Archivio tag | letteratura di viaggio

Bill Bryson, Una città o l’altra

Bill Bryson, Una città o l’altra, Guanda Edizioni

Mi ritengo una lettrice di Bill Bryson. Ho letto tre suoi racconti di viaggio, quindi ormai ne conosco lo stile e so cosa aspettarmi, bene o male.

In un paese bruciato dal sole è stato il mio primo incontro con Bryson. Lo lessi mentre aspettavo di andare in Australia, e mi diede preziosissimi spunti, nonché una lettura spassosissima. Bryson è decisamente uno scrittore ironico, pure troppo. Nel suo viaggio in Australia la sua vena comica mi divertì moltissimo. Per questo poi volli leggere America Perduta.

America Perduta lo trovai invece sempre comico, ma con una vena cinica e sarcastica portata decisamente all’eccesso. Anche basta, a un certo punto, eh? L’abbiamo capito, Bill, sei deluso dagli Stati Uniti, tutti stelle strisce nelle metropoli e sola desolazione nell’interno, però inutile insistere fino alla nausea con un cinismo che pare persino forzato.

Nonostante tutto, mi è capitato tra le mani Una città o l’altra. Cambio di fronte, un viaggio in Europa che Bill Bryson ripercorre a decenni di distanza dal suo primo viaggio da poco più che adolescente con un suo amico. Un viaggio a metà tra il nostalgico e il curioso, tra il solitario e l’avventuroso, tra il triste e l’allegro. Anche qui lo stile è il solito, umoristico, cui Bryson mi ha abituato. Mi ha abituato soprattutto alle figuracce che posso fare in pubblico quando leggendo scoppio a ridere di punto in bianco per una qualche battuta delle sue. Anche qui, però, le sue battute a volte forzate, alla lunga mi hanno annoiato. Soprattutto quelle a sfondo sessuale, che sinceramente non incontrano il mio gusto e che spesso ho trovato fuori luogo.

Veniamo al racconto di viaggio: il nostro Bill decide di intraprendere un itinerario attraverso l’Europa nel quale intende ripercorrere un viaggio che fece quand’era giovane con un suo improbabile compagno d’avventure. In alcuni momenti traspare il confronto tra il viaggio dell’epoca e il viaggio attuale, in altri no, prevale il viaggio del momento, con i disagi e le piccole disavventure, che concorrono comunque a tratteggiare la sua idea di Europa. Va detto che Bryson non si arrende facilmente: quando le cose sembrano mettersi male o sembrano problemi insormontabili, riesce comunque a trovare una soluzione.

La prima parte del racconto si svolge nel Nordissimo d’Europa, perché Bill vuole vedere l’aurora boreale. E dopo giorni e giorni di freddo in un paesino in cui non c’è nulla se non l’alberghetto e un molo, finalmente viene ripagato del più incredibile spettacolo cosmico cui si possa assistere. Il racconto dunque parte sotto i migliori auspici.

Non è sempre un racconto equilibrato. Diviso per città o per nazioni, il resoconto è sicuramente molto personale, ma proprio per questo in alcune circostanze pecca: ad Oslo lui parla solo di un luogo in cui prende un caffé, un po’ poco per essere un capitolo di un racconto di viaggio. Per contro in Liechtenstein si spende e ci regala un quadretto graziosissimo e completo dello staterello più piccolo d’Europa.

Bryson nel suo viaggio attraversa la penisola scandinava, la Germania, l’Olanda, il Belgio, la Danimarca, i Paesi alpini, quindi Svizzera, Liechtenstein e Austria, e i Balcani, quindi la Jugoslavia, che all’epoca in cui scrive era ancora unita, fino ad arrivare in Ungheria. Da questo punto di vista il suo racconto assume un valore di documento storico, ormai, perché fotografa una situazione, quella delle code fuori dai negozi per comprare beni di consumo introvabili, che per fortuna ormai è solo un brutto ricordo nei paesi ex-comunisti (e non è neanche il ricordo peggiore).

Nel complesso, anche se ammetto che non è facile raccontare di un viaggio in tutta l’Europa cercando di tenere sempre un livello alto di attenzione nel lettore, questo suo viaggio non mi ha conquistato e a tratti mi ha annoiato. Nonostante i suoi intermezzi comici che, ammetto ancora una volta, mi hanno strappato più di una risata, non sono riuscita ad appassionarmi come altri racconti di viaggio fanno.

