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Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

Il borgo di Morano Calabro visto dal castello

La montagna calabrese accoglie piccoli borghi che sono veri e propri gioielli di storia e di tradizione. Erroneamente ho detto montagna calabrese: il Pollino e la Sila sono due catene montuose ben distinte e con caratteristiche totalmente differenti: montagne alte e aguzze il Pollino, un grande altopiano la Sila.

Il Pollino si incontra tra la Basilicata e le porte della Calabria. Le sue cime superano i 2000 m; è sede di un parco nazionale. Le sue cime sono innevate per gran parte dell’anno; ospita tantissimi boschi mentre alle pendici pascolano greggi di mucche e pecore: l’attività pastorizia in queste terre è ancora molto praticata, tant’è che Campotenese, qui in zona, è rinomata per la sua produzione di mozzarelle.

Lungo l’autostrada che ridiscende la punta dello Stivale incontriamo, nel Massiccio del Pollino, l’uscita di Morano Calabro. È questo il primo borgo che andiamo a visitare.

Morano Calabro

Un borgo medievale abbarbicato alla sua altura, dominata da un castello. Morano Calabro ha da sempre vocazione di controllo del territorio lungo percorsi di valico battuti da sempre, fin dai tempi dei Romani e forse prima ancora. Il castello avrebbe addirittura origini romane, ma è in epoca normanno-sveva che assume una certa importanza, proprio per la sua posizione: il perché si capisce affacciandosi dal castello: il panorama corre a 360° sul territorio per km e km, lo sguardo spazia sulle montagne del Pollino e sulla vallata ai nostri piedi.

Il castello di Morano Calabro

Il castello si conserva in buona parte, anche se ne ha passate tante, come si suol dire: ampliato nel XIII secolo, il periodo angioino, poi ingrandito ancora tra il 1515 e il 1546 nel periodo aragonese, quando aveva pianta rettangolare e sei torri cilindriche; nel 1806 il castello fu bombardato dai Francesi, ma i maggiori danni li fecero i proprietari che nel corso dell’800 lo spoliarono in alcune parti.

Oggi il castello è stato recuperato, soprattutto da quando nel 2003 Morano è entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia, e ospita eventi e manifestazioni culturali. Parte del borgo è stata trasformata in albergo diffuso e museo naturalistico. Il museo in particolare, molto didattico, adatto alle scolaresche, racconta la fauna, la flora, la mineralogia, il territorio, con una sezione dedicata agli insetti e una dedicata agli uccelli. Nel borgo alcune case sono state riattate ad appartamenti arredati in stile. Tutto ciò è opera de Il Nibbio, che gestisce tutto, per favorire la conoscenza e la crescita di questa fetta di territorio montano calabrese.

San Giovanni in Fiore

L’Arco normanno a San Giovanni in Fiore

Se Morano Calabro è un centro che nella storia rivestì un ruolo politico e militare, tutt’altra vicenda è quella di San Giovanni in Fiore, la cui esistenza è invece intimamente legata alla Chiesa.

San Giovanni in Fiore sorge nel cuore della Sila, lungo la Superstrada che collega la Calabria da parte a parte, da Paola sul Tirreno a Crotone sullo Ionio. Si trova praticamente nel mezzo, e oggi è raggiungibile piuttosto agevolmente. Ma nel Medioevo queste terre erano impervie e pressoché disabitate. Proprio in queste terre, però, l’eremita e teologo Gioacchino da Fiore costituì un’abbazia, che crebbe in importanza tanto quanto il santo che lo costituì: Gioacchino da Fiore viene infatti ricordato da Dante nel Paradiso, perché grande era stata la sua rilevanza nella Chiesa medievale. La costituzione dell’Abbazia, che risale al 1215, è un modo per consentire il popolamento di queste terre. Infatti intorno ad essa sorge il borgo medievale, e San Giovanni in Fiore diventerà da qui in avanti l’abitato più grande e fiorente della Sila.

uno sguardo medievale

L’abbazia, romanica, è piuttosto spoglia. Soltanto l’altare maggiore, dorato e barocco, è una concessione alle decorazioni, così come i sedili del coro retrostante, scolpiti nel legno a profilo di grifone. Per il resto, invece, c’è solo nuda pietra intorno a noi, fin nella cripta sottostante. L’abbazia affaccia su una piccolissima piazzetta; la chiesa sembra piccola, ma in realtà il complesso abbaziale è piuttosto grande. Gli si può girare intorno e, sul retro, troviamo il museo della Sila, un museo etnografico che racconta l’artigianato, la vita di montagna, l’allevamento e le attività tradizionali delle gente di questa montagna calabrese. Nel resto del borgo invece si annidano gli artigiani: orafi, ceramisti, produttori di tappeti e di scialli.

