High line, la passeggiata alternativa di New York

C’era una volta a Manhattan una linea ferroviaria sopraelevata che percorreva un tratto del West Side, da Gansevoort Street nel Meatpacking District fino alla West 34th Street, tra la 10th e l’11th Avenue. Fu costruita negli anni ’30 del Novecento ed era utilizzata per le merci, essendo molto vicina alla riva destra dell’Hudson lungo la quale si trovava il distretto industriale più grande di New York.

Una locomotiva in movimento sulla High Line. Credits:

Una locomotiva in movimento sulla High Line. Credits: TheHigline.org

Nel 1980 la High Line ha smesso di funzionare, ed è diventata pian piano una terra di nessuno, soggetta dapprima all’abbandono, poi al degrado, fino a diventare un relitto che, come sempre in questi casi, o si odia o si ama. Lo odiavano coloro che, in nome di un’immagine dinamica, nuova, pulita e moderna di NYC alle soglie del XXI secolo, non potevano tollerare un tale scempio urbano nel bel mezzo della città (anche se fuori dai percorsi turistici, però pur sempre nel cuore di Manhattan); lo amavano al contrario gli abitanti della zona, coloro che da bambini avevano giocato sotto i suoi ponti, coloro i cui genitori probabilmente avevano lavorato alla costruzione, coloro che vivendo lì lo sentivano come una cosa propria, un pezzo di storia del quartiere che niente e nessuno avrebbe mai potuto toglier loro.

Scene da un abbandono: la High Line tra il 1999 e il 2006. Credits: TheHighline.org

Scene da un abbandono: la High Line tra il 1999 e il 2006. Credits: TheHighline.org

Hanno vinto questi ultimi. Ci sono voluti decenni, perché per 20 anni la High Line ha versato in abbandono, e altri 10 anni circa perché da relitto urbano diventasse un luogo di richiamo: l’impegno di un’associazione, Friends of the High Line, ha fatto sì che la struttura e i binari fossero recuperati. Oggi è una bellissima passeggiata sopraelevata in mezzo al verde. I binari ci sono ancora, in disuso ovviamente, a testimoniare del passato di questo luogo; ma il tutto è divenuto una lunga via praticata innanzitutto dagli stessi abitanti del quartiere, e poi dai turisti che dal 2011, quando la nuova High Line ha aperto definitivamente i battenti, l’hanno inserita nei propri itinerari per la città.

Un tratto di High Line immersa nel verde

Un tratto di High Line immersa nel verde

Un piacevole giardino sopraelevato, con vista da un lato sull’Hudson e sul vecchio quartiere industriale, e dall’altro su case, palazzine e giù in basso sulle strade popolate di taxi gialli.

Vista sul traffico di Manhattan dalla High Line

Vista sul traffico di Manhattan dalla High Line

La High Line è un esempio ben riuscito di riqualificazione urbana non solo di una strada (ferrata) ma di un intero quartiere, ed è la dimostrazione che la passione di poche motivate persone può portare a grandi risultati. Quando nel 1980 la High Line fu abbandonata, nessuno avrebbe mai pensato ad un futuristico giardino sopraelevato; idem nel 1999, quando tutto sembrava perduto. Invece il buon senso ha prevalso, in questo spazio abbandonato e inutile è stata colta un’opportunità, una potenzialità, e questa ha messo in moto tutto il resto.

High Line con vista sull'Hudson

High Line con vista sull’Hudson

A New York, poi, è tutto in continua evoluzione: se pensiamo che nel nostro primo viaggio, nel 2009, la High Line non esisteva ancora come parco aperto al pubblico, o se pensiamo anche all’immenso cantiere del World Trade Center che oggi sorge al posto di Ground Zero, ci rendiamo conto di quanto la città, che è tutto sommato giovane, continui a rinnovarsi e a modernizzarsi su se stessa. In fondo alla High Line, sulla 34° Strada, a ottobre 2013 era in corso il cantiere di un grattacielo: sicuramente oggi è finito o poco ci manca: è questa la New York che ci piace, perché non si ferma mai, si evolve in continuazione, continua a mutare aspetto, a dispetto di chi sostiene che invece non si costruisca più nulla perché non c’è più spazio. La High Line è il simbolo di un rinnovamento cittadino che parte dal basso e che è mosso dai più nobili motivi: la riappropriazione di uno spazio proprio e a misura d’uomo. Che a Manhattan, permettetemelo, non è per niente facile da trovare.

