Firenze in guerra 1940-1944: una mostra a Palazzo Medici Riccardi

Quest’anno Firenze ha dedicato alla II Guerra Mondiale ben più di un evento. Per forza: il 1944, dunque 70 anni fa, la città ha vissuto uno dei suoi momenti più drammatici: dapprima la distruzione dei Ponti di Firenze, perpetrata dai Tedeschi il 3 agosto 1944, quindi la Battaglia di Firenze l’11 agosto, combattuta per le strade dai Partigiani contro i Tedeschi nel momento in cui gli Alleati giunsero in città.

Una mostra (gratuita) a Palazzo Medici Riccardi racconta fino al 6 gennaio 2015 Firenze in guerra. Non si limita ai combattimenti, ma inizia da prima, da Firenze in epoca fascista, per dare un’idea del contesto storico, politico e sociale in cui si trovava Firenze, e l’Italia, ovviamente, e di come quindi fu accolta l’entrata in guerra.

La prima sala è occupata da un grande tavolo di documentazione che illustra, attraverso pagine di giornali dell’epoca, ma anche immagini e libri, la vita di quegli anni, mentre alle pareti ci si perde nelle gigantografie di Firenze in età fascista.

Alcune gigantografie di Firenze in età fascista

Alcune gigantografie di Firenze in età fascista

Se si vuole spendere un po’ di tempo in questa sala, soffermandosi ad approfondire, ci si può davvero calare nel clima e nell’atmosfera dell’epoca, un clima fatto di propaganda e di terrore: agghiacciante, ad esempio, perché scritto nella grafia tonda e innocente di un bambino sul quaderno di scuola, un problemino di matematica che recita “I nostri soldati hanno abbattuto 8 aeroplani inglesi e 6 greci. Quanti aeroplani hanno abbattuto?“; altro esempio lo si apprende se si sfoglia uno dei libri messi in visione, “Perseguitati politici e antifascisti campagnani 1896-1943“, in cui si racconta di un tramviere che alla vista di un plotone di soldati commentò “tutta carne da macello“: uno dei passeggeri, all’udire una tale infamia, denunciò il tramviere e lo fece arrestare. Questo era il clima, signore e signori. Un altro volume in consultazione, L’Arte della Resistenza, consente di vedere come la Guerra fu percepita dagli artisti non solo italiani, ma in campo internazionale. E accanto al famoso Guernica di Picasso, ci si imbatte in un’opera molto più sconosciuta, Ritorno a casa, di D. Shamarinov, del 1942, che rappresenta una donna coi figlioli al seguito e un grosso sacco: il paesaggio, rurale, è distrutto, la donna è una povera contadina, e si capisce che il ritorno a casa è disastroso e soprattutto che manca un componente della famiglia, probabilmente, possiamo intuire, morto al fronte.

Una delle sale della mostra Firenze in guerra

Una delle sale della mostra Firenze in guerra

Il percorso della mostra ci porta poi all’inizio della Guerra: una sala nuovamente tappezzata di gigantografie di Firenze alle pareti, mentre la narrazione della guerra e della vita a Firenze durante il conflitto è affidata a sagome di uomini e donne dell’epoca che fungono da pannelli. Durante la guerra cambia la società, l’economia, addirittura lo stesso spazio urbano: a Firenze vengono creati gli orti urbani, nei quali la gente può coltivare verdure per sopperire al fabbisogno alimentare data la penuria di cibo che la guerra comporta, e viene avviato l’allevamento di pesci nelle vasche pubbliche, come la fontana al Giardino della Fortezza. La società fiorentina, così come quella italiana, si trasforma profondamente, ma la guerra è lontana dalla città che anzi, all’inizio della guerra, è sede privilegiata degli incontri volti a rinsaldare l’alleanza con Berlino e con gli altri Stati dell’Asse e che ospita, il 28 ottobre 1940, Hitler.

Firenze, per il suo illustre passato storico-artistico è oggetto di un’attenta opera di tutela del suo patrimonio culturale: i suoi musei e le raccolte d’arte vengono svuotate e trasferite in magazzini e depositi fuori città, mentre ciò che non può essere spostato, come affreschi all’interno di chiese, viene riparato dietro sacchi di sabbia e impalcature che scongiurino il più possibile i danni in caso di attacco e di distruzione violenta.

La statua di Ferdinando I de' Medici in piazza SS. Annunziata è rimossa per prevenirne la distruzione

La statua di Ferdinando I de’ Medici in piazza SS. Annunziata è rimossa per prevenirne la distruzione

Nel frattempo, nel 1944, cambiano le sorti dell’Italia in guerra: il 25 luglio 1943 il re destituisce Mussolini dando il via di fatto al periodo più duro per la Penisola: gli Alleati stanno risalendo l’Italia, a fine luglio sono già alle porte di Firenze, i Fascisti allo sbando imbracciano una lotta senza quartiere con i Patrioti e gli Antifascisti, i Tedeschi in ritirata non vogliono certo rendere le cose semplici e il clima a Firenze è decisamente di terrore.

uno sfollato ospitato a Palazzo Pitti nei giorni cruciali di Firenze

uno sfollato ospitato a Palazzo Pitti nei giorni cruciali di Firenze

L’Arcivescovo di Firenze fa di tutto per far rispettare lo status di Città Aperta, ma esso viene completamente disatteso quando, nella notte del 3 agosto 1944, i Tedeschi fanno saltare in aria i ponti sull’Arno e il quartiere accanto a Ponte Vecchio, l’unico ponte risparmiato, nel vano tentativo di rallentare l’ingresso degli Alleati in città. La città si sveglia il giorno dopo sventrata, stralunata, inebetita dall’orrore; gli sfollati sono ospitati a Palazzo Pitti, e una delle gigantografie esposte in mostra è altamente significativa: sotto il portico di Palazzo Pitti, seduto, con lo sguardo vuoto e impotente, sta un omino malvestito che contrasta terribilmente con la grande possanza del grande Ercole in marmo sullo sfondo.

