Visitare Pompei di notte: Una notte a Pompei

Ve lo dicevo nel primo post dedicato a Pompei che sarei presto tornata a parlare di questa straordinaria città antica. Non immaginavo però che l’avrei fatto grazie ad un evento cui sono stata invitata da Enel Group*, ovvero l’inaugurazione del nuovo percorso di illuminazione realizzato proprio da Enel per la fruizione e valorizzazione di Pompei in notturna. Tutto per la serie di eventi “Una notte a Pompei” che quest’estate 2017, dall’8 luglio fino al 24 agosto il martedì e il giovedì, animerà le serate pompeiane (per info: pompeiisites.org).

Il tempio di Apollo illuminato, mentre una voce narrante racconta i Ludi, i giochi in onore del dio

Luci a led per il risparmio energetico, innovazione tecnologica che si sposa con la sostenibilità data dai bassi consumi.

Tuttavia non si tratta di aver cambiato quattro lampadine e poco più, ma della creazione di un percorso integrato, visivo e sonoro, nel quale il visitatore viene coinvolto, immerso, avvolto. Le suggestioni che la città antica al chiaro di luna già da sola può dare vengono amplificate dalle voci narranti, che ci portano nella bottega di un panettiere lungo Via Marina, nella domus di Trittolemo, nel tempio di Apollo, per poi sbucare nella piazza del foro sul cui lato di fondo si staglia ciò che resta del capitolium dietro il quale l’inconfondibile silhouette scura del Vesuvio ci dice subito com’è andata a finire.

Il percorso prende avvio da Porta Marina, risale la via Marina fino al foro. Qui, nell’ampio spazio che fino a pochi mesi fa era animato dalle statue di Mitoraj, solo il Centauro, bellissimo, resta a vegliare, e si staglia anch’esso contro il cielo all’imbrunire.

Si susseguono frattanto le voci narranti: storie di bottega, scene di vita privata in casa, devozione nel culto, la confusione del mercato, il lavoro quotidiano. Piccole singole narrazioni che, tutte insieme, costruiscono il racconto della normale vita a Pompei.

Il Centauro di Mitoraj si staglia nella luce del crepuscolo

La piazza del foro, illuminata, è stupenda: le colonne del portico resistono ancora, in piedi, come monito al tempo che passa; del capitolium si è detto: quell’ombra cupa, quella presenza forte alle sue spalle, il Vesuvio, è il simbolo dell’ineluttabile destino cui la città è condannata. Il tempio del Genius Augusti, con la sua ara per il culto davanti al piccolo podio, mi ricorda gli anni di studio all’università, e mi fa tenerezza. Il macellum mostra ancora, nella penombra, alcuni affreschi: nella parete dipinta si distinguono dei quadretti figurati, delle piccole narrazioni incredibilmente giunte fino a noi. Il macellum, luogo del mercato, è deserto: immaginatelo zeppo di gente, invece, durante il giorno. Immaginate i nostri mercati coperti, oggi, durante l’orario di apertura e poi dopo la chiusura: il silenzio, la quiete, laddove fino a poco prima tutto era confusione e rumore. E poi c’è la porticus di Eumachia, dono di un edificio pubblico fatto alla città da una donna, Eumachia, che ha reso immortale il proprio nome per sempre. Donne forti di altri tempi.

Il capitolium di Pompei illuminato

Infine la basilica: su una parete sono trasmesse immagini 3D che ci portano all’interno delle case più note, a contemplare le pareti affrescate più mirabili: come il giardino dipinto nella casa del Bracciale d’Oro di Pompei.

Al termine della visita rimane la sensazione di aver preso parte a qualcosa di nuovo per la vetusta Pompei. Un parco archeologico che ha sofferto negli scorsi decenni di incuria e di manutenzione non efficace, tanto da essere additata come scandalo per l’intera Italia. Oggi Pompei è invece il simbolo di una ripartenza, il simbolo di una sfida vinta, per usare le parole del ministro del MiBACT Dario Franceschini proprio l’altra sera all’inaugurazione. Non resta che approfittare di quest’opportunità.

foro di Pompei: il capitolium si staglia contro lo sfondo del Vesuvio. Il Centauro di Mitoraj vigila sulla piazza.

* sono stata invitata in qualità di archeoblogger, grazie al lavoro di comunicazione dell’archeologia che svolgo sul mio blog Generazione di Archeologi e attraverso i miei canali social, twitter in particolare con l’account @maraina81. Data però la portata dell’evento, non potevo non parlarne anche qui, con un taglio, ovviamente, un po’ diverso.

Andar per vicoli a Genova: da via Giustiniani alla Collina di Castello

I Vicoli: Patrimonio dell’Umanità (e mio grande amore)

Ho vissuto per anni a Genova, e per me i “vicoli” erano quelli che percorrevo ogni giorno per andare a piedi da casa alla mia facoltà di Lettere in via Balbi. Dunque erano i vicoli di via San Luca, via Luccoli, via del Campo. Si tratta dei vicoli chiusi tra Sottoripa, i palazzi medievali affacciati sul Porto Antico, via San Lorenzo e, lato monte, dalla bella Strada Nuova, ovvero via Garibaldi con i suoi “Palazzi dei Rolli”, i palazzi signorili della Genova che conta(va): Palazzo Tursi, Palazzo Bianco, Palazzo Rosso. Era una passeggiata bellissima ogni volta, e l’aspetto più interessante era provare a cambiare stradina, rischiando seriamente di perdersi, ma scoprendo sempre nuove suggestioni e nuovi dettagli del quartiere più caratteristico e autentico di Genova.

Negozio di frutta in via del Campo, un angolo caratteristico dei vicoli di Genova

Via San Lorenzo, la grande arteria che dal Porto Antico sale verso la Cattedrale di San Lorenzo e ancora più su fino a Palazzo Ducale e alla chiesa del Gesù, divide letteralmente in due il quartiere dei vicoli di Genova. Esiste infatti un altro versante della città medievale, ancora più autentico, se vogliamo, che dalle traverse di via San Lorenzo si protende da un lato verso il porto, dall’altro risale fino a Porta Soprana (fuori della quale si colloca la Casa di Cristoforo Colombo) e risale la collina di Castello, l’area più antica della città.

Girovagando nei vicoli si incontrano palazzi di grande bellezza, come questo, a pochi passi da San Lorenzo

La collina di Castello, infatti, è il luogo sul quale sorgeva dapprima l’emporio ligure frequentato dagli Etruschi in età preromana: un luogo naturalmente fortificato, in altura ma con sbocco sul mare. Questa sua posizione strategica piacque anche ai Romani, per cui il primo nucleo di Genua sorse sempre in questi luoghi, anche se poi, col tempo, la città si espanse. Ma è nel Medioevo che Genova diventa finalmente se stessa. La conosciamo fin dalle scuole elementari come Repubblica Marinara al fianco e in perenne contrasto con Venezia, Pisa e Amalfi. La “Superba”, come verrà definita, scende dalla collina di Castello, si espande intorno alla darsena, costruisce un porto degno di una potenza marinara che trionferà sui mari per secoli (la storia di Genova sul mare è ben raccontata nella prima sezione del Galata – Museo del Mare di cui parlo qui).

Del suo passato medievale, nonché della sua vocazione come fondaco mercantile, come dicevo, rimane ampia traccia nel tessuto urbano dei vicoli: viuzze strette dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” come cantava De Andrè.

