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La Sila in 10 mosse

La Sila è il grande altopiano montuoso che domina la parte centrale della Calabria. Attraversata dalla Superstrada, la SS 107, e dalla cosiddetta Via Vecchia, che dai borghi della Presila sale verso Camigliatello, è un territorio vastissimo e ricchissimo di storie, tradizioni e paradisi naturali.

Ormai frequento la Sila da qualche tempo, e ho individuato alcune tappe davvero imperdibili. Un consiglio, però: fatevi accompagnare da qualcuno del posto; oltre a venire con voi vi racconterà vicende del passato, anche personali, che vi aiuteranno a comprendere quant’è straordinaria questa terra e perché chi è nato alle sue pendici vi ha lasciato il cuore anche se ne vive lontano.

Ho individuato, dicevo, 10 tappe, 10 luoghi della Sila visitando i quali si capisce l’essenza di questa terra. Pronti a partire?

1)  Celico

Il soffitto in legno della chiesa di San Michele a Celico

Siamo nella Presila, nel borgo antico che diede i natali a Gioacchino da Fiore, un teologo duecentesco ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, che dall’altra parte della Sila, a San Giovanni in Fiore (v. oltre), fonderà un ordine monastico. Si trattò all’epoca di un’operazione di popolamento del territorio silano, di cui l’abbazia divenne polo di attrazione (una cosa del genere successe in tutto il medioevo in tutta Italia: castelli e monasteri erano poli aggregatori di centri urbani, così le campagne venivano popolate e le terre controllate e messe a coltura). La casa natale di San Gioacchino da Fiore è stata trasformata col tempo in una piccola chiesa nel borgo di Celico. Ma una chiesa più grande, dedicata a San Michele, quasi una fortezza, domina la stretta valle sottostante. I suoi soffitti in legno affrescati sono meravigliosi, seicenteschi, e la torre del campanile, così imponente, sembra più una torre o un faro: e infatti si vede a km di distanza.

La torre della chiesa di San Michele a Celico

Anche se il borgo è piccolo, il territorio comunale di Celico è molto vasto e comprende buona parte dell’altopiano silano insieme agli altri 3 comuni della Presila Spezzano Sila, Pedace e Serra Pedace.

Se volete portare con voi un prodotto davvero tipico della Presila, entrate nella piccola cantinetta sotto la chiesa di San Michele e chiedete il miele di fichi: è un prodotto antico, che serviva a fare la scirubetta, ovvero il sorbetto a base di neve; la sua preparazione, lentissima e faticosa, prevedeva di bollire i fichi e di spremerli e stringerli fino ad estrarre il prezioso, dolcissimo e concentratissimo succo. Una leccornia d’altri tempi che oggi solo in pochissimi continuano a preparare. Aaltri piatti della tradizione presilana si stanno perdendo, anche se vi sono, a livello locale tentativi di dare nuovo lustro. Uno di questi piatti è la cuccìa, a base di grano e maiale, che veniva preparata ogni estate per San Donato e che consisteva in una lunga ed estenuante cottura del maiale e del grano, in modo che tutto si rapprendesse e il piatto risultasse sostanzioso e completo.

2) Spezzano Sila

Se Celico è il paese natìo di San Gioacchino da Fiore, Spezzano è legato ad un’altra figura di santo, molto sentita qui in Calabria: San Francesco di Paola. Qui a Spezzano infatti si trova il secondo convento fondato dal santo quando ancora era in vita e la splendida chiesa di Santa Maria Assunta, bianca di stucchi ridondanti e dorata di affreschi.

Santa Maria Assunta, l’interno

Di Spezzano consiglio oltre che un breve giro tra le viuzze strette del centro storico, con le sue case a tratti decadenti, anche una sosta al punto panoramico sempre in fiore con la statua di San Francesco di Paola. Veniteci al tramonto, godetevi le coreografie di nubi che questi cieli sanno regalare.