La narrazione della mostra passa poi a raccontare dell’attività degli Antifascisti e dei Partigiani, e infine un filmato racconta con immagini d’epoca quei momenti: l’arrivo degli Alleati, gli spari tra franchi tiratori per le strade della città, le scene di entusiasmo per i soldati americani liberatori, i volti affranti dalla guerra e le difficoltà nell’attraversare i ponti sul fiume.

firenze in guerra

Un carro armato alleato accolto dai Fiorentini festanti

Mostra molto ben fatta e documentata, va sicuramente visitata con un’attenzione particolare se si vuole cogliere lo spirito di quel tempo e se si vuole conoscere un momento storico così tragico e però importante della storia di Firenze.

Genova: le tante sorprese di Palazzo Rosso

Shame on me!

Vergognati Marina: hai vissuto per anni a Genova e in Liguria e solo pochi giorni fa, di passaggio, e con la scusa di un pomeriggio umido e freddo, hai finalmente deciso di visitare Palazzo Rosso!

Quante volte quando vivevi a Genova, sei passata da via Garibaldi, già Via di Strada Nuova, via sulla quale affacciano i Palazzi dei Rolli Genovesi, tra cui Palazzo Bianco e Palazzo Tursi, oltre a Palazzo Rosso? Esatto, tutti i sacrosanti giorni che andavi e tornavi da casa alla facoltà in via Balbi e viceversa. Mai, mai hai pensato di entrare a dare un’occhiata. E cosa ti sei persa finora!

Si può visitare Palazzo Rosso con un biglietto di 9 € valido anche per Palazzo Tursi e Palazzo Bianco (di fronte e accanto sulla stessa strada). Il primo piano nobile di Palazzo Rosso è una pinacoteca, il secondo piano nobile è uno splendido susseguirsi di stanze ancora affrescate e arredate come ai tempi della famiglia Brignole-Sale che qui aveva la sua dimora, e infine vi è l’accesso al tetto, da cui si gode la Superba vista panoramica sulla città, a 360°.

panorama Genova

La superba vista su “La Superba” ;-)

Palazzo Rosso fu edificato tra il 1671 e il 1677. Appartenne alla famiglia Brignole-Sale fino al 1874, quando la Duchessa di Galliera decise di donarlo, insieme alla collezione di arte, a Genova col duplice intento di “accrescere il decoro” della città, e insieme di farne un monumento alla sua casata.

Il palazzo è molto simile, nell’architettura, ad altri palazzi genovesi: nella struttura, anche se più in grande, mi ha ricordato proprio la la sede della facoltà di Lettere di Genova, in via Balbi 4: un ingresso aperto, con l’ampio scalone sulla destra che fa accedere al piano superiore. Il piano superiore si sviluppa intorno ad un ballatoio rivolto verso l’interno. Le finestre delle stanze che affacciano su via Garibaldi mostrano la bellezza nascosta del giardino sopraelevato di Palazzo Tursi, di fronte a noi.

Genova Palazzo Tursi

Il giardino di Palazzo Tursi visto dal Primo piano di Palazzo Rosso

Il primo piano nobile è adibito a pinacoteca: una collezione di dipinti del Quattro-Cinque-Sei-Settecento, sia di pittori genovesi, quali Luca Cambiaso e Bernardo Strozzi, che di pittori noti a livello italiano o internazionale, come Palma il Vecchio, Perin Del Vaga, Veronese, Guido Reni, il Guercino, Albrecht Dührer e Rogier Van Der Weyden.

Genova Palazzo Rosso

Il pavimento in una delle sale del secondo piano nobile di Palazzo Rosso

Il secondo piano nobile è meraviglioso: tra pavimenti in marmo intarsiato che creano geometrie lussuose e ricchissime, pareti affrescate e volte che aprono su mondi allegorici dove vivono gli dei e gli eroi, le Virtù e le Stagioni, il Barocco non è mai stato così intenso; e pensare che l’idea che tutti hanno dei Genovesi è quella di gente avara col braccino corto, che vivrebbe al buio per non spendere in illuminazione: ebbene, qui direi che questo mito è sfatato! Un assistente alla vigilanza particolarmente innamorato delle sale che controlla, ci racconta qualche curiosità che altrimenti ci sarebbe sfuggita: la Sala dell’Autunno (che si può visitare in modalità virtuale sul sito dei Musei di Genova) ad esempio, era concepita fin dall’inizio per accogliere i dipinti che tutt’oggi vi sono esposti!

