Archivio tag | heron island

Heron Island, l’isola delle tartarughe

Un anno fa di questi tempi era partito il nostro viaggio di nozze in Australia. Viaggio lungo, intenso, che ci ha portato, tra le altre favolose mete, sulla barriera corallina australiana, su Heron Island, nell’area definita Capricornia, dunque sul Tropico del Capricorno, a 2 ore di catamarano da Gladstone, Queensland (sperando che il mare sia clemente). L’isola, che ospita un Resort, è un paradiso naturalistico unico al mondo per più di un motivo:

  • Si tratta di un’isola corallina, dunque costituita solo ed esclusivamente dal top della barriera corallina, che è costituita da coralli ormai sfranti perché morti e levigati e distrutti dal passaggio delle maree
  • L’isola è il luogo prescelto da una moltitudine di specie di uccelli che qui vengono a nidificare nella stagione degli amori e che usano l’isola come base per le loro battute di pesca
  • La barriera corallina australiana è ancora ben conservata, anche se anch’essa sta subendo in modo sia diretto che indiretto i danni del crescente inquinamento e dell’intrusione umana, e la barriera corallina di cui Heron Island è la cima non è da meno, ospitando favolose specie di pesci, coralli, conchiglie, e poi squali, razze e tartarughe marine
  • Proprio le tartarughe marine ogni anno tornano qui a nidificare, intorno a novembre, e le uova si schiudono tra gennaio e marzo.
heron island

La spiaggia di Heron Island. Aree più arretrate come questa sono le prescelte per i nidi delle tartarughe

Le tartarughe marine sono forse l’attrazione più grande di Heron Island, quella che ha fatto la fortuna del Resort. Si avvicinano a riva ad ottobre, cominciano ad annusare l’aria, a ritrovare il luogo dove hanno nidificato l’anno scorso, fanno brevi incursioni, cercando di non farsi disturbare,  e lasciano le caratteristiche impronte di pinne e carapace sulla sabbia. A novembre/dicembre realizzano il nido, direttamente sulla spiaggia, in un punto però dove l’alta marea non possa minacciare le uova, e qui depongono. Dopodiché a gennaio i piccoli, appena nati, dovranno trovare la via più veloce verso il mare, sperando che nel frattempo non sorvoli l’area un’aquila di mare (sull’isola ve ne sono due) affamata.

heron isalnd

L’impronta di una tartaruga di mare sulla sabbia a Shark Bay, Heron Island

Tutto questo meraviglioso percorso della vita avviene sotto lo sguardo degli ospiti del Resort, ai quali è fatto divieto di disturbare le tartarughe sia quando arrivano a deporre, sia quando nascono e cercano la via del mare.

Siccome le tartarughe sono una specie in via di estinzione, minacciata nel proprio habitat marino, sta diventando sempre più difficile assicurare loro anche la tranquillità della cova su un’isola che è sì paradiso naturale ma anche Resort, dunque meta turistica.

A tal fine è stata fondata la Sea Turtle Foundation, che mira a proteggere le tartarughe lungo il loro viaggio annuale che dall’oceano le porta all’isola a nidificare. L’idea alla base della Fondazione è che se Heron Island è un resort per i turisti umani, può essere altrettanto un resort per le tartarughe. L’idea di ricreare le condizioni di paradiso naturale è effettivamente potenzialmente realizzabile: il Resort occupa solo una parte dell’isola e può ospitare fino a 300 turisti. L’altra parte dell’isola è Parco Nazionale, parte del Capricornia Cays National Park; il solo problema che può esserci per le tartarughe, dunque, deriva soltanto dall’invadenza dei turisti che per il desiderio di fare una fotografia rischiano di mettere a repentaglio la vita di chissà quante future tartarughine spaventando sia la madre quando viene a fare il nido, sia i piccoli appena nati che cercano il mare. Il senso di responsabilità di ciascuno di noi dovrebbe essere innato, e non dovrebbe essere un resort ad insegnarcelo, comunque quando siamo sull’isola siamo tenuti a rispettare tutte le regole di non interazione con gli animali e con le tartarughe in particolare. Solo così possiamo contribuire ad assicurare il futuro ad una specie tanto bella quanto in pericolo.

Australia: 10 imperdibili esperienze “into the wild” – 2° parte

Ricomincia da qui la lista delle nostre esperienze nella natura in Australia (le altre 5 sono qui). Esperienze wild, per così dire…

6) Guidare lungo la Meerenie Loop Road: 150 km di sterrato da percorrere su jeep, col sole del mattino che batte implacabile, attraversando paesaggi rossi per la terra del deserto, neri per gli alberi bruciati dai fuochi controllati degli aborigeni che tu non vedrai mai (solo ad Hermannsburg, quando la strada verso Alice Springs è ormai di nuovo asfaltata), ma che sono qui e continuano a preservare e a controllare una terra che da sempre dà loro sostentamento e vita.

