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La Centrale Montemartini: quando l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica

Ci sono luoghi che hanno un’anima. Luoghi nei quali respiri un’atmosfera davvero diversa. La Centrale Montemartini non è il solito museo. Non è semplicemente un edificio che contiene una collezione di arte antica. È un edificio che ha un grandissimo valore di per se stesso. L’insieme delle due cose, l’edificio e la collezione d’arte antica, rendono la Centrale Montemartini un museo unico nel suo genere. Qui l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica. Il connubio è un vero matrimonio d’amore.

Centrale Montemartini: la sala Macchine

La Centrale Montemartini nasce all’inizio del Novecento, nel 1912, come centrale termoelettrica di Roma: fu il sindaco dell’epoca, Ernesto Nathan, a volere un’azienda pubblica municipale per l’illuminazione. Fu indetto un referendum e vinse il sì, così sorse la centrale termoelettrica municipale. Fu intitolata a Montemartini, uno dei più accesi sostenitori della municipalizzazione del servizio di illuminazione, che morì però proprio nel 1912, avviati i lavori, ma prima che la centrale potesse iniziare a funzionare. Negli anni ’30 la Centrale, seguendo le innovazioni tecnologiche dell’epoca, fu dotata di due motori diesel e rinnovata in alcune sue parti. Ma negli anni ’50 andò in disuso.

Centrale Montemartini, Sala Macchine

Divenuta un cimelio di archeologia industriale, negli anni ’90 è stata restaurata. L’architetto Francesco Stefanori ha l’idea sfrontata di darle un ruolo che non le appartiene, ovvero di trasformarla in un museo di arte antica. L’ennesimo a Roma, verrebbe da dire. Sì, forse, ma con un’anima tutta sua. Inizialmente, siamo nel 1997, fu allestita una mostra temporanea nella quale oggetti d’arte antica, statue romane in marmo bianco, erano poste sullo sfondo dei macchinari in ghisa. L’idea piacque e la mostra divenne permanente. E quest’anno festeggia i 20 anni di vita.

La bambolina in avorio di Crepereia Tryphaena

La collezione segue un suo preciso iter: il piano terra è dedicato all’arte della Roma repubblicana più antica. Capolavori da manuale come il frammento di pittura dalla tomba dei Fabii di III secolo a.C., uno dei più antichi esempi di pittura tombale romana, e la statua del Togato Barberini, che raffigura un anziano patrizio con in mano le teste/ritratto dei suoi antenati secondo una pratica comune presso le nobili famiglie romane. Al piano terra, però, la protagonista assoluta è la giovane Crepereia Tryphaena, una fanciulla promessa sposa ma morta prima di sposarsi, che fu seppellita con la sua bambolina, in tutto e per tutto simile ad una barbie di oggi: una storia tristissima che a distanza di quasi 2000 anni non smette di commuovere e che anzi, colpì il poeta Giovanni Pascoli, che le dedicò una poesia, all’indomani della scoperta della sua sepoltura, nel 1889.

Il treno di Pio IX

Al piano terra, una sezione recentemente allestita, e un po’ avulsa dal resto, ospita il treno di Papa Pio IX, il papa che volle che la nuova tecnologia dei trasporti della metà dell’800, la ferrovia appunto, arrivasse anche nello Stato Pontificio. I vagoni esposti sono elegantissimi, portano il “marchio” di Pio IX. Il primo viaggio si svolse nel 1859 lungo la ferrovia Pio-latina fino a Ceprano, sul confine col regno Borbonico. Ma di lì a poco l’unificazione d’Italia decretò la fine dei viaggi di questo bel treno.

Centrale Montemartini, sala macchine

Il cuore dell’esposizione è la Sala Macchine, al primo piano dell’edificio. Se già al piano terra abbiamo qualche avvisaglia dei macchinari in ghisa che facevano funzionare la centrale, salendo le scale rimaniamo decisamente a bocca aperta. I macchinari, due grandi motori diesel, neri, imponenti, sono collocati da una parte e dall’altra della sala. Lungo il loro lato, tante teste e statue antiche in marmo bianco si dispongono come ad una sfilata: riconosciamo dei e dee, imperatori, tutte opere di arte romana che un tempo erano nel deposito dei Musei Capitolini e che infine hanno trovato una degna collocazione. L’effetto del contrasto tra il nero pesante dei macchinari e il bianco candido ed elegante dei volti antichi è incredibile e lascia a bocca aperta. L’allestimento gioca appunto sul contrasto tematico, su antico e moderno, su bellezza e forza, su bianco e nero, su eleganza e grazia contro potenza e rumore. L’effetto dirompente è davvero ben riuscito e non si può restare insensibili.