Genova Palazzo Rosso

La Sala dell’Autunno a Palazzo Rosso

E non parliamo di robetta da nulla, ma di opere di Guido Reni e del Veronese, che furono acquistate dagli esponenti della Famiglia Brignole-Sale e per le quali furono predisposti, dipinti sulle pareti, proprio gli spazi appositi nei quali appenderle. Così ai curatori del Palazzo/Museo di oggi è stata risparmiata la fatica di dover scegliere quali opere esporre e come! :-)

Genova Palazzo Rosso

La Loggia delle Rovine di Palazzo Rosso

Ma la cosa che mi ha colpito di più è senz’altro la Loggia delle Rovine o “Del Tempio di Diana”: una loggia che sul lato interno affaccia sul palazzo e sul lato esterno affaccia sui tetti delle case dei vicoli di Genova, il quartiere più antico della città, e che su un accesso e sull’altro e sul soffitto è affrescato magnificamente, in uno stile superbamente barocco, dove è all’ordine del giorno l’illusione ottica e l’invenzione: è dipinto un paesaggio di rovine antiche, animato da cani, scimmiette e puttini. Detto così sembra una cosa normale, come ce ne sono tante, ma la bellezza sta nel fatto che osservando le rovine si scoprono tantissimi dettagli che indugiano sul senso di degrado e di distruzione: così dai muri scrostati si intravvedono i mattoni, le statue di amorini hanno le braccia rotte e si intravvede l’anima di metallo che le regge insieme… e inoltre, laddove non arriva la pittura, interviene lo stucco: così in un angolo sono inzeppati dei mattoni come se stessero crollando, ad indicare un antico arco in rovina… Mi sono persa entusiasta ad osservare ogni minimo dettaglio di questa insolita loggia. Ma il bello, il veramente bello deve ancora venire. E arriva alla fine del giro del secondo piano nobile, quando veniamo invitati a prendere l’ascensore per salire sul tetto.

Genova Lanterna

La Lanterna si riflette su una finestra del tetto di Palazzo Rosso

Da quassù l’impressione è incredibile: siamo sul tetto di uno dei palazzi più belli di Genova, e la vista spazia a 360° su tutta la città: la collina di Carignano, il mare, il porto antico, poi ancora, sotto di noi, Palazzo Tursi e i Palazzi di Strada Nuova… laggiù in fondo, piccolissima, ma riconoscibilissima, la Lanterna, il faro simbolo di Genova. Sarà che amo questa città, ma vederla così dall’alto, coglierla tutta insieme con un solo sguardo è una cosa meravigliosa. Una vista che a raccontarla non si riesce a trasmettere, un sentimento che nasce dal cuore, viscerale, che ti fa restare lì a bocca aperta e non ti farebbe più andar via, nonostante il vento che tira quassù in questa giornata di umido che penetra dentro le ossa. Mi verrà il raffreddore, forse, ma ne sarà valsa la pena.

Panorama Genova

Ca’ Pinea, le fasce, i ricordi

Una passeggiata, ricordi d’infanzia, un torrente, le fasce e un antico borgo in rovina. Questi sono gli ingredienti di questo post. Un post che nasce dal cuore, si alimenta di ricordi, prende forma passo dopo passo e oggi, qui, trova compimento.

La vegetazione rigogliosa di una fascia dell'entroterra Dianese: agrumi, fichi d'india e, naturalmente, gli olivi

La vegetazione rigogliosa di una fascia dell’entroterra Dianese: agrumi, fichi d’india e, naturalmente, gli olivi

Quand’ero piccola, la domenica era dedicata alle passeggiate nell’immediato entroterra della Riviera Ligure di Ponente. Sono nata in un paese di mare, San Bartolomeo al Mare, che come tutti i piccoli paesi liguri marinari è stretto in una sottile striscia di terra compresa tra il bagnasciuga e le colline. Proprio queste colline così vicine erano la meta delle nostre passeggiate domenicali: io e mia sorella raccoglievamo i fiori di campo, anemoni e margheritine, di tanto in tanto un soffione, e intanto ci guardavamo intorno. Per me era sempre una scoperta, un’esplorazione: già all’epoca, probabilmente, una piccola viaggiatrice smaniava di spingersi sempre più in là.

Di tutte le passeggiate “in pineta” che facevamo, quella a Santa Lucia era quella che preferivo. C’era tutto: i fiori, le fasce, cioè i terrazzamenti coltivati a olivi nei quali potevamo scorrazzare liberamente a caccia di fiori perché non c’erano recinzioni; c’era la passeggiata lungo il torrente Santa Lucia, con le sue canne al vento e le libellule colorate, e c’era la possibilità, ogni volta, di poter scegliere una strada diversa da percorrere, per spingersi un po’ più in là. Una volta, solo una volta che io ricordi, ci siamo spinti più in su lungo il fiume: passati sotto il viadotto dell’autostrada, infatti, la via si biforcava e noi il più delle volte imboccavamo la stradina che saliva alla piccola chiesa di Santa Lucia. Una volta, invece, proseguimmo in basso, lungo il torrente Santa Lucia, che dalla chiesa prendeva il nome. Ricordavo la passeggiata, e ricordavo che in questa risalita che avevo idealizzato come se fosse la ricerca delle sorgenti del Nilo, non eravamo arrivati alla fine. Così domenica scorsa, quando con mia madre ci siamo fatte una passeggiatina tranquilla come ai vecchi tempi, improvvisamente mi è scattata la molla di scoprire dove arrivasse quella strada, se davvero ci avrebbe portato alle sorgenti del Rio Santa Lucia.

