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Tour sentimentale del Golfo Dianese – 3) Diano Marina

Diano Marina è la vera cittadina del Golfo Dianese. Per chi ne arriva da San Bartolomeo al mare, superata la foce del torrente San Pietro, si ritrova su una vera esplanade, così come ho visto in Australia le grandi passeggiate a mare con giardinetti e aiuole. Da un lato della via Aurelia, dunque, direttamente il mare, dall’altra le case e la chiesa di Sant’Antonio Abate.

Diano Marina è vissuta tutto l’anno dai suoi abitanti. Non è un dato scontato: a Diano Marina c’è sempre vita, sia d’estate che d’inverno, i negozi e i ristoranti sono sempre aperti, non conoscono stagionalità. Forse di tutto è questa la cosa che mi piace di più di Diano.

Davvero piacevole passeggiare, in ogni stagione, nel suo centro: via Nizza e via Genova, vie pedonali e ricche di negozi e locali, hanno sempre un’atmosfera rilassata e leggera; viene voglia di guardare le vetrine, di fermarsi per un caffè o un aperitivo in qualunque circostanza. Il vero cuore di Diano Marina in effetti si trova tutto qui: la chiesa di Sant’Antonio Abate, via Nizza subito alle spalle, la piazza del Comune, poco più in su, e l’altra strada di negozi e di locali, via Roma.

Il panorama del Golfo Dianese dal Poggio dei Gorleri: in fondo si vede Cervo, San Bartolomeo al mare nel mezzo e Diano Marina in primo piano

Diano Marina non ha un centro storico. Il nucleo più antico della zona in effetti è un altro comune, nell’entroterra, Diano Castello, che dalla sua posizione dominante, in altura, vigila su tutto il Golfo Dianese e sugli altri piccolissimi borghi che costellano le colline coltivate a olivi, retrostanti Diano Marina. L’entroterra di Diano si stende parecchio nell’interno fino a scollinare, a Est, verso Imperia. Da lassù, il Poggio dei Gorleri, si gode della vista su entrambi i golfi, Dianesi e di Imperia. Ma la vista del Golfo Dianese è impagabile.

L’infiorata del Corpus Domini a Diano Marina (credits: instagram @comunedianomarina)

Diano Marina, invece, è una sottile striscia di abitato che solo in anni recenti si è espansa oltre la linea della vecchia ferrovia (ormai in disuso, con buona pace degli abitanti, in favore di una linea realizzata più a monte, ma che ancora va collegata per bene al centro). Tuttavia non mancano tracce di un passato antico: la piccolissima chiesa dei SS. Nazario e Celso, confinata tra il torrente San Pietro e la ferrovia, risale all’età paleocristiana, poi ampliata nel medioevo. Accanto ad essa si trovava un cimitero, che è stato indagato archeologicamente per anni (ci lavoravo anch’io, ormai 10 anni fa).

La chiesa di Sant’Antonio Abate, invece, risale al Seicento, ed è la chiesa madre, amata dai dianesi. Per la festa di Sant’Antonio, ma anche e soprattutto per la Madonna del Carmine, Diano festeggia con i fuochi d’artificio: un appuntamento che d’estate non può mancare, sennò si urla allo scandalo. L’altra festa molto sentita è quella del Corpus Domini. In quest’occasione i Dianesi danno grande prova di devozione realizzando un bellissimo e colorato tappeto di fiori che si snoda per le vie del centro cittadino dalla chiesa fino al palazzo comunale. L’Infiorata richiama sempre tantissima gente, anche da altri paesi dei dintorni, nonostante si tratti di una manifestazione che si svolge in molti comuni della Liguria (Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori ha fatto uno splendido reportage a tal proposito).

La vista dal Museo Civico archeologico di Diano (credits: instagram @museodiano)

Tornando di nuovo al passato, il Museo Civico Archeologico allestito a Palazzo del Parco (una bella palazzina rossa circondata da giardini dalla cui finestra si vede il mare) racconta la storia più antica del Golfo Dianese, dalla preistoria all’età tardoromana, passando dal relitto romano rinvenuto al largo di Diano alla fine degli anni ’70 che trasportava dolia, grandi contenitori per derrate alimentari che oggi sono esposti parte, con immenso orgoglio, nel Palazzo del Comune di Diano e parte nel nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia.

