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Le domus di Palazzo Valentini

Erano anni che volevo visitarle. Poi finalmente l’occasione, un posto libero nel gruppo di visita e via, mi sono letteralmente immersa nell’antico.

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Le domus di Palazzo Valentini si trovano nel cuore del centro storico di Roma. Nel cuore e nel sottosuolo. Sì, perché siamo abituati a vedere a Roma tutte le evidenze archeologiche en plein air (il Foro Romano e i Fori Imperiali, il Palatino, il Colosseo, i templi di Largo Argentina); invece altre testimonianze del passato più antico dell’Urbe sono nascoste, sotto le fondazioni dei palazzi rinascimentali, come nel caso di Palazzo Valentini, l’attuale palazzo della Provincia.

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree)

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree). Credits: romasotterranea.it

Siamo nell’isolato compreso tra la fine di Via Nazionale, nel suo ultimo tratto prima di Piazza Venezia, Piazza Venezia stessa, e davanti, il Foro di Traiano con l’altissima Colonna Traiana, eretta lì nel 113 d.C. (da 1900 anni!) a celebrare la conquista della terra dei Daci, l’attuale Romania.

È proprio davanti alla Colonna che si trova l’ingresso delle domus di Palazzo Valentini. Da qui inizia un viaggio reale e virtuale a ritroso nel tempo. Reale, perché effettivamente attraversiamo gli ambienti che un tempo costituivano una ricca casa romana di IV secolo d.C. nel cuore di Roma; virtuale perché animazioni, ricostruzioni, luci suggestive e suoni d’ambientazione ci riportano indietro di secoli, fino al IV secolo d.C., appunto.

Il percorso delle domus di Palazzo Valentini è noto ai più perché il percorso guidato è accompagnato dalla notissima e rassicurante voce di Piero Angela. Come non fidarci di lui? Lo seguiremmo anche ad occhi chiusi! E infatti il percorso è per larga parte al buio, illuminato nei punti di volta in volta segnalati da Piero Angela che fa notare i particolari più interessanti, i dettagli costruttivi, il lavoro degli archeologi, come ad esempio la necessità di individuare ogni strato e di documentarlo ai fini di una più completa ricostruzione storica, e soprattutto, racconta e restituisce il contesto: ovvero dice cos’erano quelle stanze delle quali vediamo pavimenti in parte sfondati, in parte mirabilmente conservati.

pavimento in marmo intarsiato policromo

pavimento in marmo intarsiato policromo. Credits: corriereromano.it

La visita prende avvio dalle terme: terme private, ma pur sempre molto grandi, con tanto di vasca per l’acqua fredda, per l’acqua tiepida e per l’acqua calda, più una grande piscina ancora conservata. Si vedono molto bene i tubuli, ovvero il sistema di tubature di terracotta attraverso le quali passava l’aria calda per riscaldare le pareti, e il prefurnio, dove bruciava la legna, alimentato dagli schiavi che riscaldavano così l’acqua e gli ambienti per i loro ricchi e viziati signori.

La visita prosegue poi negli altri ambienti della domus, che era davvero molto grande: si fa fatica a chiamarla casa, era piuttosto un villone nel cuore del centro di Roma! I proprietari appartenevano senz’altro alla Roma bene, e se anche non abbiamo testimonianze di oggetti di lusso, tuttavia, basta guardarsi intorno per capire qualcosa del loro status sociale: pavimenti in marmi policromi intarsiati, ovvero in lastre di marmo colorato, rosa, giallo, verde, bianco, sistemati a disegnare geometrie bellissime i cui colori sono ancora vividi nonostante i segni del tempo e i secoli di obliterazione nelle cantine di Palazzo Valentini. Sono due le domus, e se una ha i pavimenti in marmo, l’altra non è da meno, perché ha i pavimenti in mosaico. Nel Cinquecento, le fondazioni del palazzo spaccarono a metà proprio uno dei mosaici, ma se ne intuisce ugualmente la bellezza.

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana...

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana…

Non vi sto a raccontare tutta la visita nel dettaglio: Piero Angela lo fa meglio di me. Ma vi lascio con qualche altra notizia e uno spoiler (eh sì, mi tocca spoilerare!): un video di spiegazione sulla colonna traiana, necessario per leggere, almeno dal basso, tutta la storia narrata nei rilievi; una storia di conquista, quella che i Romani fecero ai danni dei Daci, popolo che abitava l’attuale Romania. I vincitori sono sempre trattati col rispetto che si ha per gli sconfitti valorosi.

Quindi il tempio del Divo Traiano, che rimaneva alle spalle della colonna traiana, esattamente sotto i nostri piedi!, del quale si conservano poche importanti tracce: due parti di colonna in granito crollata (intera doveva essere alta 15 m!) e parte del podio del tempio scomparso.

Infine, dopo aver visto la colonna in video, e dopo averne capito la posizione e la funzione in rapporto all’intero Foro di Traiano, la possiamo vedere dal vero: da un punto di vista inedito, dal basso, attraverso una cancellata che immetterebbe, se aperta, direttamente nel Foro di Traiano, in cui la colonna si trova. Una meraviglia vederla al chiaro di luna, nella tersa notte romana.

