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UNA SETTIMANA DA DIO: UNA SETTIMANA A NEW YORK!

DIARIO DEL VIAGGIO A NEW YORK CITY, 16-22 marzo 2009

Riporto qui di seguito il diario che avevo redatto in occasione del nostro viaggio a New York a marzo del 2009. Come per gli altri diari di viaggio che ho pubblicato fin qui, come potete notare, non è particolarmente recente, ma era stato pubblicato, come tutti gli altri diari, sul vecchio e defunto blog. Lo riporto qui perché non è giusto che se ne perda la memoria anche perché ho avuto riscontri, in questi anni, da parte di lettori che mi hanno chiesto consigli e approfondimenti proprio in virtù di quanto narrato nel diario. Di conseguenza eccolo qui, senza neanche una virgola di differenza.

All’epoca, durante il soggiorno a New York, avevo pubblicato pressoché in tempo reale delle impressioni di viaggio giorno per giorno. Mi piacerebbe recuperare anche esse dal grande database di Google WebCache, perché sono piene di quella freschezza e spontaneità di impressioni tipiche di chi vede qualcosa o vive un’esperienza per la prima volta, prive di qualsiasi elaborazione.

Ecco a voi, senza altri indugi, il racconto di una settimana da dio, una settimana a New York!

new york

1 – FIN DALL’INIZIO…INEBRIATI DA TIMES SQUARE!

16-03-09

L’arrivo

3…2…1…Partiti!

Tra mezz’ora atterreremo a New York dopo 9 h di volo Lufthansa con partenza da Francoforte. Siamo in piedi da parecchio prima dell’alba: siamo partiti con Lufthansa alle 7:05 da Firenze. Abbiamo cambiato a Francoforte da cui siamo ripartiti alle 10:45 e ora, dopo un’interminabile volo in cui s’è mangiato, dormito, guardato la TV (film disponibili in italiano) sembra proprio che stiamo per arrivare. In aereo abbiamo compilato i moduli per l’immigrazione. Non ci resta che consegnarli al nostro arrivo al JFK e poi è fatta. New York, arriviamoooo!!!!

Atterriamo in orario al JFK, sbrighiamo tutte le faccende burocratiche dell’ufficio immigrazione (comprensive di impronte digitali e fotografia), recuperiamo il bagaglio e ci dirigiamo verso l’Airtrain. Dal terminal 1 arriviamo così a Jamaica Station, e da qui prendiamo la LIRR (Long Island Rail Road) che, con viaggio brevissimo, termina a Penn Station, nel pieno centro di Manhattan, sulla 7° Avenue, all’altezza della 34° strada, meglio di così! Il nostro hotel, il Red Roof Inn, infatti, è a poca distanza da qui, sulla 32° strada, altresì chiamata Korea Way, data l’estrema concentrazione di ristoranti ed esercizi commerciali coreani, tra la 5° e la 6° avenue. La nostra camera, al 16° piano, affaccia direttamente sull’Empire State Building! Siamo decisamente in centro, non c’è che dire! Siamo atterrati al JFK alle 14.30, ora locale, siamo arrivati in hotel addirittura prima delle 17. La scelta della LIRR rispetto alla metropolitana si è rivelata davvero efficace!

Prima esplorazione

È quindi ancora giorno pieno quando decidiamo di uscire in perlustrazione. Percorriamo così un tratto di Fifth Avenue, costeggiamo il nostro vicino, l’Empire State Building, arriviamo fino alla New York Public Library, dopodiché pieghiamo, sulla 42° strada, costeggiando il bryant Park e arriviamo a Times Square.

Times Square: il futuro è qui!

E qui mi rendo conto che siamo in America, che siamo realmente a New York. Tutto è luci, tutto è movimento: maxischermi che trasmettono pubblicità a tutto spiano: sembra uno scenario futuristico, sembra di essere sul set di un film tipo Blade Runner o Minority Report, e invece no, è tutto maledettamente reale, e psichedelico.

