Perù

Viaggio in Perù:

esploratori nell’antica terra Quechua

25/08/2012 – L’arrivo a Lima

Sta per avere inizio una nuova avventura di Viaggimarilore. Quest’anno la nostra meta è il Perù, in un continente, il Sud America, totalmente nuovo per noi. Per l’organizzazione e le varie prenotazioni ci siamo affidati a Casa Yolanda, ma laggiù gireremo da soli, lungo il percorso di 15 giorni che abbiamo progettato.

Partiamo da Milano Linate alle 7.05 per Madrid. Qui alle 12.40 parte il volo intercontinentale Iberia per Lima. I passeggeri sono per la stragrande maggioranza di nazionalità peruviana che tornano a casa, e alcuni sono anche piuttosto indisciplinati! Il volo dura 12 ore, per nulla rese leggere visto che non siamo dotati degli schermi a sedile cui ci hanno abituato gli altri voli intercontinentali che abbiamo fatto fin qui.

Atterriamo a Lima alle 17.40 ora locale, ma le operazioni di sbarco e soprattutto il recupero del bagaglio fanno trascorrere un’altra ora prima di poter finalmente uscire dall’aeroporto. All’uscita ci aspetta l’autista mandato da Casa Yolanda, la guesthouse che ci ospita qui a Lima e che ci ha prenotato i futuri voli interni, spostamenti e hotel, fungendo da tour operator. Yolanda ci illustra il programma del nostro futuro viaggio, ci fa accomodare in stanza e ci accompagna presso un locale per famiglie dove ceniamo con abbondanti porzioni di pollo a la brasa. Facciamo così la nostra prima esperienza con la cucina peruviana e con le bevande: sì, perché ci lanciamo subito alla prova dellachicha morada, bibita a base di mais di colore rosso e addizionata con limone e cannella di cui abbiamo letto sulla guida. Lì per lì ci lascia un po’ perplessi. Ma ne berremo di migliori nei prossimi giorni.

La serata è piuttosto fredda, Yolanda ci ha detto che è stato il giorno più freddo dell’anno. Siamo piuttosto assonnati quando torniamo a Casa Yolanda. Ci tuffiamo nel letto e ci addormentiamo all’istante.

26/08/2012 – Primi incontri con l’archeologia peruviana: non ci sono solo gli Inca…

Ci alziamo con calma stamani. Del resto siamo a Lima solo di passaggio, perché alle 13.30 ci trasferiremo in aeroporto per prendere il volo per Arequipa. Yolanda ci consiglia di spendere la nostra mattinata al poco distante Museo de la Naciòn, che ha sede dentro l’immenso complesso del Ministerio de la Cultura e che ospita un’esposizione permanente, il Museo de la Historia y de la Cultura Peruana, e una mostra temporanea dedicata ai recenti scavi a Chornancap, nella regione costiera del Nord del Perù di Lambayeque, nel corso dei quali è emersa la ricca sepoltura di una sacerdotessa vissuta tra XII e XIII secolo. Un ulteriore piccolo spazio vuole sensibilizzare il pubblico riguardo la lotta al mercato clandestino di reperti archeologici, problema che dev’essere molto sentito, e non faccio fatica a crederlo. Museo interessante, perché parte da un presupposto importante: in Perù non ci furono solo gli Inca. Essi anzi furono gli ultimi ad arrivare e quelli la cui cultura durò meno. Se si pensa che l’Impero Inca durò dal 1440 al 1530, quando arrivarono gli Spagnoli… molte sono invece le culture precolombiane e preincaiche che occuparono queste terre, che svilupparono l’agricoltura, l’artigianato orafo, la produzione ceramica e artistica, ma anche e soprattutto i rituali e le usanze religiose. Tutto ciò emerge molto bene attraverso gli oggetti esposti, i vasi in ceramica dalle forme più fantasiose, animali, antropomorfe, evocanti vere e proprie scene come il sacrificio, le oreficerie, come le meravigliose maschere cerimoniali d’oro della cultura Lambayeque. Nasca, Wari, Lambayeque, Chancay, Moche, Chimu sono alcuni dei nomi di queste popolazioni che si alternarono in Perù prima dell’arrivo degli Inca e soprattutto degli Spagnoli. Il museo offre poi un prezioso spaccato sul sincretismo culturale che si determinò in Perù nel XVI secolo a seguito del contatto con gli Spagnoli, che portò all’elaborazione di nuove iconografie, soprattutto a carattere cristiano, e nuove tecniche artistiche, con l’introduzione della vetrina nella produzione ceramica. Molti artisti giunsero infatti dalla Spagna sperando di far fortuna e furono attori fondamentali in questo processo di incontro di culture. Nasce quella che viene chiamata Escuela Cusqueña, che caratterizza la produzione artistica, in particolare pittorica, dal ‘600 in avanti. L’esposizione si completa infine  con uno sguardo veloce sull’arte peruviana del XIX e XX secolo.

Finita la nostra visita, troviamo un mercato tradizionale, coperto, nel quale trovano posto dai negozietti di abbigliamento ai banchi di alimentari, in particolare di frutta e verdura (le pannocchie bianche non le avevo mai viste!) ai chioschetti dove poter prendere il pollo alla brasa. E a proposito, è ora di pranzo: mentre ritorniamo verso Casa Yolanda ci fermiamo nello stesso locale dove abbiamo cenato ieri sera. Un altro ¼ di pollo a la brasa, dopodichè torniamo da Yolanda, la salutiamo e andiamo all’aeroporto, dove ci imbarchiamo per Arequipa.

Arequipa by night

Arriviamo ad Arequipa quando ormai sta calando la notte. Mentre l’aereo si abbassa vediamo le luci della città che si stende alle pendici dei suoi vulcani: una lingua arancione nel buio, mentre ancora si stagliano nella penombra le cime dei vulcani innevati. La vista ha un che di magico.

Il nostro hotel, Hostal de las Torres de Ugarte, è in centro, a due passi dal Monasterio de Santa Catalina e da Plaza de Armas. È proprio qui che ci dirigiamo, dopo il check-in, e troviamo una bella piazza quadrata chiusa da portici su tre lati e la bella cattedrale sul quarto, giardini rigogliosi e una fontana nel centro. La piazza è ben illuminata, da un lato si diparte una strada pedonale che è il fulcro dello struscio cittadino.

È ora di cena, per cui andiamo a cercare un ristorante. Vogliamo provare la carne di alpaca e troviamo il locale che fa per noi: il ristorante Zig-Zag, di fronte al Monasterio de San Francisco. Qui mangiamo fino a scoppiare: un antipasto “alpandino” completo di salumi, formaggi, burro aromatizzato, patate e mais bianco, che ha i chicchi più grandi e più gommosi dei nostri consueti chicchi gialli, e come piatto principale filetto di alpaca, che ci viene servito sulla pietra lavica sulla quale è cotto, accompagnato da una patata al forno con burro aromatico sopra e una serie di salsine più o meno piccanti. Non c’è modo migliore di approcciare con la cucina peruviana e, quasi rotolando, ce ne torniamo in hotel.

27/08/2012 – La vita segreta delle monache di Arequipa

Oggi dedicheremo tutta la giornata alla visita di Arequipa. Cominciamo dal suo monumento/complesso più importante e rappresentativo, il Monasterio de Santa Catalina. Fondato nel 1580, il convento di suore di clausura dedicato a S. Caterina da Siena è immenso e visitarlo richiede almeno un paio d’ore.

Per evitare l’eventuale ressa dei turisti ci presentiamo appena dopo l’apertura e infatti, almeno per la prima parte, il monastero è tutto per noi. La visita consente di ammirare i chiostri e le celle, più simili ad abitazioni, delle suore. Le pareti esterne hanno colori vividi, rosso e blu, mentre tutto è costruito nella tipica pietra bianca vulcanica locale, il sillar. Tra chiostri, vie e celle, sembra di essere in una città nella città, e così doveva essere nei secoli scorsi. Nelle celle spesso è ricostruito l’arredamento e molto suggestive sono le cucine, dai caratteristici forni a cupola, le pareti annerite e il comignolo sul tetto. A proposito di cucine, molto grande era quella, ricavata in una cappella precedente, che al suo interno ospita anche un pozzo.

Non mancano lanterne, pentole, paioli, bollitori e grattugie, per mostrare gli oggetti d’uso comune nella vita quotidiana delle consorelle. I chiostri hanno sempre le lunette tra le arcate affrescate: il Chiostro delle Novizie ha le litanie della Madonna, il Chiostro degli Aranci ha i pensieri di Sant’Ignazio de Loyola, il Chiostro Maggiore ha scene della vita di Cristo. Vi è anche una sezione a museo, dove sono accolte opere pittoriche a tema religioso dell’Escuela Cusqueña.

