Archivi

Taormina, la città più “in” della Sicilia

Taormina conserva ancora le vestigia di quando, col nome di Tauromenio, era una città greca. Greco è infatti il teatro, costruito nel III secolo a.C., e che è usato ancora oggi per spettacoli teatrali, come la Madama Butterfly, l’opera lirica che stava per andare in scena la sera che io e Lore l’abbiamo visitato. Ma ciò che rimane più impresso di Taormina non è il suo essere città di cultura, quanto la sua vocazione a città per turisti di un certo livello, soprattutto economico e sociale.

Tutto è in funzione del turista: negozi di souvenirs in ogni dove, pasticcerie ed enoteche con i prodotti tipici, e poi una serie di negozi di lusso e di ristorantini ricercati, tanto che si respira un’atmosfera degna di Montecarlo o di Porto Cervo. Se poi si vuole essere veramente “in” non si può non prendere un aperitivo nel locale più fashion della città: i clienti fanno a gara a sedersi sui cuscini posti su una scalinata che scende verso la piazza della chiesa, e qui sorseggiare il loro bicchiere di ottimo vino, sotto gli occhi dei passanti, il tutto in un’atmosfera da sogno creata dall’eccellente musica di Buddha Bar! Parola mia, abbiamo aspettato 20 minuti in attesa che si liberasse un posto su quei magici scalini, ma poi la soddisfazione è stata grande, e ne è valsa davvero la pena! Taormina è davvero un gioiellino da scoprire, ma lo si intuisce già nel momento in cui per entrare in città, posta sulla cima del promontorio, bisogna lasciare l’auto in un parcheggio a pagamento(piuttosto salato) e prendere poi il bus navetta perché è vietato l’accesso in macchina ai turisti; questo è un buon metodo, se non altro, per preservare la città dal traffico fastidioso e intenso che altrimenti ci sarebbe: perché l’affluenza di turisti è ogni giorno ad ogni ora elevatissima.

teatro greco taormina

Il teatro greco di Taormina

Una giornata a Siracusa

Il bello di Siracusa è che sorge su un’isola, Ortigia. Ed è una scoperta continua. Scoperta di una città antica, antichissima, dal passato incredibilmente potente, quando ancora Roma non esisteva ed erano i Greci che facevano il bello e il cattivo tempo nel Mediterraneo. Anzi, i Greci d’Occidente, per essere precisi. Siracusa era una città potentissima, la più potente della Sicilia all’epoca in cui erano tiranni Dionigi e Ierone. La grande area archeologica della città antica, Nèa Polis (in greco “città greca”) mostra ancora la sua potenza, dopo ben 2500 anni! Grandissimo, il teatro greco che risplende, bianco per il candore della pietra, sotto la luce sfolgorante del sole a mezzogiorno.  Qui si trova anche il cosiddetto “Orecchio di Dionisio”, che oggi si trova in uno splendido giardino mediterraneo, mentre un tempo era il terrore dei nemici dei Siracusani, perché è una delle Latomie, le grotte nelle quali erano rinchiusi i prigionieri. Il nome di “Orecchio” è dovuto alla sua forma, che ricorda quella di un orecchio, e al fatto che all’interno c’è un’acustica spettacolare: provate a cantare al suo interno, e mi crederete!

Come in tutti i blog per viaggiatori che si rispettino, vi consiglio, per esperienza personale, per esserci stata ormai parecchi anni fa nel corso del mio viaggio in Sicilia, di visitare, certamente, la città antica con i suoi splendori archeologici, ma di non snobbare anche la città moderna, su Ortigia. Potrete decidere di fare tutto in giornata, come abbiamo fatto noi all’epoca. Potrete anche, così,  scegliere un bel posticino dove pranzare (abbiamo un nome, la Spaghetteria O Scogghiu, con pesce freschissimo e personale assolutamente fuori le righe, per un pasto da ricordare per tutta la vita!). In centro non potete non visitare il Duomo, che ingloba un tempio greco dedicato ad Athena. Come in molti altri casi in Italia (ad esempio il Pantheon a Roma) e altrove (il Partenone ad Atene fu trasformato in chiesa cristiana), spesso un tempio pagano è giunto fino a noi perché fu trasformato in chiesa cristiana. Quello di Siracusa è un esempio eloquente, all’interno potrete vedere le colonne e i capitelli dell’antico tempio. Se invece volete vedere i resti di un tempio greco ancora in piedi, c’è l’area del Tempio di Apollo.

