Australia

AUSTRALIA: in luna di miele

dall’altra parte del mondo

sunrise

I monti Katatjuta all'alba - Red Centre. Pic by Lorenzo

3/10/2011 – Il non-senso del tempo

QUESTA È UNA FREGATURA!

Siamo sul volo verso Sydney, mancano per la precisione 4 ore e 26 minuti al nostro arrivo in terra australiana ma…c’è qualcosa che non mi torna: siamo partiti con volo Quantas da Francoforte ieri notte, 2 ottobre, alle 23.50, siamo atterrati per scalo tecnico (che consiste nello scendere tutti dall’aereo, quindi rifare il metal detector al gate prima di reimbarcarsi) a Singapore, da cui siamo ripartiti alle 19.50 ora locale ma 13.50 ora italiana. E ora, che in terra australiana è l’1.40 del 4 ottobre, il mio orologio – che coincide ancora con l’orologio biologico italiano – segna le 16.40! Ho finito ora di pranzare, per quanto mi riguarda, ma in realtà ci hanno servito la cena, visto che atterreremo a Sydney alle 6 del mattino! Il senso del tempo sarà pure una costruzione mentale, ma temo che il jet lag sia quanto di più reale e fisiologico possa esistere! Non posso far altro che dormire, di qui alle prossime 4 ore!

ultimate travel

4/10/2011 – Tutti allo zoo!

In aeroporto a Sydney la prima sorpresa: non ci sono controlli antiterrorismo o roba simile: qui si preoccupano che non si importino in Australia alimenti e in genere generi deperibili per evitare qualsiasi forma si contaminazione da funghi e batteri. I danni che sono stati fatti storicamente dall’immissione dei conigli hanno fatto storia, ed ora i sistemi sono piuttosto restrittivi. Se si importa del cibo, bisogna che sia chiuso industrialmente, e comunque bisogna dichiararlo. Non c’è male, come primo impatto!

Sydney non ci accoglie senz’altro con una bella giornata: cielo plumbeo che minaccia pioggia, aria fredda e venticello che ci lasciano alquanto perplessi, noi che ne arriviamo da un fine settembre italiano decisamente troppo caldo. Dopo la sistemazione in hotel (Ibis su Pitt St, che non è un granché, ma che è in ottima posizione, lungo una via centrale vicina alla Central Station da un lato e strategica per raggiungere facilmente i punti di interesse della città) scendiamo in strada, pronti a conoscere da vicino la nostra prima meta.

È decisamente presto, le 8.30, un orario non da turisti, e infatti in giro lungo i marciapiedi di George St si vede solo gente ben vestita che va a lavorare, in mano il proprio bel caffè da asporto. Il modello è quello americano, stile New York: grande traffico, tanta gente che cammina veloce, grattacieli… ma proprio nell’organizzazione urbanistica di questa zona di Sydney c’è qualcosa che la differenzia da New York: le strade tutto sommato strette, per cui è impensabile paragonare Gorge St alla V Avenue, e la prima cosa che si nota è che accanto ai grattacieli più alti e moderni si trova sempre un qualche edificio palesemente più vecchio (antico è termine che non si addice a Sydney), magari in mattoni, col tetto a falde o con la facciata intonacata, per cui il contrasto è come un pugno in un occhio in chi non c’è abituato.

opera house

Il simbolo di Sydney, l'Opera House

La nostra sortita mattutina ha uno scopo: vogliamo vedere subito e in un colpo solo, i due simboli di Sydney: l’Opera House e l’Harbour Bridge. Ed eccoli, finalmente: due opere eccezionali di architettura l’uno, di ingegneria l’altra, che si guardano da un lato all’altro dello stretto porto da cui partono i battelli che collegano questo capo di Sydney con le altre baie e insenature che caratterizzano la costa della città. Effettivamente Sydney, con i suoi quartieri e i suoi sobborghi si espande tutto intorno alla frastagliata baia quasi chiusa su cui sorge. Un assaggio lo abbiamo già oggi, perché decidiamo, come prima cosa, dopo aver ammirato lo skyline che si affaccia qui sull’imbarcadero di Circular Quay, di visitare il Taronga Zoo, lo zoo di Sydney, che si trova sull’altra sponda della baia. Prendiamo dunque il battello, che esce nel Sydney Harbour, passa davanti all’Opera House, ai Botanic Gardens, quindi attraversa lo stretto e attracca al molo dove un bus ci attende per portarci allo zoo. Veniamo allo zoo con uno scopo: vedere bene, e da vicino, tutti insieme, gli animali che caratterizzano la fauna australiana: non abbiamo ancora idea, infatti, di quali e quanti ne potremo vedere nelle prossime settimane. Lo zoo è molto bello: innanzitutto, tranne in alcuni casi, non si avverte la brutta sensazione degli animali in gabbia. La prima impressione si ha da subito, entrando nell’habitat di alcuni piccoli, e nascosti, uccelli australiani, per vedere i quali si entra in una grande immensa voliera. Talmente grande che stando al suo interno non la si percepisce. Al Taronga Zoo vediamo tutti gli animali che contano: il koala, il vombato, il canguro e il wallaby, il diavolo della Tasmania, l’ornitorinco e l’echidna, il kokaburra, l’emù e il casuario. Il koala è tenerissimo, aggrappato al suo eucalipto mentre se la ronfa beato, ma il più tenero è il vombatto, che se ne sta rintanato nella sua tana sottoterra. Il diavolo della Tasmania è tanto piccolo quanto feroce: lo vediamo in azione in una dimostrazione in cui si avventa sulla finta carcassa di un wallaby al cui interno è stata agganciata della carne. Lo guardiamo mentre la divora, cerca di strapparla, spezza le ossa con i suoi denti aguzzi e affilati. Non vorrei trovarmelo davanti, ma tanto non c’è pericolo: il diavolo della Tasmania è ahimé in via d’estinzione, come molti altri animali australiani.

casuario taronga zoo

il casuario al Taronga Zoo

A zonzo per Sydney

Restiamo allo zoo fino alle 3 p.m., poi riprendiamo il battello e torniamo a Circular Quay. Qui acquistiamo, per l’indomani, i biglietti per il Whale Watching. Al largo i Sydney, in pieno oceano, passa infatti annualmente la migrazione delle megattere, e quale migliore occasione di questa per vederle dal vivo? L’esperienza costa, 85 aud a testa, ma lo spettacolo sarà di quelli che non si dimenticano.

Già che ci siamo, decidiamo di passeggiare lungo Circular Quay, per godere al meglio della vista sul Sydney Harbour, dello skyline che vi si affaccia, dell’Harbour Bridge e ancora dell’Opera House. Un timido eppure già caldo sole primaverile illumina e dà nuova luce a tutto l’insieme. L’imbarcadero si popola di gente, l’atmosfera è ritmata da alcuni artisti di strada, più o meno aborigeni, che suonano il didgeridoo – strumento a fiato tipico aborigeno – a tempo di musica house. Sono questi gli unici presunti aborigeni che vediamo a Syney; rimaniamo invece stupiti dall’alta percentuale di asiatici che vivono qui, pur sapendo che negli anni passati c’è stata una forte migrazione dall’estremo oriente (che da qui effettivamente non è così lontano). Sydney è così una città cosmopolita, dai caratteri estremamente occidentali. Sembra incredibile che siamo dall’altra parte del mondo!

Andiamo a rendere omaggio all’Opera House, da vicino, saliamo le scalinate senza entrare, anche se c’è la possibilità di visitarne l’interno. Da qui torniamo in centro, costeggiando dapprima i Botanic Gardens lungo Macquarrie St, quindi imbocchiamo Bridge St, da qui passiamo in George St e la discendiamo. Esploriamo la bella piazza pedonale di Martin Pl, quindi continuiamo, notando come qui vi siano solo grandi uffici, banche e coffe bar, mentre i negozi sono tutti raccolti in grandi centri commerciali che si aprono ogni poco lungo lla via. Entriamo, per cominciare, nel più significativo di essi: Queen Victoria Building. È uno splendido edificio liberty che ha mantenuto il suo spazio, un isolato oltre il quale su tutti i lati svettano grattacieli. L’interno è favoloso, un mondo a sé fatto di sfarzo, belle boutiques ed eleganti café. Da qui ci spostiamo, a qualche isolato di distanza, in Hide Park, elegante parco popolato, come tutti i parchi e giardini pubblici di Sydney, dagli ibis, grossi uccelli dal becco lungo e affusolato che razzolano qua e là come i piccioni. Da qui prendiamo Liverpool St e la seguiamo tutta sino a sbucare sul fondo di quel luogo bellissimo di Sydney che è il Darling Harbour. È questo forse il luogo più in di Sydney, comunque uno dei più frequentati: si sviluppa intorno al Cocle Bay, che funge da approdo per i battelli che servono la baia, ed ha sul lato tutta una serie di ristorantini e dall’altro un centro commerciale. Davanti, la vista sulla baia è interrotta da un ponte pedonale che collega le due estremità di Darling Harbour, sopra il quale passa la Monorail: un trenino essenzialmente turistico che fa il giro intorno a Darling Harbour. Il punto migliore per godere il panorama è su questo ponte oppure dal lato del centro commerciale, Harbour Side, perché anche qui come a Circular Quay è lo skyline disegnato da grattacieli che caratterizza e rende unico questo paesaggio urbano. Ceniamo all’Hard Rock Café questa sera (i ristorantini per quanto bellini sono tutti molto cari. In effetti quello dei pasti è un tasto dolente, pranzi di Sydney a parte), che offre una vista stupenda proprio su questo bel fronte del porto. E con l’immagine dei grattacieli illuminati di notte, ce ne torniamo in hotel. La prima giornata di Sydney è conclusa. Siamo stanchi morti, il fuso orario si è fatto accusare già a metà pomeriggio. Un sonno ristoratore è proprio quello che ci vuole.

darling harbour

Darling Harbour

5/10/11 – Il mare è pieno di pesci… e non solo!

La sveglia è di buon mattino, ma la lunga dormita di questa notte ci dà il sollievo di esserci rimessi in sesto. Alle 9.15 parte la missione Whale Watching! Siamo in pochi sulla barca – una sorta di catamarano leggero e veloce, che prende le onde in modo folle facendoci ringraziare di non aver fatto colazione. La gita in barca è un modo per noi di renderci conto della conformazione della costa – un susseguirsi di baie più o meno ampie e profonde, di scogliere a picco e di spiaggette, quindi l’uscita in mare aperto, fuori dalla baia di Sydney, ma con l’inconfondibile skyline sullo sfondo. Ed è proprio sullo sfondo di Sydney che vediamo sbuffare la prima megattera. È una, poi 2 poi 3, 4, 5 e forse addirittura 6. si muovono in gruppo, respira una, poi l’altra poi l’altra, mostrano il loro dorso, qualcuna più espansiva anche la coda. Non saltano fuori dall’acqua, ma è già una grande emozione poterle vedere da così vicino. Già, perché la barca si avvicina tantissimo, tanto che si possono vedere quelle strane protuberanze che le megattere hanno sulla testa, le loro pance e soprattutto, sentiamo lo spostamento d’acqua che il loro passaggio provoca. Loro stanno migrando, e nella loro migrazione passano al largo della costa effettivamente non credevo potessero avvicinarsi così tanto alla terra emersa, pensavo piuttosto che saremmo dovuti andare ancora più in mare aperto, invece distiamo dalla costa, se gli occhi non ci ingannano, non più di 2-3 km.

whalewatching sydney

whalewatching al largo della costa fuori dalla baia di Sydney

Rientriamo a Darling Harbour decisamente soddisfatti del nostro incontro con i giganti del mare. È ora di pranzo nel frattempo (il whale whatching dura 3 ore), e siccome la nostra giornata è dedicata agli abitanti dell’oceano, andiamo a pranzo al Fish Market. Il mercato del pesce di Sydney è spettacolare: è un mercato coperto organizzato in una serie di ristoranti e di pescherie/bistrot in cui poter gustare il pesce fresco pescato nella notte. Li vediamo, i pesci che popolano l’oceano: il barramundi, tipico australiano, lo snapper, il red emperor, le cui squame rosa brillanti lo rendono la star del banco del pesce, e poi i più “globali” salmone, pesce spada, sogliola – che da queste parti si chiama curiosamente John Dory –  e poi ostriche, gamberi e gamberoni, aragoste e baby octopus. Mangiamo al Fish Market Café un fritto misto oceanico: totani, tranci di barramundi, surimi e gamberoni in pastella, più due ostriche e un assaggio di baby octopus grigliato: che bellezza! E dopo pranzo, poiché non siamo ancora soddisfatti da tutti questi pesci, andiamo all’acquario, al Darling Haarrbour. L’acquario di Sydney in sé non è un granché, per noi abituati all’acquario di Genova, ma ci accoglie con un ornitorinco (in inglese platypus), ci stupisce con il granchio gigante del Giappone (simpaticamente chiamato Crabzilla), ci intenerisce con il grande e grosso dugongo e ci affascina con gli squali che ci nuotano accanto e sulla testa. Il dugongo è in realtà l’unico motivo che mi spinge a entrare, ma la visita risulta comunque piacevole, e completa il ciclo di conoscenza diretta con la fauna australiana iniziato ieri con il Taronga Zoo e proseguito stamani con le megattere.

dugongo

Il dugongo all'acquario di Sydney

Dopo l’acquario andiamo a piedi fino a The Rocks, il centro storico, se così si può definire un nucleo di edifici costruiti a partire dalla seconda metà dell’800, caratterizzato da casette in mattoni rossi, debitamente restaurate, basse, che ospitano café e botteghine. Da qui saliamo fino alla collinetta dell’osservatorio astronomico, che guarda tutto il Darling Harbour, quindi ridiscendiamo, imbocchiamo Gorge St, poi svoltiamo per andare a cena, anche questa sera, al Darling Harbour, ove troviamo un bel locale al piano terra del centro commerciale Harbour Side. Anche stasera si mangia burger. E temo che non sarà l’ultimo…

6/10/2011 – Il verde dei Botanic Gardens

Il nostro ultimo giorno a Sydney prevede un programma più soft: al mattino Nicholson Museum, museo universitario di archeologia classica, e al pomeriggio Botanic Garrdens. Facciamo colazione con un hot milk tea, bevanda molto simile al bubbole tea che avevamo provato a suo tempo a New York,  e ci dirigiamo lungo Broadway St fino al bel parco che sta davanti all’università. Entriamo quindi nel campus universitario, dove plessi moderni si alternano ad edifici in stile neogotico. Il Nicholson Museum si trova proprio in uno di questi edifici neogotici. È un museo archeologico che deve la sua esistenza alla passione antiquaria o archeologica di tale Sir Charles Nicholson, un inglese dal multiforme ingegno amante dell’archeologia del Mediterraneo: e infatti abbbiamo reperti egizi, greci, romani ed etruschi. E proprio agli Etruschi è dedicata una mostra qui in museo basata sui pezzi acquistati sul mercato antiquario a metà ‘800 da Nicholson, la mostra è un semplicistico tentativo di spiegare agli Australiani chi furono gli Etruschi. Il risultato: è un’infarinatura piuttosto superficiale e banalotta sulla civiltà etrusca. Ma è utile per capire come gli Australiani considerano l’archeologia del Mediterraneo. È lecito chiedersi “Ma perché se sei in Australia vai a vedere una mostra sugli Etruschi?” Ma il punto è proprio questo: cercare di capire quale sia la percezione che gli Australiani hanno della cultura occidentale. Un esperimento sociologico che, potendo farlo, valeva la pena di condurre.

nicholson museum sydney

il Nicholson Museum, Sydney

È tarda mattinata quando lasciamo il Nicholson Museum. Il Fish Market è vicino, quindi è lì che andiamo a pranzo. Oggi ci lanciamo alla scoperta dei pesci locali, il famoso baramundi e lo snapperr, che soddisfano particolarmente il nostro palato. Dal Fish Marrket prendiamo poi la MetroLightWay, il trenino urbano, fino alla Central Station. Da qui proseguiamo a piedi, risalendo Hyde Park, entrando a vedere la Cattedrale di Santa Maria (neogotica all’esterno, luminosa all’interno), quindi da Macquarie St entriamo nei Botanic Gardens.

