Giordania

Diario di un viaggio spettacolare:

 una settimana in GIORDANIA

Pubblico qui di seguito il diario del viaggio in Giordania svoltosi nel febbraio 2008 al seguito di uno dei viaggi archeologici organizzati dalla rivista di archeologia Archeologia Viva, in collaborazione con l’Agenzia Rallo di Mestre. Il mio ringraziamento va ancora una volta, per tutto, alla collega archeologa e amica Veronica Iacomi, che all’epoca fu la guida archeologica di questo appassionante e indimenticabile viaggio.

giordania

Finalmente, dopo lunga gestazione, arriva su questi schermi l’atteso diario del viaggio in Giordania, diario che ho scritto dopo una settimana di continue scoperte e di continue meraviglie con lo scopo, come al solito, di fissare per me innanzitutto, e per tutti coloro che hanno la pazienza di leggere, tutti gli eventi che ho vissuto e tutti i luoghi che ho visto. Il motivo che mi spinge è uno, semplicemente la paura che il tempo possa cancellare i ricordi, possa affievolirli e possa quindi farmi perdere la memoria di sensazioni ed emozioni che ho vissuto e che hanno reso magici i miei viaggi.

giordania artigianato

Questa volta poi c’è un qualcosa in più, ovvero il bisogno di dedicare questo diario a tutte le persone che lo hanno reso indimenticabile. Mi riferisco a coloro che come me hanno preso parte a questo viaggio, a chi ha partecipato come turista, e come noi porta ora nel cuore immagini speciali e uniche di questa terra meravigliosa che è la Giordania, e mi riferisco a chi ha fatto sì che questo viaggio riuscisse splendidamente, quindi alla nostra archeologa, dalle cui spiegazioni ho attinto preziose informazioni di cui ho disseminato il diario, e alla nostra assistente tecnica, che insieme alla guida giordana ci hanno fatto trascorrere una settimana splendida, in cui niente ci è mancato, anzi! Un doveroso grazie al loro lavoro perfetto, e un doveroso grazie a tutti i miei compagni di viaggio: questo diario è dedicato a ciascuno di voi!

E allora…buona lettura….

Primi passi in terra giordana: i castelli del deserto

24-02-08

Questa volta abbiamo superato noi stessi.

L’Europa ormai ci stava stretta e così abbiamo deciso di uscire dai confini del Vecchio Continente e di avventurarci nel Medio Oriente, meta precisa la Giordania. Non l’abbiamo fatto da soli. Ci siamo affidati ad un viaggio organizzato (altra novità per noi) per conto di Archeologia Viva, il che prevede un programma tutto improntato all’archeologia, perché in Giordania non c’è solo Petra.

Il nostro viaggio inizia con un volo Roma-Amman con la linea aerea Royal Jordanian, che promette bene: il servizio è ottimo, con un super pranzo completo che ci lascia decisamente soddisfatti. L’arrivo ad Amman è in serata, alle 18.30 ora italiana, 19.30 ora locale. L’aeroporto dista dalla capitale circa ¾ d’ora. Saliamo sul pulmann che ci accompagnerà per tutto il nostro viaggio e ci dirigiamo verso l’hotel (un bel 5 stelle in centro ad Amman). Il tempo di sistemarci, poi conferenza introduttiva dell’archeologa a guida del nostro gruppo e quindi cena, a buffet, a base di piatti tipici (uhm..qualcosa mi dice che prenderò qualche chilo questa settimana) e quindi nanna. La vera avventura comincia domani!

25-02-08

Si può dire che ancora non abbiamo toccato suolo islamico, eppure già nella notte ci rendiamo conto di essere nel Medio Oriente. Il canto del Muezzin dall’alto del minareto di una moschea vicino all’hotel ci fa entrare in contatto con un mondo ben diverso dal nostro. Uno dei pilastri dell’Islam è la preghiera: il credente osservante deve pregare 5 volte al giorno, la prima delle quali un’ora prima dell’alba. E così alle 4 di questa mattina facciamo conoscenza con questo particolare della religione islamica.

Sveglia presto per partire alla volta della nostra prima esplorazione: i castelli del deserto, nell’Est del Paese. La nostra guida giordana ci intrattiene spiegandoci la geografia dello stato, dicendoci che in Giordania ci sono tre regioni desertiche. Al momento ne stiamo attraversando una. Il primo castello che incontriamo è Qasr Qharana, a 50 km da Amman, un caravanserraglio costruito tra il 710 e il 714 d.C., in età Omayade, per il ricovero delle carovane. La Giordania è infatti sempre stata interessata dal passaggio delle carovane che percorrendo le vie carovaniere consentivano gli scambi commerciali tra l’Oriente – India e Cina – e il Mediterraneo. Qasr Qharana ha pianta quadrata, 35 m per lato, ed è su due piani. Subito all’ingresso si aprono due stalle, poi un cortile centrale permette di accedere alle stanze per il ricovero delle persone. Anche se nel complesso si tratta di un’architettura molto “rude” ed essenziale, con mura possenti e finestre piccolissime per resistere alle tempeste di sabbia, c’è comunque la volontà di ingentilire gli ambienti, con semicolonne, archi non portanti, decorazioni a denti di lupo di influenza sassanide e medaglioni a motivi floreali. Ciò che colpisce di questo luogo è l’assoluto “nulla” che c’è intorno: solo deserto a perdita d’occhio. Ci si dovrà fare l’abitudine.

