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Zuccarello, il borgo medievale più medievale che c’è!

Si chiama Zuccarello, ed è un piccolo borgo nell’entroterra di Albenga (SV). È uno dei borghi del Ponente Ligure da non perdere. È noto per il suo bel ponte medievale a schiena d’asino e per il borgo, il cui corso centrale è caratterizzato da bassi e ombrosi portici. Sulla montagna, al di sopra, del borgo, il castello da secoli vigila affinché nessuno porti la guerra in questa stretta valle.

Albenga è il grande centro sulla costa. In età medievale ha un certo rilievo, e ne sono testimoni la bella cattedrale romanica, il battistero monumentale paleocristiano accanto, le sue alte torri e i palazzi signorili che qua e là si innalzano nel centro storico. Albenga è il centro che amministra una piccola pianura, l’unica vera pianura del Ponente Ligure, la Piana d’Albenga, fertile e ricca di coltivazioni specifiche di queste parti: la vite per la produzione del vino pigato, l’olivo per l’olio, e poi il carciofo di Albenga e l’asparago violetto, una produzione, questa, che si è guadagnata il Presidio Slow Food.

Ma la terra di Liguria, si sa, è difficile che si lasci distrarre da un po’ di terra pianeggiante. Così ecco che subito alle spalle della città, risalendo il torrente Neva, responsabile dell’esistenza della Piana, del resto, le aspre colline tornano a farsi pressanti e a diventare sempre più rocciose e strette le une alle altre. Cisano sul Neva è l’ultimo vero borgo di pianura. Poco oltre, risalendo fino a che il Neva non è che poco più di un torrentello, incontriamo Zuccarello.

Il ponte medievale di Zuccarello (SV)

I portici di Zuccarello

Per me Zuccarello è il ricordo di una gitarella alle scuole medie quando si studiava il medioevo. Ci sono tornata poi in età adulta altre due volte: una decina di anni fa, e poi recentemente. Sempre, la cosa che rimane impressa è il ponte medievale, che non è poi così ampio, ma impressiona ugualmente. L’altra cosa che caratterizza il borgo è la strada con i portici. Portici bassi sorretti da pilastri e colonne in pietra piuttosto spessi e pesanti. Si scopre, però, che inizialmente i portici erano in legno, e che solo in un secondo tempo furono sostituiti da evidentemente più resistenti colonne in pietra. La pietra, poi, proviene da qui vicino: prima di giungere in paese, infatti, si incontra una grande cava, ed è molto probabile che lo sfruttamento della pietra locale risalga piuttosto indietro nel tempo.

Per raggiungere il castello occorre prendere un sentiero in salita che porta fuori dal paese e si inerpica su per la collina fino ad arrivare in cima, dove lo sguardo spazia anche fino al mare.

Non si può lasciare senza Zuccarello senza aver reso omaggio a lei, Ilaria Del Carretto.

Il monumento funebre a Ilaria del Carretto in Lucca. Credits: informagiovani-italia.com

Forse questo nome non vi è nuovo: Ilaria Del Carretto, infatti, nata a Zuccarello, era figlia dei locali nobili Del Carretto, i quali sapevano muoversi bene sullo scacchiere “internazionale” dell’epoca, tanto che erano in ottimi rapporti con i Duchi di Milano. Ilaria andò in sposa a Paolo Guinigi duca di Lucca e si trasferì in Toscana. Diede al duca due figli, ma dando alla luce la secondogenita morì di parto. Era il 1405. In pochi conoscerebbero forse la sua storia, se Paolo Guinigi non avesse commissionato ad un grande artista del suo tempo, Jacopo della Quercia, il monumento funerario alla giovane moglie defunta: sul suo sarcofago, Ilaria è rappresentata dormiente, composta e vestita, sdraiata, con gli occhi chiusi. Ai suoi piedi, la veglia un cagnolino. Sulla cassa, degli angioletti reggono dei festoni. Una composizione molto sobria e triste, che commuove per la giovinezza della fanciulla e la sua compostezza. Il monumento si trova nella Cattedrale di San Martino a Lucca. A Zuccarello, invece, la giovane Ilaria accoglie chi arriva in paese appena fuori dalla porta: la sua statua diventa per noi quasi una guida che ci accompagna a scoprire questo borgo medievale ligure.

