Viaggimarilore

I viaggi di Marina e Lorenzo

Fotografia Europea 2013

Anche quest’anno siamo stati a Reggio Emilia per farci un po’ di cultura fotografica a Fotografia Europea 2013, una manifestazione, giunta alla sua 8° edizione, che dura tutto il mese di maggio e metà di giugno (fino al 16 giugno 2013) e che occupa alcuni degli edifici più importanti della città. Si tratta dunque di un percorso itinerante, a tappe, ciascuna delle quali ospita una o più mostre dedicate ad un fotografo specifico, o portfolio su determinati progetti. Le scelte espositive quest’anno sono state veicolate dal tema: “Cambiare – fotografia e responsabilità”, ovvero il fotografo testimone attivo, che utilizza la sua tecnica, la sua arte, il suo sguardo per lanciare un messaggio o per denunciare il cambiamento.

I chiostri di San Pietro, che fungono da biglietteria, i chiostri di San Domenico, la Biblioteca Panizzi, lo Spazio Gerra, la Sinagoga, la Galleria Parmeggiani sono solo alcune delle sedi della manifestazione, cui si aggiunge anche un circuito OFF, che si sviluppa in negozi, alberghi, ristoranti, e che contribuisce ad animare un centro urbano particolarmente attivo e reattivo ad eventi di questo tipo.

Tanti gli artisti, tante le mostre, impossibile raccontarvele tutte. Vi segnalo però quelle che più mi hanno colpito per la vicinanza con temi a me cari o per la tematica scelta in sé, o per la tecnica…

Comincio con Philippe Chancel che con la sua “Datazone” ci mostra alcune città del mondo nelle quali il cambiamento, o il suo contrario, è palpabile, ma non positivo. Naturalmente mi ha attratto perché tra i suoi soggetti ha inserito Dubai, città del cambiamento per eccellenza, dove la supermodernità a danno della tradizione e soprattutto la metropoli di grattacieli, vetro e acciaio che si fa strada nel deserto sono il simbolo della testardaggine dell’uomo che vuole conquistare, che vuole imprimere il suo segno sulla terra, una terra che non è più natura, ma che è un ostacolo da rimuovere per fare spazio al nuovo che avanza. Da contraltare alle foto di scheletri di grattacieli in mezzo al nulla o di strade costruite tra le dune fa una sezione della mostra dedicata ai volti anonimi degli operai degli Emirati. Perché non bisogna dimenticare che la grandezza di pochi si costruisce sulle spalle e col sudore di molti senza nome.

Philippe Chancel, “Datazone”, Emirates

Di tutt’altro genere, ma accanto a Philippe Chancel nella sede dei Chiostri di San Pietro è la mostra di Cristina De Middel, “The Afronauts” che racconta, attraverso un ben riuscito storytelling piuttosto ironico e con i toni dei b-movies anni ’60 la storia, incredibile ma vera, di un professore di scienze dello stato africano dello Zambia che desiderava inserirsi, nel 1964, nella rincorsa allo spazio all’epoca appannaggio esclusivo di Stati Uniti e Russia. Inutile dire che non se ne fece nulla, ma il sogno di quell’uomo e le prove che fece all’epoca, e che furono documentate, riunite insieme ci dicono che in fondo tutti noi esseri umani, da qualunque parte del mondo veniamo, abbiamo gli stessi sogni.

Cristina De Middel, “The Afronauts”

L’altra mostra interessante è quella di Thierry Cohen, “Darkened Cities” nella quale sono raggruppate alcune vedute di metropoli del mondo di notte, buie, che vengono illuminate da cieli particolarmente stellati: il concetto è quello di recuperare il cielo originale, quello che si potrebbe vedere nei deserti, spegnendo le megalopoli che invece soffrono di un inquinamento da illuminazione artificiale che annulla completamente le stelle del cielo.

Thierry Cohen, “Darkened cities”, San Francisco

Infine, segnalo la mostra di Sergey Shestakov, “Journey into the future”, che torna a riproporre il tema, da non dimenticare mai, delle disastrose conseguenze di Chernobyl dopo l’esplosione della centrale nucleare nel 1986. Immagini di quotidianità interrotte, e il titolo che riprende un libro per bambini, dal titolo, simbolico, “viaggio nel futuro”: un futuro in cui non c’è spazio per la speranza o per la ricostruzione, e con il dito puntato contro l’unico vero colpevole: l’uomo.

La fotografia può essere usata per documentare e denunciare, per far riflettere, per osservare: questo il messaggio di fondo di Fotografia Europea 2013. Ah dimenticavo: siamo a Reggio Emilia, e l’anno scorso, di questi tempi, l’Emilia Romagna era scossa dal terremoto; il pensiero, e anche alcuni lavori presentati, riflettono sulla vita che riprende dopo un disastro di questo tipo, cercando di far riflettere sul cambiamento, sulla necessità di rialzarsi e di reagire ad una situazione di forte disagio, come il post-terremoto ha comportato.

#sedicogelato: la mia giornata al Firenze Gelato Festival

Premessa: è la prima volta che il blog di Viaggimarilore viene invitato a fare da blogger ad un evento. Di questo sono molto felice, sia perché ho potuto conoscere altre blogger, in particolare foodblogger, sia perché ho potuto vedere dall’interno come funzionano eventi di questo tipo e sia perché non capita tutti i giorni di incontrare il megadirettoregalattico di un’azienda italiana, la Sammontana, che scende in mezzo ai giovani e ci mette la faccia.

il team blogger di #sedicogelato - Firenze 18 maggio 2013

il team blogger di #sedicogelato – Firenze 18 maggio 2013

Ma andiamo con ordine e raccontiamo per bene cosa è successo sabato 18 maggio 2013, a Firenze, durante il Festival del Gelato 2013.

Come ogni anno, la Sammontana, la notissima azienda produttrice di gelati che ha sede ad Empoli, quindi non così lontano da Firenze, ha un suo stand in Piazza della Repubblica, piazza centralissima della città, che se già durante l’anno è sempre brulicante di gente, in occasioni come il Festival del Gelato si riempie in maniera incredibile!

Noi blogger chiamate dalla Sammontana a raccontare l’evento avevamo una missione: andare in giro per Firenze, tra uno stand di gelati e l’altro, a caccia di storie. #sedicogelato era l’ashtag di riferimento, la parola d’ordine, attraverso la quale raccontare storie di ordinaria golosità, ordinario gelato, ordinaria follia! Attraverso tweet e fotografie, un maxischermo in piazza della Repubblica trasmetteva tutti questi istanti di bontà.

