Spagna del Sud

Un lunghissimo viaggio da est a ovest della Spagna mediterranea, da Barcellona a Cadice. Ecco, giorno per giorno, il racconto del nostro itinerario. Olè!

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Barcellona – 31/05/2016

Ritorno a Barcellona

Un dragone cinese, un ombrello e un lampione: bizzarre decorazioni moderniste su un palazzo de La Rambla di Barcellona

Un dragone cinese, un ombrello e un lampione: bizzarre decorazioni moderniste su un palazzo de La Rambla di Barcellona

Né di Venere né di Marte ci si sposa o ci si parte. Ma noi, in sommo spregio dei luoghi comuni, partiamo proprio di martedì. Aereo da Pisa Aeroporto per Barcellona El Prat con Vueling.

Per la verità un imprevisto del martedì c’è stato: il Terravision delle 9 che avevamo prenotato è stato soppresso. Risultato: siamo corsi ai ripari acquistando all’ultimo minuto il biglietto della compagnia alternativa Autostradale. Comunque siamo arrivati in aeroporto e il viaggio è andato bene: alle 15.30 siamo sull’Aerobus da El Prat a Barcellona. L’Aerobus è wi-fi munito: un servizio non da poco.

La nostra camera, al Pension 45, è in una traversa della Rambla appena sotto Plaza de Catalunya: posizione comodissima che si fa perdonare il disagio di non avere il bagno in camera. Non possiamo aspettare, e ci buttiamo subito in strada.

Il Mercat de la Boqueria

Il Mercat de la Boqueria

La strada è la Rambla, ovviamente: la lunga via pedonale che da Plaza de Catalunya arriva fino al Port Vell. La prima tappa obbligata è il Mercat de la Boqueria. Rispetto alle altre occasioni in cui vi ero stata (l’ultima nel 2007), questa volta l’ho trovato troppo troppo turistico. Forse oggi ho più esperienza di mercati, non so, ma l’ho trovato privo di quella genuinità che ci si aspetterebbe da un posto del genere. Ci ributtiamo sulla Rambla, una deviazione verso Santa Maria del Pi, chiesa gotica forse meno nota, ma che non ha niente da invidiare alle altre chiese del Barri Gotic, fino a Plaça Reial, un’elegante piazza quadrangolare con portici, palme e caffé, quindi concludiamo la discesa della Rambla presso il Mirador di Cristobal Colon, la grande colonna sopra la quale Cristoforo Colombo ci indica col braccio puntato la via delle Indie per “buscar el Levante por el Poniente“.

omaggio a un trasportatore di pietre sul portone di Santa Maria del Mar

omaggio a un trasportatore di pietre sul portone di Santa Maria del Mar

Percorriamo il lungomare fin quasi a Barceloneta, dopodiché ci sorprende la pioggia e non possiamo far altro che ripararci nel quartiere della Ribera, nella chiesa di Santa Maria del Mar, forse il mio luogo preferito di Barcellona. La chiesa è stupenda: ogni pietra è il sudore di uomini che per voto e disperazione ogni giorno nel Medioevo salivano alla montagna del Montjuic e si caricavano un blocco di roccia sulle spalle, quindi lo portavano fino al mare, dove gli scalpellini lo riducevano in blocchi di pietra, che i muratori assemblavano, via via ad ottenere questo sobrio e commovente capolavoro del gotico. Proprio le figure di due di questi anonimi portatori di pietre animano il portone della chiesa. La storia della costruzione è ben narrata ne La Cattedrale del Mare di Ildefonso Falcones.

Smette di piovere poco dopo, e ci rimettiamo in marcia. Entriamo nel Barri Gotic, ma ad accoglierci sono i resti delle mura romane della città, talmente interate nel tessuto urbano stratificato che nessuno ci fa più caso. Un altro segno del passato più antico di Barcellona è nascosto sotto il pavimento della piccola chiesa dei Santi Martiri Giusto e Pastore: essa sorge infatti sui resti di un grande battistero paleocristiano di VI secolo d.C.

la cattedrale di Barcellona

la cattedrale di Barcellona

La cattedrale di Barcellona è poco distante. Anch’essa sorge vicino ai resti delle mura e dell’acquedotto romano. Dietro di essa, invece, l’archivio storico di Barcellona apre su un patio che ha un che di arabeggiante, un’oasi di pace con un bel terrazzo da cui si ammira il campanile.

La nostra giornata si conclude con una cena nel Barri Gotic, una passeggiata fino alla darsena e all’imbarco traghetti verso le Baleari, e infine la risalita lungo la Rambla fino alla nostra pensione. Per oggi è tutto, buonanotte.

La buca delle lettere dell'Archivio storico di Barcellona, vicino alla cattedrale

La buca delle lettere dell’Archivio storico di Barcellona, vicino alla cattedrale

Barcellona – 1/06/2016

La Barcellona di Gaudì

La terrazza serpentiforme di Park Guell

La terrazza serpentiforme di Park Guell

Il nostro itinerario odierno abbandona il medioevo e gli splendori architettonici del gotico per saltare di parecchi secoli all’altra corrente architettonica che ha reso celebre Barcellona nel mondo: il Modernisme.

Cominciamo con un luogo simbolo: Park Güell. Arriviamo in cima dopo una lunga salita dalla fermata metro di Vallcarca, ma la vista sulla città ci ripaga della fatica (nessuna paura: gran tratto è coperto da scala mobile). Il parco, che ospita la Casa Museo Gaudì e che è famoso perché qui Gaudì ha dimostrato di essere anche un architetto del paesaggio, recentemente ha sottoposto a bigliettazione (quindi a pagamento) l’accesso alla parte più spettacolare del parco: la grande terrazza con la panchina decorata a mosaico di azulejos, la sala ipostila sottostante e il lucertolone. La coda per accedere al cuore di Park Güell è lunga, ma vi assicuro che è più lunga quella per entrare alla Sagrada Familia.

La bella struttura del Mercat de SantìAntoni, attualmente in restauro

La bella struttura del Mercat de SantìAntoni, attualmente in restauro

Prima, però, andiamo a pranzo da tutt’altra parte della città, al Mercat de Sant’Antoni. La bellissima struttura in ghisa del primo Novecento è in ristrutturazione. Il mercato è stato ricavato nella strada antistante, ed è qui che io mangio la piattata di frutti di mare più divertente degli ultimi anni.

Dopo pranzo torniamo sulla Ruta del Modernisme: sul Passeig de Gracia ci limitiamo a contemplare le facciate di Casa Amatller, Casa Batllò e della Pedrera, quindi, in una via limitrofa, quella di Casa Les Punxes; sono tutte capolavori del Modernismo, ognuna eccentrica a suo modo, ognuna assolutamente imperdibile. Di queste, Casa Les Punxes è forse la meno nota. Tuttavia si fa ricordare, con le sue torrette e le guglie, e le decorazioni a fiori di ghisa sul corrimano delle scale nell’ingresso.

Infine, all’ora prescritta dal biglietto, entriamo alla Sagrada Familia.