Il monastero ci piace molto; la visita, lasciata libera (si può anche prendere una guida), ci permette di curiosare in ogni cella e in ogni anfratto, di osservare i dettagli e di immaginare come potesse essere la vita all’epoca. Nel monastero vivono ancora le suore di clausura: è dunque un monumento che vive, con la doppia valenza, funzionale e di documento storico.

All’ombra del vulcano

Usciti dal monastero ci rechiamo nella poco distante chiesa di S. Francisco, che all’esterno appare come un imponente edificio realizzato nella pietra bianca locale, il sillar. Entriamo durante la messa, proprio mentre, durante la predica, il sacerdote dice ai devoti di trattare con grazia e amore “los hermanos turistas”. E con questa benedizione proseguiamo il tour della città.

Il traffico, per le strette vie del centro, è tremendo: un’infinità di taxi che suonano il clacson in continuo, che non si fermano mai alle strisce pedonali, ma che inevitabilmente si piantano ogni volta che il primo della fila si ferma per far salire dei passeggeri. Andiamo in Plaza de Armas, che brulica di gente, ragazze e mamme con bambini per la maggior parte: la piazza, e in generale la città, è molto vissuta dai suoi abitanti. Passeggiando sotto i portici, però, è un continuo dire “no gracias” alle continue offerte di bus, tour, escursioni, taxi, bar, ristoranti: è tanto l’affanno verso il turista. Entriamo invece in un mercatino di artigianato al quale si accede dai portici dove invece non c’è anima viva. Ed è un piacere rovistare tra le bancarelle di tessuti tipici, di lana di alpaca e di statuette di ceramica. Pranziamo in un locale nella via dietro la cattedrale, il Mixto’s, che ha una terrazza da cui si gode la vista sui vulcani Chacani e El Misti, dalle cime innevate. Qui proviamo il cheviche, pesce crudo marinato principalmente in abbondante limone.

Trascorriamo il resto della giornata a zonzo. Visitiamo la cattedrale e il suo museo (10 soles più 5 di visita guidata obbligatoria a testa). La visita è interessante: la nostra guida in italiano, giovane carina e simpatica, ci illustra dapprima la cattedrale e i suoi elementi principali, come l’enorme organo belga che non fu possibile accordare per 150 anni perché era stato montato male, e le statue degli apostoli in legno, coperte di gesso bianco e laccate col miele a dare l’aspetto e la lucentezza del marmo, provenienti dall’Italia; ci mostra poi i pezzi salienti del museo, come un ostensorio in diamanti, un enorme ostensorio in oro e argento con pietre preziose, quindi gli abiti talari dei vescovi che si avvicendarono alla guida dell’arcidiocesi di Arequipa nell’800. Infine, la visita termina sul tetto della cattedrale, da cui si domina la vista sulla città e sui vulcani che la incorniciano, quindi passiamo sotto la grande campana di uno dei due campanili, che suona solo in occasioni speciali, come per la festa dell’Assunta, il 15 di agosto. Da qui si abbraccia con lo sguardo la sottostante Plaza de Armas, che appare ancora più brulicante di vita. La nostra guida per salire sul tetto – non più di 10 minuti al massimo – indossa il cappello. Le chiediamo se è davvero così forte il sole e lei sì, ci risponde, è tremendo, fa male alla pelle. Non ci rendiamo conto, ma qui siamo a 2300 m slm e il sole picchia molto forte.

Il nostro pomeriggio prosegue con una sosta in un bar dove prendiamo una Inka Cola, una bibita gassata gialla molto dolce che sembra uno sciroppo per la tosse da bambini e che qui in Perù è più bevuta della coca cola. Concludiamo il pomeriggio con un ultimo passaggio in un mercatino artigianale, quindi andiamo a cena al ristorante El Viñedo, dove nuovamente prendo l’alpaca accompagnandola con una Cerveza Arequipeña.

Domani sveglia presto, si parte per Puno, sul lago Titicaca.

28/08/2012 – Giallo e blu, i colori di Sillustani

L’autobus per Puno parte dal terrapuerto di Arequipa alle 8.30. Attraversiamo un territorio montagnoso molto spoglio e pressoché disabitato, eccetto qualche minuscolo villaggio qua e là lungo la strada. Nel primo tratto la vegetazione è caratterizzata dalla presenza di grossi cereus, piante grasse alte e snelle che vivacizzano un territorio altrimenti brullo. Man mano che si sale di altitudine i cactus scompaiono, e rimangono solo sterpaglie, erba gialla e radi arbusti. Nel frattempo però compaiono le greggi di alpaca accompagnate dai loro pastori. Prima di arrivare a Puno l’autobus passa da Juliaca, città industriale del Perù che ci appare polverosa e incasinata.

Infine arriviamo a Puno alle 2 del pomeriggio al terminal terrestre. Taxi con destinazione Sol Plaza Hotel, nel quale pernotteremo oggi e domani. Senza por tempo in mezzo, incuranti del mal di testa feroce che sale, sintomo del mal d’altura che ci sta cogliendo, ci facciamo prenotare un taxi che ci accompagni a Sillustani.

Sillustani è un sito archeologico scenografico che si trova a 40 minuti di auto da Puno. Attraversiamo una regione piatta dove pascolano gli alpaca e dove ogni tanto si incontra qualche casa di pastori della zona. Per visitare Sillustani occorre un biglietto di 10 soles a testa.

Il sito archeologico è sull’altura, e durante la salita, a piedi, incrociamo un gregge di alpaca guidato da una bambina che ci chiede un sol per poter fotografare. È il prezzo da pagare, ma vale il prezzo del biglietto la possibilità di passare in mezzo al gregge: non sono più grossi delle pecore, solo hanno il collo lungo e l’espressione sorridente. Qualcuna ha gli occhi azzurri.

Staremmo qui per ore, ma la vista della prima chullpa sulla sommità dell’altura ci invita a proseguire. Le chullpas sono delle torri alte alcuni m utilizzate come sepolture per i nobili della popolazione preincaica che viveva qui e poi degli Inca quando si insediarono. Si ergono su quest’altura che domina la vista sul lago Umayo, uno specchio d’acqua blu chiuso dalle montagne. La chullpa più grande, la prima che si incontra salendo l’altura, viene chiamata Lizard Chullpa, perché su uno dei blocchi di pietra che la costituiscono è stata scolpita a rilievo una grossa lucertola. Un’altra chullpa ha un serpente in rilievo su una delle pietre. Ciò che più colpisce qui, però, non sono le chullpas in sé, quanto piuttosto come si integrano nel paesaggio, creando una visuale unica sul panorama circostante: il blu del cielo, il giallo della terra erbosa, le chullpas che si stagliano contro il cielo: tutto ciò è qualcosa di bello, una perfetta integrazione tra natura e uomo.

Di ritorno da questo luogo magico, il taxista ci chiede se vogliamo visitare una tipica casa di pastori che vivono da queste parti. Accettiamo e veniamo portati in una casa lungo la strada dove sembra che ci stiano aspettando (senza il sembra): sono in tre, padre madre e niño di appena un anno. È il capofamiglia che ci illustra la loro casa e la loro vita, a partire dalle loro abitudini alimentari: la quinoa, le papas, il queso, la macina a mano della quinoa per ottenere la farina, l’angolo cucina, all’aperto, alla brace. Ci viene poi mostrata l’abitazione vera e propria, una stanza con un giaciglio piuttosto duro, ci dice il nostro anfitrione. Ci porta poi sul retro dove ha un piccolo orticello dove ora sta zappando. Sul tetto campeggiano due toritos, due piccole statuette a forma di toro che hanno il compito di proteggere la famiglia e di augurare l’abbondanza, usanza tipica sulle Ande. A fine visita siamo invitati ad acquistare uno dei prodotti di artigianato realizzati con la lana dei loro alpaca che stanno qui fuori: è il prezzo da pagare per quest’“attrazione”.

Rientriamo a Puno quando ormai è buio, alle 6 di sera. Prima di andare a cena facciamo un giro su Plaza de Armas e in quella che può essere considerata la via dello struscio, ricca di ristorantini, negozi di souvenirs e abbigliamento tipico. Scegliamo di cenare al Mojsa. Qui proviamo il rocoto relleno, un peperone ripieno di carne macinata e coperto di formaggio gratinato: un’esperienza decisamente piccante che spegniamo con una pinta di ottima chicha morada.

