Archivio tag | biblioteca dei viaggi

“Era meglio se stavo a casa!” I grandi scrittori raccontano i loro peggiori viaggi

Verrebbe da dire “Anche i più esperti viaggiatori piangono”. Ma il libro, che è una raccolta di disavventure di più o meno noti scrittori, giornalisti, romanzieri, autori di guide turistiche, non vuole essere un mero elenco di disgrazie che possono capitare a chi viaggia. Piuttosto nasce dal presupposto che quando si torna da un viaggio c’è sempre qualche aneddoto da raccontare e l’aneddoto è sempre qualche imprevisto: un imprevisto che lì per lì avrà causato disagio, rabbia, frustrazione, pericolo e paura, ma che, a ricordarlo con calma, nella tranquillità di casa propria, quasi quasi suscita tenerezza e una bella sensazione, perché in fondo, l’aneddoto è tale in quanto noi siamo sopravvissuti per poterlo raccontare.
Ce n’è per tutti i gusti: i 51 brevi racconti di altrettanti autori (tra i quali Isabel Allende e Dominique LaPierre) parlano di disagi con gli aerei o con i treni, parlano di invasioni di insetti e di terribili condizioni meteorologiche… insomma: c’è chi è stato sballottato per gli aeroporti di mezza Europa perché Heathrow era chiuso… c’è chi è stato assalito dalle formiche assassine nel CentroAmerica, c’è chi ha rischiato di essere stuprata da un orango, c’è chi ha passato la notte aspettando un treno a New York come un barbone, c’è chi si è trovato nel bel mezzo di un tornado di ritorno dal Krakatoa, c’è chi è stato fermato alla frontiera tra Messico e USA perché nello zaino trasportava… una lucertola!
L’elenco delle peggiori esperienze di viaggio è lungo e una di queste tappe intorno al mondo delle brutte avventure interessa anche l’Italia, con la stazione ferroviaria di Terontola, in provincia di Arezzo (che io, che ogni tanto ci passo, definisco scherzosamente “il più importante snodo ferroviario del Centro Italia”).
Lettura scorrevole, l’organizzazione per brevi raccontini fa sì che si legga tutto d’un fiato: un po’ come se ci trovassimo una sera intorno al fuoco ad ascoltare con grande attenzione e curiosità ciascuno dei nostri autori che, a turno si mette a raccontare il proprio aneddoto di cui, ormai ricordo lontano, poter ridere davanti ad un bel bicchiere di vino.

Annunci

Passeggiate a Ponente

Passeggiate a Ponente. 52 itinerari nelle province di Imperia e Savona, di Ferdinanda Fantini e Gian Carlo Ascoli non è il solito libro sull’entroterra. No. E’ un libro scritto da chi ama il proprio territorio, lo conosce come le sue tasche e non perde occasione per esplorarlo sempre più a fondo. Non solo, ma vuole condividere con altri, con quanti più possibile le proprie esperienze, nella speranza di far conoscere sempre meglio il territorio non solo a chi viene in Liguria in vacanza, ma soprattutto a coloro che in Liguria abitano,  vivono e lavorano.

La Liguria di Ponente non è solo bel mare e belle coste, non è solo Sanremo-Imperia-Alassio-Albenga, non è solo Riviera dei Fiori, ma ha un entroterra fatto di paesini sorti in età medievale e di percorsi di mezzacosta e di crinale ancora più antichi che chissà a quando risalgono! I nostri autori ci invitano perciò a indossare le scarpe da trekking e l’abbigliamento adeguato, a dotarci di macchina fotografica per catturare gli scorci migliori e ad incamminarci lungo alcuni di questi sentieri. 

Come già avevo scritto qualche tempo fa in un post proprio sull’entroterra di Imperia, era proprio nostra intenzione intraprendere qualche sentiero, qualche camminata per vedere l’entroterra nascosto e sconosciuto. Ora, aver trovato questo libro ci spalanca ulteriori porte e ci ispira nuove idee. Abbiamo già stilato un primo elenco dei percorsi che sicuramente intraprenderemo e di cui daremo dettagli e descrizione prossimamente su questo blog. Per ora apprezziamo questo volumetto, questa pratica guida che descrive bene il percorso, indica quali segnali troveremo lungo la via, focalizza l’attenzione sulle bellezze artistiche, storiche e naturalistiche nascoste nel sottobosco e dà alcuni ragguagli in più sui luoghi più importanti fornendo, sempre, la bibliografia essenziale.