Ma ora voglio sentire il vostro parere: conoscete Bill Bryson? Avete letto qualcosa di suo? Che ve ne pare? Discutiamone nei commenti! 

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Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Cosa leggere durante un viaggio che attraversa la Calabria? Un racconto di viaggio sulla Calabria, ovviamente. Se scritto da una donna ancora meglio.

Non fraintendete il titolo: niente di femminista. O meglio, niente che abbia a che fare coi diritti lesi delle donne. In realtà è femminista, ma per un altro verso. Le donne indifese di cui parla il titolo sono l’autrice, Emily Lowe, e sua madre, che viaggiano senza scorta, senza accompagnamento maschile, e dunque indifese, in una terra che ancora nella seconda metà dell’800 era considerata pericolosa e selvaggia, ma proprio per questo romantica (nel senso ottocentesco del termine) e affascinante.

Le due donne affrontano il viaggio proprio per sfatare un’usanza che prevedeva che le donne potessero viaggiare solo se accompagnate. Da uomini, ovviamente. Dunque viaggiavano le mogli e le figlie con i loro mariti e padri, ma mai da sole. Nel sud Italia, poi, terra di briganti considerata, in modo romantico, ma razzista, una società arretrata culturalmente, socialmente e civilmente, era impensabile che delle donne potessero mettersi in viaggio da sole. Persino gli uomini affrontavano questi viaggi con un po’ di timore. D’altro canto, il forte richiamo della cultura classica vedeva nella Sicilia e nella Magna Grecia il ricordo dell’età dell’oro, ed era perciò irresistibile per i nobili rampolli delle grandi famiglie europee. E così ecco che nell’800 continua il Grand Tour avviato già nel Settecento e che vedeva Inglesi, Tedeschi e Francesi scendere in Italia a visitare le tappe fondamentali dell’arte e dell’archeologia italiana: Venezia, Firenze, Roma e poi Napoli e la Sicilia. E in mezzo la Magna Grecia appunto. Ciononostante, donne viaggiatrici nel Sud Italia ce n’erano, e hanno lasciato qua e là dei diari freschi, delle narrazioni precise che consentono di costruire un quadro abbastanza chiaro della condizione delle viaggiatrici dell’epoca: un bel resoconto è nel saggio “Viaggiatrici. Storie di donne che vanno dove vogliono” di Maria Carla Martino.

Torniamo a Emily Lowe. Per quanto viaggiatrici “indifese”, in realtà lei e sua madre non sono mai sole. Ovunque vadano, hanno sempre qualche signorotto locale che le ospita, che le accoglie, che le invita all’Opera e che le accompagna in diligenza. Un aspetto interessante è il fatto che lei non crede al pericolo dei briganti. Il brigantaggio era una pratica diffusa in Calabria e molti racconti anche piuttosto efferati erano diffusi tra i viaggiatori. Il brigante era quasi un mostro mitologico e ciò che la Lowe vuole dimostrare è che in realtà si tratta di un fenomeno ingigantito, e invece piuttosto contenuto. Lei non teme neppure per un secondo l’attacco dei briganti, e lo sottolinea più volte.

Paola, il convento di San Francesco

Paola, il convento di San Francesco

Risalendo la regione da Reggio Calabria a Cosenza, il resoconto della Lowe termina a Paola, presso il Convento di San Francesco di Paola. Forse qui ha l’incontro più spiacevole, ma niente di grave. Emily conclude il resoconto del viaggio con una buona storia da raccontare e con la consapevolezza che alle donne non manca proprio nulla per mettersi in marcia da sole, senza la scorta dei propri tutori. Sicuramente una personalità caparbia e decisa, una donna che sa cosa vuole, una donna che non si fa intimidire dalle convenzioni sociali e anzi le sfida in patria. Una pioniera dei viaggi.

Una figura che ho conosciuto e amato durante un viaggio in treno. Non potevo tenerla per me, dovevo raccontarvela. Le donne che hanno saputo affrontare a testa alta le difficoltà imposte dalla loro condizione sociale di donne, sovvertendole, hanno da sempre tutta la mia stima e il mio rispetto. Se poi sovvertono le regole decidendo di imporre il proprio arbitrio in un’esperienza di viaggio allora ancora meglio, e diventano davvero le mie eroine.

Pierre Bayard, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati

E tu che tipo di viaggiatore sei? Sei il tipo di viaggiatore che prende, parte e va, oppure sei un viaggiatore in pantofole?