#LaMiaCasa: i 5 luoghi del mondo dove mi sento a casa

Roberta del blog Vieni via di qui ha proposto un’idea interessante: ha messo per iscritto i 5 posti del mondo in cui si sente a casa, o vi si è sentita la prima volta che vi ha messo piede, sentendovisi a suo agio come se in realtà li conoscesse da sempre, inventando l’ashtag #lamiacasa.

Enrica di Attimi e pillole di viaggio ha risposto all’invito a scrivere un post analogo. L’invito è rivolto a ognuno di noi blogger (non necessariamente di viaggi). E così lo accolgo anch’io e racconto i 5 luoghi del mondo che potrebbero essere tranquillamente #LaMiaCasa. Il tema in effetti non mi è così estraneo. Ci sono dei posti del mondo nei quali appena ho messo piede ho detto “non vorrei più partire!” oppure luoghi nei quali sono stata che mi fanno brillare gli occhi non appena li sento nominare o ne vedo un’immagine; infine ci sono luoghi nei quali ho vissuto o che ho frequentato a lungo, nei quali davvero ogni volta che torno mi sento a casa.

il mondo la mia casa

  1. #LaMiaCasa è Genova, dove ho vissuto durante gli anni universitari, e dove ogni volta che torno (sempre più di rado, ahimè) mi si allarga al cuore e cammino sospesa a mezz’aria. Di Genova amo i vicoli, in particolare quelli che gravitano intorno al Porto Antico, da via Luccoli a Piazza Banchi e via San Luca, e poi ancora in Sottoripa, dove il panino era obbligatorio in pausa pranzo dalle lezioni, e poi ancora la stessa via Balbi, dove ha sede la mia facoltà: Balbi 4, sede di Lettere e Filosofia, un Palazzo dei Rolli così decadente, oggi, eppure ancora affascinante. Ma soprattutto i vicoli stretti, chiusi da palazzi medievali che da fuori sembrano fatiscenti, ma che al loro interno rivelano tutta la loro austerità e lo splendore del tempo che fu, quando Genova era una gloriosa Repubblica, e il portico di Sottoripa, con le sue friggitorie che sanno di antico e gli archi a sesto acuto che nobilitano le facciate. La Superba, non a caso.
  2. #LaMiaCasa è Roma, la capitale. Ma non tanto la capitale d’Italia, quanto la capitale dell’Impero. Da archeologa, amo l’area dei Fori Imperiali, la lunga via che conduce al Colosseo mentre da una parte e dall’altra le colonne e le strutture ancora in piedi raccontano una storia millenaria di cui tutti noi siamo eredi. Ho frequentato Roma per 3 anni durante il dottorato, e appena potevo facevo una scappata in centro per godermi un po’ della bellezza che la città possiede. Non solo i monumenti antichi, sia chiaro: è tutta Roma che mi attrae come una calamita, che amo alla follia, nella quale desidero tornare il prima possibile, anche se ultimamente (ahimè) mi ci reco molto di rado.
  3. paris#LaMiaCasa è Parigi. Eh sì. La prima volta che vi misi piede, nel 2003 durante l’interrail, mi innamorai della Ville Lumière. Vi sono tornata più volte, l’ultima ancora pochi mesi fa, e non mi stanca mai. Nonostante la grandeur francese mi urti un pochino, è proprio la grande monumentalità del centro che mi attrae. Ma poi ci sono dei luoghi cui non potrei rinunciare, e nei quali torno ogni volta: come la sala da té di Mariage Frères nel Marais. Ci fu un momento, verso la fine della mia carriera universitaria, in cui pensai di andare a vivere a Parigi per qualche mese. Poi non lo feci, e un po’ mi dispiace. Se l’avessi fatto, avrei potuto/voluto fare due cose: uno stage al Louvre (e per quello ci poteva eventualmente essere la possibilità) oppure lavorare proprio nella sala da té: e quest’ultimo era un sogno cui ogni tanto ripenso con dolcezza.
  4. Burj Khalifa Dubai

    Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo

    #LaMiaCasa è Dubai. Ah, Dubai! Dubai mi ha stregato! Le sue contraddizioni mi sono rimaste nel cuore. Questo è il luogo che mi fa illuminare la mente e gli occhi ogni volta che ne sento parlare. Ah Dubai! E non saprei dire se è l’esoticità del Souk delle spezie, o la modernità del Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo. È una sensazione, piuttosto. Ah sì, e poi c’erano i dolcini. Marca Vivel, casomai qualcuno passando da Dubai volesse farmi un pensierino…

  5. #LaMiaCasa è Brisbane. Non ho molto da dire su questa città, visto che vi ho trascorso solo una mattinata, l’ultima in terra australiana. Ma tanto mi bastò all’epoca per dire “Io qui ci vivrei!“: forse il clima così piacevole, forse la città moderna ma non eccessiva, forse le promesse della Gold Coast così vicina… fatto sta che mi bastò pochissimo per sentirmi a casa.