Il museo Civico di Diano ha anche una bella e curiosa sezione risorgimentale: sì, perché era di Diano Marina uno degli eroi dell’impresa dei Mille, Andrea Rossi. A lui infatti è dedicata questa sezione del museo e a lui (e alla sua famiglia) appartennero tutti i cimeli oggi esposti.

Surfisti sfidano le onde nelle acque di Diano Marina

A Diano ci si va sempre volentieri: il martedì, giorno di mercato, si fanno grandissimi affari. Una passeggiata sul mare, dal porticciolo fino in fondo, in regione Sant’Anna, ci fa respirare quel salmastro che dà energia. In mare in qualunque stagione surfisti e velisti sfidano le onde. Arrivati a Sant’Anna inizia Capo Berta, il lungo tratto di promontorio che separa il Golfo Dianese dal Golfo di Oneglia. Un percorso in auto, lungo la via Aurelia, consente di arrivare velocemente a Imperia. Ma se volete fare una lunghissima passeggiata, o una bella pedalata, potete passare, più in basso, sull’Incompiuta, una strada chiamata così da Imperiesi e Dianesi perché, pur essendo stata realizzata per essere un’alternativa alla via Aurelia, in realtà non è mai stata resa praticabile alle auto. Meglio così, per quanto mi riguarda: ci si gode per lungo tratto la bellezza delle onde che si infrangono sugli scogli, piuttosto impraticabili da parte degli esseri umani, e di una natura semiselvaggia e un po’ rude che popola l’ambiente circostante.

Altre passeggiate, invece, si possono fare nell’immediato entroterra. Un entroterra che negli ultimi 20 anni è stato trasformato e antropizzato anche troppo, ma che preserva ancora qualche piccola isola rurale e felice, come Santa Lucia e Ca’ Pinea, luoghi in cui venivo spesso quand’ero bambina e che per i quali provo un affetto speciale: sono le strade che percorrevo da piccola, che si snodavano tra le fasce coltivate a olivi, sotto i quali raccoglievo anemoni e margheritine: sono i ricordi che si fanno strada e mi indicano la via quando ci torno oggi.

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

Si chiude qui questo tour sentimentale del Golfo Dianese. Spero di avervi trasmesso la bellezza dei miei luoghi attraverso il mio occhio: l’occhio di una persona che non abita più lì, ma che ogni volta che torna sente il cuore che si spalanca e, ogni volta che torna via, sente che se ne stacca un pezzettino. Che resta lì, ad aspettare che torni a raccoglierlo la prossima volta.

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Tour sentimentale del Golfo Dianese – 1) Cervo

“Su una lastra d’oro inciso scrisse il nome di Diano”

Così il poeta imperiese Angiolo Silvio Novaro concludeva una poesia dedicata a Diano Marina e al Golfo Dianese. Una baia piuttosto ampia che accoglie tre comuni, ognuno con una storia diversa, tutti accomunati, oggi, dall’essere mete del turismo di mare dei mesi estivi.

Chi vive o ha vissuto in questi posti non può non amarli. Per cui mi perdonerete se quello che vi propongo è un tour sentimentale: il sentimento è il mio, di amore per il mio golfo natìo.

La baia è racchiusa da due lunghi tratti di costa scoscesa e paesaggisticamente molto bella: a Est Capo Mele, che segna anche il confine tra la provincia di Imperia e quella di Savona, a Ovest Capo Berta, oltre il quale si apre l’ampia baia che accoglie Imperia.

Tre comuni, dicevo, ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche. Ognuno con un motivo diverso per farsi amare.

