Elliott Erwitt in mostra a Lecce

Il Castello di Carlo V di Lecce ospita fino al 9/09/2018 la mostra “Elliott Erwitt – Personae, una retrospettiva dedicata a questo grande fotografo del secondo Novecento, del quale sono esposte sia le stranote fotografie in bianco e nero che le meno conosciute e in gran parte inedite fotografie a colori.

elliott erwitt personae

Era da anni che non visitavo una mostra dedicata ad un grande fotografo. E in effetti dopo aver visto mostre dei grandi Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Lewis HineRobert Capa, Helmut Newton, e dei contemporanei Sebastião Salgado e Steve McCurry, Erwitt era uno dei grandi nomi che ancora mancava al mio appello.

Elliott Erwitt

Elliott erwitt personae

Il primo impatto con Elliott Erwitt, in mostra a Lecce

Nato a Parigi e vissuta la sua infanzia a Milano, fu costretto con la famiglia a lasciare l’Italia a causa del Fascismo e a trasferirsi negli USA. Qui muove i suoi primi passi nel campo della fotografia fin dall’immediato dopoguerra e già negli anni ’50 è un fotografo affermato i cui lavori spaziano dai reportages alle campagne pubblicitarie.

Spesso le sue opere sono percorse da una grande ironia; in altre è l’amore che prende il sopravvento; in ogni caso i suoi scatti parlano sempre al cuore delle persone. Percorsa da grande ironia, ad esempio, è la serie delle foto con i cani, che nasce in realtà da una campagna pubblicitaria di calzature femminili e che adotta come punto di vista quello basso del cagnolino che di volta in volta accompagna le caviglie della signora di turno.

Le fotografie in mostra

Le foto in bianco e nero

La mostra apre con lo scatto più noto in assoluto di Erwitt: Parigi, Tour Eiffel, due innamorati si abbracciano incuranti della pioggia e dei loro ombrelli girati, un ballerino spicca un grand jeté, una sorta di spaccata in aria, tenendo l’ombrello aperto. Una composizione ovviamente costruita, che è pura poesia.

elliott erwitt

Elliott Erwitt, Santa Monica, California, 1955

Altra foto arcinota, e inno all’amore, è California Love, scattata a Santa Monica nel 1955: due innamorati si baciano all’interno di un’auto parcheggiata sulla scogliera, ricolta al mare. Ma il fotografo è fuori dall’auto e ritrae i due amanti riflessi nello specchietto. Applausi a scena aperta per questo scatto del quale Erwitt non riusciva a spiegarsi il successo.

Tra le foto in bianco e nero è molto nota anche la serie Museum Watching, del 1995. La foto che Erwitt scatta nella sala della Maja desnuda al Museo del Prado suscita una certa ironia: giudicate un po’ voi se non è così:

elliott erwitt

Museum Watching, Prado Museum 1995

Di tutt’altro genere, invece, è il ritratto di un ragazzino di colore così sorridente e allegro… peccato che si stia puntando una pistola alla tempia: tantissime sono le riflessioni che suscita, mentre a me scatta immediato un parallelo con un’altra foto di un’altro bambino che si punta una pistola alla tempia, ma questa volta piange: l’autore è Steve McCurry, le sensazioni che entrambe le fotografie suscitano sono le medesime.

Elliott Erwitt, Usa, East Hampton, New York, 1983

E ancora, la foto di denuncia razziale, scattata in un bagno pubblico del North Carolina negli anni ’50, dove sono messi accanto due lavandini, uno per gli uomini “white” e l’altro, terrificante e mezzo rotto, per i Neri: proprio un uomo di colore sta cercando di bere, scomodissimo, chinato con la testa piegata e rivolta proprio verso il lavandino per bianchi. Uno scatto di grande riflessione sociale.

Di tutt’altro genere, invece, irriverente ed ironica, è la foto della famiglia americana bene degli anni ’60: un ritratto borioso, in cui ogni personaggio recita la sua parte: la bella signora cotonata e strizzatissima nel suo vestito, il marito sornione e soddisfatto, il figlio più grande con sguardo e posa da duro e il figlio più piccolo, con il sorriso goduto di chi ha appena mangiato una ciambella.

Le foto a colori

Passiamo alle foto a colori: un archivio vastissimo che lo stesso Erwitt non ha mai finito di mettere a posto. Tra le serie di fotografie abbiamo i reportage, come quello da Cuba nel corso del quale riesce a fotografare sia Fidel Castro che Che Guevara, oppure in Polonia durante la Guerra Fredda. E quella foto, storica, in cui immortala la coda per la confessione dei fedeli in mezzo alla pubblica via, vale più di mille parole.

elliott erwitt cuba

Le tre foto di Cuba: un ritratto di Fidel Castro, uno del Che e una foto corale

 

elliott erwitt

La foto che Elliott Erwitt scatta a Czestochova, Polonia, inviato per documentare l’Est Europeo durante la Guerra Fredda

Quindi abbiamo i ritratti di personaggi famosi, tra cui un giovane Arnold Schwarzenegger, una splendida Sofia Loren, Alfred Hitchcook. Di Marylin Monroe i ritratti sono ancora in bianco e nero, così come in bianco e nero è un ritratto di JFK paparazzato, è il caso di dirlo, mentre fuma un sigaro cubano in tempi di embargo e uno della moglie Jacqueline Kennedy il giorno del funerale; infine una menzione speciale meritano le fotografie pubblicitarie: ha del geniale la pubblicità di un’automobile con 100 cavalli che viene messa in mezzo ad un branco di 100 cavalli; oppure lo scatto pubblicitario per promuovere il turismo americano in Francia, e che contiene tutti i possibili e immaginabili cliché del caso. Provocatoria e dissacrante, ma assolutamente di successo: se fosse stata scattata oggi, sarebbe diventata virale.

Sarà che ho visitato la mostra nel corso di un educational tour pensato per blogger e influencer, ma tutte noi che abbiamo visto la mostra abbiamo convenuto sulla capacità di Erwitt di creare inquadrature geniali, fatte apposta per attirare consensi (quelli che oggi sono diventati i like su instagram).

Per visitare la mostra sono fornite audioguide che danno alcune suggestioni sulle fotografie esposte. Pochi imput, perché il resto deve scaturire dalle nostre personali riflessioni. L’occhio del fotografo vede e interpreta la realtà, ma la differenza la fa la sensibilità di chi osserva.

Il Castello di Carlo V

Castello carlo V Lecce

Il Castello di Carlo V a Lecce

Con l’occasione della mostra vale senz’altro la pena di visitare il Castello di Carlo V, il complesso nel quale la mostra è allestita e che ha a sua volta un percorso espositivo volto a raccontare la storia dell’edificio e, attraverso di esso, la storia della città di Lecce.

Costruito nel XII secolo, deve il suo nome al re spagnolo Carlo V, al quale si deve la fase di ristrutturazione più ampia, che ha conferito al castello l’aspetto attuale. Gli scavi, visibili nella corte centrale, raccontano invece l’organizzazione degli spazi del castello in età medievale.

Il castello ospita il Museo della Cartapesta, un’arte tipicamente leccese durante il XIX secolo. Le statue in cartapesta di Lecce e del Salento hanno goduto di grande fama nazionale e non solo e ancora oggi per le strade del centro storico si possono incontrare delle botteghe artigiane ancora intente a questa antica arte.

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Va’ dove ti porta il vento: un itinerario tra Tarifa, Baelo Claudia, Cadice

Non è certo uno degli itinerari più noti dell’Andalusia, ma l’itinerario di cui voglio parlare qui, tra Tarifa, Baelo Claudia e Cadice, è uno dei più intensi che ho percorso in Spagna. L’ho battezzato L’itinerario del vento, e ora ti spiego perché.

tarifa

L’itinerario del vento: l’Africa a tanto così

Si giunge a Tarifa lungo la N-340, strada che dalla città portuale di Algeciras percorre l’ultimo tratto di costa spagnola sul Mediterraneo. Eh sì, Tarifa, infatti, si trova proprio sullo stretto di Gibilterra, sorge nel punto più meridionale e più vicino all’Africa.

L’Africa appare ad un certo punto all’orizzonte, neanche troppo lontana. Lo capisci subito che è lei, e il cuore ti si riempie di gratitudine. Io mi sono commossa al suo apparire, lo giuro. È il Jebel Musa, la montagna più alta della costa marocchina, nonché l’altra sponda delle Colonne d’Ercole. Gratitudine, emozione e profondo rispetto.