Passeggiando per il borgo si incontra ancora qualche traccia viva del passato medievale: l’Arco Normanno e la piccola testa di pietra che è lì, fissa, da quasi mille anni, a controllare chiunque passi di qui. Uno sguardo che sembra vuoto. Ma invece è prepotentemente espressivo.

L’ingresso della chiesa romanica di San Giovanni in Fiore

 

Due borghi per due montagne, due storie totalmente differenti. Morano Calabro e San Giovanni in Fiore non hanno poi così tanti punti in comune: l’uno è un borgo che sorge intorno ad un castello; l’altro sorge intorno ad un monastero. Sono i due volti diversi del popolamento dell’età medievale. Morano si abbarbica alla sua montagna, San Giovanni in Fiore si dispone con grazia accanto al monastero su un pianoro per nulla scosceso. San Giovanni in Fiore fa parte dell’Itinerario dello Spirito, che attraversa la Sila sulle tracce dei santi: Gioacchino da Fiore, per l’appunto, e San Francesco di Paola, arrivando a lambire Cosenza.

Il bello dei borghi antichi è proprio questo: ognuno ha la sua particolarissima storia, il suo personalissimo bagaglio di racconti e di monumenti. È bello scoprirli, abbandonarsi alla curiosità. Impariamo così nuove storie e anche un piccolo paese, niente più che un puntino sulla mappa geografica, diventa un luogo magico capace di incantarci.

San Francesco di Paola, il santuario, la città, il culto

 

san francesco di paola

San Francesco di Paola ritratto in via San Francesco… a Paola

Nel XV secolo un uomo è destinato a partire dalla Calabria per cambiare le sorti dell’Europa. Quell’uomo è San Francesco di Paola. Umile religioso, riesce con il suo carisma a fondare un ordine monastico, quello dei Frati Minimi, e ad arrivare a stretto contatto del papa, divenendo un importante ambasciatore, potremmo dire, dello Stato della Chiesa in Europa. Le sue capacità diplomatiche oltre che evangelizzatrici lo portano fino alla corte di Francia, a Reims, dove diviene consigliere del re, e tale è la sua fama che che dopo morto il suo culto si diffonde in buona parte d’Europa, anche se in Francia e in Italia si trovano i maggiori luoghi di culto a lui dedicati.

Anche se è seppellito a Reims, dove morì (le sue spoglie in realtà furono in realtà distrutte), alcune reliquie si trovano oggi nel principale dei suoi conventi, quello che egli fondò fin da subito, a Paola.

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

Siamo sulla costa tirrenica della Calabria. Il centro storico di Paola si abbarbica alla sua altura, preferendo una posizione di visibilità sul mare piuttosto che esporsi ai pericoli che dal mare giungevano un tempo. Un paese in salita, con ripide e strette stradine chiuse da alti edifici oggi in parte decadenti. Chiese e case, oggi in parte abbandonate, qualcuna fatiscente, regalano scorci straordinariamente poetici e costanti riferimenti al santo.