Pierre Bayard, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati

Pierre Bayard, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati

Questo libro, Come parlare di luoghi senza esserci mai stati, di Pierre Bayard, mi ha attirato fin dal titolo. Mi sono detta “voglio proprio vedere di che parla!”. Leggerlo è stato una continua riflessione sul mio modo di intendere il viaggio, il racconto di viaggio, la scrittura di viaggio, la memoria e l’invenzione. Perché questo volumetto non è un libro sui viaggi, ma sul modo di scrivere e di raccontare viaggi, reali o fantastici che siano.

Il libro è tutto teso a dimostrare fin dalla prima pagina che “la nostra ignoranza, parziale o completa, di un argomento, non è necessariamente un handicap per poterne discutere con competenza, e anzi può tornare utile in vista di una migliore conoscenza del mondo“. Potete capire come, fin da questa dichiarazione di intenti, mi si sia alzato un sopracciglio di perplessità: come sarebbe a dire? Come posso esprimere un’opinione, e anzi raccontare un luogo più o meno lontano, se non vi sono mai stata? Che razza di racconto di viaggio è quello di un viaggio che non è mai avvenuto?

Gli uomini dalla testa di cane narrati da Marco Polo. Credits: wikipedia

Gli uomini dalla testa di cane narrati da Marco Polo. Credits: wikipedia

Andando avanti nella lettura si scoprono i veri intendimenti di questo libro: l’autore non parla di viaggio, e neppure di letteratura di viaggio, ma di letteratura nel senso più ampio del termine, parlando di stile, di soluzioni narrative, di invenzione. Di racconti così ben strutturati da riuscire a far credere al lettore che il viaggio sia stato compiuto per davvero. Prendiamo Marco Polo, ad esempio. Il Milione è il suo racconto di viaggio straordinario nelle terre di Kubilai Khan. Il mercante veneziano descrive così minuziosamente il suo itinerario, indulge sui particolari più curiosi, ai limiti della fantasia, come i liocorni, animali con un corno e le spine sulla lingua, mentre non fa alcun accenno a un monumento così eccezionale come la Grande Muraglia che avrebbe dovuto vedere, se davvero fosse stato dove dice di essere stato. Proprio per queste discrepanze con il reale e per l’invenzione palese di popolazioni dalle usanze bizzarre e di animali fantastici, la critica è ormai quasi tutta concorde nell’affermare che Marco Polo non sia mai andato oltre Costantinopoli, mentre il racconto, parlando di animali quasi mitologici, va incontro al gusto della sua epoca per le descrizioni /narrazioni fantasiose, un immaginario collettivo per il quale era possibile che in terre lontane vivessero uomini con la testa di cane e cose del genere. Ecco che allora Pierre Bayard dice che “il racconto di viaggio è un luogo privilegiato di esercizio della finzione.

Ritratto di Chateaubriand. Fonte: Lacooltura.com

Tra i vari autori e personaggi che Bayard ci presenta per supportare il primato del viaggiatore in pantofole, oltre a Marco Polo descrive un altro autore/viaggiatore: Chateaubriand. Costui compie alcuni viaggi dei quali parla in alcune sue opere, uno in NordAmerica, un altro nella Grecia Classica. In entrambi i casi fa una cosa buffa: descrive nei suoi racconti luoghi che fisicamente non ha visitato, perché non vuole passare agli occhi dei suoi critici e dei suoi lettori come un viaggiatore superficiale che salta mete ritenute dai più importantissime. A Chateaubriand viaggiatore, poi, non interessano i dettagli, non interessa perdere tempo ad osservare da vicino i monumenti: gli basta una visione d’insieme, panoramica. Peccato che poi, quando si tratta di raccontare, allora la memoria non gli venga in soccorso. Ma non c’è problema, perché egli nei suoi scritti supplisce alla sua lacuna documentandosi con altri testi, più completi, sull’argomento. Ecco che allora fa una cosa particolare: racconta la sua esperienza personale, completandola però con nozioni prese altrove: né più né meno di come faccio io quando in uno dei miei post completo la descrizione del mio viaggio infarcendola di informazioni storiche o culturali per acquisire le quali mi sono necessariamente dovuta documentare leggendole su una guida o da qualche altra parte. Insomma, senza saperlo mi comporto come Chateaubriand ogni volta che in un post inserisco qualche nota informativa più approfondita che non ho acquisito sul posto, ma che ho recuperato in seguito.
Parlando a proposito dei Luoghi che abbiamo dimenticato, Pierre Bayard lancia una provocazione: “un posto che abbiamo dimenticato, ma nel quale siamo effettivamente andati nonostante ogni traccia del nostro soggiorno sia scomparsa dalla memoria, è ancora un posto nel quale abbiamo viaggiato?“. La riflessione è molto più che oziosa: per esempio, io da bambina sono stata con i miei genitori a Padova, ma di quel viaggio ricordo solo il nome della città. Così quando ci sono tornata da adulta, è stato come se ci fossi stata per la prima volta, perché il mio cervello in effetti non ricordava proprio nulla del viaggio di 20 anni prima. E va detto che se non fosse per la marea di fotografie che sono solita scattare e dei racconti di viaggio che sono solita scrivere, molti luoghi li dimenticherei (i nomi delle località in particolare); ed è vero, sarebbe come non esserci mai stata: a che serve dire “sì, sono stata a Darwin, in Australia” se poi alla domanda “com’è?” non so più rispondere perché non ne serbo più il ricordo? Il blog in effetti, o lo scrivere un diario nel caso dei viaggi più lunghi, mi aiuta proprio a preservare la memoria dei luoghi, grazie sì alle foto, ma soprattutto al racconto quasi immediato delle sensazioni legate ai posti, alle esperienze e agli eventi. Il viaggio è fatto di tutti questi elementi, di immagini, di istanti, di sensazioni ed emozioni personali; perderne la memoria è davvero un peccato.

