Archivio tag | ponente ligure

Triora, il borgo delle Streghe

Il borgo di Triora

Il borgo di Triora

La Valle Argentina è un territorio selvaggio e antico: una valle strettissima della Liguria di Ponente che scende dalla montagna ligure fino ad Arma di Taggia, sul mare; lungo il percorso, i boschi si alternano a piccoli borghi di fondovalle o arroccati lassù in alto, mentre la strada ridiscende tortuosa lungo il fiume.

Triora è il più grande dei borghi di montagna. Si trova lassù, sulla cima della sua montagna da cui controlla tutto il territorio circostante, la valle e i borghi dispersi sulle altre montagne a custodia del territorio. Un tempo questo sistema abitativo rendeva l’accesso al mare dalle Alpi invalicabile. Triora era un prezioso possedimento della Repubblica di Genova proprio per la sua posizione strategica. Il castello in cima all’altura ne è un”eterna testimonianza. Ma il borgo è noto ai più per altri motivi.

La Caccia alle Streghe. Se si pensa alle streghe vengono in mente ambientazioni fiabesche e di sapore medievale, donne brutte col naso adunco vestite di stracci, lo sguardo truce e la voce stridula che viaggiano con la scopa e preparano pozioni. Invece le streghe di Triora altro non erano che donne del borgo, mogli, madri e figlie che alla fine del XVI secolo, ben dopo i secoli bui del Medioevo, furono perseguitate inizialmente perché accusate di riunirsi la sera in un luogo del paese, la Cabotina.

Uno scorcio di Triora

Uno scorcio di Triora

Siamo nell’epoca della Controriforma, tutto ciò che non segue precisi dettami comportamentali e di devozione viene letto con sospetto. Aggiungiamoci magari  molestie o avances respinte da qualcuna di queste donne di montagna, tenaci come solo chi vive in territori impervi può essere, ed ecco servita un’accusa di stregoneria, che giunge a Genova e che suscita l’interesse dell’Inquisizione.

Inizia la persecuzione. In principio sono poche le donne accusate, che però vengono torturate per essere costrette a confessare. E queste donne shockate, spaventate, indifese, accusano a loro volta altre donne, come vuole sentirsi dire l’Inquisizione. Inizia una spirale di terrore che si acuisce quando da Genova viene mandato tal Giulio Scrivani, che pratica giudizi sommari e che alla fine, ma quando per molte delle innocenti condannate è troppo tardi, viene fermato. Ne uscirà pazzo, ma a noi consola poco.

Una cella delle prigioni di Triora

Una cella delle prigioni di Triora

La storia delle streghe di Triora è raccontata nel locale Museo Regionale Etnografico e della Stregoneria, all’ingresso del paese. Qui, in particolare al piano inferiore, sono ricostruite le celle delle prigioni nelle quali le povere donne venivano segregate o torturate. In una è ricostruita una scena terribile: una delle condannate, stesa su un cavalletto, è in attesa del supplizio. In un’altra, una donna è in gabbia, mentre nell’ombra un uomo, il suo carnefice o il suo giudice, si avvicina.

Oggetti dell'economia silvopastorale di Triora. E un'inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Oggetti dell’economia silvopastorale di Triora. E un’inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Il resto del museo racconta invece la vita “normale” di Triora: la sua economia basata principalmente sulla pastorizia e sullo sfruttamento dei boschi a castagno. La ricostruzione di ambienti di vita e di lavoro, con gli oggetti quotidiani di un secolo fa e anche meno, completa il quadro e ci racconta chi erano gli abitanti di Triora fino ancora a pochi decenni fa. Una collezione di streghette, poi, completa il giro, tanto per ricordarci dove siamo,  e una piccola saletta racconta il passato più remoto della regione, quando gli uomini vivevano ancora nei ripari in grotta e appena cominciavano a realizzare i primi oggetti in terracotta per la conservazione dei cibi.

Il paese è delizioso. Case in pietra, carrugi bui e tortuosi, scorci tra gli archi, edifici stretti gli uni agli altri, la piazza della chiesa, e poi il camminamento esterno, che guarda alla valle e alle alture circostanti e, nelle immediate vicinanze le pievi poste lungo le vie di crinale, di pascolo e di cammino, risalenti a quando la strada asfaltata ancora non esisteva. Un paese che non ha perso nulla della sua aria medievale, che mostra tracce qua e là di abbandono, soprattutto negli edifici più antichi, ma che continua ad essere abitato e frequentato.

un portale medievale nella piazza della chiesa

un portale medievale nella piazza della chiesa

Triora ha saputo trasformare un capitolo orribile del proprio passato in una risorsa. Senza voler lucrare sulla tragedia che colpì le donne del paese, ha restituito loro la dignità che meritano, e ha dedicato loro, oltre al museo, un monumento. In questa “strega” immersa tra i fiori voglio vedere un monumento contro l’odio e l’ignoranza, contro le superstizioni e contro la violenza di genere. E ci rendiamo conto di quanto la “caccia alle streghe” con forme diverse, purtroppo è dura a morire.

Il monumento nella piazzetta di Triora

Il monumento nella piazzetta di Triora

E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

Questo post inizia dal titolo con una domanda un po’ provocatoria, ma di fatto vi racconta cosa ho scoperto oggi nel mio paese. Paese in cui ho vissuto si può dire per 30 anni, e nel quale torno saltuariamente, ormai. E che, forse proprio per questo, ho iniziato ad osservare con più attenzione. Non mi basta più percorrere quelle quattro strade consuete che percorrevo sempre, cerco qualcosa che stuzzichi la mia curiosità, e mi soffermo sui dettagli. Mi spingo oltre, ed è spingendomi oltre che ho scoperto davvero un borgo dentro al borgo, un angolo antico e, perché no, romantico, dietro San Bartolomeo.