Siracusa è una città ricchissima di storia, ma la sua visita sarebbe incompleta, se non si inserisse nel percorso la fonte Arethusa. Sorgente di acqua dolce, ebbe nell’antichità un ruolo determinante per l’insediamento del primo nucleo di abitanti. L’esistenza della fonte è legata ad una leggenda. Arethusa, ninfa di Diana perseguitata dall’amore del cacciatore Alfeo, chiese aiuto alla dea che la fece fuggire lungo una via sotterranea. Raggiunta così l’isola di Ortigia, la ninfa si trasformò in fonte. L’importanza di questo mito si riflette nella storia della città antica, dato che il volto di Arethusa compare su tantissime emissioni di monete della città di Siracusa. Oggi la fonte è un’immagine bucolica ed esotica, ricca di piante di papiro che vivacizzano la superficie dell’acqua.

Maria Carla Martino, Viaggiatrici. Storie di donne che «vanno dove vogliono »

“Non siate troppo severi con i Siciliani: tutti i popoli hanno i loro costumi barbarici”: così scrive nel 1864 Emily Lowe nel suo racconto di viaggio in Sicilia, dopo aver visitato le catacombe dei Cappuccini di Palermo. La Sicilia dell’‘800 è meta esotica irrinunciabile per gli Inglesi, che qui trovano un mix di cultura classica, che eleva lo spirito alle più alte vette, di arte, di natura selvaggia e di incontro con una società siciliana vivace, mai identica a se stessa, pittoresca, che suscita di volta in volta ammirazione per la semplicità d’animo o sospetto per l’aspetto dei briganti. Quella del viaggio in Sicilia è una moda diffusa tanto tra gli uomini quanto tra le donne. Fioccano i racconti di viaggio, le guide, inizialmente appannaggio solo di penne maschili, poi sempre più spesso in mano a donne, che spesso viaggiano da sole. In un’epoca quale è l’Inghilterra dell’‘800 una donna che viaggia da sola è un’eccentrica avventuriera, e se ha poi anche l’ardire di dare alle stampe il suo personale diario di viaggio, sarà bene che abbia qualcosa di interessante da dire. Il fenomeno della donna che viaggia (e che scrive il suo viaggio) va di pari passo con una sempre più forte tensione all’evoluzione della condizione femminile che si sviluppa nel XIX secolo in Gran Bretagna, ne è una delle componenti, contribuisce a creare l’immagine di una donna che, se all’inizio del secolo è un’anomalia, un caso più unico che raro, nella seconda metà diventa espressione di un’epoca che cambia, in cui la donna acquisisce consapevolezza del suo ruolo e peso sociale e della sua capacità di sapersi muovere da sola; ergo, di non dover dipendere per forza dall’uomo.

copertina

Le opere letterarie attraverso cui leggere questo cambiamento w questo sentimento sono i racconti di viaggio. In particolare, nel caso di “Viaggiatrici. Storie di donne che ‘vanno dove vogliono’” sui racconti scritti da donne che affrontano da sole un viaggio in Sicilia nell’800 e nella prima metà del ‘900. Innanzitutto emerge una differenza di stile notevole tra il racconto scritto da un uomo – più didascalico – e quello di una donna – più intimista. Emerge anche una falsa modestia, nell’autrice che sminuisce il suo lavoro dicendo che non è altro che il suo diario riordinato, ma che al tempo stesso ha la presunzione di dire qualcosa in più, e di diverso, dai suoi predecessori, uomini e donne – in Sicilia. Già nel XVIII secolo la proto femminista Mary Astell diceva che la letteratura di viaggio femminile è migliore di quella maschile per la sua attenzione agli usi e costumi del popolo visitato, unita a fresche descrizioni e vivaci considerazioni personali, che arricchiscono i freddi resoconti maschili. La letteratura di viaggio femminile va nell’800 in due opposte direzioni: l’autrice vanta le sue imprese e la sua capacità di adattamento agli imprevisti, da vera donna che non si fa impressionare oppure, al contrario, sottolinea la sua fragilità di donna e punta sulla femminilità. Spesso nei diari dati alle stampe le viaggiatrici-scrittrici si raccontano quasi come eroine di un romanzo, e il diario non è mai una trascrizione tout-court, ms una rielaborazione che deve tener conto di alcune convenzioni proprie della letteratura di viaggio e della letteratura femminile (almeno inizialmente: a fine secolo il quadro sarà ormai cambiato). Tra le convenzioni stava il fatto che una donna non aveva le competenze per scrivere un testo scientifico e impersonale, ma aveva la propensione all’incontro con l’altro, lo straniero, e la facilità ad esprimere sentimenti e sensazioni che tale incontro suscitava. Scrivere di viaggio procura poi alla donna inglese di epoca vittoriana un’autorità a livello culturale che, non derivandole dagli studi, inferiori a quelli di un uomo, le deriva dall’esperienza, ed è forse questo il segreto del successo editoriale dei racconti di viaggio femminili.