Vi sono svariati tipi di viaggiatori in pantofole: un caso è ad esempio quello di chi racconta il viaggio fatto da un altro e lo fa come se fosse il proprio; in tal caso il viaggiatore in pantofole si affida totalmente alle parole del viaggiatore in sua vece, rischiando in quanto non ha modo di verificare la veridicità delle informazioni e al tempo stesso, però, personalizzando l’esperienza altrui, in quanto nel momento in cui la narra a sua volta, la reinterpreta inventando una sua immagine dei luoghi che però non corrisponde al reale, semplicemente perché non l’ha vista di persona.

Pierre Bayard si dilunga a raccontare anche dei casi limite, di totale invenzione: come il caso di quell’uomo che per buona parte della sua vita aveva finto di fare un lavoro che lo portava distante da casa per intere settimane, e che per rendere realistica la sua bugia inventava di sana pianta luoghi e situazioni per renderle credibili agli occhi dei suoi familiari. Inutile dire che la vicenda finì in tragedia: e impressionò a tal punto uno scrittore come Emmanuel Carrère da spingerlo a raccontarla, a farla propria, ad indagare la psicologia del protagonista, Jean-Claude Romand, che uccise moglie e figli per il terrore di essere smascherato.

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Blaise Cendras, La prose du Transsibérien (ora in mostra a #Toscana900)


Un altro caso è il racconto che fa Blaise Cendras del viaggio in treno lungo la Transiberiana ai primi del Novecento. Racconta di questo viaggio avventuroso, carico di suggestioni e di metafore, di visioni e di descrizioni realistiche in un poemetto, La prose du Transsibérien. Nonostante il racconto sia carico di trasporto emotivo come solo un’esperienza reale e coinvolgente può dare, molti avanzarono dubbi sull’autenticità del viaggio. Un aneddoto riporta proprio che all’ennesimo dubbio di qualche suo commentatore, lo stesso Cendras avrebbe risposto “Che cosa vuoi che importi, visto che quel treno l’ho fatto prendere a tutti!“. Emerge allora, con forza, il potere evocativo della scrittura, e quindi della letteratura: lo scrittore, dice Bayard, non guarda al luogo, ma allo spirito del luogo, a qualcosa che non è il luogo fisico, ma che è ciò che la scrittura letteraria può creare perché diventi proprietà immaginaria di tutti. Nel momento in cui noi leggiamo il poemetto di Cendras, e viaggiamo con lui sulla Transiberiana, guardando fuori dal finestrino Mosca, le foreste, la steppa, poco importa in realtà se lui c’è stato realmente oppure no: noi abbiamo compiuto grazie alle sue descrizioni un viaggio immaginario, che sarebbe altrettanto immaginario che se lui l’avesse compiuto sul serio, perché sarebbe comunque immaginato da noi. In sostanza, nel racconto del viaggio, conta la ricezione del lettore, non il fatto che lo scrittore ci sia stato davvero.