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I più bei borghi del Ponente Ligure

Ligure fuori e ligure dentro, non ho mai speso un post d’insieme per dirvi quali sono secondo me i borghi più belli della Riviera Ligure di Ponente. Da buona imperiese la mia scelta ricade principalmente sui paesi più caratteristici della provincia di Imperia, con qualche illustre rappresentante della provincia di Savona. Pronti per scoprire con me i borghi più belli del Ponente, i più curiosi, quelli in cui ci si perde volentieri sia d’estate che d’inverno? Perché molti conoscono la Liguria solo per il mare oppure per le Cinque Terre e Genova ma, senza nulla togliere a queste, il Ponente ha molto da raccontare e molto da donare a chi ne sa cogliere l’essenza. E allora allacciate le cinture, che si parte!

monet bordighera

Claude Monet, Bordighera, 1884

  • Apricale

Borgo medievale sospeso nel tempo, questo piccolo paesino abbarbicato alla propria altura è una dedalo di viuzze e carrugi, i classici vicoli che caratterizzano i paesini liguri di mare e d’entroterra, con le sue botteghine caratteristiche e un castello, sulla sommità del borgo, come vuole tradizione. Apricale Si trova nell’entroterra della Val Nervia. Ventimiglia è laggiù, in riva al mare, mentre da qui la vista spazia sulle aspre colline che seguono il fiume Nervia verso valle. Percorsi antichi, borghi antichi, castelli antichi, quando era meglio vivere arroccati sui monti che non in pianura, perché il pericolo è sempre alle porte, e sui monti ci si può difendere. La Liguria è una terra aspra e poco generosa, ma proprio per questo i suoi abitanti, forse anch’essi aspri e chiusi, sospettosi e cinici, sono forti d’animo, e di rado si lasciano abbattere. L’antico castello ospita oggi eventi, la piazza sottostante è un luogo di ritrovo e di svago, sulla quale si affacciano le due chiese del paese: il cuore del borgo da sempre.

Apricale è uno dei Borghi più belli d’Italia, Bandiera Arancione, garanzia di qualità, di genuinità e di rispetto della tradizione. In realtà la Liguria vanta diverse Bandiere Arancioni, ma Apricale è stata la prima, pertanto vanta un primato. Inoltre, e lo dico per chi apprezza il genere, ad Apricale ha sede un ottimo birrificio artigianale che produce birre di grande qualità da prima che le birre artigianali italiane diventassero di moda. Motivo in più per andare ad Apricale, no?

  • Dolceacqua

dolceacquaDolceacqua non la dimentichi facilmente. il borgo si adagia sul fiume Nervia, che lo divide in due parti, collegate tra loro dall’impressionante ponte medievale a schiena d’asino che ne contraddistingue l’immagine e che tanto colpì il pittore Claude Monet, il quale nel 1884 soggiornò nel Ponente Ligure e letteralmente si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse come una bella donna, alla luce del sole, in tutto il suo splendore. Un’altra cosa rende caratteristica Dolceacqua, ed è il suo castello medievale, in cima al borgo, dalla silhouette inconfondibile: un quadrilatero con due torrette laterali, che è stato oggetto di indagini archeologiche e di restauro in anni recenti, e dal quale si domina la vista su tutta la vallata, fino al mare nelle giornate terse. Il borgo si inerpica fino al castello attraverso vicoli oscuri, carrugi inospitali tra vecchi e alti edifici attraverso i quali quasi non filtra il sole. Dolceacqua è poesia, che Monet riuscì a tradurre in pittura. La prima edizione delle Invasioni Digitali ebbe tra le mete proprio il centro storico di Dolceacqua: questo il post in cui raccontavo quell’avventura, sempre attuale, nonostante l’invasione abbia avuto luogo nella primavera del 2013.