Meerenie Loop Road

La Meerenie Loop Road

7) In chiatta sul billabong: il coccodrillo è l’attrazione che più di tutte richiama i turisti nel Kakadu National Park; ma è ben poca cosa rispetto all’infinita varietà di fauna che vedrete: gli uccelli palustri sono tantissimi e sono proprio loro i veri protagonisti di questa lenta navigazione. Sì, il coccodrillo ogni tanto appare e scompare, ci mostra la cresta terrificante e si immerge di nuovo, mentre gli uccelli, dalle anatre ai trampolieri ai martin pescatore ai rapaci svolazzano, nuotano, stanno a riva, pescano, in una vitalità e vivacità che è meravigliosa, in un paesaggio che per via delle stagioni (la secca, quella delle piogge, quella umida…sono 6 in totale), non è mai identico a se stesso. Sublime e meraviglioso spettacolo della natura.

il billabong nel Kakadu National Park

La vegetazione del billabong nel Kakadu National Park

8) In treno verso Kuranda: la storia della ferrovia storica di Kuranda è tormentata dalle disgrazie tipiche degli incidenti sul lavoro come potevano verificarsi agli inizi del Novecento, tra crolli di gallerie e sabotaggi. Del resto, un’impresa ingegneristica così titanica per i tempi in cui fu realizzata doveva pagare pegno… oggi che la linea non è più utilizzata per servire le miniere dell’interno di quest’area del Queensland, la Kuranda Railway è diventata un’attrazione per la bellezza del paesaggio che attraversa: in mezzo alla foresta pluviale, sale in alto fin quasi in montagna, lambisce cascate spettacolari e si apre su intensi squarci di natura incontaminata.

9) Vedere le tartarughe di mare a Heron Island: se capitate nella stagione giusta, che corrisponde ai mesi di novembre-marzo, vi imbatterete dapprima nelle tartarughe adulte che vanno a deporre le uova, poi nelle tartarughine neonate che affrontano la prima sfida della loro vita, la corsa verso l’oceano. Se capitate in ottobre, invece, come abbiamo fatto noi, potete comunque vedere la testolina della tartaruga fare capolino dall’acqua durante l’alta marea oppure le impronte lasciate sulla sabbia mentre cerca un luogo adatto al nido poco distante dalla riva. Ed è anch’essa un’emozione non da poco…

10) Fare snorkeling insieme agli squali: detta così sembra una cosa folle, ma per noi che ne siamo usciti indenni ora ci sembra tutto sommato normale. Ad Heron Island, isola della barriera corallina australiana, fare snorkeling è un imperativo categorico: durante l’alta marea bisogna indossare la muta, le pinne la maschera e il boccaglio e tuffarsi nelle acque antistanti la spiaggia. Vedrete un fondale meraviglioso (soprattutto se è la prima volta che fare snorkeling), pesci di ogni sorta e coralli dai vivacissimi colori. E vi capiterà, vi potrà capitare, che vi passi accanto qualche squalo. Ma state tranquilli, il Lemon Shark, lo squalo della barriera, si avvicina a riva durante l’alta marea per mangiare, certo, ma non voi: siete grossi quasi quanto lui, non valete la pena. Allontanatevi il più in fretta possibile, quello sì, non provocatelo (ma che ve lo dico a fa’?) e tutto andrà bene. E soprattutto avrete una bella storia, intensa, da raccontare ai nipoti.

heron island

L'alta marea è il momento ideale per fare snorkeling

Queste le 10 “wild experiences” che noi abbiamo sperimentato durante il nostro viaggio di nozze in Australia e che consigliamo vivamente a tutti voi che volete intraprendere un viaggio in questo continente. La natura qui regna sovrana, gli australiani lo sanno e ci convivono tranquillamente, consci di essere parte di un tutto che va rispettato e condiviso. Imparare a rispettare l’ambiente, la natura e i suoi abitanti, imparare a stupirsi delle piccole e delle grandi cose, apprezzare le novità ed essere aperti a nuove esperienze: questo è viaggiare in Australia.

