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I mercati di Aix-en-Provence

imageLe città provenzali hanno questa peculiarità: sono in tutto e per tutto città mediterranee, così adagiate tranquillamente al sole, quiete, calde di quel calore che non è atmosferico, ma che fa atmosfera. In realtà il mare è sempre ben lontano. Penso a città come Avignone, Nîmes o Aix-en-Provence, città dell’interno, città che il mare non lo vedono neanche col binocolo, e che, pur nella loro diversità, per me sono accomunate da questo loro mollo vivere al sole. Sono città sorridenti, ecco, ognuna a suo modo.

Aix-en-Provence ha vari motivi per sorridere: innanzitutto è una città universitaria, frequentata da giovani (molti italiani!) che hanno voglia sì di studiare, ma anche di vivere la città a tutte le ore del giorno e della notte; poi è una meta turistica del sud della Francia, e tanti sono i negozietti e i ristorantini turistici che si aprono nelle strette strade del centro storico. E i bistrot, vera anima autentica della Francia. La città è un brulicare di gente, ma soprattutto sono gli abitanti di Aix a percorrere le stradine e le piazze e a frequentare, oltre ai bistrot, i mercati che qui e lì si aprono per la gioia dei miei occhi. I mercati sono per gli abitanti di Aix, non per i turisti; sono una tradizione che giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio si rinnova, ed è talmente radicato nella città da averne occupato quasi ogni piazza disponibile. Il mercato è un rito mattutino al quale i Provenzali difficilmente rinunciano: e i mercati di Aix ne sono la conferma.

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Uno dei banchi del mercato alimentare di Aix

Eh sì, Aix-en-Provence è città di mercati. Mercatini di ogni sorta, dall’abbigliamento al mercato alimentare passando dall’antiquariato, ai libri e ai fiori… ogni giorno Aix si riempie di mercati. Che meraviglia.

Il banco del miele - mercato alimentare di Aix-en-Provence

Il banco del miele – mercato alimentare di Aix-en-Provence

Il corso principale, Cours Mirabeau, ospita il grande mercato dell’abbigliamento e delle scarpe. Banchi su banchi si susseguono dalla statua di re Renato di Provenza, colui che grande impulso diede alla regione e allo sviluppo di Aix, fino in fondo alla strada alberata, che durante il mercato è resa pedonale e sulla quale si affacciano eleganti caffè e negozi. Ma poi basta addentrarsi un minimo nella rete di vicoli che da qui si diparte, prendere una via a caso, che corre tra stretti palazzi e che più o meno tortuosamente compie il suo percorso, e sbucate in una piazza dove il cibo è protagonista. Prodotti del territorio: miele prodotto da api dei dintorni che trasformano il nettare di fiori ed essenze di Provenza, quali la lavanda, le erbe aromatiche, la castagna… è un anziano apicoltore che vende il suo oro liquido con un malcelato orgoglio. Tocca poi ai formaggi di capra, che qui vanno per la maggiore, e a ragione: sono particolarmente aromatici e meritano un assaggio. Non mancano i classici banchi di verdure, della carne, da una parte il pesce (che si sa, puzza) e delle spezie: perché le erbe di Provenza, un mix di essenze del Mediterraneo, è la scusa per vendere anche anice stellato, cannella, curcuma, curry e insomma tutte le spezie che caratterizzano il Mare Nostrum, su qualsiasi sponda noi vogliamo approdare.

Uno dei mercati di Aix-en-Provence

Uno dei mercati di Aix-en-Provence

I fiori, nella piazza del municipio, sono coloratissimi. Sembra che non potrebbero stare altrove, questi banchi, all’ombra dei grandi alberi dalle foglie dorate che a breve cominceranno a cadere. La piazzetta si presta: il grande palazzo in pietra con la sua porta ad arco veglia da sempre sui commerci. Qua e là anziane signore scrutano i fiori recisi, scelgono i mazzi più belli, buttando sempre un occhio, però, al banco più in là, non si sa mai avesse qualche fiore diverso. Un vecchio col bastone e il cappello calcato sul capo si aggira un po’ sperso invece, alla ricerca, forse, della sua panchina che i banchi ora nascondono alla vista. Ognuno dei passanti potrebbe raccontare una storia, nello svolgersi quotidiano dei mercati.
Il bello di Aix-en-Provence è vagare senza meta per le sue strade, senza consultare la cartina, ma semplicemente camminando. È così che, naturalmente, si arriva alla Cattedrale di Saint Saveur, una bella chiesa gotica che ancora conserva al suo interno il battistero paleocristiano, segno dell’antichità del culto cristiano in Provenza: la cosa non deve stupire, dato che poco lontano da qui, a Saint-Maximin-la-Sainte-Baume si trova, nella sua splendida chiesa gotica, la presunta tomba di Maria Maddalena, alla quale è dedicata una chiesa anche qui a Aix-en-Provence.
imageNonostante il centro storico si sviluppi in una ragnatela di vicoli e di stradine, non manca il verde, grazie ai grandi alberi che caratterizzano le piazze e le piazzette che si aprono ora qui ora lì, senza un apparente disegno specifico.
Stupisce che i nomi delle strade siano scritti in due lingue, il francese e l’occitano (provenzale). E stupisce come l’occitano sia più simile all’italiano o allo spagnolo che non al francese. Una lingua antica che non vuole farsi dimenticare, che vuole restare incisa sulla pietra, la pietra antica degli antichi palazzi della città. Una città che profuma di una bellezza senza tempo, sospesa, nella sua pigrizia, abbandonata al sole di un Mediterraneo che, forse, non è poi così distante.

