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Bill Bryson, Una città o l’altra

Bill Bryson, Una città o l’altra, Guanda Edizioni

Mi ritengo una lettrice di Bill Bryson. Ho letto tre suoi racconti di viaggio, quindi ormai ne conosco lo stile e so cosa aspettarmi, bene o male.

In un paese bruciato dal sole è stato il mio primo incontro con Bryson. Lo lessi mentre aspettavo di andare in Australia, e mi diede preziosissimi spunti, nonché una lettura spassosissima. Bryson è decisamente uno scrittore ironico, pure troppo. Nel suo viaggio in Australia la sua vena comica mi divertì moltissimo. Per questo poi volli leggere America Perduta.

America Perduta lo trovai invece sempre comico, ma con una vena cinica e sarcastica portata decisamente all’eccesso. Anche basta, a un certo punto, eh? L’abbiamo capito, Bill, sei deluso dagli Stati Uniti, tutti stelle strisce nelle metropoli e sola desolazione nell’interno, però inutile insistere fino alla nausea con un cinismo che pare persino forzato.

Nonostante tutto, mi è capitato tra le mani Una città o l’altra. Cambio di fronte, un viaggio in Europa che Bill Bryson ripercorre a decenni di distanza dal suo primo viaggio da poco più che adolescente con un suo amico. Un viaggio a metà tra il nostalgico e il curioso, tra il solitario e l’avventuroso, tra il triste e l’allegro. Anche qui lo stile è il solito, umoristico, cui Bryson mi ha abituato. Mi ha abituato soprattutto alle figuracce che posso fare in pubblico quando leggendo scoppio a ridere di punto in bianco per una qualche battuta delle sue. Anche qui, però, le sue battute a volte forzate, alla lunga mi hanno annoiato. Soprattutto quelle a sfondo sessuale, che sinceramente non incontrano il mio gusto e che spesso ho trovato fuori luogo.

Veniamo al racconto di viaggio: il nostro Bill decide di intraprendere un itinerario attraverso l’Europa nel quale intende ripercorrere un viaggio che fece quand’era giovane con un suo improbabile compagno d’avventure. In alcuni momenti traspare il confronto tra il viaggio dell’epoca e il viaggio attuale, in altri no, prevale il viaggio del momento, con i disagi e le piccole disavventure, che concorrono comunque a tratteggiare la sua idea di Europa. Va detto che Bryson non si arrende facilmente: quando le cose sembrano mettersi male o sembrano problemi insormontabili, riesce comunque a trovare una soluzione.

La prima parte del racconto si svolge nel Nordissimo d’Europa, perché Bill vuole vedere l’aurora boreale. E dopo giorni e giorni di freddo in un paesino in cui non c’è nulla se non l’alberghetto e un molo, finalmente viene ripagato del più incredibile spettacolo cosmico cui si possa assistere. Il racconto dunque parte sotto i migliori auspici.

Non è sempre un racconto equilibrato. Diviso per città o per nazioni, il resoconto è sicuramente molto personale, ma proprio per questo in alcune circostanze pecca: ad Oslo lui parla solo di un luogo in cui prende un caffé, un po’ poco per essere un capitolo di un racconto di viaggio. Per contro in Liechtenstein si spende e ci regala un quadretto graziosissimo e completo dello staterello più piccolo d’Europa.

Bryson nel suo viaggio attraversa la penisola scandinava, la Germania, l’Olanda, il Belgio, la Danimarca, i Paesi alpini, quindi Svizzera, Liechtenstein e Austria, e i Balcani, quindi la Jugoslavia, che all’epoca in cui scrive era ancora unita, fino ad arrivare in Ungheria. Da questo punto di vista il suo racconto assume un valore di documento storico, ormai, perché fotografa una situazione, quella delle code fuori dai negozi per comprare beni di consumo introvabili, che per fortuna ormai è solo un brutto ricordo nei paesi ex-comunisti (e non è neanche il ricordo peggiore).

Nel complesso, anche se ammetto che non è facile raccontare di un viaggio in tutta l’Europa cercando di tenere sempre un livello alto di attenzione nel lettore, questo suo viaggio non mi ha conquistato e a tratti mi ha annoiato. Nonostante i suoi intermezzi comici che, ammetto ancora una volta, mi hanno strappato più di una risata, non sono riuscita ad appassionarmi come altri racconti di viaggio fanno.

Ma ora voglio sentire il vostro parere: conoscete Bill Bryson? Avete letto qualcosa di suo? Che ve ne pare? Discutiamone nei commenti! 