Sydney è piena di verde e di giardini. I Botanic Gardens però sono qualcosa in più: sono uno spazio ricreativo, pubblico, di pace; la prima parte è un orto botanico vero e proprio mentre man mano che ci si avvicina al mare i giardini diventano sempre più parco, dove gli abitanti di Sydney vanno a correre, giocano a nascondino, prendono il sole (quando c’è, non oggi). Le piante sono belle, non c’è che dire, ma io resto di sasso quando mi rendo conto che sopra le nostre teste volteggiano le volpi volanti: sono grossi pipistrelli che si attaccano ai rami degli alberi a testa in giù, come vuole tradizione. Ma sono tantissimi, e così riuniti sui rami ancora spogli, danno vita a uno spettacolo lugubre e affascinante al tempo stesso.

Passiamo buona parte del pomeriggio ai Botanic Gardens, arrivando fino al loro sbocco sul Sydney Harbour, da dove si gode la famosa vista da cartolina dell’Opera House incorniciato dall’’Harbour Bridge. E qui la foto ricordo è d’obbligo. La giornata non è delle migliori, pioviggina e non invoglia certo a restare all’aria aperta. Rientriamo in centro, lungo George St. e dintorni, scendiamo sottoterra in una delle tante food court della città, dove una serie di take away, dal caffè alla cucina indiana, al basso prezzo. La scelta è sicuramente ampia, e i numerosi avventori possono sedere ai tavolini comuni nel centro della court; peccato però che chiudano alle 8 PM: ma del resto i take away servono il pranzo alla gente che lavora e uno spuntino, una merenda o un pasto vero e proprio a chi va per shopping. Sono le 5 PM e le strade si riempiono di giovani che si riversano nei centri commerciali. Quando entriamo al Myer, il più grande, quasi non si cammina dalla folla brulicante che c’è. Passiamo il resto del pomeriggio saltando da un centro commerciale a un altro, entriamo nell’elegante N°1 Martin Place, una corte interna che ospita ristoranti, quindi andiamo a cena. Anche stasera al Darling Harbour in un bel locale, costoso off course, dove per una volta non mangio hamburger ma un bello snapper al cartoccio accompagnato da una birra stout australiana, che mi rimette in pace con le abitudini alimentari che hanno da queste parti. La pioggia non ci concede un ultimo giro del Darling Harbour e così torniamo in hotel, non prima di aver preso un buonissimo black milk tea (non proprio digestivo!) al Eorldsquare, il centro commerciale/food court vicino all’hotel. Si conclude così il nostro ultimo giorno a Sydney. Domani si parte, destinazione Melbourne.

botanic gardens sydney

L'Harbour Bridge incornicia l'Opera House in questa veduta prospettica dai Botanic Gardens

7/10/11 – Lungo la via del surf…

Per andare all’aeroporto dalla Central Station percorriamo a ritroso i passi compiuti il primo giorno all’arrivo: prendiamo l’airport train che dopo 15 minuti circa ci lascia al terminal “Domestic” destinato ai voli interni. In Australia, almeno per i voli interni, il check-in si fa da sé, dalla stampa della carta d’imbarco fino alla spedizione della valigia: in fondo si tratta di attaccare alla valigia quella lunga striscia con indicata la destinazione. Non saremo tranquilli finché non la rivedremo a Melbourne sul nastro trasportatore. Il volo dura un’ora e mezzo, non c’è fuso orario da Sydney a Melbourne, recuperiamo senza intoppi e con un sospiro di sollievo le valigie, ma qui una nuova sfida ci attende: il noleggio dell’auto alla Hertz e la guida a sinistra in autostrada, tanto per cominciare in allegria. Ci viene data una bellissima Toyota Camrey Alise, modello superelegante di berlina che in Italia non esiste, ma che qui ha successo dato che il 90% delle auto che si vede in giro è una berlina. Il pilota nei prossimi giorni sarà Lorenzo, che guiderà lungo la Great Ocean Road, da qui a Melbourne, quindi a Ballarat e di nuovo nel traffico di Melbourne, prima di rientrare alla Hertz. Alcuni momenti di tensione dovuti alla prima volta col cambio automatico, quindi all’ingresso in autostrada e all’iniziale difficoltà ad abituarsi alla guida a sinistra, dopodiché via, si imposta il navigatore, verso Torquay, capitale del surf e si fa vela verso la costa.

Chissà che mi aspettavo di vedere a Torquay: una località di mare, ristorantini di pesce e una passeggiata lungo la spiaggia? Oh no, non c’è niente di tutto ciò: una strada su cui si affacciano da un lato e dall’altro piccole casette prefabbricate indipendenti che costituiscono altrettanti negozi per il surf; la spiaggia è lontana, l’oceano non si vede, niente fa pensare di essere in un centro cittadino, tranne un McDonald e il Torquay Visitors Centre. Ci rechiamo qui: non siamo tipi da surf, siamo piuttosto tipi da museo. E infatti visitiamo il museo del Surf! Forse un po’ troppo costoso (10 aud sono effettivamente tanti…), questo simpatico museo fa piuttosto la storia di Bell’s Beach, la spiaggia che da quasi un secolo attrae surfisti da tutto il mondo (nonché quella dov’è girata la scena finale del film Point Break) e dei surfisti che di anno in anno hanno vinto l’annuale gara di surf, le tavole da surf vincitrici delle gare e una sezione che mostra l’evoluzione della tavola, da quella semplice in legno a quella ultra sofisticata, attuale in poliuretano e vetroresina. Si scopre così che il surf l’hanno inventato gli abitanti delle isole Samoa chissà quante migliaia di anni fa, ma è solo nel 1900 che si comincia a praticarlo in California e dopo pochi anni arriva in Australia. Da qui è un crescendo, e Bell’s Beach, e con essa Torquay, vede formarsi un turismo legato al surf, e la sua fama cresce anno dopo anno. Oggi però siamo ancora all’inizio della primavera, fa freddo e la giornata non invoglia certo a scendere in acqua. C’è poca gente, infatti, e se non vogliamo saltare il pranzo, l’unico posto aperto sembra essere il McDonald. Qui due vecchine di 80 anni che a stento riescono a camminare e che erano qui quando il surf è arrivato, si mangiano beate una fettona di torta, e mi strappano un sorriso.

museo del surf torquay

L'allestimento del Museo del Surf a Torquay

Ci mettiamo in marcia, la Great Ocean Road ci attende. La strada è bellissima, a tratti segue la costa, a tratti rientra, ad Anglesea ci delizia della vista di un canguro che bruca nel giardino di una casa che dà sulla strada. Dopo Anglesea iniziano le spiagge e i punti panoramici da cui vedere la costa. Sono pochi i temerari che si azzardano a cavalcare l’onda. Le onde, poi, non sono quelle ideali per fare surf: troppo blande, troppo poche. Ci fermiamo ogni tanto ad ammirare la costa, che è piuttosto frastagliata, un susseguirsi di spiagge più o meno ampie, di calette, di scogliere, di “cliffs”, le scogliere a picco sul mare, mentre sul lato interno della strada incombono già i boschi di eucalipti, le colline, i “creeks” che si scavano la via fino al mare. Si vede che questa strada è frequentata da turisti, e turisti stranieri: ad ogni immissione da una piazzola panoramica, delle frecce direzionali sull’asfalto indicano in quale corsia bisogna guidare, e il cartello “Drive on left in Australia” non lascia dubbi al riguardo. Dopo un lungo tratto di strada, e numerose soste fotografiche, giungiamo a Lorne. Questa località di mare posta lungo la Great Ocean Road, ridente d’estate, non lo è altrettanto d’inverno. Oggi per esempio, quando arriviamo noi, col cielo plumbeo che minaccia pioggia, Lorne sembra più una stazione sciistica anni ’70 che una località balneare. In questo clima freddo e invernale mi stupisce e non poco veder volare sopra le nostre teste alcuni kakatua bianchi con la cresta gialla, che si vanno ad aggiungere ai pappagallini rossi che abbiamo incrociato più volte lungo la via. Devo rivedere la mia concezione di uccello tropicale, evidentemente. Gli uccelli qui in Australia sono tantissimi, nei centri abitati se ne vedono molti di più e di molte più specie rispetto all’Italia: tolti i piccioni, i gabbiani e qualche passerotto a Sydney, gli altri sono stati una continua scoperta; e vedere in un clima freddo com’è questo lungo la Great Ocean Road ora i pappagalli che vivono spontanei nelle foreste e nei centri abitati non lascia indifferenti. A Lorne c’è un campetto attrezzato per le evoluzioni con lo skateboard. Ma ci sono anche bambini, che avranno 4 o 5 anni!, che volano sul monopattino! E i genitori poco distante che li guardano distrattamente chiacchierando tra loro. In Itali i bimbi vanno sull’altalena, qui sullo skateboard… uhm…

great ocean road

La Great Ocean Road comincia da qui...

Riprendiamo la via, che a tratti abbandona la costa addentrandosi nella foresta, a tratti torna a guardare il susseguirsi di spiagge e scogliere. La strada è bella, ad ogni curva regala nuovi scorci spettacolari, di una bellezza infinita. Peccato per il tempo, per il cielo sempre più grigio. Talmente grigio che quando alle porte di Apollo Bay deviamo per raggiungere la Guesthouse che ci ospiterà per la notte, il Claerwen Retreat, la strada che si inerpica su per la collina, poi dentro la boscaglia, poi in mezzo a pascoli di pecore, sembra più una strada di montagna che altro. Siamo molto, molto perplessi mentre saliamo sempre più su in collina, intorno a noi la nebbia non ci permette di scorgere il panorama. Finalmente arriviamo: davanti a noi, nel nulla visto che oltre non si vede niente, si para una casa, la nostra Guesthouse. Sul nostro volto si legge ancora la perplessità quando ci viene ad aprire la proprietaria che col suo sorriso, la sua gentilezza, la sua dolcezza, vince ogni nostro dubbio. Siamo gli unici ospiti questa sera, e veniamo coccolati come si conviene. Ceniamo qui: affrontare nuovamente la strada, con la nebbia, al buio e con il pericolo di incrociare qualche animale non è un’idea che ci alletta. Passiamo così una gradevole serata, intima, in un posto che è una chicca, l’ideale per la luna di miele.

claerwen retreat

Claerwen Retreat Guesthouse

8/10/11 – Great Ocean Road, dove la natura regna sovrana

Il risveglio al mattino ci regala una giornata di sole e finalmente l’agognata vista panoramica dalla Guesthouse: dolci verdi colline e sullo sondo la costa e l’oceano, tutto molto bucolico. Oggi scendere per quella strada che porta ad Apollo Bay è piacevole e allegro, l’opposto di ieri sera; si apre davanti a noi un paesaggio dolcissimo, di pascoli che scendono sino al mare.

Arriviamo ad Apollo Bay; è sabato e, ci hanno detto alla Guesthouse, è giorno di mercato: 4 bancarelline di prodotti naturali autoprodotti, dalle piantine di pomodoro alle conserve, un banchino di gioielli e poco altro! Nella struttura Apollo Bay è come Lorne, ovvero una strada che da un lato ha i giardini che arrivano in spiaggia e dall’altro le basse palazzine dei negozietti di souvenir, articoli sportivi e bar; solo che a differenza di ieri che a Lorne c’era un tempo da lupi, oggi il bel sole fa apparire Apollo Bay una cittadina carina e tranquilla. Da qui parte il Great Ocean Walk, 91 km di percorso a piedi lungo la costa. Noi invece riprendiamo l’auto e partiamo.

Dopo numerose curve che lasciano il promontorio per attraversare l’entroterra, arriviamo alla nostra prima tappa: è il Mait’s Rest, un percorso di 20 minuti a piedi all’interno della foresta pluviale – rain forest – per scoprire, tra eucalipti immensi e felci che sembrano palme, qual è la vegetazione spontanea tipica della zona. Siamo all’interno dell’Oatway National Park che preserva una buona fetta di territorio lungo la Great Ocean Road. Il percorso ha un che di magico: ascolti il vento tra le fronde, avverti il ruscellare dell’acqua da qualche parte là in basso, senti il richiamo di tanti uccelli diversi senza riuscire a scorgerne uno. Bellissimo, fatato, al tempo stesso rilassante, perché stai attraversando un’oasi di pace e di pura immersione nella natura, la prima da quando siamo arrivati. Ci rimettiamo in macchina come purificati da questa boccata di ossigeno e ripartiamo lungo la Great Ocean Road.

Mait's Rest

Il percorso nella foresta Mait's Rest

Prossima deviazione è, sempre all’interno dell’Oatway National Park, la strada che conduce all’Oaway Lighthouse, il faro posto a segnalazione di questo tratto di costa. Non arriveremo al faro, ma abbiamo avuto una dritta: la strada attraversa una foresta di eucalipti popolati da … koala! Ed eccoli, finalmente: prima una mamma col piccolino sulla schiena, immagine tipica del koala, poi una serie di esemplari più o meno dormienti sul loro ramo, quindi una scena da documentario: vediamo in diretta l’accoppiamento tra due koala giocato tutto sui rami di eucalipto. E poi ancora, e ancora, e ancora: ti verrebbe voglia di fermarti ogni volta che ne vedi uno, li vorresti fotografare tutti! È incredibile come siano tenerissimi e dolcissimi a vedersi, coi loro occhietti, il loro nasone nero e il cucciolino che fa capolino dal marsupio: adorabili! Staresti qui ad ammirarli, a bearti della loro presenza tutto il giorno, ma non è possibile: altre avventure ci attendono.

koala great ocean road

Tra i grattacieli della foresta

Riprendiamo dunque la Great Ocean Road, che in alcuni tratti si addentra e costeggia pascoli di mucche. Ci fermiamo ancora ad un punto panoramico molto suggestivo, Castle Cove, dove da un lato c’è la costa con l’oceano e dall’altra ci sono i pascoli, quindi abbandoniamo la strada e deviamo verso l’interno, perché vogliamo fare il Tree Top Walk.

Siamo nel bel mezzo di una arresta dominata dagli svettanti eucalipti Mountain Ash, i più alti di tutti, secolari, forse millenari, e dalle ferns, felci grandi quanto palme. Il percorso inizia ai piedi della foresta, dopodichè un lungo camminamento metallico sopraelevato ci porta al di sopra delle felci, che dall’alto sembrano verdi ombrelloni aperti, e al livello delle chiome degli alberi più bassi: stiamo praticamente camminando sospesi sulla foresta! Intorno a noi svolazzano i pappagallini rossi che a quest’altezza – 20 m da terra circa – hanno i nidi. Il percorso sospeso arriva fino ad una torre, alta 47 m, sulla quale si sale attraverso una stretta scala a chiocciola. La vista in cima è strepitosa: si domina tutta la foresta e anche se non siamo alti quanto i Mountain Ash più alti, il nostro sguardo può spaziare a volo d’uccello su tutto il bosco. Dalla torre si vede anche quanto il camminamento appena percorso sia sospeso nel vuoto. La sensazione a senz’altro impressione: poter vedere la foresta dall’interno e con gli occhi di un uccello è un bel modo di calarsi nella natura. Lungo il percorso, poi, vengono illustrate le piante, gli animali, l’ecosistema, tutto per meglio calarci, con convinzione e consapevolezza, nell’immensità della natura.

Terminiamo il Tree Top Walk che è già pomeriggio. Dobbiamo ritornare sulla Greatt Ocean Road perché ci manca l’ultima fondamental tappa su questo itinerario: i Twelve Apostles, i 12 Apostoli, come vengono chiamati i faraglioni che caratterizzano questo tratto di costa mozzafiato prima di arrivare a Port Campbell. C’è la possibilità di vedere i 12 Apostoli – che ormai sono rimasti 8 – dall’elicottero. Noi però preferiamo il percorso panoramico che si srotola lungo la falesia: questi grossi pinnacoli che spuntano dall’acqua, che resistono alla furia delle onde, non sono altro che i testimoni di una millenaria attività di erosione da parte dell’oceano, e ci mostrano quanto la linea di costa in origine fosse molto più avanzata. Il promontorio per parte sua è una parete di roccia assolutamente verticale in questo tratto di costa, gialla e rossastra che risalta particolarmente con questa calda luce pomeridiana. Oggi è stata unna giornata densa di emozioni, in cui la natura protagonista assoluta ci ha fatto capire ancora una volta quant’è bella e potente. Noi siamo solo moscerini al suo cospetto, e come tali svolazziamo, da una parte e dall’altra, riuscendone a cogliere solo alcuni aspetti, ma rendendoci comunque conto, in qualche modo, della sua immensità.