times square

La luminosissima Times Square

Prima serata su suolo americano

Dopo essermi ripresa dallo chock ridiscendiamo lungo Broadway, una lunga arteria che interseca obliquamente i vari isolati della Midtown, fino alla 34° strada, dove c’è Macy’s, il più grande tra i Grandi Magazzini del mondo, più grande di Harrod’s a Londra, più grande de Lafayette a Parigi…occupa un intero enorme palazzone e si allunga su tutto l’isolato tra Broadway e la 7° Avenue.Siamo provati dal lungo viaggio in aereo e sappiamo che se non stiamo attenti il fuso orario ci ammazzerà. Pertanto sono le 19 ora locale (mezzanotte in Italia: qui c’è già l’ora legale) quando decidiamo di andare a cena. La scelta cade sull’Earthland Brewery, il ristorante/steak house/birreria ospitato ai piedi dell’Empire, a pochi passi dall’hotel, attirati da un bel plateau di 6 birre della casa, tutte da provare. La cena, a base di carne o, come dicono qui, steak, non è abbondante come speravamo, e soprattutto non vale il prezzo speso, ma è ampiamente ricompensata dal plateau di birre, un’esperienza divertentissima per chi come noi ne è appassionato e un minimo se ne intende!

Avviandoci verso l’hotel ci imbattiamo nei primi negozi di souvenir, marchiati dal logo “I ♥ New York”, che vendono a prezzi folli merchandising in occasione della festa degli Irlandesi, la St. Patrick Parade, che noi ovviamente seguiremo con interesse. La prima giornata su suolo americano, anzi newyorkese, si è conclusa. E noi, stanchi ma felici, andiamo a dormire.

2 – PEOPLE AND SKYLINE: ST. PATRICK’S PARADE e EMPIRE STATE BUILDING

17-03-09

Happy St. Patrick to everyone!

Oggi la nostra giornata ruoterà intorno alla St. Patrick’s Parade, che inizierà alle 11 e percorrerà tutta la Fifth Avenue fino al Guggenheim Museum, all’incirca. Impieghiamo utilmente il tempo nell’attesa dell’inizio andando alla Grand Central Station, sulla 42°, importante stazione ferroviaria dove si svolge, tra l’altro, una scena del cartone animato Madagascar (per capirci, l’incontro/scontro con la vecchina). Splendida stazione dei treni, molto grande e ariosa, in un elegante edificio che nulla ha a che vedere con i suoi vicini grattacieli, si riempie immediatamente di una folla di ragazzi vestiti e truccati di verde, appositamente conciati per la parata che tra poco avrà inizio.Usciti da qui si vede molto bene il Chrisler Building, un elegante grattacielo, anche se non tra i più alti qui a Manhattan.Ci sistemiamo dunque in un buon posto lungo le transenne sulla V Avenue e aspettiamo l’inizio della Parade. In realtà vale la pena anche osservare il pubblico e la gente come si agghinda per l’occasione, perché si può avere davvero un’idea di come la fantasia umana non abbia limiti.

La sfilata ha inizio

Ed ecco che inizia la St. Patrick’s Parade, una lunga infinita sfilata cuipartecipano i vari corpi di polizia, forze dell’ordine e dell’esercito, le bande musicali delle varie High School di New York, molteplici delegazioni di comunità irlandesi non solo di New York, ma di tutti gli States, i vari clan e chi più ne ha più ne metta! La comunità irlandese è effettivamente molto forte a New York, prova ne sia, uno su tutti, il mitico film “Gangs of New York” che altro non racconta se non le lotte all’interno della comunità irlandese di una città ancora agli albori.

Apre la sfilata l’esercito, segue il sindaco Bloomberg, è la volta poi dei vari corpi di polizia accompagnati dalla banda, spesso e volentieri costituita da Irlandesi in costume tradizionale (e così ho scoperto che il kilt non l’hanno solo gli scozzesi!), seguono le High School, qualcuna anche con infreddolitissime majorettes e cheerleaders e l’immancabile banda, e infine le delegazioni delle varie comunità irlandesi d’America, con la gente comune che sfila, che saluta, che fotografa la folla di curiosi che assiste.