Tra i viaggi che una donna inglese poteva affrontare, la Sicilia offriva la giusta dose di avventura in una natura selvaggia (l’Etna) e in incontri con gli abitanti (dai potenziali briganti ai romantici corteggiatori), la giusta dose di cultura, tra le rovine della Sicilia greca e il Barocco siciliano, la giusta dose di comfort, nell’ospitalità locale, sempre presente e fin troppo insistente. I racconti di viaggio delle donne inglesi in Sicilia sono caratterizzati dalla sincera emozione davanti al paesaggio, naturale o di rovine, dall’attenzione all’incontro con la popolazione locale e quindi dai bozzetti di vita quotidiana o dagli aneddoti che ne derivano. Usare però questi racconti per avere uno specchio della società siciliana dell’epoca sarebbe improprio perché ogni autrice ha una visione sua particolare, alla quale si aggiunge lo stereotipo e il preconcetto.

Il viaggio in Sicilia è per tutte queste donne in viaggio un’esperienza intensa e coinvolgente, una scoperta, l’esaudirsi di un sogno lungamente accarezzato, lo stupore di poter verificare coi propri occhi che certe meraviglie, paesaggistiche o archeologiche, esistono davvero (come quel “disturbo della memoria” che ha Freud davanti all’Acropoli di Atene: “dunque esiste davvero?”). “Sentii che era arrivato il momento in cui due delle meraviglie della creazione, un vulcano innevato e la curiosità di una donna, si mettevano alla prova l’uno contro l’altra” scriva Emily Lowe nel suo “Unprotected femmales in Sicily, Calabria and on the topo of Mount Etna” del 1864.

Queste esploratrici, queste viaggiatrici e non turiste merita di conoscerle, merita sapere che esiste tutto un filone ignoto ai più, ma senza il quale non esisterebbe certa letteratura di viaggio attuale. Il libro di Maria Carla Martino ha dunque il merito di raccontarci più o meno brevemente i resoconti di viaggio di queste autrici: Missi Ellis Cornelia Knight, Emily Lowe, Julia Kawanagh, Marianne North, Emily Birchall, Emelia Russel Gurney, Mrs Frances Elliot, Margaret Fountaine nell’800 e nel ‘900 Norma Lorimer, Mrs Alec Tweedie, Margaret Campbell, Margaret Philip, Mrs Nevill Jackson, Isabel Emerson: scrittrici note, ancora, nella Gran Bretagna di oggi, ma non in Italia.

Un giorno nella PALERMO arabo-normanna

Palermo è una città con una storia millenaria. Una città che è stata crocevia di popoli e di culture fin dai suoi albori, e comincia a godere di un certo splendore in epoca bizantina prima, poi araba e quindi normanna. Città che definirei di confine tra l’Europa e l’esotismo dell’Oriente, ha una sua identità precisa che non la avvicina a nessun’altra città del Mediterraneo.