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Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

verneAlzi la mano chi non ha mai letto Il giro del mondo in ottanta giorni! Esatto, l’abbiamo letto in tantissimi, da ragazzi, insieme ad altre straordinarie avventure raccontate da Jules Verne, come Viaggio al centro della terra, L’isola misteriosa, Ventimila leghe sotto i mari… Un aneddoto della vita di Jules Verne narra che lui, da ragazzino, si volesse imbarcare come mozzo su una nave diretta nelle Indie. Bloccato dal padre pronunciò le fatidiche parole “D’ora in poi viaggerò solo con la fantasia!” E così fece. Ma non solo: fece viaggiare generazioni di giovani lettori, grazie alle avventure stravaganti racchiuse nei coloratissimi volumi dell’Edizione Mursia. Me li ricordo ancora, e mi ricordo che lessi d’un fiato Viaggio al centro della terra, quando ero ancora alle Elementari. Sì, Jules Verne è stato l’autore che mi ha fatto accostare alla lettura e alla narrativa di viaggio, anche se i suoi sono tutti viaggi fantastici.

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Una delle tavole disegnate da Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Ma perché mi sono accostata a Il giro del mondo in 80 giorni in età adulta? La storia la conosco bene: il gentleman londinese Phileas Fogg scommette che riuscirà a compiere il giro del mondo in 80 giorni precisi, impiegando i mezzi di trasporto più efficaci e i collegamenti più diretti per completare una circonferenza intorno al mondo. Parte col fido domestico Passepartout e vive tutta una serie di avventure man mano che attraversa i continenti. Riuscirà il nostro eroe a compiere l’impresa? Tutti noi conosciamo il finale, così come sappiamo che in India salva una bella principessa indiana da un sacrificio umano, che negli Stati Uniti affronta un assalto dei Sioux e che ha alle calcagna per tutto il viaggio il detective Fix. Quello su cui non avevo mai riflettuto (e in questo mi ha aperto gli occhi, anzi mi ha stimolato alla lettura il libro Come parlare di luoghi senza esserci mai stati di Pierre Bayard) è badare a che tipo di viaggiatore sia Phileas Fogg. A dispetto di come potrebbe apparire, il nostro gentleman ha una personalità complessa: è uomo dalle immutabili abitudini che però di punto in bianco si mette al centro di una scommessa soo per dimostrare l’esattezza di certi calcoli sui tempi e sui percorsi. E di lì a poco parte, senza organizzare nulla, apparentemente, ma in realtà avendo ben preciso in testa l’itinerario che percorrerà, con le tappe intermedie, gli scambi e le coincidenze di cui dovrà tenere conto. Quand’è in viaggio, Fogg non perde tempo a visitare i luoghi. Non fa il turista: se scende in una città e alloggia in un hotel è solo perché deve aspettare il collegamento successivo per la prossima tappa. La destinazione del suo viaggio è infatti Londra, e nient’altro. Lui non rimane affascinato dai luoghi che attraversa, non sente la curiosità verso ciò che di nuovo sta vedendo. O forse sì, ma lo nasconde talmente bene anche a se stesso da dimostrare che non gli interessi nulla di diverso dal suo itinerario. Eppure prova di avere dei sentimenti ne dà in più di un’occasione: quando salva da morte certa la principessa e decide di portarla con sé fino in Europa, e quando salva Passepartout rapito dai Sioux. In cuor mio, quindi, voglio pensare che un minimo il paesaggio indiano l’abbia ammirato mentre il treno attraversava il subcontinente. Ma dalla lettura ciò non traspare. Come dice Verne di lui, “A rigore, può dirsi che egli non viaggiava: descriveva soltanto un percorso circolare, come un grave che seguisse la propria orbita intorno alla terra secondo le leggi della meccanica“.

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Una delle illustrazioni di Léon Bennet per Il giro del mondo in 80 giorni