Il Convento di San Francesco di Paola si trova a sua volta lontano dal borgo, ancora più nell’interno, lungo un corso d’acqua dal quale si diparte un piccolo acquedotto che sovrasta il cosiddetto Ponte del diavolo, presso il quale si narra che San Francesco fu assalito, ma superò, una “focosa” tentazione. Lì accanto c’è anche la piccola grotta dove il giovane San Francesco condusse i primi periodi di eremitaggio, trascorrendo le sue giornate ritirato in preghiera, prima di decidere di fondare un ordine religioso.

convento di San Francesco a Paola

Il convento di San Francesco a Paola

Il grande spiazzo sul quale affaccia il convento costeggia proprio questo fiume. Da un lato e dall’altro si trovano gli edifici destinati ai religiosi, mentre in fondo si staglia la facciata del primitivo convento, nel quale si trova anche la chiesa, il chiostro e i sotterranei nei quali il santo pregava. Il tutto è abbastanza sobrio e raccolto. I sotterranei sono lugubri e angusti spazi, scavati nella roccia, umidi e opprimenti: il luogo ideale nel quale raccogliersi in preghiera e chiedere espiazione dei peccati a Dio. Ricordiamo che siamo nel Quattrocento, e che Francesco di Paola aveva molto a cuore gli insegnamenti di umiltà e povertà di un altro Francesco, il Santo di Assisi.

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

Nelle lunette del porticato intorno al chiostro sono affrescate scene di vita del santo paolano, i suoi miracoli, la sua capacità di dare fuoco e scaldare semplicemente con le mani; nella chiesa una cappella laterale ospita poche reliquie e gli indumenti di San Francesco. Al di fuori del complesso, la grande chiesa realizzata nel 2000 è una grande aula moderna, illuminata da vetrate colorate e sembra più un auditorium che un edificio sacro. Su un lato si trovano due testimonianze di miracolo, di ieri e di oggi: una fonte che, si narra, San Francesco fece sgorgare dalle rocce (ma proprio lì nei pressi passa l’acquedotto) e una bomba della Seconda Guerra Mondiale che, sganciata sul convento, non esplose: un intervento divino del santo degno dei Monuments Men. Nonostante i grandi spazi del Convento, che richiama ogni anno pellegrini da ogni parte d’Italia e non solo (San Francesco di Paola è patrono dei naviganti), l’insieme risulta piuttosto intimo, dimesso, meditativo, come ci si aspetta che sia la vita di un frate.

L'interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

L’interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

Ben diversa è la sensazione che procura la vista della Chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila, vicino a Cosenza, alle pendici della Sila; Ci spostiamo a un centinaio di km di distanza, nell’interno, in una terra che ha ben altre caratteristiche, costellata da tanti piccoli borghi che sorgono a corona intorno all’altipiano della Sila. Quello di Spezzano è uno dei conventi fondati dal santo quando ancora era in vita: una chiesa magnifica, barocca, dagli interni dorati, stuccati, esageratamente decorati. Nulla resta della pacatezza e della sobrietà che sicuramente doveva contraddistinguere il convento alle origini. Qui evidentemente in epoca successiva sono stati fatti lavori di abbellimento e arricchimento notevoli. Passare nella navata sotto lo sguardo spalancato dei puttini di gesso fa l’effetto di sentirsi osservati! Il soffitto in legno dorato e dipinto con una rappresentazione del Santo tra i santi contribuisce al senso di grandiosità dell’insieme; le controporte in legno, blu con inserti dipinti sono un altro gioiello di questa chiesa. Sarà che vi sono entrata durante un matrimonio mentre il coro cantava, ma la mia prima impressione è stata di commozione. Nonostante io non sia una patita del barocco, ho trovato l’insieme bellissimo.

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Un altro convento si trova alle pendici della Sila: è il convento di San Francesco di Paola a Pedace. Il convento è del Seicento, quindi realizzato quando ormai il santo era morto da almeno un secolo, ma occupa un più antico edificio religioso costruito su una roccia a picco sulla stretta gola sottostante. Sembra più una fortezza che un convento, con le sue pareti di pietra spessa. Qui davvero è stata presa alla lettera la parabola del vangelo dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia…  Trovarsi il convento sopra la testa mentre si percorre la strada che conduce a Pietrafitta fa particolarmente impressione.

Il culto di San Francesco di Paola fin da subito ha trovato terreno fertile in Calabria, dove si è diffuso da subito. Il santo stesso fondò quattro monasteri: oltre a quelli di Paola e di Spezzano ne fondò uno a Paterno e uno a Corigliano Calabro. Questi centri furono propulsori del culto in tutta la regione. Questi di cui vi parlo qui sono solo alcuni dei suoi luoghi. Oltre all’aspetto religioso, per cui sono meta di pellegrinaggio e di turismo religioso, sono piccoli gioielli artistici ricchi di storia, di tradizione, di capolavori d’arte.