Scendendo ad argomenti più “di pancia” poco fuori da Spezzano si trova il grande salumificio San Vincenzo: è il punto di riferimento più importante della Sila in fatto di produzione e commercializzazione dei salumi locali. Quali? Il capocollo, innanzitutto, vero protagonista delle tavole silane, e poi la salsiccia fresca e quella piccante, e la soppressata, ovviamente.

Del grande territorio di Spezzano Sila fa parte Camigliatello: la nostra prossima tappa.

3) Camigliatello Silano

Cose buone da mangiare che si trovano a Camigliatello

Anche se amministrativamente è una frazione (di Spezzano Sla) in realtà Camigliatello è il vero capoluogo della Sila. Qui si trovano gli impianti sciistici e la località di Camigliatello di fatto è una lunga strada piena di hotel, ristoranti, negozi e punti ristoro: ha tutto ciò che una stazione sciistica può offrire. Rispetto alle altre località della Sila è sempre molto frequentata ed è probabilmente la più nota fuori dalla Sila e dalla Calabria.

Questo è il posto migliore per procurarvi i prodotti tipici della zona, salumi e formaggi: alcuni esercizi commerciali storici vendono prelibatezze come le mozzarelline nella panna, il capocollo e la salsiccia piccante (che in realtà è un salame) e il caciocavallo silano, prodotto con il latte delle vacche podoliche che senz’altro incontrerete qua e là al pascolo (anche in mezzo alla strada, perché no) durante le vostre girate.

4) Moccone

Torniamo un attimo indietro. Moccone si trova infatti un paio di curve prima di Camigliatello. Non ha grandi attrattive per la verità. Ma da qui parte il Treno della Sila, un treno a vapore turistico che percorre la vecchia ferrovia silana, che un tempo andava da Cosenza a San Giovanni in Fiore, nel tratto da Moccone a Silvana Mansio via Camigliatello. Così, da un lato vedete letteralmente i pini nati lungo i binari, mentre dall’altro il casello del treno rimesso a nuovo vi accoglie se volete percorrere la vecchia ferrovia (non l’ho ancora mai percorsa, ma credo che ne valga la pena).

La cena in Sila non può non prevedere le patate mbacchiuse, qui al centro del piatto al Binario 37

Moccone è anche punto di partenza di escursioni e gite, perciò è il posto ideale dove farsi preparare un panino o per sedersi a tavola. Tra tutti il Binario 37 fa le migliori patate mbacchiuse (cotte in padella e servite con la crosticina croccante). A proposito: in Sila si coltivano le patate. La patata silana è una produzione di qualità tutta da riscoprire. E proprio da Moccone, prendendo la via che oltrepassa la ferrovia in direzione di Luzi, si costeggiano campi e campi di patate. La Sila è una regione agricola con un potenziale ricchissimo che andrebbe stimolato.

Un campo di patate della Sila

5) La Nave della Sila

Poco oltre Camigliatello incontriamo la Nave della Sila. Questa è la nave simbolica che da metà ‘800 a metà ‘900 e oltre portò tanti italiani, tanti calabresi, tanti silani, lontano dalla propria terra per cercare fortuna altrove. La Sila in particolare si svuotò, per via delle condizioni di estrema miseria in cui versò questa terra all’indomani dell’Unità d’Italia. Un museo fatto di immagini e di storie, per far capire quanto l’emigrazione sia stato un fenomeno diffuso, per molti versi tragico e che troppo spesso tendiamo a dimenticare. Una storia locale e corale, che alla fine riguarda il mondo intero.

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Parlo approfonditamente del museo Nave della Sila in questo post: La Nave della Sila

6) Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge velocemente il Lago Cecita. Uno specchio d’acqua artificiale che ha significato la possibilità di coltivare queste terre irrigandole. Su di esso affacciano da una parte campi e pascoli (persino i cavalli allo stato semibrado) dall’altro la foresta. Siamo nel cuore del Parco Nazionale della Sila, e proprio al Cecita  si trova il Centro Visite il Cupone con percorsi di accessibilità aumentata studiati per i non vedenti: un’iniziativa molto bella alla quale bisogna dare il più ampio risalto.