Al contrario Passepartout è molto più empatico: al contrario Passepartout è molto più empatico: “Mi accorgo che non è inutile mettersi in viaggio, se si desidera vedere qualcosa di nuovo” dice, ammirando le fortificazioni di Aden, e ancora “risvegliatosi, ammirava il panorama e non riusciva a convincersi che stava attraversando l’India in un treno della “Great Indian Penisnular Railway”. Gli sembrava incredibile. E tuttavia niente di più reale!“; è, insomma, tutto un altro tipo di viaggiatore, curioso, entusiasta, attento al nuovo e capace di trarsi d’impaccio davanti agli imprevisti. Fogg e Passepartout interpretano due modi diametralmente opposti di viaggiare, non c’è che dire. Quello di Fogg è anzi un non-viaggio, il suo è una serie di punti segnati du un planisfero e uniti con una linea. Per questo Bayard parla di lui come del tipico viaggiatore in pantofole, di colui cioè che non si scomoda a voler visitare di persona i luoghi: sempre di lui dice Verne che egli appartiene a “quella aristocratica categoria d’Inglesi che fanno visitare dal proprio servo i paesi dove viaggiano“.
Oltre al personaggio bizzarro, un altro aspetto è interessante: è un racconto totalmente inventato, le descrizioni dei luoghi non derivano da una conoscenza diretta degli stessi, e soprattutto i due episodi più avventurosi, il salvataggio della bella principessa e l’assalto al treno dei Sioux sono due cliché abbastanza scontati ai nostri occhi. Nonostante questo, però, Il giro del mondo in 80 giorni è e sempre sarà il re dei racconti di viaggio!

“Era meglio se stavo a casa!” I grandi scrittori raccontano i loro peggiori viaggi

Verrebbe da dire “Anche i più esperti viaggiatori piangono”. Ma il libro, che è una raccolta di disavventure di più o meno noti scrittori, giornalisti, romanzieri, autori di guide turistiche, non vuole essere un mero elenco di disgrazie che possono capitare a chi viaggia. Piuttosto nasce dal presupposto che quando si torna da un viaggio c’è sempre qualche aneddoto da raccontare e l’aneddoto è sempre qualche imprevisto: un imprevisto che lì per lì avrà causato disagio, rabbia, frustrazione, pericolo e paura, ma che, a ricordarlo con calma, nella tranquillità di casa propria, quasi quasi suscita tenerezza e una bella sensazione, perché in fondo, l’aneddoto è tale in quanto noi siamo sopravvissuti per poterlo raccontare.
Ce n’è per tutti i gusti: i 51 brevi racconti di altrettanti autori (tra i quali Isabel Allende e Dominique LaPierre) parlano di disagi con gli aerei o con i treni, parlano di invasioni di insetti e di terribili condizioni meteorologiche… insomma: c’è chi è stato sballottato per gli aeroporti di mezza Europa perché Heathrow era chiuso… c’è chi è stato assalito dalle formiche assassine nel CentroAmerica, c’è chi ha rischiato di essere stuprata da un orango, c’è chi ha passato la notte aspettando un treno a New York come un barbone, c’è chi si è trovato nel bel mezzo di un tornado di ritorno dal Krakatoa, c’è chi è stato fermato alla frontiera tra Messico e USA perché nello zaino trasportava… una lucertola!
L’elenco delle peggiori esperienze di viaggio è lungo e una di queste tappe intorno al mondo delle brutte avventure interessa anche l’Italia, con la stazione ferroviaria di Terontola, in provincia di Arezzo (che io, che ogni tanto ci passo, definisco scherzosamente “il più importante snodo ferroviario del Centro Italia”).
Lettura scorrevole, l’organizzazione per brevi raccontini fa sì che si legga tutto d’un fiato: un po’ come se ci trovassimo una sera intorno al fuoco ad ascoltare con grande attenzione e curiosità ciascuno dei nostri autori che, a turno si mette a raccontare il proprio aneddoto di cui, ormai ricordo lontano, poter ridere davanti ad un bel bicchiere di vino.

WHASHINGTON IRVING, L’Alhambra al chiaro di luna

Attirata dal titolo di questo piccolo librino, l’ho comprato senza pormi troppe domande su chi l’avesse scritto, quando e in quali circostanze. Poi appare chiaro: l’autore è un noto scrittore americano nato all’indomani della Rivoluzione Americana con la quale gli Stati Uniti si erano resi indipendenti dalla madrepatria Inghilterra. Ma Irving preferisce comunque l’atmosfera europea, tant’è che fin da giovane si allontana dalla terra natìa e se ne va in Europa.

Senza dubbio rimane affascinato dall’Andalusia, e senza dubbio l’Andalusia deve a lui se Granada è così famosa, conosciuta, celebrata. Di fatto Irving, con questo librino di appena 77 paginette riesce a trasmettere tutta la magia e la bellezza di un luogo, qual è la fortezza dell’Halhambra che all’epoca in cui lui la frequentava si stava appena cominciando a sollevare da secoli di rovina in cui era caduta per l’abbandono.