Il mio elenco potrebbe andare avanti, a pensarci bene. Perché sono appena tornata da un viaggio in Spagna nel corso del quale ho trovato due cittadine nelle quali mi sono sentita a casa: una è Tarragona, piacevolmente adagiata sul Mediterraneo, orgogliosa del suo glorioso passato romano, ancora ben presente nel tessuto urbano; e soprattutto Tarifa, la punta più a Sud d’Europa, il luogo in cui Mediterraneo e Atlantico incrociano le loro correnti, il punto più vicino all’Africa. Una cittadina di mare tranquilla, con accanto le spiagge più lunghe e più belle di Spagna. Uno di quei luoghi che ti fanno dire, quando devi ripartire, “No, vi prego, lasciatemi qui“.

Roma: il (mio) giro delle sette chiese

Roma, lunedì. Eccetto pochissime eccezioni (musei Capitolini, Mercati di Traiano e Museo dell’Ara Pacis) i musei sono chiusi. Che fare allora, in un lunedì a Roma?

Se c’è una cosa che a Roma non manca, sono le chiese. In più questa è  la Settimana Santa, e perdipiù nell’anno del Giubileo straordinario: allora dedichiamo questo lunedì alla visita delle chiese di Roma.
Impossibile visitarle tutte, però. Così ho deciso di selezionare sette chiese, tutte importanti per la storia del Cristianesimo e tutte importanti mete di pellegrinaggio religioso.

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San Paolo fuori le mura


Avete presente l’espressione “fare il giro delle sette chiese”? Ecco, l’espressione, che nel comune parlare è diventata proverbiale ed indica un peregrinare da una parte all’altra senza vedere la fine di ciò che si sta cercando di portare a termine, nasce proprio da un pellegrinaggio delle sette chiese principali di Roma, stabilito da San Filippo Neri e che si svolge, tra l’altro, proprio durante la settimana santa.
Il mio giro delle sette chiese non rispetta interamente il percorso di San Filippo Neri: le ultime due chiese del mio percorso, infatti, non hanno niente a che vedere con le altre, ma le ho inserite perché secondo me sono due chiese particolarmente significative di Roma, anche se non necessariamente per motivi prettamente religiosi.
Ecco allora il mio giro delle sette chiese.
San Pietro
La basilica di San Pietro è la culla della Cristianità. Vi basti sapere che sorge sul luogo della tomba dell’Apostolo Pietro, tomba che gli scavi archeologici  (visitabili) hanno portato in luce. Esattamente al di sopra di essa, alcuni metri più su, all’interno della basilica, è posto un enorme ciborio che indica il luogo della santa sepoltura. Milioni di pellegrini visitano la basilica ogni anno. Per entrare bisogna mettersi pazientemente in coda sotto il grande porticato che abbraccia la piazza di san Pietro: un’attesa che, se fatta sotto il sole cocente o sotto la pioggia battente o al freddo e al gelo vale come un vero e proprio percorso di penitenza. Entrare nel tempio della Cristianità è comunque una grande emozione: la basilica è concepita per essere la più grande del mondo, e a riprova di ciò sul pavimento sono segnate le dimensioni delle chiese più importanti del Cristianesimo. La Chiesa è barocca, nell’espressione più eloquente del termine. Tra le opere d’arte al suo interno la più nota di tutte è senz’altro la Pietà di Michelangelo, ma la più amata dai fedeli è la statua di San Pietro, il cui piede è consunto da secoli e secoli di carezze devote.
Santa Maria Maggiore
A pochi passi dalla Stazione Termini, sul colle Esquilino, sorge Santa Maria Maggiore. È una basilica papale, in quanto durante il giubileo viene aperta una porta, la Porta Santa, che resta aperta per tutta la durata del Giubileo, mentre il resto del tempo è sempre chiusa. Santa Maria Maggiore nasce come basilica paleocristiana: lo si riconosce dall’abside, decorato a mosaico. Davanti all’altare, un ciborio indica che al di sotto si trova una reliquia importante per la religione cristiana: il legno della culla della natività. I pellegrini possono scendere a pregare su di essa, esattamente come fece papa Pio IX, a ricordo del quale è stata posta una statua: ora il papa prega eternamente alla sua vista.
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Santa Maria Maggiore


San Giovanni in Laterano

Presso Porta San Giovanni sulla via Appia, sorge la basilica papale di San Giovanni in Laterano. Anch’essa provvista di una porta santa, presto sarà invasa da orde di pellegrini, mentre in questi giorni è ancora poco frequentata. Sotto al ciborio, davanti al presbiterio, si trova la statua di culto di San Giovanni Battista, mentre le nicchie lungo la navata laterale ospitano le imponenti statue degli Apostoli, ognuno riconoscibile dal segno del proprio martirio.
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L'interno di San Giovanni in Laterano

Santa Maria degli Angeli e dei Martiri
Ritorniamo nei pressi della Stazione Termini, ed entriamo in Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, la cui pianta e la sua facciata, così particolare, è dovuta al fatto che sorge sui resti imponenti delle Terme di Diocleziano, le più grandi che mai si videro in Roma. La chiesa è nota soprattutto per la meridiana che la attraversa.