Lì dov’è la tomba di Maria Maddalena

Saint-Maximin-la-Sainte-Baume. Uno scioglilingua da leggere, niente più che un casello autostradale lungo l’A8. Poi, passando in autostrada, scorgi una cattedrale gotica, immensa, che sovrasta nettamente il piccolo borgo che le sorge ai piedi. Un monumento del genere in un paesello così piccolo può spiegarsi solo con una storia molto importante. Una storia che si mescola alla leggenda, alle origini della cristianità, perché si racconta che nella sua cripta sia sepolta nientepopodimenoché Maria Maddalena.

Saint-Maximin-La-Sainte-Baume. La chiesa si erge maestosa al di sopra dell’abitato

Maria Maddalena è una delle figure più controverse del Cristianesimo delle origini. Lungi da me parlarne qui, né mi interessa disquisire su chi ella sia stata realmente per Gesù: le speculazioni fantastoricoreligiose non mi interessano sinceramente (solo di pochi giorni fa la notizia di un ennesimo antico documento…), sono fini a se stesse e non aggiungono nulla alla storia che voglio raccontare qui, che è una storia di fede e di culto antichissimo e potente. Un culto che risale ai primi tempi del Cristianesimo e che è molto radicato in Provenza: si racconta infatti che Maria Maddalena, dopo essere giunta in questa regione si sia ritirata in eremitaggio in una grotta della zona, la Sainte Baume (Baume vuol dire grotta). Qui resta in preghiera per 30 anni, dopodiché, sentendo sopraggiungere il momento della morte, ormai anziana, si ricongiunge con San Massimino, insieme al quale era partita dalla Palestina ed era sbarcata sulla costa provenzale 30 anni prima, e che ora è vescovo di Aix-en-Provence. La Maddalena muore poco dopo nel luogo sul quale sorgerà la cripta che ne ospiterà le spoglie mortali. Massimino (il Saint Maximin che dà il nome al paese) farà voto di essere seppellito accanto a lei.

L'ingresso alla cripta nella quale sono accolte le spoglie mortali di Maria Maddalena

L’ingresso alla cripta nella quale sono accolte le spoglie mortali di Maria Maddalena

Ecco che abbiamo allora un luogo di culto costruito proprio nel I secolo d.C., epoca nella quale vivono i due santi. È l’attuale cripta della chiesa, che oggi ha l’aspetto di una stretta camera sotterranea coperta da una volta a botte con un altare sul fondo e dei sarcofagi di IV secolo d.C. ai lati. Sul luogo della sepoltura fu costruito dapprima un luogo di culto, poi un battistero, sotto la responsabilità di un gruppo di monaci. Ma nell’VIII secolo le invasioni saracene obbligano a traslare i corpi dei santi, e in particolare quello della Maddalena, onde evitare che cadano in mano agli Infedeli. Bisogna attendere il XIII secolo perché il re Carlo D’Angiò, molto devoto alla santa, faccia intraprendere le ricerche delle reliquie. E le trova, il re: il 9 dicembre del 1279, proprio nella cripta in cui sono tuttora ospitate.

Cripta e spoglie della Maddalena a parte, la chiesa in sé è un capolavoro dell’architettura gotica. Innanzitutto domina il territorio circostante per km e km, dato che si trova nel centro di una valle circondata da montagne. Un gotico elegante, che osa arditi slanci nei pilastri compositi, cui si addossano colonnine che diventano le nervature delle volte a crociera del tetto, nelle ampie vetrate dell’abside, che illuminano l’interno con la luce naturale del giorno che batte contro i raggi dorati di quel tripudio di angeli accanto alla colomba dello Spirito Santo (che però non è gotica, ma barocca, e mi ricorda tantissimo un’analoga soluzione nell’altare maggiore di San Pietro in Vaticano). Intorno all’altare, un ciclo pittorico racconta la vita di Maria Maddalena.