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 20/10/11

Heron Island, l’isola degli uccelli

Macché! Ci alziamo alle 3.15 AM per andare in aeroporto in tempo utile per prendere l’aereo per Bissane e da qui a Gladstone. Tempo coperto ovunque. A Gladstone ci imbachiamo su un catamarano che in 2 ore ci porta a Heron Island. Sono le 2 ore più lunghe della nostra vita: il catamarano balla, salta sulle onde di un mare che così non l’avevo visto mai. Impossibile non soffrire il mal di mare, tra onde così alte che schiaffeggiano la barca, scrosci di pioggia che ogni tanto arrivano tanto per rallegrare gli animi e un continuo vai e vieni di pacchettini per il vomito. Riesco a resistere solo perché mi aggrappo con tutta me stessa al documentario in DVD sulla barriera corallina che viene trasmesso con l’evidente scopo di distrarre. Quando finalmente sbarchiamo ad Heron Island piove, fa freddo, siamo tutti verdi dalla nausea. Non era così che mi ero immaginata l’arrivo su un’isola tropicale.

heron island

L'approdo a Heron Island

Comunque ci accolgono, ci fanno pranzare, ci assegnano il bungalow (che è privo di chiavi, per gli oggetti di valore rivolgersi alla reception) quindi la nostra permanenza sull’isola può dirsi cominciata. E noi cominciamo.

Il tempo è quello che è, c’è vento e pioviggina, cosa che non ci si aspetterebbe da un’isola che fa parte di Capricornia, la regione così chiamata perché sta sul Tropico del Capricorno. Così, tra le attività proposte dal Resort, partecipiamo al Bird Walk, una passeggiata alla scoperta degli uccelli che popolano l’isola. Heron Island è infatti famosa, o famigerata a seconda dei punti di vista, per l’abbondante presenza di uccelli: il ristorante è una voliera, nel senso che i clienti del resort mangiano dentro la voliera, per evitare di essere disturbati dagli uccelli. Sull’isola è un continuo gracchiare di gabbiani e di sterne. Una di queste sterne, il black noody, è particolarmente diffuso sull’isola: sono a migliaia e particolarmente attivi in questo periodo, perché stanno costruendo i nidi. Piccoli, neri con la testa bianca, il becco nero lungo e sottile, i piedi palmati, colano bassi senza preoccuparsi degli umani che intralciano loro il passo. E soprattutto riempiono l’isola – e gli umani di passaggio – dei loro escrementi. Tutto sommato però son simpatici, a differenza del muttonbird, o shearwater, un altro uccello marino il cui nido è una tana scavata parecchio in profondità, che sta a pescare tutto il giorno sull’oceano, dopodiché a notte torna al nido, e intona il suo straziante lamento, un mix tra un ululato lamentoso e il pianto di un neonato. Lo shearwater (nome scientifico: puffinus pacificus) c’è ma non si vede, la notte intona concerti da film dell’orrore: devi sperare di addormentarti prima che lui torni al suo nido. Sull’isola ci sono poi i gabbiani, antipatici qui come in ogni parte del mondo, e striduli per poter competere col continuo verso del black noody. Altri uccelli sono le sterne, grigio-cianche col ciuffo in testa nero, i martin pescatore, pochissimi esemplari bellissimi, 2 aquile di mare, maestose dalle ali nere e la testa e la pancia bianche. Il premio simpatia lo vincono però delle piccole gallinelle che razzolano tranquille, anche tra i tavoli del ristorante, senza fare rumore e senza lanciare escrementi al loro passaggio, discrete. Il bird walk risulta una passeggiata interessante, sotto la guida di una ragazza dello staff del resort. Al termine di essa sappiamo riconoscere i vari abitanti alati di quest’isola, e conosciamo le loro abitudini.

black noody

un esemplare di black noody vola lungo il bagnasciuga a Shark Bay, Heron Island

Romantica passeggiata sulla spiaggia corallina…

Decidiamo ora di fare una bella passeggiata sulla spiaggia di quest’isoletta, il cui perimetro sarà 1,5 km: c’è vento e fa freddo per potersi stendere a prendere che il sole (che non c’è), ma una bella camminata a piedi nudi sulla spiaggia non ce la neghiamo. La sabbia di Heron Island è tutta interamente costituita da corallo disfatto. È un’isola corallina, nel senso che è a tutti gli effetti l’estremità più alta della barriera, che ormai non viene più coperta dalla marea. Non è quindi un’isola continentale, se scavamo una buca nel centro dell’isola non troviamo terra, ma ancora formazioni coralline ormai, ovviamente, morte. Il vento, il mare, gli agenti atmosferici, gli uccelli di passaggio portano col tempo (migliaia di anni) semi che riescono comunque ad attecchire e a dare vita alla foresta di pisoniae nel centro dell’isola, al pandanus, una grossa palma che produce frutti che da lontano sembrano ananas ma che non hanno niente a che vedere e che ha tutta una serie di radici aeree che partono dal tronco per sostenerlo nel terreno instabile e sabbioso, e di casuarina equisitifolia, che sorge più vicina alla riva. Le piante fanno fotosintesi, perdono le foglie, producono humus, ospitano gli uccelli sempre più numerosi che nidificano, mentre attivano le tartarughe che hanno scelto quest’isola e la vicina Wilson Island, per deporre le loro uova.