Cervo

Bouganville a Cervo

Un borgo medievale incantato. Un luogo sospeso nel tempo, tra cielo e mare. Cervo ha una storia piuttosto antica, ma soprattutto è il più caratteristico tra i borghi del Ponente Ligure vicini al mare, proprio perché è così vicino al mare. Altri paesi in Liguria (e oltreconfine in Francia) sorgono sulle alture immediatamente retrostanti la linea di costa, eppure Cervo è l’unico dal quale, se ti affacci dalla terrazza/piazzetta della chiesa di San Giovanni dei Corallini, hai la sensazione di poterti tuffare nel mare blu.

Il borgo antico di Cervo si abbarbica alla sua altura, la avvolge piano piano in spire, i piccoli vicoli, i carrugi, che risalgono fino in cima. Palazzi antichi, del Trecento, del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento fanno ombra: apprezzabilissima d’estate, quando nei carrugi passa anche quel filo d’aria che dona ristoro dall’afa.

Uno dei carrugi di Cervo

Detta così sembrerebbe un borgo buio. E invece quando meno te l’aspetti si aprono squarci di luce, su un giardino che guarda sul mare, su buganvillee fiorite che ricoprono i muri di una tenda violacea. Da una porta a est si vedono, oltre la strada, tra i fichi d’india e i pini, gli scogli e il mare. E d’estate, nonostante il traffico, si sente la musica dei tuffi e dei bagnanti che si godono il bagno di sole.

fichi d’india e mare. Non è Sicilia, ma Liguria

“O chiese di Liguria,

come navi disposte ad essere varate”

Così scriveva il poeta Vincenzo Cardarelli in una poesia intitolata, appunto, Liguria. L’ho studiata a memoria alle Elementari e questa frase in particolare mi rimase impressa proprio perché nella mia mente si formava l’immagine della chiesa di San Giovanni dei Corallini. È la chiesa più importante di Cervo, la sua facciata barocca, imponente, caratterizza l’aspetto del borgo da lontano, e il suo campanile alto ne fa un punto di riferimento per chi arriva da lontano. Un’immagine che amo, che aspetto per tutto il tempo del mio viaggio verso casa e che mi gonfia il cuore di amore quando mi si para davanti, è proprio il profilo di Cervo che appare da dietro le colline a me che arrivo in autostrada, poco prima di uscire al casello di San Bartolomeo al mare. Allo stesso modo, mi sale un po’ di malinconia quando, partendo via, mi scompare dalla vista mentre mi allontano, prendendo la direzione di Genova.

colline coltivate a olivi circondano Cervo. Il suo profilo, caratterizzato dai campanili, è inconfondibile

Il campanile di Santa Caternina e il Golfo di Diano

Ma un’altra chiesina, poco distante, che ho scoperto da poco, è un incanto: è l’Oratorio di Santa Caterina. Piccola, nella penombra, ma mantiene al suo interno affreschi antichi che la rendono un inaspettato gioiello. Guardandola da fuori, poi, si nota come fosse più grande in origine, mentre poi fu ridimensionata e una delle sue navate fu trasformata in un carrugio: i segni nella muratura parlano chiaro a chi sa leggerli.

L’altro monumento del borgo accoglie chi varca la sua porta a monte: è il castello, che ospita il museo etnografico. Direte voi: che noia. Forse. Ma non si può comprendere il presente se non si ha una pur minima idea del passato, e quell’idea il museo di Cervo la dà, attraverso gli oggetti quotidiani di generazioni che non sono più. In cima, poi, una terrazza panoramica fa godere a 360° della vista su Cervo e dintorni.

Cervo è una città di artisti e di musica, in particolare. Ogni anno ospita rassegne musicali che ben si calano nell’atmosfera medievale e romantica del borgo. Ospita anche una selezione del Premio Strega e nei suoi vicoli tante botteghe artistiche e artigianali attirano l’attenzione e costituiscono un po’ l’anima ancora viva del paese. Intorno al borgo gli olivi, che non ci fanno dimenticare l’origine agricola, con grandi difficoltà, sulle fasce, di questo territorio collinare, stretto tra il mare e i monti subito dietro.