st. patrick parade New York

Cambio di scena: il Guggenheim Museum

Stiamo un’oretta e mezzo a vedere la sfilata, poi ci rechiamo al Guggenheim Museum, fondazione-museo di arte contemporanea tra i più illustri e famosi al mondo. L’architettura del museo è sicuramente, per noi profani che non capiamo un tubo di arte contemporanea, la cosa più meritevole dell’intero museo: la cosiddetta “Rotunda”, nata dalla felice intuizione del geniale architetto Frank Loyd Wright, è un percorso a spirale che si snoda per 5 piani di esposizione, cui sono collegati i vari “Annexe”, sale in cui si trovano le collezioni permanenti (con opere di Kandinsky, Picasso – “Woman ironing” e “Le moulin de la Galette” , Pissarro – “The ermitage at Pontoise”, Cezanne – “Bibémus”) e le collezioni temporanee: quella attualmente esposta, fino ad aprile 2009, è “The third mind. American artists contemplate Asia, 1860-1989”, dedicata al contatto tra gli artisti americani e il mondo orientale, lo zen, la filosofia, la cultura, ma anche ad artisti giapponesi (tra cui Yoko Ono) che reinterpretano il loro retroterra culturale.

Guggenheim new york

L'interno del Gugghenhaim di New York

Per il biglietto d’ingresso optiamo per la New York City Pass, un carnet con 6 ingressi per altrettante attrazioni: Guggenheim, appunto, MoMA, Metropolitan Museum, museum of Natural History, Empire State Building, Elli’s Island o in alternativa la Circle Line, giro in battello intorno a Manhattan, con un risparmio del 50% sul totale: 74 $. Considerato che i musei qui costano tantissimo, tanto vale approfittare dell’opportunità!

Dopo 3 ore di visita usciamo stremati (in particolare è la complessità del Minimalismo che ci distrugge), mentre davanti a noi continua a sfilare senza posa la St. Patrick’s Parade.

A zonzo in una foresta di grattacieli

Ripercorriamo all’indietro la Fifth Avenue, costeggiando Central Park che purtroppo ha ancora un aspetto “invernale”, con alberi spogli e prato inesistente, ma pur sempre col suo fascino ora un po’ decadente, tra un hot dog e l’altro presi ai baracchini dislocati qua e là e alla coca cola in bottigliette da 590 ml! Arriviamo così fino all’inizio di Central park, nella piazza su cui si affaccia da un lato lo splendido Plaza Hotel(siamo entrati nella hall, ed è una favola!), dall’altra il cubo di vetro dell’Apple Store.La sfilata continua: sono le 5 P.M. ormai, ma essa non accenna a finire. Il traffico di pedoni che cercano di attraversare le strade nonostante la sfilata è incredibile, pertanto ci allontaniamo dalla 5° e ci dirigiamo piuttosto verso l’ONU, non a caso chiamato “Palazzo di vetro”, giusto per vederlo da fuori. Il vero motivo è in realtà fare un giro della Midtown che non sia “fifth-avenue-centrico”, ma spazi anche al di fuori della via più popolare della città per vedere altre avenue, come la Lexinton, la Madison, o Park Avenue, e i grattacieli che si affacciano su di esse, come il Lipstick, ad esempio.

lipstick building

Il Lipstick Building, Manhattan

New York al tramonto: l’Empire State Building

Ritornando sulla 5°, e avvicinandosi il tramonto, nulla sembra più appropriato della scalata fino all’86° piano dell’Empire State Building. Una minima coda per il metal detector, poi si salta la fila per i biglietti perché abbiamo la NY City Pass, e quindi su in ascensore fino all’86° piano. La folla è tanta (soprattutto turisti brasiliani!) ma il panorama è splendido. L’Empire State Building, che è rimasto il grattacielo più alto di New York dopo il crollo delle Torri Gemelle, fa godere di tutta la vista su tutta quanta Manhattan e oltre. Da qui vediamo dall’alto tutto quello ciò che andremo a visitare nei prossimi giorni e anche ciò che, per carenza di tempo, dovremo rimandare ad un’altra occasione (mai dire mai): da questo lato Central Park, tutta la Fifth avenue, il Chrisler Building…, qui di lato Brooklyn, da quest’altra parte il Flatiron building, e più in giù Lower Manhattan, e sullo sfondo la Statua della Libertà…Il tramonto veste New York di una bella luce rosata. Ma il tempo di ridiscendere dall’Empire ed è già notte.

empire state building

Empire state building

Ora di cena…all’americana

Si fa tardi. Un’indicazione sulla guida ci porta dalla cima dell’Empire all’8° avenue lungo la 34° strada per cercare un locale per la cena, locale che si rivela però non esattamente rispondente alle nostre aspettative (probabilmente funziona solo a pranzo, perché ora è triste e deserto). Ma poco oltre, tornando sui nostri passi ci imbattiamo nel Tick Tock Diner, un locale enorme, di quelli tipicamente americani che si vedono nei film. Il Double Burger che mangiamo è l’esperienza più grossa in fatto di hamburger e simili che io abbia mai fatto. Entrambi facciamo fatica a finirlo, ma il divertimento e la pancia piena ci danno grande soddisfazione, oltre al prezzo decisamente contenuto.