I vicoli alle pendici della Collina di Castello

uno scorcio di via dei Giustiniani

Se i vicoli che nominavo all’inizio, via San Luca e dintorni, ormai hanno perso parte dell’atmosfera antica, zeppi come sono di negozietti moderni (anche se bisogna pensare che i vicoli abbiano sempre avuto vocazione commerciale, trovandosi vicino al porto), i vicoli di là da San Lorenzo, che ridiscendono lungo via dei Giustiniani e poi salgono, parallelamente alla linea di costa, fino alla Collina di Castello, sanno ancora di antico e sono davvero suggestivi. Perdetevi ad ammirare i dettagli architettonici, le madonne sospese sui muri, gli archetti che decorano le pareti e gli archi che collegano i palazzi, così alti e così vicini che dalle finestre dirimpetto ci si può toccare.

Uno degli angoli più incantevoli di questo settore dei vicoli è la piccola piazza San Giorgio, sulla quale affacciano le due chiese apparentemente gemelle di San Giorgio e San Torpete. San Giorgio è intonacata in giallo, San Torpete in verde ed è una chiesa di rito ortodosso. Infatti, sulla piazzetta, una bottega di prodotti “dell’Est” ci dice che evidentemente qui fa capo una comunità russa. La raffigurazione di San Giorgio con il drago si trova sul portale di un palazzo qui nelle vicinanze, mentre un portale qui accanto alla chiesa è in pietra e sui lati ha, uno per lato, due medaglioni con due grandi teste-ritratto ad imitazione dei ritratti degli Antichi: una decorazione che si ritrova spesso a Genova sui portali d’ingresso dei palazzi storici.

Le due chiese di Piazzetta San Giorgio

Risalendo da qui ci teniamo il mare sulla destra (non lo vediamo, ma c’è), incontriamo in uno scorcio la piccola chiesa dei SS. Cosma e Damiano, poi salendo ancora, di vicolo in vicolo, ci troviamo davanti alla chiesa di Santa Maria di Castello. A lato di essa l’alta Torre degli Embriaci.

Un rilievo di San Giorgio e il drago su una porta vicino a Piazzetta San Giorgio

Si può visitare la chiesa di Santa Maria di Castello con la guida gratuita (a offerta) di un volontario che si spende perché questo scrigno di arte nel cuore della sua città venga conosciuto. Ha ragione. La chiesa è piuttosto antica, di età romanica, e reimpiega, nelle navate, colonne e capitelli appartenenti a chissà quali sontuosi edifici della Genua romana ormai non più conservati e impossibili da localizzare. Ogni cappella laterale è una scoperta: c’è quella di San Vincenzo Ferrer, quella di San Tommaso d’Aquino, nella quale si trova un polittico con decorazioni minute in oro che ne fanno più un oggetto scultoreo che non pittorico, quella di San Giovanni dei Fiorentini, decorato con piastrelle realizzate in Toscana, nello stile di Montelupo.

L’Annunciazione di Giusto di Ravensburg in Santa Maria di Castello

Ma ciò che davvero vale la pena di vedere di Santa Maria di Castello non è in chiesa, ma fuori, in un balcone che affaccia sul chiostro, dedicato ai santi dell’ordine domenicano cui la chiesa ad un certo momento della sua storia appartenne. Qui, sotto un soffitto a volte a crociera decorato con i profeti, i santi, i più importanti padri domenicani, sulla parete si trova una bellissima Annunciazione quattrocentesca del pittore tedesco Giusto di Ravensburg: intensa, coloratissima, vivace, ci mostra l’angelo vestito come un arcivescovo e la casa della Madonna arredata come le case signorili del Quattrocento genovese. Tanti dettagli su ognuno dei quali ci si potrebbe soffermare per ore! La chiesa per un certo tempo fu convento domenicano, per questo si trovano tanti riferimenti a quest’ordine monastico sulle pareti e un po’ ovunque nella chiesa. Il complesso occupava più edifici. Visitiamo solo la chiesa e ci affacciamo sul chiostro: nessun contatto con l’esterno, tutto racchiuso in se stesso.

la Torre degli Embriaci

Fuori della chiesa la Torre degli Embriaci, altissima, in pietra, ci racconta una storia che risale all’epoca delle Crociate, quando Guglielmo Embriaco tornò vincitore dalla presa di Gerusalemme del 1099 e dalla conquista di altre città con le cui ricchezze contribuì a finanziare la costruzione del Duomo di San Lorenzo. La torre, alta 41 m, è l’unica rimasta delle tante torri che nel medioevo costellavano il centro di Genova e delle quali fu decretato l’abbassamento con un editto del 1196. La grande fama di cui godeva ancora dopo un secolo l’Embriaco fece sì da risparmiare la sua torre, che oggi si staglia al di sopra dei palazzi, medievali anch’essi, che la racchiudono.

Proseguendo la salita si arriva al Castello e ancora più avanti incontriamo la sede della Facoltà di Architettura. Al termine della salita siamo a Sant’Agostino, dove si trova il museo dell’arte medievale e moderna della città, ospitato all’interno del convento dei monaci Agostiniani.

Per tornare su via San Lorenzo, al termine del nostro percorso, possiamo discendere lo Stradone Sant’Agostino che conduce alla chiesa medievale di San Donato (“ma quante chiese ci sono a Genova?” vi chiederete: tante, una più preziosa dell’altra); in alternativa, potete imboccare via di Ravecca, percorrerla tutta e arrivare a Porta Soprana con le sue due torri: l’estrema propaggine del centro storico.

Strade panoramiche nell’entroterra ligure: da Andagna a Rezzo

Ho parlato spesso nei miei post dell’entroterra della Provincia di Imperia: è un territorio variegato, nel quale si incontrano oliveti, pinete, boschi, piccoli borghi e chiesette, monti scoscesi dai quali, però, si vede il mare.

La strada di cui vi racconto oggi è davvero una chicca molto poco nota agli stessi abitanti del Ponente Ligure: collega il piccolo paesello di Andagna, nella Valle Argentina, con Rezzo, un altro piccolo borgo dal quale si raggiunge invece facilmente Pieve di Teco e da qui la Valle Arroscia, che scende verso Albenga, e la Valle Impero che scende, invece, verso Imperia.

Questo è un bel percorso da fare in moto. Consigliato soprattutto se vi piacciono i bei panorami e i boschi.

Poco prima di entrare in Molini di Triora, nella Valle Argentina, prendete il bivio per Andagna. Dopo poche curve giungerete al paesino di Andagna. Si tratta di un piccolo borgo dalle case in pietra strette le une alle altre, con una via stretta che lo attraversa nel quale a malapena passa un’auto. Il consiglio infatti è, se lo volete visitare, di parcheggiare all’ingresso del borgo, dove si trova un piccolo parcheggio. Vi conquisterà la vista sulla valle e sulle montagne, costellate di minuscoli paesini arroccati dei quali spiccano sempre i campanili.

Il panorama da Andagna

All’ingresso di Andagna si inforca la strada per Rezzo, segnalata dal cartello: non potete sbagliare. Cominciate a salire. Curva dopo curva, tornante dopo tornante, la strada vi stupirà, regalandovi viste mozzafiato e una selvaggia ma umile flora locale, la tipica flora spontanea dell’entroterra ligure, lilla dei cardi e gialla delle ginestre, qua e là bianca per le margherite.

