Archivi

Salento divino. 3 chiese salentine assolutamente da visitare

Lu mare, lu sule, lu ientu, le tradizioni radicate e la religiosità insita nell’Italia e negli italiani. Una religiosità che si confonde con la storia, con la storia dell’arte, con l’architettura. Un patrimonio assolutamente da scoprire.

salento divino

Il Salento è davvero divino: vi parlo di tre chiese salentine assolutamente da visitare e da conoscere per comprendere a fondo questa terra che non è solo mare e turismo, ma è passione, è cultura, è tradizione. Andiamo a Galatina, poi a Otranto e infine a Gallipoli, a conoscere le rispettive basilica e cattedrali.

Basilica di santa Caterina a Galatina

santa Caterina Galatina

La tentazione del frutto del bene e del male, ovvero un dattero: Basilica di Santa Caterina, Galatina

In una terra di tradizione greca, com’era il Salento fino al XIV secolo circa, viene costruita una basilica che si pone come nuova frontiera della chiesa cattolica di tradizione latina. Per farlo vengono chiamati artisti dal centro italia: è il momento del Gotico Internazionale, è il momento in cui i francescani stanno emergendo come ordine monastico e proprio loro vengono chiamati a “colonizzare” questo angolo di Puglia. Il modo migliore per evangelizzare è spiegare attraverso le immagini le storie della Bibbia, del vangelo e della Santa Caterina, cui è intitolata la chiesa.

Il ciclo pittorico della basilica di Santa Caterina è incredibile; può essere tranquillamente paragonata a San Francesco d’Assisi per l’impegno pittorico, per il ciclo di affreschi e anche per certi rimandi che non si possono sottovalutare: come il blu di sfondo alle scene. Si inizia con l’Apocalisse sulla controfacciata, in cui la fine del mondo vicina è narrata attraverso le immagini forti e vivide raccontate nel testo di San Giovanni Evangelista. Poi abbiamo le storie della Bibbia, con Adamo ed Eva, la cacciata dall’Eden perché entrambi mangiano dall’albero del bene e del male (che è un dattero, e non il pomo che comunemente conosciamo). Quindi ci sono le storie della vita di Cristo, e, nell’abside, le storie e il martirio di Santa Caterina, la cui figura sembra essere la trasposizione in chiave cristiana della figura di Ipazia, la filosofa di Cirene che fu perseguitata dai Cristiani, seviziata e uccisa. Santa Caterina sembra subire le stesse mortificazioni, ma in chiave opposta. Molto ci sarebbe da dire sulle storie dei martiri cristiani, ma non è questo il luogo. Certo, è curioso tutto ciò, così com’è curioso che Santa Caterina, seppellita sul monte Sinai, sia stata depredata di un dito, che le fu strappato a morsi da Raimondello del Balso, signore di Galatina, che qui portò la preziosa reliquia. L’orrore regna sovrano.

santa caterina galatina

parte del soffitto voltato e interamente affrescato di Santa Caterina a Galatina

La navata laterale è dedicata alla Madonna. Storie della Vergine, prese anche dai vangeli apocrifi, e finalmente la firma di uno degli artisti, Franciscus de Arretium, che ci dice la provenienza dei pittori della basilica.

Cattedrale di Otranto

La cattedrale di Otranto è famosissima per il suo mosaico pavimentale, che ricopre totalmente il pavimento della chiesa, sia le tre navate che l’abside centrale. Realizzato dal monaco Pantaleone nel XII secolo, non è semplicemente una Bibbia per immagini, come si potrebbe immaginare, ma in realtà è molto di più e molto di diverso.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La narrazione è complicatissima. Nella navata centrale abbiamo l’albero della vita. Un albero alla cui base si trova Alessandro Magno (e voi direte: che c’entra con la cultura cristiana? C’entra però con la cultura greca di cui Pantaleone era portatore). In cima all’albero, invece, c’è la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, cui fanno seguito i 12 cerchi dei mesi, individuati dai lavori dell’uomo. Tra le figure rappresentate compare Re Artù, la cui raffigurazione spiazza perché non ha a che vedere con la religione cristiana, ma piuttosto con il ciclo epico cavalleresco di storie e racconti che si tramandavano all’epoca. Nel mezzo animali reali e fantastici, dromedari e grifi, tutto fa sì che questo pavimento sia un bestiario medievale piuttosto articolato, una narrazione con significati molto criptici, che ancora in parte sfuggono a chi oggi li studia.

mosaico cattedrale otranto

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

La Cattedrale di Otranto accoglie anche la cappella dei Martiri di Otranto, che furono giustiziati a centinaia dai turchi Ottomani quando Otranto fu occupata, verso la fine del Quattrocento, e la popolazione maschile rifiutò di convertirsi. La cappella è un grande ossuario, un po’ lugubre se vogliamo, che celebra per l’appunto i martiri che si opposero al nemico infedele.

Infine, al di sotto, una splendida cripta retta da colonnine di reimpiego e capitelli variamente decorati, alcuni romani, altri medievali, completa la visita di questa splendida cattedrale.

Cattedrale di Gallipoli

cattedrale gallipoli

Linterno della cattedrale di Gallipoli

Di solito le grandi chiese affacciano su grandi piazze. Invece la facciata della Cattedrale di Gallipoli è stretta su una via, neanche uno spiazzo. Dedicata a Sant’Agata, la chiesa è un trionfo di barocco e grandi tele di pittori importanti della Puglia e del Sud Italia. La sua costruzione risale al XVII secolo, 1629 per l’esattezza, ma si tratta della riedificazione di una chiesa precedente, romanica, dedicata a S. Giovanni Crisostomo. L’interno della chiesa è maestoso e splendido: per vederlo comodamente da casa potete fare il tour virtuale che viene proposto qui.

A Sant’Agata è dedicato un ciclo pittorico importante, sul soffitto della chiesa, che riporta i passaggi salienti dell’arrivo della sacra reliquia della mammella sulla spiaggia di Gallipoli. Le tele raccontano di come la mammella fosse stata più o meno volutamente abbandonata sulla spiaggia, di come una mamma con una bambina passassero di lì per caso, di come la mamma si fosse addormentata e di come la bambina, trovata la mammella, se la fosse messa in bocca per succhiarla, di come nel frattempo la mamma fosse stata avvertita in sogno e di come poi alla fine si fosse diffusa la voce del miracolo.

Una chiesa davvero interessantissima sotto molteplici punti di vista, non ultimo il fatto che, insieme al Castello di Gallipoli costituisce un’attrazione culturale importante nella quale distrarsi, sia mai che qualcuno si stanca di andare al mare 😉

Il Salento è molto più che mare e spiagge: è turismo culturale. Nei miei post sul Salento cerco di raccontarlo il più possibile, di dare una visione di questa terra che mostri il suo lato genuino e storico, non massificato né esasperato. Spero di fare bene e di farlo bene.

Annunci

Una giornata ad Otranto (senza dover per forza andare al mare)

Ho deciso che voglio dimostrarvi che si può trascorrere una giornata a Otranto senza necessariamente dover andare al mare.