29/08/2012 – Sul lago Titicaca – las Islas Flotantes

La giornata di oggi è interamente dedicata ad un’escursione sul lago Titicaca. Ci imbarchiamo a Puno alle 7 del mattino. La prima meta è una delle 45 islas flotantes abitate dalla popolazione degli Uros. Per arrivarvi attraversiamo un canale realizzato in mezzo ai giunchi che crescono qui. La popolazione degli uros trae proprio dalla totora, il giunco, il necessario per vivere. Da quando, circa nel 1200, furono costretti ad abbandonare le montagne prospicienti il lago dall’arrivo di popolazioni più forti, gli uros si inventarono un modo di vivere totalmente nuovo: scesero nel lago e costruirono vere e proprie isole galleggianti a partire dai banchi di totora. Da allora, ogni volta che devono costruire un’isola galleggiante sezionano i banchi di totora, comprensivi di tutte le radici che sono piuttosto spesse, le trasportano nel punto in cui vogliono fermare l’isola, le ancorano con dei pali al fondo del lago. Con le radici fanno la base, con i giunchi che vengono tagliati fanno più strati, che volta volta vengono rinnovati, per rendere la superficie impermeabile. Su uno strato più alto costruiscono le capanne, anch’esse in giunchi. Chi ha inventato questo sistema dev’essere stato un genio. Tutto questo ci viene spiegato sull’isola galleggiante sulla quale sbarchiamo: l’effetto è strano, perché non sembra di essere scesi dalla barca, anzi, vediamo il “terreno” che si alza e si abbassa sotto i nostri piedi, perché di fatto galleggia!

La totora è commestibile, ne assaggiamo un pezzettino: sa vagamente di cetriolo, ma ha la consistenza di un marshmallow. Le isole galleggianti sono tuttora abitate dagli uros, che vivono di caccia, pesca e… turismo. Tutta la gita e l’arrivo sull’isola ha il sapore di una messinscena apposta per il turista, tant’è che veniamo accompagnati nelle capanne delle singole famiglie e qui si svela l’arcano: compra turista, compra a caro prezzo oggetti fabbricati da noi. Viene il dubbio che sia solo un’attrazione turistica, che non ci vivano realmente. Quale che sia la verità, qui è portato alle estreme conseguenze il rapporto col turista. È un incontro con la popolazione locale totalmente falsato.

Sul lago Titicaca – Taquile

Lasciamo a metà mattina le isole galleggianti per fare rotta verso l’isola di Taquile, a 2 ore di navigazione. Ci allontaniamo dunque da questa bizzarra comunità, che ha comunque il suo fascino, per trasferirci su un’isola vera, abitata da una comunità che ha un forte senso della tradizione e che ha imposto delle regole di comportamento ai turisti che arrivano ospiti sull’isola.

L’isola è, come dire, in salita: dall’approdo una salita panoramica sul lago porta sino al villaggio di Taquile, sulla sommità. La via risale i terrazzamenti ricavati nella montagna per coltivare e per consentire alle numerose pecore di brucare. La vista spazia sul lago fino alla cordigliera andina con le cime più alte innevate, già oltre il confine boliviano. Al villaggio non c’è molto da fare se non acquistare l’ennesimo oggetto artigianale in lana.

Pranziamo al ristorante locale a base di troucha, la trota pescata nel Titicaca, e chiudiamo il pasto con la muñita, un mate de muña, una sorta di mentuccia che cresce da queste parti e che ha capacità digestive. Durante il pranzo ci viene illustrata una delle peculiarità degli abitanti di Taquile: l’abbigliamento maschile. L’uomo sposato si distingue dal celibe – che corrisponde al giovane – per il copricapo, rosso, mentre il celibe lo ha bianco e rosso, per una fascia che tiene in vita e per la borsa della coca che tiene legata in vita. Quando due uomini di Taquile si incontrano, si salutano scambiandosi foglie di coca prese dalla loro rispettiva borsa. Anche la donna sposata si distingue dalla nubile: quest’ultima indossa uno scialle nero decorato da pompon multicolore, mentre la donna sposata indossa uno scialle nero con un unico pompon dal colore non troppo acceso.

La discesa dal villaggio all’approdo, compiuta per altra via, è una splendida passeggiata panoramica in mezzo ai terrazzamenti, alle pecore, agli eucalipti (introdotti in Perù nel 1868 e adattatisi benissimo alla terra e al clima), con sempre, sullo sfondo, lo splendido blu del lago Titicaca. Lungo la discesa la nostra guida, saputo che siamo italiani, pensa bene di mettersi a parlare di calcio: uomini di tutto il mondo, perché siete tutti uguali?

Dopo due ore di navigazione – durante le quali imparo a farmi il mate de coca da sola, usando 7 foglie per una tazza d’acqua calda – rientriamo a Puno. Visitiamo brevemente la bella e buia chiesa in Plaza de Armas e a cena andiamo al ristorante Tulipanis, lungo la via dello struscio, dove prendiamo la zuppa di quinoa, cereale locale, e l’alpaca cucinato con le foglie di coca. Nel frattempo in Plaza de Armas iniziano i festeggiamenti per Santa Rosa di Lima, patrona del Sudamerica.

30/08/2012 – Attraverso le Ande, il Perù più vero

Alle 7.20 parte dal Terminal terrestre degli autobus la nostra gita WonderPerù che ci porterà, in 10 ore di viaggio, da Puno a Cusco, facendo fermate intermedie nei luoghi di maggior interesse lungo il percorso.

E si parte. La prima città che si attraversa è Juliaca, centro industriale impressionante per quanto è diversa dalle città in cui siamo stati finora. Juliaca non è una città turistica, e si vede. Ciò che si nota è il disordine, la polvere, le strade che per la maggior parte non sono asfaltate, i mototaxi che ingolfano il traffico, i crocicchi di donne nullafacenti e i chioschetti improbabili presso cui si riuniscono capannelli di gente. Dà l’impressione di una povertà o miseria che è imbarazzante: qual è il vero Perù allora? E questa domanda oggi me la porrò spesso.

Mentre ci si comincia ad appressare alle Ande, ci fermiamo a Pukarà, la nostra prima tappa. Qui visitiamo il museo archeologico dedicato alla cultura di Pukarà, che si sviluppò dal 500 a.C. al 200 d.C. Poco fuori dal paese sono state scoperte 3 piramidi da attribuire a questa società preincaica, contemporanea piuttosto alla cultura di Tiahuanaco, che si sviluppa in Bolivia. Alcune delle credenze e simbologie Pukarà si riscontreranno poi pari pari nella cultura inca, come la chacana, la croce andina che rappresenta la croce del sud, e la suddivisione del mondo in mondo celeste governato dal condor, mondo terrestre governato dal puma e aldilà governato dal serpente. Altro tratto distintivo che si ritroverà negli Inca è il sacrificio umano: importante una statua di sacerdote, Hatun Ñagak, che tiene in mano la testa mozzata di un nemico. Come tutte le popolazioni andine prima e dopo di loro, i Pukarà erano allevatori di lama e alpaca, attività che, come vediamo lungo il cammino, permane tuttora.

Il territorio che andiamo ad attraversare ora è molto brullo, non esistono insediamenti urbani, ma solo rare case o fattorie qua e là, e greggi di pecore e di mucche controllate da donne curve sotto il peso dei loro fardelli che sempre portano sulla schiena, o da bambini. Sembra una terra dimenticata da Dio e dagli uomini, un luogo dove il tempo si è fermato e dove l’unico tempo che conta è il passare delle stagioni, dove a nessuno interessa cosa succede nel resto del mondo perché non interessa sapere che esiste un resto del mondo. Mi chiedo quale sia il livello di alfabetizzazione in queste contrade sperdute, lande isolate, collegate solo da una strada ai centri più vicini.

Man mano che si sale di altitudine l’antropizzazione già scarsa diminuisce. La nostra seconda tappa è il punto più alto della strada, a 4300 m slm, che guarda al ghiacciaio Chiribamba. Siamo davvero in mezzo alle Ande. Qui al belvedere è allestito un piccolo mercato in funzione turistica, compresa una signora in abito tradizionale con bambino in groppa sulla schiena, cucciolo di alpaca in braccio e alpaca accanto, per farsi fotografare e spillare così 1 sol ai turisti.

D’ora in avanti la strada è in discesa, la  vegetazione diventa un curioso mix di conifere e agavi, mentre aumentano le case sparse, ciascuna con due o tre mucche; quindi attraversiamo veri e propri pueblos. Ci fermiamo per pranzo lungo la via, quindi riprendiamo il cammino.