La cappella di San Bernardo di Andagna

Incontrate, quale prima forma della presenza dell’uomo, la piccola cappella di San Bernardo. San Bernardo era nel Medioevo il patrono dei viandanti. Così, non stupisce che essa sia intitolata proprio a questo santo: l’architettura è molto semplice, e tipica delle chiesette di campagna liguri: un’aula unica, il tetto a spiovente, l’ingresso coperto da un ampio portico completo di panchine, in modo da concedere il riposo a chi, camminando, giungeva qui nei pressi. Nella facciata, solitamente si aprono due finestrine ed è da queste che si può spiare l’interno, visto che la chiesa è chiusa: la cappella di San Bernardo è affrescata su entrambe le pareti lunghe: sono rappresentate le vicende della passione di Cristo e poi su un lato le sette virtù teologali, sull’altra, in una magnifica rappresentazione, i sette vizi capitali, immaginati come personaggi maschili e femminili ben vestiti e a dorso d’asino, incatenati gli uni agli altri che inevitabilmente finiscono nelle fauci aperte di un drago/demonio. Proprio al di sopra di questa drammatica rappresentazione, in netto contrasto ideologico, sta la figura del Cristo risorto, al quale i viandanti e i pellegrini devono affidarsi se non vogliono finire divorati da Satana. Gli affreschi risalgono al Quattrocento e sarà curioso scoprire, alla fine di questo percorso, che la stessa raffigurazione dei Vizi Capitali si ritrova nel Santuario della Madonna Bambina di Rezzo.

La cavalcata dei vizi capitali affrescata all’interno della cappella di San Bernardo di Andagna

La cappella di San Bernardo si trova in una splendida posizione panoramica. Poco più avanti, la cappella di Santa Brigida svolgeva analoga funzione.

Ruderi a Drego

Tornante dopo tornante, si giunge nella piccola località di Drego. Oggi le sue due casine in pietra sono state riattate come agriturismo; quest’area, in posizione panoramica importante di controllo sulla vallata, è frequentata sin dall’età protostorica. Casette e ricoveri per i pastori, ormai ridotti a rudere si incontrano ancora. Qui, sul crinale, c’è ancora il pastore che durante il giorno manda al pascolo le pecore. Tra i fiori spontanei, stupisce la presenza della lavanda. Anzi, no, non ci stupisce: perché proprio qui a Drego c’è un piccolo campo di lavanda organizzato sulle fasce sul crinale: un angolo tutto lilla all’inizio dell’estate di cui ho parlato in questo post.

La lavanda a Drego

Ancora un bello spiazzo panoramico (da cui si vede il mare!) dove portersi fermare ed eventualmente intraprendere un sentiero, poi la strada entra, finalmente, in un grande grandissimo bosco: è il bosco di Rezzo, una grande faggeta abitata da molte specie selvatiche. La strada è un po’ sporca dalle tante foglie degli alberi e in molti punti è piena di buche: addirittura dalle buche più profonde emerge la mulattiera sottostante.

Km e km nel bosco non vi devono né scoraggiare né far credere di aver sbagliato strada: incontrerete ogni tanto un fontanello, un’azienda agricola, un monumento ai caduti durante la Guerra di Liberazione (il territorio fu interessato da tante azioni partigiane nel periodo ’43-’45). Infine, molte curve dopo, si arriva a Rezzo.

Prima di entrare in paese, una deviazione sulla sinistra vi conduce un po’ più in là, al Santuario della Madonna Bambina.

I Dannati dipinti sulla parete del Santuario di Rezzo

Questa chiesa romanica è molto ben conservata; soprattutto, conserva sulla parete destra due cicli pittorici notevoli. Uno, il più antico, risalente al primo Quattrocento, raffigura il Giudizio Universale: vi è raffigurato Satana con il volto mostruoso di Bes e le gambe aperte, un dannato condannato ad essere cotto allo spiedo, un altro è condannato alla ruota, il tutto tra fiamme e fiammelle; sembra di sentire il fuoco scoppiettare e i dannati urlare tanto è vivida, anche se ingenua, questa rappresentazione. Alla base la cavalcata dei Vizi Capitali, nuovamente incatenati gli uni agli altri e sontuosamente vestiti, non possono non andare a finire in bocca al demonio affamato. Sopra le loro teste, a mo’ di didascalia è indicato chi è l’Ira, chi l’Avarizia, chi la Gola.

La crocifissione dipinta da Guido da Ranzo nel Santuario di Rezzo

L’altro ciclo pittorico, immediatamente seguente, raffigura episodi della vita e della passione di Cristo, tra cui l’ingresso a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, l’arresto, la fustigazione, la Pietà e culmina nella bellissima crocifissione centrale, col Cristo tra i due ladroni e un centurione che gli conficca la lancia nel costato. Il pittore è Guido di Ranzo, pittore locale (Ranzo è un paese nelle vicinanze di Rezzo) molto attivo nella vallata tra il XV e il XVI secolo. Le sue figure (oggetto di un restauro recente) sono vivacissime, espressive, un trionfo di colori. Una vera narrazione per immagini, fatta apposta per una comunità che trovava di più facile comprensione i disegni che non le prediche dei prelati.

Il paese di Rezzo si trova più a valle rispetto al Santuario. La sua chiesa parrocchiale, col suo campanile, è comunque il monumento più eclatante, intorno al quale si dispone il resto del borgo medievale. La statua di un cavagnaro, ovvero di un costruttore di cavagni, cesti in legno di nocciolo col manico che si portavano sul braccio, ci racconta che gli abitanti di Rezzo ne erano abili costruttori.

La statua di un cavagnaro a Rezzo

Quest’itinerario termina qui. Ma nella valle di Rezzo sorgono anche i due borghi di Cenova e Lavina. Volete non visitarli? Aaah, mi pareva! Ma quest’altra gita, al momento, la rimandiamo ad un’altra occasione 😉

In cerca di lavanda: dove trovarla in Liguria

Ho fatto una scoperta bellissima, tutta lilla. È stata faticosa, ma ne è valsa la pena: ho scoperto una strada, una valle, dei panorami della mia Liguria di cui non sospettavo l’esistenza.

Era da un anno che volevo cercare la lavanda in Liguria. Tutto iniziò un anno fa quando venni a conoscenza del Museo della Lavanda a Carpasio, comune della Valle Argentina, in provincia di Imperia. Incuriosita, ma non trovando alcun contatto, telefonai direttamente al Comune di Carpasio, ed ebbi così la ferale notizia: il museo aveva appena, definitivamente, chiuso.

Desolazione!

Ma, pensai, se c’è un museo, vuol dire che la lavanda la coltivano comunque da quelle parti. Ho continuato ad indagare.

Ho scoperto che più in su nella Valle Argentina, ad Agaggio, c’è addirittura un’azienda che lavora i fiori di lavanda! L’Azienda Agricola e Distilleria Le Cugge ha, dice il sito web che ho studiato, i campi di lavanda a Drego, una piccola località che non si fa trovare quando la cerco su Google Maps.

Drego; uno sperone roccioso che anticamente ospitava un castellaro ligure

Ma non desisto. Calo l’asso: chiedo a mia sorella e a suo marito, che abitano a Molini di Triora e che conoscono bene la Valle Argentina. Mi dicono che Drego è la località in cui si trovano le case dell’Agriturismo La Fontana dell’Olmo che ha sede ad Agaggio (e nel cui agriturismo si mangia benissimo tra l’altro); ma per sapere come arrivarci bisogna chiedere direttamente a loro. E mi viene svelato il mistero.