Twelve Apostles - dodici apostoli

I Dodici Apostoli, l'attrazione naturale più nota della Great Ocean Road

A Port Campbell abbandoniamo la Great Ocean Road e ci inoltriamo nell’entroterra, lungo la via del ritorno che attraverso Colac giunge a Melbourne. Attraversiamo boschi e pascoli, io sono convinta di aver visto una piccola echidna a lato della strada, mentre per fortuna nessun wallaby o canguro ci attraversa la strada come invece ammoniscono i cartelli. Colac è evidentemente il classico paesotto dell’interno, con la solita serie di edifici bassi occupati da negozi e di casette più o meno gradevoli che fanno tanto provincia americana.

Melbourne ci accoglie in un frastuono di luci e colori. È sera quando arriviamo, e la città ci accoglie con uno skyline già illuminato. Abbiamo l’hotel, una pessima stanza in un pessimo Mercure Hotel, in centro, e per raggiungerlo passiamo davanti all’eccezionale Arts Centre, con la sua torre illuminata che sembra una Tour Eiffel in miniatura, e davanti a Federation Square, la piazza più eccentrica che si sia mai vista, asimmetrica, senza un centro o l’andamento regolare tipico delle nostre piazze. Piuttosto recente, questa piazza è il luogo di ritrovo per definizione della città, mentre i palazzi, anch’essi dall’architettura bizzarra, ospitano musei d’arte e l’Australian Centre for the Moving Imagine. Guidare in città non è semplice, anche perché il navigatore fa non poche bizze. Per fortuna però l’hotel è veramente vicino, in una traversa della principale Swanston Road. E così, dopo il check-in, ancora un po’ scossi ci buttiamo in Swanston Street e qui veniamo travolti dalla folla di giovani che invadono il centro il sabato sera. Dobbiamo cenare, ma è tardi e i locali cino-giappo-thailandesi ci sembrano squallidini e caotici. Finiamo al QV, il Queen Victoria Villane, o almeno in uno dei suoi plessi. Qui c’è una food-court come quelle di Sydney, che però sta chiudendo, per cui finiamo in un postaccio nella QV Square dove, per non mangiare l’ennesimo burger, mangio un’insalata che ha più maionese che verdura, un incubo. Facciamo un breve giro lungo la trafficata Swanston Road, ma siamo troppo stanchi per sopportare la calca. Prendiamo un milk-tea da TenRen, catena che a suo tempo avevamo trovato a New York, e ce ne scappiamo in hotel.

9/10/11 – Ballarat: oh my Gold!

Oggi il nostro programma prevede un simpatico salto indietro nel tempo: andiamo a Ballarat, cittadina capoluogo dei Gold fields, i campi dell’oro protagonisti dalla seconda metà dell’800 della corsa all’oro che si verificò da queste parti. Questa parte dello stato del Victoria dal 1851 in avanti visse un repentino sviluppo dovuto all’arrivo dei cercatori d’oro, poi all’apertura delle miniere e quindi al nascere e crescere di vere e proprie comunità che in poco tempo divennero fiorenti cittadine. A Ballaratt, la prima e più fiorente città nata dall’oro, è stato realizzato un parco tematico, nel quale si è ricostruito il primitivo impianto di Ballarat, quando era più simile ad un paese del Far West che ad un abitato australiano. Il parco è Sovereign Hill, dove era attiva una miniera; di fronte ad esso il Gold Museum narra la storia della corsa all’oro a Ballarat e non solo, della vita nelle miniere e del valore dell’oro in quanto tale. Il parco è una chicca: gli storici hanno analizzato foto e incisioni d’epoca e i quadretti dell’artista inglese S.T. Gill per ricostruire quanto più fedelmente possibile l’aspetto degli edifici della primitiva Ballarat. I visitatori hanno modo di setacciare in un creek la sabbia per sperare di trovare l’oro, come facevano i primi cercatori, di scendere nella miniera per condividere con l’ologramma di un minatore il ritrovamento della pepita più grande mai rinvenuta in Australia, del peso di 69 kg, di girare per il paese, vedendo al lavoro il fabbro, il fabbricante di ruote per i carri, l’orefice che fonde l’oro per farne un lingotto, e poi fare shopping nelle botteghe, o per mangiare in un locale alla moda (del tempo), sempre circondati dai personaggi in costume d’epoca che animano la scena. Divertente e magico, un salto indietro nel tempo in cui ci si sente fuori luogo ad essere vestiti in jeans. L’attenzione al dettaglio è davvero maniacale, e traspare la voglia di raccontare una storia, quella di una comunità che nella seconda metà dell’800, dopo l’apertura ufficiale delle miniere, si preparava a diventare una vivace città nel giro di 20 anni, con tanto di tram, giardini, eleganti palazzi e una guida turistica per i primi viaggiatori dell’epoca. Al Gold Museum possono effettivamente leggersi tutte le tappe dello sviluppo di Ballarat, quindi l’arrivo dei primi casuali cercatori d’oro, il nascere della corsa all’oro, i campi di tende dei cercatori, e poi gli strumenti di lavoro, foto d’epoca di quando le miniere erano già avviate e “moderne”, foto di minatori al lavoro, i loro strumenti. Infine una sezione più generale, sulla ricerca dell’oro oggi, tramite metal detector, e una galleria di monete d’oro dall’antica Roma fino all’Australia vittoriana.

Torniamo verso Melbourne a pomeriggio inoltrato, divertiti da Sovereign Hill, sicuramente più ricchi…

ballarat sovereign hill

Una suggestiva immagine in seppia del parco storico di Soverign Hill

Melbourne by night

Oggi rientrare a Melbourne è più facile di ieri, ci siamo abituati in fretta alle sue strade e ai suoi sensi unici. Uno sguardo ai suoi centri di interesse, Federation Square e Arts Centre è d’obbligo. Scendiamo lungo Swanston Street: in prossimità del ponte sul fiume Yarra sorge Fed Square con la sua struttura atipica. La gente prende una birra ai tavolini dei locali che si affacciano qui. Attraversiamo il ponte, arriviamo sin sotto l’Arts Centre, quindi percorriamo la bella passeggiata lungofiume che consente di godere della vista dello skyline del centro di Melbourne. Decidiamo di cenare nella food court del centro commerciale che si affaccia sullo Yarra. Quando finiamo si è fatta notte, così finalmente possiamo vivere con più pienezza la bellezza di questo paesaggio metropolitano notturno, che rende di più di quello diurno. Ci avviciniamo all’Arts Centre e  ci ritroviamo all’interno di una rappresentazione artistica che ci piace e ci diverte: con uno sfondo musicale piuttosto vario, i due edifici dell’Arts Centre e del vicino nuovo centro in costruzione, dialogano attraverso la proiezione di immagini, di giochi di luce e di illusioni davvero molto gradevoli. Questo spettacolo si chiama “Cacophonie” ed è all’interno del Festival of Modern Art che Melbourne ogni anno ospita ad ottobre. Una vera opportunità per noi essere capitati qui in questo periodo. Melbourne è in effetti la capitale culturale dell’Australia, per la sua propensione e attenzione all’arte e all’architettura contemporanea. E non può che essere così, in una metropoli così giovane. Un ultimo milk tea prima di tornare in hotel. E si conclude così la nostra serata a Melbourne.

melbourne by night

Melbourne by night

10.10.11 – In rotta verso sud

L’aereo in tarda mattinata ci consente di fare un ultimo giro in centro. In realtà ci limitiamo a entrare al Melbourne Centre, un centro commerciale dall’architettura ardita costruito intorno ad una torre in mattoni, uno dei pochi resti ancora in piedi della Melbourne di fine ‘800. Un monumento archeologico, si potrebbe dire. La torre è enfatizzata da una copertura a vetri a forma conica, che si nota anche  soprattutto dall’esterno e che rende il Melbourne Centre una delle attrazioni da non perdere durante una sosta in città. Prima di partire definitivamente, decidiamo di fare colazione con una deliziosa brioche (meglio: danese) alla food court del QV: abbiamo notato qui rispetto a Sydney una discreta abbondanza di negozi di dolci e pareva brutto non provarne neppure uno! La giornata è di spostamenti: dall’aeroporto di Melbourne partiamo per Adelaide: qui prendiamo il volo per King’s Cote, aeroporto di Kangaroo Island. L’aereo è davvero piccino, un turboelica con 34 posti a sedere che solletica una facile ironia. Ma la cosa più bella è, all’arrivo, l’aeroporto di King’s Cote: una casetta dove i due gate sono effettivamente due cancelli e dove i bagagli non vengono scaricati, ma sono lasciati fuori dal caseggiato, sul cofanetto che li raccoglie dall’aereo. Eccezionale, per noi ormai abituati alla meccanica trafila della discesa dall’aereo in ogni aeroporto in cui siamo stati. Il nostro hotel per la notte (sono ormai le 6 PM) è a Penneshaw, l’altro centro dell’isola che fa da porto per i traghetti provenienti da Cape Jervis (1h e 30 da Adelaide), quindi dal continente. All’aeroporto c’è chi aspetta appositamente noi e ci porta dunque al nostro hotel, il Kangaroo Seafront Resort. Qui ceniamo e dopo cena, alle 8.30 PM ci rechiamo al vicino Penguin Center. Il breve tratto di costa antistante l’hotel è infatti abitato da una colonia di pinguini minori. La sera, tra le 8.30 e le 9.30 solitamente i pinguini adulti, dopo essere stati a pescare tutto il giorno, rientrano ai nidi dove i piccoli li attendono con fame e impazienza. Il Penguin Center di Penneshaw organizza visite guidate in notturna per vedere il rientro dei pinguini adulti. Così ci uniamo alla spedizione e andiamo. Non è serata fortunata: tra il freddo che entra fin dentro le ossa e il buio appena squarciato dalla luna piena e da due blande torce per vedere i beneamati pinguini, gli adulti alle 10 PM non sono ancora tornati a riva (colpa forse della luna molto luminosa, li scusa la guida) e noi vediamo a malapena un paio di adulti in lontananza sulla scogliera e 3 o 4 piccolini nei loro nidi, buffissimi con la loro peluria grigioscura e la loro camminata curva. Ci accontentiamo. E semicongelati torniamo in hotel. Domani è una giornata da documentario…

kangaroo island

Un cartello stradale a Penneshaw indica di fare attenzione ai pinguini che vivono qui

11.10.11 – Come in un documentario…

Oggi tour dell’isola, a caccia dei suoi meravigliosi abitanti e paesaggi. La nostra guida, Mark di Manchester, ci intrattiene raccontando gustosi aneddoti sul modo di parlare australiano, dicendo che gli australiani tagliano le parole: per esempio per dire “Have a good day” dicono “G’day”, e che per dire biscotto (biscuit) dicono biky e per dire breakfast dicono breaky; parlano, continua, come se avessero paura che una mosca entri loro in bocca (espressione che capiremo a partire da domani, nel deserto…). Gli Australiani, però, hanno anche un proverbio che ben si adatta ad una coppia in luna di miele: happy wife, happy life! E con questa grande verità possiamo partire per il nostro tour. Nel frattempo si uniscono a noi altre 3 coppie di sposini italiani, più una coppia di attempati neozelandesi ora residenti in Australia, entusiasti di tutto ciò che li circonda. La prima tappa del tour, che è partito da Penneshaw, è nell’interno, una distilleria di eucalipto. L’eucalipto, che da noi è usato per i fumenti, produce ad un particolare enzima che essi producono, ma opportunamente distillato, è ottimo per oli essenziali e prodotti di bellezza. Come in ogni tour turistico che si rispetti, invece di visitare la distilleria, visitiamo il negozietto che vende i prodotti derivati dall’eucalipto e un altro prodotto particolare del territorio: il miele prodotto dalle api liguri di Kangaroo Island. Api Liguri? E che ci fanno qui? Semplice: ce le hanno portate! Nel 1872 un allevatore di api austriaco ebbe l’intuizione di portare api per il miele sull’isola, che era priva di api indigene. Da lì è cominciata la produzione e il miele delle api liguri è a tutti gli effetti il prodotto tipico di Kangaroo Island! Da non credere!
Si unisce a noi un’altra guida, Marina, e insieme scendiamo a Sud dall’isola, nella Seal Bay. Qui la spiaggia è abitata da una colonna piuttosto numerosa di leoni marini. Stare lì sulla spiaggia, a così poca distanza, è meraviglioso: l’odore di salmastro e pesce copre ogni cosa, davanti a noi ci sono mamme col cucciolino, maschi pesantissimi che fanno 4 “passi” e poi si stonfano nella sabbia, femmine che riemergono dalle acque dell’oceano e arrivano a riva, maschi che fanno finta di lottare tra di loro e femmine che rotolano via per non farsi travolgere dalla lotta… un vasto campionario di situazioni tipo di una giornata tipo da leoni marini… di fatto sembra di stare in un documentario del National Geographic… è bellissimo! Staremmo ore in contemplazione, e in effetti ci stiamo una buona mezz’ora, ma è tempo di ripartire, destinazione l’interno dell’isola, in un punto non ben precisato sulla mappa, in una bella foresta di eucalipti. Qui viene allestito un bel pranzo con tanto di vino australiano sia rosso che bianco (e noi proviamo tutto!) e di dessert, il tutto allietato dalla bellissima presenza di un uccellino azzurro, il cui nome australiano è fairy-wren.

leoni marini kangaroo island

la colonia di leoni marini a Seal Bay, Kangaroo Island

Ci spostiamo poco lontano dopo pranzo, per cercare koala. Non ne troviamo molti: un paio di mamme con koalino aggrappato che ci fanno tanta tenerezza. E la guida, Marina, con nostra grande meraviglia, prende in mano degli escrementi di koala, simili a capsule, e ce li fa annusare: incredibile! La cacca di koala è balsamica, profuma di eucalipto! Marina ci spiega che i cuccioli di koala al momento dello svezzamento, prima di iniziare a mangiare le foglie di eucalipto, mangiano gli escrementi della madre, perché è all’interno di essi che trovano per la prima volta l’enzima che annulla la tossicità delle foglie. A due passi da noi, intanto, una goanna prende il sole, incurante di questi 10 esseri umani che le scattano foto. È un grosso lucertolone, assolutamente innocuo per l’uomo, ma chissà come, la notte poi me lo sogno…

E proseguiamo. Dopo una breve sosta toilette andiamo verso la costa nord, nel Lathami Conservation Park. Qui, in mezzo al bush, vivono wallabies e canguri in completa libertà. Non è facile vedere i canguri. Più facile vedere i wallabies, alcuni dei quali sembra amino mettersi in posa per le foto. I canguri invece, più sfuggenti, se ne stanno nel fitto della boscaglia, indisturbati. D’altronde è giorno, e sia wallabies che canguri sono animali notturni. Ora pertanto si riposano, e ciascuno lo fa a modo suo: il canguro è semisdraiato, poggiato su un fianco, il wallaby è seduto sulla propria coda. È un riposo con un occhio solo, pronti a scappare al minimo segnale di pericolo.

wallaby kangaroo island

Un wallaby nel bush

Il tuffo nella natura che quest’escursione ci ha regalato termina qui. Io e Lorenzo veniamo accompagnati al mitico aeroporto di King’s Cote che, scopriamo, non ha neanche il controllo al metal detector. Sempre più divertiti dalle meraviglie che il microaeroporto ci riserva, facciamo rotta per Adelaide.

