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Colin Thubron, In Siberia

Per rinfrescarmi durante la calda estate, libro più adatto sotto l’ombrellone non si poteva trovare!

Colin Thubron, l’autore è giornalista, scrittore, viaggiatore. Non fa mai viaggi scontati: lui nella sua vita va in Medioriente, in Russia, per lavoro, si intende, e per passione.

Decide di affrontare un viaggio in Siberia, attraverso regioni sconosciute ai più, impervie, disabitate, fredde e inospitali. Vuole scoprire l’essenza della Siberia. In realtà scopre, e fa scoprire ai suoi lettori, una terra sconfinata, di cui pochi conoscono qualcosa. Il grande spazio bianco lasciato sul nostro planisfero mentale al posto della Siberia viene piano piano colmato dalle informazioni raccolte da Thubron, il quale parte da Ekaterinburg, a ridosso degli Urali, segue il corso del Fiume Enjsei, scende fin sul confine con la Mongolia, risale lungo la Lena, arriva fin sul Pacifico.

Vede le città principali, ormai ridotti a centri quasi fantasmi di se stessi, si confronta con la mentalità siberiana, una mentalità che sta cercando di superare lo choc del postcomunismo (così lontani da Mosca, i siberiani si sentono abbandonati dal potere centrale), ma ancora con ben vivo il ricordo degli stermini e dei campi di morte (da sempre, dall’epoca zarista, la Siberia era la discarica dei criminali, poi con l’avvento della Rivoluzione divenne la sede dei campi di lavoro in cui si perpetravano le peggiori torture ai prigionieri). In molti è ancora vivo un sentimento di disillusione (il comunismo è fallito, ma adesso non si riesce a sopravvivere degnamente), la crisi dei valori e degli ideali (il vuoto lasciato dalla caduta del comunismo), ma al tempo stesso la speranza e la ricerca di una nuova spiritualità (la religione, le religioni, tornano ad essere praticate e seguite).

Il nostro autore/viaggiatore entra in contatto con i più svariati aspetti della società siberiana: lui parla, chiacchiera con chi capita sul suo cammino, non importa che sia un’insegnante, un contadino o un cacciatore di frodo; fa domande al professorone universitario, al monaco buddhista, all’ultimo degli sciamani, alla conservatrice di museo, persino al discendente – o presunto tale – di Rasputin.

Pur se vuole trovare e scoprire l’anima della Siberia, Thubron inizia il suo viaggio con una serie di preconcetti di cui non riuscirà mai a liberarsi. Tra questi emerge con forza il suo scettico ateismo e la sua avversione per ogni forma di religione, non soltanto quella cristiana: egli vede nella ricerca di Dio da parte delle popolazioni siberiane solo un rito esteriore e il patetico tentativo di aver bisogno di credere in qualcosa. Anche se partecipa ai riti, li vive con distacco e li descrive quasi con scherno. Altro preconcetto di cui non si libera, ovvero del quale non accetta spiegazioni diverse dalla sua, è l’avversione per il Comunismo in tutte le sue forme. Certo, l’orrore dei Campi di lavoro che egli incontra a più riprese da una parte all’altra della Siberia è più che giusto e giustificato, ma ciò che disturba il lettore è che egli tende a non accettare le idee di chi quell’orrore l’ha subito e che per mentalità o per carattere ora lo vuole solo dimenticare e tende quasi a giustificarlo. Magari sbaglio, ma credo che non si possa andare in Siberia (così come in qualunque altra parte del mondo) a chiedere alla gente cosa pensa e poi dire loro che sbagliano a pensarla così. Non è così che lavora chi scrive di terre lontane e di culture diverse da quella occidentale. Non si può sperare che la gente risponda quello che pensiamo noi. E se noi in ogni caso inseriamo lo stesso la nostra opinione, beh, abbiamo influenzato la visione di quel mondo. Ma questa è una mia opinione e come tale deve essere presa. Forse io sono più per la cronaca nuda e cruda che per le riflessioni a margine.

