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Diario di viaggio: lungo le strade della Spagna del Sud – Barcellona

Un dragone cinese, un ombrello e un lampione: bizzarre decorazioni moderniste su un palazzo de La Rambla di Barcellona

Un dragone cinese, un ombrello e un lampione: bizzarre decorazioni moderniste su un palazzo de La Rambla di Barcellona

31/05/2016

Ritorno a Barcellona

Né di Venere né di Marte ci si sposa o ci si parte. Ma noi, in sommo spregio dei luoghi comuni, partiamo proprio di martedì. Aereo da Pisa Aeroporto per Barcellona El Prat con Vueling.

Per la verità un imprevisto del martedì c’è stato: il Terravision delle 9 che avevamo prenotato è stato soppresso. Risultato: siamo corsi ai ripari acquistando all’ultimo minuto il biglietto della compagnia alternativa Autostradale. Comunque siamo arrivati in aeroporto e il viaggio è andato bene: alle 15.30 siamo sull’Aerobus da El Prat a Barcellona. L’Aerobus è wi-fi munito: un servizio non da poco.

La nostra camera, al Pension 45, è in una traversa della Rambla appena sotto Plaza de Catalunya: posizione comodissima che si fa perdonare il disagio di non avere il bagno in camera. Non possiamo aspettare, e ci buttiamo subito in strada.

Il Mercat de la Boqueria

Il Mercat de la Boqueria

La strada è la Rambla, ovviamente: la lunga via pedonale che da Plaza de Catalunya arriva fino al Port Vell. La prima tappa obbligata è il Mercat de la Boqueria. Rispetto alle altre occasioni in cui vi ero stata (l’ultima nel 2007), questa volta l’ho trovato troppo troppo turistico. Forse oggi ho più esperienza di mercati, non so, ma l’ho trovato privo di quella genuinità che ci si aspetterebbe da un posto del genere. Ci ributtiamo sulla Rambla, una deviazione verso Santa Maria del Pi, chiesa gotica forse meno nota, ma che non ha niente da invidiare alle altre chiese del Barri Gotic, fino a Plaça Reial, un’elegante piazza quadrangolare con portici, palme e caffé, quindi concludiamo la discesa della Rambla presso il Mirador di Cristobal Colon, la grande colonna sopra la quale Cristoforo Colombo ci indica col braccio puntato la via delle Indie per “buscar el Levante por el Poniente“.

omaggio a un trasportatore di pietre sul portone di Santa Maria del Mar

omaggio a un trasportatore di pietre sul portone di Santa Maria del Mar

Percorriamo il lungomare fin quasi a Barceloneta, dopodiché ci sorprende la pioggia e non possiamo far altro che ripararci nel quartiere della Ribera, nella chiesa di Santa Maria del Mar, forse il mio luogo preferito di Barcellona. La chiesa è stupenda: ogni pietra è il sudore di uomini che per voto e disperazione ogni giorno nel Medioevo salivano alla montagna del Montjuic e si caricavano un blocco di roccia sulle spalle, quindi lo portavano fino al mare, dove gli scalpellini lo riducevano in blocchi di pietra, che i muratori assemblavano, via via ad ottenere questo sobrio e commovente capolavoro del gotico. Proprio le figure di due di questi anonimi portatori di pietre animano il portone della chiesa. La storia della costruzione è ben narrata ne La Cattedrale del Mare di Ildefonso Falcones.

Smette di piovere poco dopo, e ci rimettiamo in marcia. Entriamo nel Barri Gotic, ma ad accoglierci sono i resti delle mura romane della città, talmente interate nel tessuto urbano stratificato che nessuno ci fa più caso. Un altro segno del passato più antico di Barcellona è nascosto sotto il pavimento della piccola chiesa dei Santi Martiri Giusto e Pastore: essa sorge infatti sui resti di un grande battistero paleocristiano di VI secolo d.C.

la cattedrale di Barcellona

la cattedrale di Barcellona

La cattedrale di Barcellona è poco distante. Anch’essa sorge vicino ai resti delle mura e dell’acquedotto romano. Dietro di essa, invece, l’archivio storico di Barcellona apre su un patio che ha un che di arabeggiante, un’oasi di pace con un bel terrazzo da cui si ammira il campanile.