Azulejos con la costa africana così come la si vede da Tarifa

Mentre dal porto di Algeciras partono i traghetti per Ceuta, città autonoma spagnola lungo la costa marocchina, da Tarifa partono i traghetti per Tangeri. Dista appena un’ora di navigazione, ma ha il fuso orario indietro di 2 ore rispetto alla Spagna: come cambiano le cose da una parte e dall’altra dello Stretto!

Lo stretto di Gibilterra, con le correnti contrastanti dell’Oceano esuberante che si scontrano con quelle più pacate del Mediterraneo, è un’area di forte vento. Talmente forte che non è infrequente che vi sia divieto di navigazione e che il porto di Tarifa resti chiuso. In compenso però, il vento fa sì che Tarifa e le sue lunghe spiagge siano la patria dei kite surf.

surfisti a Playa de los Lances, Tarifa

Tarifa: dove il Mediterraneo incontra l’Atlantico

Sarà che Tarifa mi ha accolto con il vento più forte che la storia ricordi, ma per me Tarifa è il luogo dove i venti si formano e hanno dimora. Non sono una grande amante del vento, anzi, mi fa venire mal di testa e lo detesto; ma a Tarifa l’ho accettato, ho accettato che mi spostasse letteralmente di peso, che mi accecasse con tutta la sabbia negli occhi, che mi ingarbugliasse tutti i capelli e che mi rendesse totalmente sorda: soltanto il suo fragore e quello delle onde era dato sentire.

Tarifa, piazza del Vento (un nome particolarmente adatto!)

Tarifa deriva il suo nome dal conquistatore arabo Tarif ibn Malik addirittura nell’VIII secolo d.C. Fu riconquistata dai Cristiani alla fine del XIII secolo. Si capisce subito che non si tratta solo di una località di mare, ma di un centro che vanta una lunga storia e un cospicuo patrimonio culturale e monumentale: per accedere al centro storico, e da qui al porto, bisogna varcare la Puerta de Jerez, aperta nelle mura e risalente all’epoca della Reconquista. Da qui in avanti, la strada scende e su di essa si aprono piccole viuzze che poi si diramano in piazzette. Tanti localini, negozietti, il mercato coperto, il cuore storico della cittadina: il punto di arrivo è un luogo incantevole della città vecchia, il Mirador del Estrecho, una terrazza panoramica sulle mura del castello, dalla quale, nuovamente, verrebbe voglia di raggiungere l’Africa a nuoto.

Il castello moresco di Guzman el Bueno è il vero monumento cittadino: costruito nel 960 per volere del califfo di Cordoba, fu poi ribattezzato in onore dell’eroe della Reconquista, Guzman el Bueno, per l’appunto. Tarifa è piccola, per cui vi accorgerete subito che alla base della rocca del castello si trova l’insenatura nella quale è ricavato il porto da cui partono i traghetti quotidiani per Tangeri.

Un po’ più avanti si giunge in dirittura del luogo più importante del Mediterraneo: il punto dove esso finisce e si incontra con l’Oceano Atlantico: una sottile lingua di terra che si allunga fino a raggiungere un’isoletta fortificata: è la Isla de las Palomas. Chiusa, sbarrata da un grande cancello, vi si arriva percorrendo a piedi uno stretto molo schiaffeggiato costantemente dalle onde da una parte e dall’altra e dal vento. Questo molo, come la Isla, fa da spartiacque: da una parte il Mediterraneo, dall’altra l’Atlantico. Sul lato del Mediterraneo c’è il porto, sul lato atlantico iniziano 10 km ininterrotti di spiagge, il paradiso di ogni surfista e di chi pratica kite surf.

Mangiare a Tarifa

Di tutti i posti in cui abbiamo mangiato a Tarifa, noi ne consigliamo uno che sulle guide non trovate, ma che è veramente il top, sia per il rapporto qualità-prezzo, che per il rapporto qualità-quantità: è il Bar Polideportivo, al quale entrando non daresti due lire, ma che ti serve la frittura di pesce migliore e più abbondante di tutti i mari (e qui ne abbiamo due, di mari) e una serie di manicaretti notevoli. L’unica nota negativa è che non è aperto sempre, ma quando lo è regala davvero gioie. A Tarifa abbiamo mangiato in altri ristoranti, ma nessuno ci è rimasto nel cuore come questo.

Spiagge: da Tarifa a Bolonia

Playa Tarifa, Los Lances, Valdevaqueros, Punta Paloma: 10 km di costa e di spiagge più o meno strette, più o meno frequentate dai surfisti. La carretera nacional N-340 scorre alle spalle, attraverso un paesaggio rurale fatto di campi, di pale eoliche, di piccoli villaggi. In corrispondenza di Punta Paloma la carretera si inoltra nell’entroterra, evitando il promontorio boscoso e carico di storia. Poi, una deviazione verso Bolonia ci fa fare per davvero un salto indietro nel tempo. Attraversiamo un paesaggio brullo e agreste, popolato da greggi di pecore e mandrie di vacche che pascolano quasi in cima alla strada. Quando arriviamo a Bolonia, una mucca pascola direttamente nell’aiuola della rotonda nel bel mezzo della strada.

Playa los lances, Tarifa

Baelo Claudia: la città romana sul mare

Sono archeologa e a mio tempo ho scavato in riva al mare. Quindi visitare Baelo Claudia, oggi Bolonia, è qualcosa di incredibile e di familiare allo stesso tempo. Come esistono oggi le città sul mare, così esistevano nell’antichità, ed erano belle, monumentali, avevano il porto, scambi commerciali con altre città di mare. Qui siamo oltre le Colonne d’Ercole. Baelo Claudia è la prima città romana che sorge sulla costa atlantica.

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

La pesca dei tonni: un’attività millenaria

Baelo Claudia, città romana vista mare

La prima cosa che mi ha colpito nel visitare il museo introduttivo all’area archeologica di Baelo Claudia è stata l’immagine di un’archeologa che “scava” la lisca di un tonno. Un episodio di archeologia che a molti potrebbe far sorridere, ma che invece è importante se pensiamo che la pesca dei tonni in quest’area dell’Atlantico è praticata ancora oggi e che uno dei prodotti di punta del mercato dell’impero romano era il garum, una salsa di pesce di cui i Romani andavano molto ghiotti (il suo corrispettivo oggi potrebbe essere la colatura di alici).

Baelo Claudia era una città portuale sull’Atlantico, la prima oltre le Colonne d’Ercole, fondata dall’Imperatore Claudio (lo stesso che volle il grande porto di Roma, Portus, oggi a Fiumicino). L’area archeologica oggi sorge fronte mare, i resti più avanzati sono praticamente in spiaggia, ma il centro monumentale, con il foro, il macellum (cioè il mercato), il decumano e poi il capitolium (cioè il tempio più importante della città, dedicato a Giove, Giunone e Minerva), le terme e il teatro, sono lievemente arretrati rispetto alla linea di costa. Tuttavia, vedere le colonne che si stagliano contro il blu del mare ha sempre il suo fascino.

Cadice, la città bianca

La carretera N-340 prosegue la sua corsa nell’interno sino a Cadice. Il territorio che attraversa è campestre, agricolo, pastorale: tra le selve di pale eoliche si trovano i campi di girasole, i pascoli delle pecore, i prati per i cavalli, gli oliveti.

Il paesaggio tra Tarifa e Cadice: pascoli, campi di girasole, eserciti di pale eoliche: un territorio rurale ordinato e bucolico

Infine si arriva in città, a Cadice. Ma per arrivarvi occorre attraversare la stretta e lunga linea di terra, artificiale, che oltrepassa la laguna per congiungersi al centro storico.

Cadice sarebbe di fatto un’isola. Chiusa da mura bianche, al suo interno si aprono tante stradine, viuzze, in una dedalo che porta in due direzioni: verso il porto, il mare, e la monumentale piazza in cui sorge il palazzo comunale; verso l’interno, ovvero l’esterno, o insomma verso il triangolo costituito da Cattedrale, mercato coperto e piazza prospiciente. Qui si concentra la maggior parte delle persone e delle attività.

Cadice: risalta la cupola d’oro della cattedrale, nella luce bianca del primo pomeriggio

Cadice fu fondata dai Fenici addirittura nell’XI secolo a.C.! Ebbe da sempre un ruolo importante nei commerci tra il Mediterraneo e l’Atlantico. Era il punto più lontano dell’Europa, e da qui iniziava l’Itinerarium Gaditanum, un’antica via che da Gades, Cadice in latino, giungeva a Roma toccando le principali città della Spagna, della Gallia e dell’Italia. Divenne municipio romano nel 45 a.C. con Giulio Cesare e fu una città di una certa importanza, organizzata com’era su un’isola.