San Paolo fuori le mura
Per arrivare a San Paolo fuori le Mura bisogna allontanarsi e andare lungo la via Ostiense. Qui sorge il grande complesso di San Paolo, che sorge sulla tomba di San Paolo, del quale è visibile il sarcofago. Anche san Paolo fuori le mura è una basilica paleocristiana, alla quale è annesso un monastero, ed è nota per la serie di rosoni alle pareri nei quali sono inseriti i ritratti di tutti i papi. C’è anche il ritratto di Papa Francesco, ovviamente, mentre ci sono ancora pochi spazi vuoti.
La chiesa è un trionfo di oro e mosaici, mentre all’esterno il grande quadriportico in marmo davanti alla facciata è un’aggiunta monumentale ottocentesca.

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San Paolo fuori le mura

Fin qui le basiliche papali, ma se vogliamo davvero fare il giro delle sette chiese, ne devo aggiungere altre due. Allora procediamo.
San Clemente
La basilica di San Clemente non è tanto un simbolo della Cristianità al pari delle altre Chiese fin qui incontrate, quanto piuttosto un documento importante per la storia e l’archeologia di Roma, nel quale si legge bene il passaggio dalla Roma di età imperiale a quella cristiana. Sotto la basilica infatti anticamente sorgeva addirittura un mitreo, cioè un luogo di culto dedicato al dio Mitra,una divinità orientale al cui culto solo in pochi potevano accedere. La chiesa è nota soprattutto per i suoi affreschi di età paleocristiana, nei quali si narrano le storie di San Clemente.
Santa Maria in Trastevere
Tutte le chiese di cui ho parlato hanno in comune le antichissime origini. Di alcune, come San Pietro, non si coglie più nulla, e nulla rimane della basilica costantiniana, voluta appunto dall’imperatore Costantino che la volle edificare sulla tomba di Pietro. Santa Maria in Trastevere ha mantenuto il suo aspetto di chiesa paleocristiana, poi rinnovata nel XII secolo, con la facciata decorata da un mosaico e un nartece, ovvero uno spazio porticato, che introduce alla chiesa vera e propria. La chiesa sorge nel cuore di Trastevere, quartiere dal quale è lontana la Roma monumentale, ma tutto assume una dimensione più intima, più a misura d’uomo. E anche la chiesa rispetta questa dimensione più intima, al centro della piazza sulla quale si affaccia.

Eccoci al termine di questo giro. Approfitto di questo post per augurare buona Pasqua a voi e a tutti i pellegrini che saranno a Roma domenica e in occasione del Giubileo!

Le Terme (di Diocleziano) che non ti aspetti

Se il film di Sorrentino non avesse vinto l’oscar, avrei intitolato tranquillamente questo post “La grande bellezza nascosta dietro le Terme di Diocleziano“, ma visto l’abuso che ultimamente si fa di questa espressione ho preferito soprassedere. Di fatto, la grande bellezza di cui parlo è nascosta, ignota ai più, ignota a coloro che, a Roma, si spingono ad entrare a visitare il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano, proprio di fronte alla stazione Termini (e quindi in assoluto la prima cosa da fare e da vedere quando si arriva in città).

Terme di Diocleziano

Terme di Diocleziano

Uno pensa di entrare in un museo come tanti (le guide vi diranno che è innanzitutto un museo dedicato alla statuaria e all’epigrafia, con una sezione sul Lazio preromano) e poi, già all’ingresso si accorge che c’è qualcosa di strano, e di molto bello: un parco, giardino, con un pergolato ottenuto da piccole colonnine di reimpiego, tra aiuole abitate da lapidi, iscrizioni, are, cornici monumentali, da decorazioni architettoniche e capitelli, tutti segnacoli di un tempo che fu che in questo contesto contribuiscono a rendere gradevole e romantico, suggestivo, lo spazio. Lo spazio è aperto al pubblico, non è sottoposto ad alcun biglietto, per cui chiunque può decidere di trovar ristoro qui senza essere necessariamente costretto a visitare il museo. La biglietteria del Museo Nazionale Romano, infatti, è all’interno del Palazzo. Intorno, si sviluppano le poderose, monumentali, impressionanti architetture delle Terme di Diocleziano, le terme imperiali più grandi e lussuose di tutti i tempi! Costruite tra il 298 e il 306 d.C., avevano un’estensione di oltre 13 ettari e potevano accogliere fino a 3000 persone contemporaneamente, in un percorso che si snodava tra palestre, biblioteche, una piscina di oltre 3500 metri quadrati e gli ambienti che costituivano il cuore di ogni impianto termale, il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Il percorso museale non consente di seguire il percorso delle antiche terme, anche perché esse erano immense, come vi dicevo: per capirci, la stessa Piazza dei Cinquecento che ora voi circumnavigate, con la sua bella fontana centrale, per raggiungere via Nazionale e scendere verso il centro città, faceva parte del complesso termale. Fate un po’ voi…

Michelangelo ebbe la responsabilità di trasformare le antiche rovine delle Terme in un edificio che rendesse gloria a Dio: realizzò così la chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e, immediatamente alle sue spalle, il convento dei Certosini.

