Archivio tag | itinerari toscana

Passeggiate primaverili: tre parchi a Prato e dintorni

Nello scorso post vi ho parlato di 7 giardini di Firenze nei quali godere appieno della primavera. A Prato e dintorni, invece, ci sono 3 parchi, di cui vi parlo ora, che sono splendide passeggiate nel verde, al caldo piacevole di queste giornate primaverili. Per la precisione, uno di questi parchi è proprio a Prato, mentre gli altri due si trovano nella provincia. Sono passeggiate adatte a tutti, biciclette, famiglie e cani. Ecco, sì, in tutti e tre questi parchi i nostri amici a 4 zampe sono i benvenuti.

Alberi in fiore lungo il fiume Bisenzio, Prato

Siete curiosi di conoscere questi parchi? Bene! Eccoli:

  1. Museo Diffuso Parco del Bisenzio: è una passeggiata con pista ciclabile (intitolata a Gino Bartali) annessa che corre lungo il corso del Fiume Bisenzio, dal Ponte Nuovo a salire verso la fine della città, e a ridiscendere dall’altra parte. La passeggiata è piuttosto lunga, anche se non sembra. Dal lato della città la passeggiata alterna aiuole a campi sportivi, a giardini e a un’area cani; la vista, spaziando sull’altro argine, si fa incantare dal monastero di San Leonardo al Palco, trecentesco, e coglie la vecchia linea ferroviaria per Bologna sotto di esso. Risalendo ancora il corso del fiume si arriva sino al ponte pedonale che consente di passare sull’altro argine. Qui cambiamo totalmente ambientazione: siamo sul versante della Calvana, la montagna di Prato, e da qui partono alcuni sentieri nel verde molto belli. Ma il più bello è quello che ridiscende il corso del Bisenzio. Il fiume scorre da un lato, mentre dall’altro si alternano campi, boscaglia e una fattoria. I bambini la adorano, perché le pecore e gli agnellini vengono a farsi dare da mangiare l’erbetta: è fantastico vedere che a due passi dalla città ci sono luoghi immersi nella natura e senza tempo come questo.

    La passeggiata lungo il Bisenzio; sulla collina di fronte San Leonardo al Palco

  2. Un gregge di pecore al pascolo a Travalle. Sullo sfondo il borgo di Travalle

    Travalle: in ogni stagione Travalle regala meraviglie. È uno spazio ampio, in una valle alle spalle di Calenzano, una passeggiata nel verde che ha il suo fulcro nel piccolissimo borgo sorto intorno alla Villa-Fattoria di Travalle, un luogo antico, del XVI secolo; un bel fienile, una salita che arriva a una chiesetta, una strada attraverso i campi che giunge fino a una grande vigna, ad un sentiero nel bosco, ad un sentiero lungo il canale… non si tratta di passeggiate impegnative, tutt’altro: la bellezza di camminare o pedalare in queste terre può regalare una lepre che ci attraversa la strada, il gracidare delle rane e i fiori gialli e lilla della primavera. Si possono compiere vari percorsi diversificati. Qui natura e paesaggio si fondono magnificamente.

  3. Cascine di Tavola: tra Prato e Poggio a Caiano c’è un grandissimo parco che fu a suo tempo pertinenza medicea (i Medici possedevano la villa di Poggio a Caiano, che aveva un ampio parco, le Cascine di Tavola appunto). Questo parco è pubblico, grandissimo, piacevolissimo da percorrere nel verde e nello sterrato. Ottimo da percorrere in bicicletta, ma anche a piedi, è tutto in pianura, tra canali d’acqua e un grande ippodromo e, sì, anche qualche edificio dei tempi passati, un po’ in rovina ma non per questo meno affascinante: si tratta del nucleo centrale delle Cascine, ed è molto suggestivo.

    Il complesso architettonico delle Cascine di Tavola, nel cuore del parco

    Le Cascine di Tavola sono un’area naturale protetta di interesse locale, dunque il suo valore dal punto di vista paesaggistico è riconosciuto dalla Regione Toscana. Inoltre, è riconosciuto il suo valore anche dal punto di vista storico dato che, appunto, questi terreni appartenevano alla famiglia Medici. Vi si accede sia dalla frazione di Tavola che da Poggio a Caiano, a breve distanza dalla Villa Medicea.

Il paesaggio è una componente fondamentale della nostra vita. Noi siamo immersi nel paesaggio e siamo affascinati dai paesaggi “belli”. A pochi passi dalle nostre città si aprono spazi che spesso neanche conosciamo e che ci emozionano non solo perché sono luoghi immersi nella natura, ma perché sono il frutto di un rapporto secolare e millenario tra la natura e l’uomo che l’ha plasmata. I paesaggi sono la nostra storia; dovremmo esserne consapevoli ogni volta che ci mettiamo in cammino.

A tutti voi buone passeggiate primaverili!