Non ci credete? Dai, venite con me.

otranto

Perché trascorrere una giornata a Otranto

Otranto si affaccia sul mare, baciata dal sole, dal mare e dal vento. Si trova a controllo del punto più vicino all’Albania, Capo d’Otranto, e pertanto nella sua storia la sua posizione è stata strategica e invidiata da chi non la possedeva. Per questo fu spesso sotto l’occhio dei Turchi Ottomani, che in un’occasione la conquistarono e seppero farsi ricordare.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La storia di Otranto è sotto gli occhi di tutti: nel Castello Aragonese e nelle mura che la cingono, nella Cattedrale col suo mosaico di XI secolo e la cappella degli 800 martiri, e poi ancora nei vicoli e fino al monumento “L’approdo” appena fuori dalle mura e che racconta la tragedia delle migrazioni degli Albanesi verso l’Italia negli ’90.

Otranto è viuzze strette, negozi di souvenir, chiesette come quella bizantina di San Pietro che appaiono quando meno te l’aspetti, e ancora ristorantini e bar affacciati sul mare. Una cornice splendida, bianca della pietra e azzurra del cielo e del mare. Sono i colori che si abbinano meglio.

La cattedrale di Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Capolavoro del romanico, è famosa nel mondo per lo splendido pavimento a mosaico che la riveste interamente, opera del monaco Pantaleone, nell’XI secolo.

Il mosaico è eccezionale, decisamente difficile da leggere in tutto il suo svolgersi. Purtroppo la presenza delle panche nella navata centrale non aiuta la comprensione. Del resto, però, non potrebbe essere diversamente, dato che la chiesa è tuttora usata per funzioni religiose.

Il mosaico nella navata centrale si sviluppa intorno al grande albero della vita, le cui radici stanno all’ingresso della chiesa e che sale su fin quasi al presbiterio. In cima si trovano quei gran signori di Adamo ed Eva, dai quali, per via del Peccato Originale, si va ridiscendendo verso la base dell’albero.

Tantissime figure e scenette animano questo pavimento. Sotto Adamo ed Eva abbiamo 12 cerchi corrispondenti ai 12 mesi illustrati attraverso il lavoro dell’uomo: eh sì, con il peccato originale e la cacciata dall’Eden, gli uomini hanno dovuto mettersi a lavorare. Dobbiamo ringraziare Adamo ed Eva, dunque, se dobbiamo stare in ufficio invece che passare la vita a viaggiare! 😂

cattedrale Otranto

Una porzione del pavimento mosaicato della Cattedrale di Otranto

Tra le varie figure compare in alto Re Artù e in basso Alessandro Magno: nessuno dei due ha a che fare con la fede cristiana, ma Alessandro Magno ha a che vedere con la cultura greca, di cui il monaco Pantaleone era portatore, mentre Re Artù è il protagonista del Ciclo Bretone, i cui racconti dovevano essere evidentemente ben noti fino in fondo allo Stivale. E poi abbiamo mostri e animali esotici, grifi ed elefanti, dromedari, leoni, linci con gli stivali e chi più ne ha più ne metta.

In fondo alla navata destra si apre la cappella dedicata agli 800 martiri che furono decapitati dagli Ottomani all’indomani della conquista turca di Otranto. Essi rifiutarono di convertirsi, pertanto finirono con la testa sulla pietra e furono passati dal boia. Nella cappella teschi, omeri, ossa del bacino e costole stanno ben sistemati nelle teche. Sotto l’altare si trova la pietra sulla quale le teste furono spiccate dal corpo.

martiri otranto

La Cappella degli 800 Martiri di Otranto

Scendendo le scale che si aprono nella navata destra si giunge nella cripta. Molto suggestiva, è una selva di colonnine ognuna con un capitello diverso, medievale, istoriato, romano di reimpiego, e conserva alcuni affreschi bizantini di particolare pregio. La cripta è un ambiente unico, silenzioso, meditativo. Da qui si esce su Otranto assolata, dal fianco della chiesa.

cattedrale di otranto

La cripta della cattedrale di Otranto con la sua selva di colonnine di reimpiego

La chiesa bizantina di San Pietro

Percorrendo la via principale del centro storico di Otranto, quella su cui si trovano tutti i negozi di souvenir, le botteghine e i localini per mangiare un boccone, si arriva sulla piazza dell’Orologio, dominata da una torretta sulla quale sta l’orologio che segna inesorabile il tempo che passa. Da qui si prende una piccola salita che conduce alla quasi nascosta piccola chiesa di San Pietro.

san pietro otranto

La chiesa bizantina di San Pietro a Otranto

Si tratta di una chiesa di impianto bizantino ed è piuttosto antica: risale infatti al IX-X secolo. Dall’esterno appare esattamente come le chiese greche: a pianta quadrata, con qualche nicchia sporgente e una cupolina centrale. L’interno è dipinto con scene della vita di Gesù. Non è aperta sempre, ma anche se la trovate chiusa, da fuori è molto suggestiva: per un attimo crederete di essere stati catapultati in Grecia. Una bellissima sensazione, perché Otranto in più punti sembra una cittadina delle isole greche.

Il Castello Aragonese

Grande architettura difensiva e militare, il Castello Aragonese domina il borgo marittimo e per lungo tempo ne ha costituito la difesa: già solo a vedere il fossato, i torrioni, l’imponente muratura ci si rende conto della struttura potente che era. Otranto era cinta da mura; l’assalto degli Ottomani nella II metà del Quattrocento, con la successiva riconquista, diede motivo di difendere ancora di più questo baluardo strategico lungo l’Adriatico.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Oggi il Castello è un polo museale: museo di se stesso, museo del territorio grazie all’allestimento, in alcune sale, di una mostra permanente dedicata alla frequentazione preistorica della Grotta dei Cervi di Porto Badisco; spazio espositivo per mostre e installazioni di arte contemporanea. Il Castello è un luogo vivo di storia, di storie e di contemporaneità.

Fuori Otranto: la cava di Bauxite

Dal bianco della cittadina di Otranto ci allontaniamo di pochi km e raggiungiamo le coloratissime cave di Bauxite. Qui il rosso/arancio della terra si incontra con il verde della vegetazione, l’azzurro del cielo e il colore cangiante dell’acqua del laghetto che si è formato.

cava bauxite otranto

Bada che colori! la cava di bauxite appena fuori Otranto

La storia è semplice: si scopre un giacimento di bauxite; si impianta la cava; si incontra la falda acquifera; l’acqua allaga ogni cosa; si abbandona la cava. Breve storia triste, verrebbe da dire. Invece si è creato un luogo surreale, ma eccezionale proprio dal punto di vista naturalistico. La natura ha vinto, per una volta.

E voi siete stati a Otranto? Cosa consigliereste di fare in questa città oltre a quello che vi ho detto qui? Raccontatelo nei commenti, oppure sulla pagina fb di Maraina in viaggio.

Castro, la perla del Salento

Arriviamo a Castro nel pomeriggio inoltrato di una calda giornata di inizio giugno. Non sappiamo cosa aspettarci, io personalmente non avevo proprio idea che di lì a poco avrei scoperto la “perla del Salento”.

Comincio dalla fine: Castro è davvero una perla; un gioiello, qualcosa di bello, prezioso e puro. La perla del Salento, appunto.

Cosa fare e cosa vedere a Castro

Castro

Non è adorabile questo scorcio di Castro?

Per arrivare a Castro, se ci fate caso, non ci sono semafori. La vita scorre lenta e tranquilla, la gente sta seduta con le sedie in strada, i bambini scorrazzano e giocano a pallone in piazza; si conoscono tutti e tutti rivolgono un sorriso ai forestieri. Nel giorno del Corpus Domini il borgo si ferma per il passaggio della processione.

