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Una passeggiata a Galatina, la capitale del “tarantismo”

In Puglia di questi tempi si svolge la Notte della Taranta, una serie di serate, di concerti che culmineranno nella serata finale del 26 agosto a Melpignano. Si tratta di una manifestazione musicale molto seguita e intensa, durante la quale accanto a gruppi locali che continuano a portare avanti la tradizione della pizzica, si esibiscono ospiti noti al grande pubblico e internazionali. Negli anni la Notte della Taranta è diventata un appuntamento da non perdere nelle serate salentine.

Ma se molti conoscono la Notte della Taranta, pochi sanno da dove essa ha origine. Tutto nasce a Galatina, cittadina del Salento, ai margini della Grecìa. Andiamo a fare un giro da quelle parti.

il centro storico di Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria è il monumento più rappresentativo della cittadina, e soprattutto della sua storia. Essa deve il suo aspetto attuale alla presenza dei monaci francescani inquisitori qui, voluti da Raimondello Orsini del Balzo, il signore del luogo. L’interno della chiesa è una meraviglia del Gotico Internazionale che ricorda, per certi versi, la basilica superiore di Assisi (non per nulla è una chiesa francescana), attraverso la cui lettura si capiscono tante cose della storia sia di Galatina che dell’arrivo dell’affermarsi del Credo cattolico di rito romano qui. Sì, perché prima dell’arrivo dei Francescani, nel XV secolo, nel Salento si celebravano le funzioni religiose secondo il rito greco bizantino (che non è ortodosso, attenzione!). Questo rito però era osteggiato da Roma in quanto non era esattamente quello dettato dal papa (ma nel rito greco bizantino l’autorità del papa non è messa in discussione!). Alcuni centri, tra cui Galatina, accolsero quasi subito il rito cattolico, altri invece, come la vicina Soleto, rimasta nella Grecìa salentina, resistettero molto più a lungo. Insomma, sottilissime questioni teologiche sono la chiave di lettura degli affreschi di questa chiesa.

Alcuni affreschi della basilica di Santa Caterina a Galatina. Credits: http://www.basilicaorsiniana.it/

Sono accesissimi racconti per immagini: innanzitutto troviamo le storie dell’Apocalisse, tanto per far capire subito ai fedeli come andranno le cose una volta che arriveremo alla fine del mondo. Immagini allegoriche, terribili, create apposta per restare impresse negli occhi e negli animi dei fedeli di Galatina. Colori vividi che un recente restauro ha enfatizzato. Mostri come la bestia a sette teste, erano destinati a popolare gli incubi dei più sensibili, sicuramente; la raffigurazione del terremoto era un altro orrore da temere, simbolo della fine del mondo.

Si procede poi con le storie della Bibbia, da Adamo ed Eva (il serpente ha, ovviamente, testa di donna, e il Giardino dell’Eden è chiuso da mura, mentre l’albero del frutto proibito dispensa datteri e non il consueto “pomo”) alla Torre di Babele, che è l’occasione per mostrare il mestiere dei costruttori del tempo. Vi sono poi le storie di Cristo, tra le quali la tentazione nel deserto, in cui Satana tentatore è raffigurato con piedi d’uccello e abito da frate domenicano,  e nella navata laterale le Storie della Vergine con la rappresentazione di storie apocrife della vita della vergine, tra cui i funerali di Maria.

palazzi storici a Galatina

La chiesa è dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, alla quale è dedicata la campata dell’abside e della quale è custodita una reliquia, per l’esattezza un dito che pare essere stato strappato a morsi da Raimondello del Balzo Orsini in persona dalla sua salma custodita nel monastero di Santa Caterina sul Sinai: certo un metodo inconsueto di procurarsi una reliquia, ma evidentemente in certi casi il fine giustifica i mezzi.

La cittadina si presenta con i suoi bei palazzi signorili in pietra bianca leccese. È un bel borgo, piacevole, con strade ampie e fiori alle finestre. Il pasticciotto, dolce tipico salentino, pare essere stato inventato qui, nel 1740, nella pasticceria Ascalone.

