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Triora, il borgo delle Streghe

Il borgo di Triora

Il borgo di Triora

La Valle Argentina è un territorio selvaggio e antico: una valle strettissima della Liguria di Ponente che scende dalla montagna ligure fino ad Arma di Taggia, sul mare; lungo il percorso, i boschi si alternano a piccoli borghi di fondovalle o arroccati lassù in alto, mentre la strada ridiscende tortuosa lungo il fiume.

Triora è il più grande dei borghi di montagna. Si trova lassù, sulla cima della sua montagna da cui controlla tutto il territorio circostante, la valle e i borghi dispersi sulle altre montagne a custodia del territorio. Un tempo questo sistema abitativo rendeva l’accesso al mare dalle Alpi invalicabile. Triora era un prezioso possedimento della Repubblica di Genova proprio per la sua posizione strategica. Il castello in cima all’altura ne è un”eterna testimonianza. Ma il borgo è noto ai più per altri motivi.

La Caccia alle Streghe. Se si pensa alle streghe vengono in mente ambientazioni fiabesche e di sapore medievale, donne brutte col naso adunco vestite di stracci, lo sguardo truce e la voce stridula che viaggiano con la scopa e preparano pozioni. Invece le streghe di Triora altro non erano che donne del borgo, mogli, madri e figlie che alla fine del XVI secolo, ben dopo i secoli bui del Medioevo, furono perseguitate inizialmente perché accusate di riunirsi la sera in un luogo del paese, la Cabotina.

Uno scorcio di Triora

Uno scorcio di Triora

Siamo nell’epoca della Controriforma, tutto ciò che non segue precisi dettami comportamentali e di devozione viene letto con sospetto. Aggiungiamoci magari  molestie o avances respinte da qualcuna di queste donne di montagna, tenaci come solo chi vive in territori impervi può essere, ed ecco servita un’accusa di stregoneria, che giunge a Genova e che suscita l’interesse dell’Inquisizione.

Inizia la persecuzione. In principio sono poche le donne accusate, che però vengono torturate per essere costrette a confessare. E queste donne shockate, spaventate, indifese, accusano a loro volta altre donne, come vuole sentirsi dire l’Inquisizione. Inizia una spirale di terrore che si acuisce quando da Genova viene mandato tal Giulio Scrivani, che pratica giudizi sommari e che alla fine, ma quando per molte delle innocenti condannate è troppo tardi, viene fermato. Ne uscirà pazzo, ma a noi consola poco.

Una cella delle prigioni di Triora

Una cella delle prigioni di Triora

La storia delle streghe di Triora è raccontata nel locale Museo Regionale Etnografico e della Stregoneria, all’ingresso del paese. Qui, in particolare al piano inferiore, sono ricostruite le celle delle prigioni nelle quali le povere donne venivano segregate o torturate. In una è ricostruita una scena terribile: una delle condannate, stesa su un cavalletto, è in attesa del supplizio. In un’altra, una donna è in gabbia, mentre nell’ombra un uomo, il suo carnefice o il suo giudice, si avvicina.

Oggetti dell'economia silvopastorale di Triora. E un'inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Oggetti dell’economia silvopastorale di Triora. E un’inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Il resto del museo racconta invece la vita “normale” di Triora: la sua economia basata principalmente sulla pastorizia e sullo sfruttamento dei boschi a castagno. La ricostruzione di ambienti di vita e di lavoro, con gli oggetti quotidiani di un secolo fa e anche meno, completa il quadro e ci racconta chi erano gli abitanti di Triora fino ancora a pochi decenni fa. Una collezione di streghette, poi, completa il giro, tanto per ricordarci dove siamo,  e una piccola saletta racconta il passato più remoto della regione, quando gli uomini vivevano ancora nei ripari in grotta e appena cominciavano a realizzare i primi oggetti in terracotta per la conservazione dei cibi.

Il paese è delizioso. Case in pietra, carrugi bui e tortuosi, scorci tra gli archi, edifici stretti gli uni agli altri, la piazza della chiesa, e poi il camminamento esterno, che guarda alla valle e alle alture circostanti e, nelle immediate vicinanze le pievi poste lungo le vie di crinale, di pascolo e di cammino, risalenti a quando la strada asfaltata ancora non esisteva. Un paese che non ha perso nulla della sua aria medievale, che mostra tracce qua e là di abbandono, soprattutto negli edifici più antichi, ma che continua ad essere abitato e frequentato.

un portale medievale nella piazza della chiesa

un portale medievale nella piazza della chiesa

Triora ha saputo trasformare un capitolo orribile del proprio passato in una risorsa. Senza voler lucrare sulla tragedia che colpì le donne del paese, ha restituito loro la dignità che meritano, e ha dedicato loro, oltre al museo, un monumento. In questa “strega” immersa tra i fiori voglio vedere un monumento contro l’odio e l’ignoranza, contro le superstizioni e contro la violenza di genere. E ci rendiamo conto di quanto la “caccia alle streghe” con forme diverse, purtroppo è dura a morire.