Un italiano in Australia

Nella capitale del South Australia decidiamo di prendere un taxi per arrivare in hotel, un Mercuri Hotel molto più accogliente di quello di Melbourne. Qui finalmente ci dicono che per noi novelli sposi è riservata una bottiglia di vino: negli altri hotel in cui ciò era previsto si sono guardati bene dal farlo. A maggior ragione apprezziamo il pensiero, e ci prepariamo per cena. Stasera incontriamo un nostro amico italiano, che da un anno e mezzo vive ad Adelaide per lavoro. Uscire insieme è per lui occasione per parlare finalmente in italiano dopo tanto tempo, e per noi di apprendere qualcosa di più sull’Australia e i suoi abitanti. L’Australia è un paese che funziona, ci dice, si lavora, si guadagna bene, e i prezzi sono in relazione agli stipendi (e infatti abbiamo notato che i prezzi qui sono piuttosto alti e non solo per le cose da turisti); è una società ormai multiculturale e multietnica, un crogiolo di popoli che se sulle prime crea qualche perplessità (noi italiani non ci siamo ancora abituati), in realtà è una fonte grandissima di ricchezza culturale. Per il resto invece, si lamenta, manca la cultura nel senso italiano del termine, manca nella gente comune una certa propensione alla profondità di pensiero, cosa che fa allibire chi ha vissuto per 30 anni in Italia ed è intriso fin nel midollo di millenni di cultura e civiltà. Così pare che gli australiani tendano a non porsi domande esistenziali, vivono invece tranquillamente la loro vita e ciò appare destabilizzante per chi ha un altro modo di porsi nei confronti del mondo. Cosa gli manca dell’Italia dunque? La cultura. Ma si trova bene in Australia? Oh sì! Al punto che non sa se rientrerà in Italia. Di sicuro per ora resta qui dov’è. Ci porta a mangiare vegetariano in un ristorante tailandese (anche il cibo, il mangiar sano, a pensarci bene, è un’altra cosa dell’Italia che gli manca), ci porta fino nel centro della città (dove non c’è granché di rilevante, solo una fontana al centro della piazza e la Townhall in stile neoclassico il cui interno, ci dice, è molto molto bello). Concludiamo la serata beveno un’ottima birra Pale Ale Little Creatures, in un bel locale, il Casablabla, dove fanno ballo latinoamericano, l’arredamento è indiano-orientaleggiante, con buddha e elefanti vari, e dove i tavolini imitano i tipici grandi vassoi marocchini. Torniamo in hotel arricchiti dalla chiacchierata. E si conclude l’unica serata nella capitale del South Australia. Domani ci aspetta il Red Center.

12.10.11 – Uluru, immersi nel “Tempo del sogno”

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo scopriva l’America. Il 12 ottobre 2011 Marina e Lorenzo scoprono Uluru. Forse non è la stessa cosa, ma vedere dall’alto dell’aereo il monolito che si staglia in mezzo al deserto piatto per centinaia i km fa un certo effetto. Siamo partiti stamani da Adelaide per Alice Springs; qui  abbiamo preso un altro volo per Ayers Rock. Intanto l’aereo si popola di facce già viste, sposini italiani incrociati qua e là negli scorsi giorni. Arrivati all’aeroporto prendiamo a noleggio alla Herz una bella e immensa Toyota Prado, una 4ruote motrici più grande del Rav4, che ci regalerà grandi soddisfazioni quando attraverseremo il deserto in macchina. Prima tappa l’Ayers Rock Resort, dove alloggiano tutti i turisti che visitano Uluru. Poi facciamo rotta per il monolito più famoso del mondo.

Per entrare nel parco nazionale di Uluru – Kata Tjuta ci vuole un biglietto/permesso di 25 aud a persona, valido 3 giorni. Lo acquistiamo e andiamo. Un salto veramente (troppo) veloce al centro culturale di Uluru, che si trova nella terra di cui sono proprietari tradizionali gli Aborigeni Anangu, e che è sacro a loro, quindi arriviamo in prossimità dell’immenso monolito e ci mettiamo su un cammino. Si tratta del Mala Walk, Un percorso ai piedi di Uluru che ne costeggia un tratto e che, oltre a offrire scorci spettacolari nel verde, nel rosso della roccia e nell’azzurro del cielo alle 4 pomeriggio, racconta anche una storia: un mito degli aborigeni Anangu che ha per protagonisti i Mala, piccoli wallabies dal pelo grigio che nel racconto sono però mezzi umani. Il mito narra che i Mala giunsero a Uluru da molto lontano; qui si accamparono nelle grotte che la roccia offriva, e qui iniziarono la loro cerimonia sacra, che non poteva essere interrotta per nessun motivo. Durante la cerimonia arrivano due emissari del “popolo dei semi di Mulga” che invitano i Mala a partecipare ad un’altra cerimonia, ma i Mala rifiutano. Gli anziani del Popolo dei semi di Mulga si offendono e per vendicare il rifiuto invocano il mostro Kurpany, un grande cane selvatico nero. Lunpa, un uccello-donna martin pescatore, visto il pericolo avvisa i Mala che però non l’ascoltano, intenti come sono alla loro cerimonia. Il mostro Kurpany fa strage dei Mala e insegue i sopravvissuti perché non tornino più a Uluru. Lungo il Mala Walk si possono immaginare i luoghi della cerimonia, gli anfratti, le grotte, una delle quali con disegni in ocra, la sorgente al fondo del cammino. Si passa anche davanti ad un tratto di roccia sacro alle donne Anangu: su di esso è inciso come in un libro, il sapere, ma solo lì può essere letto, non può essere riprodotto fotograficamente. È un luogo sacro, e come tale va rispettato. Il Mala Walk è breve ma intenso; la vegetazione, pur essendo nel deserto, è abbastanza lussureggiante, merito forse della vicinanza della fonte, il Kantju Gore, che è a termine percorso.

uluru

L'inconfondibile silhouette di Uluru, nel deserto rosso australiano

Iniziamo poi il Base Walk, il percorso a piedi intorno a Uluru, il primo tratto del quale è sacro agli uomini Anangu. Effettivamente non è difficile capire perché Uluru sia sacro: un monolito immenso, nel bel mezzo del piatto deserto come oggi richiama migliaia di turisti per la sua attrattiva di meraviglia naturale, così a suo tempo affascinò il popolo aborigeno che viveva qui e che faceva risalire al “tempo del sogno”, al Dreamtime, la nascita e la creazione, il canto di tutte le cose. Non completiamo il giro intorno a Uluru, ne percorriamo solo una frazione, perché nel frattempo si sta avvicinando il tramonto. Oltre al fatto che non è piacevole rimanere qui fuori quando fa buio, c’è un’attrazione che, pare, non bisogna perdere: la vista del tramonto su Uluru. Andiamo dunque al punto panoramico, dove è già schierata una fila di macchine piuttosto lunghetta. Il sole cala, si spegne la luce rossa su Uluru. Tutto sommato non è un granché ‘sta visione, per noi che abbiamo camminato ai suoi piedi a metà pomeriggio. Ma per molti, per tutti coloro che vengono con tou organizzati, questa è l’unica occasione, insieme all’alba, concessa per vedere Uluru. Vabbé, vediamo se con l’alba andrà meglio.

A cena al resort partecipiamo al BBQ collettivo: scegli la carne che vuoi (e noi optiamo per un combo canguro-coccodrillo-emù) e te la cucini da solo sulla griglia. Divertente e, soprattutto, fa molto avventura! Poi a letto presto: domani mattina, all’alba dovremo essere al cospetto di Uluru. E l’alba è alle 6.15!

13.10.11 – L’alba su Uluru

Quando arriviamo all’area panoramica per vedere l’ala su Uluru c’è già una discreta folla già piazzata e armata di fotocamera. Fa freddino, com’è giusto che sia nel deserto, di cui è nota la notevole escursione termica. La luna sta tramontando dietro i lontani monti Kata Tjuta, ma già albeggia. E quando finalmente sorge il sole Uluru si colora del suo bel rosso fiammante. L’alba è un attimo, di nuovo, poi, come per il tramonto, la folla si disperde. Anche noi risaliamo in macchina perché vogliamo percorrere tutto il perimetro del monolito prima di andare via. Ciò che non abbiamo potuto completare a piedi lo facciamo ora a bordo della jeep. Percorriamo l’intero giro intorno a quest’enorme roccia tutta uguale eppure sempre diversa. È affascinante l’idea che per ogni spaccatura, ogni anfratto, ogni irregolarità della superficie rocciosa esista un mito che ne spiega l’origine. Sono tutti miti che hanno come fine l’insegnamento del Tiukjurpa, la legge fondamentale del popolo Anangu, un codice fatto di leggi di natura che se vengono infrante sono fatali. Così spesso i miti non hanno lieto fine, perché i protagonisti, siano essi animali o uomini, infrangono per negligenza, per stupidità o per cattiveria la legge, con esiti catastrofici. Abbandoniamo definitivamente, con questo giro panoramico, Uluru.

uluru at the sunrise

L'alba su Uluru

La nostra jeep, orgogliosamente targata Outback, ci porta lungo la Lasseter Highway  e devia lungo Luritja Road, per un totale di 320 km circa di strada asfaltata in mezzo al deserto. Piatto. Sempre uguale. Terra rossa, arbusti bassi, numerosi – effettivamente – alberi, qualche raro rilievo all’orizzonte, come il M.te Conner, una montagna dalla cima piatta che si può fotografare da un apposito lookout lungo la Lasseter Highway. Il paesaggio si vivacizza man mano che ci si avvicina a Kings Canyon, nell’ultimo tratto della Luritja Road. Qui aumentano i rilievi, colline, altipiani, e la terra rossa si colora del nero della cenere. Gli aborigeni conducono da sempre in queste zone la loro opera  di fuochi controllati per evitare che la boscaglia di spinnifex e acacie prenda fuoco da sola, con le temperature mostruose che raggiunge il deserto in estate. Il risultato è: terra rossa e nera, tronchi di alberi bruciati, ma erba verde che rinasce dalle ceneri. Il sapere aborigeno conosce il modo per far rifiorire il deserto. Qui siamo in effetti in territorio tradizionale aborigeno: già ieri sera al Resort di Ayers Rock abbiamo avuto il nostro primo fugace incontro con aborigeni che risiedono lì: facevano tranquillamente la spesa al supermarket e sedevano fuori, per terra a gambe incrociate, gente che è stata costretta ad accettare modi di vita “civili” ma che, se potesse, tornerebbe di corsa al “Tempo del sogno”.

Dopo circa 3 ore di macchina, incontrando ben pochi altri automezzi lungo il percorso, arriviamo al Kins Canyon Resort. Qui pranziamo, compriamo un cappellino che ci sarà estremamente utile nell’escursione pomeridiana, quindi check-in e poi, alle 2.30 PM, ci rimettiamo in macchina per Kings Canyon, fiore all’occhiello del Watarka National Pak e altra meta da non perdere qui nel Red Center.

Esploratori sul tetto del mondo

Il Kings Canyon è, lo dice il nome, una spettacolare catena montuosa attraversata in un tratto da un fiumiciattolo, il Kings Creek, che ha scavato tutto un percorso e ha creato una gola tra le rocce. Questo, unito alla forte erosione subita dalla roccia, cosiddetta Sandstone Meerenie, ha creato pareti scoscese, guglie e pinnacoli di roccia rossa. Esistono vari percorsi per esplorare il Canyon; noi scegliamo il Kings Canyon Rim Walk, un percorso piuttosto lungo, 3,5 ore circa, che scala il Kings Canyon, regala vedute panoramiche da urlo, scende verso il Garden of Eden, l’oasi creaa da Kings Creek, e infine ridiscende ai piedi della formazione rocciosa, completando una sorta di percorso semicircolare intorno, e sopra, alla gola.

Il percorso inizia con una salita ripidissima: una scalinata ricavata nella roccia, fatta di gradini irregolari che va su, sempre più su. Si fa una certa fatica e il fiatone è immenso quando si arriva in cima, se come noi non si è allenati. Ma da lassù… che vista! Si domina il panorama sconfinato del deserto, mentre scopriamo che anche qua in cima crescono alberi e cespugli di spinnifex, che offrono riparo a lucertolone e forse anche a gonne e a tanti e vari uccelli, il più curioso dei quali è il piccione crestato, un piccione selvatico che ha colori splendidi sul grigio-marrone e una curiosa crestina sulla testa da cui il nome. Ogni tanto si aprono sul percorso punti panoramici tanto belli quanto pericolosi, visto che ovviamente non ci sono parapetti. Ma tenendosi a debita distanza si riesce ugualmente a vedere l’altra parete del Canyon e tutta la vista.

kings canyon

Il percorso ad un certo punto, dopo essere passato da Lilliput, la città perduta, il cui nome è dovuto alle numerose creste coniche risparmiate dall’erosione millenaria e che sembrano disposte ad arte, quasi fossero tante capanne di una città dimenticata, arriva sul limitare del canyon, dove esso è tagliato dal corso del Kings Creek. È questo il giardino dell’Eden, un’oasi con cycas e palme, eucalipti, una vegetazione rigogliosa che si accalca intorno all’unica polla d’acqua di tutto il canyon. Più in là infatti il torrente è asciutto. Si può scegliere di scendere fino a riva, per vedere da vicino la vegetazione lussureggiante, oppure di continuare il percorso sulla cima del canyon, dall’altra parte del torrente.

kings canyon

Il Giardino dell'Eden, l'"oasi" di verde intorno alla sorgente del Kings Creek

Quassù tira un vento piuttosto forte che, anche se mi fa volare il cappello, comunque ci procura due indubbi vantaggi: innanzitutto non ci fa avvertire tutto il calore dei 37° di temperatura odierna, sotto il sole cocente, e in secondo luogo, ma non meno importante, tiene lontane le fastidiosissime mosche. Intorno a noi incontriamo guglie e pinnacoli di roccia rossa, i saliscendi su improvvisati gradini naturali, le vedute panoramiche sull’altro lato del canyon, gli arbusti di spinnifex e gli alberi bruciati dal sole, tronchi neri ormai morti, che restano come scheletri a caratterizzare questo sublime paesaggio. Impieghiamo 2 ore e mezzo a compiere l’intero percorso, senza andare di fretta, anzi, fermandoci di tanto in tanto a fare foto, a osservare, a imprimere bene nella memoria le fenditure della roccia, i colori, i suoni – il canto degli uccelli e il vigore del vento – e per placare, naturalmente, la sete: portarsi 3 bottigliette d’acqua è stato fondamentale, senza saremmo stati solo degli stupidi imprudenti.

Torniamo al Resort rinunciando alla vista panoramica del Kings Canyon al tramonto: averlo scalato è stata sicuramente un’esperienza più interessante. Il tempo di una doccia e si va a cena al BBQ del Resort, dove un improbabile duo musicale intrattiene gli avventori tra canzoni e coinvolgimenti del pubblico. Mangiamo salsiccia di emù questa sera, e beviamo birra australiana nell’adiacente bar che ha un nome significativo: “The thirsty dingo”: da queste parti i dingo ci sono, e tutta una serie di cartelli suggerisce cosa fare per evitali, dato che sono feroci e mortalmente pericolosi. Al BBQ troviamo un bel numero di coppiette in luna di miele che percorrono, con qualche variante, magari, il nostro giro.

14.10.11 – La nostra Parigi-Dakar…

Oggi la nostra jeep, la nostra Toyota Prado, dovrà dare prova di tutte le sue doti: affronteremo infatti quella lunga arteria sterrata che è la Mereenie Loop Road, un percorso lungo 125 km nel deserto rosso. Per poter percorrere la strada, che attraversa una terra aborigena, occorre un permesso che costa 5,50 euro e che si acquista al General Store del Kings Canyon Resort – che costituisce l’ultima forma di abitato umano che incontreremo per le prossime ore. In realtà nessuno ci chiede di mostrare il permesso, ma è molto probabile che se per caso un ranger che passa lungo la Mereenie Loop Road ti trova sprovvisto, possano esserci dei problemi.

