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Un monumento eccezionale di Roma: l’Ara Pacis

Per me l’Ara Pacis è uno dei monumenti più belli ed eleganti che ci abbiano lasciato i Romani. È un grande altare all’interno di un recinto dedicato all’Imperatore Augusto e posto nell’area della città che un tempo era il Campo Marzio, dove Augusto aveva collocato anche lo gnomone, un orologio solare che colpiva con la sua ombra proprio l’Ara Pacis nel giorno del suo compleanno, e il suo mausoleo. Il mausoleo di Augusto in effetti è qua accanto: perennemente chiuso, perennemente in restauro, è un grosso tumulo che ne ha subite tante, molto malridotto rispetto all’aspetto magnifico che doveva avere 2000 anni fa.

La processione lungo il lato dell’Ara Pacis

Torniamo all’Ara Pacis. Si trova sul Lungotevere Marzio, ma questa non è la sua collocazione originale. Il monumento infatti non è mai stato trovato integro, ma a più riprese dal Cinquecento in avanti è stato trovato frammentario. Alcune lastre erano addirittura state acquistate dai Medici e portate a Firenze! È solo negli anni ’30 del Novecento che, sotto la spinta ideologica del regime fascista, l’Ara Pacis viene montato, e inserito in un edificio sul Lungotevere. L’architetto si chiamava Morpurgo e lavorò non poco per cercare di creare un contenitore degno del monumento che conteneva: l’Ara Pacis è il simbolo del potere imperiale di Augusto e nella Roma fascista che vuole equipararsi alla novella capitale del novello impero esso deve avere il giusto risalto. Il progetto magniloquente di Morpurgo fu un po’ ridotto per problemi di tempistiche (l’Italia è sempre l’Italia); i lavori sarebbero dovuti riprendere nel ’38, ma ciò non avvenne causa guerra alle porte.

Ara Pacis. Il sacrificio di Enea

Così l’edificio di Morpurgo restò tale fino al 1996 quando problemi di statica e di conservazione dell’Ara Pacis indussero il comune di Roma a incaricare l’architetto Mayer di realizzare un nuovo contenitore. La sua realizzazione ha suscitato non poche polemiche, ma oggi l’Ara Pacis sta all’interno di uno spazio espositivo su due livelli, uno dedicato al monumento e l’altro a mostre temporanee (in questo momento ospita la mostra Spartaco, schiavi e padroni a Roma), che dialoga con l’esterno (col mausoleo di Augusto da un lato e col Lungotevere dall’altro) grazie ad ampie vetrate.

Il monumento

L’Ara Pacis non può non destare meraviglia. È un altare, ma la sua bellezza non sta tanto nell’ara vera e propria, quanto nel recinto: decorato su quattro lati su due livelli diversi, al di sotto una decorazione floreale, al di sopra quattro pannelli, due sul lato frontale e due sul lato di fondo, e una lunga processione sui lati.

Ara Pacis, dettaglio del fregio naturalistico. Alla base, sotto la pianta, si vede un serpentello che insidia un nido e un ranocchio

Il fregio floreale a prima vista sembrerebbe la cosa meno degna di nota: girali di acanto, fiori, frutta, tutto scolpito a rilievo in un insieme molto ricco e molto dettagliato. Ma proprio per questo il fregio è estremamente naturalistico: i fiori sono resi nei particolari, le foglie d’acanto hanno le nervature, i chicchi d’uva sono scolpiti uno a uno, talmente perfetti che si potrebbero cogliere, e poi, meraviglia delle meraviglie in quest’attenzione ai dettagli, la ranocchia alla base e una scena da documentario: un serpentello che assalta una nidiata indifesa di uccellini al di sotto di una rigogliosa pianta di acanto. Oggi noi vediamo tutto bianco, ma un tempo, invece, era coloratissimo e sgargiante! Il verde delle foglie, il colore dei fiori, l’azzurro del cielo: colori intensissimi che oggi riusciamo a vedere grazie alla realtà aumentata de L’Ara Com’era: una visita interattiva al monumento che si può svolgere solo secondo un preciso calendario e con prenotazione.