Il monumento nella piazzetta di Triora

Il monumento nella piazzetta di Triora

I più bei borghi del Ponente Ligure

Ligure fuori e ligure dentro, non ho mai speso un post d’insieme per dirvi quali sono secondo me i borghi più belli della Riviera Ligure di Ponente. Da buona imperiese la mia scelta ricade principalmente sui paesi più caratteristici della provincia di Imperia, con qualche illustre rappresentante della provincia di Savona. Pronti per scoprire con me i borghi più belli del Ponente, i più curiosi, quelli in cui ci si perde volentieri sia d’estate che d’inverno? Perché molti conoscono la Liguria solo per il mare oppure per le Cinque Terre e Genova ma, senza nulla togliere a queste, il Ponente ha molto da raccontare e molto da donare a chi ne sa cogliere l’essenza. E allora allacciate le cinture, che si parte!

monet bordighera

Claude Monet, Bordighera, 1884

  • Apricale

Borgo medievale sospeso nel tempo, questo piccolo paesino abbarbicato alla propria altura è una dedalo di viuzze e carrugi, i classici vicoli che caratterizzano i paesini liguri di mare e d’entroterra, con le sue botteghine caratteristiche e un castello, sulla sommità del borgo, come vuole tradizione. Apricale Si trova nell’entroterra della Val Nervia. Ventimiglia è laggiù, in riva al mare, mentre da qui la vista spazia sulle aspre colline che seguono il fiume Nervia verso valle. Percorsi antichi, borghi antichi, castelli antichi, quando era meglio vivere arroccati sui monti che non in pianura, perché il pericolo è sempre alle porte, e sui monti ci si può difendere. La Liguria è una terra aspra e poco generosa, ma proprio per questo i suoi abitanti, forse anch’essi aspri e chiusi, sospettosi e cinici, sono forti d’animo, e di rado si lasciano abbattere. L’antico castello ospita oggi eventi, la piazza sottostante è un luogo di ritrovo e di svago, sulla quale si affacciano le due chiese del paese: il cuore del borgo da sempre.

Apricale è uno dei Borghi più belli d’Italia, Bandiera Arancione, garanzia di qualità, di genuinità e di rispetto della tradizione. In realtà la Liguria vanta diverse Bandiere Arancioni, ma Apricale è stata la prima, pertanto vanta un primato. Inoltre, e lo dico per chi apprezza il genere, ad Apricale ha sede un ottimo birrificio artigianale che produce birre di grande qualità da prima che le birre artigianali italiane diventassero di moda. Motivo in più per andare ad Apricale, no?

  • Dolceacqua

dolceacquaDolceacqua non la dimentichi facilmente. il borgo si adagia sul fiume Nervia, che lo divide in due parti, collegate tra loro dall’impressionante ponte medievale a schiena d’asino che ne contraddistingue l’immagine e che tanto colpì il pittore Claude Monet, il quale nel 1884 soggiornò nel Ponente Ligure e letteralmente si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse come una bella donna, alla luce del sole, in tutto il suo splendore. Un’altra cosa rende caratteristica Dolceacqua, ed è il suo castello medievale, in cima al borgo, dalla silhouette inconfondibile: un quadrilatero con due torrette laterali, che è stato oggetto di indagini archeologiche e di restauro in anni recenti, e dal quale si domina la vista su tutta la vallata, fino al mare nelle giornate terse. Il borgo si inerpica fino al castello attraverso vicoli oscuri, carrugi inospitali tra vecchi e alti edifici attraverso i quali quasi non filtra il sole. Dolceacqua è poesia, che Monet riuscì a tradurre in pittura. La prima edizione delle Invasioni Digitali ebbe tra le mete proprio il centro storico di Dolceacqua: questo il post in cui raccontavo quell’avventura, sempre attuale, nonostante l’invasione abbia avuto luogo nella primavera del 2013.

  • Seborga

In Liguria abbiamo una monarchia. Ebbene sì, negli anni ’60 un piccolo paese dell’entroterra di Bordighera decise non solo di dichiararsi indipendente dal resto d’Italia, ma di eleggere il proprio re, e di battere moneta propria; così dopo Giorgio I, che fu re dal 1963, oggi è seduto sul trono re Marcello I. Il principato di Seborga naturalmente non è riconosciuto dallo stato italiano, ma è senz’altro una trovata simpatica che attira coloro che, di passaggio nel Ponente Ligure, hanno voglia di abbandonare la costa per pochi km. Per il resto è un borgo di origine medievale che si trova a mezza costa, ben curato e colorato, da visitare in una bella giornata di sole primaverile.