 

Diamante risplende la sera

Un murales su una casa di Diamante

Un murales su una casa di Diamante

È piacevole passeggiare per Diamante, la sera. Questa bella cittadina sulla costa tirrenica della Calabria è un piccolo gioiello (mi si perdoni il gioco di parole) ed ha una caratteristica che la rende unica nel suo genere.

Perchè diciamocelo: i paesini di mare si somigliano un po’ tutti; con il lungomare, la spiaggia, il porticciolo dei pescatori, una volta economia prevalente, oggi decisamente minoritaria quando addirittura non ridotta a semplice attrattiva turistica, poi le viuzze del centro, che in Calabria si chiamano vinelle, in Liguria carrugi e nel reso d’Italia semplicemente vicoli, che regalano scorci sul mare deni del miglior paesaggista e che oggettivamente non stancano mai. Ci sono poi le piazzette, che si aprono qua e là, ci sono i ristorantini, i bar, i negozi di souvenir, di artigianato e di prodotti tipici, come il peperoncino, per esempio.

La costa, il mare, un fico d'India e un richiamo al passato più antico della regione. In questo murales c'è tutta la costa calabrese

La costa, il mare, un fico d’India e un richiamo al passato più antico della regione. In questo murales c’è tutta la costa calabrese

E poi c’è quel dettaglio che rende Diamante diversa da tutte le altre cittadine di mare: Diamante è la città che ha affidato i propri muri all’estro di artisti e pittori. Le pareti delle case di Diamante sono animate da murales, tanti murales. Ogni pittore ha scelto il suo muro, e questo muro è divenuto la tela su cui rappresentare ciò che l’ispirazione ha suggerito. E l’ispirazione spesso viene dal territorio, dal mare, oppure dalla storia, o da temi sociali tanto attuali quanto atavici. Diamante diventa così un libro bellissimo di illustrazioni. I suoi muri ci parlano, si raccontano, narrano storie di uomini e di eroi, di terra, di mare e di cielo. Storie di speranza e di quotidianità, storie di presente e di passato, e anche di speranza nel futuro.

Mediterraneo, un murales che parla di migrazioni e di naufragi di ieri e di oggi.

Mediterraneo, un murales che parla di migrazioni e di naufragi di ieri e di oggi.

Diamante è piena di vitalità. Le sue serate sono luminose, il lungomare è percorso di gente che tra un gelato e una passeggiata, va curiosando tra i negozi di souvenir e le gioiellerie che vendono pendenti e bracciali in corallo. E se nella piazzetta il bar strizza l’occhio alla clientela più alla moda, e il negozio di souvenir attira gli occhi dei turisti e dei bambini, nella viuzza accanto puoi vedere nel panificio le forme di pane sistemate a lievitare: saranno vendute nell’attiguo forno, dal quale si sprigiona un profumo fragrante che ti guida a occhi chiusi. O ancora, nella bottega del calzolaio puoi ammirare le scarpe fatte su misura, e puoi addirittura commissionarle al momento: mestieri che ormai si incontrano difficilmente, e che si mescolano con nonchalance alla movida diamantina.

Intanto, qua e là, dipinto su un muro, un pescatore è intento a sistemare le reti, un altro è impegnato nella pesca di un tonno, una madre sta cullando il figliolo e un gruppo di anziani è seduto fuori dalla porta di casa, come ancora succede in molti paesi qui nel Sud Italia.

Tipica scena da paese del Meridione: la gente seduta in strada fuori dalla porta di casa

Tipica scena da paese del Meridione: la gente seduta in strada fuori dalla porta di casa

 

** La magia di Diamante è grande. Trovate altre suggestioni e altre mie immagini di questo splendido borgo sul mio profilo instagram @maraina81 e sulla pagina fb del blog Maraina in viaggio. Anzi, se vi è piaciuto questo post, perché non aggiungete il vostro like alla pagina?

