Viaggimarilore

I viaggi di Marina e Lorenzo

Ricordi della foresta amazzonica (peruviana)

Guardavo poco fa oziosamente in tv un documentario sulla foresta amazzonica. Sullo schermo scorrevano immagini di animali a me noti perché visti di persona durante il nostro breve soggiorno, se così lo si può definire, nella foresta amazzonica peruviana, durante il nostro viaggio in Perù del 2012.

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Il bello dei viaggi è che lasciano dei ricordi. Ricordi che magari restano sopiti per tanto tempo, dopodiché basta un casuale risveglio della memoria per riportare a galla con potenza un’esperienza vissuta. La scossa alla mia memoria è venuta al sentire la parola “jabiru”, che è il nome della gru che vive nella foresta. Non ricordo di aver visto gru nella foresta peruviana, ma il nome lo ricordo bene ed è bastato a farmi fermare davanti al documentario. D’altronde la foresta amazzonica brasiliana, di cui si parla nel documentario, non è così diversa da quella peruviana, e infatti è stato bello ritrovare delle vecchie conoscenze: le scimmie cappuccine e il capibara, innanzitutto.
Già, il capibara: questo buffo topone che come un ippopotamo ha bisogno dell’acqua per vivere. Lo vedi lì, placido e sonnecchiante, seduto sulla riva pronto a buttarsi nel fiume (ed è così che l’abbiamo visto noi, al buio di sera), e non immagineresti mai che se un giaguaro lo punta lui scatta velocissimo e riesce a sfuggirgli.

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E le scimmie cappuccine, allora? Così a loro agio sui rami frondosi degli alberi (dove le abbiamo viste noi, su un isolotto chiamato appositamente Monkey Island), sono però costrette a scendere a terra per bere durante la stagione secca che, incredibilmente,colpisce anche la foresta amazzonica.

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Ricordo, delle nostre escursioni nella foresta amazzonica, la sensazione perenne di trovarsi all’interno di un documentario: così vedere un documentario proprio su quei luoghi ti conferma ancora di più quella sensazione! Che poi, a pensarci bene, non è una sensazione bizzarra e falsata? Eppure, siccome il nostro unico modo di conoscere la natura selvaggia e incontaminata è attraverso i documentari in tv, l’impressione di trovarcisi all’interno è quanto di più naturale e immediato.

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Comunque sia, di quel breve periodo nella foresta ricordo non solo immagini, che posso ritrovare nel documentario, ma anche sensazioni: il caldo soffocante, intanto, che attraverso un documentario non puoi percepire, e poi l’attesa di vedere qualche cosa di eccezionale, di scorgere qualche animale nascosto, e ancora la meraviglia di trovarsi a tu per tu con una natura pressoché incontaminata. Tutte queste sensazioni, che poi costituiscono il vissuto di ogni esperienza, un documentario non te le può dare. Ma te le può far tornare in mente. E così oggi è stato per me.

La bella storia di Oreste, il cervo di Villetta Barrea

Conoscere un luogo vuol dire conoscere la sua storia o le sue storie. E se le storie hanno dell’eccezionale o dell’incredibile è ancora più bello ricordarle e raccontarle a nostra volta, perché qualcuno ne mantenga memoria, o anche solo ne faccia oggetto di conversazione. Perché c’è sempre bisogno di belle storie da raccontare, anche se sempre più spesso ci manca un caminetto o un focolare davanti al quale sedersi ad ascoltare.

La storia di Oreste, che vi racconto ora, ve la potrei raccontare passo dopo passo: nel senso che ricordo bene ogni impronta lasciata sul sentiero, sulla neve, sulla terra, sulle pietruzze, in discesa dal monte Marsicano, nel Parco Nazionale di Abruzzo, mentre la nostra guida ce lo raccontava. Per l’appunto, eravamo saliti a caccia di cervi, che abbiamo visto a debita distanza, perché non si fanno avvicinare. E proprio per questo la nostra guida ci ha raccontato la storia di Oreste.

Se guardate con attenzione vedrete dei piccoli puntini bruni: sono i cervi scesi al fiume Sangro a bere, che si tengono, però, a debita distanza

Se guardate con attenzione vedrete dei piccoli puntini bruni: sono i cervi scesi al fiume Sangro a bere, che si tengono, però, a debita distanza

I cervi di solito se ne stanno ben lontani dagli uomini. Vivono nel parco, in branchi di numerose femmine che fanno capo ad un maschio dominante. Brucano in alto, dove termina la boscaglia, ma per bere si spingono in giù, a valle, verso il fiume Sangro, che qui è ancora un torrente. In genere sono diffidenti nei confronti degli umani e non si fanno avvicinare, anzi, appena intravvedono la presenza, si allontanano a grandi balzi. Questo è ciò che fanno tutti i cervi, tranne uno. Un cervo un bel giorno, e poi due, e poi tre, iniziò a spingersi, pochi anni or sono, a valle, molto a valle, entrando in uno dei centri abitati che gravitano sul piccolo lago di Barrea: Villetta Barrea. Dapprima brucava nelle aiuole dei giardinetti, poi si è fatto più audace, affacciandosi ai giardini, quindi una volta, sotto Natale, lui, così abile a divincolarsi tra i rami degli alberi nel bosco della montagna marsicana, rimase incastrato con le corna nelle luci natalizie di qualche albero di qualche giardino privato, tanto che poi lo si vedeva in giro conciato come una renna di Babbo Natale.  [Una scena che mi ha ricordato la storia, un po' più sfortunata, del cervo di una delle favole di Fedro, così fiero delle sue corna, che però, proprio a causa delle corna, rimase incastrato tra i rami di un albero divenendo facile preda per i cani che lo stavano inseguendo.] Una volta, addirittura, fu arrestato dai carabinieri di Villetta Barrea, perché ritenuto un pericolo pubblico. Riportato nel bosco, il suo ambiente naturale, c’è rimasto ben poco, però, preferendo di gran lungo brucare l’erba lungo il fiume Sangro e lungo le rive del laghetto di Barrea. E’ tornato così, alla sua Villetta Barrea, dove è stato accolto, a questo punto, come cittadino onorario. E come tale, dice, fa anche la coda alle poste

Il cervo Oreste, cittadino onorario di Villetta Barrea (AQ)

La storia del cervo Oreste è una delle tante storie che si possono imparare e ascoltare mentre si percorre uno dei tanti bei sentieri del Parco Nazionale d’Abruzzo tra Pescasseroli, Opi e il lago di Barrea. E’ una storia bella, divertente, ecologista, bizzarra. Una di quelle storie che si raccontano con il sorriso sulle labbra.

Una giornata nel Parco Nazionale d’Abruzzo

C’era una volta un ingegnere, Erminio Sipari, che viveva a Pescasseroli, nel cuore dell’Appennino abruzzese. Era di nobile famiglia, in paese aveva una grande villa che tutt’ora si può vedere nel centro storico, tra i suoi ospiti poteva vantare Vittorio Emanuele II e poi Vittorio Emanuele III, che qui, nelle sue riserve di caccia, veniva di tanto in tanto a praticare questo sport da nobili. Come possa essergli venuta l’idea, al Sipari, di decidere di punto in bianco di proteggere quegli animali che solitamente amava cacciare, è un mistero che mi affascina, fatto sta che nel 1920 egli si accorse che nelle montagne intorno a Pescasseroli viveva una specie di camoscio che non si trova altrove, e che anche il tanto temuto orso marsicano viveva solo da queste parti e non altrove e che se continuava ad essere cacciato rischiava l’estinzione. Nel 1923 veniva istituito il primo nucleo del Parco Nazionale d’Abruzzo, di cui Pescasseroli era, ed è, il cuore.

