Tangeri: le 10 cose da sapere prima di partire

Città particolare, Tangeri. Città di frontiera, a suo modo, è il porto di arrivo in Marocco per chi proviene dalla Spagna. I viaggiatori sfruttano il breve collegamento marittimo che unisce i due versanti delle Colonne d’Ercole, e si fermano solitamente in città non più di un giorno, per proseguire il loro viaggio attraverso il Marocco. Oppure, se viaggiano attraverso la Spagna, scelgono di fare un’escursione di là dallo Stretto di Gibilterra e in giornata riescono a visitare Tangeri e tornare a Tarifa, o Algeciras.

Artigianato locale in uno dei mercati di Tangeri

Artigianato locale in uno dei mercati di Tangeri

Tangeri non è una città facile, soprattutto se si è viaggiatori abituati alle città europee o occidentali. Vi è il modo di visitare la città (e sono in tanti che scelgono di fare così) in gruppi organizzati, con una guida che porta a vedere i punti di interesse principali, i mercati più caratteristici e accompagna a fare shopping nei bazar convenzionati. Il modo migliore per visitare la città, però, è fare da soli. Ecco allora 10 cose da sapere su Tangeri per chi vuole visitarla da solo, in giornata.

  1. Scorcio di Tangeri

    Scorcio di Tangeri

    Tangeri è raggiungibile dalla Spagna da due porti, Tarifa e Algeciras. I traghetti da Algeciras arrivano al porto Tangeri-Med, che rimane un po’ fuori dalla città e che invece è adatto per chi sfrutta il passaggio da Tangeri come punto di partenza per l’esplorazione del Marocco. Chi vuole visitare la città vecchia in giornata deve invece prendere il traghetto al porto di Tarifa. Non serve portare la macchina, anzi. La città si gira tranquillamente a piedi. Il biglietto A/R costa sui 67 €, comprensivo di passaggio ponte. Con un piccolissimo e invitante sovrapprezzo si può aderire ad uno dei gruppi organizzati di cui sopra.

  2. Mi raccomando portate il passaporto! A bordo dovrete compilare e consegnare un fogliolino d’ingresso al Paese, e stessa cosa dovrete poi fare al ritorno al porto di Tangeri. Entrambi i fogliolini vi vengono forniti al momento dell’acquisto del biglietto; se non si compilano, molto semplicemente non si sbarca in Marocco.
  3. Se decidete di viaggiare da soli, appena sbarcati verrete subito individuati da una serie di perdigiorno tangerini che si offriranno per 5 € o simili di accompagnarvi per la città. Una tecnica precisa e standard per scoraggiarli non c’è. Ciò che vince è un fermo, ma cortese no, continuando ad andare avanti. Potrà capitarvi un osso più duro degli altri; in quel caso dovrete avere molto sangue freddo e tanta pazienza. Alla fine vi prenderà a male parole, ma poi non lo vedrete per il resto della giornata.
  4. Tangeri, scendendo dalla Kasbah

    Tangeri, scendendo dalla Kasbah

    Il centro storico di Tangeri, la Medina, si gira abbastanza agevolmente: una via abbastanza larga, in salita, conduce dalla porta nelle mura rivolte al mare fino in cima dove si apre una serie di due piazze che fanno, per così dire, da confine tra la città vecchia e la città nuova. Lungo questa via comincerete a incontrare i primi negozi e il primo grande mercato, il Grand Socco. Ma la città è piena di mercati, è anzi essa stessa un immenso mercato.

  5. Se è facile orientarsi nella vie principali, addentrarsi nei vicoletti della Medina e della Kasbah vuol dire finire in una dedalo di viuzze strette che, se non si fa attenzione, portano direttamente in casa di qualcuno. Le casette, tra l’altro, sono bellissime da vedere: bianche, con la parte inferiore del muro dipinta in azzurro o in giallo, a seconda della zona. È facile perdersi da queste parti e l’unica cosa è fare affidamento sull’aiuto, cordiale, degli abitanti del quartiere.
  6. Se arrivate col primo traghetto del mattino, troverete una città ancora addormentata. Il fuso orario in Marocco è due ore indietro rispetto al fuso europeo, per cui se in Spagna sono le 10 del mattino, a Tangeri sono ancora le 8. Ma piano piano la città si sveglia, i mercati cominciano ad animarsi. Questo è il momento in cui, al mercato del pesce, vedrete i gatti randagi mangiare le lische che i venditori scartano, oppure vedrete il macellaio che porta a spalla un quarto di bue. Man mano che passano le ore invece la città esce dal torpore e si trasforma in un immenso caotico mercato.
Tangeri, botteghe lungo la strada fuori dalla città vecchia

Tangeri, botteghe lungo la strada fuori dalla città vecchia

  1. Non è necessario cambiare gli euro in dirham. A Tangeri accettano indistintamente euro o dirham, la moneta locale, ma applicano un cambio molto vantaggioso per loro, tuttavia accettabile per noi, perché i prezzi sono per la maggior parte stracciati. Attenzione però alle fregature, perché molti cercheranno di spillarvi più quattrini del dovuto, con la scusa che non riescono a fare bene i conti… a naso, comunque, riuscirete a capire quando si tratta di fregatura e quando invece il prezzo è tollerabile. Una cosa: dimenticatevi il gusto arabo per la contrattazione, perché i negozianti tangerini non amano contrattare, non con gli stranieri almeno.
  2. Tangeri

