rosoni alle pareri nei quali sono inseriti i ritratti di tutti i papi. C’è anche il ritratto di Papa Francesco, ovviamente, mentre ci sono ancora pochi spazi vuoti.
La chiesa è un trionfo di oro e mosaici, mentre all’esterno il grande quadriportico in marmo davanti alla facciata è un’aggiunta monumentale ottocentesca.

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San Paolo fuori le mura

Fin qui le basiliche papali, ma se vogliamo davvero fare il giro delle sette chiese, ne devo aggiungere altre due. Allora procediamo.
San Clemente
La basilica di San Clemente non è tanto un simbolo della Cristianità al pari delle altre Chiese fin qui incontrate, quanto piuttosto un documento importante per la storia e l’archeologia di Roma, nel quale si legge bene il passaggio dalla Roma di età imperiale a quella cristiana. Sotto la basilica infatti anticamente sorgeva addirittura un mitreo, cioè un luogo di culto dedicato al dio Mitra,una divinità orientale al cui culto solo in pochi potevano accedere. La chiesa è nota soprattutto per i suoi affreschi di età paleocristiana, nei quali si narrano le storie di San Clemente.
Santa Maria in Trastevere
Tutte le chiese di cui ho parlato hanno in comune le antichissime origini. Di alcune, come San Pietro, non si coglie più nulla, e nulla rimane della basilica costantiniana, voluta appunto dall’imperatore Costantino che la volle edificare sulla tomba di Pietro. Santa Maria in Trastevere ha mantenuto il suo aspetto di chiesa paleocristiana, poi rinnovata nel XII secolo, con la facciata decorata da un mosaico e un nartece, ovvero uno spazio porticato, che introduce alla chiesa vera e propria. La chiesa sorge nel cuore di Trastevere, quartiere dal quale è lontana la Roma monumentale, ma tutto assume una dimensione più intima, più a misura d’uomo. E anche la chiesa rispetta questa dimensione più intima, al centro della piazza sulla quale si affaccia.

Eccoci al termine di questo giro. Approfitto di questo post per augurare buona Pasqua a voi e a tutti i pellegrini che saranno a Roma domenica e in occasione del Giubileo!

E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

Questo post inizia dal titolo con una domanda un po’ provocatoria, ma di fatto vi racconta cosa ho scoperto oggi nel mio paese. Paese in cui ho vissuto si può dire per 30 anni, e nel quale torno saltuariamente, ormai. E che, forse proprio per questo, ho iniziato ad osservare con più attenzione. Non mi basta più percorrere quelle quattro strade consuete che percorrevo sempre, cerco qualcosa che stuzzichi la mia curiosità, e mi soffermo sui dettagli. Mi spingo oltre, ed è spingendomi oltre che ho scoperto davvero un borgo dentro al borgo, un angolo antico e, perché no, romantico, dietro San Bartolomeo.

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Premessa: San Bartolomeo al Mare è un paese a vocazione turistica: tre strade principali, la via Aurelia lungo la quale si dispone il paese; la Passeggiata a Mare, Lungomare delle Nazioni, una via pedonale su cui affacciano tutti gli hotel e che guarda sugli stabilimenti balneari e sulla spiaggia libera (e oggi sul porticciolo); la via, infine, che dal casello autostradale scende all’Aurelia. E ringraziamo il cielo che San Bartolomeo ha l’uscita dell’autostrada, perché altrimenti sarebbe nell’anonimato più totale, stretta com’è tra Cervo, borgo medievale tra i Più belli d’Italia, e Diano Marina, cittadina a vocazione turistica ultimamente molto “in”, molto piacevole sia d’estate che d’inverno.