Gamberoni in posa per una foto di gruppo al mercato del pesce di Cadice

Per me Cadice è la città bianca, la città caldissima dove tutto riverbera, la città delle spiagge lungo l’istmo e lungo il perimetro dell’isola, la città in cui berresti sangria e birrette tutto il tempo per rinfrescarti. La città il cui mercato del pesce ti propone il pesce più fresco, più grande, più abbondante che tu possa immaginare.

A proposito di mercato del pesce: davvero è grande e con una grandissima varietà di pesce. Lo puoi comprare e cucinare in appartamento, oppure puoi andare in uno dei ristoranti che affacciano sulla piazza e pranzare lì.

A proposito di spiaggia: lungo l’istmo si trova la lunga spiaggia libera di Cadice. Se non hai mai fatto il bagno nell’Oceano questo è il momento giusto.

Dieci piccoli borghi in Toscana tutti da scoprire

La Toscana è ricchissima di borghi piccoli, anche piccolissimi, ognuno con una sua anima, ognuno con un buon motivo per farsi scoprire.

In questo post ne ho individuato dieci.

borghi toscana

Figline (Prato)

Prato – Questa piccolissima frazione di Prato è importante per tre motivi legati alla II Guerra Mondiale:

museo deportazione prato

Una di quelle immagini che restano impresse: un prigioniero dei campi di concentramento, ridotto pelle e ossa e costretto a stare nudo davanti alla macchina fotografica nazista

1) è il paese natale di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert, giornalista che, dopo aver fatto da reporter per il fronte fascista fino al 1942, poi passò all’Esercito Cobelligerante Italiano accanto agli Alleati, e che come romanziere ha raccontato la Guerra in Kaputt e la Toscana in Maledetti Toscani;

2) ha subito impotente la tragedia dell’esecuzione capitale dei 29 Martiri: il 6 settembre 1944, giorno in cui Prato fu liberata dai Nazifascisti, i Tedeschi pensarono di lasciare un bel ricordo di sé giustiziando con l’impiccagione 29 giovani partigiani stanati la notte precedente. Un eccidio che Figline, Prato, la Toscana e l’Italia tutta non dimentica. Un monumento molto essenziale nella piazzetta che fu luogo dell’esecuzione ricorda l’evento.

3) il paesino ospita il Museo della Deportazione. Un luogo buio, fatto di immagini, di video, di testimonianze. Un luogo il cui ingresso è gratuito e mi chiedo il perché, un luogo in cui ognuno ascolta con le sue cuffie, isolato dal resto, da solo di fronte al dolore di chi è stato testimone, le terribili condizioni dei campi di sterminio nazisti, da cui in pochi si salvarono e ne portarono un ricordo devastante condividendolo con noi, che non potremo mai capirne fino in fondo l’orrore e l’atrocità.

San Baronto

La vista panoramica da San Baronto, terrazza del Montalbano

Montalbano – In quella bella terra collinare e boscosa che è il Montalbano, che separa l’Empolese dal Pistoiese, sorge il piccolo paese di San Baronto. Luogo prediletto da ciclisti e motociclisti, offre una splendida vista panoramica su tutto il Valdarno inferiore, ed ha una discreta offerta gastronomica per quanti, passando di qui, intendono fermarsi per una sosta. Il Montalbano, tra l’altro, è regione felicemente nota sia per il vino che per l’olio, per cui non mancano i buoni prodotti locali: entrate ad esempio nello spaccio/bar/forno che si trova lungo la via: fatevi preparare una schiacciata prosciutto e pecorino accompagnata da un bicchiere di vino rosso del Montalbano e provate a dirmi che non ho ragione. Il vero fulcro del paese però è il monastero di San Baronto, medievale, intorno al quale poi si è sviluppato il piccolo insediamento moderno.

Cerreto Guidi

cerreto guidi

Cerreto Guidi

Montalbano – Noto per la villa medicea che lo domina, Cerreto Guidi è un borgo medievale che a settembre si anima per il palio del Cerro: una festa in stile medievale, con sfide che sono veri e propri tornei cavallereschi che attirano tanti curiosi e tanto pubblico. Il borgo è in salita, e al suo culmine sorge la villa medicea. Questa fu progettata per essere il casino di caccia dei Medici e in effetti ancora oggi affaccia su un’ampia valle soleggiata. Ma la vera bellezza della villa è l’interno, su due piani, tra sale di rappresentanza e appartamenti privati, tra camere da letto e sale a tema, gli apparati decorativi sono notevoli. Molto suggestivo il balcone con affrescata tutta un’architettura in rovina. La villa ha anche un piccolo ma elegante giardino, un luogo di pace e di ristoro, qualora non bastasse la quieta bellezza delle sue opere d’arte!

Per approfondire: Itinerari d’arte in Toscana: la villa medicea di Cerreto Guidi

Marliana

marliana (PT)

Il piccolo borgo di Marliana

Pistoiese – Ci trasferiamo nella montagna pistoiese, in un borgo davvero piccino, per raggiungere il quale, però, si attraversa un bel paesaggio collinare, fatto di boscaglia e di terrazzamenti, ma anche di orti e di tornanti. Il borghetto di Marliana è davvero minuscolo. Una piazza su cui gravita un hotel abbandonato e il circolo Arci, un bar all’ingresso del paese, un forno e un piccolo spaccio sul camminamento belvedere sono le uniche attività economiche. In cima al paese la chiesa domina la visuale, e lo sguardo spazia sull’ampia valle, nella quale sorgono alcuni piccoli centri abitati che ricadono sotto il comune di Marliana. Di Marliana colpisce la pace e la gentilezza dei suoi abitanti: del ragazzo che si ferma a spiegarci a quale borghetto corrisponde quel campanile lassù in cima, della ragazza dello spaccio che ci fa assaggiare i biscotti tipici (molto simili ai cantuccini di Prato, peraltro). Nei borghi veramente piccoli la gente ti accoglie volentieri. Forse siamo noi alle volte a farci troppi problemi.

Barga

duomo barga

Il Duomo di San Cristoforo, Barga

Garfagnana – Questo splendido borgo in salita ha qualcosa che lo rende unico. Questo qualcosa è senza dubbio il suo spettacolare duomo di San Cristoforo. Romanico, in cima al colle, assolutamente monumentale e scenografico, colpisce per la sua facciata, quadrata, totalmente diversa da come ci aspetteremmo la facciata di una chiesa. Già solo il duomo di Barga merita il viaggio di risalita lungo la strada che porta alla scoperta della Garfagnana. Il panorama che si gode da quassù in effetti è speciale, sui tetti del paese e sulle montagne circostanti. Ma il borgo stesso è una chicca piacevolmente medievale, un luogo bello, davvero, nel quale perdersi tra le viuzze e le piazzettine. Barga fa parte dei Borghi più belli d’Italia, e ne ha ben donde.

A poca distanza, invece, nella vicina Castelvecchio, si trova la casa-museo del poeta Giovanni Pascoli. Viene abbastanza facile allora pensare dove attingesse ispirazione il poeta: dalla pace all’intorno, dall’ambiente campagnolo-pastorale. In un luogo così è facile avere l’ispirazione. Se poi si è Giovanni Pascoli, oltre all’ispirazione si ha il talento e la gloria imperitura di essere studiati sui libri di storia.

Calci

calci

La Certosa di Calci

Pisano – Intorno alla Certosa Monumentale di Calci sorge un piccolo borgo che, per la sua posizione in una valle stretta circondata da boschi, è molto frequentata da ciclisti che praticano la MTB Enduro. Qui ancora si incontrano quei ristoranti, come “Il barrino”, che fa cucina casalinga come la potrebbe fare la mi’ nonna se la fosse toscana e che ci delizia con un antipasto ricco che più ricco non si può. Spendendo ovviamente poco.

Per approfondire: La Certosa monumentale di Calci

Lorenzana

panorama Toscana

La vista sulla vallata sotto Lorenzana

Pisano – Non avrei mai saputo dell’esistenza del borgo di Lorenzana, nel pisano, se non fosse che una mia amica si chiama proprio Lorenzana! Così visitare questo borgo è stata una scoperta gradita. La sua storia risale indietro nel tempo, fino al X secolo, e il suo nome risale al latino Laurentius. Una passeggiata in questo piccolo borgo, e anche qui una sosta di gusto, alla Trattoria dei Vecchi Sapori, per esempio, valgono la pena di aver lasciato la FI-PI-LI, la grande superstrada che collega Firenze, Pisa e Livorno, per venire fin qui.

