Archivio tag | itinerari roma

Un monumento eccezionale di Roma: l’Ara Pacis

Per me l’Ara Pacis è uno dei monumenti più belli ed eleganti che ci abbiano lasciato i Romani. È un grande altare all’interno di un recinto dedicato all’Imperatore Augusto e posto nell’area della città che un tempo era il Campo Marzio, dove Augusto aveva collocato anche lo gnomone, un orologio solare che colpiva con la sua ombra proprio l’Ara Pacis nel giorno del suo compleanno, e il suo mausoleo. Il mausoleo di Augusto in effetti è qua accanto: perennemente chiuso, perennemente in restauro, è un grosso tumulo che ne ha subite tante, molto malridotto rispetto all’aspetto magnifico che doveva avere 2000 anni fa.

La processione lungo il lato dell’Ara Pacis

Torniamo all’Ara Pacis. Si trova sul Lungotevere Marzio, ma questa non è la sua collocazione originale. Il monumento infatti non è mai stato trovato integro, ma a più riprese dal Cinquecento in avanti è stato trovato frammentario. Alcune lastre erano addirittura state acquistate dai Medici e portate a Firenze! È solo negli anni ’30 del Novecento che, sotto la spinta ideologica del regime fascista, l’Ara Pacis viene montato, e inserito in un edificio sul Lungotevere. L’architetto si chiamava Morpurgo e lavorò non poco per cercare di creare un contenitore degno del monumento che conteneva: l’Ara Pacis è il simbolo del potere imperiale di Augusto e nella Roma fascista che vuole equipararsi alla novella capitale del novello impero esso deve avere il giusto risalto. Il progetto magniloquente di Morpurgo fu un po’ ridotto per problemi di tempistiche (l’Italia è sempre l’Italia); i lavori sarebbero dovuti riprendere nel ’38, ma ciò non avvenne causa guerra alle porte.

Ara Pacis. Il sacrificio di Enea

Così l’edificio di Morpurgo restò tale fino al 1996 quando problemi di statica e di conservazione dell’Ara Pacis indussero il comune di Roma a incaricare l’architetto Mayer di realizzare un nuovo contenitore. La sua realizzazione ha suscitato non poche polemiche, ma oggi l’Ara Pacis sta all’interno di uno spazio espositivo su due livelli, uno dedicato al monumento e l’altro a mostre temporanee (in questo momento ospita la mostra Spartaco, schiavi e padroni a Roma), che dialoga con l’esterno (col mausoleo di Augusto da un lato e col Lungotevere dall’altro) grazie ad ampie vetrate.

Il monumento

L’Ara Pacis non può non destare meraviglia. È un altare, ma la sua bellezza non sta tanto nell’ara vera e propria, quanto nel recinto: decorato su quattro lati su due livelli diversi, al di sotto una decorazione floreale, al di sopra quattro pannelli, due sul lato frontale e due sul lato di fondo, e una lunga processione sui lati.

Ara Pacis, dettaglio del fregio naturalistico. Alla base, sotto la pianta, si vede un serpentello che insidia un nido e un ranocchio

Il fregio floreale a prima vista sembrerebbe la cosa meno degna di nota: girali di acanto, fiori, frutta, tutto scolpito a rilievo in un insieme molto ricco e molto dettagliato. Ma proprio per questo il fregio è estremamente naturalistico: i fiori sono resi nei particolari, le foglie d’acanto hanno le nervature, i chicchi d’uva sono scolpiti uno a uno, talmente perfetti che si potrebbero cogliere, e poi, meraviglia delle meraviglie in quest’attenzione ai dettagli, la ranocchia alla base e una scena da documentario: un serpentello che assalta una nidiata indifesa di uccellini al di sotto di una rigogliosa pianta di acanto. Oggi noi vediamo tutto bianco, ma un tempo, invece, era coloratissimo e sgargiante! Il verde delle foglie, il colore dei fiori, l’azzurro del cielo: colori intensissimi che oggi riusciamo a vedere grazie alla realtà aumentata de L’Ara Com’era: una visita interattiva al monumento che si può svolgere solo secondo un preciso calendario e con prenotazione.

Anche il registro superiore del recinto dell’altare era dipinto. Sui due lati si sviluppa una lunga processione: un rito religioso? Sì, perché Augusto è rappresentato con la testa velata; ma quale sia questa processione non è dato sapere. Ad essa partecipano i familiari di Augusto, alcuni dei quali perfettamente riconoscibili, e poi senatori, littori e altri personaggi pubblici come i septemviri epulones (magistrati incaricati di organizzare i banchetti pubblici), uno dei quali è girato di fronte, unico tra gli astanti. Se il fregio sui lati è tutto sommato molto ordinato, ripetitivo nonostante le pose diversificate dei personaggi (bellino il bimbo che tira la toga ad uno dei presenti) e rappresenta un evento se non reale quantomeno realistico, i quattro pannelli sulla fronte e sul retro sono invece a carattere mitologico: sulla fronte abbiamo, ai due lati della porta, la Lupa con i gemelli Romolo e Remo, il dio Marte e il pastore Faustolo (estremamente frammentario) e una scena di sacrificio da parte di Enea; sul retro c’è la raffigurazione della Dea Tellus, la Terra, in un’ambientazione particolarmente bucolica e la dea Roma, rappresentata come guerriera (estremamente frammentario).