Tutto questo, e molto altro ancora, l’ho scoperto in un bel sabato di fine marzo, quando io e Lorenzo siamo venuti a Pescasseroli per affrontare da qui un’escursione nel Parco Nazionale d’Abruzzo con le guide di Wildlife Adventures. Proprio la nostra guida, Valeria, ci ha raccontato la storia del parco, la vita dei suoi animali, storie di cervi e di orsi, e storie di pastori e di transumanza, perché da Pescasseroli parte da tempo immemorabile la via della transumanza verso Candela, nel Tavoliere, in Puglia. Insomma, Valeria ci ha raccontato la storia di un territorio.

La nostra escursione era un sentiero sul monte Marsicano per vedere i cervi, che qui vivono numerosi, e per avvistare, da lontano, i camosci che vivono sul versante opposto del fiume Sangro, che qui è appena un torrentello al quale scendono i cervi per abbeverarsi. Nonostante sia un percorso nella natura, si colgono ancora i segni dell’uomo, perché qui ci sono ancora le tracce del passato di pastorizia della regione, legato alla via della transumanza. Incontriamo dapprima ciò che rimane di uno stazzo, cioè di un’area recintata sia per la coltivazione che per il ricovero degli armenti, poi un riparo sottoroccia, dove venivano riparate le capre.

un riparo sotto roccia per le capre

un riparo sotto roccia per le capre

Il percorso sale dapprima lungo un sentiero nella boscaglia, tra alberi di carpino che sembrano usciti da un disegno fantasy e arbusti spinosi, mentre le violette fiorite colorano il sottobosco… Quando la boscaglia si dirada ecco davanti ai nostri occhi, lassù in alto, un grosso branco di cervi che brucano la prima erba spuntata tra la neve. Già, perché ora, che siamo piuttosto in alto, incontriamo la neve!

un carpino lungo il sentiero

un carpino lungo il sentiero

Il branco di cervi è davvero numeroso: non bisogna farsi vedere, anche se siamo lontani, né sentire, perché si allontanano subito. Restiamo a debita distanza a guardarli con il binocolo, e vediamo che i maschi, anche se ancora non hanno rimesso le corna che hanno perso a febbraio come tutti gli anni, si distinguono dalle femmine per il manto più scuro. Il palco di corna ricresce ogni anno e si accresce ogni volta di un ramo.

L’ultimo tratto del percorso, sulla neve, è abbastanza difficoltoso per noi che non siamo abituati. Fortunatamente avevo i bastoni che mi hanno aiutato nella salita (e ancora di più nella discesa). La fatica è stata comunque ripagata, una volta arrivati al Rifugio, al termine del nostro percorso, dalla splendida vista sulle montagne e, laggiù in fondo, sul piccolo laghetto di Barrea. Non so, ma essere qui in mezzo alla neve dà molto più fascino alla nostra esperienza…

Il panorama si spinge fino al laghetto di Barrea

Il panorama si spinge fino al laghetto di Barrea

Ridiscendendo, la nostra guida ci racconta degli orsi: in totale la popolazione degli orsi marsicani, specie che vive solo qui su queste montagne in Abruzzo, conta 50 esemplari. Sono stati studiati e sono costantemente sotto controllo, sia per studiarne le caratteristiche che per tutelarne la sopravvivenza. Ciononostante, e nonostante l’esistenza del parco ormai da quasi un secolo, però, sono ancora in molti, anche tra gli abitanti della regione, che pensano ancora che gli orsi siano cattivi e che vadano pertanto uccisi, perché mettono in pericolo le greggi di pecore. Stessa storia per il lupo marsicano, che è sempre vittima di quella storia che ci raccontano fin da piccoli, del lupo brutto e cattivo… La nostra guida ci racconta tutto con tanta passione, tanto amore per la natura e per il suo lavoro, è un piacere ascoltarla e scoprire tutti questi aspetti della natura e della cultura di questi luoghi.

Al ritorno, giunti quasi in fondo al percorso, ci imbattiamo del tutto fortuitamente in un altro branco di cervi. Questi sono molto più vicini dei precedenti, li vediamo bene senza bisogno del binocolo. E loro vedono noi, per cui si allontanano un po’, anche se noi ci acquattiamo sia per lasciarli tranquilli che per poterli vedere bene.

Finita la nostra escursione (sono le 2 del pomeriggio) pensiamo bene che non ne abbiamo abbastanza, e ripartiamo per un’altra passeggiata nella natura! La nostra guida ci ha consigliato un sacco di itinerari e posti da vedere nelle vicinanze e noi, dovendo fare una selezione, scegliamo una tranquilla passeggiata alla Camosciara, poco distante da qui: un percorso a piedi su strada asfaltata (asfaltata negli anni del boom economico, in totale contraddizione con la natura che qui dovrebbe essere preservata). Al termine del percorso su asfalto, un brevissimo sentiero conduce alle cascate delle Tre Ninfe, una cascatella nel bosco che è un piccolo angolino romantico in questa parte del parco. La passeggiata poi, anche se su asfalto, è molto piacevole, anche perché la giornata è splendida, calda, e il sole delle 4 del pomeriggio colora tutto dei toni dell’oro: è l’ora più bella della giornata per passeggiare e per guardarsi intorno.

Il panorama sul monte Marsicano dalla Camosciara

Il panorama sul monte Marsicano dalla Camosciara

Decidiamo ora di proseguire fino al laghetto di Barrea. Piccolo lago artificiale sul fiume Sangro, voluto anch’esso dall’ingegner Sipari di Pescasseroli per portare la corrente elettrica nella zona, su di esso si affacciano 3 paesini: Villetta Barrea, sulla quale c’è una storiella divertente, con protagonista un cervo, da raccontare, Civitella Alfedena e Barrea. Ci dirigiamo a Barrea, piccolo borgo dominato da un castello dell’XI secolo oggi totalmente restaurato. Sarà la stagione, ma il borgo è deserto, mentre appena fuori i bambini giocano a nascondino per strada, cose che noi abitanti di città ci sogniamo (la cosa in effetti mi ha fatto un certo effetto). Barrea non è sicuramente una meta turistica, anche se certamente con l’avanzare della bella stagione qualcuno in più si vede, che viene nel Parco Nazionale per fare escursioni e passeggiate. Ma ora, qui così come a Pescasseroli, non ci sono praticamente turisti. Del resto la stagione sciistica è stata scarsa ed è terminata in anticipo, per via del caldo di quest’inverno che ha portato poca neve. Così noi ci ritroviamo a passeggiare per una Barrea che sembra addormentata, sul lago al tramonto, e poi, la sera per una Pescasseroli in cui c’è un solo ristorante aperto, e non c’è nessuno per strada.

Barrea baciata dal sole caldo del pomeriggio inoltrato

Barrea baciata dal sole caldo del pomeriggio inoltrato

La nostra giornata di escursioni termina dunque col tramonto sul lago di Barrea. La sera rientriamo per cena a Pescasseroli, con una fame da lupo. Marsicano, ovviamente ;-)

Il crepuscolo sul lago di Barrea

Il crepuscolo sul lago di Barrea

Le Terme (di Diocleziano) che non ti aspetti

Se il film di Sorrentino non avesse vinto l’oscar, avrei intitolato tranquillamente questo post “La grande bellezza nascosta dietro le Terme di Diocleziano“, ma visto l’abuso che ultimamente si fa di questa espressione ho preferito soprassedere. Di fatto, la grande bellezza di cui parlo è nascosta, ignota ai più, ignota a coloro che, a Roma, si spingono ad entrare a visitare il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano, proprio di fronte alla stazione Termini (e quindi in assoluto la prima cosa da fare e da vedere quando si arriva in città).