L’autunno alle porte ben si presta, come stagione, a passeggiate di questo tipo. Il clima mite di questa fetta di Liguria fa sì che ottobre e novembre regalino ancora calde giornate di bel tempo, ideali per camminare. Ecco quindi, dopo aver sfogliato avidamente questo volumetto, i primi percorsi che faremo:

– Dai Balzi Rossi a Villa Hanbury (Itinerario n. 1, pag. 16)

– Prelà-Valloria-Prelà (Itinerario n. 14, pag. 64)

– La “Passeggiata dei Ponti” con partenza da Santa Brigida(Itinerario n. 18, pag. 78)

In sostanza, se avete il pallino delle passeggiate in montagna o per sentieri e per caso bazzicate nella Liguria di Ponente non perdete l’occasione: questa agevole guida fa al caso vostro!

Enrico Brizzi, Nessuno lo saprà

VIAGGIO A PIEDI DALL’ARGENTARIO AL CONERO recita il sottotitolo, riassumendo tutto l’itinerario che il protagonista con gli accompagnatori che via via si alternano segue da una costa all’altra dell’Italia. Tutto il racconto è occupato dal viaggio, dall’accurata descrizione dei luoghi, dei percorsi, dei dettagli della vita da campeggio. La descrizione è così viva e minuziosa, gli episodi narrati e gli incontri così reali, da dare a tutta la narrazione un’aria più che autobiografica. Efficacissima l’impostazione alla II persona singolare: tu che leggi sei per forza di cose trascinato dentro, sin da quel “Ma” che è la prima parola dell’incipit e che ti trascina dentro con forza, e ora sei tu che arranchi in salita, tu che muori di sete, tu che senti sulle ginocchia tutta la fatica, tu che studi la kompass per orientarti e per capire quale sentiero dovrai seguire. Il viaggio nella natura è occasione di riflessione per tutti i protagonisti: per l’autore, che vuole compiere tutt’intera quest’impresa titanica, questa fatica di Ercole, per sentirsi pronto, a 30 anni, ad affrontare la sua nuova vita di marito e padre; il fratello, un giovane precario dell’Università, un dottorato in storia con un ruolo però rassicurante, comprensivo, da fratello, insomma; poi c’è il Viet, l’anima pazza di quest’avventura, con una personalità ingarbugliata e che non passa sicuramente inosservata; quindi Galerio, con i piedi più per terra, che media tra la pazzia del Viet e il rigido “Duri alla meta” dell’autore. E infine l’entusiasta Leo, un soggetto che per estrazione sociale è quanto di più diverso e lontano ci possa essere dal nostro gruppo di camminatori (o forse no), ma che in questo microcosmo che è la discesa a piedi dall’Appennino verso l’Adriatico gioca l’importante ruolo di “tenere alto il morale delle truppe”.

Scritto benissimo, scorrevole e incalzante nonostante l’intreccio non sia di quelli che ingenerano suspence. Nessuno lo saprà, letto in questo momento, all’inizio della primavera, quando le giornate si allungano, il clima migliora e le temperature si alzano, fa decisamente venire voglia di indossare gli scarponi da trekking, prendere e partire: non importa attraversare l’Appennino, compiere chissà quale impresa: anche un sentiero di tre ore che porta ad un laghetto o a qualche pieve nascosta tra i boschi o ad un pascolo di montagna.

Traspare da questo racconto un amore incondizionato per il territorio. Territorio che non è solo natura incontaminata, ma è anche cultura. Cultura contadina, cultura dei piccoli borghi dell’Appennino ancora miracolosamente tagliati fuori dal traffico delle grandi arterie di circolazione che attraversano la penisola. Non è un caso se l’asfalto è quanto di peggio ci possa essere per chi ama camminare a lungo. Importante l’osservazione che l’autore fa mentre transitano sull’antica Via Francigena, che se un tempo era poco più di un sentiero selciato, oggi soffoca sotto un potente strato di cemento.