Al di là di queste cose, ho trovato “In Siberia” estremamente interessante e formativo: innanzitutto io, per quanto ami viaggiare e vedere il mondo, non andrò mai in Siberia. Ho maturato infatti proprio leggendo questo libro che il mio voler viaggiare è un fatto “turistico”: non vado alla ricerca dell’avventura o dell’esplorazione, ma vado in quei posti dove so che posso avere un tetto sopra la testa e un letto sotto la schiena, vado in posti già descritti da altre guide, non dove faccio io da precursore. E forse è proprio questa la differenza tra viaggiatore e turista. Pertanto la Siberia non è nell’elenco dei viaggi che farò mai. Proprio per questo però, sono stata stimolata nella lettura. Thubron infarcisce le sue descrizioni con notazioni storiche, geografiche, aneddotiche, letterarie, scientifiche, tutto quanto può darci un’idea completa di una bella fetta di mondo che ai più è sconosciuto.

Libro completo, quindi, mai scontato. Lo sapevate che nel centro della Siberia esiste una città scientifica, Akademgorod? e che al confine con la Mongolia i Siberiani sono buddisti? E che esiste una setta di Ortodossi, detta “Vecchi Credenti” che sono il corrispettivo degli Hamish negli USA? Ecco il merito di questo libro: insegnare qualcosa di nuovo a chi lo legge, per colmare quel grosso spazio bianco che c’è sul nostro planisfero mentale al posto della Siberia.

KAREN BLIXEN, LA MIA AFRICA

Un altro romanzo che ci trasporta nell’Africa coloniale della prima metà del ‘900. Questa volta, però, non è il racconto di un safari, come in Verdi colline d’Africa di Hemingway, ma il racconto di un intero periodo di vita, trascorso nella fattoria, sulle colline sopra Nairobi, che l’autrice, Karen Blixen, la Baronessa, amministrò per anni, fino a che una crisi nei raccolti non la costrinse a rientrare in Danimarca.

Da ogni pagina traspare l’infinito amore che l’autrice nutre per questa terra, per la sua gente, i Kikuyu, i Masai armati di lance, i Somali. Perché è riduttivo parlare di indigeni: almeno tre etnie, invece, si incrociano sulle colline su cui sorge la fattoria con la sua piantagione di caffè.

La narrazione non segue un criterio cronologico: forse nell’ultima parte, al momento della forzata partenza. Vale più il criterio aneddotico e descrittivo. Mi immagino Karen Blixen seduta al suo tavolino in veranda, in Danimarca, davanti ad una tazza di tè, insieme ad un lettore, che in questo momento ha il mio volto e la mia voce, il quale le chiede “Baronessa, raccontami dell’Africa”, e lei racconta, man mano che le affiorano i ricordi. In un mondo maestoso com’è la natura in Africa, lei che pure è una brava cacciatrice, dà più importanza ai rapporti umani che all’ambiente naturale. Del resto, racconta la sua esperienza più che decennale in Africa, in quel paradiso terrestre che è la fattoria, un microcosmo che dà rifugio a chiunque, anche ad amici bianchi più o meno avventurieri. In ogni caso tutti, come lei, amanti di quel mondo. Nonostante siamo tra il 1914 e il 1931, in un periodo, quindi, ancora piuttosto arretrato sulla concezione di “diritti umani” e di razzismo, nessuno dei bianchi si dimostra razzista nei confronti degli Indigeni: servi sì, ma trattati con rispetto e familiarità. Farah, il servo somalo della Baronessa, è il suo più fidato confidente, nonostante la disparità di opinioni su molti argomenti, dovuti per forza di cose al retroterra culturale di ciascuno dei due. Ugualmente, lei è tenuta in grande considerazione da Kinajui, il sommo capo Kikuyu, ed è addirittura chiamata a giudicare le controversie interne agli indigeni.