Meerenie Loop Road

La Meerenie Loop Road

Comunque, senza altri indugi, si parte! 125 km di sterrato più i seguenti 100 (forse?) che scopriamo esserci alla fine della strada, non sono uno scherzo: la strada è comunque sconnessa in qualche punto, spesso in corrispondenza di qualche creek – ora asciutto – dove si avvalla fortemente; a volte si allarga, a volte si restringe, ai lati è piuttosto scoscesa: non è facile tenere la sinistra, anche se la tentazione di stare in mezzo alla carreggiata c’è: non passa anima viva, incrociamo solo 3 auto nel tratto finale. La strada è stupenda. Da quando sale i primi e unici tornanti per posizionarsi sull’altipiano è un continuo mutamento del paesaggio. Di uguale resta lei, la strada rossa, la polvere che si solleva dietro, la superficie irregolare per noi abituati all’asfalto liscio, ma che qui sarebbe come un’enorme ferita in questo immenso e sublime territorio. Il paesaggio è a tratti piatto, a tratti brullo, a tratti bruciato dai fuochi controllati dagli aborigeni, il popolo degli Arrernte, che ha la gestione di queste terre. È interessante notare anzi come, ora che finalmente è stata riconosciuta agli Aborigeni la proprietà tradizionale dei loro antichi territori, si sia creata una sinergia tra Stato – lo stato dei bianchi, per capirci – e la comunità aborigena per la gestione e il rispetto degli ampi parchi nazionali. Il paesaggio poi ogni tanto si popola di qualche rilievo più o meno pronunciato all’orizzonte, poi più vicino, di nuovo più lontano. La strada ci conduce sempre oltre. Non ci sono molti punti dove sostare, giusto uno all’inizio, che fa da punto panoramico e al massimo due o tre più avanti; non si può campeggiare ovviamente anche perché qui, oltre a tutto il resto, vivono i dingo, che anche se sembrano dei docili cagnolini, in realtà sono né più né meno che lupi, ovvero cani selvatici che cacciano in gruppo, aggressivi per natura; e anche perché è pericolosissimo accendere fuochi in un’area in cui tutto va a fuoco per un niente: i fuochi aborigeni servono per pulire il bush in funzione preventiva, per evitare che esso vada a fuoco da sé.

meerenie loop road

La bianca missione di Hermannsburg

La Mereenie Loop Road è parte della più lunga Larapinta Drive, che conduce fino ad Alice Springs. La strada continua sterrata ancora per un po’, con nostro profondo disappunto (anche perché sì, bello, divertente lo sterrato, ma dopo un po’ … un bel gioco dura poco!), ma poi la Larapinta Drive diventa asfaltata, anche perché siamo nei pressi del primo centro abitato di queste parti: Hermannsburg. Poco prima di Hermannsburg la segnaletica indica la casa di Albert Namatjira, un artista aborigeno, il primo che raggiunse l “successo” nell’Australia della prima metà del ‘900, che fece riflettere sulle potenzialità dell’arte aborigena ma che, accettato lui solo in una società che invece non accettava li altri aborigeni, compresi i suoi figli, finì in miseria i suoi giorni. Non ci fermiamo a visitare la sua casa-museo, ma andiamo a Hermannsburg, dove egli nacque e trascorse la sua giovinezza.

Hermannsburg oggi è un centro abitato esclusivamente, per quanto mi è stato dato di vedere, da aborigeni. Ma inizialmente fu una missione, fondata da un pastore luterano tedesco che portò agli aborigeni del territorio il Cristianesimo, la scuola, l’idea occidentale di civiltà. Oggi un atteggiamento del genere sarebbe sbagliato ed esecrabile, ma nel 1878 c’era ancora l’idea di redimere il buon selvaggio e di “civilizzarlo”. La missione di Hermannsburg oggi è un sito storico nazionale, Hermannsburg Historic Precinct, gestito dagli Aborigeni figli dei figli degli educandi nella missione, all’interno del Finke National Park. Decidiamo di visitarla e vediamo come era organizzata una missione che ebbe continuità di vita dagli anni 70 dell’800 fino alla prima metà del ‘900, con alterne vicende.

Fulcro del sito è la chiesina bianca, posta al centro, così semplice da essere il ricordo tipico che si porta via da questo luogo. Si può entrare negli altri edifici che facevano parte della missione, e che furono costruiti e ricostruiti per tutto il periodo di attività di questo luogo tranquillo nel deserto, in mezzo agli eucalipti. Di alcuni ambienti, come l’officina del fabbro, che è l’edificio originale più antico, del 1882, sono ricostruiti e riarredati gli interni. L’abitazione del pastore capo della missione è arredata con suppellettili d’epoca e ospita inoltre un piccolo museo sulla storia della missione e sulla sensibilità del pastore di capire l’importanza della lingua aborigena e del suo mantenimento, facendo tradurre la Bibbia in aborigeno, invece di costringere gli aborigeni ad abbandonarla. Di fatto, la lingua del popolo Arrernte, cui gli aborigeni di Hermannsburg appartengono, è una delle poche che è riuscita a sopravvivere e che è stata recuperata pressoché per intero. Il museo ospita anche una galleria ‘arte aborigena e una sala da tè che pare essere molto rinomata (forse perché è l’unica nel raggio di centinaia di km?!). Nell’area si trovano poi altri edifici, la scuola, la macelleria, le abitazioni… Il tempo si è fermato, qui. Tutto è silenzio, e profumo di eucalipto.

Hermannsburg

La missione di Hermannsburg

Riprendiamo la Larapinta Drive che è mezzogiorno; la strada per Alice Sprins è ancora lunga, e attraversa ancora il deserto, che ora è più vaio, solcato da parecchi creek, ora asciutti, circondato da rilievi più o meno pronunciati e, man mano che ci si avvicina, popolato da una foresta di eucalipti che prendono il posto del bush bruciato che ci ha fatto compagnia sin qui. Arriviamo ad Alice Springs alle 2 PM, in tempo utile per il check-in all’Aurora Resort, un bell’hotel con un’oasi verde al suo interno che contrasta piacevolmente col deserto circostante.

Dal deserto vero al Desert Park

Non ci fermiamo: andiamo al Desert Park, una sorta di zoo circoscritto alla fauna del deserto, che del deserto – nelle sue differenti sezioni, i creeks, il deserto vero e proprio e la foresta “secca” – riproduce l’ambiente naturale; si ha quasi l’impressione di camminare davvero nel deserto in cui ci troviamo da due giorni, senza però il pericolo di incrociare un dingo o un serpente velenoso. Il percorso alterna dunque sentieri nell’ambiente naturale ricostruito a voolier4e per ammirare gli uccelli – tantissimi e molto belli, alcuni dei portentosi cantanti – a un ternario per gli animali notturni e i rettili – alcuni dei quali assurdi, come il Thorny Devil – mentre tra i mammiferi vediamo il Mala (l’animale-totem che dà il nome e il mito al Mala Walk di Uluru), una via di mezzo tra un grosso topo e un wallaby – infine al recinto in cui, se si è fortunati come lo siamo stati noi si passa così vicino ai canguri da poterli quasi toccare (cosa che non si fa!). Il Desert Park ci regala così un bel pomeriggio interessante e piacevole, quello che ci voleva dopo la corsa in macchina di stamani.

Rientriamo ad Alice Springs alle 6 PM, e i negozi sono già tutti chiusi! Facciamo comunque un giro quantomeno nel mall, il centro dello shopping cittadino, il corso principale: tutto sommato la cittadina è gradevole, si vede lo sforzo per rendere abitabile e piacevolmente turistico un centro che è sul Tropico del Capricorno nel centro del deserto e nel centro geografico dell’Australia.

A cena canguro nel ristorante dell’hotel che è anche ristorante di richiamo della città, l’Ochre. Qui scopriamo che di notte la città si popola di scarafaggi di ogni forma e dimensione per cui subito dopo cena, complice anche la stanchezza accumulata, filiamo in hotel, e buonanotte!

desert park

Canguri al Desert Park

15/10/11 – Darwin mon amour

Ho deciso qual è la città più bella d’Australia: è Darwin! È stato amore a prima vista: il clima tropicale, le palme altissime agitate dal vento, la vegetazione rigogliosissima in una bella giornata di sole mi hanno fatto provare da subito un amore viscerale per la capitale del Nothern Territori. Arriviamo a Darwin da Alice Springs alle 2 PM, così abbiamo un intero pomeriggio per girare sotto il caldo equatoriale di questa giornata. Darwin si trova 12° circa di latitudine sotto l’Equatore, e il suo harbour si affaccia sul Mar di Timor. Siamo in piena area geografica soggetta ai monsoni che qui infatti arriveranno con l’estate. Per oggi però c’è ancora bel tempo. Ci buttiamo per prima cosa in centro nel mall. La città non ha molta vita, solo un paio di locali registrano il tutto esaurito, per negozi non c’è nessuno. Ipotizziamo che sia per il troppo caldo e andiamo avanti. Ci buttiamo sull’Esplanade, la lunga e piacevole passeggiata a mare fatta di verde, di sentieri, di piste ciclabili, di panchine con rampicanti e di alberi frondosi. Tutto è colore, qui. Ritornano gli ibis, tra gli uccelli che popolano i giardini, mentre le piante hanno fiori incredibili. La passeggiata, piuttosto lunga, ci porta al waterfront, che consiste in una limitatissima spiaggetta, una lagoon – volgarmente detta piscina che dà l’illusione di stare in mare – tanto verde, il tutto chiuso da palazzine di appartamenti e hotels che al piano terra ospitano ristorantini. Si fa per l’appunto ora di cena e le nostre fonti ci informano di un ristorante, il Crustacean, piuttosto rinomato, in fondo al molo. Andiamo, ma non arriviamo al ristorane: ci fermiamo sulla soglia perché scoviamo proprio qui, sul molo, una foodcourt specializzata in seafood con splendida vista sul Mar di Timor e sui grandi pesci che popolano il porto. Ma dove vi capita di mangiare pesce a bassocosto, pressoché a lume di candela guardando il mare? Ed ecco quindi un altro motivo per cui adoro questa città!

fiori darwin

I fiori di Darwin, una meraviglia!

16.10.11 – Esploratori nella foresta tropicale

Stamattina il tempo non è proprio bello come ieri. Peccato, perché ci aspetta la regina delle escursioni, quella nel Kakadu National Park. Famoso principalmente per i suoi abitanti più pericolosi, i coccodrilli, il Kakadu è molto di più: è un luogo in cui natura e cultura aborigena si sono fusi, in cui, nell’immensità della natura, l’uomo da 50mila anni conduce comunque la sua vita, lasciando testimonianza di sé nelle pitture rupestri che caratterizzano alcune aree di questa grande distesa tropicale. Il percorso in autobus per arrivare all’ingresso del parco è molto lungo, attraversa un’ampia zona poco abitata e di foresta, dove il gioco diventa individuare i wallabies che attraversano la strada e i termitai più imponenti (e alcuni sono davvero enormi, raggiungono anche i 2 m). Quando arriviamo all’ingresso del Kakadu National Park scopriamo che siamo appena a metà del tragitto per arrivare alle sedi delle nostre escursioni. Intanto la foresta si infittisce, i wallabies scompaiono e si raggruppano minacciose nuvole nere all’orizzonte. L’anno al Kakadu è scandito in 6 stagioni. Ottobre rientra nella stagione pre-monsonica e per darci una dimostrazione pratica di che cosa si tratta inizia a piovere forte poco prima della nostra prima tappa. E noi, confidando nel clima tropicale e in una giornata bella come quella di ieri, non abbiamo portato niente per coprirci! Ma il tempo ci grazia e pioviggina appena quando finalmente tocchiamo terra per recarci a vedere le pitture rupestri di Nourlangie.

Gli uomini occupano queste terre da 50mila anni. Una serie di miti del popolo aborigeno proprietario tradizionale di quest’area racconta del Tempo del Sogno, di quando il popolo degli antenati, i Mimi occuparono queste terre e inventando l’arte, bim, e di ancora prima, quando l’uomo-luce, personificazione del fulmine, risalendo il fiume, creò tutte le cose andando a stabilirsi in quest’area dove poi furono realizzate le pitture rupestri. Il sito è nella foresta, a ridosso di un monte presso il quale gli aborigeni vivevano, bivaccavano, e dipingevano. Così, nei ripari sottoroccia, essi rappresentavano animali, danze di uomini e donne, l’uomo-luce, spesso in un sovrapporsi di pitture realizzate in tempi differenti. Dipingevano per arte per davvero, non per scopi religiosi o per altro, ci assicura la guida, ma per puro passatempo. C’è la raffigurazione del canguro (che però forse è un falso, visto che qui non ce ne sono), c’è il Serpente Arcobaleno, figura mitologica creatrice, c’è l’uomo-luce, c’è la danza, c’è una serie di figure e disegni in ocra, in giallo, in rosso e in bianco. Finalmente un segno archeologico qui in Australia, anche se datare queste pitture è un’impresa. Gli scavi condotti dagli archeologi australiani hanno fornito dati sugli stanziamenti nei ripari sottoroccia. Ben altra cosa, però, è datare sulla base dello stile, documenti di questo tipo, considerando poi che a disegno si sovrappone disegno, per millenni. Questo è un luogo che trasuda storia, trasuda identità, trasuda il profondo legame originario tra uomo e natura.

pitture rupestri kakadu

Le pitture rupestri al Kakadu National Park

Never smile at a crocodile!

Dopo pranzo è la volta della tanto turistica quanto spettacolare crociera sul billabong delle Yellow Waters. Qui di nuovo la natura trionfa: tra coccodrilli, uccelli di ogni forma e dimensione, prati acquatici di ninfee in fiore e vegetazione lussureggiante c’è di che restare a bocca aperta. Il Kakadu è abitato da due tipi di coccodrilli: i temibili coccodrilli estuarini e i più piccoli freshwater. Sono questi che vivono, e che vediamo pigri e indolenti, nelle Yellow Waters. Vedere per la prima volta nella vita un coccodrillo libero in natura a poca distanza da te, che quando si immerge mette in mostra il suo dorso degno di un drago delle favole, fa un certo effetto. Ma, e non me ne voglia male il coccodrillo,m non è l’unica cosa per cui vale la pena fare questa gita in battello. Sono gli uccelli la vera meraviglia di questo posto: uccelli palustri, anatre siberiane in trasferta, rapaci e kokaburra sono i veri protagonisti del tour. Assistiamo al tentativo di un grosso uccello acquatico di mangiare, con scarso risultato, un gran pesce gatto che aveva arpionato col suo becco lungo e appuntito, ci divertiamo ad osservare un piccolo trampoliere che con eleganza cammina sulle foglie di ninfea, vediamo rapaci di vedetta sull’alto di rami spogli. Brava la guida, molto teatrale, che ci appassiona a quello che stiamo vedendo, che ci racconta che durante la stagione delle piogge prossima ventura, il livello dell’acqua salirà così tanto da allagare tutta l’area nel raggio di km, e che è possibile vederne i segni sui tronchi più alti degli alberi, cui restano appese alghe ed erbe palustri trasportate dalla corrente. Impressionante. Questo è un fenomeno naturale contro cui l’uomo non può, e non deve, fare nulla: è la natura che fa il suo corso, noi siamo solo spettatori. Il tempo atmosferico ci ha graziato, per cui la gita sul billabong è stata particolarmente ben riuscita. Concludiamo la nostra escursione al Kakaduy con una visita al Cultural Centre di Warradjan: consiste in una sorta di museo/esposizione permanente sulla cultura aborigena: i contenuti sono a metà strada tra l’archeologia, l’etnologia o l’antropologia e la storia recente. A seguire il percorso espositivo si fa conoscenza con la cultura aborigena di questi territori, che di questi territori conosce i segreti e le stagioni, le risorse, convive con i coccodrilli e anzi li caccia, sa ripararsi dalle piogge e sa sopravvivere alla stagione secca. È un sapere vecchio di millenni che ha rischiato di perdersi con l’arrivo dei Bianchi. E che ora, un po’ per trasmissione della conoscenza, un po’ per tentativo di riacquisire un’identità quasi perduta, gli aborigeni per primi vogliono recuperare.

coccodrilli kakadu national park

Un coccodrillo in un billabong al Kakadu National Park

Il viaggio del ritorno è lungo e disturbato dalla pioggia. Arriviamo a Darwin che è ormnai troppo tardi per andare ai famosi mercatini che si svolgono qui ogni domenica, i Mindil Markets. Non ci resta che tornare a mangiare sul molo del porto, alla Safood Court che ieri sera ci ha deliziato. E concludiamo così, ad un tavolino sul molo, con un piatto orientale a base di barramundi (un caso di contaminazione culinaria particolarmente interessante) e una birra Pale Ale australiana, guardando i grossi pescioni che nuotano in queste acque, la nostra permanenza a Darwin. Domani si va a Cairns.