La nostra giornata si conclude con una cena nel Barri Gotic, una passeggiata fino alla darsena e all’imbarco traghetti verso le Baleari, e infine la risalita lungo la Rambla fino alla nostra pensione. Per oggi è tutto, buonanotte.

La buca delle lettere dell'Archivio storico di Barcellona, vicino alla cattedrale

La buca delle lettere dell’Archivio storico di Barcellona, vicino alla cattedrale

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Diario di viaggio lungo le strade della Spagna del Sud – Vilafranca del Penedes e Tarragona

Palau de la Musica Catalana, Barcellona

Palau de la Musica Catalana, Barcellona

2/06/2016

In Catalogna non c’è solo Barcellona.

Ultima mattina a Barcellona. Per colazione andiamo a procurarci frutta al Mercat de la Boqueria, poi ci inoltriamo nel Barri Gotic, facendoci guidare dai nostri piedi, tenendo come riferimento solo la direzione della Rambla. Passo dopo passo, soffermandoci di tanto in tanto a contemplare la facciata di qualche bel palazzo, arriviamo fin davanti al Palau della Musica Catalana, l’ultimo capolavoro modernista della città nel quale ci imbattiamo.

La mattinata scorre veloce, è già ora di pranzo, dopodiché dovremo tornare in aeroporto, dove ci aspetta la nostra auto a noleggio (presa con Hertz, tramite Rentalcar.com). Pranziamo al Mercat de la Boqueria, quindi recuperiamo le valigie e ci dirigiamo in Plaça de Catalunya per prendere l’Aerobus.

In aeroporto recuperiamo la macchina, una Opel Adam color cioccolato.

Il vero viaggio inizia ora!

La prima meta del nostro tour della Spagna è Tarragona. Prima però, ci concediamo una deviazione nell’interno, fra i vigneti che fanno capo alla piccola e assolata (e addormentata) Vilafranca del Penedès. La cittadina è nota anche per i Castellers, coloro che per le feste religiose costruiscono piramidi umane ai limiti della sicurezza e dell’incolumità fisica. Quella dei Castellers dev’essere una pratica diffusa nella regione: anche a Tarragona è praticata e ritenuta importante, tanto da essere ricordata da un monumento lungo la sua Rambla. Vilafranca non è all’altezza delle nostre aspettative: la siesta regna sovrana, tutto chiuso eccetto qualche bar che però non propone vino! I pochi rivenditori aprono alle 18, tra l’altro, così come le cantine del territorio (così ci informano al Tourist Office). Ci sarebbe il Vinseum, il museo del vino dirimpetto alla bella chiesa del borgo. A questo punto, però, preferiamo proseguire per il nostro itinerario.

L'anfiteatro romano di Tarragona

L’anfiteatro romano di Tarragona

E così nel pomeriggio inoltrato arriviamo in un’assolata Tarragona. Parcheggiamo nel centro della città (non lo fate: costa tantissimo!), ma puntiamo subito all’anfiteatro romano della città, vista mare e splendidamente conservato. L’anfiteatro, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, è visitabile ed è uno dei siti archeologici più noti di Spagna. La sua storia millenaria vede la sua nascita nel II secolo d.C., il martirio di tre santi cristiani nel III secolo d.C., l’abbandono e il sorgere di una chiesa di epoca visigota nel VI secolo d.C. nel bel mezzo dell’arena, quindi la costruzione di una chiesa più grande e infine di un monastero. Queste pietre ne hanno di storie da raccontare, e il mio occhio da archeologa è a dir poco affascinato. Tarragona, anticamente Tarraco, ha conservato tantissime testimonianze del suo passato romano, ma l’anfiteatro è senza dubbio il più importante, perciò limitiamo la “quota archeologia” solo a questa visita.