giordania - castelli del deserto
Qasr Qharana

La seconda tappa è Quseir-Amra, patrimonio dell’umanità Unesco, un padiglione di caccia-dimora invernale completa di hammam, realizzata anch’essa negli anni 710-714 d.C. Qui la destinazione d’uso è ben diversa, in quanto si tratta di una proprietà privata del principe Omayade, costruita in un’oasi, su un’isoletta in mezzo al torrente Wadi Albotou, presso cui venivano ad abbeverarsi orici, onagri, iene…tutti animali che venivano puntualmente cacciato dal principe! All’esterno, una saqiya (un sistema sul modello della ruota dentata) serve un pozzo piuttosto profondo. La palazzina si compone di una sala delle udienze con volta a botte e pareti e soffitto completamente affrescati, e l’hammam, ispirato al percorso delle terme romane con tepidarium, calidarium e frigidarium. Gli affreschi della sala delle udienze sono molto particolari, tra rappresentazioni di ballerine, donne mezze nude, scene di caccia e mestieri e denotano un artista veramente capace, in grado di assorbire le influenze artistiche esterne e di rielaborarle a suo modo. Quseir-Amra oggi, nonostante il torrente sia secco e la vegetazione non sia più così rigogliosa, dà ancora l’idea del luogo di piacere, dell’oasi di ristoro nel bel mezzo del deserto giordano.

 

Quseir Amra - Giordania

Quseir Amra

 

Terza tappa è Qasr Azraq, che si trova nel deserto  nero, così detto per la presenza di basalto dovuto ad antichissime eruzioni vulcaniche avvenute nella zona. Azraq ha una storia lunghissima: nasce come fortino di età romana, sotto Diocleziano, per difendere il confine dell’impero lungo il limes arabicus. In età di Giustiniano è abbandonato, ed è rioccupato in età Mamelucca, dal 1240, per ospitare carovane di pellegrini. Azraq ha ospitato nel 1917 Lawrence d’Arabia, eroe della guerra araba contro i Turchi. Il forte di Azraq è a pianta quadrata, in pietra nera basaltica reperita sul posto, con una sola porta, invece delle quattro porte che di solito hanno in castra romani. L’ingresso fu modificato in età mamelucca, come mostra un’iscrizione ancora in posto sull’avancorpo aggiunto, mentre all’interno sono conservate le uniche iscrizioni in latino rinvenute in questa regione. Dei tre castelli, questo, nonostante nel complesso sia più grande, è forse il meno emozionante, anche se è quello che ha avuto una storia più lunga, dal III secolo d.C. agli inizi del XX secolo.

giordania - Qasr Azraq
Qasr Azraq

Per pranzo rientriamo ad Amman, dove ci sorprende la pioggia. Salta quindi l’escursione alla cittadella di Amman, l’antica Philadelphia, e ripieghiamo su Iraq el Amir, un centro ellenistico nei sobborghi di Amman. Il nome vuol dire “ruscello del principe”, e in effetti anche Iraq el Amir era un complesso costruito su un’isoletta in mezzo a un fiume, il Wadi al Seqr, come luogo di villeggiatura del principe Ircano nel II sec.a.C. Il palazzo era a due piani, pianta rettangolare con accesso porticato a N e muri esterni coronati all’angolo N/E e N/O da leoni a rilievo. Si fa buio, e noi rientriamo in hotel ad Amman, per riposarci in attesa di domani.

 Antiche città e antichi splendori: Pella, Gadara, Gerasa

26-02-08

Oggi si va a Nord, scendendo nella valle del Giordano. Le nostre mete sono Pella, Gadara e Gerasa.

Mentre la guida giordana e l’archeologa si alternano nell’illustrarci l’uno la società giordana, l’altra i siti archeologici che andremo a visitare, il paesaggio, da brullo e semidesertico diventa via via più verde, abitato e fertile. Pella, la nostra prima tappa, è su un’altura in mezzo al verde, che contrasta tantissimo con l’immagine della Giordania che abbiamo avuto fino a qui. La città ellenistica di Pella, chiamata appositamente col nome della città natale di Alessandro Magno, Pella di Macedonia, si insedia su un’area già interessata da una frequentazione, anzi un vero e proprio abitato risalente al Calcolitico (4500-3200 a.C.). L’area è quindi molto interessante dal punto di vista delle indagini archeologiche relative alle prime fasi di occupazione della regione. Il sito archeologico di Pella al momento non è visitabile, lo si può dominare dall’alto rendendosi così conto di quanto doveva essere ampia la città ellenistica.

Ripartiamo alla volta di Gadara, l’attuale Umm- Qais, ricordata nel Vangelo perché qui Gesù guarì gli indemoniati. Gadara era un centro culturale e filosofico, il cui impianto urbanistico riprende quello delle città ellenistiche d’Oriente monumentalizzate in età imperiale romana. Gadara ha una lunga via porticata, un ingresso monumentale alla città, due teatri, di cui uno, ben conservato, è nero per la pietra utilizzata, mentre dell’altro è rimasto poco e niente, il tempio di Zeus trasformato in età bizantina in una chiesa a pianta ottagonale, e un ninfeo monumentale. Da qui si vede il confine con la Siria e persino il lago di Tiberiade.

Dopo Gadara è la volta di Gerasa, l’attuale Jerash, nota col nome di Antiochia dei Geraseni in età Seleucide e appartenente alla Decapoli di Siria in età romana. Il sito è talmente esteso che la si può considerare come la Pompei della Giordania, ci dice la guida con un certo orgoglio. Si entra nella città attraverso l’arco di Adriano, costeggiando un ippodromo. Il vero e proprio ingresso però è la porta di Damasco. Da qui si accede a est al santuario di Zeus, scenografico, con le sue corti progressive attraverso le quali si ascende verso la divinità. Dietro al santuario c’è il teatro, molto ben conservato (e ristrutturato), con la sua scenae frons, ovvero la parete di fondo del palcoscenico, in cui sono ancora ben evidenti le tre porte da cui entravano gli attori delle rappresentazioni teatrali. Qui ci accoglie un trio di vecchi soldati giordani in pensione che suonano allegre marcette con la cornamusa, creando una bella atmosfera tra le orde di turisti che si affollano.