Su instagram ho pubblicato le foto del Villaggio Sammontana

Su instagram ho pubblicato le foto del Villaggio Sammontana

Il Villaggio Sammontana è stato dunque la nostra base di partenza, ma poi ciascun blogger ha preso la sua strada e girando di via in via, di piazza in piazza, è andato a consumare la sua Gelato Card per 5 assaggi di gelato più un Cocktail Gelato: un’esperienza in effetti decisamente titanica!

#Sedicogelato, allora, vi racconto la mia giornata al Firenze Gelato Festival!

Innanzitutto al Villaggio Sammontana c’era, ovviamente, la prima possibilità di mangiare il gelato. Il gusto dell’anno, creato apposta e in edizione limitata, era un ottimo “cantuccio”, in onore dei cantuccini col vinsanto, i biscotti più noti della Toscana al di fuori della regione. Era possibile utilizzare già qui uno dei tagliandi per assaggio gelato, oppure si poteva pagare 2 euro per una coppetta, contribuendo a “Un gelato di solidarietà”: tutto il ricavato della Sammontana, infatti, andrà in beneficenza alla Fondazione dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. Così ho fatto io: non ho usato uno dei tagliandini della Gelato Card, volendo fare un gesto doveroso di solidarietà. E poi in questo modo ho risparmiato un assaggio!  :-)

Da piazza della Repubblica mi sono spostata in piazza Santa Maria Novella, piazza in cui ultimamente passo sempre volentieri, perché è così bella, per me, con le sue aiuole verdi nel mezzo… fa a gara con piazza Santa Croce per bellezza, a mio parere… ma questa è un’altra storia… In piazza Santa Maria Novella c’era il cuore del Festival del Gelato: tutti gli stand delle varie gelaterie provenienti da tutta Italia, e oltre, che proponevano ciascuna il suo gusto più buono/particolare/profumato/bizzarro. Scelta ardua, quindi, perché solo 5 assaggi sono troppo pochi se si vuole sperimentare il più possibile (per fortuna ci sono le ricariche…)!

La piazza di Santa Maria Novella ha fatto da sfondo al Firenze Gelato Festival

La piazza di Santa Maria Novella ha fatto da sfondo al Firenze Gelato Festival

Cosa abbiamo assaggiato noi?

Crema di miele con zenzero e limone: di Claudio D. Guerreiro (Delizia, Tavira, Algarve, Portogallo), miele allo zenzero su  un gelato al timo e limone. Molto profumato e delicato.

Roma 2013: di Simone Deodati (New Moon Gelateria, Narni Scalo), gelato alla noce con cannella, variegato arancia e cioccolato. Tutto ciò che potrei volere da un gelato, e infatti il mio preferito!

Sere d’Estate: di Orlando Volpini (Piccadilly Mare, Senigallia), mascarpone variegato al cioccolato e pere.

Crema agrumi Val Tindari: di Toni Cafarelli (Il re del Gelato, Firenze), una crema all’arancia arricchita con scaglie di cioccolato.

Ma, voi direte, manca un assaggio! E infatti sì, perché come ultimo assaggio di gelato mi sono riservata una coppetta in piazza Strozzi, dove era allestito lo stand del Japan Village. Gelato al tè verde e riso è stata la mia ultima coppetta di sabato. Una piccola curiosità che dovevo togliermi…

I miei 2 assaggi preferiti: Roma 2013 e té verde

I miei 2 assaggi preferiti: Roma 2013 e té verde

E infine, proprio per sfruttare fino in fondo la Gelato Card ho preso (ma questo lunedì, ultimo giorno utile), il Cocktail Gelato Mohito. Così posso dire di essermi levata ogni soddisfazione!

Oltre a mangiare gelato a più non posso, durante la giornata, e in generale durante l’intero festival, dal venerdì 17 a lunedì 20 maggio, erano organizzati eventi speciali, come il Gelato Show Cooking con nientemeno che Gianfranco Vissani special guest, i corsi di gelati “Gelatiere per un giorno” e, clou della serata di sabato, al Villaggio Sammontana, la proiezione del cortometraggio “Sammontana, la storia di un sorriso”, realizzato da Virgilio Villoresi per celebrare i quasi 70 anni di attività dell’azienda, che nacque – ci raccontava Leonardo Bagnoli, oggi a capo della Sammontana – come tranquilla gelateria, nel momento in cui il nonno Sammontana si stufò di fare il casellante al passaggio a livello della ferrovia. Chi l’avrebbe mai detto: è incredibile come certe scelte influenzino il correre del destino e del futuro…

Il Festival del Gelato 2013 a Firenze si è concluso. L’appuntamento è per l’anno prossimo, stessa città, stesso Villaggio Sammontana, ma nuove storie da raccontare. A proposito, io ho raccontato la mia, ma #sedicogelato, voi cosa dite?

Trionfo di tulipani a Villa Taranto

Vi proponiamo alcuni scatti da Villa Taranto, splendido Giardino Botanico a Verbania. La nostra visita a Villa Taranto risale al maggio del 2010, ma anche quest’anno i tulipani, variopinti, vivacissimi, meravigliosi, sono i protagonisti di questa fase del giardino. Il giardino infatti di stagione in stagione cambia volto, seguendo il ciclo dei fiori. Direi che aprile-maggio può essere parecchio soddisfacente da questo punto di vista!

Villa Taranto, Verbania: la Fontana dei Putti

Villa Taranto, Verbania: la Fontana dei Putti

I giardini sono molto ampi. Una mattinata ci vuole tutta per visitarli, per scarpinare lungo i viali, per soffermarsi alla Fontana dei Putti, per perdersi nel Labirinto delle dahlie, per scoprire che esistono infinite varietà di camelia Japonica, per passeggiare nei Giardini Terrazzati… Ogni passo che si compie è un profumo diverso, un colore diverso, uno scorcio diverso. Giochi di alberi foglie e fiori che ci ricordano quant’è bella la natura, anche quando è ordinata dal lavoro dell’uomo.

villa taranto - tulipani

Ciò che rimane più negli occhi, a distanza di anni,  è però l’immenso variegatissimo tappeto di tulipani che occupa un intero settore, in piano, del giardino: monocolore, screziati, giganti, di ogni forma e dimensione, piantati in modo da creare coreografie di un’eleganza senza pari. Un mare soffice che è giallo, nero, arancio, rosa, lilla, rosso e bianco, non v’è colore che non sia contemplato. Tutto per la gioia dei nostri occhi…

Un mare variopinto di tulipani a Villa Taranto, Verbania

Un mare variopinto di tulipani a Villa Taranto, Verbania

Se cercate un luogo romantico per un week-end romantico e insolito, ovvero lontano dai consueti circuiti turistici, Verbania e il Lago d’Orta, molto vicine tra loro, offrono di che sbizzarrirsi. Villa Taranto è la prima tappa di un tour romantico che io e Lorenzo abbiamo compiuto nel 2010. L’intero racconto è andato perduto, ma piano piano riuscirò a ricostruirlo perché, credetemi, vale davvero la pena di far conoscere luoghi della nostra bella Italia che restano altrimenti ignoti ai più.