heron island

La spiaggia è un continuo veder conchiglie e coralli più o meno grandi, più o meno elaborati, a seconda di cosa si deposita giorno dopo giorno con la marea. Li guardiamo entusiasti, questi coralli, ormai ridotti a fossile di ciò che erano un tempo: organismi viventi senza i quali la barriera non esisterebbe, veri protagonisti di un ecosistema quanto mai vario com’è quello, appunto, della barriera corallina, che coinvolge non solo coralli e spugne, ma invertebrati, alghe, pesci, granchi, fino alle razze, agli squali e alle tartarughe marine. Ci limitiamo a guardare ciò che la spiaggia offre: Heron Island è parco nazionale, per cui nulla può essere portato via. Vi immaginate se da un’isola corallina ogni ospite del Resort infilasse in valigia 1, 2, 3 souvenirs di questo tipo? Scomparirebbe la spiaggia! Lasciamo questi gioielli naturali al loro posto e continuiamo il periplo dell’isola.

un bellissimo corallo sulla spiaggia di Heron Island. Da ammirare, e posare dove si è raccolto

All’imboccatura del porto un relitto della II Guerra Mondiale – che non è naufragato qui, ma c’è stato portato dal fondatore del Resort – ha il compito di contrastare in parte la marea, per tenere pulito l’accesso all’imbarco, e contribuisce a creare un’immagine romantica, anche se finta, della nave senza tempo arenata su un’isola senza tempo, che non può più fare ritorno al proprio porto. La passeggiata sulla spiaggia è molto bella, l’acqua è di un colore incredibile, un azzurro che fa luce anche quando è nuvolo. In lontananza si vedono le onde del mare aperto che si frangono sulla barriera, come se fosse già essa la terraferma. È già ora di cena: andiamo a mangiare nella voliera: stasera cena a buffet che accompagneremo con un vino bianco neozelandese che troviamo ottimo, il Kapuka Sauvignon, profumato e incantevole. Dopo cena il cielo coperto non ci consente di vedere le stelle. Pazienza. Andiamo nella nostra casetta. Il canto dei Black Noody si è parzialmente attenuato, ma siamo già a letto quando sentiamo l’ululato lamentoso, continuo, senza fine, dello shearwater. Come un uccello possa emettere questi versi è un mistero. Ma siamo stanchi. Lo straziante canto dello shearwater ci fa da ninnananna. A domani. E speriamo faccia bello.

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 21/10/11

Reef walk experience

Il tempo sembra effettivamente migliore oggi: squarci di sole tra le nuvole di passaggio spazzate da vento forte. È la condizione ideale per prendere parte alla mattutina reef walk guidata che, approfittando della bassa marea porta all’esplorazione del fondale che a sua volta è il top della barriera. la vita sull’isola e le attività “didattiche” come il reef walk sono in effetti organizzate in funzione della marea. Ogni giorno viene emesso un bollettino che informa dell’ora della bassa marea e dell’alta marea, fornisce gli orari delle attività legate in qualche misura ad esse e suggerisce di fare snorkeling nelle 3 ore precedenti e nelle 3 ore seguenti il picco dell’alta marea.

Per il reef walk sono necessarie le scarpe chiuse. Camminare a piedi nudi è fuori discussione, così come in ciabatte. Ci procuriamo le scarpe apposta e ci uniamo al gruppo. Ci viene dato un insolito tubo che fa da lente per vedere sott’acqua e un bastone per non perdere l’equilibrio. La nostra guida dello staff dell’hotel ci fa toccare con mano alcuni abitanti del top della barriera corallina durante la bassa marea: cetrioli di mare, grossi molluschi che vivono nella saabbia e si nutrono delle sue impurità, contribuendo a tenerla pulita, che, se attaccati, sparano un filamento bianco resistentissimo che in passato veniva usato dagli indigeni che ne facevano scarpe per poter pescare sulla barriera senza rischiare di calpestare qualcosa di doloroso o peggio ancora di mortale; prendiamo in mano le stelle marine: una è blu, enorme, rigidissima, sembra di plastica; un’altra è più canonica, arancione, più piccola, ma ugualmente rigida. Stanno sul fondale, o sulle formazioni coralline.