    Tangeri verso mezzogiorno

    Non fatevi impressionare dal caos. Verso mezzogiorno la città diventerà un unico grande mercato. Gente per strada, banchini improvvisati, donne che stendono per terra la loro merce… tutti vendono e tutti comprano a Tangeri. La situazione, così caotica, è però ciò che fa di Tangeri una città araba autentica, con la gente che cammina e che vocia, le auto e i motorini che si fanno strada rombando in mezzo alle gambe dei passanti. Tra il Grand Socco e gli altri mercati, nelle due grandi piazze, è un brulicare infinito di gente. Procedete comunque con la vostra tranquillità, soffermatevi a guardare le ceste piene di foglie di menta e di erbe varie, i mazzi di cipolle, le cianfrusaglie più strane. Oppure annusate, nelle piccolissime botteghe, le spezie coloratissime, osate chiedere e fatevi preparare un mix a base di curcuma, zenzero e cannella.

  3. Scorci di Tangeri

    Scorci di Tangeri

    Se andate a Tangeri in giornata, per rientrare poi in Spagna, almeno un té alla menta dovrete berlo. Ve lo servono bollente, in un bicchiere di vetro alto e stretto riempito di foglie di menta profumatissime. Il té è molto zuccherato, come vuole tradizione, e di un bel colore ambrato. Ve ne innamorerete all’istante.

  4. Nonostante la gran confusione, non esiste il pericolo di essere derubati, né avrete mai la sensazione che qualcuno stia puntando alla vostra borsa. Gli unici, fastidiosi, individui, sono coloro che cercheranno a tutti i costi di vendervi qualcosa o si offriranno di accompagnarvi per la città, ma non rischierete mai di essere derubati. Tangeri è una città caotica, ma non dovete temere per la vostra sicurezza.

Questi sono i 10 consigli che mi sento di potervi dare dopo aver trascorso una giornata a Tangeri. Prendendo il primo traghetto del mattino da Tarifa e il traghetto delle 17 (ora locale) da Tangeri avrete trascorso un intera giornata in un universo totalmente diverso da quello cui siamo solitamente abituati.

Tangeri è la porta del Marocco. Sono rimasta sulla porta, questa volta, ma vi assicuro che non vedo l’ora di passarla e di andare oltre, per scoprire le altre città di questa terra così lontana così vicina.

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Non puoi dire di essere stato ad Alicante se non passeggi per il Barrio Santa Cruz.

Si tratta di un quartiere totalmente a sé della città, in alto, appena al di sotto del Castillo di Santa Barbara. Questo è l’antica fortezza moresca occupata poi dagli Spagnoli cristiani e riconvertita in castello cattolico. Una grande bandiera gialla e rossa orgogliosamente ricorda che siamo in territorio spagnolo.

Il Barrio Santa Cruz è un quartiere piccolo e suggestivo della città vecchia, la quale a sua volta era la città fortificata degli Arabi; siamo dunque all’interno del nucleo storico più antico della città, che ancora è chiamato Villa Vella. E qui, vuoi per il pendio ripido, vuoi per la difficoltà di realizzare grandi strade, non è arrivato nulla dell’architettura moderna dei grandi palazzi della città bassa.

Poche stradine che salgono, sulle quali affacciano, da un lato e dall’altro, case di abitazione piccole, bianche, con le facciate decorate da finestre e vasi di fiori coloratissimi e vivaci. Su ogni casa è indicato il nome del proprietario: questa è casa di Maria, quella di Pedro, quell’altra di José. Stupendo. Sembra di essere in un pueblo sudamericano oppure su un’isola greca. Invece no, siamo in un angolo di Spagna mediterranea.

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Noi siamo arrivati al quartiere dal retro, iniziando la risalita che porta al Castillo di Santa Barbara. Il Castillo in realtà è costituito da una lunga fortificazione che percorre tutta la sommità dell’altura, l’Alcazaba, e poi dal castello vero e proprio.

Le casette di Barrio Santa Cruz

Le casette di Barrio Santa Cruz

Il Barrio Santa Cruz si dispone a mezza costa al di sotto dell’Alcazaba moresca. Essendo un quartiere abitativo, non troverete né tapas bar, né ristoranti né alcuna attività ricettiva, solo case di abitazione i cui proprietari stanno tranquillamente seduti in mezzo alla strada. Quartieri ancora così “puri” se ne trovano pochi all’interno delle città moderne, e per questo mi colpisce ritrovarmici qui, ad Alicante.

Arrivando sul lato mare, poi, il quartiere sbuca in uno spiazzo dal quale, volendo, si ridiscende verso la città bassa. Siamo nel Parque de la Ereta, un bel percorso nel verde, tra alberi, fiori, acqua e terrazze digradanti che assecondando il pendio ci riportano verso il basso, fino alla Basilica di Santa Maria, un edificio gotico che consacra definitivamente la città ai Cristiani, dopo la cacciata dei Mori. La Ereta è un giardino molto ben congegnato: una passeggiata piacevole tra i fiori lilla di pawlonia, all’ombra della rocca su cui sorge il Castillo di Santa Barbara. Ed è passeggiando in questo settore della città che se ne apprezza la storia, guardando là davanti a noi, lo specchio argentato del mare.