Statua di Dioniso Sardanapalo, Centrale Montemartini Sala MAcchine

 

 

 

 

In fondo alla stanza, invece, si dispongono le statue che decoravano il frontone del tempio di Apollo Sosiano, di età augustea. Le statue sono originali greci: secondo una prassi consolidata nella tarda età repubblicana e primoimperiale, dalla Grecia fluivano a Roma opere d’arte greche di artisti più o meno famosi. Se molte opere venivano acquistate da collezionisti privati, molte altre invece erano esposte al pubblico, come ornamento per la città. Il frontone del tempio di Apollo Sosiano risponde a questa logica.

La musa Polymnia

Una grande sala attigua ospita statue di età imperiale avanzata, provenienti dagli Horti, ovvero dai giardini di alcune grandi case di Roma. Tra le sculture, senza dubbio la Musa Polymnia, avvolta nel suo mantello, con la sua espressione assorta e senza tempo, è l’opera maggiore; ma anche la statua del satiro Marsia appeso per essere scuoiato vivo (perché secondo il mito aveva osato sfidare Apollo nella musica, uscendo sconfitto dalla disfida) è capace di scuotere l’animo in chi la guarda. Tra i monumenti funerari, l’edicola del giovane Sulpicio Massimo, che nel 94 d.C. aveva vinto il certamen (gara) di poesia con un poemetto sul mito di Fetonte che volò troppo vicino al Sole, commuove perché i suoi genitori riportarono il testo di tutto il componimento poetico, fieri del talento di quel giovane artista troppo presto stroncato dalla morte. Ancora, nella sala, il pavimento è occupato da mosaici a tema di caccia: in essi è rappresentato il padrone di casa a cavallo mentre assale un cinghiale e altre scene simili con altri animali, secondo un gusto che nel III-IV secolo d.C. andava piuttosto di moda.

Fanciulla seduta, Centrale Montemartini

Il Museo della Centrale Montemartini si trova lungo la via Ostiense, all’uscita della stazione metropolitana di Garbatella. Volendo, poi, è anche raggiungibile a piedi da Ostiense, che non dista poi molto da qui. Altri esempi di archeologia industriale, oltre alla centrale, come il gasometro, si notano alle sue spalle. Sono i segni tangibili di una città che è cresciuta, che vedeva qui agli inizi del Novecento il suo polo industriale il quale, piano piano, è stato assorbito dalla città in espansione. Oggi la via Ostiense che esce dalle mura Aureliane a Piramide e va in direzione di Ostia è una zona ancora in espansione, a carattere residenziale e sede dell’Università di RomaTre: frequentata dai giovani, è il segno di una città che cresce, che non si ferma, che amplia i suoi spazi e i suoi orizzonti.

Un monumento eccezionale di Roma: l’Ara Pacis

Per me l’Ara Pacis è uno dei monumenti più belli ed eleganti che ci abbiano lasciato i Romani. È un grande altare all’interno di un recinto dedicato all’Imperatore Augusto e posto nell’area della città che un tempo era il Campo Marzio, dove Augusto aveva collocato anche lo gnomone, un orologio solare che colpiva con la sua ombra proprio l’Ara Pacis nel giorno del suo compleanno, e il suo mausoleo. Il mausoleo di Augusto in effetti è qua accanto: perennemente chiuso, perennemente in restauro, è un grosso tumulo che ne ha subite tante, molto malridotto rispetto all’aspetto magnifico che doveva avere 2000 anni fa.

La processione lungo il lato dell’Ara Pacis

Torniamo all’Ara Pacis. Si trova sul Lungotevere Marzio, ma questa non è la sua collocazione originale. Il monumento infatti non è mai stato trovato integro, ma a più riprese dal Cinquecento in avanti è stato trovato frammentario. Alcune lastre erano addirittura state acquistate dai Medici e portate a Firenze! È solo negli anni ’30 del Novecento che, sotto la spinta ideologica del regime fascista, l’Ara Pacis viene montato, e inserito in un edificio sul Lungotevere. L’architetto si chiamava Morpurgo e lavorò non poco per cercare di creare un contenitore degno del monumento che conteneva: l’Ara Pacis è il simbolo del potere imperiale di Augusto e nella Roma fascista che vuole equipararsi alla novella capitale del novello impero esso deve avere il giusto risalto. Il progetto magniloquente di Morpurgo fu un po’ ridotto per problemi di tempistiche (l’Italia è sempre l’Italia); i lavori sarebbero dovuti riprendere nel ’38, ma ciò non avvenne causa guerra alle porte.