Arriviamo a Raqchi, pueblo inca nel bel mezzo delle Ande. Ormai l’area è molto turistizzata, tuttavia alcuni sfruttano tuttora i terrazzamenti inca a fini agricoli. Il pueblo attuale si completa con una piazza attorno alla piccola chiesetta coloniale e chiusa da alcuni edifici, mentre in mezzo è allestito un mercatino: Raqchi è un rinomato centro di produzione ceramica. In epoca inca invece a Pachacutec, l’uomo che da solo intorno al 1470 diede origine alla fase imperiale dello stato inca, qui apparve il dio Wiracocha, la massima divinità dell’olimpo incarico, il dio creatore e supremo. Gli fu allora dedicato un grande tempio della cui struttura rimane solo la muraglia divisoria centrale, che separava la zona degli uomini da quella delle donne, le fondazioni laterali e le basi delle colonne in muratura che aiutavano nel sostegno del tetto. Il sito si completava con una zona agricola, alla quale corrispondevano160 qolcas, granai a pianta circolare, e una zona abitativa destinata ai sacerdoti del tempio, o comunque alla élite cittadina e alle donne della comunità scelte come concubine. Il tutto era racchiuso da una muraglia che correva sulla cima delle alture circostanti per 5 km. È questo il nostro primo incontro con l’archeologia inca, se si eccettuano le chullpas di Sillustani.

Riprendiamo il cammino, che ora costeggia un fiume, il Rio Urubamba, che nasce nelle Ande, attraverserà poi la Valle Sacra degli Inca per andare a buttarsi, molto più avanti, nel Rio delle Amazzoni. Aumentano i villaggi, che sono sempre più grandi: a Occobamba è in corso la festa patronale di Santa Rosa, tutta la popolazione è in festa e in abito tradizionale.

Andahuaylillas ci fermiamo. Qui c’è quella che viene definita la Cappella Sistina dell’America Latina: è la Iglesia de San Pedro del XVI-XVII secolo, nota per i suoi cicli pittorici vivaci e molto belli, espressione più alta dello stile coloniale spagnolo. È barocca, anche rococò in certe sue forme. L’altare maggiore è arricchito da specchi per riflettere la luce in una chiesa che ha poche e piccole finestre. Il tetto è dipinto a losanghe con motivi vegetali all’interno. Nella parte alta delle pareti lungo la navata sono rappresentate su tela le storie di San Paolo, opere di Escuela Cusqueña. In basso invece è un fregio a motivi di derivazione incaica. Sulla parete di fondo è dipinta un’allegoria del cammino dell’uomo verso l’inferno, su una strada larga e cosparsa di fiori, ma circondata da demoni, e il cammino verso il paradiso, che è stretto e angusto. La chiesa sorge su un tempio inca; il tempio fu distrutto e sui suoi resti, il pavimento e alcuni lacerti di muro, fu costruita la chiesa che nelle intenzioni dei cristianizzatori doveva essere il segno della conversione delle genti indigene. È questa l’ultima tappa. L’ultimo tratto in auto è l’avvicinamento a Cusco. Si intensificano e si ingrandiscono gli abitati, aumenta il traffico.

Cusco by night

Cusco ci accoglie la grande statua dell’Inca Pachacutec, il fondatore dell’impero Inca che in Cusco, anzi Cosco, aveva la capitale. L’autobus arriva a destinazione, noi arriviamo al nostro hotel, Inkarri, a poca distanza dalla Plaza de Armas di Cusco. Il tempo di prenotarci per le escursioni guidate dei prossimi giorni, di rinfrescarci in hotel, e usciamo per andare a vederla, la piazza principale della città che per gli Inca era l’ombelico del mondo. La piazza è in effetti molto grande e molto bella: la cattedrale domina un lato, mentre gli altri sono occupati da portici. In mezzo sono giardini e la fontana dell’Inca, cosiddetta perché sovrastata dalla statua di un inca.

Facciamo un breve giro per renderci conto che la città, che potremmo definire la Firenze del Sudamerica, è brulicante di turisti, ma anche di trappole per turisti, dal ristorante al negozietto di souvenirs. È zeppo anche di ambulanti che ti vengono incontro proponendoti la loro merce. Troppi. Cerchiamo un ristorantino che faccia cucina peruviana e non fusion Italia-Cina-Perù come sono la maggior parte dei ristoranti in Plaza de Armas. La nostra scelta cade su Los Tomines, incredibilmente poco frequentato (forse perché non è sulle guide?), che però propone piatti tipici della tradizione peruviana e cusqueña come il cuy al horno, il porcellino d’India. Ceniamo qui, spendiamo pochissimo e divertiti e soddisfatti torniamo in hotel.

31/08/2012 – L’ombelico del mondo

La giornata di oggi è interamente dedicata a Cusco. La mattina facciamo un giro per le vie del centro, ma per prima cosa ci procuriamo il bolleto turistico, che ci servirà nei prossimi giorni perché consente l’ingresso ai principali siti archeologici dell’area di Cusco e del Valle Sagrado. Vediamo alla luce del giorno Plaza de Armas, che fa comunque la sua bella figura, quindi saliamo fino a San Blas, il quartiere degli artigiani e degli artisti. La salita è piuttosto erta: la via costeggia dapprima la chiesa del Triumfo (che si potrebbe definire una dependance della cattedrale), poi costeggia il palazzo dell’Arcivescovado, il quale si imposta su un solido muro inca, riconoscibile per le grosse pietre perfettamente coese le une alle altre, tra le quali si distingue il grosso pietrone a 12 angoli, noto agli amanti dei misteri legati agli Inca e ai popoli antichi in generale.

Infine, la via diventa ripidissima nell’ultimo tratto, dove sbuca poi nella piazza dominata dalla chiesa di San Blas, che a lato ospita un mercatino di artigianato dall’impronta piuttosto turistica. Ridiscendiamo verso Plaza de Armas e andiamo a visitare il Museo Inka il quale è fuori dal circuito del bolleto turistico e costa 10 soles. Il museo Inca si autodefinisce “the best museum in Cusco”, ma in realtà non ci entusiasma più di tanto. Dedica sale alle culture preincaiche Qollao (quella di Sillustani) e Pukarà; poi fa compiere al visitatore un percorso cronologico che illustra la preistoria e la storia della regione, fino agli Inca. Innanzitutto l’areale Inca si distingue in tre regioni climatiche, tre ambienti naturali in cui vive l’uomo: Yunka, che è l’ambiente forestale tropicale, Qeshwa, che è l’ambiente montano tra 2500 e 3500 m slm, ottimo per l’agricoltura, e Puna, l’ambiente montano tra 3800 e 4300 m slm, nel quale gli uomini si dedicano alla pastorizia. Le culture andine nell’areale di Cusco si sviluppano a partire dal 5000 a.C. (periodo chiamato Preceramico) con la pittura rupestre di una caccia al lama della cultura Virginniyok. Molte sono le culture che si avvicendano sul territorio prima dell’arrivo degli Inca nel 1200 e della costituzione definitiva del loro impero nel XV secolo. D’ora in avanti il museo si focalizza sugli Inca, sulle ceramiche, sull’architettura, su alcuni aspetti del culto e delle credenze. Pochi però sono gli oggetti che rimangono impressi: i crani deformati sono tra quelli. Il percorso affronta poi il periodo inca coloniale, quando dal 1532 in avanti gli Spagnoli controllano l’area imponendo il viceré e soprattutto la religione cattolica. Infine l’ultima sezione affronta il ritorno dell’idea del popolo inca e della cultura Quechua. Al piano terra, affacciato sul bel chiostro che ospita il museo, una breve esposizione parla dell’artigianato tessile, attività che è ancora svolta secondo i metodi tradizionali, con fuso, telaio e coloranti naturali. Chinchero, nel Valle Sagrado (dove andremo domani) è un centro di artigianato tessile che lavora sia la lana di pecora che di alpaca con metodi ancora tradizionali.

Alle 13.30 prendiamo parte ad un tour, riservatoci dal nostro rappresentante in hotel, Carlos, dedicato a Cusco e alle rovine inca vicine alla città. La visita comincia con la Cattedrale in Plaza de Armas. Molto bella, molto ricca, la cattedrale si fa notare per il trionfo dell’oro nei suoi altari barocchi, anzi rococò, per le statue di madonne e santi che occupano gli altari, sontuosamente vestiti, e per alcune opere pittoriche dell’Escuela Cusqueña in cui si nota la caratteristica principale di questa corrente pittorica: la riproposizione in termini “andini” di temi e iconografie europee; risalta per esempio una copia di un dipinto di Velasquez in cui i Reali di Spagna rendono omaggio alla Madonna, nel quale al posto dei cavalli sono stati dipinti dei lama; in un’Ultima Cena, invece, sulla tavola, oltre al pane e al vino sono presenti prodotti tipici della cucina locale: patate, frutta e soprattutto il cuy al horno. Una cappella è dedicata al Cristo de los temblores, dei terremoti, cui la popolazione è tuttora devota, dato che Cusco è in una zona sismica piuttosto attiva.