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Ma il bello del Barrio Santa Cruz, che nessuna descrizione può dare, è l’effetto che ti fa non appena vi metti piede. Sai quando dici “Stupendo!” e non ti capaciti di essere in un posto simile? Ecco, appena ho messo piede in questo quartiere, e ho visto le sue casette bianche decorate con azulejos e vasi di fiori ho pensato che queste viuzze non c’entravano nulla col resto della città, eppure erano la sola cosa della città che meritasse vedere. Più tardi, nella città bassa, ho corretto il mio giudizio a favore di Alicante, e già la discesa del Parque de la Ereta col suo tappeto di fiori lilla aveva contribuito, ma il Barrio Santa Cruz si è meritato un posto speciale nel mio cuore.

Barbie the Icon: al Vittoriano la mostra che mi ha fatto tornare bambina

Ebbene sì, lo ammetto. Ho un amore viscerale per le Barbie. L’ho sempre avuto, e finché ero bambina tutto bene. Poi sono cresciuta, ho smesso di giocarci, ma non di tenermi informata su tutto ciò che le riguarda. Quando finisco nel reparto giocattoli al supermercato è inevitabile che io vada a guardarmi tutto lo scaffale dedicato. Osservo le nuove tendenze, i vestiti, le collezioni particolari, esprimo giudizi. Ad esempio, non sono d’accordo con la nuova linea di Barbie fashionistas, curvy e bassine. Perché per me Barbie è quella con cui sono cresciuta: alta, corpo perfetto, bellissima. A prescindere dal colore della pelle. Ah, ed elegantissima, naturalmente, una vera icona della moda.

Barbie the Icon è la mostra in corso a Roma al Vittoriano che racconta la Barbie in quanto icona fashion dagli anni ’60 ai giorni nostri. 380 bambole, esposte come se fossero in passerella, sfilano nei loro meravigliosi outfit, dal primo costume della prima barbie del 1959 alle creazioni più stravaganti ad opera di stilisti visionari degli anni più recenti.

Barbie the Icon. Rende l'idea questo collage?

Barbie the Icon. Rende l’idea questo collage?

La prima sezione è una galleria tutta rosa (il colore di Barbie per eccellenza), in cui si traccia la storia del mondo degli ultimi 65 anni dal punto di vista della moda e del costume. Si parla principalmente degli Stati Uniti, dove la Barbie nasce come bambola dall’intuizione di una madre che vede che la figliola, Barbara, vuole imitare nei suoi giochi il mondo dei grandi.

Barbie astronauta

Barbie astronauta

L’idea di questa madre rivoluzionerà per sempre il mondo dei giochi delle bambine delle generazioni successive. La Barbie diviene da subito specchio della società che la produce: se deve riflettere la donna moderna, allora ne deve imitare lo stile e, perché no, in qualche caso anche precorrerlo. Alcune pietre miliari nella storia di Barbie sono anche pietre miliari dell’emancipazione femminile, come la Barbie astronauta, che arriva subito dopo la prima donna astronauta della storia o come la Barbie presidente degli Stati Uniti: un invito alle future donne a credere nelle proprie aspirazioni e a lottare per avere uguaglianza di diritti nel lavoro e in genere nella società.

Gli stilisti di alta moda, dapprima fonte di ispirazione per gli abiti più glamour di Barbie, diventano essi stessi disegnatori di modelli per la bambola più famosa di sempre. Barbie è un personaggio che può rivestire infiniti ruoli, ma quello che più le si addice è quello di icona della moda. E come tale viene considerata, da Benetton a Christian Loboutin.

Barbie fashion vestite da Christian Loboutin

Barbie fashion vestite da Christian Loboutin

Scorrono sotto i miei occhi come in passerella le Barbie più rappresentative dal 1959 a oggi: la prima Barbie, quella col costume zebrato e l’espressione un po’ sofisticata (e antipatica, diciamocelo), la Barbie che va a fare il picnic con tanto di lenza per pescare, la Barbie che invece vive la città e indossa stupendi abiti da sera. Poi c’è la serie delle Barbie anni ’80, nei loro vestiti da principessa: Barbie Luce di Stelle e Barbi Fior di Pesco, sempre splendide a distanza di 30 anni, roba da commuovermi quando me le sono trovate davanti, le mie barbie dei giochi d’infanzia. E poi si prosegue con gli anni ’90 e il nuovo millennio, fino ai giorni nostri.

Uptown Chic Barbie, 1998

Uptown Chic Barbie, 1998

Dobbiamo sempre tener presente il contesto storico di riferimento: quello di una società americana, ed europea di riflesso, che muta in continuazione, che raggiunge l’agiatezza, la sicurezza economica.

Il “sogno americano” si riflette su Barbie: le bambine devono sapere che vivono nel Paese delle possibilità.