Una rosa selvatica fiorita. Laggiù in fondo si scorge il mare

Si arriva a Drego risalendo la Valle Argentina quasi a Molini di Triora; qui si prende la deviazione per Andagna, un piccolo borgo in cui le case in pietra sono strette le une alle altre e un’auto a fatica lo attraversa, tanto è stretto. Vedo tetti in lastre di ardesia: non mi stupisco: c’era una cava qualche decennio fa un po’ più in su, nella montagna ligure.

La strada che devo prendere prosegue verso Rezzo. Vi racconterò di questo percorso in un post a sé perché merita. Qui vi dico solo che dopo parecchi tornanti e qualche panorama notevole, uno dei quali particolarmente mozzafiato, si arriva finalmente in località Drego.

Qui lascio la macchina approfittando del parcheggio dell’Agriturismo (non me ne vogliano, eh?) e vado a piedi, iniziando una bellissima passeggiata sotto il caldo sole ligure di fine giugno.

Il primo tratto di passeggiata è sulla strada asfaltata: sotto di me, pertinenza ancora dell’Agriturismo, ci sono dei filari di lavanda fioriti, ma non è questo il campo che sto cercando.

Qua e là incontro piante di lavanda nata spontaneamente sul ciglio della strada, abbarbicata ad una roccia, al di sopra di una fascia, all’ombra di un alberello di rosa selvatica (ne è pieno e sono tutte fiorite).

È un tripudio di fiori, non solo di lavanda, e di api e farfalle che ronzano e lavorano. Io le disturbo cercando di scattare foto a loro che si mettono in posa, in effetti, per favorirmi. È tutto molto bello.

Una farfalla si mette in posa sulla lavanda apposta per me! 🙂

La strada ad un certo punto, a 800 m circa dall’Agriturismo, fa un tornante. Sulla sinistra si inerpica una sterrata costellata da piante spontanee di lavanda e dalle inconfondibili “palline nere” delle pecore che hanno il proprio ovile poco più in su. Lo incontro, l’ovile; le pecore no, sono al pascolo. Incontro il pastore che, all’ora di pranzo, sta serrato nel suo stabbiolo di lamiera a pranzare. Un posto che sa di vetusto, di rurale. Ma poco più in su un pannello solare è l’unica concessione moderna ad un mestiere antico. Sì, perché quassù l’energia elettrica non ci arriva.

Saluto il pastore, e vado ancora più in su. Non devo salire molto: si intravvedono le fasce coltivate, cioè i muretti a secco tipici della Liguria, costruiti nei secoli dai contadini per strappare strisce di terra per la coltivazione. Le fasce davanti a me sono lilla, assolutamente lilla, risplendono alla luce del mezzodì. Sono affacciate su un panorama vastissimo, che spazia fino al mare laggiù in fondo.

Il campo di lavanda a Drego

Non sono le distese di Valensole, eh? Niente di paragonabile. Il campo non è molto esteso, occupa solo alcune fasce. La lavanda è disposta in filari paralleli, distanziati gli uni dagli altri: filari molto regolari, per favorire, senza dubbio, la raccolta e l’irrigazione. Ricordo che anche in Provenza i filari sono ben distanziati, anche perché le piante si sviluppano in altezza e larghezza e se non fossero distanziate si darebbero fastidio, togliendosi il sole a vicenda.

La fioritura mi sembra a buon punto, siamo a fine giugno del resto, il periodo in cui in Provenza i campi di lavanda sono la meta preferita dai viaggiatori. Presto i fiori dovranno essere colti per poter essere lavorati nella distilleria. Sono arrivata al momento giusto, ne sono sicura.

Il campo di lavanda di Drego

Essere arrivata fin quassù, poi, in questo luogo così selvaggio e assolutamente nascosto, mi dà la sensazione di aver compiuto una grandissima impresa.

È un luogo nascosto, è vero, ma la strada che collega Andagna con Rezzo, lungo la quale mi trovo, è un percorso che merita fare (adatto alle moto, senza dubbio). Ve ne parlerò nel prossimo post.

Cogito ergo… vado a Corigliano d’Otranto, il “Paese Filosofico”

Ricordo ancora il mio primo impatto con lo studio della filosofia al Liceo: mi sembrava una materia troppo lontana, poco concreta e difficilmente comprensibile. Ben presto mi accorsi invece che la filosofia è l’opposto: è la storia del pensiero umano e come tale riguarda ogni aspetto delle nostre vite e delle nostre società, attuali e del passato. La filosofia è molto più concreta di quanto non sembri.

A Corigliano d’Otranto questo lo sanno da anni, anzi da secoli!

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

Fuori dal borgo si stende il primo giardino filosofico d’Italia, il Giardino di Sophia. In esso, che è un giardino pubblico dove si può passeggiare, portare a spasso il cane, prendere il fresco, sono disposte delle colonnine che riportano, scritti su dei mezzi vasi, le capase, pensieri di importanti filosofi di tutti i tempi: riguardano l’amore, l’amicizia, la morte, la vita. Sono frasi scritte e pronunciate secoli e anche millenni fa (si pensi a Socrate o Platone) eppure sempre molto attuali. Un’app studiata appositamente permette di approfondire il pensiero dei filosofi; alcuni esercizi commerciali di Corigliano hanno studiato dei prodotti speciali collegati al Giardino di Sophia: il migliore, a mio parere, è la cicuta del Bar Castello: tranquilli, è un ottimo liquore alle foglie d’olivo, non è un veleno.

Ma la filosofia a Corigliano non si limita al Giardino di Sophia. Da sempre i suoi abitanti hanno una spiccata propensione al filosofeggiare, al pensiero morale e all’educazione civile. Sarà che siamo nella Grecìa Salentina, un’area del Salento dove si è mantenuta fino ad oggi una cultura di matrice greca, che deriva ancora dall’occupazione bizantina: qui la gente si saluta a suon di kalimera e kalispera (buongiorno e buonasera), parla un dialetto, il Grico, che ricorda tantissimo la lingua greca e soprattutto è fiera e orgogliosa di questa particolarità, che rende queste terre uniche nel loro genere. Sarà per questo che qui a Corigliano amano la filosofia, la cui culla fu appunto la Grecia antica.

Le porte di Corigliano, le finestre, gli archi di accesso alle corti interne, dal XVI secolo in avanti si popolano, sulle proprie architravi, di iscrizioni in latino, in greco, in italiano, che invitano chi legge a riflettere sui temi della convivenza civile e dell’unità familiare, sull’inutilità dell’invidia; vengono chiamate “pietre filosofe” e tra dotte citazioni ed evocazioni suggestive, ci sorprendono e dimostrano l’alto livello culturale dei committenti e dei proprietari. L’anima di Corigliano d’Otranto si rivela in queste iscrizioni, che costituiscono la peculiarità di questo borgo, cuore della Grecìa.