Il tour prosegue con la visita al Qoricancha, tempio del sole occupato in epoca coloniale dal monastero di Santo Domingo. Il tempio del sole si caratterizza per l’andamento curvilineo del recinto, in pietre squadrate perfettamente coese, che doveva essere molto grande: del resto Cosco, l’ombelico del mondo, era la capitale dell’impero Inca e quello del sole era uno dei culti più importanti. Entriamo dentro il monastero di Santo Domingo, ma solo per vedere le strutture incaiche ancora conservate: si tratta di alcuni edifici quadrangolari con le pareti convergenti, le piccole finestre trapezoidali e le nicchie. È questa l’occasione di un primo incontro vero e proprio con l’architettura Inca, con la sua solidità e le sue caratteristiche ancora in gran parte difficilmente spiegabili. La visita ci ha appena solleticato l’appetito, ed ecco che prendiamo il bus che si inerpica per la collina sopra Cusco e ci porta nel grande complesso terrazzato e monumentale di Sacsayhuaman. Che cos’è? Una fortezza? Un complesso religioso? L’uno e l’altro o nessuno dei due?

Ancora non è chiaro (solo i terrazzamenti noti come andenes dovevano servire a fini agricoli), tuttavia è impossibile non restare stupefatti davanti agli impressionanti massi posti in opera secondo incastri perfetti e tuttavia difficili da spiegare: forse in qualche caso formano un disegno? Sembra al momento la soluzione più logica, anche se i miei occhi non riescono a leggere nulla sulle alte pareti di pietra. Poco distante da Sacsayhuaman, ancora sulle colline che incorniciano Cusco, si trova Q’enqo. Questo era sicuramente un centro di culto: innanzitutto la grossa pietra su piedistallo che sta nel mezzo di un anfiteatro che circonda il luogo rituale può essere assimilata (con un po’ di fantasia…) alla silhouette di un puma, animale sacro agli Inca. Giriamo intorno al complesso ed entriamo in una grotta angusta nella quale inequivocabile trova posto un altare di pietra. Non saliamo invece sul top del complesso, sul quale si trova scolpito un altare per sacrificio.

Riprendiamo il cammino, allontanandoci da Cusco, anche se rimaniamo pur sempre nelle pertinenze. I due siti, piuttosto vicini tra loro, sono Tambomachay e Puka Pukara. Tambomachay è molto bello: per raggiungerlo occorre percorrere un sentiero a piedi che si inoltra nella montagna: qui siamo ad una quota decisamente superiore a Cusco, lo capiamo dal freddo che fa, mentre ormai sta tramontando il sole. Tambomachay è una fonte sacra; meglio, intorno ad una sorgente è stato costruito un complesso che si addossa alla montagna, col solito sistema architettonico delle pietre perfettamente coese senza l’uso di malta che viene chiamato “Inca imperiale” dalla guida e che contraddistingue i complessi più importanti secondo una gerarchia dell’architettura che si ritrova ben evidente a Macchu Picchu.

Raggiungiamo Puka Pukara che ormai è buio. Delle 30 persone che costituiscono la comitiva scendiamo a vederlo (quel poco che si vede) solo in 4. Peccato. Puka Pukara è una fortezza, come rivela il nome pukara che per l’appunto significa fortezza. Sulla via del ritorno ci viene offerta l’interessante esperienza di imparare a riconoscere la lana di alpaca dal tessuto sintetico: ci fermiamo in un’azienda che produce e vende prodotti in alpaca e qui scopriamo che la maggior parte dei banchini e dei negozietti di souvenir vendono prodotti sintetici spacciandoli per alpaca. I tessuti sintetici vengono cardati e pettinati per far tirare loro fuori il pelo e per renderli più morbidi, ma si sformano al primo lavaggio. L’alpaca al tatto sembra freddo, e un maglione di alpaca risulta più pesante di uno sintetico. Buono a sapersi! Ne faremo tesoro per i prossimi acquisti!

Quando rientriamo a Cusco è ora di cena. Non abbiamo voglia di cercare un ristorante, pertanto torniamo a Los Tomines. Qui scopro che ho un debole per la salsa di yucca. E dopo cena a nanna, ché la giornata è stata impegnativa.

1/09/2012 – Tour nel Valle Sagrado

Il tour odierno, prenotato di nuovo dal nostro rappresentante Carlos, ha 2 mete fondamentali: i terrazzamenti spettacolari di Moray e le saline di Maras, nel Valle Sagrado.

Cusco fuori dal centro non è un granché: le case della periferia sono in mattoni e non finite, ricordano molto Puno. Mi chiedo quale sia la Cusco vera…

La strada va verso Chinchero, noto centro tessile artigianale, ed è qui che chi fermiamo, per farci spiegare i segreti dell’arte del filare, del tessere e del tingere le fibre. Fuso e telaio sono comuni a pressoché tutte le comunità umane di ogni tempo e luogo. Quelli che cambiano sono gli ingredienti per tingere la lana. E sulle Ande hanno un colorante naturale rosso che è una chicca: la cocciniglia. Questo parassita dei fichi d’India, se schiacciato o spremuto dona il colore rosso. Appassionati di piante grasse, che vi affannate a uccidere le cocciniglie che infestano le vostre cactacee, sappiate che dall’altra parte del mondo c’è chi le usa per colorare di rosso le fibre.

Dopo questo stop a Chinchero ripartiamo con destinazione Moray. Qui l’impatto visivo è fortissimo: gli Inca hanno utilizzato i pendii di un antico lago prosciugato e le sue adiacenze per creare delle andenes, dei terrazzamenti curiosamente circolari. Dall’alto sembrano tanti cerchi concentrici che vanno riducendosi man mano che si scende. La perfezione è assoluta. Scendiamo con fatica diverse andenes fino ad arrivare nel centro; ma la risalita è peggio: perché per salire e scendere dai terrazzamenti gli Inca non fecero comodi gradini, ma preferirono sistemare delle pedarole, pietroni posti di piatto che fuoriescono dal terrazzamento a mo’ di scala. Gioco di equilibrio e di gambe, per noi intrepidi e atletici viaggiatori.

Per andare verso le saline, passiamo dal pueblo di Maras, le cui case sono tutte in mattoni, tipica architettura povera delle Ande: i mattoni sono ricavati direttamente dalla terra argillosa, tagliati e lasciati ad essiccare al sole, poi raggruppati e infine posti in opera. È una produzione che qualunque proprietario di casa può fare per sé; le case hanno un colore rosato e nei mattoni si nota la paglia mischiata, perché è la terra stessa senza depurazione o altro, che viene utilizzata.

Le saline di Maras sono uno spettacolo. Utilizzate sin da epoca Inca, occupano il fianco di una montagna che affaccia sulla valle del fiume sacro Vilcamayu, o Vilcamota, o Urubamba, a seconda di quale dei suoi tre nomi, Inca o Quechua, si voglia utilizzare. Da una piccola fonte di acqua salata – salata per motivi geologici che arretrano nel tempo fino al distacco della Pangea e alla formazione del Sudamerica – scende un ruscello la cui acqua viene deviata in vasche di decantazione successive che occupano tutto il pendio, dove l’acqua si ferma ed evapora, rilasciando al suo posto il sale bianchissimo, la cui luce abbacina a quest’ora, mezzogiorno circa. L’impatto visivo anche in questo caso è fortissimo perché le saline sono molto estese, arrivano fino a valle, mentre noi siamo sulla parte sommitale di esse. Un gruppetto di persone sta raccogliendo il sale in una delle vasche: una lo raggruppa con una pala, un altro lo prende in un setaccio, lo filtra dell’acqua in eccesso e lo butta su una montagnola già formata dove il sale si può essiccare. Mestieri che non è facile incontrare al giorno d’oggi.

A zonzo per Cusco

Ritorniamo a Cusco nel primo pomeriggio. Personalmente ho un po’ fame, così saliamo verso San Blas, dove c’è unapanederia che fa delle ottime pies a 5 soles e dove cerchiamo un ristorantino per la sera. Questo pomeriggio vogliamo goderci il centro, fare una bella passeggiata facendoci portare dai nostri piedi; inoltre abbiamo già puntato una serie di negozietti e un market dove fare i nostri acquisti. Dedicheremo questo pomeriggio a noi più che alla città in sé. E questo gioco ha i suoi vantaggi: per esempio usciamo dalla Puerta Santa Clara e avanziamo fino alMercado San Pedro, il grande mercato coperto di Cusco, frequentato sì da turisti, ma soprattutto da cusqueñi, che non è cosa da poco in un centro così turistico. Dentro al mercato, la cosa che affascina di più, come in buona parte dei mercati del mondo, è il reparto alimentari, se così lo si può definire: dalla frutta multicolore ai cereali, come il mais rosso e la quinoa, che solo qui si possono trovare, dai formaggi alla carne, di cui non viene risparmiato nulla, persino i musi dei bovini, con tanto di denti che fanno “bella” mostra di sé dentro cesti piuttosto grandi. Tolto questo particolare per stomaci forti, il mercato è un’esperienza molto bella, che vale la pena di provare. Alle 16.30, quando ci siamo noi, è ancora in febbrile attività.