La storia di Barbie continua, arriva al millennio e lo supera, deve lottare con una concorrenza agguerrita. Barbie, forse un po’ sotto pressione, va in crisi con Ken, lo lascia e si mette con il surfista australiano Blaine: un colpo al cuore! Mi ero persa questo divorzio epocale! Ma tranquille, tutto torna come prima, dopo che Ken in Times Square a NYC manda in onda un video in cui chiede a Barbie di tornare insieme. La parentesi di Blaine è finita. Ma Ken in Times Square ci dà la misura di quanto Barbie sia più che un giocattolo, quasi un personaggio pubblico. Vogue le dedica una copertina: Barbie è moda e lifestyle.

La serie di 10 bambole in tubino nero del 2010 è solo l’anteprima della sfilata di moda cui assisteremo nella seconda sezione della mostra.

Qui in una lunga vetrina vediamo le Barbie vestite dai grandi stilisti. C’è la mia Barbie Benetton, per esempio, ma ci sono grandi grandissimi nomi, creazioni eccentriche al limite del fiabesco. Si tratta di esemplari in edizione limitata, veri gioielli che sono stati riuniti insieme apposta per farci sognare, ancora una volta.

Barbie icona fashion, amata dagli stilisti degli ultimi 50 anni

Barbie icona fashion, amata dagli stilisti degli ultimi 50 anni

Poi le serie diventano tematiche: le barbie di ogni tempo che svolgono un mestiere, dal più incredibile, come l’astronauta, al più normale per la ragazza americana degli anni ’70, come la ragazza di un fast food, alla barbie in divisa militare dei tempi della Guerra del Golfo. Segue poi la serie delle Barbie dal mondo: l’italiana, la messicana, la spagnola, l’olandese, l’indiana e la marocchina: tutte edizioni speciali per celebrare la bellezza e la varietà di culture ed etnie. Infine, la serie dei personaggi famosi, del cinema e non solo: la coppia di sposi William e Kate, Cleopatra impersonata da Liz Taylor e Rossella O’hara in tutte le sue versioni, Marylin Monroe e persino Cher. Un universo variegato e da sogno per ogni ragazzina (ed ex-ragazzina) che si rispetti. Una gioia per gli occhi, ma anche un tema di estremo interesse: come una bambola sia al tempo stesso protagonista e testimone della storia del costume occidentale degli ultimi 65 anni.

Info: Barbie the Icon, Roma, Museo del Vittoriano, fino al 30 ottobre 2016

Palazzo Pretorio, il museo della città di Prato

Se c’è un edificio a Prato che è stato testimone della storia della città attraverso i secoli, questo è il Palazzo Pretorio. Costruito alla fine del Duecento, era il palazzo del Tribunale e ne ha viste e giudicate di vicende: la più importante? Quella del furto della Sacra Cintola, la cintura appartenuta alla Madonna, custodita nel Duomo di Prato. Il processo si svolse nella sala al primo piano dell’edificio, un grande salone con gli stemmi delle famiglie cittadine alle pareti, nel corso del quale il ladro, noto come Musciattino, fu condannato al taglio della mano e al rogo.

Palazzo Pretorio. Creits: palazzopretorio.prato.it

Palazzo Pretorio. Creits: palazzopretorio.prato.it

Ma andiamo con ordine.

Palazzo Pretorio si trova nella piazza del Comune di Prato, dunque in pieno centro storico. Una bella piazzetta davanti, il duomo e il Castello dell’Imperatore poco distanti. Il palazzo ha il classico aspetto dei palazzi del potere civile medievale: mi ricorda il Palazzo dei Vicari di Scarperia (che oggi ospita il Museo dei Ferri Taglienti), ma anche a Palazzo Vecchio a Firenze e, volendo, persino il castello di Poppi: un edificio compatto, senza troppi fronzoli, che incute rispetto e timore. Come deve fare un palazzo di giustizia.

È stato restaurato e allestito negli spazi espositivi odierni solo in anni recenti. Pertanto, è un museo nuovo dedicato interamente alla storia – e all’arte – di Prato. In più ospita mostre temporanee (attualmente una sugli Etruschi che chiuderà a fine mese) ed ha aperto recentemente la terrazza. Infine, presta i suoi spazi in occasione di eventi e manifestazioni importanti (com’è accaduto recentemente per Eatprato).

La parte che preferisco è però senza dubbio quella che racconta la vera essenza di Prato: la restituzione virtuale della cappella della Sacra Cintola in una cappella del Duomo di Prato.

La cappella della Sacra Cintola nel Duomo di Prato

La cappella della Sacra Cintola nel Duomo di Prato

Questa cappella è sempre chiusa, proprio perché espone la sacra reliquia, e perciò è quasi impossibile vedere il bellissimo ciclo di affreschi di Agnolo Gaddi che racconta proprio come la cintura della Madonna giunse in questa città. Si parte da lontano, dal matrimonio di Gioacchino e Anna, genitori di Maria, per poi arrivare all’Assunzione della Vergine e alla consegna della Sacra Cintola a San Tommaso. La reliquia arriva poi, a Gerusalemme, nelle mani di Michele Dagomari da Prato, che non se ne stacca finché, in punto di morte, non la consegna alla città.

