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Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 28/08/2012

Giallo e blu, i colori di Sillustani

L’autobus per Puno parte dal terrapuerto di Arequipa alle 8.30. Attraversiamo un territorio montagnoso molto spoglio e pressoché disabitato, eccetto qualche minuscolo villaggio qua e là lungo la strada. Nel primo tratto la vegetazione è caratterizzata dalla presenza di grossi cereus, piante grasse alte e snelle che vivacizzano un territorio altrimenti brullo. Man mano che si sale di altitudine i cactus scompaiono, e rimangono solo sterpaglie, erba gialla e radi arbusti. Nel frattempo però compaiono le greggi di alpaca accompagnate dai loro pastori. Prima di arrivare a Puno l’autobus passa da Juliaca, città industriale del Perù che ci appare polverosa e incasinata.

il paesaggio brullo delle Ande sulla via da Arequipa a Puno

Infine arriviamo a Puno alle 2 del pomeriggio al terminal terrestre. Taxi con destinazione Sol Plaza Hotel, nel quale pernotteremo oggi e domani. Senza por tempo in mezzo, incuranti del mal di testa feroce che sale, sintomo del mal d’altura che ci sta cogliendo, ci facciamo prenotare un taxi che ci accompagni a Sillustani.

Panorama di Puno e del lago Titicaca

Sillustani è un sito archeologico scenografico che si trova a 40 minuti di auto da Puno. Attraversiamo una regione piatta dove pascolano gli alpaca e dove ogni tanto si incontra qualche casa di pastori della zona. Per visitare Sillustani occorre un biglietto di 10 soles a testa.

La piccola chiesetta del pueblo di Sillustani, alle pendici dell’omonimo sito archeologico

Il sito archeologico è sull’altura, e durante la salita, a piedi, incrociamo un gregge di alpaca guidato da una bambina che ci chiede un sol per poter fotografare. È il prezzo da pagare, ma vale il prezzo del biglietto la possibilità di passare in mezzo al gregge: non sono più grossi delle pecore, solo hanno il collo lungo e l’espressione sorridente. Qualcuna ha gli occhi azzurri.

gli alpaca a Sillustani

Staremmo qui per ore, ma la vista della prima chullpa sulla sommità dell’altura ci invita a proseguire. Le chullpas sono delle torri alte alcuni m utilizzate come sepolture per i nobili della popolazione preincaica che viveva qui e poi degli Inca quando si insediarono. Si ergono su quest’altura che domina la vista sul lago Umayo, uno specchio d’acqua blu chiuso dalle montagne. La chullpa più grande, la prima che si incontra salendo l’altura, viene chiamata Lizard Chullpa, perché su uno dei blocchi di pietra che la costituiscono è stata scolpita a rilievo una grossa lucertola. Un’altra chullpa ha un serpente in rilievo su una delle pietre. Ciò che più colpisce qui, però, non sono le chullpas in sé, quanto piuttosto come si integrano nel paesaggio, creando una visuale unica sul panorama circostante: il blu del cielo, il giallo della terra erbosa, le chullpas che si stagliano contro il cielo: tutto ciò è qualcosa di bello, una perfetta integrazione tra natura e uomo.

La Lizard Chullpa a Sillustani

Di ritorno da questo luogo magico, il taxista ci chiede se vogliamo visitare una tipica casa di pastori che vivono da queste parti. Accettiamo e veniamo portati in una casa lungo la strada dove sembra che ci stiano aspettando (senza il sembra): sono in tre, padre madre e niño di appena un anno. È il capofamiglia che ci illustra la loro casa e la loro vita, a partire dalle loro abitudini alimentari: la quinoa, le papas, il queso, la macina a mano della quinoa per ottenere la farina, l’angolo cucina, all’aperto, alla brace. Ci viene poi mostrata l’abitazione vera e propria, una stanza con un giaciglio piuttosto duro, ci dice il nostro anfitrione. Ci porta poi sul retro dove ha un piccolo orticello dove ora sta zappando. Sul tetto campeggiano due toritos, due piccole statuette a forma di toro che hanno il compito di proteggere la famiglia e di augurare l’abbondanza, usanza tipica sulle Ande. A fine visita siamo invitati ad acquistare uno dei prodotti di artigianato realizzati con la lana dei loro alpaca che stanno qui fuori: è il prezzo da pagare per quest’“attrazione”.

I toritos campeggiano sui tetti delle case andine per augurare abbondanza e prosperità

Rientriamo a Puno quando ormai è buio, alle 6 di sera. Prima di andare a cena facciamo un giro su Plaza de Armas e in quella che può essere considerata la via dello struscio, ricca di ristorantini, negozi di souvenirs e abbigliamento tipico. Scegliamo di cenare al Mojsa. Qui proviamo il rocoto relleno, un peperone ripieno di carne macinata e coperto di formaggio gratinato: un’esperienza decisamente piccante che spegniamo con una pinta di ottima chicha morada.