Montemerano

Montemerano

La piazza del Castello a Montemerano

Maremma interna – Un borgo bellissimo, anche sotto la pioggia. Un incanto di pietra e archi, popolato da bellissimi gatti che sembrano essere i veri abitanti del borgo. Sarà per questo, forse, che nella chiesa di San Giorgio si trova il dipinto noto come Madonna della Gattaiola, un quadro, poi adattato come porta, nel quale un foro circolare in basso consentiva proprio il passaggio dei gatti.

Questo borgo medievale si trova nella Maremma interna, tra Manciano e le terme di Saturnia, lungo una strada in salita coltivata a olivi o lasciata a bosco.  Fa parte dei Borghi più belli d’Italia e, credetemi, lo è davvero.

Manciano

Manciano

Il borgo di Manciano

Maremma interna – Sempre nella Maremma interna, questo borgo è un po’ il capoluogo della strada che da Albinia si inoltra verso Saturnia e le famose terme solforose che zampillano dalla roccia naturale e creano un paesaggio surreale. Il centro storico di Manciano si caratterizza per la sua torre dell’orologio, i vicoli che aprono scorci speciali sul panorama collinare circostante, il cassero. Il Museo di Preistoria e Protostoria della Maremma è invece il luogo in cui risalire alle origini più antiche del territorio.

Stia

Uno dei fotogrammi iniziali de Il Ciclone, girato a Stia

Casentino – Questo borgo è stato reso celebre da quel gran film che è Il Ciclone di Leonardo Pieraccioni: qui infatti sono ambientate le scene di paese. Il centro storico di Stia si sviluppa lungo una lunga e larga via chiusa da una parte e dall’altra da portici: il che è strano per la Toscana, ma non così strano, forse, se consideriamo che siamo in zona montana, dove le precipitazioni sono frequenti e le architetture si avvicinano già ai borghi oltre Appennino. Siamo infatti sull’Appennino Toscoromagnolo, varcato il quale si entra in Emilia Romagna, e siamo appena al di sotto del Monte Falterona, sorgente dell’Arno.

Poco distante da Stia sorge il medievale Castello di Romena, un luogo carico di storia e di storie, tra cui quella del Mastro Adamo che falsificava i fiorini di Firenze per conto dei Conti Guidi, e che fu giustiziato: questa storia è narrata da Dante nella Divina Commedia, Inferno ovviamente, Canto XXX, corrispondente all’VIII girone, quello dei falsari. Visitando il castello e godendo il panorama si capisce perché il territorio del Casentino fosse conteso e al tempo stesso strategico. Il Castello dei Conti Guidi, che nel Medioevo fecero il bello e il cattivo tempo in questa parte di Toscana, è uno dei castelli meglio conservati della regione.

castello di Romena

La vista panoramica dal Castello di Romena, vicino a Stia (AR)

Che v’è garbaho ‘odesto giro pe’ i borghi piccini della Toscana? Icché vorreste vedere ancora? Vussiete d’accordo con ‘odest’elenco o vu vu’mettereste dell’artri borghi? Icché vu dite? Un ‘v’ho detto indo’ mangia’ la ribollita? O venvia nini! O icche vuddite? Che vi devo di’ tutto io? Andatevele a cerca’ voi ‘odeste prelibatezze! Io vi parlo de’ posti belli, pe’ sape’ icché si magna, ciacciate sui fùdblogghe’!

Questa parentesi in toscanaccio becero per dirvi che anche con questo post partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana. E per dirvi anche che la Toscana mi manca tantissimo, mi manca tantissimo la sua parlata e sono contenta quando qualcuno mi chiede se sono di Firenze 🙂 

Fiumicino: oltre all’aeroporto c’è di più

Se vi dico Fiumicino, voi tutti pensate solo ed esclusivamente all’Aeroporto Leonardo Da Vinci, l’aeroporto più importante d’Italia, attraverso il quale ogni giorno fanno scalo, atterrano e decollano migliaia di persone.

Lo pensavo anch’io, fino a qualche tempo fa. Poi per lavoro ho cominciato a frequentarla, e ho scoperto che oltre all’aeroporto c’è di più. Fiumicino è infatti una città dalla storia antica e anche gloriosa, con una vocazione territoriale da sempre legata ai viaggi, alle partenze e agli arrivi.

Ripercorriamone la storia, e i luoghi, insieme.

fiumicino

1) Portus, il porto di Roma

In età romana la linea di costa era molto più arretrata di ora, e tutta l’area su cui oggi sorge la moderna Fiumicino era alto mare. La foce del Tevere era molto più arretrata, ed era navigabile. Laddove ora sorge il moderno abitato sparso di Fiumicino, e dove si trova il vialone che porta all’aeroporto, invece, sorgeva il grande bacino del porto imperiale che l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C. aveva voluto per dotare Roma di un porto degno della capitale dell’Impero.

area archeologica dei porti di claudio e di traiano

Un settore dellarea archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: i magazzini severiani, che affacciano sul bacino esagonale ancora oggi pieno dacqua

Dove sorgeva il porto di Claudio – Museo delle Navi

Non è facile, percorrendo oggi quelle strade (viale dell’Aeroporto, Via Guidoni, via della Foce Micina e via Coccia di Morto), immaginare di trovarsi all’interno di un porto, dunque in mezzo all’acqua, tra navi cariche di anfore e di merci accolte nell’abbraccio di due lunghi moli e con il conforto dell’imponente Isola Faro ottenuta, dicono le fonti, affondando la nave di Caligola e erigendovi sopra un grande faro monumentale (raffigurato in alcuni mosaici di Ostia e di Isola Sacra).

necropoli di Porto

Il faro di Porto raffigurato su un grande mosaico della Necropoli di Isola Sacra

Lungo via Guidoni, sul rettilineo che porta alla rotonda dell’Aeroporto, sulla sinistra si colloca l’edificio del Museo delle Navi: chiuso da qualche anno per restauri, al suo interno ospita gli scavi delle navi rinvenute grazie a scavi archeologici condotti in profondità proprio all’interno di questo bacino portuale. Alle spalle del Museo, infatti, si individua la struttura imponente e rettilinea del molo settentrionale del Porto, mentre in direzione dell’aeroporto un edificio di età romana è stato identificato come l’antica Capitaneria: un ambiente chiuso aveva il soffitto dipinto con remi di barche e la rappresentazione del faro. Molto suggestivo, ma chiuso al pubblico (per ora). Dall’altra parte della strada, invece, si colloca l’area di Montegiulio: sopraelevata, erano i primi edifici che chi entrava nel Porto di Claudio incontrava: un edificio termale (le terme non mancavano mai presso i Romani) e una grande cisterna. Ma il grosso dei resti archeologici relativi all’antico porto sta altrove.

Area archeologica dei Porti di Claudio e di Traiano

Lungo la via Portuense si trova l’ingresso dell’area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: costoro sono gli imperatori romani che in due riprese realizzarono il grandissimo porto di Roma. L’accesso è gratuito, ed è visitabile in primavera ed autunno dal giovedì alla domenica con possibilità di visite guidate e laboratori didattici a cura di Navigare il Territorio. Si esplorano gli antichi magazzini e i moli, cercando di calarsi in un luogo in cui oggi è tutto verde, grandi prati e boschi, mentre un tempo c’era il mare. Ci vuole una buona dose di immaginazione, ma le solide colonne dell’area delle “Colonnacce” e del “Portico di Claudio” rendono ancora l’idea dell’imponenza, della monumentalità, dell’impatto che su un marinaio straniero, suddito dell’Impero, doveva fare la porta di Roma sul mare.

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Le Colonnacce, l’imponente strada colonnata che introduceva al Porto di Claudio, affaccio di Roma sul mare

Tutt’intorno furono costruiti magazzini per lo stoccaggio delle merci: grano, vino, olio, garum (l’equivalente della nostra colatura di alici, ma decisamente più grezza), ma anche olive, frutta secca, e marmi, perché no. I magazzini si disponevano tutto intorno al portico e alla retrostante darsena. Poi, in un momento successivo, l’imperatore Traiano decise di ampliare il porto: costruì un grande bacino esagonale, intorno al quale si andarono a disporre ulteriori magazzini e attracchi per le navi.

Nell’area archeologica si incontra anche, in una bella radura, un casale rosso: è il Casale Torlonia, realizzato negli anni ’30 durante la grande stagione della Bonifica. Quella di Fiumicino, infatti, è una piana che per secoli è stata paludosa e malarica. Nei primi decenni del Novecento fu avviata dal Regno d’Italia un’intensa stagione di bonifica delle terre paludose italiane. Nel Lazio vennero a lavorare comunità intere di “Ravennati”, uomini che dopo aver bonificato il loro delta del Po avevano acquisito una competenza tale da poter lavorare anche nelle altre parti d’Italia che ne avessero bisogno. Qui come ad Ostia antica, la loro presenza fu fondamentale per rendere fertile e vivibile questa fetta di territorio.