  • Triora

Ci spostiamo dalla Val Nervia alla Valle Argentina.  Triora è il paese delle Streghe. Ebbene sì, Triora è nota da sempre, e ovunque, per essere il borgo delle streghe. O meglio, il borgo in cui furono processate e condannate tante povere donne innocenti per atti di stregoneria. Siamo nell’epoca in cui l’Inquisizione raggiunge le più alte vette di sadismo e cieca cattiveria. A farne le spese le povere donne montanare e ignoranti, com’era all’epoca, a fine Cinquecento, vittime di una misoginia che dal clero genovese contagiò con ben poche difficoltà i bifolchi abitanti maschi della vallata e del paese, uomini brutali che volevano solo una vittima da incompare per un cattivo raccolto o una carestia. Il processo di Triora è ormai storia, e Triora ha trasformato questo brutto episodio del suo passato in occasione di rilancio turistico, che ogni anno attira folle di visitatori e turisti, o anche abitanti moderni della vallata. E non solo, a Triora (e dove sennò?), c’è il museo etnografico della stregoneria: perché aldilà del mito, della leggenda, delle code di rospo e ali di pipistrello, il dramma di quelle povere donne del borgo fu reale, ed è giusto che la loro tragica storia venga raccontata e sia conosciuta.

  • Mendatica

Il borgo di Valloria

Cambiamo di nuovo vallata, la Valle Arroscia. Qui siamo nel remoto entroterra di Imperia, in montagna: le piste da sci di Monesi sono poco distanti, e siamo nelle terre della transumanza, da dove passavano gli armenti che tra estate e inverno si alternavano (si alternano) per raggiungere i pascoli estivi o invernali. A Mendatica un piccolo museo diffuso porta alla scoperta di una vita pastorale che era una realtà fino a pochi decenni fa, mentre molti edifici ancora parlano di una vita rurale ormai quasi dimenticata anche se preservata. Il tempo sembra essersi fermato e certo la Liguria costiera, quella delle spiagge oppure degli oliveti è ben lontana. Se nel resto della Liguria la gente d’estate cerca il mare, qui dal mare fugge per ristorarsi al fresco dalla calura d’agosto. Da qui si domina un bel panorama sulla vallata che scende al mare. La piccola chiesa della Madonna dei Colombi offre un bel panorama del borgo, che si adagia sulla cima della sua montagna, a controllo della vallata.

    • Valloria

Porta dipinta a Valloria

Nella val Prino, entroterra di Imperia, tra fasce di oliveti secolari e lungo la Via dell’Olio, sorge Valloria, paesino come tanti qui a mezzacosta, e però con una particolarità: le sue porte dipinte. Negli scorsi decenni numerosi artisti si sono avvicendati nel dipingere le porte delle case del borgo: veri capolavori di street art, che conferiscono al borgo una sua vivace personalità. Le porte di Valloria sono una passeggiata artistica e l’occasione di una conoscenza più approfondita dell’entroterra ligure e dei suoi paesini. Passeggiare per Valloria alla ricerca delle porte è poi un ulteriore incontro con i tipici carrugi liguri, bui e stretti, ripidi a seguire il saliscendi impervio del terreno. Il panorama spazia sulla vallata sottostante, si spinge fino al mare, guarda sulle colline circostanti gli altri paesini dispersi tra gli oliveti, o le chiese solitarie, come il Santuario della Madonna del Piano, a Tavole, piccolo gioiellino che merita una deviazione e una sosta.

    • Cervo

La chiesa dei Corallini a Cervo

Cervo è forse il più caratteristico dei borghi medievali del Ponente. Innanzitutto sorge sul mare, o meglio, su un’altura che scende direttamente al mare. Proprio dal livello del mare si entra nel borgo, salendo di carrugio in carrugio, passando accanto a vecchi edifici, alti muri che nascondono giardini, archi che tolgono la luce ma che stringono di più e creano intimità, dino ad arrivare, attraverso queste salite dove non filtra il sole, nella piazza della chiesa di San Giovanni, una terrazza proiettata sul mare, cui fa da sfondo la maestosa facciata barocca della chiesa, un tripudio di colori che forse contrasta con la personalità dei pescatoridi coralli liguri cui la chiesa stessa è dedicata. E ancora, si sale e si sale, attraverso nuovi vicoli e carrugi sempre più bui, sempre più spessi,sempre più suggestivi, che convergono, in cima al borgo, nella piazza del castello, oggi museo etnografico. Un salto nel tempo, davvero molto romantico.

    • Zuccarello

Quel ponte a schiena d’asino posto sul fiume Neva è il carattere distintivo di questo piccolo borgo nell’entroterra di Albenga. Anche qui siamo in età medievale, il castello in cima alla collina domina il paese inriva al fiume. Caratteristici i portici della via principale del borgo, con colonne tozze e basse, un’architettura pesante ma comunque elegante e adatta a queste terre: visitate Zuccarello in inverno, e vi renderete conto che i portici sono necessari, oltre che piacevoli da percorrere. Il castello rimane in altura, domina dall’alto il borgo e il torrente.

  • Noli

Borgo di mare, ha una storia lunghissima ed illustre: il borgo nel Medioevo fu infatti una Repubblica Marinara accanto alle più note Genova, Pisa, Amalfi e Venezia, e rimase indipendente fino alla fine del Settecento pur se non batteva moneta: una San Marino del Ponente Ligure 😉 . Come tale La bella chiesa romanica di San Paragorio è uno tra gli edifici religiosi più importanti della regione, ma tutto il borgo in sé, affacciato sul mare, è uno splendido gioiello incastonato in un’insenatura chiusa da una parte dalla piccola isola di Bergeggi e accanto alla Baia dei Saraceni.