image
Premessa: San Bartolomeo al Mare è un paese a vocazione turistica: tre strade principali, la via Aurelia lungo la quale si dispone il paese; la Passeggiata a Mare, Lungomare delle Nazioni, una via pedonale su cui affacciano tutti gli hotel e che guarda sugli stabilimenti balneari e sulla spiaggia libera (e oggi sul porticciolo); la via, infine, che dal casello autostradale scende all’Aurelia. E ringraziamo il cielo che San Bartolomeo ha l’uscita dell’autostrada, perché altrimenti sarebbe nell’anonimato più totale, stretta com’è tra Cervo, borgo medievale tra i Più belli d’Italia, e Diano Marina, cittadina a vocazione turistica ultimamente molto “in”, molto piacevole sia d’estate che d’inverno.

image
Descritta così, San Bartolomeo al Mare sembrerebbe un paese sorto apposta per il boom economico/edilizio/turistico dagli anni ’60 in avanti, eppure non è così. Perché San Bartolomeo è l’unione di due piccoli piccolissimi borghi, uno gravitante intorno ad un santuario, il santuario della Madonna della Rovere, che a sua volta sorge molto probabilmente su un luogo di culto pagano, e il borgo di San Bartolomeo, che sorge intorno alla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo. Io ho sempre vissuto alla Rovere, per cui ho sempre esplorato poco il borgo di San Bartolomeo. Gravissimo errore.

image
Dietro la chiesa di San Bartolomeo c’è una piazza, piazza Verdi, che è chiusa sul suo lato di fondo, da un palazzo con un portico. Ho sempre pensato, da piccola, che la piazza fosse chiusa lì. Non sapevo invece, che il portico proseguiva, da un lato e dall’altro, in una stradina. Ho sempre pensato che la piazza fosse come una quinta teatrale, che dietro non ci fosse niente; invece c’era un borgo del XV secolo che si conserva tutt’oggi, e che è abitato e vissuto, variamente, tutt’oggi.

Oggi mi sono spinta oltre, ho scoperto la stradina che passa dietro il piccolo borgo (perché di un piccolo piccolissimo borgo si tratta), sono discesa lungo il vicolo in pendenza che scende a Est, in direzione del torrente Steria, lungo la Via degli Orti. Qui, superata l’ultima casa, rigorosamente in pietra, rigorosamente addossata alla casa precedente, iniziano effettivamente gli orti, terrazzati. Su un lato della stradina, che ora diventa un sentiero, in un campo si trova un pozzo a bilanciere in muratura, apprestamento tipico degli orti liguri nei secoli passati, mentre dall’altra parte si trova un bellissimo, e ahimè abbandonato, frantoio ad acqua. Si può esplorare questo frantoio, visto che non è recintato sul lato della strada. D’altro canto le strutture sono ancora molto ben conservate, ed esplorarlo è un’esperienza incredibile di conoscenza: il frantoio ha sede in un edificio in mattoni; dietro la casa un pozzo, che inizialmente doveva essere anch’esso a bilanciere, forniva di acqua un beodo, cioè un canale artificiale di irrigazione, il quale però non serviva per irrigare, ma per alimentare un mulino ad acqua.
image
Questo, col suo movimento, azionava tutti i marchingegni necessari all’azionamento del gumbo, ovvero del frantoio vero e proprio, con la pietra che, ruotando, produceva la prima spremitura dell’olio. Questo avveniva in un ambiente interno; il liquido passava poi in un ulteriore vasca circolare, esterna, dalla quale il liquido, ancora molto impuro, scorreva attraverso una piccola canaletta, in alcune successive vasche di decantazione, sempre più basse: le impurità ristagnavano sul fondo di ogni vasca, mentre l’olio più raffinato passava nella vasca successiva. Tutto questo complesso lavoro avveniva, ed è ricostruibile, in pochissimi metri quadri. Ed è un peccato che un impianto di questo tipo non venga recuperato, ripulito se non proprio musealizzato: è un aspetto della cultura materiale ligure che è bello conoscere e promuovere, è parte proprio del DNA dei liguri di queste parti.

image
Torno sui miei passi, entusiasta della scoperta, e riprendo l’esplorazione. Questa volta vado verso Nord, verso il cavalcavia dell’autostrada, che passa qui vicino, esattamente dove finisce l’intervento dell’uomo e inizia un sentiero sporco che si inerpica nella boscaglia. Prima di raggiungere la boscaglia, però, incontro un amico, anzi due: l’asinello Pepe e la capretta Lola: vivono in un cortile che gode di una certa vista sulla vallata e che è cullato dal continuo passare delle auto e dei camion in autostrada: un incontro molto simpatico, e soprattutto inaspettato: perché tutto mi sarei aspettata, ma non di trovare la vecchia fattoria in piena San Bartolomeo al Mare.

image
Io oggi ho scoperto qualcosa in più del mio paese natale, qualcosa che mai mi sarei aspettata. Pensavo di sapere tutto di San Bartolomeo al Mare, e invece no. E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

image

I più bei borghi del Ponente Ligure

Ligure fuori e ligure dentro, non ho mai speso un post d’insieme per dirvi quali sono secondo me i borghi più belli della Riviera Ligure di Ponente. Da buona imperiese la mia scelta ricade principalmente sui paesi più caratteristici della provincia di Imperia, con qualche illustre rappresentante della provincia di Savona. Pronti per scoprire con me i borghi più belli del Ponente, i più curiosi, quelli in cui ci si perde volentieri sia d’estate che d’inverno? Perché molti conoscono la Liguria solo per il mare oppure per le Cinque Terre e Genova ma, senza nulla togliere a queste, il Ponente ha molto da raccontare e molto da donare a chi ne sa cogliere l’essenza. E allora allacciate le cinture, che si parte!

monet bordighera

Claude Monet, Bordighera, 1884

  • Apricale

Borgo medievale sospeso nel tempo, questo piccolo paesino abbarbicato alla propria altura è una dedalo di viuzze e carrugi, i classici vicoli che caratterizzano i paesini liguri di mare e d’entroterra, con le sue botteghine caratteristiche e un castello, sulla sommità del borgo, come vuole tradizione. Apricale Si trova nell’entroterra della Val Nervia. Ventimiglia è laggiù, in riva al mare, mentre da qui la vista spazia sulle aspre colline che seguono il fiume Nervia verso valle. Percorsi antichi, borghi antichi, castelli antichi, quando era meglio vivere arroccati sui monti che non in pianura, perché il pericolo è sempre alle porte, e sui monti ci si può difendere. La Liguria è una terra aspra e poco generosa, ma proprio per questo i suoi abitanti, forse anch’essi aspri e chiusi, sospettosi e cinici, sono forti d’animo, e di rado si lasciano abbattere. L’antico castello ospita oggi eventi, la piazza sottostante è un luogo di ritrovo e di svago, sulla quale si affacciano le due chiese del paese: il cuore del borgo da sempre.

