Un viaggio più a Est del Nordest: Trieste, la costa slovena e l’Istria

L’Istria: da tempo volevo andarci. Pur non sapendone molto e conoscendone alcuni aspetti perlopiù archeologici, ero però attirata da questa terra. Così, quando per fine ottobre si sono liberati dei giorni non ho avuto dubbi: andiamo! E siamo partiti. Quattro giorni, non tantissimi, ma sufficienti per scoprire una terra ricca di sorprese, e non così diversa dalla nostra.

Vi racconto l’itinerario del nostro viaggio che da Trieste ci ha condotto in Slovenia e poi in Croazia, alla scoperta dell’Istria.

Giorno 1: Trieste

Partendo da Firenze la mattina, Trieste ci accoglie precisa per l’ora di pranzo. Mangiamo allo storico Buffet da Pepi, in piazza della Borsa, esploriamo la città risalendo il colle San Giusto che racconta orgogliosamente il passato romano e poi medievale del capoluogo friulano e da cui si gode una magnifica vista sul Golfo. Metteteci anche le accesissime siepi rosse per l’autunno: Trieste è una coloratissima città di mare, un po’ in salita, e dal passato radioso. La splendida basilica paleocristiana, con i suoi mosaici dorati, poi, lascia davvero senza fiato. Ma lo spazio più bello per me resta la splendida piazza dell’Unità d’Italia, di fronte al mare. Questa è stata il nostro punto di partenza e il nostro punto di arrivo del tour cittadino. Qui ci meritiamo un caffé allo storico Caffé degli Specchi. Infine, ci rechiamo alla Risiera di San Sabba. Perché viaggiare non è solo svagarsi e divertirsi, ma anche riflettere sul nostro passato, sulla storia e sugli orrori che l’Umanità può commettere. Nel campo di concentramento della Risiera, al tramonto, concludiamo la visita della città.

Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste

Per scoprire la città con il nostro itinerario di un giorno leggi qui: Visitare Trieste in un giorno

Per dormire ci spostiamo a Muggia, un piccolo borgo di pescatori poco distante da Trieste e posto proprio di fronte al grande porto mercantile. Qui ceniamo in un ristorantino, la Teresa, a base di pesce, ovviamente. Domani passeremo il confine e sono molto emozionata.

Giorno 2: Slovenia

Dedichiamo la mattina all’esplorazione del piccolo borgo di Muggia: è vero che è un porticciolo affacciato sul mare, ma il borgo risale una piccola collina fino a culminare in un poderoso castello da cui si domina la vista sul Golfo di Trieste dalla parte opposta rispetto al panorama che contemplavamo ieri. Le barche di pescatori in rada e un anziano pescatore che risistema le reti mi danno la sensazione di un luogo senza tempo e senza fretta, dove è bello sostare un pochino.

Il borgo di pescatori di Muggia

Riprendiamo invece la macchina e attraversiamo il confine con la Slovenia seguendo la strada in collina che passa da Muggia Vecchia, dove si trova il cimitero e l’antico insediamento dell’età del Ferro. Quando passiamo la frontiera siamo accolti dal vecchio casello della dogana, vuoto ma mai smantellato, a memoria di un tempo, neanche troppo lontano, in cui le frontiere esistevano. Oggi invece la Slovenia non solo è parte dell’UE, ma ha anche l’euro, che per noi è un gran vantaggio.

Izola

In Slovenia puntiamo diritti a Izola, dove abbiamo un appuntamento. Per questo dedichiamo la visita del centro storico, sul mare, al pomeriggio. Izola ha un bel porticciolo, alcuni localini e ristoranti sul mare, e la piazza con la chiesa che immette nelle viuzze del borgo antico. Non è particolarmente entusiasmante: forse d’estate si anima di più. In ogni caso notiamo il palazzo della Scuola di musica, con le inferriate delle finestre tutte magnificamente rifinite. Completato il giro, puntiamo verso Pirano, dove passeremo la notte.

Izola, vista panoramica

Pirano

A proposito di Pirano, col senno di poi vi sconsiglio fortemente di fermarvi per una notte, soprattutto se viaggiate in macchina. Occorre infatti lasciare l’auto in un grande parcheggio a pagamento fuori dal centro, il che comporta una bella spesa se si vuole pernottare nel borgo. In ogni caso ormai è andata così e noi giungiamo a Pirano scortati da un bellissimo tramonto. Pirano mi piace subito tantissimo: al termine del lungomare di accesso, il borgo si apre con una piazza immensa su cui affacciano bei palazzi eleganti. Subito dietro di essi, invece, si sviluppa la ragnatela strettissima dei vicoletti che si snodano tra i palazzi antichi. Mi affascina tantissimo. Purtroppo però è notte, e non possiamo godere appieno della bellezza di questi angoli. Ma torneremo in un’altra occasione, in pieno giorno, per visitarla interamente.

Pirano al crepuscolo

Mangiamo e dormiamo in un appartamento a Pirano. Domattina ripartiamo per entrare, finalmente, in Croazia.

Giorno 3: l’Istria Croata

Ecco, se volete arrivare in Croazia e vi affidate al navigatore, mi raccomando non spuntate l’opzione “strade senza pedaggio”: sennò vi ritrovate come noi che da una bella strada tra le vigne siamo finiti via via in strade sempre più strette, fino ad arrivare a una sterrata. Che dire? Ci siamo girati indietro. La frontiera era comunque vicina.

Il passaggio alla frontiera prevede il controllo passaporti o carta d’identità. Superato questo, temendo di trovarci nuovamente su uno sterrato, abbiamo deciso di raggiungere ugualmente Parenzo, prima tappa croata, in autostrada.

Parenzo

Parenzo ci accoglie verso l’ora di pranzo. Il borgo è elegante e in esso si fondono molto bene i palazzi e le vie più recenti con le case più antiche, qualcuna anche del Duecento. Di Parenzo è piacevole sia passeggiare nelle vie centrali, con i negozi e i ristorantini (tra cui il Lapidarium: si mangia letteralmente seduti accanto ad iscrizioni di età romana!), sia lungo il mare, percorrendo il tracciato delle mura della cittadina. Appare il campanile dell’antica Basilica Eufrasiana, una basilica paleocristiana importante per i suoi mosaici, e di cui vale la pena percorrere interamente l’itinerario di visita, che passa dall’atrio al battistero al campanile, al museo lapidario e alla vista sulla primitiva chiesa, quella di IV secolo che fu poi abbattuta per costruirne una più grande, nel VI secolo, per volontà del vescovo Eufrasio, da cui deriva il nome della basilica.

Parenzo vista dall’alto del campanile della Basilica Eufrasiana. In primo piano proprio la Basilica

Mangiamo in un localino qui vicino, il Bacchus, nel quale facciamo la nostra prima conoscenza col baccalà all’Istriana, un baccalà mantecato che sembra una soffice crema, e con la grappa al miele, che rimarrà nei nostri cuori molto a lungo, ne sono certa.

Rinfrancati nel corpo e nello spirito, ci rimettiamo in marcia: prossima destinazione Rovigno, che raggiungiamo via costa. Passiamo quindi da Orsera, piccolo borgo noto per le sue spiagge (anche naturiste) e per le isolette antistanti, quindi risaliamo la strada lungo il Limsky Kanal, una sorta di ampio fiordo sul quale ad un certo punto si apre una vista panoramica (ben individuabile dai baracchini di souvenir e prodotti tipici): il panorama è in effetti spettacolare, il fiume si insinua in una gola piuttosto stretta, verde per i boschi sulle montagne. Da qui a Rovigno ci separano pochi km.

Il Limsky Kanal

Rovigno

Ci sistemiamo in un appartamento, Villa Mattozzi, nell’area residenziale di Rovigno, da cui però il centro si raggiunge tranquillamente a piedi in meno di 10 minuti. Una bella passeggiata al sole che culmina con l’arrivo sul lungomare.

Rovigno è semplicemente bella. La percorriamo nel pomeriggio inoltrato, ci godiamo il tramonto sul mare sorseggiando una birretta (San Servolo, una buona bionda artigianale croata). Saliamo fino alla chiesa di Sant’Eufemia alla luce rossa di un cielo incendiato, quindi scendiamo e ci andiamo a perdere nei vicoli, tra le case antiche, i panni stesi su fili tesi tra un palazzo e l’altro, come se ci trovassimo in un paesello di tanti decenni fa. Eppure è proprio questo contrasto, tra la bellezza un po’ fighetta del frontemare e i vicoli oscuri e popolani che affascina terribilmente.

Il borgo di Rovigno e il suo porticciolo

Per cena mangiamo a La Vela. Lo so, è un ristorante italiano, non storcete il naso: ricordatevi invece che l’Istria fino alla II Guerra Mondiale è stata italiana e che in ogni paese o città il palazzo più prestigioso è sede della “Casa degli Italiani“. La frittura di pesce che prendiamo di fatto è buona, così come la grappa al vischio che ci viene offerta. E i prezzi sono relativamente bassi, grazie al cambio kuna-euro.

Giorno 4: Dignano e Pola

Olivi, olivi e ancora olivi: il paesaggio della campagna croata che incontriamo appena usciamo da Rovigno e che ci scorta fino a Dignano è caratterizzato da oliveti a perdita d’occhio. Qua e là vediamo delle costruzioni in pietra a secco che sembrano trulli: l’idea non è sbagliata: sono i Kazun, o Casite, delle caselle di pietra che servivano per ricovero di materiali, o di animali, o addirittura per il contadino che si fermava nel campo oltre il tramonto. Un piccolo parco all’ingresso di Dignano ne spiega la funzione. Vedremo poi che in paese le casite sono al centro di un progetto didattico per i bambini mirato a riscoprire le origini contadine del territorio. Molto interessante e positivo.