17.10.11 – Camera con vista

Cairns ci accoglie con un bel sole caldo. Arriviamo in mattinata, lasciamo i bagagli e ci buttiamo sull’Esplanade, che non è a livello di quella di Darwin, ma non è neanche da buttar via anche perché è concepita per offrire alla popolazione e ai turisti la possibilità di vivere questo grande spazio all’aria aperta, con aree adibite a palestra (con tanto di attrezzi!), a campi di beach volley, a skate-area, a piscinetta per bambini. Ma la cosa più interessante sono i barbecue disposti qua e là ad uso e consumi di chi vuole mangiare su una panchinetta lì accanto o, perché no, durante la pausa dal  bagno alla Lagoon. Questa è una piscina pubblica alla quale tutti possono accedere. È fronte mare, e l’illusione è completa. A Cairns nessuno fa il bagno in mare, e la Lagoon è la risposta alla voglia di fare comunque il bagno senza dover morire di caldo qui.

Tolta la passeggiata sull’Esplanade, a Cairns non c’è granché da fare.

Andiamo a cercare la stazione del treno per Kuranda, che sarà la nostra gita di domani. Scopriamo così che tolta l’Esplanade e Shield’s Street, che è il corso principale, con i negozi e la via pedonale, non c’è molto altro da vedere qui. La stazione sembra invece una propagazione del grande centro commerciale della città: vi si accede attraverso di esso, e consta di soli 2 binari, uno dei quali è dedicato al trenino storico per Kuranda. Il biglietto costa70 aud A/R ciascuno, per un viaggio di 2 ore che intraprenderemo domani. Un giro al centro commerciale, un pranzo nella sua food court, e torniamo indietro, via Esplanade, fino all’hotel. L’Esplanade è costeggiata da una serie di ristoranti e locali per la sera fatti a misura di turisti (che sono principalmente giapponesi). C’è anche una food court, i Night Markets, e sarà qui che ceneremo stasera.

Bene, sono quasi le 2 PM. Il sole è alto e caldo, Cairns non offre granché da fare, per cui… perché non fare un bel tuffo in piscina? La scelta è la Lagoon, la piscina pubblica di Cairns, e la piscina dell’hotel. Optiamo per quest’ultima, che ha il vantaggio di permetterci di scendere direttamente in acqua senza doverci preoccupare di dove lasciare la roba (alla Lagoon ci sono degli armadietti, ma sono pochi rispetto alla potenziale utenza). E così schiacciamo in piscina il pomeriggio, non prima di aver ammirato il panorama dalla camera: dà sull’Esplanade, le sue palme e il mare sullo sondo; in sostanza la cartolina più bella di Cairns.

Esplanade Cairns

L'Esplanade di Cairns dalla finestra del nostro hotel

A sera, rinfrescati dal bagno in piscina torniamo in centro per cena. Ceniamo alla food court dei Night Markets che, scopriamo, sono un bel mercatino di souvenirs, e non solo, che sta aperto fino a tardi, a differenza degli altri centri commerciali della città, che alle 5-5.30 PM chiudono i battenti. I BBQ sull’Esplanade sono pieni di gente che cucina e cena tranquilla. C’è un’aria di festa, meglio di serenità che raramente si respira in città. Ci piace. La marea si è ritirata, lasciando intravedere quanto è basso il livello del mare da queste parti. Gabbiani e uccelli palustri cercano nutrimento, mentre un grosso granchio percorre un canale e sopra le nostre teste svolazzano i pappagallini. Una volpe volante ci annuncia che si sta facendo sera, mentre si radunano squadroni di ibis Jabiru che volano in formazione, come gli aerei delle Frecce Tricolore. Rientriamo in hotel (Mercure Harbour Side) e andiamo a dormire: domani ci aspetta Kuranda.

Esplanade Cairns

L'Esplanade di Cairns

18.10.11 – In carrozza! … destinazione Kuranda

Raggiungere la stazione dei treni dall’hotel è impresa non da poco: richiede una passeggiata di 30-40 minuti. Non ci facciamo prendere dal panico e ci incamminiamo. Il treno è alle 9.30, riusciamo a far colazione (ho ritrovato il MilkTea da EasyWay), quindi raggiungiamo il binario, che è già un brulicare di comitive giapponesi che partono per la gita.

Il treno è una chicca: è chiamato trenino storico di Kuranda perché percorre la ormai storica tratta ferroviaria che da Cairns saliva a Kuranda quando qui, a fine ‘800, c’era l’oro. Costruire la ferrovia fu un’impresa ingegneristica particolarmente impegnativa. Fu un lavoro lungo e faticoso, disturbato (forse) dagli aborigeni che abitavano queste terre e soggetto più di una volta a crolli di gallerie, per via dei danni provocati dalle grandi piogge che si abbattono qui nel periodo estivo.

Anche oggi piove. È anzi il primo giorno di pioggia che preannuncia l’imminente stagione delle piogge. Il trenino va a passo d’uomo o poco più; ogni punto significativo sul percorso, dal punto di vista storico, paesaggistico o ingegneristico, viene spiegato da una voce fuori campo che corrisponde, comunque, ad una pratica guida che ci è stata fornita. Il paesaggio che si attraversa è stupendo: la foresta pluviale, innanzitutto, densa, verde, fatta di alberi immensi misti a palme; il panorama sul Barron River, il fiume che scorre da queste parti; le cascate, alcune delle quali spettacolari. Una di esse è proprio un’attrazione del trenino, che rallenta per far ben vedere ai turisti la meraviglia presso cui si sta transitando. Il treno per Kuranda è un’attrazione turistica. Addirittura si ferma a Barronfalls Station per consentire ai turisti di fare foto panoramiche alle cascate che alimentano il Barron River, e foto-ricordo, un lookout su locomotiva invece che su auto.

treno storico per Kuranda

Il percorso del trenino storico per Kuranda in mezzo alla natura

Anche i pappagalli sono hippye a Kuranda

Kuranda è una ex-cittadina hippye, popolata da artisti che vendevano al mercatino le loro creazioni. Ora il mercatino di Kuranda è molo più turistico, molto meno artistico (anche se qualcuno rimane) ed ha attrattive naturalistiche che vanno oltre i Figli dei Fiori. Peccato che piove. Mangiamo a pranzo un’ottima (e piacevolmente calda, visto il clima) Kangaroo Pie, torta salata ripiena di ragù di canguro. Ci spostiamo verso gli Heritage Markes e rimaniamo bloccati al loro interno da una pioggia incredibile: giacca a vento e ombrello non bastano.

kuranda

Uno dei mercatini a Kuranda

Aspettiamo che spiova, ma è tutto inutile. Decidiamo comunque, non senza qualche perplessità iniziale, di visitare il Butterfly Sanctuary, una serra che ricrea l’ambiente tropicale nel quale vivono le farfalle tropicali d’Australia: c’è la Ulisse, nera e blu, grandissima, c’è la farfalla di Cairns, nera e verde, grandissima e meravigliosa, ce ne sono tantissime altre, più o meno svolazzanti. Incredibile come, a parità di grandezza, la farfalla non faccia paura, mentre un qualsiasi altro insetto sì. Forse perché associamo più o meno inconsciamente la farfalla alla bellezza, ai fior e alla primavera, tant’è che le blatte di Alice Springs ci facevano sobbalzare sulla sedia, mentre ora speriamo che una farfalla enorme si posi su una nostra mano. È uno spettacolo sublime, si resterebbe ore qui dentro la serra, a osservare le farfalle e a gioire della loro esistenza.

butterfly sanctuary Kuranda

Nel frattempo la pioggia si quieta, e noi entriamo in voliera, nel Birdblabla. Qui un gazebo offre riparo dalla pioggia a coloratissimi pappagalli e a due enormi esemplari di ara macao, che anche se sono originari dell’Amazzonia e non dell’Australia, sono comunque la mascotte di questo piccolo parco. Appena entrati scoppia l’amore: tra un pappagallino arancione e Lorenzo, per la precisione. Come lo vede, il pappagallino gli vola su una spalla, gli cammina tutto dietro il collo, passa sull’altra spalla e intanto gli urla nell’orecchio. Sono deliziata da questa scenetta, anche se, lo ammetto, non sono entusiasta all’idea che possa posarsi anche su di me. I pappagallini qui sono tanti, arancini, verdi, blu, c’è anche il galah rosa; ma il vero protagonista qui è il casuario. Ce ne sono due esemplari, chiusi da una rete, a differenza degli altri uccelli tra cui si può girare liberamente. Ma il casuario è, oltre che di grossa stazza, anche aggressivo, perciò viene separato dal resto del percorso, che si snoda in senso circolare e permette di vedere uccelli palustri, tra cui il cigno nero e qualche bella anatra, e altri pappagalli. Torniamo al punto di partenza e, dopo un po’ di resistenza, anch’io mi faccio convincere a prendere in mano un pappagallino, così variopinto da sembrare finto!

birdworld kuranda

Un socievole pappagallino al Birdworld di Kuranda

Usciamo molto contenti di questo contatto con gli animali e torniamo a fare un ultimo giro ai mercatini prima del treno del ritorno – l’ultimo della giornata – alle 3.30 PM. Il treno ripercorre a ritroso, lentamente, spiegandole con voce registrata, le tappe dell’andata. Questo perché esiste un altro modo per raggiungere Kuranda, una funivia che prende il nome di Skyrail, così molti si recano al mattino a Kuranda in treno e al ritorno prendono lo skyrail o viceversa. Noi che abbiamo preso in entrambi i casi il trenino sentiamo due volte la spiegazione, ma soprattutto sappiamo già quali sono i punti panoramici da cui scattare le foto migliori!

Quando torniamo a Cains è già tutto chiuso, negozi e centri commerciali. Non ci resta che tornare in hotel, prepararci per la sera e andare a cena ai Night Markets. Nel frattempo la pioggia di Kuranda è arrivata qui. Speriamo che per domani smetta, ma abbiamo molti dubbi in proposito. E, preparati al peggio, andiamo a dormire.

19.10.11 – Cape Tribulation, che tribulation!

Missione odierna è un’escursione a Cape Tribulation, splendida spiaggia che prende il nome da una vicenda che interessò il Capitano Cook nel 1770. non credo anzi di sbagliare se dico che è uno dei primi toponimi che furono assegnati all’Australia e che furono segnati sulle carte geografiche. Dopo aver lasciato Boany Bay, dove più tardi sarebbe sorta Sydney, Cook per continuare l’esplorazione del continente appena scoperto, fece rotta con la sua nave, l’Endeavour, verso Nord. Giunto in prossimità di quello che sarebbe diventato Cape Tribulation, la nave si incagliò nella barriera corallina e subì parecchi danni. Per riuscire a ripararla, Cook e il suo equipaggio dovettero risalire il corso del vicino fiume Daintree e dopo un lungo periodo di tribolazioni qui, finalmente, poterono ripartire. Dalle tribolazioni di Cook venne il nome Cape Tribulation. E, considerata la giornata che ci aspetta, mai nome fu più azzeccato.

Per quest’escursione abbiamo la guida in italiano: è Giuseppe, per gli anglosassoni Joe, che ci viene a prendere in hotel alle 7.20 del mattino. A fare la gita siamo 3 coppie di italiani, una delle quali soggiorna nella bella località balneare di Palm Cove, e 2 coppie di inglesi che recuperiamo a Port Douglas. Il povero Joe, che somiglia in modo imbarazzante a Mel Brooks, si deve così barcamenare tra le spiegazioni in italiano e in inglese. Intanto piove, e parecchio. Noi arriviamo alla prima tappa, il Mossmann Gorge, che dovrebbe essere una bella passeggiata nella foresta pluviale, fino ad arrivare ad un bel laghetto che si apre tra la vegetazione lussureggiante dove, volendo, si potrebbe anche fare il bagno. Uso il condizionale perché in realtà quando scendiamo dal pulmino sta già piovendo. Cerchiamo di ironizzare: cosa c’è di meglio di vedere la foresta pluviale sotto la pioggia? Il problema è che la pioggia diventa uno scroscio incredibile e incessante. Joe non si ferma. Ci deve portare fino al laghetto a qualunque costo. E intanto noi ormai siamo zuppi completi. La mia macchina fotografica prende il raffreddore e si rifiuta di funzionare per il resto della giornata. La comitiva di italiani è incazzata nera, io piango la mia fotocamera. Durata di questa tappa: 5 minuti. Un vero peccato, perché la foresta, così intricata e verde, varrebbe la pena di un’osservazione più entusiasta, e il Mossman Gorge dev’essere bellissimo, dietro il muro d’acqua che ci prendiamo tutto sulla testa.

…e piove…

La tappa successiva è una gita in battello lungo il Daintree River. Siamo all’interno del Daintree National Park, un’immensa area di foresta pluviale, la più antica del mondo, dove vive ancora libero il casuario, che solo qui ormai trova l’unica pianta di cui lui si ciba – ma che per noi è tossica – la cassowary plant. Il Daintree River, che attraversa la foresta, ha le rive popolate da mangrovie che affondano direttamente in acqua le loro radici, e da coccodrilli. Oggi, però, che il fiume è già ingrossato dalle abbondanti piogge di ieri e di oggi, non si vedranno molti coccodrilli. E infatti ne vediamo uno solo. Ma non importa (almeno a me e a Lorenzo che abbiamo già incontrato i coccodrilli al Kakadu), perché la foresta di mangrovie è qualcosa di bello, imponente, verde, vitale. Stiamo un’ora in battello sotto la pioggia più o meno forte, a guardare la natura che si riprende dalla stagione secca che sta evidentemente finendo. Vediamo anche un serpentello, piccolo piccolo giallo e verde che si confonde tra i rami di mangrovia. Un vero peccato questa pioggia.

crocodile daintree river

Un coccodrillo sulla riva del Daintree River

Il pranzo a Heritage Lodge, parecchio oltre il Daintree River. Il fiume non ha ponti che lo attraversino: c’è una chiatta che a avanti e indietro da una sponda all’altra.  È su questa che il pulmino sale, pronto a riprendere la corsa dentro la Deintree Forest. Qui la strada si fa tortuosa: passiamo dentro la foresta più intricata, la patria del casuario, e in effetti la strada è costellata da segnali stradali che avvertono dell’attraversamento di casuari. Lo stesso Joe/Giuseppe ci dice di tenere pronta la fotocamera, perché è molto probabile vederne uno. Ma andiamo talmente veloce con questo pulmino che è impossibile individuarne. E infatti niente casuari. Prima di arrivare all’Heritage Lodge la foresta si apre in una radura, occupata da una grande piantagione di tè: è il Daintree Tea, un tè interamente australiano, coltivato in un’area che climaticamente è perfetta, grazie al clima e alle piogge abbondanti.

daintree tea

la piantagione di té nel Daintree National Park

Finalmente, dopo alcune curve, arriviamo all’Heritage Lodge, dove pranziamo immersi nella foresta pluviale. Talmente immersi che, di ritorno da una brevissima escursione lungo un sentiero in mezzo alla vegetazione fino al creek che scorre qui, Lorenzo si ritrova una sanguisuga attaccata al pollice: più immersi nella natura di così! Niente panico: per toglierla, visto che è agganciata con i suoi minuscoli dentini che iniettano un anestetico, basta gettarci sopra un po’ di sale; lei si risente, molla la presa sulla pelle, e può essere scacciata via senza problemi. Joe mi mostra la Cycas più vecchia d’Australia: un fossile vivente che deve avere 3000 anni, mi dice, considerato che è molto alta, e che le cycas – piante antichissime, relitti dell’epoca dei dinosauri – crescono di 1 cm l’anno.