#invasionidigitali a Dolceacqua

#invasionidigitali #dolceacqua

Il tempo da lupi non ispirava certo a mettere il naso fuori di casa, ieri, ma a noi piacciono le sfide, altrimenti non avremmo mai preso parte alle #invasionidigitali! Così, armati di coraggio, di ombrello e dei necessari dispositivi, siamo partiti alla volta di Dolceacqua, piccolo borgo medievale nell’entroterra dell’estremo Ponente Ligure, arroccato su un’altura a ridosso del fiume Nervia, dominato da un imponente castello dal quale, a suo tempo, si controllava tutta la valle fino al mare.

dolceacqua

Eravamo una trentina in tutto, tra blogger, socialmedia addicted e , soprattutto, semplici curiosi volenterosi di conoscere un borgo decisamente molto caratteristico della provincia di Imperia.

Primo passo importante: superare il ponte che collega la Dolceacqua bassa e “moderna” con la Dolceacqua medievale, tutta carrugi e case strette in pietra, addossate le une alle altre, attraverso le quali difficilmente filtra il sole. Ieri poi, con la pioggia, passare per questi vicoletti era ancora più tetro e buio, ma in ogni caso affascinante. Le pietre di questo paese parlano, raccontano storie che sono le storie dei Doria, gli antichi signori della regione, storie di sudditi che si ribellano e storie d’amore senza lieto fine… Sì, lo scenario meteorologico è proprio quello più adatto! Un tocco di colore comunque lo dà in questi giorni la manifestazione “carrugi in fiore”, per cui una serie di belle e colorate composizioni di fiori illumina e colora gli stretti vicoli del borgo.

Carrugi in fiore a Dolceacqua

Carrugi in fiore a Dolceacqua

La passeggiata nel borgo, accompagnata dalla nostra guida, si insinua subito attraverso i vicoli più stretti e coperti, fino a sbucare nel “vicolo chiuso”, un luogo di estrema difesa per gli abitanti del borgo: perché gli eventuali assalitori che fossero riusciti ad entrare in paese, giunti qui si ritrovavano in trappola, e a quel punto era difficile difendersi dalla popolazione che li assaliva dall’alto delle case…

La prima tappa vera e propria del nostro percorso per i carrugi di Dolceacqua è la biblioteca civica/archivio storico del comune/pinacoteca civica del paese. E qui vediamo documenti anche piuttosto antichi (vi sono fogli che risalgono al 1100, addirittura!) un volume di Giacomo Casanova (!) e registri napoleonici. In questa piccola stanza sta racchiusa la lunga storia di un intero borgo: peccato che sia dura mettere in ordine l’archivio e soprattutto restaurare i documenti in carta, soggetti al degrado, all’umidità e soprattutto al tempo.

Dolceacqua in un dipinto di Claude Monet

La visita della pinacoteca è la scusa per dirci che il pittore Monet si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse in alcuni suoi dipinti, ma è il luogo scelto per raccontarci la storia tragica e romantica di Laura Garoscio, giovane donna di Dolceacqua che non poté coronare il suo sogno d’amore col suo istitutore Paganìn, il quale trovò anche la morte, e che dopo molte traversie, lasciò la Liguria per emigrare in Argentina, lontano dai luoghi della sua infanzia e della sua famiglia che l’aveva osteggiata in ogni modo. Il palazzo nel quale la biblioteca/archivio/pinacoteca ha sede apparteneva a questa giovane di Dolceacqua: raccontarci la sua storia è il modo per renderle omaggio.

un tipico carrugio in salita di Dolceacqua, col pavimento a risseu (sassi di fiume conficcati nel piano pavimentale)

un tipico carrugio in salita di Dolceacqua, col pavimento a risseu (sassi di fiume conficcati nel piano pavimentale)

E proseguiamo. Il paese è arroccato, i suoi vicoli sono in salita, pavimentati a risseu particolarmente scivoloso con la pioggia; la salita non è delle più leggere, ma noi indomiti invasori non ci lasciamo abbattere: dobbiamo invadere il castello!

Del castello rimane lo scheletro esterno, le mura fortificate e le due torri quadrate che ne caratterizzano l’aspetto. Fu distrutto nel ’700 e mai più ricostruito; i Doria, signori del luogo, piuttosto che farlo restaurare preferirono stabilirsi in un palazzo a valle, lungo il fiume, appena fuori dalle mura medievali del borgo. Da quassù la vista può spaziare fino al mare, che oggi possiamo intuire solo con gli occhi della fede. Il tempo particolarmente nefando di oggi non ci consente di vedere molto, tutto è avvolto in un grigiume parecchio cupo. D’altronde sono anche le 7 di sera… Comunque la posizione del castello era strategica perché davvero si poteva controllare tutta la valle del Nervia fino al mare, e questo era fondamentale per la difesa del borgo e del territorio dall’incursione di eventuali nemici. Anche il palazzo era a prova di invasione (non digitale, però ;-) ) con le sue mura alte e spesse e i suoi dispositivi di difesa. In ogni caso non era solo un castello difensivo, ma i suoi abitanti lo avevano decorato in alcune sue parti: si vedono ancora gli stucchi sulle torri che imitano i capitelli corinzi con le foglie di acanto. Il castello è stato costruito intorno al 1300 ed è abitato fino al 1700: ha dunque una lunga storia da raccontare, e chissà quante ne hanno viste queste mura! Una di queste storie ci viene narrata dai ragazzi dell’Associazione AutunnoNero, che mettono in scena la tragica storia di Lucrezia, che rifiutò al signore del castello lo Jus Primae Noctis, riducendosi a morire di fame e di sete, e che diede il via alla ribellione che scoppiò in paese e che portò alla destituzione del signore.