Dignano

Dignano ci accoglie con il rumore del frantoio attivo all’ingresso del paese. È tempo di raccolta delle olive ed è tempo di olio nuovo; è tempo quindi di lavori a pieno ritmo, di negozi aperti e di aziende che organizzano tour di degustazione. Noi però preferiamo fare semplicemente un giro nel paese. Scopriamo un luogo pieno di contraddizioni: la streetart che caratterizza fortemente certi muri e che grida all’innovazione e alla voce giovane di chi cerca oltre le apparenze cozza con le vecchie scritte nostalgiche, in italiano, scritte sempre sui muri: fa tenerezza leggere “Viva Stalin” e tutti gli altri slogan inneggianti al potere proletario in rosso sugli intonaci grigi. Ma non è solo questo.

Streetart a Dignano

Dignano/Vodnjan è un borgo medievale che ha mantenuto in certi punti il suo aspetto originario. Muri che sembrano pericolanti, pareti che spanzano vistosamente (lo so: spanzare non è un termine tecnico, ma rende l’idea), crepe lunghissime, muratura a vista mai restaurata. Sembrerebbe abbandonato. Invece, dai balconi e sui tetti spuntano le antenne con la parabola. E tutto si fa molto intricato. Vodnjan è città di gatti che vengono, si strusciano, miagolicchiano un po’ e poi si allontanano. E in questo non sono diversi dai gatti di tutto il resto del mondo.

Dignano mi colpisce e mi affascina. Il senso del tempo che si ferma, che in alcuni punti scorre più velocemente e in altri più lentamente mi dà le vertigini.

Il borgo di Dignano

Procediamo verso Pola.

Pola, a pochissima distanza da Dignano, ci accoglie con la vista sul porto e l’isola di Brioni a poca distanza. Ma ciò che mi dà il benvenuto è l’anfiteatro romano. È davvero ben conservato: si mantiene tutto il muro esterno con le sue arcate, mentre l’interno, che un tempo ospitava la cavea, cioè le gradinate per il pubblico, è stato interamente abbattuto nel corso dei secoli. Oggi è una bellissima finestra sul mare: attraverso le sue arcate vediamo fino al porto e oltre. L’effetto scenografico è davvero notevole.

L’anfiteatro di Pola

Ci rechiamo poi verso il centro città, ben racchiuso nelle vecchie mura della città romana di Pola, poi riadattate e sfruttate anche nei secoli successivi. Passiamo attraverso l’Arco dei Sergi, una porta nelle mura cittadine realizzata in età romana e che mantiene tutta la sua bella decorazione architettonica, salutiamo James Joyce seduto ad un caffé qui davanti all’arco, passeggiamo per le vie del centro, pranziamo in piazza Dante Alighieri, poi proseguiamo. Raggiungiamo il luogo di Pola che preferisco: il Foro della città romana.

Sull’antico foro di Pola gravitavano tre templi, l’uno accanto all’altro. In mezzo era il capitolium, dedicato ai tre dei Giove, Giunone e Minerva, poi vi era un tempio alla dea Diana e dall’altro lato rispetto al capitolium c’era il tempio di Roma e Augusto, identico a quello di Diana. Di tutto ciò, sopravvive solo, e ben evidente, il tempio di Roma e Augusto, che fu trasformato in chiesa e pertanto mantenne il suo aspetto, mentre gli altri due edifici furono parte distrutti e parte integrati nell’edificio pubblico che oggi occupa la piazza. Il piccolo tempio di Roma e Augusto ha  colonne in facciata, sorge su un podio ed è noto per le sue belle decorazioni architettoniche, capitelli e fregio a motivi floreali. Io personalmente lo adoro e sono contenta di averlo visto finalmente dal vivo, un po’ come quando si incontra un personaggio famoso, o il proprio scrittore preferito. Ne ho scritto abbondantemente in un post dedicato ad esso proprio dal punto di vista archeologico.

Il foro romano di Pola col tempio di Roma e Augusto

Proseguendo zigzaghiamo un po’ facendoci ispirare dalle stradine che incrociamo. È così che, volendo raggiungere la fortezza  di epoca veneziana sulla cima della collinetta che domina Pola, ci imbattiamo nell’area archeologica del teatro romano, immediatamente alle spalle del grande edificio del museo archeologico, al momento chiuso per grandi lavori. Percorriamo un sentierino che non son sicura che si possa fare, ma che tutti percorrono, e arriviamo sul livello della fortezza. Questa, cinta da poderose mura e da un fossato invalicabile, offre una vista notevole sul mare e sulla città. Al suo interno ospita un museo navale. Ridiscendiamo e percorriamo alcune strade con begli edifici medievali che potrebbero benissimo trovarsi a Venezia per il loro stile architettonico. Qui l’influenza veneziana è stata davvero duratura, in effetti.

La vista dalla fortezza

Quando arriviamo al nostro punto di partenza, il parcheggio fronte anfiteatro, puntiamo verso Pazin, nell’interno, dove trascorreremo la notte. Arriviamo al buio. Il nostro padrone di casa, un signore in pensione che però si dà ancora un gran daffare, ci intrattiene con chiacchiere in un mix di croato e italiano e ci offre le sue grappe. Accoglienza ottima, direi! Peccato per il freddo che patiamo. Domani è l’ultimo giorno, nonché giorno di rientro.

Giorno 5: Pazin, Beram, Motovun e il confine

Pazin

La passeggiata a Pazin in mattinata non ci soddisfa. Abbiamo conferma di una pratica che avevamo già visto a Rovigno: nei bar non hanno cornetti o brioches o paste. Se vuoi fare colazione completa al bar devi andare al forno, che solitamente si trova accanto. Poi a quel punto puoi pure prenderti il caffé. Raggiungiamo il grande castello che domina il paese e che risale a prima dell’anno 1000: ne ha visti di eserciti passare, di re cambiare e di neve scendere questo edificio! Non entriamo a visitarlo (ospita un museo etnografico). Ci affacciamo invece dal muretto per vedere al di sotto una profondissima gola sulla quale in estate è prevista, come attività outdoor, una sorta di volo dell’angelo, la Zipline Pazinska Jama. Pazin è costruita infatti su uno sperone roccioso, su una sorta di ampio canyon scosceso, dalla parete verticalissima: per gli amanti dell’outdoor e degli sport estremi questo luogo è semplicemente favoloso. Ma oggi non è proprio la giornata ideale per farlo: grigia e con la minaccia di pioggia.

Il castello di Pazin

Lasciamo allora Pazin e ci dirigiamo verso Beram, in esplorazione della piccola chiesa di S. Marija.

Beram

Arriviamo a Beram, ma non troviamo la chiesa. Troviamo piuttosto un signore in macchina. Gli chiediamo lumi e lui per tutta risposta telefona a Sonja, la signora che custodisce le chiavi della chiesetta. La prendiamo in auto con noi e lei ci guida fino alla chiesa. Nel bel mezzo del bosco, questo piccolo edificio sacro dedicato alla Madonna viene aperto ai fedeli ormai solo a Ferragosto, per la festa dell’Assunta. Per il resto è aperto ai visitatori che la cercano secondo la modalità di cui sopra: chiedere in paese, trovare la custode, andare con lei fino alla chiesa, visitarla, pagare un piccolissimo obolo, riportarla in paese.

La danza macabra nella chiesa di S. Marija

La chiesa è un piccolo capolavoro di pittura croata quattrocentesca: una Bibbia a colori, dipinta per quei fedeli che potevano lì vedere rappresentate le scene principali del credo cristiano. Tra una Fuga in Egitto, un San Sebastiano, un San Martino che copre il viandante e una Strage degli Innocenti, il fedele aveva modo di imparare per bene le storie della religione. Sulla controfacciata, poi, la rappresentazione della danza macabra lo ammoniva e gli ricordava che quando moriremo saremo tutti uguali di fronte alla morte.

Per saperne di più su questa chiesa, ho scritto un post più specifico qui: Beram (Croazia): la chiesa di S. Marija

Motovun e Levade

Procediamo poi verso Nord mantenendoci sempre nell’interno (l’alternativa sarebbe puntare su Parenzo, ma noi vogliamo fare una strada mai fatta prima). È così che dopo curve, boschi giallorossi per l’autunno, vigneti e dolci valli giungiamo in vista di Motovun/Montona. In realtà volevamo tirare a diritto, ma è lei che ci costringe a fermarci: da lontano, per una vista panoramica che mi resterà nel cuore. E poi perché, passandoci davanti, vediamo una situazione organizzata apposta per accogliere i turisti: un parcheggio con tanto di parcheggiatore, una navetta che fa la spola con la rocca più in alto, alcuni autobus gran turismo parcheggiati. Forse vale la pena spendere gli ultimi momenti in Croazia qui. Il parcheggio più la navetta costa 40 kune (5 € circa). Saliamo al borgo medievale, che si trova in una posizione panoramica ottimale, aperta su tutta la vallata. Sul lato ovest, lo sguardo riesce a spingersi addirittura fino al mare.

Vista panoramica di Morovun

Il borgo in sé non ci entusiasma. Molto a misura di turisti, con ristorantini e qualche bottega che vende prodotti tipici. Qui siamo nella terra del tartufo, e infatti ogni ristorante ha il suo menù profumatissimo. Ma non ci lasciamo tentare. Facciamo invece una passeggiata lungo le mura panoramiche, ci fermiamo a guardare tutti quei leoni di San Marco a rilievo che sembrano dei gattoni ridicoli e quindi andiamo a pranzare nella vicina Levade, a valle, lungo la Parenzana.