  • Finalborgo

È il più grande tra tutti questi borghi di cui vi ho parlato. È una vera e propria cittadina, anzi, ed è piacevolissimo passeggiare tra le sue vie, ricche di botteghine, caffetterie e ristoranti. Un bel museo archeologico racconta la bellezza dell’antichissima storia di questo territorio, che fu abitato dall’uomo fin dalla Preistoria, quando viveva nelle caverne delle alture circostanti. Si entra nel borgo medievale dalla porta della città, lungo una via selciata su cui affacciano alti edifici. Le stradine non sono larghe, perché il borgo conserva pressoché intatti i suoi caratteri medievali, e la cittadina nel suo complesso è curata, un luogo piacevole nel quale trascorrere un pomeriggio. Finalborgo rimane lievemente arretrato rispetto al mare e al passaggio della via Aurelia, sorge proprio alle pendici dell’altura, comunque vicina al mare, sulla quale ci si può inerpicare per raggiungere le rovine del castello. (Per trascorrere un bel weekend a Finale Ligure seguite i consigli di Elisa sul suo blog Piccoli Grandi Viaggiatori)

Questi sono, secondo me, i borghi imperdibili del Ponente Ligure. Secondo voi invece quali sono i paesini liguri da non perdere?

Tradizioni che rimangono nel cuore: la fiera della Rovere a San Bartolomeo al Mare

Piccolo paese che si inserisce lungo la via Aurelia tra le più note Cervo e Diano Marina, San Bartolomeo al Mare (IM) può apparire a chi la attraversa come un agglomerato di case sorto negli ultimi 60 anni per soddisfare il turismo estivo. In realtà la sua storia è più antica, ed è la storia di un piccolo borgo di poche case raggruppate intorno ad un santuario su una collinetta poco distante dal mare, nel bel mezzo di un boschetto di roveri: il Santuario di N.S. della Rovere. Il piccolo borgo ha sviluppato una devozione forte e sentita nei confronti della Madonna e questo culto secolare si manifesta anno dopo anno il 2 febbraio, in occasione della festa della Candelora, quando il borgo, ormai l’intero paese, festeggia con una grande fiera che occupa buona parte del centro abitato.

Il Santuario di Nostra Signora della Rovere, San Bartolomeo al Mare

Il Santuario di Nostra Signora della Rovere, San Bartolomeo al Mare

La fiera della Rovere è uno degli eventi cui sono in assoluto più legata. Sono nata a San Bartolomeo al Mare del resto, lì ho vissuto, con una piccola interruzione, per 28 anni, lì torno appena posso per trovare la mia famiglia, per sentirmi a casa. Quest’anno purtroppo non potrò tornare in tempo per la fiera, ma posso raccontarvela, così come l’ho amata in questi 30 anni, seguendone passo passo i cambiamenti e gli elementi di continuità. Perché la fiera della Rovere è tradizione, è momento di aggregazione, è festa, è incontro, è l’occasione in cui l’intero paese si riversa in strada, diviso tra chi vende e chi compra, si ritrova, si riconosce in un’identità comune che nel santuario della Rovere trova la sua espressione.

Il campanile della chiesa. Sulla piazza vive ancora qualche albero di rovere, che dà il nome al Santuario

Il campanile della chiesa. Sulla piazza vive ancora qualche albero di rovere, che dà il nome al Santuario

Accanto alla festa profana della fiera c’è, naturalmente, la festa religiosa particolarmente sentita: il 2 febbraio la celebrazione è officiata in genere dal Vescovo, mentre il 3 febbraio, giorno di San Biagio, i più devoti al termine della funzione religiosa ambiscono alla benedizione della gola.

Per me la festa della Madonna della Rovere è sempre stata come Natale o Pasqua: una festa comandata in cui non si andava a scuola (le Elementari, vicine alla chiesa, stanno chiuse durante la fiera), un momento di festa atteso con trepidazione perché si stava tutto il giorno a zonzo dapprima con mamma e papà, poi con gli amichetti di scuola, quindi con la propria compagnia. La giornata tipo è sempre la stessa.

La sveglia la danno le campane a festa della chiesa: suonano fin dal mattino presto, invitando i fedeli a rendere omaggio alla Madonna. La gente, invece, si riversa tra i banchi, ognuno col suo percorso; chi come me la percorre da anni ha un suo itinerario prefissato che non cambierà mai: io amo partire dalla via Aurelia lungo la strada che sale alla Chiesa. La piazza della Chiesa è anch’essa gremita di banchi ammassati quasi gli uni sugli altri, e a lato si riconosce inconfondibile il banco della pesca di beneficenza. Dietro il santuario, in un oliveto che ormai funge anche da parcheggio si raccoglie una sorta di piccola fiera del bestiame che ospita qualche cavallo, capre, asini, un anno persino due alpaca, ospiti d’eccezione che attirarono un monte di curiosi, grandi e piccini. Da qui il percorso ridiscende fino alla ferrovia, dove un tempo era il passaggio a livello che ora è chiuso, e dove continua ad avere il suo banco uno storico ambulante che è solito attirare clienti cantilenando al microfono “Palpate gente, palpate” riferendosi alle sue scarpe lowcost buttate spaiate su un grosso telo: molto folkloristico, assolutamente insostituibile!