La cappella di san Paolo e il Tarantismo

Ma l’edificio più singolare, non tanto per l’architettura in sé, quanto per la storia che custodisce, è la piccolissima cappella di San Paolo.

Narra la leggenda che San Paolo, sbarcato in Salento e giunto a Galatina, qui sia stato ospitato da 3 sorelle alle quali in cambio dell’ospitalità egli donò il potere di guarire dal morso degli animali velenosi. Ormai anziana, l’ultima delle 3 sorelle per non disperdere questo potere sputa nell’acqua di un pozzo. A questo pozzo verranno per secoli le fanciulle tarantate a bere l’acqua dopo aver compiuto il rituale di purificazione nella adiacente cappella di San Paolo.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

Un cartello all’ingresso di questa minuscola cappella fa capire il tenore delle celebrazioni che vi si svolgevano: “è assolutamente vietato danzare in questa chiesa e/o arrampicarsi sull’altare“. Perché, potrebbe succedere? Oggi no, ormai non più, ma fino a poche generazioni fa poteva essere probabile

Il Tarantismo

Il pozzo di San Paolo dietro la Cappella di San Paolo a Galatina

Nei secoli passati nelle campagne della Grecìa salentina, e in particolare a Galatina, le fanciulle che andavano nei campi venivano morse dalla tarantola. Per espellere il veleno del ragno, che le faceva cadere dapprima in uno stato di torpore e di indolenza, dovevano ballare, ballare e ballare fino allo sfinimento, in modo da sudare e in questo modo sperare di guarire. Un’orchestrina si riuniva e la fanciulla al suono costante e incalzante ballava e ballava, entrando in uno stato di trance finché non crollava, sfinita. Il rituale, che è un rituale di possessione, perché la ragazza è “posseduta” dal ragno, è noto, scritto, fin da documenti del XIV secolo. In occasione del 29 giugno, festa di San Paolo, le tarantate si recavano alla cappella di San Paolo a Galatina e chiedevano la grazia della guarigione ballando nuovamente (ecco il perché del cartello).

Questo rituale è andato avanti fino agli anni ’60/70 del Novecento. Appena pochi anni prima che scomparisse, un antropologo, Ernesto De Martino, venne appositamente in Salento a studiare il fenomeno del tarantismo. È evidente che nessuna ragazza sia mai stata morsa effettivamente da un ragno, ma essa andava comunque davvero in trance e ballava e credeva fermamente in quello che faceva, perché vi era stata indotta dal suo contesto culturale di riferimento.

Oggi che sono mutati i riferimenti culturali, più nessuna ragazza soffre di tarantismo e la Notte della Taranta è diventata una lunga festa che coinvolge varie località del Salento e richiama un vasto pubblico da tutta Italia oltre che artisti di richiamo sia locale che nazionale. Una festa ampiamente sentita e con un’ampia risonanza in tutto lo Stivale. E credo che sia sempre bello scoprire da cosa hanno origine le feste attuali, no?

(Questo post nasce a seguito della splendida visita guidata a Galatina cui ho partecipato durante il blogtour #santilumi17. Gli altri articoli li trovate qui)

Vieni a bloggare in Puglia: #Santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina

Quando meno te l’aspetti salta fuori un blogtour. Per la precisione, un educational tour nella Grecìa Salentina, che a sua volta è una piccola parte del Salento. Se il Salento è noto per il mare e per alcuni centri più importanti, come Lecce, Otranto, Gallipoli, la Grecìa è un po’ meno nota. Soprattutto, fuori dalla Puglia, non si sa che qui, in 9 comuni, si parla tranquillamente il Grico, un dialetto che deriva dalla lingua greca. Questa peculiarità è ciò che resta di un periodo ormai lontanissimo nel tempo in cui la Puglia fu parte dell’impero Bizantino, alla caduta dell’impero romano d’Occidente. Ciò comportò l’uso della lingua, il greco appunto, e del rito greco bizantino nel rito cristiano.