un ricovero per gli attrezzi su una fascia in prossimità del rio Santa Lucia

un ricovero per gli attrezzi su una fascia in prossimità del rio Santa Lucia

Le piogge degli ultimi giorni hanno ingrossato il torrente, che scorre limpido e impetuoso verso valle. Noi camminiamo alla sua sinistra, mentre l’argine destro è lambito dalle fasce che dal fronte della collina scendono a valle. Già, le fasce: i terrazzamenti liguri, che caratterizzano questo territorio da secoli, dovuti al tentativo dei contadini di strappare fazzoletti di terra coltivabile ad un territorio ingrato e scosceso, collinare fino al mare. Le fasce permettono di ricavare delle terrazze artificiali lungo i fianchi delle colline, realizzate in muretti a secco, con una tecnica sapiente ed empirica che oggi ormai si sta perdendo. Le fasce poi erano coltivate secondo ciò che più era utile all’economia regionale: dalle mie parti, ovvero nel golfo dianese, erano gli ulivi a farla da padrone. E gli ulivi ci sono ancora, anche se molto ridotti rispetto a quello che un tempo dovevano essere.

Con mia madre risaliamo lungo la via: ricordo qua e là qualcosa, qualche dettaglio: questa casa non c’era, sotto il viadotto c’era una discarica di lavatrici, alla chiesa di Santa Lucia ci si arriva da quella strada là… risaliamo il corso del fiume, e capisco perché già una volta, 20 anni fa o giù di lì, c’eravamo dovuti girare indietro: la strada finisce, il greto del fiume diventa proprietà privata. Peccato, l’avevo quasi carezzata questa speranza di giungere alle sorgenti del Rio Santa Lucia. E vabbé, pazienza. La strada piega a destra, risalendo una piccola collinetta che poi ridiscende in direzione del mare. Comunque il senso dell’orientamento non lo si perde mai, perché il mare è sempre là, laggiù, a dirci da che parte bisogna tornare.

Ca' Pinea, nell'immediato entroterra di Diano

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

La strada arriva quasi in cima alla collinetta e ridiscende, costeggiando villette che un tempo non c’erano e che oggi godono di un bel panorama e di una posizione isolata, nel bene e nel male di ciò che questo comporta. Infine la strada scende in una zona che ricordo bene, perché quand’ero piccola stimolava e non poco la mia fantasia: poco sopra due fasce zeppe di margheritine si ergevano i resti di alcune case, ciò che restava di un antico borgo. Anche più in basso si conservava qualche rudere scalcinato, murature a vista in parte crollate e intonaco, laddove conservato, mangiato ormai dal tempo che divora ogni cosa e dall’edera che si attacca a tutto.

Sarà deformazione professionale, sarà che era da anni che volevo ritornare tra quei ruderi, ma non mi sono fatta sfuggire l’occasione. E ho scoperto Ca’ Pinea.

Uno scorcio dell'antico borgo di Ca' Pinea

Uno scorcio dell’antico borgo di Ca’ Pinea

Ca’ Pinea vuol dire in dialetto Case Pineta. Il toponimo indica un piccolo borgo, questo piccolo borgo, che esiste fin dal 1300 qui, in quest’area che era sicuramente adibita a pineta. Gli abitanti però si erano adoperati, nei secoli passati, per sfruttare la coltivazione dell’olivo. Una bella vena d’acqua portava acqua ad un frantoio, ormai distrutto, e le quattro case sopravvissute erano abitate da coloro che qui producevano olio. L’economia di sussistenza di queste zone permise per secoli agli abitanti di Ca’ Pinea di campare. Poi, a metà dell’Ottocento, pare che un’invasione di formiche abbia costretto una buona fetta della popolazione ad andarsene e che un tremendo terremoto nel 1887 abbia convinto i pochi recidivi a lasciare definitivamente queste zone. Molti dei ruderi giacciono a terra dall’epoca, non c’è dubbio. Il borgo però continuò ad essere frequentato. Sicuramente in epoca fascista: una scritta sul muro della casa principale del borgo parla di una dedica a Santa Lucia nel 1930 mentre la titolazione della piazza (ci vuole coraggio a chiamarla così: due metri per due tra la casa e le fasce) è dedicata alla regina Margherita di Savoia.

Targa del 1930 a Ca' Pinea

Targa del 1930 a Ca’ Pinea

A Ca’ Pinea si riunivano, anche dopo il definitivo abbandono, molti giovani abitanti di Diano e delle borgate circostanti. I loro nomi sono stati segnati, in un murales che vale come targa, sul muro della casa principale. La cosa più bella, comunque, sono i “cartelli stradali”, scritti a mano e bordati da conchiglie di mare, cozze e patelle: tentativo di ingentilire una borgata che di gentile doveva avere ben poco.

L’ultima volta che sono stata qui sarò stata appena adolescente. Oggi la mia esplorazione è più consapevole, più adulta, più da archeologa, con un’attenzione maggiore ai dettagli e alle minuzie.