La torre dell’orologio di Corigliano d’Otranto

Sotto la torre dell’orologio l’iscrizione ci parla del senso del tempo; l’iscrizione sulla porta della città è un monito contro l’invidia. “Noli me tangere” recita una breve iscrizione su un arco. L’insegna di un panificio è un’iscrizione in latino che racconta in modo aulico come dalle spighe di grano (“i frutti trebbiati di Cerere” li definisce) si ottenga la farina. C’è anche l’avvertimento che un marito geloso (o un padre protettivo?) fa mettere sulla finestra di Paolina, alla quale nessuno si dovrà avvicinare, o verrà divorato da un avvoltoio. Alcune iscrizioni sono veri e propri proverbi: “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te“, per esempio; altre sono frasi benauguranti: “che questa casa resti in piedi finché la formica non avrà bevuto tutto il mare e la tartaruga non avrà compiuto l’intero giro del mondo“.*

Il monumento iscritto più bello tra questi esempi “privati” è l’Arco Lucchetti, del XVI secolo. Non si tratta semplicemente di un’iscrizione, anzi, forse il testo scritto è l’aspetto meno interessante: su quest’arco sono rappresentate scene simboliche complicate da distinguere, ma che riconducono al tema dell’unione familiare. Sul lato sinistro due figure, marito e moglie, sorreggono una stella a 8 punte, simbolo della buona sorte, mentre accanto ad essi un cane con un anello in bocca simboleggia la fedeltà coniugale. La stella a 8 punti contiene alcuni rilievi da riferirsi a favole di Fedro o Esopo e ai relativi insegnamenti morali, che altro non sono se non consigli per condurre una vita nella giustizia e nella rettitudine. Segue la rappresentazione di San Giorgio e il drago tenuto al guinzaglio dalla principessa. Sull’altro lato dell’arco, due grandi uccelli bevono da uno stesso recipiente d’acqua, e una gallina tiene in bocca un anello: nuovamente il richiamo è all’unione coniugale e alla vita insieme. Un messaggio beneaugurante ai proprietari della casa.

I rilievi sull’Arco Lucchetti di Corigliano d’Otranto

Infine, il castello, con le sue sculture di personaggi illustri, è a sua volta un monumento parlante: le statue poste sulla sua facciata riportano le virtù dei personaggi cui riferiscono. Ognuno dei quattro torrioni del castello, poi, è affidato a un santo, scolpito a bassorilievo, a indicare le virtù del buongoverno.

Il castello di Corigliano d’Otranto

 

Questo post fa seguito all’Educational Tour #santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina di cui ho scritto negli scorsi post.

* le traduzioni sono di Orlando D’Urso, che ci ha fatto da guida a Corigliano d’Otranto e che ha studiato le pietre filosofe della cittadina. 

10 cose da sapere sul Salento (che ho scoperto in un educational tour)

Lu sule, lu mare, lu ientuil Salento è noto per essere innanzitutto il bel mare della Puglia. Ed è vero: la fama di Gallipoli e Porto Cesareo supera di gran lunga i nostri confini. Il suo capoluogo, Lecce, è definita la Firenze del Sud per la bellezza dei suoi monumenti e del barocco leccese, e per il suo centro storico così ben tenuto. Negli ultimi anni, poi, grande successo sta avendo la Notte della Taranta e in generale la pizzica, la musica popolare salentina. Il Salento, ultimamente, gode di una grandissima notorietà, ma siamo sicuri che sia solo mare, ulivi, barocco leccese e pizzica?

In questo post vi racconto 10 aspetti del Salento assolutamente da sapere, che ho scoperto poco tempo fa nel corso di un educational tour in questa bella terra. Riguardano la cultura, le tradizioni locali, la storia; sono 10 aspetti che fanno sì che il Salento si distingua dal resto della Puglia e dal resto d’Italia.

1) La Grecìa salentina e il grico

La chiesetta di S. Stefano a Soleto, dove si fonde la tradizione greco-bizantina con quella latina. Soleto è parte della Grecìa salentina

Kalimera!“, “Kalispera!“: può capitare di passeggiare per Corigliano d’Otranto o per Soleto e sentire gli abitanti salutarsi in questo modo. Ohibò! Ma siamo in Grecia? Non esattamente: spostiamo l’accento e siamo in Grecìa, nella Grecìa salentina, una piccola area del Salento nella quale si parla il grico, un dialetto molto vicino alla lingua greca, perché storicamente è rimasta legata ad un lontano passato durante il quale la Puglia fece parte dell’Impero Romano d’Oriente. Nei secoli tra il VI e l’XI d.C., infatti, la Puglia fu sottomessa all’imperatore bizantino sia per quanto riguarda gli aspetti linguistici e culturali che per quanto riguarda la religione cristiana. Nonostante la conquista normanna della regione, qui fu mantenuta la lingua greca e il rito greco bizantino nella religione cristiana: pur riconoscendo l’autorità del papa, esso si discostava però dal rito cattolico romano per alcune peculiarità. Proprio questa differenza fu fortemente osteggiata nel corso dei secoli e fu principalmente colpa del papato se il territorio della Grecìa si ridusse drasticamente (oggi conta solo 9 comuni, tra cui l’orgogliosissima Soleto) e si perse alla fine l’usanza del rito greco bizantino (che è cosa diversa dal rito ortodosso!). Comunque sia, oggi, dopo 1500 anni ancora rimane il ricordo del passato greco della regione e nella grecìa ne vanno proprio fieri.

2) La pietra leccese

Colonna del portale della chiesa madre di Corigliano d’Otranto

La pietra bianco-giallastra del Salento vi colpirà per la sua luce e per le sculture a rilievo che la animano.

Non mi riferisco a quelle fatte dall’uomo, ma a quelle create dalla consunzione stessa della pietra! Sembrano colonne di corallo, più che di pietra, perché si creano sulla superficie tanti ghirigori del tutto naturali. Certo, poi gli scalpellini salentini ci aggiungono del loro: e così abbiamo gli esiti straordinari del barocco leccese, come le favolose decorazioni del duomo di Lecce, con la pietra scavata come fosse un ricamo, resa perciò leggerissima, in grado di dar vita a giochi di chiaroscuro davvero notevoli o a quelle teste così bizzarre e mostruose che adornano i mensoloni di sostegno dei balconi. Se abbandoniamo il capoluogo salentino e ci spostiamo nei borghi più piccoli, la questione non cambia: che siano i portali delle chiese, come quello, splendido, della chiesa madre di Corigliano d’Otranto, o che si tratti dei portali delle case private, la morbidezza di questa pietra ha consentito agli artigiani di realizzare dei capolavori di eleganza e di fantasia che lasciano a bocca aperta. La pietra leccese, infine, è luminosa, cattura i raggi del sole e li irradia all’intorno. E tutto diventa luce.

3) Il tarantismo

Accennavo alla Notte della Taranta: è una manifestazione che si svolge d’estate, a luglio, e che anno dopo anno attira sempre più giovani da tutta Italia, attirati dai concerti organizzati in ciascuna delle tappe, da Corigliano d’Otranto a Melpignano, e che vede nel ballo della Taranta, o della pizzica, il suo momento più importante; una danza ossessiva, fatta di passi semplici, ma antichi e faticosi. Ciò che non tutti sanno è da dove deriva la Notte della Taranta e perché è tanto radicata qui nel Salento.

Il tarantismo in realtà è tutto fuorché una festa: in passato era un rituale di guarigione delle giovani donne che venivano morsicate dalla tarantola, il ragno che si trova nei campi di grano. La fanciulla morsicata doveva espellere il veleno ballando forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica, andando in trance e fermandosi solo quando crollava esausta. Un’usanza pagana che la religione cristiana non riuscì a eliminare, ma che pose sotto la protezione di San Paolo. Così a Galatina nella cappella di San Paolo è scritto “vietato danzare in chiesa”: una frase quantomeno bizzarra, se non si conosce tutta la questione. Oggi il tarantismo non si manifesta più, perché sono cadute definitivamente le credenze rurali che avevano dato origine a questa pratica tutta femminile. Il ricordo rimane oggi nella Notte della Taranta, che però è tutt’altra cosa.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

4) Mamma li turchi!