Uno scorcio del borgo marino di Cervo

Il mare. Basta ridiscendere le vie del borgo, attraversare la via Aurelia, che fa da cesura tra il mondo antico e quello moderno, trovare un varco per arrivare sul mare ed ecco: qui un altro piccolo anfratto, un angolino si cela sotto il ponte della ferrovia, un porticciolo d’altri tempi, dove immagineresti di vedere ancora il pescatore sulla porta di casa che dipana le reti al tramonto, con la pipa in bocca e la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Davanti, invece, sul mare, qualche barchettina, e un paio di stabilimenti balneari che ci riportano al presente. Appena più ad est si trova il molo del Porteghetto. Questo segna il confine orientale del Golfo Dianese. Qui vale la pena di tuffarsi; la chiesa dei Corallini (che poi erano i pescatori di corallo) non ci perde di vista, ci tiene sotto il suo sguardo protettore.

Ca’ Pinea, le fasce, i ricordi

Una passeggiata, ricordi d’infanzia, un torrente, le fasce e un antico borgo in rovina. Questi sono gli ingredienti di questo post. Un post che nasce dal cuore, si alimenta di ricordi, prende forma passo dopo passo e oggi, qui, trova compimento.

La vegetazione rigogliosa di una fascia dell'entroterra Dianese: agrumi, fichi d'india e, naturalmente, gli olivi

La vegetazione rigogliosa di una fascia dell’entroterra Dianese: agrumi, fichi d’india e, naturalmente, gli olivi

Quand’ero piccola, la domenica era dedicata alle passeggiate nell’immediato entroterra della Riviera Ligure di Ponente. Sono nata in un paese di mare, San Bartolomeo al Mare, che come tutti i piccoli paesi liguri marinari è stretto in una sottile striscia di terra compresa tra il bagnasciuga e le colline. Proprio queste colline così vicine erano la meta delle nostre passeggiate domenicali: io e mia sorella raccoglievamo i fiori di campo, anemoni e margheritine, di tanto in tanto un soffione, e intanto ci guardavamo intorno. Per me era sempre una scoperta, un’esplorazione: già all’epoca, probabilmente, una piccola viaggiatrice smaniava di spingersi sempre più in là.

Di tutte le passeggiate “in pineta” che facevamo, quella a Santa Lucia era quella che preferivo. C’era tutto: i fiori, le fasce, cioè i terrazzamenti coltivati a olivi nei quali potevamo scorrazzare liberamente a caccia di fiori perché non c’erano recinzioni; c’era la passeggiata lungo il torrente Santa Lucia, con le sue canne al vento e le libellule colorate, e c’era la possibilità, ogni volta, di poter scegliere una strada diversa da percorrere, per spingersi un po’ più in là. Una volta, solo una volta che io ricordi, ci siamo spinti più in su lungo il fiume: passati sotto il viadotto dell’autostrada, infatti, la via si biforcava e noi il più delle volte imboccavamo la stradina che saliva alla piccola chiesa di Santa Lucia. Una volta, invece, proseguimmo in basso, lungo il torrente Santa Lucia, che dalla chiesa prendeva il nome. Ricordavo la passeggiata, e ricordavo che in questa risalita che avevo idealizzato come se fosse la ricerca delle sorgenti del Nilo, non eravamo arrivati alla fine. Così domenica scorsa, quando con mia madre ci siamo fatte una passeggiatina tranquilla come ai vecchi tempi, improvvisamente mi è scattata la molla di scoprire dove arrivasse quella strada, se davvero ci avrebbe portato alle sorgenti del Rio Santa Lucia.

un ricovero per gli attrezzi su una fascia in prossimità del rio Santa Lucia

un ricovero per gli attrezzi su una fascia in prossimità del rio Santa Lucia

Le piogge degli ultimi giorni hanno ingrossato il torrente, che scorre limpido e impetuoso verso valle. Noi camminiamo alla sua sinistra, mentre l’argine destro è lambito dalle fasce che dal fronte della collina scendono a valle. Già, le fasce: i terrazzamenti liguri, che caratterizzano questo territorio da secoli, dovuti al tentativo dei contadini di strappare fazzoletti di terra coltivabile ad un territorio ingrato e scosceso, collinare fino al mare. Le fasce permettono di ricavare delle terrazze artificiali lungo i fianchi delle colline, realizzate in muretti a secco, con una tecnica sapiente ed empirica che oggi ormai si sta perdendo. Le fasce poi erano coltivate secondo ciò che più era utile all’economia regionale: dalle mie parti, ovvero nel golfo dianese, erano gli ulivi a farla da padrone. E gli ulivi ci sono ancora, anche se molto ridotti rispetto a quello che un tempo dovevano essere.