Anche sul lago Cecita il sole regala tramonti memorabili. Giudicate un po’ voi.

Tramonto sul Lago Cecita

E visto che il lago mette appetito, potete fermarvi al baracchino che troverete lungo la via per una pausa panino: i proprietari sono macellai a Celico, la materia prima è decisamente di qualità.

Parlo del Lago Cecita qui: I grandi Laghi della Sila: Cecita e Arvo

7) I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

In località Fallistro sopravvive un fazzoletto di bosco antico. I Giganti della Sila sono alberi, pini e abeti, vecchi di tre secoli, alti anche 40 m e dai tronchi che raggiungono il diametro di 2 m. Sono ciò che è sopravvissuto di una deforestazione selvaggia che ha colpito la zona nel secondo Dopoguerra. Oggi sono monumento nazionale gestito dal FAI. Un percorso su sentiero permette di passare accanto agli alberi più grandi: sono davvero maestosi e severi e mi ricordano gli Ent, gli alberi giganti e saggi del Signore degli Anelli. La passeggiata nel bosco qui ha un che di magico e sacrale. Le grotte che si aprono nei tronchi, o al contrario, i tronchi che si avviluppano gli uni agli altri, o ancora gli alberi crollati sotto il peso degli anni e lasciati lì perché la natura deve fare il suo corso sono i tanti elementi che rendono unico e fantastico, nel senso fantasy del termine, questo luogo.

Lì accanto trovate ristoro all’Antica Filanda, una casa antica riattata come agriturismo.

Parlo approfonditamente di questo straordinario parco qui: I Giganti della Sila

8) Lago Lorica o Arvo

L’altro grande lago artificiale della Sila è il Lorica, o Arvo. A differenza di Cecita, sulle sue sponde si sviluppa un abitato, Lorica appunto, che ospita alcune strutture ricettive, tra cui anche un campeggio piuttosto grande, immerso nella pineta.  Sul lago si possono praticare sport, mentre all’intorno si possono percorrere i tanti sentieri che entrano nel bosco, a caccia di more e lamponi d’estate, di funghi e di castagne in autunno.

Uno scorcio naturalistico del Lago Arvo

Parlo del Lago Arvo anche in questo post: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

9) San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Questo borgo fu eletto da San Gioacchino da Fiore quale dimora per la sua abbazia. La chiesa, con ciò che resta dell’attiguo monastero, è tutt’ora nel centro del borgo: una bella e massiccia chiesa-fortezza, dalla quale traspare austerità e rigore, tutte doti che i monaci medievali dovevano possedere. Il borgo è il punto di arrivo dei Sentieri dello Spirito, in particolare di quello che partendo da Celico sulle orme di Gioacchino (come abbiamo visto sopra), giunge fino a qui.

Il paese è noto per le sue produzioni artigianali, in particolare la tessitura degli scialli. Alcuni edifici mantengono ancora segni dell’Alto medioevo, simboli di un’antichità e di una storia nella quale evidentemente il paese si riconosce. Sicuramente Gioacchino da Fiore fu figura carismatica all’epoca in grado di influenzare con il suo nome e la sua aura i secoli successivi. Tutt’oggi la sua figura è motivo di orgoglio qui nel borgo. È bello vedere quanto certe figure del passato siano così vive e vicine ancora oggi. Nelle piccole comunità ciò può ancora accadere, e bisogna lavorare perché non si perda.