Anche se a Levade è in corso la fiera del tartufo Zigante, non ci facciamo tentare e pranziamo alla vicina Konoba Dorjana: cucina casalinga, prezzi bassi e porzioni abbondanti. Il tartufo comunque c’è: nel formaggio, ed è squisito. Levade è luogo di passaggio della Parenzana, un bel percorso naturalistico per mountain bike (e trekking) lungo il vecchio tracciato della linea ferroviaria Parenzana, che da Trieste raggiungeva Parenzo passando per l’interno. Il percorso è attrezzato con mappe e sentieri puliti e ogni anno qui arrivano frotte di bikers o di semplici appassionati che vogliono vivere un’esperienza outdoor in Istria.

Tartufo e olio, i prodotti tipici dell’Istria interna

Il nostro viaggio in Istria si conclude quindi a Levade, in un pomeriggio autunnale, grigio in cielo, ma rosso in terra per le foglie di acero e di vite americana che regnano ovunque. Riprendiamo la strada che verso l’interno ci porta al confine con la Slovenia, da qui sempre attraverso l’interno giungiamo al confine italiano. Sotto di noi c’è Trieste, nostro punto di partenza.

È giunto il momento di rientrare a casa.

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Visitare Trieste in un giorno

Il capoluogo del Friuli Venezia Giulia si distende elegantemente al sole sul suo lungomare nel Golfo di Trieste. Si arriva in città dall’alto, dalla collina, e si scende vertiginosamente in auto prima di arrivare sulla piazza della Stazione e da qui sul viale che costeggia il mare. Poi, improvvisamente si apre lei, bellissima: Piazza Unità d’Italia. È il nostro punto di partenza per visitare Trieste in un giorno.

Vi racconto qui il mio itinerario che risale a pochissimi giorni fa: è fresco fresco e ho ben nitidi in testa colori, sapori e sfumature di questa città. Venite con me.

Piazza dell’Unità d’Italia

Michez e Jachez, i duea automi della campana del municipio di Trieste

Per me è una delle più belle piazze d’Italia, davvero! Saranno i suoi tre palazzi elegantissimi, la piazza tanto ampia, l’affaccio sul mare così arioso e luminoso. Non so, fatto sta che l’impatto con Trieste non potrebbe essere diverso. Sulla piazza affacciano i palazzi pubblici più importanti della città. Tra di essi, senz’altro il più scenografico è il Municipio. Si staglia davanti a noi, con la sua torre centrale sulla quale stanno Michez e Jachez, i due automi in bronzo che suonano la campana: realizzati nel 1875, oggi si trovano al Museo del Castello di San Giusto, mentre dal 1972 due copie sono poste sulla torre. Sulla piazza affacciano anche eleganti caffé storici: il Caffé degli Specchi, per esempio, è il luogo ideale dove fermarsi per prendere un caffé nelle infinite versioni proposte, per gustare una cioccolata calda o un té, oppure un semplice espresso al banco: e la meraviglia è che la tazzina sarà accompagnata da un bicchierino di cioccolata calda. Già vi volete trasferire in città, vero?

caffè espresso e cioccolata calda! Per me è amore.

Pranzo al Buffet da Pepi

Noi siamo arrivati a Trieste all’incirca all’ora di pranzo. Pertanto, dopo ess

ere stati conquistati dalla grandezza e dalla spettacolarità di Piazza dell’Unità d’Italia, abbiamo proseguito in direzione della vicina Piazza della Borsa. Qui nei pressi si trova un locale storico, che ha all’incirca la stessa età di Michez e Jachez: è il Buffet da Pepi, fondato nel 1877. Che volete mangiare? Noi ci siamo seduti e fatti consigliare dal titolare il quale, senza esitazione, ci ha portato un piatto di bollito di vari tagli di maiale accompagnato con rafano grattugiato (piuttosto amarognolo e piccante), senape e crauti. Il tutto annaffiato da birra, ovviamente. L’Austria è davvero vicina, non c’è che dire, e a tavola questa vicinanza si sente eccome! Per dessert, infatti, ci facciamo tentare da uno strudel di mele. Come inizio non c’è male.

Deviazione verso il Borgo Teresiano

Ci spingiamo verso il Borgo Teresiano, che altro non è che un canale sul quale affacciano eleganti edifici e che sul fondo è chiuso dalla bella facciata neoclassica della chiesa di Sant’Antonio. Accanto ad essa si trova invece la chiesa russa ortodossa di San Spiridione. Trieste è terra di frontiera, lo respiriamo ad ogni passo.

Palazzi lungo il canale del Borgo Teresiano

La storia più antica: il teatro romano

Torniamo verso il centro città e ci imbattiamo nei resti, ben conservati, del teatro romano.

Il teatro romano di Trieste

È buffo vedere quanto l’andamento curvilineo della cavea (gli spalti) del teatro antico, adagiata su un pendio naturale, abbia condizionato in questo punto l’urbanistica successiva: un brutto palazzo che gli si addossa quasi mantiene l’andamento curvilineo mentre, davanti ad esso, al di là della strada, è l’edificio di epoca fascista delle Assicurazioni che riprende l’andamento curvilineo. Il teatro è ben conservato. Oltre alla cavea si vede bene la parte semicircolare dell’orchestra, mentre dietro rimangono le fondazioni della scena e del fondo dell’edificio. Risaliamo lungo una stretta scala che si trova a lato del teatro e iniziamo la scalata per arrivare in cima al Colle di San Giusto.

Il Colle di San Giusto

Questo è il fulcro dell’antica città romana di Tergeste. Sulla spianata del colle ancora oggi si vedono i resti della Basilica, l’edificio pubblico che più caratterizzava il foro cittadino, la piazza principale della città. Se le poche colonne sono ricostruite, la spianata si regge sulle fondazioni antiche in mattoni e cementizio. L’archeologa che è in me va in brodo di giuggiole. Nei secoli successivi, questo luogo mantenne la sua importanza: dapprima vi fu costruita la basilica paleocristiana dedicata al martire San Giusto, poi in epoca medievale fu realizzato il grande Castello di San Giusto che oggi è visitabile ed ospita il Museo del Castello.

La basilica del foro di Tergeste, Trieste romana

Il Castello di San Giusto

Questa grande fortezza, e il suo percorso di visita (biglietto: 3 euro) si sviluppa in alcuni corpi di fabbrica: la Casa del Capitano, l’Armeria, il Lapidario, che accoglie le iscrizioni medievali e antiche di Trieste, e uno spazio mostre; inoltre si può percorrere la grande piazza d’armi scoperta e il camminamento di ronda su tutto il perimetro delle mura, godendo di una vista a 360° sulla città.

“Trionfo di Firenze”, nella Casa del Capitano al Castello di San GIusto

Della Casa del Capitano colpiscono gli arredi, in legno finemente decorato, e un dipinto al soffitto che rappresenta il Trionfo di Venezia, opera di Andrea Celesti, nel quale Venezia è rappresentata come una ricca signora che domina sull’Africa, simboleggiata da un cammello, sull’Europa, simboleggiata dal toro secondo quanto racconta il mito greco (Europa era una ninfa di cui si invaghì Zeus il quale, per poterla sedurre [diciamo così] si tramuta in toro e la trasporta da Creta fino al nostro continente, che da lei prende il nome), sull’India, simboleggiata da un elefante, con l’approvazione della Terra (Cerere nuda), del Mare (Nettuno) e dei venti (Eolo). Intriso di significati e di riferimenti mitologici, è un dipinto di grande propaganda della Repubblica di Venezia, quando imperava sul Mare Adriatico.

Proseguendo, l’Armeria ospita una ricca rassegna di armi rinascimentali e moderne (fino all’800): tra alabarde, spade, fucili e pistole, se avete pensieri negativi su qualcuno questo è il posto giusto per sfogarvi, almeno con la fantasia! Naturalmente scherzo. O forse no. Dalle finestre si coglie parte del panorama che poi si potrà meglio godere dal camminamento di ronda. In fondo all’Armeria, una cucina col camino è ciò che resta dell’arredo originario.

Panorama sul golfo di Trieste dal Castello di San Giusto

Dalle mura infine si coglie tutta l’ampiezza della città: lo sguardo spazia fino al Castello di Miramare (che non rientra in questo itinerario, ma che va assolutamente visitato se avete più tempo a disposizione).

La Basilica di San Giusto

La Basilica paleocristiana fin dalle mura esterne e dal portale mostra la sua antichità: essa impiega nella muratura, infatti, elementi architettonici e decorativi della Tergeste romana sui cui resti sorge. Il portale addirittura è ricavato da una lastra funeraria romana con i rilievi dei defunti tagliata a metà: questo sì che si chiama reimpiego di materiale antico.

La volta mosaicata dellabside di San Giusto nella Basilica di Trieste

L’interno è eccezionale: la chiesa è a 5 navate; nelle due absidi, laterali si trovano sulla volta altrettante raffigurazioni a mosaico dorato tipiche del periodo paleocristiano bizantino. I temi raffigurati sono quelli ricorrenti: il Cristo benedicente tra i santi, la Madonna, gli Apostoli. Nell’abside dedicata a San Giusto, al di sotto della volta mosaicata si trovano, dipinte, le storie della vita del santo. L’abside centrale, invece, è una realizzazione moderna, che sostituisce quella più antica andata perduta, e che però stona con il resto dell’edificio, se posso esternare il mio parere estetico e culturale. Se vi soffermate a guardare le colonne, scoprirete che sono tutte di reimpiego: hanno altezze diverse, e capitelli spesso diversi gli uni dagli altri: era importante all’epoca poter sfruttare i materiali edilizi che si potevano ritrovare abbandonati, senza bisogno di acquistarli più lontano. I materiali però sono scelti con criterio e cura: e questa è una caratteristica costante del reimpiego dell’antico negli edifici cristiani.