Con mia madre risaliamo lungo la via: ricordo qua e là qualcosa, qualche dettaglio: questa casa non c’era, sotto il viadotto c’era una discarica di lavatrici, alla chiesa di Santa Lucia ci si arriva da quella strada là… risaliamo il corso del fiume, e capisco perché già una volta, 20 anni fa o giù di lì, c’eravamo dovuti girare indietro: la strada finisce, il greto del fiume diventa proprietà privata. Peccato, l’avevo quasi carezzata questa speranza di giungere alle sorgenti del Rio Santa Lucia. E vabbé, pazienza. La strada piega a destra, risalendo una piccola collinetta che poi ridiscende in direzione del mare. Comunque il senso dell’orientamento non lo si perde mai, perché il mare è sempre là, laggiù, a dirci da che parte bisogna tornare.

Ca' Pinea, nell'immediato entroterra di Diano

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

La strada arriva quasi in cima alla collinetta e ridiscende, costeggiando villette che un tempo non c’erano e che oggi godono di un bel panorama e di una posizione isolata, nel bene e nel male di ciò che questo comporta. Infine la strada scende in una zona che ricordo bene, perché quand’ero piccola stimolava e non poco la mia fantasia: poco sopra due fasce zeppe di margheritine si ergevano i resti di alcune case, ciò che restava di un antico borgo. Anche più in basso si conservava qualche rudere scalcinato, murature a vista in parte crollate e intonaco, laddove conservato, mangiato ormai dal tempo che divora ogni cosa e dall’edera che si attacca a tutto.

Sarà deformazione professionale, sarà che era da anni che volevo ritornare tra quei ruderi, ma non mi sono fatta sfuggire l’occasione. E ho scoperto Ca’ Pinea.

Uno scorcio dell'antico borgo di Ca' Pinea

Uno scorcio dell’antico borgo di Ca’ Pinea

Ca’ Pinea vuol dire in dialetto Case Pineta. Il toponimo indica un piccolo borgo, questo piccolo borgo, che esiste fin dal 1300 qui, in quest’area che era sicuramente adibita a pineta. Gli abitanti però si erano adoperati, nei secoli passati, per sfruttare la coltivazione dell’olivo. Una bella vena d’acqua portava acqua ad un frantoio, ormai distrutto, e le quattro case sopravvissute erano abitate da coloro che qui producevano olio. L’economia di sussistenza di queste zone permise per secoli agli abitanti di Ca’ Pinea di campare. Poi, a metà dell’Ottocento, pare che un’invasione di formiche abbia costretto una buona fetta della popolazione ad andarsene e che un tremendo terremoto nel 1887 abbia convinto i pochi recidivi a lasciare definitivamente queste zone. Molti dei ruderi giacciono a terra dall’epoca, non c’è dubbio. Il borgo però continuò ad essere frequentato. Sicuramente in epoca fascista: una scritta sul muro della casa principale del borgo parla di una dedica a Santa Lucia nel 1930 mentre la titolazione della piazza (ci vuole coraggio a chiamarla così: due metri per due tra la casa e le fasce) è dedicata alla regina Margherita di Savoia.

Targa del 1930 a Ca' Pinea

Targa del 1930 a Ca’ Pinea

A Ca’ Pinea si riunivano, anche dopo il definitivo abbandono, molti giovani abitanti di Diano e delle borgate circostanti. I loro nomi sono stati segnati, in un murales che vale come targa, sul muro della casa principale. La cosa più bella, comunque, sono i “cartelli stradali”, scritti a mano e bordati da conchiglie di mare, cozze e patelle: tentativo di ingentilire una borgata che di gentile doveva avere ben poco.