Francesco Ferrucci, Gavinana e la Montagna Pistoiese in autunno

La Montagna Pistoiese è uno di quei territori che va approfondito, un paesaggio che va raccontato. Si fa presto a dire che è semplicemente la strada che porta da Pistoia all’Abetone, perché a ben guardare lungo il percorso si possono incontrare tante distrazioni e tante deviazioni dalla via principale. La strada, tra l’altro, è la S.S. 66. E si fa presto a fare della facile ironia pensando alla Route 66. No, non è la stessa cosa, ma è ugualmente una bella via da percorrere: un alternarsi incessante di paesi e di boschi, un paesaggio montano che in questa stagione assume un fascino tutto particolare.

L'osservatorio astronomico di Gavinana - Montagna Pistoiese

L’osservatorio astronomico di Gavinana – Montagna Pistoiese

Questa è la stagione delle castagne e delle foglie che cadono e che prima di volare per terra si colorano di giallo, di rosso e di bruno. In inglese viene chiamato fall foliage, e devo ammettere che personalmente sono molto sensibile a cogliere le varie sfumature di colore, a vedere come la singola foglia si riverbera contro l’azzurro del cielo, e rimango incantata a pensare che la stagione più bigia dell’anno in realtà è la più colorata. Un’auto che ci sorpassa in folle corsa alza un mulinello di foglie variopinte che vivacizza l’asfalto grigio davanti a noi. Grazie, pirata della strada, per questo spettacolo.

La Ghiacciaia della Madonnina de Le Piastre - Montagna Pistoiese

La Ghiacciaia della Madonnina de Le Piastre – Montagna Pistoiese

Ogni curva di questa strada potrebbe raccontare capitoli di storia, recente e passata. Non per niente il territorio è organizzato nell’Ecomuseo della Montagna Pistoiese, che preserva, tutela e valorizza il patrimonio naturale ma anche culturale di questa terra. Incontriamo, per esempio, lungo il percorso, affacciata proprio alla strada, una ghiacciaia, chiamata la Ghiacciaia della Madonnina, in località Le Piastre: una grande struttura circolare in pietra col tetto troncoconico, fu costruita apposta per conservare il ghiaccio tratto dalle acque del fiume Reno che scorre qui accanto. Il paese stesso de Le Piastre, fu costruito apposta in funzione dell’ “industria” del ghiaccio, nella seconda metà del Settecento. Oggi, delle circa 100 ghiacciaie della zona, ne sopravvivono più poche, e questa della Madonnina è la meglio conservata.

Andando avanti, sfioriamo invece un capitolo della storia recente: a Campo Tizzoro sono ancora ben visibili i capannoni della SMI, Società Metallurgica Italiana che qui per quasi tutto il Novecento fornì munizioni all’esercito italiano. Costruita nel 1910, potete immaginare quanto lavoro abbia avuto dapprima durante la I Guerra Mondiale e poi in epoca fascista e durante la II Guerra Mondiale. Non esisteva il paese di Campo Tizzoro finché non vi fu impiantata la fabbrica. Negli anni ’30 vi furono realizzati i rifugi antiaerei: ovviamente era considerato un obiettivo strategico in caso di guerra e come tale si dovette organizzare. Oggi quei rifugi sono musealizzati e visitabili. La fabbrica ha chiuso i battenti nel 2006.

image

Proseguendo la nostra salita verso San Marcello Pistoiese, ma senza avere in realtà una meta precisa, ci siamo fatti tentare dalle varie deviazioni che si incontrano lungo il percorso. La prima tentazione/deviazione è stata una bella villa in rovina in vendita al Passo dell’Oppio. Abbiamo accostato la macchina e ci siamo fatti stregare dalle mura cadenti nel paesaggio di rami semispogli e foglie secche; abbiamo poi rivolto lo sguardo al panorama, particolarmente ampio e arioso, e abbiamo pensato bene di proseguire in direzione di Maresca.

Paesino tranquillo, più grande di quello che ci si aspetterebbe per un entroterra così lontano dalla città. Essendo ora di pranzo cerchiamo un posto per mangiare, ma tra ristoranti chiusi per ferie, chiusi per turno settimanale e introvabili (il rischio di muoversi un lunedì di novembre in effetti è questo), ce ne andiamo via affamati e un po’ dispiaciuti.

Riprendendo la via per San Marcello Pistoiese, eccoci alla seconda deviazione: puntiamo infatti verso Gavinana, paesino lievemente in altura rispetto a Maresca, e con una storia che ci si rivela non appena arriviamo in piazza. Qui, infatti, campeggia fiera e vittoriosa una statua equestre che si staglia contro l’azzurro del cielo. Il prode cavaliere è Francesco Ferrucci.