Il primo impatto con Castro è una splendida terrazza vista mare. La costa albanese, che si intravvede, dista da qui appena 60 km: non vogliamo farla una nuotata fin là? Magari domani, intanto stasera godiamoci il borgo.

Il borgo di Castro non è particolarmente esteso. Ordinato, curato, tranquillo, regala alcuni angolini notevoli. In queste vie si incontra la gente del luogo, che prende il fresco nel tardo pomeriggio; si può pure osservare da vicino un’artigiana che lavora al tombolo, un’antica lavorazione con cui oggi produce gioielli artistici: le dita scorrono ad una velocità incredibile, acchiappano e intrecciano fili senza che si riesca a seguire il movimento. Stupendo.

La (doppia) chiesa della S.S. Annunziata

La chiesa dell’Annunziata è il primo luogo di interesse che incontriamo, anche se per raggiungerla passiamo accanto al castello, che domina l’intero borgo.

La chiesa sta sul lato di fondo di una piazza spaziosa, luogo di ritrovo e di chiacchiere, luogo vissuto dagli abitanti di Castro.

Castro

La piazza della chiesa di Castro

Dalla chiesa, che risale al XIV secolo – contemporanea all’incirca di Santa Caterina a Galatina – fa la sua comparsa, sul lato, ciò che resta della chiesa precedente: un curioso caso di sovrapposizione di luoghi di culto: della piccola chiesa bizantina, del IX secolo a.C., restano tracce di archi affrescati con volti di santi. C’è un che di magico in quest’apparizione.

Per il resto la chiesa non ha nulla dei grandi decori delle cattedrali di Gallipoli e Otranto, o della basilica di Galatina. Ha ha avuto molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli, dovuti anche alle invasioni dei Turchi, che qui sono giunti ben due volte.

L’attiguo spazio è stato adibito a museo della chiesa. Da qui si gode di una straordinaria vista sul mare antistante.

castro

Museo diocesano con vista

Gli scavi archeologici di Castro

Poco distante dalla chiesa, sul fianco dell’altura che dolcemente scende verso il mare, si trovano gli scavi archeologici che hanno interessato negli ultimi anni Castro e che hanno portato in luce quello che sembra, con tutta probabilità, un santuario di epoca greca, risalente al IV secolo a.C., sito nei pressi delle antiche mura messapiche.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

Gli archeologi hanno infatti individuato dei poderosi muri e delle aree in cui sicuramente erano stati compiuti dei sacrifici. In alcune fosse, poi, erano stati deposti anticamente degli oggetti di culto, tra cui la colossale statua di una dea, forse Atena, che oggi è esposta al castello. Il santuario, del quale sta emergendo il grande altare , fu devastato alla fine del III secolo, forse in concomitanza col passaggio di Annibale. In quest’area non si trovano tracce di età romana, eppure il luogo doveva essere noto: qui Virgilio nell’Eneide fa sbarcare Enea, chiamando la località Castrum Minervae.

L’area di scavo non è particolarmente grande e i resti monumentali continuano al di sotto della Castro attuale, ma ciò non diminuisce né l’interesse né il fascino per questo scavo vista mare. Perché da qui, davvero, la vista è eccezionale.

Il castello e il museo di Castro

Castro

La statua della dea Atena al Museo di Castro

Il grande castello che domina il borgo e il panorama circostante ospita al pianoterra il museo allestito per esporre i reperti emersi nel corso degli scavi che abbiamo appena visto. Non è così scontato che i materiali di uno scavo (peraltro ancora in corso) vengano musealizzati in così breve tempo. Vero è che i ritrovamenti sono davvero eccezionali e coprono un arco cronologico che va a ritroso nel tempo dal tardo medioevo fino al IV secolo a.C., epoca cui risale il santuario, le decorazioni architettoniche e la statua di Atena. Molti sono i reperti venuti in luce che raccontano lo scavo e attraverso di esso ricostruiscono il passato più antico di questo luogo.

Il castello è un monumento davvero poderoso; dalla sua terrazza lo sguardo spazia sul tratto di costa che scende fino a Santa Maria di Leuca, l’estremità del tacco dello Stivale. Dalla sua posizione preminente sul paesaggio vigila sul territorio a 360°: da un lato il mare e la costa albanese, dall’altro l’entroterra con le sue colline. Fermarsi qui è davvero un sogno. Se poi il sogno si alimenta con un aperitivo a base di taralli e vino rosso, ancora meglio.

Castro

Sulla terrazza del Castello di Castro

Questa è Castro, davvero una sorpresa per me che non la conoscevo. L’ho scoperta però grazie all’Educational tour #festivalinutile cui ho partecipato all’inizio di giugno, realizzato in collaborazione con Coolclub.it, #WeareinPuglia e SwapMuseum. Un grazie particolare, per la splendida accoglienza va al comune di Castro, agli assessori che ci hanno accolto, ad Alessandra Nastrini che ha gestito egregiamente la nostra presenza e a Emanuele Ciullo, la nostra guida attraverso la storia e l’archeologia di questo straordinario borgo.

5 mete culturali del Salento che ricorderai per tutta la vita

Sono diventata una grandissima fan del Salento: terra meravigliosa di sole, di spiagge, di tradizioni gastronomiche peculiari. Ma soprattutto è una terra di borghi e cittadine dalle grandi tradizioni storiche e culturali.

5 mete culturali del Salento

Scopriamo insieme 5 mete culturali del Salento. Alcune di esse sono note mete turistiche, ma qui ne voglio parlare dal punto di vista del turismo culturale.

1. Corigliano d’Otranto

Nel cuore della Grecìa salentina, una ristretta area territoriale in cui si parla il grico, un dialetto greco che tradisce le origini greche delle genti di qui, si trova un bellissimo borgo dalle strade e dalle case bianche che si dispongono su viuzze strette, che si aprono ora sul piccolo spiazzo antistante la chiesa, ora sulla più grande piazza dell’orologio, ora affacciano sull’imponente castello. Di Corigliano bisogna osservare i dettagli. Noto in Salento come il Paese Filosofico (in questo post vi racconto il perché), è la meta ideale per chi ama perdersi ad osservare le pieghe dei muri e i portali iscritti.

corigliano d'otranto

Il castello di Corigliano d’Otranto

Soprattutto, al castello di Corigliano si svolge in giugno il Festival dell’Inutile: una manifestazione che per alcune serate intrattiene il Paese con conversazioni sulla poesia, sulla filosofia, sul diritto, sulla cultura nel senso più ampio del termine. Inutile è infatti, nelle intenzioni dell’organizzazione, tutto ciò che non produce profitto, ovvero, in senso un po’ provocatorio, il sapere culturale. Il festival è un elogio dei saperi inutili, dunque. Titolo migliore e più efficace (altro che inutile) non poteva essere scelto.

Per saperne di più: il blog del Festival dell’Inutile con tutto il programma del 2018 

2. Galatina

Cittadina dove sacro e profano si incrociano e si compenetrano, Galatina è nota per aver dato i natali al pasticciotto: la pasticceria Ascalone, sul corso principale, dalla metà del Settecento produce questo dolciume che è diventato il dolce tipico dell’intero Salento. Ma Galatina è molto di più. Ha una storia religiosa decisamente intensa che narra le storie di due santi: San Paolo e Santa Caterina.