Love on the Wall. Questo capolavoro di streetart mi piace intitolarlo così ;-)

Love on the Wall. Mi piace intitolarlo così questo capolavoro di streetart che si incontra lungo la High Line (sperando che resista a lungo…) .

La notte del 10 agosto

Ieri era il 10 agosto, San Lorenzo, giornata, anzi notte, che la tradizione lega alle stelle cadenti. È un classico: ovunque voi siate, al mare, in montagna, in città o in campagna, la tentazione di mettersi con il naso all’insù è troppo forte per resistere. Certo, più si è in condizioni di buio e meglio è: l’ideale è stare lontano dai centri abitati, perché così la volta stellata appare in tutto il suo splendore e c’è la possibilità di ammirare meglio il cielo e ciò che vi accade.

Ieri sera a complicare le cose c’era la #superluna, una luna gigantesca che oltre ad essere piena era molto più vicina del solito alla terra nel suo giro di rivoluzione intorno ad essa. Così è stato senz’altro più difficile vedere questo fenomeno naturale, che tutti noi però desideriamo voler catturare fortemente per via di quella storia dell'”esprimi un desiderio”…

Ma siamo sicuri di sapere a cosa siano dovute le stelle cadenti? Cosa nasconde in realtà questo nome così romantico e malinconico che ci fa stare tutte le estati con la testa per aria a guardare intensamente il cielo sperando di puntare il punto giusto dove la scia luminosa passerà?

Le stelle cadenti non sono altro che, scientificamente parlando, uno sciame meteorico. Per la precisione si chiama sciame meteorico delle Perseidi. Vi rendete subito conto che il nome non è proprio accattivante: lo seguireste voi qualcuno che vi proponesse “andiamo in spiaggia a vedere lo sciame meteorico delle Perseidi?” Solo se da piccoli volevate fare gli astronauti! Chiamarle stelle cadenti in effetti rende molto meglio l’idea, accende la fantasia, l’emozione, quel pizzico di romanticismo che è in ognuno di noi… Comunque, le stelle cadenti sono uno sciame di meteore che, scontrandosi con l’atmosfera terrestre, danno luogo a quelle scie luminose che ci fanno sognare. Non sono stelle, dunque, ma comunque corpi celesti, e tra l’altro molto più vicini di quanto si possa immaginare. Un fenomeno naturale che è particolarmente evidente in questo periodo dell’anno e del quale trovate tutte le spiegazioni scientifiche, storiche, culturali in questo interessante articolo che vi propongo qui.

Io ieri sera la mia stella cadente l’ho vista (o almeno ne sono convinta) nonostante la #superluna. Eravamo in collina, fuori Firenze, in una zona lontana dalle luci della città e che quindi ben si presta all’osservazione del cielo.

Altrimenti dove si può andare? Internet come ogni anno si è scatenato alla ricerca dei luoghi più adatti del pianeta (tanto avete tempo, le stelle cadenti non erano solo ieri sera, ma continueranno per qualche giorno). ecco qualche idea, hai visto mai che vogliate tentare di nuovo la fortuna… ;-)

Il consiglio è sempre quello: abbandonare la città e recarsi in luoghi il più possibile isolati e naturalmente lasciati al buio: in montagna in Valle d’Aosta, ma anche sulle Alpi Marittime e nei dintorni di Sanremo e Imperia (si consiglia incredibilmente qui); altrimenti sulle isole, ben lontane dalla costa, come Giannutri, ad esempio, o comunque isolette e anche tratti di costa che non siano stati invasi e/o raggiunti dal turismo di massa e dalle sue conseguenze in termini di strutture antropiche e quindi di illuminazione. Bisogna cercare luoghi selvaggi, isolati e bui. Al resto ci penserà il cielo.

Questa è l’Italia illuminata. Cercate le zone buie: sono i luoghi più adatti per vedere le stelle ;-)

Va detto che per ieri sera un po’ ovunque in Italia le stelle cadenti sono state l’occasione per fare un po’ di festa, tra spettacoli di musica, eventi negli osservatori astronomici, feste in città ecc. Certo, la presenza della luna non ha aiutato, ma forse ha reso ancora più particolare la serata, e sicuramente gli appassionati di fotografia. Volete mettere la possibilità di vedere la luna così vicina che sembra quasi di toccarla? Personalmente la preferisco ad una scia luminosa che si è già esaurita nel tempo in cui si realizza di averla vista.