image

Narra la Storia che ci fu un momento nella vita di Firenze in cui i Medici furono cacciati e fu costituita la Repubblica Fiorentina. Essa non ebbe vita facile e resistette fino a che, nel 1530, non fu attaccata addirittura dalle truppe imperiali del famoso re Carlo V il quale, insieme al papa, sosteneva il ritorno della famiglia Medici. Campione delle libertà fiorentine contro l’ingerenza dell’Impero e il ritorno dei Medici fu Francesco Ferrucci che, a capo dell’esercito della Repubblica, combattè valorosamente e riportò notevoli vittorie in più occasioni (a Volterra, per esempio). Ma nel corso della Battaglia di Gavinana, sul luogo in cui oggi sorge la sua statua, fu ferito, fatto prigioniero e infine ucciso. Il suo assassino fu il comandante dell’esercito nemico Fabrizio Maramaldo, che si accanì su di lui per fargli pagare le varie umiliazioni subite nelle battaglie precedenti: pare che a Maramaldo Francesco Ferrucci in fin di vita abbia rivolto la famosa frase “Vile, tu uccidi un uomo morto”, frase che tutti conoscono, ma che se chiedi chi l’ha detta nessuno lo sa mai. Ebbene, la pronunciò Francesco Ferrucci, che così cadde, nel luogo dell’attuale piazza di Gavinana. Qui è celebrato quasi come un santo; in età risorgimentale, poi egli divenne emblema del sentimento di orgoglio nazionale, tanto che viene citato nell’Inno di Mameli, come orgogliosamente ci mostra la proprietaria del Ristorante Franceschi, sulla piazza di Gavinana, nel quale, finalmente, pranziamo.

Il paese di Gavinana è davvero piccino: la piazza, la chiesa e poche case strette le une alle altre. Un vero borghetto di montagna più proiettato sul bosco di castagni che altro. Se vogliamo raccogliere castagne, ci consigliano, dobbiamo salire verso l’Osservatorio Astronomico: lì troveremo pane per i nostri denti.

Il bosco vicino a Gavinana

Il bosco vicino a Gavinana

E così facciamo. Nel primo pomeriggio il nostro fuoriprogramma prevede di infilarci nel bosco a raccogliere castagne. Arriviamo fino all’osservatorio (che è visitabile su prenotazione: leggete qui), in posizione panoramica eccezionale, dopodiché ci inoltriamo nel bosco, stregati dai magici colori del fall foliage, felici come bambini nel calpestare lo spesso tappeto di foglie secche che si è già formato in questa prima metà di autunno.

Un simpatico orso di legno ci accoglie sul limitare del bosco

Un simpatico orso di legno ci accoglie sul limitare del bosco

Raccogliamo castagne senza essere attrezzati: io mi rovino le mani a cercare di aprire i ricci che pungono con cattiveria per difendere il loro prezioso frutto. Ma è un gioco così bello e io mi sento una bambina: e mi rivedo bambina, quando andavo nella pineta dietro casa mia in Liguria con mia sorella, mia mamma e mio papà, e mentre loro raccoglievano gli asparagi e il finocchietto selvatico, io e mia sorella raccoglievamo fiori, margheritine e anemoni.

Restiamo nel bosco finché non ci sorprende il tramonto. Dall’ultimo raggio di sole che filtra tra gli alberi e l’imbrunire è un attimo, e noi arriviamo, finalmente, a San Marcello Pistoiese quando ormai è buio. Facciamo un breve giro: vediamo la chiesa e il palazzo comunale, e qualche negozietto nelle vie laterali. L’insegna di un hotel laggiù in fondo sembra essere rimasta la stessa dagli anni ’30.

Torniamo verso Pistoia che è ormai notte, tutto nero intorno a noi. Negli occhi però abbiamo ancora i colori del bosco e del cielo. E la notte, quando chiudo gli occhi per dormire, mi sembra ancora di camminare tra i castagni, e posso vedere ancora le foglie secche nel bosco, e sentirle frusciare e scricchiolare sotto i miei piedi…

La montagna pistoiese in autunno

La montagna pistoiese in autunno

Una gita in Casentino: il castello di Poppi

wpid-20150830_171322-01.jpegDevo dire che ultimamente ho fatto parecchie gite fuoriporta in Toscana: nel Mugello, in Garfagnana, a Certaldo, Monteriggioni, San Galgano, e poi a Massa Marittima, Cala Violina e Marina di Alberese. Ho messo parecchie bandierine sulla carta della Toscana, e a queste va aggiunta l’ultima in ordine di tempo: il castello di Poppi, in Casentino.
Il Casentino è la regione montuosa della provincia di Arezzo posta sul confine con l’Emilia Romagna: si alternano alture boscose a prati, qualche castello qua e là, una bella strada panoramica che sale e scende assecondando i declivi. Il Casentino è un’area piuttosto grande, per cui questa volta ci siamo concentrati su una località: Poppi e il suo castello, appunto.

Poppi è un bel borgo medievale, bandiera arancione, che sorge in altura tutto attorno al castello, che si erge sulla sommità guardando all’intorno il panorama a 360°. La cosa che colpisce di più del borgo è la presenza dei portici in alcuni punti. I portici non sono caratteristici dei borghi toscani, ma qui come nella vicina Stia ci sono, segno che evidentemente l’Appennino comporta un clima tale per cui d’inverno è meglio ripararsi quando si cammina per strada.
Due chiese importanti a Poppi: la Madonna del morbo, una chiesa seicentesca a pianta centrale e l’altra, ben più antica, la Badia di San Fedele. Bellissima, quest’ultima, l’atmosfera che la avvolge riporta davvero al medioevo. All’interno, nella sua cripta, sono custodite le spoglie del Beato Torello, santo patrono di Poppi.