Ma andiamo con ordine. Tre blogger: io, Stefania Brutti per Memorie dal Mediterraneo e Mattia Mancini di Djed Medu – Blog di Egittologia. Il comune di Corigliano d’Otranto ci ha invitato durante il Festival dell’Inutile Santi Lumi 2017, una manifestazione culturale che si svolge in questo periodo nel Castello, proprio per farci scoprire questo territorio e le sue peculiarità culturali.

In questo post vi racconto ciò che abbiamo fatto e visto, mentre lascerò i tanti necessari approfondimenti a post successivi. Pronti a partire con noi?

1 giugno: Corigliano d’Otranto: il paese filosofico

Arriviamo a Corigliano nel pomeriggio. Il paese ci accoglie con un sole pieno che fa risaltare la pietra bianca leccese nella quale sono costruite il castello, la chiesa, i palazzi. Alloggiamo in uno splendido b&b dietro la chiesa madre: tre grandi appartamenti che affacciano su una corte interna. Il cielo blu si insinua tra le finestre diroccate del piano superiore.

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

L’appuntamento del pomeriggio, il primo incontro a Corigliano, è con il prof. D’Urso, il quale ci racconterà perché ci troviamo nel “Paese Filosofico”.

L’iniziativa è in effetti piuttosto recente. Anna Fiore, ex sindaco della cittadina, decide di allestire i giardini pubblici fuori dal castello come “Giardino di Sophia”: un percorso che attraverso motti e frasi celebri di importanti filosofi di tutti i tempi invita alla riflessione sulla vita e sulla condizione umana. La storia del pensiero occidentale è una delle basi della nostra cultura, senza che ce ne accorgiamo, viviamo totalmente in una società che deriva i suoi concetti fondamentali addirittura dai grandi pensatori greci. E infatti frasi di Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, poi di Seneca, di Sant’Agostino e ancora di Nietzche e di Voltaire ci accompagnano nel giardino: non sono riflessioni oscure e incomprensibili, ma al contrario parlano dei sentimenti e delle passioni umane, dell’amicizia, della morte: la filosofia sa essere molto concreta, a volte. Inizialmente, con l’apertura del Giardino di Sophia, alcune attività commerciali di Corigliano avevano creato dei prodotti specificamente dedicati. Di tutti proveremo la Cicuta, un liquore a base di foglie d’olivo, che richiama nel nome il veleno che dovette bere Socrate condannato a morte.

L’idea del “paese filosofico” affonda a Corigliano radici ben più profonde, però: sugli architravi delle porte, sugli archi di accesso alle corti interne compaiono varie e tante iscrizioni in latino: alcune sono quasi incomprensibili, altre mezze cancellate dal tempo, altre ancora invece sono traducibili: sono moniti contro l’invidia, formule di protezione della propria casa, messaggi di invito alla pacifica convivenza civile. Tra tutte risaltano la lunga iscrizione sotto la torre dell’orologio e l’Arco Lucchetti, che più che essere iscritto è istoriato con scene simboliche il cui significato, molto criptico, riconduce all’unione familiare.

Visitiamo anche la chiesa madre di Corigliano d’Otranto, della quale ci colpisce il pavimento a mosaico che ricorda per molti aspetti il mosaico della cattedrale di Otranto, anche se quello è decisamente più antico e più carico di significati religiosi e simbolici.

Il castello di Corigliano d’Otranto

In serata raggiungiamo il castello, con le sue belle torri e il fossato intorno. Anche il castello è “parlante”: una serie di statue sulla facciata portano iscritta la virtù alla quale ogni personaggio si riferisce. Il castello ha una corte centrale, usata per eventi come il Festival dell’Inutile, sulla quale si aprono degli ambienti al piano terra: alcuni, indagati archeologicamente, hanno restituito materiali che saranno allestiti presto in un museo all’interno del castello, ancora in fase di progettazione.