Ci avviamo verso la fine dell’invasione che finisce, come nella migliore tradizione, a tarallucci e vino: una degustazione di prodotti locali, tra cui il carciofo di Perinaldo, un paese nella vallata accanto, che è presidio Slow Food, e il vino Rossese di Dolceacqua: e non c’è davvero modo migliore di concludere un’invasione!
Ho già parlato altrove dello spirito che ha animato le #invasionidigitali. Qui pertanto aggiungo la mia impressione come partecipante: le invasioni nascono come eventi culturali, gli organizzatori hanno visto negli eventi da loro organizzati un modo per far conoscere agli invasori innanzitutto, e ai frequentatori della rete in seconda battuta, i luoghi prescelti. In tutta Italia si sono organizzate invasioni in monumenti, in siti archeologici, in musei, in giardini e in centri storici; lo scopo è quello di far conoscere luoghi meno noti della nostra splendida Italia e in effetti, se si va a guardare Pinterest, vi sono luoghi meravigliosi che solo chi è del luogo conosce. Io continuo a lodare l’iniziativa, continuo a sostenere che sia importante che una cosa del genere sia stata concepita e messa in atto su una scala così vasta. E spero vivamente che si possa ripetere anche nei prossimi anni, con sempre nuove mete e sempre nuovi luoghi da scoprire.

Barcellona e Gaudì… Barcellona è Gaudì

Barcellona e Gaudì: un binomio indissolubile. L’architetto simbolo del Modernisme è colui che ha dato a Barcellona la sua immagine attuale, quella per cui è nota in tutto il mondo: a partire dalla Sagrada Familia, la cattedrale incompiuta per definizione e per statuto della città, passando a Park Guell e senza dimenticare Casa Batllò e la Pedrera, Gaudì è riuscito ad imporre uno stile architettonico unico nel suo genere, che va a cercare nella natura e nelle sue forme mai regolari né geometriche, ma sempre curvilinee, l’ispirazione e la ragione d’essere. I suoi edifici sono forme vive, che quasi respirano…

L’edificio più famoso è la Sagrada Familia, una chiesa che non sarà mai portata a termine. Non solo, ma non è mai identica a se stessa, perché i lavori di costruzione, anche se non finiranno mai, sono perennemente in corso: per forza, perché nel frattempo quello che è stato costruito ha anche bisogno di manutenzione. Di conseguenza anche i percorsi al suo interno variano, a seconda di quale parte dell’edificio sia momentaneamente sottoposta a cantiere. La Sagrada Familia è in questo senso un edificio vivo, in eterno divenire, ed è questo il suo fascino…

La Sagrada Familia e le sue gru

La Pedrera deve il suo nome alla sua facciata grigia in pietra. In realtà si tratta di un nome dispregiativo, mentre il suo vero nome è Casa Milà. Da fuori appare come un caseggiato grigio dalle pareti ondulate e alcune delle finestre decorate da pesanti inferriate. Non esiste una linea retta che sia una. Anche l’interno, che si sviluppa intorno ad un cortile circolare, non ha una sola linea retta, soffitti compresi, mentre la tettoia che copre la scalinata interna sembra presa a prestito da un enorme pipistrello… E il tetto, con i suoi buffi comignoli, merita la salita che si deve affrontare (mentre il panorama, va detto, non è eccezionale, Sagrada Familia in lontananza a parte…)

I comignoli sul tetto della Pedrera

Ma la meraviglia delle meraviglie è Casa Batllò, un vero gioiello architettonico aperto da pochi anni al pubblico, dal biglietto d’ingresso costosissimo ma che vale tanto oro quanto pesa. Si vede già da fuori che si tratta di un palazzo eccezionale, con le sue immense vetrate. Ma dentro è ancora meglio: si è catapultati nel mondo di Gaudì, fatto di vetri, di colori, di linee curve, di scale rivestite in ceramica azzurra, gli azulejos, che richiamano l’acqua del mare, di specchi deformanti, di comignoli sul tetto ancora più bizzarri di quelli di casa Milà, fosse solo per il fatto che sono colorati. L’esperienza è unica, e cambierà per sempre il vostro concetto di architettura.

Il finestrone di Casa Batllò

Oltre ai singoli edifici, Gaudì si è dedicato anche all’urbanistica. Park Guell è la sua realizzazione. Rimane lievemente nell’interno rispetto al centro di Barcellona, in altura, per cui da qui la vista spazia sull’intera città fino al mare. Ma non è certo per il panorama che bisogna venire qui… Fulcro del parco è una splendida terrazza chiusa da una panchina continua decorata in un mosaico di ceramiche coloratissime che disegnano vivaci cromie e fantasie sulla superficie in qualsiasi tonalità di colore. La terrazza è sorretta da una selva di colonne che richiamano un tempio antico, davanti alla quale sta la celebre scalinata/fontana col dragone, che tutti almeno una volta nella vita hanno visto in fotografia. Il parco è molto grande: si attraversa una foresta di pietra, per esempio, mentre all’ingresso in basso del parco si trova il Museo Gaudì, allestito nella casa che l’architetto aveva riservato per sé all’interno del parco.

il dragone a Park Guell

il dragone a Park Guell

Gaudì fu senz’altro un architetto geniale. Le sue intuizioni sono insuperate e insuperabili, ma non bisogna fare l’errore di pensare a lui come ad una voce fuori dal coro nel panorama dell’architettura catalana; bisogna invece calarlo nel contesto culturale e artistico nel quale lavorava: siamo all’inizio del Novecento, in un periodo in cui in Europa si diffonde il Liberty e/o l’Art Nouveau, che a Barcellona ha come esito la corrente chiamata Modernisme. Gaudì non ne è il solo rappresentante, ma uno tra i tanti: l’architetto Puig y Cadafalc, per esempio, realizza a poca distanza dalla Pedrera Casa Les Punxes, e accanto a Casa Batllò Casa Amatllér, che contrasta con essa per l’uso di linee rette e  angoli nella facciata, che le danno l’aspetto di una casa di Amsterdam, totalmente fuori contesto, quindi, se vogliamo, in una città mediterranea… E ancora, per chiudere in bellezza, il Palau de la Musica Catalana, dell’architetto Domenech y Montaner, dove ad una struttura innovativa si affianca l’uso smodato della decorazione vivacissima ed esuberante.