Felici di questa inaspettata scoperta, e soprattutto con la pancia piena, torniamo in albergo, a dormire.

3 – Dai giganti in (carne) ed ossa ai giganti di vetro e acciaio: dai DINOSAURI del MUSEUM OF NATURAL HISTORY ai GRATTACIELI di LOWER MANHATTAN

18-03-09

Una mattina al museo

La nostra mattinata prevede il Museun of Natural History. Arriviamo alle 9, all’apertura, pronti a goderci lo spettacolo! Il film “Una notte al museo” che è ambientato qui, pur presentandoci un museo meraviglioso, tanto vero da essere vivo, non riesce a dare l’idea precisa di cos’è esattamente il museo di Storia Naturale: è insieme un museo di antropologia ed etnologia, ha una sezione di mineralogia, una di storia dell’evoluzione umana, una di paleontologia, con le ricostruzioni degli scheletri di dinosauri per cui è famoso nel mondo, ma soprattutto ha una cosa che lo rende una chicca imperdibile: i diorami che illustrano tutta la fauna mondiale vista nel proprio ambiente naturale ricostruito; ogni continente ha la sua sezione e lo stesso dicasi per il mondo sommerso, in un’immensa sala blu e buia che evoca le profondità oceaniche, in cui domina, sospesa sopra le nostre teste, un’immensa balena.

museum of natural history

la grande balena, al Museum of Natural History di New York

Sarebbe da passare qui una giornata intera, ma alle 3 P.M. in Times Square apre il TKTS per comprare a metà prezzo i biglietti invenduti per la sera degli spettacoli di Broadway. Quando arriviamo sono già le 15.10 e la coda è già infinita. Decidiamo di soprassedere per oggi, perché in programma abbia un milione di cose da fare, ovvero un bel giro di Lower Manhattan, più Chinatown e Soho.

Percepire l’assenza: Ground Zero

Ed eccoci a Lower Manhattan. Qui ci accoglie uno tra i grattacieli più antichi di New York, il Woolworth Building, ma girato l’angolo eccoci a St. Paul Chapel, una piccola chiesina in stile neogotico fuori, bianca e ariosa dentro, in cui pregò George Washington, ma che dal 2001 è divenuta un tempio in memoria delle vittime dell’attentato dell’11 settembre. All’interno infatti si alternano memoriali, altari, foto dei morti nel crollo delle Torri Gemelle, che sorgevano proprio qui davanti, dove ora invece c’è un immenso cantiere a cielo aperto. Così è anche abbastanza suggestivo uscire dalla chiesa, trovarsi davanti il piccolo cimitero ottocentesco e poco oltre Ground Zero. Fa effetto vedere l’“assenza” del Word Trade Center: immaginando New York e la foresta di grattacieli che si frastaglia nel cielo, questo spazio di azzurro rimasto libero lascia un po’ di amaro in bocca.

ground zero

il piccolo cimitero davanti a St. Paul Chapel con, sullo sfondo, Ground Zero

Driiin! È lo shopping-time!

Il nostro giro potrebbe proseguire ma…Din din diiiiin! È l’ora dello shopping! Perché di fronte a Ground Zero c’è Century 21, uno spettacolare outlet delle migliori marche in fatto di abbigliamento, borse e scarpe uomo, donna e bambino! Esco da lì felice come una bambina, con una sacchettata di acquisti eccezionali! E le sorprese non finiscono, perché da lì a poco un baracchino propone il Bubble Tea, un té freddo “addizionato” con delle perle di tapioca gelatinose: un’esperienza nuova che accolgo con entusiasmo!Un giro a Wall Street è d’obbligo, poi una foto di rito con Charging Bull, la statua in bronzo di un toro che carica, e infine una passeggiata sul mare a Battery Park, da cui si gode la vista su Ellis Island e fino alla lontana Statua della Libertà. Un bel monumento in Battery Park è un omaggio agli emigranti che da tutto il mondo arrivavano a New York vedendovi la possibilità di una svolta nelle loro vite e nel loro futuro…