Apricale è uno dei Borghi più belli d’Italia, Bandiera Arancione, garanzia di qualità, di genuinità e di rispetto della tradizione. In realtà la Liguria vanta diverse Bandiere Arancioni, ma Apricale è stata la prima, pertanto vanta un primato. Inoltre, e lo dico per chi apprezza il genere, ad Apricale ha sede un ottimo birrificio artigianale che produce birre di grande qualità da prima che le birre artigianali italiane diventassero di moda. Motivo in più per andare ad Apricale, no?

  • Dolceacqua

dolceacquaDolceacqua non la dimentichi facilmente. il borgo si adagia sul fiume Nervia, che lo divide in due parti, collegate tra loro dall’impressionante ponte medievale a schiena d’asino che ne contraddistingue l’immagine e che tanto colpì il pittore Claude Monet, il quale nel 1884 soggiornò nel Ponente Ligure e letteralmente si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse come una bella donna, alla luce del sole, in tutto il suo splendore. Un’altra cosa rende caratteristica Dolceacqua, ed è il suo castello medievale, in cima al borgo, dalla silhouette inconfondibile: un quadrilatero con due torrette laterali, che è stato oggetto di indagini archeologiche e di restauro in anni recenti, e dal quale si domina la vista su tutta la vallata, fino al mare nelle giornate terse. Il borgo si inerpica fino al castello attraverso vicoli oscuri, carrugi inospitali tra vecchi e alti edifici attraverso i quali quasi non filtra il sole. Dolceacqua è poesia, che Monet riuscì a tradurre in pittura. La prima edizione delle Invasioni Digitali ebbe tra le mete proprio il centro storico di Dolceacqua: questo il post in cui raccontavo quell’avventura, sempre attuale, nonostante l’invasione abbia avuto luogo nella primavera del 2013.

  • Seborga

In Liguria abbiamo una monarchia. Ebbene sì, negli anni ’60 un piccolo paese dell’entroterra di Bordighera decise non solo di dichiararsi indipendente dal resto d’Italia, ma di eleggere il proprio re, e di battere moneta propria; così dopo Giorgio I, che fu re dal 1963, oggi è seduto sul trono re Marcello I. Il principato di Seborga naturalmente non è riconosciuto dallo stato italiano, ma è senz’altro una trovata simpatica che attira coloro che, di passaggio nel Ponente Ligure, hanno voglia di abbandonare la costa per pochi km. Per il resto è un borgo di origine medievale che si trova a mezza costa, ben curato e colorato, da visitare in una bella giornata di sole primaverile.

  • Triora

Ci spostiamo dalla Val Nervia alla Valle Argentina.  Triora è il paese delle Streghe. Ebbene sì, Triora è nota da sempre, e ovunque, per essere il borgo delle streghe. O meglio, il borgo in cui furono processate e condannate tante povere donne innocenti per atti di stregoneria. Siamo nell’epoca in cui l’Inquisizione raggiunge le più alte vette di sadismo e cieca cattiveria. A farne le spese le povere donne montanare e ignoranti, com’era all’epoca, a fine Cinquecento, vittime di una misoginia che dal clero genovese contagiò con ben poche difficoltà i bifolchi abitanti maschi della vallata e del paese, uomini brutali che volevano solo una vittima da incompare per un cattivo raccolto o una carestia. Il processo di Triora è ormai storia, e Triora ha trasformato questo brutto episodio del suo passato in occasione di rilancio turistico, che ogni anno attira folle di visitatori e turisti, o anche abitanti moderni della vallata. E non solo, a Triora (e dove sennò?), c’è il museo etnografico della stregoneria: perché aldilà del mito, della leggenda, delle code di rospo e ali di pipistrello, il dramma di quelle povere donne del borgo fu reale, ed è giusto che la loro tragica storia venga raccontata e sia conosciuta.

  • Mendatica

Il borgo di Valloria

Cambiamo di nuovo vallata, la Valle Arroscia. Qui siamo nel remoto entroterra di Imperia, in montagna: le piste da sci di Monesi sono poco distanti, e siamo nelle terre della transumanza, da dove passavano gli armenti che tra estate e inverno si alternavano (si alternano) per raggiungere i pascoli estivi o invernali. A Mendatica un piccolo museo diffuso porta alla scoperta di una vita pastorale che era una realtà fino a pochi decenni fa, mentre molti edifici ancora parlano di una vita rurale ormai quasi dimenticata anche se preservata. Il tempo sembra essersi fermato e certo la Liguria costiera, quella delle spiagge oppure degli oliveti è ben lontana. Se nel resto della Liguria la gente d’estate cerca il mare, qui dal mare fugge per ristorarsi al fresco dalla calura d’agosto. Da qui si domina un bel panorama sulla vallata che scende al mare. La piccola chiesa della Madonna dei Colombi offre un bel panorama del borgo, che si adagia sulla cima della sua montagna, a controllo della vallata.