La fortezza sul mare: Le Castella

Mamma li Turchi!” doveva essere il grido ricorrente sulla costa ionica calabrese nel XVI secolo, quando le navi turche infestavano i mari e assaltavano le coste, distruggendo e derubando, seminando il panico tra gli abitanti di quelle terre, che rischiavano anche di essere rapiti e fatti schiavi.
Lungo la costa, a difesa della popolazione, ma soprattutto delle terre e dei possedimenti, furono costruite torri di avvistamento. In alcuni casi delle semplici torrette, in altri casi delle vere e proprie fortezze, dei castelli. Le Castella, vicino a Isola di Capo Rizzuto, poco più a Sud di Crotone, è un vero e proprio castello le cui alte mura, i cui possenti bastioni rendono davvero l’idea della fortezza inespugnabile.

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Le Castella

Le Castella sorge a difesa di una bella baia battuta dal vento. Sull’estrema propaggine di uno stretto tratto di scogliera, questo maestoso complesso si erge come baluardo contro i nemici che vengono dal mare.

La storia del luogo è ben più antica della fortezza, perché affonda le radici ancora in età magnogreca, epoca alla quale risalgono i resti più antichi in muratura a blocchi, che già ci raccontano dell’importanza strategica di questo avamposto sul mare, nella difesa del territorio. D’altronde la magnogreca Kroton non è lontana e anche all’epoca il territorio andava salvaguardato dagli attacchi che venivano dal mare. Quello che vediamo oggi è però il Castello Aragonese, del XVI secolo, anche se la fortezza esisteva già sotto il Regno di Napoli retto dagli Angioini dal XIII secolo. Dal XVI secolo le invasioni da parte dei Turchi Ottomani divennero l’incubo ricorrente di questa terra. Un giovane di Le Castella, Giovanni Dionigi Galeni fu addirittura rapito dai Turchi quand’era ragazzino. Divenuto adulto, fece carriera come ammiraglio della flotta turca e usò tutta la sua influenza per preservare dalle invasioni ottomane il suo borgo natìo. Per questo oggi sulla piazzetta di Le Castella, antistante la discesa che porta alla fortezza, si trova il busto di costui, il cui nome turco divenne Uluç Ali Paşa.

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La fortezza è maestosa e imponente. Visitarla, entrare nelle sue sale spoglie, nelle cui pareti si aprono feritoie rivolte verso il mare, salire sui cammini di ronda e sulle terrazze, affacciandosi dalle mura merlate, prendere schiaffi dal vento che soffia forte su questo tratto di costa, scrutare laggiù verso il mare, fino all’orizzonte, fa intravvedere appena quello che dovevano vivere quotidianamente le guardie a difesa di questo baluardo. Tutto il complesso consiste in una grane torre cilindrica, il maschio, risalente ad età angioina, percorribile all’interno attraverso una ripida scala a chiocciola che immette ai 3 piani successivi più terrazza sommitale; ad essa furono aggiunti dei bastioni quadrangolari che contribuirono ad accrescere l’aspetto della fortezza insespugnabile. Alcune parti dell’edificio oggi sono crollate, come la cappella, ma rimane ben evidente il perimetro esterno delle mura, con le sue torri merlate e l’aspetto asimmetrico, anche se appare evidente che tutto ruota intorno al maschio cilindrico.

un fico si fa spazio tra le pietre delle merlature

un fico si fa spazio tra le pietre delle merlature

La vista, stando al di sopra delle mura, è sublime, proiettata sul mare increspato dal vento. Qua e là proprio il vento deve aver portato qualche seme che ha trovato spazio tra le pietre degli spessi muri. E’ così che, ad esempio, nasce una pianta di fico sulle merlature. Non avrà vita facile, ma l’immagine è al tempo stesso inconsueta e poetica, e tanto, tanto mediterranea.
La fortezza è interamente visitabile; un video in una stanzina buia racconta il sistema del parco dell’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, del quale fa parte anche Le Castella; è possibile passeggiare anche al di fuori della fortezza, al di sotto delle sue possenti mura. Quando poi scende la sera, e tutto si colora di arancio per il tramonto, allora passeggiare qui sugli scogli, con lo sciabordìo delle onde in sottofondo ha un che di magico. Anche il vento si quieta per un momento, mentre un papà e un figliolo in controluce giocano a scagliare i sassolini in mare.