battery park

il monumento agli emigranti, Battery Park

Ora risaliamo fino a Seaport, da cui si gode la vista sul ponte di Brooklyn. Poi rientriamo su Canal Street e da qui cominciamo la lunga risalita verso Chinatown (che si rivela un po’ deludente) e verso Soho, che attraversiamo appena, per la verità più interessati ai negozi (Levi’s Store, per esempio) che altro.

Ritorniamo sulla 34° Strada e entriamo da Macy’s: giriamo qualche piano di abbigliamento, vediamo, con un certo stupore, che i prezzi non sono così alti come credevamo, ma che anzi ci sono un mucchio di sconti su prodotti firmati! Incredibile ma vero!

Quando finalmente rientriamo in zona hotel per cena, decidiamo di andare nel ristorante vietnamita che c’è nella nostra via, la Korea Way. Concludiamo quindi la nostra giornata con una zuppa vietnamita, dopodiché ci tuffiamo a letto.

4 – BROADWAY, CHE SPETTACOLO!

19-03-09

Tutta l’arte del mondo al Metropolitan

Il programma di questa mattina prevede una gustosa visita al Metropolitan Museum. Il paragone che mi viene in mente pensando al Met è il Louvre: un museo in cui viene raccolto il meglio mai prodotto dal senso artistico dell’uomo dall’antichità ai giorni nostri. In più, giustamente, un ampio settore è dedicato all’arte dei nativi americani, con i loro totem impressionanti, e alle culture del Pacifico e dell’Oceania. Molto ampia e importante la sezione egizia e quella di storia dell’arte greca e romana, che raccoglie vasi e sculture studiate nei corsi universitari di archeologia e contemplate sui più importanti manuali in materia.

Curiosa la sezione dedicata alle armature, interessante quella sulle arti decorative europee, suggestiva quella sul medioevo europeo, in una sala che vuole rievocare l’interno di una cattedrale medievale, fondamentale, infine, la sezione della pinacoteca, sia nella parte relativa al ‘900 che in quella, ben più ampia, dedicata agli artisti europei da Giotto a Caravaggio, dai Fiamminghi agli Impressionisti.

Van Gogh, autoritratto

Van Gogh, Self-Portrait with a straw hat, Metropolitan Museum

In coda al TKTS

Anche qui come al Museo di Storia Naturale ci si potrebbe schiacciare la giornata, ma noi abbiamo un imperativo: correre a Times Square al TKTS per aggiudicarci i biglietti per un musical. Qualunque sia la coda, noi DOBBIAMO andare a Broadway! E la coda la troviamo, eccome, ben 2 ore al freddo al gelo, ma alla fine ci aggiudichiamo 2 biglietti a metà prezzo (85 $, che comunque non sono pochi) per Mary Poppins al New Amsterdam Theatre, per la sera stessa. Sono le 5 P.M. quando terminiamo la coda, ormai il pomeriggio è perso, anche perché lo spettacolo inizia alle 8 P.M. Decidiamo quindi di farci un giretto restando bene o male in zona.

times square

Times Square

Ancora in Times Square entriamo nel magico mondo del M&M’s Store, dove ci divertiamo come bambini! Sono bellissimi questi negozi che in realtà sono parchi giochi! Passo dopo passo arriviamo sulla Fifth Avenue e da lì sulla 57° al Niketown, lo store su 5 piani della Nike, poi nel negozio di giocattoli più famoso del mondo, Schwarz, il paradiso dei bimbi newyorkesi.

Si accendono i riflettori..che lo spettacolo abbia inizio!

Il tempo vola.  Alle 7:30 P.M. sotto il New Amsterdam Theatre c’è già una coda spaventosa e in Times Square, che di notte è ancora più abbagliante con le sue luci e colori, non si può camminare dalla folla che c’è.Quando entriamo a teatro siamo estasiati: il teatro è tutto stucchi dorati e  colorati in tinte pastello, i balconcini tondi vengono in avanti e tutto l’insieme dà l’idea di stare in una caramella, o nel teatro delle favole.