Tarragona, in piazza della Cattedrale

Tarragona, in piazza della Cattedrale

Ma il centro storico di Tarragona ha molto altro da offrire: la cattedrale di Santa Tecla, la più grande della Catalogna, è imponente e bellissima da fuori. Affaccia su una piazzetta gradevolissima da cui scende una scalinata che porta alla viuzza sottostante. Un edificio porticato su un lato della via, sull’altro le murature a vista lasciano intravvedere antiche iscrizioni di cittadini tarraconensi che vivevano qui nei primi secoli della nostra era. Si potrebbe passare ore a cercare di leggere i nomi, di vedere come nulla è andato distrutto, ma solo abilmente reimpiegato. Da qui alla piazza del Foro romano è un attimo: piena di vita, di localini e di tapas bar. Noi però preferiamo un ristorantino tranquillo vicino alla cattedrale: il proprietario parla discretamente l’italiano, colleziona caffettiere e ci racconta parecchie cose sulle pietanze che mangiamo, un po’ come essere a cena da un ospite particolarmente affabile. E la serata non potrebbe concludersi meglio.

La Sagrada Familia, Gaudì e la “Naturaleza”

sagrada familiaIl Temple Expiatori de la Sagrada Familia è uno degli edifici più noti e più rappresentativi di Barcellona. Si tratta di una chiesa, una grande chiesa la cui costruzione fu avviata fin dalla fine del XIX secolo. L’architetto responsabile del progetto fu Antoni Gaudì, nientemeno: colui che negli anni successivi diventerà il massimo rappresentante del Modernisme, la corrente architettonica che caratterizzerà così fortemente gli anni ’20 del Novecento catalano.

Gaudì ha lasciato una fortissima impronta in città: Casa Güell lungo la Rambla e Park Güell alle spalle di Barcellona, Casa Batllò e la Pedrera lungo il Passeig de Gracia sono i luoghi principali cui si lega il nome dell’architetto. Ma l’edificio cui egli dedicò la maggior parte del suo tempo e del suo impegno fu proprio la Sagrada Familia.

Sagrada Familia 1915.jpg
La Sagrada Familia in costruzione, 1915 – Di sconosciuto – Maria Antonietta Crippa: Gaudí, Taschen, Köln, 2007, ISBN 978-3-8228-2519-8, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3561028
Luce che filtra attraverso le vetrate colorate

Luce che filtra attraverso le vetrate colorate

Il tempio è tuttora in costruzione: un po’ per via del progetto, davvero complesso, dei fondi che finirono troppo presto già dopo pochi anni dall’avvio dei lavori, dell’interruzione e parziale distruzione nel 1936 poco prima della Guerra Civile Spagnola; anzi, in quell’occasione fu bruciata la cripta della chiesa che fungeva da laboratorio e dove erano custoditi i disegni di Gaudì. Una grave perdita che certo influì sul prosieguo della costruzione, i cui lavori ripresero nel 1944.

Oggi la Sagrada Familia è in continuo divenire: non solo non è ancora ultimata, ma viene restaurata man mano che passa il tempo e viene adattata alle nuove esigenze in materia di accessibilità e sicurezza. Così, ad esempio, le torri all’interno della chiesa, che erano ultimate già sotto la direzione di Gaudì, e alle quali si poteva accedere ancora 15 anni fa, oggi sono state completamente rifatte: è stata sostituita la scala a chiocciola e accanto viene realizzato un ascensore; luci al led illuminano oggi al posto dei lampadari che inizialmente dovevano esserci; e l’elenco potrebbe proseguire.