Ci fu un lungo periodo in cui l’Italia meridionale, e la Puglia in particolare, fece gola ai Turchi. Nel 1480 Otranto fu conquistata da un ferocissimo comandante turco e dal suo nutritissimo esercito. La città dovette cedere all’assedio e ai cittadini maschi fu chiesto di convertirsi e sottomettersi. Ma essi rifiutarono. Così furono decapitati, uno dopo l’altro. Il primo decapitato, però, rimase ritto in piedi finché l’ultimo non fu giustiziato. Erano 500, mica pochi. La maggior parte dei loro crani e delle loro ossa è raccolta in tre grandi teche dentro la cappella della navata destra della Cattedrale di Otranto, mentre sotto l’altare si trova la pietra sulla quale venivano tagliate le teste. Un po’ macabro e lugubre, ma tant’è. Gli Ottomani trasformarono la cattedrale nella loro moschea, fino a quando Alfonso d’Aragona non espugnò nuovamente la città. Ai turchi in difficoltà non restò che rifugiarsi nella moschea/ex cattedrale, sperando così di essere salvi. L’esercito aragonese non si fece problemi, però, e distrusse il portale della chiesa irrompendo all’interno. Blocchi del portale sono oggi ricoverati al Castello Aragonese, la splendida fortezza che dopo la dominazione turca fu costruita per difendersi da eventuali successivi attacchi dei turchi.

La cappella dei 500 martiri di Otranto, con tutti i teschi e le ossa nelle teche alle pareti

5) Otranto, la cattedrale e Pantaleone

La cattedrale di Otranto vanta il pavimento a mosaico più esteso che si conosca. Il suo autore, il monaco Pantaleone, lo realizzò nel 1167. Nella navata centrale un lungo albero, l’Albero della Vita, si distende lungo tutto il percorso; ai lati dei suoi rami si dispongono le figure: animali reali o fantastici, Noè che costruisce l’arca, simbolo dell’uomo pio che obbedisce a Dio e proprio per questo avrà la salvezza; Alessandro Magno che invece pecca di superbia nei confronti degli dei così come i costruttori della Torre di Babele, rappresentati al lavoro sul grande cantiere che non avrà mai compimento. Al di sopra dell’albero Adamo ed Eva, la rappresentazione dei mesi attraverso il lavoro dell’uomo, Caino e Abele e Re Artù (chissà perché) e tante tante altre figure, non sempre così facilmente identificabili. Pantaleone attraverso il suo mosaico voleva illustrare al popolo di Otranto la differenza tra una vita retta e la tentazione del peccato, e la conseguenza che la scelta del peccato comporta: così è spiegato il lavoro dell’uomo, come conseguenza del Peccato Originale di Adamo ed Eva.

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

Artisticamente è impressionante: le figure sono grandi, a colori, si dispongono ordinate sul fondo bianco e costituiscono un tappeto che quasi dispiace calpestare. Del resto, però, il suo scopo era proprio quello di essere calpestato, vissuto, osservato: un pavimento parlante, in tutto e per tutto.

6) Il punto più a est d’Italia

Capo d’Otranto è il punto più a Est d’Italia. Sulla cima del promontorio un bellissimo faro, il faro di Punta Palascìa, è il luminoso custode di questo luogo così significativo. Inizialmente fu costruito dai militari dell’imperatore Carlo V come torre d’avvistamento per la sua posizione strategica sul canale d’Otranto. Oggi, che non vengono più pericoli dal mare, è un punto panoramico eccezionale, calato in un contesto naturalistico suggestivo e protetto.

Il faro di Punta Palascìa visto dalla cava di Bauxite fuori Otranto

7) Migrazioni

Il Canale d’Otranto è il punto in cui l’Adriatico è più stretto, ovvero dove la costa balcanica dista appena 60 km. Questo tratto di mare, oggi così bello, pacifico, amato per le spiagge e per il turismo estivo, è stato ancora non più tardi di 20 anni fa protagonista di speranze, e di morte in tanti casi, per i migranti albanesi. Ricordo, da giovanissima, le immagini di navi piene di gente, di carrette del mare straripanti di persone (immagini non molto diverse da quelle di oggi tra l’Africa e Lampedusa), i tg che dicevano quanti erano morti e quanti sopravvissuti all’ennesima traversata. Ogni tanto qualcuna di queste imbarcazioni affondava portando con sé le speranze e la disperazione di quella gente. Una barca è stata recuperata ed è diventata monumento alle migrazioni di ogni tempo. Si intitola “L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante”, realizzata da Costas Varostos. Si trova a Otranto, presso il porto, e il messaggio che veicola è quantomai attuale (Su questo monumento sono interessanti le riflessioni di lavoroculturale.org)

“L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante” di Costas Varodos è il relitto della nave KJater I Rades affondata nel 1997 con 120 migranti albanesi a bordo

8) Una terra antichissima

Si data al VI millennio a.C. questo volto dipinto della Divinità madre rappresentato sull’orlo di un vaso. Proviene dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, il più antico stanziamento umano della zona.

Il Salento da sempre è una terra ospitale. Questo è il messaggio che ci trasmette, all’interno del Castello Aragonese di Otranto, la sezione espositiva dedicata alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, una grotta che si trova nel Salento, importante perché conserva le testimonianze artistiche dei più antichi abitanti della regione. La Grotta dei Cervi fu frequentata nell’età neolitica da uomini dediti già all’agricoltura e alla produzione ceramica. Costoro usarono la Grotta probabilmente come santuario, perché coprirono le sue pareti di raffigurazioni geometriche, animali (i cervi che danno il nome alla grotta) e umane, con scene di caccia, ma anche simboli magici e figure astratte. Gli scavi condotti nella Grotta hanno restituito un buon quantitativo di oggetti in ceramica a decorazione impressa, la più antica e semplice, non realizzata al tornio, ma modellata a mano: il Neolitico è l’età in cui l’uomo diventa stanziale, scopre l’agricoltura e inventa la ceramica. Uno stadio fondamentale dello sviluppo umano, perché è quello che darà il via alla formazione delle società umane, dei villaggi e poi, a seguire, delle città.

La grotta non è visitabile; l’esposizione al Castello Aragonese, con la riproduzione delle rappresentazioni rupestri è il modo per restituire al pubblico il capitolo della storia più antica di questa regione.

9) I colori impensabili della natura

Attraversando la Puglia si resta colpiti dal paesaggio piatto, giallo, costellato di oliveti, qua e là una masseria fortificata, retaggio di un tempo in cui bisognava proteggersi anche nell’interno dalle incursioni dei Turchi. Il giallo e il verde argenteo delle fronde di olivo dominano la tavolozza del nostro orizzonte visivo. È il ritratto di una terra assolata, assetata anche, ma generosa.