Se in Verdi colline d’Africa il safari è lo spunto per magnificare la savana e i suoi animali, l’ambiente naturale, in sostanza, in La mia Africa sono gli uomini, con le loro differenze culturali, che vengono in luce: natura vs cultura, due punti di vista diversi per descrivere una terra meravigliosa e senza dubbio diversa dal caro vecchio Occidente. Emerge un’altra differenza: Hemingway si ferma in Africa pochi mesi, esprime il desiderio di fermarsi per sempre, ma non lo fa. Karen Blixen, invece, ci vive davvero, per anni. Cambia perciò la percezione di ciò che colpisce più la fantasia, di ciò che merita di essere ricordato: l’avventura selvaggia, per Hemingway, la vita, con i suoi piaceri e i suoi affanni per la Blixen. Sembrano due mondi tanto diversi, eppure siamo nella stessa regione di questo continente, con le stesse etnie che la abitano: i Kikuyu, i Masai, gli Indiani che dall’India sono venuti in Africa a fare fortuna, con la loro attività mercantile. La lingua indigena è la stessa, lo swahili, e il lettore più attento avrà colto alcune parole che ricorrono in entrambi i racconti: mensahib (signora) per esempio, buana (signore), kufa (morto). Su una cosa i due racconti coincidono: sono autobiografici e scritti da bianchi. Entrambi ammettono differenze culturali con i neri, senza coglierle con disprezzo o come espressioni di manifesta arretratezza (solo la Blixen un paio di volte si fa sfuggire “primitivi”) ma registrandole come diverse, bizzarre in qualche caso, ma mai inferiori. Entrambi, poi, si innamorano letteralmente di questa terra, dei suoi ritmi di vita rallentati, con la consapevolezza che qui non comanda l’uomo occidentale, nonostante ne abbia l’illusione, ma la natura.

Michel Onfray, Filosofia del viaggio

Possibile che esista una filosofia del viaggio? Possibile che dietro un atto apparentemente comune e diffuso come il mettersi in viaggio oggi, possa esserci tanta teoria, tanta filosofia appunto? Pensare un viaggio dal punto di vista teorico è anche più difficile nell’era in cui viviamo, abituati al “tutto e subito”, al “prendo e parto”, al “vado e torno”. Così leggere queste pagine, a tratti molto difficili, a tratti visionarie, a tratti non totalmente d’accordo con il mio personale modo di interpretare il reale e il mondo in cui vivo, apre degli orizzonti, fa riflettere su quanto si svolge, o si dovrebbe svolgere, a livello inconscio dentro ciascuno di noi, da quando si sceglie di partire a quando si fa ritorno, cosa ci muove, cosa ci stimola.

Organizzato come lo spartito di una sinfonia – il sottotitolo del libro è “poetica della geografia” – questo volumetto di filosofia del mondo contemporaneo apre con un’Intrada: volere il viaggio. Qui si parla del nomade, dell’incomprensione di fondo tra nomadi e società civile,  e di quello spirito nomade che, però, è colui che guida lo spirito di chi si mette in viaggio. Segue la prima parte: scegliere la destinazione. Non sbagliavo affatto nei miei post – sicuramente naif – sull’abc del viaggio, quando dicevo che viaggiando si impara qualcosa di più su se stessi, fin dalla scelta stessa della meta. Il mio discorso era terra terra, ovviamente, ma inconsapevolmente poggiato, scopro ora, su una solida base teorico/filosofica. E ciò non può farmi che piacere. Davanti all’immensità, ormai ridotta dalla modernità, del globo, la scelta della destinazione è una chiamata, quasi una vocazione: viene letto a rovescio il rapporto tra me e la meta prescelta: non sono io che scelgo, ma lei che mi sceglie, che mi incuriosisce e mi attrae, non io che cerco, ma lei che si mostra. Il rapporto diventa passivo per il futuro viaggiatore, e ineludibile.

Scelta la meta a livello emozionale, il comune viaggiatore si documenta su di essa: la Guida, l’Atlante, la prosa dei racconti di viaggio, la poesia hanno il compito di accrescere il desiderio. Partire a questo punto non è altro che verificare l’esistenza reale di ciò che si è letto e intravisto attraverso immagini. Segue un I intermezzo, che corrisponde al periodo di tempo che corre tra quando ci chiudiamo la porta di casa alle spalle e quando arriviamo a destinazione: in sostanza è il viaggio di andata, carico di aspettative e di incontri.