Ma ben altra opera pittorica è degna di nota nella chiesa: è la pala d’altare esposta nella Cappella del Corpus Domini, in cima alla navata sinistra. Si tratta di un’opera notevole, costituita da 16 medaglioni quadrati che si dispongono attorno ad un grande quadro centrale, opera del pittore Antoine Ronzen, un Veneziano di origini fiamminghe che, date le influenze artistiche cui è soggetto per nascita, per eredità e per aria che respira, non può che creare un’opera eccezionale: 3 anni per realizzarla, dal 1517 al 1520, per rappresentare le storie della Passione di Cristo. Osservando i vari quadretti che compongono l’insieme, non possono sfuggire almeno 3 episodi rappresentati in 3 scenari decisamente noti e dipinti con un’esattezza notevole: il Colosseo, piazza San Marco a Venezia e il Palazzo dei Papi di Avignone. Un capolavoro, senza se e senza ma.

Le Retable du Crucifix, il Polittico della Crocifissione nella Chiesa di Santa Maria della Maddalena a Saint-Maximin-la-Sainte-Baume

Le Retable du Crucifix, il Polittico della Crocifissione nella Chiesa di Santa Maria della Maddalena a Saint-Maximin-la-Sainte-Baume

Dall’esterno, la cattedrale colpisce per la sua maestosa solidità: si staglia nella piazza antistante, che sembra piccola pur non essendola. Da lì si diparte il piccolo centro storico: viuzze perpendicolari le une alle altre che si inseguono e sulle quali oggi si aprono negozietti e caffè. Nonostante ciò non sembra particolarmente votata al turismo, Saint-Maximin-la-Sainte-Baume: e infatti ci sono ben pochi visitatori della cattedrale in giro. Ma va bene così: una piccola perla preziosa, per gli amanti del bello che amano discostarsi dai consueti percorsi turistici.

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PS: arrivati alla fine di questo post, così serioso, ve lo devo dire: sono voluta venire a visitare la tomba della Maddalena dopo aver visto un servizio di Voyager! Al quale, a mia parziale discolpa, do a Giacobbo solo il merito di avermi fatto conoscere un luogo nuovo di questa Provenza che amo e che dico sempre di conoscere, ma della quale mi sfugge sempre qualcosa. Oggi posso dire di aver colmato almeno una lacuna… ma laddove Voyager vede misteri, per me non c’è niente di più chiaro! Vi mostro qui un estratto, gentilmente offerto da Youtube, non per altro, ma perché così possiate vedere la bellezza e la suggestione che regala questo luogo, a prescindere da misteri e altre cose care a Giacobbo…

Provenza mon amour: il nostro tour della Provenza

Vi è mai capitato di ammirare un paesaggio dipinto e di trovarlo talmente bello da provare il desiderio di saltarvi dentro, un po’ come Mary Poppins? A me capita molto spesso, le pitture di paesaggio mi fanno proprio quest’effetto, mi mettono addosso la curiosità di voler scoprire cosa c’è in fondo a quella strada che va dietro la collina, cosa si nasconde nel bosco, cosa c’è oltre la montagna, e via di seguito. Più il paesaggio del dipinto è realistico, più mi viene voglia di tuffarmici dentro. Così, ora che sono tornata da poco dalla Provenza, risistemando le foto ho visto questa, e mi sono fermata un secondo.

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Ho scattato questa foto alla vetrina di un atelier di Avignone. Ho scelto questa, ma avrei potuto fotografarne molte altre, perché in Provenza è pieno di piccole gallerie e di ateliers dove i pittori espongono, per venderli, i loro dipinti. Spesso si tratta di paesaggi, paesaggi provenzali, eseguiti con lo scopo di regalare un ricordo suggestivo a chi è ora in Provenza e, una volta tornato a casa vorrà rivedere quei luoghi con aria sognante…

I ricordi, si sa, sono nebulosi, i dettagli piano piano scompaiono e presto dimentichiamo, a meno che non riguardiamo le nostre foto, la maestosità di certe cattedrali, il cielo minaccioso che ci accompagnava durante il percorso, l’ordine preciso dei filari di vite e i sassi nel terreno. Dimentichiamo certe distese di olivi e i tetti rossi delle case, non ricordiamo se un vicolo che abbiamo percorso è in salita o in discesa e dove porta, non riusciamo a riabbracciare con lo sguardo l’intero panorama sul mare che si vede dalla sommità del monte.