Dalla Basilica di San Giusto, una strada in discesa porta alla base del colle.

L’Arco Riccardo

LArco Riccardo, la porta romana nelle mura di Tergeste

Ultimata la discesa, infilandosi tra le vie strette di questo quartiere che si addossa alle mura romane di Tergeste, si incontra l’Arco Riccardo, una porta di età romana che costituiva l’accesso alla città. Quelli che noi chiamiamo archi, a proposito delle città romane, spesso sono porte aperte nelle mura. La sua realizzazione risale al I secolo d.C. Il suo nome è un mistero: alcune fonti dicono che il Riccardo del nome sia nientemeno che Riccardo Cuor di Leone, il re inglese eroe delle Crociate che qui a Trieste fu prigioniero. Questa però è una leggenda piuttosto fantasiosa. È più facile che Riccardo sia una corruzione della parola Cardo, che in età romana identificava la viabilità in direzione Nord/Sud delle città romana.

In assenza di spiegazioni certe, però, potete preferire la versione che più vi aggrada. 😉

Si noterà allora che tutti gli edifici dei dintorni sfruttano nella parte bassa le murature antiche e adattano il loro andamento a quello delle poderose strutture romane. Ma basta poco, e si torna quasi in vista del mare e della città Asburgica.

Il Molo Audace

Il nostro giro si conclude con il ritorno su Piazza dell’Unità d’Italia e sul Molo Audace, di fronte ad essa. Abbiamo notato, nel corso del nostro itinerario, che si passa, urbanisticamente parlando, dall’antico passato romano, ben evidente nel teatro, nella basilica, nell’Arco Riccardo, ai grandi edifici asburgici del Sette-Ottocento. Manca, oppure è ben nascosta, la città medievale, i cui segni si trovano solo nella Basilica di San Giusto e nel Castello. Salutiamo la bellissima piazza dell’Unità. Ma il nostro itinerario di un giorno non è ancora finito. Manca l’esperienza più intensa. Per farla, occorre muoversi in macchina.

La Risiera di San Sabba

Limpronta del crematorio, il capannone delle esecuzioni che i Nazisti fecero saltare in aria quando abbandonarono Trieste

Si trova nella zona industriale, e in effetti negli anni ’30 del Novecento era un impianto produttivo: una risiera, per l’appunto, un impianto apposta per pulire, scindere e confezionare il riso. Ma nel 1943, dopo l’Armistizio dell’8 settembre essa fu trasformato nell’unico (per fortuna) campo di concentramento italiano in cui furono uccisi i prigionieri. Le stime ufficiali parlano di 2000 persone giustiziate tra il 1943 e il 1945, ma si pensa che possano essere state almeno il doppio. Visitare la Risiera vuol dire fare un salto nella storia più oscura d’Italia. Un ampio stanzone è adibito oggi a museo interattivo: pochi oggetti, molti documenti video del processo che negli anni ’70 fu condotto per capire la reale entità di ciò che avvenne nella risiera. Si possono visitare, nella Risiera, ambienti dai nomi truci: la Sala della Morte, una sorta di anticamera dove i condannati attendevano; la Sala delle 13 Celle, con delle cellette piccolissime che ospitano un letto a castello e neanche il posto per rigirarsi; la Sala delle Croci, per la particolare impalcatura lignea che inizialmente doveva sostenere 3 piani e che nel restauro degli anni ’70 fu reso come un unico ambiente. La Risiera di San Sabba è monumento nazionale dal 1976. Non si conservano gli ambienti incriminati, però: il grande capannone usato come crematorio e come luogo delle esecuzioni (non c’è chiarezza: gas? impiccagione? Mazzate? Naturalmente i superstiti, i soli che potessero testimoniare, non lo sanno) e la ciminiera nella quale i corpi erano direttamente bruciati. I nazisti in fuga fecero saltare in aria i due edifici, per nascondere le prove. Al loro posto, però, rimane un’impronta, indelebile, e una colonna di fumo, solida, in metallo, che indica il fumo del forno crematorio.

Risiera di San Sabba: la sala delle 13 celle

Fa impressione vedere da vicino l’orrore che si compì in questo luogo. Eppure, nonostante possa far male, nonostante possa essere un’esperienza troppo forte, va fatta. La Risiera di San Sabba va visitata (tra l’altro, l’ingresso è gratuito), bisogna diffondere la conoscenza anche di ciò che vorremmo dimenticare. A maggior ragione di ciò che vorremmo dimenticare.

Trieste in questo itinerario di un giorno ci ha dato tanto: ci ha dato la bellezza di una città asburgica affacciata sul mare; ci ha dato l’austerità di una città dall’antico passato che non è stato cancellato, ma che anzi con orgoglio domina il panorama; ci ha dato una lezione di storia e di civiltà che non dimenticheremo facilmente.

Come l’Italia celebra i morti: 3 ossuari del Sud Italia

Tra qualche giorno, il 2 novembre, sarà la Festa dei Morti. Per me, fin da bambina, è sempre stata tradizione andare nei due cimiteri di paese in cui erano sepolti i nostri cari e rendere il dovuto omaggio con preghiere e fiori. Io poi ho un’altra tradizione che mi deriva dalla nonna sarda: allestire un tavolo dei morti su cui presentare le offerte e preparare i dolci tipici, i pabassini. Ma questa storia magari ve la racconto un’altra volta.

Questo che segue è un post un po’ macabro. Mi perdonerete, spero.

Stavolta infatti, complice il calendario, voglio parlarvi effettivamente di morti. Non semplicemente di cimiteri, ma di ossuari, di luoghi in cui sono esposte non le tombe, ma le ossa dei defunti: gli scheletri in qualche caso, le ossa ben ordinate in altri. Ne conosco tre in Italia, nel Sud Italia per la precisione, e sono questi che voglio ricordare in questo post: la Cripta dei Cappuccini di Palermo, la Cappella degli Ottocento martiri di Otranto e l’Ossuario dei Trecento di Pisacane a Padula.

La Cripta dei Cappuccini

La mia visita risale a più di 10 anni fa, tuttavia ricordo ancora nitidamente alcuni dettagli di questo grande spazio sotterraneo nel quale sono seppellite le ossa di tanti monaci del Monastero dei Cappuccini, e le salme di alcuni notabili della Palermo bene. Per tutto il Settecento e l’Ottocento fu attrazione da Grand Tour: Thomas Mann e Guy de Maupassant, ad esempio, la visitarono.

Il Convento dei Cappuccini, del quale la cripta costituisce il cimitero (che viene chiamato Catacombe perché sotterraneo), risale al XVI secolo. Al suo interno, una lunga stanza coperta da volte a crociera, sono seppellite forse 8000 salme, tra scheletri e mummie di prelati, frati, ma anche notabili palermitani, ricchi commercianti e borghesi. La Palermo bene si faceva tumulare qui. Il processo di mummificazione era abbastanza scabroso, perché il corpo veniva svuotato degli organi interni e fatto scolare del sangue in modo che non andasse in putrefazione, dopodiché veniva lavato con aceto, con acqua di calce se il defunto era morto per epidemia, quindi riempito di paglia e vestito con l’abito della domenica.

Tra tutte le sepolture ricordo la mummia della piccola Rosalia Lombardo, una bimba morta a due anni che sembra dormire, anzi, sembra una bambola che dorme. La sua mummia è una delle ultime ad essere stata tumulata nella cripta dei Cappuccini: parliamo addirittura del 1920, un’epoca molto vicina a noi.

Credits: palermoviva.it

Gli 800 Martiri di Otranto

La Cappella degli 800 Martiri di Otranto

Quando i Turchi sbarcarono a Otranto nel 1480, assediarono e conquistarono la città e fecero prigionieri gli uomini liberi. Li costrinsero, narrano le cronache poi divenute storia, a convertirsi all’Islam, ma essi, ferventi cattolici si rifiutarono. Allora fu deciso che subissero una punizione esemplare, ovvero la morte per decapitazione. Tutti e 813, nessuno escluso. Cominciarono dal primo, il quale si rifiutava di morire. Tagliare la testa? Non basta quando si è così forti nella fede. I Turchi non potevano interrompere l’esecuzione esemplare per colpa del primo condannato, il cui corpo senza testa rimaneva in piedi senza che si riuscisse ad abbatterlo. Così procedettero col secondo dei condannati, quindi col terzo, col quarto e così via. Solo all’ottocentotredicesima testa spiccata dal corpo, il primo condannato ebbe pace e finalmente morì, così come tutti i suoi compagni. Il suo sacrificio finale non era stato vano: aveva dato la forza ai suoi compagni di morire dignitosamente nella fede. Un anno dopo il martirio, quando la città era stata liberata dai Turchi, i corpi furono ritrovati incorrotti: un miracolo al quale si rese omaggio traslando tutte le salme nella splendida Cattedrale di Otranto. Nel corso del tempo, una parte dei corpi dei martiri, venerati come reliquie, è stata traslata a Napoli, mentre le ossa rimaste a Otranto sono state sistemate, ben ordinate, in una cappella della Cattedrale di Otranto. Davanti ad esse si trova il sasso sul quale essi poggiarono la testa per la decapitazione. Così i teschi oggi continuano a guardare quella pietra dalle loro teche, e il loro riso beffardo suona come una sconfitta della morte e un trionfo della cristianità.

I Martiri di Otranto sono stati definitivamente fatti santi in epoca piuttosto recente, il 2013, da Papa Francesco.