Ara Pacis. La dea Tellus

I quattro miti sono collegati tra di loro: la Lupa richiama la fondazione di Roma, Enea, figlio della dea Venere, è il principe troiano che dopo essere scappato dalla guerra di Troia, dopo anni di peregrinazioni per il Mediterraneo giunge nella piana dove poi sorgerà Roma, e suo figlio Iulo è il capostipite della gens Iulia, cui apparteneva Giulio Cesare, del quale Ottaviano Augusto è figlio adottivo. La dea Tellus è un riferimento alla Pax Augusta, ovvero al periodo di pace che vive l’Impero dopo che Augusto ha messo a tacere i nemici interni di Roma, e alla prosperità del suo regno. La dea Roma è la personificazione della città. Anche questi fregi erano dipinti. Tutto il programma iconografico era studiato per glorificare Roma e Augusto.

Si può circolare anche all’interno del recinto, dov’è contenuto il grande altare. All’interno il fregio è decorato semplicemente (si fa per dire) con festoni di frutta alternati a bucrani, cioè teschi di bue: una decorazione piuttosto consueta in età augustea che di nuovo rimanda alla nuova era di pace e prosperità inaugurata col regno del primo imperatore.

Il Museo dell’Ara Pacis fa parte del circuito dei Musei in Comune di Roma. Rimane forse un po’ fuori dai consueti percorsi turistici, ma a guardar bene, non è distante da Piazza del Popolo né da Piazza di Spagna. Si raggiunge con il bus 87 dal Colosseo lungo un percorso che corre tangente a Piazza Navona.

Annunci

Passeggiate romane: dall’Esquilino all’Oppio

Roma: Colosseo, Fori, Vaticano, Trastevere, Piazza Navona e poco altro. Se si pensa di fare una gita di un giorno a Roma solitamente ci si riduce a queste mete, che non sono poca roba, ma che sono una piccola parte rispetto all’immensità della capitale. È bello invece abbandonare i soliti percorsi e scoprire qualcosa di nuovo. Per farlo, però, la cosa migliore è affidarsi alla guida di una persona del posto. Ed è quello che ho fatto io. Seguendo il principio del Travel with a local, per la mia ultima discesa a Roma mi sono affidata completamente alla guida di una cara amica archeologa innamorata della sua città. Lei mi ha condotto per mano attraverso quartieri che non conoscevo.

L’itinerario che abbiamo seguito è stato Piazza Vittorio – Esquilino – Via in Selci – Oppio, fino a ridiscendere nella valle del Colosseo. Venite con noi.

Piazza Vittorio

i Trofei di Mario nei giardini di Piazza Vittorio

È il cuore dell’Esquilino. Ma soprattutto è il cuore di una Roma che appena diventata capitale voleva essere degna delle più moderne capitali europee. Ecco che Piazza Vittorio è un grande spazio occupato al centro da un bel parco/giardino e chiuso su tutti i lati da palazzi di varia epoca, dal medioevo alla fine dell’800. Da qui si dipartono ben 12 strade: ecco perché questa piazza doveva essere così importante nella visione urbanistica della fine dell’800. In più è vicina alla Stazione Termini e non lontana dalla valle del Colosseo. Un’ottima posizione, dunque. All’interno del grande giardino colpiscono l’attenzione i resti archeologici dei cosiddetti Trofei di Mario: si tratta in realtà di una fontana monumentale dell’età dell’Imperatore Alessandro Severo (inizi III secolo d.C.), luogo di arrivo e punto di diramazione delle acque di un acquedotto, l’Aqua Claudia o Anio Novus, che riforniva la capitale dell’Impero. Il nome invece deriva dai cosiddetti Trofei di Mario, in marmo, erroneamente attribuiti al condottiero romano del II-I secolo a.C., che furono spostati in Campidoglio alla fine del Cinquecento. A completare il tutto c’è la Porta Magica, un muro con una porta murata ai lati della quale si trovano due statue del dio egizio Bes, che a Roma ebbe una certa fortuna. Lasciamo questa piazza nella quale a fine febbraio i peschi sono già in fiore e discendiamo l’Esquilino lungo una delle 12 strade che da qui si dipartono.

Arco di Gallieno

L’arco di Gallieno

Roma è così: in ogni dove saltano fuori resti archeologici, anche quando meno te li aspetti. Pensiamo sempre a grandi spazi, grandi monumenti magari racchiusi da ampi recinti, ma non sempre è così. Uno di questi monumenti, per esempio, il cosiddetto Arco di Gallieno, è ben nascosto, al fondo di una viuzza che termina contro la piccola piazzetta della Chiesa di San Vito. Siamo in un piccolissimo agglomerato rimasto medievale, mentre tutt’intorno le trasformazioni urbanistiche della Capitale hanno cambiato per sempre la città; quest’angolino invece è rimasto tale. L’arco inizialmente era molto più grande, ma proprio la costruzione della chiesina, in età paleocristiana, ne decretò la parziale distruzione. Rimane comunque la parte principale, l’arco centrale col nome dell’imperatore che lo costruì. Tutto l’insieme, dell’arco con la chiesa, tutt’altro che risultare monumentale, è invece molto intimo, quasi dimesso, come se l’antico passato ci chiedesse di restare in silenzio, di non dirlo in giro che sta lì, come se non volesse la notorietà. Mi dispiace, caro Gallieno, ti ho scovato, e ora ti racconto in giro.