L’ultima volta che sono stata qui sarò stata appena adolescente. Oggi la mia esplorazione è più consapevole, più adulta, più da archeologa, con un’attenzione maggiore ai dettagli e alle minuzie.

Ridiscendiamo da Ca’ Pinea visibilmente soddisfatte: finalmente mi sono tolta uno sfizio che mi portavo dietro da parecchio tempo. L’ultima tappa del nostro giro è la piccola chiesa di Santa Lucia, che da sempre è chiusa tutto l’anno se non in occasione di Santa Lucia, il 13 dicembre. La chiesa è stata restaurata da pochi anni, lo spiazzo antistante è sempre uguale, il cipresso è sempre lì. Vivacizzano il tutto le foglie gialle cadute dagli alberi che realizzano un bellissimo tappeto dorato sul sagrato della chiesina. Santa Lucia, la chiesa di riferimento per gli abitanti di Ca’ Pinea, che dà il nome al torrente che le scorre vicino, poco più a valle, e che ancora oggi è luogo di culto, anche se una sola volta l’anno, è la tappa finale del nostro giro, che da qui in avanti si va a congiungere alla via dell’andata, al di qua del viadotto dell’autostrada, verso la modernità, il traffico e il rumore del paese moderno, la “civiltà”.

La chiesina di Santa Lucia

La chiesina di Santa Lucia

Tradizioni che rimangono nel cuore: la fiera della Rovere a San Bartolomeo al Mare

Piccolo paese che si inserisce lungo la via Aurelia tra le più note Cervo e Diano Marina, San Bartolomeo al Mare (IM) può apparire a chi la attraversa come un agglomerato di case sorto negli ultimi 60 anni per soddisfare il turismo estivo. In realtà la sua storia è più antica, ed è la storia di un piccolo borgo di poche case raggruppate intorno ad un santuario su una collinetta poco distante dal mare, nel bel mezzo di un boschetto di roveri: il Santuario di N.S. della Rovere. Il piccolo borgo ha sviluppato una devozione forte e sentita nei confronti della Madonna e questo culto secolare si manifesta anno dopo anno il 2 febbraio, in occasione della festa della Candelora, quando il borgo, ormai l’intero paese, festeggia con una grande fiera che occupa buona parte del centro abitato.

Il Santuario di Nostra Signora della Rovere, San Bartolomeo al Mare

Il Santuario di Nostra Signora della Rovere, San Bartolomeo al Mare

La fiera della Rovere è uno degli eventi cui sono in assoluto più legata. Sono nata a San Bartolomeo al Mare del resto, lì ho vissuto, con una piccola interruzione, per 28 anni, lì torno appena posso per trovare la mia famiglia, per sentirmi a casa. Quest’anno purtroppo non potrò tornare in tempo per la fiera, ma posso raccontarvela, così come l’ho amata in questi 30 anni, seguendone passo passo i cambiamenti e gli elementi di continuità. Perché la fiera della Rovere è tradizione, è momento di aggregazione, è festa, è incontro, è l’occasione in cui l’intero paese si riversa in strada, diviso tra chi vende e chi compra, si ritrova, si riconosce in un’identità comune che nel santuario della Rovere trova la sua espressione.

Il campanile della chiesa. Sulla piazza vive ancora qualche albero di rovere, che dà il nome al Santuario

Il campanile della chiesa. Sulla piazza vive ancora qualche albero di rovere, che dà il nome al Santuario

Accanto alla festa profana della fiera c’è, naturalmente, la festa religiosa particolarmente sentita: il 2 febbraio la celebrazione è officiata in genere dal Vescovo, mentre il 3 febbraio, giorno di San Biagio, i più devoti al termine della funzione religiosa ambiscono alla benedizione della gola.

Per me la festa della Madonna della Rovere è sempre stata come Natale o Pasqua: una festa comandata in cui non si andava a scuola (le Elementari, vicine alla chiesa, stanno chiuse durante la fiera), un momento di festa atteso con trepidazione perché si stava tutto il giorno a zonzo dapprima con mamma e papà, poi con gli amichetti di scuola, quindi con la propria compagnia. La giornata tipo è sempre la stessa.