Ho scelto quest’immagine, a mio parere significativa, per segnare qui l’intero itinerario del nostro tour della Provenza 2015. L’abbiamo percorso a fine settembre/inizio di ottobre, costruendolo giorno per giorno, senza aver preventivato nulla all’inizio, senza sapere neanche quando saremmo rientrati. Solo la pioggia avrebbe potuto farci tornare indietro e così è stato: il giorno dopo il nostro rientro in Italia, infatti, è avvenuta l’alluvione a Cannes; noi fino al giorno prima percorrevamo quei territori…

Ecco dunque il nostro itinerario, raccontato brevemente giorno per giorno, con la speranza che possa incuriosirvi o darvi qualche stimolo e qualche suggestione:

Il porto di Montecarlo

Il porto di Montecarlo

  1. Varchiamo il confine in mattinata e giungiamo nel Principato di Monaco, prima imprescindibile tappa del nostro percorso. Parcheggiamo a Montecarlo nel centralissimo parcheggio sotterraneo antistante il Casino. Da qui ci muoviamo a piedi, percorrendo tutta la passeggiata che scende verso il porto, il porto stesso e risaliamo lungo un sentiero che porta all’ingresso della città vecchia di Monaco, a lato del castello dei principi Grimaldi. Varchiamo l’arco di accesso e ci troviamo davanti il castello e la piazza antistante da cui si dipartono i vicoletti del borgo. Giungiamo sul lato opposto del promontorio, dove ampi giardini filtrano la vista sul mare, dopodiché ridiscendiamo e percorriamo a ritroso il percorso verso la macchina, soffermandoci, di tanto in tanto, ad ammirare il panorama, che è tutto particolare: il porto turistico i palazzi e i grattacieli e la città che si arrampica lungo la montagna che incombe alle spalle.
    • Ripartiamo e ci rechiamo a Eze Village, piccolo village perché nell’entroterra di Monaco, noto per la fabbrica dei profumi Fragonard e soprattutto per essere un bellissimo borgo medievale arroccato, caratterizzato da vicoletti e case in pietra. Il borgo (di cui ho già diffusamente parlato qui) ospita botteghe carinissime di artigianato vario, e due resorts da favola (in uno dei quali, Château Eza, ho avuto in passato il privilegio di poter dormire e pranzare). In cima alla collina si trova un orto botanico e i pochi resti del castello, punto panoramico davvero mozzafiato.
    • Riprendiamo poi la via per Cannes. Qui parcheggiamo accanto al Palazzo del Festival del Cinema. Facciamo una passeggiata sul mare fino al porticciolo e a salire alla città vecchia, il Suquet, dove visitiamo la bella chiesa fortificata (nella quale gli ex-voto sono dei piccoli velieri appesi al soffitto di una cappella laterale) e facciamo un giro nei vicoli su cui affacciano ristorantini piuttosto pretenziosi. Ancora un giro nella città bassa e sulla Croisette, passando davanti ai meravigliosi Grand Hotel, dai quali escono maggiordomi in livrea e auto di lusso. Per la notte troviamo su Booking.com un Ibis Budget Hotel a Saint-Maximin-la Sainte-Baume, nostra prima tappa di domani. E fu sera e fu mattina, il primo giorno.
  2. A Saint-Maximin-la-Sainte-Baume visitiamo la splendida cattedrale gotica. Non solo è un gioiello di architettura medievale, ma accoglie le spoglie, meglio le reliquie, di Santa Maria Maddalena che leggenda vuole abbia trascorso gli ultimi anni della sua vita in eremitaggio in una grotta nei dintorni (la Sainte-Baume). Nella chiesa si trova anche una splendida pala d’altare che narra le storie di Cristo e merita un’ammirata osservazione il Coro, in legno mirabilmente lavorato. La cripta, piccolissima, con i suoi sarcofagi scolpiti a bassorilievo di età romana ha un che di arcano. Il borgo di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume è un tranquillo e assolato paesello che sorge intorno alla chiesa: 3 strade parallele con negozi e bar scendono dalla cattedrale fino ad un’altra piazza. Questo è il centro, né più né meno. Accanto alla chiesa si trova il palazzo del comune che sorge all’interno di un monastero che era affiancato alla chiesa e del quale è visitabile gratuitamente il bel chiostro, oggi sede dell’ufficio turistico e di un hotel di lusso.
    Avignone - Il Palazzo dei Papi di notte