Galatina

Sul corso principale di Galatina

La leggenda di San Paolo narra che il santo sbarcò sulle coste del Salento durante le sue peregrinazioni e a Galatina diede a tre sorelle l’antidoto per guarire dal morso del ragno: una giustificazione in chiave cristiana della Taranta, la “malattia” femminile dalla quale le donne guarivano solo dopo aver ballato forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica. A Galatina si trova la cappella di San Paolo, presso la quale le tarantate venivano a pregare e in cui si trova un curioso avviso che ingiunge di non ballare né fare atti osceni nei pressi; dietro la cappella si trova la fontana sacra, nella quale si dice che la terza delle tre sorelle che aveva incontrato San Paolo sputò per dare l’antidoto all’acqua e con essa curare le tarantate.

santa caterina galatina

Il soffitto affrescato della chiesa di Santa Caterina a Galatina, trionfo del gotico internazionale in Salento

A Santa Caterina d’Alessandria è invece dedicata la splendida basilica trecentesca all’ingresso del borgo. Affrescata da pittori del Centro Italia, tra cui un Franciscus di Arezzo, l’unico ad aver lasciato la sua firma, è un trionfo del Gotico Internazionale. Sul soffitto a volta, nelle campate della navata centrale, nella controfacciata e nell’abside non un buco rimane libero, ma tutto è occupato da storie della Bibbia, di Gesù, dell’Apocalisse e di Santa Caterina. Ogni volta che si torna a visitare questa chiesa, si resta incantati dalla quantità di dettagli che le pitture ci rivelano, vera Bibbia a fumetti per chi non sapeva leggere, ma doveva ugualmente conoscere le Scritture e imparare da esse una retta condotta di vita.

Tra le storie a contorno di questa chiesa sta la vicenda della reliquia di Santa Caterina, un dito che, narra la leggenda, Raimondello del Balzo Orsini, il Signore del luogo, avrebbe strappato dalla salma della Santa sul Sinai, dove sarebbe deposta. Tra l’altro, si dice che Santa Caterina altri non sia che la trasposizione in chiave cristiana di Ipazia, la filosofa pagana che fu perseguitata e uccisa dai Cristiani nel IV secolo d.C. per le sue idee che andavano contro la nascente – e arrogante – nuova religione.

Per saperne di più: Una passeggiata a Galatina, la capitale del Tarantismo

3. Gallipoli

Gallipoli è senza dubbio la città più nota, turisticamente parlando: amena località di mare, d’estate diventa sinonimo di “vacanze in Salento”: c’è il mare, ci sono i localini, i ristorantini, è adatta sia al turismo giovanile che a quello per famiglie; è un po’ la Taormina di Puglia, ecco.

Gallipoli

Panorama del porticciolo di Gallipoli dall’alto del castello

Ma Gallipoli è anche molto di più. Innanzitutto è un’ex-isoletta sulla quale sorgeva un castello che aveva funzioni di difesa e controllo del mare.

castello di Gallipoli

Gallipoli esportava olio lampante in tutta Europa: questa storia è raccontata nell’allestimento del castello

Il Castello di Gallipoli ebbe lunga e gloriosa vita; immortalato dai disegni di Jakob Philip Hackert, paesaggista grande amico di Goethe, fu per lungo tempo il luogo più importante di Gallipoli, la quale esportava olio lampante, ovvero per le lampade, in tutta Europa, fino in Norvegia. Con l’unità d’Italia, e con l’avvento dell’elettricità, il castello perse la sua funzione e l’olio perse il suo mercato. A proposito di mercati, un grande mercato coperto fu costruito a fine ‘800 proprio davanti al castello obliterandone la vista, e il castello divenne sede doganale di sali e tabacchi. Il deposito di sale è ancora evidente nelle tracce lasciate sulla pavimentazione in pietra di alcune stanze.

L’edificio fu affidato alla Guardia di Finanza, e ad essa rimase fino a qualche decennio fa. Poi rimase abbandonato a se stesso. Solo in anni recenti è stato fatto oggetto di recupero, di restauro e di valorizzazione. Oggi è aperto al pubblico, che qui può visitare il monumento e partecipare, è il caso di dire, alle installazioni della mostra #Selfati allestita nei suoi spazi.

#Selfati fa riflettere sul tema dell’autoritratto e dell’autorappresentazione come bisogno primario dell’uomo da sempre, non solo come desiderio vanesio di emergere. #Selfati viene messa in relazione con la Venere degli Stracci di Mimmo Paladino, posta al centro della grande Sala Ennagonale del Castello, e con un approfondimento sui “SelfieadArte” dell’art influencer Clelia Patella.

venere degli stracci gallipoli

La Venere degli Stracci nella Sala Ennagonale del Castello di Gallipoli, al centro della selezione di #selfieadArte di Clelia Patella

4. Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Dominata dal Castello Aragonese, Otranto è la bianca città che sorge sull’Adriatico nel punto in cui esso si stringe di più, avvicinando la Puglia all’Albania. Posizione strategica, quella di Otranto, che per questo faceva gola a molti, in particolare ai Turchi. Questi conquistarono la città infatti, dopo averla posta sotto assedio, affamata, e dopo aver decapitato 800 uomini di Otranto che avevano rifiutato di convertirsi.

La storia dei martiri è raccontata nell’abside della navata laterale della Cattedrale di Otranto: una grande teca piena di teschi, ossa lunghe e ossa del bacino tutte sapientemente ordinate, con certosina e macabra maestria, per eternare la memoria di costoro. Per saperne di più ti invito a leggere Come l’Italia celebra i morti: 3 ossuari del Sud Italia.

Ma non è certo per l’ossuario che la cattedrale di Otranto è nota ed è considerata un capolavoro dell’arte medievale: la vera meraviglia, infatti, è il suo pavimento a mosaico.

Il grandissimo mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto è un capolavoro controverso. Innanzitutto è di difficile interpretazione tutto l’apparato figurativo, che vede nella navata centrale la rappresentazione dell’albero della vita in cima al quale stanno Adamo ed Eva cacciati dal Giardino dell’Eden. Da qui discendono tutti i peccati dell’uomo, ma anche le storie della Bibbia, così troviamo nella navata  Caino e Abele, Noè e il Diluvio Universale e la Torre di Babele. Poi, a sorpresa, un personaggio che con la Bibbia non c’entra nulla: Alessandro Magno quasi all’ingresso della Chiesa, mentre nel presbiterio si trova Re Artù. Nel mezzo animali reali e fantastici, elefanti, draghi e grifoni, leoni e bestie varie.

mosaico cattedrale otranto

La scena di Caino e Abele nel mosaico della Cattedrale di Otranto

Nella navata centrale trovano ancora posto i 12 tondi corrispondenti ai mesi dell’anno, rappresentati attraverso i mestieri: la correlazione con il Peccato originale è evidente: dopo la cacciata dall’Eden l’uomo ha dovuto iniziare a lavorare per poter sopravvivere.