Ora, se Santa Maria degli Angeli e dei Martiri è nota a molti (non foss’altro perché qui si svolgono i funerali di stato) per la celebre meridiana che ne attraversa il transetto, non altrettanto celebre è la Certosa retrostante. Un piccolo gioiello che solo chi osa visitare il Museo delle Terme di Diocleziano può scoprire.

Il Cortile Michelangiolesco

Il Cortile Michelangiolesco

Immaginate di trovarvi in un caldo pomeriggio di fine inverno. Immaginate di vagare per le sale del museo e per i suoi corridoi popolati da iscrizioni, da statue e da busti di togati, di imperatori e di dee, e di trovarvi davanti ad una porta a vetri che dà sull’esterno. Dovete varcarla ovviamente, e davanti ai vostri occhi si presenta lo spettacolo che non osavate immaginare.

diocleziano3Perché se nessuno ve lo dice, se nessuno vi informa prima, voi non lo sapete, non potete sapere che all’interno delle Terme di Diocleziano Michelangelo realizzò, per il convento dei Certosini, un chiostro elegantissimo, con un giardino ad aiuole regolari che convergono verso una fontana centrale, arredate, sempre, da decorazioni architettoniche, cornici decorate, capitelli, sarcofagi e quant’altro, tutto sistemato con un gusto non archeologico o antiquario, ma puramente estetico. La bellezza, nient’altro che la bellezza. I portici del chiostro sono popolati da una serie ininterrotta di statue di divinità, di sarcofagi, di capitelli, di decorazioni architettoniche che aggiungono eleganza ad eleganza e che sono parte integrante del percorso museale. Io, non so voi, ma personalmente passerei qui pomeriggi interi, immersa tra statue e capitelli, a godermi la luce del sole, ad osservare gatti sornioni che dormicchiano su comodi capitelli o simpatiche chioccioline che si insinuano tra i dettagli delle decorazioni architettoniche… perché la poesia, e la bellezza, è fatta di piccole cose. E la calma è la migliore compagnia per godersi la bellezza.

diocleziano2La bellezza è alimentata dalla sorpresa, dalla capacità di stupirsi, senza dubbio. Perché non te l’aspetti che dietro l’angolo ti possa spuntare un piccolo angolo di paradiso! Sarà una sensazione puramente personale, ma io, passeggiando nel giardino e sotto il portico del chiostro, mi sono sentita pervasa di bellezza: una bellezza che non è solo antica, perché ci ha messo mano Michelangelo, ma non è solo cinquecentesca, perché oggi noi percepiamo uno spazio in cui il tempo si è fermato, in cui antico e rinascimentale si fondono, il tutto in funzione del bello. E sarò romantica, sarò per forma mentis particolarmente attratta da questo genere di cose, ma io ho amato da subito questo posto. L’ho amato e lo amerò ancora e ancora, e non vedo l’ora di tornare a Roma per tornarvi, per viverlo veramente, come un luogo di ozio intellettuale come esso stesso prevede!

E poi, e poi, c’è un altro motivo per visitare le Terme di Diocleziano entro fine maggio: la mostra “Rodin, il marmo, la vita“: io ve lo dico, è da non perdere! Ma ve ne parlerò in un’altra occasione… 😉

Che ci fa un elefante a Roma?

Eh sì, avete capito proprio bene: un elefante a Roma. Può capitare di incontrarlo, in effetti, se si decide di passeggiare per quella dedalo di strade e stradine che è il centro, senza sapere dove si finirà, solo con la consapevolezza che sicuramente, prima o poi, troveremo qualche punto di riferimento col quale raccapezzarci.

L'Obelisco della Minerva, uno dei 13 obelischi di Roma, è sorretto da un elefantino nel disegno di G.L. Bernini

L’Obelisco della Minerva, uno dei 13 obelischi di Roma, è sorretto da un elefantino nel disegno di G.L. Bernini

Così, in una delle mie peregrinazioni romane, un bel giorno mi sono imbattuta nella piazza di una chiesa, nel bel mezzo della quale si innalza un piccolo obelisco sostenuto da un irriverente elefantino in marmo.  La chiesa è Santa Maria sopra Minerva e si trova immediatamente alle spalle del Pantheon. Non chiedetemi come ci sono arrivata.