Durante il viaggio si avverte l’importanza di “realizzare l’amicizia”; Onfray sostiene che il modo migliore di viaggiare sia in due: da soli si è costretti ad affrontare se stessi, il gruppo, al contrario, non consente di isolarsi. In due invece si crea solidarietà, complicità, scambio e condivisione. E amicizia. Durante il viaggio i nostri 5 sensi, tesi alla scoperta del nuovo, si dilatano, raccogliendo una massa di informazioni che è compito nostro sistematizzare e ordinare, dimenticando il superfluo, concentrandosi su punti di riferimento vividi; in due parole, di ammaestrare la memoria, di guidarla e, magari di aiutarci a fissarla con la tecnica a ciascuno più congeniale: a me per esempio stendendo un diario di viaggio, a Lorenzo con la fotografia. Ma, ammonisce Onfray, non c’è niente di peggio, nella nostra società dell’immagine, di una sovrabbondanza di foto: delegando ad esse di riportare il ricordo, vediamo attraverso l’obiettivo quindi non vediamo dal vero realmente ma attraverso uno schermo, e i nostri ricordi saranno i soli scatti, nulla di più.

Durante il viaggio, il viaggiatore si espone all’incontro con i luoghi comuni che in genere identificano la meta: esemplari in tal senso alcune pagine dei racconti di viaggio di donne inglesi nella Sicilia dell’800, da cui traspaiono gli stereotipi sui briganti, sui Siciliani calorosi e ospitali, sulla Grecità classica in contrasto con l’arretratezza del momento ecc. È importante invece non avere pregiudizi quando si viaggia, per non rischiare di riportare un’immagine distorta del proprio incontro con l’altro. È per una nuova più acuta sensibilità, che si distingue il viaggiatore dal turista il quale, invece, troppo concentrato su se stesso, tanto da comparare e giudicare il nuovo con le sue categorie mentali. Questa sensibilità viene definita dall’Autore innocenza, e inventare un’innocenza significa avere un’attitudine alla visione senza però necessariamente rimanere legati all’idea del viaggio a piedi o a dorso di cammello. Le nuove tecniche e tecnologie nella nostra era della globalizzazione non alterano il viaggio nella sua essenza. Così l’aereo ha una sua propria filosofia o poetica, in quanto la sua velocità modifica la percezione dello spazio e contribuisce alla sua riduzione. Quest’aspetto, del pianeta ridotto, se è un problema per un antropologo come Marc Augé, è addirittura esaltato qui in 4 o 5 paginette il cui tono, sebbene più placato e meno violento, è degno di un manifesto futurista. Il volo aereo insegna geografia, è simbolo stesso della velocità che caratterizza il nostro mondo. E non limita chi viaggia, anzi.

aereo

L'aereo ha cambiato la percezione delle distanze e dei modi di viaggiare. Per questo ispira un vero e proprio pensiero filosofico

Durante il viaggio, un altro aspetto importante è incontrare se stessi, la propria soggettività. Il viaggio è anzi scoperta di sé attraverso la scoperta dell’altro e degli altri.

Il II intermezzo è quello del ritorno: “Non si dà viaggio senza ricongiungimento a Itaca, che conferisce senso anche allo spostamento.” Una frase molto bella, voglio fare mia: “Non mi si addicono né l’esistenza bloccata alla maniera di una farfalla costretta da uno spillo nell’estasi entomologica, né la vita instabile e vacillante della quotidianità priva di destinazione”(p. 86). Rientrare dal viaggio significa ritrovare un luogo, il luogo della propria casa e della propria quotidianità che è necessaria alla nostra identità, perché ne è il fondamento. Tornati a casa è il momento del ricordo: in cosa ci scopriamo più ricchi rispetto a prima? Cosa abbiamo scoperto di brutto invece? È questa l’anticamera del “dopo”, dove racconto e memoria combinati insieme concorrono a cristallizzare una versione che è il nostro personalissimo racconto di viaggio. Gli strumenti moderni, le nuove tecnologie, serbano i nostri ricordi al posto nostro. Di fatto rischiamo di non esercitare più la memoria. Ma ecco che però la memoria va esercitata, andando a riguardare i supporti ai quali durante il viaggio affidavamo via via le nostre impressioni. Ed è così che sorge il racconto: organizzando la mole di dati accumulata. La memorizzazione si realizza con un ritmo quasi musicale. La narrazione è musica e poesia. Nel racconto emerge la nostra capacità di dire il mondo: che vuol dire saperlo leggere geograficamente innanzitutto, e paesaggisticamente. “Una poetica della geografia presuppone quest’arte di lasciarsi impregnare dal paesaggio, e poi una volontà di comprenderlo, di vederne le concatenazioni (…)” (p. 108).