Anche il registro superiore del recinto dell’altare era dipinto. Sui due lati si sviluppa una lunga processione: un rito religioso? Sì, perché Augusto è rappresentato con la testa velata; ma quale sia questa processione non è dato sapere. Ad essa partecipano i familiari di Augusto, alcuni dei quali perfettamente riconoscibili, e poi senatori, littori e altri personaggi pubblici come i septemviri epulones (magistrati incaricati di organizzare i banchetti pubblici), uno dei quali è girato di fronte, unico tra gli astanti. Se il fregio sui lati è tutto sommato molto ordinato, ripetitivo nonostante le pose diversificate dei personaggi (bellino il bimbo che tira la toga ad uno dei presenti) e rappresenta un evento se non reale quantomeno realistico, i quattro pannelli sulla fronte e sul retro sono invece a carattere mitologico: sulla fronte abbiamo, ai due lati della porta, la Lupa con i gemelli Romolo e Remo, il dio Marte e il pastore Faustolo (estremamente frammentario) e una scena di sacrificio da parte di Enea; sul retro c’è la raffigurazione della Dea Tellus, la Terra, in un’ambientazione particolarmente bucolica e la dea Roma, rappresentata come guerriera (estremamente frammentario).

Ara Pacis. La dea Tellus

I quattro miti sono collegati tra di loro: la Lupa richiama la fondazione di Roma, Enea, figlio della dea Venere, è il principe troiano che dopo essere scappato dalla guerra di Troia, dopo anni di peregrinazioni per il Mediterraneo giunge nella piana dove poi sorgerà Roma, e suo figlio Iulo è il capostipite della gens Iulia, cui apparteneva Giulio Cesare, del quale Ottaviano Augusto è figlio adottivo. La dea Tellus è un riferimento alla Pax Augusta, ovvero al periodo di pace che vive l’Impero dopo che Augusto ha messo a tacere i nemici interni di Roma, e alla prosperità del suo regno. La dea Roma è la personificazione della città. Anche questi fregi erano dipinti. Tutto il programma iconografico era studiato per glorificare Roma e Augusto.

Si può circolare anche all’interno del recinto, dov’è contenuto il grande altare. All’interno il fregio è decorato semplicemente (si fa per dire) con festoni di frutta alternati a bucrani, cioè teschi di bue: una decorazione piuttosto consueta in età augustea che di nuovo rimanda alla nuova era di pace e prosperità inaugurata col regno del primo imperatore.

Il Museo dell’Ara Pacis fa parte del circuito dei Musei in Comune di Roma. Rimane forse un po’ fuori dai consueti percorsi turistici, ma a guardar bene, non è distante da Piazza del Popolo né da Piazza di Spagna. Si raggiunge con il bus 87 dal Colosseo lungo un percorso che corre tangente a Piazza Navona.

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Santa Maria Antiqua: la Roma che non ti aspetti

Santa Maria Antiqua non è certo il monumento che ti aspetti di trovare a Roma: una chiesa greco-bizantina nel cuore della romanità, totalmente differente da tutte le altre testimonianze architettoniche e artistiche della città. Eppure è un luogo assolutamente affascinante.

Cristo tra i Santi sulla navata sinistra di Santa Maria Antiqua

Cristo tra i Santi sulla navata sinistra di Santa Maria Antiqua

Se pensiamo a Roma, e se giriamo per le sue vie e le sue piazze, se guardiamo gli edifici e i monumenti possiamo distinguere 3 grandi gruppi: l’età romana, con il Colosseo, i Fori, i templi di Largo Argentina e le tantissime testimonianze architettoniche e storico-artistiche della gloriosa capitale dell’impero romano; il Cinque/Seicento, durante il quale i papi e i nobili romani dotano la città di chiese meravigliose dalle cupole sorprendenti, prima tra tutte San Pietro, di palazzi signorili esagerati e, a decorare entrambi, opere di scultura e di pittura realizzate dai più grandi artisti di tutti i tempi, come Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Bernini; infine, anche se il ricordo fa ancora storcere il naso, le architetture e le opere urbanistiche di epoca fascista, che hanno dato ad alcuni quartieri della città l’aspetto attuale: via dei Fori Imperiali, l’Eur e poi il Palazzo di Giustizia, la stazione Termini e la Stazione Ostiense, per citarne solo alcuni. Accanto a queste tre grandi categorie artistico/architettoniche, però, dobbiamo includerne un’altra, meno nota, nascosta, ma capace di stupire: è la Roma di età altomedievale.