Il Sacrario dei Trecento di Carlo Pisacane

Per l’esame di V elementare portai a memoria una poesia, che nel ritornello recitava “Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti“. La poesia si rifaceva ad un triste episodio del Risorgimento italiano, del 1857, quando un gruppo di 300 sprovveduti, guidati da quel povero bravo ragazzo di Carlo Pisacane, sbarcarono all’isola di Ponza e da lì sulla costa del Cilento convinti di poter trarre le folle dalla loro parte nella liberazione dal re Borbone; non riuscirono a ottenere nulla, anzi furono tutti barbaramente trucidati a Sapri e a Sanza.

Dettaglio del Sacrario di Padula

A Padula un sacrario al di sotto della chiesa della SS. Annunziata accoglie le ossa dei 300 poveretti che si immolarono per una causa di cui evidentemente non avevano compreso tutte le sfaccettature. Rimane una poesia lunga e commovente a ricordare il loro sacrificio. Perché non lo chiamerei in altro modo, se non sacrificio. Inutile, tra l’altro. Il sacrario, come la chiesa soprastante, affaccia su una piazzetta che guarda al panorama del Vallo di Diano; in fondo alla valle sta l’imponente Certosa di Padula.

Questi sono i tre sacrari e ossuari che mi vengono in mente a ridosso del Giorno dei Morti. Ma tanti altri ossuari e sacrari celebrano terribili eccidi o efferati assassinii, oppure, semplicemente, sono lo specchio dei tempi in cui furono creati. Quali conoscete o avete visitato? Segnalatelo nei commenti!

Il Cinquecento a Firenze: la mostra di Palazzo Strozzi

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un successo. Che si tratti di arte contemporanea (come le recenti su Ai Weiwei e Bill Viola) o di arte rinascimentale o moderna, le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre eccezionali sia per le opere esposte che per il percorso espositivo, sempre denso di significati.

Ho visitato la mostra attualmente in corso, “Il Cinquecento a Firenze” prendendo parte ad una bella iniziativa su twitter che ha visto impegnati blogger di archeologia e di storia dell’arte: #5sguardi. Per la spiegazione di questo evento vi rimando al mio post specifico sul mio blog di archeologia e alla conversazione su twitter. Vi dico solo che ognuno dei blogger interpretava un ruolo: il mio era quello dell’archeoviaggiatrice, chissà perché 😉

Jacopo Zucchi, La Creazione

Qui vi racconto la mostra e perché vale la pena visitarla: non solo per le opere incredibili, ma per la quantità di spunti di riflessione e di conoscenza che offre su un periodo, quello del pieno Cinquecento, caratterizzato nel mondo artistico dagli effetti della Controriforma. È un periodo che risente dei grandi artisti della generazione precedente, primo tra tutti Michelangelo, e che deve confrontarsi con dettami religiosi rigidi, ma allo stesso tempo con una committenza, principalmente la famiglia Medici, che ama i colti e raffinati riferimenti classici e abbraccia la filosofia neoplatonica: ecco che le opere si riempiono di significati allusivi, non sempre di facile interpretazione e anche una semplice “Deposizione di Cristo” contiene molto più di quanto non ci dica ad un primo sguardo.

La mostra si apre con un forte impatto cromatico e visivo: in primo piano il Dio fluviale di Michelangelo, la statua priva di testa di un nudo semisdraiato, palese riferimento all’antico, e dietro la vivace “Pietà di Luco” di Andrea del Sarto, dipinta dal pittore quando fuggì dalla peste che si era sviluppata a Firenze intorno agli anni ’40 del Cinquecento.

Il Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea del Sarto, prima sala della mostra

Si procede con una sala densa di grandi pale di grandi artisti. Vasari con l’Assunzione, e poi le deposizioni di Pontormo, di Rosso Fiorentino e del Bronzino, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi dettagli, ognuno con le sue scelte cromatiche e stilistiche. La Deposizione di Pontormo, con le sue tinte pastello così inconsuete per un dipinto cinquecentesco, e con i suoi volti così caratterizzati, è a buon diritto il dipinto scelto per rappresentare la mostra.

La Deposizione di Cristo del Bronzino. Realizzata inizialmente per la Cappella degli Appartamenti di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio, fu regalata al Segretario particolare di Carlo V e portata in Francia, a Besançon

Ma si procede, e la sala che segue è ancora più eccezionale, almeno per me. I temi delle rappresentazioni non variano molto, sono sempre a tema religioso, tuttavia mutano gli esiti, perché gli artisti hanno formazione differente, provenienza differente, e committenze differenti da rispettare. L’incontro tra Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori è un capolavoro: lei è così contrita, pudica nel suo atteggiamento, e vestita così bene che non può non attirare la mia attenzione. La crocefissione di Giovanni Stradano, un pittore fiammingo dal nome italianizzato che nei dettagli grotteschi mostra le sue origini artistiche, è un’altra delle opere che mi colpisce. Davanti ai miei occhi si pongono il crocefisso in bronzo del Giambologna, ormai defunto, e dietro ad esso, oltre alla Crocefissione di Stradano, si colloca la Resurrezione di Santi di Tito. Così il triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione si completa in tre opere eccezionali.

Il Crocefisso del Giambologna, la Crocefissione di Giovanni Stradano e la Resurrezione di Santi di Tito

Il ritratto del piccolo Sinibaldo Gaddi

Segue una sezione sui ritratti. Vediamo i committenti del tempo. Il piccolo Sinibaldo Gaddi, in braccio al suo servetto nero, ci racconta di una famiglia ricchissima, quella dei Gaddi in Firenze, che si poteva permettere il lusso di un servo “esotico” oltre a una collezione di mirabilia provenienti dalle Americhe. Il povero Sinibaldo, che nel dipinto sembra così sicuro di sé nonostante la tenerissima età, morirà pochi anni dopo e non godrà né delle ricchezze della famiglia né delle gioie della vita: la ricchezza da sola non basta ad assicurare la vita nella seconda metà del Cinquecento.

Procedendo, la sala successiva ci introduce Giambologna, lo scultore che tanto ha fatto a Firenze (le statue per il giardino della villa medicea di Castello, il colosso dell’Appennino per la villa medicea di Pratolino, il Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi e il Mercurio del Bargello). Tra i dipinti segnalo, perché mi ha molto colpito, la Creazione di Jacopo Zucchi, un piccolissimo quadretto pregno di significati: Dio crea l’uomo perché sia posto a custodia della natura; la supremazia dell’uomo sulla natura è uno dei fondamenti del pensiero neoplatonico che anima la fine del Cinquecento e il programma iconografico dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (quella piccola e favolosa stanzina a lato del Salone dei Cinquecento).

La statua di Fata Morgana, Giambologna

Andando avanti, è ancora Giambologna che guida il nostro sguardo con le sue potenti sculture: Ercole e Anteo e la Venus Fiorenza realizzate per la villa di Castello, la Fata Morgana che abbelliva la Fonte di Fata Morgana nel territorio di Bagno a Ripoli (un luogo molto suggestivo nel contado di Firenze). Tra i dipinti, Venere e Amore di Alessandro Allori è così dolce, così incantevole da suscitare il sorriso.

Ci avviamo alla fine della mostra. Abbiamo percorso un secolo di arte, sia pittorica che scultorea, in un equilibrio bilanciato tra soggetti religiosi, mitologici e “umani” per così dire. Si tratta sempre di committenze ricche, come la famiglia Medici e altri grandi personaggi influenti del Cinquecento fiorentino, e committenze religiose, attente agli aspetti più dogmatici della Controriforma. Resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di importante, ad un percorso che lascerà il segno nella storia dell’arte successiva e nella storia artistica della città. Di fatto, buona parte delle opere viene da chiese di Firenze. Quindi sarà bello riconoscerle nelle varie chiese una volta che la mostra sarà terminata. In fondo il senso di una mostra è proprio questo: dare degli spunti e degli approfondimenti, focalizzare su determinati aspetti e creare dei collegamenti con le nostre conoscenze. Palazzo Strozzi riesce sempre a costruire contatti con la città. E infatti un bel programma di approfondimenti fuorimostra è previsto e in corso di svolgimento a Firenze.

In cerca di vini nell’Oltrepo pavese

L’Italia è terra di grandi produzioni di vini: in molte regioni italiane vi sono dei veri distretti vinicoli, colline e colline coltivate a vigne che si spandono a perdita d’occhio.

Chi non ha mai sentito nominare le terre del Chianti in Toscana, le Langhe in Piemonte, le terre del Franciacorta, la zona dei Castelli Romani nel Lazio o dei Castelli di Jesi nelle Marche? E l’Oltrepo pavese? Lo conoscete?

Si tratta di una regione dalla tradizione vinicola piuttosto radicata, che si colloca in provincia di Pavia. Un paesaggio di dolci colline coltivate a vigneti, qua e là un piccolo paesello o una tenuta, strade panoramiche che affacciano su una vista amplissima. Vi sono stata pochi giorni fa, poco tempo dopo la vendemmia, con le foglie delle viti che stanno inesorabilmente diventando gialle e rosse. Le colline sono tutte colorate ora, e il paesaggio è incredibilmente vivace.

Vi racconto 24 ore passate tra Casteggio, Corvino San Quirico e Oliva Gessi: dalla pianura alla collina, alla scoperta dei vini prodotti nell’Oltrepo pavese.

Casteggio

La chiesa di Casteggio, dalla Certosa Cantù

Casteggio è una cittadina di pianura, anche se il suo nucleo medievale si trova su una piccola altura. Ha origini preromane, quand’era un oppidum (centro fortificato) Ligure. Col nome di Clastidium durante la II Guerra Punica giocò un ruolo importante nella guerra tra Romani e Cartaginesi; fu poi integrata nell’Italia romana e nel medioevo passò sotto il controllo del Comune di Pavia. Ebbe un grandissimo sviluppo sotto i Savoia che ne enfatizzarono il ruolo di mercato di pianura lungo la direttrice che dall’Appennino Ligure va verso Milano.