Fuori dal mercado San Pedro mi faccio pizzicare dalla voglia: un’ambulante vende popcorn vagamente rossi: vogliono essere popcorn alla chicha morada. Li voglio! Sono popcorn normali, spruzzati di chicha e dolci; niente di eccezionale, quindi. Ma costano 50 cent di soles e l’idea mi entusiasma un monte! Poi in questo viaggio abbiamo scoperto di adorare la chicha morada (anche se Lorenzo va matto per l’Inka Cola…) e quando c’è l’occasione, approfitto sempre!

Passo dopo passo, le nostre scarpe ci portano al Museo Precolombino, che anche se non si definisce the best museum in Cusco, per noi lo è. Il biglietto costa 20 soles, ma li vale tutti. Il museo ospita alcuni avanzi di magazzino, se così li vogliamo chiamare, del museo Larco di Lima, ben più famoso per la sua vastissima collezione di ceramiche delle popolazioni precolombiane. Si inizia con una sezione tematica, a piano terra, dedicata alle classi di materiale: abbiamo gli ornamenti in conchiglia, gli oggetti in argento e in oro, le statue antropomorfe in legno, la ceramica. Al primo piano, cultura per cultura, dalla più antica alla più recente, sono esposte ceramiche, vasi, bottiglie, vasi plastici dalle forme più varie e fantasiose, che consentono di farsi un’idea della produzione ceramica dietro alla quale sta la tecnologia, l’immaginario collettivo, il senso artistico dell’artigiano che plasmò e dipinse ogni singolo oggetto. Le spiegazioni hanno un curioso approccio storicoartistico. Il ceramista è un vero e proprio artista che vuole trasmettere un messaggio alla sua comunità. Mancano però riferimenti ai contesti di rinvenimento, che potrebbero fornire qualche informazione in più sulla destinazione di ogni singolo oggetto. Ma i pezzi esposti sono meravigliosi e rivelano una capacità di plasmare l’argilla – dato che non avevano il tornio, e una fantasia nei soggetti rappresentati che stupisce davvero.

A cena andiamo in un localino a San Blas dove nuovamente mangiamo molto bene, e con un chicharron de chancho concludiamo degnamente la giornata.

2/09/2012 – Sgrunt, per cominciare

Oggi la giornata è piuttosto intensa, dato che da Cusco ci trasferiremo ad Aguas Calientes – Macchu Picchu Pueblo dopo aver fatto un tour – sempre consigliatoci e promosso dal nostro rappresentante Carlos – che passando da Pisac arriverà a Ollantaytambo dove prenderemo l’Inca Rail.

Il tour si rivela una mezza fregatura, innanzitutto perché per venderci il prodotto Carlos ci ha detto che il giro turistico, dopo averci fatto visitare le poderose rovine Inca di Ollantaytambo, ci avrebbe portato vicino alla stazione del treno, cosa che non è stata così, in secondo luogo perché avremmo voluto dedicare più tempo al famoso mercato domenicale di Pisac, che invece è stato quasi una toccata e fuga. Ma andiamo con ordine. La guida è informata che noi dobbiamo prendere il treno alle 15.37 (in stazione mezz’ora prima) e ci dice fin dall’inizio che non riusciremo a vedere le rovine di Ollantaytambo. Sgrunt. Vabbè, pace, ormai incazzarci non serve. Vediamo almeno di goderci il mercato di Pisac. Intanto, però, il pullman si ferma nel piccolo paese di Qollao, noto per la produzione ceramica. Peccato che di ceramica non ci sia nemmeno l’ombra, mentre c’è l’ennesimo mercatino nel quale noi, gregge di turisti evidentemente visto solo come un mazzo di soles facili da fare, veniamo buttati. La cosa ci indispone non poco: perché se ci fermiamo al mercatino qui, non è che quello di Pisac passa in cavalleria? A Pisac ci andiamo, sì, ma a visitare, molto brevemente, le belle rovine inca che si addossano al fianco della montagna: più in basso le andenes, gli ormai familiari terrazzamenti inca, e sulla sommità l’insediamento, che posto così in alto poteva controllare la valle da una posizione privilegiata, avendo visibilità a 360°.

Ora si scende verso Pisac. Finalmente si andrà al famoso mercatino domenicale, nel quale abbiamo riposto molte aspettative… Macché! Si va piuttosto a vedere una dimostrazione sull’argento, che viene lavorato da queste parti, per riconoscere l’argento vero da quello finto. Interessante, eh, per carità. Ma il mercato? Ci vengono lasciati solo 25 minuti per percorrerlo. Il mercato occupa la Plaza de Armas del paese ed è distinto in 2 parti, una tradizionale dedicata ai generi alimentari e di origine animale dove ancora oggi pastori e contadini praticano il baratto, e la parte ormai totalmente snaturata dei banchini che vendono principalmente per i turisti. Come in tutti i mercati del mondo, anche qui la parte tradizionale ha un fascino incredibile, mentre la parte turistica è, per l’appunto, turistica, uguale a chissà quanti altri mercatini in giro per il Perù. Alla fine, per fortuna o purtroppo, il mercato domenicale di Pisac delude un po’ le nostre aspettative.

Riprendiamo a questo punto il viaggio di avvicinamento a Ollantaytambo. Ma al momento della pausa pranzo lungo il percorso avviene quello che in un tour organizzato – che è stato pagato per un determinato servizio – non dovrebbe succedere: io e Lorenzo veniamo parcheggiati in un ristorante, ci viene detto di farci chiamare un taxi che a nostre spese ci porterà a Ollantaytambo. In questo modo la guida se ne lava le mani di noi e si toglie dall’impiccio di rischiare di farci arrivare in ritardo. Ora sì che siamo incazzati. Il taxi, che poi è l’auto di un amico del ristoratore, dato che “taxi” non è neanche scritto col dito sul finestrino sporco, ci costa 30 soles e in mezz’ora di guida atroce (in Perù il codice della strada è continuamente disatteso) ci porta alla piccola stazione di Ollantaytambo. Le poderose rovine Inca le vediamo da lontano, ci consoliamo così. La morale della favola è questa: se dovete prendere il treno delle 15.37 per Macchu Picchu prenotate un taxi che vi scarrozzi quel giorno, portandovi a Pisac e alle rovine di Ollantaytambo, non affidatevi a un tour organizzato. Sui tour dei giorni precedenti niente da dire, ma questo di oggi è decisamente da dimenticare.

In treno verso Macchu Picchu

Ma per un capitolo che si chiude male, un altro si apre alla grande: è il trenino per Macchu Picchu lungo l’inca Rail. È un treno a due carrozze, ultracomfort, che nel corso del tragitto prevede anche una merenda. Favoloso! Il panorama è magico: la ferrovia segue il corso del Rio Urubamba, lungo un percorso di 47 km che copre un’ora e mezzo di tempo. L’ambiente naturale dapprima vede cactus e fichi d’india, poi diventa foresta piena, con impagabili scorci sul fiume e sulle montagne. Pochi gli esseri umani che vivono da queste parti: qualche casupola ogni tanto, soprattutto nel primo tratto, e qualche animale d’allevamento. Il resto però è tutta natura pressoché incontaminata.

Arriviamo ad Aguas Calientes poco prima delle 17. Il paesino è creato e concepito apposta per turisti, tra negozietti, hotel, 1000 locali e ristorantini turistici e il mercato artigianale vicino alla stazione. Ma l’insieme è piacevole sia per l’ambientazione, tra le montagne, col fiume che passa accanto, sia per la temperatura, un bel fresco che è proprio delizioso. Visitiamo il mercatino artigianale, che non ha niente da invidiare a quello di Pisac (intendo per la parte turistica), anzi, offre merce più varia sia per quanto riguarda i tessili che per l’oggettistica in sé. L’unica nota negativa è la cena: tutti ristoranti turistici nei quali la cucina peruviana, cui ci siamo abituati, va a farsi benedire. Si torna in hotel presto, domani ci si alza prima dell’alba: Macchu Picchu ci aspetta.

Questa è la nostra ultima notte a Cusco, domani si cambia totalmente: si va in Amazzonia!

Macchu Picchu, meraviglia del mondo

L’alba ci accoglie con una pioggia torrenziale cui non eravamo preparati. Per fortuna dura poco: alle 6 ha già finito. Per salire a Macchu Picchu ci armiamo del nostro zaino, l’unico bagaglio che  c’è stato concesso di portarci da Cusco, e prendiamo l’autobus che dalle 5.30 porta a ciclo continuo i visitatori lungo il percorso tortuoso che sale all’ingresso del parco. Quando arriviamo su c’è ancora poca gente.