Santa Maria Antiqua, Cappella di Teodoto

Santa Maria Antiqua, Cappella di Teodoto

In realtà le testimonianze della Roma altomedievale sono parecchie, e si fondono e confondono con l’età paleocristiana: si tratta in sostanza delle chiese più antiche della città, decorate a pittura oppure a mosaico: San Clemente, ad esempio, ma poi anche le basiliche paleocristiane di Santa Maria in Trastevere, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. E poi c’è la più bella di tutte, almeno secondo me. Recentissimamente restaurata e aperta al pubblico in un allestimento temporaneo che si spera rimanga permanente, è la piccola e preziosa chiesa di Santa Maria Antiqua, all’interno del Foro romano.

Santa Maria Antiqua è fondata nel VI secolo d.C. Per la sua realizzazione viene utilizzato un ambiente che era appartenuto ad un edificio di età imperiale, risalente all’imperatore Domiziano (fine I secolo d.C.). Siamo alle pendici del Palatino, sul quale si trovavano i palazzi imperiali, gli edifici di abitazione degli imperatori. Nel VI secolo l’impero romano d’Occidente è ormai caduto da un pezzo, solo l’Impero Romano d’Oriente resiste, il cosiddetto Impero Bizantino.

Sant'Abbaciro in una lunetta nell'atrio antistante Santa Maria Antiqua

Sant’Abbaciro in una lunetta nell’atrio antistante Santa Maria Antiqua

La chiesa non è grande, è a tre navate ed ha la particolarità di aver conservato le pareti affrescate. Sì, è questa la meraviglia di Santa Maria Antiqua. Perché questa chiesa fu abbandonata dopo un tremendo terremoto che colpì Roma nell’847 d.C. Sepolta dalle macerie, è rimasta sigillata per più di 1000 anni, quando, nel 1900, l’archeologo Giacomo Boni la riportò alla luce trovandosi letteralmente faccia a faccia con volti risalenti a un millennio prima.

La cosa che colpisce di Santa Maria Antiqua sono i volti. I volti ieratici, fissi, severi, capaci di leggerti dentro anche se apparentemente sono inespressivi. Così sono i volti dei XL Martiri ritratti nell’attiguo oratorio che da essi prende il nome, così è il volto di Sant’Abbaciro, un santo medico dipinto nell’VIII secolo in una nicchia appena al di fuori della chiesa.

Santa Maria Antiqua, Salomone e i Maccabei, navata centrale

Santa Maria Antiqua, Salomone e i Maccabei, navata centrale

L’interno della chiesa non è da meno. Semplice, semplicissima nell’architettura, è invece vivacissima nelle decorazioni pittoriche, che vanno dal VI all’VIII-IX secolo, coprendo tutta la vita dell’edificio prima del terremoto. Lo stile è greco-bizantino, e suona strano trovarlo a Roma, la città dove meno me lo aspetterei. Invece Santa Maria Antiqua è a tutti gli effetti una chiesa bizantina. Tra le rappresentazioni pittoriche più interessanti vi è il riquadro di re Salomone e i Maccabei, l’affresco dei Santi Medici che per le loro cure non accettano denaro, una Madonna con bambino a lato dell’altare, che è l’affresco più antico conservatosi, e il ciclo di affreschi della cappella di Teodoto, di VIII secolo. In essa sono rappresentati la crocifissione, la Madonna con bambino e il tremendo martirio dei santi Giuditta e Quirico, rispettivamente madre e figlioletto cristiani al tempo delle persecuzioni di Diocleziano. In questa cappella, in particolare, si usufruisce di una lettura guidata delle pitture, grazie a giochi di luci e didascalie che consentono di dare un nome e uno scopo a tutti i personaggi rappresentati.

La visita a Santa Maria Antiqua si conclude con un passaggio negli ambienti attigui, che raccontano la storia degli scavi novecenteschi e dei restauri, e con la spettacolare salita della rampa di accesso al Palatino, in cima alla quale si gode della splendida vista del Foro romano a 180°.