E la favola, Mary Poppins, comincia: liberamente adattato dal film, con alcune canzoni in più, alcune variazioni nella trama e l’inserimento di nuovi personaggi, è una meraviglia: cambi di scenografia continui, effetti speciali…una scenografia dinamica come mai avrei immaginato per uno spettacolo teatrale…evidentemente c’è un motivo se Broadway è Broadway!

Usciamo da lì esaltatissimi, tornati bambini piccini per una sera, e ci avviamo lungo Broadway verso l’hotel canticchiando “I’m pratically perfect” e “Supercalifragilistiexpiralidoceus”, felicissimi dell’esperienza vissuta.

5 giorno – MoMA: IT IS ART?

20-03-09

American breakfast

Non male per essere l’ultimo giorno prima della primavera: l’inverno ci saluta regalandoci una piccola nevicata!

Oggi il programma prevede il MoMA, Museum of Modern Art, sulla 54° strada, tra la 5° e la 6° Avenue (di fronte, a chi interessa, alla boutique di Manolo Blanhik). Siccome il MoMA apre alle 10.30, approfittiamo del tempo a nostra disposizione per sperimentare la vera colazione all’americana. Per farlo andiamo al Tick Tock Diner, che ormai, dopo la colazione col Double Burger, è entrato nei nostri cuori. Neanche la colazione ci delude: il locale è strapieno, più che a cena, qui vengono gli agenti della NYPD, tra gli altri, e operai e uomini d’affari, oltre agli immancabili turisti. Ci guardiamo un po’ intorno, guardiamo il menu. Non ce la sentiamo di affrontare il salato alle 9 del mattino, per cui la nostra scelta cade sul Triple Pancake with honey and walnuts, il tutto da spalmare con burro e da irrorare con sciroppo d’acero. Usciamo da lì barcollando e ci avviamo, in metro, verso il MoMA.

Immersione completa nell’arte contemporanea

Il MoMA è un’istituzione, una di quelle cose che quando si va a New York non si può non vedere, eppure in realtà è un museo per pochi. L’arte contemporanea purtroppo è molto difficile da capire se non si hanno gli strumenti giusti, e io per prima, davanti alla prima opera vista, un foglio di carta bianco piegato in 8, ridisteso e incorniciato, espressione del Minimalismo, mi son detta “Cominciamo bene!”. Solo il IV e il V piano, su 6 (!), sono alla portata di tutti, con opere che vanno dal tardo impressionismo al cubismo (le “Demoiselles d’Avignon” di Picasso, Bracque) al futurismo (Boccioni, Balla) e poi Jackson Pollock ed Andy Warhol, De Chirico, Mondrian e le Ninfee di Monet.

Andata e ritorno sul Brooklyn Bridge

Quando terminiamo la visita ci tuffiamo dall’altro lato di Manhattan, al ponte di Brooklyn, anche perché la giornata si è aggiustata, e la neve ha lasciato il posto a un pallido sole. Un problema al treno della metropolitana ci costringe a scendere, o meglio a risalire, a Chinatown: questo si rivela un vantaggio, perché passando davanti ad un negozio di té cinese decidiamo che vogliamo un bubble tea: questo è molto più buono di quello preso al baracchino a Lower Manhattan; il mio è al té verde al gelsomino, quello di Lorenzo è, profumatissimo, al Passion Fruit. La passeggiata verso il Ponte di Brooklyn viene così allietata dalle sferette gelatinose di tapioca che caratterizzano questa particolare bevanda.

brooklyn bridge

brooklyn bridge

Il ponte di Brooklyn si apre maestoso davanti a noi: è su 2 livelli, uno più alto per pedoni e ciclisti e quello inferiore per le auto. Mentre si cammina da un lato e dall’altro si gode il panorama: da una parte Lower Manhattan, Ellis Island e più in là la Statua della Libertà, mentre dall’altro lato lo sguardo spazia fino all’Empire State Building e al Chrisler Building, i grattacieli più immediatamente riconoscibili. Davanti a noi Brooklyn. Percorriamo il ponte fino a toccare il quartiere di Brooklyn e ritorno, osservando questa mastodontica struttura in pietra e acciaio, tutta tesa nello sforzo di collegare Manhattan col resto di New York.