un alpaca alla fiera della Rovere del 2008

un alpaca alla fiera della Rovere del 2008

Il percorso tra i banchi costeggia la ferrovia per un pezzetto, poi la oltrepassa grazie ad un ponticino che porta su Piazza delle Magnolie. Qui, quand’ero piccola si riunivano le giostre, l’autoscontro, i vari tiro a segno e simili, per la gioia dei più piccoli. Da anni ormai, però, la piazza è occupata dagli stand gastronomici di “Arti e sapori della Rovere”, che ospita prodotti tipici e della tavola non solo liguri, molti dei quali presidi Slowfood. Un’ottima occasione per San Bartolomeo al Mare di inserirsi in un canale molto importante e molto sentito nella Liguria di Ponente, che punta sulla sensibilizzazione e sulla promozione di prodotti del territorio quali l’olio e il pesto e va ad allearsi con altre realtà italiane altrettanto interessate alla promozione territoriale attraverso la buona tavola. Un valore aggiunto non indifferente per la piccola San Bartolomeo.

Il percorso della fiera si allunga poi verso il mare, dove incontra l’angolo florovivaistico, se così lo vogliamo definire: alcuni vivaisti e produttori agricoli della zona hanno uno spazio tutto loro per vendere piante, fiori, sementi varie. Un luogo della memoria anch’esso, per quanto mi riguarda, dato che mia madre da sempre è solita comprare qui le primule, fiorite e coloratissime, primi fiori a sbocciare ancora prima dell’inizio della primavera.

Infine il percorso si ricongiunge alla ferrovia, laddove un tempo c’era quel passaggio al livello che ogni volta che si abbassava dava il tormento alla calca di gente che voleva passare da una parte all’altra della fiera. Ma dove, del resto, se si era dal lato giusto, si poteva ingannare l’attesa comprando frutta di pasta di mandorle all’enorme banco di dolciumi che si sistema qui tradizionalmente!

Cavalli alla fiera della Rovere

Cavalli alla fiera della Rovere

Piccoli bozzetti, flashback di ricordi che si presentano alla mente. Piccoli aneddoti ce ne sono tanti, legati alla fiera e alla mia infanzia: come quando vinsi un pesce rosso alle giostre, o come quando io e i miei compagni di scuola spendemmo un’esagerazione di soldi per comprare quelle adorabili caramelle alla cocacola, a forma di uovo fritto o di dentiera.. o ancora di quella volta che ero a casa con la febbre e mia madre comunque mi comprò un maglione (che poi ho indossato per anni)… e come dimenticare il frittellone che era la merenda ufficiale, vietata durante l’anno, ma permessa durante la fiera? Con gli anni molti banchi sono cambiati, anche la merce si è standardizzata e la fiera ha perso un po’ della spontaneità che aveva quand’ero piccola. O forse sono io che ho perso un po’ il senso della sorpresa, chissà. Ma tornare alla Fiera fa sempre piacere e soprattutto è il momento dell’anno in cui meglio si legge l’identità vera del paese. Paese che durante l’estate è meta di villeggiatura, ma che durante l’inverno rimane comunque vivo e vissuto dai suoi abitanti.

Valloria, il paese delle porte dipinte

C’è un paesino nell’entroterra ligure che è riuscito a sfuggire all’anonimato in cui si crogiolano tanti piccoli borghi dimenticati, sconosciuti ai più, lontani dalle città, e magari difficilmente raggiungibili… Questo paesino è Valloria, nell’entroterra di Imperia, i cui abitanti, non più di 15 anni fa, si sono inventati un’idea fantastica per attirare l’attenzione su di sé: hanno cominciato a chiamare artisti locali, pittori principalmente, ed hanno chiesto loro di dipingere le porte delle case che si aprono sui piccoli e bui vicoletti del paese. Questi artisti hanno chiamato altri artisti, che hanno chiamato altri artisti, e così ad oggi sono molti i pittori italiani e stranieri che hanno firmato le porte.

Un'artista all'opera a Valloria (IM)

Un’artista all’opera a Valloria (IM)

Se si è fortunati si può vedere addirittura l’artista all’opera, mentre con pennelli e colori dipinge il suo soggetto, assolutamente fantastico, oppure evocativo, oppure che rievoca un tipico panorama ligure…in ogni caso ogni porta sembra aprirsi su un mondo fantastico in cui verrebbe voglia di tuffarsi…e immediatamente il pensiero corre agli abitanti di quelle case le cui porte sono dipinte, e che ogni giorno varcano davvero la soglia di casa loro entrando proprio in quel mondo meraviglioso che noi ora stiamo immaginando…

Una delle porte dipinte di Valloria

Una delle porte dipinte di Valloria

Il paesino è articolato, come tutti i piccoli borghi liguri, in una rete intricata di vicoletti e carrugi stretti, tortuosi e bui. Attraverso di essi si snoda un vero e proprio percorso di scoperta delle porte dipinte. In cima al paese c’è la chiesa e le tre fontane per cui il paese era conosciuto prima che le porte dipinte diventassero la vera attrazione di Valloria.