Tutto questo racconto è splendidamente affrescato sulle pareti della cappella e mostrato benissimo nella ricostruzione virtuale del museo di Palazzo Pretorio: siamo invitati a soffermarci sui dettagli, a riconoscere i personaggi, a comprendere le vicende e le iconografie. È soprattutto per questa bella ricostruzione che io mi ostino a dire che il Museo di Palazzo Pretorio è il museo della città di Prato. Perché Prato senza la sacra cintola non sarebbe la stessa: è proprio questa reliquia, un tessuto, guarda un po’, che giustifica il primato di Prato come produttrice ed esportatrice di tessuti per tutto il medioevo e fino all’età moderna (riguardo quest’aspetto della storia della città vale la pena di visitare il Museo del Tessuto di Prato). La sacra cintola ha un valore sia religioso che civile, tanto che custodi delle chiavi della sua teca sono sia il vescovo che il sindaco; la reliquia viene esposta dal pulpito esterno alla facciata del duomo, realizzato appositamente da Michelozzo e Donatello.

La Lucrezia amata da Filippo Lippi fa da modella per una sua opera esposta in Palazzo Pretorio

La Lucrezia amata da Filippo Lippi fa da modella per una sua opera esposta in Palazzo Pretorio

Il percorso museale nella storia di Prato continua nel grande Salone di cui parlavo sopra: in questa sala, densa di storia, nella quale si decideva il destino delle vite di molti (oltre a quello del Musciattino), oggi sono esposte bellissime opere del Tre-Quattrocento, tra cui alcune di Filippo Lippi, al quale è legata una storia d’amore: questo pittore era un frate carmelitano che stava in convento qui a Prato, che si innamorò di una giovane suora, Lucrezia Buti. I due fuggirono insieme, addirittura il papa intervenne per consentire loro di sposarsi, ma non lo fecero mai. Ebbero invece un figlio, Filippino Lippi, il quale seguì le orme paterne e divenne anch’egli pittore. A Palazzo Pretorio è esposto il Tabernacolo del Mercatale, una sua splendida composizione della fine del Quattrocento.

Anche salire le scale per arrivare al secondo piano, che ospita un altro grande salone, è un bellissimo tuffo nell’arte: si conservano gli affreschi che decoravano il soffitto voltato e dai finestroni si cominciano a vedere i tetti di Prato. Il salone è meraviglioso: al di là dell’allestimento (le opere, di XVI-XVIII secolo, provenienti da chiese della città, sono nel mezzo della sala, vi si cammina intorno e si possono cogliere tutti i dettagli possibili), la cosa più bella (per me, eh?) è un favoloso camino in pietra, con tanto di colonnine e capitelli.

Il bel camino nel grande salone del Palazzo Pretorio

Il bel camino nel grande salone del Palazzo Pretorio

Il percorso espositivo prosegue poi oltre, fino al terzo piano, dove sono ospitate le opere dell’arte del primo Novecento, tra cui due dipinti di Ardengo Soffici, pittore della vicina Poggio a Caiano (dove si trova il museo a lui dedicato, di cui ho parlato qui) e opere dello scultore novecentesco Jacques Lipchitz, donate al comune di Prato e prontamente esposte.

Il campanile del duomo visto dalla terrazza di Palazzo Pretorio

Il campanile del duomo visto dalla terrazza di Palazzo Pretorio

Infine, la terrazza, dalla quale si domina Prato, le sue chiese e i suoi palazzi. I tetti, i campanili, le strade, è tutto sotto i nostri occhi. Da oggi conosco la storia della città, il rapporto stretto tra vita civile e vita religiosa, l’importanza di una reliquia e tutto ciò che essa ha comportato, l’importanza artistica di un centro che troppo spesso viene offuscato da Firenze, troppo vicina e troppo più… più. Una storia che invece è bella da raccontare e da divulgare. È quello che fanno egregiamente i musei di Prato. È quello che fa il Museo di Palazzo Pretorio.

Vamos a la playa… a Tarifa!

Dicevo nello scorso post dedicato a Tarifa che da questo piccolo borgo collocato sulla punta più a sud della Spagna e più vicina all’Africa iniziano 10 km ininterrotti di spiaggia. Il sito web GoTarifa.com è un ottimo punto di partenza per avere un’informazione di base, ma io qui ve le racconto per benino.

Mettete il costume, vamos a la playa!

playa los lances, Tarifa

playa los lances, Tarifa

La Playa de los Lances inizia immediatamente a Ovest dell’Isla de las Palomas, che separa il Mediterraneo dall’Atlantico. Qui chi fa kitesurf e windsurf passa ore e ore in acqua. La città di Tarifa infatti accoglie quanti amano solcare le onde: i negozi vendono articoli e abbigliamento sportivo, i bar e i ristoranti la sera si riempiono di surfisti. C’è chi sceglie Tarifa per allenarsi, chi la sceglie per vocazione e per cambiare vita. Chi ama il mare ha più di un buon motivo per venire a Tarifa.