brooklyn bridge

Lower Manhattan, dal Brooklyn Bridge

Pausa da Starbucks

Ora ci dirigiamo al Greenwich Village, il quartiere degli artisti e degli studenti, dove si respira un’aria diversa rispetto al resto di Manhattan, più “a misura d’uomo”, direi. Qui facciamo una pausa per un must, la merenda da Starbucks Coffee. I newyorkesi vanno da Starbucks a qualsiasi ora, da soli o in compagnia non importa. Anzi, da soli è meglio: chi lavora al computer, chi scrive sulla Moleskine…Starbucks rappresenta a New York una sosta nella frenesia che caratterizza le giornate di chi vive e lavora a Manhattan.

Ed è subito sera

Un giretto nel quartiere, poi arriviamo nel punto in cui inizia la Fifth Avenue: e inizia la lunga risalita, interrotta da una deviazione verso Union Square e da un’altra deviazione, molto gradita, da Loehmann’s, un altro outlet grandi firme, sulla 16° all’angolocon la 7° avenue. Entriamo qui che c’è ancora luce, usciamo che è buio.

Per cena torniamo a mangiare al Tick Tock Diner. Qualcuno si lamenterà che andando sempre nello stesso posto non si ha una panoramica completa dei locali newyorkesi, ma d’altronde, se ci siamo trovati bene, non vedo perché dover cambiare per forza! Questa sera, poi, abbiamo un incontro ravvicinato con i dolci americani, in particolare con lo Strawberry Cheescake, servito in una fettona alta 10 cm sormontata da golosi fragoloni e accompagnato da un ciuffo di panna montata.

Anche stasera andremo a dormire con la pancia veramente piena! In più torniamo all’Earthland Brewery sotto l’Empire per prendere nuovamente il plateau di birre. E qui, tra una Indian Pale Ale e una Stout, scriviamo le cartoline e pensiamo che, purtroppo, la nostra esplorazione di Manhattan sta volgendo al termine. Domani, sabato, sarà il nostro ultimo giorno pieno, ma faremo di tutto per godercelo a fondo.

6 giorno – LAST DAY IN NEW YORK

21-03-09

Tutto il mondo è paese…alle poste!

Oggi facciamo conoscenza con il sistema delle Poste americane. Avete presenti quei film in cui l’impiegato nell’ufficio postale chiacchiera con l’utente di turno, mentre allo sportello si forma una fila chilometrica che rumoreggia? Esatto, anche nella realtà, alle poste centrali di New York, sull’8° Avenue dietro il Madison Square Garden: dobbiamo comprare i francobolli per le cartoline, che non abbiamo trovato/cercato da nessuna parte, e il distributore automatico inspiegabilmente non ci prende la carta. Pazienza: ci mettiamo placidamente in coda all’unico sportello aperto di sabato mattina, mentre l’impiegato si lancia in una discussione di politica di 1/4 d’ora con un tale e una signora in coda bussa scocciata perché si apra un altro sportello! Dopo un’ora finalmente è il nostro turno e il nostro impiegato chiacchierone attacca bottone persino con noi: “Ah, bella Italia!” e via di seguito.

Dopo questa botta di vita quotidiana torniamo al Tick Tock Diner per la colazione: oggi salata, pancake with scrumbled eggs and bacon, il tutto da irrorare con l’immancabile sciroppo d’acero.

Oasi di pace a Central Park

La nostra mattinata prosegue poi a Central Park. Il polmone verde di New York, grande quanto 2 volte il Principato di Monaco, sta appena cominciando a vestirsi di primavera (che peraltro, calendario alla mano, inizia giusto oggi): sono sbocciati i primi crochi, i narcisi e i bucaneve, e gli scoiattoli si inseguono sui rami degli alberi. Nel mezzo del parco c’è una serie di laghetti nei quali si specchiano i grattacieli che circondano quest’immensa oasi verde. Essendo sabato mattina, poi, il parco è strafrequentato dai newyorkesi: chi corre, chi va in bici, chi semplicemente passeggia, chi va, infine, a pattinare sul ghiaccio…proprio come nei film, uno su tutti Serendipity!

Centraln Park

Central Park

We love shopping in New York!