L’autore di questo immenso mosaico, il monaco Pantaleone, era basiliano, ovvero osservava il cattolicesimo di rito greco. Doveva avere una cultura sterminata, se nel suo mosaico inserisce tanti riferimenti non solo biblici, ma anche ellenistici e addirittura attinge al Ciclo Bretone e ai poemi cavallereschi. La presenza nella navata centrale delle panche non consente di apprezzare l’intero mosaico in tutti i suoi dettagli, ahimè. Anche perché ci si potrebbero passare le ore ad osservare ogni dettaglio del pavimento.

cattedrale Otranto

Un dettaglio del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto

Tornando al Castello Aragonese, è un monumento aperto al pubblico come spazio espositivo sia per mostre temporanee che permanenti. Tra gli allestimenti permanenti quello dedicato alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, sito archeologico preistorico non aperto al pubblico, ma ad esso restituito proprio grazie alle sale ad esso dedicate all’interno del Castello.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Per saperne di più: La grotta dei Cervi di Porto Badisco

5. Castro

Chiudiamo in bellezza con una piccola perla preziosa del Salento: Castro. Questo piccolo borgo è posto su un’altura in posizione lievemente arretrata rispetto alla costa, ma strategica per il controllo del territorio: lo sguardo panoramico spazia dalla punta del tacco dello Stivale (Santa Maria di Leuca) alle coste albanesi che si trovano di fronte, a 60 km circa, ben visibili nelle giornate terse.

castro Panorama

Il panorama dal castello di Castro: si riesce a vedere sino in fondo al tacco dello Stivale

Castro è nota dalle fonti come Castrum Minervae. Narra Virgilio che su queste coste sbarcò Enea, il che dona a questo borgo già una certa aura di antichità. Antichità che è stata appurata dagli scavi in corso appena fuori dal borgo, nei pressi della chiesa e che hanno messo in luce quello che sembra essere, con tutta probabilità, un santuario di età greca: sono infatti stati trovati, oltre alle grosse fondazioni di un complesso davvero notevole, anche alcune fosse che contenevano oggetti deposti ritualmente. Tra questi la statua colossale, ma frammentaria, di una dea che è stata interpretata come Atena. Il santuario sarebbe quindi dedicato ad Atena, e il ricordo di questa dedica proseguirebbe poi nel toponimo romano del luogo.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

La storia di questo luogo è raccontata dai reperti rinvenuti nel corso dello scavo ed esposti nel castello di Castro, adibito a museo della città. Qui si percorre a ritroso, dal medioevo all’età greca, la storia di quella piccola ma interessantissima area di scavo che è rivolta al mare: una posizione davvero invidiabile, anche per gli archeologi che vi lavorano.

Castro

Dettagli di Castro (LE), la piccola perla del Salento

Castro conserva intatta l’aria di paese: in piazza i bambini giocano e si rincorrono e le persone stanno sedute in strada; nella viuzza laterale un’artigiana con sapiente maestria intreccia fili al tombolo. La chiesa dell’Annunziata rivela, nella sua fiancata, quasi come una ferita aperta ma mostrata con orgoglio, la chiesa precedente, sulla quale essa si imposta e che aveva obliterato, prima che negli anni ’60 la riportassero alla vista. Di quella primitiva chiesina si conservano gli affreschi di età medievale che mantengono i loro colori vivaci e la loro vitalità.

Ed è tutto il borgo che conserva intatta la sua vitalità. Assolutamente importante che si mantenga così com’è, una piccola perla, un borgo che non ha bisogno di semafori, un luogo che non deve snaturarsi mai.

Una passeggiata a Galatina, la capitale del “tarantismo”

In Puglia di questi tempi si svolge la Notte della Taranta, una serie di serate, di concerti che culmineranno nella serata finale del 26 agosto a Melpignano. Si tratta di una manifestazione musicale molto seguita e intensa, durante la quale accanto a gruppi locali che continuano a portare avanti la tradizione della pizzica, si esibiscono ospiti noti al grande pubblico e internazionali. Negli anni la Notte della Taranta è diventata un appuntamento da non perdere nelle serate salentine.

Ma se molti conoscono la Notte della Taranta, pochi sanno da dove essa ha origine. Tutto nasce a Galatina, cittadina del Salento, ai margini della Grecìa. Andiamo a fare un giro da quelle parti.

il centro storico di Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria è il monumento più rappresentativo della cittadina, e soprattutto della sua storia. Essa deve il suo aspetto attuale alla presenza dei monaci francescani inquisitori qui, voluti da Raimondello Orsini del Balzo, il signore del luogo. L’interno della chiesa è una meraviglia del Gotico Internazionale che ricorda, per certi versi, la basilica superiore di Assisi (non per nulla è una chiesa francescana), attraverso la cui lettura si capiscono tante cose della storia sia di Galatina che dell’arrivo dell’affermarsi del Credo cattolico di rito romano qui. Sì, perché prima dell’arrivo dei Francescani, nel XV secolo, nel Salento si celebravano le funzioni religiose secondo il rito greco bizantino (che non è ortodosso, attenzione!). Questo rito però era osteggiato da Roma in quanto non era esattamente quello dettato dal papa (ma nel rito greco bizantino l’autorità del papa non è messa in discussione!). Alcuni centri, tra cui Galatina, accolsero quasi subito il rito cattolico, altri invece, come la vicina Soleto, rimasta nella Grecìa salentina, resistettero molto più a lungo. Insomma, sottilissime questioni teologiche sono la chiave di lettura degli affreschi di questa chiesa.

Alcuni affreschi della basilica di Santa Caterina a Galatina. Credits: http://www.basilicaorsiniana.it/

Sono accesissimi racconti per immagini: innanzitutto troviamo le storie dell’Apocalisse, tanto per far capire subito ai fedeli come andranno le cose una volta che arriveremo alla fine del mondo. Immagini allegoriche, terribili, create apposta per restare impresse negli occhi e negli animi dei fedeli di Galatina. Colori vividi che un recente restauro ha enfatizzato. Mostri come la bestia a sette teste, erano destinati a popolare gli incubi dei più sensibili, sicuramente; la raffigurazione del terremoto era un altro orrore da temere, simbolo della fine del mondo.

Si procede poi con le storie della Bibbia, da Adamo ed Eva (il serpente ha, ovviamente, testa di donna, e il Giardino dell’Eden è chiuso da mura, mentre l’albero del frutto proibito dispensa datteri e non il consueto “pomo”) alla Torre di Babele, che è l’occasione per mostrare il mestiere dei costruttori del tempo. Vi sono poi le storie di Cristo, tra le quali la tentazione nel deserto, in cui Satana tentatore è raffigurato con piedi d’uccello e abito da frate domenicano,  e nella navata laterale le Storie della Vergine con la rappresentazione di storie apocrife della vita della vergine, tra cui i funerali di Maria.

palazzi storici a Galatina

La chiesa è dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, alla quale è dedicata la campata dell’abside e della quale è custodita una reliquia, per l’esattezza un dito che pare essere stato strappato a morsi da Raimondello del Balzo Orsini in persona dalla sua salma custodita nel monastero di Santa Caterina sul Sinai: certo un metodo inconsueto di procurarsi una reliquia, ma evidentemente in certi casi il fine giustifica i mezzi.

La cittadina si presenta con i suoi bei palazzi signorili in pietra bianca leccese. È un bel borgo, piacevole, con strade ampie e fiori alle finestre. Il pasticciotto, dolce tipico salentino, pare essere stato inventato qui, nel 1740, nella pasticceria Ascalone.

La cappella di san Paolo e il Tarantismo

Ma l’edificio più singolare, non tanto per l’architettura in sé, quanto per la storia che custodisce, è la piccolissima cappella di San Paolo.