Ridiscendiamo da Ca’ Pinea visibilmente soddisfatte: finalmente mi sono tolta uno sfizio che mi portavo dietro da parecchio tempo. L’ultima tappa del nostro giro è la piccola chiesa di Santa Lucia, che da sempre è chiusa tutto l’anno se non in occasione di Santa Lucia, il 13 dicembre. La chiesa è stata restaurata da pochi anni, lo spiazzo antistante è sempre uguale, il cipresso è sempre lì. Vivacizzano il tutto le foglie gialle cadute dagli alberi che realizzano un bellissimo tappeto dorato sul sagrato della chiesina. Santa Lucia, la chiesa di riferimento per gli abitanti di Ca’ Pinea, che dà il nome al torrente che le scorre vicino, poco più a valle, e che ancora oggi è luogo di culto, anche se una sola volta l’anno, è la tappa finale del nostro giro, che da qui in avanti si va a congiungere alla via dell’andata, al di qua del viadotto dell’autostrada, verso la modernità, il traffico e il rumore del paese moderno, la “civiltà”.

La chiesina di Santa Lucia

La chiesina di Santa Lucia

Santa Reparata, l’antica chiesa di Firenze

La statua di Santa Reparata e la sua reliquia

La statua di Santa Reparata e la sua reliquia

Uno dei simboli di Firenze è senz’altro il suo Duomo, Santa Maria del Fiore, noto in tutto il mondo per la Cupola del Brunelleschi e per il Campanile di Giotto. Davanti al Duomo sorge il Battistero, dedicato a S. Giovanni, patrono della città. Firenze festeggia così il suo patrono il 24 giugno, ma è altresì legata ad un’altra santa, molto meno nota, ma la cui devozione a Firenze è forte da sempre, o almeno dall’8 ottobre del 405 d.C. In quella data, infatti, giorno di Santa Reparata, i Fiorentini affrontarono e sconfissero i barbari guidati da Radagaiso cacciandoli fuori dalle antiche mura. A Santa Reparata fu allora dedicata la prima chiesa di Florentia, che fu costruita presso le mura settentrionali della città, in un’area che fino a poco tempo prima era occupata da insulae e domus, ovvero dai quartieri residenziali della città romana la quale, come tutto il mondo romano del III e poi del IV secolo d.C. stava risentendo di una grossa crisi economica e sociale, cui si aggiungevano le incursioni di popolazioni dall’esterno. Santa Reparata fu la prima chiesa di Firenze, e fu la più importante per molto tempo, essendo eletta a sede vescovile.

E ora? Dov’è finita ora? È molto semplice: è “sotto” Santa Maria del Fiore, ed è aperta al pubblico con un biglietto integrato del Grande Museo del Duomo (lo stesso che permette di salire sulla Cupola del Brunelleschi). A meno che non la visitiate proprio nel giorno di Santa Reparata, l’8 ottobre, e non siate residenti a Firenze. In quel caso, allora, l’ingresso è gratuito. Ed è proprio in occasione di Santa Reparata che l’ho visitata.

L'abside della chiesa di Santa Reparata, ormai cripta di Santa Maria del Fiore

L’abside della chiesa di Santa Reparata, ormai cripta di Santa Maria del Fiore

Dell’antica chiesa, che al momento della costruzione del duomo fu ridotta a cripta, è possibile apprezzare tutta la storia proprio visitando gli scavi al di sotto del pavimento della navata centrale di Santa Maria del Fiore (al quale si arriva dopo un percorso obbligato che dalla navata di sinistra porta fin sotto la cupola del Brunelleschi e da qui torna verso l’ingresso della chiesa): ad ogni gradino che si scende si percorrono a ritroso secoli di storia, fino ad arrivare al più antico suolo, quello sul quale erano erette le case romane  sulle cui rovine fu costruita la primitiva chiesa.

Uno scorcio degli scavi di Santa Reparata, in cui si leggono le diverse fasi edilizie di un quartiere che da residenziale in età romana fece poi posto alla chiesa paleocristiana

Uno scorcio degli scavi di Santa Reparata, in cui si leggono le diverse fasi edilizie di un quartiere che da residenziale in età romana fece poi posto alla chiesa paleocristiana

Non è facile orientarsi tra tutti quei muretti, in pietra o in laterizio, tra i pavimenti a mosaico e quelli in pezzi di marmo di reimpiego, che sembrano tutti buttati là alla rinfusa e che invece sono tasselli che testimoniano tracce della storia dell’edificio nel corso della sua vita. La chiesa ebbe un primitivo impianto nel IV-V secolo d.C., nei primi secoli del Cristianesimo, quindi raggiunse forma più compiuta in età longobarda, e definitiva in età romanica, nell’XI secolo, quando ormai era una chiesa provvista di abside centrale, di due piccole absidi laterali e probabilmente di due torri campanarie. La primissima chiesa, che era costruita direttamente sopra le vecchie strutture romane in disuso, aveva un pregevolissimo pavimento a mosaico policromo su fondo bianco, decorato variamente e con un bel pavone centrale. L’edificio, che sfruttava materiali di reimpiego provenienti dagli edifici dismessi della città romana, fu ingrandito e abbellito nel corso dei secoli: addirittura in età romanica aveva un presbiterio sopraelevato, sul modello della chiesa di San Miniato, cui si accedeva da una scala che si conserva tuttora, fino a quando, nel XIV secolo la chiesa non fu rasata e usata come fondamenta della parte anteriore della grande fabbrica del Duomo di Firenze. Solo la zona dell’abside, quindi dell’altare, fu risparmiata, anche perché in una delle absidi laterali si conservava, e si conserva, la reliquia di Santa Reparata, cui Firenze non ha mai smesso di dimostrare la sua devozione (ancora oggi l’8 ottobre un corteo storico attraversa il centro per entrare in Duomo per la celebrazione religiosa in onore della santa). L’altra abside conserva ancora un bell’affresco di XIV secolo, che rappresenta la resurrezione di Cristo e che, realizzato ancora pochi anni prima della costruzione del Duomo, fu poi tagliato senza pietà per far posto al pavimento della nuova chiesa.