La Sagrada Familia vista dal parco retrostante

La Sagrada Familia vista dal parco retrostante

Tappa fissa di ogni viaggio a Barcellona, la Sagrada Familia non è mai identica a se stessa: procedono infatti i lavori di costruzione e di restauro dell’edificio. In effetti entrando al suo interno non colpisce tanto la sacralità del luogo, quanto piuttosto l’aspetto di eterno cantiere. Per la prima volta ho fatto caso ad una chiesa sottostante, effettivamente usata per le funzioni religiose. Per il resto, invece, la Sagrada Familia è il monumento di se stessa: la luce del suo interno, i colori delle sue vetrate, la selva di colonne che imitano davvero tronchi di alberi, il soffitto luminoso, le torri cui nel 2003 ancora si poteva accedere e oggi no, tutto ciò contribuisce ad accrescere il mito della chiesa e di Gaudì.

L’apparato scultoreo delle due facciate esterne, poi, è qualcosa di commovente per la cura dei dettagli e l’attenzione all’esattezza evangelica. Gli insetti sul portale della chiesa sono invece un esercizio di stile che ci ricorda quanto l’architettura di Gaudì derivi dall’osservazione della natura. All’estro e al genio di Gaudì si sommano le esperienze e l’apporto di altri artisti che in anni recenti si sono avvicendati alla realizzazione delle decorazioni esterne. Per questo gli stili delle due facciate sono così differenti, anche se entrambe molto aderenti al racconto dei Vangeli.

La sera a cena restiamo in zona: La Paradeta, un posto nel quale scegli il pesce che vuoi e loro te lo cucinano. Roba da farci l’abbonamento.

 

Vilanova del Penedès e Tarragona – 2/06/2016

In Catalogna non c’è solo Barcellona.

Palau de la Musica Catalana, Barcellona

Palau de la Musica Catalana, Barcellona

Ultima mattina a Barcellona. Per colazione andiamo a procurarci frutta al Mercat de la Boqueria, poi ci inoltriamo nel Barri Gotic, facendoci guidare dai nostri piedi, tenendo come riferimento solo la direzione della Rambla. Passo dopo passo, soffermandoci di tanto in tanto a contemplare la facciata di qualche bel palazzo, arriviamo fin davanti al Palau della Musica Catalana, l’ultimo capolavoro modernista della città nel quale ci imbattiamo.

La mattinata scorre veloce, è già ora di pranzo, dopodiché dovremo tornare in aeroporto, dove ci aspetta la nostra auto a noleggio (presa con Hertz, tramite Rentalcar.com). Pranziamo al Mercat de la Boqueria, quindi recuperiamo le valigie e ci dirigiamo in Plaça de Catalunya per prendere l’Aerobus.

In aeroporto recuperiamo la macchina, una Opel Adam color cioccolato.

Il vero viaggio inizia ora!

La prima meta del nostro tour della Spagna è Tarragona. Prima però, ci concediamo una deviazione nell’interno, fra i vigneti che fanno capo alla piccola e assolata (e addormentata) Vilafranca del Penedès. La cittadina è nota anche per i Castellers, coloro che per le feste religiose costruiscono piramidi umane ai limiti della sicurezza e dell’incolumità fisica. Quella dei Castellers dev’essere una pratica diffusa nella regione: anche a Tarragona è praticata e ritenuta importante, tanto da essere ricordata da un monumento lungo la sua Rambla. Vilafranca non è all’altezza delle nostre aspettative: la siesta regna sovrana, tutto chiuso eccetto qualche bar che però non propone vino! I pochi rivenditori aprono alle 18, tra l’altro, così come le cantine del territorio (così ci informano al Tourist Office). Ci sarebbe il Vinseum, il museo del vino dirimpetto alla bella chiesa del borgo. A questo punto, però, preferiamo proseguire per il nostro itinerario.

L'anfiteatro romano di Tarragona

L’anfiteatro romano di Tarragona

E così nel pomeriggio inoltrato arriviamo in un’assolata Tarragona. Parcheggiamo nel centro della città (non lo fate: costa tantissimo!), ma puntiamo subito all’anfiteatro romano della città, vista mare e splendidamente conservato. L’anfiteatro, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, è visitabile ed è uno dei siti archeologici più noti di Spagna. La sua storia millenaria vede la sua nascita nel II secolo d.C., il martirio di tre santi cristiani nel III secolo d.C., l’abbandono e il sorgere di una chiesa di epoca visigota nel VI secolo d.C. nel bel mezzo dell’arena, quindi la costruzione di una chiesa più grande e infine di un monastero. Queste pietre ne hanno di storie da raccontare, e il mio occhio da archeologa è a dir poco affascinato. Tarragona, anticamente Tarraco, ha conservato tantissime testimonianze del suo passato romano, ma l’anfiteatro è senza dubbio il più importante, perciò limitiamo la “quota archeologia” solo a questa visita.

Tarragona, in piazza della Cattedrale

Tarragona, in piazza della Cattedrale

Ma il centro storico di Tarragona ha molto altro da offrire: la cattedrale di Santa Tecla, la più grande della Catalogna, è imponente e bellissima da fuori. Affaccia su una piazzetta gradevolissima da cui scende una scalinata che porta alla viuzza sottostante. Un edificio porticato su un lato della via, sull’altro le murature a vista lasciano intravvedere antiche iscrizioni di cittadini tarraconensi che vivevano qui nei primi secoli della nostra era. Si potrebbe passare ore a cercare di leggere i nomi, di vedere come nulla è andato distrutto, ma solo abilmente reimpiegato. Da qui alla piazza del Foro romano è un attimo: piena di vita, di localini e di tapas bar. Noi però preferiamo un ristorantino tranquillo vicino alla cattedrale: il proprietario parla discretamente l’italiano, colleziona caffettiere e ci racconta parecchie cose sulle pietanze che mangiamo, un po’ come essere a cena da un ospite particolarmente affabile. E la serata non potrebbe concludersi meglio.

Valencia – 3/06/2016

Il nostro hotel, a Tarragona, è poco fuori dal centro storico, ma vicino alla Rambla Nueva, la lunga arteria cittadina che giunge fino al mare. Qui osserviamo un po’ di vita cittadina: il mercatino dell’antiquariato lungo la Rambla, il Mercado Central col suo pesce a poco prezzo.

un'istituzione valenciana, l'Horchateria de Santa Catalina, specializzata in Orchata, la bibita tipica della città

un’istituzione valenciana, l’Horchateria de Santa Catalina, specializzata in Orchata, la bibita tipica della città

Infine partiamo. La nostra prossima destinazione, Valencia, ci attende. È un viaggio piuttosto lungo, che si inoltra nell’interno della regione. Quando entriamo nell’Azahar il territorio si riempie di aranceti. Pranziamo in uno di quei ristoranti lungo la via frequentati dai camionisti, che sono universalmente i migliori per il rapporto qualità/prezzo. E infatti è con la panza piena e soddisfatta che arriviamo a Valencia. Il nostro hotel è lievemente fuori dal centro, ma ben fornito di autobus, ed è così che ci muoviamo, sia oggi che domani. Prima di uscire, però, mi assicuro di non fare code domani all’ingresso dell’Oceanografic, e acquisto online i biglietti per domattina alle 10, all’apertura.