Gerasa - Jerash

Proseguiamo la visita della città su un sentiero sopraelevato da cui dominiamo tutta la città. Il foro ovale, unico esempio nel mondo romano – di solito i fori, cioè le piazze delle città romane d’Oriente e d’Occidente sono quadrangolari –, il cardo colonnato, cioè la via principale N/S della città, e i vari edifici che vi si affacciano. Arriviamo su una collinetta occupata da ciò che resta di tre chiese bizantine in successione, costruite a distanza di due anni l’una dall’altra, l’ultima delle quali ha un bel pavimento a mosaico. Poco distante si trova il complesso del tempio di Zeus riutilizzato in età bizantina come cattedrale della diocesi di cui Gerasa diventa sede, e annessa chiesa di San Teodoro. Accanto si trova il santuario di Artemide, il cui tempio, al culmine di un percorso ascensionale fatto di varie corti successive, è uno dei più grandi dell’impero romano d’Oriente.

Gerasa - Jerash
Il foro ovale di Gerasa, unico nel mondo romano

Discendiamo dopo aver goduto della visione di un pallido sole al tramonto tra le colonne del tempio. Scendendo, compiamo il percorso opposto a chi in età romana saliva al tempio, attraverso una porta monumentale che si affacciava sulla via colonnata e un’imponente scalinata che conduceva poi al piazzale antistante il tempio. Scendendo le scale e attraversando questa porta ci ritroviamo quindi sulla via principale della città, ornata dalle colonne di un lungo portico che in età romana la costeggiava. Camminando sull’antico basolato della pavimentazione stradale, giungiamo infine, tornando indietro, al foro ovale circondato anch’esso da un portico colonnato di cui restano le colonne unite tra loro da un lungo architrave. Ci avviamo quindi verso l’uscita, e in due o tre sgattaioliamo via più velocemente degli altri per correre nel bazar all’ingresso del sito: la nostra guida giordana, molto ferrea, non ci permette di comprare souvenirs perché si perde tempo…ma come si fa a tenere a bada delle giovani donne in terra straniera? E così comincio a comprare la mia prima boccetta di sabbia, opera di artigianato tipica della Giordania, non prima però di aver fatto un’incursione all’interno dell’ippodromo e di aver dato un’ultima occhiata alla monumentale porta di Adriano (che tra tutti, è il mio imperatore preferito!). Via, si parte! Rientriamo in serata ad Amman.

27-02-08

questa mattina, complice un gran bel sole –finalmente! – recuperiamo  la visita che non abbiamo fatto lunedì a causa della pioggia alla cittadella di Amman, l’antica Philadelphia.

Amman
Il palazzo Omayade sulla cittadella di Amman/Philadelphia

Sembra incredibile che in una città che si stende a macchia d’olio nel territorio circostante, su un’area di 1080 kmq, occupando ben 31 colli, uno di questi colli, il più antico, non sia stato inglobato nella città moderna, ma sia rimasto un’oasi tranquilla, lontana dal traffico indiavolato della capitale, e pulsante di storia. La spiegazione è semplice, la nostra guida ci racconta che il colle della cittadella fu abbandonato in seguito al devastante terremoto che colpì la Giordania a metà dell’VIII sec. d.C.. Da quel momento si cominciò a pensare che anche solo attraversare il colle portasse disgrazia. A causa di questa superstizione il colle fu abbandonato, e forse fu proprio questa la sua fortuna. Segno eclatante della presenza romana nella città è il tempio di Eracle, realizzato in posizione scenografica all’epoca dell’imperatore Marco Aurelio, per essere ben visibile dalla città bassa di Philadelphia. All’interno della cella del tempio doveva esserci la colossale statua di culto di Eracle, di cui è rimasta solo parte della mano, enorme, in marmo. La visita alla cittadella prosegue passando alla fase dell’occupazione bizantina, testimoniata dalla presenza di una chiesa, e alla fase più tarda, Omayade, di cui è rimasta la moschea, e di fronte, il palazzo del principe Omayade, molto complesso e piuttosto esteso, organizzato in numerosi ambienti e cortili, privati e di rappresentanza, tra cui il diwan, la sala delle udienze, dove il principe riceveva gli ospiti, seduti accanto a lui in ordine di importanza. Il palazzo Omayade, come del resto la cittadella, sorgeva in una posizione splendida, con ampia visibilità sui colli circostanti, e quindi naturalmente ben difesa. Ancora oggi, quindi, dalla cittadella si domina tutta la città intorno, e si vede così il bandierone della Giordania, una bandiera grandissima posta sul pennone più alto del mondo, 126 m: altro che grandeur francese! Con un gesto semplice come lo sventolare di una bandiera, i giordani dimostrano il loro senso di appartenenza e di identità nazionale in un modo che non passa certo inosservato. Facciamo ancora un giro veloce la museo, piccino per la verità, ma che permette di fare un excursus storico della vita e della frequentazione della cittadella dalla preistoria fino all’epoca islamica.

Ci dirigiamo poi nella città bassa, di cui rimane il teatro, romano ma costruito alla greca, ovvero sfruttando il fianco della collina per ricavare le gradinate per il pubblico, la cosiddetta cavea, un colonnato che indica che davanti al teatro si doveva trovare il foro e un odeion, un piccolo teatro usato per le riunioni del consiglio cittadino di Philadelphia.