Narra la leggenda che San Paolo, sbarcato in Salento e giunto a Galatina, qui sia stato ospitato da 3 sorelle alle quali in cambio dell’ospitalità egli donò il potere di guarire dal morso degli animali velenosi. Ormai anziana, l’ultima delle 3 sorelle per non disperdere questo potere sputa nell’acqua di un pozzo. A questo pozzo verranno per secoli le fanciulle tarantate a bere l’acqua dopo aver compiuto il rituale di purificazione nella adiacente cappella di San Paolo.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

Un cartello all’ingresso di questa minuscola cappella fa capire il tenore delle celebrazioni che vi si svolgevano: “è assolutamente vietato danzare in questa chiesa e/o arrampicarsi sull’altare“. Perché, potrebbe succedere? Oggi no, ormai non più, ma fino a poche generazioni fa poteva essere probabile

Il Tarantismo

Il pozzo di San Paolo dietro la Cappella di San Paolo a Galatina

Nei secoli passati nelle campagne della Grecìa salentina, e in particolare a Galatina, le fanciulle che andavano nei campi venivano morse dalla tarantola. Per espellere il veleno del ragno, che le faceva cadere dapprima in uno stato di torpore e di indolenza, dovevano ballare, ballare e ballare fino allo sfinimento, in modo da sudare e in questo modo sperare di guarire. Un’orchestrina si riuniva e la fanciulla al suono costante e incalzante ballava e ballava, entrando in uno stato di trance finché non crollava, sfinita. Il rituale, che è un rituale di possessione, perché la ragazza è “posseduta” dal ragno, è noto, scritto, fin da documenti del XIV secolo. In occasione del 29 giugno, festa di San Paolo, le tarantate si recavano alla cappella di San Paolo a Galatina e chiedevano la grazia della guarigione ballando nuovamente (ecco il perché del cartello).

Questo rituale è andato avanti fino agli anni ’60/70 del Novecento. Appena pochi anni prima che scomparisse, un antropologo, Ernesto De Martino, venne appositamente in Salento a studiare il fenomeno del tarantismo. È evidente che nessuna ragazza sia mai stata morsa effettivamente da un ragno, ma essa andava comunque davvero in trance e ballava e credeva fermamente in quello che faceva, perché vi era stata indotta dal suo contesto culturale di riferimento.

Oggi che sono mutati i riferimenti culturali, più nessuna ragazza soffre di tarantismo e la Notte della Taranta è diventata una lunga festa che coinvolge varie località del Salento e richiama un vasto pubblico da tutta Italia oltre che artisti di richiamo sia locale che nazionale. Una festa ampiamente sentita e con un’ampia risonanza in tutto lo Stivale. E credo che sia sempre bello scoprire da cosa hanno origine le feste attuali, no?

(Questo post nasce a seguito della splendida visita guidata a Galatina cui ho partecipato durante il blogtour #santilumi17. Gli altri articoli li trovate qui)

Cogito ergo… vado a Corigliano d’Otranto, il “Paese Filosofico”

Ricordo ancora il mio primo impatto con lo studio della filosofia al Liceo: mi sembrava una materia troppo lontana, poco concreta e difficilmente comprensibile. Ben presto mi accorsi invece che la filosofia è l’opposto: è la storia del pensiero umano e come tale riguarda ogni aspetto delle nostre vite e delle nostre società, attuali e del passato. La filosofia è molto più concreta di quanto non sembri.

A Corigliano d’Otranto questo lo sanno da anni, anzi da secoli!

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

Fuori dal borgo si stende il primo giardino filosofico d’Italia, il Giardino di Sophia. In esso, che è un giardino pubblico dove si può passeggiare, portare a spasso il cane, prendere il fresco, sono disposte delle colonnine che riportano, scritti su dei mezzi vasi, le capase, pensieri di importanti filosofi di tutti i tempi: riguardano l’amore, l’amicizia, la morte, la vita. Sono frasi scritte e pronunciate secoli e anche millenni fa (si pensi a Socrate o Platone) eppure sempre molto attuali. Un’app studiata appositamente permette di approfondire il pensiero dei filosofi; alcuni esercizi commerciali di Corigliano hanno studiato dei prodotti speciali collegati al Giardino di Sophia: il migliore, a mio parere, è la cicuta del Bar Castello: tranquilli, è un ottimo liquore alle foglie d’olivo, non è un veleno.

Ma la filosofia a Corigliano non si limita al Giardino di Sophia. Da sempre i suoi abitanti hanno una spiccata propensione al filosofeggiare, al pensiero morale e all’educazione civile. Sarà che siamo nella Grecìa Salentina, un’area del Salento dove si è mantenuta fino ad oggi una cultura di matrice greca, che deriva ancora dall’occupazione bizantina: qui la gente si saluta a suon di kalimera e kalispera (buongiorno e buonasera), parla un dialetto, il Grico, che ricorda tantissimo la lingua greca e soprattutto è fiera e orgogliosa di questa particolarità, che rende queste terre uniche nel loro genere. Sarà per questo che qui a Corigliano amano la filosofia, la cui culla fu appunto la Grecia antica.

Le porte di Corigliano, le finestre, gli archi di accesso alle corti interne, dal XVI secolo in avanti si popolano, sulle proprie architravi, di iscrizioni in latino, in greco, in italiano, che invitano chi legge a riflettere sui temi della convivenza civile e dell’unità familiare, sull’inutilità dell’invidia; vengono chiamate “pietre filosofe” e tra dotte citazioni ed evocazioni suggestive, ci sorprendono e dimostrano l’alto livello culturale dei committenti e dei proprietari. L’anima di Corigliano d’Otranto si rivela in queste iscrizioni, che costituiscono la peculiarità di questo borgo, cuore della Grecìa.

La torre dell’orologio di Corigliano d’Otranto

Sotto la torre dell’orologio l’iscrizione ci parla del senso del tempo; l’iscrizione sulla porta della città è un monito contro l’invidia. “Noli me tangere” recita una breve iscrizione su un arco. L’insegna di un panificio è un’iscrizione in latino che racconta in modo aulico come dalle spighe di grano (“i frutti trebbiati di Cerere” li definisce) si ottenga la farina. C’è anche l’avvertimento che un marito geloso (o un padre protettivo?) fa mettere sulla finestra di Paolina, alla quale nessuno si dovrà avvicinare, o verrà divorato da un avvoltoio. Alcune iscrizioni sono veri e propri proverbi: “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te“, per esempio; altre sono frasi benauguranti: “che questa casa resti in piedi finché la formica non avrà bevuto tutto il mare e la tartaruga non avrà compiuto l’intero giro del mondo“.*

Il monumento iscritto più bello tra questi esempi “privati” è l’Arco Lucchetti, del XVI secolo. Non si tratta semplicemente di un’iscrizione, anzi, forse il testo scritto è l’aspetto meno interessante: su quest’arco sono rappresentate scene simboliche complicate da distinguere, ma che riconducono al tema dell’unione familiare. Sul lato sinistro due figure, marito e moglie, sorreggono una stella a 8 punte, simbolo della buona sorte, mentre accanto ad essi un cane con un anello in bocca simboleggia la fedeltà coniugale. La stella a 8 punti contiene alcuni rilievi da riferirsi a favole di Fedro o Esopo e ai relativi insegnamenti morali, che altro non sono se non consigli per condurre una vita nella giustizia e nella rettitudine. Segue la rappresentazione di San Giorgio e il drago tenuto al guinzaglio dalla principessa. Sull’altro lato dell’arco, due grandi uccelli bevono da uno stesso recipiente d’acqua, e una gallina tiene in bocca un anello: nuovamente il richiamo è all’unione coniugale e alla vita insieme. Un messaggio beneaugurante ai proprietari della casa.