L’autobus 62 ci porta direttamente in centro, in Plaza dell’Ajuntamiento, la grande e scenografica piazza su cui affacciano i due palazzi modernisti del Municipio e delle Poste. Poco oltre, la grande stazione ferroviaria è un altro superbo edificio modernista. Accanto si riconosce l’Arena. Puntiamo verso la Cattedrale, che è un po’ il cuore pulsante del centro storico. Ma prima una sosta è d’obbligo: al Café Santa Catalina, uno dei posti migliori, se non il migliore, per bere un bicchiere di orchata, magari pucciandoci dentro i fartons. L’orchata è una bevanda zuccherosa e densa ottenuta dai semi di chufa, in italiano cipero. È bianca e lattiginosa e si presta benissimo per inzupparvi i fartons che sono dei lunghi dolci di sfoglia, spruuzzati di zucchero a velo. La merenda è fatta, possiamo proseguire.

Porta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Porta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Girelliamo un po’ nei vicoli tra Santa Catalina e la Cattedrale. Quindi giriamo intorno alla Cattedrale, nella piazza dietro, la cui fontana rappresenta il fiume di Valencia, il Rio Turia, sottoforma di un giovane uomo nudo e disteso. Il rio Turia è stato deviato in passato dal suo corso all’interno della città. Al posto del letto del fiume oggi c’è un’ininterrotta successione di giardini e parchi pubblici, che ha il suo culmine nella Ciutat de Ciencias y artes di Valencia, un meraviglioso e futuristico complesso architettonico firmato Calatrava: una spettacolare impresa urbanistica, molto ben riuscita, nella quale trova posto tra gli altri, l’Oceanografic.

Dopo le 18.30 la cattedrale apre gratuitamente: approfittiamo dell’occasione e ci infiliamo subito nella cappella laterale che accoglie il Caliz: una coppa di agata rifinita in oro ritenuta il vero Santo Graal. A prescindere dal fatto che si tratti davvero di una reliquia, e dal fascino che l’idea del Graal in sé suscita, questa cappella è davvero suggestiva, e quasi mi disturbano quelle due/tre persone che continuano a scattare foto, quando in realtà ci vorrebbe solo contemplazione. Dal campanile della Cattedrale, il Miguelete, si vede tutto il panorama della città. Quando usciamo facciamo ancora un giro qui nei dintorni: il mercato circolare della Redonda, uno spazio recentemente restaurato e recuperato che ospita alcune botteghe accanto ai negozi di souvenir. Quindi ci allarghiamo all’area del Mercato centrale e della Lonja de la Seda, un tempo sede del mercato della seta, che visiteremo domani. Infine ceniamo in Calle dos Caballeros, una lunga via pedonale che conduce nuovamente dietro la cattedrale. Infine, in Plaza dell’Ajuntamiento, prendiamo al volo l’ultimo bus 62 della giornata.

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

 

Valencia – 4/06/2017

Il parco oceanografico di Valencia

Il parco oceanografico di Valencia

Ci sorprende la pioggia mentre, alle 10, siamo in coda per entrare all’Oceanografic. L’acquario più grande d’Europa fa parte di quello spettacolare complesso urbanistico che è la Ciutat de Sciencias y arte progettato a Calatrava, che è valenciano e realizza per la sua città qualcosa di veramente bello. Nell’Oceanografic si alternano spazi chiusi interrati che ospitano le vasche dei pesci nei vari ecosistemi e spazi aperti nei quali stanno le foche, il coccodrillo, i pinguini. In una voliera a forma di sfera stanno dei coloratissimi ibis. C’è anche un delfinario che a orari prestabiliti fa spettacoli per il pubblico. Le parti più spettacolari sono ovviamente le gallerie, in particolare quella degli squali, dove ci siamo divertiti come bambini, ma a me è piaciuta particolarmente la vasca dei beluga, cetacei bianchi che vivono nell’Artico, che non avevo mai visto prima dal vivo.

Uno dei gargoiles che decorano la Lonja de la Seda

Uno dei gargoiles della Lonja de la Seda

Quando lasciamo l’acquario, decidiamo che dopo aver visto tutti quei pesci, occorre mangiarne! E allora andiamo in centro, al Mercato Central e qui ci fermiamo al Caffé Central, al suo interno. I calamari grigliati sono davvero gustosi, ma girando poi tra i banchi ci facciamo tentare dal formaggio di capra e completiamo così questo pranzo di sapori valenciani. Accanto al Mercato c’è la Lonja de la Seda, il mercato della seta e sede del Consiglio del Commercio cittadino della Valencia del Cinquecento: è un elegante palazzo civile gotico, tuttavia con molti legami con la religione, come la presenza di una cappella e dei gargoiles sulle pareti che qui, come nelle chiese, simboleggiano le varie forme del peccato che non possono stare in un luogo sacro: indicano il valore quasi sacrale dato al commercio e all’onestà degli scambi.

Un ultimo giretto per le vie del centro, poi puntiamo verso l’hotel, dove recuperiamo l’auto e ci rimettiamo in strada. Destinazione Alicante, passando però lungo la costa, la Costa Blanca.

La facciata di una casa di Xavia, con i vasi di fiori sulla porta

La facciata di una casa di Xavia, con i vasi di fiori sulla porta

La Costa Blanca è rinomata per le sue località turistiche. Decidiamo di perlustrarne una tra le tante: Xavìa. Non arriviamo alla spiaggia, però: ci fermiamo nel piacevole centro storico, dominato dalla chiesa-fortezza di San Bartolomeo. Le case hanno alle pareti esterne vasi di fiori che fanno tanto colore e allegria. Davvero un luogo tranquillo, ben distante dalla movida che si vive sulla costa.

Attraversiamo alcuni pueblos, poi l’elegante Altea, vediamo da lontano Benidorm mentre il paesaggio rurale si modifica e verso Alicante diventa brullo e abbandonato, potenziale preda della speculazione edilizia. Arriviamo ad Alicante in notturna. Rimandiamo a domattina l’esplorazione della città.