Terme di Diocleziano

Terme di Diocleziano

Uno pensa di entrare in un museo come tanti (le guide vi diranno che è innanzitutto un museo dedicato alla statuaria e all’epigrafia, con una sezione sul Lazio preromano) e poi, già all’ingresso si accorge che c’è qualcosa di strano, e di molto bello: un parco, giardino, con un pergolato ottenuto da piccole colonnine di reimpiego, tra aiuole abitate da lapidi, iscrizioni, are, cornici monumentali, da decorazioni architettoniche e capitelli, tutti segnacoli di un tempo che fu che in questo contesto contribuiscono a rendere gradevole e romantico, suggestivo, lo spazio. Lo spazio è aperto al pubblico, non è sottoposto ad alcun biglietto, per cui chiunque può decidere di trovar ristoro qui senza essere necessariamente costretto a visitare il museo. La biglietteria del Museo Nazionale Romano, infatti, è all’interno del Palazzo. Intorno, si sviluppano le poderose, monumentali, impressionanti architetture delle Terme di Diocleziano, le terme imperiali più grandi e lussuose di tutti i tempi! Costruite tra il 298 e il 306 d.C., avevano un’estensione di oltre 13 ettari e potevano accogliere fino a 3000 persone contemporaneamente, in un percorso che si snodava tra palestre, biblioteche, una piscina di oltre 3500 metri quadrati e gli ambienti che costituivano il cuore di ogni impianto termale, il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Il percorso museale non consente di seguire il percorso delle antiche terme, anche perché esse erano immense, come vi dicevo: per capirci, la stessa Piazza dei Cinquecento che ora voi circumnavigate, con la sua bella fontana centrale, per raggiungere via Nazionale e scendere verso il centro città, faceva parte del complesso termale. Fate un po’ voi…

Michelangelo ebbe la responsabilità di trasformare le antiche rovine delle Terme in un edificio che rendesse gloria a Dio: realizzò così la chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e, immediatamente alle sue spalle, il convento dei Certosini.

Ora, se Santa Maria degli Angeli e dei Martiri è nota a molti (non foss’altro perché qui si svolgono i funerali di stato) per la celebre meridiana che ne attraversa il transetto, non altrettanto celebre è la Certosa retrostante. Un piccolo gioiello che solo chi osa visitare il Museo delle Terme di Diocleziano può scoprire.

Il Cortile Michelangiolesco

Il Cortile Michelangiolesco

Immaginate di trovarvi in un caldo pomeriggio di fine inverno. Immaginate di vagare per le sale del museo e per i suoi corridoi popolati da iscrizioni, da statue e da busti di togati, di imperatori e di dee, e di trovarvi davanti ad una porta a vetri che dà sull’esterno. Dovete varcarla ovviamente, e davanti ai vostri occhi si presenta lo spettacolo che non osavate immaginare.

diocleziano3Perché se nessuno ve lo dice, se nessuno vi informa prima, voi non lo sapete, non potete sapere che all’interno delle Terme di Diocleziano Michelangelo realizzò, per il convento dei Certosini, un chiostro elegantissimo, con un giardino ad aiuole regolari che convergono verso una fontana centrale, arredate, sempre, da decorazioni architettoniche, cornici decorate, capitelli, sarcofagi e quant’altro, tutto sistemato con un gusto non archeologico o antiquario, ma puramente estetico. La bellezza, nient’altro che la bellezza. I portici del chiostro sono popolati da una serie ininterrotta di statue di divinità, di sarcofagi, di capitelli, di decorazioni architettoniche che aggiungono eleganza ad eleganza e che sono parte integrante del percorso museale. Io, non so voi, ma personalmente passerei qui pomeriggi interi, immersa tra statue e capitelli, a godermi la luce del sole, ad osservare gatti sornioni che dormicchiano su comodi capitelli o simpatiche chioccioline che si insinuano tra i dettagli delle decorazioni architettoniche… perché la poesia, e la bellezza, è fatta di piccole cose. E la calma è la migliore compagnia per godersi la bellezza.

diocleziano2La bellezza è alimentata dalla sorpresa, dalla capacità di stupirsi, senza dubbio. Perché non te l’aspetti che dietro l’angolo ti possa spuntare un piccolo angolo di paradiso! Sarà una sensazione puramente personale, ma io, passeggiando nel giardino e sotto il portico del chiostro, mi sono sentita pervasa di bellezza: una bellezza che non è solo antica, perché ci ha messo mano Michelangelo, ma non è solo cinquecentesca, perché oggi noi percepiamo uno spazio in cui il tempo si è fermato, in cui antico e rinascimentale si fondono, il tutto in funzione del bello. E sarò romantica, sarò per forma mentis particolarmente attratta da questo genere di cose, ma io ho amato da subito questo posto. L’ho amato e lo amerò ancora e ancora, e non vedo l’ora di tornare a Roma per tornarvi, per viverlo veramente, come un luogo di ozio intellettuale come esso stesso prevede!

E poi, e poi, c’è un altro motivo per visitare le Terme di Diocleziano entro fine maggio: la mostra “Rodin, il marmo, la vita“: io ve lo dico, è da non perdere! Ma ve ne parlerò in un’altra occasione… ;-)

Firenze, la Villa di Castello e la brutta fine di Giovanni dalle Bande Nere

Si sta timidamente affacciando la stagione dei fiori, del verde, dei profumi, del sole e delle passeggiate all’aria aperta, la stagione delle scampagnate e delle escursioni, o semplicemente delle oziose domeniche pomeriggio da trascorrere piacevolmente in un giardino. Il giardino potrebbe essere quello della Villa Medicea di Castello, adagiata in quella che oggi è la periferia di Firenze e che un tempo era aperta campagna. Oggi la Villa è la sede dell’Accademia della Crusca, ma nel Rinascimento fu una dimora importante per la storia della famiglia Medici, sua proprietaria: qui nacque e trascorse gli anni della giovinezza Cosimo I, per esempio, colui che sarebbe diventato il Granduca di Toscana nel 1537 e che avrebbe reso Firenze una potenza economica e politica senza pari nel panorama italiano rinascimentale.

La villa, che un tempo era arredata con dipinti di tutto rispetto, quali la Venere del Botticelli, oggi non è aperta al pubblico, se non in particolari occasioni; il giardino invece è aperto tutti i giorni dalle 8.15 fino alle 16.30 nei mesi invernali, 17.30 a marzo, 18.30 in primavera e in autunno e 19.30 in estate (per info vedi qui).

Il giardino della Villa di Castello non è semplicemente un giardino: è il primo giardino all’Italiana a vedere la luce, su impulso proprio di Cosimo I: il suo architetto, Niccolò Tribolo, realizzò prima questo, definito dal Vasari uno dei “più ricchi giardini d’Europa”, del più famoso e più grande giardino di Boboli; un giardino ricco di storia, che ha visto illustri personaggi calpestarne le aiuole o annusare il profumo dei fiori. Ve ne racconto una, di storia, che vi calerà direttamente nelle atmosfere cinquecentesche di Firenze mentre passeggiate tra gli agrumi della limonaia o tra le aiuole fiorite.