I rilievi sull’Arco Lucchetti di Corigliano d’Otranto

Infine, il castello, con le sue sculture di personaggi illustri, è a sua volta un monumento parlante: le statue poste sulla sua facciata riportano le virtù dei personaggi cui riferiscono. Ognuno dei quattro torrioni del castello, poi, è affidato a un santo, scolpito a bassorilievo, a indicare le virtù del buongoverno.

Il castello di Corigliano d’Otranto

 

Questo post fa seguito all’Educational Tour #santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina di cui ho scritto negli scorsi post.

* le traduzioni sono di Orlando D’Urso, che ci ha fatto da guida a Corigliano d’Otranto e che ha studiato le pietre filosofe della cittadina. 

10 cose da sapere sul Salento (che ho scoperto in un educational tour)

Lu sule, lu mare, lu ientuil Salento è noto per essere innanzitutto il bel mare della Puglia. Ed è vero: la fama di Gallipoli e Porto Cesareo supera di gran lunga i nostri confini. Il suo capoluogo, Lecce, è definita la Firenze del Sud per la bellezza dei suoi monumenti e del barocco leccese, e per il suo centro storico così ben tenuto. Negli ultimi anni, poi, grande successo sta avendo la Notte della Taranta e in generale la pizzica, la musica popolare salentina. Il Salento, ultimamente, gode di una grandissima notorietà, ma siamo sicuri che sia solo mare, ulivi, barocco leccese e pizzica?

In questo post vi racconto 10 aspetti del Salento assolutamente da sapere, che ho scoperto poco tempo fa nel corso di un educational tour in questa bella terra. Riguardano la cultura, le tradizioni locali, la storia; sono 10 aspetti che fanno sì che il Salento si distingua dal resto della Puglia e dal resto d’Italia.

1) La Grecìa salentina e il grico

La chiesetta di S. Stefano a Soleto, dove si fonde la tradizione greco-bizantina con quella latina. Soleto è parte della Grecìa salentina

Kalimera!“, “Kalispera!“: può capitare di passeggiare per Corigliano d’Otranto o per Soleto e sentire gli abitanti salutarsi in questo modo. Ohibò! Ma siamo in Grecia? Non esattamente: spostiamo l’accento e siamo in Grecìa, nella Grecìa salentina, una piccola area del Salento nella quale si parla il grico, un dialetto molto vicino alla lingua greca, perché storicamente è rimasta legata ad un lontano passato durante il quale la Puglia fece parte dell’Impero Romano d’Oriente. Nei secoli tra il VI e l’XI d.C., infatti, la Puglia fu sottomessa all’imperatore bizantino sia per quanto riguarda gli aspetti linguistici e culturali che per quanto riguarda la religione cristiana. Nonostante la conquista normanna della regione, qui fu mantenuta la lingua greca e il rito greco bizantino nella religione cristiana: pur riconoscendo l’autorità del papa, esso si discostava però dal rito cattolico romano per alcune peculiarità. Proprio questa differenza fu fortemente osteggiata nel corso dei secoli e fu principalmente colpa del papato se il territorio della Grecìa si ridusse drasticamente (oggi conta solo 9 comuni, tra cui l’orgogliosissima Soleto) e si perse alla fine l’usanza del rito greco bizantino (che è cosa diversa dal rito ortodosso!). Comunque sia, oggi, dopo 1500 anni ancora rimane il ricordo del passato greco della regione e nella grecìa ne vanno proprio fieri.

2) La pietra leccese

Colonna del portale della chiesa madre di Corigliano d’Otranto

La pietra bianco-giallastra del Salento vi colpirà per la sua luce e per le sculture a rilievo che la animano.

Non mi riferisco a quelle fatte dall’uomo, ma a quelle create dalla consunzione stessa della pietra! Sembrano colonne di corallo, più che di pietra, perché si creano sulla superficie tanti ghirigori del tutto naturali. Certo, poi gli scalpellini salentini ci aggiungono del loro: e così abbiamo gli esiti straordinari del barocco leccese, come le favolose decorazioni del duomo di Lecce, con la pietra scavata come fosse un ricamo, resa perciò leggerissima, in grado di dar vita a giochi di chiaroscuro davvero notevoli o a quelle teste così bizzarre e mostruose che adornano i mensoloni di sostegno dei balconi. Se abbandoniamo il capoluogo salentino e ci spostiamo nei borghi più piccoli, la questione non cambia: che siano i portali delle chiese, come quello, splendido, della chiesa madre di Corigliano d’Otranto, o che si tratti dei portali delle case private, la morbidezza di questa pietra ha consentito agli artigiani di realizzare dei capolavori di eleganza e di fantasia che lasciano a bocca aperta. La pietra leccese, infine, è luminosa, cattura i raggi del sole e li irradia all’intorno. E tutto diventa luce.

3) Il tarantismo

Accennavo alla Notte della Taranta: è una manifestazione che si svolge d’estate, a luglio, e che anno dopo anno attira sempre più giovani da tutta Italia, attirati dai concerti organizzati in ciascuna delle tappe, da Corigliano d’Otranto a Melpignano, e che vede nel ballo della Taranta, o della pizzica, il suo momento più importante; una danza ossessiva, fatta di passi semplici, ma antichi e faticosi. Ciò che non tutti sanno è da dove deriva la Notte della Taranta e perché è tanto radicata qui nel Salento.

Il tarantismo in realtà è tutto fuorché una festa: in passato era un rituale di guarigione delle giovani donne che venivano morsicate dalla tarantola, il ragno che si trova nei campi di grano. La fanciulla morsicata doveva espellere il veleno ballando forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica, andando in trance e fermandosi solo quando crollava esausta. Un’usanza pagana che la religione cristiana non riuscì a eliminare, ma che pose sotto la protezione di San Paolo. Così a Galatina nella cappella di San Paolo è scritto “vietato danzare in chiesa”: una frase quantomeno bizzarra, se non si conosce tutta la questione. Oggi il tarantismo non si manifesta più, perché sono cadute definitivamente le credenze rurali che avevano dato origine a questa pratica tutta femminile. Il ricordo rimane oggi nella Notte della Taranta, che però è tutt’altra cosa.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

4) Mamma li turchi!

Ci fu un lungo periodo in cui l’Italia meridionale, e la Puglia in particolare, fece gola ai Turchi. Nel 1480 Otranto fu conquistata da un ferocissimo comandante turco e dal suo nutritissimo esercito. La città dovette cedere all’assedio e ai cittadini maschi fu chiesto di convertirsi e sottomettersi. Ma essi rifiutarono. Così furono decapitati, uno dopo l’altro. Il primo decapitato, però, rimase ritto in piedi finché l’ultimo non fu giustiziato. Erano 500, mica pochi. La maggior parte dei loro crani e delle loro ossa è raccolta in tre grandi teche dentro la cappella della navata destra della Cattedrale di Otranto, mentre sotto l’altare si trova la pietra sulla quale venivano tagliate le teste. Un po’ macabro e lugubre, ma tant’è. Gli Ottomani trasformarono la cattedrale nella loro moschea, fino a quando Alfonso d’Aragona non espugnò nuovamente la città. Ai turchi in difficoltà non restò che rifugiarsi nella moschea/ex cattedrale, sperando così di essere salvi. L’esercito aragonese non si fece problemi, però, e distrusse il portale della chiesa irrompendo all’interno. Blocchi del portale sono oggi ricoverati al Castello Aragonese, la splendida fortezza che dopo la dominazione turca fu costruita per difendersi da eventuali successivi attacchi dei turchi.