Ara Pacis. Il sacrificio di Enea

Così l’edificio di Morpurgo restò tale fino al 1996 quando problemi di statica e di conservazione dell’Ara Pacis indussero il comune di Roma a incaricare l’architetto Mayer di realizzare un nuovo contenitore. La sua realizzazione ha suscitato non poche polemiche, ma oggi l’Ara Pacis sta all’interno di uno spazio espositivo su due livelli, uno dedicato al monumento e l’altro a mostre temporanee (in questo momento ospita la mostra Spartaco, schiavi e padroni a Roma), che dialoga con l’esterno (col mausoleo di Augusto da un lato e col Lungotevere dall’altro) grazie ad ampie vetrate.

Il monumento

L’Ara Pacis non può non destare meraviglia. È un altare, ma la sua bellezza non sta tanto nell’ara vera e propria, quanto nel recinto: decorato su quattro lati su due livelli diversi, al di sotto una decorazione floreale, al di sopra quattro pannelli, due sul lato frontale e due sul lato di fondo, e una lunga processione sui lati.

Ara Pacis, dettaglio del fregio naturalistico. Alla base, sotto la pianta, si vede un serpentello che insidia un nido e un ranocchio

Il fregio floreale a prima vista sembrerebbe la cosa meno degna di nota: girali di acanto, fiori, frutta, tutto scolpito a rilievo in un insieme molto ricco e molto dettagliato. Ma proprio per questo il fregio è estremamente naturalistico: i fiori sono resi nei particolari, le foglie d’acanto hanno le nervature, i chicchi d’uva sono scolpiti uno a uno, talmente perfetti che si potrebbero cogliere, e poi, meraviglia delle meraviglie in quest’attenzione ai dettagli, la ranocchia alla base e una scena da documentario: un serpentello che assalta una nidiata indifesa di uccellini al di sotto di una rigogliosa pianta di acanto. Oggi noi vediamo tutto bianco, ma un tempo, invece, era coloratissimo e sgargiante! Il verde delle foglie, il colore dei fiori, l’azzurro del cielo: colori intensissimi che oggi riusciamo a vedere grazie alla realtà aumentata de L’Ara Com’era: una visita interattiva al monumento che si può svolgere solo secondo un preciso calendario e con prenotazione.

Anche il registro superiore del recinto dell’altare era dipinto. Sui due lati si sviluppa una lunga processione: un rito religioso? Sì, perché Augusto è rappresentato con la testa velata; ma quale sia questa processione non è dato sapere. Ad essa partecipano i familiari di Augusto, alcuni dei quali perfettamente riconoscibili, e poi senatori, littori e altri personaggi pubblici come i septemviri epulones (magistrati incaricati di organizzare i banchetti pubblici), uno dei quali è girato di fronte, unico tra gli astanti. Se il fregio sui lati è tutto sommato molto ordinato, ripetitivo nonostante le pose diversificate dei personaggi (bellino il bimbo che tira la toga ad uno dei presenti) e rappresenta un evento se non reale quantomeno realistico, i quattro pannelli sulla fronte e sul retro sono invece a carattere mitologico: sulla fronte abbiamo, ai due lati della porta, la Lupa con i gemelli Romolo e Remo, il dio Marte e il pastore Faustolo (estremamente frammentario) e una scena di sacrificio da parte di Enea; sul retro c’è la raffigurazione della Dea Tellus, la Terra, in un’ambientazione particolarmente bucolica e la dea Roma, rappresentata come guerriera (estremamente frammentario).