Chissà se la #superluna ha “rovinato” la festa dall’altra parte del mondo, a Uluru: la montagna sacra degli Aborigeni che abitano il Red Centre dell’Australia si trova davvero in mezzo al nulla, in uno dei luoghi desertici meno adatti alla civiltà che ci possa essere. Se devo pensare ad un luogo veramente isolato io penso a quello. E vi assicuro che laggiù le stelle sono tantissime (oltre che diverse dalle nostre, visto che siamo in un altro emisfero). Che io sappia, laggiù la notte c’è il coprifuoco per gli umani che vogliano girare per il parco, più per motivi di sicurezza sia propri che degli animali, che per altro. Ma sicuramente (così si dice qui) guardare il cielo con una guida aborigena può davvero avere un grande fascino ed è senz’altro l’immersione completa in una cultura completamente diversa dalla nostra, con sue leggende, sue costellazioni, suoi miti.

uluru at the sunrise

E dopo la notte delle stelle cadenti sorge l’alba su Uluru…

I ponti di Firenze e la Seconda Guerra Mondiale

Insomma, pare che dobbiamo ringraziare Hitler se oggi possiamo transitare su Ponte Vecchio insieme alle migliaia di turisti che quotidianamente invadono Firenze. Hitler visitò il capoluogo toscano nel 1938 e, da buon amante dell’arte quale si riteneva, gli piacque tanto Ponte Vecchio per il suo aspetto così particolare, che lo rendeva unico nel suo genere. Così, quando durante la II Guerra Mondiale, i Tedeschi fecero saltare i ponti sull’Arno, risparmiarono proprio Ponte Vecchio.

Ponte Vecchio, oggi, è l'unico ponte sull'Arno sopravvissuto alla II Guerra Mondiale. Gli altri sono tutti stati ricostruiti

Ponte Vecchio, oggi, è l’unico ponte sull’Arno sopravvissuto alla II Guerra Mondiale. Gli altri sono tutti stati ricostruiti

70 anni fa in questi giorni Firenze viveva uno dei momenti più difficili della sua storia: la città, occupata dai Tedeschi in ritirata, aspettava l’arrivo degli Alleati che intanto stavano risalendo la Penisola (risalita raccontata, tra gli altri dal fotografo Robert Capa,  pochi mesi fa in mostra all’ormai ex-museo Alinari della Fotografia a Firenze).

Corrado Pogni Veduta del centro di Firenze da Oltrarno nel 1944

Corrado Pogni Veduta del centro di Firenze da Oltrarno nel 1944

Siamo nell’estate 1944: a luglio finiscono i rifornimenti di gas, la popolazione è ridotta allo stremo. Il 29 e 30 luglio viene imposto alla popolazione che abita sui Lungarni di lasciare le proprie case e le proprie attività. Quindi nella notte del 3 agosto iniziano i bombardamenti che fanno saltare in aria uno dopo l’altro i ponti. Tranne Ponte Vecchio, appunto. È il momento forse più drammatico della Guerra per i Fiorentini, perché la distruzione dei ponti, cui essi assistettero impotenti, dei quartieri medievali vicino a Ponte Vecchio – in particolare via Por Santa Maria – delle torri antiche e delle botteghe ha anche e soprattutto un forte valore simbolico.

La decisione di far esplodere i ponti era stata presa dall’esercito tedesco per rallentare l’avanzata degli Alleati. Ma l’11 agosto il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale guidò, al suono della Campana di Palazzo Vecchio, la Battaglia di Firenze, che si concluse, a prezzo di molte vite, solo il 31 agosto, quando finalmente i Tedeschi si ritirarono da Careggi sancendo il definitivo abbandono della città.

Firenze giustamente ricorda quei momenti quest’estate, a 70 anni di distanza. Lo sta facendo attraverso una serie di eventi e manifestazioni di carattere storico-documentario, ma anche artistico. Personalmente ho voluto visitare la mostra, gratuita, allestita presso l’Archivio Storico del Comune di Firenze e visitabile fino al 30 novembre dal titolo “I ponti di Firenze” . È visitando questa mostra che ho appreso il capitolo di storia che vi ho raccontato qui sopra. Cosa, se non un archivio storico, è il luogo più indicato a raccontare, attraverso i documenti, ciò che avvenne in città nell’agosto del ’44?