Ecco che allora, finalmente, si capisce cosa si intende per Viaggiatore in pantofole: uno scrittore che viaggia con la mente, che si documenta stando comodamente seduto a casa propria perché sa che il fine del suo racconto non è quello di riportare la realtà oggettiva dei luoghi (che di fatto non esiste, perché ogni luogo porta in sé una notazione soggettiva nella percezione di chi vi si trova), ma di suscitare una reazione, di interesse, di curiosità, di ammirazione, in chi riceve il racconto.

Complicato? Farraginoso? Un po’ troppo filosofico? Però davvero questo libro ha avuto la capacità di farmi interrogare ad ogni pagina sul senso del mio raccontare i viaggi, sul perché scelgo di raccontare un aspetto piuttosto che un altro, un aneddoto piuttosto che un altro, sul perché in qualche caso aggiungo delle informazioni in più rispetto alla mia esperienza nuda e cruda e sul perché decido di indulgere su alcuni particolari tralasciandone altri. Un libro che ho apprezzato veramente tanto, nonostante io sia fiera, fino alla fine, di poter dire che non sono e non voglio essere un viaggiatore in pantofole! Ma per quanto riguarda i miei viaggi, voglio andare nei luoghi e raccontarli per come li ho vissuti, per quello che mi hanno trasmesso e perché penso che possano trasmettere qualcosa anche a chi legge.

E tu che ne pensi? Ti senti un viaggiatore in pantofole o sei pronto a partire per un luogo e a raccontarne la tua vera esperienza?

Alexandre Dumas, Viaggio in Calabria

Vista la destinazione delle mie ferie estive non potevo scegliere, per accompagnare le vacanze, racconto di viaggio diverso. Autore di tutto rispetto, poi, nientemeno di Monsieur Dumas, il quale ci racconta di un suo viaggio in Calabria nel 1835, viaggio che non vede nella Calabria la meta definitiva, quanto piuttosto una terra che lo scrittore francese decide di attraversare dovendosi recare dalla Sicilia a Napoli.

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Contestualizziamo la situazione: 20 anni dopo il Congresso di Vienna, 20 anni dopo la fine dell’occupazione francese del Sud Italia, 20 anni dopo che Gioacchino Murat, volendo riprendere la corona del Re di Napoli, viene invece condannato e ucciso come un volgare brigante, Dumas, sotto falso nome (Guichard) attraversa la regione insieme ad un amico pittore, Jadin, e al suo cane Milord. Anche se viaggia sotto falso nome, mantiene i diritti e i privilegi del suo alto lignaggio, cui in più di un’occasione ricorre per trarsi d’impaccio o per trarre beneficio in alcune situazioni. Altre volte, invece, le “signorie loro” si devono adattare all’estrema povertà e ruvidezza nei modi degli abitanti dei paeselli che attraversano e in cui pernottano.
Il racconto del viaggio non è proprio come ci si aspetterebbe. Ma, a pensarci bene, è in perfetto stile Dumas: non indulge in descrizioni dei luoghi (anche perché dice che in Calabria di monumenti da vedere non ce n’è!), mentre preferisce dare spazio al racconto di qualche aneddoto o di qualche episodio storico dei quali, poi, desidera visitare le locations; così accade ad esempio a Pizzo, dove vuole vedere i luoghi della cattura e poi della fucilazione di Murat. In tanti casi, lo ammette egli stesso, i racconti che ascolta e che riporta gli interessano particolarmente perché potrebbero diventare ottimi spunti per qualche sua opera letteraria. E le storie di briganti calabresi in effetti ben si prestano ad essere fonte di ispirazione, con quel misto di avventura, di fantastico che i racconti popolari hanno.

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Cosenza, vista del centro storico

Il viaggio di Dumas in Calabria è fortunatamente o sfortunatamente condizionato dal forte terremoto che colpì Cosenza e tutta la regione proprio nei giorni in cui lo scrittore intraprendeva la sua marcia. Dico sfortunatamente perché il terremoto è sempre una disgrazia, soprattutto quando, come in questo caso, distrugge intere città e uccide persone, ma dico fortunatamente dal punto di vista del Dumas “esploratore”, che ha modo di vedere situazioni, persone, di vivere eventi che non capitano spesso e che dunque racconta ai lettori con immediatezza e urgenza, anche se con un certo distacco, soprattutto da certe reazioni popolari, come la processione dei flagellanti a Cosenza per far finire lo sciame sismico, cui egli  partecipa come spettatore, e che osserva con la curiosità scientifica dell’antropologo (e anche con un po’ di snobismo tutto francese).
È un racconto di viaggio molto personale, in cui alla descrizione dei disagi dei pernottamenti in hotel si alternano i racconti oggettivi dei fatti storici e degli aneddoti. A proposito del terremoto riporta pagine non sue, nel desiderio di non voler dare informazioni errate.