Via in Selci

Il grande edificio medievale che ingloba un edificio romano in via in Selci

Ancora fino a pochi decenni fa questa era una via malfamatissima di Roma. Si tratta di una via stretta e buia, che si diparte dalle Torri del Dazio, sempre sull’Esquilino, a poca distanza dalla basilica paleocristiana di Santa Maria Maggiore, e ridiscende fino a collegarsi con la grande via Cavour. Sulla via affaccia un grande complesso, la chiesa di Santa Lucia in Selci con annesso convento medievale, il quale ha inglobato un più antico edificio romano di cui si notano ancora le arcate di un portico, ormai tamponate e chiuse definitivamente. Questo anticamente era il Clivus Suburanus, una via che discendeva dall’Esquilino verso la valle del Colosseo, attraversando il quartiere della Suburra, un grande quartiere abitativo della Roma repubblicana e imperiale, storicamente considerato malfamato. Percorrerlo vuol dire calarsi in un angolino di Roma davvero intimo, racchiuso, medievale. Una Roma che resiste ancora in qualche andito (anche il vicino Rione Monti mantiene la sua fisionomia medievale), e che rende la città ancora più pittoresca.

Il parco dell’Oppio

l’Emiciclo delle Terme di Traiano

Da qui all’Oppio il passo è breve. Al parco dell’Oppio si accede da più parti. Ciò che conta è che si tratta di un grande spazio verde, in parte in via di sistemazione, nel quale si integra il paesaggio archeologico con il giardino. Siamo in un punto nevralgico della storia urbanistica della Roma imperiale, luogo di costruzioni, sbancamenti, distruzioni, occupazioni e restituzioni. Un puzzle di strutture sovrapposte che gli archeologi con grande difficoltà sono riusciti a dipanare e che viene restituito alla cittadinanza nel modo migliore: con un parco nel quale passeggiare liberamente. Il grande emiciclo delle terme di Traiano si erge con disinvoltura nel prato circostante. Giardinetti, alberi, panchine e resti archeologici: un modo per vivere in maniera integrata il proprio passato.

Ridiscendendo dal Parco dell’Oppio appare il Colosseo

Nel parco si innalzano i resti monumentali di ciò che resta delle Terme di Traiano, un grande edificio che fu costruito nel II secolo d.C. e che in parte ingloba nelle fondazioni quel grandissimo complesso che fu la Domus Aurea di Nerone, la residenza privata immensa dell’imperatore, per costruire la quale diede fuoco a Roma. Alla morte di Nerone, gli imperatori successivi vollero restituire questo settore della città ai Romani, per cui fecero costruire edifici pubblici: il Colosseo, per cominciare, le terme dell’imperatore Tito, del quale non rimane quasi più traccia e, più tardi, le Terme di Traiano. Gli scavi archeologici sono riusciti a ricostituire tutto questo palinsesto di edifici, occupazioni, distruzioni e riempimenti. Sono riusciti a ricostruire la pianta della Domus Aurea, a capire cioè come si articolava, quanto era grande, come era organizzata e in che modo gli edifici successivi ne hanno sfruttato le strutture. Oggi è in corso di realizzazione un grande progetto di arredo urbano che vuole preservare le strutture sotterrate della Domus Aurea trasformando l’area in un grande giardino archeologico, molto più bello e sostenibile dell’attuale. Va detto che la Domus Aurea è, almeno in parte, visitabile. E prima o poi un giro dentro ce lo voglio fare.

La valle del Colosseo

I resti del Ludus Magnus e il Colosseo

Ridiscendendo il parco dell’Oppio giungiamo al Colosseo, ma da un altro lato rispetto alla solita direttrice di via dei Fori Imperiali. Da qui la prospettiva è ben diversa e oltre al grande anfiteatro il nostro occhio è attratto da alcuni resti archeologici che a vederli così non dicono nulla, ma che invece acquistano un fascino tutto particolare nel momento in cui scopriamo cosa sono: si tratta del Ludus Magnus, la palestra dei gladiatori, con tanto di arena ellittica (se ne vede metà) nella quale i gladiatori si esercitavano prima degli spettacoli. Avete presente dove Russel Crowe/Massimo Decimo Meridio si allena con i suoi compagni? Ecco. Esiste tuttora il corridoio sotterraneo che conduceva dalla palestra all’anfiteatro. E soprattutto si può visitare e percorrere anche oggi (con una visita guidata): credo che sia un’esperienza incredibile poter percorrere gli stessi metri che separavano i gladiatori dall’arena: cosa avranno provato? Paura per l’incontro? Paura di essere sconfitti e quindi paura di morire? Avranno pregato gli dei? Saranno stati tronfi e sicuri di sé? Pieni di adrenalina, forse? Tanti, tantissimi gladiatori sono passati da quel corridoio che oggi si può calcare con molta più leggerezza. E anche questa visita me la serbo per una prossima passeggiata romana.

Le domus di Palazzo Valentini

Erano anni che volevo visitarle. Poi finalmente l’occasione, un posto libero nel gruppo di visita e via, mi sono letteralmente immersa nell’antico.

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Le domus di Palazzo Valentini si trovano nel cuore del centro storico di Roma. Nel cuore e nel sottosuolo. Sì, perché siamo abituati a vedere a Roma tutte le evidenze archeologiche en plein air (il Foro Romano e i Fori Imperiali, il Palatino, il Colosseo, i templi di Largo Argentina); invece altre testimonianze del passato più antico dell’Urbe sono nascoste, sotto le fondazioni dei palazzi rinascimentali, come nel caso di Palazzo Valentini, l’attuale palazzo della Provincia.