Con una prosa molto versatile, che va dalla narrazione avvincente anche per i più miseri episodi alla cura descrittiva, mai comunque esagerata, ma che dimostra un’attenzione alle piccole cose forse anche accentuata, il nostro autore ci accompagna attraverso questo viaggio in Andalusia e a Granada in particolare.

Dalle sue pagine senza dubbio si alza un grande senso di ammirazione per l’opera dei Mori, per questa perla dell’architettura araba, che gli suscita qualche considerazione su quanto siano effimere le cose umane, visto che anche le più belle opere cadono in rovina.

Leggendo le sue pagine, mi è tornato in mente il mio passaggio a Granada, durato appena una notte di qualche agosto fa: tutta la notte a passeggiare tra i vicoli profumati di incensi e di spezie arabe: se i Mori non ci sono più, qui sono comunque rimasti i loro profumi. E ricordo che avevo potuto ammirare l’Alhambra solo da lontano, perché la notte era chiusa, tanto che mi ero ripromessa all’epoca, di tornarci una volta di giorno, così da poterla finalmente vedere. Leggere questo libricino, che è un resoconto di viaggio così come potrei scriverlo io, senza pretese di sorta, molto intimo per questa sua attenzione alle piccole cose, è stata l’ulteriore conferma che devo tornare a Granada prima o poi, e devo visitare l’Alhambra.

Le descrizioni di Irving ogni tanto si fanno trasportare da quel senso del sublime che si andava diffondendo nell’Europa Romantica dei suoi tempi, e gli ambienti, i giardini del palazzo, il panorama, sono descritti non per come sono, ma per come lui li vede. Ed egli vuole condividere le sue immagini, la sua permanenza all’Alhambra (uomo fortunato, vi ha abitato per qualche mese) con qualcuno, perciò ecco che ad un certo punto si scatena: “Se dunque lettore mi accompagni, seguimi in questo vestibolo…non entreremo là dentro, ma gireremo sulla sinistra…Eccoci giunti alla terrazza, possiamo prendere fiato…Avviciniamoci ai merli…Sussulti? non è che uno sparviero che abbiamo fatto fuggire spaventato!” E immediatamente il lettore è catapultato dentro le pagine del libro, è con l’autore, passeggia con lui, guarda il panorama, osserva compiaciuto i fiori del giardino, si specchia nell’acqua della fontana.

Ma l’immagine più bella di tutto il racconto è la frase conclusiva, in cui l’autore descrive un passatempo alquanto inconsueto della povera gente di Granada: questi personaggi poverissimi, che non posseggono nulla usano la canna da pesca, seduti sul tetto delle case, per catturare invece che i pesci, i rondoni e gli uccelletti a caccia di insetti: in poche parole, hanno inventato una cosa bellissima che è, per dirla alla Irving, “l’arte di pescar tra le nuvole”: credo non esista al mondo immagine più poetica di questa, anche perché a noi, figli del cinema e della TV, a leggere queste parole non può non venire in mente il logo della Dreamworks, col bambino che, guardacaso, pesca tra le nuvole. Ora so chi ha inventato quest’immagine, e gli faccio tutti i miei complimenti.

BILL BRYSON, America perduta

Leggete questo libro di Bryson, e appariranno davanti ai vostri occhi gli States come mai avreste pensato potessero essere. Allora vi cadranno numerosi miti, anzi probabilmente vi passerà la voglia (o forse no) di fare quel viaggio Coast-to-Coast che è il sogno nel cassetto di tutti noi. Con Bryson gli Usa vengono messi a nudo, e l’impressione che si ha è che non siano poi così eccezionali come li si dipinge. Poco infatti viene risparmiato dalla sua vena sarcastica e dissacrante: Bryson è dell’Iowa, e il viaggio che compie attraverso gli Stati Uniti, in realtà in parte l’ha già compiuto quando, da piccolo, andava in vacanza con la famiglia. Il racconto del suo viaggio è infarcito, dalla prima all’ultima pagina, di tanta autoironia e di ridicoli aneddoti della sua infanzia che affiorano alla sua mente, mentre rivede dopo tanto tempo quei luoghi che aveva già visitato. Ora però, alla ricerca della sua “Amalgama-City” – la città perfetta, che riunisce in sé tutti i pregi e i caratteri che dovrebbe avere una città americana – nulla lo soddisfa, e il suo viaggio diventa una critica irriverente della società statunitense, società di cui lui stesso fa parte, anche se ormai vive a Londra da anni. Forse proprio per questo si permette di essere così duro nei suoi giudizi: Bryson si sente proprietario degli USA, in cui è nato e vissuto, come un qualsiasi cittadino americano, e vedere lo squallore delle città dell’interno, l’eccessivo turismo in alcune aree, che turba l’equilibrio dei centri abitati e danneggia oltremodo il paesaggio circostante, lo fa imbestialire, perché si sente privato di un qualcosa che gli appartiene: “si stanno portando via il mondo pezzo dopo pezzo. E questo, scusate, mi fa proprio incazzare”.