In cima alla rampa di accesso al Palatino. Sotto di noi, il foro romano

In cima alla rampa di accesso al Palatino. Sotto di noi, il foro romano

La storia della città di Roma nei secoli immediatamente successivi alla caduta dell’Impero d’Occidente è silenziosa. Si spengono le luci della ribalta su quella che fino a poco tempo prima era la capitale del mondo antico. Eppure la città non muore, non si ferma, continua la sua vita in sordina, lasciando qua e là tracce della continuità della sua vita. Santa Maria Antiqua è una di queste tracce di continuità: riutilizza vecchi ambienti in abbandono di quello che un tempo era un edificio residenziale appartenuto all’imperatore! e lo riadatta al suo scopo, quello di glorificare il Signore, il Dio dei Cristiani. Una storia, quella di Santa Maria Antiqua, che dopo 1000 anni di silenzio, oggi è tornata a parlare.

Che ci fa un elefante a Roma?

Eh sì, avete capito proprio bene: un elefante a Roma. Può capitare di incontrarlo, in effetti, se si decide di passeggiare per quella dedalo di strade e stradine che è il centro, senza sapere dove si finirà, solo con la consapevolezza che sicuramente, prima o poi, troveremo qualche punto di riferimento col quale raccapezzarci.

L'Obelisco della Minerva, uno dei 13 obelischi di Roma, è sorretto da un elefantino nel disegno di G.L. Bernini

L’Obelisco della Minerva, uno dei 13 obelischi di Roma, è sorretto da un elefantino nel disegno di G.L. Bernini

Così, in una delle mie peregrinazioni romane, un bel giorno mi sono imbattuta nella piazza di una chiesa, nel bel mezzo della quale si innalza un piccolo obelisco sostenuto da un irriverente elefantino in marmo.  La chiesa è Santa Maria sopra Minerva e si trova immediatamente alle spalle del Pantheon. Non chiedetemi come ci sono arrivata.

Guardo la piazza, osservo incuriosita l’elefante, entro in chiesa, mi documento. Scopro così che questo insolito monumento ha una storia molto strana. Perché sì, di obelischi a Roma non ne mancano, così come di statue esotiche, ma un elefante che sostiene un obelisco ancora non l’avevo visto!
Scopro così che l’obelisco fu sistemato sulle spalle dell’elefante da niente meno che Gian Lorenzo Bernini, il quale pare che fece realizzare nel 1667 la scultura da un suo allievo, Ercole Ferrata, e lo sistemò in modo da rivolgere… sì… insomma… il sederone all’indirizzo dei Frati Dominicani che vivevano nel convento sul lato della piazza, e con i quali evidentemente il Bernini non doveva aver avuto buoni rapporti. Oltre a mostrare ai frati il lato B, la proboscide dell’elefantino sembra che stia facendo una beffarda pernacchia: e in effetti a guardarlo il nostro simpatico e marmoreo amico ha molto poco del grande e fiero animale selvaggio mentre ha piuttosto l’aspetto di una caricatura. Chissà perché Bernini ce l’aveva tanto con questi frati: forse ha a che fare col fatto che è proprio in quel convento che poco più di 30 anni prima Galileo Galilei fu costretto ad abiurare le sue tesi?

La chiesa di Santa Maria sopra Minerva, legata al Convento dei Dominicani, ha la facciata molto particolare: quadrata, in stile rinascimentale, mentre l’interno è gotico. Al suo interno ospita le spoglie di Santa Caterina da Siena e del Beato Angelico. La piazza in sé non è grande e rimane nascosta alla vista anche di chi gira intorno al Pantheon, del quale da qui appena si intravvede il retro. Rimane perciò appena fuori dai consueti percorsi più turistici, che collegano via Vittorio Emanuele con Piazza Navona, quindi con la chiesa di San Luigi dei Francesi, il Parlamento e Montecitorio oppure il Pantheon e Via del Corso. Ma la storia che custodisce è importante e anche, in qualche modo, divertente. E del resto siamo a Roma: cosa possiamo aspettarci se non che ogni via, piazza, monumento, abbia una storia da raccontare?

elefante bernini