    Avignone – Il Palazzo dei Papi di notte

    • Nel primo pomeriggio ci spostiamo ad Avignone. Qui facciamo un giro per il centro, ci imbattiamo in un mercatino dell’antiquariato in Place Saint-Jean-le-Vieux, quindi proseguiamo ed incontriamo la bizzarra chiesa gotica di Saint Pierre, a sole due navate delle quali la seconda aggiunta solo nel XIX secolo. Da qui al Palazzo dei Papi il tragitto è veramente breve. Arriviamo alle spalle del palazzo, sbuchiamo sulla piazza assolata ed entriamo. La visita al Palais des Papes dura 3 ore circa, ma ci vogliono tutte per poter apprezzare l’intero edificio e i panorami che si vedono dall’alto della sua torre. Facciamo una passeggiata piacevole ai Jardins des Doms: un parco pubblico panoramico, che un tempo ospitò il primo nucleo insediativo degli abitanti della zona, in posizione sopraelevata sul Rodano che scorre sopra di noi, ed un primitivo castello del quale rimane quasi solo il ricordo. Oggi c’è un piacevole laghetto con le papere e una bella vista sul resto della città. Concludiamo la serata cenando nella centralissima Place de l’Horloge in uno a scelta tra i numerosi ristorantini assolutamente turistici, dopodiché facciamo un giro sulla piazza del Palazzo dei Papi e fino ad uscire dalle mura a vedere il Pont d’Avignon al chiaro di luna. E vi dirò che anche la sera questo luogo ha il suo fascino. Dormiamo in una bettola, è il caso di dirlo, nella centrale Rue Jean Jaurés, accanto al Teatro dell’Opera. Hotel Alizea, sconsigliato.
  3. A metà mattina lasciamo Avignone per andare a Châteauneuf-du-Pape, residenza estiva dei papi durante il periodo avignonese, ma soprattutto luogo di produzione di una serie di vini, tra cui il pregiatissimo Châteauneuf-du-Pape, per l’appunto, e i vini che vanno sotto il nome di Côtes-du-Rhône. Ci attira il paesaggio, dolce e “pettinato” a vigne, e ci interessa fare qualche assaggio (e perché no, qualche acquisto). Il borgo è pieno di cantine tra le quali scegliere e inoltre, all’inizio del paese, c’è il museo del vino, Musée du vin Brotte, che poi non è altro che una tra le tante cantine sociali che però offre ai potenziali clienti la possibilità di scoprire la storia della produzione vinicola nella zona, dalle caratteristiche del terreno e di quello che i francesi chiamano “terroir” sino ai macchinari più moderni. Troviamo poi, sulla via del ritorno, un castello in mezzo ai vigneti che si presta quale set fotografico di tutto rispetto: non è il castello dei papi, quello è ormai diroccato, ma è semplicemente un ristorante che gode di una location splendida, il luogo in cui chiunque di noi vorrebbe abitare.
    Il Village Perché di Gordes

    Il village perché di Gordes

    • Inebriati dal vino, andiamo, percorrendo la strada provinciale, a Gordes, set del film “Un’ottima annata”. Qui visitiamo il castello all’ingresso del borgo, nel quale ci colpisce il bellissimo camino scolpito (un camino che prende tutta la parete, mica roba da poco!) e facciamo un giro per i vicoli in salita e in discesa, soffermandoci ad ammirare un panorama che spazia sulle colline circostanti per km e km. Il borgo è molto caratteristico, ma la cosa più bella è il panorama che regala a chi vi arriva: un paese abbarbicato alla sua altura, baciato dal sole e circondato da oliveti. Ripartiamo alla volta di Aix-en-Provence, dove arriviamo in serata, dopo aver percorso nuovamente un tratto di strada nella campagna prima di prendere l’autostrada. Alloggiamo fuori Aix, in un sobborgo in un residence molto valido, a dispetto delle apparenze, Le Clos de Celony.
  4. Ci dedichiamo all’esplorazione di Aix-en-Provence; ci colpiscono i mercati che si aprono non appena una piazza o una strada più larga lo consentono, ci colpiscono le vie strette popolate di negozietti e di bistrot, ci colpisce l’aria sonnolenta e al tempo stesso vivace (oddio, com’è possibile?) della città. Percorriamo disordinatamente il centro, facendoci guidare a caso dai nostri passi, raggiungendo comunque la cattedrale gotica di Saint-Saveur. Chi è interessato può seguire qui i percorsi del pittore Cézanne, se proprio si vuole un itinerario. Noi invece abbiamo preferito andare a caso.
    • Nel primo pomeriggio ci mettiamo in marcia. Vorremmo raggiungere in serata Saint-Tropez, per questo percorriamo la Plaine des Maures che dall’autostrada ci porta verso il mare. Qui facciamo tappa, del tutto inaspettata, a La Garde-Freinet, in tutto simile ad un borgo di montagna, individuiamo un hotel ma decidiamo di proseguire, hai visto mai che più verso il mare troviamo qualcosa. Troviamo un borgo anche più bello, Grimaud, dove però l’unico hotel è chiuso. Dall’alto del castello di Grimaud individuiamo il mare e Saint-Tropez, ma è tardi ormai per poter scendere fin laggiù. E passiamo la serata splendidamente a La Garde-Freinet cenando al ristorante Le Carnotzet e dormendo al Fraxinois.