Passare un giorno a Palermo vuol dire immergersi totalmente in questa sua millenaria atmosfera esotica, che si respira non solo negli edifici civili e/o privati, ma anche negli edifici religiosi. Prendete la cattedrale, per esempio: splendido, immenso edificio di impianto normanno su cui si fondono armonicamente altri stili architettonici, tra cui l’arabo, fino alla cupola neoclassica. L’esterno della cattedrale, così riccamente adornato dalle sue mille finestre, absidi, merlature, contrasta nettamente con il bianco rigore dell’interno. Lo spiazzo antistante, sistemato a giardino, enfatizza ancora di più la monumentalità di tutto l’edificio.

cattedrale palermo

Se proseguiamo lungo la via giungiamo al Palazzo dei Normanni, di cui non si può apprezzare appieno l’importanza se non si visita la Cappella Palatina. Esso era la residenza dei sovrani normanni in età medievale, mentre la Cappella Palatina era la chiesa ad esso annessa, tra le più preziose di Palermo, perché adornata da splendidi mosaici su fondo oro, tra cui quello dell’abside con il Cristo Pantocratore. Pensare che un tale splendore sia stato realizzato a partire dal 1132 lascia semplicemente di sasso!

Ma se la cappella Palatina vi stupisce per i suoi ori, la chiesa di San Giovanni degli Eremiti vi lascerà basiti per le sue forme: una chiesa cristiana, spoglia al suo interno, adornata da 5 cupole rosse in stile decisamente arabeggiante e immersa in un lussureggiante giardino. Qui i clacson del traffico cittadino sono solo un ricordo: la quiete che si respira qui è un dolce ricordo da tenere a mente nella vita frenetica di tutti i giorni.

san giovanni degli eremiti

Allontanandosi dal centro di Palermo si apre quel giardino dell’Eden che è La Zisa: sullo sfondo di un giardino molto ampio si innalza il palazzo, voluto nel 1151 dal re Guglielmo I. El Aziz, nome arabo da cui deriva Zisa, significa La Splendida, e così doveva essere ai tempi in cui fu concepita: la residenza del sovrano, oasi di pace e voluttà immersa in un lussureggiante giardino di aranci e limoni. La struttura, vista dall’esterno, sembra un cubo. Un cubo che al suo interno nasconde meraviglie, a partire dalla sala della Fontana a pianterreno: qui si possono vedere riuniti insieme gli stili normanno, arabo e bizantino: mosaici raffiguranti pavoni, il soffitto affrescato, l’architettura stessa del palazzo sono una commistione di stili, significativa della cultura che si respirava all’epoca in Sicilia: una cultura all’insegna dell’apertura verso il Mediterraneo, dove l’arabo e il cristiano riconoscono le reciproche eccellenze e convivono. Come sempre accade, nelle terre di frontiera.

palermo La Zisa

GOLE DELL’ALCANTARA: TUFFATI SE CI RIESCI!!!!

Poco all’interno di Giardini di Naxos si trova un paradiso naturalistico veramente degno di essere visitato, le gole create dal fiume Alcantara. È un posto semplicemente incantevole, un paesaggio incontaminato, di una bellezza da togliere il fiato: in millenni di percorso, il fiume Alcantara si è creato un passaggio angusto incidendo la roccia nera del basalto originatasi da un’antica eruzione (non siamo molto distanti dall’Etna) e ha dato vita ad un’oasi naturalistica eccezionale, come ce ne sono poche.

Gole dell'Alcantara

Ad uso e consumo del turista sono stati creati tre differenti tipi di percorso: uno, il più semplice e tranquillo, ma anche ahimè il più breve, porta fino ad una spiaggetta, piccola per la verità, in cui si riposa il fiume dopo aver tagliato per chilometri la roccia nerissima e lucida e prima di riprendere la via attraverso altre rocce tra cascatelle e veri e propri canyon. Il secondo percorso consiste nel seguire il fiume proprio attraverso questi canyon, opportunamente assistiti da un’abile guida e debitamente coperti da una muta. Il terzo percorso è ancora più esteso del secondo, chi vi si avventura vive un’esperienza tipo rafting, sempre e comunque assistito da una guida sempre all’erta.

Le gole dell’Alcantara rimangono nel cuore di chi vi va per due motivi: per lo splendido spettacolo naturale, che si para davanti ai nostri occhi, del fiume che scorre tra pareti altissime circondato da una vegetazione rigogliosa, ma soprattutto per la temperatura dell’acqua, che è gelida!! Il gioco dell’estate è infatti riuscire a nuotare o per lo meno a immergersi nell’acqua: l’impresa è davvero ardua, perché (e chi l’ha sperimentato lo sa, chi invece lo fa abitualmente si farà beffe di me) dopo un po’ che si è immersi non si sentono letteralmente più le gambe! Una sensazione terribile, ma stimolante, e infatti tutti fanno a gara a chi si tuffa prima, complici le belle giornate di sole nel caldo africano della Sicilia.