C’è dunque un fondo di amarezza, neanche troppo latente, che accompagna la Chevette guidata da Bryson lungo interminabili strade sempre tutte uguali, attraverso paesini con stazioni di servizi e motel squallidi, e con la compagnia delle radio che alle volte è persino fastidiosa.

Però un qualche spunto positivo c’è: il libro, scritto alle soglie degli anni ‘90, mostra uno spaccato di America che si fa fatica ad immaginare, con le cittadine rimaste gli anni ‘50, col drive-in, per esempio, e con l’ossessivo appropriarsi di qualsiasi testimonianza della breve storia americana per trasformarla in museo. Questi sono a parer mio i due caratteri più distintivi della provincia americana e che, se vogliamo, la distinguono dal resto del mondo.

Per il resto già il titolo “America Perduta” fa capire come andrà a finire: e sarei curiosa di ripercorrere oggi lo stesso tragitto che Bryson ha fatto 20 anni fa, per vedere cosa è cambiato o se qualcosa magicamente è rimasto come lui l’ha visto.

MICHAEL CUNNINGHAM, DOVE LA TERRA FINISCE

Chi come me è ignorante in geografia, leggendo le prime righe potrebbe pensare che Provincetown sia un luogo della mente più che un luogo reale. Non viene dato alcun dato geografico significativo, ma solo descrizioni ai limiti del metafisico (questa Provincetown sembra così provinciale e insignificante e tuttavia poetica e di una struggente bellezza), ma piano piano assume il rango di città reale: scopriamo che si trova nel New England, che sulle sue rive sbarcò il Mayflower, che è la meta prediletta da gay e lesbiche d’America e che sì, è una cittadina insignificante, ma cui Cunningham è molto legato. Nessuno scrittore americano, forse uno, ha mai dedicato un libro a Provincetown. Lo fa Cunningham avvertendo però il lettore che non farà una descrizione oggettiva della città ma farà la SUA descrizione della SUA Provincetown: “con questo libro spero di offrire né più né meno che la storia del mio amore personale”, dice.

Provincetown è una meta turistica d’estate, alla pari delle nostre città lungo la Riviera romagnola: viva e attiva, sovraffollata d’estate, morta e deserta d’inverno. Non un monumento che possa spingere un viaggiatore a recarvisi. E francamente, dopo aver letto questa lunga descrizione, non ho aggiunto Provincetown all’elenco dei luoghi del mondo da vedere nella vita. E non perché Cunningham non descriva bene la città: anzi, la descrive in modo mirabile, riuscendo a cogliere una poesia nelle singole piccole cose, cose che sarebbero altrimenti insignificanti, come solo pochi riescono a fare. La capacità evocativa della sua scrittura rende poetica una città che, per ammissione stessa dell’autore, poetica non è per niente.

Cunningham insiste molto sulla vocazione di Provincetown quale città frequentata da gay. Da omosessuale dichiarato, però, volutamente non cerca di rendere questo fatto come una cosa normale, ma lui stesso insiste, sottolineando più e più volte come gli eterosessuali qui siano in minoranza. Un’insistenza su cui vale la pena di riflettere: quasi come se volesse arrogarsi un diritto di conquista su questa città, come se essa fosse un baluardo, una roccaforte. Ma Provincetown è soprattutto una città di artisti; Cunningham lo spiega molto bene: da fine ‘800, quando la popolazione lasciava le campagne e in genere le terre più provinciali per cercar fortuna nelle metropoli, al contrario gli artisti rifuggivano la città e cercavano luoghi “ai confini del mondo”, in cui recuperare l’essenziale e la purezza della vita e dell’ispirazione. Prima pittori, poi scrittori e autori di commedie si stabilirono o trascorsero alcuni anni della propria vita qui, dando impulso ad una tradizione che, quando Cunningham era studente, si era trasformata in una borsa di studio per studenti aspiranti scrittori o poeti. È proprio grazie ad una di queste borse di studio che Cunningham approda la prima volta a Provincetown, rimanendone stregato.