Valloria

Che altro dire? A pochi chilometri dalla costa imperiese c’è questo piccolo gioiellino dell’entroterra, una chicca che chi passa di qui non può perdere per nessuna ragione al mondo!

La piazza di Valloria

La piazza di Valloria

Mendatica, dove il tempo si è (quasi) fermato

Siamo stati a Mendatica (IM) all’inizio di Gennaio, in una bella e calda giornata di sole, piuttosto piacevole qui, alle pendici delle Alpi Marittime: gli impianti sciistici di Monesi sono a pochi Km, mentre il paese, a 800 m slm, dista 40 minuti circa da Imperia, quindi dal mare, lungo una via che attraversa un entroterra fatto dapprima di oliveti, poi di boschi, e da una serie di paesini e borghi abbarbicati alle loro colline, poche case in mezzo alle quali svetta il campanile.

Vista panoramica di Mendatica sotto le cime innevate, dalla chiesa della Madonna dei Colombi

Vista panoramica di Mendatica sotto le cime innevate, dalla chiesa della Madonna dei Colombi

Mendatica è piuttosto lontana dal mare. Eppure siamo ancora in Liguria, una Liguria, però, diversa da quella costiera che basa sul mare la propria economia anche turistica: una Liguria che vede nella montagna, invece, la propria ricchezza, ricchezza che oggi viene sfruttata in senso turistico e paesaggistico, ma che un tempo era data dall’unica risorsa a disposizione degli abitanti: la pastorizia.

Già mentre saliamo verso Mendatica incrociamo lungo la strada un gregge di pecore: immagini che di solito associamo al Sud Italia o alla Sardegna le ritroviamo anche qui, e subito capiamo che ci sono tradizioni dure a morire, da queste parti. Alle porte del paese, poi, incontriamo un mulino ad acqua restaurato recentemente, che in passato sfruttava il giovane corso del torrente Arroscia, che nasce poco lontano da qui e che più a valle diventa un’arteria fluviale importante dell’entroterra di Albenga.

Il mulino sul fiume Arroscia

Il mulino sul fiume Arroscia

Il borgo, costituito per la maggior parte da vecchie case in pietra e dominato dalla chiesa barocca dei SS. Nazario e Celso, ospita un Museo Territorio, un museo diffuso, se così lo vogliamo definire, che ha il fine di raccontare a chi passa da queste parti la storia di questo paese, una storia fatta di pastori, di pascoli e di transumanza, una storia povera di eventi ma ricca di tradizioni, tradizioni che è giusto conservare e trasmettere ad altri. Questo museo, che poi è un itinerario, viene chiamato “I volti dell’Ubagu”, perché ubagu significa luogo selvatico, nascosto, impervio, come nascosta, selvatica e impervia è questa parte della Valle Arroscia. Nel borgo è stato ricostruito, in un’abitazione, il laboratorio del latte, che raccoglie tutti gli strumenti che servivano per la mungitura, dai campanacci delle mucche ai secchi del latte ai colini per filtrarlo e iniziare la produzione del formaggio, in particolare la toma e il bruss, tipici di questa valle (e anche piuttosto buoni!); al piano superiore dell’abitazione è ricostruita invece l’umile casa del pastore, completa di vano cucina e di camera da letto. Nel territorio è ben radicata la cosiddetta cultura della malga: le malghe sono dei rifugi estivi di montagna per il pascolo, dove venivano ricoverati gli armenti durante l’estate; attraverso un sentiero a piedi (che probabilmente torneremo a percorrere nella bella stagione) che parte da Mendatica, si giunge a Poilarocca, più su in montagna, che è un villaggio di malghe, ormai abbandonato ma recuperato per raccontare a chi oggi passa di lì come funzionava l’economia pastorale di questa gente di montagna.

Il laboratorio del latte ricostruito a Mendatica

Il laboratorio del latte ricostruito a Mendatica

In paese non mancano altri segni delle antiche tradizioni: nell’aia di una vecchia casa quasi fatiscente si trova un vecchio torchio ormai inutilizzato, ma indicativo di attività che oggi non si svolgono più. La piccola prigione del paese è invece adibita a sezione del museo etnografico, con una raccolta di scarponi e di utensili che ci parlano anche dello sfruttamento del bosco e della legna, oltre che della sola pastorizia.