Il castello dei Conti Guidi

Il castello dei Conti Guidi

Il castello è cinto di mura che lo isolano dal resto del borgo. A vederlo potrebbe somigliare a Palazzo Vecchio, e infatti questo castello, almeno nell’aspetto esterno, ne viene considerato il prototipo.

Il Castello appartenne ai Conti Guidi, che lo abitarono per 4 secoli. Fin dal XII secolo esisteva una fortificazione, ma è nel XIII secolo che viene eretto come castello vero e proprio, mentre l’aspetto attuale è quello che il castello assume a partire dal 1447, quando Poppi viene annessa alla Repubblica Fiorentina e diventa palazzo dei Vicari inviati da Firenze: in questa occasione è rifatto l’interno, con l’ampio scalone centrale che collega ai piani superiori del palazzo.

Pare che Dante Alighieri soggiornò nel castello negli anni tra il 1307 e il 1311, e tradizione vuole che qui abbia composto il XXXIII canto dell’Inferno della Divina Commedia.

Lo stesso Dante prese parte alla celeberrima battaglia di Campaldino, combattuta tra Guelfi e Ghibellini poco distante dal Castello dei Conti Guidi: nel piano interrato del castello una ricostruzione della battaglia mostra i due schieramenti, e in due botole nel pavimento due ricostruzioni un po’ splatter ci ricordano la durezza della battaglia, una battaglia campale, che vide schierati 20mila uomini, un’enormità per l’epoca.

Lo scalone del castello di Poppi

Lo scalone del castello di Poppi

Dopo aver fatto un giro panoramico sulla Piazza d’Armi, che consente di camminare all’ombra del castello, protetti dalle merlature della fortificazione, si entra nell’edificio. Sulla corte centrale, le cui pareti sono zeppe di stemmi, affacciano alcune sale, usate oggi come bookshop e spazio mostra, e la prigione. Questa, consistente in angusti spazi, era inizialmente priva di finestre e di qualsivoglia apertura: i condannati erano costretti al buio per tutta la durata della loro reclusione. Era meglio non fare un torto ai Conti Guidi, se si voleva evitare un simile trattamento. Era facile infatti che i prigionieri non sopravvivessero alle rigide condizioni del carcere.

Lo scalone conduce al Primo piano, sul quale si apre la Biblioteca Rilliana, che vanta una grande collezione di volumi antichi e incunaboli, e la splendida cappella dei Conti Guidi, con un ciclo di affreschi trecenteschi raffiguranti “le storie del Vangelo” attribuiti a Taddeo Gaddi, il principale allievo di Giotto. Al piano superiore si apre il grande Salone delle Feste, col soffitto a capriate e le pareti dipinte, e che si può dire abbia mantenuto inalterato il suo ruolo di sala di rappresentanza, visto che ancora oggi ospita le riunioni del Consiglio Comunale.

la Cappella dei Conti Guidi

la Cappella dei Conti Guidi

In cima allo scalone la statua di Simone da Battifolle, colui al quale si deve il primo ampliamento del castello, osserva e accoglie tutti coloro che salgono nel corso della loro visita.

Una stretta scala a chiocciola, poi, conduce su per la torre campanaria fino ad arrivare in cima, proprio sotto la campana, che suona ogni mezz’ora. Non dev’essere piacevole trovarsi lì sotto quando ciò accade, ma nell’intervallo di tempo tra una mezz’ora e l’altra si può ammirare il panorama che spazia sul borgo di Poppi e oltre, perdendosi nella piana all’intorno.

wpid-20150830_161540-01.jpeg

Simone da Battifolle, in cima allo scalone

Pare che il castello ospiti un fantasma, quello della bella Matelda, la quale, sposa di uno dei Conti Guidi, amava avere numerosi amanti. Era però tipa da una botta e via, perché per evitare che qualcuno dei suoi amanti raccontasse della sua avventura sessuale, li faceva morire tutti subito dopo l’amplesso, facendoli passare, per tornare a casa, per un percorso irto di pericoli ai quali i poveretti non sopravvivevano. Pare che la popolazione di Poppi, avendo visto diminuire drasticamente gli uomini del borgo, scoperto il motivo di tali sparizioni, assaltò il castello e rinchiuse Matelda nella torre; ella morì di stenti, ma da quel momento il suo fantasma si aggira per il castello, e chissà che non cerchi di ammaliare anche i vostri mariti o fidanzati mentre voi dalla torre campanaria guardate il panorama…