Oasi naturalistica di Porto

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Laffaccio sul bacino esagonale di Traiano, oggi oasi naturalistica, un tempo il più importante scalo marittimo del Mediterraneo

Il bacino esagonale realizzato dall’imperatore Traiano non fa parte dell’area archeologica: esso lo si può vedere da un punto panoramico al di sopra dei magazzini che affacciavano un tempo su di esso. Il bacino oggi fa parte, invece, dell’Oasi di Porto, che è il luogo preferito da uccelli palustri e migratori che qui giungono per nidificare. È possibile accedere a pagamento all’Oasi di Porto e fare una visita naturalistica alla scoperta delle specie animali, ma anche di quelle vegetali con una visita guidata (anche in calesse, volendo). I bambini ne saranno entusiasti. E anche gli adulti…

Dal punto di vista archeologico e architettonico, è un immenso bacino, ampio 34 m, completamente costruito e pavimentato al di sotto. Fu realizzato in questa forma perché era quella che meglio consentiva l’attracco di più navi contemporaneamente. Tutt’intorno sulle banchine sorgevano gli hangar per il ricovero delle navi e i magazzini di stoccaggio delle merci. Oggi rimane ben poco delle imponenti strutture che un tempo sorgevano in questo luogo. Un paesaggio che era completamente antropico e che invece, in poco meno di due millenni è tornato in mano alla natura.

2) Isola Sacra

necropoli di porto

La necropoli di Porto a Isola Sacra Fiumicino)

Tra Ostia antica e Porto si stende una fascia di territorio nota come Isola Sacra. Si stende tra la riva Nord del Tevere e la Fossa Traiana. Nell’antichità questa fascia di terra era attraversata dalla via Flavia Severiana che collegava il Porto con la città di Ostia dove abitavano molti di coloro che lavoravano nel porto di Roma. Portus infatti ebbe dignità di città solo molto tardi, con l’imperatore Costantino. Prima invece era sotto la giurisdizione di Ostia.

A Isola Sacra è sentito il culto di Sant’Ippolito. La chiesa, una basilica paleocristiana dalla vita piuttosto turbolenta, accolse le reliquie del martire Ippolito; oggi sopravvive il bel campanile, che fu fortificato nel XVI secolo, mentre la chiesa è venuta in luce grazie a scavi archeologici.

La necropoli di Porto

A Isola Sacra era installata, e si trova tutt’ora, la necropoli di Porto, ovvero la necropoli che accoglieva le tombe di coloro che vivevano e lavoravano a Portus. Come ogni necropoli monumentale che si rispetti, si trovava fuori dal centro abitato, lungo quella via Severiana di cui sopra. Le sue tombe sono monumentali, sembrano tante piccole case affacciate sulla strada. Molte di esse sono decorate anche all’interno, con mosaici, stucchi e pitture. Sulla facciata spesso era il nome del defunto o della sua famiglia, con l’iscrizione sepolcrale che ricordava chi aveva dedicato il monumento. La passeggiata è di una pace assoluta, la bellezza e la quiete di questo luogo resta immutata dopo millenni.

necropoli di porto

Tombe monumentali della necropoli di Porto

Sant’Ippolito

La basilica di Sant’Ippolito è lo scavo archeologico di ciò che resta della splendida basilica paleocristiana dedicata al martire Ippolito che da queste parti fu martirizzato: gettato in un pozzo nei pressi del Tevere. Gli scavi, condotti negli anni ’70 e ripresi poi negli anni ’90, hanno restituito l’intera planimetria della basilica, che era a tre navate, aveva l’abside, fu costruita intorno al IV secolo d.C. in un quartiere che era densamente costruito fin da età adrianea. Del resto Porto (e la necropoli) non sono lontani. Anzi, la necropoli è molto vicina, mentre la Fossa Traiana è a poche decine di metri da qui.

sant'ippolito Isola Sacra

L’abside della basilica paleocristiana di Sant’Ippolito a Isola Sacra, Fiumicino

Gli scavi rivelarono, nello spazio sotto l’altare, una serie di strati e di livelli che indiziavano qualcosa di eccezionale: alla fine venne in luce: una sepoltura, in un sarcofago reimpiegato di età romana, nel quale oltre alle ossa di cinque defunti fu rinvenuta una piccola iscrizione, non particolarmente curata, ma molto efficace: recita infatti Hic requiescit Beatus Yppolitus Martyr: qui riposa in pace il Beato Ippolito Martire. Uno di quei ritrovamenti da far strabuzzare gli occhi e il cuore. E in effetti, qui a Sant’Ippolito il 5 ottobre, festa del santo, si svolge la processione e la messa. Il bel campanile romanico campeggia e protegge tutto l’intorno. Un luogo di pace.

La foce del Tevere

Isola Sacra è una vasta piana che fu bonificata negli anni Trenta. Qua e là si vedono ancora dei grandi casali, costruiti negli anni ’20-’30; qua e là vi sono ancora ampie fette di campi coltivati o dove pascolano greggi di pecore: è tutto molto bucolico, in effetti, ma ahimè il forte abusivismo edilizio che dagli anni ’70 si protrae ancora oggi ha compromesso questo bel territorio rovinandolo, per cui passando per strada sembra più una brutta periferia che un’area a destinazione agricola.

Ha comunque il suo fascino la foce del Tevere, navigabile, presso le cui rive sono attraccati pescherecci e motoscafi. L’effetto è molto pittoresco, il fiume è vivo, vissuto. Lungo le rive tra club privati, ristoranti di lusso e cantieri navali c’è fin troppo traffico, ma la vista del fiume che si getta in mare è notevole.

3) Il centro di Fiumicino

fiumicino centro

Il Borgo Valadier affaccia sul Canale di Fiumicino, la Fossa Traiana che costituisce la seconda foce del Tevere

Oltrepassato il Ponte 2 Giugno, un ponte levatoio di recente costruzione, si arriva nel centro storico di Fiumicino. Il centro storico in effetti non è molto esteso: consiste in una stecca di edifici, la Stecca Valadier, che affaccia sulla Fossa Traiana. Una breve serie di edifici, tra i quali la chiesa, costituisce il cuore del centro urbano di Fiumicino. Il centro, in realtà è più ampio, si distende lungo i due argini della Fossa Traiana; dalla parte opposta, infatti, si sviluppa la Darsena con il porto marittimo.

La Stecca Valadier, o Borgo Valadier, è appunto il piccolo quartiere affacciato sul canale di Fiumicino, che fu progettato da Giuseppe Valadier nel 1823, per abbellire l’arrivo a Roma via mare. Giuseppe Valadier fu un importante architetto e urbanista del XIX secolo: suo è ad esempio il progetto di Piazza del Popolo a Roma, per dirne uno.

All’epoca Fiumicino era sotto lo Stato Pontificio, e l’arrivo a Roma via mare avveniva tramite il canale di Fiumicino e su lungo il Tevere. Anche oggi il fiume è navigabile e vi sono battelli che risalgono fino alla Capitale. Sul canale antistante la Stecca Valadier sono ormeggiati pescherecci e barconi che rendono questo tratto finale di fiume molto pittoresco e caratteristico. Il lungo canale, poi, è una piacevole passeggiata. Sul lato della Stecca gelaterie, ristorantini e localini che preparano il classico “cuoppo” di pesce fritto d’asporto c’è di che godere anche un buon pranzo.

La Certosa monumentale di Calci

Dalla Certosa di Calci la torre di Pisa e la cupola del Battistero si intravvedono, laggiù in fondo. Pisa non dista molti km, in effetti, eppure qui siamo in piena campagna, addossati alle antiche linee di difesa pisane (quelle che Firenze voleva conquistare a tutti i costi e che naturalmente prese), vicino a fonti di acque termali miracolose (Uliveto Terme: sì, esatto, proprio quella dell’acqua Uliveto), in mezzo al verde. Siamo a Calci, un piccolo borgo che è sorto accanto alla grande Certosa monumentale. È proprio qui che siamo stati di recente, in una delle nostre esplorazioni della Toscana, una delle tante gite fuoriporta che si possono fare in una bella giornata di sole.

certosa monumentale calci

Visitare la Certosa Monumentale di Calci

certosa calci

La Certosa monumentale di Calci (PI)

La Certosa Monumentale di Calci risale al XIV secolo. L’ordine dei Certosini, fondato da San Bruno, affonda le sue radici nel medioevo. Un ordine i cui monaci, chiamati “Padri” erano dediti principalmente alla preghiera. Altre persone, i “Fratelli”, erano coloro che provvedevano ai bisogni materiali dei Padri, ovvero a procurare loro il cibo, innanzitutto, coltivando i campi intorno alla Certosa. I Padri vivevano invece ciascuno nella propria cella, un piccolo appartamento all’interno della Certosa, e coltivavano un loro giardino.