Parlo di San Giovanni in Fiore anche in questo post: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

10) Bocchigliero

Dai monti si vede il mare, qui a Bocchigliero. Un borgo tranquillo, tutto sommato: recatevici nella festa di San Rocco, e lo vedrete in festa, trasformato, a sera, in una grande sagra paesana. La cosa più eclatante però non è ciò che si vede in paese, ma ciò che si vede oltre, alzando lo sguardo, lanciandolo oltre le montagne boscose. Esatto, da qui si vede il mar Jonio. È laggiù, fa capolino tra due montagne che si incrociano, una distesa blu che si distingue dall’azzurro del cielo. Basterebbe ridiscendere la strada per arrivarvi. Un giorno percorrerò anche quest’ultimo tratto di strada, ma per ora mi fermo qui.

Da Bocchigliero si vede il Mar Jonio! Eccolo laggiù in fondo, oltre le case, oltre le montagne.

Bocchigliero è famosa per le sue conserve e in particolare per la produzione della sardella, che sul versante tirrenico della Sila viene chiamato Rosa Marina: si tratta di pesciolini giovani (avannotti o poco più) trattati sotto sale e sotto peperoncino. Alcuni, qui a Bocchigliero, per esempio, vi mettono anche il finocchietto, che non a tutti piace, ma che conferisce un certo profumo alla conserva. Si scioglie in un po’ d’olio, si spalma sul pane o sulle fette di caciocavallo: et voilà, l’ultima merenda silana è servita.

 

Queste sono le 10 tappe secondo me fondamentali della Sila. Ma sicuramente ho ancora dei punti oscuri e qualcosa è sfuggito alle mie indagini. Mi rivolgo a chi di voi conosce la Sila: cosa manca a questo elenco che devo assolutamente scoprire?

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Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

Il borgo di Morano Calabro visto dal castello

La montagna calabrese accoglie piccoli borghi che sono veri e propri gioielli di storia e di tradizione. Erroneamente ho detto montagna calabrese: il Pollino e la Sila sono due catene montuose ben distinte e con caratteristiche totalmente differenti: montagne alte e aguzze il Pollino, un grande altopiano la Sila.

Il Pollino si incontra tra la Basilicata e le porte della Calabria. Le sue cime superano i 2000 m; è sede di un parco nazionale. Le sue cime sono innevate per gran parte dell’anno; ospita tantissimi boschi mentre alle pendici pascolano greggi di mucche e pecore: l’attività pastorizia in queste terre è ancora molto praticata, tant’è che Campotenese, qui in zona, è rinomata per la sua produzione di mozzarelle.

Lungo l’autostrada che ridiscende la punta dello Stivale incontriamo, nel Massiccio del Pollino, l’uscita di Morano Calabro. È questo il primo borgo che andiamo a visitare.

Morano Calabro

Un borgo medievale abbarbicato alla sua altura, dominata da un castello. Morano Calabro ha da sempre vocazione di controllo del territorio lungo percorsi di valico battuti da sempre, fin dai tempi dei Romani e forse prima ancora. Il castello avrebbe addirittura origini romane, ma è in epoca normanno-sveva che assume una certa importanza, proprio per la sua posizione: il perché si capisce affacciandosi dal castello: il panorama corre a 360° sul territorio per km e km, lo sguardo spazia sulle montagne del Pollino e sulla vallata ai nostri piedi.

Il castello di Morano Calabro

Il castello si conserva in buona parte, anche se ne ha passate tante, come si suol dire: ampliato nel XIII secolo, il periodo angioino, poi ingrandito ancora tra il 1515 e il 1546 nel periodo aragonese, quando aveva pianta rettangolare e sei torri cilindriche; nel 1806 il castello fu bombardato dai Francesi, ma i maggiori danni li fecero i proprietari che nel corso dell’800 lo spoliarono in alcune parti.