Alicante e Cartagena – 5/06/2016

Il lungomare di Alicante è una piacevole ed elegante passeggiata. Quando entriamo nella città, però, restiamo un po’ delusi: non c’è molto che meriti la nostra attenzione. In più è domenica, i negozi sono chiusi e i tapas bar non hanno ancora aperto. Ma la vera anima di Alicante la scoviamo più avanti, prendendo la salita che porta al Castillo del Santa Barbara: a mezza costa ci ritroviamo nel Barrio Santa Cruz, un quartierino di piccole casette bianche con i fiori alle pareti che non c’entra niente con la città sottostante, un paesino in cui il tempo sembra essersi fermato. Ci inoltriamo nel quartiere che si abbarbica all’altura sulla cui sommità sorge il Castillo, l’antica medina araba che fu poi conquistata dagli Spagnoli: ancora oggi orgogliosa svetta la bandiera spagnola. Ridiscendiamo la rocca dagli eleganti giardini del Parque de la Ereta, che ridisegnano il pendio in una serie di terrazze fiorite successive, dove regna il colore viola dei fiori di paulonia. Giungiamo alle pendici dell’altura, dove si trova la Cattedrale di Santa Maria e da qui alla bella piazza porticata dell’Ajuntamiento è un attimo. Sotto i portici si svolge un mercatino delle pulci. E noi, ovviamente, ci mettiamo a spulciare. Ma è giunto il momento di ripartire. E ci rimettiamo in marcia: ci attende il primo bagno della stagione.

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Fuori da Alicante attraversiamo un territorio di saline: saline per km e km, paludi nelle quali sguazzano eleganti fenicotteri rosa. Per il resto i centri che incontriamo sono per lo più industriali o agglomerati cresciuti intorno alle spiagge della Costa Blanca. Tra le tante tra cui scegliere ci fermiamo poco dopo Torrevieja e qui, in una caletta sabbiosa, prendiamo il primo sole della stagione. L’acqua è calda e molto invitante per noi accaldati dal viaggio.

Ripartiamo nel tardo pomeriggio e decidiamo di raggiungere Cartagena, che non dista troppo.

Cartagena, il palazzo dell'Ajuntamiento rivolto verso il mare

Cartagena, il palazzo dell’Ajuntamiento rivolto verso il mare

Scegliamo un hotel nel centro storico, proprio davanti alla grande area archeologica Le Molinete. Cartagena, come Tarragona, è una città romana che ha continuato a vivere accanto o al di sopra dei suoi resti più antichi. Passeggiando per il centro, ci si imbatte spesso in rovine romane: l’ampia area del foro e il quartiere adiacente, e poi il grande teatro romano e, più discosto, l’anfiteatro. Cartagena va orgogliosa del suo passato più antico. Ma c’è un aspetto, bizzarro, che ci colpisce: tanti palazzi del centro sono stati abbattuti, creando delle voragini nel tessuto urbano. Però di ciascuno di questi palazzi è stata preservata la facciata! Una legge cittadina vuole che dei palazzi di interesso storico (in centro lo sono pressoché tutti) o che presentano caratteri di pregio, come finestre elaborate, eleganti balconi e balaustre decorate, vengono risparmiate dalla demolizione, mentre il resto dell’edificio è abbattuto. Così sembra di camminare in un set cinematografico. La plaza dell’Ajuntamiento, invece, è molto bella, così come la passeggiata lungomare e lungo le mura.

Restiamo a Cartagena solo stasera, domattina ripartiamo presto anche perché è lunedì e i siti archeologici sono chiusi.

Almeria e Malaga – 6/06/2016

La fortezza dell'Alcazaba, Almeria

La fortezza dell’Alcazaba, Almeria

Purtroppo è lunedì anche per i siti d’interesse di Almeria, la tappa seguente lungo il nostro tragitto. La raggiungiamo in tarda mattinata, dopo aver attraversato un paesaggio brullo e poco accogliente nel quale, nonostante tutto, l’uomo ha cercato di inserirsi. Una città è Lorca, nota per la sua bella fortezza che domina l’autostrada. Mentre scendiamo verso Almeria, invece, il territorio si riempie di serre che creano distese bianche che si spandono per kmq.

Ad Almeria ci accontentiamo di vedere solo da fuori l’Alcazaba, la fortezza araba che dalla sua posizione in altura domina la città e l’ampia base del porto. Pranziamo qui: tapas di pesce che ci rimettono al mondo. La cattedrale/fortezza è l’altro monumento di Almeria che merita la visita. Il giro in città invece è abbastanza veloce anche perché nei pressi dell’Alcazaba il lunedì è tutto chiuso, negozi e ristoranti compresi.

Ripartiamo, alla volta di Malaga.

Lungo il percorso, però, sentiamo il richiamo del mare. Scendiamo ad Almuñecar e ci tuffiamo nel mare di Playa de San Cristobal, una spiaggia di sassolini protetta dal promontorio di San Cristobal. Qui la costa è tutta a calette più o meno grandi e belle. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Quando ripartiamo, puntiamo dritti alla prossima meta: Malaga.

Malaga by night

Malaga by night

Malaga ci accoglie in serata. Fa freschino, ma ciò non ci impedisce di fare una lunghissima passeggiata lungo il porto, dalla ruota panoramica alla bella passeggiata di Los Palmas de las sorpresas, uno spiazzo semicoperto sul quale si affacciano ristoranti e musei. In fondo si trova la banchina degli yacht, il Muelle 1, che è un piacevole susseguirsi di boutiques e ristoranti, fino al faro. Rientriamo in città e puntiamo diritti alla splendida cattedrale. Rimandiamo a domattina l’esplorazione del centro storico e dei suoi vicoli. Malaga, poi, è la città dei musei, come orgogliosamente si definisce: la città di Picasso non può non cogliere quest’eredità culturale e punta proprio allo sviluppo di un turismo che sia culturale oltre che semplicemente da spiaggia; in più è una città frequentata da tanti giovani, per cui la sfida dei musei si fa doppiamente interessante.

 

 

 

 

Tarifa – 7/06/2016

In questa splendida giornata di sole, perdersi per i vicoletti intricati del centro è l’unica possibilità per godersi la città. Oltre ad essere Città dei musei, con un’offerta culturale vastissima, ha un passato storico di non poco conto: lo testimonia l’Alcazaba, la fortezza mussulmana che domina la baia e, sul suo pendio, il teatro romano, ancora in buone condizioni. È una città la cui conoscenza andrebbe approfondita in più di una mattina. Pranziamo al Mercado Central, brulicante di vita e vivacissimo. Quando ripartiamo ancora non sappiamo che la prossima meta sarà quella di cui ci innamoreremo perdutamente.

Tarifa. Fino al momento di progettare il viaggio neppure sospettavo l’esistenza di questa cittadina, che invece è importante per più di un motivo: innanzitutto è sullo stretto di Gibilterra, ed è il punto più a sud d’Europa; in secondo luogo assicura il collegamento con Tangeri, porta del Marocco.

Dalla strada verso Tarifa si vede l'Africa: una grande emozione

Dalla strada verso Tarifa si vede l’Africa: una grande emozione

Giungere a Tarifa nel pomeriggio mi costa una rinuncia: saltiamo Gibilterra, tappa cui tenevo tantissimo, ma cui preferisco dire no. Attraversiamo, da Malaga ad Algeciras, località turistiche più o meno note, come Marbella ed Estepona. Gibilterra la riconosciamo da lontano: un promontorio alto, quasi una montagna che scende nel mare. E poi, quando finalmente puntiamo verso Tarifa, il panorama ci rivela la vista più ovvia, che però ci si presenta come una sorpresa: la costa africana. È laggiù, è vicinissima. E la voglia di attraversare lo stretto e di sbarcare a Tangeri si fa più forte che mai.