    • Valloria

Porta dipinta a Valloria

Nella val Prino, entroterra di Imperia, tra fasce di oliveti secolari e lungo la Via dell’Olio, sorge Valloria, paesino come tanti qui a mezzacosta, e però con una particolarità: le sue porte dipinte. Negli scorsi decenni numerosi artisti si sono avvicendati nel dipingere le porte delle case del borgo: veri capolavori di street art, che conferiscono al borgo una sua vivace personalità. Le porte di Valloria sono una passeggiata artistica e l’occasione di una conoscenza più approfondita dell’entroterra ligure e dei suoi paesini. Passeggiare per Valloria alla ricerca delle porte è poi un ulteriore incontro con i tipici carrugi liguri, bui e stretti, ripidi a seguire il saliscendi impervio del terreno. Il panorama spazia sulla vallata sottostante, si spinge fino al mare, guarda sulle colline circostanti gli altri paesini dispersi tra gli oliveti, o le chiese solitarie, come il Santuario della Madonna del Piano, a Tavole, piccolo gioiellino che merita una deviazione e una sosta.

    • Cervo

La chiesa dei Corallini a Cervo

Cervo è forse il più caratteristico dei borghi medievali del Ponente. Innanzitutto sorge sul mare, o meglio, su un’altura che scende direttamente al mare. Proprio dal livello del mare si entra nel borgo, salendo di carrugio in carrugio, passando accanto a vecchi edifici, alti muri che nascondono giardini, archi che tolgono la luce ma che stringono di più e creano intimità, dino ad arrivare, attraverso queste salite dove non filtra il sole, nella piazza della chiesa di San Giovanni, una terrazza proiettata sul mare, cui fa da sfondo la maestosa facciata barocca della chiesa, un tripudio di colori che forse contrasta con la personalità dei pescatoridi coralli liguri cui la chiesa stessa è dedicata. E ancora, si sale e si sale, attraverso nuovi vicoli e carrugi sempre più bui, sempre più spessi,sempre più suggestivi, che convergono, in cima al borgo, nella piazza del castello, oggi museo etnografico. Un salto nel tempo, davvero molto romantico.

    • Zuccarello

Quel ponte a schiena d’asino posto sul fiume Neva è il carattere distintivo di questo piccolo borgo nell’entroterra di Albenga. Anche qui siamo in età medievale, il castello in cima alla collina domina il paese inriva al fiume. Caratteristici i portici della via principale del borgo, con colonne tozze e basse, un’architettura pesante ma comunque elegante e adatta a queste terre: visitate Zuccarello in inverno, e vi renderete conto che i portici sono necessari, oltre che piacevoli da percorrere. Il castello rimane in altura, domina dall’alto il borgo e il torrente.

  • Noli

Borgo di mare, ha una storia lunghissima ed illustre: il borgo nel Medioevo fu infatti una Repubblica Marinara accanto alle più note Genova, Pisa, Amalfi e Venezia, e rimase indipendente fino alla fine del Settecento pur se non batteva moneta: una San Marino del Ponente Ligure 😉 . Come tale La bella chiesa romanica di San Paragorio è uno tra gli edifici religiosi più importanti della regione, ma tutto il borgo in sé, affacciato sul mare, è uno splendido gioiello incastonato in un’insenatura chiusa da una parte dalla piccola isola di Bergeggi e accanto alla Baia dei Saraceni.

  • Finalborgo

È il più grande tra tutti questi borghi di cui vi ho parlato. È una vera e propria cittadina, anzi, ed è piacevolissimo passeggiare tra le sue vie, ricche di botteghine, caffetterie e ristoranti. Un bel museo archeologico racconta la bellezza dell’antichissima storia di questo territorio, che fu abitato dall’uomo fin dalla Preistoria, quando viveva nelle caverne delle alture circostanti. Si entra nel borgo medievale dalla porta della città, lungo una via selciata su cui affacciano alti edifici. Le stradine non sono larghe, perché il borgo conserva pressoché intatti i suoi caratteri medievali, e la cittadina nel suo complesso è curata, un luogo piacevole nel quale trascorrere un pomeriggio. Finalborgo rimane lievemente arretrato rispetto al mare e al passaggio della via Aurelia, sorge proprio alle pendici dell’altura, comunque vicina al mare, sulla quale ci si può inerpicare per raggiungere le rovine del castello. (Per trascorrere un bel weekend a Finale Ligure seguite i consigli di Elisa sul suo blog Piccoli Grandi Viaggiatori)

Questi sono, secondo me, i borghi imperdibili del Ponente Ligure. Secondo voi invece quali sono i paesini liguri da non perdere?

#invasionidigitali a Dolceacqua

#invasionidigitali #dolceacqua

Il tempo da lupi non ispirava certo a mettere il naso fuori di casa, ieri, ma a noi piacciono le sfide, altrimenti non avremmo mai preso parte alle #invasionidigitali! Così, armati di coraggio, di ombrello e dei necessari dispositivi, siamo partiti alla volta di Dolceacqua, piccolo borgo medievale nell’entroterra dell’estremo Ponente Ligure, arroccato su un’altura a ridosso del fiume Nervia, dominato da un imponente castello dal quale, a suo tempo, si controllava tutta la valle fino al mare.

dolceacqua

Eravamo una trentina in tutto, tra blogger, socialmedia addicted e , soprattutto, semplici curiosi volenterosi di conoscere un borgo decisamente molto caratteristico della provincia di Imperia.

Primo passo importante: superare il ponte che collega la Dolceacqua bassa e “moderna” con la Dolceacqua medievale, tutta carrugi e case strette in pietra, addossate le une alle altre, attraverso le quali difficilmente filtra il sole. Ieri poi, con la pioggia, passare per questi vicoletti era ancora più tetro e buio, ma in ogni caso affascinante. Le pietre di questo paese parlano, raccontano storie che sono le storie dei Doria, gli antichi signori della regione, storie di sudditi che si ribellano e storie d’amore senza lieto fine… Sì, lo scenario meteorologico è proprio quello più adatto! Un tocco di colore comunque lo dà in questi giorni la manifestazione “carrugi in fiore”, per cui una serie di belle e colorate composizioni di fiori illumina e colora gli stretti vicoli del borgo.