Ara Pacis. La dea Tellus

I quattro miti sono collegati tra di loro: la Lupa richiama la fondazione di Roma, Enea, figlio della dea Venere, è il principe troiano che dopo essere scappato dalla guerra di Troia, dopo anni di peregrinazioni per il Mediterraneo giunge nella piana dove poi sorgerà Roma, e suo figlio Iulo è il capostipite della gens Iulia, cui apparteneva Giulio Cesare, del quale Ottaviano Augusto è figlio adottivo. La dea Tellus è un riferimento alla Pax Augusta, ovvero al periodo di pace che vive l’Impero dopo che Augusto ha messo a tacere i nemici interni di Roma, e alla prosperità del suo regno. La dea Roma è la personificazione della città. Anche questi fregi erano dipinti. Tutto il programma iconografico era studiato per glorificare Roma e Augusto.

Si può circolare anche all’interno del recinto, dov’è contenuto il grande altare. All’interno il fregio è decorato semplicemente (si fa per dire) con festoni di frutta alternati a bucrani, cioè teschi di bue: una decorazione piuttosto consueta in età augustea che di nuovo rimanda alla nuova era di pace e prosperità inaugurata col regno del primo imperatore.

Il Museo dell’Ara Pacis fa parte del circuito dei Musei in Comune di Roma. Rimane forse un po’ fuori dai consueti percorsi turistici, ma a guardar bene, non è distante da Piazza del Popolo né da Piazza di Spagna. Si raggiunge con il bus 87 dal Colosseo lungo un percorso che corre tangente a Piazza Navona.

Tre musei di Roma che dovresti conoscere

Un particolare del "giardino" della Villa di Livia

Un particolare del “giardino” della Villa di Livia

Roma è piena di musei. Ma piena zeppa, roba che ovunque ti giri ti ritrovi davanti a un museo. L’imbarazzo della scelta è notevole. A seconda di cosa ti attragga di più, quale corrente artistica, o periodo storico, Roma effettivamente soddisfa tantissime possibilità, anche per i visitatori più esigenti.

Per questo post ho isolato 3 musei statali che ho visitato di recente. Due si trovano all’EUR, nel quartiere voluto da Mussolini e che architettonicamente è una sintesi perfetta del suo pensiero e della sua propaganda politica dell’Italia come novello Impero Romano; il terzo museo invece si trova vicino a Roma Termini, ed è il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme. Questi tre musei, tutti e tre archeologici, coprono 3 epoche storiche ben distinte: il Pigorini è dedicato alla preistoria e all’etnografia, Palazzo Massimo alle Terme si occupa di arte romana, il Museo dell’Alto Medioevo… beh, lo dice già il nome.

Andiamo dunque in ordine cronologico.

  • Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”
Una statuetta sudamericana dal museo Pigorini

Una statuetta sudamericana dal museo Pigorini

La vera bellezza di questo grande museo, su due piani più un’ampia hall all’ingresso, è più ancora della sezione preistorica, quella etnografica, dedicata, cioè, alle culture e popolazioni degli altri continenti diversi dall’europeo. Bellissima la sezione dedicata al Perù e alle popolazioni andine, così come quella dedicata all’Oceania, con la ricostruzione di una piroga e le maschere rituali piene di conchiglie, e quella dedicata all’Africa, con le maschere tradizionali che sono particolarmente impressionanti. Sul sito web del museo è spiegata per bene la formazione di questa particolare collezione, frutto del viaggio e della curiosità di alcuni intellettuali dei secoli passati, tra cui Athanasius Kirker, James Cook per l’Oceania e lo stesso Luigi Pigorini.

Le collezioni etnografiche raccolte tra la fine del Settecento e il Novecento non sono state collezioni fini a se stesse, ma hanno in qualche misura influenzato il gusto e l’arte occidentale. Pensiamo all’arte africana: le maschere hanno ispirato artisti come Picasso e Braque, i quali hanno saputo innovare la produzione artistica del loro tempo aprendola alle suggestioni che venivano da fuori, dall’arte “primitiva”.

La mia preferita è però la collezione di arte peruviana, nella quale ho ritrovato oggetti simili a quelli che a suo tempo avevo visto in Perù: vasi dalle forme plastiche incredibili, di animali e uomini, coloratissimi e vivaci, pronti a prendere vita da un momento all’altro. Dell’arte oceanica, naturalmente mi ha attratto la breve rassegna di opere d’arte aborigena australiana, memore del mio viaggio in Australia.