Montecarlo (LU): il fascino del Medioevo

montecarlo luccaSe dico Montecarlo alla maggior parte di voi verrà in mente la meta per eccellenza del turismo di lusso, la Montecarlo del Principato di Monaco, quella del Gran Premio, del Casino, degli Yacht nel porticciolo e dei club esclusivi. E invece no, esiste un’altra Montecarlo, ben più piccola, più silenziosa, meno luminosa, ma non per questo meno interessante, anzi. È un borgo medievale in provincia di Lucca che, nonostante sia sconosciuto ai più, può vantare un legame con un’affascinante capitale europea: Praga. Possibile? Ebbene sì, e la chiave sta tutta nel nome: Carlo, quello stesso Carlo che dà il suo nome al famoso Ponte Carlo di Praga e che fu Carlo IV imperatore nel XIV secolo. Si narra infatti che in una guerra di Lucca contro Firenze che voleva conquistare il territorio della futura Montecarlo (che già esisteva, con tanto di fortezza sulla sommità) fu chiamato in soccorso il principe Giovanni di Boemia con suo figlio Carlo. Grazie al loro intervento il piccolo borgo, che all’epoca si chiamava Vivinaia, fu salvo e in onore di questo evento prese il nome di Montecarlo.

image

Montecarlo vista dalla fortezza

Il borgo di Montecarlo si sviluppa in altura, su una collinetta che sorge nel bel mezzo della piana che da una parte ospita le serre per la floricultura di Pescia, e dall’altra arriva fin verso Lucca. Dalla sua sommità, occupata dalla fortezza di età medievale poi ampliata in epoca medicea, si gode di un panorama a 360° osservando il quale si può comprendere bene perché Firenze avesse un così spiccato interesse a conquistarla. La posizione strategica di questa collinetta ne faceva un luogo ambito per il controllo del territorio.

image

La rocca

La rocca racconta tutto lo svolgersi della storia del borgo. È quasi interamente visitabile, e in essa si percorrono i secoli che dal Medioevo arrivano al Rinascimento e fino ai primi del Novecento. Il primo nucleo è costituito da 3 torri, due a pianta quadrata e una semicircolare più grande, la Rocca del Cerruglio, che si sviluppava su 5 piani, uno dei quali ancora oggi ospita un bel camino, ancora denso di fuliggine: immagino la dura vita degli armigeri, chiusi qui dentro, ma con l’occhio sempre volto al contado, a intravvedere i segnali di un qualche esercito nemico in arrivo. L’intera struttura aveva un impianto all’incirca triangolare.

image

La rocca

Il territorio faceva gola ai Fiorentini i quali, a furia di insistere, alla fine conquistarono il territorio, Montecarlo compresa. All’epoca di Cosimo I De’ Medici la fortezza, della quale era evidentemente riconosciuta l’importanza strategica, fu notevolmente ampliata, e al primo impianto triangolare furono aggiunti nuovi corpi di fabbrica, tra cui una torre, sulla sommità della quale si può salire attraverso una stretta scala a chiocciola, denominata Torre di Cosimo, e tutto l’edificio che costituisce l’attuale ingresso alla fortezza. Se dalla Torre di Cosimo la vista spazia a 360° su tutto il territorio circostante, cosicché lo sguardo accarezza Pescia, Altopascio e si spinge fin quasi a Lucca da una parte e a Montecatini dall’altra, cercando di indovinare il nome della miriade di agglomerati di case che si individuano qua e là, l’edificio che costituisce l’entrata alla fortezza ha tutte le caratteristiche della caserma per le guardie: un camminamento di ronda, con finestre che guardano sul borgo e che consentono di vedere chi arriva fin sotto le mura, stanzoni dove presumibilmente gli armigeri vivevano, e sul lato interno, il camminamento di ronda che consente di apprezzare dall’alto la fortezza in tutta la sua superficie, dalla Rocca del Cerruglio al giardino all’Italiana che occupa lo spazio tra questo primo nucleo e la fortezza di età medicea. È sempre una piacevole scoperta varcare le mura di una fortezza o di un castello: non puoi mai sapere cosa di bello e di interessante si cela al suo interno, e sicuramente la rocca di Montecarlo, con le sue alte mura, dall’esterno non lascia presagire ciò che contiene.

Nel borgo di Montecarlo

Nel borgo di Montecarlo

Nel borgo, lungo le stradine in salita o a ridosso delle mura, il colore predominante è il rosso: il rosso dei mattoni, delle tegole, dei muri su cui si adagiano i raggi di sole più caldi, quelli del tardo pomeriggio, il rosso del campanile, che svetta in alto, ben visibile da chilometri di distanza. La via principale del paese è un susseguirsi di bei baretti e botteghine. Un borgo turistico, ma discreto, che comunque attira visitatori soprattutto stranieri, almeno a vedere le targhe delle auto parcheggiate fuori dalle mura. Alle mura, ancora saldamente al loro posto dopo 7 secoli, se un tempo era affidato il compito di preservare il borgo dagli attacchi nemici, oggi accoglie i viandanti attraverso le sue belle porte ad arco. Il paese in sé non è molto grande, e si attraversa velocemente da una porta all’altra. Alle mura oggi si addossano le case, con i loro bei giardinetti rigogliosi e i fiori alle finestre. Un borgo medievale che ha conservato intatto il suo piacevole fascino.