Il mosaico della chiesa di età paleocristiana

Il mosaico della chiesa di età paleocristiana

Non ci si rende bene conto delle dimensioni se non si guarda un piccolo ma efficace plastico e alcune ricostruzioni virtuali proposte lungo il percorso espositivo: la chiesa di Santa Reparata era ben piccola cosa rispetto a Santa Maria del Fiore, le cui fondazioni della facciata tagliano senza pietà gli antichi pavimenti tra cui quello a mosaico di V secolo d.C. Una chiesa ben più grande era destinata a diventare la sede vescovile della città. E risalendo dagli scavi di Santa Reparata, l’immagine delle alte navate sopra le nostre teste vale più di mille parole.

Memorial 9/11

Non c’è bisogno che vi racconti la storia. L’11 settembre del 2011 due aerei, uno dietro l’altro, si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York al World Trade Center: fu un attentato che voleva colpire al cuore, e di fatto ci riuscì, gli Stati Uniti. Uno dei simboli di New York, infatti, era stato abbattuto. Oltre alle centinaia di vittime, rimase negli occhi di molti per molto tempo, un grande vuoto, Ground Zero.

Il piccolo cimitero di fine ‘700 davanti a St. Paul Chapel con, davanti, Ground Zero, nel 2009

Ground Zero per molti anni rimase un grande cantiere, a testimonianza di ciò che un tempo era e che ora non era più. Così lo vedemmo nel 2009, quando io e Lorenzo andammo per la prima volta a New York: un grande vuoto con le ruspe che lavoravano, e la voglia di ricostruire e di restituire uno spazio importante per gli Americani e per i Newyorkesi in particolare.

Il Memorial 9/11, opera degli architetti Michael Arad e Peter Walker, è costituito da due piscine installate all’interno dello spazio una volta occupato dalle due Torri. All’interno delle piscine si riversano cascate alte 9 m, le cui acque sprofondano in una cavità centrale. Forme geometriche pure, il quadrato, sia delle piscine che della cavità centrale, l’acqua che si riversa perfettamente verticale in un flusso continuo. Sul bronzo attorno al perimetro delle due piscine sono incisi i nomi delle quasi 3000 vittime dell’11 Settembre.

Memorial 9/11

Vedere il Memorial 9/11 è sicuramente un’esperienza toccante. Toccante perché la ricordiamo tutti quella giornata di ormai 13 anni fa, appartiene alla nostra storia più recente, perciò vedere dal vivo la testimonianza di quel momento è una sensazione che arriva diretta allo stomaco. Soprattutto, poi, per chi le Torri Gemelle ha avuto l’opportunità di vederle di persona prima del 2001. L’idea che al posto di due grattacieli proiettati verso l’alto ci siano invece due vasche nere più simili a voragini e  che certo non sono piacevoli fontane dove l’acqua sgorga in un tripudio di giochi e di allegria, ma al contrario dove l’acqua scorre vorticosamente verso il basso, verso il centro della terra, verso il nulla, è di forte impatto. Non so quando tutto il WTC sarà completo, ma ora, che ancora è un cantiere, fa specie vedere i nuovi grattacieli intorno che giorno dopo giorno si innalzano, e le gru che lavorano febbrilmente per restituire alla città il suo quartiere finanziario. L’edificio n° 7, che è pressoché completo, è semplicemente bellissimo, un campione di vetro e acciaio sul quale si riflette il cielo di New York.

L'edificio 7 WTC

L’edificio 7 WTC

Abbiamo visitato il Memorial 9/11 a ottobre dell’anno scorso, quasi un anno fa (non ho mai pubblicato il diario del viaggio completo perché… ehm… ho perso il supporto originale su cui l’avevo scritto! :'(  ). Lungo la strada che porta al lungo serpentone che immette nel parco si incontra il Bronze Memorial a ricordo dei volontari che immolarono se stessi per salvare vite umane: 343 Vigili del Fuoco morirono in quell’occasione, andandosi a sommare ai morti del crollo delle Torri Gemelle. La gente ci passa davanti, alcuni si fermano, altri distrattamente, o di corsa, come sempre a New York, passano dritti. Questa targa è lucidata in continuo da un anziano signore di colore che canta una triste melodia, o forse è l’inno dei pompieri, non so, e tutto ciò rende ancora più toccante passare di lì (anche se ho perso il diario su cui l’avevo annotato, questo dettaglio me lo ricordo bene).

un tratto del lungo Memorial Bronze dedicato ai Vigili del Fuoco che intervennero l'11 settembre 2001 e che persero la vita nel tentativo di salvarne altre

Un tratto del lungo Memorial Bronze dedicato ai Vigili del Fuoco che intervennero l’11 settembre 2001 e che persero la vita nel tentativo di salvarne altre

Poi si entra nel serpentone. L’entrata al Memorial 9/11 è a offerta libera e, come potete immaginare, assolutamente controllata da passaggi al metal detector accuratissimi che costringono a code anche lunghe, a seconda dell’affluenza di visitatori. Una volta superato il controllo si è liberi di entrare nel parco e di stare quanto si vuole. L’anno scorso il museo era ancora in via di allestimento, mentre ora è aperto, e completa l’esperienza del ricordo dell’11 Settembre.