La Riserva Naturale dello Zingaro

La Riserva naturale dello Zingaro ha due ingressi: uno a Scopello e uno a San Vito Lo Capo. Ad entrambi gli ingressi è distribuita una cartina alla cassa….eh sì, l’ingresso è a pagamento, ma ne vale veramente la pena! La zona è veramente incantevole, perfino con aree attrezzate con tavolini per un pic-nic in una cornice paradisiaca. Esiste un percorso principale, sono consigliabili le scarpe da ginnastica (necessarie); il sentiero costeggia il mare edi tanto in tanto si diramano sentieri per le varie calette. Non limitatevi alla prima che anche se è molto bella è super affollata, il vero fascino della riserva è soprattutto più in avanti, con panorami mozzafiato e calette cristalline meno frequentate. Un posto veramente entusiasmante e una tappa fissa in un viaggio in Sicilia

Riserva dello Zingaro

riserva dello zingaro

riserva dello zingaro

La tonnara di Scopello: tutto il fascino di un antico mestiere

Spesso visitiamo i luoghi senza conoscerne la storia o la funzione: li vediamo, ci piacciono esteticamente, ma non ne approfondiamo le vicende…

Questo è quello che è capitato a me personalmente quando, in Sicilia, mi ritrovai nella località denominata Tonnara di Scopello: splendida caletta a pochi passi dall’ingresso della Riserva dello Zingaro, visibilissima dal borgo di Scopello (quello splendido paesino dall’alto del quale si possono godere tramonti indimenticabili), la tonnara è ormai diventata un meraviglioso angolo di mare per implacabili bagnanti, che probabilmente poco sanno di quello che qui avveniva…

Perché, certo, qui avveniva qualcosa: non sono state scritte pagine di storia, non si sono progettate e combattute battaglie epocali, né si sono presi accordi politici o commerciali che abbiano cambiato le sorti del Pianeta. No, qui semplicemente avveniva la cosa più importante e fondamentale di tutte: ci si procurava da mangiare, ci si assicurava il sostentamento per tutta la comunità.

Per caso mi sono imbattuta in un libro recentemente pubblicato, Le vie del Mare, Palermo 2008, nel quale, tra le altre cose, si spiega il funzionamento della tonnara. Ho scoperto così un sacco di belle cose che non sapevo…

tonnara di scopello

la Tonnara di Scopello

C’è un particolare periodo dell’anno in cui i tonni depongono le uova. Le femmine che si apprestano alla deposizione sono riconoscibili per il loro ventre argenteo facilmente notabile da chi della pesca ha fatto il proprio mestiere. L’uomo da sempre conosce il rito di fecondità dei tonni e da sempre studia il modo per catturarli.

Nei tempi passati, la pesca del tonno richiedeva una complessa organizzazione del lavoro che coinvolgeva tutta la comunità. Ecco così che sorgevano strutture di raccolta nonché punti di partenza come la Tonnara di Scopello. La tonnara vera e propria, però, quella nella quale si realizzava la mattanza, era una trappola predisposta in acqua. A terra si predisponevano invece tutti gli strumenti, le barche di vario tipo e dimensione, le reti e i cavi che annualmente andavano rinnovati. Una persona, il “raisi”, controllava e coordinava tutte le operazioni, depositario di un sapere che derivava da migliaia di anni di catture. La tonnara vera e propria era un’enorme rete posta in amre, tenuta fissata e aperta verso il largo. Senza entrare nel dettaglio, qui venifano fatti convergere i tonni fino a che, al raggiungimento di un ragionevole quantitativo di pesci, iniziava la mattanza. Il pescato veniva messo in botti, portato a terra, eviscerato avendo cura, però della bottarega – le pregiate uova del tonno – e decapitato, poi appeso in un locale apposito per favorirne il dissanguamento. Nulla veniva buttato del tonno: considerato il “porco del mare”, tutto veniva utilizzato, non solo le carni e le uova.

Ecco così spiegato cosa succedeva a Scopello ogni maggio di ogni anno finché la tonnara ha avuto vita.

Ora, se mai andrete al mare a Scopello, saprete che non è solo una bella caletta, ma che nel tempo ha avuto un ruolo importante nella vita della comunità locale.