  • Seborga

In Liguria abbiamo una monarchia. Ebbene sì, negli anni ’60 un piccolo paese dell’entroterra di Bordighera decise non solo di dichiararsi indipendente dal resto d’Italia, ma di eleggere il proprio re, e di battere moneta propria; così dopo Giorgio I, che fu re dal 1963, oggi è seduto sul trono re Marcello I. Il principato di Seborga naturalmente non è riconosciuto dallo stato italiano, ma è senz’altro una trovata simpatica che attira coloro che, di passaggio nel Ponente Ligure, hanno voglia di abbandonare la costa per pochi km. Per il resto è un borgo di origine medievale che si trova a mezza costa, ben curato e colorato, da visitare in una bella giornata di sole primaverile.

  • Triora

Ci spostiamo dalla Val Nervia alla Valle Argentina.  Triora è il paese delle Streghe. Ebbene sì, Triora è nota da sempre, e ovunque, per essere il borgo delle streghe. O meglio, il borgo in cui furono processate e condannate tante povere donne innocenti per atti di stregoneria. Siamo nell’epoca in cui l’Inquisizione raggiunge le più alte vette di sadismo e cieca cattiveria. A farne le spese le povere donne montanare e ignoranti, com’era all’epoca, a fine Cinquecento, vittime di una misoginia che dal clero genovese contagiò con ben poche difficoltà i bifolchi abitanti maschi della vallata e del paese, uomini brutali che volevano solo una vittima da incompare per un cattivo raccolto o una carestia. Il processo di Triora è ormai storia, e Triora ha trasformato questo brutto episodio del suo passato in occasione di rilancio turistico, che ogni anno attira folle di visitatori e turisti, o anche abitanti moderni della vallata. E non solo, a Triora (e dove sennò?), c’è il museo etnografico della stregoneria: perché aldilà del mito, della leggenda, delle code di rospo e ali di pipistrello, il dramma di quelle povere donne del borgo fu reale, ed è giusto che la loro tragica storia venga raccontata e sia conosciuta.

  • Mendatica

Il borgo di Valloria

Cambiamo di nuovo vallata, la Valle Arroscia. Qui siamo nel remoto entroterra di Imperia, in montagna: le piste da sci di Monesi sono poco distanti, e siamo nelle terre della transumanza, da dove passavano gli armenti che tra estate e inverno si alternavano (si alternano) per raggiungere i pascoli estivi o invernali. A Mendatica un piccolo museo diffuso porta alla scoperta di una vita pastorale che era una realtà fino a pochi decenni fa, mentre molti edifici ancora parlano di una vita rurale ormai quasi dimenticata anche se preservata. Il tempo sembra essersi fermato e certo la Liguria costiera, quella delle spiagge oppure degli oliveti è ben lontana. Se nel resto della Liguria la gente d’estate cerca il mare, qui dal mare fugge per ristorarsi al fresco dalla calura d’agosto. Da qui si domina un bel panorama sulla vallata che scende al mare. La piccola chiesa della Madonna dei Colombi offre un bel panorama del borgo, che si adagia sulla cima della sua montagna, a controllo della vallata.

    • Valloria

Porta dipinta a Valloria

Nella val Prino, entroterra di Imperia, tra fasce di oliveti secolari e lungo la Via dell’Olio, sorge Valloria, paesino come tanti qui a mezzacosta, e però con una particolarità: le sue porte dipinte. Negli scorsi decenni numerosi artisti si sono avvicendati nel dipingere le porte delle case del borgo: veri capolavori di street art, che conferiscono al borgo una sua vivace personalità. Le porte di Valloria sono una passeggiata artistica e l’occasione di una conoscenza più approfondita dell’entroterra ligure e dei suoi paesini. Passeggiare per Valloria alla ricerca delle porte è poi un ulteriore incontro con i tipici carrugi liguri, bui e stretti, ripidi a seguire il saliscendi impervio del terreno. Il panorama spazia sulla vallata sottostante, si spinge fino al mare, guarda sulle colline circostanti gli altri paesini dispersi tra gli oliveti, o le chiese solitarie, come il Santuario della Madonna del Piano, a Tavole, piccolo gioiellino che merita una deviazione e una sosta.