Uno scalpellino al lavoro sull'esterno dell'edificio

Uno scalpellino al lavoro sull’esterno dell’edificio

Delle tre facciate che completano la chiesa, la prima, quella della Natività, fu realizzata già sotto Gaudì; quella diametralmente opposta, dedicata alla Passione di Cristo, è stata realizzata invece solo nel 1987, mentre l’ultima facciata è ancora in fase di realizzazione. Gli operai e gli artisti lavorano a stretto contatto sulle impalcature mentre al di sotto passano mandrie di turisti che vogliono visitare questa grande “incompiuta”.

L’interno della chiesa è alto, maestoso, bianco, luminoso, arioso. Le grandi vetrate che animano da un lato e dall’altro la navata donano una luce dai toni caldi su un fronte e freddi sull’altro: il rosso e l’arancio contro il verde e l’azzurro. Le colonne sembrano alberi che in cima, in corrispondenza delle volte, si ramificano in tante nervature luminose che danno vita a un soffitto che sembra più una foresta. Tutta bianca, ovviamente.

Le due facciate sono diversissime per stile. Quella della Natività è un affastellarsi di personaggi e di episodi evangelici il cui culmine è proprio la scena della Sacra Famiglia, mentre intorno si dispongono gli altri personaggi e le altre scene compresa quella, intensissima, della Strage degli Innocenti. La facciata della Passione invece è più arida, le figure spigolose rendono bene il dolore che è dolore di tutta l’umanità e la sofferenza del Cristo e di tutti i personaggi coinvolti. Intensissima anche qui la scena di Pilato che se ne lava le mani e particolare l’idea di rendere la Veronica senza volto, mentre mostra il volto di Cristo impresso sul suo panno. La facciata della Gloria, che sarà la facciata principale, non è ancora stata realizzata.

Dettagli delle facciate della Sagrada Famila

Dettagli delle facciate della Sagrada Famila

È bellissimo, e potrebbe anche sembrare fuori tema, il portale di accesso alla chiesa dalla facciata della Natività: le ante sono verdi, un bosco di foglie a rilievo sulle quali trovano posto lumache, coccinelle, ranocchie, api e tartarughine, in un curioso esercizio di stile che probabilmente vuole celebrare in Cristo una nuova rinascita della vita attraverso le sue creature più piccole, eppure anch’esse parte del Creato.

Dettagli sul portale della Sagrada Familia

Dettagli sul portale della Sagrada Familia

Una costante di Gaudì, che si respira anche altrove nelle sue realizzazioni, ma che qui è lampante e raggiunge esiti altissimi, è il costante riferimento e la costante ispirazione alla natura. La naturaleza guida ogni passo dell’architetto: dalle decorazioni agli elementi strutturali, ai calcoli matematici e all’osservazione delle leggi fisiche: per le colonne si ispira agli alberi, per le scale a chiocciola alle chiocciole, per l’appunto; e poi prende spunto dalle cellette degli alveari, dalle nervature delle foglie, ricerca e trova insomma nella natura i principi cardine della sua arte. Questi aspetti sono spiegati in una piccola ala della Sagrada Familia, adibita a museo, nella quale sono riuniti gli elementi naturali che ispirarono Gaudì e le realizzazioni che creò a partire da quegli elementi: un approfondimento molto interessante per comprendere meglio questo geniale architetto catalano.

Ritorno a Barcellona

Con questa sono 3 volte che torno a Barcellona. La prima fu nell’ormai lontano 2003, la seconda nel 2008 e quindi ora. Negli anni è cambiato il mio modo di viaggiare, la mia attenzione nei confronti di
alcune cose è mutata. Mi oriento abbastanza bene in città, ricordo dove si trovano le attrazioni principali, in quale carrer svoltare per risalire velocemente a Santa Maria del Mar o alla Cattedrale.

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Proprio tornare a Santa Maria del Mar mi ha emozionato. Continuavo a dire “Lo vedi quanto è bella?“. E la è davvero. Un trionfo del Gotico costruito con la devozione e con la forza di uomini che nulla possedevano se non le proprie spalle e la propria fede, per trasportare le pietre dal Montjuic, la montagna dietro Barcellona, così lontana così vicina. A questi trasportatori è reso il giusto omaggio sul portale della chiesa, e nel tanto bello quanto lungo romanzo “La cattedrale del mare” di ildefonso Falcones.