Infine la coda: progettare un seguito, perché la passione del viaggio non abbandona chi l’ha sperimentato già una volta. Si ripartirà dunque. Una nuova meta ci attirerà a sé come api su un fiore giallo. Buon viaggio!

Libro che non si fa apprezzare immediatamente, tono non da filosofo ma da opinionista piuttosto, tirate anticlericali gratuite e spesso fuori luogo, descrizioni che spesso vogliono tendere ad una prosa poetica. La filosofia del titolo viene richiamata nelle numerose citazioni di Socrate e dei Presocratici, di Platone e di Parmenide, ma quella che leggiamo, più che filosofia è una ragionata – e entusiasticamente proclamata – riflessione sul significato di viaggiare da parte di un filosofo che, in quanto tale, può permettersi di definire “filosofia”, “teoria”, il suo pensiero. Io sono più umile.  Ma forse nella vita bisogna osare. E allora, filosofia del viaggio sia!

MICHAEL CUNNINGHAM, DOVE LA TERRA FINISCE

Chi come me è ignorante in geografia, leggendo le prime righe potrebbe pensare che Provincetown sia un luogo della mente più che un luogo reale. Non viene dato alcun dato geografico significativo, ma solo descrizioni ai limiti del metafisico (questa Provincetown sembra così provinciale e insignificante e tuttavia poetica e di una struggente bellezza), ma piano piano assume il rango di città reale: scopriamo che si trova nel New England, che sulle sue rive sbarcò il Mayflower, che è la meta prediletta da gay e lesbiche d’America e che sì, è una cittadina insignificante, ma cui Cunningham è molto legato. Nessuno scrittore americano, forse uno, ha mai dedicato un libro a Provincetown. Lo fa Cunningham avvertendo però il lettore che non farà una descrizione oggettiva della città ma farà la SUA descrizione della SUA Provincetown: “con questo libro spero di offrire né più né meno che la storia del mio amore personale”, dice.

Provincetown è una meta turistica d’estate, alla pari delle nostre città lungo la Riviera romagnola: viva e attiva, sovraffollata d’estate, morta e deserta d’inverno. Non un monumento che possa spingere un viaggiatore a recarvisi. E francamente, dopo aver letto questa lunga descrizione, non ho aggiunto Provincetown all’elenco dei luoghi del mondo da vedere nella vita. E non perché Cunningham non descriva bene la città: anzi, la descrive in modo mirabile, riuscendo a cogliere una poesia nelle singole piccole cose, cose che sarebbero altrimenti insignificanti, come solo pochi riescono a fare. La capacità evocativa della sua scrittura rende poetica una città che, per ammissione stessa dell’autore, poetica non è per niente.

Cunningham insiste molto sulla vocazione di Provincetown quale città frequentata da gay. Da omosessuale dichiarato, però, volutamente non cerca di rendere questo fatto come una cosa normale, ma lui stesso insiste, sottolineando più e più volte come gli eterosessuali qui siano in minoranza. Un’insistenza su cui vale la pena di riflettere: quasi come se volesse arrogarsi un diritto di conquista su questa città, come se essa fosse un baluardo, una roccaforte. Ma Provincetown è soprattutto una città di artisti; Cunningham lo spiega molto bene: da fine ‘800, quando la popolazione lasciava le campagne e in genere le terre più provinciali per cercar fortuna nelle metropoli, al contrario gli artisti rifuggivano la città e cercavano luoghi “ai confini del mondo”, in cui recuperare l’essenziale e la purezza della vita e dell’ispirazione. Prima pittori, poi scrittori e autori di commedie si stabilirono o trascorsero alcuni anni della propria vita qui, dando impulso ad una tradizione che, quando Cunningham era studente, si era trasformata in una borsa di studio per studenti aspiranti scrittori o poeti. È proprio grazie ad una di queste borse di studio che Cunningham approda la prima volta a Provincetown, rimanendone stregato.