      Il centro storico di Mentone

      Il centro storico di Mentone

  5. La sveglia ci accoglie con una pioggia torrenziale. Arriviamo a Saint-Tropez sotto un vero nubifragio che non ci fa godere appieno la visita al borgo, un borgo che gravita su un bel porticciolo e che ha, come tutte le località di mare viste fin qui, un centro storico fatto di vicoli e strade strette su cui affacciano negozi. La differenza tra Saint-Tropez e il Suquet di Cannes o la città alta di Monaco è che qui i negozietti sono boutiques di alta moda perché, ricordiamoci, Saint Tropez è ancora oggi una meta del turismo di lusso.
    • La pioggia battente non ci consente di fare altro e ci avviamo verso il confine con l’Italia. Una tregua nella forza della pioggia ci invoglia però ad un ultimo guizzo: usciamo a Mentone, città di confine; attraversiamo la parte pedonale e percorriamo gli splendidi vicoli del centro storico, la città alta dalla quale si domina la vista sul porto e sul promontorio ormai italiano; Mentone è in tutto e per tutto un borgo di mare ligure, e in effetti la Storia ci insegna che se non fosse stato per Cavour e per gli accordi presi con la Francia durante la II Guerra di Indipendenza italiana a metà ‘800, Mentone sarebbe ancora in Italia. Il nostro itinerario termina dunque con Mentone dopodiché, sotto la pioggia, rientriamo in Italia.

Questo è stato il nostro itinerario in Provenza. Vi piace? E voi cos’altro avreste voluto fare o vedere in un vostro giro in Provenza? C’è qualche meta particolare che vi ispira o di cui siete innamorati? Scrivetelo nei commenti!

Nelle terre dei papi: da Avignone a Châteauneuf-du-Pape

C’è un capitolo oscuro e controverso nella storia della Chiesa. È quello che viene definito da alcuni “cattività avignonese”, ovvero il periodo, durato dal 1309 al 1377, in cui i papi ebbero come sede non più Roma, ma Avignone, sotto il diretto controllo del re di Francia. Una sessantina d’anni nel corso dei quali i papi abbandonarono le rive del Tevere per trasferirsi su quelle del Rodano.

Il palazzo dei Papi di Avignone

Il palazzo dei Papi di Avignone

Motivazioni politiche portarono i papi in Provenza: il re di Francia Filippo il Bello voleva infatti avere il controllo sul papato per ottenere benefici e potere. Aggiungiamo poi che la situazione politica a Roma non fosse delle più rosee ed ecco che papa Clemente V si trasferisce ad Avignone. Lui e i suoi successori lasceranno un’impronta notevole nella regione. Non parlo solo del Palazzo dei Papi e di Avignone stessa, che riceve un’impronta decisamente monumentale e assume un’importanza incredibile nell’Europa del Trecento, ma anche di un’altra località, più a Nord, in altura, che divenne la residenza estiva, un po’ come Castel Gandolfo per i pontefici attuali: è Châteauneuf-du-pape.

Nello spazio di pochi km abbandoniamo la città dei papi, la ricca e bianca Avignone con le sue mura possenti, le sue chiese gotiche, il maestoso Palazzo dei Papi, e risaliamo lungo la piana del Rodano fino a che non compaiono i disegni precisi e ordinati dei filari di vite. Siamo nelle terre denominate Côtes-du-Rhône, terre di vini nobili e di eccellente qualità, come lo Châteauneuf-du-pape. Questo vino in particolare prende il nome dal piccolo borgo, posto in altura a controllo dell’ampia vallata del Rodano, che fu scelto dai papi avignonesi come residenza estiva. Si deve a papa Giovanni XXII la costruzione della fortezza, sulla sommità del borgo, scelta come residenza: è questa il “castelnuovo” che dà il nome al borgo che gli sorge intorno. Oggi rimangono a malapena due pareti in piedi. Buffo, perché sembra una quinta teatrale, una parete dietro la quale non c’è nulla. E invece all’epoca doveva essere una rievocazione in piccolo del fasto del Palazzo di Avignone: non vorrete che i papi d’estate conducessero una vita frugale! Ma, come per il Palazzo dei Papi, la storia sa prendersi beffe dei potenti, e laddove un tempo era lusso e ostentazione di potenza e ricchezza, oggi non rimane che polvere e vuoto. Vuote sono le ampie sale del Palazzo di Avignone, completamente distrutte quelle di Châteauneuf-du-pape. Da qui, però, si gode una vista a tutto tondo sulla regione; da qui il Rodano sembra una serpe d’argento nel mezzo della piana.