Playa los lances, Tarifa

Playa los lances, Tarifa

La Playa de los Lances è propriamente la spiaggia di Tarifa. La si raggiunge a piedi dal paese, è vicina al porto. È già sul versante oceanico della Spagna, anzi, è proprio la prima spiaggia dell’Atlantico. E infatti qui il vento spira forte e il divertimento per i surfisti è assicurato. Ha un bar sulla spiaggia, mentre un ristorantino anche piuttosto quotato si trova in prossimità del molo che porta a Las Palomas. Lungo la spiaggia poi sono piantati ombrelloni in stile mari del sud che miracolosamente resistono alle sferzate del vento. Qui vedrete in ogni stagione kitesurfers felici che compiono le loro evoluzioni, letteralmente volando sull’acqua. Volete un assaggio? Eccolo, uno a caso, pescato da youtube:

Dove non si può fare kite, perché la baia è troppo stretta, è sul versante mediterraneo della spiaggia di Tarifa, Playa Chica, chiusa tra Las Palomas e il porto. Qui però si possono fare immersioni e l’acqua è tanto pulita quanto fredda.

Playa los lances, Tarifa

Playa los lances, Tarifa

La spiaggia più amata dai kitesurfers è Playa Valdevaqueros: a ovest di Tarifa, qualche km fuori dalla città, lungo la strada si trova l’ingresso alla spiaggia. Non occorre scendere fino al mare per vedere un esercito di aquiloni variopinti che aleggiano in balia del vento: decine, centinaia di kite sono in azione. La spiaggia, lunga da sola 5 km, termina a ovest a Punta Paloma. Ci troviamo a questo punto a 10 km da Tarifa, dove termina la baia. Continua anche qui il paradiso del kitesurf e il panorama mostra la baia di Tarifa in tutta la sua ampiezza.

Baelo Claudia

Baelo Claudia, la città romana sul mare di Bolonia

Ben oltre Punta Paloma, perla della Costa de la Luz, è Bolonia, ormai a 25 km da Tarifa. Un piccolo villaggio, Bolonia, una città romana della quale sono rimaste ampie rovine, Baelo Claudia, una spiaggia lunga 5 km e un ottimo mare con un ottimo vento. Anche qui i surfisti vivono felici. Per arrivarvi, la strada, inoltratasi nell’entroterra per girare intorno a Punta Paloma, deve scollinare un tratto di territorio coltivato e reso a pascolo. Mandrie di mucche se ne stanno a ruminare al sole, greggi di pecore scorrazzano di qua e di là. Se arrivi alla rotonda di Bolonia prima di sera corri il rischio di trovarti una mucca a pascolare nell’aiuola nel bel mezzo di strada. Bellissima questa commistione di vita rurale, tradizionale, che ancora persiste, e di vita sportiva e turistica. Siamo in un territorio che tiene molto alla propria identità. La città romana di Baelo Claudia, poi, è un parco archeologico spettacolare. Le città sul mare esistevano anche nell’antichità, ovviamente, e Baelo Claudia era una di queste. I suoi abitanti sicuramente non praticavano kitesurf, ma pescavano tonni, attività tuttora prevalente nell’economia tradizionale della regione. A Tarifa la pesca del tonno è un vero evento e il tonno è un piatto prelibato che i ristoranti propongono con orgoglio. Poco più a ovest, una località si chiama Zahara de los Atunes, qualcosa vorrà dire! A Baelo Claudia sono stati rinvenuti impianti per la lavorazione del pesce che ci raccontano la storia millenaria di un mestiere tanto antico quanto ancora praticato. La vista della città romana sul mare è veramente suggestiva, le colonne dell’antico foro cittadino, la piazza più importante della città, si ergono superbe ad affrontare la furia dei venti. Magnifico.

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

 

Tarifa, il vento nei capelli

Ci sono luoghi di cui ti innamori all’istante. Un colpo di fulmine, proprio come con una persona: la vedi, ti colpisce diritto al cuore, ti innamori.

Azulejos con la costa africana così come la si vede da Tarifa

Azulejos con la costa africana così come la si vede da Tarifa

Per me Tarifa è stato un colpo di fulmine.

E sì che non ha fatto sforzi per farsi piacere: mi ha accolto con un vento fortissimo che a momenti mi solleva da terra, e che mi ha procurato un malditesta da morire. E poi non è proprio la meta adatta a me: io non pratico né surf né kite surf; non sono una grande nuotatrice, anzi proprio per niente e non ho nulla dello spirito hippy che si respira qui. Insomma, sulla carta con Tarifa non ho proprio niente a che spartire. Invece vi giuro che ci tornerei e ci starei molto, molto più tempo. Anzi, mi ci fermerei proprio.

Tarifa, piazza del Vento (un nome particolarmente adatto!)

Tarifa, piazza del Vento (un nome particolarmente adatto!)

Tarifa è un piccolo borgo fortificato sul mare.

Fin qui niente di eccezionale: carino il paesino di casette bianche entro le mura cittadine, suggestivo il castello all’imboccatura del porto così come quell’altra fortificazione che fu poi occupata da casematte durante la Guerra Civile del secolo scorso. Il borgo, accogliente e turistico, è zeppo di localini, baretti, ristoranti, boutiques su boutiques che vendono abbigliamento fricchettone e sportivo. I ristoranti di pesce propongono il tonno più buono che la storia ricordi, ma anche la frittura di pesce più generosa e le crocchette al nero di seppia, irrinunciabili se si cena da queste parti.