Il suo omaggio alla città cui in assoluto è più legato è questo libro, che non è un racconto, non è una guida, non è una mera descrizione di luoghi e di fatti, ma è tutte queste cose insieme e, in alcune pagine, è pura poesia.

Walter Kirn, tra le nuvole

Semplicemente orribile. Tanto piacevole il film che ha preso ispirazione da esso – e che, lo dico subito, ha una trama molto diversa – con George Clooney, tanto faticoso da leggere il romanzo. La storia di un uomo che per lavoro si sposta in continuazione in aereo e che sembra avere un unico scopo nella vita, ovvero raggiungere un milione di miglia con la compagnia aerea con cui solitamente si muove, è raccontata in prima persona dal protagonista stesso a te che leggi, o che potresti essere il suo vicino durante un volo in aereo. In effetti l’impatto del primo capitolo è originale: lui si rivolge a te, suo compagno di viaggio in volo, si presenta, indovina i tuoi pensieri. Ma poi basta: lo stile capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina, diventa sempre più pesante e non vedi l’ora che taccia, quest’uomo logorroico che ti sta raccontando una storia che di fatto ha una trama inconsistente: di fatto, trattandosi di aerei, il romanzo proprio non decolla. Molto più denso di significato il film, allora, perché anche se nel libro c’è, è comunque messo a tacere dalla logorrea del protagonista.

tra le nuvole

Una sola bella intuizione: è Airworld, la nazione dell’aria, lo spazio aereo i cui capoluoghi sono gli aeroporti, vere e proprie città sempre tutte uguali eppure così rassicuranti, e gli aerei, i cui abitanti sono il personale di bordo e i viaggiatori abituali...Airworld è uno Stato al di sopra degli Stati Uniti, una nazione indipendente, con le sue leggi e le sue regole, ed è il mondo in cui il protagonista vive, e ama vivere.

Solo per questo dettaglio vale la pena di inserire questo romanzo nella biblioteca dei viaggi. Airworld rende l’idea per definire quei non-luoghi che sono gli aeroporti, terra di confine e di frontiera sempre e comunque, luoghi sempre identici a se stessi in cui ogni giorno si compiono gli stessi riti. Il mondo degli aeroporti effettivamente affascina e crea degli interrogativi e sta sempre più diventando un filone letterario e cinematografico a sé. Basta pensare a The Terminal, il film in cui Tom Hanks è costretto suo malgrado a vivere in aeroporto riuscendo a crearsi i suoi spazi e a trovare una sua collocazione in questa città fuori dalla città, così lontana così vicina alla città vera, New York, in cui vuole recarsi.

In conclusione, Tra le nuvole – il libro – non merita. Tradotto in italiano a fine 2009, in contemporanea con l’uscita del film, ha come merito solo quello di aver ispirato il film, per l’appunto. Per il resto è da dimenticare. O da lanciare ben lontano, là dove suggerisce il titolo: tra le nuvole.