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Coltello calabrese al Museo dei ferri taglienti di Scarperia, XIX secolo, contemporaneo al viaggio di Dumas

Lo definirei un racconto di viaggio non convenzionale, e una descrizione non convenzionale di una peraltro limitata porzione di Calabria. D’altronde, all’interno del viaggio di Dumas, la Calabria è solo una terra da attraversare: le poche tappe che fa ne sono la prova, anche se durante gli spostamenti a dorso di mulo nell’interno è portato dalla curiosità a fare una deviazione per andare nel paese di Vena, dove parlano una lingua tutta loro. Sono quasi convinta, anzi, che se non ci fosse stato il terremoto, questo racconto di viaggio sarebbe rimasto nella penna di Dumas. E credo, dopo averlo letto, che sarebbe stato un peccato.

“Era meglio se stavo a casa!” I grandi scrittori raccontano i loro peggiori viaggi

Verrebbe da dire “Anche i più esperti viaggiatori piangono”. Ma il libro, che è una raccolta di disavventure di più o meno noti scrittori, giornalisti, romanzieri, autori di guide turistiche, non vuole essere un mero elenco di disgrazie che possono capitare a chi viaggia. Piuttosto nasce dal presupposto che quando si torna da un viaggio c’è sempre qualche aneddoto da raccontare e l’aneddoto è sempre qualche imprevisto: un imprevisto che lì per lì avrà causato disagio, rabbia, frustrazione, pericolo e paura, ma che, a ricordarlo con calma, nella tranquillità di casa propria, quasi quasi suscita tenerezza e una bella sensazione, perché in fondo, l’aneddoto è tale in quanto noi siamo sopravvissuti per poterlo raccontare.
Ce n’è per tutti i gusti: i 51 brevi racconti di altrettanti autori (tra i quali Isabel Allende e Dominique LaPierre) parlano di disagi con gli aerei o con i treni, parlano di invasioni di insetti e di terribili condizioni meteorologiche… insomma: c’è chi è stato sballottato per gli aeroporti di mezza Europa perché Heathrow era chiuso… c’è chi è stato assalito dalle formiche assassine nel CentroAmerica, c’è chi ha rischiato di essere stuprata da un orango, c’è chi ha passato la notte aspettando un treno a New York come un barbone, c’è chi si è trovato nel bel mezzo di un tornado di ritorno dal Krakatoa, c’è chi è stato fermato alla frontiera tra Messico e USA perché nello zaino trasportava… una lucertola!
L’elenco delle peggiori esperienze di viaggio è lungo e una di queste tappe intorno al mondo delle brutte avventure interessa anche l’Italia, con la stazione ferroviaria di Terontola, in provincia di Arezzo (che io, che ogni tanto ci passo, definisco scherzosamente “il più importante snodo ferroviario del Centro Italia”).
Lettura scorrevole, l’organizzazione per brevi raccontini fa sì che si legga tutto d’un fiato: un po’ come se ci trovassimo una sera intorno al fuoco ad ascoltare con grande attenzione e curiosità ciascuno dei nostri autori che, a turno si mette a raccontare il proprio aneddoto di cui, ormai ricordo lontano, poter ridere davanti ad un bel bicchiere di vino.

Colin Thubron, In Siberia

Per rinfrescarmi durante la calda estate, libro più adatto sotto l’ombrellone non si poteva trovare!

Colin Thubron, l’autore è giornalista, scrittore, viaggiatore. Non fa mai viaggi scontati: lui nella sua vita va in Medioriente, in Russia, per lavoro, si intende, e per passione.

Decide di affrontare un viaggio in Siberia, attraverso regioni sconosciute ai più, impervie, disabitate, fredde e inospitali. Vuole scoprire l’essenza della Siberia. In realtà scopre, e fa scoprire ai suoi lettori, una terra sconfinata, di cui pochi conoscono qualcosa. Il grande spazio bianco lasciato sul nostro planisfero mentale al posto della Siberia viene piano piano colmato dalle informazioni raccolte da Thubron, il quale parte da Ekaterinburg, a ridosso degli Urali, segue il corso del Fiume Enjsei, scende fin sul confine con la Mongolia, risale lungo la Lena, arriva fin sul Pacifico.