Guardo la piazza, osservo incuriosita l’elefante, entro in chiesa, mi documento. Scopro così che questo insolito monumento ha una storia molto strana. Perché sì, di obelischi a Roma non ne mancano, così come di statue esotiche, ma un elefante che sostiene un obelisco ancora non l’avevo visto!
Scopro così che l’obelisco fu sistemato sulle spalle dell’elefante da niente meno che Gian Lorenzo Bernini, il quale pare che fece realizzare nel 1667 la scultura da un suo allievo, Ercole Ferrata, e lo sistemò in modo da rivolgere… sì… insomma… il sederone all’indirizzo dei Frati Dominicani che vivevano nel convento sul lato della piazza, e con i quali evidentemente il Bernini non doveva aver avuto buoni rapporti. Oltre a mostrare ai frati il lato B, la proboscide dell’elefantino sembra che stia facendo una beffarda pernacchia: e in effetti a guardarlo il nostro simpatico e marmoreo amico ha molto poco del grande e fiero animale selvaggio mentre ha piuttosto l’aspetto di una caricatura. Chissà perché Bernini ce l’aveva tanto con questi frati: forse ha a che fare col fatto che è proprio in quel convento che poco più di 30 anni prima Galileo Galilei fu costretto ad abiurare le sue tesi?

La chiesa di Santa Maria sopra Minerva, legata al Convento dei Dominicani, ha la facciata molto particolare: quadrata, in stile rinascimentale, mentre l’interno è gotico. Al suo interno ospita le spoglie di Santa Caterina da Siena e del Beato Angelico. La piazza in sé non è grande e rimane nascosta alla vista anche di chi gira intorno al Pantheon, del quale da qui appena si intravvede il retro. Rimane perciò appena fuori dai consueti percorsi più turistici, che collegano via Vittorio Emanuele con Piazza Navona, quindi con la chiesa di San Luigi dei Francesi, il Parlamento e Montecitorio oppure il Pantheon e Via del Corso. Ma la storia che custodisce è importante e anche, in qualche modo, divertente. E del resto siamo a Roma: cosa possiamo aspettarci se non che ogni via, piazza, monumento, abbia una storia da raccontare?

elefante bernini

Concedersi (più di) una pausa a Roma

roma B/W

A chi va a Roma do un solo consiglio: giratela a piedi. Non fatevi ammaliare dalla comodità della metropolitana o dalla presunta velocità dell’autobus. Se avete una giornata da spendere a Roma, ad esempio arrivando la mattina in stazione a Termini e ripartendo la sera, non sprecate energie nel capire quale autobus prendere per arrivare nei luoghi di attrazione, ma semplicemente partite a piedi. Anche perché già lungo il percorso che da qui porta a Piazza Venezia, da dove in un senso e nell’altro si trovano tutte le attrazioni, c’è di che lustrarsi gli occhi: su Piazza dei Cinquecento gravitano le Terme di Diocleziano (oggi Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano) in un’aula delle quali è stata ricavata Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, nota per l’orologio solare che ogni giorno indica il mezzogiorno sul pavimento attraverso una fessura nella parete dalla quale filtra il sole. In via Nazionale, poi, se non vi interessano le mostre al Palazzo delle Esposizioni, in fondo trovate i Mercati di Traiano, per cominciare ad entrare nell’atmosfera della Roma Imperiale. E in ogni caso, risalendo da una traversa accanto a Palazzo delle Esposizioni potete risalire fino al colle del Quirinale, che anch’esso merita, sia per il luogo in sé che per il panorama che offre della città eterna.

Piazza dei Cinquecento all'imbrunire

Piazza dei Cinquecento all’imbrunire

Camminare per Roma, dunque, senza bisogno di ricorrere ai mezzi pubblici. Vivere con calma l’esperienza della città, avere anche il coraggio di perdersi nelle sue vie, da una parte e dall’altra di via del Corso o di via Vittorio Emanuele, le due arterie che si dipartono da Piazza Venezia, scoprire posti interessanti dove fare colazione, merenda, gustare un buon caffè e, se si ha voglia e si è stanchi, prendere una tazza di tè.

Per la colazione – ma anche per uno spuntino – consiglio in Galleria Esedra la pasticceria siciliana D’Agnino. La galleria è praticamente in Piazza dei Cinquecento, per cui si presta bene come prima sosta appena arrivati in città. Io poi vi sono particolarmente affezionata: mi ricorda il mio primo viaggio a Roma, a 12 anni, quando mio padre portò qui me e mia sorella per pranzo e tutti insieme mangiammo una bella cassata siciliana!

Un altro locale in zona dove i Romani che vogliono fare bella figura portano i loro conoscenti “stranieri” è Castroni, in via Nazionale proprio di fronte al Palazzo delle Esposizioni. Castroni al piano interrato ha un reparto vendite molto interessante, con prodotti alimentari di lusso e di importazione, dal caffè al tè alle spezie ai biscotti… ce n’è di che rifarsi quantomeno gli occhi!