…e piove…

Nel pomeriggio ricominciamo la folle corsa del pulmino sotto la pioggia lungo la strada tortuosa della foresta: ancora i segnali di attraversamento casuari, fino a Cape Tribulation. Qui si consuma la tragedia. Perché a Cape Tribulation stiamo solo 3 minuti. Il tempo di scendere dal pulmino e si riversa sulle nostre teste il diluvio universale. Cape Tribulation è una bella spiaggia su cui si affaccia la foresta. Col sole dev’essere bellissima, ma ora non riusciamo a cogliere nulla di diverso dal senso di Tribulation che provò il Capitano Cook. E allora niente passeggiata sulla spiaggia, solo una corsa al pulmino per cercare riparo dall’ennesimo scroscio contro cui l’ombrello non può nulla. Non ci si può fare niente. Il tempo atmosferico è questo, c’è poco da fare. E riprendiamo la via, questa volta per il ritorno. Ripercorriamo a ritroso la foresta e le curve, le strade dissestate, i creeks ormai in piena per le troppe piogge, capiamo finalmente cosa vuol dire esattamente quel cartello “flooding road” che si incontra ogni tanto: non pioveva così tanto per due giorni di fila a metà ottobre da 47 anni, ci assicurano. Son soddisfazioni! Avrei preferito non entrare nel Guinness dei Primati e godermi meglio la giornata, ma pazienza!

L’ultima tappa, oltre ad un lookout sulla foce del Daintree River che oggi con la nebbia perde il suo fascino, è il Discovery Centre. È una sorta di TreeTopWalk nella foresta pluviale con tanto di torre centrale che ad ogni piano illustra quali uccelli abitano a quel livello della foresta. Ma di nuovo, o meglio, ancora, piove, quindi uccelli non se ne vedono. C’è la foresta, con tutto il suo fascino di vegetazione incontaminata ma, anche se riconosciamo che è bellissimo (il Discovery Centre non ricostruisce la foresta pluviale, ma vi è realizzato all’interno), tuttavia non riusciamo ad entusiasmarci, perché la pioggia che abbiamo preso tutto il giorno è veramente troppa. Peccato.

Daintree National Park

Un tratto di foresta pluviale nel Daintree National Park

Il viaggio di ritorno è lungo, e sotto una pioggia incessante. Di nuovo attraversiamo sulla chiatta il Daintree River e poi via, verso Port Douglas, Palm Cove e infine Cairns. Torniamo in hotel dopo le 6.30 PM. Joe/Giuseppe ci consiglia, se non vogliamo prendere altra pioggia andando in centro, di andare accanto all’hotel, da Charlie: prezzo modico (26 Aud) e cena a buffet. Consigliabile un brodino caldo, anche se in realtà mangio tutt’altro. E domani si parte per Heron Island, sulla barriera corallina: tempo, ti prego, migliora!

20.10.11 – Heron Island, l’isola degli uccelli

Macché! Ci alziamo alle 3.15 AM per andare in aeroporto in tempo utile per prendere l’aereo per Bissane e da qui a Gladstone. Tempo coperto ovunque. A Gladstone ci imbachiamo su un catamarano che in 2 ore ci porta a Heron Island. Sono le 2 ore più lunghe della nostra vita: il catamarano balla, salta sulle onde di un mare che così non l’avevo visto mai. Impossibile non soffrire il mal di mare, tra onde così alte che schiaffeggiano la barca, scrosci di pioggia che ogni tanto arrivano tanto per rallegrare gli animi e un continuo vai e vieni di pacchettini per il vomito. Riesco a resistere solo perché mi aggrappo con tutta me stessa al documentario in DVD sulla barriera corallina che viene trasmesso con l’evidente scopo di distrarre. Quando finalmente sbarchiamo ad Heron Island piove, fa freddo, siamo tutti verdi dalla nausea. Non era così che mi ero immaginata l’arrivo su un’isola tropicale.

heron island

L'approdo a Heron Island

Comunque ci accolgono, ci fanno pranzare, ci assegnano il bungalow (che è privo di chiavi, per gli oggetti di valore rivolgersi alla reception) quindi la nostra permanenza sull’isola può dirsi cominciata. E noi cominciamo.

Il tempo è quello che è, c’è vento e pioviggina, cosa che non ci si aspetterebbe da un’isola che fa parte di Capricornia, la regione così chiamata perché sta sul Tropico del Capricorno. Così, tra le attività proposte dal Resort, partecipiamo al Bird Walk, una passeggiata alla scoperta degli uccelli che popolano l’isola. Heron Island è infatti famosa, o famigerata a seconda dei punti di vista, per l’abbondante presenza di uccelli: il ristorante è una voliera, nel senso che i clienti del resort mangiano dentro la voliera, per evitare di essere disturbati dagli uccelli. Sull’isola è un continuo gracchiare di gabbiani e di sterne. Una di queste sterne, il black noody, è particolarmente diffuso sull’isola: sono a migliaia e particolarmente attivi in questo periodo, perché stanno costruendo i nidi. Piccoli, neri con la testa bianca, il becco nero lungo e sottile, i piedi palmati, colano bassi senza preoccuparsi degli umani che intralciano loro il passo. E soprattutto riempiono l’isola – e gli umani di passaggio – dei loro escrementi. Tutto sommato però son simpatici, a differenza del muttonbird, o shearwater, un altro uccello marino il cui nido è una tana scavata parecchio in profondità, che sta a pescare tutto il giorno sull’oceano, dopodiché a notte torna al nido, e intona il suo straziante lamento, un mix tra un ululato lamentoso e il pianto di un neonato. Lo shearwater (nome scientifico: puffinus pacificus) c’è ma non si vede, la notte intona concerti da film dell’orrore: devi sperare di addormentarti prima che lui torni al suo nido. Sull’isola ci sono poi i gabbiani, antipatici qui come in ogni parte del mondo, e striduli per poter competere col continuo verso del balsk noody. Altri uccelli sono le sterne, grigio-bianche col ciuffo in testa nero, i martin pescatore, pochissimi esemplari bellissimi, 2 aquile di mare, maestose dalle ali nere e la testa e la pancia bianche. Il premio simpatia lo vincono però delle piccole gallinelle che razzolano tranquille, anche tra i tavoli del ristorante, senza fare rumore e senza lanciare escrementi al loro passaggio, discrete. Il bird walk risulta una passeggiata interessante, sotto la guida di una ragazza dello staff del resort. Al termine di essa sappiamo riconoscere i vari abitanti alati di quest’isola, e conosciamo le loro abitudini.

black noody

un esemplare di black noody vola lungo il bagnasciuga a Shark Bay, Heron Island

Romantica passeggiata sulla spiaggia corallina…

Decidiamo ora di fare una bella passeggiata sulla spiaggia di quest’isoletta, il cui perimetro sarà 1,5 km: c’è vento e fa freddo per potersi stendere a prendere che il sole (che non c’è), ma una bella camminata a piedi nudi sulla spiaggia non ce la neghiamo. La sabbia di Heron Island è tutta interamente costituita da corallo disfatto. È un’isola corallina, nel senso che è a tutti gli effetti l’estremità più alta della barriera, che ormai non viene più coperta dalla marea. Non è quindi un’isola continentale, se scavamo una buca nel centro dell’isola non troviamo terra, ma ancora formazioni coralline ormai, ovviamente, morte. Il vento, il mare, gli agenti atmosferici, gli uccelli di passaggio portano col tempo (migliaia di anni) semi che riescono comunque ad attecchire e a dare vita alla foresta di pisoniae nel centro dell’isola, al pandanus, una grossa palma che produce frutti che da lontano sembrano ananas ma che non hanno niente a che vedere e che ha tutta una serie di radici aeree che partono dal tronco per sostenerlo nel terreno instabile e sabbioso, e di casuarina equisitifolia, che sorge più vicina alla riva. Le piante fanno fotosintesi, perdono le foglie, producono humus, ospitano gli uccelli sempre più numerosi che nidificano, mentre attivano le tartarughe che hanno scelto quest’isola e la vicina Wilson Island, per deporre le loro uova.

La spiaggia è un continuo veder conchiglie e coralli più o meno grandi, più o meno elaborati, a seconda di cosa si deposita giorno dopo giorno con la marea. Li guardiamo entusiasti, questi coralli, ormai ridotti a fossile di ciò che erano un tempo: organismi viventi senza i quali la barriera non esisterebbe, veri protagonisti di un ecosistema quanto mai vario com’è quello, appunto, della barriera corallina, che coinvolge non solo coralli e spugne, ma invertebrati, alghe, pesci, granchi, fino alle razze, agli squali e alle tartarughe marine. Ci limitiamo a guardare ciò che la spiaggia offre: Heron Island è parco nazionale, per cui nulla può essere portato via. Vi immaginate se da un’isola corallina ogni ospite del Resort infilasse in valigia 1, 2, 3 souvenirs di questo tipo? Scomparirebbe la spiaggia! Lasciamo questi gioielli naturali al loro posto e continuiamo il periplo dell’isola.

All’imboccatura del porto un relitto della II Guerra Mondiale – che non è naufragato qui, ma c’è stato portato dal fondatore del Resort – ha il compito di contrastare in parte la marea, per tenere pulito l’accesso all’imbarco, e contribuisce a creare un’immagine romantica, anche se finta, della nave senza tempo arenata su un’isola senza tempo, che non può più fare ritorno al proprio porto. La passeggiata sulla spiaggia è molto bella, l’acqua è di un colore incredibile, un azzurro che fa luce anche quando è nuvolo. In lontananza si vedono le onde del mare aperto che si frangono sulla barriera, come se fosse già essa la terraferma. È già ora di cena: andiamo a mangiare nella voliera: stasera cena a buffet che accompagneremo con un vino bianco neozelandese che troviamo ottimo, il Kapuka Sauvignon, profumato e incantevole. Dopo cena il cielo coperto non ci consente di vedere le stelle. Pazienza. Andiamo nella nostra casetta. Il canto dei Black Noody si è parzialmente attenuato, ma siamo già a letto quando sentiamo l’ululato lamentoso, continuo, senza fine, dello shearwater. Come un uccello possa emettere questi versi è un mistero. Ma siamo stanchi. Lo straziante canto dello shearwater ci fa da ninnananna. A domani. E speriamo faccia bello.

heron island

21/10/2011 – Reef walk experience

Il tempo sembra effettivamente migliore oggi: squarci di sole tra le nuvole di passaggio spazzate da vento forte. È la condizione ideale per prendere parte alla mattutina reef walk guidata che, approfittando della bassa marea porta all’esplorazione del fondale che a sua volta è il top della barriera. la vita sull’isola e le attività “didattiche” come il reef walk sono in effetti organizzate in funzione della marea. Ogni giorno viene emesso un bollettino che informa dell’ora della bassa marea e dell’alta marea, fornisce gli orari delle attività legate in qualche misura ad esse e suggerisce di fare snorkeling nelle 3 ore precedenti e nelle 3 ore seguenti il picco dell’alta marea.

Per il reef walk sono necessarie le scarpe chiuse. Camminare a piedi nudi è fuori discussione, così come in ciabatte. Ci procuriamo le scarpe apposta e ci uniamo al gruppo. Ci viene dato un insolito tubo che fa da lente per vedere sott’acqua e un bastone per non perdere l’equilibrio. La nostra guida dello staff dell’hotel ci fa toccare con mano alcuni abitanti del top della barriera corallina durante la bassa marea: cetrioli di mare, grossi molluschi che vivono nella saabbia e si nutrono delle sue impurità, contribuendo a tenerla pulita, che, se attaccati, sparano un filamento bianco resistentissimo che in passato veniva usato dagli indigeni che ne facevano scarpe per poter pescare sulla barriera senza rischiare di calpestare qualcosa di doloroso o peggio ancora di mortale; prendiamo in mano le stelle marine: una è blu, enorme, rigidissima, sembra di plastica; un’altra è più canonica, arancione, più piccola, ma ugualmente rigida. Stanno sul fondale, o sulle formazioni coralline.

La barriera è popolata da coralli anche variopinti, gialli, rossi, verdi, da spugne e dalle bellissime conchiglie delle tridacne. Alcune sono enormi, e aprono e chiudono le valve che sembrano labbra di velluto: qualcuna ha queste labbra blu, qualcun’altra viola, qualcun’altra verde e arancio. È la varietà che contraddistingue la barriera. È la prima esperienza ravvicinata che facciamo della vita sul reef. Nonostante il vento gelido che mi fa tremare lo stomaco, l’entusiasmo è alle stelle. A fine percorso veniamo lasciati liberi di continuare da soli. Senza rendercene conto abbiamo percorso un bel tratto lontano da riva, ed è bello compiere il percorso a ritroso riconoscendo da soli i cetrioli di mare, individuando la tridacna, scovando un’altra stella marina. Nel frattempo si fa ora di pranzo e la giornata volge al sole pieno.

Dopo pranzo finalmente si va in spiaggia! Sale la marea, e cominciano ad avvicinarsi a riva gli animali più interessanti. È così che la mia idea di pomeriggio stesa a prendere il sole del tropico va a farsi benedire. Per prime, e più intraprendenti, si avvicinano le razze: una, due, 10, sono un’infinità, colo loro corpo piatto e largo e la loro coda lunga e appuntita sono facilissime da riconoscere. Stanno sul fondale sabbioso, sono di grandi dimensioni, ma ci si può avvicinare senza problemi: non attaccano l’uomo, anzi, l’importante è, come per tutti gli animali, non infastidirli o cercare di catturarli. Ma… non ci sono solo le razze: quella sagoma che vediamo, allungata, ha l’inconfondibile pinna di uno squalo! Gli squali così vicini a riva? Eppure vediamo la gente che fa snorkeling tranquilla… Ma la visione più incredibile e inaspettata è lei, la tartaruga marina: una sagoma tondeggiante con due zampe davanti che nuotano e la testolina che ogni tanto emerge dall’acqua. Che spettacolo! Lì per lì non avevamo preso troppo in considerazione l’idea di fare snorkeling, ma ora la cosa si sta facendo interessante!

heron island

due razze si avvicinano a riva durante l'alta marea

Island walk: tra pandanus, black noody e impronte di tartaruga marina

Avevamo deciso alle 15.30 di prendere parte all’Island Walk, un percorso naturalistico attraverso l’isola sempre tenuto da una guida dello staff del resort. Siamo un po’ combattuti ora, perché il sole e la quantità di gente che fa snokeling ci fanno gola… ma niente, optiamo comunque per l’Island Walk, confidando nel bel tempo per domani. L’Island Walk si rivela una passeggiata interessante anche se, bisogna ammetterlo, l’elemento vivacizzante è un fuori programma: la traccia lasciata da una tartaruga approdata di fresco e che poi è tornata sui suoi passi. A ottobre le tartarughe iniziano ad avvicinarsi a riva per scavare il nido in cui deporranno 120 uova che si schiuderanno entro marzo. I piccolini appena nati cercano la strada verso la spiaggia e fino all’acqua. È questo uno dei momenti più intensi della vita sull’isola. Appena nati, nella loro corsa verso l’acqua devono fronteggiare i primi pericoli: le aquile dall’alto e gli squali una volta in mare. Per 15-20 anni le tartarughe vagheranno per l’oceano, poi cominceranno ad avvicinarsi al reef e a 40 anni saranno pronte a deporre le uova, tornando al nido natìo. La piccola tartarughina appena nata nella sua corsa deve studiare i riferimenti che le saranno necessari 40 anni dopo per tornare a nidificare. Incredibile. Mentre vediamo le impronte nella sabbia a Shark Bay, in acqua vediamo anche l’inconfondibile testolina che emerge. Ormai è il periodo, tra poche settimane l’isola si riempirà di tartarughe.