il castello di Chateauneuf-du-pape

il castello di Chateauneuf-du-pape

Entrambe le residenze, il Palazzo di Avignone e la residenza estiva in collina, ebbero destini non rosei. Ma se il Palazzo dei Papi ha quantomeno mantenuto intatta la sua architettura, e non è stato mai oggetto di distruzioni (giusto di assalti e saccheggi durante il periodo Rivoluzionario), al massimo di degradazioni (quando fu utilizzato come caserma), la residenza di Châteauneuf-du-pape ha subito diverse aggressioni che lo hanno parzialmente distrutto in svariate occasioni nel corso delle Guerre di Religione nel Cinquecento, fino ai definitivi bombardamenti nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi il castello non è certo l’attrazione principale dei turisti, che vengono attratti dal vino, dalla possibilità di degustarne e soprattutto di acquistarne nelle numerose cantine che si aprono nel borgo. Oggi un altro castello attira l’attenzione, lì nei dintorni, tanto che sulle guide è lui che illustra Châteauneuf-du-pape e non la fortezza semidistrutta: è semplicemente un ristorante immerso nei vigneti, di grande impatto visivo che non può far altro che ammaliarvi per la sua bellezza; un’immagine fortemente evocativa, pittorica, l’immagine di un paesaggio che unisce storia, vino e terra.

Un castello in mezzo ai vigneti: cartolina da Chateauneuf-du-pape

Un castello in mezzo ai vigneti: cartolina da Chateauneuf-du-pape

Roussillon, il villaggio dell’Ocra

Un tour dell’alta Provenza che si rispetti non può non passare da Roussillon, nel Luberon. Il villaggio è in effetti una delle mete più ambite lungo i percorsi della lavanda, nonostante non sia il lilla qui il colore predominante: Roussillon sorge nel bel mezzo di una conformazione geologica del tutto particolare, in quanto qui le rocce sono costituite da ocra rossa di un rosso vivo fiammante. In passato furono aperte vere e proprie cave per l’estrazione dell’ocra, laddove oggi si può camminare lungo i Sentieri dell’Ocra, che dal paese di Roussillon, con un percorso ad anello di 35 o 50 minuti (biglietto 2,50 €), portano nel bel mezzo di queste antiche cave e nel bosco, in un itinerario naturalistico molto semplice ma unico nel suo genere.

Sentier d'Ocre Roussillon

Il percorso lungo il Sentier d’Ocre inizia con questa visuale dell’ex cava di ocra

I colori sono spettacolari: il rosso vivo dell’ocra risalta contro il cielo azzurro nelle belle giornate di sole, e la vegetazione verde a sua volta risalta per contrasto col rosso. Il punto panoramico da cui il sentiero si inoltra nella boscaglia offre senza dubbio la vista più spettacolare e scenografica, sull’anfiteatro ricavato nell’ocra dalla miniera in abbandono, ormai riconquistato dalla natura. Nel bosco poi il sentiero offre scorci sulle rocce ocra e consente di apprezzare la varietà della vegetazione – querce e pini in particolare – e del sottobosco.

Sentier d'Ocre, Luberon

Il rosso dell’ocra si intravvede nella boscaglia creando un bell’impatto di colore

Se si vuole approfondire l’esperienza nell’ocra, nei pressi di Roussillon si trova il Conservatoire des Ocres, una fabbica – l’Usine Mathieu – dove è possibile apprendere la lavorazione dell’ocra per estrarre il pigmento colorato. Nel paese di Gargas si possono invece percorrere le antiche gallerie per l’estrazione dell’ocra, in un percorso sotterraneo di gallerie scavate dall’uomo nella montagna. Infine, a Rustrel si può percorrere un altro sentiero nell’ocra, il cosiddetto sentier du Colorado: veri e propri canyon di ocra rossa e gialla, con i segni delle cave e degli impianti di lavorazione che qui erano installati tra il XIX e il XX secolo.

Roussillon

Il borgo di Roussillon

Il borgo di Roussillon offre dal canto suo la possibilità di una piacevole sosta per il pranzo o per uno spuntino: molto piccolo, arroccato sul suo rosso cucuzzolo di ocra, con gli edifici anch’essi rossi vuoi per il materiale da costruzione, vuoi per la polvere rossastra che inevitabilmente si solleva, è molto turistico, ricco pertanto di ristorantini e negozi di souvenir: un po’ snaturato, forse, ma ugualmente piacevole.

Roussillon

La piazzetta di Roussillon

Bories, architettura in pietra a secco in Provenza

Nel corso del nostro colorato week-end in Provenza, ci siamo imbattuti spesso, scrutando nei campi e guardando negli oliveti, in curiose costruzioni in pietra a secco, di dimensioni anche grandi in qualche caso, caratterizzate sempre da un tetto conico o comunque a spiovente realizzato anch’esso in pietra come il resto della costruzione. Abbiamo addirittura concluso il nostro week-end con la visita al Village des Bories, vicino a Gordes, venendo così meglio a contatto con un’architettura di pietra che testimonia un capitolo della storia rurale della Francia. Les Bories, come vengono chiamate, sono per l’appunto capanne in pietra a secco (in francese sono definite proprio cabanes en pierre seche), diffuse nell’Alta Provenza, nel Vaucluse, tra il XVII e il XIX secolo. Esse si situano al margine dei villaggi abitati, in un momento in cui la storia economica della Francia rurale è caratterizzata dall’estensione delle terre coltivate ai margini dei territori dei villaggi e dall’accesso a queste proprietà rurali ai membri più umili e poveri della comunità contadina. Le più antiche di esse furono costruite sotto il regno di Luigi XIV, e non erano altro che dépendances più o meno lontane dalla fattoria vera e propria, utilizzate di solito stagionalmente o comunque per un tempo limitato nell’anno.