Scene da una distruzione, all'indomani del bombardamento dei ponti di Firenze

Scene da una distruzione, all’indomani del bombardamento dei ponti di Firenze

La mostra si sviluppa su 3 sale e al termine del percorso si assiste ad un video realizzato con filmati d’epoca dell’Istituto Luce, che rendono ancora più vivi quei giorni che la lettura dei documenti già ci mostra come reali. Il tema principale della mostra è la distruzione dei ponti e di via Por Santa Maria, attraverso l’esposizione di foto dell’epoca e dei disegni a olio dal vero realizzati nel 1944 da Corrado Pogni, testimonianza efficace dell’entità dei danni; vi è poi un focus sulla distruzione e ricostruzione del Ponte di Santa Trinita e della vicenda della testa della statua della Primavera, che insieme ad altre tre statue rappresentanti le Stagioni lo adornava, e che fu recuperata solo molti anni dopo, quando ormai s’era persa la speranza. A completare il quadro, una serie di documenti, lettere, volantini, manifesti raccontano i momenti cruciali di quel momento della guerra e della vita della popolazione, costretta al disagio e alla paura. Vedere di persona i manifesti è sicuramente più efficace che leggerne sui libri, rimane più impresso, ti porta direttamente “dentro” i fatti. Sarà poi interessante andare sui Lungarni e cercare le tracce delle distruzioni e delle ricostruzioni. Sul Ponte di Santa Trinita, infatti, nuovamente svettano le statue delle Stagioni. Statue che, ammetto, ho sempre guardato distrattamente. Prossima volta ci farò attenzione, invece: potete starne certi.

Il Ponte di Santa Trinita: una foto che lo ritrae distrutto, subito dopo la guerra, lo stato della distruzione e un primo progetto di ricostruzione, il progetto di ricostruzione definitivo

Il Ponte di Santa Trinita: una foto che lo ritrae distrutto, subito dopo la guerra, lo stato della distruzione e un primo progetto di ricostruzione, il progetto di ricostruzione definitivo

La New York che non ti aspetti: il mercato di Union Square

Manhattan è la città dello shopping, delle boutiques, dell’alta moda e del design, è la città dei grattacieli, dei taxi, dei marciapiedi su cui tutti quasi corrono, del traffico, delle auto e delle luci di Times Square. Perciò non ti aspetteresti mai di trovare, in pieno centro, in una delle piazze più importanti, un mercato tradizionale, alimentare, con i banchi che espongono la loro merce, frutta e verdura, infinite varietà di pomodori, patate, zucche e peperoni. Un mercato del genere esiste, e si trova a Union Square. Non è molto grande, occupa 2 lati su 4 del perimetro esterno del giardino pubblico che occupa il centro della piazza, piccolo polmone verde in mezzo al traffico delle strade che gli girano intorno. Qui la gente rallenta, si ferma ai banchi a guardare la merce, ad acquistarla, qui vengono le classi delle scuole elementari per insegnare ai bambini la frutta e la verdura (li abbiamo visti con i nostri occhi, i bimbi, armati di fogli per disegnare il pomodoro o la banana, tutti intenti con la matitina in mano e lo zainetto in spalla), qui si narra che vengano gli chef dei migliori ristoranti a rifornirsi dei prodotti migliori, quelli che da noi sarebbero a km 0, per capirci…

Un luogo che contrasta parecchio con l’idea di nuovo, di moderno e di progresso che associamo solitamente a New York. E che però ci piace molto.

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Poi giri l’angolo e ti ritrovi in Piazza del Limbo…

Avrai percorso mille volte il centro di Firenze, eppure in quelle mille volte non ti sei mai fermato ad approfondire i dettagli, i vicoletti che qua e là si aprono, preso come sei dal guardare sempre con ammirazione i soliti posti: il Duomo, Piazza della Signoria, Ponte Vecchio, il Lungarno. Ecco, proprio percorrendo il Lungarno degli Acciaiuoli, scendendo da Ponte Vecchio verso Ponte Santa Trinita, si apre un piccolo piccolissimo vicoletto che rientra nella dedalo di vie, piazzette e viuzze che caratterizza un po’ il centro di Firenze (io tuttora di là d’Arno mi perdo!). E seguiamolo, allora, questo vicoletto, così stretto che ci passa a malapena una persona per volta, e vediamo dove ci porta…

