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L’Anello della Calvana: camminare nella natura a pochi km da Prato e Firenze

Calvana

Approfittando del primo sabato di sole, nonostante non sia ancora iniziata la primavera sul calendario, io e Lorenzo avevamo troppa voglia di sgranchirci le gambe per restare a casa a guardare le qualificazioni del GP d’Australia. Così, preparati i panini, studiato il percorso, ovviamente, armati di pile, giacca a vento e scarpe da trekking, siamo partiti di prima mattina alla volta di Prato, per raggiungere il piccolo borgo di Filettole. Continuiamo così la nostra esplorazione dei dintorni di Firenze.

Sarà che il nome mi ricorda per assonanza Frittole, ma pensare che siamo a pochi km dal distretto industriale più importante della Toscana mi ha fatto pensare che qui, in collina, circondati dalla natura sotto forma di bosco, c’è davvero la porta verso un altro mondo. Benigni e Troisi si erano ritrovati catapultati nel Rinascimento, noi, molto più semplicemente, ci siamo immersi nel bosco e nella vegetazione più fitta.

Il percorso che abbiamo scelto corrisponde all’Anello della Calvana: nella prima parte calca il sentiero 40, arrivando fino alle case abbandonate di Valibona; poi, col sentiero 20 sale fino al M.te Cantagrilli, quindi percorre la cresta montuosa fino alla Retaia e infine, prendendo il sentiero 26 ridiscende a Frittole, pardon, Filettole. Sembra veloce ma non è, e noi abbiamo impiegato molto più tempo, vuoi perché fuori allenamento, vuoi per le soste panoramiche, vuoi per il pranzo, vuoi per l’incontro con i cavalli, delle 4.30 ore circa previste dalla nostra guida tascabile, Sentieri di Firenze, di Stefano Ardito.

Il sentiero CAI 40 dopo un primo tratto tra le case di Filettole, passa davanti a Villa Gherardi, quindi continua, costeggiando oliveti e fattorie lungo il versante della montagna che dà sulla valle del Bisenzio, il fiume che scende verso Prato.

oliveti all'inizio del percorso a piedi della Calvana

oliveti all’inizio del percorso a piedi della Calvana

Poi ci si inoltra nel bosco. Un lungo percorso in lieve pendenza che si avverte a malapena si spinge nella boscaglia, costeggia ad un certo punto lo scorrere di un piccolo torrente, ricalca in un tratto un selciato antico, medievale addirittura, fino a sbucare, dopo 2 ore e più di cammino, in una radura che segnala l’uscita dal bosco, l’approssimarsi delle case abbandonate di Valibona e il cambio di percorso verso la vetta del Monte Cantagrilli, in un paesaggio completamente diverso.

il sentiero ricalca un selciato medievale in alcuni tratti ancora conservato

il sentiero ricalca un selciato medievale in alcuni tratti ancora conservato

La cosa più bella di percorrere un tratto di bosco del genere in questo momento dell’anno, agli inizi della primavera, è proprio cogliere i segni della nuova stagione in arrivo, attraverso l’apparire sul terreno dei timidi fiorellini primaverili: gli anemoni alle quote più basse, poi le violette, le orchidee selvatiche e addirittura le primule! Fiorellini che con la loro sola presenza ingentiliscono un territorio che sta uscendo dall’inverno, ben evidente nel muschio di un bel verde acceso che copre ogni cosa, tronchi d’albero caduti e alberi vivi, pietre di muri a secco e rocce, fin nell’alveo del piccolo torrente, che infatti scorre in un letto tutto verde!

Il Rio Buti che costeggia il percorso. O viceversa...

Il Rio Buti che costeggia il percorso. O viceversa…

L’uscita sulla radura conduce immediatamente all’incrocio con gli altri sentieri che passano da queste parti. Noi proseguiamo per un piccolo tratto, fino a raggiungere le case abbandonate di Valibona, che furono uno dei teatri della Resistenza su queste montagne: un monumento realizzato nel bosco di conifere che circonda le case ci racconta della battaglia che qui si svolse il 3 gennaio 1944 tra partigiani  e fascisti.