Certaldo. Non solo Boccaccio

A Certaldo, verso sera, la domenica, gli abitanti più anziani del borgo si ritrovano in strada, lungo il corso principale. Apprestano qualche seggiola, che chi abita lì nei pressi mette a disposizione, si accomodano e chiacchierano. Semplicemente chiacchierano, prendono il fresco che sta iniziando a salire dopo il caldissimo pomeriggio che sta volgendo al termine, salutano con gentilezza i turisti che passano e i giovanissimi Certaldesi che vanno a lavorare la sera nei ristorantini del borgo, attendono il buio e poi rientrano a casa per cena.

image

Certaldo, Palazzo Pretorio


Certaldo si trova nel cuore della campagna toscana, in mezzo a tanti altri piccoli borghi e borghetti, paeselli di 4 case e anche meno, divisi gli uni dagli altri da vitigni che si perdono a vista d’occhio, inframmezzati qua e là da qualche frutteto o oliveto.

Dopo aver marciato da Montespertoli attraverso Locardo (un piccolo borgo fortificato attualmente in totale ristrutturazione), e Pino, un piccolissimo agglomerato di tre case che farebbe invidia a Rio Bo, e non esserci fatti tentare dalla deviazione che dopo 2 km ci promette di arrivare a Bacio (lo giuro, esiste davvero), arriviamo finalmente in vista di Certaldo.

image

Vigneti nella campagna toscana


Si parcheggia a Certaldo bassa, nella Piazza del Comune, dopodiché si sale a piedi o in funicolare fino al borgo medievale. E dal piano al borgo in altura si fa un salto indietro di 700 anni (e verso l’alto di 100 m).

Se devo descrivere Certaldo con un colore, direi rosso: il rosso dei mattoni, delle case, delle mura e del Palazzo Pretorio, della pavimentazione stradale e dei gerani alle pareti. Immaginate com’è in una bella giornata di sole, quando la luce ravviva i colori e fa brillare ogni cosa. È il borgo della calma, è il borgo dove davvero gli abitanti più anziani ti salutano, per quella gentilezza insita nelle vecchie generazioni accoglienti verso il prossimo.

image

Una finestra a Certaldo


A vederla così, Certaldo non è il classico borgo rovina-turisti: botteghe artigiane pressoché assenti, qualche enoteca/ristoro che vende anche prodotti tipici e ristoranti, nei quali vanno a mangiare anche abitanti della zona, segno che tanto turistici non devono essere. C’è un sistema museale, che consiste nella visita alla Casa di Boccaccio, al Museo diocesano e al Palazzo Pretorio che domina il borgo.
image

Un portone di Certaldo, e le mille storie che il suo muro racconta


Boccaccio, già, Boccaccio, quel Giovanni Boccaccio che nel Trecento scrisse il Decameron, che tutti noi abbiamo studiato sui libri di scuola. Ci parrebbe persino di vederlo camminare per la strada larga che dal Palazzo Pretorio scende verso Palazzo Stiozzi-Ridolfi, quasi in fondo al borgo, e fermarsi a conversare con le signore sedute in strada, a raccontare qualche vecchia storia delle sue…

“Monteriggion di torri si corona”

image

Scrisse Dante “Monteriggion di torri si corona” per celebrare, o in qualche modo segnalare l’importanza del castello senese di Monteriggioni, voluto da Siena come baluardo contro Firenze e che ben servì allo scopo.

Monteriggioni coronata di torri ancora oggi mantiene intatta la sua cinta muraria. Il piccolo borgo medievale, posto lungo il millenario percorso della via Francigena, é una meta imperdibile per quanti amano il paesaggio medievale toscano. Una piccola chicca, a due passi da Siena.

La vedi da lontano, l’inconfondibile silhouette del piccolo borgo arroccato. Fin dalla Firenze-Siena ti rendi conto che questo non è un borgo uguale agli altri: è piccolo, raccolto, eppure talmente ben caratterizzato da quelle torrette che non te ne scordi più.

La piazza di Monteriggioni

La piazza di Monteriggioni

La cinta muraria, tra l’altro, è percorribile durante il giorno: è stata musealizata a seguito di un restauro conservativo e di valorizzazione insieme e oggi costituisce la più interessante attrazione del borgo. Perché, parliamoci chiaro, una volta entrati in Monteriggioni non c’è molto da fare e da vedere. Il borgo è davvero piccolo come sembra da fuori, anzi, forse ancora più piccolo: una piazza piuttosto grande occupa lo spazio principale, appena superate le mura. Su di essa affaccia la chiesa e alcuni edifici medievali, oggi trasformati in ristorantini e botteghe artigiane e/o turistiche. Naturalmente Monteriggioni vive di turismo, oggi, mentre il territorio circostante, a partire dall’altura stessa sulla quale sorge, ci parla di olivi e dello sfruttamento agricolo del territorio.