Tarifa, piazza del Vento (un nome particolarmente adatto!)

Tarifa, piazza del Vento (un nome particolarmente adatto!)

Tarifa ci accoglie col sole e col vento. Un vento fortissimo, che impedisce quasi di camminare, che quasi sposta di peso. Ma l’atmosfera, di tranquilla cittadina di mare con le sue casette bianche, quasi sospesa, ci entusiasma. Acquistiamo i biglietti del traghetto per Tangeri per domani, poi andiamo verso la Playa de los Lances, dove il vento fortissimo è una pacchia per chi pratica kite surf. Nonostante la sabbia, finissima, che ci piove addosso da ogni parte, affrontiamo il corridoio che porta fino all’Isla de las Palmas, il punto più a sud d’Europa.

Raggiungere una frontiera del genere mi galvanizza, nonostante la difficoltà a camminare e le onde che per un pelo non mi schiaffeggiano da una parte, lato Mediterraneo, e dall’altra, lato Oceano Atlantico. Sì, qui è dove le correnti si incrociano e si mescolano. Qui è dove, a una folata di vento più forte delle altre, urlo, ma di gioia.

Scendiamo anche in spiaggia (fare il bagno è improponibile): 10 km ininterrotti; dopo Los Lances c’è Valdevaqueros, poi Bolonia, quindi Punta Paloma: il paradiso per surfisti e kite. Rintontiti dal vento ci rifugiamo nel bar del Polideportivo, che sta lì vicino. Dos cañas, por favor. E queste due birrette sono il giusto brindisi a questo luogo favoloso. Per caso, poi, entriamo in un negozio di souvenir gestito da italiani: ci suggeriscono dove andare a mangiare, cosa vedere, ci danno consigli su Tangeri. Ci chiediamo cosa possa spingere due torinesi a trasferirsi qui, ma la risposta è davanti ai nostri occhi: se ti piace il mare, magari fai surf e vuoi vivere di surf, se ami i ritmi lenti e sereni di questa cittadina, se non hai legami con l’Italia la risposta è: perché no?

Completiamo il giro del borgo, ci perdiamo per le sue stradine bianche nelle quali non troviamo riparo dal vento. Per cena torniamo al Polideportivo. E qui mangiamo la frittura più buona, abbondante ed economica di sempre. Accanto a noi un solo tavolo occupato da surfisti romagnoli. Come li riconosciamo? Dall’accento, ovviamente. E dall’aspetto: capello lungo arruffato dal sale, pelle cotta da l sole, t-shirt e costume, ciabatte: un po’ come Patrick Swayze in Point Break.

surfisti a Playa de los Lances, Tarifa

surfisti a Playa de los Lances, Tarifa

 

Cadice – 8/06/2016

playa los lances, Tarifa

playa los lances, Tarifa

Un vento gelido e ancora più forte di ieri ci accompagna al porto dove, alle 9, partirà il traghetto per Tangeri.

Invece no. Non parte.

Il porto è chiuso, signore e signori, potete riutilizzare il vostro biglietto domani.

Che delusione! Il troppo vento ci ha fregato! Non ci scoraggiamo, e cambiamo in corsa i nostri piani: andiamo oggi a Cadice, la tappa più a ovest del nostro viaggio, porto spagnolo sull’Atlantico, vicino al Portogallo. Attraversiamo un territorio meraviglioso, fatto dapprima di spiagge, poi di pascoli, campi di grano e girasoli. Eserciti di pale eoliche, alla cui ombra pascolano mucche e cavalli, completano questo paesaggio rurale ordinato, pulito, bucolico nel vero senso del termine.

Cadice: risalta la cupola d'oro della cattedrale, nella luce bianca del primo pomeriggio

Cadice: risalta la cupola d’oro della cattedrale, nella luce bianca del primo pomeriggio

Cadice sorge su un’isola collegata alla terraferma da una lingua di terra su cui scorre la strada, accompagnata per tutto il tragitto dapprima da una laguna e poi da una spiaggia continua. L’ingresso alla vera Cadice, all’isola, avviene attraverso una porta monumentale. Da qui poi si può decidere di passeggiare lungo il mare, magari a partire dal lato della darsena, oppure di infilarsi in uno a caso dei vicoli e risalire così la città.

Un tonno xxl sul banco del pesce nel mercato centrale di Cadice

Un tonno xxl sul banco del pesce nel mercato centrale di Cadice

È quello che facciamo noi, che di vicolo in vicolo sbuchiamo prima in Plaza dell’Ajuntamiento, poi al Mercado Central. Si tratta di un mercato coperto chiuso all’interno di un cortile porticato nel quale si aprono piccole rivendite di pane, formaggi, salumi. L’interno del mercato è per lo più dedicato al pesce, con pochi banchi di frutta e verdura. E qui vediamo cose che voi umani… il tonno più grande del mondo, ad esempio, oppure i percebes, crostacei che non avevo mai visto, tipici di questo tratto di mare, e poi schiere di gamberoni, di vongole grosse come mele, di murene. Mangiamo in un ristorante qua fuori, poi ci dirigiamo lungo una via strafrequentata, verso la cattedrale con la sua cupoletta dorata.

Camminiamo per un po’ sotto il sole cocente e raggiungiamo La Caleta, una lingua di spiaggia che conduce al Castillo di San Sebastian, con una bella sabbia arancione che calchiamo con i nostri piedi. Il Castillo, visitabile, è un isolotto fortificato: mura e bastioni affacciati sull’Atlantico a difesa dell’ingresso alla città. Continuiamo poi la nostra passeggiata per vicoli e piazzette, ci rinfreschiamo con una sangria a metà pomeriggio e poi lasciamo la città vecchia di Cadice e andiamo in spiaggia lungo la lingua di sabbia che accompagna l’isola alla terraferma. E qui, tra alti cavalloni, faccciamo il bagno nell’Oceano, divertendoci come bambini.

Il paesaggio tra Tarifa e Cadice: pascoli, campi di girasole, eserciti di pale eoliche: un territorio rurale ordinato e bucolico

Il paesaggio tra Tarifa e Cadice: pascoli, campi di girasole, eserciti di pale eoliche: un territorio rurale ordinato e bucolico

Rientriamo in serata a Tarifa. Il vento sembra essersi un po’ placato: speriamo che sia clemente domani.

 

Tangeri – 9/06/2016

È lunga la coda per l’imbarcadero. Oltre a noi,viaggiatori solitari, il traghetto accompagna gruppi organizzati di turisti e abitanti di Tangeri carichi di valigie. Il vento c’è ancora, ma la navigazione attraverso lo Stretto di Gibilterra è tranquilla.

Lo Stretto di Gibilterra! Stiamo attraversando le Colonne d’Ercole! Un punto strategico mitologico, carico fin dall’antichità di valori simbolici! Per i Greci più antichi segnava il confine del mondo conosciuto e Dante ricorda la versione del mito secondo al quale Ulisse, una volta tornato a Itaca volle ripartire a tutti i costi proprio per andare oltre le Colonne, e da quel viaggio non fece mai ritorno.