Si tratta di poco più di un edificio in pietra e mattoni, ormai privo del tetto, crollato, e del quale rimangono soltanto le travi di sostegno; le finestre non hanno più i vetri, è vietato inoltrarsi all’interno delle abitazioni per via del pericolo di crolli, cosa che non fatico a credere, data la situazione di estremo abbandono e rovina, direi quasi degrado delle murature.

Le case abbandonate di Valibona

Le case abbandonate di Valibona

Spira un vento gelido poco simpatico. Tuttavia, poiché non sappiamo cosa ci riserverà il percorso da qui in avanti, decidiamo di fare sosta per il pranzo. Ma male ce ne incoglie: perché una nuvola particolarmente antipatica va ad oscurare il sole che fino a quel momento aveva fatto capolino e ci fa congelare le povere mani che reggono i panini. Nonostante le energie impiegate fino a questo momento, il freddo mi fa passare persino la fame!

Ripartiamo, lasciamo Valibona e torniamo all’incrocio con gli altri sentieri. Qui imbocchiamo il 20, che fin da subito sale attraverso i prati pieni di crochi, il primo fiore che sboccia dopo l’inverno, diretti alla vetta del M.te Cantagrilli. Ora, seguire un percorso CAI in un prato o in una radura è cosa ben diversa da seguirlo nel bosco: nel bosco si cammina su un sentiero e quello soltanto, non c’è modo di perderlo, perché è l’unico passaggio aperto nel fitto della boscaglia. Ma in una radura tutto è aperto: l’occhio può spaziare su un orizzonte molto ampio, e l’area camminabile è molto estesa, cosicché diventa importante saper riconoscere qui meglio che altrove i segnavia bianchi e rossi del CAI, anche a lunga distanza, ma anche le tracce sul terreno che indicano il tracciato. Da bravi cittadini che diventano Giovani Marmotte per un giorno, abbiamo imparato a riconoscere le tracce utili per scegliere, in caso di dubbio sulla direzione da seguire, il tracciato giusto. Innanzitutto i segnali CAI, che ovviamente sono piazzati non su tutte le rocce o alberi, ma ad una certa distanza l’uno dall’altro, riuscendo così a darci un’indicazione della direzione da seguire. Per un’operazione del genere ci vogliono però occhi buoni che sappiano vedere parecchio lontano, e che le condizioni del terreno lo consentano. Nel caso di oggi, quando i segnali CAI non erano sufficienti (in realtà il sentiero 20 è ben segnalato) abbiamo guardato al fatto che il sentiero doveva già essere stato battuto da altri piedi, quindi trovare la traccia nell’assenza di erba e, nel fango, nelle impronte di mountain bike, di scarpe da trekking appartenenti ad altri camminatori che ci avevano preceduto e, non ultimi, agli zoccoli di cavalli (molto più indicativi, questi, dei loro escrementi, sparsi ovunque su questi prati). Sì, perché da queste parti i cavalli pascolano allo stato brado, il che rende particolarmente interessante la prospettiva di un incontro con qualche esemplare. Mentre saliamo al Monte Cantagrilli li vediamo in una radura in lontananza. Ma i nostri piedi oggi non ci porteranno da quella parte.

Il Monte Morello e l'A1 verso Bologna dal M.te Cantagrilli

Il Monte Morello e l’A1 verso Bologna dal M.te Cantagrilli

Purtroppo non siamo nella stagione giusta per appurare il perché del nome del monte Cantagrilli. Ma la vista da quassù, a 818m slm, spazia su tutta la valle che separa la Calvana, su cui siamo noi, dal Monte Morello, che giganteggia di fronte al nostro sguardo; in fondo alla valle scorre l’autostrada che va verso Bologna, mentre laggiù, immersa nella foschia, c’è Firenze, della quale si indovina a malapena il Duomo. Abbiamo cambiato versante rispetto a stamani: quando siamo partiti il nostro percorso gravitava sulla valle del Bisenzio, mentre ora guardiamo Firenze e, più vicina, la piana di Sesto. E la cosa più incredibile è che vicino a città grandi, moderne e industrializzate come sono il distretto Firenze-Sesto-Prato si possano trovare ancora tratti di natura pressoché incontaminata! Sulla vetta del monte, come nella migliore tradizione, è stata posta un’alta croce rivolta proprio verso il Monte Morello. E sembra che chiacchierino tra loro, le due montagne, Morello e la Calvana, estreme propaggini dell’Appennino ToscoEmiliano alle cui pendici sorge Firenze e la sua conurbazione.