Saliamo quindi sul pulmann e attraversiamo l’area del mercato di Amman, con le sue mille botteghe che si affacciano sulla strada trafficatissima, quindi proseguiamo verso Madaba. È interessante notare come ad ogni incrocio stradale, lungo le vie principali e sugli edifici pubblici, scuole, ospedali, ecc., compaia sempre la gigantografia del re Abdallah II, sempre sorridente. Questo re, che sembra così pacioccone a vedersi, ma che in realtà dev’essere molto capace e ferreo (basti pensare alla posizione geografica della Giordania per rendersi conto delle difficoltà nei rapporti internazionali, che in questa parte del mondo sono sempre appesi a un filo) è molto amato dai suoi sudditi e l’abbondanza dei suoi ritratti sparsi per tutto il Paese – anche nel deserto! – ne sono una bella testimonianza.

Arrivati a Madaba passiamo a piedi nella via centrale dei bazar (guardare e non toccare!) e giungiamo ad una chiesa bizantina che non sarebbe così interessante, se non fosse che sul suo pavimento è stato realizzato un mosaico che rappresentava la mappa della Palestina, della Terra Santa, con l’indicazione di Gerusalemme, del Giordano e del Mar Morto, oltre che con la rappresentazione di molti centri importanti per il culto cristiano. Il mosaico era realizzato probabilmente sulla base di una mappa ad uso dei pellegrini che si recavano nei luoghi santi.

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Il mosaico di Palestina a Madaba

Lasciata Madaba, raggiungiamo il Monte Nebo, dal quale Mosé vide la Terra Promessa e sul quale pare sia morto, anche se la sua tomba non è mai stata trovata e persino nel libro biblico del Deuteronomio si dice che non si sa dove Mosé sia sepolto. Sul Monte Nebo, comunque, già nel IV secolo d.C. era stata costruita una chiesa memoriale, che fu poi ampliata nel VI, tanto che la chiesa primitiva divenne il presbiterio della seconda. Il pavimento all’interno era decorato a mosaici che sono tra i più belli della regione. Purtroppo al momento la chiesa non è visitabile per restauri ai mosaici, in quanto – ci ha raccontato l’archeologa – i mosaici si sono rovinati a causa di un rosone che è stato inserito in facciata peraltro in epoca molto vicina a noi, con l’intento di ingentilire la costruzione. Di fatto però, i raggi solari filtrati attraverso il rosone hanno rovinato il livello di preparazione dei mosaici, rendendo così indispensabili i restauri. Pertanto ci siamo dovuti accontentare di vedere tutto in fotografia che, ovviamente, non è la stessa cosa del vedere dal vero. Dalla cima del Monte Nebo si domina il territorio circostante e lo sguardo si può spingere fino al Mar Morto. La nostra guida giordana ci indica anche Gerico, ma la vediamo più con gli occhi della fede e per intima convinzione che realmente, perché la foschia impedisce di guardare un panorama nitido.

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Il panorama dal Monte Nebo

Cominciamo la discesa verso il Mar Morto, tra tornanti che aggirano montagne desertiche frequentate però da numerosissime greggi di pecore e capre – paesaggio tanto diverso da quello cui siamo abituati, e perciò tanto più affascinante. Giungiamo sul Mar Morto per l’ora di pranzo. Ci ospita un bell’hotel nella cui spiaggia ci andiamo a riposare per un paio d’ore. È il primo momento di relax di questo viaggio. Mentre alcuni di noi fanno il bagno – e l’acqua salatissima e calda tiene a galla chi tenta di fare due bracciate – gli altri vagano per la spiaggia, costituita essenzialmente da grani più o meno grossi di sale, vedono e toccano i famosi fanghi del Mar Morto, si sdraiano godendosi il sole caldo in questa regione depressa, 396 m sotto il livello del mare.

mar morto

Il pomeriggio vola in fretta. Sulla via del ritorno ci fermiamo finalmente per fare shopping! L’aspettativa è alta, ma quando arriviamo lì la delusione ci mangia vivi: la nostra guida ci ha portato in una trappola per turisti, il supermarket dei souvenirs, a prezzi tra l’altro decisamente alti e con merce decisamente scadente. Per lo meno offrono il té gratis agli avventori. Che tristezza! Un po’ amareggiati risaliamo sull’autobus e ci rechiamo a cena in un antico caravanserraglio adibito oggi a ristorante. Qui dopocena, in un gruppetto di donne coraggiose, o meglio, desiderose di provare nuove esperienze – almeno per quanto mi riguarda – fumiamo il narghilé, con tabacco aromatizzato alla mela. Ci divertiamo da pazzi! E di sicuro abbiamo dato spettacolo. Infine, stanche ma felici, ra ggiungiamo il gruppo e rientriamo in hotel.