Tangeri, botteghe lungo la strada fuori dalla città vecchia

Tangeri, botteghe lungo la strada fuori dalla città vecchia

Appena sbarcati a Tangeri, capiamo subito perché gli altri viaggiatori si sono organizzati in gite di gruppo. Non abbiamo percorso 10 passi su suolo marocchino che veniamo assaltati da sedicenti guide che per 5 € promettono di farci da guida per la città. Una dopo l’altra le scarichiamo tutte, tranne una che ci si attacca come cozza allo scoglio nonostante il nostro continuo pervicace rifiuto alle sue profferte. Ci accompagna, nonostante tutto, per un bel pezzo, dicendoci che oggi è ramadan e quindi è tutto chiuso. In realtà l’informazione si rivelerà assolutamente falsa: i mercati aprono più tardi, noi siamo arrivati invece piuttosto presto, considerando il fuso orario di 2 ore indietro rispetto alla Spagna. Per farla breve, all’ennesimo nostro rifiuto (e intanto siamo già arrivati quasi ai piedi della Casbah), la nostra indesiderata guida si incazza e comincia a inveire e a insultare. Approfittando del fatto che gli diamo le spalle mi sputa addosso e scappa, ‘sto stronzo. Lo lasciamo correre. Per il resto della giornata non abbiamo problemi.

Artigianato locale in uno dei mercati di Tangeri

Artigianato locale in uno dei mercati di Tangeri

Nel frattempo la città si sveglia, i primi mercati cominciano ad aprire, nel Grand Socco, il mercato più grande della città vecchia, è già operativo il mercato alimentare, in uno spazio chiuso strettissimo dove si susseguono corridoi bui lunghi e labirintici pieni zeppi di merci. E di gatti. Sì, Tangeri è piena di gatti. Usciamo dal lato del mercato del pesce, e risaliamo per raggiungere un altro mercato, sopra Place du 9 Avril 1947 dove facciamo il primo acquisto della giornata: un’autentica teiera marocchina (un prodotto artigianale, non come quelle prodotte in serie a marchio Manchester che si trovano in tutti i negozi della città). È un affarone, rispetto ai prezzi che troveremo poi.

Un portone nella Casbah di Tangeri

Un portone nella Casbah di Tangeri

Non abbiamo cambiato i soldi, quindi acquistiamo in € e non in dirham, la moneta locale. In alcuni casi abbiamo fatto veri affari, in altri volevano tirarci qualche truffa clamorosa giocando su un tasso di cambio molto “variabile” per così dire. Nel complesso, però, ci siamo divertiti a rovistare per mercati e negozietti.

Prendiamo un ottimo té alla menta nel caffé Tinjis lungo Rue Siaghine nel Petit Socco: un caffè molto decadente, ma con i camerieri in livrea, un posto volutamente per europei in cui troviamo ristoro e persino la rete wifi. Per pranzo invece troviamo un ristorantino quasi sul mare. Qui mangiamo il classico couscous, poi la signora ci propone un té alla menta e noi le chiediamo di aggiungere anche dei dolcini. E inizia qualcosa di insolito. Vediamo il proprietario che esce con una bombola sulle spalle e rientra poco diopo con un’altra. Nel frattempo anche la signora è uscita. Dopo un’attesa un po’ lunga oper un dolce la signora ci porta il té e ci dice desolata che i dolci non ci sono perché non li ha trovati. Ma proprio in quel momento rientra trionfante il marito che li ha procurati! Da ciò deduciamo una cosa: quando il ristorante è sfornito di qualcosa, semplicemente lo procura al momento! Un’altra scena simile si ripropone quando, pagando in €, il proprietario gira per mezza Tangeri per trovare il resto.

Riprendiamo i nostri giri nel pomeriggio, quando la fiumana di gente diventa a tratti insostenibile: la città si è trasformata in un immenso mercato, fatto oltre che degli spazi appositi, anche di minuscole botteghe e negozi che si aprono sulla strada e di donne che stendono a terra le loro pezze su cui dispongono cipolle, mazzi di prezzemolo, ceste di menta e di foglie di olivo. È un mercato dei teangerini per i tangerini: tutti vendono a tutti e solo pochi negozi del centro sono per turisti (i quali, peraltro, se intruppati in gruppi organizzati, compiono sempre lo stesso percorso). La città diventa caotica e rumorosa: ovunque è urla, è traffico umano e delle poche auto e moto che riescono a farsi strada tra la folla a passo d’uomo, ma rombando pesantemente.

Tangeri, scendendo dalla Kasbah

Tangeri, scendendo dalla Kasbah

Continuiamo il nostro giro per le vie della città vecchia. Saliamo alla Casbah, l’area fortificata ora in fase di ristrutturazione, da cui c’è un bell’affaccio sul mare e sul porto in espansione. Ci perdiamo per qualche intricato vicoletto col rischio continuo di finire in casa di qualcuno: casette tutte bianche, alcune con qualche fascia d’azzurro, strette le une alle altre tanto che qui il sole non filtra, ed è fresco e arieggiato.

Vogliamo lasciare Tangeri col profumo della menta, per cui quando finalmente torniamo sul corso principale andiamo nuovamente al Cafè Tinjis e prendiamo un altro bicchire di questo dolce nettare marocchino. Ritorniamo al porto, riprendiamo il traghetto, ci godiamo sul ponte il passaggio lungo lo Stretto di Gibilterra, che ci riporta sul nostro continente.

Navigando sullo Stretto di Gibilterra...

Navigando sullo Stretto di Gibilterra…

 

Baelo Claudia e Granada – 10/06/2016

Baelo Claudia, città romana vista mare

Baelo Claudia, città romana vista mare

Col senno di poi, Granada ce la potevamo risparmiare: più di 3 ore di viaggio, anzi 4, ci attendono, e noi abbiamo la prenotazione per l’Alhambra per le 18.30. Non solo, ma stamani ce la prendiamo comoda prima di partire, perché in fondo quest’angolo di mondo ai confini d’Europa ci è entrato così nel cuore che francamente ci dispiace allontanarcene. Così la mattina facciamo ancora un giro in Tarifa, dove ancora non avevamo visto il Mercado, e poi andiamo a Bolonia, una spiaggia a 10 km di Tarifa, dietro la quale sorge la città romana di Baelo Claudia: da archeologa, con una città romana così vicina, mi dispiaceva non vederla.

Un piccolo museo introduttivo ha l’indubbio merito di mostrare la continuità di un’attività umana tipica di questa zona: la pesca del tonno e la lavorazione dei suoi derivati. A Tarifa, così come su tutta la costa, quest’attività è una delle prevalenti, mentre gli scavi archeologici a Baelo Claudia hanno portato in luce gli impianti in cui i tonni pescati venivano lavorati e dove veniva prodotta la salsa di pesce che non mancava mai sulle tavole dei Romani: il garum. Della città romana, che è davvero a due passi dal mare, si conserva molto bene l’area del foro, del quale si distingue la basilica, nella quale sono state reinnalzate le colonne, la piazza pavimentata, e i tre templi dedicati alla triade capitolina Giove, Giunone e Minerva. Del sito fa anche parte un teatro ben conservato, un impianto termale, il mercato (una piazza con un tempietto centrale su cui affacciavano le botteghe) e la strada, il decumano, sul quale affacciavano altre botteghe. Guardando verso il mare, tra una colonna e l’altra, si innalzano le ali dei kite surf.