Una sola nota negativa, che a suo tempo ha suscitato non poche polemiche: il bookshop del Memorial 9/11. Vi sono voluta entrare proprio per vedere cosa potrebbe mai vendere il Memorial Store di un grande monumento ai caduti la cui memoria è ancora troppo forte: e infatti non mi è piaciuto il merchandising fatto sulla pelle dei morti e del disastro che è stato. Tra magliette con scritto NYPD e cappellini dei Vigili del Fuoco di New York ho visto parecchia roba di cattivo gusto. Non so se la cosa è stata risolta, spero di sì. Ma al di là di questa macchia, il Memorial 9/11 rimane un luogo di riflessione, nonché un esempio di urbanistica, decisamente bello. Che va visto, per ricordare.

High line, la passeggiata alternativa di New York

C’era una volta a Manhattan una linea ferroviaria sopraelevata che percorreva un tratto del West Side, da Gansevoort Street nel Meatpacking District fino alla West 34th Street, tra la 10th e l’11th Avenue. Fu costruita negli anni ’30 del Novecento ed era utilizzata per le merci, essendo molto vicina alla riva destra dell’Hudson lungo la quale si trovava il distretto industriale più grande di New York.

Una locomotiva in movimento sulla High Line. Credits:

Una locomotiva in movimento sulla High Line. Credits: TheHigline.org

Nel 1980 la High Line ha smesso di funzionare, ed è diventata pian piano una terra di nessuno, soggetta dapprima all’abbandono, poi al degrado, fino a diventare un relitto che, come sempre in questi casi, o si odia o si ama. Lo odiavano coloro che, in nome di un’immagine dinamica, nuova, pulita e moderna di NYC alle soglie del XXI secolo, non potevano tollerare un tale scempio urbano nel bel mezzo della città (anche se fuori dai percorsi turistici, però pur sempre nel cuore di Manhattan); lo amavano al contrario gli abitanti della zona, coloro che da bambini avevano giocato sotto i suoi ponti, coloro i cui genitori probabilmente avevano lavorato alla costruzione, coloro che vivendo lì lo sentivano come una cosa propria, un pezzo di storia del quartiere che niente e nessuno avrebbe mai potuto toglier loro.

Scene da un abbandono: la High Line tra il 1999 e il 2006. Credits: TheHighline.org

Scene da un abbandono: la High Line tra il 1999 e il 2006. Credits: TheHighline.org

Hanno vinto questi ultimi. Ci sono voluti decenni, perché per 20 anni la High Line ha versato in abbandono, e altri 10 anni circa perché da relitto urbano diventasse un luogo di richiamo: l’impegno di un’associazione, Friends of the High Line, ha fatto sì che la struttura e i binari fossero recuperati. Oggi è una bellissima passeggiata sopraelevata in mezzo al verde. I binari ci sono ancora, in disuso ovviamente, a testimoniare del passato di questo luogo; ma il tutto è divenuto una lunga via praticata innanzitutto dagli stessi abitanti del quartiere, e poi dai turisti che dal 2011, quando la nuova High Line ha aperto definitivamente i battenti, l’hanno inserita nei propri itinerari per la città.

Un tratto di High Line immersa nel verde

Un tratto di High Line immersa nel verde

Un piacevole giardino sopraelevato, con vista da un lato sull’Hudson e sul vecchio quartiere industriale, e dall’altro su case, palazzine e giù in basso sulle strade popolate di taxi gialli.

Vista sul traffico di Manhattan dalla High Line

Vista sul traffico di Manhattan dalla High Line

La High Line è un esempio ben riuscito di riqualificazione urbana non solo di una strada (ferrata) ma di un intero quartiere, ed è la dimostrazione che la passione di poche motivate persone può portare a grandi risultati. Quando nel 1980 la High Line fu abbandonata, nessuno avrebbe mai pensato ad un futuristico giardino sopraelevato; idem nel 1999, quando tutto sembrava perduto. Invece il buon senso ha prevalso, in questo spazio abbandonato e inutile è stata colta un’opportunità, una potenzialità, e questa ha messo in moto tutto il resto.

High Line con vista sull'Hudson

High Line con vista sull’Hudson

A New York, poi, è tutto in continua evoluzione: se pensiamo che nel nostro primo viaggio, nel 2009, la High Line non esisteva ancora come parco aperto al pubblico, o se pensiamo anche all’immenso cantiere del World Trade Center che oggi sorge al posto di Ground Zero, ci rendiamo conto di quanto la città, che è tutto sommato giovane, continui a rinnovarsi e a modernizzarsi su se stessa. In fondo alla High Line, sulla 34° Strada, a ottobre 2013 era in corso il cantiere di un grattacielo: sicuramente oggi è finito o poco ci manca: è questa la New York che ci piace, perché non si ferma mai, si evolve in continuazione, continua a mutare aspetto, a dispetto di chi sostiene che invece non si costruisca più nulla perché non c’è più spazio. La High Line è il simbolo di un rinnovamento cittadino che parte dal basso e che è mosso dai più nobili motivi: la riappropriazione di uno spazio proprio e a misura d’uomo. Che a Manhattan, permettetemelo, non è per niente facile da trovare.