Dopo 3 ore di pace nel silenzio del parco, che attenua il frastuono del traffico di Manhattan, usciamo sulla Fifth Avenue. Entriamo nel sotterraneo store della Apple, dove una folla di I-Phone e di I-Pod Touch ci dà il benvenuto. Per la cronaca. L’I-Phone che qui ovviamente costa meno che in Italia, non può però essere venduto ai residenti fuori dagli USA, per via di un contratto con la T-Mobile che rende inutilizzabile l’I-Phone all’estero. Ma il resto dei prodotti Apple si pò acquistare, per cui è impressionante la folla di turisti che si accalca alle casse.

Da adesso passiamo il pomeriggio ad entrare nei negozi della Fifth Avenue: passiamo in più o meno rapida successione la Trump Tower, il Disney Store, Bergdorf Goodman, Abercrombie&Fitch (splendido negozio di abbigliamento casual), Tiffany, NBA store, spettacolare, a forma di campo da basket e, per le patite di Sex and the City, la boutique di Jimmy Choo.

jimmy choo

La boutique di Jimmy Choo, NYC

Fifth Avenue, luci ed ombre

Infine, dai templi dello shopping passiamo alla cattedrale (vera) di New York, St. Patrick, chiesa neogotica sia dentro che fuori, molto bella ed elegante, con vetrate coloratissime e splendide arcate.È d’obbligo, già che è di strada, una sosta davanti al RockFeller Center, con la sua piccola pista di pattinaggio, anch’essa resa celebre da parecchi film.Entriamo poi alla New York Public Library per vedere le bellissime sale di lettura (e qui al metal detector mi incastro nelle 1000 borse sacchetti e sacchettini dello shopping, facendo una bella figuraccia davanti a un divertitissimo addetto alla sicurezza). Scendiamo ancora lungo la 5°, fino a dove incrocia con Broadway creando le premesse per la costruzione del Flatiron, un grattacielo divenuto famoso per via proprio della sua pianta triangolare che ricorda un ferro da stiro. Siamo a Madison Square Park, da qui ci dirigiamo verso Gramercy Park, un elegante parco-giardino privato nel cuore di Manhattan, e poi, siccome si sono fatte le 7 P.M., è sabato sera e vogliamo cenare in un locale che abbiamo già visto riscuotere molto successo, andiamo sulla 27° al Blue Smoke, una Steak House che promette molto bene, ma che ci chiede di tornare tra un’ora perché già adesso non c’è più posto!

Flatiron

Il Flatiron Building

L’avevamo messo in conto, per cui facciamo ancora un giretto tra la 27° e la 32° strada, tra la Lexinton Avenue e la 6° avenue, rendendoci conto che ci sono degli angoli, subito a lato della Fifth Avenue, che senza dubbio è la via più chic, più elegante e ricca della città, assolutamente degradati, dove la spazzatura è abbandonata in sacchettate sui marciapiedi (non esistono cassonetti), dove i barboni dormono sopra i loro cartoni avvolti in coperte logore, dove gli accattoni chiedono l’elemosina e dove i negozi vendono profumi di marca taroccati. Questa è New York, evidentemente, questa è Manhattan: città di forti contrasti sociali ed economici; da un lato tutto è luci, colori, strusciare di dollari, limousines che sfrecciano nel traffico, ma dall’altro c’è il buio, lo squallore quasi, la povertà di chi vuole continuare a sperare, nonostante tutto, nel sogno americano.

Ultima cena a New York City

Quando alle 8 P.M. torniamo al Blue Smoke il locale è ancora più pieno di gente, ma il nostro tavolo è lì pronto per noi. Ci diamo alla pazza gioia, prendendo una piattata di carne mista, pollo, costine di maiale e manzo a straccetti, cotta sul barbecue per cui questo locale è famoso, e che intingiamo in una salsa barbecue del Kansas. Anche questa volta facciamo fatica a finire il nostro piatto, ma eroici e intrepidi arriviamo alla fine: a noi non verrà portata la scatola degli avanzi come richiedono molti degli avventori secondo un costume locale per il quale tutti i ristoranti sono attrezzati. A noi in compenso vengono regalate le salviette per pulirsi le mani e uno scatolino di stuzzicadenti col logo della steak house: che pensiero gentile! Il prezzo poi è contenuto, per cui più che soddisfatti andiamo in hotel a fare le valigie.