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree)

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree). Credits: romasotterranea.it

Siamo nell’isolato compreso tra la fine di Via Nazionale, nel suo ultimo tratto prima di Piazza Venezia, Piazza Venezia stessa, e davanti, il Foro di Traiano con l’altissima Colonna Traiana, eretta lì nel 113 d.C. (da 1900 anni!) a celebrare la conquista della terra dei Daci, l’attuale Romania.

È proprio davanti alla Colonna che si trova l’ingresso delle domus di Palazzo Valentini. Da qui inizia un viaggio reale e virtuale a ritroso nel tempo. Reale, perché effettivamente attraversiamo gli ambienti che un tempo costituivano una ricca casa romana di IV secolo d.C. nel cuore di Roma; virtuale perché animazioni, ricostruzioni, luci suggestive e suoni d’ambientazione ci riportano indietro di secoli, fino al IV secolo d.C., appunto.

Il percorso delle domus di Palazzo Valentini è noto ai più perché il percorso guidato è accompagnato dalla notissima e rassicurante voce di Piero Angela. Come non fidarci di lui? Lo seguiremmo anche ad occhi chiusi! E infatti il percorso è per larga parte al buio, illuminato nei punti di volta in volta segnalati da Piero Angela che fa notare i particolari più interessanti, i dettagli costruttivi, il lavoro degli archeologi, come ad esempio la necessità di individuare ogni strato e di documentarlo ai fini di una più completa ricostruzione storica, e soprattutto, racconta e restituisce il contesto: ovvero dice cos’erano quelle stanze delle quali vediamo pavimenti in parte sfondati, in parte mirabilmente conservati.

pavimento in marmo intarsiato policromo

pavimento in marmo intarsiato policromo. Credits: corriereromano.it

La visita prende avvio dalle terme: terme private, ma pur sempre molto grandi, con tanto di vasca per l’acqua fredda, per l’acqua tiepida e per l’acqua calda, più una grande piscina ancora conservata. Si vedono molto bene i tubuli, ovvero il sistema di tubature di terracotta attraverso le quali passava l’aria calda per riscaldare le pareti, e il prefurnio, dove bruciava la legna, alimentato dagli schiavi che riscaldavano così l’acqua e gli ambienti per i loro ricchi e viziati signori.

La visita prosegue poi negli altri ambienti della domus, che era davvero molto grande: si fa fatica a chiamarla casa, era piuttosto un villone nel cuore del centro di Roma! I proprietari appartenevano senz’altro alla Roma bene, e se anche non abbiamo testimonianze di oggetti di lusso, tuttavia, basta guardarsi intorno per capire qualcosa del loro status sociale: pavimenti in marmi policromi intarsiati, ovvero in lastre di marmo colorato, rosa, giallo, verde, bianco, sistemati a disegnare geometrie bellissime i cui colori sono ancora vividi nonostante i segni del tempo e i secoli di obliterazione nelle cantine di Palazzo Valentini. Sono due le domus, e se una ha i pavimenti in marmo, l’altra non è da meno, perché ha i pavimenti in mosaico. Nel Cinquecento, le fondazioni del palazzo spaccarono a metà proprio uno dei mosaici, ma se ne intuisce ugualmente la bellezza.

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana...

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana…

Non vi sto a raccontare tutta la visita nel dettaglio: Piero Angela lo fa meglio di me. Ma vi lascio con qualche altra notizia e uno spoiler (eh sì, mi tocca spoilerare!): un video di spiegazione sulla colonna traiana, necessario per leggere, almeno dal basso, tutta la storia narrata nei rilievi; una storia di conquista, quella che i Romani fecero ai danni dei Daci, popolo che abitava l’attuale Romania. I vincitori sono sempre trattati col rispetto che si ha per gli sconfitti valorosi.

Quindi il tempio del Divo Traiano, che rimaneva alle spalle della colonna traiana, esattamente sotto i nostri piedi!, del quale si conservano poche importanti tracce: due parti di colonna in granito crollata (intera doveva essere alta 15 m!) e parte del podio del tempio scomparso.

Infine, dopo aver visto la colonna in video, e dopo averne capito la posizione e la funzione in rapporto all’intero Foro di Traiano, la possiamo vedere dal vero: da un punto di vista inedito, dal basso, attraverso una cancellata che immetterebbe, se aperta, direttamente nel Foro di Traiano, in cui la colonna si trova. Una meraviglia vederla al chiaro di luna, nella tersa notte romana.