Uno scorcio del giardino all'Italiana della Villa medicea di Castello

Uno scorcio del giardino all’Italiana della Villa medicea di Castello

Cosimo I era figlio di un illustre rampollo della famiglia Medici: Giovanni, detto Giovanni dalle Bande Nere, Capitano di Ventura, che morì nel 1526 in seguito ad una ferita da arma da fuoco procuratagli da un cannoncino durante una battaglia contro i lanzichenecchi che stavano scendendo verso Roma (il famoso sacco di Roma del 1527). Proprio la morte di Giovanni, fino a poco tempo fa avvolta nel mistero e nelle dicerie, è stata finalmente chiarita di recente, grazie ad uno studio antropologico condotto sulle sue ossa seppellite dentro la chiesa di San Lorenzo a Firenze. Si sapeva dalle fonti infatti che Giovanni dalle Bande Nere era stato ferito il 25 novembre da un colpo d’arma da fuoco e che era morto pochi giorni dopo di setticemia a seguito dell’amputazione della gamba stessa. Ma vi era mistero su quale fosse esattamente l’arma che l’aveva colpito (cannoncino? Archibugio?) e dove (tibia? Ginocchio? Coscia?). Addirittura c’è chi sospettò che il medico che aveva soccorso Giovanni, Maestro Abramo, avesse curato male il moribondo perché corrotto da qualche nemico del capitano di ventura. Le analisi condotte sulle ossa hanno invece permesso di capire che Giovanni fu ferito alla parte inferiore della gamba da un colpo di cannoncino che verosimilmente lo amputò. Si rese necessaria un’amputazione fatta come si deve, alla tibia, in modo da limitare il più possibile i danni, ma tale amputazione non fu sufficiente: nessun bisogno di urlare al complotto, dunque, semplicemente Giovanni dalle Bande Nere morì, dopo anni di battaglie e di campagne militari, perché per lui, dopo l’amputazione, non c’era più niente da fare.

Il giardino all'Italiana della Villa Medicea di Castello

Il giardino all’Italiana della Villa Medicea di Castello

Il figlio Cosimo, una volta giunto al potere a Firenze, istituì un vero e proprio culto familiare nei confronti del padre, che fece celebrare in ogni dove, in Firenze stessa, con statue e commemorazioni: la statua che campeggia in piazza San Lorenzo, ad esempio, ritrae il condottiero seduto, posa inconsueta per un uomo d’arme, ma che si spiega con la collocazione per la quale era stata studiata: la Cappella Negroni della basilica di San Lorenzo. Alla fine invece la statua fu posta direttamente sulla piazza ed è qui che ancora oggi la si può ammirare.

Passeggiando per il giardino della Villa di Castello, dunque, si respira la storia, uno degli intensi capitoli della storia di Firenze, quando, signoria potente nel centro Italia, era sia ago della bilancia della situazione politica nella penisola che centro propulsivo delle arti: era il Rinascimento, insomma.

PS: questa storia è stata raccontata dalla Soprintendente del Polo Museale Fiorentino Cristina Acidini e dal prof. Fornaciari, paleoantropologo dell’Università di Pisa che ha studiato i resti mortali di Giovanni dalle Bande Nere, al X Incontro Nazionale di Archeologia Viva dello scorso 2 marzo. Mi è sembrato interessante riproporvelo perché come a me ha stimolato la fantasia il fatto di collegare una storia ad un luogo che conosco, così ho pensato che potrebbe far piacere conoscere un capitolo di storia di Firenze al quale la villa di Castello ha fatto da sfondo…

“Robert Capa in Italia”

“Se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino” Robert Capa

Robert Capa, Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943

Robert Capa, Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943

Il Museo Nazionale Alinari della Fotografia ospita fino al 23 febbraio la mostra “Capa in Italia“, dedicata ad uno dei più grandi fotografi del Novecento, reporter di guerra che durante la Seconda Guerra Mondiale documentò lo sbarco in Normandia e l’avanzata degli Alleati in Europa. All’Alinari è esposta una parte significativa del lavoro di Capa durante il Conflitto: significativa per noi italiani, quantomeno, visto che si tratta del reportage di guerra durante l’avanzata alleata dallo sbarco in Sicilia alla risalita lungo l’Italia sino alle porte di Roma.

Soldati americani a Troina, nei pressi della cattedrale di Maria Santissima Assunta, dopo il 6 agosto 1943

Nel fotografare la vita dei soldati americani sul fronte, a contatto con la popolazione siciliana al momento della liberazione, vediamo una guerra fatta di soldati che sono esseri umani, che si preparano la cena con le bombe a mano accanto, che si fanno circondare da bambini curiosi, che si fanno pulire le scarpe dal lustrascarpe, che accettano di buon grado l’acqua che un carabiniere offre loro… Accanto però i dolori della guerra ci sono, eccome: le madri che piangono disperate i figli liceali uccisi in una rappresaglia tedesca, ad esempio, il papà che trasporta una bimba ferita e sotto choc, i soldati alleati in trincea pronti a far fuoco contro il nemico tedesco… sono tutti gli aspetti della guerra in Italia nel 1943 che Capa documenta, con un sapiente uso della composizione, talvolta con una ricerca poetica dell’immagine, nonostante non ci si aspetti questo da un reporter di guerra.

Robert Capa, Donna tra le rovine di Agrigento, 17-18 luglio 1943

La mostra merita di essere visitata per 2, anzi 3 motivi: innanzitutto Robert Capa è uno dei più insigni fotografi del Novecento, il reporter di guerra per eccellenza, talmente fedele al suo ruolo e al suo lavoro che morì calpestando una mina, naturalmente durante un reportage di guerra in Asia; di tutta la produzione di Capa relativa alla Seconda Guerra Mondiale la mostra illustra un episodio, che se non è il più importante della Guerra (lo sbarco in Normandia, che Capa documentò, è di gran lunga l’episodio più importante), riguarda un momento importante della storia d’Italia, ovvero i giorni immediatamente precedenti e immediatamente seguenti lo sbarco degli Alleati in Sicilia. E vedere una Sicilia in cui le città sono semidistrutte dai bombardamenti e in cui le battaglie si combattono nei piccoli paesini dell’interno è una lezione di storia non da poco; infine, questa mostra è l’ultima del Museo Nazionale Alinari della Fotografia, perché presto sarà inglobato nel più grande Museo del Novecento di prossima apertura. Sfruttate allora quest’ultima possibilità per visitare, oltre che la mostra, anche l’esposizione permanente, che ripercorre tutta la storia della fotografia, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri.

Perù, le 10 cose da sapere prima di partire

L’occasione di una carissima amica che affronterà il suo viaggio di nozze in Perù mi porta a mettere finalmente di nuovo mano al blog (mamma mia, è da tantissimo che non lo aggiorno!) per dedicarle un post. Ho pensato che per una persona che per la prima volta si trova ad organizzare un viaggio di questo tipo può essere utile un piccolo vademecum per sapersi orientare. Ho stilato 10 punti, ma altri ne possono venire in mente e anzi facciamo così: questo è un post aperto: cosa avreste voluto sapere sul Perù prima di partire? O cosa consigliereste a chi si accinge a compiere questo viaggio?