La visita guidata, obbligatoria per visitare il complesso della Certosa di Calci, dura un’ora e mezza. Il percorso è obbligato, prevede la visita del primo piano, al quale si trovano la chiesa, le cappelle private, il refettorio, l’uscita sul chiostro/cimitero, le celle dei Padri ed altre sale di rappresentanza. Andiamo con ordine.

Superato il cancello, sulla destra del quale si trova la biglietteria, ci si immette in un ampio spazio aperto: un prato su cui affaccia la Certosa. Entriamo.

certosa di Calci

Lo sapevate? I gatti certosini si chiamano così proprio perché… vivevano nelle Certose!

Ci accoglie, dipinto sulla parete che imita false architetture prospettiche, un gatto grigio. Si tratta di un gatto certosino, nientemeno: eh sì, perché, ci racconta la guida, i gatti certosini, originari del medioriente, furono portati in Europa dai cavalieri crociati, e donati alla Certosa di Grenoble, casa madre dei Padri Certosini. Ecco perché il gatto con quel bel pelo grigio argento si chiama Certosino. Sulla facciata della Certosa di Calci si aprono, in basso, quattro piccole fessure: sono gattaiole, attraverso le quali i gatti del convento entravano e uscivano a loro piacimento.

Saliti al piano nobile, veniamo introdotti nella chiesa: la parte del coro, con i sedili in legno per i Padri che cantavano le lodi, è è attualmente in restauro. Ma i soffitti dipinti sono ben visibili: una decorazione ricca, barocca, con la visione prospettica e illusionista di una cupola dalla quale si affacciano santi. Nelle stanze attigue vi sono altre cappelle, private questa volta, per la preghiera solitaria. Una in particolare, dedicata alla Madonna, è molto elegante e luminosa. Anch’essa ha il soffitto dipinto, e un altare elegante. Rispetto alla chiesa barocca, questa cappella si distingue perché pur con decorazioni diffuse, è più sobria ed elegante: il pittore che la affresca è considerato un anello di congiunzione tra il barocco e il neoclassicismo.

Dopo aver pregato bisogna pur mangiare! E infatti la stanza successiva è il Refettorio, l’ambiente nel quale i Padri consumavano i pasti, in rigoroso silenzio mentre uno di loro leggeva brani della Bibbia. Sulla parete di fondo, la principale, è rappresentata l’Ultima Cena; sulle altre pareti si alternano pranzi biblici (come le nozze di Caana) a pranzi “storici”, come quello al quale presenziò Cosimo III de’ Medici, ospite gradito: Cosimo III fu un grande benefattore per la Certosa, per cui l’omaggio in Refettorio è dovuto.

certosa di calci

Il refettorio della Certosa di Calci

Usciamo nel chiostro. La sorpresa è che laddove penseremmo di trovare un bel prato, troviamo un cimitero. La sorpresa è ancora più grande se pensiamo che su questo chiostro affacciano le celle, meglio gli appartamenti, dei Padri. Ognuno di questi appartamenti prevede un piccolo giardino interno, che ogni Padre curava con amore e dedizione. L’appartamento non è una cella, ma è piuttosto articolato e confortevole: in effetti i Padri venivano tutti da nobile famiglia e un minimo di agio, seppur nella semplicità, dovevano averlo.

certosa Calci

il chiostro della Certosa

Il percorso di visita prosegue attraverso altri corridoi, altre sale e altri affacci su giardini e lo splendido panorama che spazia fino alla piccola torre di Caprona: in questa zona vi era tutto un sistema di fortificazioni strategico, perché gravitante sulla valle dell’Arno e su Pisa. I Pisani la tenevano in grande considerazione, e a Firenze faceva molta gola.

Il Museo di Storia Naturale di Calci

museo storia naturale di calci

Signore e signori la pirite!

Conclusa la visita della Certosa, si può visitare, con un biglietto a parte, il Museo di Storia Naturale di Calci allestito in una parte della Certosa.

Interessantissima la sezione di mineralogia: dedicata alla Toscana, raccoglie ed espone tutti i minerali che alcune cave o miniere della Toscana, dall’Elba all’Amiata al Casentino, restituiscono. Dalla pirite alla malachite, dal quarzo alla calcopirite alla galena, fino ad arrivare al meteorite! Ebbene sì, un frammento di meteorite rinvenuto in Toscana: una meraviglia extraterrestre!

Tra i vari percorsi, quello sui mammiferi è, per me, il più bello: ho una predilezione per i mammiferi, tra tutto il mondo animale: fin da quando ero piccola, e facevo le raccolte di figurine, avevo una certa predilezione per gli ungulati (antilopi, gazzelle, cervi e orici) e per i carnivori (felini vari, il ghepardo primo tra tutti, e poi pantera nera, leone, leopardo, puma, oselot, lince e giaguaro). Trovarmeli davanti tutti insieme mi ha fatto effettivamente tornare bambina. Ci sono poi i marsupiali e gli animali dell’Oceania, una sezione dedicata alle scimmie e soprattutto la bellissima e completa collezione di scheletri di cetacei: dai delfini alla balenottera azzurra passando per l’orca, il Leviatano di Melvilliana memoria (per chi ha letto Moby Dick), il capodoglio e alcune specie di cetacei meno noti e più rari. Si tratta della grande collezione messa in piedi nel XIX secolo da Sebastiano Richiardi: in un video è proprio Richiardi che ci racconta alcuni aneddoti su quest’esposizione, davvero unica e completa nel suo genere.

museo storia naturale calci

lo scheletro di balenottera azzurra nella sezione dedicata ai cetacei

Con questo articolo partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana

Visitare il Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Non si può andare a Napoli senza visitare il suo Museo Archeologico Nazionale. Anzi, io sono andata a Napoli solo per quello!

Uno dei più importanti musei archeologici d’Italia fuori Roma si trova proprio a Napoli e deve la sua importanza a tre collezioni uniche al mondo: la collezione di antichità proveniente dagli scavi settecenteschi di Ercolano, in particolare della Villa dei Papiri, la collezione di antichità provenienti dagli scavi settecenteschi di Pompei, in particolare affreschi e mosaici, e la collezione Farnese, proveniente in realtà da Roma, costituita dalle colossali sculture che decoravano le Terme di Caracalla e che giunse a Napoli a seguito della famiglia Farnese.

museo archeologico nazionale napoli

Oggi ripercorriamo questi tre nuclei principali del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: la collezione ercolanese, quella pompeiana e quella Farnese. Attraverso le opere principali ripercorriamo non solo la storia del museo, ma la storia di due città, Pompei ed Ercolano, della loro scoperta e degli scavi, e con essa impariamo a conoscere qualcosa di noi stessi: il nostro modo di intendere l’arte è assolutamente debitore, infatti, a quella grande stagione di scoperte che fu la seconda metà del Settecento

Villa dei Papiri

corridore villa papiri ercolano

La statua in bronzo del Corridore dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Una delle collezioni più importanti del museo è costituita dai materiali provenienti dallo scavo della Villa dei Papiri di Ercolano. Da quando fu scoperta, a metà del Settecento, Ercolano fu scavata per cunicoli e gallerie: la spessa coltre di lava che aveva ricoperto la città antica sigillandola e preservandola era piuttosto dura da scavare, pertanto fu creata una fitta rete di cunicoli che andavano nella direzione dei “tesori” che venivano in luce. Statue, affreschi, mosaici, oggetti di uso quotidiano e di pregio: ogni cosa fu prelevata dagli scavatori. In particolare gli oggetti in bronzo destarono parecchia ammirazione e sorpresa: mai come ad Ercolano (e Pompei) furono rinvenute così tante opere in bronzo. Il perché è presto detto: il bronzo è sempre stato un materiale richiesto e reimpiegato nel corso della storia, ed è per questo che si conservano pochissime opere d’arte antiche in questo materiale, a fronte della grandissima diffusione che invece aveva avuto sia nell’arte greca che in quella romana.

Uno dei motivi per cui la Villa dei Papiri è eccezionale è proprio la grande quantità di opere d’arte in bronzo che gli scavatori del XVIII secolo vi trovarono. Opere arcinote, come il corridore, opere di una potenza plastica incredibili, come le danzatrici, o danaidi, opere di una potenza espressiva notevole, come il satiro ebbro, con gli occhi spiritati e la bocca lasciva.