L’isola de Las Palmas non si può visitare, così la faticosissima passeggiata alla mercé del vento e degli sputi di mare si risolve davanti ad un cancello sbarrato. L’isolotto fortificato rimane invalicabile. Eppure, in quei 100 m di percorso sul mare, schiaffeggiato da onde, aria gelida e sabbia, sei nel mezzo tra il Mar Mediterraneo da una parte e l’Oceano Atlantico. Questo è il punto in cui le correnti dei due mari si incontrano. Questo è il punto più vicino all’Africa e l’Africa è lì a pochi miglia marine. Estremamente vicina.

La lunghissima spiaggia di inizia da Tarifa e prosegue per 10 km.

La Playa Los Lances di Tarifa. 10 km di spiagge si susseguono ininterrotte lungo la costa, da qui fino a Bolonia

Allora, forse, ciò che più mi attrae di Tarifa è l’idea dell’Africa. L’idea che da questa sponda all’altra ci sia un niente, ma che questo niente, in termini di spazio, sia sempre stato considerato un limite invalicabile. Penso alle Colonne d’Ercole, al valore simbolico che nel mito antico questo confine naturale ha avuto. L’idea di essere qui mi elettrizza, mi fa pensare che se c’è un ombelico del mondo, forse è proprio questo. Mi sembra di vivere un momento storico. Come quando ho visto per la prima volta l’Africa, che mi si è presentata davanti lungo la strada che da Algeciras conduce a Tarifa, così la sensazione è rimasta.

Ma quella è l’Africa! Ti rendi conto? Quella è l’Africa!” continuavo a ripetere quel pomeriggio, cercando di sovrastare l’ululo del vento. E anche quando, in traghetto verso l’Africa, verso Tangeri, ho realizzato che effettivamente stavo attraversando lo Stretto di Gibilterra, ero esaltata come se avessi compiuto chissà che impresa.

Tarifa non è solo il borgo e non è solo l’imbarco per l’Africa.

È anche un territorio bellissimo, fatto di 10 km di spiaggia lungo il versante oceanico, fatto di storia antica e di tradizioni che resistono, fatto di un paesaggio rurale che è pura poesia. L’antica città romana di Baelo Claudia, nella quale sono stati trovati impianti produttivi di lavorazione del pesce, ci dice che la pesca è un’attività millenaria nella zona, così come tutte le attività ad essa collegate (una volta qui producevano il garum, la salsa di pesce, oggi invece a Tarifa c’è un impianto per la conservazione di tonno e acciughe). Le rovine della città romana, affacciate sul mare, sono uno spettacolo suggestivo.

Alla sera, quando l’area archeologica chiude, le mucche si avvicinano ai cancelli, arrivano persino a mangiar l’erba nella rotonda che scende verso la spiaggia. Ciò che mai ti aspetteresti di vedere in un borgo di mare.

Murales sulla spiaggia di Tarfia

Murales sulla spiaggia di Tarfia

Una piccola riflessione. Tarifa è un po’ la Lampedusa di Spagna. Il giorno che non siamo riusciti a prendere il traghetto per Tangeri perché il porto era chiuso per il troppo vento e per il mare grosso, la capitaneria di porto stessa aveva soccorso un gommone di migranti partiti dalla costa africana, talmente disperati da voler prendere il mare ugualmente, nonostante le condizioni meteorologiche avverse. Notizia passata al tg nazionale alla quale però probabilmente non avrei dato peso se non avessi visto, il giorno prima, un murales proprio su questo tema sulla spiaggia di Tarifa. Tarifa è luogo di frontiera, di scambio, di incontro, di tolleranza. Come i suoi abitanti, è senza tempo, se ne frega delle stagioni, rinuncia a litigare col vento che ogni giorno si abbatte implacabile su di essa.

Capolavori a Villa La Quiete

Dal 26 luglio al 30 ottobre 2016 Villa La Quiete apre al pubblico la sua collezione di capolavori rinascimentali.

Siamo sulla collina di Castello, appena fuori Firenze, area amata dai Medici che qui costruiscono alcune loro residenze, come la Villa della Petraia e la villa di Castello stessa. Qui sorge anche Villa La Quiete. Passando da fuori, da via di Boldrone, non ci si rende conto di cosa ci sia oltre l’alto muro che isola la Villa dall’esterno. Ma ve lo dico subito: oltre alla villa c’è un grande giardino all’italiana, ben nascosto alla vista, ma proprio per questo tanto più prezioso.

Il giardino all'italiana di Villa La Quiete

Il giardino all’italiana di Villa La Quiete

Villa La Quiete fu di proprietà medicea, ma ha legato la sua storia a importanti figure femminili di Firenze: a Cristina di Lorena, che fece dipingere La Quiete che pacifica i venti, da cui il nome della villa, a Eleonora Ramirez de Montalvo, che qui istituì un istituto per l’educazione laica delle giovani figlie delle illustri famiglie fiorentine, e infine all’Elettrice Palatina, che qui si fece allestire un appartamento privato. Le Montalve avevano un istituto anche in città, in via della Scala, che fu però dismesso e occupato da una caserma a seguito dell’Unità d’Italia. L’unica sede divenne allora Villa La Quiete che ricevette così anche le opere d’arte custodite nella sede cittadina e in quella del monastero di San Jacopo di Ripoli.