Dal Generalife la vista spazia sull'Albaicìn

Dal Generalife la vista spazia sull’Albaicìn

Il viaggio in auto verso Granada è lungo, sotto il sole delle ore più calde del giorno e rallentato dal traffico degli Spagnoli che scendono a fare il weekend lungo la Costa del Sol. Poi, quando finalmente l’autostrada piega nell’interno, spariscono tutti e restiamo solo noi e un territorio che si fa sempre più collinare, con coltivazioni di olivi che si stendono a perdita d’occhio picchiettando di puntini scuri un territorio tutto giallo.

Arriviamo a Granada, all’Alhambra, intorno alle 17. Le indicazioni stradali ci fanno percorrere tutta una circonvallazione che ci porta proprio alle spalle della collina della reggia araba più bella di Spagna. Qui c’è un grande parcheggio proprio davanti alla biglietteria/ingresso. Abbiamo prenotato per le 18.30 al Palacio de Nazaries, il che ci consente di avere il tempo di visitare prima il Generalife, il cui accesso non è soggetto a prenotazione oraria. Una passeggiata in un giardino curato conduce a una terrazza dalla quale a sinistra si vede la fortificazione del settore più monumentale dell’Alhambra, mentre davanti a noi c’è l’altra collina su cui sorge il quartiere arabo di Granada, Albaicin. Dopo un giardino ad aiuole e siepi regolari, tutto fiorito, si apre il palazzo del Generalife. Era, in epoca araba, il palazzo del Soprintendente del principe arabo, dopodiché divenne la residenza nella quale il sultano trovava ristoro e pace dalla vita di corte. È la giusta introduzione all’Alhambra: i caratteri architettonici e decorativi propri dei palazzi arabi ci sono tutti: gli archi, gli intagli sulle pareti e sulle colonne, che rendono tutto così leggero, come se fosse rivestito da un merletto; il continuo riferimento all’acqua, con vasche intorno alle quali si realizzano portici, e il continuo rimando con l’esterno, col paesaggio circostante, come quella finestra che guarda verso l’Albaicin e di cui sono follemente innamorata.

Una volta particolarmente elaborata nel Palacio de Nazaries di Granada

Una volta particolarmente elaborata nel Palacio de Nazaries di Granada

Il palazzo è su più livelli, così come i giardini, disposti su terrazze scenografiche, vere oasi di pace e colore. Ma il bello deve ancora venire. La passeggiata che conduce al Palacio de Nazaries è lunga, tra mura di cinta e di difesa della collina e un giardino ordinato (ma molto europeo e infatti decisamente più recente). Non abbiamo tempo di visitare il Palazzo di Carlo V, Palacio Real de la Granja, un palazzo assolutamente cinquecentesco (e che mi ricorda tanto certi palazzi di Roma dall’esterno) che ospita il Museo dell’Alhambra e delle Belle Arti di Granada. Ci rechiamo invece alle 18.30 al Palacio de Nazaries.

Eh sì, forse la tappa di Granada ce la potevamo risparmiare, ma come avremmo potuto, allora, riempirci gli occhi di tanta meraviglia?

la fontana dei Leoni a l'Alhambra

la fontana dei Leoni a l’Alhambra

Il palazzo del principe arabo è la bellezza allo stato puro, lo sfarzo, il palazzo da mille e una notte. I caratteri che abbiamo visto al Generalife qui sono enfatizzati, moltiplicati, arricchiti: archi finemente intagliati, azulejos che descrivono superbe e ripetitive geometrie, giochi di simmetrie, aperture sul paesaggio e vasche e fontane, la più antica delle quali, quella del Leone, è lì dal XII secolo. Non si sa dove guardare, ubriacati da tutta questa esuberanza di decorazioni. Di certo i principi arabi sapevano circondarsi di bellezza e sapevano come impressionare i propri ospiti. E la bellezza deve aver colpito anche i sovrani cristiani successivi che hanno saputo mantenere in vita una tale magnificenza. L’ultima parte che resterebbe da vedere dell’Alhambra è l’Alcazaba, la rocca fortificata. Ma è tardi, sta per chiudere, giustamente ci buttano fuori: non è un problema, dopo tutta la bellezza di cui abbiamo pieni gli occhi, della pietra nuda dell’Alcazaba possiamo anche fare a meno.

Scendiamo in auto a cercare l’hotel in pieno centro a Granada, perdendoci per stradine che sono incredibilmente consentite alle auto quando, secondo noi, dovrebbero essere pedonali. L’hotel è alle porte dell’Albaicìn. La sera ci dedichiamo dunque all’esplorazione di questo quartiere, la cui stradina principale, in salita, è un susseguirsi di teterie e negozietti di artigianato etnico: un souk in terra europea. Ci fermiamo in una teteria sperando di assaporare un té alla menta degno di quello di Tangeri: buono, ma non è la stessa cosa. Risaliamo i vicoli su per la collina, perdendoci di tanto in tanto, per arrivare al Mirador di Sant Nicholas, da cui si vede l’Alhambra illuminata, l’Alhambra al chiaro di luna.

alhambra by night

 

Granada e Siviglia – 11/06/2016

il mercato dell'Algeicias

il mercato dell’Algeicias

La mattina facciamo una passeggiata rilassata nella parte bassa di Granada, in particolare nel quartiere gravitante sulla cattedrale. Finiamo quindi nell’Algeicias, l’antico mercato che oggi ospita solo una serie di negozi di souvenir arabeggianti: vi si legge l’idea di ricreare un souk e i venditori, tutti arabi, sono maestri in questo. Intorno alla cattedrale stanno anche alcuni banchi e negozi che vendono té, spezie, essenze varie. E i vari té dai nomi evocativi, come Sogno di Granada, Magia dell’Alhambra e simili si sprecano. Pranziamo in un tasca poco distante a suon di tapas e ci ritroviamo immersi nella festa di addio al nubilato di una fanciulla di Granada. Le amiche della sposa sono piuttosto scatenate!

Ci rimettiamo in viaggio, alla volta dell’ultima tappa del nostro itinerario: Siviglia. Il paesaggio ci regala nuovamente colline coltivate a oliveti che si stendono a perdita d’occhio.