    • Cervo

La chiesa dei Corallini a Cervo

Cervo è forse il più caratteristico dei borghi medievali del Ponente. Innanzitutto sorge sul mare, o meglio, su un’altura che scende direttamente al mare. Proprio dal livello del mare si entra nel borgo, salendo di carrugio in carrugio, passando accanto a vecchi edifici, alti muri che nascondono giardini, archi che tolgono la luce ma che stringono di più e creano intimità, dino ad arrivare, attraverso queste salite dove non filtra il sole, nella piazza della chiesa di San Giovanni, una terrazza proiettata sul mare, cui fa da sfondo la maestosa facciata barocca della chiesa, un tripudio di colori che forse contrasta con la personalità dei pescatoridi coralli liguri cui la chiesa stessa è dedicata. E ancora, si sale e si sale, attraverso nuovi vicoli e carrugi sempre più bui, sempre più spessi,sempre più suggestivi, che convergono, in cima al borgo, nella piazza del castello, oggi museo etnografico. Un salto nel tempo, davvero molto romantico.

    • Zuccarello

Quel ponte a schiena d’asino posto sul fiume Neva è il carattere distintivo di questo piccolo borgo nell’entroterra di Albenga. Anche qui siamo in età medievale, il castello in cima alla collina domina il paese inriva al fiume. Caratteristici i portici della via principale del borgo, con colonne tozze e basse, un’architettura pesante ma comunque elegante e adatta a queste terre: visitate Zuccarello in inverno, e vi renderete conto che i portici sono necessari, oltre che piacevoli da percorrere. Il castello rimane in altura, domina dall’alto il borgo e il torrente.

  • Noli

Borgo di mare, ha una storia lunghissima ed illustre: il borgo nel Medioevo fu infatti una Repubblica Marinara accanto alle più note Genova, Pisa, Amalfi e Venezia, e rimase indipendente fino alla fine del Settecento pur se non batteva moneta: una San Marino del Ponente Ligure 😉 . Come tale La bella chiesa romanica di San Paragorio è uno tra gli edifici religiosi più importanti della regione, ma tutto il borgo in sé, affacciato sul mare, è uno splendido gioiello incastonato in un’insenatura chiusa da una parte dalla piccola isola di Bergeggi e accanto alla Baia dei Saraceni.

  • Finalborgo

È il più grande tra tutti questi borghi di cui vi ho parlato. È una vera e propria cittadina, anzi, ed è piacevolissimo passeggiare tra le sue vie, ricche di botteghine, caffetterie e ristoranti. Un bel museo archeologico racconta la bellezza dell’antichissima storia di questo territorio, che fu abitato dall’uomo fin dalla Preistoria, quando viveva nelle caverne delle alture circostanti. Si entra nel borgo medievale dalla porta della città, lungo una via selciata su cui affacciano alti edifici. Le stradine non sono larghe, perché il borgo conserva pressoché intatti i suoi caratteri medievali, e la cittadina nel suo complesso è curata, un luogo piacevole nel quale trascorrere un pomeriggio. Finalborgo rimane lievemente arretrato rispetto al mare e al passaggio della via Aurelia, sorge proprio alle pendici dell’altura, comunque vicina al mare, sulla quale ci si può inerpicare per raggiungere le rovine del castello. (Per trascorrere un bel weekend a Finale Ligure seguite i consigli di Elisa sul suo blog Piccoli Grandi Viaggiatori)

Questi sono, secondo me, i borghi imperdibili del Ponente Ligure. Secondo voi invece quali sono i paesini liguri da non perdere?