Un aspetto su cui insiste l’autore è la fatica fisica perché, perdonatemi il gioco di parole, affrontare una camminata di questo tipo non è una passeggiata. Non sono dei supereroi, i ragazzi di cui seguiamo il percorso, ma sono ragazzi di 30 anni come me, come te, che sanno di compiere una traversata difficile, che si definiscono “i Pionieri della Strada dei Due Mari”, e che ci credono fino in fondo e portano il loro proposito avanti con forza e determinazione. Forza, determinazione, coraggio, curiosità, fermezza: tutti caratteri e sentimenti da viaggiatori, da esploratori, con la remota speranza che quest’impresa sia come un’iniziazione, un rito di passaggio per consentire loro di tuffarsi nell’età adulta e nelle responsabilità che essa comporta.

AGATHA CHRISTIE, Viaggiare è il mio peccato

Attirata più dal titolo, che potrebbe essere il titolo della mia autobiografia, che altro, mi sono imbattuta in un’opera di Agatha Christie che pochi conoscono, dato che non è un racconto giallo.

Agatha Christie per una volta infatti smette i panni della scrittrice di gialli. Protagonista questa volta non è Hercule Poirot, né Miss Marple, ma se stessa e suo marito, l’archeologo Max Mallowan.

E mette insieme le due cose che amo di più al mondo, ovvero l’archeologia e i viaggi. Nasce così un racconto di viaggio, biografico, scritto con una vivacità un’immediatezza, un’ironia infinita: un capolavoro, insomma.

Agatha Christie racconta le sue avventure in terra siriana, al seguito delle spedizioni archeologiche del marito, Mallowan, appunto, nei siti di Tell Brak e di Chagar Bazar. Con gusto aneddotico, attento alle piccole cose, ai dettagli, ai piccoli eventi quotidiani lontano da Londra, spesso la Christie si sofferma sugli strambi (ai suoi occhi) usi arabi, sulle differenze con i curdi e con gli armeni: con la sua ironia non lo mette in ridicolo, ma semmai mette in evidenza la diversità del modo di pensare rispetto agli europei.

Le spedizioni di Mallowan si svolgono prima della II Guerra Mondiale, in terre tuttora poco percorse dagli Europei, dove vivono popolazioni che difficilmente riconosciamo. I 70 anni che sono trascorsi hanno profondamente trasformato il Medio Oriente e chi lo abita, con tutte le conseguenze che purtroppo oggi vediamo.

Immagino Agatha Christie come una persona allegra, facilmente adattabile (tutto sommato) a situazioni scomode (come certe stanze in cui è costretta a dormire) pur se non rinuncia ad alcune abitudini occidentali (il té e la sua collezione di scarpe). Ha lo spirito dell’avventuriera, della viaggiatrice: lei incarna la persona che si adatta a vivere in un ambiente diverso dal suo, lo vuole conoscere, esplorare, vuole venire a contatto con la cultura, studia le tradizioni, osserva. Si nota l’affetto con cui parla di quella terra, che per un po’ di tempo è stata la sua seconda casa.

A noi lascia un bel resoconto, divertente e al tempo stesso ricco di informazioni: ci illustra uno spaccato della società siriana di provincia, con le sue abitudini e consuetudini; ci mostra come si svolgevano una volta gli scavi archeologici, parlando diffusamente della vita sul cantiere di scavo; ci trasmette infine, come sia bello poter lasciare la propria casa per andare a conoscere qualcosa di nuovo.

WHASHINGTON IRVING, L’Alhambra al chiaro di luna

Attirata dal titolo di questo piccolo librino, l’ho comprato senza pormi troppe domande su chi l’avesse scritto, quando e in quali circostanze. Poi appare chiaro: l’autore è un noto scrittore americano nato all’indomani della Rivoluzione Americana con la quale gli Stati Uniti si erano resi indipendenti dalla madrepatria Inghilterra. Ma Irving preferisce comunque l’atmosfera europea, tant’è che fin da giovane si allontana dalla terra natìa e se ne va in Europa.