L'aia che ospita il vecchio torchio, in una delle case di Mendatica

L’aia che ospita il vecchio torchio, in una delle case di Mendatica

Passeggiare su e giù per questo borgo che si addossa al fianco della montagna seguendone pedissequamente l’andamento è il modo migliore per osservare come accanto ad un’architettura antica, in pietra e povera, in legno, si vanno aggiungendo case moderne in mattoni, molte delle quali non finite, in costruzione. Molte delle case più vecchie, d’altro canto, sono in vendita, quando non addirittura in stato di evidente abbandono e fatiscenza. Perché nonostante il forte impegno dell’amministrazione e della proloco per attirare turismo e quindi ricchezza, Mendatica è un paese in abbandono. Si popola d’estate, questo sì, perché molti degli abitanti d’inverno si trasferiscono a Imperia, sul mare, vicino al posto di lavoro, e tornano alla base nella stagione più calda, quando qui è fresco e quiete, alla faccia del delirio di agosto lungo la costa. Ma d’inverno sono pochissimi gli abitanti, per la maggior parte anziani. Alcuni li vediamo impegnati in attività che nel mondo d’oggi ci sono totalmente estranee: uno taglia la legna da ardere con la motosega, un altro sega l’intelaiatura di una finestra in tocchi di legno tutti uguali senza prendere alcuna misura; un altro ancora fa da sé il cemento per aggiustare un piccolo tratto di strada accanto ad una cappella, ma il campione è quell’anziano signore che lava alla fontanella/lavatoio la verdura colta nell’orto. A dispetto di ciò che si dice dei Liguri – chiusi e scontrosi – qui sono tutti molto gentili, salutano col sorriso, una signora ci suggerisce qualche scorcio del paese da visitare, un’altra si scusa perché è accidentalmente entrata in una foto; tra di loro parlano in dialetto, ovviamente, seduti alla panchina fuori di casa. Ci scommetto che non chiudono a chiave il portone: per lo meno, in macchina lasciano la chiave inserita! Ma le case abbandonate, quelle sì, hanno il portone in legno chiuso con tanto di catenaccio, segno di un abbandono che forse è definitivo.

delle antiche tradizioni sono rimasti ormai solo dei dettagli...

delle antiche tradizioni sono rimasti ormai solo dei dettagli…

A pranzo andiamo all’Agriturismo il Castagno, un posto che vale tanto oro quanto pesa: menu a prezzo fisso, roba da 10 antipasti, 2 primi, 3 secondi, frutta, dolce, acqua, vino, caffè e ammazzacaffé a 25 €. Ebbene sì, esistono ancora luoghi di questo tipo, con un’offerta decisamente di qualità. A conduzione familiare, l’anziana signora che sta in cucina e che sostituisce la figlia quando questa deve preparare il formaggio, è una persona squisita, che cancella col suo sorriso tutte le leggende più o meno vere sui ristoratori liguri. Stiamo a tavola 2 ore, quando ci alziamo rotoliamo via da tanto s’è mangiato.

Dopo aver visto Mendatica dall’interno decidiamo di vederla dall’esterno: raggiungiamo la poco distante chiesetta della Madonna dei Colombi, su un poggio di fronte al paese, da cui si gode una splendida vista panoramica sul borgo e sulle montagne innevate al di sopra di esso. La chiesina è piccolina, ed ha un’architettura piuttosto ricorrente nelle pievi del territorio, con un piccolo arco davanti all’ingresso che offriva riparo a chi passava di qui e voleva riposare dicendo magari due preghiere.

Madonna dei Colombi

Madonna dei Colombi

Mendatica racconta una storia. La storia di un paese che si sforza di mantenere vivo il ricordo di tradizioni ormai quasi del tutto scomparse e che si attacca ad esse per non essere risucchiato dal vortice dell’abbandono. La storia di un paese in cui c’è ancora qualcuno che lava la verdura alla fonte come faceva quand’era piccolo, in cui chi vive qui tutto l’anno raccoglie la legna perché riscalda la casa col camino; e poi la storia di case in pietra che vengono lasciate decadere e di case in mattoni che non vengono completate. A Mendatica si leggono le contraddizioni che attraversano molti borghi dei nostri entroterra, stretti tra l’esigenza di adattarsi al mondo contemporaneo e il senso di appartenenza ad un modo di vivere che se per i più anziani è tutto, per i giovani è estraneo. Il lavoro svolto dal comune e dalla proloco per salvaguardare le tradizioni e rendere Mendatica un borgo accogliente è encomiabile, e merita molto di più di questo post per essere celebrata.

mendatica

Comunque torneremo con la bella stagione. Vogliamo approfondire la conoscenza di questi luoghi. Non è turismo, non è voglia di fare un giro. È voglia di conoscere un mondo così lontano, così vicino.

Una passeggiata sotterranea: le grotte di Toirano

Il nostro inizio d’anno è stato spumeggiante: siamo stati a Genova a visitare la superba mostra di Steve McCurry, a Imperia a visitare il Museo del Presepe, a Mendatica, nell’entroterra imperiese e nelle Grotte di Toirano: non male per i primi 3 giorni dell’anno!

Siamo stati a Toirano nella fredda mattina del 2 gennaio: un vento freddo sferza la montagna nell’entroterra di Borghetto Santo Spirito, ai piedi della quale sorge il borgo di Toirano. Toirano è un borgo medievale, ma la montagna dietro di lei è frequentata da migliaia di anni: in una delle grotte che si aprono sul fianco roccioso, gli uomini preistorici che vivevano nelle caverne hanno lasciato tracce evidenti del loro passaggio e della loro convivenza con l’orso delle caverne.