Monteriggioni: la piazza e la chiesa

Monteriggioni: la piazza e la chiesa

Una passeggiata a Monteriggioni è una piacevole esperienza, perché indubbiamente il borgo è bello, ben tenuto, curato al dettaglio: persino i fiori alle finestre di chi vi abita, son convinta che siano sistemati in un modo studiatissimo per dare il senso della bellezza. Perché la Toscana ha una certa sensibilità per la bellezza e l’armonia di pietre e colori, c’è poco da fare. Così anche una porta diventa poesia.

Scorci di Monteriggioni

Scorci di Monteriggioni

“Monteriggion di torri si corona” è anche il titolo di una grande e importante manifestazione/rievocazione storica che si svolge a Monteriggioni tutti gli anni all’inizio dell’estate. Adatta a grandi e piccini, è un bel tuffo nel Medioevo in un luogo che del medioevo cerca di mantenere intatto il respiro.

Una gita a San Galgano (e dintorni)

Il bello della Toscana è che è tanto grande e tanto varia che non ti stancheresti mai di esplorarla. Così appena capita l’occasione è proprio un piacere montare in macchina e imboccare una strada attraverso il territorio: tanto, ovunque ci porterà, sarà stata una scelta eccellente. Così, senza pianificare nulla, un paio di domeniche fa siamo partiti nella tarda mattinata (con calma, non c’è bisogno di fare le corse anche nel giorno libero) da Firenze e abbiamo imboccato la Firenze-Siena. Ancora non avevamo ben chiaro dove andare, poi improvvisamente l’ispirazione: l’Abbazia di San Galgano! C’ero stata anni fa, e questo non è certo un buon motivo per non doverci tornare!

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

Abbandoniamo così la Firenze-Siena e ci inoltriamo per una bella e lunga strada piuttosto dritta, che costeggia campi di grano, dolci colline dominate da casali e castelli, brevi tratti di bosco, e ancora campi di grano. Poi la strada lievemente si trasforma, inizia qualche curva, fino a quando, lungo la deviazione per San Galgano, incontriamo il piccolissimo borgo di Frosini. Impossibile non fermarsi. E così saliamo al castello.

Porta con vista sul verde e sul panorama. Frosini (SI)

Porta con vista sul verde e sul panorama. Frosini (SI)

Frosini consiste in un parcheggio su cui affacciano due case, una chiesa, il castello nascosto dall’edera; dopodiché in fondo ad una stradina sterrata si arriva in un ampio spiazzo panoramico, dominato, davanti a noi, da una porta medievale con arco a ogiva, una chiesa romanica e altre casette che incorniciano la scena. Qui il tempo sembra essersi fermato: un gatto cerca l’ombra sotto un vaso di fiori mentre noi godiamo della vista sulle colline. Tutto sembra sospeso nel tempo, forse perché siamo noi (e il gatto) gli unici esseri animati presenti. Sembrerebbe quasi abbandonato, eppure i fiori nei vasi ci dicono che c’è vita, anche se oggi è ben nascosta.

Questa pausa di “bellezza” ci ricarica in vista della meta principale della nostra gita: l’Abbazia di San Galgano. La raggiungiamo dopo pochissimi km e la troviamo lì davanti a noi, immersa nel giallo dei campi di grano ancora da mietere. Abbazia tanto imponente quanto sfortunata, San Galgano sarebbe un capolavoro di architettura gotica se non fosse che il suo tetto, crollato anticamente, ne ha decretato da un lato il suo totale abbandono e dall’altro è stato complice del suo fascino. Costruita nel XIII secolo lungo una via di comunicazione importante per il trasporto dei metalli estratti dalle non lontane Colline Metallifere, e vicino al luogo di culto in cui si trovava la spada conficcata nella roccia da San Galgano, l’eremo di Monte Siepi, cominciò ad avere i primi problemi strutturali nel XIV secolo, ma è a metà del ‘700 che un fulmine colpisce il campanile facendolo crollare sul tetto che rovinosamente crolla. Il Monastero era stato comunque già abbandonato, e tale rimase finché non si decise di recuperarlo, puntando proprio sul fascino romantico delle rovine medievali abbandonate.

La navata centrale dell'abbazia di San Galgano, perfettamente spoglia

La navata centrale dell’abbazia di San Galgano, perfettamente spoglia

Il luogo è davvero magico: sei in una cattedrale scoperchiata, sembra un luogo irreale, che rimanda a tempi lontani ormai perduti per sempre. Osservi ciò che resta delle costolature delle volte a crociera crollate, guardi uno per uno i capitelli, fissi ipnotizzato la finestra circolare aperta nell’abside quadrata. Questo scheletro così spoglio eppure così maestoso all’interno del quale ti trovi ti avvolge e ti sovrasta, e puoi avvertire la sacralità del luogo, che un tempo pervadeva ogni singola arcata e che oggi respiri in queste rovine così superbe.