San Paolo fuori le mura: la gloria e il fasto dei papi

La facciata di San Paolo fuori le mura e la statua di San Paolo

La facciata di San Paolo fuori le mura e la statua di San Paolo

Paolo di Tarso, dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco, come narrano gli Atti degli Apostoli, divenne uno dei più forti, carismatici e ingombranti apostoli della religione cristiana delle origini. Siamo nel I secolo d.C. e Paolo, cittadino romano che inizialmente aveva perseguitato i primi Cristiani, salvo poi convertirsi alla loro religione e anzi dando ad essa una dimensione più globale, dando l’impulso perché essa si espandesse oltre i confini della Galilea e della Giudea per raggiungere tutto il mondo conosciuto, ritenuto colpevole proprio di essere seguace e promotore della nuova religione, viene ucciso, decapitato, fuori delle mura di Roma. San Paolo, martire cristiano, viene seppellito in una necropoli fuori dall’antica città, lungo la strada verso Ostia, e la sua tomba presto diviene un luogo di culto, dapprima clandestino, poi, quando i tempi sono maturi, riconosciuto come tale. Bisogna attendere il 313 d.C. perché la religione cristiana divenga religione di Stato dell’Impero Romano, sotto l’Imperatore Costantino, ed è proprio durante il suo regno che il luogo di culto formatosi sulla tomba lascia il posto ad una piccola basilica, detta basilica costantiniana proprio per l’epoca e per l’imperatore che ne decretò l’erezione. Ma è sotto il regno degli Imperatori Teodosio e Onorio che la basilica diviene davvero monumentale. Nelle forme del 390 d.C. (età di Teodosio) e poi negli ampliamenti dell’VIII secolo, la chiesa sopravvive fino al 1823, quando un rovinoso incendio la distrugge. Le forme assolutamente monumentali con cui oggi la conosciamo, che ne fanno la basilica papale più grande dopo San Pietro, sono quelle della ricostruzione post 1823: il grande quadriportico davanti alla facciata, per esempio, risale a metà ‘800, ed è un trionfo di marmi e di colonne che creano la quinta scenografica ideale per la facciata di questa chiesa, sulla quale risalta il grande mosaico dorato con gli evangelisti, l’Agnus Dei e Cristo benedicente tra i santi Pietro e Paolo. Nel mezzo del chiostro che si viene a creare davanti alla facciata, un’imponente statua di San Paolo raffigurato come difensore (armato di spada) della fede cattura l’attenzione ed è il centro della scena.

Il mosaico dell'abside di San Paolo fuori le mura

Il mosaico dell’abside di San Paolo fuori le mura

All’interno, la basilica colpisce per i grandi spazi, per l’immensità della navata centrale e per il soffitto cassettonato in oro. Ma un’altra cosa cattura la nostra attenzione, lungo le pareti delle navate laterali: i tondi dei papi, medaglioni che ritraggono ogni singolo papa che è stato elevato al soglio pontificio, da San Pietro a Papa Francesco. A separare lo spazio dei fedeli dallo spazio del culto è il cosiddetto arco di Galla Placidia, totalmente decorato in mosaico a fondo dorato, in cui è rappresentato il Cristo Pantocratore e 24 figure di santi che lo pregano.

La navata centrale, con l'arco di Galla Placidia, il ciborio, e l'abside sullo sfondo

La navata centrale, con l’arco di Galla Placidia, il ciborio, e l’abside sullo sfondo

Al di sotto si trova il cuore della basilica, ciò da cui tutto ebbe inizio. Ed è segnalato da un elegante ciborio. La tomba di San Paolo sta proprio qui sotto, all’interno di un sarcofago che da sempre è oggetto di culto. Una teca immediatamente al di sopra espone le catene che, leggenda vuole, strinsero i polsi del santo nei giorni della prigionia prima dell’esecuzione, mentre a lato si trova una lampada che deve stare sempre accesa, alimentata di continuo dai monaci dell’annessa abbazia benedettina. Sì, perché dall’VIII secolo d.C. in avanti alla chiesa fu affiancato un monastero, esistente ancora oggi. Questo spazio, che rimane ad un livello più basso rispetto al piano del pavimento della navata, è chiamato Confessione, ed è un elemento che anche le altre basiliche papali di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore) hanno.

Il candelabro pasquale di san Paolo

Il candelabro pasquale di san Paolo

Accanto al ciborio una piccola colonna istoriata fa bella mostra di sé: non si direbbe, eppure è un candelabro in marmo, il candelabro pasquale di San Paolo,realizzato nel XII-XIII secolo e totalmente decorato con scene della Passione di Cristo e ispirate all’Apocalisse di San Giovanni Apostolo, oltre che con animali fantastici e decorazioni vegetali usate come riempitivi.

L’abside è decorato da un grande mosaico a fondo dorato, con Cristo nel mezzo affiancato da San Pietro, sant’Andrea, San Paolo e san Luca, in un prato fiorito che ricorda il giardino dell’Eden.

Fin qui la basilica. Ma l’esplorazione di San Paolo fuori le mura non finisce qui. Adiacente alla chiesa, infatti sorge il monastero benedettino, del quale è visitabile l’elegante chiostro, un luogo di pace e di bellezza che ha un certo non so che di esotico (a me ha ricordato, seppur in piccolo, il duomo di Monreale, per le sue colonnine tutte decorate una diversa dall’altra), e il cui porticato è arricchito da iscrizioni, sarcofagi, rilievi di età romana provenienti dalla necropoli pagana che qui sorgeva in età romana imperiale. Per visitare il chiostro, e l’area archeologica all’esterno della basilica, è previsto un biglietto di 4 €. Gli scavi raccontano l’area immediatamente adiacente alla basilica nel suo sviluppo dalla formazione del luogo di culto in avanti. Dapprima si installò infatti una comunità monastica, poi si installò addirittura un centro abitato, quando ormai l’impero romano era solo un ricordo lontano e l’area rischiava le inondazioni del Tevere che scorre poco distante nel suo ultimo tratto verso il mare.

Il chiostro di San Paolo fuori le mura

Il chiostro di San Paolo fuori le mura

Davanti a San Paolo fuori le mura, o meglio, sul suo fianco, si apre un ampio parco dove gli studenti universitari spesso fanno picnic e prendono il sole nella pausa tra una lezione e l’altra. É un’area di sosta piacevole che guarda all’entrata laterale, sul transetto, della basilica. Ve lo dico perché potreste pensare che quella sia la facciata, viste le sue grandi proporzioni. E invece no, la facciata, come vi dicevo più su, è più imponente ancora, e racchiusa da un quadriportico.

Vi sembra una facciata monumentale, vero? Eppure questo è solo l'ingresso dal lato del transetto!