La sveglia la danno le campane a festa della chiesa: suonano fin dal mattino presto, invitando i fedeli a rendere omaggio alla Madonna. La gente, invece, si riversa tra i banchi, ognuno col suo percorso; chi come me la percorre da anni ha un suo itinerario prefissato che non cambierà mai: io amo partire dalla via Aurelia lungo la strada che sale alla Chiesa. La piazza della Chiesa è anch’essa gremita di banchi ammassati quasi gli uni sugli altri, e a lato si riconosce inconfondibile il banco della pesca di beneficenza. Dietro il santuario, in un oliveto che ormai funge anche da parcheggio si raccoglie una sorta di piccola fiera del bestiame che ospita qualche cavallo, capre, asini, un anno persino due alpaca, ospiti d’eccezione che attirarono un monte di curiosi, grandi e piccini. Da qui il percorso ridiscende fino alla ferrovia, dove un tempo era il passaggio a livello che ora è chiuso, e dove continua ad avere il suo banco uno storico ambulante che è solito attirare clienti cantilenando al microfono “Palpate gente, palpate” riferendosi alle sue scarpe lowcost buttate spaiate su un grosso telo: molto folkloristico, assolutamente insostituibile!

un alpaca alla fiera della Rovere del 2008

un alpaca alla fiera della Rovere del 2008

Il percorso tra i banchi costeggia la ferrovia per un pezzetto, poi la oltrepassa grazie ad un ponticino che porta su Piazza delle Magnolie. Qui, quand’ero piccola si riunivano le giostre, l’autoscontro, i vari tiro a segno e simili, per la gioia dei più piccoli. Da anni ormai, però, la piazza è occupata dagli stand gastronomici di “Arti e sapori della Rovere”, che ospita prodotti tipici e della tavola non solo liguri, molti dei quali presidi Slowfood. Un’ottima occasione per San Bartolomeo al Mare di inserirsi in un canale molto importante e molto sentito nella Liguria di Ponente, che punta sulla sensibilizzazione e sulla promozione di prodotti del territorio quali l’olio e il pesto e va ad allearsi con altre realtà italiane altrettanto interessate alla promozione territoriale attraverso la buona tavola. Un valore aggiunto non indifferente per la piccola San Bartolomeo.

Il percorso della fiera si allunga poi verso il mare, dove incontra l’angolo florovivaistico, se così lo vogliamo definire: alcuni vivaisti e produttori agricoli della zona hanno uno spazio tutto loro per vendere piante, fiori, sementi varie. Un luogo della memoria anch’esso, per quanto mi riguarda, dato che mia madre da sempre è solita comprare qui le primule, fiorite e coloratissime, primi fiori a sbocciare ancora prima dell’inizio della primavera.

Infine il percorso si ricongiunge alla ferrovia, laddove un tempo c’era quel passaggio al livello che ogni volta che si abbassava dava il tormento alla calca di gente che voleva passare da una parte all’altra della fiera. Ma dove, del resto, se si era dal lato giusto, si poteva ingannare l’attesa comprando frutta di pasta di mandorle all’enorme banco di dolciumi che si sistema qui tradizionalmente!

Cavalli alla fiera della Rovere

Cavalli alla fiera della Rovere

Piccoli bozzetti, flashback di ricordi che si presentano alla mente. Piccoli aneddoti ce ne sono tanti, legati alla fiera e alla mia infanzia: come quando vinsi un pesce rosso alle giostre, o come quando io e i miei compagni di scuola spendemmo un’esagerazione di soldi per comprare quelle adorabili caramelle alla cocacola, a forma di uovo fritto o di dentiera.. o ancora di quella volta che ero a casa con la febbre e mia madre comunque mi comprò un maglione (che poi ho indossato per anni)… e come dimenticare il frittellone che era la merenda ufficiale, vietata durante l’anno, ma permessa durante la fiera? Con gli anni molti banchi sono cambiati, anche la merce si è standardizzata e la fiera ha perso un po’ della spontaneità che aveva quand’ero piccola. O forse sono io che ho perso un po’ il senso della sorpresa, chissà. Ma tornare alla Fiera fa sempre piacere e soprattutto è il momento dell’anno in cui meglio si legge l’identità vera del paese. Paese che durante l’estate è meta di villeggiatura, ma che durante l’inverno rimane comunque vivo e vissuto dai suoi abitanti.