Sulla bella piazza centrale di Casteggio, piazza Cavour, affacciano alcuni eleganti palazzi storici; in altura, invece, è degna di nota la Certosa Cantù, che fu un convento/fattoria che oggi ospita il Civico Museo Archeologico di Casteggio (tutta la storia della zona dalla preistoria al medioevo, comprese le ricerche archeologiche più recenti) e un rinomato ristorante.

Casteggio è anche il nome di un vino DOC: un vino rosso in cui predominano le uve barbera che vengono coltivate in queste terre, rigorosamente nella provincia di Pavia. E già che parliamo di vini, presso le Cantine di Casteggio Terre d’Oltrepo incontriamo le produzioni più importanti: la bonarda, nelle versioni ferma e frizzante, il barbera, appunto, il rosso dell’Oltrepo, il pinot nero per quanto riguarda i rossi; il pinot grigio e il riesling per quanto riguarda i bianchi. Una bella varietà che però, ci dicono da più parti, non è particolarmente valorizzata.

Una cosa che abbiamo capito parlando con alcune persone del posto, che conoscono bene la realtà locale, è che ancora manca nelle terre dell’Oltrepo la volontà, o forse la capacità?, di fare sistema e di autopromuoversi sul mercato nazionale e internazionale. E dire che i tantissimi vigneti che ci circondano e le tante cantine di cui è disseminato il territorio fanno pensare il contrario. Sicuramente al di sotto dell’Appennino i vini dell’Oltrepo pavese sono meno diffusi. Anche per questo eravamo curiosi di scoprirli.

La Cantina di Casteggio Terre d’Oltrepo

Corvino San Quirico

A pochi km da Casteggio una stradina fa abbandonare la pianura e porta in collina. Si entra nel territorio di Corvino San Quirico: la strada sale tra curve che lambiscono vigneti da una parte e dall’altra. In fraz. Mazzolino una grande azienda vinicola, la Tenuta Mazzolino, la fa da padrona. Il panorama spazia sulle alture circostanti, su castelli che si notano in lontananza, su cascine e campanili. Laggiù in fondo, invece, si intravvede l’autostrada. La vendemmia è stata poco tempo fa, e i filari di vite finalmente riposano e si godono l’ultimo sole caldo prima che cadano definitivamente le foglie e sopraggiunga l’inverno. In lontananza qualche trattore sta preparando la terra per nuove semine e nuovi raccolti.

Panorama dell’Oltrepo pavese

Oliva Gessi

Proseguendo la strada si giunge a Oliva Gessi. La sua fondazione risale addirittura ai decenni intorno all’anno 1000. Al borgo è legata la figura di un santo, San Luigi Versiglia, che partì da qui all’inizio del Novecento per andare a fare il missionario in Cina e lì fu martirizzato, nel 1930. Sulla casa natale del santo una lapide ricorda il personaggio, che fu canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1983. Il nucleo abitato in cui sorge questa grande casa, l’unica qui ad essere intonacata di bianco, è quello più antico, dove si trovano i resti di una fortificazione e alcuni grandi edifici in mattoni, ex fienili e ricoveri di animali e di attrezzi. Poco oltre nuovi edifici adibiti ad appartamenti per vacanze: effettivamente se ci si vuole riposare in campagna, lontano dal frastuono della città questo è il posto giusto: solo il gallo canta, incontrastato signore di queste terre.

Vigneti a Oliva Gessi

Anche qui vigneti a perdita d’occhio mentre la strada prosegue verso Montalto Pavese. Anche qui un trattore sta rivoltando zolle di terra e preparando il terreno per l’inverno. Anche qui le viti, che hanno dato tutte loro stesse per la produzione dell’uva, si riposano, finalmente: le foglie cominciano a rosseggiare, poi cadranno definitivamente.

Ci starebbe bene un picnic in mezzo ai filari e un bel bicchiere di vino per brindare a questo territorio che non conoscevo e che spero quanto prima di tornare ad esplorare.

 

Blogger Recognition Award: sono stata nominata!

Questo 2017 si sta rivelando molto fruttuoso dal punto di vista della mia bloglife: ho iniziato a partecipare a blogtour con più frequenza che in passato, ho stretto una rete di contatti con tanti travelblogger, ho avviato tante collaborazioni di scrittura su magazine online e altri blog, ho visto pubblicare e premiare alcuni miei racconti (non solo di viaggio) e presto andrò ospite in radio. C’è di che essere contenti per davvero: sono piccoli risultati che però per me vogliono dire tanto, perché ricompensano dell’impegno quotidiano che riverso qui nel blog. Anche se non pubblico tutti i giorni, infatti, ogni giorno dedico un po’ di tempo alla promozione sui social, oppure alla manutenzione e ammodernamento di alcuni post vecchi che hanno bisogno di una ventata di freschezza, alla scrittura e revisione dei post in bozza: che mica si fa tutto in uno schiocco di dita!

Il Blogger Recognition Award arriva in un momento di fervente attività. Considerato che viene conferito da colleghi blogger, questo assume un valore speciale: tra travelblogger ci leggiamo, ci commentiamo e ci seguiamo sui social; non ci facciamo concorrenza, sarebbe stupido. Piuttosto ci supportiamo a vicenda, consapevoli che l’unione fa la forza.

Ho ricevuto la nomination per il Blogger Recognition Award da ben 4 blog!

Marika di Cocco on the road è stata la prima che ha creduto in me. Quasi immediatamente è giunta Selene di Viaggi che mangi, quindi Giorgia e Giulia de La Doppia G Travelblog e infine Benedetta di Viaggi Imperfetti. A tutti voi va il mio grazie più sincero!

Cos’è il Blogger Recognition Award

Il Blogger Recognition Award nasce proprio con lo scopo di promuovere i blog: ogni nominato deve, oltre che ringraziare il blogger che gli ha conferito la nomination, nominare a sua volta 15 blog ai quali dovrà poi notificare la nomina. 15 blog sono tanti, e sicuramente qualcuno all’interno di una stessa rete riceve più nomination, ma lo scopo è far sì che magari qualche lettore non blogger, a caccia di nuovi spunti, possa scovare blog che non conosceva e iniziare a seguire pure quelli. Io grazie al Blogger Recognition Award sto conoscendo davvero tanti altri blog: siamo tanti, tantissimi, tutti veramente motivati e con una nostra caratteristica particolare. Nelle nomination che ho ricevuto io, per esempio, spesso nella motivazione è emersa l’attenzione alla cultura e il fatto che sono archeologa: evidentemente è questo il carattere del mio blog che più emerge.

Come nasce Maraina in viaggio

Ora, il Blogger Recognition Award prevede che il blogger premiato racconti com’è nato il suo blog. Se parlo di me, però, andiamo a perderci nella notte dei tempi! Questo blog nasce nel 2011, ma sulle ceneri del compianto primo blog Viaggimarilore (aperto nel 2006!) che viaggiava su piattaforma Megablog. Un giorno Megablog chiuse i battenti, blog compreso, e fu durissima recuperare anche solo una parte dei post. Dovetti ricominciare daccapo, ma piano piano ho recuperato le forze. Il nome del blog fino a 3 anni fa era Viaggimarilore, i viaggi di Marina e Lorenzo. Nel blog troverete spesso, nei post più vecchi e nei diari, il riferimento a me e Lorenzo, non ultimo nel viaggio di nozze in Australia. Ma ahimè, le cose non vanno mai come ce le aspetteremmo, e un bel momento sono rimasta da sola a viaggiare. Ecco perché ho cambiato il nome del blog in Maraina in viaggio (anche se ho mantenuto la URL vecchia, per ora). In realtà non sono sola sola, ho un altro compagno di viaggio. Ma nel frattempo ho cambiato modo di intendere il blog e il tipo di contenuti che inserivo, per cui Maraina in viaggio, con un nome così personale, è il titolo che mi rappresenta di più.

Consigli ai blogger

Il Blogger Recognition Award chiede di dare a questo punto dei consigli ai blogger più giovani o meno esperti. Beh, io non sono una tigre del SEO né del webmarketing, ma mi ritengo ugualmente un’esperta, tanto che su un altro blog che gestisco, di archeologia, ho una sezione apposita dedicata al webwriting (in campo culturale, ma si può applicare benissimo a tutte le categorie di blog). Io credo fortemente nei blog, credo nei blog quando rendono davvero un servizio, quando pubblicano contenuti interessanti, verificati, completi e curati. Odio quei post che nel titolo promettono chissà che e poi hanno contenuti scarsi e superficiali; odio quei post raffazzonati e buttati là, non riletti e pieni di errori grammaticali; se scriviamo assicuriamoci di conoscere la grammatica e soprattutto rileggiamo ciò che abbiamo messo in bozza prima di pubblicare: va bene scrivere di pancia, ma se la pancia scrive con una sintassi errata, non possiamo far finta di niente, perché ne risente innanzitutto la qualità del nostro lavoro e il favore dei nostri lettori. Nessuno vuole perdere tempo su un testo scadente. Infine, la costanza: non apro un blog se poi non sono in grado di dedicargli tempo. Tempo vuol dire pubblicare con regolarità, vuol dire curare l’aspetto e la forma, vuol dire curare la comunicazione sui social. Il blog va coccolato e curato: è più simile a un animale da compagnia che ad una pianta grassa che può sopravvivere per un po’ se pure ci dimentichiamo di lei; di sicuro il blog non è un soprammobile, non è un prendipolvere.

Veniamo infine alle 15 nominations!