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Anche questa volta, come le precedenti, ho privilegiato un percorso attraverso il Modernisme e Gaudì. Sagrada Familia in primis, abbiamo toccato un po’ tutte le tappe principali della Ruta del Modernisme. Anche questa volta ho amato e odiato allo stesso tempo la Sagrada Familia, che continua a crescere e a ripensare se stessa, tanto che neanche oggi, nel 2016, è possibile salire su una delle torri, cosa che ancora nel 2003 invece si poteva fare. Ma l’esperienza della chiesa in sé, della sua architettura all’interno, delle luci delle sue vetrate, e dell’apparato scultoreo all’esterno, lasciano ogni volta a bocca aperta anche chi sa cosa si aspetta.
Un aspetto che ho approfondito questa volta, perché mi ci sono imbattuta per caso, è il passato più antico della città, quando in età romana Barcellona si chiamava Barcino, era cinta di poderose mura e non aveva idea che sarebbe diventata la grande città che è oggi. Compaiono dal nulla, le mura, quando meno te le aspetti, all’ingresso del Barri Gotic, mezze smontate e riutilizzate in epoche successive, in bizzarre commistioni di stili architettonici che solo una città a continuità di vita come Barcellona può avere. Un passato antico che si presenta agli occhi con prepotenza, anche in piazza della cattedrale, dove i resti dell’acquedotto romano si riconoscono in eleganti arcate cui mai nessuno attribuirebbe una funzione meramente strutturale.
È questa la Barcellona che sono contenta di aver incontrato questa volta. Perché la città rivela sempre qualcosa di nuovo a chi qualcosa di nuovo va cercando.

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Barcellona e Gaudì… Barcellona è Gaudì

Barcellona e Gaudì: un binomio indissolubile. L’architetto simbolo del Modernisme è colui che ha dato a Barcellona la sua immagine attuale, quella per cui è nota in tutto il mondo: a partire dalla Sagrada Familia, la cattedrale incompiuta per definizione e per statuto della città, passando a Park Guell e senza dimenticare Casa Batllò e la Pedrera, Gaudì è riuscito ad imporre uno stile architettonico unico nel suo genere, che va a cercare nella natura e nelle sue forme mai regolari né geometriche, ma sempre curvilinee, l’ispirazione e la ragione d’essere. I suoi edifici sono forme vive, che quasi respirano…

L’edificio più famoso è la Sagrada Familia, una chiesa che non sarà mai portata a termine. Non solo, ma non è mai identica a se stessa, perché i lavori di costruzione, anche se non finiranno mai, sono perennemente in corso: per forza, perché nel frattempo quello che è stato costruito ha anche bisogno di manutenzione. Di conseguenza anche i percorsi al suo interno variano, a seconda di quale parte dell’edificio sia momentaneamente sottoposta a cantiere. La Sagrada Familia è in questo senso un edificio vivo, in eterno divenire, ed è questo il suo fascino…

La Sagrada Familia e le sue gru

La Pedrera deve il suo nome alla sua facciata grigia in pietra. In realtà si tratta di un nome dispregiativo, mentre il suo vero nome è Casa Milà. Da fuori appare come un caseggiato grigio dalle pareti ondulate e alcune delle finestre decorate da pesanti inferriate. Non esiste una linea retta che sia una. Anche l’interno, che si sviluppa intorno ad un cortile circolare, non ha una sola linea retta, soffitti compresi, mentre la tettoia che copre la scalinata interna sembra presa a prestito da un enorme pipistrello… E il tetto, con i suoi buffi comignoli, merita la salita che si deve affrontare (mentre il panorama, va detto, non è eccezionale, Sagrada Familia in lontananza a parte…)