#invasionidigitali a Dolceacqua

#invasionidigitali #dolceacqua

Il tempo da lupi non ispirava certo a mettere il naso fuori di casa, ieri, ma a noi piacciono le sfide, altrimenti non avremmo mai preso parte alle #invasionidigitali! Così, armati di coraggio, di ombrello e dei necessari dispositivi, siamo partiti alla volta di Dolceacqua, piccolo borgo medievale nell’entroterra dell’estremo Ponente Ligure, arroccato su un’altura a ridosso del fiume Nervia, dominato da un imponente castello dal quale, a suo tempo, si controllava tutta la valle fino al mare.

dolceacqua

Eravamo una trentina in tutto, tra blogger, socialmedia addicted e , soprattutto, semplici curiosi volenterosi di conoscere un borgo decisamente molto caratteristico della provincia di Imperia.

Primo passo importante: superare il ponte che collega la Dolceacqua bassa e “moderna” con la Dolceacqua medievale, tutta carrugi e case strette in pietra, addossate le une alle altre, attraverso le quali difficilmente filtra il sole. Ieri poi, con la pioggia, passare per questi vicoletti era ancora più tetro e buio, ma in ogni caso affascinante. Le pietre di questo paese parlano, raccontano storie che sono le storie dei Doria, gli antichi signori della regione, storie di sudditi che si ribellano e storie d’amore senza lieto fine… Sì, lo scenario meteorologico è proprio quello più adatto! Un tocco di colore comunque lo dà in questi giorni la manifestazione “carrugi in fiore”, per cui una serie di belle e colorate composizioni di fiori illumina e colora gli stretti vicoli del borgo.

Carrugi in fiore a Dolceacqua

Carrugi in fiore a Dolceacqua

La passeggiata nel borgo, accompagnata dalla nostra guida, si insinua subito attraverso i vicoli più stretti e coperti, fino a sbucare nel “vicolo chiuso”, un luogo di estrema difesa per gli abitanti del borgo: perché gli eventuali assalitori che fossero riusciti ad entrare in paese, giunti qui si ritrovavano in trappola, e a quel punto era difficile difendersi dalla popolazione che li assaliva dall’alto delle case…

La prima tappa vera e propria del nostro percorso per i carrugi di Dolceacqua è la biblioteca civica/archivio storico del comune/pinacoteca civica del paese. E qui vediamo documenti anche piuttosto antichi (vi sono fogli che risalgono al 1100, addirittura!) un volume di Giacomo Casanova (!) e registri napoleonici. In questa piccola stanza sta racchiusa la lunga storia di un intero borgo: peccato che sia dura mettere in ordine l’archivio e soprattutto restaurare i documenti in carta, soggetti al degrado, all’umidità e soprattutto al tempo.

Dolceacqua in un dipinto di Claude Monet

La visita della pinacoteca è la scusa per dirci che il pittore Monet si innamorò di Dolceacqua, che ritrasse in alcuni suoi dipinti, ma è il luogo scelto per raccontarci la storia tragica e romantica di Laura Garoscio, giovane donna di Dolceacqua che non poté coronare il suo sogno d’amore col suo istitutore Paganìn, il quale trovò anche la morte, e che dopo molte traversie, lasciò la Liguria per emigrare in Argentina, lontano dai luoghi della sua infanzia e della sua famiglia che l’aveva osteggiata in ogni modo. Il palazzo nel quale la biblioteca/archivio/pinacoteca ha sede apparteneva a questa giovane di Dolceacqua: raccontarci la sua storia è il modo per renderle omaggio.

un tipico carrugio in salita di Dolceacqua, col pavimento a risseu (sassi di fiume conficcati nel piano pavimentale)

un tipico carrugio in salita di Dolceacqua, col pavimento a risseu (sassi di fiume conficcati nel piano pavimentale)

E proseguiamo. Il paese è arroccato, i suoi vicoli sono in salita, pavimentati a risseu particolarmente scivoloso con la pioggia; la salita non è delle più leggere, ma noi indomiti invasori non ci lasciamo abbattere: dobbiamo invadere il castello!