Ma la Villa dei Papiri deve il nome all’importantissimo ritrovamento di tantissimi rotoli di papiro, i libri dell’epoca, rinvenuti arrotolati e illeggibili. Qualcuno all’epoca si inventò persino un ingegnoso macchinario per srotolarli e leggerli, ma è solo in decenni recenti, con tecnologie sofisticate, che si sono individuati i testi: opere di Epicuro e di filosofia, principalmente.

danaidi ercolano

Una delle Danaidi dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Affreschi pompeiani

Saffo Pompei

La cosiddetta Saffo, da Pompei, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Pompei è famosa in tutto il mondo per due motivi: innanzitutto per l’eruzione del 79 d.C. che la seppellì e sigillò completamente. Successe nella stessa occasione di Ercolano, ma Pompei fu scavata quasi interamente, e restituì testimonianze di un’immediatezza e di una drammaticità tali, come i famosi calchi in gesso che ricalcano le sagome di persone e animali sorpresi dalla pioggia di lava e lapilli, da renderla immortale. Inoltre, da Pompei proviene la maggior parte delle testimonianze della pittura romana. Infatti, anche se in pochi conoscono gli affreschi delle case di Ostia antica e di Roma (in particolare la Casa di Augusto), tutti al mondo identificano Pompei con le sue pitture straordinarie. Non a caso chi studia la storia dell’arte antica si imbatte ad un certo punto nei “quattro stili pompeiani”: quattro stili pittorici che gli studiosi hanno identificato analizzando le pitture pompeiane conservate.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono esposti tantissimi affreschi pompeiani. Voi direte: ma perché stanno al MANN e non si trovano a Pompei? Perché all’epoca (XVIII-XIX secolo) tutti gli affreschi pompeiani che venivano in luce nel corso degli scavi erano considerati proprietà del re di Napoli. Quindi venivano letteralmente tagliati e strappati dalla propria parete i quadretti o le porzioni più significative, venivano assemblate insieme a seconda dei casi, venivano regalate a diplomatici e aristocratici stranieri in visita di cortesia.

teseo pompei

Lepisodio di Teseo, Casa del Poeta Tragico, Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Oggi noi abbiamo una straordinaria pinacoteca antica (mi si passi questa definizione) costituita da quadretti e quadri più o meno grandi che raffigurano miti, scene di genere, paesaggi, ritratti. Abbiamo i quadretti di paesaggio nella casa di Agrippa Postumo, le scene mitologiche legate ad amori tragici della Casa di Giasone, abbiamo la Saffo pensosa con la penna in mano e abbiamo gli affreschi della Casa del Poeta Tragico che raccontano alcuni episodi del ciclo troiano, tra cui il notissimo Achille e Briseide, episodio della Guerra di Troia nel cui affresco Achille con gli occhi spiritati osserva la giovane Briseide mentre gli viene strappata via, ciò che sarà all’origine dell'”Ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei” come recita Omero nella traduzione di Vincenzo Monti che noi tutti abbiamo studiato a scuola, oppure l’episodio dell’eroe Teseo che libera i giovani ateniesi dal Labirinto di Creta dopo aver ucciso il Minotauro.

Di Pompei non ci restano solo gli affreschi, ma anche i mosaici: chi non ha presente il notissimo “Cave Canem” con il cane rappresentato a mosaico, a mo’ di zerbino o di nostro cartello “attenti al cane”? Tra i tanti mosaici di Pompei esposti al MANN uno in particolare si distingue per le dimensioni e per il soggetto rappresentato: è il Mosaico di Alessandro, nella Casa del Fauno. Si tratta di un grande mosaico che rappresenta il momento saliente di una battaglia, con tutta probabilità la Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e l’esercito greco contro i Persiani e re Dario. Nel mosaico è raffigurato il clou della battaglia, quando tra morti ammazzati e cavalli a terra il re Dario sta fuggendo sulla sua biga, volto all’indietro con sguardo spaventato, mentre lo incalza il giovane Alessandro, con gli occhi grandi e l’espressione risoluta. Purtroppo il mosaico è lacunoso, ma per la maggior parte si conserva e costituisce un unico nel suo genere.

mosaico di Alessandro

Il Mosaico di Alessandro dalla Casa del Fauno di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Altri oggetti meravigliosi che Pompei ha restituito agli scavatori del XVIII secolo sono le argenterie della Casa del Menandro: un intero servito da tavola completo di piatti, coppe, bicchieri, vassoi, portauovo e quant’altro finemente cesellato in argento: ognuno di questi oggetti da tavola è un autentico capolavoro, altro che i servizi d’argento di oggi!

argenterie casa del menandro

Una delle preziose coppe in argento, parte delle argenterie della Casa del Menandro di Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La collezione Farnese

Al piano terra, nell’ala destra del museo, una serie di statue colossali ci osserva dall’alto mentre percorriamo il corridoio e le varie sale. Si arriva infine in un’ala nella quale non si sa da che parte voltarsi: a destra, dove si trova il magnifico Ercole Farnese, o a sinistra, dove si consuma il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese?

toro farnese

Il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Andiamo a sinistra intanto. Definito da Michelangelo la “montagna di marmo”, il cosiddetto Toro Farnese è un gruppo scultoreo immenso e complesso, nel quale è rappresentato il supplizio di Dirce. Il mito è piuttosto complesso, ma cercherò di riassumerlo brevemente. Una giovane, sedotta da Zeus, trova rifugio presso una coppia. In realtà la donna della coppia, tale Dirce, tratta malissimo la giovane e alla nascita dei gemelli di cui è incinta, la sbatte fuori di casa ed espone i due bambini. Naturalmente passa un pastore il quale salva i due bimbi. Questi crescono, un giorno incontrano la madre e intenzionati a ottenere vendetta, trovata Dirce, colei che li aveva condannati all’esposizione, fanno per legarla ad un toro inferocito che ne farà scempio delle membra. Sul più bello la madre dei due giovani (che sono figli di Zeus, ricordiamolo) chiede pietà per Dirce. Se il mito si conclude positivamente, il gruppo scultoreo rimane un passo indietro, rappresentando il momento della massima drammaticità, quando i due giovani, nudi, legano al toro inferocito Dirce la quale invoca pietà. Dietro, la figura della madre dei due giovani sta ad indicare l’atto di pietas che salverà la vita a Dirce.

Ercole Farnese

Ercole Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Andiamo a destra, ora. Incontriamo la gigantesca mole dell’Ercole in riposo. L’Ercole Farnese infatti è raffigurato fermo, stante, poggiato alla sua clava sulla quale è poggiata la sua pelle di leone, la Leonté. Il nostro Ercole, massiccio, barbuto, si sta giustamente riposando dopo aver compiuto l’ultima delle sue imprese, il furto dei Pomi delle Esperidi che reca ancora nella mano destra, portata dietro la schiena. La statua, firmata dall’artista greco Glicone di Atene, è un capolavoro nella resa della volumetria del corpo e della muscolatura, massiccia, rilassata ma non troppo. Anche questa statua, come il Toro Farnese, proveniva dalle Terme di Caracalla.

Questo breve tour non è certo esaustivo della grandissima mole di reperti e di collezioni che il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vanta. Ma spero di avervi suscitato interesse e curiosità. Tante, tantissime sono le opere esposte. In una sola mattina non si riesce a visitarlo tutto, tant’è la densità di capolavori che si affastellano nelle sale, una dopo l’altra. Il consiglio? Visitarlo con calma, prendendosi tutto il tempo necessario. Se vi va di visitarlo in una maniera alternativa, poi, potete scaricare il videogame Father and Son, che ha per soggetto, oggetto e protagonista proprio il MANN: un modo divertente e interattivo per scoprire il museo, la sua storia e le sue collezioni.

Roma barocca: 3 chiese per scoprirla

Roma è una città che non finirà mai di stupirmi.

Una città stratificata dove, da 2000 e più anni fa fino a noi è stata vissuta, costruita, ricostruita; è stata sempre capitale, che fosse dell’impero romano, o del Papato, o d’Italia, Roma è sempre stata il centro del mondo. Questa sua centralità si avverte in ogni tempo, nella monumentalità dei suoi resti romani, nella grandiosità delle sue chiese, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi giardini e dei suoi palazzi pubblici e privati. In mezzo scorre il Tevere, placido ma non troppo, testimone silenzioso di tutti i cambiamenti che la città ha vissuto e vive fin dal 753 a.C., anno convenzionale della sua fondazione.

Oggi voglio parlare di 3 chiese barocche di Roma. Sì, perché il Barocco è stato a Roma un momento di grande sviluppo artistico in tutte le arti, dall’architettura alla scultura alla pittura e alle arti decorative. Le chiese sono le migliori rappresentanti di quest’epoca, che si colloca tra il Seicento e il Settecento.