Carrugi in fiore a Dolceacqua

Carrugi in fiore a Dolceacqua

La passeggiata nel borgo, accompagnata dalla nostra guida, si insinua subito attraverso i vicoli più stretti e coperti, fino a sbucare nel “vicolo chiuso”, un luogo di estrema difesa per gli abitanti del borgo: perché gli eventuali assalitori che fossero riusciti ad entrare in paese, giunti qui si ritrovavano in trappola, e a quel punto era difficile difendersi dalla popolazione che li assaliva dall’alto delle case…

La prima tappa vera e propria del nostro percorso per i carrugi di Dolceacqua è la biblioteca civica/archivio storico del comune/pinacoteca civica del paese. E qui vediamo documenti anche piuttosto antichi (vi sono fogli che risalgono al 1100, addirittura!) un volume di Giacomo Casanova (!) e registri napoleonici. In questa piccola stanza sta racchiusa la lunga storia di un intero borgo: peccato che sia dura mettere in ordine l’archivio e soprattutto restaurare i documenti in carta, soggetti al degrado, all’umidità e soprattutto al tempo.

Dolceacqua in un dipinto di Claude Monet

La visita della pinacoteca è la scusa per dirci che il pittore Monet si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse in alcuni suoi dipinti, ma è il luogo scelto per raccontarci la storia tragica e romantica di Laura Garoscio, giovane donna di Dolceacqua che non poté coronare il suo sogno d’amore col suo istitutore Paganìn, il quale trovò anche la morte, e che dopo molte traversie, lasciò la Liguria per emigrare in Argentina, lontano dai luoghi della sua infanzia e della sua famiglia che l’aveva osteggiata in ogni modo. Il palazzo nel quale la biblioteca/archivio/pinacoteca ha sede apparteneva a questa giovane di Dolceacqua: raccontarci la sua storia è il modo per renderle omaggio.

un tipico carrugio in salita di Dolceacqua, col pavimento a risseu (sassi di fiume conficcati nel piano pavimentale)

un tipico carrugio in salita di Dolceacqua, col pavimento a risseu (sassi di fiume conficcati nel piano pavimentale)

E proseguiamo. Il paese è arroccato, i suoi vicoli sono in salita, pavimentati a risseu particolarmente scivoloso con la pioggia; la salita non è delle più leggere, ma noi indomiti invasori non ci lasciamo abbattere: dobbiamo invadere il castello!

Del castello rimane lo scheletro esterno, le mura fortificate e le due torri quadrate che ne caratterizzano l’aspetto. Fu distrutto nel ‘700 e mai più ricostruito; i Doria, signori del luogo, piuttosto che farlo restaurare preferirono stabilirsi in un palazzo a valle, lungo il fiume, appena fuori dalle mura medievali del borgo. Da quassù la vista può spaziare fino al mare, che oggi possiamo intuire solo con gli occhi della fede. Il tempo particolarmente nefando di oggi non ci consente di vedere molto, tutto è avvolto in un grigiume parecchio cupo. D’altronde sono anche le 7 di sera… Comunque la posizione del castello era strategica perché davvero si poteva controllare tutta la valle del Nervia fino al mare, e questo era fondamentale per la difesa del borgo e del territorio dall’incursione di eventuali nemici. Anche il palazzo era a prova di invasione (non digitale, però 😉 ) con le sue mura alte e spesse e i suoi dispositivi di difesa. In ogni caso non era solo un castello difensivo, ma i suoi abitanti lo avevano decorato in alcune sue parti: si vedono ancora gli stucchi sulle torri che imitano i capitelli corinzi con le foglie di acanto. Il castello è stato costruito intorno al 1300 ed è abitato fino al 1700: ha dunque una lunga storia da raccontare, e chissà quante ne hanno viste queste mura! Una di queste storie ci viene narrata dai ragazzi dell’Associazione AutunnoNero, che mettono in scena la tragica storia di Lucrezia, che rifiutò al signore del castello lo Jus Primae Noctis, riducendosi a morire di fame e di sete, e che diede il via alla ribellione che scoppiò in paese e che portò alla destituzione del signore.

Ci avviamo verso la fine dell’invasione che finisce, come nella migliore tradizione, a tarallucci e vino: una degustazione di prodotti locali, tra cui il carciofo di Perinaldo, un paese nella vallata accanto, che è presidio Slow Food, e il vino Rossese di Dolceacqua: e non c’è davvero modo migliore di concludere un’invasione!
Ho già parlato altrove dello spirito che ha animato le #invasionidigitali. Qui pertanto aggiungo la mia impressione come partecipante: le invasioni nascono come eventi culturali, gli organizzatori hanno visto negli eventi da loro organizzati un modo per far conoscere agli invasori innanzitutto, e ai frequentatori della rete in seconda battuta, i luoghi prescelti. In tutta Italia si sono organizzate invasioni in monumenti, in siti archeologici, in musei, in giardini e in centri storici; lo scopo è quello di far conoscere luoghi meno noti della nostra splendida Italia e in effetti, se si va a guardare Pinterest, vi sono luoghi meravigliosi che solo chi è del luogo conosce. Io continuo a lodare l’iniziativa, continuo a sostenere che sia importante che una cosa del genere sia stata concepita e messa in atto su una scala così vasta. E spero vivamente che si possa ripetere anche nei prossimi anni, con sempre nuove mete e sempre nuovi luoghi da scoprire.

Tradizioni che rimangono nel cuore: la fiera della Rovere a San Bartolomeo al Mare

Piccolo paese che si inserisce lungo la via Aurelia tra le più note Cervo e Diano Marina, San Bartolomeo al Mare (IM) può apparire a chi la attraversa come un agglomerato di case sorto negli ultimi 60 anni per soddisfare il turismo estivo. In realtà la sua storia è più antica, ed è la storia di un piccolo borgo di poche case raggruppate intorno ad un santuario su una collinetta poco distante dal mare, nel bel mezzo di un boschetto di roveri: il Santuario di N.S. della Rovere. Il piccolo borgo ha sviluppato una devozione forte e sentita nei confronti della Madonna e questo culto secolare si manifesta anno dopo anno il 2 febbraio, in occasione della festa della Candelora, quando il borgo, ormai l’intero paese, festeggia con una grande fiera che occupa buona parte del centro abitato.