Se volete prendere il caffè in un posto ben frequentato (oppure mal frequentato, a seconda dei punti di vista!) dovete andare nello storico Sant’Eustachio il Caffè, in Piazza di S.Eustachio, praticamente accanto a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica: un piccolo locale, con un’insegna insignificante, che non si nota se non lo si cerca, ma che all’interno rivela un piccolo mondo meraviglioso e gustosissimo: oltre al merchandising, ovvero caramelle e praline al caffè, caffè in polvere e caffè in grani, caffettiere, servizi da caffè e quant’altro la vostra mente caffeinomane possa desiderare, qui si prepara il caffè di default con lo zucchero (tanto che se lo volete amaro lo dovete dire prima), ma io che di solito lo prendo amaro sono stata contentissima di cambiare, per una volta: la schiuma cremosa che completa la tazzina è un’esperienza mistica. Dietro il bancone un particolare arredo in legno racconta la storia delle piantagioni di caffè in Sud America.

L'interno del Sant'Eustachio Caffé, uno dei caffé migliori di Roma

L’interno del Sant’Eustachio Caffé, uno dei caffé migliori di Roma

Accanto al Tempio di Adriano, la Roma bene va a prendere il tè oppure a fare l’aperitivo al Gran Caffè la Caffettiera, interni chic di ispirazione partenopea. I prezzi non sono esattamente convenienti, ma il locale in sé e l’aria che vi si respira regalano uno spaccato di vita della capitale: signore impellicciate che pasteggiano a prosecco, accompagnate a signori che parlano di politica, per esempio…

Ma la sala da tè più chic di Roma non è un locale italiano, ma inglese: si tratta di Babington’s, in Piazza di Spagna, nientemeno, sala da tè aperta a fine ‘800 da due signore inglesi trasferitesi a Roma che con una bella intuizione e una grande tenacia seppero gestire e mantenere un’attività che superò le due guerre mondiali e l’epoca fascista. Oggi è un luogo frequentato dalla Roma che conta, ma ha saputo mantenere il rigore tutto inglese nell’arredamento sobrio e nell’atmosfera giusta che uno si immagina per il tè delle cinque. E infatti questo è il luogo adatto per una pausa relax verso sera, dopo che si è camminato tutto il giorno per le vie di Roma e prima di riprendere il cammino.

La tavola apparecchiata per il té delle cinque da Babington’s, in Piazza di Spagna

Infine, se vi fermate a cena nella capitale, vi lascio la scelta tra due quartieri: il ghetto ebraico e Trastevere. A Trastevere in particolare, la scelta è molto ampia ma, soprattutto, non abbiate paura di finire in un posto turistico: qui c’è chi è proprio contrario, anzi, ad ogni sorta di menu turistico…

Significativo messaggio sulla vetrina di una trattoria a Trastevere

Significativo messaggio sulla vetrina di una trattoria a Trastevere. Credits: @irinaser

Perdersi a Roma: via del Pellegrino

Uno pensa a Roma e immagina i Fori, il Colosseo, San Pietro, Piazza Navona, il Pantheon e la fontana di Trevi. In genere un primo approccio all’Urbe non può fare a meno di toccare queste tappe fondamentali. Ma una visita approfondita, o concentrarsi su un quartiere ristretto, può rivelare delle chicche che renderanno il viaggio o il proprio itinerario qualcosa di unico e indimenticabile.

Uno dei paesaggi urbani più belli del mondo: i tetti di Roma con San Pietro sullo sfondo

Uno dei paesaggi urbani più belli del mondo: i tetti di Roma con San Pietro sullo sfondo

Roma non è solo vie eleganti dello shopping di gran classe e aree archeologiche esagerate, non è solo musei e chiese. Allontanandosi di poco dai percorsi prestabiliti, infilandosi nelle viuzze strette in cui si articola il centro storico – che è a dir poco enorme – si svelano scorci incredibili di un’intimità che si farebbe fatica a credere. Non solo, ma si trovano qui botteghine molto particolari, dall’abbigliamento alternativo all’artigianato radical chic, ai ristorantini un po’ meno turistici di quelli segnati sulle guide. Trastevere è il quartiere più noto in questo senso: già solo passeggiando in via della Lungaretta è un piacere deviare ogni tanto per inseguire questa o quell’altra vetrina… anche la dedalo di viuzze che conduce a Piazza Navona è una piacevole passeggiata, naturalmente se non la si percorre con la paura di perdersi! Ma uno dei luoghi più affascinanti di questa Roma seminascosta è la zona che gravita intorno a Campo dei Fiori.

Una composizione di zucche davanti ad un banco di verdura in Campo dei Fiori

Una composizione di zucche davanti ad un banco di verdura in Campo dei Fiori

Il celebre mercato di Campo dei Fiori è in realtà ormai piuttosto turistico: e se non lo sono i banchi che vendono frutta e verdura, lo sono senz’altro i ristorantini che si affacciano sulla piazza; ma per sfuggire all’assalto dei ristoratori in triplice lingua, basta infilarsi in via dei Balestrari per trovare un’osteria senza troppe pretese, accogliente e rustica, in cui si può stare tranquilli per il tempo del pranzo.