28-02-08

Oggi ci trasferiamo a Sud. Carichiamo armi e bagagli in pulmann e partiamo alla volta di Macheronte, attuale Mukawir, il palazzo di Erode che ha visto la danza dei Sette veli di Salomé e la conseguente decapitazione di Giovanni Battista. Per arrivare, il pulmann si inerpica per montagne desertiche, fino ad arrivare su una collinetta da cui i resti del palazzo sembrano lontanissimi. Da qui in avanti si va a piedi. Per la prima volta, eccetto tre minuti a Madaba, il pulmann non ci scarica direttamente davanti al sito, e questo mi mette particolarmente di buon umore: finalmente quattro passi per vedere con i miei occhi a 360° l’ambiente che mi circonda. Sembrerà strano, ma vedere il panorama attraverso un finestrino non è la stessa cosa: vedere il paesaggio e insieme camminarvi all’interno a mio parere fa vivere meglio i luoghi, piuttosto che guardare attraverso la mediazione di un vetro che permette la visione in una sola direzione. Ciò non toglie che il panorama finora visto dal finestrino sia splendido ed emozionante. È che camminare guardandosi intorno dà un qualcosa in più. La nostra salita verso il palazzo di Macheronte è abbastanza ripidi e per noi intorpiditi dalle scorse giornate di pulmann, arrivare in cima è una conquista. Del palazzo, un tempo protagonista di pagine del Vangelo oltre che, ovviamente, di pagine di storia, è rimasto poco, giusto il peristilio, ovvero il cortile interno circondato da colonne, e le terme, di  cui però resta ben poco. Stimolata dalla presenza di coccetti sul terreno, e dato che, non dimentichiamolo, questo è un viaggio per appassionati – anche molto competenti, tra l’altro – l’archeologa si lancia in una lezione open air sulla ceramica romana: la ceramica è infatti importantissima per gli archeologi, perché è l’elemento in base al quale si datano gli strati, quindi le strutture, quindi intere fasi di vita di un edificio e di conseguenza di un sito archeologico. Quando ritorniamo al pulmann un giordano cu accoglie con una teiera e ci serve un buon té alla salvia e menta, un blend nuovo per me.

Macheronte, Palazzo di Erode

Ora partiamo per Kerak e mentre saliamo e scendiamo per montagne desertiche incontaminate e perciò incredibilmente belle, la nostra guida giordana ci racconta, da un punto di vista filopalestinese, la storia dei contrasti tra Israele e Palestina, il che ci fa riflettere su come sia recepita nel mondo arabo, islamico, la presenza di Israele in TerraSanta. Giungiamo a Kerak per l’ora di pranzo e qui ho la (s)ventura di assaggiare il montone: mai mangiata una carne che sa così di selvatico: il gusto mi ha alquanto sconcertato, anche perché pare che sia una prelibatezza da queste parti…(ciò mi fa anche riflettere su quanto la cucina “araba” mangiata in questi giorni sia in realtà “mediata” per avvicinarla ai gusti occidentali…).

Kerak è un importante castello crociato che ha fatto da sfondo a eventi cruciali nella storia delle crociate: da qui sono passati il re Baldovino e il feroce Saladino, qui si sono scritte dense pagine di storia delle Crociate. La fortezza domina tutta la rocca su cui è costruita, aveva il controllo delle alture circostanti ed era così ben difesa. La struttura è ovviamente poderosa, data la sua destinazione principalmente militare. Passare sotto i suoi ambienti voltati e bui, i camminamenti militari, dà l’idea di un’imponenza incredibile e dell’orgoglio di un complesso davvero inespugnabile; gli ambienti di servizio, invece, come la cucina, riportano invece alla dimensione “umana” di questa roccaforte, alla vita che vi si svolgeva all’interno.

kerak
Una coppia giordana visita il castello crociato di Kerak

Ci rimettiamo in marcia, ma l’autobus rimane imbottigliato nelle viuzze della cittadina di Kerak: un’automobile parcheggiata male ci blocca per ¼ d’ora. La nostra guida giordana probabilmente impreca, ma noi affamati di vedere finalmente la popolazione locale che passeggia per le vie e tra i bazar, ne approfittiamo per guardarci intorno con attenzione, per vedere i volti, l’abbigliamento, soprattutto le donne col velo e gli uomini con la kefia, le botteghe, in particolare una in cui due donne cardano la lana: dopo tanti siti archeologici, bellissimi, ma privi oggi di vita, questo tuffo, questo contatto fortuito con la città e con la società attuale ci entusiasma e incuriosisce non poco.

Finalmente riusciamo a dribblare le auto parcheggiate in doppia fila (cioè in mezzo alla strada e perciò applausi all’autista!) e usciamo dall’intasamento di Kerak movendo verso Sud alla volta di Petra, che è ben lontana. Il paesaggio è brullo, desertico, piuttosto piatto, interrotto qua e là da qualche piccolo centro abitato, con greggi di pecore al pascolo e l’immancabile moschea. Ci fermiamo a metà strada in un altro supermercato di souvenirs che di nuovo lascia l’amaro in bocca (anche perché l’unica cosa degna di nota è uno splendido scialle che costa la bellezza di 35 dinari, ovvero 35 euro, decisamente troppo per la mia concezione di souvenir).

Ripartiamo e pian piano si fa sera. Non riusciamo perciò ad andare a Beidha., la Piccola Petra caratterizzata da tombe e ambienti scavati interamente nella roccia, che avrebbe rappresentato un’introduzione, un progressivo avvicinamento a Petra, la protagonista di domani. Pazienza. Un cartello stradale con l’indicazione di attraversamento dromedari mi fa ulteriormente ricordare quanto questa parte del mondo sia così diversa da quella cui sono abituata io.

Arriviamo, ormai di notte, nell’hotel che ci ospiterà qui a Petra. È semplicemente bellissimo, realizzato in un vecchio centro abitato restaurato e riadattato, per cui ogni stanza è in realtà un appartemento di una casetta. E il complesso è organizzato come un paesello, con le viuzze, la via dei bazar (che verrà puntualmente assaltata!), il ristorante in uno splendido salone voltato. Il riposo sarà più gradito, in un’atmosfera così caratteristica. Perciò belli felici andiamo a dormire, in attesa di domani.

29-02-08

Non c’eravamo resi conto che l’hotel si trova proprio sotto la moschea. Così alle 4 del mattino veniamo svegliati di soprassalto dal canto (perdonatemi, un po’ stonato) del muezzin, ad un volume talmente alto che sembra che sia col megafono fuori dalla stanza. Lì per lì quest’evento ci turba un po’. Ma quando ci alziamo, tre ore dopo, siamo comunque tutti belli pimpanti, perché ci aspetta Petra!