Il Santuario di Nostra Signora della Rovere, San Bartolomeo al Mare

Il Santuario di Nostra Signora della Rovere, San Bartolomeo al Mare

La fiera della Rovere è uno degli eventi cui sono in assoluto più legata. Sono nata a San Bartolomeo al Mare del resto, lì ho vissuto, con una piccola interruzione, per 28 anni, lì torno appena posso per trovare la mia famiglia, per sentirmi a casa. Quest’anno purtroppo non potrò tornare in tempo per la fiera, ma posso raccontarvela, così come l’ho amata in questi 30 anni, seguendone passo passo i cambiamenti e gli elementi di continuità. Perché la fiera della Rovere è tradizione, è momento di aggregazione, è festa, è incontro, è l’occasione in cui l’intero paese si riversa in strada, diviso tra chi vende e chi compra, si ritrova, si riconosce in un’identità comune che nel santuario della Rovere trova la sua espressione.

Il campanile della chiesa. Sulla piazza vive ancora qualche albero di rovere, che dà il nome al Santuario

Il campanile della chiesa. Sulla piazza vive ancora qualche albero di rovere, che dà il nome al Santuario

Accanto alla festa profana della fiera c’è, naturalmente, la festa religiosa particolarmente sentita: il 2 febbraio la celebrazione è officiata in genere dal Vescovo, mentre il 3 febbraio, giorno di San Biagio, i più devoti al termine della funzione religiosa ambiscono alla benedizione della gola.

Per me la festa della Madonna della Rovere è sempre stata come Natale o Pasqua: una festa comandata in cui non si andava a scuola (le Elementari, vicine alla chiesa, stanno chiuse durante la fiera), un momento di festa atteso con trepidazione perché si stava tutto il giorno a zonzo dapprima con mamma e papà, poi con gli amichetti di scuola, quindi con la propria compagnia. La giornata tipo è sempre la stessa.

La sveglia la danno le campane a festa della chiesa: suonano fin dal mattino presto, invitando i fedeli a rendere omaggio alla Madonna. La gente, invece, si riversa tra i banchi, ognuno col suo percorso; chi come me la percorre da anni ha un suo itinerario prefissato che non cambierà mai: io amo partire dalla via Aurelia lungo la strada che sale alla Chiesa. La piazza della Chiesa è anch’essa gremita di banchi ammassati quasi gli uni sugli altri, e a lato si riconosce inconfondibile il banco della pesca di beneficenza. Dietro il santuario, in un oliveto che ormai funge anche da parcheggio si raccoglie una sorta di piccola fiera del bestiame che ospita qualche cavallo, capre, asini, un anno persino due alpaca, ospiti d’eccezione che attirarono un monte di curiosi, grandi e piccini. Da qui il percorso ridiscende fino alla ferrovia, dove un tempo era il passaggio a livello che ora è chiuso, e dove continua ad avere il suo banco uno storico ambulante che è solito attirare clienti cantilenando al microfono “Palpate gente, palpate” riferendosi alle sue scarpe lowcost buttate spaiate su un grosso telo: molto folkloristico, assolutamente insostituibile!

un alpaca alla fiera della Rovere del 2008

un alpaca alla fiera della Rovere del 2008

Il percorso tra i banchi costeggia la ferrovia per un pezzetto, poi la oltrepassa grazie ad un ponticino che porta su Piazza delle Magnolie. Qui, quand’ero piccola si riunivano le giostre, l’autoscontro, i vari tiro a segno e simili, per la gioia dei più piccoli. Da anni ormai, però, la piazza è occupata dagli stand gastronomici di “Arti e sapori della Rovere”, che ospita prodotti tipici e della tavola non solo liguri, molti dei quali presidi Slowfood. Un’ottima occasione per San Bartolomeo al Mare di inserirsi in un canale molto importante e molto sentito nella Liguria di Ponente, che punta sulla sensibilizzazione e sulla promozione di prodotti del territorio quali l’olio e il pesto e va ad allearsi con altre realtà italiane altrettanto interessate alla promozione territoriale attraverso la buona tavola. Un valore aggiunto non indifferente per la piccola San Bartolomeo.

Il percorso della fiera si allunga poi verso il mare, dove incontra l’angolo florovivaistico, se così lo vogliamo definire: alcuni vivaisti e produttori agricoli della zona hanno uno spazio tutto loro per vendere piante, fiori, sementi varie. Un luogo della memoria anch’esso, per quanto mi riguarda, dato che mia madre da sempre è solita comprare qui le primule, fiorite e coloratissime, primi fiori a sbocciare ancora prima dell’inizio della primavera.

Infine il percorso si ricongiunge alla ferrovia, laddove un tempo c’era quel passaggio al livello che ogni volta che si abbassava dava il tormento alla calca di gente che voleva passare da una parte all’altra della fiera. Ma dove, del resto, se si era dal lato giusto, si poteva ingannare l’attesa comprando frutta di pasta di mandorle all’enorme banco di dolciumi che si sistema qui tradizionalmente!

Cavalli alla fiera della Rovere

Cavalli alla fiera della Rovere

Piccoli bozzetti, flashback di ricordi che si presentano alla mente. Piccoli aneddoti ce ne sono tanti, legati alla fiera e alla mia infanzia: come quando vinsi un pesce rosso alle giostre, o come quando io e i miei compagni di scuola spendemmo un’esagerazione di soldi per comprare quelle adorabili caramelle alla cocacola, a forma di uovo fritto o di dentiera.. o ancora di quella volta che ero a casa con la febbre e mia madre comunque mi comprò un maglione (che poi ho indossato per anni)… e come dimenticare il frittellone che era la merenda ufficiale, vietata durante l’anno, ma permessa durante la fiera? Con gli anni molti banchi sono cambiati, anche la merce si è standardizzata e la fiera ha perso un po’ della spontaneità che aveva quand’ero piccola. O forse sono io che ho perso un po’ il senso della sorpresa, chissà. Ma tornare alla Fiera fa sempre piacere e soprattutto è il momento dell’anno in cui meglio si legge l’identità vera del paese. Paese che durante l’estate è meta di villeggiatura, ma che durante l’inverno rimane comunque vivo e vissuto dai suoi abitanti.