La sala del Patheon nella Grotta di Santa Lucia

La sala del Patheon nella Grotta di Santa Lucia

A raccontare questa storia vecchia di migliaia di anni ci pensa la visita alle Grotte di Toirano (biglietto 10 €) che in un percorso sotterraneo di un’ora ci porta nel cuore della montagna attraverso la Grotta della Bàsura (= strega, per i suoni sinistri provocati dal vento che si infila nelle sue fessure) e di Santa Lucia. La Grotta della Basura è quella che fu frequentata dall’uomo, mentre quella di Santa Lucia è semplicemente – si fa per dire – uno spettacolo naturale di concrezioni calcaree, stalattiti e stalagmiti.

Il percorso inizia dalla Grotta della Basura. Qui non si possono fare fotografie perché – dice – è un sito archeologico (!), per cui occhi ben aperti e sensi ben attenti per poter recepire tutte le informazioni che la visita guidata ci propone: importanti sono, innanzitutto, le impronte di piedi e ginocchia di uomini, uomini che migliaia di anni fa trovarono riparo qui dentro, al buio più totale, guidati dalla fioca luce di torce che servivano, anche, probabilmente, per tenere lontani gli altri abitanti della grotta, gli orsi. La visita si svolge lungo un percorso che si snoda tra stalattiti, stalagmiti, impronte di piedi umani fiumi sotterranei che ospitano, unica forma di vita, un gamberetto trasparente dal nome irripetibile e, sul finale, l’impressionante cimitero degli orsi e un angolo cerimoniale per riti di iniziazione umani. Il cimitero degli orsi deve il suo nome al fatto di essere un mucchio incoerente di ossi di orsi delle caverne trascinati in un punto specifico della grotta dal fiume interno in un momento successivo alla morte di queste bestie preistoriche, che venivano a ripararsi in fondo alla grotta per trascorrere i mesi invernali del letargo. L’ammasso di femori, mandibole, teschi e costole è abbastanza impressionante per chi non è abituato a una tale vista… di ben altro tipo è invece l’esperienza di cercare di individuare sul fondo della parete della grotta delle palline di argilla che furono scagliate dagli uomini che abitavano la caverna contro qualche giovane del branco, forse per un qualche rito di iniziazione che non è stato meglio spiegato.

Da qui gli scopritori della grotta negli anni ’50-’60 del Novecento scavarono una galleria per collegare la grotta della Basura con l’altra grotta, di Santa Lucia, mai frequentata dall’uomo. Le due grotte sono state così messe in comunicazione artificialmente, e la seconda non è meno spettacolare della prima: stalattiti, stalagmiti, concrezioni coralloidi e stalattiti mammellari (così chiamate perché ai primi esploratori della grotta, tutti uomini, evidentemente, ricordavano delle mammelle…) creano un ambiente magico, dove il tempo è scandito dal gocciolare incessante dell’acqua. Questa seconda grotta, che è fotografabile, non fu mai occupata da essere umano (o almeno, nessun essere umano lasciò traccia), quindi è solo e semplicemente una meraviglia della natura.

La grotta di Santa Lucia

La grotta di Santa Lucia

Gli ultimi metri prima dell’uscita della grotta ospitano una curiosa cantina di un produttore di vini locale: ha il suo fascino vedere le botti e le bottiglie invecchiate in una cantina dalle pareti di nuda roccia; a seguire, si incontra lo spazio riservato ai laboratori didattici: e mi sono immaginata come dev’essere per un bambino delle scuole elementari fare attività didattica all’interno di una grotta! Di sicuro un’esperienza di quelle che restano nel cuore!
Ah, una confidenza, prima di uscire dalle grotte: le ho visitate quand’ero in terza elementare e ricordavo ancora le cose più salienti: le impronte degli uomini, degli orsi, persino il gamberetto! Visitare le stesse grotte dopo 20 anni è stato… strano, il ricordo mi ha fatto sorridere… incredibile come dopo tutti questi anni io avessi ancora ricordi così forti!

La chiesa rupestre di santa lucia

La chiesa rupestre di santa lucia

Fuori dalla grotta di Santa Lucia, se si alza lo sguardo, si vede il santuario rupestre di Santa Lucia: una chiesina del XV secolo realizzata dentro una grotta nella montagna, con la facciata costruita a bordo della parete di roccia; il campanile invece svetta, in muratura, accanto alla chiesa. E’ chiusa da un cancello con tanto di catenaccio, impossibile avvicinarsi più di tanto, ma rande l’idea di un luogo che è stato frequentato davvero per millenni, che ha una storia lunghissima, molto più lunga di tanti luoghi a noi più familiari.

L’esplorazione delle Grotte di Toirano è stata un’esperienza diversa dalle solite cui siamo abituati: le grotte sono ambienti particolarissimi, non così diffusi, e spettacolari. Le Grotte di Toirano, che uniscono insieme i caratteri del sito di archeologia preistorica e il sito di importanza geologica/naturalistica sono uno spettacolo che vale la pena di visitare, se si viene nel Ponente Ligure.