San Galgano: archi, colonne, pilastri e capitelli

San Galgano: archi, colonne, pilastri e capitelli

Un breve sentiero in salita porta poco distante proprio all’eremo di Monte Siepi, la chiesa nella quale è custodita la spada che San Galgano, nel XII secolo, decidendo di abbandonare la vita militare per darsi alla vita religiosa, conficcò nella roccia proprio qui, luogo del suo eremitaggio. La chiesa, costruita nel 1181, dopo la morte del santo, è piccina e raccolta, a pianta centrale, sormontata da una cupola che fa venire il mal di testa a guadarla, decorata a cerchi concentrici di mattoncini bianchi e rossi.

La cappella affrescata da Ambrogio Lorenzetti con scene della vita di San Galgano

La cappella affrescata da Ambrogio Lorenzetti con scene della vita di San Galgano

Nella piccola cappella a lato è affrescata da Ambrogio Lorenzetti la storia di San Galgano, mentre nel bel mezzo dell’aula si trova la spada conficcata nella roccia, oggi come allora, protetta da una teca per evitare che qualche simpaticone voglia giocare ad Excalibur provando ad estrarla dalla roccia. Da quassù si domina il panorama della vallata; il giallo dei campi di grano abbaglia, mentre in lontananza a malapena si distinguono le colline, per via della foschia del mezzogiorno.

Se avete fame scendendo da Monte Siepi, non fermatevi da “Salendo”: tanto turistico quanto deludente. Piuttosto tenetevi la fame, o andate a pranzo nella vicina Chiusdino.

Chiusdino

Uno dei vicoletti medievali di Chiusdino

È a Chiusdino che andiamo nel pomeriggio: borgo medievale come tanti altri della Toscana, è molto legata al culto di San Galgano, del quale si conserva la casa natale, trasformata in cappella di culto, mentre una statua di culto è conservata nell’attigua chiesa di San Sebastiano, e mostra il santo inginocchiato a pregare davanti alla spada nella roccia. Chiusdino regala dei begli scorci sui vicoli medievali, e da qui si domina un panorama sulla vallata circostante che riempie veramente gli occhi di verde, di aria, di bello.

Sulla via del ritorno inizia un’avventura che potremmo chiamare “la caccia al castello errante di Stigliano“, visto che lo vediamo da lontano, ma non riusciamo a trovare la strada per arrivarvi in macchina: non riusciremo mai ad arrivare al castello, ma questa ricerca forsennata ci consente di fare altre belle scoperte nel territorio di Siena.

Innanzitutto ci imbattiamo in un allevamento di maiali di Cinta Senese: vivono allo stato brado in una querceta, hanno tantissimo spazio a disposizione e sono tantissimi; i loro grugniti riempiono l’aria, mentre grufolano nella terra fangosa. Vederli fa un certo effetto, perché sono abituata a pensare ai maiali che stanno ad ingrassare nei loro stretti recinti, non a bestie che corrono nel bosco di querce.

Un maiale di cinta senese. Mai visto uno dal vivo?

Un maiale di cinta senese. Mai visto uno dal vivo?

Sempre inseguendo il “castello errante di Stigliano” ci imbattiamo nel castello di Montarrenti, anche se lo vediamo solo da fuori, visto che il cancello è chiuso: un imponente parallelepipedo posto su una altura a controllo di questa parte della vallata nel territorio di Sovicille; un insediamento molto antico, di VII secolo a.C., che viene abbandonato relativamente presto, ma del quale rimane, a perenne memoria, questo imponente monumento. Imbocchiamo poi la strada per Sovicille, che segue la stretta gola del fiume Merse (veramente suggestivo il Ponte della Pia, un piccolissimo ponte medievale in pietra a schiena d’asino) e arriviamo in vista di Torri.

Benvenuti a Torri (Sovicille, SI)

Benvenuti a Torri (Sovicille, SI)

Torri è un piccolo borgo medievale, fortificato, racchiuso entro le sue mura e assolutamente non turistico. Ma da qui si gode una vista sulle crete senesi che spazia fino a Siena e da qui iniziano i sentieri che, lungo la valle del Merse, si inerpicano nel bosco e forse, dico forse, raggiungono, finalmente, il “castello errante di Stigliano“. Lo scopriremo la prossima volta, ormai sono le 18.30, evitiamo di trovarci a scarpinare al buio…

Ormai sulla via del ritorno verso casa, compiamo l’ultima deviazione: Monteriggioni ci appare con le sue torri e ci invita a salire. È sera, ormai, è il tramonto, e la piazzetta si colora del rosa del sole che cala. C’è tanta gente, fuori dalle mura si sta svolgendo la Giostra medievale legata alla manifestazione “Monteriggion di Torri si corona”. Ceniamo qui in un ristorantino sulla piazzetta e, quando calano le tenebre, facciamo rientro a casa.

La piazza di Monteriggioni

La piazza di Monteriggioni