Villa Regina Margherita: arte e splendore a Bordighera

Bordighera (IM), nella Riviera Ligure di Ponente, era un borgo medievale come tanti in Liguria, arroccato su una collinetta antistante il mare. Nell’800 orde di Inglesi dabbene si riversarono in Riviera, da Sanremo ad Antibes, a curare le proprie malattie respiratorie in un clima decisamente più mite di quello della grigia e umida campagna inglese. Alassio, Sanremo, Bordighera, Ventimiglia e, di là dal confine, Mentone, Nizza e Cannes divennero mete predilette e da piccoli paesini di mare divennero in breve tempo stazioni turistiche di lusso. Si contruirono hotel di alto livello (alcuni sono veri monumenti architettonici di pregio ancora oggi) e ville, immense ville con paradisiaci giardini per questi lord e ricchi mercanti inglesi che venivano qui a trascorrere la loro vecchiaia…

villa regina margherita bordighera

Villa Regina Margherita, Bordighera

In mezzo alle ville di Bordighera sorge, lungo la Via Romana, sulla quale sono molti gli edifici di pregio che si affacciano, una villa che ebbe una proprietaria di eccezione: la Regina Margherita di Savoia. La madre di Vittorio Emanuele III amò particolarmente la villa, tanto che diceva “Quando voglio pensare a qualche cosa di èiacevole e di riposante mi viene subito davanti agli occhi la mia cara villa di Bordighera…“. La villa poi fu donata all’Associazione Nazionale dei Caduti in Guerra e infine, solo nel 2008 è arrivata la decisione di trasformarla in un Museo, il Museo che accogliesse la collezione di opere d’arte e di arredi sei-settecenteschi della famiglia Terruzzi. Nasce la Fondazione Terruzzi-Villa Regina Margherita, e una villa che, avendo perso completamente gli arredi dell’epoca Savoia, è stata comunque arredata con mobili d’epoca e opere d’arte di pregio.

Regina Margherita di Savoia

La Regina Margherita nel loggiato della villa di Bordighera (credits: Fondazione Terruzzi)

Percorrere le sale è favoloso, tra dipinti di autori anche importanti tra il Seicento e il Settecento, cineserie di pregio, servizi in ceramica, mobili intarsiati che rivelano da un lato la maestria raggiunta dagli artisti/artigiani nei secoli XVII-XIX e dall’altro il gusto del collezionista. L’esposizione è su tre piani, più una terrazza panoramica dalla quale lo sguardo spazia fino a Montecarlo sulla costa francese. Al piano terra la sala più pregevole è senz’altro la stanza da pranzo, oltre ai sopraporta dipinti raffigranti le tenute Savoia  e ai dipinti del pittore piemontese seicentesco Alessandro Magnasco. Al primo e al secondo piano le cineserie e il mobilio catturano lo sguardo del visitatore, tra scrivanie fantasiose ai nostri occhi e tavoli in guscio di tartaruga e ottone intarsiato, l’immenso servizio Minghetti costituito da 381 pezzi, mentre tra i dipinti si distingue un’opera di Giuseppe Zocchi, di Luca Giordano e di Jan Bruegel.

A chiusura del percorso, ma potrebbe benissimo essere un’utile introduzione, un bel video realizzato da Philippe Daverio invita a fare attenzione ai dettagli, a meditare lentamente sulla collezione e sulle singole opere, perché l’arte, tutta l’arte, va assaporata, non percorsa velocemente e senza riflessione.

villa regina margherita bordighera

Manifattura norditaliana, 1730-40, rovere e découpage (credits: fondazione Terruzzi)

Fuori, il parco raccoglie molte specie botaniche, e risale all’epoca della costruzione della villa, mantenuto nelle sue linee essenziali. La zona della via Romana ha mantenuto, nonostante le inevitabili modificazioni urbanistiche intervenute nell’ultimo secolo, il carattere di quartiere residenziale/monumentale immerso nel verde, dove le belle ville la fanno da signore: esattamente di fronte all’ingresso del parco, si trova la palazzina che ospita l’Istituto Internazionale di Studi Liguri e, immediatamente dietro, la splendida biblioteca Clarence Bicknell, che prende il nome dal naturalista inglese che la volle fortemente e che costituisce tutt’oggi un polo importante per gli studiosi di storia locale e di archeologia.

Anche Bordighera alta, il borgo medievale, merita una visita: in posizione elevata sul mare, regala begli scorci sulla costa, e si isola, fiera, dal traffico della Bordighera che è moderna cittadina turistica sul mare.

ATTENZIONE! VILLA REGINA MARGHERITA È ATTUALMENTE CHIUSA AL PUBBLICO!

5 ore di cammino tra boschi e chiesette: esplorando l’entroterra di Imperia

27 aprile 2012, inizia ad arrivare il caldo che da giorni ci viene annunciato. Una splendida giornata di sole é quella che ci accompagna nella nostra esplorazione odierna.
Abbiamo propositi bellicosi: abbiamo studiato sul libro “Passeggiate a Ponente” un percorso di 5 ore nell’entroterra di Imperia che partendo dal paesino di Lucinasco, a 499 m s.l.m., si inoltra nel bosco, sale sulla cima del M.te Acquarone, da cui lo sguardo spazia a 360^ dalle montagne ancora innevate fino al mare antistante Imperia, per ridiscendere a Lucinasco lungo il sentiero della transumanza, la cd Via Marenca.
Ci armiamo dell’indispensabile: focaccia per pranzo, tanta acqua, macchina fotografica e vari ed altri eventuali dipositivi, ci mettiamo in macchina e guidiamo alla volta di Lucinasco, imboccando da Imperia la Via Nazionale che arriva fino a Torino e prendendo la deviazione per Lucinasco. Questa é una via che comincia a salire costeggiando oliveti disposti sulle fasce, i tipici terrazzamenti liguri. Giunti a Lucinasco ci rechiamo presso la chiesa di S. Stefano, che domina un bel laghetto incorniciato da salici piangenti: un angolo fiabesco nel Ponente Ligure. Il laghetto é un’oasi di pace e tranquillità, un luogo davvero romantico, ed é il punto di partenza, e di arrivo, del nostro itinerario odierno.
La chiesa di Santo Stefano, costruita già in epoca medievale, é stata pesantemente ristrutturata in epoca barocca, quando crollò parzialmente a causa di un fulmine.
Iniziamo da qui il percorso. Prima tappa é la chiesa di Santa Maria Maddalena, persa nella boscaglia. Da Santo Stefano si intraprende il percorso lungo la strada asfaltata che attraversa il bosco, bosco dove però si individua la mano dell’uomo nella sistemazione di alcuni muretti a secco di contenimento e di altre strutture in pietra. Via via che proseguiamo iniziamo a distinguere dapprima in lontananza, poi sempre più vicino, lo scampanellìo di animali al pascolo, impossibile capire se capre, pecore o mucche. Del resto siamo in zone di pascolo, vicini alla via della transumanza, questa presenza perciò non deve stupire. La strada prosegue asfaltata fino alla chiesa di Santa Maria Maddalena. Qui inizierà il percorso su sentiero CAI all’interno.