  1. Se volete fare un tour del Perù, passate a Lima il minor tempo possibile. La metropoli è sterminata, per muoversi bisogna per forza utilizzare i taxi e i mezzi pubblici, autobus e collectivos, ma solo se siete particolarmente avventurieri! Quanto ai taxi bisogna far attenzione, perché in Perù chiunque per arrotondare può decidere di fare il taxista. E la criminalità sui taxi è all’ordine del giorno. Bisogna dunque informarsi presso l’hotel o la struttura che vi ospita su quali siano i taxi di cui fidarsi e quelli da evitare.
  2. Una cosa cui non darete mai sufficiente importanza, e che però vi potrebbe buttare particolarmente a terra se non siete stati previdenti, è il mal d’altura: vi colpisce quando raggiungete Puno sul lago Titicaca, perché l’altitudine e l’aria rarefatta cui non siete abituati busseranno alla vostra testa e al vostro stomaco. Anche se il vostro arrivo a Puno è graduale, perché la raggiungete per forza di cose soltanto via autobus con 6 ore di viaggio da Arequipa o 11 ore da Cusco (a seconda del vostro itinerario), in ogni caso è difficile che non avvertiate un minimo di fastidio. La soluzione che vi consiglieranno sarà quella di bere un bel mate di coca che in hotel trovate a disposizione già nella hall: acqua calda e foglie di coca essiccate da mettere in infusione; il gusto non è particolarmente amaro mentre masticare le foglie, come fanno i locali, quello sì che può essere disgustoso. Il mal d’altura comunque, a meno che non siate particolarmente delicati, non dura tantissimo: già il secondo giorno di permanenza sul lago vi sarà passato tutto.
  3. Nei mercatini e nei negozietti di souvenirs vi farete conquistare dai tipici berrettini peruviani e dalle sciarpe coloratissime: vi diranno che è alpaca e voi penserete di aver fatto un affarone perché costa veramente poco! In verità i prodotti artigianali in vero alpaca costano molto di più ed è raro che li troviate sulle bancarelline di souvenirs di Cusco, Arequipa o Aguas Calientes. Questi mercatini sono ottimi per fare regalini, ma per voi, se volete riportarvi a casa qualcosa di autentico, assicuratevi che ciò che state per acquistare sia davvero alpaca. Come lo riconoscete? I colori sono più sobri, la morbidezza è una cosa meravigliosa, e al tatto i prodotti in alpaca risultano freddi, per esempio. Tutto il resto è lana, e fibra sintetica.
  4. Se 11 ore per andare da Cusco al Lago Titicaca, o viceversa, vi sembran troppe, sappiate che però sono quelle meglio spese: gli autobus granturismo, intanto, sono decisamente confortevoli e quasi non pesano le ore passate a sedere; e poi, soprattutto, quando vi ricapita di vedere l’anima Quechua, l’anima più autentica del Perù, quella delle Ande, dove la gente, vestita in abiti tradizionali, vive ancora in casette sparse qua e là lontane dall’unica strada e che sono capaci di aspettare ore prima di poter avere un passaggio a bordo dei collectivos; dove il paesaggio aspro vi sovrasta, mentre qua e là scorgete mandrie di lama al pascolo controllate da un bambino talmente piccolo che vi chiedete come possa fare ad avere già tutta quella responsabilità; dove man mano che vi allontanate da Cusco i paesi vanno rimpicciolendo e sparendo e voi per km e km non incontrate nulla e nessuno, solo ed esclusivamente le Ande desertiche. Se devo scegliere cosa mi è piaciuto di più del Perù, sicuramente il viaggio da Puno a Cusco è ai primi posti.viaggio in perù Viaggimarilore
  5. Un altro viaggio paesaggisticamente molto bello è il viaggio in treno da Ollantaytambo ad Aguas Calientes per andare a Macchu Picchu. Il treno, unico mezzo di trasporto e unica via per arrivare ad Aguas Calientes, costeggia il rio Urubamba lungo il suo percorso tra montagne rigogliose e foreste verdissime e fiorite; ogni tanto scoprirete che il treno è costretto a fermarsi perché lungo i binari camminano alcuni degli abitanti di queste terre: case isolate, non villaggi veri e propri, ancora una volta un’espressione dell’autentica vita da queste parti. Il Perù investe molto sul turismo per diventare un paese emergente, ma rischia, e in molti casi l’ha già fatto, di compromettere l’anima delle sue tradizioni. Tuttavia la lingua Quechua, la lingua che parlavano gli Inca, è ancora praticata e anzi insegnata a scuola, perché il più importante dei saperi non vada perduto.
  6. Macchu Picchu è il momento centrale del vostro viaggio, che ve lo dico a fare? Non siete stati in Perù se non avete trascorso una giornata tra le rovine di Macchu Picchu. L’antica città sacra inca, nascosta tra le montagne e le foreste, è qualcosa di assolutamente magico. Arrivate all’alba, godetevi la vista panoramica sulla città: è uno dei panorami più famosi del mondo, ma averlo davanti ai propri occhi è tutta un’altra cosa rispetto ad ammirarlo in fotografia! Per visitare Macchu Picchu, per orientarvi tra le sue rovine, dovete essere preparati (a meno che non vogliate affidarvi ad una delle tante guide che vi offriranno i loro servigi all’ingresso del sito): procuratevi all’inizio del viaggio una guida scritta del parco e oziosamente studiatevi il percorso; quando sarete sul posto vi darà soddisfazione riuscirvi ad orientare da soli e riconoscere ciò che avete davanti. Da non perdere: la foto ricordo con i lama che pascolano nel grande cortile e sui terrazzamenti di Macchu Picchu.Macchu Picchu panorama
  7. E’ una chicca che secondo me vale la pena: Sillustani, su un altopiano poco distante dal lago Titicaca. Fatevi chiamare un taxi dall’hotel e prenotatelo per tutto il pomeriggio. Fatevi portare in questo brullo angolo di mondo dove il giallo della terra e delle chullpas si incontra col profondo blu del lago. Le chullpas sono antiche tombe a forma di torre che caratterizzano il paesaggio e lo rendono unico. E se passando di qui vi ritrovate immersi in una mandria di alpaca al pascolo… beh, avete sbancato! Il taxista poi probabilmente vi vorrà portare a visitare la casa di qualche abitante lungo il tragitto. Fidatevi, anche se l’abitante di autentico non ha nulla, perché quasi sicuramente vive a Puno e si reca nella sua casetta tipica acchiappa-turisti apposta: è comunque un’occasione per vedere da vicino uno spaccato del mondo rurale peruviano. State al gioco, e quando vorranno vendervi una coperta di alpaca più grossa della vostra valigia rifiutate con fermezza ma con gentilezza. Oppure acquistatela, fate voi.

    La Lizard Chullpa a Sillustani

    La Lizard Chullpa a Sillustani

  8. Il centro di Cusco è decisamente turistizzato. Ciò vuol dire che incontrerete più turisti che peruviani, che troverete il McDonald accanto alla Cattedrale, e che, comunque, la città è decisamente tranquilla. Se volete trovare un angolo di puro Perù anche a Cusco, però, dovete uscire appena dalla porta della città e entrare al mercato coperto di San Pedro. Lì, nel reparto alimentari, avrete visioni che non credevate possibili (come i musi di mucca pronti per essere venduti) e troverete sacchi e sacchi di mais dai mille colori, di verdure coloratissime molte delle quali non avete mai visto e non rivedrete più, e poi ancora pani e formaggi… E sono i Cusqueñi veri che vengono a fare la spesa qui, anche perché i turisti, se non vanno al Mc o da Starbucks, andranno sicuramente in qualche ristorante più o meno turistico in centro…
  9. Cuy al horno, piatto tipico peruviano