Vi sembra una facciata monumentale, vero? Eppure questo è solo l’ingresso dal lato del transetto!

E con questo post vi auguro definitivamente buona Pasqua! 🙂

Le Terme (di Diocleziano) che non ti aspetti

Se il film di Sorrentino non avesse vinto l’oscar, avrei intitolato tranquillamente questo post “La grande bellezza nascosta dietro le Terme di Diocleziano“, ma visto l’abuso che ultimamente si fa di questa espressione ho preferito soprassedere. Di fatto, la grande bellezza di cui parlo è nascosta, ignota ai più, ignota a coloro che, a Roma, si spingono ad entrare a visitare il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano, proprio di fronte alla stazione Termini (e quindi in assoluto la prima cosa da fare e da vedere quando si arriva in città).

Terme di Diocleziano

Terme di Diocleziano

Uno pensa di entrare in un museo come tanti (le guide vi diranno che è innanzitutto un museo dedicato alla statuaria e all’epigrafia, con una sezione sul Lazio preromano) e poi, già all’ingresso si accorge che c’è qualcosa di strano, e di molto bello: un parco, giardino, con un pergolato ottenuto da piccole colonnine di reimpiego, tra aiuole abitate da lapidi, iscrizioni, are, cornici monumentali, da decorazioni architettoniche e capitelli, tutti segnacoli di un tempo che fu che in questo contesto contribuiscono a rendere gradevole e romantico, suggestivo, lo spazio. Lo spazio è aperto al pubblico, non è sottoposto ad alcun biglietto, per cui chiunque può decidere di trovar ristoro qui senza essere necessariamente costretto a visitare il museo. La biglietteria del Museo Nazionale Romano, infatti, è all’interno del Palazzo. Intorno, si sviluppano le poderose, monumentali, impressionanti architetture delle Terme di Diocleziano, le terme imperiali più grandi e lussuose di tutti i tempi! Costruite tra il 298 e il 306 d.C., avevano un’estensione di oltre 13 ettari e potevano accogliere fino a 3000 persone contemporaneamente, in un percorso che si snodava tra palestre, biblioteche, una piscina di oltre 3500 metri quadrati e gli ambienti che costituivano il cuore di ogni impianto termale, il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Il percorso museale non consente di seguire il percorso delle antiche terme, anche perché esse erano immense, come vi dicevo: per capirci, la stessa Piazza dei Cinquecento che ora voi circumnavigate, con la sua bella fontana centrale, per raggiungere via Nazionale e scendere verso il centro città, faceva parte del complesso termale. Fate un po’ voi…

Michelangelo ebbe la responsabilità di trasformare le antiche rovine delle Terme in un edificio che rendesse gloria a Dio: realizzò così la chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e, immediatamente alle sue spalle, il convento dei Certosini.

Ora, se Santa Maria degli Angeli e dei Martiri è nota a molti (non foss’altro perché qui si svolgono i funerali di stato) per la celebre meridiana che ne attraversa il transetto, non altrettanto celebre è la Certosa retrostante. Un piccolo gioiello che solo chi osa visitare il Museo delle Terme di Diocleziano può scoprire.

Il Cortile Michelangiolesco

Il Cortile Michelangiolesco

Immaginate di trovarvi in un caldo pomeriggio di fine inverno. Immaginate di vagare per le sale del museo e per i suoi corridoi popolati da iscrizioni, da statue e da busti di togati, di imperatori e di dee, e di trovarvi davanti ad una porta a vetri che dà sull’esterno. Dovete varcarla ovviamente, e davanti ai vostri occhi si presenta lo spettacolo che non osavate immaginare.

diocleziano3Perché se nessuno ve lo dice, se nessuno vi informa prima, voi non lo sapete, non potete sapere che all’interno delle Terme di Diocleziano Michelangelo realizzò, per il convento dei Certosini, un chiostro elegantissimo, con un giardino ad aiuole regolari che convergono verso una fontana centrale, arredate, sempre, da decorazioni architettoniche, cornici decorate, capitelli, sarcofagi e quant’altro, tutto sistemato con un gusto non archeologico o antiquario, ma puramente estetico. La bellezza, nient’altro che la bellezza. I portici del chiostro sono popolati da una serie ininterrotta di statue di divinità, di sarcofagi, di capitelli, di decorazioni architettoniche che aggiungono eleganza ad eleganza e che sono parte integrante del percorso museale. Io, non so voi, ma personalmente passerei qui pomeriggi interi, immersa tra statue e capitelli, a godermi la luce del sole, ad osservare gatti sornioni che dormicchiano su comodi capitelli o simpatiche chioccioline che si insinuano tra i dettagli delle decorazioni architettoniche… perché la poesia, e la bellezza, è fatta di piccole cose. E la calma è la migliore compagnia per godersi la bellezza.

diocleziano2La bellezza è alimentata dalla sorpresa, dalla capacità di stupirsi, senza dubbio. Perché non te l’aspetti che dietro l’angolo ti possa spuntare un piccolo angolo di paradiso! Sarà una sensazione puramente personale, ma io, passeggiando nel giardino e sotto il portico del chiostro, mi sono sentita pervasa di bellezza: una bellezza che non è solo antica, perché ci ha messo mano Michelangelo, ma non è solo cinquecentesca, perché oggi noi percepiamo uno spazio in cui il tempo si è fermato, in cui antico e rinascimentale si fondono, il tutto in funzione del bello. E sarò romantica, sarò per forma mentis particolarmente attratta da questo genere di cose, ma io ho amato da subito questo posto. L’ho amato e lo amerò ancora e ancora, e non vedo l’ora di tornare a Roma per tornarvi, per viverlo veramente, come un luogo di ozio intellettuale come esso stesso prevede!