Vediamo anche, di nuovo, la sagoma di uno squalo. È il Lemon Shark, lo squalo tipico della barriera corallina, non attacca l’uomo perché non lo considera una preda, visto che non è di grandi dimensioni (1,5-2m). Lui, insieme allo squalo dalla pinna bianca, e così come le razze, con l’alta marea si avvicina a riva. “Non è pericoloso, ma nel dubbio meglio stargli alla larga” penso con un brivido. E proseguiamo la passeggiata, addentrandoci nella foresta di pisonia, regno incontrastato dei black noody di giorno e degli shearwater di notte, di cui vediamo le buche d’ingresso ai profondi nidi sotterranei. I black noody hanno decisamente colonizzato l’isola. Non c’è albero che non ospiti 10-15 nidi. È il maschio che fa il nido. La costruzione del nido è parte del rituale del corteggiamento. Il maschio fa il nido con foglie di pisonia cadute e ormai marcescenti, e le lega insieme con i propri escrementi: “disgasting nest” sentenzia la nostra guida, interpretando il sentimento popolare. La femmina valuta non solo le capacità da architetto del maschio, ma anche la tecnica di volo, perché se vola bene è anche un buon pescatore, quindi porterà da mangiare alla prole al momento opportuno. Siamo capitati sull’isola nel momento di maggiore attività per i black noody. Si spiega così il continuo svolazzare, sollevare foglie, ritornare, volare, lanciare escrementi e gracchiare tutto il sacrosanto giorno (con un intensificarsi notevole verso metà pomeriggio).

Anche l’Island Walk ci regala delle emozioni, ma domani cascasse il mondo dobbiamo lanciarci e fare snorkeling: non esiste che ce ne andiamo da Heron Island senza vedere la vita che c’è sott’acqua con l’alta marea. Concludiamo il pomeriggio con un aperitivo a bordo piscina e frontemare, un frozen daiquiri al mango che fa molto resort di lusso (anche se questo non è un resort di lusso), quindi andiamo a cena, dove mangiamo per l’ultima volta kangaroo, e quindi usciamo a vedere le stelle, che sono tante, in questa parte di mondo poco illuminato dalla luce elettrica, e che sono diverse da quelle che vediamo correntemente sopra le nostre teste in Italia. Il terribile canto dello shearwater ci culla più o meno dolcemente, quando andiamo a dormire.

black noody

due black noody nel loro nido, Heron Island

22/10/2012 – Immersi nella barriera corallina

Il nostro programma di oggi prevede una gita lungo il limite della barriera, lungo quello che nel cartone animato “Alla ricerca di Nemo” viene chiamato “il salto nel blu”, in una barca che ha il fondo di vetro, in modo da poter vedere il fondale e tutto ciò che lo popola. Il tour, sempre guidato da una ragazza dello staff, dura un’ora, durante la quale vediamo una barriera corallina che prende vita sotto i nostri occhi, con branchi di pesci, coralli colorati, pesciolini variopinti che cercano cibo tra gli anemoni di mare… questa volta non siamo all’acquario, siamo noi piuttosto quelli intrappolati in uno spazio angusto, ma lo spettacolo ripaga dell’ambiente stretto. Vediamo sia le razze che le mante, che sembra volino in acqua (non per niente in inglese si chiamano Eagle Ray), le tartarughe, che sembrano sospese, e gli squali, sia quelli con la pinna bianca che i cosiddetti Lemonshark, accompagnati dal pesciolino che in cambio della protezione li pulisce delle impurità, classico caso di simbiosi come si studiava a scuola nelle ore di scienze. La varietà di pesci che popolano il reef è impressionante: a righe, bianchi e neri, blu con la coda gialla, gialli con la coda blu, grandi, piccoli, piccolissimi, da soli o in branco… è uno spettacolo degno di un documentario. E ci convinciamo sempre di più della necessità di fare snorkeling questo pomeriggio, quando l’alta marea lo consentirà.

Andiamo a pranzo presto, e qui mangio la cosa più strana che mi sia capitata in questo viaggio: non è filetto di canguro, non è salsiccia di emù, non è curry di barramundi né spiedino di coccodrillo: è una lasagna di nachos. Sì, nachos con sugo di pomodoro e formaggio a profusione disposti a lasagna da ingentilire, dato il sapore effettivamente forte di questo piatto da gourmet, con panna acida. Da morire.

heron island underwater

Lungo il "salto nel blu": underwater Heron Island

“Cos’hai fatto di bello oggi?” “Ho nuotato tra gli squali”

Il tempo non gioca molto a nostro favore. In attesa di un’ora decente per lo snorkeling andiamo a Shark Bay, dove ieri avevamo visto le tracce della tartaruga, e in effetti anche oggi una di esse è emersa, ha fatto due passi sulla spiaggia, poi è tornata in acqua. E una tartaruga si avvicina parecchio al bagnasciuga mentre siamo lì: la seguo per un po’, ma poi riprende il largo. Intorno, intanto, è tutto un gran movimento di razze, neanche a dirlo, più qualche squalo in lontananza. L’alta marea è prevista per le 5 PM. Le 4 PM sono quindi un orario ottimo per lo snorkeling. Andiamo ad affittare l’attrezzatura, maschera e boccaglio, pinne e muta, ci vestiamo e ci buttiamo nella nuova avventura.

Non ho mai fatto snorkeling e sostanzialmente sono tutt’altro che una gran nuotatrice: abituarmi a respirare con la bocca è il primo scoglio da superare. In più sono emozionata e agitata allo stesso tempo, e tutto ciò non fa bene alla respirazione! Finalmente partiamo, e Lorenzo avvista uno squalo in lontananza, mentre io mi ritrovo in mezzo ad un branco di pesci argentei di media dimensione. Ma fin qui il fondale è principalmente sabbioso. Decidiamo di allontanarci ancora da riva, di inoltrarci lungo la barriera e qui veniamo ricompensati dalla vista di un universo sommerso di vita, fatto di pesci variopinti, coralli, stelle marine, che nuotano tutti intorno a noi! È una meraviglia, un incanto assoluto!

Quando riemergiamo siamo entusiasti : i pesci che abbiamo visto oggi attraverso il vetro della barca ora li possiamo quasi toccare! Nuotiamo da queste parti, estasiati da ciò che ci circonda per circa mezz’ora, poi decidiamo di tornare indietro.

E succede l’irreparabile.

Mentre nuoto, Lorenzo alla mia destra, mi passa accanto uno squalo, non saprei dire se dalla pinna bianca o un Lemon Shark. Penso “Oh-Oh” e accelero per levarmi il più in fretta possibile da lì. “Fiuuu! È fatta”, penso, ma mi passa un altro lemon shark davanti a sbarrarmi la strada, al suo fianco il fido pesciolino. Mi blocco, cerco Lorenzo. È accanto a me, davanti a lui un altro Lemon Shark, mentre io mi giro e alla mia sinistra ora ne nuotano due. Oddìo, è un incubo! Emergo: sopra le nostre teste c’è la terrazza del bar, con la gente che si sta godendo lo spettacolo. Un obiettivo: nuotare il più in fretta possibile fuori di lì. Ma non è facile, con tutti gli squali che ci nuotano intorno. Finalmente riusciamo ad uscire dalla situazione, e concludiamo la nostra nuotata.

Troppe emozioni, direi che può bastare! Usciamo dall’acqua con l’adrenalina a mille: “Hai visto quanti erano? Ma che era, la vasca degli squali?” Siamo a metà tra lo spaventato e l’esaltato, euforici per quella che ci sembra un’avventura titanica. Sulla spiaggia un ragazzo con la maschera in mano è indeciso se andare in acqua. Fa vedere alla fidanzata uno squalo che passa di lì e non è molto convinto che entrare in mare sia la cosa giusta. Poi ci vede arrivare esaltati, con la muta e le pinne in mano. Ci chiede se ci sono sjarks, Lorenzo risponde, con poca sensibilità, che abbiamo appena nuotato in mezzo a 5 squali, sorridendo come un bambino. I due ragazzi se ne vanno. Nuotare in mezzo agli squali non fa evidentemente per loro!

Decido che d’ora in avanti lo Squalo Limone (traduzione di Lemon Shark, che trasforma un terribile squalo in un personaggio da cartoni animati) diventerà il mio animale preferito, il simbolo della nostra permanenza sull’isola. Nella nostra nuotata non avremo visto le tartarughe, ma l’esperienza è valsa ugualmente la pena!

Dopo questa esaltante esperienza ci vuole qualcosa di forte: un cocktail al bar, per esempio, e poi cena. A base di pesce, off course!

E domani l’ultima mattina qui. Peccato, ci stavamo davvero divertendo!

heron island

L'alta marea è il momento ideale per fare snorkeling

23/10/2011 – Bye Bye Heron Island

Sbrigate le piuttosto articolate operazioni del check-out, decidiamo di passare in spiaggia le ultime ore prima di prendere il catamarano per Gladstone alle 2 PM. L’ideale sarebbe stato fare un po’ di snorkeling, ma c’è bassa marea stamani, per cui niente: un’ultima passeggiata, facendo il giro dell’isola, poi ci fermiamo a Shark Bay, dove cerco inutilmente di prendere il sole che è perennemente coperto da una fitta coltre di nubi. Non siamo stati fortunatissimi col tempo, ma quel poco di sole che si è preso ci ha comunque fatto abbronzare un bel po’, che non fa male per quando rientreremo a casa, in autunno inoltrato, tra pochi giorni. Oggi riusciamo anche a vedere la superba aquila di mare che si alza in volo per andare a pesca. Si allontana in mare aperto, scompare alla vista.

Poco prima della partenza ci rechiamo al molo del porticciolo. In acqua nuota uno squalo pinna bianca. È l’ultimo abitante della barriera corallina che vediamo. Si parte. Vediamo l’isola allontanarsi, circondata dal celeste chiaro della barriera corallina, protetta dal relitto all’imboccatura del porto, entriamo in mare aperto, ma subito intercettiamo un’altra barriera corallina, quella di Wilson Island, l’isola delle tartarughe, quindi via, in mare aperto, per 2 ore che questa volta passano veloci, senza sofferenze, perché il mare è quasi una tavola e il sole, ora, splende alto nel cielo.

heron island

goodbye heron island!

Ultima serata in terra australe

Arrivati a Glastone, andiamo in aeroporto e voliamo a Brisbane. Trenino per arrivare in centro, Roma Station, dove si trova il nostro Hotel Ibis. È tardi per sperare di trovare in centro un locale aperto in cui mangiare. Ceniamo in hotel e brindiamo al nostro viaggio di nozze ormai al termine con uno shiraz della Barossa Valley. Domani mattina un breve giro a Brisbane, poi via verso casa.

24/10/11 – Solo una mattina e già ti adoro, Brisbane!

Non si può dire che non sfruttiamo fino all’ultimo i minuti che ci restano da trascorrere qui! Usciamo alle 8 di un lunedì mattina in cui tutti vanno a lavorare. Per avere un’idea dello skykine della città, da Gorge St arriviamo in Brisbane Square, piazza che unisce l’“antico” – meglio, lo stile più o meno neoclassicheggiante – e il moderno, i grattacieli di arte contemporanea, e da qui prendiamo il ponte sul fiume Brisbane, che offre il miglior punto panoramico sulla città. Sull’altra sponda c’è il Cultural Centre: musei, gallerie d’arte, teatro, e chi più ne ha più ne metta: le 7 Muse a Brisbane sono collocate in questo grande spazio di fronte alla city.

Ritorniamo sui nostri passi, ed entriamo nel Queen Street Mall, la via dello shopping della city. C’è il grande centro commerciale Meyer, anche qui come a Sydney e a Melbourne, c’è il Brisbane Arcade, che ricorda un po’ lo Strand di Sydney, una galleria elegante di negozi chic, in stile liberty.

brisbane

lo skyline di Brisbane, dal ponte sul fiume Brisbane

Ultima esperienza down-under: le lizards di Roma Street Pakland

Sopra la stazione di Roma Station, che è molto vicina, si trovano i giardini di Roma Street Parkland, il più grande giardino pubblico tropicale all’interno di una città del mondo. È una chicca: in mezzo al verde fiori variopinti, acqua che scorre e soprattutto loro, le lizards, i lucertoloni più grandi e simpatici del mondo, enormi, dei draghi in miniatura (e infatti da queste parti sono chiamati Dragons): stanno lì, prendono il sole, distesi con la testa ritta, sempre all’erta. Quando qualcosa li disturba, camminano sulle 4 zampe, invece che trascinarsi, divertentissimi a vedersi. Due di loro fanno la lotta, chissà per quale motivo: si prendono per la gola e girano in tondo. Alla fine il più debole scappa, lasciando il vincitore a godersi il nostro applauso.

brisbane's lizard

Uno dei grossi lucertoloni, lizards, che popolano i giardini di Roma Street Park

Il parco è bellissimo, un’oasi di pace nel cuore della città, completo di laghetto, di un’area rappresentativa della foresta pluviale, di una sezione dedicata al deserto e alle cycas, di una sezione dedicata ai fiori spettacolari. Qui ci vengono le mamme coi bambini. C’è pochissima gente, una pace meravigliosa. Peccato dover andare via, ma si è fatta l’ora, pertanto recuperiamo i bagagli e a Roma Station prendiamo il treno per l’aeroporto.

24 ore di volo: tempo di bilanci

1° step volo Brisbane-Singapore, 2° step, il più lungo, volo Singapore-Francoforte, 3° step, definitivo, Francoforte-Firenze.

Il bilancio di questo viaggio è positivo, per non dire entusiasmante. In 3 settimane abbiamo toccato 5 stati dell’Australia, da SudEst ci siamo spostati a Sud, quindi siamo saliti nel centro preciso del continente e poi a Nord, tornando quindi sulla costa Est. Abbiamo toccato tutti i climi e tutti i paesaggi che questo continente può offrire: temperato a SudEst e Sud, con la vista di pinguini e leoni marini che ci dice che a 5000 km di distanza c’è l’Antartide; desertico nel centro del deserto rosso, con l’escursione termica che contraddistingue i deserti di tutto il pianeta; equatoriale a Dawin, con quel caldo umido che ti fa sentire in una sauna, tropicale a Cairns, con quell’anticipo di stagione delle piogge che caratterizza però la foresta pluviale; la barriera corallina sul Tropico del Capricorno; infine i paesaggi urbani. Perché ci sono anche le città in Australia, anche se sono l’aspetto meno interessante del continente.

Qui non è la cultura che modifica il paesaggio, ma il paesaggio è natura e la natura è essa stessa cultura: la cultura delle genti aborigene, la cultura del Tempo del Sogno, la cultura che stava per essere spezzata, e in molti casi purtroppo si è persa, la cultura che per fortuna recentemente ha cominciato ad essere recuperata. Importante e d’esempio per tutti la presenza dei numerosi parchi nazionali che preservano prima che sia troppo tardi, tratti di territorio assolutamente autentici. Che sia foresta, che sia deserto, che sia fiume, che sia oceano e barriera corallina, si preserva un ecosistema unico al mondo, intatto da migliaia di anni, cui non possiamo rinunciare.

Visitare l’Australia è un pugno allo stomaco, per noi abituati a paesaggi totalmente modificati dall’uomo. Un pugno che fa riflettere sulla bellezza originaria del nostro pianeta, sublime, sconfinata.

Grazie Australia.

honeymoon australia

6 commenti

6 thoughts on “Australia

  1. ciao, non finisce più questo postttttt….ma visto che amo l’Australia, ci sono tornata due volte e per un periodo ho pure pensato a come trasferirmi downunder…ora me lo leggo con calma 🙂 mi ricorda tanto il mio primo post pubblicato sul blog, taaaaaanta roba! Monica

    • Eheh! In effetti ti sei imbattuta nell’intero diario.. Se preferisci lo trovi a puntate nella categoria “diario dell’Australia”! Lì è distinto per giornate. Buona lettura!

  2. Ciao. Negli alloggi hai incontrato tanti insetti? In molti dicono che l’Australia è piena zeppa di scarafaggi e ragni.

  3. Io ho una forte fobia degli scarafaggi e ovunque leggo che l’Australia (soprattutto Sydney) è piena 😦

    • A Sydney non ne ho trovato. Alice Springs è l’unico posto. Ma nel deserto ci sta:escono la sera quando rinfresca… comunque niente da farsi rovinare il viaggio, ecco!

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