Georg Forster, Viaggio intorno al mondo

Mi ha sempre incuriosito l’epoca delle grandi esplorazioni geografiche: l’ignoto, la consapevolezza, e insieme la speranza, che più navighi in oceani lontani più possibilità avrai di scoprire nuove terre, e poi la voglia di conoscere, la paura e la curiosità per il diverso, la superstizione contro i pericoli del mare… sono tutti sentimenti comuni a coloro che, dai marinai ai capitani, ai naturalisti e ai medici di bordo che partecipavano a questi viaggi, fino ai regnanti e alle nazioni che li finanziavano e li patrocinavano, nei secoli seguenti alla scoperta dell’America, soprattutto nel ‘600 e ‘700, solcavano i mari alla ricerca di nuove terre. I motivi? I più disparati: nuove terre, nuovi sudditi, commerci, civilizzazione di popoli primitivi, scoperte scientifiche e naturalistiche, studi antropologici. In questo clima, che vede coinvolte le grandi potenze europee, si collocano i viaggi di Cook, nella seconda metà del ‘700, e tra questi si inserisce il resoconto del secondo viaggio, per opera di Georg Forster, giovane naturalista tedesco imbarcato insieme al padre, naturalista di professione. Scordatevi un racconto avventuroso, accattivante e affascinante. Scordatevi descrizioni esotiche  e una prosa ammaliatrice: rimarrete delusi, ma avrete uno spaccato del pensiero del tempo, infarcito di filosofia illuministica e attento più agli aspetti antropologici e sociali che non all’esplorazione di nuove terre. Il “Viaggio intorno al mondo”, il secondo viaggio di Cook, aveva uno scopo: dimostrare o smentire che esistesse un continente antartico. Cook non lo trova, pur spingendosi a latitudini folli per una nave: sotto il 71° parallelo Sud, mettendo a repentaglio la salute, già provata, dell’equipaggio. Fa sorridere allora, l’affermazione in merito, un po’ da “La volpe e l’uva”: “se qualche terra ci è sfuggita, doveva trattarsi di un’isola che per la sua lontananza dall’Europa e per il suo clima inclemente non può essere minimamente utile all’Inghilterra” (XIII, 465). A Forster interessa la natura umana, ed è questa che sottolinea, in quanto ritiene che sia questo lo scopo per eccellenza di ogni viaggiatore filosofico (XVIII, 675): egli infatti non vuole essere un viaggiatore qualunque, ma un intellettuale illuminista teso a confrontarsi con i molteplici aspetti della realtà in uno spirito di indagine critica. Si sofferma molto sull’organizzazione sociale delle popolazioni con le quali viene a contatto e comincia a notare come proprio il contatto con gli Europei abbia già provocato dei danni all’autenticità delle culture indigene, tanto che arriva a dire a proposito di Tahiti che se l’ingerenza degli stati europei, anche a livello di civilizzazione, “deve prodursi a scapito della felicità di intere nazioni, allora sarebbe stato meglio, tanto per gli scopritori quanto per la gente che venne scoperta, che agli irrequieti europei il Mare del Sud fosse rimasto sconosciuto per sempre!” (IX, 332).  E ancora, a proposito della Nuova Zelanda “Credo che la miglior sorte l’abbiano avuta proprio quelle popolazioni che più si son tenute distanti da noi, e per paura e diffidenza non hanno mai permesso ai nostri marinai di diventare troppo intimi con loro” (VI, 208). Si sofferma sulle condizioni umane, non solo degli indigeni, ma anche dell’equipaggio di cui lui fa parte, Due cose in particolare attirano il suo interesse: la salute dei marinai e di Cook, lo scorbuto e i rimedi approntati, le fatiche del viaggio e o stato d’animo dopo tanto navigare, soprattutto alle latitudini più fredde. “Ghiaccio, nebbia, tempeste e mare furioso dipingevano scene tetre, solo raramente rallegrate da un fugace raggio di sole. Il clima era freddo e le nostre vivande, pressoché andate a male, erano disgustose. Conducevamo insomma un’esistenza soltanto vegetativa, appassivamo e diventavamo insensibili a tutto ciò che di solito allieta lo spirito. Al dubbio onore di aver attraversato tratti di mare sconosciuti sacrificavamo la nostra salute, i nostri sentimenti e la nostra gioia.” (XIII, 468); l’altro argomento è il sesso promiscuo, in particolare la licenziosità delle indigene, il loro svendersi in cambio di qualche perlina e l’approfittarsene da parte dei marinai. Il giovane Forster sembra scandalizzato, e forse realmente lo è, ha parole di spregio per le “puttanelle” polinesiane ma non mi stupirei se dietro questo suo disgusto, e questa sua insistenza nel parlarne, non vi fosse una certa invidia nei confronti dei marinai che potevano soddisfare i loro istinti mentre a lui forse l’etichetta non lo consentiva, o forse anche lui ha goduto delle gioie delle belle polinesiane, ma non può ammetterlo, tornato nell’Europa puritana, e quindi condanna questi atteggiamenti… bah, chi può dirlo! Però desta qualche sospetto questo suo continuo insistere, per ogni isola, per ogni approdo…