Del castello rimane lo scheletro esterno, le mura fortificate e le due torri quadrate che ne caratterizzano l’aspetto. Fu distrutto nel ‘700 e mai più ricostruito; i Doria, signori del luogo, piuttosto che farlo restaurare preferirono stabilirsi in un palazzo a valle, lungo il fiume, appena fuori dalle mura medievali del borgo. Da quassù la vista può spaziare fino al mare, che oggi possiamo intuire solo con gli occhi della fede. Il tempo particolarmente nefando di oggi non ci consente di vedere molto, tutto è avvolto in un grigiume parecchio cupo. D’altronde sono anche le 7 di sera… Comunque la posizione del castello era strategica perché davvero si poteva controllare tutta la valle del Nervia fino al mare, e questo era fondamentale per la difesa del borgo e del territorio dall’incursione di eventuali nemici. Anche il palazzo era a prova di invasione (non digitale, però 😉 ) con le sue mura alte e spesse e i suoi dispositivi di difesa. In ogni caso non era solo un castello difensivo, ma i suoi abitanti lo avevano decorato in alcune sue parti: si vedono ancora gli stucchi sulle torri che imitano i capitelli corinzi con le foglie di acanto. Il castello è stato costruito intorno al 1300 ed è abitato fino al 1700: ha dunque una lunga storia da raccontare, e chissà quante ne hanno viste queste mura! Una di queste storie ci viene narrata dai ragazzi dell’Associazione AutunnoNero, che mettono in scena la tragica storia di Lucrezia, che rifiutò al signore del castello lo Jus Primae Noctis, riducendosi a morire di fame e di sete, e che diede il via alla ribellione che scoppiò in paese e che portò alla destituzione del signore.

Ci avviamo verso la fine dell’invasione che finisce, come nella migliore tradizione, a tarallucci e vino: una degustazione di prodotti locali, tra cui il carciofo di Perinaldo, un paese nella vallata accanto, che è presidio Slow Food, e il vino Rossese di Dolceacqua: e non c’è davvero modo migliore di concludere un’invasione!
Ho già parlato altrove dello spirito che ha animato le #invasionidigitali. Qui pertanto aggiungo la mia impressione come partecipante: le invasioni nascono come eventi culturali, gli organizzatori hanno visto negli eventi da loro organizzati un modo per far conoscere agli invasori innanzitutto, e ai frequentatori della rete in seconda battuta, i luoghi prescelti. In tutta Italia si sono organizzate invasioni in monumenti, in siti archeologici, in musei, in giardini e in centri storici; lo scopo è quello di far conoscere luoghi meno noti della nostra splendida Italia e in effetti, se si va a guardare Pinterest, vi sono luoghi meravigliosi che solo chi è del luogo conosce. Io continuo a lodare l’iniziativa, continuo a sostenere che sia importante che una cosa del genere sia stata concepita e messa in atto su una scala così vasta. E spero vivamente che si possa ripetere anche nei prossimi anni, con sempre nuove mete e sempre nuovi luoghi da scoprire.

Mendatica, dove il tempo si è (quasi) fermato

Siamo stati a Mendatica (IM) all’inizio di Gennaio, in una bella e calda giornata di sole, piuttosto piacevole qui, alle pendici delle Alpi Marittime: gli impianti sciistici di Monesi sono a pochi Km, mentre il paese, a 800 m slm, dista 40 minuti circa da Imperia, quindi dal mare, lungo una via che attraversa un entroterra fatto dapprima di oliveti, poi di boschi, e da una serie di paesini e borghi abbarbicati alle loro colline, poche case in mezzo alle quali svetta il campanile.