Piccoli Grandi Viaggiatori: Elisa è una cara amica dai tempi del liceo. Mamma di due splendidi bambini, ha sempre avuto la grande passione per i viaggi e ha la fortuna di avere un marito che condivide con lei questa passione e la sprona a metterci il cuore; se non fosse così sarebbe un problema, visto che il blog si rivolge a famiglie con bambini, con una filosofia: guai a chi ha paura di viaggiare con i più piccoli, perché non sono un impedimento, ma una risorsa, con un punto di vista totalmente diverso sul mondo.

Un Sardo in giro: ho conosciuto Daniele qualche anno fa, quando viveva a Roma e mi raccontava della sua Sardegna. Ora è tornato a vivere nella sua terra natale e attraverso il suo blog promuove in maniera esemplare la sua isola. Fa un ottimo lavoro in particolare su instagram: ogni volta le sue foto mi fanno venir voglia di tuffarmi nel mare di Golfo Aranci, davanti all’isola Tavolara!

Love Cetraro: puoi dedicare un blog solamente ad un paese (e al suo territorio) della Calabria vivendo a Milano? Certo che puoi, se ti chiami Laura e ami la tua terra di un amore viscerale, che emerge ad ogni singolo post, ad ogni singolo tweet e ad ogni singola foto su instagram. Le sue instagram stories non vanno guardate prima dell’ora di pranzo! Fanno sempre venire una fame i manicaretti che ci mostra!

Jamaluca Blog: Maria Rita è un’altra blogger calabrese che parla soprattutto della sua terra, ma anche di altre mete. Sta molto attenta alle tradizioni, al folklore, persino al turismo religioso, che è una nicchia di viaggi cui solitamente non pensiamo, ma in realtà molto diffusa e sentita (non solo al Sud).

Il Miraggio: Katia vive a Trento, ma ha vissuto anche all’estero e lavora nel settore turistico. Gira l’Italia e l’Europa, cerca mete meno note ed è attenta all’aspetto culturale delle sue mete. Il motto del suo blog è bellissimo: Nessuna strada ha mai condotto nessuna carovana fino a raggiungere il suo miraggio, ma solo i miraggi hanno messo in moto le carovane. Niente di più vero.

Pietrolley: Pietro è ligure, e io da buona ligure non posso non sostenere la #liguritudine! Viaggiatore in solitaria, prende parte e va. Io che finora non ho mai viaggiato da sola ammiro e un po’ invidio questa capacità e possibilità di farlo. Su Instagram, Pietro gestisce il profilo @Liguriamoremio, sul quale condivide i migliori scatti che immortalano angoli di Liguria con l’hashtag #Liguriamoremio: un bel modo di promuovere il territorio.

Destinazione mondo 20: Angelica, che si definisce travelteller e Christian, fotografo per passione, non potevano non dare vita ad un blog dinamico nel quale girano il mondo e ci portano con loro. Ho avuto la possibilità di collaborare con Angelica ad un post, scritto a 4 mani con Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori, per la sua rubrica con gli occhi di un local: ecco ciò che intendo quando parlo di fare rete tra blogger!

Il giro del mondo attraverso i libri: Chiara è una grandissima lettrice. Attraverso le sue recensioni ci porta in un mondo fatto di pagine e di inchiostro, dal quale però emerge il nostro mondo reale attraverso gli occhi e la penna, però, dei tanti autori che l’hanno raccontato. Non solo e non necessariamente letteratura di viaggio, ma anzi una ricca biblioteca di letteratura mondiale nella quale trovare idee e spunti per il prossimo libro da leggere.

Viaggiare con gli occhiali: Giulia fa dei Il mio plauso a lei va perché ha il coraggio di dedicare una categoria dei suoi post alle disavventure di viaggio. Tutti noi puntiamo, al ritorno dai nostri viaggi, a tacere o minimizzare sugli imprevisti o sugli episodi brutti, e ad enfatizzare le imprese eccezionali. Ma viaggiare, e dare consigli di viaggio, vuol dire anche avere il fegato di dire cosa non è andato e cosa si è sbagliato. E quindi brava Giulia!

A spasso per Firenze: Francesca è una cara amica che vive a Firenze ed esplora la città il più possibile. Non è il solito blog su Firenze, questo è piuttosto il luogo in cui lei registra gli eventi cui partecipa e i luoghi che visita, dai musei alle SPA. Fornisce informazioni pratiche, i suoi post non sono zeppi di “incredibile”, “meraviglioso”, “sublime”: aggettivi superlativi che non aggiungono nulla alle informazioni e di cui invece i blog sovrabbondano; lei ti dice se una cosa è utile o inutile, se è organizzata bene o male, se costa tanto o costa poco.

The Art Post Blog: Caterina è un’artblogger. L’ho conosciuta grazie ad un evento organizzato da lei al Museo Bagatti Valsecchi di Milano: fu un’occasione per conoscere altre blogger e per parlare di didattica museale e di promozione dei musei attraverso la rete. Caterina scrive tantissimo di mostre da visitare e visitate, e di città d’arte, con info pratiche sempre utili a chi deve organizzare i propri itinerari culturali. Sulle sue Instagram Stories racconta quotidianamente il suo lavoro e le sue giornate: chiacchiera tantissimo, e viene voglia di fare un video di risposta per interagire con lei!

ViaggiArteTurismo: Claudia è una storica dell’arte artblogger che ho conosciuto l’anno scorso a Paestum, alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. Ha recentemente rinnovato il blog, che ha il pregio di accogliere, oltre alle informazioni su mete d’arte e di turismo culturale, anche articoli di tipo professionale per gli operatori del settore.

My take it blog: questo è il blog di My Take it, un progetto giovane di piattaforma turistica per prenotazioni online. Al blog a breve inizierò a collaborare anch’io, e sono molto emozionata!

Girandolina: è il blog di Elisa e Alessio. Viaggiano tantissimo, scrivono tantissimo ed hanno una propria trasmissione di viaggi su White Radio, un’emittente di Prato (alla quale farò un’ospitata tra qualche tempo). Hanno girato davvero tutto il mondo, dalla Toscana dove vivono all’Oceania. Sul blog tante info pratiche oltre al racconto dei viaggi.

PassoinIndia: il blog del tour operator Passo in India è una fonte continua di sogni ad occhi aperti per me! Curiosità (come il matrimonio tra rane), narrazioni, informazioni su India, Nepal, Ceylon. L’India è una regione così affascinante e carica di promesse e di contraddizioni! Quando voglio leggere qualcosa di totalmente diverso mi rifugio in questo blog, e so che non mi delude.

La Sila in 10 mosse

La Sila è il grande altopiano montuoso che domina la parte centrale della Calabria. Attraversata dalla Superstrada, la SS 107, e dalla cosiddetta Via Vecchia, che dai borghi della Presila sale verso Camigliatello, è un territorio vastissimo e ricchissimo di storie, tradizioni e paradisi naturali.

Ormai frequento la Sila da qualche tempo, e ho individuato alcune tappe davvero imperdibili. Un consiglio, però: fatevi accompagnare da qualcuno del posto; oltre a venire con voi vi racconterà vicende del passato, anche personali, che vi aiuteranno a comprendere quant’è straordinaria questa terra e perché chi è nato alle sue pendici vi ha lasciato il cuore anche se ne vive lontano.

Ho individuato, dicevo, 10 tappe, 10 luoghi della Sila visitando i quali si capisce l’essenza di questa terra. Pronti a partire?

1)  Celico

Il soffitto in legno della chiesa di San Michele a Celico

Siamo nella Presila, nel borgo antico che diede i natali a Gioacchino da Fiore, un teologo duecentesco ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, che dall’altra parte della Sila, a San Giovanni in Fiore (v. oltre), fonderà un ordine monastico. Si trattò all’epoca di un’operazione di popolamento del territorio silano, di cui l’abbazia divenne polo di attrazione (una cosa del genere successe in tutto il medioevo in tutta Italia: castelli e monasteri erano poli aggregatori di centri urbani, così le campagne venivano popolate e le terre controllate e messe a coltura). La casa natale di San Gioacchino da Fiore è stata trasformata col tempo in una piccola chiesa nel borgo di Celico. Ma una chiesa più grande, dedicata a San Michele, quasi una fortezza, domina la stretta valle sottostante. I suoi soffitti in legno affrescati sono meravigliosi, seicenteschi, e la torre del campanile, così imponente, sembra più una torre o un faro: e infatti si vede a km di distanza.

La torre della chiesa di San Michele a Celico

Anche se il borgo è piccolo, il territorio comunale di Celico è molto vasto e comprende buona parte dell’altopiano silano insieme agli altri 3 comuni della Presila Spezzano Sila, Pedace e Serra Pedace.

Se volete portare con voi un prodotto davvero tipico della Presila, entrate nella piccola cantinetta sotto la chiesa di San Michele e chiedete il miele di fichi: è un prodotto antico, che serviva a fare la scirubetta, ovvero il sorbetto a base di neve; la sua preparazione, lentissima e faticosa, prevedeva di bollire i fichi e di spremerli e stringerli fino ad estrarre il prezioso, dolcissimo e concentratissimo succo. Una leccornia d’altri tempi che oggi solo in pochissimi continuano a preparare. Aaltri piatti della tradizione presilana si stanno perdendo, anche se vi sono, a livello locale tentativi di dare nuovo lustro. Uno di questi piatti è la cuccìa, a base di grano e maiale, che veniva preparata ogni estate per San Donato e che consisteva in una lunga ed estenuante cottura del maiale e del grano, in modo che tutto si rapprendesse e il piatto risultasse sostanzioso e completo.