coral reef

walking on the coral reef

La barriera è popolata da coralli anche variopinti, gialli, rossi, verdi, da spugne e dalle bellissime conchiglie delle tridacne. Alcune sono enormi, e aprono e chiudono le valve che sembrano labbra di velluto: qualcuna ha queste labbra blu, qualcun’altra viola, qualcun’altra verde e arancio. È la varietà che contraddistingue la barriera. È la prima esperienza ravvicinata che facciamo della vita sul reef. Nonostante il vento gelido che mi fa tremare lo stomaco, l’entusiasmo è alle stelle. A fine percorso veniamo lasciati liberi di continuare da soli. Senza rendercene conto abbiamo percorso un bel tratto lontano da riva, ed è bello compiere il percorso a ritroso riconoscendo da soli i cetrioli di mare, individuando la tridacna, scovando un’altra stella marina. Nel frattempo si fa ora di pranzo e la giornata volge al sole pieno.

Dopo pranzo finalmente si va in spiaggia! Sale la marea, e cominciano ad avvicinarsi a riva gli animali più interessanti. È così che la mia idea di pomeriggio stesa a prendere il sole del tropico va a farsi benedire. Per prime, e più intraprendenti, si avvicinano le razze: una, due, 10, sono un’infinità, colo loro corpo piatto e largo e la loro coda lunga e appuntita sono facilissime da riconoscere. Stanno sul fondale sabbioso, sono di grandi dimensioni, ma ci si può avvicinare senza problemi: non attaccano l’uomo, anzi, l’importante è, come per tutti gli animali, non infastidirli o cercare di catturarli. Ma… non ci sono solo le razze: quella sagoma che vediamo, allungata, ha l’inconfondibile pinna di uno squalo! Gli squali così vicini a riva? Eppure vediamo la gente che fa snorkeling tranquilla… Ma la visione più incredibile e inaspettata è lei, la tartaruga marina: una sagoma tondeggiante con due zampe davanti che nuotano e la testolina che ogni tanto emerge dall’acqua. Che spettacolo! Lì per lì non avevamo preso troppo in considerazione l’idea di fare snorkeling, ma ora la cosa si sta facendo interessante!

heron island

due razze si avvicinano a riva durante l'alta marea

Island walk: tra pandanus, black noody e impronte di tartaruga marina

Avevamo deciso alle 15.30 di prendere parte all’Island Walk, un percorso naturalistico attraverso l’isola sempre tenuto da una guida dello staff del resort. Siamo un po’ combattuti ora, perché il sole e la quantità di gente che fa snokeling ci fanno gola… ma niente, optiamo comunque per l’Island Walk, confidando nel bel tempo per domani. L’Island Walk si rivela una passeggiata interessante anche se, bisogna ammetterlo, l’elemento vivacizzante è un fuori programma: la traccia lasciata da una tartaruga approdata di fresco e che poi è tornata sui suoi passi. A ottobre le tartarughe iniziano ad avvicinarsi a riva per scavare il nido in cui deporranno 120 uova che si schiuderanno entro marzo. I piccolini appena nati cercano la strada verso la spiaggia e fino all’acqua. È questo uno dei momenti più intensi della vita sull’isola. Appena nati, nella loro corsa verso l’acqua devono fronteggiare i primi pericoli: le aquile dall’alto e gli squali una volta in mare. Per 15-20 anni le tartarughe vagheranno per l’oceano, poi cominceranno ad avvicinarsi al reef e a 40 anni saranno pronte a deporre le uova, tornando al nido natìo. La piccola tartarughina appena nata nella sua corsa deve studiare i riferimenti che le saranno necessari 40 anni dopo per tornare a nidificare. Incredibile. Mentre vediamo le impronte nella sabbia a Shark Bay, in acqua vediamo anche l’inconfondibile testolina che emerge. Ormai è il periodo, tra poche settimane l’isola si riempirà di tartarughe.