I comignoli sul tetto della Pedrera

Ma la meraviglia delle meraviglie è Casa Batllò, un vero gioiello architettonico aperto da pochi anni al pubblico, dal biglietto d’ingresso costosissimo ma che vale tanto oro quanto pesa. Si vede già da fuori che si tratta di un palazzo eccezionale, con le sue immense vetrate. Ma dentro è ancora meglio: si è catapultati nel mondo di Gaudì, fatto di vetri, di colori, di linee curve, di scale rivestite in ceramica azzurra, gli azulejos, che richiamano l’acqua del mare, di specchi deformanti, di comignoli sul tetto ancora più bizzarri di quelli di casa Milà, fosse solo per il fatto che sono colorati. L’esperienza è unica, e cambierà per sempre il vostro concetto di architettura.

Il finestrone di Casa Batllò

Oltre ai singoli edifici, Gaudì si è dedicato anche all’urbanistica. Park Guell è la sua realizzazione. Rimane lievemente nell’interno rispetto al centro di Barcellona, in altura, per cui da qui la vista spazia sull’intera città fino al mare. Ma non è certo per il panorama che bisogna venire qui… Fulcro del parco è una splendida terrazza chiusa da una panchina continua decorata in un mosaico di ceramiche coloratissime che disegnano vivaci cromie e fantasie sulla superficie in qualsiasi tonalità di colore. La terrazza è sorretta da una selva di colonne che richiamano un tempio antico, davanti alla quale sta la celebre scalinata/fontana col dragone, che tutti almeno una volta nella vita hanno visto in fotografia. Il parco è molto grande: si attraversa una foresta di pietra, per esempio, mentre all’ingresso in basso del parco si trova il Museo Gaudì, allestito nella casa che l’architetto aveva riservato per sé all’interno del parco.

il dragone a Park Guell

il dragone a Park Guell

Gaudì fu senz’altro un architetto geniale. Le sue intuizioni sono insuperate e insuperabili, ma non bisogna fare l’errore di pensare a lui come ad una voce fuori dal coro nel panorama dell’architettura catalana; bisogna invece calarlo nel contesto culturale e artistico nel quale lavorava: siamo all’inizio del Novecento, in un periodo in cui in Europa si diffonde il Liberty e/o l’Art Nouveau, che a Barcellona ha come esito la corrente chiamata Modernisme. Gaudì non ne è il solo rappresentante, ma uno tra i tanti: l’architetto Puig y Cadafalc, per esempio, realizza a poca distanza dalla Pedrera Casa Les Punxes, e accanto a Casa Batllò Casa Amatllér, che contrasta con essa per l’uso di linee rette e  angoli nella facciata, che le danno l’aspetto di una casa di Amsterdam, totalmente fuori contesto, quindi, se vogliamo, in una città mediterranea… E ancora, per chiudere in bellezza, il Palau de la Musica Catalana, dell’architetto Domenech y Montaner, dove ad una struttura innovativa si affianca l’uso smodato della decorazione vivacissima ed esuberante.

Il Modernisme ha segnato profondamente Barcellona, dandole un’identità urbanistica totalmente nuova rispetto a quella della città gotica che aveva fino all’inizio del XXI secolo. Immergersi nel suo linguaggio, restarne affascinati ed esserne conquistati è inevitabile. Può anche non piacere, per carità: ma di sicuro non lascia indifferenti e suscita ben più di un’emozione…

LA RAMBLA DI BARCELLONA: IL RITROVO DEGLI ARTISTI DI STRADA

Vi piacciono gli artisti di strada e volete vedere il luogo d’Europa dove se ne trovano di più? È proprio a Barcellona che dovete andare!