Il Modernisme ha segnato profondamente Barcellona, dandole un’identità urbanistica totalmente nuova rispetto a quella della città gotica che aveva fino all’inizio del XXI secolo. Immergersi nel suo linguaggio, restarne affascinati ed esserne conquistati è inevitabile. Può anche non piacere, per carità: ma di sicuro non lascia indifferenti e suscita ben più di un’emozione…

Domenica pomeriggio al Museo Stibbert

Frederick Stibbert era un tipo strano. Era ricco, molto ricco. Per cui non diremo che era un tipo strano, ma piuttosto che era un tipo eccentrico. Sì, era un tipo eccentrico, Frederick Stibbert. Innanzitutto era un po’ troppo legato, morbosamente, direi, alla madre, e poi era un collezionista esagerato, anzi, maniaco! In particolare le armi e le armature lo interessavano, che fossero europee, islamiche, indiane, turche o giapponesi, medievali o rinascimentali, lui le doveva possedere tutte; che fossero elmi, corazze, spade, scudi, scimitarre, fucili e finimenti dei cavalli, nella sua collezione doveva rientrare tutto quanto! La sua vita si svolge tra il 1838, anno della sua nascita a Firenze, al 1906, quando muore non prima di aver donato alla città la sua casa convertita in un museo che ospitava la sua collezione: Frederick aveva speso una vita a metterla insieme, non poteva certo permettere che potesse essere smembrata dopo la sua dipartita!
La casa-museo Stibbert sorge all’interno di un parco ad ingresso libero nel quale i Fiorentini passano i loro pomeriggi, chi con i figlioli, chi con il cane, chi semplicemente in compagnia di un buon libro. Per chi vuole visitare il museo, la visita, di un’ora, accompagnata, costa 8 euro e catapulta nel mondo magico di quest’uomo probabilmente mai diventato adulto del tutto. Se i bambini amano giocare coi soldatini, infatti, lui poteva giocare con i modelli a grandezza naturale: tra i cavalieri a cavallo dell’armeria europea e quelli dell’armeria islamica, aveva l’imbarazzo della scelta!

Museo Stibbert

Entrare nel mondo di Stibbert equivale a immergersi in un universo fantastico, dove ogni sala racconta di un’epoca , di un’area geografica popolata da valorosi e immortali soldati, cavalieri di un esercito fantastico e prezioso che fa impazzire i bambini. Ma andiamo con ordine. Nella prima sala, la quadreria, più che le armature attira la grande quantità di dipinti appesi alle pareti, tra cui, a saper guardare, si cela un dipinto di Peter Brueghel il Giovane… Andando avanti, è molto suggestiva l’armeria islamica, che nelle pareti si rifà agli interni della Alhambra di Granada, e che ospita armature e abiti turchi, persiani e indiani. Il nostro Stibbert era un gran viaggiatore, e dai suoi viaggi in giro per il mondo riportava sempre qualcosa per la sua collezione. C’è chi colleziona biglietti da visita (come la sottoscritta) e chi colleziona armature. Ognuno ha lo spazio che si merita, del resto…

Divertenti sono i paramenti per gli elefanti, direttamente dall’India, ma la sala più bella in assoluto, più suggestiva sia per il corteo di cavalieri che sfila, sia per l’ambientazione in una sala medievale, è la sala della cavalleria dell’armeria europea. Qui i bambini, che hanno già avuto modo di indossare qualche elmo, si divertiranno come matti a guardare i cavalli bardati, le vetrine piene di elmi, di spade, di scudi, le armature pesantissime eppure riccamente decorate  come fossero opere d’arte… Anche gli adulti rimangono affascinati. Forse un po’ sopraffatti, ma affascinati.

Museo stibbert

Museo stibbert

Dopo queste, che sono le sale del museo vero e proprio, si entra nell’abitazione privata di Frederick Stibbert, della sua amata madre e delle sue sorelle Erminia e Sofronia (non ridete, per favore!). Una serie di sale, piccine, più grandi, sontuose, come la sala da ballo, intime, come la camera da letto di mamma e quella di Frederick (rigorosamente accanto), infine la collezione di porcellane (di Doccia, di Capodimonte, di Meissen) che completano il percorso, ci danno un’idea del lusso in cui quest’uomo viveva a Firenze alla fine del XIX secolo, quando l’Italia aveva da poco raggiunto la sua Unità politica e Firenze, dopo pochi anni da capitale, era tornata ad essere una città importante, soprattutto dal punto di vista culturale.

museo stibbert. La sala da ballo

museo Stibbert. La sala da ballo

La passeggiata nel parco è una tranquilla e rilassante camminata nel verde di alberi frondosi e di aiuole dove timide margherite in fiore biancheggiano in questa primavera finalmente sbocciata. Centro del parco è il laghetto dominato da un tempietto egittizzante che sembra arrivato lì per caso… ma che poi non è così strano, se pensiamo al nostro padrone di casa..

il tempietto egizio nel parco Stibbert

il tempietto egizio nel parco Stibbert

Svegliarsi all’alba nella foresta amazzonica

La notte è silenziosa nella foresta. Probabilmente il silenzio sarebbe rotto dall’incessante ronzare degli insetti, ma i bungalows del lodge, qui lungo il Rio Madre de Dios nella foresta amazzonica peruviana, sono forniti di zanzariere e il letto stesso é sotto un baldacchino di zanzariera, che isola i nostri corpi dall’assedio delle bestiole di qualsiasi tipo, volanti o zampettanti che siano. Il caldo umido dell’inizio della notte è pesante, chi non lo regge dorme male, ma va smorzandosi verso notte fonda, fin quando a rasentare il fresco delle prime luci dell’alba.

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Ma non è la sensazione di fresco che ci sveglia, non il brividino di piacere che ci fa rintanare sotto il lenzuolo, ma un’altra sensazione, che si insinua nel sogno, fino a catturare la nostra attenzione dormiente e a svegliarci, senza nessuna possibilità di riprender sonno. Parte piano, come un ronzio, poi cresce, si alimenta, si avvicina e ci travolge come un’onda: è la sveglia della foresta amazzonica.

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Al primo chiarore la prima cicala inizia a dare l’avviso che é l’ora di dare avvio alla giornata. Subito è imitata dalla sua vicina, e da un’altra e da un’altra ancora. In pochi minuti migliaia di cicale intonano il loro canto, un suono squillante, continuo, talmente forte da sembrare una sirena. E in effetti della sirena ha anche la funzione: avvisa tutta la foresta, avverte che “oh, è l’ora di svegliarsi!”
La sirena delle cicale avverte i pappagallini verdi che ogni mattina, poco dopo l’alba, si riuniscono alla qolqa nel bel mezzo della foresta, per far rifornimento di sali minerali sulla parete d’argilla. Ne arriva prima uno, sorvolando l’area per verificare che non vi sia pericolo, poi un altro, poi 5, 10, 30 pappagallini che si attaccano alla parete verticale di argilla trasformandola in un muro verde in perenne movimento. Mentre la maggior parte si nutre, qualcuno sta di vedetta, perché il falco, anch’esso svegliato dalla sveglia dalle cicale, deve fare colazione e la colazione dei campioni per i falchi della foresta amazzonica prevede proprio un pappagallino verde… I pappagallini hanno i minuti contati, devono fare in fretta e infatti, di punto in bianco… Flap flap, un battito d’ali e pressoché all’unisono si dileguano nel folto della foresta. Le vedette hanno visto un falco? Forse: certe mattine è talmente puntuale che i pappagallini non riescono neanche ad avvicinarsi alla qolqa. Oppure sempicemente la loro colazione è finita e come noi solitamente sparecchiamo dopo mangiato e andiamo a lavorare, loro tutti insieme partono per la loro vita quoridiana.