Ci sono delle eccezioni a questa tavolozza. Una, incredibile, è la cava di bauxite poco fuori Otranto. Il rosso della terra, colorata dalla bauxite e dagli ossidi di ferro, e il verde dell’acqua del suo laghetto naturale sono accesissimi. Qui è stato sfruttato fino agli anni ’60 del Novecento un giacimento di bauxite. Scava che ti scava, però, la cava è arrivata un po’ troppo in profondità, tanto da intercettare la falda acquifera. In poco tempo è stato impossibile proseguire l’estrazione e il giacimento è stato abbandonato. Come in ogni favola a lieto fine, la natura si è riappropriata del suo territorio, e con che grazia l’ha fatto! Laddove l’affioramento della falda aveva fatto fermare gli estrattori, oggi c’è un laghetto la cui acqua verde sembra surreale. Intorno esso è racchiuso da pareti di roccia rossa, sulla quale sono cresciuti giunchi, arbusti, cardi e fiori vari. Un tripudio di colori vivaci e accesi, un inno alla natura vincitrice.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

10) Gli spettacoli incredibili delle luminarie

In Salento sanno festeggiare come si deve. La festa del Santo Patrono, poi, diventa un’occasione di gioia e di esaltazione senza pari! Nascono per questa gioiosa esigenza di culto le luminarie, che oggi sono diventate vere e proprie installazioni artistiche, che uniscono alle luci la musica e i suoni. Spettacoli che niente hanno da invidiare ai fuochi d’artificio, anzi, ancora più spettacolari se possibile. A vederle spente, queste architetture in legno bianco e lampadine sembrano solo una pacchianata a chi non ne conosce le motivazioni e il lavoro che c’è dietro. Ma quando si accendono, e vanno a ritmo di musica dando vita a veri e propri spettacoli seguiti da un pubblico estasiato, si capisce subito che dietro c’è un progetto studiato al dettaglio che unisce le competenze degli artigiani con quelle degli elettricisti, degli informatici e dei tecnici del suono. Insomma, si fa presto a dire luminarie. A breve, all’inizio di luglio, la festa di Santa Domenica a Scorrano sarà l’evento più atteso: cosa ci riserveranno le luminarie quest’anno? Perché qualche anno fa, stando a questo video, furono qualcosa di davvero incredibile.

Per fare le luminarie ci vogliono le lampadine… visitando la fabbrica di MarianoLight a Corigliano d’Otranto

Vieni a bloggare in Puglia: #Santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina

Quando meno te l’aspetti salta fuori un blogtour. Per la precisione, un educational tour nella Grecìa Salentina, che a sua volta è una piccola parte del Salento. Se il Salento è noto per il mare e per alcuni centri più importanti, come Lecce, Otranto, Gallipoli, la Grecìa è un po’ meno nota. Soprattutto, fuori dalla Puglia, non si sa che qui, in 9 comuni, si parla tranquillamente il Grico, un dialetto che deriva dalla lingua greca. Questa peculiarità è ciò che resta di un periodo ormai lontanissimo nel tempo in cui la Puglia fu parte dell’impero Bizantino, alla caduta dell’impero romano d’Occidente. Ciò comportò l’uso della lingua, il greco appunto, e del rito greco bizantino nel rito cristiano.

Ma andiamo con ordine. Tre blogger: io, Stefania Brutti per Memorie dal Mediterraneo e Mattia Mancini di Djed Medu – Blog di Egittologia. Il comune di Corigliano d’Otranto ci ha invitato durante il Festival dell’Inutile Santi Lumi 2017, una manifestazione culturale che si svolge in questo periodo nel Castello, proprio per farci scoprire questo territorio e le sue peculiarità culturali.

In questo post vi racconto ciò che abbiamo fatto e visto, mentre lascerò i tanti necessari approfondimenti a post successivi. Pronti a partire con noi?

1 giugno: Corigliano d’Otranto: il paese filosofico

Arriviamo a Corigliano nel pomeriggio. Il paese ci accoglie con un sole pieno che fa risaltare la pietra bianca leccese nella quale sono costruite il castello, la chiesa, i palazzi. Alloggiamo in uno splendido b&b dietro la chiesa madre: tre grandi appartamenti che affacciano su una corte interna. Il cielo blu si insinua tra le finestre diroccate del piano superiore.

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

L’appuntamento del pomeriggio, il primo incontro a Corigliano, è con il prof. D’Urso, il quale ci racconterà perché ci troviamo nel “Paese Filosofico”.

L’iniziativa è in effetti piuttosto recente. Anna Fiore, ex sindaco della cittadina, decide di allestire i giardini pubblici fuori dal castello come “Giardino di Sophia”: un percorso che attraverso motti e frasi celebri di importanti filosofi di tutti i tempi invita alla riflessione sulla vita e sulla condizione umana. La storia del pensiero occidentale è una delle basi della nostra cultura, senza che ce ne accorgiamo, viviamo totalmente in una società che deriva i suoi concetti fondamentali addirittura dai grandi pensatori greci. E infatti frasi di Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, poi di Seneca, di Sant’Agostino e ancora di Nietzche e di Voltaire ci accompagnano nel giardino: non sono riflessioni oscure e incomprensibili, ma al contrario parlano dei sentimenti e delle passioni umane, dell’amicizia, della morte: la filosofia sa essere molto concreta, a volte. Inizialmente, con l’apertura del Giardino di Sophia, alcune attività commerciali di Corigliano avevano creato dei prodotti specificamente dedicati. Di tutti proveremo la Cicuta, un liquore a base di foglie d’olivo, che richiama nel nome il veleno che dovette bere Socrate condannato a morte.

L’idea del “paese filosofico” affonda a Corigliano radici ben più profonde, però: sugli architravi delle porte, sugli archi di accesso alle corti interne compaiono varie e tante iscrizioni in latino: alcune sono quasi incomprensibili, altre mezze cancellate dal tempo, altre ancora invece sono traducibili: sono moniti contro l’invidia, formule di protezione della propria casa, messaggi di invito alla pacifica convivenza civile. Tra tutte risaltano la lunga iscrizione sotto la torre dell’orologio e l’Arco Lucchetti, che più che essere iscritto è istoriato con scene simboliche il cui significato, molto criptico, riconduce all’unione familiare.

Visitiamo anche la chiesa madre di Corigliano d’Otranto, della quale ci colpisce il pavimento a mosaico che ricorda per molti aspetti il mosaico della cattedrale di Otranto, anche se quello è decisamente più antico e più carico di significati religiosi e simbolici.

Il castello di Corigliano d’Otranto

In serata raggiungiamo il castello, con le sue belle torri e il fossato intorno. Anche il castello è “parlante”: una serie di statue sulla facciata portano iscritta la virtù alla quale ogni personaggio si riferisce. Il castello ha una corte centrale, usata per eventi come il Festival dell’Inutile, sulla quale si aprono degli ambienti al piano terra: alcuni, indagati archeologicamente, hanno restituito materiali che saranno allestiti presto in un museo all’interno del castello, ancora in fase di progettazione.

2 giugno – mattina: Soleto e Galatina

Due paesi a pochissimi km l’uno dall’altro, totalmente diversi per l’eredità culturale di cui sono portatori: Soleto è Grecìa, in paese la gente parla il Grico come se fosse la lingua madre e finché ha potuto ha aderito al rito cristiano greco-bizantino, che fu a lungo osteggiato da papi e principi cattolici di rito romano. Galatina invece si arrende prima alle imposizioni religiose di Roma, grazie ad una forte presenza dei Francescani, e infatti oggi non fa parte della Grecìa. Ma per meglio capire le differenze tra i due paesi e i due riti religiosi, cosa c’è meglio dell’arte?