heron isalnd

L'impronta di una tartaruga di mare sulla sabbia a Shark Bay, Heron Island

Vediamo anche, di nuovo, la sagoma di uno squalo. È il Lemon Shark, lo squalo tipico della barriera corallina, non attacca l’uomo perché non lo considera una preda, visto che non è di grandi dimensioni (1,5-2m). Lui, insieme allo squalo dalla pinna bianca, e così come le razze, con l’alta marea si avvicina a riva. “Non è pericoloso, ma nel dubbio meglio stargli alla larga” penso con un brivido. E proseguiamo la passeggiata, addentrandoci nella foresta di pisonia, regno incontrastato dei black noody di giorno e degli shearwater di notte, di cui vediamo le buche d’ingresso ai profondi nidi sotterranei. I black noody hanno decisamente colonizzato l’isola. Non c’è albero che non ospiti 10-15 nidi. È il maschio che fa il nido. La costruzione del nido è parte del rituale del corteggiamento. Il maschio fa il nido con foglie di pisonia cadute e ormai marcescenti, e le lega insieme con i propri escrementi: “disgasting nest” sentenzia la nostra guida, interpretando il sentimento popolare. La femmina valuta non solo le capacità da architetto del maschio, ma anche la tecnica di volo, perché se vola bene è anche un buon pescatore, quindi porterà da mangiare alla prole al momento opportuno. Siamo capitati sull’isola nel momento di maggiore attività per i black noody. Si spiega così il continuo svolazzare, sollevare foglie, ritornare, volare, lanciare escrementi e gracchiare tutto il sacrosanto giorno (con un intensificarsi notevole verso metà pomeriggio).

black noody

due black noody nel loro nido, Heron Island

Anche l’Island Walk ci regala delle emozioni, ma domani cascasse il mondo dobbiamo lanciarci e fare snorkeling: non esiste che ce ne andiamo da Heron Island senza vedere la vita che c’è sott’acqua con l’alta marea. Concludiamo il pomeriggio con un aperitivo a bordo piscina e frontemare, un frozen daiquiri al mango che fa molto resort di lusso (anche se questo non è un resort di lusso), quindi andiamo a cena, dove mangiamo per l’ultima volta kangaroo, e quindi usciamo a vedere le stelle, che sono tante, in questa parte di mondo poco illuminato dalla luce elettrica, e che sono diverse da quelle che vediamo correntemente sopra le nostre teste in Italia. Il terribile canto dello shearwater ci culla più o meno dolcemente, quando andiamo a dormire.

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 22/10/11

Immersi nella barriera corallina

Il nostro programma di oggi prevede una gita lungo il limite della barriera, lungo quello che nel cartone animato “Alla ricerca di Nemo” viene chiamato “il salto nel blu”, in una barca che ha il fondo di vetro, in modo da poter vedere il fondale e tutto ciò che lo popola. Il tour, sempre guidato da una ragazza dello staff, dura un’ora, durante la quale vediamo una barriera corallina che prende vita sotto i nostri occhi, con branchi di pesci, coralli colorati, pesciolini variopinti che cercano cibo tra gli anemoni di mare… questa volta non siamo all’acquario, siamo noi piuttosto quelli intrappolati in uno spazio angusto, ma lo spettacolo ripaga dell’ambiente stretto. Vediamo sia le razze che le mante, che sembra volino in acqua (non per niente in inglese si chiamano Eagle Ray), le tartarughe, che sembrano sospese, e gli squali, sia quelli con la pinna bianca che i cosiddetti Lemonshark, accompagnati dal pesciolino che in cambio della protezione li pulisce delle impurità, classico caso di simbiosi come si studiava a scuola nelle ore di scienze. La varietà di pesci che popolano il reef è impressionante: a righe, bianchi e neri, blu con la coda gialla, gialli con la coda blu, grandi, piccoli, piccolissimi, da soli o in branco… è uno spettacolo degno di un documentario. E ci convinciamo sempre di più della necessità di fare snorkeling questo pomeriggio, quando l’alta marea lo consentirà.

heron island underwater

Lungo il "salto nel blu": underwater Heron Island

Andiamo a pranzo presto, e qui mangio la cosa più strana che mi sia capitata in questo viaggio: non è filetto di canguro, non è salsiccia di emù, non è curry di barramundi né spiedino di coccodrillo: è una lasagna di nachos. Sì, nachos con sugo di pomodoro e formaggio a profusione disposti a lasagna da ingentilire, dato il sapore effettivamente forte di questo piatto da gourmet, con panna acida. Da morire.