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Nella foresta ora è giorno fatto. Il caldo sale pian piano, man mano che il sole sale, e tra poco sarà soffocante. La foresta si riempie dei suoni di insetti e uccelli, ormai tutti intenti nelle loro attività di tutti i giorni.

#invasionidigitali: quando la voglia di cultura parte da noi

Udite udite! Arrivano le invasioni digitali! Dal 20 al 28 aprile privati cittadini come me e te possono organizzare o prendere parte all’invasione di un luogo della cultura italiano, che si tratti di un museo, di un sito archeologico, di un giardino, di un parco, di una villa o di qualunque altra cosa ci venga in mente. Un’invasione che non è violenta né di protesta, ma una conquista: la conquista di uno spazio che di fatto appartiene al cittadino, in quanto parte del nostro Patrimonio Culturale.

invasionidigitali

Le #invasionidigitali sono nate dall’idea di Fabrizio Todisco il quale, con la collaborazione della Rete di travel blogger italiani di #iofacciorete, Officina turistica, Instagramers e l’Associazione Nazionale Piccoli Musei ha messo in piedi un progetto di quelli che non si dimenticano, andando a coinvolgere blogger, twitteri e semplici appassionati di social media per creare una serie di eventi che nell’ultima settimana di aprile coinvolgeranno quanto più possibile a macchia di leopardo i luoghi della cultura sul territorio italiano. Il fine ultimo è quello di creare un’occasione per poter coniugare la cultura e la socialità, per diffondere e valorizzare il patrimonio artistico-culturale italiano attraverso l’utilizzo di internet e dei social media.

Una tra le tante invasioni digitali programmate: Villa Hanbury a Ventimiglia; invasore: @paola_faravelli credits: Pinterest Invasioni Digitali

La scelta del periodo non è casuale, oltre al fatto che corrisponde a quello in cui gli scorsi anni si svolgeva la Settimana della Cultura (quest’anno rimandata a data da destinarsi), perché si tratta di giorni in cui molti in Italia prendono ferie approfittando delle due feste ravvicinate del 25 aprile e del 1 maggio. Così, volendo, uno può partecipare a più di un’invasione, sulla base di un calendario che sta pian piano prendendo forma e notevoli dimensioni.

La mappa delle invasioni in costante aggiornamento. Credits: Invasioni Digitali su Pinterest

Come fare? Innanzitutto seguendo la pagina facebook dell’evento, quindi consultando il sito web dove, nell’apposita pagina dedicata alle invasioni, si può vedere continuamente aggiornato l’elenco delle iniziative organizzate nelle varie sedi d’Italia. Infine, scelta l’invasione preferita, ci si iscrive su eventbrite. Il giorno convenuto, armati di smartphone, di instagram, di twitter o anche solo della propria voglia di essere presenti, si partecipa all’invasione!
Il bello di questo progetto che sta prendendo vita e forma giorno dopo giorno sotto i nostri occhi è l’aspetto della partecipazione e della condivisione; è il fatto che si tratta di un’iniziativa promossa dal basso, cui si spera che le istituzioni preposte alla cultura non tarpino le ali alludendo pigre motivazioni di ordine organizzativo; è il coinvolgimento e l’entusiasmo di tutti nel promuovere le invasioni e nel diffonderne la notizia in giro; è il clima di festa che si respira, la sensazione che si stia facendo qualcosa di bello, di importante e di nuovo. È la diffusione enorme che sta avendo, da Ventimiglia a Catania, passando per Torino, Genova, Narni, Roma, Pontecagnano e la Sardegna: su Pinterest potete vedere le boards relative a ciascuno dei luoghi che sarà invaso, tanto per cominciare a lustrarvi gli occhi…

L’invito è dunque questo: se riuscite, se potete, scegliete l’invasione che fa per voi e partecipate! Se avete invece voglia di organizzare, lanciatevi e create la vostra invasione digitale: la cultura è di tutti, il nostro patrimonio culturale ci appartiene; dobbiamo solo ricordarcelo, ogni tanto…

Sul tetto di New York…

La mia amica Fancyhollow sta per partire per New York! Beata lei! Alla mia domanda “Che cosa farete?” Lei mi ha risposto “Beh, io voglio assolutamente salire in cima a un grattacielo per vedere il panorama!” Giusto, sacrosanto! Ma dove salire? Quale grattacielo scegliere per avere la vista migliore sulla città? E in che condizioni?

Due sono le opzioni principali: l’Empire State Building e il Top of the Rock (Rockfeller Center). Entrambi possono realizzare il desiderio di spaziare con lo sguardo a 360° sulla città dei grattacieli, su tutta Manhattan, ognuno con le sue caratteristiche.

L’Empire State Building, il più alto grattacielo di New York, una vera e propria icona della città (soprattutto da quando nel 2001 sono crollate le Torri Gemelle) consente di vedere lo skyline della città dall’86° piano, oppure, più in alto, dal 102° piano. Si trova lungo la Fifth Avenue, tra la 33° e la 34° Strada. Per accedervi, il biglietto costa 23 $, a meno che non si possieda la New York City Pass, la card che consente l’accesso ai principali musei e attrazioni della città. Se possedete il City Pass, tra l’altro, la coda per voi scorre meglio e non vi impantanerete troppo a lungo in attesa del vostro turno all’ascensore (soprattutto se il vostro sogno è inseguire il tramonto dall’alto del grattacielo…). L’Empire State Bulding, vera attrazione newyorkese, è aperto tutti i giorni dell’anno, dalle 8 del mattino alle 2 di notte. Naturalmente sono previsti controlli di sicurezza per accedere all’edificio, ma tutto si svolge con ordine e disciplina. E quando si è in cima… beh, la vista è quella che avete sempre sognato: una selva di grattacieli che si stende a perdita d’occhio: inconfondibile il Chrysler Building, il grattacielo accanto alla Grand Central Station che per qualche mese, nel 1931, quando fu costruito, fu il grattacielo più alto della città (dopodiché fu proprio l’Empire a soffiargli il primato); ben lontano si identifica il grande polmone di Central Park, mentre, guardando verso il fiume Hudson si può provare a indovinare il nome dei ponti e più in là, oltre Lower Manhattan, provare a identificare la Statua della Libertà…

Empire State Building

Ritornati con i piedi per terra, sulla Fifth Avenue, appena usciti dal grattacielo, se avete fame potete fermarvi alla Earthland Brewery, birreria molto valida e brasserie.