Oggi il castello è stato recuperato, soprattutto da quando nel 2003 Morano è entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia, e ospita eventi e manifestazioni culturali. Parte del borgo è stata trasformata in albergo diffuso e museo naturalistico. Il museo in particolare, molto didattico, adatto alle scolaresche, racconta la fauna, la flora, la mineralogia, il territorio, con una sezione dedicata agli insetti e una dedicata agli uccelli. Nel borgo alcune case sono state riattate ad appartamenti arredati in stile. Tutto ciò è opera de Il Nibbio, che gestisce tutto, per favorire la conoscenza e la crescita di questa fetta di territorio montano calabrese.

San Giovanni in Fiore

L’Arco normanno a San Giovanni in Fiore

Se Morano Calabro è un centro che nella storia rivestì un ruolo politico e militare, tutt’altra vicenda è quella di San Giovanni in Fiore, la cui esistenza è invece intimamente legata alla Chiesa.

San Giovanni in Fiore sorge nel cuore della Sila, lungo la Superstrada che collega la Calabria da parte a parte, da Paola sul Tirreno a Crotone sullo Ionio. Si trova praticamente nel mezzo, e oggi è raggiungibile piuttosto agevolmente. Ma nel Medioevo queste terre erano impervie e pressoché disabitate. Proprio in queste terre, però, l’eremita e teologo Gioacchino da Fiore costituì un’abbazia, che crebbe in importanza tanto quanto il santo che lo costituì: Gioacchino da Fiore viene infatti ricordato da Dante nel Paradiso, perché grande era stata la sua rilevanza nella Chiesa medievale. La costituzione dell’Abbazia, che risale al 1215, è un modo per consentire il popolamento di queste terre. Infatti intorno ad essa sorge il borgo medievale, e San Giovanni in Fiore diventerà da qui in avanti l’abitato più grande e fiorente della Sila.

uno sguardo medievale

L’abbazia, romanica, è piuttosto spoglia. Soltanto l’altare maggiore, dorato e barocco, è una concessione alle decorazioni, così come i sedili del coro retrostante, scolpiti nel legno a profilo di grifone. Per il resto, invece, c’è solo nuda pietra intorno a noi, fin nella cripta sottostante. L’abbazia affaccia su una piccolissima piazzetta; la chiesa sembra piccola, ma in realtà il complesso abbaziale è piuttosto grande. Gli si può girare intorno e, sul retro, troviamo il museo della Sila, un museo etnografico che racconta l’artigianato, la vita di montagna, l’allevamento e le attività tradizionali delle gente di questa montagna calabrese. Nel resto del borgo invece si annidano gli artigiani: orafi, ceramisti, produttori di tappeti e di scialli.

Passeggiando per il borgo si incontra ancora qualche traccia viva del passato medievale: l’Arco Normanno e la piccola testa di pietra che è lì, fissa, da quasi mille anni, a controllare chiunque passi di qui. Uno sguardo che sembra vuoto. Ma invece è prepotentemente espressivo.

L’ingresso della chiesa romanica di San Giovanni in Fiore

 

Due borghi per due montagne, due storie totalmente differenti. Morano Calabro e San Giovanni in Fiore non hanno poi così tanti punti in comune: l’uno è un borgo che sorge intorno ad un castello; l’altro sorge intorno ad un monastero. Sono i due volti diversi del popolamento dell’età medievale. Morano si abbarbica alla sua montagna, San Giovanni in Fiore si dispone con grazia accanto al monastero su un pianoro per nulla scosceso. San Giovanni in Fiore fa parte dell’Itinerario dello Spirito, che attraversa la Sila sulle tracce dei santi: Gioacchino da Fiore, per l’appunto, e San Francesco di Paola, arrivando a lambire Cosenza.

Il bello dei borghi antichi è proprio questo: ognuno ha la sua particolarissima storia, il suo personalissimo bagaglio di racconti e di monumenti. È bello scoprirli, abbandonarsi alla curiosità. Impariamo così nuove storie e anche un piccolo paese, niente più che un puntino sulla mappa geografica, diventa un luogo magico capace di incantarci.