Vede le città principali, ormai ridotti a centri quasi fantasmi di se stessi, si confronta con la mentalità siberiana, una mentalità che sta cercando di superare lo choc del postcomunismo (così lontani da Mosca, i siberiani si sentono abbandonati dal potere centrale), ma ancora con ben vivo il ricordo degli stermini e dei campi di morte (da sempre, dall’epoca zarista, la Siberia era la discarica dei criminali, poi con l’avvento della Rivoluzione divenne la sede dei campi di lavoro in cui si perpetravano le peggiori torture ai prigionieri). In molti è ancora vivo un sentimento di disillusione (il comunismo è fallito, ma adesso non si riesce a sopravvivere degnamente), la crisi dei valori e degli ideali (il vuoto lasciato dalla caduta del comunismo), ma al tempo stesso la speranza e la ricerca di una nuova spiritualità (la religione, le religioni, tornano ad essere praticate e seguite).

Il nostro autore/viaggiatore entra in contatto con i più svariati aspetti della società siberiana: lui parla, chiacchiera con chi capita sul suo cammino, non importa che sia un’insegnante, un contadino o un cacciatore di frodo; fa domande al professorone universitario, al monaco buddhista, all’ultimo degli sciamani, alla conservatrice di museo, persino al discendente – o presunto tale – di Rasputin.

Pur se vuole trovare e scoprire l’anima della Siberia, Thubron inizia il suo viaggio con una serie di preconcetti di cui non riuscirà mai a liberarsi. Tra questi emerge con forza il suo scettico ateismo e la sua avversione per ogni forma di religione, non soltanto quella cristiana: egli vede nella ricerca di Dio da parte delle popolazioni siberiane solo un rito esteriore e il patetico tentativo di aver bisogno di credere in qualcosa. Anche se partecipa ai riti, li vive con distacco e li descrive quasi con scherno. Altro preconcetto di cui non si libera, ovvero del quale non accetta spiegazioni diverse dalla sua, è l’avversione per il Comunismo in tutte le sue forme. Certo, l’orrore dei Campi di lavoro che egli incontra a più riprese da una parte all’altra della Siberia è più che giusto e giustificato, ma ciò che disturba il lettore è che egli tende a non accettare le idee di chi quell’orrore l’ha subito e che per mentalità o per carattere ora lo vuole solo dimenticare e tende quasi a giustificarlo. Magari sbaglio, ma credo che non si possa andare in Siberia (così come in qualunque altra parte del mondo) a chiedere alla gente cosa pensa e poi dire loro che sbagliano a pensarla così. Non è così che lavora chi scrive di terre lontane e di culture diverse da quella occidentale. Non si può sperare che la gente risponda quello che pensiamo noi. E se noi in ogni caso inseriamo lo stesso la nostra opinione, beh, abbiamo influenzato la visione di quel mondo. Ma questa è una mia opinione e come tale deve essere presa. Forse io sono più per la cronaca nuda e cruda che per le riflessioni a margine.

Al di là di queste cose, ho trovato “In Siberia” estremamente interessante e formativo: innanzitutto io, per quanto ami viaggiare e vedere il mondo, non andrò mai in Siberia. Ho maturato infatti proprio leggendo questo libro che il mio voler viaggiare è un fatto “turistico”: non vado alla ricerca dell’avventura o dell’esplorazione, ma vado in quei posti dove so che posso avere un tetto sopra la testa e un letto sotto la schiena, vado in posti già descritti da altre guide, non dove faccio io da precursore. E forse è proprio questa la differenza tra viaggiatore e turista. Pertanto la Siberia non è nell’elenco dei viaggi che farò mai. Proprio per questo però, sono stata stimolata nella lettura. Thubron infarcisce le sue descrizioni con notazioni storiche, geografiche, aneddotiche, letterarie, scientifiche, tutto quanto può darci un’idea completa di una bella fetta di mondo che ai più è sconosciuto.

Libro completo, quindi, mai scontato. Lo sapevate che nel centro della Siberia esiste una città scientifica, Akademgorod? e che al confine con la Mongolia i Siberiani sono buddisti? E che esiste una setta di Ortodossi, detta “Vecchi Credenti” che sono il corrispettivo degli Hamish negli USA? Ecco il merito di questo libro: insegnare qualcosa di nuovo a chi lo legge, per colmare quel grosso spazio bianco che c’è sul nostro planisfero mentale al posto della Siberia.