Proseguiamo da qui, seguendo indicazioni bianche e rosse, tracce di mountain bike e zoccoli di cavalli, verso l’altra vetta del percorso, la Retaia. Ora stiamo camminando sulla cresta della montagna, per cui il nostro sguardo vede a destra Prato e a sinistra Firenze. Da quassù il panorama è pressoché a 360° sul territorio circostante. Meraviglioso.

Anche sulla Retaia c’è una croce a segnalare la vetta. Da qui lo sguardo sull’immensa valle ai piedi della Calvana spazia ancora meglio. D’ora in avanti il percorso è in discesa. E finalmente, del tutto improvvisamente, anche se ci avevamo sperato fortemente, ci ritroviamo davanti a due cavalli, madre e puledro, e un mulo molto socievole, che si avvicina e si lascia toccare. Il puledro e la giumenta invece, per quanto assolutamente non infastiditi dalla presenza umana, non sono altrettanto socievoli. Il nostro incontro con gli abitanti del luogo può dirsi realizzato! E così continuiamo la discesa. Che si rivela notevolmente lunga.

calvana

Imboccato il sentiero 26 (e non nego che per trovarlo abbiamo fatto un po’ di fatica), il percorso si inoltra di nuovo nel fitto della boscaglia e comincia a scendere inesorabilmente. Si passa davanti al Chiesino di Cavagliano, una piccola cappella dedicata alla Madonna appena discosta dalla via di Cavagliano, piccolissimo borgo poco distante che si raggiunge con un percorso che parte da Travalle (e che probabilmente affronteremo, prima o poi), e poi giù, sempre più giù, attraversando la via larga del sentiero 24 e ributtandosi nel fitto della boscaglia fino a che le campane della chiesa di Filettole non ci avvertono che siamo quasi arrivati. E solo ora ci accorgiamo della fatica di tutta la giornata, delle gambe doloranti e dei piedi che non sentiamo più (io con le scarpe da trekking nuove, poi!). Il sole sta calando, è l’ora giusta per tornare a casa. E infatti rimontiamo in macchina. Lasciamo il borgo di Filettole, la porta verso la natura, e ci ributtiamo nel traffico cittadino che, volenti o nolenti, è il nostro ambiente naturale.

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Travalle, la campagna dove meno te l’aspetti

Il bel week-end di sole che si è appena concluso, primo anticipo di primavera, ha spinto molti a mettere il naso fuori di casa e a fare qualche bella gita fuoriporta più+ o meno lunga. Noi abbiamo pensato di riprendere una consuetudine che avevamo avviato l’anno scorso, ovvero andare alla scoperta dei dintorni di Firenze: fuori dalla città, e dalle vicine Sesto Fiorentino, Calenzano, Prato, si stendono le colline, i campi coltivati, si innalza il Monte Morello e il monte della Calvana, c’è tutto un mondo di piccoli borghi incantati e semisconosciuti, ma molto molto piacevoli.

Travalle

Travalle

Per questa domenica pomeriggio abbiamo scelto la piccola contrada di Travalle, sopra Calenzano. Una zona ricca di prati, di oliveti e di casolari isolati che si arrampicano sulle pendici del monte della Calvana. Una serie di strade sterrate tra i campi, i casali e gli oliveti consente di fare lunghe passeggiate e infatti oggi troviamo un sacco di gente, di famiglie con bambini, di coppie col cane, di gruppi di persone che semplicemente fanno un giro. E’ tutta gente che abita nella zona e che viene qui a passare il pomeriggio. Poi ci siamo noi, che siamo venuti a esplorare questo angolo di paradiso a due passi da Firenze.