2) Spezzano Sila

Se Celico è il paese natìo di San Gioacchino da Fiore, Spezzano è legato ad un’altra figura di santo, molto sentita qui in Calabria: San Francesco di Paola. Qui a Spezzano infatti si trova il secondo convento fondato dal santo quando ancora era in vita e la splendida chiesa di Santa Maria Assunta, bianca di stucchi ridondanti e dorata di affreschi.

Santa Maria Assunta, l’interno

Di Spezzano consiglio oltre che un breve giro tra le viuzze strette del centro storico, con le sue case a tratti decadenti, anche una sosta al punto panoramico sempre in fiore con la statua di San Francesco di Paola. Veniteci al tramonto, godetevi le coreografie di nubi che questi cieli sanno regalare.

Scendendo ad argomenti più “di pancia” poco fuori da Spezzano si trova il grande salumificio San Vincenzo: è il punto di riferimento più importante della Sila in fatto di produzione e commercializzazione dei salumi locali. Quali? Il capocollo, innanzitutto, vero protagonista delle tavole silane, e poi la salsiccia fresca e quella piccante, e la soppressata, ovviamente.

Del grande territorio di Spezzano Sila fa parte Camigliatello: la nostra prossima tappa.

3) Camigliatello Silano

Cose buone da mangiare che si trovano a Camigliatello

Anche se amministrativamente è una frazione (di Spezzano Sla) in realtà Camigliatello è il vero capoluogo della Sila. Qui si trovano gli impianti sciistici e la località di Camigliatello di fatto è una lunga strada piena di hotel, ristoranti, negozi e punti ristoro: ha tutto ciò che una stazione sciistica può offrire. Rispetto alle altre località della Sila è sempre molto frequentata ed è probabilmente la più nota fuori dalla Sila e dalla Calabria.

Questo è il posto migliore per procurarvi i prodotti tipici della zona, salumi e formaggi: alcuni esercizi commerciali storici vendono prelibatezze come le mozzarelline nella panna, il capocollo e la salsiccia piccante (che in realtà è un salame) e il caciocavallo silano, prodotto con il latte delle vacche podoliche che senz’altro incontrerete qua e là al pascolo (anche in mezzo alla strada, perché no) durante le vostre girate.

4) Moccone

Torniamo un attimo indietro. Moccone si trova infatti un paio di curve prima di Camigliatello. Non ha grandi attrattive per la verità. Ma da qui parte il Treno della Sila, un treno a vapore turistico che percorre la vecchia ferrovia silana, che un tempo andava da Cosenza a San Giovanni in Fiore, nel tratto da Moccone a Silvana Mansio via Camigliatello. Così, da un lato vedete letteralmente i pini nati lungo i binari, mentre dall’altro il casello del treno rimesso a nuovo vi accoglie se volete percorrere la vecchia ferrovia (non l’ho ancora mai percorsa, ma credo che ne valga la pena).

La cena in Sila non può non prevedere le patate mbacchiuse, qui al centro del piatto al Binario 37

Moccone è anche punto di partenza di escursioni e gite, perciò è il posto ideale dove farsi preparare un panino o per sedersi a tavola. Tra tutti il Binario 37 fa le migliori patate mbacchiuse (cotte in padella e servite con la crosticina croccante). A proposito: in Sila si coltivano le patate. La patata silana è una produzione di qualità tutta da riscoprire. E proprio da Moccone, prendendo la via che oltrepassa la ferrovia in direzione di Luzi, si costeggiano campi e campi di patate. La Sila è una regione agricola con un potenziale ricchissimo che andrebbe stimolato.

Un campo di patate della Sila

5) La Nave della Sila

Poco oltre Camigliatello incontriamo la Nave della Sila. Questa è la nave simbolica che da metà ‘800 a metà ‘900 e oltre portò tanti italiani, tanti calabresi, tanti silani, lontano dalla propria terra per cercare fortuna altrove. La Sila in particolare si svuotò, per via delle condizioni di estrema miseria in cui versò questa terra all’indomani dell’Unità d’Italia. Un museo fatto di immagini e di storie, per far capire quanto l’emigrazione sia stato un fenomeno diffuso, per molti versi tragico e che troppo spesso tendiamo a dimenticare. Una storia locale e corale, che alla fine riguarda il mondo intero.

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Parlo approfonditamente del museo Nave della Sila in questo post: La Nave della Sila

6) Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge velocemente il Lago Cecita. Uno specchio d’acqua artificiale che ha significato la possibilità di coltivare queste terre irrigandole. Su di esso affacciano da una parte campi e pascoli (persino i cavalli allo stato semibrado) dall’altro la foresta. Siamo nel cuore del Parco Nazionale della Sila, e proprio al Cecita  si trova il Centro Visite il Cupone con percorsi di accessibilità aumentata studiati per i non vedenti: un’iniziativa molto bella alla quale bisogna dare il più ampio risalto.

Anche sul lago Cecita il sole regala tramonti memorabili. Giudicate un po’ voi.

Tramonto sul Lago Cecita

E visto che il lago mette appetito, potete fermarvi al baracchino che troverete lungo la via per una pausa panino: i proprietari sono macellai a Celico, la materia prima è decisamente di qualità.

Parlo del Lago Cecita qui: I grandi Laghi della Sila: Cecita e Arvo

7) I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

In località Fallistro sopravvive un fazzoletto di bosco antico. I Giganti della Sila sono alberi, pini e abeti, vecchi di tre secoli, alti anche 40 m e dai tronchi che raggiungono il diametro di 2 m. Sono ciò che è sopravvissuto di una deforestazione selvaggia che ha colpito la zona nel secondo Dopoguerra. Oggi sono monumento nazionale gestito dal FAI. Un percorso su sentiero permette di passare accanto agli alberi più grandi: sono davvero maestosi e severi e mi ricordano gli Ent, gli alberi giganti e saggi del Signore degli Anelli. La passeggiata nel bosco qui ha un che di magico e sacrale. Le grotte che si aprono nei tronchi, o al contrario, i tronchi che si avviluppano gli uni agli altri, o ancora gli alberi crollati sotto il peso degli anni e lasciati lì perché la natura deve fare il suo corso sono i tanti elementi che rendono unico e fantastico, nel senso fantasy del termine, questo luogo.

Lì accanto trovate ristoro all’Antica Filanda, una casa antica riattata come agriturismo.

Parlo approfonditamente di questo straordinario parco qui: I Giganti della Sila

8) Lago Lorica o Arvo

L’altro grande lago artificiale della Sila è il Lorica, o Arvo. A differenza di Cecita, sulle sue sponde si sviluppa un abitato, Lorica appunto, che ospita alcune strutture ricettive, tra cui anche un campeggio piuttosto grande, immerso nella pineta.  Sul lago si possono praticare sport, mentre all’intorno si possono percorrere i tanti sentieri che entrano nel bosco, a caccia di more e lamponi d’estate, di funghi e di castagne in autunno.

Uno scorcio naturalistico del Lago Arvo

Parlo del Lago Arvo anche in questo post: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

9) San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Questo borgo fu eletto da San Gioacchino da Fiore quale dimora per la sua abbazia. La chiesa, con ciò che resta dell’attiguo monastero, è tutt’ora nel centro del borgo: una bella e massiccia chiesa-fortezza, dalla quale traspare austerità e rigore, tutte doti che i monaci medievali dovevano possedere. Il borgo è il punto di arrivo dei Sentieri dello Spirito, in particolare di quello che partendo da Celico sulle orme di Gioacchino (come abbiamo visto sopra), giunge fino a qui.

Il paese è noto per le sue produzioni artigianali, in particolare la tessitura degli scialli. Alcuni edifici mantengono ancora segni dell’Alto medioevo, simboli di un’antichità e di una storia nella quale evidentemente il paese si riconosce. Sicuramente Gioacchino da Fiore fu figura carismatica all’epoca in grado di influenzare con il suo nome e la sua aura i secoli successivi. Tutt’oggi la sua figura è motivo di orgoglio qui nel borgo. È bello vedere quanto certe figure del passato siano così vive e vicine ancora oggi. Nelle piccole comunità ciò può ancora accadere, e bisogna lavorare perché non si perda.

Parlo di San Giovanni in Fiore anche in questo post: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

10) Bocchigliero

Dai monti si vede il mare, qui a Bocchigliero. Un borgo tranquillo, tutto sommato: recatevici nella festa di San Rocco, e lo vedrete in festa, trasformato, a sera, in una grande sagra paesana. La cosa più eclatante però non è ciò che si vede in paese, ma ciò che si vede oltre, alzando lo sguardo, lanciandolo oltre le montagne boscose. Esatto, da qui si vede il mar Jonio. È laggiù, fa capolino tra due montagne che si incrociano, una distesa blu che si distingue dall’azzurro del cielo. Basterebbe ridiscendere la strada per arrivarvi. Un giorno percorrerò anche quest’ultimo tratto di strada, ma per ora mi fermo qui.

Da Bocchigliero si vede il Mar Jonio! Eccolo laggiù in fondo, oltre le case, oltre le montagne.

Bocchigliero è famosa per le sue conserve e in particolare per la produzione della sardella, che sul versante tirrenico della Sila viene chiamato Rosa Marina: si tratta di pesciolini giovani (avannotti o poco più) trattati sotto sale e sotto peperoncino. Alcuni, qui a Bocchigliero, per esempio, vi mettono anche il finocchietto, che non a tutti piace, ma che conferisce un certo profumo alla conserva. Si scioglie in un po’ d’olio, si spalma sul pane o sulle fette di caciocavallo: et voilà, l’ultima merenda silana è servita.

 

Queste sono le 10 tappe secondo me fondamentali della Sila. Ma sicuramente ho ancora dei punti oscuri e qualcosa è sfuggito alle mie indagini. Mi rivolgo a chi di voi conosce la Sila: cosa manca a questo elenco che devo assolutamente scoprire?