Il Top of the Rock è il punto di osservazione del GE Building, il grattacielo del Rockfeller Center, che domina dalla sua altezza la Rockfeller Plaza. Si può vedere il panorama sulla città dal 67° e 69° piano, attraverso vetrate panoramiche, mentre il 70° piano è open air e consente alla vista di spaziare a 360° sull’intera città e di soffermarsi soprattutto a contemplare dall’alto Central Park, che da qui non dista molto. Naturalmente questo è anche il luogo ottimale per vedere l’Empire State Building, che altrimenti siete costretti a vedere sempre e solo dal basso. L’entrata principale è sulla 50° Strada, tra la 5th e la 6th Avenues. Il Top of the Rock è aperto tutti i giorni dalle 8 del mattino a mezzanotte. Nonostante sia anch’esso un’attrazione turistica, c’è meno coda per salire; anch’esso fa parte del circuito New York City Pass e il biglietto costa 25 $. Per completare la propria visita ci si può affidare ad un’app apposita sia per I-phone che per Android. Così la vista sarà a 360°, e anche qualcosa in più.

La vista sul Chrysler Building dall’Empire State Building

I due punti panoramici per eccellenza di Manhattan sono anche due attrazioni importanti nel centro della città, entrambe lungo quella grande arteria che è la Fifth Avenue. L’Empire State Building, il grattacielo simbolo della città dall’alto dei suoi 381m, e il GE Building, a capo di un complesso di edifici unico nel suo genere, entrambi costruiti all’indomani della crisi del 1929, furono la risposta architettonica e concreta del rilancio americano dopo la crisi economica. Entrambi edifici realizzati in Art Déco, sono tra i protagonisti della storia newyorkese del secondo Novecento. L’Empire, in particolare, che ha sempre dovuto “lottare” per mantenere il suo primato come grattacielo più alto della città (lo fu dal 1931 al 1973, quando le Torri Gemelle lo superarono, quindi ritornò ad esserlo ahimè nel 2001 e solo oggi ha perso nuovamente il primato, con l’avvento della Freedom Tower), è davvero impressionante, la sua silhouette lo rende riconoscibile da qualsiasi punto in tutta la città.

L'Empire State Building è perfettamente visibile anche dal Ponte di Brooklyn

L’Empire State Building è perfettamente visibile anche dal Ponte di Brooklyn

Comunque sia, che si tratti dell’Empire o del Top of the Rock si casca, anzi si sale, sempre bene!

L’Anello della Calvana: camminare nella natura a pochi km da Prato e Firenze

Calvana

Approfittando del primo sabato di sole, nonostante non sia ancora iniziata la primavera sul calendario, io e Lorenzo avevamo troppa voglia di sgranchirci le gambe per restare a casa a guardare le qualificazioni del GP d’Australia. Così, preparati i panini, studiato il percorso, ovviamente, armati di pile, giacca a vento e scarpe da trekking, siamo partiti di prima mattina alla volta di Prato, per raggiungere il piccolo borgo di Filettole. Continuiamo così la nostra esplorazione dei dintorni di Firenze.

Sarà che il nome mi ricorda per assonanza Frittole, ma pensare che siamo a pochi km dal distretto industriale più importante della Toscana mi ha fatto pensare che qui, in collina, circondati dalla natura sotto forma di bosco, c’è davvero la porta verso un altro mondo. Benigni e Troisi si erano ritrovati catapultati nel Rinascimento, noi, molto più semplicemente, ci siamo immersi nel bosco e nella vegetazione più fitta.

Il percorso che abbiamo scelto corrisponde all’Anello della Calvana: nella prima parte calca il sentiero 40, arrivando fino alle case abbandonate di Valibona; poi, col sentiero 20 sale fino al M.te Cantagrilli, quindi percorre la cresta montuosa fino alla Retaia e infine, prendendo il sentiero 26 ridiscende a Frittole, pardon, Filettole. Sembra veloce ma non è, e noi abbiamo impiegato molto più tempo, vuoi perché fuori allenamento, vuoi per le soste panoramiche, vuoi per il pranzo, vuoi per l’incontro con i cavalli, delle 4.30 ore circa previste dalla nostra guida tascabile, Sentieri di Firenze, di Stefano Ardito.

Il sentiero CAI 40 dopo un primo tratto tra le case di Filettole, passa davanti a Villa Gherardi, quindi continua, costeggiando oliveti e fattorie lungo il versante della montagna che dà sulla valle del Bisenzio, il fiume che scende verso Prato.

oliveti all'inizio del percorso a piedi della Calvana

oliveti all’inizio del percorso a piedi della Calvana

Poi ci si inoltra nel bosco. Un lungo percorso in lieve pendenza che si avverte a malapena si spinge nella boscaglia, costeggia ad un certo punto lo scorrere di un piccolo torrente, ricalca in un tratto un selciato antico, medievale addirittura, fino a sbucare, dopo 2 ore e più di cammino, in una radura che segnala l’uscita dal bosco, l’approssimarsi delle case abbandonate di Valibona e il cambio di percorso verso la vetta del Monte Cantagrilli, in un paesaggio completamente diverso.

il sentiero ricalca un selciato medievale in alcuni tratti ancora conservato

il sentiero ricalca un selciato medievale in alcuni tratti ancora conservato

La cosa più bella di percorrere un tratto di bosco del genere in questo momento dell’anno, agli inizi della primavera, è proprio cogliere i segni della nuova stagione in arrivo, attraverso l’apparire sul terreno dei timidi fiorellini primaverili: gli anemoni alle quote più basse, poi le violette, le orchidee selvatiche e addirittura le primule! Fiorellini che con la loro sola presenza ingentiliscono un territorio che sta uscendo dall’inverno, ben evidente nel muschio di un bel verde acceso che copre ogni cosa, tronchi d’albero caduti e alberi vivi, pietre di muri a secco e rocce, fin nell’alveo del piccolo torrente, che infatti scorre in un letto tutto verde!

Il Rio Buti che costeggia il percorso. O viceversa...

Il Rio Buti che costeggia il percorso. O viceversa…

L’uscita sulla radura conduce immediatamente all’incrocio con gli altri sentieri che passano da queste parti. Noi proseguiamo per un piccolo tratto, fino a raggiungere le case abbandonate di Valibona, che furono uno dei teatri della Resistenza su queste montagne: un monumento realizzato nel bosco di conifere che circonda le case ci racconta della battaglia che qui si svolse il 3 gennaio 1944 tra partigiani  e fascisti.