Vista panoramica di Mendatica sotto le cime innevate, dalla chiesa della Madonna dei Colombi

Vista panoramica di Mendatica sotto le cime innevate, dalla chiesa della Madonna dei Colombi

Mendatica è piuttosto lontana dal mare. Eppure siamo ancora in Liguria, una Liguria, però, diversa da quella costiera che basa sul mare la propria economia anche turistica: una Liguria che vede nella montagna, invece, la propria ricchezza, ricchezza che oggi viene sfruttata in senso turistico e paesaggistico, ma che un tempo era data dall’unica risorsa a disposizione degli abitanti: la pastorizia.

Già mentre saliamo verso Mendatica incrociamo lungo la strada un gregge di pecore: immagini che di solito associamo al Sud Italia o alla Sardegna le ritroviamo anche qui, e subito capiamo che ci sono tradizioni dure a morire, da queste parti. Alle porte del paese, poi, incontriamo un mulino ad acqua restaurato recentemente, che in passato sfruttava il giovane corso del torrente Arroscia, che nasce poco lontano da qui e che più a valle diventa un’arteria fluviale importante dell’entroterra di Albenga.

Il mulino sul fiume Arroscia

Il mulino sul fiume Arroscia

Il borgo, costituito per la maggior parte da vecchie case in pietra e dominato dalla chiesa barocca dei SS. Nazario e Celso, ospita un Museo Territorio, un museo diffuso, se così lo vogliamo definire, che ha il fine di raccontare a chi passa da queste parti la storia di questo paese, una storia fatta di pastori, di pascoli e di transumanza, una storia povera di eventi ma ricca di tradizioni, tradizioni che è giusto conservare e trasmettere ad altri. Questo museo, che poi è un itinerario, viene chiamato “I volti dell’Ubagu”, perché ubagu significa luogo selvatico, nascosto, impervio, come nascosta, selvatica e impervia è questa parte della Valle Arroscia. Nel borgo è stato ricostruito, in un’abitazione, il laboratorio del latte, che raccoglie tutti gli strumenti che servivano per la mungitura, dai campanacci delle mucche ai secchi del latte ai colini per filtrarlo e iniziare la produzione del formaggio, in particolare la toma e il bruss, tipici di questa valle (e anche piuttosto buoni!); al piano superiore dell’abitazione è ricostruita invece l’umile casa del pastore, completa di vano cucina e di camera da letto. Nel territorio è ben radicata la cosiddetta cultura della malga: le malghe sono dei rifugi estivi di montagna per il pascolo, dove venivano ricoverati gli armenti durante l’estate; attraverso un sentiero a piedi (che probabilmente torneremo a percorrere nella bella stagione) che parte da Mendatica, si giunge a Poilarocca, più su in montagna, che è un villaggio di malghe, ormai abbandonato ma recuperato per raccontare a chi oggi passa di lì come funzionava l’economia pastorale di questa gente di montagna.

Il laboratorio del latte ricostruito a Mendatica

Il laboratorio del latte ricostruito a Mendatica

In paese non mancano altri segni delle antiche tradizioni: nell’aia di una vecchia casa quasi fatiscente si trova un vecchio torchio ormai inutilizzato, ma indicativo di attività che oggi non si svolgono più. La piccola prigione del paese è invece adibita a sezione del museo etnografico, con una raccolta di scarponi e di utensili che ci parlano anche dello sfruttamento del bosco e della legna, oltre che della sola pastorizia.