E poi, e poi, c’è un altro motivo per visitare le Terme di Diocleziano entro fine maggio: la mostra “Rodin, il marmo, la vita“: io ve lo dico, è da non perdere! Ma ve ne parlerò in un’altra occasione… 😉

Che ci fa un elefante a Roma?

Eh sì, avete capito proprio bene: un elefante a Roma. Può capitare di incontrarlo, in effetti, se si decide di passeggiare per quella dedalo di strade e stradine che è il centro, senza sapere dove si finirà, solo con la consapevolezza che sicuramente, prima o poi, troveremo qualche punto di riferimento col quale raccapezzarci.

L'Obelisco della Minerva, uno dei 13 obelischi di Roma, è sorretto da un elefantino nel disegno di G.L. Bernini

L’Obelisco della Minerva, uno dei 13 obelischi di Roma, è sorretto da un elefantino nel disegno di G.L. Bernini

Così, in una delle mie peregrinazioni romane, un bel giorno mi sono imbattuta nella piazza di una chiesa, nel bel mezzo della quale si innalza un piccolo obelisco sostenuto da un irriverente elefantino in marmo.  La chiesa è Santa Maria sopra Minerva e si trova immediatamente alle spalle del Pantheon. Non chiedetemi come ci sono arrivata.

Guardo la piazza, osservo incuriosita l’elefante, entro in chiesa, mi documento. Scopro così che questo insolito monumento ha una storia molto strana. Perché sì, di obelischi a Roma non ne mancano, così come di statue esotiche, ma un elefante che sostiene un obelisco ancora non l’avevo visto!
Scopro così che l’obelisco fu sistemato sulle spalle dell’elefante da niente meno che Gian Lorenzo Bernini, il quale pare che fece realizzare nel 1667 la scultura da un suo allievo, Ercole Ferrata, e lo sistemò in modo da rivolgere… sì… insomma… il sederone all’indirizzo dei Frati Dominicani che vivevano nel convento sul lato della piazza, e con i quali evidentemente il Bernini non doveva aver avuto buoni rapporti. Oltre a mostrare ai frati il lato B, la proboscide dell’elefantino sembra che stia facendo una beffarda pernacchia: e in effetti a guardarlo il nostro simpatico e marmoreo amico ha molto poco del grande e fiero animale selvaggio mentre ha piuttosto l’aspetto di una caricatura. Chissà perché Bernini ce l’aveva tanto con questi frati: forse ha a che fare col fatto che è proprio in quel convento che poco più di 30 anni prima Galileo Galilei fu costretto ad abiurare le sue tesi?

La chiesa di Santa Maria sopra Minerva, legata al Convento dei Dominicani, ha la facciata molto particolare: quadrata, in stile rinascimentale, mentre l’interno è gotico. Al suo interno ospita le spoglie di Santa Caterina da Siena e del Beato Angelico. La piazza in sé non è grande e rimane nascosta alla vista anche di chi gira intorno al Pantheon, del quale da qui appena si intravvede il retro. Rimane perciò appena fuori dai consueti percorsi più turistici, che collegano via Vittorio Emanuele con Piazza Navona, quindi con la chiesa di San Luigi dei Francesi, il Parlamento e Montecitorio oppure il Pantheon e Via del Corso. Ma la storia che custodisce è importante e anche, in qualche modo, divertente. E del resto siamo a Roma: cosa possiamo aspettarci se non che ogni via, piazza, monumento, abbia una storia da raccontare?

elefante bernini

Perdersi a Roma: via del Pellegrino

Uno pensa a Roma e immagina i Fori, il Colosseo, San Pietro, Piazza Navona, il Pantheon e la fontana di Trevi. In genere un primo approccio all’Urbe non può fare a meno di toccare queste tappe fondamentali. Ma una visita approfondita, o concentrarsi su un quartiere ristretto, può rivelare delle chicche che renderanno il viaggio o il proprio itinerario qualcosa di unico e indimenticabile.

Uno dei paesaggi urbani più belli del mondo: i tetti di Roma con San Pietro sullo sfondo

Uno dei paesaggi urbani più belli del mondo: i tetti di Roma con San Pietro sullo sfondo

Roma non è solo vie eleganti dello shopping di gran classe e aree archeologiche esagerate, non è solo musei e chiese. Allontanandosi di poco dai percorsi prestabiliti, infilandosi nelle viuzze strette in cui si articola il centro storico – che è a dir poco enorme – si svelano scorci incredibili di un’intimità che si farebbe fatica a credere. Non solo, ma si trovano qui botteghine molto particolari, dall’abbigliamento alternativo all’artigianato radical chic, ai ristorantini un po’ meno turistici di quelli segnati sulle guide. Trastevere è il quartiere più noto in questo senso: già solo passeggiando in via della Lungaretta è un piacere deviare ogni tanto per inseguire questa o quell’altra vetrina… anche la dedalo di viuzze che conduce a Piazza Navona è una piacevole passeggiata, naturalmente se non la si percorre con la paura di perdersi! Ma uno dei luoghi più affascinanti di questa Roma seminascosta è la zona che gravita intorno a Campo dei Fiori.