Barcellona, La Rambla

A Barcellona gli artisti di strada si ritrovano sulla Rambla, il lungo viale alberato che da Plaça de Catalunya arriva sino al Monument a Colom, la statua di Cristoforo Colombo che guarda verso il mare aperto. La Rambla, lunga arteria che divide i due quartieri del Raval e del Barri Gotic, è una splendida e piacevole passeggiata che dal centro nevralgico della città arriva fino al mare. Passeggiando sotto i suoi alberi ombrosi, oppure sedendosi a prendere una bibita o una cerveza ad uno dei baretti che si affacciano lungo la via, non si può fare a meno di osservare, e di venire coinvolti dai singoli spettacoli degli artisti di strada. Sono tantissimi, e ognuno presenta le proprie peculiarità: ci sono le statue viventi, travestite nei modi più strani, più divertenti, con lo scopo di suscitare un sorriso e curiosità: i bambini in particolare rimangono affascinati da queste figure assolutamente immobili e truccatissime. Una fotografia ricordo è d’obbligo, a questo punto!

Ma non ci sono solo gli uomini-statua a rallegrare la Rambla: c’è chi canta, c’è chi suona, c’è chi dipinge, chi fa il mimo, il burattinaio e chi fa il giocoliere… la casistica è molto varia.

la rambla

Voglio ricordare due episodi che mi sono rimasti nel cuore lungo la Rambla: il primo risale a qualche annetto fa: eravamo a sorseggiare una birretta in uno dei locali lungo la Rambla. Davanti a noi scorreva la folla dei passanti. Tra di essi passeggiava un tipo strano, munito di bombetta, che faceva scherzi a chiunque, donne, uomini, bambini, anziani… a ciascuno di loro faceva una sorta di candid-camera: imitava la camminata strana di un ignaro signore, ne imitava un altro come se fosse l’ombra, faceva finta di voler mangiare il gelato ad un bimbo, abbaiava improvvisamente facendo trasalire la fanciullina distratta di turno, il tutto fra l’ilarità generale del pubblico seduto nel dehors del locale. Alla fine dell’improvvisato spettacolino il nostro “comico di strada” giustamente passava tra i tavoli a riscuotere il prezzo del biglietto.

L’altro episodio riguarda uno degli spettacoli dal vivo che io apprezzo di più gli spettacoli improvvisati cui può capitare di assistere, tra ovvero la breakdance in mezzo alla strada: in fondo, basta uno stereo e l’abbigliamento adatto. Quella volta lo spettacolino si era svolto in fondo alla Rambla, vicino al monumento a Cristoforo Colombo: un gruppo di ragazzi americani aveva letteralmente catalizzato l’attenzione dei passanti offrendo uno spettacolo di breakdance: evoluzioni in aria, velocità, ritmo e acrobazie: una meraviglia per gli occhi. C’era persino il presentatore, che chiedeva l’offerta, coinvolgeva le ragazzine, si esibiva con gli altri in qualche acrobatico salto mortale a suon di musica tecno.

Per concludere, gli artisti di strada si trovano dappertutto, non solo nelle grandi città ma ovunque ci sia da fare festa e ovunque ci sia tanta gente. A Barcellona, però, la loro presenza fa parte del carattere della città. Un’ulteriore conferma della poliedricità e dell’apertura della capitale catalana, capitale dei giovani e di chi ha voglia di mettersi in gioco.

Barcellona, la ruta del Modernisme

Barcellona senza Gaudì sarebbe una città come tante. Ma Barcellona non è solo Gaudì. Gaudì non è stato il solo architetto, infatti, a dare una sua precisa identità alla città a cavallo del ‘900, ma insieme ad altri è stato fautore del Modernisme, la risposta catalana all’Art Nouveau che all’epoca stava invadendo l’Europa.

tetto batllò

Un particolare sul tetto di Casa Batllò, Barcellona

Gaudì, Puig i Cadafalch e Domenech i Montaner sono i tre principali esponenti del Modernisme, coloro che hanno dato a Barcellona quell’impronta che l’ha resa celebre e così particolare in tutto il mondo.