    Cuy al horno, piatto tipico peruviano

    A proposito di cibo, a molti può non piacere, ma la cucina peruviana per alcuni (per noi per esempio) è stata una rivelazione! Il cheviche, a base di pesce, va provato, così come il rocoto relleno (un peperone ripieno) e la carne di alpaca. Se siete coraggiosi e riuscite a superare l’idea di star mangiando un topo gigante, dovete provare il cuy, il porcellino d’India: ne vedrete in giro, vivi, con la loro bella pelliccia grigia, e direte “che carini!”; poi li vedrete cucinati e inorridirete “che schifo!”. Si tratta di un piatto tipico della zona di Cusco, dove viene fatto al forno o allo spiedo: di carne non ne ha tanta, viste le dimensioni, ma posso assicurare che quel poco che si riesce a ricavare (e che rispetto agli altri piatti ha un costo elevato) è molto saporito! Ah, tra le bevande, vincete le vostre perplessità e provate quella cosa gialla che si chiama Inka Cola e che in Perù viene bevuta più della Coca-cola. Poi sappiatemi dire cosa ne pensate…

  10. Non stupitevi, e soprattutto non agitatevi, se negli aeroporti piccoli, come Cusco ad esempio, vi apriranno la valigia estraendone il contenuto e facendo domande strane su qualsiasi cosa abbiate all’interno. Con questi controlli vogliono assicurarsi che in valigia non si trovino insieme fiammiferi, e inneschi; di conseguenza sono attenti anche ai combustibili, ovvero agli alcoolici. Gli operatori, soprattutto se non c’è molta coda al check-in, controllano tutto meticolosamente e possibilmente commentano. Non spazientitevi, cercate di mantenere la calma perché più vi innervosite, più lo fanno per dispetto. Se invece c’è coda il controllo è più rapido. Il consiglio? Non abbiate fretta di essere i primi a fare il check-in… tanto in Perù, i peruviani di fretta non ne hanno…

It’s always Christmas in The City

It's always christmas in the cityA New York, nel cuore di Little Italy, esiste un negozio di Natale aperto tutto l’anno: è It’s always Christmas in the City. Il nome è tutto un programma e non lascia spazio a dubbi di sorta, così come, ovviamente l’interno: decorazioni di Natale di ogni forma e dimensione, palline e decori per l’albero, per la casa, per la tavola natalizia. Alberi di Natale decorati a tema: impossibile non innamorarsi di quello tutto pieno di statuine e palline della Coca-Cola, o quello dedicato a New York, con le targhe dei vari quartieri e delle strade e taxi gialli al posto delle normali palline!

Anche le decorazioni sono tematiche: dai prodotti alimentari agli oggetti d’arredamento, ai dolciumi, ai fiocchi, alle macchinine, a qualunque cosa vi possa venire in mente (c’è persino il tema Tuscany!): lì lo trovate, bellissimo, curato nel dettaglio, pronto a personalizzare il più originale degli alberi di Natale!

Tra musiche e canzoni di Natale, luci calde e atmosfera di festa, ci passereste le ore, come se foste nel Paese dei Balocchi! E in effetti un pochino il Paese dei Balocchi lo è, visto che qui dentro è Natale tutto l’anno!

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Andare ai Mercatini di Natale di Monaco di Baviera in un giorno? Si può fare!

Ieri 8 dicembre siamo stati ai Mercatini di Natale di Monaco di Baviera. Per arrivarci, però, abbiamo vissuto un’avventura corsa davvero sul filo dei minuti… Ecco com’è andata:

Marienplatz weinachtmarkt

Avevamo acquistato online già da qualche mese i biglietti aerei per partire ieri mattina da Firenze e per rientrare la sera. Così, avendo fatto il check-in online sabato sera per poter andare in aeroporto con più calma, ieri mattina ci siamo presentati in aeroporto alle 8.00, dato che l’imbarco era fissato per le 8.15 (l’aeroporto di Firenze consente – anche se non si dovrebbe fare – di fare questi giochetti, essendo davvero molto piccino). Non avevamo calcolato, però, il fattore nebbia. E male ce ne incolse. Mentre arriviamo in motorino all’aeroporto ci parte sotto il naso un autobus che, scopriamo 30 secondi dopo, trasporta i viaggiatori in partenza da Firenze per Monaco all’aeroporto di Bologna,dove il nostro aereo è stato dirottato. L’autobus parte ben prima dell’orario di imbarco previsto! Come fare? L’unica soluzione che ci viene suggerita è quella di metterci all’inseguimento dell’autobus verso Bologna. E’ quello che facciamo, anche se dobbiamo tornare a casa a recuperare la macchina prima di buttarci in autostrada. E mentre si va, in questa corsa contro il tempo, un dubbio ci assale: ma se l’andata è su Bologna, chi ci assicura che il ritorno sarà uguale? Perché se la nebbia in serata si dirada, l’aereo può atterrare tranquillamente a Firenze Peretola. E la nostra auto? Rimarrebbe a Bologna allora? Mentre voliamo in autostrada telefoniamo a qualunque customer service, alla Lufthansa che ci rimanda alla Air Dolomiti, il cui servizio clienti nei festivi non è attivo, all’aeroporto di Bologna, dove ci dicono che l’aereo partirà alle 10. Tiriamo un mezzo sospiro, perché riusciremo ad arrivare all’aeroporto di Bologna in tempo, ma anche così come potremo mai partire se non abbiamo la certezza di rientrare su Bologna? All’aeroporto, sul filo dei minuti riusciamo a farci cambiare il volo del ritorno su Bologna e a passare il metal detector e a salire sul maledetto aereo! Soprattutto gli ultimi minuti sono terribili: vedere il tabellone che dice boarding e noi ancora lì nell’incertezza… ma alla fine, con un po’ di adrenalina e un pizzico di fortuna ce l’abbiamo fatta, e siamo arrivati a Monaco con 2 ore di ritardo sulla tabella di marcia. Aver cambiato l’aereo ci ha permesso di riguadagnare, tra l’altro, quelle due ore sul pomeriggio, visto che siamo ripartiti alle 21.25 invece che alle 19.35.

La torre del Neues Rathaus di Marienplatz addobbata per le feste

La torre del Neues Rathaus di Marienplatz addobbata per le feste

Avventure della mattina a parte (che insegnano solo una cosa: anche se l’aeroporto è piccolo è bene arrivare almeno un’ora prima anche col check-in già fatto online, onde evitare imprevisti come questo), la giornata è stata tra le più divertenti degli ultimi nostri viaggi, almeno per quanto mi riguarda: il vin brulé, anzi Glühwein, ha sicuramente contribuito in modo considerevole a rendere tutto più piacevole, ma l’atmosfera, l’aria natalizia, Monaco stessa che è bellissima, la giornata davvero bella e gli allestimenti dei mercatini hanno fatto sì che quella dei mercatini di Natale di Monaco di Baviera rimanga nei nostri cuori come una delle nostre gite meglio riuscite di tutti i tempi.

Arrivati col trenino S8 dall’aeroporto a Marienplatz, il cuore della città vecchia, vista l’ora, abbiamo deciso di pranzare. Non abbiamo pranzato ai banchini del mercatino allestito qui, che pure sono numerosi e offrono ampia varietà di cibarie tra cui scegliere, ma siamo stati al Ratskeller München, ristorante tedesco proprio sotto la Neues Rathaus, il palazzo del municipio che domina la piazza di Marienplatz. Qui consolidiamo la nostra amicizia con la cucina tedesca con una zuppa di patate e il classico stinco di maiale, il tutto annaffiato dall’ottima weissbier Franziskaner (che è prodotta a Monaco, tra l’altro).

mercatini di natale monaco

Dopo pranzo ci buttiamo subito nella mischia, e per digerire brindiamo con il glühwein. Ai mercatini di Monaco, ogni mercatino ha la sua tazza da collezione per bere il glühwein: più alta, più bassa, più o meno decorata… credo che se vivessi a Monaco ogni anno ne farei la collezione, perché per ogni edizione cambiano (quelle di quest’anno sono datate, per l’appunto, 2013) e naturalmente ogni tazza che vedi in giro, in mano a qualche avventore, è senz’altro più bella della tua… difficile resistere alla tentazione, e infatti devo ammettere che nel corso della giornata abbiamo fatto una bella scorta… ma vabbé… Per procurarsi una tazza è sufficiente prendere da bere il glühwein, che costa un tot (a seconda del banchino) più un tot di cauzione: se vuoi la tazza te la tieni e paghi un po’ di più, se non la vuoi la restituisci al banco che ti ridà indietro i soldi.