KAREN BLIXEN, LA MIA AFRICA

Un altro romanzo che ci trasporta nell’Africa coloniale della prima metà del ‘900. Questa volta, però, non è il racconto di un safari, come in Verdi colline d’Africa di Hemingway, ma il racconto di un intero periodo di vita, trascorso nella fattoria, sulle colline sopra Nairobi, che l’autrice, Karen Blixen, la Baronessa, amministrò per anni, fino a che una crisi nei raccolti non la costrinse a rientrare in Danimarca.

Da ogni pagina traspare l’infinito amore che l’autrice nutre per questa terra, per la sua gente, i Kikuyu, i Masai armati di lance, i Somali. Perché è riduttivo parlare di indigeni: almeno tre etnie, invece, si incrociano sulle colline su cui sorge la fattoria con la sua piantagione di caffè.

La narrazione non segue un criterio cronologico: forse nell’ultima parte, al momento della forzata partenza. Vale più il criterio aneddotico e descrittivo. Mi immagino Karen Blixen seduta al suo tavolino in veranda, in Danimarca, davanti ad una tazza di tè, insieme ad un lettore, che in questo momento ha il mio volto e la mia voce, il quale le chiede “Baronessa, raccontami dell’Africa”, e lei racconta, man mano che le affiorano i ricordi. In un mondo maestoso com’è la natura in Africa, lei che pure è una brava cacciatrice, dà più importanza ai rapporti umani che all’ambiente naturale. Del resto, racconta la sua esperienza più che decennale in Africa, in quel paradiso terrestre che è la fattoria, un microcosmo che dà rifugio a chiunque, anche ad amici bianchi più o meno avventurieri. In ogni caso tutti, come lei, amanti di quel mondo. Nonostante siamo tra il 1914 e il 1931, in un periodo, quindi, ancora piuttosto arretrato sulla concezione di “diritti umani” e di razzismo, nessuno dei bianchi si dimostra razzista nei confronti degli Indigeni: servi sì, ma trattati con rispetto e familiarità. Farah, il servo somalo della Baronessa, è il suo più fidato confidente, nonostante la disparità di opinioni su molti argomenti, dovuti per forza di cose al retroterra culturale di ciascuno dei due. Ugualmente, lei è tenuta in grande considerazione da Kinajui, il sommo capo Kikuyu, ed è addirittura chiamata a giudicare le controversie interne agli indigeni.

Se in Verdi colline d’Africa il safari è lo spunto per magnificare la savana e i suoi animali, l’ambiente naturale, in sostanza, in La mia Africa sono gli uomini, con le loro differenze culturali, che vengono in luce: natura vs cultura, due punti di vista diversi per descrivere una terra meravigliosa e senza dubbio diversa dal caro vecchio Occidente. Emerge un’altra differenza: Hemingway si ferma in Africa pochi mesi, esprime il desiderio di fermarsi per sempre, ma non lo fa. Karen Blixen, invece, ci vive davvero, per anni. Cambia perciò la percezione di ciò che colpisce più la fantasia, di ciò che merita di essere ricordato: l’avventura selvaggia, per Hemingway, la vita, con i suoi piaceri e i suoi affanni per la Blixen. Sembrano due mondi tanto diversi, eppure siamo nella stessa regione di questo continente, con le stesse etnie che la abitano: i Kikuyu, i Masai, gli Indiani che dall’India sono venuti in Africa a fare fortuna, con la loro attività mercantile. La lingua indigena è la stessa, lo swahili, e il lettore più attento avrà colto alcune parole che ricorrono in entrambi i racconti: mensahib (signora) per esempio, buana (signore), kufa (morto). Su una cosa i due racconti coincidono: sono autobiografici e scritti da bianchi. Entrambi ammettono differenze culturali con i neri, senza coglierle con disprezzo o come espressioni di manifesta arretratezza (solo la Blixen un paio di volte si fa sfuggire “primitivi”) ma registrandole come diverse, bizzarre in qualche caso, ma mai inferiori. Entrambi, poi, si innamorano letteralmente di questa terra, dei suoi ritmi di vita rallentati, con la consapevolezza che qui non comanda l’uomo occidentale, nonostante ne abbia l’illusione, ma la natura.