Macchu Picchu panorama

Saliamo fino al cosiddetto “Posto di vedetta” o “capanna del custode della cella funeraria” da cui si gode il panorama classico, da cartolina, della città inca di Macchu Picchu, ai piedi della montagna Huayna Picchu, sulla quale sorge il tempio della Luna. Noi non scaleremo Huayna Picchu, ma sono molti i visitatori che invece arrivano al sito all’alba per poter salire lassù in cima e godere di un altro punto di vista. Ma a noi basta la vista classica: in primo piano sotto di noi il settore agricolo, a seguire il settore urbano diviso in due dalle ampie piazze centrali. Sul lato Ovest è un primo gruppo di abitazioni ed edifici su uno o due piani, segue il complesso del Tempio del Sole, quindi la piazza sacra e infine la piramide che sale all’Intiwatana; dall’altra parte da Sud a Nord è il tempio del Condor, l’edificio delle 3 facciate che dà sulla piazza e il quartiere industriale. In fondo è la montagna Huayna Picchu.

Macchu Picchu panorama

Restiamo a godere questo panorama per quanto? Un bel po’: il cielo è coperto, ogni tanto una nuvola più bassa delle altre passa sulla città rendendo ancora più irreale l’atmosfera. Saliamo sempre più su, di terrazza in terrazza, e arriviamo fino all’imbocco del sentiero per il ponte Inca: un ponte levatoio in legno che si può vedere solo da lontano da quando un tale c’è morto nel tentativo di attraversarlo. Il sentiero, lungo il pendio della montagna, è nella foresta, molto bello e per nulla faticoso. Ritorniamo al Posto di vedetta e prima di affrontare la visita della città inca, ci poniamo il problema di dove procurarci l’acqua in quanto, avendo dato retta alla Lonely Planet, che dice che è proibito portare acqua e cibi all’interno del sito, non ci siamo portati nulla, confidando di poter trovare qualcosa all’interno. Ciò che la Lonely Planet non dice è che forse è proibito davvero, ma dentro il parco la gente mangia tranquilla e beve dalla propria bottiglietta. Sgrunt. Inizia la ricerca, chiediamo ai guardiani che ci indirizzano al bar fuori dal parco. Così andiamo. Si può uscire e rientrare al parco quante volte ci pare, l’importante è esibire ogni volta il biglietto, che è giornaliero. Al bar l’acqua costa la bellezza di 8 soles (mentre il panino più scarso costa 25 soles, circa 8 €…), ma tant’è si piglia e ritorniamo dentro, a iniziare la nostra visita vera e propria.

macchu picchu panorama

Per far sì che la nostra visita non sia solo una passiva passeggiata tra le rovine, negli scorsi giorni abbiamo acquistato e studiato preventivamente, una guida semplice ed efficace su Macchu Picchu. In questo modo è stato più facile visualizzare e riconoscere i singoli edifici, complessi, spazi sacri notando i dettagli architettonici e strutturali e, perché no, concedendosi qualche foto artistica da qualche scorcio particolarmente poetico. O, perché no, qualche foto ricordo di quelle da cartolina, con uno dei lama che bruca sullo sfondo del parco archeologico..

Se si esclude la salita a Huaina Picchu, la visita al parco può occupare l’intera mattinata. Per chi sceglie di prendere una guida, la visita dura di meno, ma il bello del sito è che si può stare il tempo che si vuole. L’orario che ci lega è solo il trenino del ritorno, che per noi è alle 16.40. Prendiamo con calma il bus navetta che ci riporta ad Aguas Calientes e qui mezz’ora prima del treno andiamo in stazione.

Il viaggio del ritorno arriva fino a Poroy, la stazione più vicina a Cusco ed è, da Ollantayambo in avanti, al buio. A Poroy ci accodiamo ad una coppia di Italiani incontrati più volte nel corso del tour che, più astutamente di noi, hanno prenotato un taxi che li venisse a prendere. Tralasciando il fatto che il taxista cerca di farci il busco perché pensa che aver portato nello stesso posto 4 persone invece che 2 gli dia diritto a doppia riscossione, arriviamo a Cusco in tempo per cena. E dove andiamo, se non a Los Tomines, che ci aspetta a braccia aperte? E stasera lo faccio, ebbene sì, lo faccio. Ordino un cuy al horno. Cos’è un cuy? In Inglese si chiama Guinea Pig, è …il nostro porcellino d’India, un po’ più grosso, forse, ma comunque un animaletto che a vederlo dal vivo è così carino… e che cotto è davvero delizioso! Ed è un piatto tipico da queste parti, ok? Non sono un mostro!

Cuy al horno, piatto tipico peruviano

Cuy al horno, piatto tipico peruviano

4/09/2012 – Esploratori nella foresta amazzonica

Ebbene sì, per chi non lo sapesse, una parte della Foresta Amazzonica, quella che si sviluppa lungo il Rio Madre de Dios, è all’interno del territorio peruviano. Il capoluogo, che ha un nome che è tutto un programma, Puerto Maldonado, ha un aeroporto, ed è qui che atterriamo, in tarda mattinata, accolti da un caldo umido opprimente. Io sono felice, Lorenzo un po’ meno.

Il nostro Lodge, il Corto Maltes, si trova lungo le rive del Rio Madre de Dios, a ½ ora circa da Puerto Maldonado. Siamo in un bungalow protetto da zanzariere, con zanzariere a protezione del letto. Gli insetti sono molto abbondanti in effetti. Facciamo subito la conoscenza con gli uccelli del parco del lodge: un’ ara ararauna, grosso pappagallo blu e giallo, 2 ara cloroptera, rosse con le piume della coda variopinte, un piccolo tucano, tenerissimo, la mascotte del lodge, e gli uccelli oropendula, neri dalla coda gialla che costruiscono nidi che sono opere d’arte, vere case sull’alto albero che le ospita.

Al pomeriggio abbiamo già la prima escursione, nella foresta che incombe subito dietro il lodge. La nostra guida, Gloria, ci spiega le proprietà di alcune piante che crescono qui e che incontriamo lungo il sentiero. Impossibile ricordarle tutte, ma alcune ci colpiscono, come la palma dal tronco spinoso, le cui spine, lunghe e dure, sono usate dai nativi come cerbottana per pescare (e sono davvero micidiali!), o la palma wasay, dalle cui radici si ricava una tisana che i nativi preparano per curare le infiammazioni ai reni. C’è poi il grosso albero chiamato intichana, dalla cui corteccia alcune tribù di nativi ricavano le tuniche con cui coprirsi; con la corteccia di un altro albero, l’albero dell’aglio, che si chiama così per l’odore del suo tronco, i nativi curano l’artrite, mettendola in una vasca d’acqua calda dove si immerge la parte del corpo da curare.

C’è poi l’albero della giustizia, il cui tronco è scavato e percorso da formiche che ne hanno fatto il loro formicaio; l’albero ha questo nome perché ad esso i nativi legano i condannati, dopodiché battono sul tronco per far uscire le formiche che assalgono il condannato e a furia di pizzichi e di morsi gli procurano infezioni portandolo anche alla morte, lenta, estenuante e atroce. Queste formiche, inconsapevoli carnefici, si chiamano Tangarana. E a proposito di formiche, vediamo quella che probabilmente è la formica più grande del mondo, davvero impressionante, lunga più di 2 cm (che se ti pizzica te lo ricordi…). E per restare in tema, scopriamo che qui le termiti fanno il loro termitaio sugli alberi, creando canali coperti che si possono rompere per catturare un po’ di termiti e barbaramente uccidersele tra le mani per ricavare un potente repellente antizanzare dall’aroma piacevolmente legnoso.

La visita è interessantissima, ci apre degli orizzonti nuovi e inaspettati, raggiunge il clou quando al calar del sole si scatena il frinire di cicale talmente potente da sembrare una sirena del coprifuoco, cosa che di fatto fanno. Torniamo al lodge prima che faccia buio, ma prima di cena ci attende un’altra piccola escursione: a vedere il piccolo caimano bianco lungo la riva del Rio Madre de Dios. Un attimo prima di imbarcarci, però, la sorpresa: una tarantola si aggira per il parco. Non è un caso: le tarantole vivono nella foresta amazzonica e, ci assicurano, non sono pericolose per l’uomo perché lo temono. Sarà, ma nel dubbio non mi avvicino, mentre Lorenzo, ostentando un inedito coraggio, va ad osservarla alla luce della torcia.

Saliamo in barca per andare a vedere, alla luce della torcia, i caimani. Fa fresco ora, stare in barca è piacevole. Ed eccoli, i piccoli caimani bianchi: più simili a grosse lucertole che ai coccodrilli, alla luce della torcia fuggono in acqua, lasciando fuori solo gli occhietti. Vediamo anche un capibara, grosso mammifero erbivoro della foresta amazzonica, che se ne sta comodamente accucciato sulla sabbia, pronto a tuffarsi in acqua al sopraggiungere del pericolo. Al ritorno cena al lodge e poi nanna: domani ci si alza molto presto, per vedere come fanno colazione i pappagallini verdi della foresta.