A Soleto visitiamo la piccolissima chiesa di Santo Stefano, interamente affrescata all’interno con scene della vita di Santo Stefano, della vita di Cristo, del Giudizio Universale e con la rappresentazione della Sophia, la Saggezza di Cristo, rappresentata due volte, sia come un Cristo giovanissimo e imberbe, che come figura femminile, ma sempre benedicente. Iconografie densissime, spesso di difficile lettura, realizzate da pittori sia di tradizione bizantina che di tradizione latina: lo scopo era la convivenza pacifica di due culture. In tutto questo tripudio di figure e di colori una delle raffigurazioni più intriganti è quella del Diavolo che tenta Gesù nel deserto con zampe di rapace e saio da frate francescano.

La scena del Diavolo tentatore rappresentato con zampe da rapace e il saio da francescano è una delle scene più bizzarre nella chiesa di Santo Stefano

A Galatina i frati francescani riescono nell’impresa di imporre il rito cattolico romano. La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, interamente dipinta nello stile gotico internazionale, ricorda per certi versi la basilica Superiore di S. Francesco d’Assisi. Ogni campata della navata centrale qui è dipinta con un tema diverso, l’Apocalisse, le storie della Bibbia, la vita di Cristo; ma l’immagine più importante è quella, sul soffitto, ben evidente a chi entra, dell’amigdala con al centro Cristo e il papa, del quale è così sancita la preminenza assoluta.

Una passeggiata per il centro di Galatina è occasione per scoprire, presso la cappella di San Paolo, il fenomeno del tarantismo: quello che oggi è occasione di festa e musica, la Notte della Taranta, fino ancora a pochi decenni fa era un’usanza difficile da definire, era il rituale di danze forsennate che le donne morsicate dal ragno ballavano andando in trance al ritmo ossessivo della pizzica.

Nel pomeriggio andiamo a Otranto. La bella cittadina sul mare ci accoglie dalla sua porta nelle mura, realizzate da Alfonso d’Aragona dopo aver ripreso la città che nel 1480 era stata assaltata e occupata dai Turchi. Quel giorno 500 martiri che rifiutarono di divenire schiavi furono decapitati. Le loro ossa sono raccolte in grandi teche esposte nella navata destra del Duomo. Ma certo non sono la cosa più eclatante.

Il grande pavimento a mosaico del duomo di Otranto colpisce innanzitutto perché si stende su tutta l’estensione della chiesa, sia nella navata centrale che in quelle laterali. Realizzato dal monaco Pantaleone nel 1167, il mosaico è la summa degli insegnamenti cristiani uniti alla cultura greca: compare Alessandro Magno accanto a Mosè, per fare un esempio. La rappresentazione dell’Albero della vita in cima al quale si trovano Adamo ed Eva, i 12 mesi coi lavori dell’uomo, Caino e Abele e re Artù è tuttora di difficile comprensione. Sotto la chiesa si apre la cripta, sorretta da tante colonnine e capitelli di reimpiego (quelle cose belline che piacciono a me).

Passeggiando per Otranto

Quando torniamo alla luce passeggiamo per Otranto, bellissima, con le sue casette bianche che mi ricordano, non a caso, l’altra sponda dell’Adriatico. Quindi, ci rechiamo al Castello Aragonese, la fortezza a difesa della città e del Canale d’Otranto, oggi sede espositiva e punto panoramico, ma all’epoca luogo del potere e della difesa: le sue stanze hanno pareti spessissime di pietra, con lunghe bocche per i cannoni al posto delle finestre. Oggi, il Castello ospita mostre temporanee (da metà giugno una mostra su Caravaggio) e presenta i reperti provenienti dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, nota per le sue pitture rupestri, ma non aperta al pubblico.

L’ultima tappa di questa giornata è la cava di bauxite poco distante: un luogo magico in cui la natura si è riappropriata del proprio spazio dopo essere stata abbandonata dall’uomo. Con questo paesaggio coloratissimo negli occhi rientriamo a Corigliano d’Otranto.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

3 giugno – il vasaio e le luminarie

Prosegue il nostro tour culturale alla scoperta, questa volta, dell’artigianato locale. Innanzitutto andiamo nell’azienda Colì, vasai di Cutrofiano dal lontano 1650: una tradizione familiare che si trasmette di padre in figlio. L’azienda è molto ampia, il forno è lunghissimo, concepito in modo da cuocere gli oggetti in terracotta alla temperatura costante di 800° per tante ore senza rischiare la cottura imperfetta, responsabile della rottura dei vasi. In azienda ovviamente si adottano le più avanzate tecnologie e si seguono le tendenze del gusto e del mercato. Ma ciò che rimane tradizionale è la vera forza di questo luogo: la lavorazione al tornio della materia prima. Giuseppe Colì si mette all’opera davanti ai nostri occhi e realizza un miracolo di argilla semplicemente facendo ruotare il tornio e usando sapientemente le mani e le dita. Uno spettacolo ipnotico.

il vasaio Giuseppe Colì all’opera mentre realizza un vaso al tornio. Giuseppe è campione internazionale di ceramica al tornio

A seguire visitiamo l’azienda MarianoLight che produce una cosa fondamentale per le feste di paese in Salento e in Puglia (e in generale al Sud): le luminarie. Si tratta di impalcature in legno bianco di varia forma e dimensione e variamente assemblate alle quali sono applicate lampadine assortite colorate. Quello che non sapevo è che con le luminarie si possono creare spettacoli di luci e musica, vere coreografie che lasciano a boccia aperta, e non solo: tra i committenti non ci sono solo i paesi, ma anche i brand di lusso, come Bulgari o Louis Vuitton, che commissionano scenografie luminose che ben si sposano con l’idea di lusso smodato. In questo campo la tradizione incontra l’innovazione tecnologica nella scelta delle luci più adatte (led o rgb), nei software da utilizzare per l’accensione delle luci in dialogo con la musica, nello studio di architetture sempre più elaborate e stupefacenti. Roba da restare con la bocca aperta. Non guarderò mai più le luminarie con gli stessi occhi, lo giuro!

Il teatro romano di Lecce e il campanile del duomo sullo sfondo

Nel pomeriggio, l’ultimo in Salento, ci spostiamo a Lecce. Qui facciamo un bel giro nel centro storico, attraverso Porta Rudiae fino al Duomo dedicato a Sant’Oronzo, poi fino a Piazza Sant’Oronzo nella quale si apre l’anfiteatro romano, quindi verso il teatro romano e infine entriamo a vedere gli scavi archeologici sotto palazzo Castromediano-Vernazza: siamo tutti e tre archeoblogger, del resto, e non potevamo resistere al richiamo!

Si conclude il blogtour #santilumi17 con un lungo viaggio in treno la domenica mattina, lungo tutta la linea ferroviaria adriatica. Impegnativa, ma è valsa davvero la pena. Grazie a Coolclub che ci ha contattato per conto del comune di Corigliano d’Otranto, nostro ospite e organizzatore dell’evento. In questi giorni ho conosciuto una terra di cui non solo a malapena conoscevo l’esistenza, ma che mi ha stupito per la profondità culturale di cui è capace. Il Salento non è semplicemente bel mare, è una terra di tradizioni antiche che sono riuscite a preservarsi e che sono il punto di forza di questa regione. Personalmente mi sono innamorata della Grecìa Salentina. Nei prossimi post ve lo dimostrerò!