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Descritta così, San Bartolomeo al Mare sembrerebbe un paese sorto apposta per il boom economico/edilizio/turistico dagli anni ’60 in avanti, eppure non è così. Perché San Bartolomeo è l’unione di due piccoli piccolissimi borghi, uno gravitante intorno ad un santuario, il santuario della Madonna della Rovere, che a sua volta sorge molto probabilmente su un luogo di culto pagano, e il borgo di San Bartolomeo, che sorge intorno alla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo. Io ho sempre vissuto alla Rovere, per cui ho sempre esplorato poco il borgo di San Bartolomeo. Gravissimo errore.

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Dietro la chiesa di San Bartolomeo c’è una piazza, piazza Verdi, che è chiusa sul suo lato di fondo, da un palazzo con un portico. Ho sempre pensato, da piccola, che la piazza fosse chiusa lì. Non sapevo invece, che il portico proseguiva, da un lato e dall’altro, in una stradina. Ho sempre pensato che la piazza fosse come una quinta teatrale, che dietro non ci fosse niente; invece c’era un borgo del XV secolo che si conserva tutt’oggi, e che è abitato e vissuto, variamente, tutt’oggi.

Oggi mi sono spinta oltre, ho scoperto la stradina che passa dietro il piccolo borgo (perché di un piccolo piccolissimo borgo si tratta), sono discesa lungo il vicolo in pendenza che scende a Est, in direzione del torrente Steria, lungo la Via degli Orti. Qui, superata l’ultima casa, rigorosamente in pietra, rigorosamente addossata alla casa precedente, iniziano effettivamente gli orti, terrazzati. Su un lato della stradina, che ora diventa un sentiero, in un campo si trova un pozzo a bilanciere in muratura, apprestamento tipico degli orti liguri nei secoli passati, mentre dall’altra parte si trova un bellissimo, e ahimè abbandonato, frantoio ad acqua. Si può esplorare questo frantoio, visto che non è recintato sul lato della strada. D’altro canto le strutture sono ancora molto ben conservate, ed esplorarlo è un’esperienza incredibile di conoscenza: il frantoio ha sede in un edificio in mattoni; dietro la casa un pozzo, che inizialmente doveva essere anch’esso a bilanciere, forniva di acqua un beodo, cioè un canale artificiale di irrigazione, il quale però non serviva per irrigare, ma per alimentare un mulino ad acqua.
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Questo, col suo movimento, azionava tutti i marchingegni necessari all’azionamento del gumbo, ovvero del frantoio vero e proprio, con la pietra che, ruotando, produceva la prima spremitura dell’olio. Questo avveniva in un ambiente interno; il liquido passava poi in un ulteriore vasca circolare, esterna, dalla quale il liquido, ancora molto impuro, scorreva attraverso una piccola canaletta, in alcune successive vasche di decantazione, sempre più basse: le impurità ristagnavano sul fondo di ogni vasca, mentre l’olio più raffinato passava nella vasca successiva. Tutto questo complesso lavoro avveniva, ed è ricostruibile, in pochissimi metri quadri. Ed è un peccato che un impianto di questo tipo non venga recuperato, ripulito se non proprio musealizzato: è un aspetto della cultura materiale ligure che è bello conoscere e promuovere, è parte proprio del DNA dei liguri di queste parti.

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Torno sui miei passi, entusiasta della scoperta, e riprendo l’esplorazione. Questa volta vado verso Nord, verso il cavalcavia dell’autostrada, che passa qui vicino, esattamente dove finisce l’intervento dell’uomo e inizia un sentiero sporco che si inerpica nella boscaglia. Prima di raggiungere la boscaglia, però, incontro un amico, anzi due: l’asinello Pepe e la capretta Lola: vivono in un cortile che gode di una certa vista sulla vallata e che è cullato dal continuo passare delle auto e dei camion in autostrada: un incontro molto simpatico, e soprattutto inaspettato: perché tutto mi sarei aspettata, ma non di trovare la vecchia fattoria in piena San Bartolomeo al Mare.

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Io oggi ho scoperto qualcosa in più del mio paese natale, qualcosa che mai mi sarei aspettata. Pensavo di sapere tutto di San Bartolomeo al Mare, e invece no. E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

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