Non so perché, ma l’impressione è grande: che ci fa una chiesina minuscola, in una piazza minuscola, appena dietro il Lungarno e chiusa tra alti palazzi medievali? Come fa a starci? Chi ce l’ha messa? E poi scopri che quella chiesina lì c’è da prima che ci fosse il resto e che solo nei secoli è stata circondata e racchiusa da tutti quegli edifici più alti di lei. Quella chiesina è una delle più antiche di Firenze, la sua storia si fonde con la leggenda. Ed è un piacere apprenderla, anche se è scritta su un vecchio depliant attaccato con lo scotch alle inferriate.

La chiesa dei SS.Apostoli a Firenze

La chiesa dei SS.Apostoli a Firenze

Narra la leggenda, nonché un’antica lapide inserita nella facciata, che la chiesa dei Santi Apostoli (ad essi è dedicata da sempre) fu fondata nell’805 da Carlo Magno alla presenza dei suoi paladini. Naturalmente questa storia, pur ricca di suggestione, non è vera, mentre è vero che questa chiesa, che era già considerata antichissima nell’XI secolo, era stata costruita prima del Mille appena fuori le mura romane della città di Florentia. L’edificio originario era costruito presso un antico cimitero di bambini non battezzati (da cui deriva il nome della Piazza del Limbo, in cui ci troviamo); questo fu sostituito nell’XI secolo dalla chiesa attuale che è un vero gioiello del romanico fiorentino: una basilica a tre navate con abside semicircolare. Le sue forme ispirarono il Brunelleschi per il progetto delle chiese di Santo Spirito e di San Lorenzo: nell’elegante evocazione della classicità che piacque al Brunelleschi e che apprezzava anche il Vasari va visto l’impulso che diede il via al Rinascimento. La facciata è in pietra a vista, così come i fianchi, oggi quasi completamente coperti dagli edifici che vi si addossano; anche l’abside, che invece è a vista in un’altra piazzetta semisconosciuta ai più, e il campanile, di cui ci si accorge solo se si alza lo sguardo e che risale al XVI secolo, sono in pietra non rivestita nè di marmi né di intonaco.

La sua vicinanza all’Arno non le ha giovato molto nel corso dei secoli: ha sopportato infatti diverse alluvioni, l’ultima delle quali, tremenda, nel 1966, ha procurato ingenti danni ai suoi interni e ai suoi arredi, comprese le opere d’arte che la abbellivano. Sulla parete esterna di uno degli edifici che la racchiudono c’è indicato il livello che raggiunse l’acqua quel famigerato 4 novembre, e anche se non è così alto come in piazza S.Croce, dove secondo me è allucinante, comunque fa impressione lo stesso: praticamente della chiesa emergeva poco più del tetto.

Non crediate che la storia della Chiesa dei SS. Apostoli si esaurisca qui: perché ad essa è legata una tradizione importantissima della Pasqua fiorentina: qui infatti sono custodite le scaglie di pietra focaia che la tradizione vuole provenienti dal Santo Sepolcro di Gerusalemme, donate da Goffredo di Buglione nel 1096 a Pazzino de’ Pazzi durante la Prima Crociata. Cos’hanno di importante queste pietre e cos’hanno a che vedere con la Pasqua? Semplice: con esse la mattina di Pasqua viene acceso il “fuoco sacro” che viene portato in processione da qui fino al Duomo e che serve per l’accensione della Colombina, dando il via allo Scoppio del Carro!

Una volta appresa la storia della chiesa, non si può non restare affascinati da questo cantuccio seminascosto nel cuore di Firenze: poco più in là si aprono le vie della moda, Piazza Santa Trinita con via Tornabuoni si raggiungono in un attimo da qui percorrendo Borgo SS. Apostoli, una via torta racchiusa tra alti edifici medievali che affaccia su Piazza del Limbo, mentre nella direzione opposta si raggiunge l’Olivo che ricorda la strage dei Gergofili e quindi il piazzale degli Uffizi.