image

Santa Maria Maddalena é una chiesetta tardomedievale (la costruzione termina a metà del ‘400), dall’architettura semplice ed essenziale, in pietra ben squadrata e i caratteristici archetti a sottolineare l’inclinazione del tetto. Poche essenziali decorazioni, due rilievi di cui uno sopra il portale, l’altro a lato, e il rosone circolare nel bel mezzo della facciata. Dalla chiesa la vista panoramica spazia sul paese di Lucinasco, ormai lontano in linea d’aria, e dietro di esso i vedono le Alpi innevate: qui sembra già estate, con questo sole caldo, e lassù c’è ancora la neve! Ma in Liguria una situazione del genere non deve stupire più di tanto…
Il paesaggio dunque é molto bello, la chiesa è in un’oasi di pace ed è qui che ci fermiamo per il pranzo, qui in questa piccola radura ai confini del bosco.

image

Quando ripartiamo, il gioco si fa duro: inizia infatti il tratto di salita per giungere in cima al M.te Acquarone. La salita non è particolarmente ripida, ma é lunga e dissestata, ovviamente; scopriamo che quello scampanellìo che sentivamo e che non ha mai smesso di accompagnarci è prodotto da un gregge di capre: e chi altro potrebbe passare per queste erte e nel fitto della boscaglia? Intanto il percorso ci porta sul crinale così che noi possiamo intravvedere, tra gli alberi, il mare, che é molto, molto lontano da qui!
Man mano che ci si avvicina alla vetta, quasi 800 m s.l.m., il bosco si dirada, lasciando il posto a prati in cui individuiamo il recente passaggio di mucche al pascolo (e da cosa lo capiamo? Beh, provate a indovinare?). Poco distante, sorge la piccola cappelletta del SS Nome di Maria, una cappelletta di valico in questo punto lungo il passaggio della via Marenca della transumanza dove un tempo sorgeva il castello Acquarone (di cui ora restano quasi invisibili tracce). La cappeletta è piccola e molto semplice: una casupola, con una sorta di portico antistante per il ricovero del pastore ed eventualmente anche degli animali in caso di temporale, tutta bianca con due meridiane, una per lato, per indicare l’ora del giorno ai pastori. É molto suggestiva nel suo isolamento, anche se accanto oggi le passa la strada asfaltata (ma tranquilli, non passa anima viva). Lungo il versante, in discesa, individuiamo le mucche al pascolo.

image

Decidiamo di intraprendere la via marenca vera e propria, il percorso della transumanza che dal mare porta ai pascoi del Piemonte e viceversa durante gli spostamenti annuali delle mandrie. Il percorso é decisamente quello giusto, anche se ora è segnalato da un palino rosso scolorito e non più dal biancorosso CAI: stiamo calcando un sentierino per il quale sono passate davvero di recente le mucche: la terra è smossa, i segni degli zoccoli sono evidenti. Il sentiero si insinua ad un certo punto in una galleria naturale di rovi, talmente intricata che non filtra il sole. Il terreno è fangoso, le mucche che sono passate da qui hanno contribuito a impantanare il tutto, così quando proviamo a passare ci impantaniamo fino al ginocchio (e non è solo fango quello che ci si presenta davanti). La galleria nei rovi è lunga qualche decina di metri, troppo per noi, che decidiamo allora di tornare sui nostri passi e di fare un percorso alternativo, anche se meno avventuroso, per tornare a Lucinasco. Torniamo dunque alla strada asfaltata che passa accanto alla cappelleta del M.te Acquarone e la discendiamo. Ci imbattiamo lungo il percorso in una casella, una tipica costruzione rurale ligure, in pietra a secco: si tratta di una piccola costruzione, a pianta circolare o quadrata, con una piccola porticina e tutta interamente in pietra, tetto compreso. Molte di queste caselle sparse nei monti liguri, in mezzo ai boschi, ai pascoli o, a quota più bassa, nelle fasce coltivate a oliveti, oggi sono parzialmente crollate, e pochissime sono ancora utilizzate come ricovero per attrezzi o riparo per animali. La tradizione delle caselle risale ad epoca forse addirittura preromana in quest’area, dove le tribù dei Liguri praticavano la pastorizia prima dell’arrivo dei Romani nel II-I secolo a.C. La tradizione poi è rimasta e oggi è riconosciuta come documento della vita rurale in Liguria, tanto che in questa zona le caselle sono segnalate da apposita segnaletica.
Il percorso lungo la strada asfaltata entra di nuovo nel bosco e ridiscende fino alla chiesa di S. Stefano e al laghetto di Lucinasco, che è il nostro punto di arrivo. Qui ci riposiamo un attimo, ci godiamo il sole che ora, alle 17, si sta facendo tiepido, su una delle romantiche panchine sotto i salici che circondano il laghetto, quindi montiamo in macchina e torniamo verso Imperia, verso il mare, in città.

image