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il Museo Bagatti-Valsecchi a Milano

Milano, via Montenapoleone. Il Quadrilatero della Moda, il quartiere più chic di tutta Europa. Non verrebbe in mente a nessuno che tra una vetrina di Haute Couture e una boutique di scarpe inarrivabili per noi povere mortali, si possa trovare un museo. E invece c’è, è qui, in una via laterale, accanto allo showroom di Stefano Ricci. È il museo Bagatti-Valsecchi.

E che ci fa un museo qui?

La Galleria delle Armature è il primissimo impatto con la collezione del Museo Bagatti-Valsecchi

Innanzitutto iniziamo col dire che è una casa-museo. Ovvero è la casa di una famiglia nobile di Milano, i Bagatti-Valsecchi, che è talmente particolare, bella, eccentrica, da meritare di essere mostrata al pubblico. Da qui dunque l’idea di aprire le sue porte alla gente, e l’idea di un museo. Un museo che attraverso se stesso racconta una storia tanto interessante quanto bizzarra: quella di due eccentrici fratelli che nella seconda metà dell’Ottocento volevano arredarsi casa come se fosse un castello cinquecentesco. E ci riuscirono, accidenti. Eccome se ci riuscirono.

L’ingresso, su via Gesù, traversa di via Montenapoleone, immette in un atrio scoperto che già ci catapulta in un’altra dimensione. La Milano da bere è fuori di qui, ben distante. Entriamo e superata la biglietteria si salgono le scale. Veniamo accolti dalla Galleria delle Armature. E qui decisamente facciamo un salto indietro nel tempo di qualche secolo. Armature, corazze, elmi, scudi e spade su un lato e sull’altro del corridoio ci osservano silenti e minacciosi, mentre procediamo verso il Salone. A me personalmente, ricorda la collezione di armature del Museo Stibbert di Firenze, un’altra casa-museo di un altro eccentrico proprietario. Ma scoprirò nel prosieguo della visita che la collezione è molto differente.

La visita alla casa dei Bagatti-Valsecchi inizia con la Stanza della Madonna: se con la Galleria delle Armature abbiamo pensato di trovarci in un luogo sospeso nel tempo, da qui in avanti non abbiamo più dubbi: siamo decisamente nel Cinquecento!

Il leone più brutto che la storia dell’arte ricordi. Milano, Museo Bagati-Valsecchi

Un grande dipinto alla parete, con una Madonna della Misericordia dall’ampio mantello che accoglie i fedeli e i committenti vigila su questa sala. Sotto di essa una bella cassapanca dipinta, il Cassone delle virtù, anch’esso cinquecentesco, fu acquistato dai Bagatti-Valsecchi da un contadino, il quale lo usava come mangiatoia! Dalle stalle alle stelle, come dire. Nella stanza però è un altro affresco, o meglio un dettaglio di esso, che attira la mia attenzione: un leone brutto ma brutto, che più brutto non si può: il pittore che lo dipinse sicuramente non aveva mai visto un leone dal vivo, è evidente!

Parliamo dei due fratelli Bagatti-Valsecchi: Fausto era un donnaiolo, uomo di mondo, affascinante, ricco e scanzonato; riceveva in casa le sue amanti, una per volta, e le faceva accedere o andar via tramite un passaggio segreto che immetteva nella Biblioteca. Chi avrebbe mai pensato che la cultura potesse essere tanto intrigante? Dormiva in una camera da letto il cui letto in legno era intarsiato con tantissime minuscole storie tratte dalla Bibbia. A terra, il pavimento richiama un tappeto nelle rifiniture laterali, mentre sul comodino un teschio ci ricorda il memento mori, un invito dunque a godere del presente, vivendo rettamente.

“Amore, posso far venire le mie amiche per un té?” “Certo, purché non spettegoliate”

Fausto aveva un fratello, Giuseppe, che sposò Carolina Borromeo, anch’essa di nobile famiglia milanese (ve lo ricordate il Cardinale Federigo Borromeo dei Promessi Sposi?). Fu un matrimonio d’amore che diede alla luce alcuni figli (che, indovinate? Giocavano in un girello in legno cinquecentesco e dormivano nella culla cinquecentesca!); Carolina aveva delle amiche e un bel soggiorno a disposizione con un camino valtellinese, la Stube. Chiese dunque al marito Giuseppe se poteva invitare le amiche per un té e il marito certo le diede il permesso. Ma a scanso di equivoci, poiché conosceva molto bene il genere femminile, fece scrivere sopra il caminetto in latino una frase di monito: vietato parlar male e spettegolare degli assenti. Donnine avvisate mezze salvate.

Segue poi la camera da letto della coppia di coniugi, sui toni del rosso, con un bel baldacchino matrimoniale centrale, e la Sala Verde, la camera singola di Giuseppe, anch’essa con letto a baldacchino. Tutte le sale ospitano qualche opera d’arte più o meno di pregio, così tra un Giovanni Bellini e un Gentile Bellini oltre ad avere il mobilio, gli arredi, le suppellettili e persino le decorazioni del soffitto e delle pareti in stile, anche le opere d’arte sono coeve. L’arredamento cinquecentesco voluto e perseguito dai due fratelli Bagatti-Valsecchi è coerente, senza sbavature,  che denota una precisa ricerca filologica degli oggetti. I mappamondi in biblioteca, per esempio, uno della volta celeste, l’altro del mondo conosciuto nel Cinquecento, sono due preziosi documenti di un momento in cui l’America era stata appena scoperta, a malapena delineata e chiamata “Terra Incognita“.

La Sala Verde, camera da letto di Giuseppe Bagatti-Valsecchi

Sono stata al Museo Bagatti-Valsecchi in occasione di un incontro tra blogger organizzato da The Art Post Blog e dedicato alla didattica museale. È stata l’occasione per scoprire un museo che prima, lo dico sinceramente, non avevo mai neanche sentito nominare, e soprattutto per scoprire quanto una piccola realtà come questa sia in grado di mettere in moto con poche risorse ma tantissima passione, un vasto programma di didattica e di comunicazione. Un ottimo esempio che molti musei dovrebbero seguire. Visite guidate, eventi, concerti, visite al buio, attività speciali: il museo vuole entrare in contatto con la gente, non solo con i bambini delle scuole, vuole invitare tutti i Milanesi e non solo. La casa-museo Bagatti-Valsecchi è un pezzettino di storia milanese. Una storia privata di una famiglia che però fu attiva nella Milano di fine Ottocento-inizi Novecento.

Ogni oggetto dell’arredamento racconta una storia, perché dietro all’acquisto e alla sistemazione di ciascuno di essi c’era una precisa volontà dei due fratelli di caratterizzare la casa, di curarla come un orto prezioso. Il dipinto di Giovanni Bellini raffigurante Santa Giustina, antenata dei Borromeo, fu acquistato apposta da Giuseppe per la moglie Carolina Borromeo; le decorazioni alle pareti o sui soffitti non sono semplicemente citazioni dell’antico, ma rielaborazioni che dimostrano la maturità di due intenditori talmente amanti di un periodo storico, da volerci vivere dentro. E mai illusione riuscì meglio.