L'aia che ospita il vecchio torchio, in una delle case di Mendatica

L’aia che ospita il vecchio torchio, in una delle case di Mendatica

Passeggiare su e giù per questo borgo che si addossa al fianco della montagna seguendone pedissequamente l’andamento è il modo migliore per osservare come accanto ad un’architettura antica, in pietra e povera, in legno, si vanno aggiungendo case moderne in mattoni, molte delle quali non finite, in costruzione. Molte delle case più vecchie, d’altro canto, sono in vendita, quando non addirittura in stato di evidente abbandono e fatiscenza. Perché nonostante il forte impegno dell’amministrazione e della proloco per attirare turismo e quindi ricchezza, Mendatica è un paese in abbandono. Si popola d’estate, questo sì, perché molti degli abitanti d’inverno si trasferiscono a Imperia, sul mare, vicino al posto di lavoro, e tornano alla base nella stagione più calda, quando qui è fresco e quiete, alla faccia del delirio di agosto lungo la costa. Ma d’inverno sono pochissimi gli abitanti, per la maggior parte anziani. Alcuni li vediamo impegnati in attività che nel mondo d’oggi ci sono totalmente estranee: uno taglia la legna da ardere con la motosega, un altro sega l’intelaiatura di una finestra in tocchi di legno tutti uguali senza prendere alcuna misura; un altro ancora fa da sé il cemento per aggiustare un piccolo tratto di strada accanto ad una cappella, ma il campione è quell’anziano signore che lava alla fontanella/lavatoio la verdura colta nell’orto. A dispetto di ciò che si dice dei Liguri – chiusi e scontrosi – qui sono tutti molto gentili, salutano col sorriso, una signora ci suggerisce qualche scorcio del paese da visitare, un’altra si scusa perché è accidentalmente entrata in una foto; tra di loro parlano in dialetto, ovviamente, seduti alla panchina fuori di casa. Ci scommetto che non chiudono a chiave il portone: per lo meno, in macchina lasciano la chiave inserita! Ma le case abbandonate, quelle sì, hanno il portone in legno chiuso con tanto di catenaccio, segno di un abbandono che forse è definitivo.

delle antiche tradizioni sono rimasti ormai solo dei dettagli...

delle antiche tradizioni sono rimasti ormai solo dei dettagli…

A pranzo andiamo all’Agriturismo il Castagno, un posto che vale tanto oro quanto pesa: menu a prezzo fisso, roba da 10 antipasti, 2 primi, 3 secondi, frutta, dolce, acqua, vino, caffè e ammazzacaffé a 25 €. Ebbene sì, esistono ancora luoghi di questo tipo, con un’offerta decisamente di qualità. A conduzione familiare, l’anziana signora che sta in cucina e che sostituisce la figlia quando questa deve preparare il formaggio, è una persona squisita, che cancella col suo sorriso tutte le leggende più o meno vere sui ristoratori liguri. Stiamo a tavola 2 ore, quando ci alziamo rotoliamo via da tanto s’è mangiato.

Dopo aver visto Mendatica dall’interno decidiamo di vederla dall’esterno: raggiungiamo la poco distante chiesetta della Madonna dei Colombi, su un poggio di fronte al paese, da cui si gode una splendida vista panoramica sul borgo e sulle montagne innevate al di sopra di esso. La chiesina è piccolina, ed ha un’architettura piuttosto ricorrente nelle pievi del territorio, con un piccolo arco davanti all’ingresso che offriva riparo a chi passava di qui e voleva riposare dicendo magari due preghiere.

Madonna dei Colombi

Madonna dei Colombi

Mendatica racconta una storia. La storia di un paese che si sforza di mantenere vivo il ricordo di tradizioni ormai quasi del tutto scomparse e che si attacca ad esse per non essere risucchiato dal vortice dell’abbandono. La storia di un paese in cui c’è ancora qualcuno che lava la verdura alla fonte come faceva quand’era piccolo, in cui chi vive qui tutto l’anno raccoglie la legna perché riscalda la casa col camino; e poi la storia di case in pietra che vengono lasciate decadere e di case in mattoni che non vengono completate. A Mendatica si leggono le contraddizioni che attraversano molti borghi dei nostri entroterra, stretti tra l’esigenza di adattarsi al mondo contemporaneo e il senso di appartenenza ad un modo di vivere che se per i più anziani è tutto, per i giovani è estraneo. Il lavoro svolto dal comune e dalla proloco per salvaguardare le tradizioni e rendere Mendatica un borgo accogliente è encomiabile, e merita molto di più di questo post per essere celebrata.

mendatica

Comunque torneremo con la bella stagione. Vogliamo approfondire la conoscenza di questi luoghi. Non è turismo, non è voglia di fare un giro. È voglia di conoscere un mondo così lontano, così vicino.