“Cos’hai fatto di bello oggi?” “Ho nuotato tra gli squali”

Il tempo non gioca molto a nostro favore. In attesa di un’ora decente per lo snorkeling andiamo a Shark Bay, dove ieri avevamo visto le tracce della tartaruga, e in effetti anche oggi una di esse è emersa, ha fatto due passi sulla spiaggia, poi è tornata in acqua. E una tartaruga si avvicina parecchio al bagnasciuga mentre siamo lì: la seguo per un po’, ma poi riprende il largo. Intorno, intanto, è tutto un gran movimento di razze, neanche a dirlo, più qualche squalo in lontananza. L’alta marea è prevista per le 5 PM. Le 4 PM sono quindi un orario ottimo per lo snorkeling. Andiamo ad affittare l’attrezzatura, maschera e boccaglio, pinne e muta, ci vestiamo e ci buttiamo nella nuova avventura.

heron island

L'alta marea è il momento ideale per fare snorkeling

Non ho mai fatto snorkeling e sostanzialmente sono tutt’altro che una gran nuotatrice: abituarmi a respirare con la bocca è il primo scoglio da superare. In più sono emozionata e agitata allo stesso tempo, e tutto ciò non fa bene alla respirazione! Finalmente partiamo, e Lorenzo avvista uno squalo in lontananza, mentre io mi ritrovo in mezzo ad un branco di pesci argentei di media dimensione. Ma fin qui il fondale è principalmente sabbioso. Decidiamo di allontanarci ancora da riva, di inoltrarci lungo la barriera e qui veniamo ricompensati dalla vista di un universo sommerso di vita, fatto di pesci variopinti, coralli, stelle marine, che nuotano tutti intorno a noi! È una meraviglia, un incanto assoluto!

Quando riemergiamo siamo entusiasti : i pesci che abbiamo visto oggi attraverso il vetro della barca ora li possiamo quasi toccare! Nuotiamo da queste parti, estasiati da ciò che ci circonda per circa mezz’ora, poi decidiamo di tornare indietro.

E succede l’irreparabile.

Mentre nuoto, Lorenzo alla mia destra, mi passa accanto uno squalo, non saprei dire se dalla pinna bianca o un Lemon Shark. Penso “Oh-Oh” e accelero per levarmi il più in fretta possibile da lì. “Fiuuu! È fatta”, penso, ma mi passa un altro lemon shark davanti a sbarrarmi la strada, al suo fianco il fido pesciolino. Mi blocco, cerco Lorenzo. È accanto a me, davanti a lui un altro Lemon Shark, mentre io mi giro e alla mia sinistra ora ne nuotano due. Oddìo, è un incubo! Emergo: sopra le nostre teste c’è la terrazza del bar, con la gente che si sta godendo lo spettacolo. Un obiettivo: nuotare il più in fretta possibile fuori di lì. Ma non è facile, con tutti gli squali che ci nuotano intorno. Finalmente riusciamo ad uscire dalla situazione, e concludiamo la nostra nuotata.

Troppe emozioni, direi che può bastare! Usciamo dall’acqua con l’adrenalina a mille: “Hai visto quanti erano? Ma che era, la vasca degli squali?” Siamo a metà tra lo spaventato e l’esaltato, euforici per quella che ci sembra un’avventura titanica. Sulla spiaggia un ragazzo con la maschera in mano è indeciso se andare in acqua. Fa vedere alla fidanzata uno squalo che passa di lì e non è molto convinto che entrare in mare sia la cosa giusta. Poi ci vede arrivare esaltati, con la muta e le pinne in mano. Ci chiede se ci sono sjarks, Lorenzo risponde, con poca sensibilità, che abbiamo appena nuotato in mezzo a 5 squali, sorridendo come un bambino. I due ragazzi se ne vanno. Nuotare in mezzo agli squali non fa evidentemente per loro!

fonte: @TheAzulOcean

Decido che d’ora in avanti lo Squalo Limone (traduzione di Lemon Shark, che trasforma un terribile squalo in un personaggio da cartoni animati) diventerà il mio animale preferito, il simbolo della nostra permanenza sull’isola. Nella nostra nuotata non avremo visto le tartarughe, ma l’esperienza è valsa ugualmente la pena!

Dopo questa esaltante esperienza ci vuole qualcosa di forte: un cocktail al bar, per esempio, e poi cena. A base di pesce, off course!

E domani l’ultima mattina qui. Peccato, ci stavamo davvero divertendo!

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 23/10/11

Bye Bye Heron Island

Sbrigate le piuttosto articolate operazioni del check-out, decidiamo di passare in spiaggia le ultime ore prima di prendere il catamarano per Gladstone alle 2 PM. L’ideale sarebbe stato fare un po’ di snorkeling, ma c’è bassa marea stamani, per cui niente: un’ultima passeggiata, facendo il giro dell’isola, poi ci fermiamo a Shark Bay, dove cerco inutilmente di prendere il sole che è perennemente coperto da una fitta coltre di nubi. Non siamo stati fortunatissimi col tempo, ma quel poco di sole che si è preso ci ha comunque fatto abbronzare un bel po’, che non fa male per quando rientreremo a casa, in autunno inoltrato, tra pochi giorni. Oggi riusciamo anche a vedere la superba aquila di mare che si alza in volo per andare a pesca. Si allontana in mare aperto, scompare alla vista.

heron island

goodbye heron island!