2 giugno – mattina: Soleto e Galatina

Due paesi a pochissimi km l’uno dall’altro, totalmente diversi per l’eredità culturale di cui sono portatori: Soleto è Grecìa, in paese la gente parla il Grico come se fosse la lingua madre e finché ha potuto ha aderito al rito cristiano greco-bizantino, che fu a lungo osteggiato da papi e principi cattolici di rito romano. Galatina invece si arrende prima alle imposizioni religiose di Roma, grazie ad una forte presenza dei Francescani, e infatti oggi non fa parte della Grecìa. Ma per meglio capire le differenze tra i due paesi e i due riti religiosi, cosa c’è meglio dell’arte?

A Soleto visitiamo la piccolissima chiesa di Santo Stefano, interamente affrescata all’interno con scene della vita di Santo Stefano, della vita di Cristo, del Giudizio Universale e con la rappresentazione della Sophia, la Saggezza di Cristo, rappresentata due volte, sia come un Cristo giovanissimo e imberbe, che come figura femminile, ma sempre benedicente. Iconografie densissime, spesso di difficile lettura, realizzate da pittori sia di tradizione bizantina che di tradizione latina: lo scopo era la convivenza pacifica di due culture. In tutto questo tripudio di figure e di colori una delle raffigurazioni più intriganti è quella del Diavolo che tenta Gesù nel deserto con zampe di rapace e saio da frate francescano.

La scena del Diavolo tentatore rappresentato con zampe da rapace e il saio da francescano è una delle scene più bizzarre nella chiesa di Santo Stefano

A Galatina i frati francescani riescono nell’impresa di imporre il rito cattolico romano. La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, interamente dipinta nello stile gotico internazionale, ricorda per certi versi la basilica Superiore di S. Francesco d’Assisi. Ogni campata della navata centrale qui è dipinta con un tema diverso, l’Apocalisse, le storie della Bibbia, la vita di Cristo; ma l’immagine più importante è quella, sul soffitto, ben evidente a chi entra, dell’amigdala con al centro Cristo e il papa, del quale è così sancita la preminenza assoluta.

Una passeggiata per il centro di Galatina è occasione per scoprire, presso la cappella di San Paolo, il fenomeno del tarantismo: quello che oggi è occasione di festa e musica, la Notte della Taranta, fino ancora a pochi decenni fa era un’usanza difficile da definire, era il rituale di danze forsennate che le donne morsicate dal ragno ballavano andando in trance al ritmo ossessivo della pizzica.

Nel pomeriggio andiamo a Otranto. La bella cittadina sul mare ci accoglie dalla sua porta nelle mura, realizzate da Alfonso d’Aragona dopo aver ripreso la città che nel 1480 era stata assaltata e occupata dai Turchi. Quel giorno 500 martiri che rifiutarono di divenire schiavi furono decapitati. Le loro ossa sono raccolte in grandi teche esposte nella navata destra del Duomo. Ma certo non sono la cosa più eclatante.

Il grande pavimento a mosaico del duomo di Otranto colpisce innanzitutto perché si stende su tutta l’estensione della chiesa, sia nella navata centrale che in quelle laterali. Realizzato dal monaco Pantaleone nel 1167, il mosaico è la summa degli insegnamenti cristiani uniti alla cultura greca: compare Alessandro Magno accanto a Mosè, per fare un esempio. La rappresentazione dell’Albero della vita in cima al quale si trovano Adamo ed Eva, i 12 mesi coi lavori dell’uomo, Caino e Abele e re Artù è tuttora di difficile comprensione. Sotto la chiesa si apre la cripta, sorretta da tante colonnine e capitelli di reimpiego (quelle cose belline che piacciono a me).

Passeggiando per Otranto

Quando torniamo alla luce passeggiamo per Otranto, bellissima, con le sue casette bianche che mi ricordano, non a caso, l’altra sponda dell’Adriatico. Quindi, ci rechiamo al Castello Aragonese, la fortezza a difesa della città e del Canale d’Otranto, oggi sede espositiva e punto panoramico, ma all’epoca luogo del potere e della difesa: le sue stanze hanno pareti spessissime di pietra, con lunghe bocche per i cannoni al posto delle finestre. Oggi, il Castello ospita mostre temporanee (da metà giugno una mostra su Caravaggio) e presenta i reperti provenienti dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, nota per le sue pitture rupestri, ma non aperta al pubblico.