Una composizione di zucche davanti ad un banco di verdura in Campo dei Fiori

Una composizione di zucche davanti ad un banco di verdura in Campo dei Fiori

Il celebre mercato di Campo dei Fiori è in realtà ormai piuttosto turistico: e se non lo sono i banchi che vendono frutta e verdura, lo sono senz’altro i ristorantini che si affacciano sulla piazza; ma per sfuggire all’assalto dei ristoratori in triplice lingua, basta infilarsi in via dei Balestrari per trovare un’osteria senza troppe pretese, accogliente e rustica, in cui si può stare tranquilli per il tempo del pranzo.

Le viuzze, più strette, più larghe, che gravitano su Campo dei Fiori sono ricche di negozietti e botteghine: i negozi di abbigliamento qui non appartengono alle ormai solite catene in franchising e mostrano nelle loro vetrine qualcosa di diverso rispetto a quello che le solite catene di abbigliamento vogliono che noi indossiamo. Si respira aria di paese, qui. Non sembra di essere nella capitale; eppure, in fondo ad una viuzza che si diparte da Campo dei Fiori spicca l’imponente architettura di Palazzo Farnese, palazzo rinascimentale oggi sede dell’Ambasciata di Francia.

Per completare il giro del quartierino che gravita su Campo dei Fiori merita inoltrarsi in via del Pellegrino: una viuzza stretta che costeggia il Palazzo della Cancelleria. Lì per lì non sembra niente di eccezionale, ma ad un certo punto ci si imbatte in una piccola bottega. L’insegna dice “Restauro Tappeti” e dentro un giovane ragazzo arabo sta effettivamente restaurando tappeti. Ma è immerso in perle, perle, perle e ancora perle di vetro. Vetro colorato, vetro verde, vetro opaco o trasparente, vetro assemblato in lampadari o in biglie sciolte, bicchieri e ampolline. Il posto sembra piccolo, ma un’apertura immette su una scala che scende in cantina. E qui la gazza che è in noi esce allo scoperto e si lascia stordire dalla quantità di vetri affastellati alle pareti, accatastati in casse per terra e pigiati in scaffali a muro. I colori creati dalle luci che illuminano la cantina sono inebrianti, e non solo per le donne che amano i gingilli sbrilluccicanti.

Queste bottiglie in vetro blu decorate con motivi arabeggianti sono solo alcuni dei meravigliosi oggetti venduti nella bottega di Via del Pellegrino

Queste bottiglie in vetro blu decorate con motivi arabeggianti sono solo alcuni dei meravigliosi oggetti venduti nella bottega di Via del Pellegrino

Qui c’è davvero di che rifarsi il servizio di bicchieri e di scodelle: la scelta è vastissima, i bicchieri da té alla menta tipicamente maghrebini sono bellissimi, verdi con le dorature damascate, le bottiglie sono elegantemente decorate senza essere esagerate, le ampolline sono oggetti senza tempo, che dall’antichità ad oggi non hanno cambiato forma né tecnica di esecuzione. Ma forse la meraviglia delle meraviglie la suscitano i lampadari, costituiti da tante perline e gocce di vetro di varia forma, colore e dimensione, che rifrangono in giro i loro riflessi iridescenti.

Lampadari in perline di vetro e bicchieri per il té alla menta nella cantina del vetro di Via del Pellegrino

Lampadari in perline di vetro e bicchieri per il té alla menta nella cantina del vetro di Via del Pellegrino

L’ambiente è polveroso e sa di antico: siamo nel centro storico di Roma, del resto, e le volte della cantina riflettono l’antichità dell’edificio, contribuendo a creare un clima assolutamente suggestivo e da sogno. A fatica si esce da qui.

Un’altra chicca che si incontra in via del Pellegrino è, pochi metri più avanti, la Libreria del Viaggiatore, al cui interno mi riservo prossimamente di fare un giro: una libreria tematica, dedicata a chi ama viaggiare e perdersi nei racconti di viaggio altrui. A suo modo una bottega di libri, come ne esistono sempre di meno, e non solo a Roma, un luogo che al solo vedere l’insegna mi fa viaggiare con la mente, mette le ali alla mia fantasia, fa fare le valigie alla mia voglia di partire per chissà dove. Un luogo prezioso, di cui personalmente, ora che l’ho scoperto, avverto il bisogno.

La Libreria del Viaggiatore in Via del Pellegrino, Roma

La Libreria del Viaggiatore in Via del Pellegrino, Roma

Più avanti ancora c’è il negozio Té e Teiere, che oltre a vendere té pregiati espone teiere di tutti i tipi, da quelle cinesi alle porcellane inglesi in un ambiente piccino e raccolto, ma in cui tutto è sistemato con cura e attenzione ai dettagli.

Via del Pellegrino è solo una delle tante vie di Roma in cui, se si ha la ventura di perdersi, se ne esce con una ricchezza di esperienze ed emozioni come solo la bellezza delle piccole cose può suscitare. Il viaggiatore, o turista, che a Roma ha i minuti contati, è bene che non venga qui: preso dalla frenesia del dover vedere quante più attrazioni “comandate” nel minor tempo possibile perderebbe solo tempo tra libri di viaggio e perline di vetro. Ma a tutti gli altri, a tutti coloro che hanno voglia e la possibilità di prendersi un po’ di tempo, rivolgo il mio invito a passare in via del Pellegrino e in tutte quelle viuzze che costituiscono il cuore pulsante di Roma e pure il più sconosciuto. Anzi, se conoscete altre vie di Roma capaci come via del Pellegrino di suscitare simili emozioni grazie alle loro botteghe, segnalatele qui: e la prossima volta che verrò a Roma sarò lieta di percorrerle con la vostra guida!