Passeggiando lungo il Passeig de Gracia, sul quale si affacciano alcune delle case moderniste più importanti, persino le piastrelle della pavimentazione dei marciapiedi, decorate a motivi marini, ci indicano che stiamo percorrendo la “Ruta del Modernisme”. Gli edifici modernisti che si presentano ai nostri occhi sono eccentrici e stupefacenti, sembrano catapultati in città da chissà quale pianeta, da chissà quale mondo favoloso. Lungo il Passeig de Gracia, per cominciare, abbiamo in un solo isolato tre esempi, contigui tra loro, dei tre architetti modernisti: Casa Batllò di Gaudì, Casa Amatllér di Puig i Cadafalch e Casa Lléo Morera di Domenech i Montaner. Tre architetti, tre edifici, tre modi totalmente diversi, per non dire opposti, di esprimere il Modernismo.

casa Batllò

Una delle caratteristiche finestre sulla facciata di Casa Battlò

Casa Batllò si presenta con una facciata su cui sembrano aprirsi tante caverne in pietra fusa, con i balconi che somigliano a dentature di animali mostruosi ed è tutta studiata per linee ondulate. Non esiste la linea retta per Gaudì. Ben diversa è l’adiacente Casa Amatllér, dove la linea retta, l’angolo, prevale,tanto che la facciata culmina in un frontone che richiama le case di Amsterdam. Ancora diversa Casa Lléo Morera, la cui facciata, che ha molti spunti gotici, è piacevole per le eleganti merlature e per i balconi sporgenti. Di tutte e tre è quella che passa più inosservata, che più si fonde col resto della città, mentre Casa Amatllér risalta per la sua originalità e risalterebbe ancora di più se non fosse surclassata dall’esuberanza di Casa Batllò. Non sono solo questi i soli edifici modernisti presenti in città: sulla Rambla c’è Palau Güell, una delle prime commissioni di Gaudì, in cui però già si comincia  a vedere il suo stile, ad esempio nei pinnacoli del tetto. C’è poi la Pedrera, sempre di Gaudì, un ulteriore inno alla linea curva, alla pietra e al ferro battuto, materiale questo, che viene in voga proprio grazie  ai modernisti, e il cui tetto, ricco di comignoli ondulati e paffuti, è una splendida terrazza sulla città. Poco distante dalla Pedrera c’è Casa Les Punxes, che Puig i Cadafalch realizza con 6 torrette sormontate da forme coniche, tanto che la casa sembra un palazzo signorile del Nord Europa, o un castello della Loira, trapiantato in centro a Barcellona.

tetto Pedrera

I comignoli sul tetto della Pedrera

Modernista è anche la facciata del Palau della Musica Catalana di Domenech i Montaner, semplicemente esagerata nei colori, nelle decorazioni, una stravagante celebrazione delle arti decorative come neanche Gaudì, forse, seppe esprimere.

Altri e tanti sono gli esempi di Modernismo a Barcellona, e le due opere di architettura e urbanistica per cui Barcellona è conosciuta in tutto il mondo, ovvero la Sagrada Familia e Park Güell, sono ulteriori esempi di arte modernista.

Sagrada Familia

La Sagrada Familia

Il modernismo è ciò che distingue Barcellona dal resto del mondo. Alla fin fine i principi su cui si basa non sono poi così strani: è la natura la principale fonte di ispirazione, insieme alla cultura spagnola di matrice gotica e islamica. Facendo rivivere la figura dell’artigiano, gli architetti modernisti usano materiali semplici, come il mattone, il ferro battuto, la ceramica. Ed è proprio la ceramica che consente ai modernisti soluzioni insperate e sperimentazioni di forme e colori mai pensate prima. Gli architetti modernisti, grandi innovatori e sperimentatori, non ebbero paura di imporre le loro intuizioni e, soprattutto, e questa fu la loro fortuna, trovarono terreno fertile per far attechire i loro progetti e una risposta entusiasta dalle famiglie facoltose della città, da quei ricchi committenti che ora legano indissolubilmente il loro nome a quello di queste grandi opere che sono a buon diritto entrate nella Storia dell’Architettura.