Ferragosto in Riviera, per ricaricare le pile

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Ritorniamo a casa dopo un rilassante week-end sulla Riviera dei Fiori. Per una volta non ci siamo dedicati ad esplorare il territorio (anche perché lo conosciamo abbastanza bene), a esplorare i borghi affacciati sul mare, le spiagge e le calette, o i paesi dell’entroterra. Abbiamo deciso, il luogo effettivamente lo consente, di farci coccolare dal dolce-far-niente.

Il nostro breve week-end di ferragosto si è svolto tra San Bartolomeo al Mare e Diano Marina (IM), località di mare nel Golfo Dianese. Da sempre vocate al turismo estivo per famiglie e seconde case, negli ultimi anni insieme a Cervo, l’altra località del Golfo, hanno decisamente migliorato i propri servizi in fatto di accoglienza. In fondo basta poco, no? Le spiagge, anche quelle libere, sono da sempre attrezzate, a Diano anzi vogliono attrezzarle anche per i cani; a San Bartolomeo la passeggiata a mare scende direttamente in spiaggia, così che, se per caso vuoi fare colazione al bar, l’illusione è di essere in un beach bar frontemare. A Diano invece da qualche anno le vie del centro fanno invidia ai centri delle più sofisticate località di mare d’Italia: boutiques e negozi si alternano a bar e locali ai quali è un vero piacere sedere per prendere un aperitivo a mezzogiorno, o alle 7 di sera, dopo essere stati al mare un giorno intero.

Il week-end di ferragosto ha offerto ai turisti – ma anche ai residenti: gli abitanti del luogo vivono molto l’estate a casa propria – anche alcuni mercatini: a San Bartolomeo l’antiquariato, a Diano, così come a Imperia, il “desbarattu“, parola dialettale che indica i saldi dei saldi, le occasioni di fine estate.

La sera le sagre regnano sovrane: sia a San Bartolomeo al Mare che a Diano Marina le aree manifestazioni si popolano di famiglie, ragazzi, turisti e gente del luogo, perché il bello, qui, è che le manifestazioni non sono solo per i turisti e per i villeggianti, ma anche per gli abitanti.

E così, tra colazioni al bar sulla spiaggia, aperitivi in centro a Diano, passeggiate sul Lungomare e sagre per cena, è trascorso il nostro week-end, totalmente all’insegna del relax, apposta per ricaricare le pile nella Riviera dei Fiori, Riviera di Ponente, Imperia.

AROMATICA nel Golfo Dianese

Si svolge in questo week-end lungo del 2 giugno 2011 Aromatica, nel Golfo Dianese, il tratto di costa della Riviera di Ponente formato dai comuni di Cervo, San Bartolomeo al Mare e Diano Marina,in provincia di Imperia. La manifestazione si articola in una serie di stands sparsi per le tre cittadine.
Aromatica ha per tema le piante aromatiche,soprattutto quelle che profumano la cucina ligure e mediterranea, e a seguire i prodotti agricoli del territorio, sui quali la Riviera di Ponente punta molto.
Il Golfo Dianese non vuole essere solo località di mare, ma vuole far conoscere la varietà delle sue potenzialità che non sono solo turistiche, ma anche agronomiche e culturali. E in un momento, quale é quello che stiamo vivendo, in cui si riscoprono i sapori nostrani e i prodotti del territorio, un evento come questo, che non ha pretese, che é sparso a macchia di leopardo nei tre comuni, incuriosisce, attira senza per forza costringere, chi casualmente passa per le vie del centro di Diano Marina o lungo la passeggiata a mare di San Bartolomeo al Mare. Sono coinvolti non solo i turisti, sarebbe un grave errore, ma gli abitanti stessi del Golfo, fortunati perché vivono sul mare tutto l’anno…