Senza dubbio rimane affascinato dall’Andalusia, e senza dubbio l’Andalusia deve a lui se Granada è così famosa, conosciuta, celebrata. Di fatto Irving, con questo librino di appena 77 paginette riesce a trasmettere tutta la magia e la bellezza di un luogo, qual è la fortezza dell’Halhambra che all’epoca in cui lui la frequentava si stava appena cominciando a sollevare da secoli di rovina in cui era caduta per l’abbandono.

Con una prosa molto versatile, che va dalla narrazione avvincente anche per i più miseri episodi alla cura descrittiva, mai comunque esagerata, ma che dimostra un’attenzione alle piccole cose forse anche accentuata, il nostro autore ci accompagna attraverso questo viaggio in Andalusia e a Granada in particolare.

Dalle sue pagine senza dubbio si alza un grande senso di ammirazione per l’opera dei Mori, per questa perla dell’architettura araba, che gli suscita qualche considerazione su quanto siano effimere le cose umane, visto che anche le più belle opere cadono in rovina.

Leggendo le sue pagine, mi è tornato in mente il mio passaggio a Granada, durato appena una notte di qualche agosto fa: tutta la notte a passeggiare tra i vicoli profumati di incensi e di spezie arabe: se i Mori non ci sono più, qui sono comunque rimasti i loro profumi. E ricordo che avevo potuto ammirare l’Alhambra solo da lontano, perché la notte era chiusa, tanto che mi ero ripromessa all’epoca, di tornarci una volta di giorno, così da poterla finalmente vedere. Leggere questo libricino, che è un resoconto di viaggio così come potrei scriverlo io, senza pretese di sorta, molto intimo per questa sua attenzione alle piccole cose, è stata l’ulteriore conferma che devo tornare a Granada prima o poi, e devo visitare l’Alhambra.

Le descrizioni di Irving ogni tanto si fanno trasportare da quel senso del sublime che si andava diffondendo nell’Europa Romantica dei suoi tempi, e gli ambienti, i giardini del palazzo, il panorama, sono descritti non per come sono, ma per come lui li vede. Ed egli vuole condividere le sue immagini, la sua permanenza all’Alhambra (uomo fortunato, vi ha abitato per qualche mese) con qualcuno, perciò ecco che ad un certo punto si scatena: “Se dunque lettore mi accompagni, seguimi in questo vestibolo…non entreremo là dentro, ma gireremo sulla sinistra…Eccoci giunti alla terrazza, possiamo prendere fiato…Avviciniamoci ai merli…Sussulti? non è che uno sparviero che abbiamo fatto fuggire spaventato!” E immediatamente il lettore è catapultato dentro le pagine del libro, è con l’autore, passeggia con lui, guarda il panorama, osserva compiaciuto i fiori del giardino, si specchia nell’acqua della fontana.

Ma l’immagine più bella di tutto il racconto è la frase conclusiva, in cui l’autore descrive un passatempo alquanto inconsueto della povera gente di Granada: questi personaggi poverissimi, che non posseggono nulla usano la canna da pesca, seduti sul tetto delle case, per catturare invece che i pesci, i rondoni e gli uccelletti a caccia di insetti: in poche parole, hanno inventato una cosa bellissima che è, per dirla alla Irving, “l’arte di pescar tra le nuvole”: credo non esista al mondo immagine più poetica di questa, anche perché a noi, figli del cinema e della TV, a leggere queste parole non può non venire in mente il logo della Dreamworks, col bambino che, guardacaso, pesca tra le nuvole. Ora so chi ha inventato quest’immagine, e gli faccio tutti i miei complimenti.