Tazze per il gluhwein in attesa di essere riempite per gli avventori del mercatino del Residenz

Tazze per il gluhwein in attesa di essere riempite per gli avventori del mercatino del Residenz

A Marienplatz il mercatino occupa tutta la piazza. I banchini vendono principalmente oggettistica e artigianato natalizio. Decorazioni per l’albero e per la casa la fanno da padroni, mentre c’è ben poco abbigliamento invernale, come guanti o sciarpe, cosa che mi sarei aspettata in maniera più consistente. Ma il bello è anche questo: non è che tutti i mercatini possono essere fatti con lo stampino, no?

Da Marienplatz imbocchiamo Kaufingerstrasse, lungo la quale si dispongono banchi destinati principalmente ad offrire cibarie e bevande: il glühwein non manca mai, è una costante, mentre sul cibo c’è più varietà. Proseguendo la via cambia nome in Neuhauser Strasse, che nel periodo dei mercatini diventa la Via dei Presepi: perché qui si colloca il mercatino specifico dei presepi, dove speravo di fare ottimi affari e invece mi sono ritrovata a contemplare, certo, perché le statuine sono molto belle, ma a trattenermi, per i costi decisamente troppo elevati, tantissimi accessori per il presepe! Peccato, da un lato, dall’altro l’artigianato bavarese riesce ad esprimere nella realizzazione delle statuine in ceramica per un’attenzione alla minuzia non comune!

mercatini di natale monaco

Cambiamo poi zona, tornando su Marienplatz  e salendo verso la Residenz. Qui, nel Kaiserhof, una corte quadrata all’interno del grande edificio che fu dimora dei principi di Monaco (la dinastia Wittelsbach governò la Baviera dal 1180 fino al 1918!), si svolge un altro mercatino, con una sua identità e sue tazze specifiche per il glühwein. Anche qui si trovano principalmente cibarie e bevande calde possibilmente alcooliche. Essendo una corte racchiusa la concentrazione di folla è maggiore, ma si circola ugualmente bene.

Il mercatino più divertente è però, senza dubbio, quello medievale che si trova poco distante, in Wittelsbacherplatz. Qui i banchini sono realizzati a tema, a forma di torre, di casa medievale o di antica taverna, i venditori sono abbigliati come castellani, cavalieri o popolani medievali, e può capitare che ti passi accanto un vescovo o una dama: un bel salto nel tempo! Tra i banchi si segnala quello delle armi e armature, quello degli abiti medievali da uomo e da donna, c’è persino il palco su cui si esibisce un “moro”, secondo la tradizione dei saltimbanchi che raccoglievano in piazza il popolino: e infatti c’è un discreto pubblico che lo segue. In questo mercatino persino le tazze per il glühwein sono in tema: bicchieri e coppe in terracotta, dalle forme particolarissime: una in particolare, bellissima, l’ho ribattezzata Santo Graal, e da oggi fa bella mostra di sé su una mensola in casa mia ;-) .

Marienplatz by night

Marienplatz by night

Una passeggiata nell’elegante Hofgarten per smaltire il glühwein medievale (quello servito nel santo graal ha in più una zolletta di zucchero e una bella sorsata di rum cui viene dato fuoco. Fatela un po’ voi, alle 4 del pomeriggio, un’esperienza del genere…), dopodiché rientriamo verso Marienplatz e scendiamo al Viktualienmarkt, che ospita un altro piccolo mercatino di Natale. E’ ormai notte, e Marienplatz e i mercatini circostanti, illuminati dalle luci natalizie, diventano ancora più suggestivi.

Un ultimo giro qui intorno, poi riprendiamo a Marienplatz il trenino S8 che ci porta direttamente in aeroporto. Anche qui fuori, tra l’altro, c’è un mercatino di Natale completo di pista di pattinaggio: perché non si dica che non siamo stati ai mercatini fino all’ultimo minuto!

La nostra giornata, partita in modo tanto rocambolesco, si è svolta e conclusa nel migliore dei modi. Ci siamo divertiti come bambini, siamo riusciti a rispettare il programma che ci eravamo prefissati e ora, finalmente, torniamo verso casa, atterrando a Bologna. Quando, ormai a Firenze, passiamo in macchina davanti all’aeroporto, la zona è ancora completamente immersa nella nebbia. Un paesaggio irreale, nebuloso, cancellato e vuoto. Ma negli occhi abbiamo ancora le luci e i colori di Monaco.

Breve Week-end (con gusto) sul Lago di Garda

Lago di GardaWonderBox, che bella invenzione! Soprattutto quando ti viene regalata è davvero una gioia, perché la cogli come un’opportunità, un’opportunità di andare da qualche parte che in altro modo non avresti preso in considerazione. Recentemente ci è stata regalata una Wonderbox in scadenza, al grido di “Voi che girate spesso, sicuramente saprete farla fruttare meglio di noi”. E infatti è stato così. La Wonderbox in questione, poi, non era niente male: week-end con gusto, 2 notti e 2 cene comprese, un peccato non approfittarne. Non avevamo però molti week-end a disposizione, per cui abbiamo dovuto rivolgerci a strutture alberghiere che fossero aperte in questa stagione, e abbiamo dovuto cercare una meta che fosse affrontabile in questo periodo. La scelta è caduta sull’Hotel Florivana, a San pietro in Cariano, nella Valpolicella, a poca distanza dal Lago di Garda. Hotel di poche pretese, in un paesino lontano dai consueti circuiti turistici, ma conosciuto nella zona per la qualità del ristorante. Qualità di cui abbiamo ampiamente usufruito.

Siamo arrivati a San Pietro in Cariano venerdì 29 novembre in serata, giusto in tempo per cena. Il week-end vero e proprio ha preso forma il giorno dopo, quando siamo andati in esplorazione del Lago di Garda.

Devo dire che sabato il tempo atmosferico non ci ha aiutato: brutto, grigio, ogni tanto una pioggia leggera e foschia a coprire totalmente il lago. Avevamo selezionato 3 tappe: Peschiera del Garda, Sirmione e Desenzano. E siamo partiti con Peschiera.

Peschiera del Garda forse d’estate è una ridente località turistica sul lago: ce lo rivela il parcheggio vicino al porto, che costa la bellezza di 2 € l’ora (tariffa che d’inverno potrebbero anche sospendere, eh?). Comunque sia, d’inverno è decisamente deserta: gli stessi negozi e ristoranti sono chiusi il sabato mattina. Così, metti il clima rigido e triste, metti che in giro non c’era un’anima viva, sembrava di essere in un paese fantasma. Unica nota decisamente entusiasmante, va detto, è stato vedere in diretta i sommozzatori del Sub Club di Peschiera montare un presepe sommerso nel lago: non capita tutti i giorni, in effetti, di vedere attività di questo tipo. E noi ci siamo goduti lo spettacolo.