All’ingresso del sito, le baracchine di souvenirs si chiamano “Indiana Jones gift shop” facendoci capire immediatamente perché milioni di persone nel mondo vogliono visitare Petra!

Quando entriamo, il percorso inizialmente è per così dire all’aperto, e cominciamo a incontrare le prime tombe rupestri che caratterizzano tutto il sito: l’imponente Tomba degli Obelischi è la prima a darci il benvenuto. Procediamo così e mentre arriviamo all’ingresso del Siq vediamo già una comitiva di giapponesi in calesse che fa già ritorno – e sono solo le 9 di mattina! “Ma a che ora sono entrati? Alle 6?” “No, macché! Loro entrano, percorrono il Siq, arrivano davanti al Tesoro e tornano indietro. Per loro Petra è tutta lì!” Aaaah!!!!! Finalmente entriamo nel Siq, questa gola profondissima, stretta e tortuosa, scavata nella roccia che, complice anche quel poco di sole che filtra, diventa di mille colori, da rosa ad arancio a violacea…L’ingresso al Siq una volta aveva una porta monumentale, ad arco, di cui oggi rimangono solo i segni scavati nella roccia. Un uomo vestito da soldato nabateo ci invita ad entrare.

Lungo il percorso attraverso la gola incontriamo tombe rupestri, rappresentazioni della divinità nabatea Dusharà, ciò che resta di una carovana di uomini e cammelli scolpita nella roccia.

Ad ogni curva cresce l’aspettativa, l’emozione, la tensione, ad ogni curva vogliamo essere i primi a vederla e finalmente, dopo più di un km intravediamo la luce! Attraverso una piccolissima strettoia che si apre piano piano, vediamo dapprima come un bagliore, poi sempre più distintamente e infine in tutto il suo splendore il Tesoro, ciò che ha reso Petra celebre in tutto il mondo!

petra
L’ingresso all’antica Petra, dopo aver percorso il Siq,
è qualcosa di magico ed emozionante

L’emozione è forte, tra noi qualcuno si commuove, perché per quante volte l’abbiamo vista in fotografia o in TV, quest’immagine dal vivo lascia in ogni caso senza fiato! Il Tesoro illuminato dal sole che contrasta col buio dell’ultimo tratto del Siq, la piazza gremita di gente e i dromedari che passeggiano…l’impatto è davvero molto forte, e lascerà sicuramente il segno in tutti noi. Inutile che descriva la facciata di questa meraviglia scavata nella roccia, che non è un tempio, non è un palazzo, ma…una tomba! E infatti l’interno è una semplice stanza quadrata con delle nicchie nelle pareti. Ciò che colpisce dell’interno sono le venature della roccia: arancio, rosa e viola si inseguono e creano sfumature incredibili, proprio perché del tutto naturali.

Noi non facciamo come i giapponesi, non ci giriamo indietro, ma a questo punto procediamo all’esplorazione della capitale nabatea, e per prima cosa ci inoltriamo nella Via delle Tombe. Parlo di esplorazione e non di visita, perché la nostra è una costante scoperta delle meraviglie che si incontrano ad ogni passo, un continuo guardarsi intorno estasiati, un voler procedere avanti cercando di scoprire quanto più possibile di ciò che ci circonda. Si apre davanti a noi il teatro, ovviamente scavato nella roccia, e perciò di uno splendido colore rosa. Il percorso brulica di gente: turisti, beduini con i dromedari, bambini con gli asinelli. Sicuramente si perde l’atmosfera magica che invece ci dovrebbe circondare, quell’atmosfera che ha fatto sì che il segreto di Petra rimanesse nascosto per tanto tempo.

Cominciamo la scalata verso le tombe probabilmente reali, splendidamente intagliate nella roccia, imponenti e maestose, che niente hanno da invidiare al Tesoro. La prima che incontriamo è la cosiddetta tomba dell’Urna, che in età bizantina fu trasformata in chiesa, e che davanti a sé ha una terrazza da cui si domina tutta la vallata. Seguono la tomba Corinzia, molto simile al Tesoro, ma non così ben conservata, e la tomba Palazzo, un po’ diversa dalle altre: non è coronata come le altre fin qui viste da un timpano spezzato con in mezzo una tholos o un’urna, ma ha una successione di 5 piani in cui quello superiore è sempre alto la metà di quello inferiore.

petra

Proseguiamo discendendo un sentiero che ci porta in un angoletto nascosto, in cui finalmente assaporiamo un po’ di pace: la folla dei turisti è lontana, non si avventura fino qui e noi possiamo goderci in tutta serenità, bucolica direi, la tomba rupestre di Sextus Florentinus, governatore di Petra che morì intorno al 129 d.C. La tomba è senz’altro più modesta delle tombe reali precedenti, ma mostra la volontà di non rompere con le tradizioni funerarie della città, nonostante l’iscrizione in latino ci faccia capire immediatamente chi è il personaggio cui siamo davanti. Dietro di noi, in lontananza, scorgiamo il villaggio di beduini che è stanziato all’interno del parco e sulla nostra sinistra vediamo un gregge di pecore in un riparo sottoroccia che un tempo fu una tomba. Lungo la discesa sono numerosi i bambini beduini, talvolta piccolissimi, che ci inseguono domandandoci “One dinar! One dinar!” Sembra quasi che abbiano imparato a chiedere un dinaro ancora prima di saper dire mamma e papà!