La sezione preistorica, al secondo piano, è meno spettacolare, ma più didattica. Affronta infatti la storia dell’uomo attraverso le testimonianze della sua presenza e i suoi manufatti, dalla storia più antica del genere homo al suo passaggio dal Paleolitico, l’età della pietra, a quella dei primi villaggi, poi delle prime città, con l’invenzione dell’agricoltura. C’è poi un approfondimento sul villaggio neolitico de La Marmotta, sul lago di Bracciano, dalle cui acque è emersa una piroga realizzata in un unico tronco di quercia.

  • Museo di Palazzo Massimo alle Terme
La statua del Generale da TIvoli

La statua del Generale da Tivoli

Ci spostiamo in centro a Roma, a Termini, per visitare il museo di arte classica per eccellenza. Qui trovano posto e collocazione alcune tra le opere più importanti dell’arte romana: al piano terra troviamo il Generale da Tivoli, statua maschile dal corpo atletico perfetto, sul quale si imposta però un viso che reca tutti i segni del tempo, un ritratto veristico insomma, di un veterano segnato dagli anni di campagne militari, una statua che nel complesso stride e affascina. Ma il vero capolavoro di questo piano è il pugilatore, la statua in bronzo che raffigura un vecchio pugile in riposo, seduto, i pugni fasciati, il volto sofferente rivolto a destra ad ascoltare il decreto del giudice di gara: è stanco, sul corpo i segni delle tante competizioni vinte nella sua carriera, come l’orecchio tumefatto che fa impressione a vedersi, nonostante sia scolpito in bronzo.

Al primo piano la statuaria la fa da padrona: copie romane di opere greche anche famose, come il discobolo di Mirone, qui addirittura in duplice copia; poi ci sono alcuni arredi in bronzo delle navi dell’imperatore Caligola scoperte nel Lago di Nemi: volti bestiali e di gorgoni che impressionano ancora oggi chi le vede. Infine la statuaria imperiale dell’epoca dagli imperatori Flavi agli Antonini, passando per Adriano e il suo amasio, Antinoo.

Il terzo piano è il più spettacolare: gli affreschi della villa di Livia, moglie di Augusto, a Prima Porta, sono qualcosa di maestoso: famosissimo l’ambiente dipinto a giardino, nel quale si dispongono, sul fondo azzurro del cielo, piante, fiori, e soprattutto uccelli variegatissimi, che rendono questo spazio un’oasi viva e vivace, un luogo meraviglioso nel quale sostare, nel quale restare in contemplazione per ore.

  • Museo dell’Alto Medioevo
Due collane longobarde

Due collane longobarde

Due temi principali accompagnano il percorso espositivo di questo museo, che si trova all’EUR, accanto al Pigorini. Eh, sì, siamo tornati qui, al punto di partenza: al piano terra dell’edificio che ospita il museo, una galleria fotografica illustra le fasi della costruzione del quartiere fascista e della sua evoluzione nel corso del secolo.

La prima sezione del museo è dedicata ai Longobardi di Nocera Umbra e di Castel Trosino (AP), i cui corredi ricchissimi faranno impallidire le signore, che desidereranno indossare monili e collane ricchissime, in oro e pasta vitrea colorata. Per gli uomini invece abbiamo armi, decorazioni di scudi e fibbioni, tutto rigorosamente in metallo, argento, ferro, bronzo e oro, tutto ben conservato. I secoli bui erano rischiarati dall’oro, tante volte.

Una delle pareti dell''aula della domus di Ostia decorata in opus sectile

Una delle pareti dell”aula della domus di Ostia decorata in opus sectile

L’altra interessantissima sezione è dedicata alla decorazione delle pareti e del pavimento di una domus romana di Ostia del IV secolo d.C.: l’impero sta decadendo, ormai ci avviciniamo a larghi balzi verso il medioevo, eppure le maestranze sono ancora capaci di realizzare decorazioni di pareti e di muri utilizzando marmi intarsiati e di vario colore, per realizzare disegni e fantasie che nulla hanno da invidiare ai mosaici o alle pitture parietali. Si chiama opus sectile, in latino. La ricostruzione di una grande aula con le sue decorazioni è eccezionale, rende l’idea delle dimensioni, dell’impegno delle maestranze a realizzare rivestimenti che sono dei veri capolavori, altro che le nostre piastrelle del bagno.

Solo tre gioielli sui tantissimi che la capitale offre. E voi, conoscete qualche museo romano che consigliereste assolutamente? Sono pronta a cogliere i vostri suggerimenti!