Il suo omaggio alla città cui in assoluto è più legato è questo libro, che non è un racconto, non è una guida, non è una mera descrizione di luoghi e di fatti, ma è tutte queste cose insieme e, in alcune pagine, è pura poesia.

ERNEST HEMINGWAY, VERDI COLLINE D’AFRICA

“Vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni”

In questa frase è riassunto lo spirito che anima le pagine di questo racconto e l’avventura stessa di Hemingway: vivere veramente, provare emozioni ed esperienze, non restare lì fermi, ma affrontare ciò che gli si presenta davanti.

Hemingway avverte i lettori in apertura: per questa volta egli narrerà una storia vera, di cui egli stesso è protagonista. Si vuole cimentare con quest’esperienza autobiografica, il racconto di un viaggio-safari in Africa, per valutare se il racconto di una storia vera può essere ugualmente emozionante di una storia romanzata.
Come sempre, gli spunti per narrare eventi autobiografici vanno cercati nelle esperienze eccezionali di chi, avendole vissute, vuole rendere loro omaggio mettendole per iscritto, raccontandole ad altri, in certo senso eternandole. Chi più chi meno lo facciamo noi tutti che amiamo i viaggi e che amiamo serbarne il ricordo. A maggior ragione lo fa uno che scrive di mestiere, uno come Hemingway. Lo dice chiaramente, nel bel mezzo di un dialogo nell’accampamento in mezzo alla savana: esprime l’intenzione di voler narrare di questo viaggio-safari, dell’emozione della caccia, della sua personalissima esperienza in Africa. La cosa difficile, dice, non è tanto scrivere, quanto trasmettere su carta, e ai lettori, quelle stesse emozioni che lui ha provato. Un po’ come fa un fotografo davanti ad un paesaggio: non scatta e basta, ma vuole catturare il momento, l’emozione, perché chi vede la foto possa provare quella stessa emozione.
Già nel titolo io personalmente colgo una nota personalissima dell’autore: verdi colline d’Africa. Ma come, non siamo abituati a immaginare, e a vedere in tv, la savana arida e sabbiosa? E le verdi colline dove sono? Ma è proprio questo il bello: nel narrare la sua esperienza in Africa, Hemingway ha colto un dettaglio paesaggistico che se da un lato sa di banale, dall’altro spiazza. Da ignorante quale sono, mi aspetterei come più credibile un titolo “Aride colline d’Africa”. Aride, e non verdi. Solo leggendo capiamo che spesso la troupe di cacciatori, Hemingway in testa, si acquatta nell’erba alta, per nascondersi alla vista degli animali; solo leggendo capiamo che siamo quasi a ridosso della stagione delle piogge, quando la pioggia (ma come, piove in Africa? un altro luogo comune sconfessato!) comincia a rendere un pantano la terra che fino a due minuti prima era sabbiosa.
Quanto può essere interessante il racconto di una lunghissima battuta di caccia? Eppure Hemingway si dilunga a raccontare la caccia al leone, al rinoceronte, poi al kudù, poi all’antilope nera, con una passione coinvolgente. Racconta la vita dell’accampamento, l’organizzazione dell’équipe di caccia, con i cercatori di piste e i portatori Masai (che tra l’altro ho rivisto in tv pochi giorni fa a Geo&Geo, emozionandomi perché li ho riconosciuti nella descrizione di Hemingway), riporta i dialoghi più o meno frivoli, non si vergogna di ammettere le sue debolezze e le sue spacconate. Un racconto autobiografico a tutti gli effetti, sullo sfondo di un’Africa di cui l’autore si innamora perdutamente, giorno dopo giorno, fino al punto di arrivare a fantasticare di volercisi trasferire perché solo nella Savana, cacciando, egli si sente veramente realizzato.
Hemingway riesce così nell’intento di portare fuori di sé quell’Africa che sente sua, la fa uscire, la trasmette a chi legge, con immediatezza e freschezza. Siamo con lui mentre imbraccia il fucile, mentre prende la mira per sparare alla sua preda, siamo con lui mentre beve birra ghiacciata per rinfrescarsi dalla calura africana e mentre trangugia whisky per annebbiarsi consapevolmente la mente, siamo con lui quando incontra i Masai, siamo con lui quando abbozza qualche parola in swahili, siamo con lui mentre ci trascina nell’intrico dei suoi pensieri, pensieri che vanno dalla guerra, sempre presente, alla caccia, all’America e, naturalmente, all’Africa.