BILL BRYSON, America perduta

Leggete questo libro di Bryson, e appariranno davanti ai vostri occhi gli States come mai avreste pensato potessero essere. Allora vi cadranno numerosi miti, anzi probabilmente vi passerà la voglia (o forse no) di fare quel viaggio Coast-to-Coast che è il sogno nel cassetto di tutti noi. Con Bryson gli Usa vengono messi a nudo, e l’impressione che si ha è che non siano poi così eccezionali come li si dipinge. Poco infatti viene risparmiato dalla sua vena sarcastica e dissacrante: Bryson è dell’Iowa, e il viaggio che compie attraverso gli Stati Uniti, in realtà in parte l’ha già compiuto quando, da piccolo, andava in vacanza con la famiglia. Il racconto del suo viaggio è infarcito, dalla prima all’ultima pagina, di tanta autoironia e di ridicoli aneddoti della sua infanzia che affiorano alla sua mente, mentre rivede dopo tanto tempo quei luoghi che aveva già visitato. Ora però, alla ricerca della sua “Amalgama-City” – la città perfetta, che riunisce in sé tutti i pregi e i caratteri che dovrebbe avere una città americana – nulla lo soddisfa, e il suo viaggio diventa una critica irriverente della società statunitense, società di cui lui stesso fa parte, anche se ormai vive a Londra da anni. Forse proprio per questo si permette di essere così duro nei suoi giudizi: Bryson si sente proprietario degli USA, in cui è nato e vissuto, come un qualsiasi cittadino americano, e vedere lo squallore delle città dell’interno, l’eccessivo turismo in alcune aree, che turba l’equilibrio dei centri abitati e danneggia oltremodo il paesaggio circostante, lo fa imbestialire, perché si sente privato di un qualcosa che gli appartiene: “si stanno portando via il mondo pezzo dopo pezzo. E questo, scusate, mi fa proprio incazzare”.

C’è dunque un fondo di amarezza, neanche troppo latente, che accompagna la Chevette guidata da Bryson lungo interminabili strade sempre tutte uguali, attraverso paesini con stazioni di servizi e motel squallidi, e con la compagnia delle radio che alle volte è persino fastidiosa.

Però un qualche spunto positivo c’è: il libro, scritto alle soglie degli anni ‘90, mostra uno spaccato di America che si fa fatica ad immaginare, con le cittadine rimaste gli anni ‘50, col drive-in, per esempio, e con l’ossessivo appropriarsi di qualsiasi testimonianza della breve storia americana per trasformarla in museo. Questi sono a parer mio i due caratteri più distintivi della provincia americana e che, se vogliamo, la distinguono dal resto del mondo.

Per il resto già il titolo “America Perduta” fa capire come andrà a finire: e sarei curiosa di ripercorrere oggi lo stesso tragitto che Bryson ha fatto 20 anni fa, per vedere cosa è cambiato o se qualcosa magicamente è rimasto come lui l’ha visto.

JOSE’ SARAMAGO, IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA

È una favola, non è un resoconto di un viaggio vero. Soprattutto non è il racconto di un viaggio vero, ma è una metafora simbolica della vita.

Un uomo va a chiedere ad u improbabile re una barca con la quale partire alla ricerca dell’Isola Sconosciuta. Alla risposta del re che tutte le isole sono ormai conosciute perché sono sulle carte geografiche, l’uomo risponde che in realtà non si può saperlo se non ci si va, dunque “Datemi una barca”. Il re acconsente, e l’uomo va al porto a ricevere la sua barca, seguito dalla donna delle pulizie del re, che ha assistito alla scena e sa che nella vita ora vuole vivere sulla barca e andare con quell’uomo alla ricerca dell’isola sconosciuta.

Il resto è sogno, un sogno in cui l’uomo, dopo aver ricevuto la barca e averla sistemata insieme alla donna delle pulizie, si rende conto di cosa vuole realmente. Nel sogno è la barca stessa che si trasforma in un’isola, vagante nell’oceano infinito. Nella realtà l’uomo capisce che la ricerca dell’isola sconosciuta non è altro che la ricerca di se stessi, e per quanto lo riguarda, ora ha trovato ciò che cerca…

È un breve racconto, questo di Saramago, scritto in un modo che può a prima vista sembrare ostico, senza quasi punteggiatura, niente punti di domanda né virgolette aperte e chiuse per i dialoghi: di fatto è scritto come se fosse un sogno, come se fosse letto velocemente dal lettore, che ha sempre fretta di arrivare in fondo senza soffermarsi sulle parole, che invece sono importanti. Il ritmo è quindi incalzante, perché siamo in un sogno, e i sogni non aspettano, ma vanno sempre di fretta…

Il viaggio di Saramago è un viaggio in cerca di se stessi, non di una terra concreta, l’isola sconosciuta è metafora del luogo più sconosciuto che c’è, la propria anima.