Scendiamo finalmente nella città nabatea, percorriamo una via colonnata che costeggia il torrente Wadi Musa. Sulla sinistra si apre si apre il grande tempio, con i particolari capitelli a testa di elefante. Nel suo complesso era inserito anche un piccolo teatro, un odeion per le riunioni del Consiglio cittadino. Di fronte c’è il tempio dei Leoni alati, così chiamato per i suoi caratteristici capitelli. Varcata una porta monumentale entriamo nel santuario del tempio di Dusharà, di cui si conserva in parte l’elevato, e che risulta pertanto decisamente imponente e in posizione un po’ soprelevata, per indicare l’ascensione verso il dio. Lo spiazzo antistante è un parcheggio di dromedari…

dromedari petra

Dopopranzo il gruppo si divide, e i più temerari decidono di salire al Monastero, El Deir, un ulteriore monumento scavato nella roccia davvero impressionante. Ci inerpichiamo per una stretta e tortuosa salita, a tratti costituita da scalinate intagliate nella roccia, costeggiando precipizi piuttosto profondi e cercando di scansare gli asinelli condotti da ragazzini beduini, che scendono a rotta di collo (il nostro) lungo questa, che è l’unica via per salire. Ogni tanto ci voltiamo indietro, e il paesaggio è mozzafiato: lo sguardo spazia lontano, fino alla Tomba Palazzo, che ora è lontanissima e minuscola. La salita dura un quarto d’ora, ma quando giungiamo in vetta, a tutti noi sfugge un “Oooohhh!” di meraviglia. E di soddisfazione: tanta fatica, ma ne è valsa davvero la pena!

petra
il cd. Monastero, Petra

Il monastero, la cui sommità è sovrastata da una poderosa urna, su cui la gente può anche salire (a proprio rischio e pericolo! Qui non è ancora arrivata una normativa sulla messa in sicurezza dei siti archeologici…), è persino più grande del Tesoro, e di sicuro non lascia delusi! Ritorniamo sui nostri passi, ridiscendiamo la stretta e tortuosa via, poi rifacciamo indietro il percorso fino a tornare al Tesoro, che ora, non più  baciato dal sole, mostra la tinta rosa della roccia nella quale è scolpito. Ripercorriamo a ritroso il Siq e torniamo soddisfattissimi al nostro pulmann , dove ci scambiamo le nostre impressioni. Veniamo così a sapere che chi non è salito al Monastero ha sorseggiato del té alla menta davanti al Tesoro: questa sì che è vita!

La giornata di oggi non è ancora finita: ci manca da visitare Beidha, la Piccola Petra, che sicuramente non ci entusiasmerà come l’originale, ma che si rivelerà senz’altro degna di essere visitata. Lungo il tragitto in autobus scopriamo che il venerdì le famiglie giordane fanno il pic-nic, un po’ come noi la domenica. Solo che noi lo facciamo sui prati, qui invece lo fanno nel deserto! Curioso…

Piccola Petra, lo devo ammettere, non ci colpisce più di tanto, perché abbiamo ancora negli occhi il Tesoro, il Siq e la città nabatea e ogni altra cosa sfigura al confronto. In effetti, da programma, avremmo dovuto visitare Beidha già ieri, perché doveva costituire un graduale avvicinamento alla magnificenza di Petra, ma si era fatto tardi, e pertanto è stata rimandata. Comunque ora siamo qui. Beidha è davvero una Petra in miniatura: anche qui infatti c’è una stretta gola d’accesso scavata da un torrente nella roccia, molto più stretta e decisamente più breve. Un mini-Siq, insomma. Si apre poi su uno spazio in cui si trovano cisterne scavate nella roccia e un complesso scavato nella parete di pietra , disposto su due piani non comunicanti. L’accesso al piano superiore non avviene, come a Petra, passando da una porta piccola rispetto al resto della facciata, perché qui la stanza scavata nella roccia è aperta, scandita da due colonne in facciata. Per questo motivo non si è del tutto sicuri che a Beidha ci fossero solo tombe: un’architettura del genere potrebbe infatti far pensare più a un tempio. Andando avanti, altri due ambienti scavati nella roccia, con una panchina che corre sui tre lati, sono stati interpretati come luogo per i banchetti. Ci inerpichiamo in pochi coraggiosi, o incoscienti, su per una scaletta stretta e scivolosa ed entriamo in un ambiente ovviamente scavato nella roccia la cui parete di fondo, in parte, e la volta della nicchia sono, o meglio, furono affrescate. Ora sono in pessimo stato di conservazione, tutti anneriti dall’umidità o dalla fuliggine e rimangono solo piccoli lacerti di affresco bianco in cui si intuisce qualche motivo a intreccio e qualche figura umana, forse un amorino. Ci coglie un senso di desolazione, non perché ci aspettassimo qualcosa di meglio, ma perché abbiamo la consapevolezza che andrà tutto inesorabilmente perduto se qualcuno entro breve non interverrà con un restauro.

L’intensa giornata di oggi si conclude così, al tramonto. Stasera conferenza sui traffici commerciali con l’Oriente nell’antichità, dato che Petra controllava le vie carovaniere provenienti dall’India e deve il suo splendore proprio alla prosperità dei commerci.