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Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 29/08/2012

Sul lago Titicaca – las Islas Flotantes

La giornata di oggi è interamente dedicata ad un’escursione sul lago Titicaca. Ci imbarchiamo a Puno alle 7 del mattino. La prima meta è una delle 45 islas flotantes abitate dalla popolazione degli Uros. Per arrivarvi attraversiamo un canale realizzato in mezzo ai giunchi che crescono qui. La popolazione degli uros trae proprio dalla totora, il giunco, il necessario per vivere. Da quando, circa nel 1200, furono costretti ad abbandonare le montagne prospicienti il lago dall’arrivo di popolazioni più forti, gli uros si inventarono un modo di vivere totalmente nuovo: scesero nel lago e costruirono vere e proprie isole galleggianti a partire dai banchi di totora. Da allora, ogni volta che devono costruire un’isola galleggiante sezionano i banchi di totora, comprensivi di tutte le radici che sono piuttosto spesse, le trasportano nel punto in cui vogliono fermare l’isola, le ancorano con dei pali al fondo del lago. Con le radici fanno la base, con i giunchi che vengono tagliati fanno più strati, che volta volta vengono rinnovati, per rendere la superficie impermeabile. Su uno strato più alto costruiscono le capanne, anch’esse in giunchi. Chi ha inventato questo sistema dev’essere stato un genio. Tutto questo ci viene spiegato sull’isola galleggiante sulla quale sbarchiamo: l’effetto è strano, perché non sembra di essere scesi dalla barca, anzi, vediamo il “terreno” che si alza e si abbassa sotto i nostri piedi, perché di fatto galleggia!

Le Islas Flotantes nel lago Titicaca

La totora è commestibile, ne assaggiamo un pezzettino: sa vagamente di cetriolo, ma ha la consistenza di un marshmallow. Le isole galleggianti sono tuttora abitate dagli uros, che vivono di caccia, pesca e… turismo. Tutta la gita e l’arrivo sull’isola ha il sapore di una messinscena apposta per il turista, tant’è che veniamo accompagnati nelle capanne delle singole famiglie e qui si svela l’arcano: compra turista, compra a caro prezzo oggetti fabbricati da noi. Viene il dubbio che sia solo un’attrazione turistica, che non ci vivano realmente. Quale che sia la verità, qui è portato alle estreme conseguenze il rapporto col turista. È un incontro con la popolazione locale totalmente falsato.

Come si costruisce un insla flotante?

Sul lago Titicaca – Taquile

Lasciamo a metà mattina le isole galleggianti per fare rotta verso l’isola di Taquile, a 2 ore di navigazione. Ci allontaniamo dunque da questa bizzarra comunità, che ha comunque il suo fascino, per trasferirci su un’isola vera, abitata da una comunità che ha un forte senso della tradizione e che ha imposto delle regole di comportamento ai turisti che arrivano ospiti sull’isola.

L’isola di Taquile, sul lago Titicaca

L’isola è, come dire, in salita: dall’approdo una salita panoramica sul lago porta sino al villaggio di Taquile, sulla sommità. La via risale i terrazzamenti ricavati nella montagna per coltivare e per consentire alle numerose pecore di brucare. La vista spazia sul lago fino alla cordigliera andina con le cime più alte innevate, già oltre il confine boliviano. Al villaggio non c’è molto da fare se non acquistare l’ennesimo oggetto artigianale in lana.

il pueblo di Taquile

Pranziamo al ristorante locale a base di troucha, la trota pescata nel Titicaca, e chiudiamo il pasto con la muñita, un mate de muña, una sorta di mentuccia che cresce da queste parti e che ha capacità digestive. Durante il pranzo ci viene illustrata una delle peculiarità degli abitanti di Taquile: l’abbigliamento maschile. L’uomo sposato si distingue dal celibe – che corrisponde al giovane – per il copricapo, rosso, mentre il celibe lo ha bianco e rosso, per una fascia che tiene in vita e per la borsa della coca che tiene legata in vita. Quando due uomini di Taquile si incontrano, si salutano scambiandosi foglie di coca prese dalla loro rispettiva borsa. Anche la donna sposata si distingue dalla nubile: quest’ultima indossa uno scialle nero decorato da pompon multicolore, mentre la donna sposata indossa uno scialle nero con un unico pompon dal colore non troppo acceso.

L’isola di Taquile è popolata da tante greggi di pecore: sulla produzione della lana si basa l’economia isolana

La discesa dal villaggio all’approdo, compiuta per altra via, è una splendida passeggiata panoramica in mezzo ai terrazzamenti, alle pecore, agli eucalipti (introdotti in Perù nel 1868 e adattatisi benissimo alla terra e al clima), con sempre, sullo sfondo, lo splendido blu del lago Titicaca. Lungo la discesa la nostra guida, saputo che siamo italiani, pensa bene di mettersi a parlare di calcio: uomini di tutto il mondo, perché siete tutti uguali?

Dopo due ore di navigazione – durante le quali imparo a farmi il mate de coca da sola, usando 7 foglie per una tazza d’acqua calda – rientriamo a Puno. Visitiamo brevemente la bella e buia chiesa in Plaza de Armas e a cena andiamo al ristorante Tulipanis, lungo la via dello struscio, dove prendiamo la zuppa di quinoa, cereale locale, e l’alpaca cucinato con le foglie di coca. Nel frattempo in Plaza de Armas iniziano i festeggiamenti per Santa Rosa di Lima, patrona del Sudamerica.