Love on the Wall. Questo capolavoro di streetart mi piace intitolarlo così ;-)

Love on the Wall. Mi piace intitolarlo così questo capolavoro di streetart che si incontra lungo la High Line (sperando che resista a lungo…) .

La notte del 10 agosto

Ieri era il 10 agosto, San Lorenzo, giornata, anzi notte, che la tradizione lega alle stelle cadenti. È un classico: ovunque voi siate, al mare, in montagna, in città o in campagna, la tentazione di mettersi con il naso all’insù è troppo forte per resistere. Certo, più si è in condizioni di buio e meglio è: l’ideale è stare lontano dai centri abitati, perché così la volta stellata appare in tutto il suo splendore e c’è la possibilità di ammirare meglio il cielo e ciò che vi accade.

Ieri sera a complicare le cose c’era la #superluna, una luna gigantesca che oltre ad essere piena era molto più vicina del solito alla terra nel suo giro di rivoluzione intorno ad essa. Così è stato senz’altro più difficile vedere questo fenomeno naturale, che tutti noi però desideriamo voler catturare fortemente per via di quella storia dell'”esprimi un desiderio”…

Ma siamo sicuri di sapere a cosa siano dovute le stelle cadenti? Cosa nasconde in realtà questo nome così romantico e malinconico che ci fa stare tutte le estati con la testa per aria a guardare intensamente il cielo sperando di puntare il punto giusto dove la scia luminosa passerà?

Le stelle cadenti non sono altro che, scientificamente parlando, uno sciame meteorico. Per la precisione si chiama sciame meteorico delle Perseidi. Vi rendete subito conto che il nome non è proprio accattivante: lo seguireste voi qualcuno che vi proponesse “andiamo in spiaggia a vedere lo sciame meteorico delle Perseidi?” Solo se da piccoli volevate fare gli astronauti! Chiamarle stelle cadenti in effetti rende molto meglio l’idea, accende la fantasia, l’emozione, quel pizzico di romanticismo che è in ognuno di noi… Comunque, le stelle cadenti sono uno sciame di meteore che, scontrandosi con l’atmosfera terrestre, danno luogo a quelle scie luminose che ci fanno sognare. Non sono stelle, dunque, ma comunque corpi celesti, e tra l’altro molto più vicini di quanto si possa immaginare. Un fenomeno naturale che è particolarmente evidente in questo periodo dell’anno e del quale trovate tutte le spiegazioni scientifiche, storiche, culturali in questo interessante articolo che vi propongo qui.

Io ieri sera la mia stella cadente l’ho vista (o almeno ne sono convinta) nonostante la #superluna. Eravamo in collina, fuori Firenze, in una zona lontana dalle luci della città e che quindi ben si presta all’osservazione del cielo.

Altrimenti dove si può andare? Internet come ogni anno si è scatenato alla ricerca dei luoghi più adatti del pianeta (tanto avete tempo, le stelle cadenti non erano solo ieri sera, ma continueranno per qualche giorno). ecco qualche idea, hai visto mai che vogliate tentare di nuovo la fortuna… ;-)

Il consiglio è sempre quello: abbandonare la città e recarsi in luoghi il più possibile isolati e naturalmente lasciati al buio: in montagna in Valle d’Aosta, ma anche sulle Alpi Marittime e nei dintorni di Sanremo e Imperia (si consiglia incredibilmente qui); altrimenti sulle isole, ben lontane dalla costa, come Giannutri, ad esempio, o comunque isolette e anche tratti di costa che non siano stati invasi e/o raggiunti dal turismo di massa e dalle sue conseguenze in termini di strutture antropiche e quindi di illuminazione. Bisogna cercare luoghi selvaggi, isolati e bui. Al resto ci penserà il cielo.

Questa è l’Italia illuminata. Cercate le zone buie: sono i luoghi più adatti per vedere le stelle ;-)

Va detto che per ieri sera un po’ ovunque in Italia le stelle cadenti sono state l’occasione per fare un po’ di festa, tra spettacoli di musica, eventi negli osservatori astronomici, feste in città ecc. Certo, la presenza della luna non ha aiutato, ma forse ha reso ancora più particolare la serata, e sicuramente gli appassionati di fotografia. Volete mettere la possibilità di vedere la luna così vicina che sembra quasi di toccarla? Personalmente la preferisco ad una scia luminosa che si è già esaurita nel tempo in cui si realizza di averla vista.

Chissà se la #superluna ha “rovinato” la festa dall’altra parte del mondo, a Uluru: la montagna sacra degli Aborigeni che abitano il Red Centre dell’Australia si trova davvero in mezzo al nulla, in uno dei luoghi desertici meno adatti alla civiltà che ci possa essere. Se devo pensare ad un luogo veramente isolato io penso a quello. E vi assicuro che laggiù le stelle sono tantissime (oltre che diverse dalle nostre, visto che siamo in un altro emisfero). Che io sappia, laggiù la notte c’è il coprifuoco per gli umani che vogliano girare per il parco, più per motivi di sicurezza sia propri che degli animali, che per altro. Ma sicuramente (così si dice qui) guardare il cielo con una guida aborigena può davvero avere un grande fascino ed è senz’altro l’immersione completa in una cultura completamente diversa dalla nostra, con sue leggende, sue costellazioni, suoi miti.

uluru at the sunrise

E dopo la notte delle stelle cadenti sorge l’alba su Uluru…