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Village des Bories, Gordes

Le capanne in pietra a secco provenzali si chiamano bories perché Bori è il termine che in provenzale significa tugurio. Il termine è invalso nell’uso comune tanto che a Gordes si può visitare il Village des Bories.

Questi edifici sono realizzati interamente in pietra, che è la pietra rinvenuta al suolo durante le attività agricole; la tecnica di costruzione è quella a secco, ovvero senza l’utilizzo di leganti: si tratta di un’architettura povera, che utilizza materiali reperibili in loco e li assembla senza l’utilizzo di altri materiali. Come in tutte le costruzioni a secco, ciò che attrae di più è la realizzazione del tetto, in genere costruito con filari sovrapposti di pietre aggettanti verso l’interno e inclinate verso l’esterno. Quanto alla loro funzione, les bories costituivano il riparo per gli animali, dalle galline agli armenti, per gli attrezzi, per il fieno o per il grano, ma anche come abitazione stagionale per i contadini che si dovevano spostare a seguito delle greggi. Per ognuna di queste funzioni esiste una struttura diversificata, e al Village des Bories di Gordes è possibile notare le differenti caratteristiche in funzione della destinazione della capanna: così il riparo per gli animali ha anche un piccolissimo cortiletto all’esterno, per permettere di razzolare, l’abitazione per i contadini ha lo spazio per il focolare (e le pareti in pietra sono annerite). Il villaggio ha poi il forno, ben riconoscibile, ed è chiuso da muretti che ne delimitano gli spazi. Non sempre però les bories sono raggruppate in villaggi: quelle che si vedono sparse nei campi e negli oliveti sono piuttosto delle capanne solitarie, riparo per animali o per attrezzi.

village des bories

Village des Bories, il forno

L’architettura in pietra a secco delle Bories è la testimonianza di un’architettura povera, popolare e anonima, nel senso che non è opera di architetti, ma dei contadini stessi che ne avrebbero poi usufruito, detentori di un saper fare che si tramandava di padre in figlio. Per questo è importante conoscerle e studiarle, perché rimangono in qualche caso uno dei pochi segni tangibili lasciati da una società contadina che pur se non ha scritto pagine di storia, è comunque degna di essere conosciuta in un’ottica globale di studio del passato. A maggior ragione è importante che esista un sito musealizzato, qual è quello del Village des Bories di Gordes, sito che è molto pubblicizzato, indicato dalla segnaletica, segnalato su tutte le guide, in una parola, valorizzato: perché non se ne perda memoria ma anzi si diffonda la conoscenza. Il Villaggio vicino a Gordes è particolarmente ben conservato e restaurato, all’interno di alcune capanne sono predisposte ricostruzioni di interni che vogliono far capire anche quali erano gli oggetti che venivano utilizzati (tra brocche, attrezzi agricoli o abbeveratoi): non vi sono pannelli con lunghe spiegazioni, tutt’altro: tutto è lasciato alla libera interpretazione e scoperta di ognuno, che può entrare in ciascuna delle capanne, guardare, rendersi conto, e uscire. In questo senso in Provenza si è fatta un’opera meritoria di sensibilizzazione verso la protezione e conservazione di questo patrimonio architettonico rurale, che si cerca di voler proteggere dagli inevitabili cambiamenti che il paesaggio rurale attuale, in Francia come del resto altrove, va subendo. Dagli anni ’70 in Francia ci si è accorti dell’importanza di preservare un tale patrimonio, e lo si è fatto attraverso un censimento delle capanne, una classificazione, uno studio sistematico. Il Village des Bories è figlio di questa campagna di studio/sensibilizzazione e i risultati si vedono, dato l’alto numero di visitatori che registra (abbiamo fatto fatica a trovare parcheggio, parcheggio che ospita sicuramente più di 20 auto contemporaneamente).

village des bories

Si visita il villaggio con lo spirito curioso tipico degli antropologi. Di fatto di antropologia si tratta, meglio, di etnografia. Non è un sito archeologico, non è una ricostruzione storica, è una testimonianza di un passato neanche troppo lontano che non esiste più come tale; chi sceglie di visitarlo ha interesse a scoprire qualcosa in più, di diverso, di non comune, della Provenza. Che non è solo lavanda e vigneti, ma anche storia di un mondo rurale che non esiste più.