L’ultima tappa di questa giornata è la cava di bauxite poco distante: un luogo magico in cui la natura si è riappropriata del proprio spazio dopo essere stata abbandonata dall’uomo. Con questo paesaggio coloratissimo negli occhi rientriamo a Corigliano d’Otranto.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

3 giugno – il vasaio e le luminarie

Prosegue il nostro tour culturale alla scoperta, questa volta, dell’artigianato locale. Innanzitutto andiamo nell’azienda Colì, vasai di Cutrofiano dal lontano 1650: una tradizione familiare che si trasmette di padre in figlio. L’azienda è molto ampia, il forno è lunghissimo, concepito in modo da cuocere gli oggetti in terracotta alla temperatura costante di 800° per tante ore senza rischiare la cottura imperfetta, responsabile della rottura dei vasi. In azienda ovviamente si adottano le più avanzate tecnologie e si seguono le tendenze del gusto e del mercato. Ma ciò che rimane tradizionale è la vera forza di questo luogo: la lavorazione al tornio della materia prima. Giuseppe Colì si mette all’opera davanti ai nostri occhi e realizza un miracolo di argilla semplicemente facendo ruotare il tornio e usando sapientemente le mani e le dita. Uno spettacolo ipnotico.

il vasaio Giuseppe Colì all’opera mentre realizza un vaso al tornio. Giuseppe è campione internazionale di ceramica al tornio

A seguire visitiamo l’azienda MarianoLight che produce una cosa fondamentale per le feste di paese in Salento e in Puglia (e in generale al Sud): le luminarie. Si tratta di impalcature in legno bianco di varia forma e dimensione e variamente assemblate alle quali sono applicate lampadine assortite colorate. Quello che non sapevo è che con le luminarie si possono creare spettacoli di luci e musica, vere coreografie che lasciano a boccia aperta, e non solo: tra i committenti non ci sono solo i paesi, ma anche i brand di lusso, come Bulgari o Louis Vuitton, che commissionano scenografie luminose che ben si sposano con l’idea di lusso smodato. In questo campo la tradizione incontra l’innovazione tecnologica nella scelta delle luci più adatte (led o rgb), nei software da utilizzare per l’accensione delle luci in dialogo con la musica, nello studio di architetture sempre più elaborate e stupefacenti. Roba da restare con la bocca aperta. Non guarderò mai più le luminarie con gli stessi occhi, lo giuro!

Il teatro romano di Lecce e il campanile del duomo sullo sfondo

Nel pomeriggio, l’ultimo in Salento, ci spostiamo a Lecce. Qui facciamo un bel giro nel centro storico, attraverso Porta Rudiae fino al Duomo dedicato a Sant’Oronzo, poi fino a Piazza Sant’Oronzo nella quale si apre l’anfiteatro romano, quindi verso il teatro romano e infine entriamo a vedere gli scavi archeologici sotto palazzo Castromediano-Vernazza: siamo tutti e tre archeoblogger, del resto, e non potevamo resistere al richiamo!

Si conclude il blogtour #santilumi17 con un lungo viaggio in treno la domenica mattina, lungo tutta la linea ferroviaria adriatica. Impegnativa, ma è valsa davvero la pena. Grazie a Coolclub che ci ha contattato per conto del comune di Corigliano d’Otranto, nostro ospite e organizzatore dell’evento. In questi giorni ho conosciuto una terra di cui non solo a malapena conoscevo l’esistenza, ma che mi ha stupito per la profondità culturale di cui è capace. Il Salento non è semplicemente bel mare, è una terra di tradizioni antiche che sono riuscite a preservarsi e che sono il punto di forza di questa regione. Personalmente mi sono innamorata della Grecìa Salentina. Nei prossimi post ve lo dimostrerò!