Si tratta di poco più di un edificio in pietra e mattoni, ormai privo del tetto, crollato, e del quale rimangono soltanto le travi di sostegno; le finestre non hanno più i vetri, è vietato inoltrarsi all’interno delle abitazioni per via del pericolo di crolli, cosa che non fatico a credere, data la situazione di estremo abbandono e rovina, direi quasi degrado delle murature.

Le case abbandonate di Valibona

Le case abbandonate di Valibona

Spira un vento gelido poco simpatico. Tuttavia, poiché non sappiamo cosa ci riserverà il percorso da qui in avanti, decidiamo di fare sosta per il pranzo. Ma male ce ne incoglie: perché una nuvola particolarmente antipatica va ad oscurare il sole che fino a quel momento aveva fatto capolino e ci fa congelare le povere mani che reggono i panini. Nonostante le energie impiegate fino a questo momento, il freddo mi fa passare persino la fame!

Ripartiamo, lasciamo Valibona e torniamo all’incrocio con gli altri sentieri. Qui imbocchiamo il 20, che fin da subito sale attraverso i prati pieni di crochi, il primo fiore che sboccia dopo l’inverno, diretti alla vetta del M.te Cantagrilli. Ora, seguire un percorso CAI in un prato o in una radura è cosa ben diversa da seguirlo nel bosco: nel bosco si cammina su un sentiero e quello soltanto, non c’è modo di perderlo, perché è l’unico passaggio aperto nel fitto della boscaglia. Ma in una radura tutto è aperto: l’occhio può spaziare su un orizzonte molto ampio, e l’area camminabile è molto estesa, cosicché diventa importante saper riconoscere qui meglio che altrove i segnavia bianchi e rossi del CAI, anche a lunga distanza, ma anche le tracce sul terreno che indicano il tracciato. Da bravi cittadini che diventano Giovani Marmotte per un giorno, abbiamo imparato a riconoscere le tracce utili per scegliere, in caso di dubbio sulla direzione da seguire, il tracciato giusto. Innanzitutto i segnali CAI, che ovviamente sono piazzati non su tutte le rocce o alberi, ma ad una certa distanza l’uno dall’altro, riuscendo così a darci un’indicazione della direzione da seguire. Per un’operazione del genere ci vogliono però occhi buoni che sappiano vedere parecchio lontano, e che le condizioni del terreno lo consentano. Nel caso di oggi, quando i segnali CAI non erano sufficienti (in realtà il sentiero 20 è ben segnalato) abbiamo guardato al fatto che il sentiero doveva già essere stato battuto da altri piedi, quindi trovare la traccia nell’assenza di erba e, nel fango, nelle impronte di mountain bike, di scarpe da trekking appartenenti ad altri camminatori che ci avevano preceduto e, non ultimi, agli zoccoli di cavalli (molto più indicativi, questi, dei loro escrementi, sparsi ovunque su questi prati). Sì, perché da queste parti i cavalli pascolano allo stato brado, il che rende particolarmente interessante la prospettiva di un incontro con qualche esemplare. Mentre saliamo al Monte Cantagrilli li vediamo in una radura in lontananza. Ma i nostri piedi oggi non ci porteranno da quella parte.

Il Monte Morello e l'A1 verso Bologna dal M.te Cantagrilli

Il Monte Morello e l’A1 verso Bologna dal M.te Cantagrilli

Purtroppo non siamo nella stagione giusta per appurare il perché del nome del monte Cantagrilli. Ma la vista da quassù, a 818m slm, spazia su tutta la valle che separa la Calvana, su cui siamo noi, dal Monte Morello, che giganteggia di fronte al nostro sguardo; in fondo alla valle scorre l’autostrada che va verso Bologna, mentre laggiù, immersa nella foschia, c’è Firenze, della quale si indovina a malapena il Duomo. Abbiamo cambiato versante rispetto a stamani: quando siamo partiti il nostro percorso gravitava sulla valle del Bisenzio, mentre ora guardiamo Firenze e, più vicina, la piana di Sesto. E la cosa più incredibile è che vicino a città grandi, moderne e industrializzate come sono il distretto Firenze-Sesto-Prato si possano trovare ancora tratti di natura pressoché incontaminata! Sulla vetta del monte, come nella migliore tradizione, è stata posta un’alta croce rivolta proprio verso il Monte Morello. E sembra che chiacchierino tra loro, le due montagne, Morello e la Calvana, estreme propaggini dell’Appennino ToscoEmiliano alle cui pendici sorge Firenze e la sua conurbazione.

Proseguiamo da qui, seguendo indicazioni bianche e rosse, tracce di mountain bike e zoccoli di cavalli, verso l’altra vetta del percorso, la Retaia. Ora stiamo camminando sulla cresta della montagna, per cui il nostro sguardo vede a destra Prato e a sinistra Firenze. Da quassù il panorama è pressoché a 360° sul territorio circostante. Meraviglioso.

Anche sulla Retaia c’è una croce a segnalare la vetta. Da qui lo sguardo sull’immensa valle ai piedi della Calvana spazia ancora meglio. D’ora in avanti il percorso è in discesa. E finalmente, del tutto improvvisamente, anche se ci avevamo sperato fortemente, ci ritroviamo davanti a due cavalli, madre e puledro, e un mulo molto socievole, che si avvicina e si lascia toccare. Il puledro e la giumenta invece, per quanto assolutamente non infastiditi dalla presenza umana, non sono altrettanto socievoli. Il nostro incontro con gli abitanti del luogo può dirsi realizzato! E così continuiamo la discesa. Che si rivela notevolmente lunga.

calvana

Imboccato il sentiero 26 (e non nego che per trovarlo abbiamo fatto un po’ di fatica), il percorso si inoltra di nuovo nel fitto della boscaglia e comincia a scendere inesorabilmente. Si passa davanti al Chiesino di Cavagliano, una piccola cappella dedicata alla Madonna appena discosta dalla via di Cavagliano, piccolissimo borgo poco distante che si raggiunge con un percorso che parte da Travalle (e che probabilmente affronteremo, prima o poi), e poi giù, sempre più giù, attraversando la via larga del sentiero 24 e ributtandosi nel fitto della boscaglia fino a che le campane della chiesa di Filettole non ci avvertono che siamo quasi arrivati. E solo ora ci accorgiamo della fatica di tutta la giornata, delle gambe doloranti e dei piedi che non sentiamo più (io con le scarpe da trekking nuove, poi!). Il sole sta calando, è l’ora giusta per tornare a casa. E infatti rimontiamo in macchina. Lasciamo il borgo di Filettole, la porta verso la natura, e ci ributtiamo nel traffico cittadino che, volenti o nolenti, è il nostro ambiente naturale.

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