viaggio intorno al mondo forster

Ciò che colpisce il lettore moderno è il sentir nominare località come Bora Bora, e in genere la Polinesia, oggi mete del turismo d’élite, tutte hotel 5 stelle all inclusive e snorkeling, e immaginarle come terre selvagge abitate da uomini mezzi nudi che nulla sapevano del profitto e del viaggio di piacere, ma già all’epoca accoglienti fin troppo, forse, abitatori di una terra dal clima assolutamente invidiabile.

Fanno sorridere il lettore moderno alcune considerazioni meccaniciste che Forster semina qua e là per il testo, per giustificare alcune caratteristiche fisiche degli indigeni: per esempio degli abitanti della portoghese isola di Madera egli dice “La gente del popolo… è ben fatta, ma con piedi grandi: il che deriva forse dal doversi arrampicare per gli erti e sassosi sentieri delle montagne” (I, 54).

Il viaggio per il giovane Georg Forster è un’esperienza incredibile, della cui importanza egli è consapevole. Ma Forster è un illuminista figlio del suo tempo e forse è per questo che dalle sue pagine non trapela nessun lirismo, nessuna vivida emozione e descrizione. Se il viaggio si fosse svolto 50-60 anni dopo, invece che nel 1773, nel 1820 o 1830, ben diversi sarebbero stati i toni di questo giovane tedesco al servizio del re d’Inghilterra, ben diverse le immagini evocate, degne figlie dell’epoca romantica di cui Forster, essendo tedesco, sarebbe stato senz’altro fecondo interprete. Abbiamo invece una visione del mondo,e  dei nuovi mondi in particolare, illuminista, laica, centrata sull’uomo, sulla società civile, sulla conoscenza scientifica dell’altro. Col suo libro, il giovane Forster divenne il viaggiatore tedesco del secolo per antonomasia, dal cui lavoro prese il via, disse il naturalista Alexander Von Umboldt, una nuova era di viaggi scientifici, il cui scopo era l’etnografia e la geografia comparata, secondo un’ottica che doveva riunire in un unico panorama le scienze della natura e le scienze dell’uomo.

Il secondo viaggio di Cook non apporta grandi scoperte in termini di nuove terre: interessa di più definire le rotte, scoprire se esiste un Antartide (che verrà scoperto dai Russi nel 1820), verificare con spirito critico le scoperte e i resoconti degli esploratori precedenti: “ogni confutazione di un pregiudizio rappresenta un guadagno per la scienza”(II, 76), asserisce convinto Forster forse, siccome lo interessa di più confutare i pregiudizi e trarre deduzioni logiche dai comportamenti umani che altro, passa in secondo piano la scoperta delle Nuove Ebridi, avvistate per la prima volta da Cook nel luglio del 1774, dopo due anni di navigazione. Ci si aspetterebbe più entusiasmo da un evento del genere e invece no perché, per l’appunto, per le isole già scoperte da altri e da loro toccate durante il viaggio, c’era stato modo di “rettificare parecchi sbagli dei nostri predecessori e (di) confutare vecchi errori” (XVIII, 674): è questo, più che altro, che sembra dare grande soddisfazione al nostro autore. Eppure, sul finale, Forster è convinto dell’importanza della fin più piccola nuova scoperta (XXVI, 998): “Nulla è d’altra parte più evidente e certo del fatto che i pur non del tutto trascurabili arricchimenti che questo viaggio ha fornito all’insieme delle conoscenze umane valgono comunque ben poco se li commisuriamo a quel che ancora ci resta celato. Innumerevoli sono le cose ancora ignote (…) Ancora per secoli ci si apriranno nuove sconfinate prospettive (…)” e conclude, citando Petrarca: “Vedi insieme l’uno e l’altro polo, Le stelle vaghe, e lor viaggio torto; E vedi, ‘l veder nostro quant’è corto!