5/09/2012 – Come in un documentario…

I pappagalli fan colazione con l’argilla. Ebbene sì, per completare la loro dieta con i necessari sali minerali al mattino presto i pappagallini verdi della foresta si danno appuntamento presso una parete verticale di argilla chiamata collpa, e beccano l’argilla per ingerire così i Sali minerali contenuti all’interno: la parete ad un certo punto diventa verde per quanti pappagalli ci sono. Poi, ad un certo punto, via: un battito d’ali, e i pappagalli spariscono nel fitto della foresta.

La giornata di oggi è densa di emozioni: dall’isola delle Scimmie, Monkey Island, al giro nel lago Sandoval nellaReserva Nacional de Tambopata, non mancheranno le immersioni nella natura selvaggia della foresta amazzonica.

Sulle rive dell’isola delle Scimmie i cercatori d’oro dragano l’acqua e la sabbia a caccia del metallo più prezioso del mondo usando zattere che pompano sabbia mista ad acqua e la filtrano. Si tratta di una ricerca dell’oro ancora manuale, cosa che credevo non si facesse più da molto tempo. L’isola è occupata nel mezzo da una foresta florida e rigogliosa abitata da farfalle enormi e variopinte e dalle scimmie che se ne stanno rintanate sugli alberi più alti. Per poterle vedere bisogna attirarle: perciò si dispongono delle banane che possano richiamare l’attenzione. Si fanno un po’ attendere, ma alla fine arrivano: dapprima un esemplare di cappuccino bianco, poi un cappuccino marrone, una squirrel monkey e un cappuccino nero. Si tratta di scimmiette piccine, che si lanciano dai rami degli alberi e dalle liane atterrando con una precisione da acrobati, e che si dondolano dagli alberi con la coda, che usano come se fosse una quinta zampa.

Anche se sanno che ogni giorno arriva un gruppo di bipedi che le nutre, tuttavia sulle prime sono diffidenti, non si avvicinano, si fanno lanciare la banana direttamente sull’albero e la prendono al volo, dopodiché la sbucciano e la mangiano con mucho gusto. Superata la diffidenza, allora le più intraprendenti scendono a terra a procurarsi altre banane. Le scimmiette sono uno spettacolo, ci inteneriscono e ci allietano la mattinata, resa altrimenti un po’ opprimente dal troppo caldo umido. Lasciamo l’isola delle scimmie per l’ora di pranzo e in barca mangiamo un piatto tipico della zona, il Juanes, a base di riso chiuso in un involtino ottenuto da una grossa foglia della foresta.

E arriviamo alla Reserva Nacional de Tambopata. Qui un percorso di 3 km a piedi nella foresta ci conduce al Lago Sandoval, che percorriamo per un tratto in barca a remi.

Il lago è popolato da uccelli di numerose specie, da pesci, tra cui il noto piraña, dal caimano nero e dalla lontra. Noi vediamo solo alcuni uccelli, tra cui i bizzarri shanso, uccelli preistorici variopinti che svolazzano da un ramo all’altro emettendo un rantolo, quanto di più diverso può esistere da un cinguettìo.

Il giro in barca per me è molto piacevole, mentre Lorenzo soffre particolarmente il caldo umido. Al termine del giro altri 3 km per tornare alla barca sul rio Madre de Dios nel corso dei quali vediamo un picchio all’opera su un tronco d’albero e il cosiddetto albero del cotone, così chiamato perché produce un frutto molto simile alla noce di cocco, che quando si apre libera delle fibre morbidissime, in tutto e per tutto simili al cotone e che infatti sono utilizzate dai nativi per farne cuscini. La varietà della foresta ci stupisce una volta di più. Mentre torniamo al lodge siamo accompagnati da uno spettacolare tramonto sulla foresta amazzonica. È la nostra ultima notte in Amazzonia.

6/09/2012 – Ritorno a Lima

Alle 10 prendiamo i nostri bagagli, saliamo in barca e torniamo via fiume a Puerto Maldonado, dove prenderemo l’aereo per Lima, via Cusco. Prima, però, passiamo dal Mercato di Puerto Maldonado, dove sono in vendita i prodotti agricoli coltivati nell’area, una gran quantità e varietà di cereali, patate, manioca, peperoncini. Anche questo mercato guadagna un posto speciale nel nostro cuore, soprattutto quando scopriamo che qui si vendono gli sciroppi e i medicinali naturali ricavati dagli alberi della foresta!

Lasciamo il caldo umido dell’Amazzonia e atterriamo al fresco del cielo perennemente coperto di Lima. Abbiamo l’hotel a Miraflores, e attraversare la città dall’aeroporto in taxi porta via più di mezz’ora, sia perché la distanza è grande, sia perché c’è un traffico indiavolato e ancora una volta i peruviani mostrano di essere dei guidatori spericolati.

Miraflores sembra un’altra città rispetto alla Lima che abbiamo visto fin qui, con parchi e giardini e palazzi eleganti che le danno l’aspetto del centro di una città europea. Facciamo un giro per le vie centrali, poi decidiamo che per la nostra ultima cena in terra peruviana ci vogliamo trattare bene e allora sia, stasera si fa i signori, e si va a cena nel ristorante Panchita di proprietà del più importante chef peruviano, Gaston Acurio, noto per aver reinventato la cucina peruviana e per averle dato risalto internazionale. Il locale è splendido, il servizio impeccabile, la qualità del cibo, naturalmente, eccellente. E il conto, che per gli standard peruviani è salato, in euro è l’equivalente di una cena in un ristorante di livello medio. Satolli, rotoliamo verso l’hotel Allpa, che per fortuna è vicino, e concludiamo la nostra ultima serata peruviana.

7/09/2012 – Ultimo giorno in Perù

Abbiamo tutta la mattina per dedicarci ancora alla visita della città. La nostra scelta cade sulla piramide Huaca Pucllana, un grande sito archeologico nel bel mezzo del centro residenziale di Miraflores. Huaca Pucllana è una piramide eretta intorno al 400 d.C. dalla popolazione Lima, autoctona di questa regione. Popolo di pescatori, adoravano l’oceano più che il sole, che da queste parti si vede raramente, e realizzavano vasi sui quali rappresentavano lo squalo, animale in qualche modo sacro, la cui carne era consumata ritualmente. La piramide e gli edifici intorno ad essa sono in mattoni crudi, posti in opera di taglio e non di piatto, lasciando lievi interstizi tra gli uni e gli altri e legati con malta sabbiosa. I muri così eretti sono flessibili e reagiscono meglio ai terremoti. La piramide, fulcro delle attività religiose e amministrative dei Lima, è in muratura piena perché tutti i riti e le cerimonie si svolgevano sulla sommità. Quando nell’850 d.C. arrivò la popolazione dei Wari che soppiantarono i Lima nella regione, nei muri furono creati interstizi nei quali furono ricavate tombe nelle quali i morti Wari erano mummificati e posti a sedere davanti a vasi con offerte di cibo e di chicha morada.

Ancora molta parte della piramide è da portare in luce. Gli archeologi sono al lavoro da 30 anni e ancora vanno avanti, e chissà per quanto ancora dovranno lavorarvi: perché il progetto è portare tutto in luce, scavando e restaurando in tempo reale data la consistenza dei mattoni crudi. Anche quest’ultimo contatto con l’archeologia peruviana e preinca ci arricchisce molto e ci conferma nell’idea che se gli Inca fanno da richiamo per il turismo peruviano, essi non sono che una goccia nel mare delle culture umane che si succedettero in questa terra dalla preistoria fino alla conquista spagnola.

Incredibile, è già ora di pranzo, la nostra ultima mattinata peruviana è volata! E se ieri abbiamo fatto i signori nel ristorante dello chef Acurio, oggi andiamo in un altro rinomato ristorante della città, Las Brujas de Cachiche, noto per il suo ricchissimo buffet. Come si fa a non assaggiare tutto? Il buffet rappresenta un compendio della cucina peruviana e noi, che in queste due settimane abbiamo avuto modo di  apprezzarne la varietà e i sapori, non perdiamo l’occasione di fare un ultimo bel ripasso. Anche qui la cuenta, alta per un ristorante peruviano, rientra nel conto che ci può presentare in Italia un buon ristorante.

Per tornare in aeroporto da Miraflores oggi ci mettiamo praticamente un’ora: troppo traffico, troppe auto, troppe precedenze che non vengono rispettate. Infine ci si imbarca, su un volo LAN che arriva a Madrid. E ora, che siamo sul volo che da Madrid ci porterà a Milano Malpensa, il viaggio in Perù può dirsi definitivamente concluso.

Hasta luego, Perù!

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