Come in un itinerario, visiteremo Sant’Andrea della Valle su via Vittorio Emanuele, San Luigi dei Francesi, alle spalle di Piazza Navona, e Sant’Ignazio di Loyola, alle spalle di via del Corso.

Sant’Andrea della Valle

Questa chiesa è nota per essere l’ambientazione del primo atto dell’opera lirica Tosca di Giacomo Puccini, nel quale il pittore Mario Cavaradossi, uno dei protagonisti, sta affrescando una cappella.

In realtà la chiesa accoglie gli affreschi di due grandi nomi della pittura italiana: Domenichino e Mattia Preti. Quest’ultimo, calabrese di nascita, operò per lungo tempo a Roma prima di approdare a Napoli dove divenne uno dei maggiori esponenti della pittura napoletana. Per la chiesa di Sant’Andrea della Valle affresca l’abside con le tre scene del martirio di Sant’Andrea: il santo, raffigurato anziano, ma con il corpo forte e vigoroso, viene legato ad una croce i cui bracci a X sono quelli con cui si identifica la famosa “croce di Sant’Andrea”, quella che un tempo si trovava ai passaggi a livello dei treni.

Sant'Andrea della Valle

L’abside di Sant’Andrea della Valle con i dipinti di Mattia Preti che raffigurano il martirio del santo

La volta dell’abside, con le storie della vita del Santo è invece affidata ad un altro grande pittore, il Domenichino, mentre la decorazione della cupola è affidata a Giovanni Lanfranco. Di Domenichino, al secolo Domenico Zampieri, si dice fosse molto timido e introverso, da cui il diminutivo nel nome. La sua timidezza non gli impedì di mostrare la sua arte, così lavorò per alcune importanti commissioni in varie chiese e palazzi pubblici di Roma; inoltre, com’era abitudine per molti pittori del suo tempo, si spostò in altre città d’Italia, come Bologna e Volterra, e ovunque realizzò dipinti su commissione dei nobili e degli alti prelati del luogo.

sant'andrea della valle

La cupola di Sant’Andrea della Valle

La chiesa appare al suo interno dorata e vivace. Stucchi dorati alle pareti, animate da tante cappelle laterali, dorature anche al soffitto, dipinto anch’esso: per goderne in comodità sono stati sistemati due specchi nel mezzo della navata, in modo da ammirare i dettagli senza farsi venire il torcicollo.

Per meglio conoscere la chiesa si può ascoltare l’audioguida che per una decina di minuti accompagna il visitatore nel percorso di visita. L’audioguida, messa a disposizione da un gruppo di giovani volenterosi, è gratuita, anche se è consigliato, giustamente, lasciare un’offerta.

San Luigi dei Francesi

Questa chiesa è nota per una cappella, ed è infatti di quella che vi parlo: la Cappella di San Matteo i cui tre dipinti portano la firma di un pittore d’eccezione della Roma dell’età della Controriforma: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi

Questo pittore gode di una grandissima fortuna ancora oggi: vita trascorsa tra genio e, soprattutto, sregolatezza, punta la sua arte su alcuni aspetti che sono la sua firma: il forte chiaroscuro e lo studio della luce, che anima i suoi soggetti con un forte intento drammatico; come se fosse l’occhio di bue che si utilizza a teatro, il soggetto principale è sempre colpito da una luce che mette in ombra tutto il resto. Intorno si dispone la scena e i vari personaggi, variamente colpiti dalla luce a seconda della loro funzione e importanza nel dipinto.

Nella Cappella di San Matteo si trovano 3 dipinti dedicati alla vita del Santo: la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio.

La vocazione di San Matteo è forse uno dei dipinti più noti di Caravaggio. In esso è rappresentato il futuro santo al tavolo con altri avventori mentre conta i soldi (Matteo nel Vangelo è un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse). Dalla parte opposta Gesù lo indica con un dito. Da dietro di lui, seguendo il suo dito, un fascio di luce si distende ad evidenziare il volto di Matteo, il quale sembra dire “Ma chi, io?“. La luce viene da un punto preciso, in alto a destra. Vedremo poi perché.

vocazione di san matteo

La Vocazione di San Matteo, Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi

Il secondo dipinto, centrale nella Cappella, è San Matteo che scrive il Vangelo seguendo l’ispirazione dell’Angelo. In una prima versione l’angelo proprio conduceva la mano dell’Evangelista. In questa invece l’Angelo gli suggerisce cosa scrivere. Lui, col volto lievemente piegato all’insù ha lo sguardo attento di chi deve memorizzare qualcosa di importante per poterlo riferire. La luce, nel dipinto, promana dall’angelo, posto in alto nella rappresentazione.

Il terzo dipinto, infine, sulla parete destra della Cappella, rappresenta il martirio di San Matteo. Il santo è a terra, nella sua veste bianca, colpito da un fascio di luce che irradia da sinistra, investe il personaggio seminudo, il carnefice. Questo personaggio ha il volto feroce di chi sta compiendo un efferato omicidio e la scena stessa, così cruda, sembra la rappresentazione di un volgare assassinio. La scena sembra inclinata verso lo spettatore, che si sente ancora più coinvolto.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta da Caravaggio in San Luigi dei Francesi

La luce naturale, nella cappella, entra da una finestra posta in alto al centro, sopra la scena dell’Angelo che detta il vangelo a San Matteo, e si irradia sui due lati della cappella scendendo obliquamente, dall’alto verso il basso. Così si spiega la direzione dei fasci di luce che illuminano i dipinti: Caravaggio ha realizzato le tre opere appositamente per questa cappella, tenendo conto proprio della luce naturale. Oggi per meglio cogliere i dettagli, è richiesto un obolo: 50 cent, 1 o 2 € per poter illuminare artificialmente la cappella e meglio godere dei dettagli dei dipinti di Caravaggio.

Sant’Ignazio di Loyola

La terza chiesa di questo percorso nel Barocco è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il santo fondatore della Compagnia di Gesù. Quest’ordine religioso si identifica con i missionari che dal Seicento in avanti andavano nelle Americhe al seguito delle truppe spagnole e imponevano in maniera più o meno forzosa la religione cristiana alle popolazioni quechua del Perù e amerindie dell’Amazzonia. Ma furono missionari in tutto il mondo, anche in Asia e in Africa.

Sant'Ignazio di Loyola

Una parte del soffitto affrescato di Sant’Ignazio di Loyola

La chiesa di Sant’Ignazio fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi che era nipote del papa che aveva canonizzato Ignazio di Loyola: un modo per confermare la devozione in un grande uomo di chiesa e la forte vicinanza alla politica papale.

Sant'Ignazio di Loyola

Parte del soffitto affrescato con la falsa cupola e in fondo l’abside. Sant’Ignazio è una potenza del barocco romano

La Compagnia di Gesù in pochissimo tempo era diventata molto influente presso tutte le corti d’Europa ed aveva acquisito un certo potere, tanto da riuscire a imporsi nella scelta di architetti e artisti nella realizzazione della chiesa: inizialmente affidata al Domenichino, la realizzazione del progetto fu invece data al gesuita Orazio Grassi – architetto e scienziato acerrimo avversario di Galileo – il quale, in un clamoroso plagio, utilizzò due disegni del Domenichino che ad un primo esame dei Gesuiti erano stati scartati e presentò così il suo progetto. Domenichino era timido, ma non stupido, e si ritirò dal lavoro sbattendo la porta.

La chiesa è famosa per il suo soffitto dipinto, la cosiddetta “Quadratura” di Andrea Pozzo: rappresenta in maniera prospettica un altro tempio, sovrapposto alla chiesa di Sant’Ignazio, come se fosse un tempio celeste sovrapposto a quello terrestre, animato da tante figure variopinte e dalla scena della Gloria di Sant’Ignazio. Le architetture di questo tempio celeste richiamano le grandiose architetture romane del passato, idealizzate: architetture potenti, gloriose, bianche e splendenti, dalle quali si affacciano figure di santi e di sante, angeli e profeti; il cielo, azzurro, è solcato da qualche nuvoletta, come spesso accade nei cieli barocchi.

Ancora Andrea Pozzo rappresenta, più avanti, l’interno della falsa cupola, dipingendo in maniera prospettica una cupola che in realtà non esiste, non essendo mai stata realizzata. Questo soprattutto è un bel gioco di illusionismo che frega letteralmente gli occhi di chi osserva.

Trionfo del barocco romano, anche questa chiesa, come le altre due di cui ho parlato qui, è una delle tappe imperdibili per scoprire la Roma del Seicento.