La giornata è stata lunga e intensa, siamo tutti decisamente provati: chissà se stanotte sentiremo cantare il muezzin…

1-03-08

Oggi avventura nel deserto! Faremo una splendida escursione in jeep nel deserto del Wadi Rum, nel Sud della Giordania. Noi più giovani del gruppo saliamo sulla stessa macchina e qui inizia il divertimento! Partono tutte le 5 jeep in fila, ma il nostro accompagnatore, un giovane ed elegante beduino, ad un certo punto abbandona la strada e il gruppo, e sterza entrando nel deserto in direzione della ferrovia. Ha visto un dromedario fermo sui binari, che non si preoccupa minimamente del treno che sta arrivando. Il beduino scende dalla jeep e costringe, lanciandogli una serie di sassi l’infastidito e riluttante animale ad allontanarsi. Appena in tempo! Il treno passa e il macchinista ringrazia per il salvataggio. Il beduino è diventato il nostro eroe! Arriviamo alla montagna del Jabel Hamud molto dopo le altre jeep, ma con una storia da raccontare!

avventura deserto giordano
un beduino allontana un dromedario fermo sulle rotaie mentre da lontano si avvicina il treno

Jabel Hamud è importante perché in un anfratto tra le rocce gli antichi abitanti del deserto hanno realizzato delle incisioni rupestri e quella che sembra essere una mappa, su una pietra liscia che sembra una tavola. Questa riporta una serie di buchette più o meno grandi, delle coppelle, disposte apparentemente senza una logica, ma che potrebbero rappresentare in realtà una rappresentazione degli insediamenti abitati, in cui le buchette più grandi sarebbero i centri maggiori, quelli che dovrebbero pagare un tributo maggiore. La mappa, perciò, nascerebbe per motivi fiscali oltre che geografici. Questa per ora è solo un’ipotesi che non convince neanche tutti gli studiosi, ma una cosa è certa: questa lastrona bucherellata è davvero strana!

Rimontiamo sulla jeep, e comincia una scatenata gara di velocità sul modello Parigi-Dakar con la jeep guidata da un altro giovane beduino. E così tra sterzate improvvise, nella sabbia del deserto, sballottamenti vari e corse sfrenate giungiamo, esaltati e divertiti alla seconda tappa, non prima di aver visto una curiosa montagna dalla perfetta forma piramidale (e il “nostro” beduino scherza con noi, dicendoci che una volta le piramidi in Egitto erano 4, poi una se la sono portata via loro… :-) ). Il deserto si sta cominciando a tingere di rosso. Di fatto è proprio qui che hanno girato il film “Pianeta rosso”, e non a caso! La nostra seconda tappa è una fonte nel deserto: sulla parete rocciosa che si alza infatti vediamo della vegetazione, e soprattutto una palmetta sperduta. Nei pressi della fonte, invece, c’è un albero solitario vicino al quale è montata una tenda beduina. In questi luoghi hanno girato il film “Lawrence d’Arabia”, non per altro, ma perché lui passò proprio di qui mentre andava a conquistare Aqaba.

Riprendiamo il percorso, e il rally contro l’altra jeep, e arriviamo in un posto splendido. Lo definirei un piccolo angolo di paradiso, se non fosse che siamo nel deserto. La sabbia rossa è meravigliosa, guardando il panorama si vedono giochi di colori incredibili: il rosso e il rosa delle sabbie, il verde delle poche piante qua e là, il bruno delle montagne lontane, l’azzurro intenso del cielo. Resterei ore e ore immobile a guardare, ma la nostra guida ci scuote invitandoci ad entrare in una stretta gola tra le rocce per vedere le incisioni rupestri. Le figure sono varie e realizzate in varie epoche: una donna partoriente, figure maschili, femminili e infantili, piedini, animali vari, dal leone allo stambecco, e scritte in arabo. Le incisioni sono state fatte da età anche molto antiche a epoche più recenti, non hanno una datazione precisa, non tutte per lo meno, ma testimoniano comunque che da qui sicuramente passavano le carovane dirette a Petra o in Arabia.

Facciamo una piccola sosta presso l’unica duna di sabbia di questo deserto, poi andiamo presso il centro abitato di Wadi Rum, dove si trovano i resti di un tempio nabateo e di una villa. Sono questi gli ultimi resti archeologici che vediamo in Giordania e di fatto, si può dire, il nostro lungo viaggio di esplorazione si conclude qui. Da ora in poi comincia il ritorno.

giordania-wadi rum
Sulle tracce di Lawrence d’Arabia…

Torniamo infatti per l’ultima notte nell’hotel di Amman, compiendo un lungo viaggio in autobus di 4 ore e ½ circa, in cui la nostra guida giordana, non paga di averci raccontato per filo e per segno tutto lo scibile umano riguardo il suo Paese, dà il meglio di sé spiegandoci nel minimo dettaglio la politica giordana, ma soprattutto motivandoci il perché della poligamia in Giordania (momenti di rara comicità) e raccontandoci per filo e per segno il matrimonio giordano (con applauso finale da parte di tutto il pullman quando finalmente i due sposi dopo la festa di nozze si ritirano nelle loro stanze…altro momento di rara comicità!).

La sera dopocena ci intratteniamo al pianobar dell’hotel sorseggiando Arak, il liquore all’anice locale, uguale all’Ouzo greco, poi andiamo mestamente a fare le valigie e a dormire l’ultima notte su suolo giordano.

2-03-08

L’aereo per Roma parte alle 11 ora locale. Alle 14 ora italiana atterriamo a Fiumicino. Ci salutiamo tutti, felici di aver condiviso un viaggio che è stato molto più di una semplice vacanza, un vero e proprio viaggio di crescita personale e, perché no? Professionale. Ho visto tanto, ho imparato tanto, sono decisamente felice di essere stata in Giordania. Io e Lorenzo avevamo delle riserve inizialmente sul viaggio organizzato, non avendone mai fatti prima, ma l’organizzazione e la compagnia sono state splendide, i partecipanti tutti persone eccezionali, oltre che culturalmente stimolanti, e accomunate da un interesse: l’archeologia. E già questo, cari miei compagni di avventura, fa di voi i compagni di viaggio ideali! Grazie a voi tutti, quindi, grazie a chi ha organizzato e guidato il nostro percorso passo passo. Perché al di là delle meraviglie che abbiamo visto, non sarebbe stata la stessa cosa senza di voi!

giordania wadi rum
La montagna dei Sette Pilastri della Saggezza, Wadi rum
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