I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

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Lago Arvo. Panoramica

Se a qualche abitante della zona chiedete di parlarvi della Sila gli si illuminano gli occhi e cambia espressione. Anzi, a pensarci bene non avete neanche bisogno di chiedere, ve ne parlerà lui di sua spontanea volontà, con un entusiasmo e una passione senza pari. Non c’è curva della “strada vecchia” che non conosca, non c’è sentiero che non abbia battuto e non c’è fonte cui non si sia dissetato; sa in quali zone cercare funghi. E soprattutto sa essere un’ottima guida per chi non è del posto.

La strada vecchia (che viene chiamata così per distinguerla dalla superstrada, la SS 107 che da Paola arriva a Crotone attraversando da parte a parte proprio la Sila) già di suo è molto bella: parte da Spezzano Sila, si inerpica su per i tornanti fino al Valico di Montescuro e da qui si biforca: da una parte scende verso Camigliatello e a seguire arriva al Lago Cecita, mentre dall’altra parte, attraverso la Via delle Vette, giunge a Lorica, sul Lago Arvo. Mentre si risalgono i tornanti (resi celebri dalla Coppa Sila, gara automobilistica che ogni anno da 37 anni sale fino al Monte Scuro) oltre a divertirsi a scrutare il panorama attraverso gli alberi, montagne verdi di boschi che si stendono a perdita d’occhio, si può avere la fortuna di incontrare qualche mucca al pascolo lungo il bordo stradale: la Sila è il territorio della vacca Podolica, che non è raro incontrare nei prati, anche vicino ai laghi.

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Una vacca Podolica lungo la via delle Vette

E andiamo ai laghi, allora.

Cominciamo dal Lago Cecita. É un invaso artificiale che però si inserisce talmente bene nel territorio circostante, nella valle in cui si trova, da non stonare minimamente. Intorno si stendono prati e boschi e se non sapessimo di essere in Calabria potremmo tranquillamente pensare di essere sulle Alpi. In effetti siamo in montagna e d’inverno qui nevica che è un piacere. Le sponde del lago raccontano storie di allevatori e di contadini, storie neanche troppo lontane nel tempo, di quando però l’economia locale si basava sostanzialmente sulla pastorizia e sull’allevamento dei maiali. Ancora oggi, qui viene coltivata la patata silana.

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Panorama del lago Cecita


Una bella passeggiata in riva al lago non la si nega a nessuno: il prato entra nell’acqua quasi senza soluzione di continuità, e se non si sta attenti si rischia di finire in un pantano. Non c’è un argine ben definito e infatti qualche albero, a seconda del livello dell’acqua, può ritrovarsi anche immerso nel lago.
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Lago Cecita


La pace e la calma che regnano qui, in una bella giornata di sole, non si possono descrivere. Se amate i picnic questo è il luogo adatto: sole, erba e fiori di campo e sullo sfondo le verdi montagne della Sila. Un paesaggio davvero molto bello.

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Altrettanto bello è il panorama che regala il Lago Arvo. Al termine della Via delle Vette, che prima sale e poi scende attraverso boschi e prati dove pascolano le vacche podoliche, si apre su un paesaggio se possibile ancora più “nordico” del precedente.

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Panorama del lago Arvo


Anch’esso nel cuore del Parco Nazionale della Sila, è racchiuso e circondato da montagne boscose verdissime. Sul lago sorge il paesino di Lorica, una vera e propria stazione turistica che si distende lungo la riva, completa di alberghi, ristoranti, bar, negozi di souvenir e un campeggio.
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Vecchie roulottes nel camping di Lorica


Se per arrivare alla riva del lago scendiamo attraverso un sentiero nel bosco di alti alberi, se la stagione è quella giusta possiamo imbatterci in un prato rosso di fragoline di bosco e di lamponi, che ad agosto lasceranno il posto alle more.
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Lorica, il lago Arvo attraverso gli alberi


Il lago è percorribile in barca con un servizio apposito ed è attrezzato per il canottaggio e infatti non è raro trovare ragazzi in canoa che si allenano sulle sue dolci acque. Ma è piacevolissimo anche solo passeggiare lungo le sue rive, godendo dell’aria fresca e pura di montagna.

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