Poco prima della partenza ci rechiamo al molo del porticciolo. In acqua nuota uno squalo pinna bianca. È l’ultimo abitante della barriera corallina che vediamo. Si parte. Vediamo l’isola allontanarsi, circondata dal celeste chiaro della barriera corallina, protetta dal relitto all’imboccatura del porto, entriamo in mare aperto, ma subito intercettiamo un’altra barriera corallina, quella di Wilson Island, l’isola delle tartarughe, quindi via, in mare aperto, per 2 ore che questa volta passano veloci, senza sofferenze, perché il mare è quasi una tavola e il sole, ora, splende alto nel cielo.

Ultima serata down under

Arrivati a Glastone, andiamo in aeroporto e voliamo a Brisbane. Trenino per arrivare in centro, Roma Station, dove si trova il nostro Hotel Ibis. È tardi per sperare di trovare in centro un locale aperto in cui mangiare. Ceniamo in hotel e brindiamo al nostro viaggio di nozze ormai al termine con uno shiraz della Barossa Valley. Domani mattina un breve giro a Brisbane, poi via verso casa.

Struggente Heron Island

image

In attesa di pubblicare FINALMENTE il diario di viaggio dell’Australia, pubblico una struggente foto delle spiaggia di Heron Island, isola della barriera corallina australiana, quel paradiso ancora fortunatamente incontaminato, anche se in pericolo, quell’ecosistema meraviglioso e incredibile formatosi grazie all’azione millenaria e più dei coralli e di tutti i pesci, molluschi e crostacei che gli ruota intorno.
L’isola, posta sul Tropico del Capricorno, é il top del top della barriera corallina, nel senso che é formata da coralli sfranti, morti, compattati dal tempo e dagli agenti naturali marini e atmosferici. E già solo per questo é unica nel suo genere.
Se sott’acqua vive un universo incredibile soltanto ad immaginarlo, e che rende lo snorkeling e il diving le attività principali se non imprescindibili da svolgere sul’isola, la piccola superficie emersa ospita colonie numerosissime di uccelli. Sono loro i proprietari dell’isola, loro che volano in continuo, con le loro traiettorie ardite, loro che animano l’aria, con il loro continuo canto – non proprio, per la verità, un gradevole cinguettìo – loro che non si curano della presenza umana e vanno e vengono, escono a pesca sull’oceano, ritornano al proprio nido, escono daccapo.
Ma Heron Island é anche l’isola delle tartarughe, che qui nascono e qui tornano a deporre le uova che si schiuderanno entro marzo. Qui puoi vederle nuotare, puoi vederle uscire dall’acqua e trascinarsi sul bagnasciuga per cercare un luogo adatto per il nido, puoi vedere le loro impronte sulla sabbia corallina, puoi vedere, infine i piccolini che, usciti dall’uovo affrontano la prima grande impresa della loro vita: sopravvivere.
Questa é la vita della natura che va avanti nonostante l’uomo. Qui più che altrove siamo ospiti, ospiti che guardano lo spettacolo naturale che si ripete ogni giorno uguale, con le maree che salgono – così squali e razze si avvicinano a riva per mangiare – e che scendono, mentre con il passare delle stagioni si avvicinano le tartarughe per deporre le uova: si avvicinano a riva a ottobre, a novembre cominciano a deporre, da gennaio a marzo i piccolini nascono e ricomincia il ciclo.
Essere ospiti vuol dire essere rispettosi: non si disturbano le tartarughe e in generale gli animali, non si portano via coralli, conchiglie e spugne dalla spiaggia né dal mare, non ci si lamenta dei troppi uccelli vocianti, perché siamo noi di troppo sull’isola, non loro.
Rispettare la natura é la prima regola che si impara ad Heron Island. La seconda é imparare a contemplarla. Vuol dire mettersi lì, in spiaggia, a Shark Bay, per esempio, all’ombra di un albero di casuarina equisetifolia, con i suoi aghi che da lontano lo fanno sembrare un esile pino, o un salice, guardare il profilo della duna di sabbia corallina che scende verso l’acqua che di un celeste così non l’avete mai vista, guardare là in fondo, dove le onde si frangono contro la barriera corallina, laddove c’é il “salto nel blu”, e poi ancora più in là all’orizzonte, seguendo in volo l’aquila di mare, verso l’infinito e oltre…