Alcune fasi dell'allestimento del presepe sommerso di Peschiera, a cura del Sub Club di Peschiera

Alcune fasi dell’allestimento del presepe sommerso di Peschiera, a cura del Sub Club di Peschiera

Lasciamo Peschiera un po’ perplessi, tutto sommato: non immaginavamo, per quanto questa non sia la stagione adatta, di trovare un tale mortorio. Per fortuna le cose cambiano quando arriviamo a Sirmione. Sirmione, sulla sua penisola, è davvero una chicca: innanzitutto ti accoglie con il suo castello scaligero, costruito nel XIII secolo, affacciato sul lago e con due ponti levatoi, una vera e propria rocca di difesa del borgo. All’interno le sue viuzze ben curate sono percorse da qualche persona in più rispetto a Peschiera.

Il Castello Scaligero di Sirmione

Il Castello Scaligero di Sirmione

Del resto Sirmione ha molte più attrattive: non solo il castello, ma anche le cosiddette Grotte di Catullo e inoltre è una località termale. Nonostante il tempo grigio, qui ci troviamo bene: a pranzo ci trattiamo da signori alla Trattoria La Fiasca, dopo percorriamo la passeggiata panoramica sulla riva del Lago, che in una giornata tersa deve regalare emozioni incredibili, ma che oggi non permette di andare troppo in là con lo sguardo. Risaliamo poi per andare a visitare le Grotte di Catullo. Si tratta di un complesso archeologico paesaggisticamente incredibile: una villa, dunque una residenza privata, di età romana, appartenuta a qualche facoltoso personaggio che qui, fuori dalla città, aveva deciso di trascorrere le sue giornate nella pace e nella contemplazione di uno splendido panorama. Il nome di Grotte di Catullo fu dato a questo complesso all’epoca della sua scoperta, tra il 1500 e il 1600: le imponenti strutture murarie oggi visibili, infatti, erano completamente coperte da terra e macerie e chi le scoprì, percorrendo gli ambienti all’epoca interrati, le chiamò proprio per questo “Grotte”. Quanto a Catullo… beh, si sa che il poeta più romantico e famoso del mondo romano era di Sirmione: la suggestione era tanta e il nome di Catullo venne associato a questo grande complesso archeologico. Ma naturalmente di suggestione si tratta, non di altro. Come dicevo, le Grotte di Catullo di sicuro colpiscono il cuore di chi le visita, sia per la loro imponenza che per gli scorci che le sue arcate gigantesche creano sul lago; inoltre è immersa negli ulivi, e anche questo dà un senso di bello di non poco conto. Le strutture conservate poi sono impressionanti: alte arcate fronte lago, che oggi lasciano appena intuire l’imponenza dell’edificio  e degli ambienti che sostenevano: come una grande terrazza, che bisogna immaginare guardasse dall’alto l’enorme specchio d’acqua circostante. Il nostro dominus romano se la passava parecchio bene, non c’è che dire!

Le arcate del criptoportico della villa romana delle Grotte di Catullo, Sirmione

Le arcate del criptoportico della villa romana delle Grotte di Catullo, Sirmione

Rimaniamo estasiati dalla visita: e dire che non c’è neanche il sole! Chissà cosa dev’essere nelle belle giornate! Il parco archeologico, e dunque la villa, occupa l’estremità della penisola di Sirmione, per cui da qui, da quello che resta della sua spettacolare terrazza, lo sguardo può spaziare a tutto tondo sul lago.

Terminato il nostro giro a Sirmione è ormai metà pomeriggio, e la giornata grigia sta facendo spazio fin troppo velocemente al tramonto e all’imbrunire. Infatti arriviamo a Desenzano che è già notte. Desenzano è un altro borgo sul lago dominato da un bel castello recentemente restaurato. Dal castello intuiamo, anche se è buio, la vista che spazia sul lago e sulle sue sponde. Il borgo, con alcuni palazzi porticati, ha diversi negozi e boutiques, cosa che a Sirmione, per esempio, manca (ma non è detto che sia un male): la vocazione turistica di Desenzano si realizza dunque nel suo porticciolo turistico e in ciò che vi ruota intorno. Prendiamo uno spritz per aperitivo, dopodiché rientriamo alla base a San Pietro in Cariano. Perché ridendo e scherzando, è già ora di cena.

La pieve di San Floriano a San Pietro in Cariano

La pieve di San Floriano a San Pietro in Cariano

La domenica mattina ci accoglie con un sole talmente bello e caldo che sembra farsi beffe di noi e del nostro sabato uggioso sul lago. Non ci facciamo prendere dallo sconforto, comunque: quello che è stato è stato e il nostro giro sul Lago di Garda è andato benissimo nonostante il tempuccio. Ma come girare a nostro vantaggio la giornata di oggi? Beh, intanto c’è una cosa che vogliamo fare: vedere da vicino la bella pieve romanica di San Floriano qui nel paese di San Pietro in Cariano. Molto suggestiva, reimpiega all’esterno alcune are e cippi di età romana; ad essa è addossato un elegante chiostro seicentesco, mentre l’impianto originale della chiesa pare risalire indietro nel tempo addirittura al 905 d.C.

Ci mettiamo in macchina, percorrendo un tratto di Valpolicella che oggi possiamo osservare bene, sotto il sole: vigneti e vigneti che si stendono a vista d’occhio in questo dolce paesaggio collinare, mentre lassù, verso Nord, si intravvedono le prime montagne innevate. Ebbene sì, oggi non sembra, ma siamo in inverno, ormai. Decidiamo di puntare a Nord, per la precisione di sconfinare in Trentino per andare ai Mercatini di Natale di Arco, a pochi km da Rovereto. Per arrivarvi, la strada, usciti dall’autostrada a Rovereto, percorre un tratto a mezzacosta che regala una vista mozzafiato sul Lago di Garda che qui si origina, a Riva del Garda, con l’immissione del fiume Sarca. Il lago che si stende verso sud a perdita d’occhio, racchiuso da un lato e dall’altro da alte montagne è un’immagine che difficilmente si dimentica…

Il panorama del Lago di Garda dalla strada panoramica che conduce ad Arco

Il panorama del Lago di Garda dalla strada panoramica che conduce ad Arco

Ma proseguiamo ed arriviamo ad Arco. Ci accoglie l’imponente visione del castello di Arco, posto al di sopra di uno sperone roccioso che scende a strapiombo sul fiume Sarca. Al di sotto, lungo il fiume, si sviluppa il borgo. Questa domenica mattina c’è tantissima gente, attirata dal Mercatino di Natale. Il mercatino non è grandissimo, si sviluppa tutto intorno alla Chiesa del paese, nella sua piazza, ma come sempre in questi casi è l’atmosfera che conta e tra musiche di Natale, la banda degli Alpini, gli asinelli che fanno il giro della piazza portando in groppa i bimbi, i banchini che vendono oggettini natalizi e prodotti tipici, il mercatino di Arco si rivela una piacevole sorpresa. Pranziamo in paese nel Ristorante Alla Lega, dove di nuovo non ci risparmiamo (la montagna mette appetito!), e nel primo pomeriggio ripartiamo, ripercorrendo la via panoramica che mostra l’inizio del Lago di Garda e Riva del Garda che si stende sulla sua sponda più settentrionale.

mercatino di Natale Arco

Il nostro breve week-end con gusto termina qui. A questo punto possiamo dire di aver completato la lista dei grandi laghi (eravamo stati sul lago di Como appena un anno fa e prima ancora sul Lago Maggiore) e soprattutto con Arco abbiamo inaugurato la stagione dei Mercatini di Natale! Perché… ah, non ve l’ho detto? Domenica 8 dicembre si replica, con i mercatini di Natale di Monaco di Baviera! Stay Tuned! :-)

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