Ridolfo del Ghirlandaio, Michele Tosini, Sposalizio mistico di Santa Caterina e santi

Ridolfo del Ghirlandaio, Michele Tosini, Sposalizio mistico di Santa Caterina e santi

Oggi vengono esposte al pubblico alcune tra le principali opere di questa preziosa collezione: un’Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega) è forse l’opera più nota: fece scalpore la polemica di qualche tempo fa per cui era stata accusata l’Università (ente gestore di Villa La Quiete) di tenere nascosto un Botticelli in cantina; risposta migliore non poteva arrivare: il Botticelli è oggi esposto al pubblico, e la schiera di santi che fa da contorno all’incoronazione della Vergine accoglie quanti si affacciano al Refettorio, l’ambiente che ospita la mostra.

Dettagli: la splendida veste azzurra a gigli d'oro di uno dei santi testimoni dell'Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega)

Dettagli: la splendida veste azzurra a gigli d’oro di uno dei santi testimoni dell’Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega)

Sette opere in tutto: oltre a Botticelli, Ridolfo del Ghirlandaio è l’altro pittore noto del quale sono esposte tre opere, due Sposalizio mistico di Santa Caterina, nelle quali si ripete con qualche variante la scena dell’unione mistica della Santa a Cristo, simboleggiata dal Bambin Gesù che le mette l’anello al dito, e la grande tavola con i Santi Onofrio, Cosma, Damiano e Sebastiano. Vi è poi una Madonna con bambino di pittore fiammingo, un San Domenico della Scuola di San Marco e una curiosa composizione: una pala d’altare, di Michele Tosini, raffigurante Santa Maria Maddalena abbracciata alla Croce di Cristo e una suora domenicana immerse in un paesaggio spoglio nel quale, in lontananza, si distingue un villaggio; alla croce dipinta, è applicato un crocifisso vero, in legno, a ricalcarne in tutto e per tutto la posizione. L’effetto tridimensionale è garantito, colpisce l’immaginazione ed è molto scenografico.

Le opere sono illuminate benissimo, l’impatto d’insieme è molto suggestivo, mentre i faretti dedicati a ciascuna opera fanno risaltare i colori e i particolari. Due postazioni touchscreen raccontano i dettagli e la storia di ogni singola tela, le immagini si possono ingrandire fino a scorgere dettagli che rischiano di sfuggire anche ad occhio nudo.

Baccio da Montelupo, Crocifisso; Michele Tosini, Santa Maria Maddalena e suora domenicana

Baccio da Montelupo, Crocifisso; Michele Tosini, Santa Maria Maddalena e suora domenicana

La mostra è il primo passo verso l’apertura al pubblico di un percorso museale di Villa La Quiete che vedrà il suo completamento nel 2017. La villa in sé è in effetti ricca di storia e di arte. Ho curiosato qua e là in anteprima e ho scoperto alcuni angoli davvero interessanti.

Il Gigante Appennino della villa di Pratolino sulle pareti della sala di Villa La Quiete

Il Gigante Appennino della villa di Pratolino sulle pareti della sala di Villa La Quiete

Innanzitutto il giardino all’italiana che si stende davanti alla villa e che rimane però chiuso, isolato rispetto all’esterno, una serie di aiuole curatissime e di viottoli regolari che non dialogano col paesaggio circostante. All’interno della villa alcuni ambienti sono notevoli: la farmacia ad esempio, è un piccolo sgabuzzino nel quale sono stipate bottigline di essenze, erbe e medicamenti. Poi vi è il Salone Robbiano, nel quale sono accolte alcune lunette e altri rilievi in terracotta dei Della Robbia, scultori fiorentini rinascimentali riconoscibilissimi per i loro rilievi in bianco e blu, spesso e volentieri a soggetto religioso. Infine ho scovato una chicca: una sala con le pareti affrescate con vedute di ville e possedimenti medicei nei dintorni di Firenze. Ho riconosciuto il Gigante Appennino del Giambologna, protettore della villa medicea di Pratolino (oggi villa Demidoff): e ritrovarlo lì, dove meno me l’aspettavo mi ha fatto quasi l’effetto di aver incontrato un vecchio amico.

La mostra è visitabile dal 26 luglio al 31 agosto il martedì e il sabato dalle 17 alle 20, il giovedì dalle 17 alle 23; dal 1 settembre al 30 ottobre sarà visitabile il sabato e la domenica dalle 10 alle 19. Per ogni ulteriore informazione v. www.villalaquiete.unifi.it

PS: ringrazio Alba Scarpellini dell’Università di Firenze che mi ha invitato all’anteprima della mostra, col ruolo di instagramer. Se volete vedere le foto su instagram cercate #villalaquiete oppure seguitemi: sono @maraina81.