La Giralda, il campanile della cattedrale di Siviglia

La Giralda, il campanile della cattedrale di Siviglia

Il pomeriggio è caldo a Siviglia. La nostra pension si trova proprio sul limitare del Barrio de la Cruz. Passeggiamo un po’ senza meta, questo pomeriggio e tra un giardino e una stradina ci ritroviamo inaspettatamente davanti all’Alcazar. L’Alcazar e la cattedrale gravitano sulla stessa piazza: un tempo la cattedrale era la moschea, per cui potere civile e luogo di preghiera erano affiancati. Poi anche Siviglia divenne cristiana, la moschea divenne chiesa, anzi la cattedrale più grande del mondo, mentre l’Alcazar divenne sede del potere civile cristiano che ampliò il il palazzo arabo (e ne seppe riconoscere la bellezza). Passeggiando arriviamo davanti alla chiesa di San Salvador, nella quale si sta concludendo un matrimonio. Ci uniamo col pensiero ai festeggiamenti, prendendo una caña nella bodeguita sulla piazza, e accompagnandola con le olive più grosse del mondo. Poi proseguiamo. Siamo nel centro città: bei palazzi, grandi negozi e boutiques. A cena ci fermiamo in un bel ristorante dove mangiamo la coda di toro: piatto tipico e pregiato di queste parti.

La sera passeggiamo per il Barrio Santa Cruz e ci rechiamo in uno dei locali più noti di Siviglia: la Carboneria. Qui ogni sera c’è uno spettacolo di flamenco. E adesso, infatti, la ballerina serissima nel suo abito bianco e nero, si va a sedere accanto al cantante e al chitarrista. Il cantante intona una melodia struggente, il silenzio scende nel bar. Poi, quando il ritmo incalza, un bimbo (il figlio del cantante?) si mette nel mezzo e inizia a danzare passi di flamenco accordandosi con le note della chitarra. E sono applausi e sorrisi. Poi la serietà torna quando entra in scena la ballerina che, col ritmo incalzante dei piedi che battono sul pavimento ci ipnotizza. Alla fine la sala esplode in uno scroscio di applausi. La notte sivigliana non potrebbe essere più bella.

 

Siviglia – 12/06/2016

Oggi è l’ultimo giorno a Siviglia e in Spagna.

Stamani riconsegniamo l’auto in aeroporto: la nostra fida compagna di viaggio ci saluta al parcheggio ella Hertz dopo averci scortato per 1200 km di strade: un viaggio davvero lungo, che ci ha portato da una parte all’altra della costa mediterranea spagnola e oltre, fino all’Atlantico, da Barcellona a Cadice. Ma ancora non abbiamo finito: Siviglia ha ancora tanto da raccontarci!

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Iniziamo con Plaza de España: una grande architettura porticata a forma di grande esedra, con una piazza antistante animata da un piccolo corso d’acqua, realizzato per l’Esposizione Universale di Siviglia del 1929 e che è una grande celebrazione della nazione spagnola attraverso la menzione di tutte le sue città. Lungo tutto l’edificio sono realizzate ad azulejos rappresentazioni legate ad ogni centro urbano dei più noti. E noi, che di centri ne abbiamo toccato parecchi, facciamo la foto ricordo con tutti. Plaza de España è davvero un posto piacevole, un’architettura elegante che è un perfetto connubio tra l’architettura araba, della cui eredità culturale Siviglia non può fare a meno, e le esigenze urbanistiche di spettacolarizzazione proprie delle esposizioni universali. Davanti, un grande giardino pubblico arriva fino al Guadalquivir.

Noi invece puntiamo dritti al Real Alcazar.

Una porta del palazzo del Real Alcazar di Siviglia

Una porta del palazzo del Real Alcazar di Siviglia

Capolavoro dell’architettura mudejar, stile sviluppatosi durante il regno cristiano della Spagna, ma ispirato all’architettura islamica, il Real Alcazar è il palazzo reale di Siviglia. Si articola in diversi corpi di fabbrica, ciascuno con una sua specificità; in più un grande giardino sul retro, e poi patii, un museo dell’azulejos,  La visita ci porta ambiente dopo ambiente, in atmosfere arabeggianti sospese nel tempo. Verrebbe da soffermarsi su ogni dettaglio delle murature, degli intarsi, delle geometrie ripetitive delle decorazioni. Sicuramente ricorda la Alhambra di Granada per lo stile moresco, ma non ha molto a che vedere, se non in alcune parti. Per il resto è un complesso che illustra molto bene il suo continuo accrescersi e modificarsi durante il corso della storia. La Casa de la Contratacion, ad esempio, è un’ala moderna dell’edificio. Dedicata al commercio con il Nuovo Mondo, quest’ala del palazzo è posto sotto la protezione della Madonna dei Navigatori, un dipinto di grandi dimensioni che rende molto bene il clima di un’epoca storica in cui la Spagna aveva davvero la supremazia sui mari e sul Nuovo Continente.

Quando usciamo, andiamo a visitare il monumento antistante: la cattedrale. Ex-moschea, la cattedrale più grande del mondo è gotica, immensa, ricca, dotata di un bel giardino ordinato, il patio degli aranci. Al suo interno, tra i vari monumenti la cattedrale ospita la tomba di Cristoforo Colombo, mentre l’altare maggiore è ornato da una grande pala d’altare ricchissima, composta da tanti piccoli quadretti immersi in esuberanti cornici d’oro. Il pavimento a terra, è intarsiato e disegna varie immagini tra cui, riconoscibilissima, quella della Giralda. La Giralda è il campanile della cattedrale.

La cattedrale e il patio degli aranci visti dall'alto della Giralda

La cattedrale e il patio degli aranci visti dall’alto della Giralda

È l’ex-minareto ed ha mantenuto, nella sua struttura esterna, tanti motivi decorativi arabeggianti che ne alleggeriscono la forma imponente. Si può risalire il suo interno fino in cima: 34 piani (senza scalini, tutta un’unica rampa in salita), ciascuno dei quali individuato dalle finestre che affacciano sull’esterno, sul panorama, sul patio degli aranci, sul tetto della cattedrale. Ogni volta la vista è sempre più bella, e la fatica sempre più intensa. Ma forse la cosa peggiore è discendere… Comunque, in cima la vista corre a 360° su tutta la città; ammetto però che la cosa più bella è proprio vedere il tetto della cattedrale sotto di noi, i suoi archi rampanti e il giardino degli aranci, qua sotto.

La Torre de Oro lungo il Guadalquivir

La Torre de Oro lungo il Guadalquivir

Per uscire dalla cattedrale passiamo proprio nell’ordinatissimo giardino degli aranci, poi puntiamo verso il Guadalquivir. Arriviamo davanti alla Torre de Oro, quindi passiamo il fiume e lo risaliamo dall’altra parte lungo il quartiere di Triana. Bar e ristorantini sul mare, una birretta, quindi cena in questo quartiere pieno di gente. Il mercato coperto è già chiuso quando ci arriviamo. Peccato. Dopo cena torniamo verso il centro città. Vaghiamo per le strade senza meta, sperando quasi di perderci nel Barrio Santa Cruz. Torniamo invece in hotel. È l’ultima notte e gli ultimi respiri in Spagna. Domattina presto abbiamo l’aereo del rientro. Il nostro viaggio lungo le strade della Spagna del Sud termina qui.

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