Se anzi salite da Piazza Santa Trinita lungo Borgo SS.Apostoli, la piazzetta vi si apre sulla destra: e questa chiesina, piccina, più in basso rispetto a dove siete voi (perché nel corso dei secoli il piano stradale della città si è alzato, mentre la chiesa è rimasta al suo livello di origine), con il sagrato abbellito da piccoli alberini verdi, senza il clamore e la confusione dei turisti che si accalcano nei luoghi più famosi, fa venir voglia di fermarsi, di scendere qui davanti e fare una sosta. Se poi avete l’animo predisposto, potreste trovare in questo piccolo angolo di Firenze pure un certo non so che di romantico. Certo, se siete con la compagnia giusta… ;-)

Come passerei il giorno del mio compleanno (se esistesse il teletrasporto)

Se il giorno del vostro compleanno aveste la possibilità di teletrasportarvi ovunque sul pianeta per poter rivivere o risperimentare le esperienze già vissute che vi hanno entusiasmato di più nel corso dei vostri viaggi, dove andreste e cosa fareste?

Ci sto pensando da stamattina, visto che oggi è il mio compleanno, che sono chiusa in casa perché piove e che il cielo plumbeo e l’atmosfera novembrina mi rendono particolarmente indolente, pigra e svogliata (ma ci sta che sto pomeriggio mi ripiglio, o magari proprio dopo questo post!). Cosa farei se potessi ritornare in un giorno solo nei posti che mi sono piaciuti di più al mondo e rivivere le esperienze più esaltanti?

La mia sveglia, sarò bizzarra, ma vorrei che me la desse il muezzin di Petra, Giordania, che cantando la preghiera al mattino presto mi trasportava da subito in un’atmosfera sospesa nel tempo. Il muezzin cantava tutte le mattine, certo, ma la mattina di Petra fu particolarmente emozionante. E che ve lo dico a fare, percorrere il Siq, aspettare dietro ogni curva dello stretto sentiero di vedere apparire El Kazhné, e vederlo schiudersi finalmente davanti agli occhi, è un’emozione pari al risvegliarsi in un posto nuovo, un luogo che finora conoscevi solo nei tuoi sogni, ma che scopri esiste veramente.

Visto che è luglio, che dovrebbe esserci il sole e che sarebbe bello andare al mare, la prima cosa che mi viene in mente che vorrei rifare è tornare su Heron Island, la splendida isola della Barriera Corallina Australiana sul tropico del Capricorno dove, oltre a prendere (ahimè sempre troppo poco) il sole su un’isola da mari del Sud, per la prima volta nella mia vita ho fatto snorkeling. E che snorkeling! In mezzo agli squali e alle razze, tra banchi di pesci coloratissimi e stelle marine psichedeliche. Quella sì che è stata un’esperienza! Per riviverla in maniera perfetta occorrerebbe una bella giornata di sole (perché ad Heron Island non fummo così fortunati con il tempo), meno timore dello snorkeling (una cosa che però si ottiene solo con l’esperienza): l’adrenalina che ci ha lasciato quell’esperienza, oltre che l’eccezionalità dell’impresa, è stata uno dei ricordi più intensi del nostro viaggio in Australia, e mi sembra decisamente un bel modo per iniziare la giornata del mio compleanno! ;-)

Per pranzo teniamoci leggeri, o almeno proviamoci: cibo da strada in Sicilia, tra arancini, cannoli e granite al gelso direi che ce la possiamo cavare egregiamente. La Sicilia sarebbe effettivamente un viaggio da ripetere nella sua interezza: all’epoca eravamo giovani e squattrinati (non che ora navighiamo nell’oro!), per cui avevamo fatto un tour della Sicilia che definire low cost non rende l’idea di quanto poco si spese. Dovendo tagliare spese, sacrificammo la parte culinaria della Sicilia, e forse è per questo che quel poco di tipico che mangiammo ci è rimasto particolarmente nel cuore!

Nel pomeriggio un po’ di shopping va fatto, sennò che cosa mi regalo? Allora voglio volare a Londra, dove lo shopping è davvero estremo! Fermo restando che presto ripeterò l’esperienza, Londra è veramente il luogo ideale dove spendere e spandere con le amiche. Oddio, anche New York ben si adatta alla bisogna, però oggi a Manhattan ci andrei più tardi…

Lo so che è estate, ma la giornata piovosa nel mondo reale mi induce a pensare che un bel té ci starebbe bene. E c’è un solo posto al mondo (per ora) dove vorrei essere per bere una tazza di té: è la sala da té Mariage Frères nel cuore del Marais a Parigi. Se qualcuno si dovesse lamentare che in questa mia giornata ideale relegare Parigi a mero sfondo di una tazza di té è un sacrilegio, rispondo che io a Parigi ci vivrei proprio, altro che…

Il tramonto c’è solo un posto dove vorrei rivederlo: nella foresta amazzonica peruviana. Lì il crepuscolo è annunciato dalle cicale che letteralmente suonano la sirena del coprifuoco, anche perché il buio scende velocemente all’Equatore. Ma se si guarda il fiume, e la riva di fronte, l’arancio del cielo ti colpisce perché non pensavi che cieli così potessero esistere davvero. E invece ci sono, esistono, e sono davvero incredibili.