Un gregge di capre a Travalle

Un gregge di capre a Travalle

Innanzitutto, appena arrivati, ci imbattiamo in un gregge di capre che placidamente bruca l’erba, accompagnato da un bel cane da pastore che si distrae con i cani al guinzaglio della gente che passeggia: ma niente paura, perché le capre sanno esattamente dove fermarsi e poi il cane da pastore sta comunque attento a richiamarne l’attenzione al momento opportuno.

Travalle

 La passeggiata è lunga, costeggia olivi e prati, passa davanti alla  villa di Travalle, una tenuta di proprietà della famiglia Strozzi che fece costruire un grandioso complesso a vocazione agricola – di cui rimane funzionante la fattoria, mentre la villa è visitabile su prenotazione telefonica – nel XVII secolo. Da fuori non si percepisce esattamente l’architettura, che è racchiusa da alte mura, ma certo merita il giardino all’Italiana… chissà che prima o poi non torneremo per visitarlo!

Segni delle attività agricole a due passi dalla città: questa è Travalle

Segni delle attività agricole a due passi dalla città: questa è Travalle

La zona è nota ai fotografi, agli appassionati di fotografia e vede spesso gruppi amatoriali di fotografi che vengono qui per fare “pratica”: il luogo in effetti è magico, piacevole, esprime pace e bellezza, ha tutto quello che un fotografo, soprattutto un fotografo di paesaggi, può desiderare…

Travalle

La passeggiata continua verso le colline, dove si trovano un paio di casolari immersi negli olivi. Da quassù la vista spazia su ampie distese coltivate. Sembra incredibile che a pochi km da qui ci sia la città, anzi la zona industriale gravitante su Firenze. E allora godiamoci questo inedito angolo di paradiso finché tramonta il sole.

Villa Demidoff, relax e natura alle porte di Firenze

C’era una volta una villa Medicea in una località, Pratolino, vicino al Monte Morello, una delle estreme propaggini dell’Appennino Tosco-Emiliano. La villa era immersa nel verde, fuori dalla città quel tanto che bastava al Signore di Firenze per dedicarsi al riposo, all’ozio inteso in senso intellettuale, alla distrazione. Mi immagino il Signore di Firenze, Francesco I, che passeggia tra i sentieri immersi nel bosco ordinato, o tra i vialetti del giardino all’italiana, qui un ninfeo, lì le stalle, mentre una superba e gigantesca roccia animata, che si erge dal nulla, il Colosso dell’Appennino, Signore assoluto di queste terre – opera di un artista di rilievo quale il Giambologna – gli ricorda che sovrana assoluta è la Natura, nonostante gli sforzi umani di abbassarla al nostro volere.

villa Demidoff

il Colosso dell’Appennino a Villa Demidoff

Della villa medicea originale rimane più poco (un dipinto che la ritrae si trova al Museo Firenze com’era, a Firenze). Anche il nome è cambiato, è divenuto Villa Demidoff, dal nome della famiglia russa dei Demidoff che nell’Ottocento acquistò la tenuta ormai in decadenza; oggi è un parco pubblico, ad ingresso gratuito, aperto tutti i sabati dell’anno più le domeniche nei mesi estivi. Si può venire per un pic-nic nel prato, oppure semplicemente per passeggiare o per leggere un libro all’ombra di un albero secolare, se si è fortunati si riesce anche ad avvistare un daino, com’è successo a noi, per esempio.

A rendere maestoso e bello il parco concorsero, nella storia della villa medicea, alcune tra le più importanti personalità artistiche della Firenze cinquecentesca: lo scultore Giambologna che, si è già detto, realizzò il Colosso dell’Appennino, e l’architetto Bartolomeo Buontalenti, che a Firenze è noto soprattutto per il gusto gelato che da lui ha preso il nome.

Per una gita fuori porta in una bella domenica di primavera la villa medicea di Pratolino è una bella esperienza, anche per famiglie con bambini. Provare per credere!