Le viuzze, più strette, più larghe, che gravitano su Campo dei Fiori sono ricche di negozietti e botteghine: i negozi di abbigliamento qui non appartengono alle ormai solite catene in franchising e mostrano nelle loro vetrine qualcosa di diverso rispetto a quello che le solite catene di abbigliamento vogliono che noi indossiamo. Si respira aria di paese, qui. Non sembra di essere nella capitale; eppure, in fondo ad una viuzza che si diparte da Campo dei Fiori spicca l’imponente architettura di Palazzo Farnese, palazzo rinascimentale oggi sede dell’Ambasciata di Francia.

Per completare il giro del quartierino che gravita su Campo dei Fiori merita inoltrarsi in via del Pellegrino: una viuzza stretta che costeggia il Palazzo della Cancelleria. Lì per lì non sembra niente di eccezionale, ma ad un certo punto ci si imbatte in una piccola bottega. L’insegna dice “Restauro Tappeti” e dentro un giovane ragazzo arabo sta effettivamente restaurando tappeti. Ma è immerso in perle, perle, perle e ancora perle di vetro. Vetro colorato, vetro verde, vetro opaco o trasparente, vetro assemblato in lampadari o in biglie sciolte, bicchieri e ampolline. Il posto sembra piccolo, ma un’apertura immette su una scala che scende in cantina. E qui la gazza che è in noi esce allo scoperto e si lascia stordire dalla quantità di vetri affastellati alle pareti, accatastati in casse per terra e pigiati in scaffali a muro. I colori creati dalle luci che illuminano la cantina sono inebrianti, e non solo per le donne che amano i gingilli sbrilluccicanti.

Queste bottiglie in vetro blu decorate con motivi arabeggianti sono solo alcuni dei meravigliosi oggetti venduti nella bottega di Via del Pellegrino

Queste bottiglie in vetro blu decorate con motivi arabeggianti sono solo alcuni dei meravigliosi oggetti venduti nella bottega di Via del Pellegrino

Qui c’è davvero di che rifarsi il servizio di bicchieri e di scodelle: la scelta è vastissima, i bicchieri da té alla menta tipicamente maghrebini sono bellissimi, verdi con le dorature damascate, le bottiglie sono elegantemente decorate senza essere esagerate, le ampolline sono oggetti senza tempo, che dall’antichità ad oggi non hanno cambiato forma né tecnica di esecuzione. Ma forse la meraviglia delle meraviglie la suscitano i lampadari, costituiti da tante perline e gocce di vetro di varia forma, colore e dimensione, che rifrangono in giro i loro riflessi iridescenti.

Lampadari in perline di vetro e bicchieri per il té alla menta nella cantina del vetro di Via del Pellegrino

Lampadari in perline di vetro e bicchieri per il té alla menta nella cantina del vetro di Via del Pellegrino

L’ambiente è polveroso e sa di antico: siamo nel centro storico di Roma, del resto, e le volte della cantina riflettono l’antichità dell’edificio, contribuendo a creare un clima assolutamente suggestivo e da sogno. A fatica si esce da qui.

Un’altra chicca che si incontra in via del Pellegrino è, pochi metri più avanti, la Libreria del Viaggiatore, al cui interno mi riservo prossimamente di fare un giro: una libreria tematica, dedicata a chi ama viaggiare e perdersi nei racconti di viaggio altrui. A suo modo una bottega di libri, come ne esistono sempre di meno, e non solo a Roma, un luogo che al solo vedere l’insegna mi fa viaggiare con la mente, mette le ali alla mia fantasia, fa fare le valigie alla mia voglia di partire per chissà dove. Un luogo prezioso, di cui personalmente, ora che l’ho scoperto, avverto il bisogno.

La Libreria del Viaggiatore in Via del Pellegrino, Roma

La Libreria del Viaggiatore in Via del Pellegrino, Roma

Più avanti ancora c’è il negozio Té e Teiere, che oltre a vendere té pregiati espone teiere di tutti i tipi, da quelle cinesi alle porcellane inglesi in un ambiente piccino e raccolto, ma in cui tutto è sistemato con cura e attenzione ai dettagli.

Via del Pellegrino è solo una delle tante vie di Roma in cui, se si ha la ventura di perdersi, se ne esce con una ricchezza di esperienze ed emozioni come solo la bellezza delle piccole cose può suscitare. Il viaggiatore, o turista, che a Roma ha i minuti contati, è bene che non venga qui: preso dalla frenesia del dover vedere quante più attrazioni “comandate” nel minor tempo possibile perderebbe solo tempo tra libri di viaggio e perline di vetro. Ma a tutti gli altri, a tutti coloro che hanno voglia e la possibilità di prendersi un po’ di tempo, rivolgo il mio invito a passare in via del Pellegrino e in tutte quelle viuzze che costituiscono il cuore pulsante di Roma e pure il più sconosciuto. Anzi, se conoscete altre vie di Roma capaci come via del Pellegrino di suscitare simili emozioni grazie alle loro botteghe, segnalatele qui: e la prossima volta che verrò a Roma sarò lieta di percorrerle con la vostra guida!