E quando cala la notte, bisogna trasferirsi a New York. Sì, perché io per festeggiare il mio compleanno pretendo di prendere l’aperitivo al 230° RoofTop: locale molto fashion sulla terrazza di un grattacielo sulla Fifth Avenue da cui si gode il panorama dei grattacieli di Manhattan illuminati by night. Una vista meravigliosa, che ti fa sentire parte di una città cosmopolita e moderna, e ti fa sentire figo, diciamolo pure. ;-)

230 RoofTop on Fifth Avenue

230 RoofTop on Fifth Avenue

Per concludere la serata resterei a New York e andrei a Broadway a vedere un musical. Ho visto Mary Poppins, ma ce n’è a decine in cartellone, c’è l’imbarazzo della scelta! E a fine serata mangerei un bel cupcake seduta sulle scalette in Times Square, che fa sempre piacere…

Per dormire, infine, tornerei nel lodge di Petra in cui mi sono svegliata stamattina al canto del muezzin; un posto turistico, certo, ma magico, un villaggio abbandonato risistemato in hotel. Molto bello, molto pittoresco, molto da Mille e una Notte. E chissà che, addormentandomi qui, al termine di questa giornata da sogno, domani non mi sveglio davvero al canto del muezzin, pronta a ripartire, ad andare in giro per il mondo…

Portobello Road da favola, anzi da film

Tutti noi abbiamo visto “Pomi d’ottone e manici di scopa” con Angela Lansbury nel ruolo di un’improbabile aspirante strega che accoglie tre ragazzini sfollati durante la II Guerra Mondiale e con loro si mette alla ricerca di un prezioso libro di magia con il quale completare il suo corso di stregoneria. Proprio l’inizio delle ricerche porta i protagonisti a Londra, una Londra buia sulla quale incombe la guerra, una Londra sospesa tra il sogno e la realtà. Così quando alla nostra strega viene detto che solo a Portobello Road potrà trovare, forse, quello che sta cercando, ecco che veniamo tutti quanti catapultati in un suggestivo mercato delle pulci che sa di magico e di polveroso, nel senso buono del termine, della polvere che copre i ricordi… In effetti rivedere da adulta Pomi d’ottone e manici di scopa è un tuffo nel passato che stimola la stessa sensazione di dolce nostalgia che si ha a guardare Mary Poppins (altro film Disney ambientato a Londra). Qui la somiglianza con Mary Poppins la fa la canzoncina, mentre l’atmosfera che vi vedo è la stessa che viene creata in Harry Potter… La magia, come vedete, torna sempre ;-)

Ma non è di film che voglio parlare, ma del fatto che non mi sarebbe mai venuto in mente questo film se oggi un tweet di @vivilondra non me l’avesse ricordato:

In un attimo ho ricordato la scena del film, ma soprattutto il fatto che io, nel corso delle mie esperienze londinesi, da Portobello Road ci sono passata! E certamente oggi, turistica e strafrequentata, ha perso un po’ di quell’alone di mistero e bellezza che un tempo aveva: i banchini dei venditori ambulanti non sono più così suggestivi e particolari e strizzano l’occhio al turismo di massa. Beh, a ricordarci com’è Portobello Road oggi c’è un altro film… davvero non sapete quale? Ma è Notting Hill, in particolare quel passaggio in cui passano i giorni, i mesi, le stagioni, e Hugh Grant pensa desolato e innamorato alla bella attrice Julia Roberts… Tutta un’altra atmosfera, ma resta l’immagine di un luogo musicale, sospeso, suggestivo, dove i sogni e i desideri possono prendere corpo. Prometto che la prossima volta cercherò di vivere Portobello Road come se fossi in un film, per cogliere anch’io l’atmosfera magica che il cinema le ha sempre dato e sempre le darà.