La cappella dei 500 martiri di Otranto, con tutti i teschi e le ossa nelle teche alle pareti

5) Otranto, la cattedrale e Pantaleone

La cattedrale di Otranto vanta il pavimento a mosaico più esteso che si conosca. Il suo autore, il monaco Pantaleone, lo realizzò nel 1167. Nella navata centrale un lungo albero, l’Albero della Vita, si distende lungo tutto il percorso; ai lati dei suoi rami si dispongono le figure: animali reali o fantastici, Noè che costruisce l’arca, simbolo dell’uomo pio che obbedisce a Dio e proprio per questo avrà la salvezza; Alessandro Magno che invece pecca di superbia nei confronti degli dei così come i costruttori della Torre di Babele, rappresentati al lavoro sul grande cantiere che non avrà mai compimento. Al di sopra dell’albero Adamo ed Eva, la rappresentazione dei mesi attraverso il lavoro dell’uomo, Caino e Abele e Re Artù (chissà perché) e tante tante altre figure, non sempre così facilmente identificabili. Pantaleone attraverso il suo mosaico voleva illustrare al popolo di Otranto la differenza tra una vita retta e la tentazione del peccato, e la conseguenza che la scelta del peccato comporta: così è spiegato il lavoro dell’uomo, come conseguenza del Peccato Originale di Adamo ed Eva.

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

Artisticamente è impressionante: le figure sono grandi, a colori, si dispongono ordinate sul fondo bianco e costituiscono un tappeto che quasi dispiace calpestare. Del resto, però, il suo scopo era proprio quello di essere calpestato, vissuto, osservato: un pavimento parlante, in tutto e per tutto.

6) Il punto più a est d’Italia

Capo d’Otranto è il punto più a Est d’Italia. Sulla cima del promontorio un bellissimo faro, il faro di Punta Palascìa, è il luminoso custode di questo luogo così significativo. Inizialmente fu costruito dai militari dell’imperatore Carlo V come torre d’avvistamento per la sua posizione strategica sul canale d’Otranto. Oggi, che non vengono più pericoli dal mare, è un punto panoramico eccezionale, calato in un contesto naturalistico suggestivo e protetto.

Il faro di Punta Palascìa visto dalla cava di Bauxite fuori Otranto

7) Migrazioni

Il Canale d’Otranto è il punto in cui l’Adriatico è più stretto, ovvero dove la costa balcanica dista appena 60 km. Questo tratto di mare, oggi così bello, pacifico, amato per le spiagge e per il turismo estivo, è stato ancora non più tardi di 20 anni fa protagonista di speranze, e di morte in tanti casi, per i migranti albanesi. Ricordo, da giovanissima, le immagini di navi piene di gente, di carrette del mare straripanti di persone (immagini non molto diverse da quelle di oggi tra l’Africa e Lampedusa), i tg che dicevano quanti erano morti e quanti sopravvissuti all’ennesima traversata. Ogni tanto qualcuna di queste imbarcazioni affondava portando con sé le speranze e la disperazione di quella gente. Una barca è stata recuperata ed è diventata monumento alle migrazioni di ogni tempo. Si intitola “L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante”, realizzata da Costas Varostos. Si trova a Otranto, presso il porto, e il messaggio che veicola è quantomai attuale (Su questo monumento sono interessanti le riflessioni di lavoroculturale.org)

“L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante” di Costas Varodos è il relitto della nave KJater I Rades affondata nel 1997 con 120 migranti albanesi a bordo

8) Una terra antichissima

Si data al VI millennio a.C. questo volto dipinto della Divinità madre rappresentato sull’orlo di un vaso. Proviene dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, il più antico stanziamento umano della zona.

Il Salento da sempre è una terra ospitale. Questo è il messaggio che ci trasmette, all’interno del Castello Aragonese di Otranto, la sezione espositiva dedicata alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, una grotta che si trova nel Salento, importante perché conserva le testimonianze artistiche dei più antichi abitanti della regione. La Grotta dei Cervi fu frequentata nell’età neolitica da uomini dediti già all’agricoltura e alla produzione ceramica. Costoro usarono la Grotta probabilmente come santuario, perché coprirono le sue pareti di raffigurazioni geometriche, animali (i cervi che danno il nome alla grotta) e umane, con scene di caccia, ma anche simboli magici e figure astratte. Gli scavi condotti nella Grotta hanno restituito un buon quantitativo di oggetti in ceramica a decorazione impressa, la più antica e semplice, non realizzata al tornio, ma modellata a mano: il Neolitico è l’età in cui l’uomo diventa stanziale, scopre l’agricoltura e inventa la ceramica. Uno stadio fondamentale dello sviluppo umano, perché è quello che darà il via alla formazione delle società umane, dei villaggi e poi, a seguire, delle città.

La grotta non è visitabile; l’esposizione al Castello Aragonese, con la riproduzione delle rappresentazioni rupestri è il modo per restituire al pubblico il capitolo della storia più antica di questa regione.

9) I colori impensabili della natura

Attraversando la Puglia si resta colpiti dal paesaggio piatto, giallo, costellato di oliveti, qua e là una masseria fortificata, retaggio di un tempo in cui bisognava proteggersi anche nell’interno dalle incursioni dei Turchi. Il giallo e il verde argenteo delle fronde di olivo dominano la tavolozza del nostro orizzonte visivo. È il ritratto di una terra assolata, assetata anche, ma generosa.

Ci sono delle eccezioni a questa tavolozza. Una, incredibile, è la cava di bauxite poco fuori Otranto. Il rosso della terra, colorata dalla bauxite e dagli ossidi di ferro, e il verde dell’acqua del suo laghetto naturale sono accesissimi. Qui è stato sfruttato fino agli anni ’60 del Novecento un giacimento di bauxite. Scava che ti scava, però, la cava è arrivata un po’ troppo in profondità, tanto da intercettare la falda acquifera. In poco tempo è stato impossibile proseguire l’estrazione e il giacimento è stato abbandonato. Come in ogni favola a lieto fine, la natura si è riappropriata del suo territorio, e con che grazia l’ha fatto! Laddove l’affioramento della falda aveva fatto fermare gli estrattori, oggi c’è un laghetto la cui acqua verde sembra surreale. Intorno esso è racchiuso da pareti di roccia rossa, sulla quale sono cresciuti giunchi, arbusti, cardi e fiori vari. Un tripudio di colori vivaci e accesi, un inno alla natura vincitrice.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

10) Gli spettacoli incredibili delle luminarie

In Salento sanno festeggiare come si deve. La festa del Santo Patrono, poi, diventa un’occasione di gioia e di esaltazione senza pari! Nascono per questa gioiosa esigenza di culto le luminarie, che oggi sono diventate vere e proprie installazioni artistiche, che uniscono alle luci la musica e i suoni. Spettacoli che niente hanno da invidiare ai fuochi d’artificio, anzi, ancora più spettacolari se possibile. A vederle spente, queste architetture in legno bianco e lampadine sembrano solo una pacchianata a chi non ne conosce le motivazioni e il lavoro che c’è dietro. Ma quando si accendono, e vanno a ritmo di musica dando vita a veri e propri spettacoli seguiti da un pubblico estasiato, si capisce subito che dietro c’è un progetto studiato al dettaglio che unisce le competenze degli artigiani con quelle degli elettricisti, degli informatici e dei tecnici del suono. Insomma, si fa presto a dire luminarie. A breve, all’inizio di luglio, la festa di Santa Domenica a Scorrano sarà l’evento più atteso: cosa ci riserveranno le luminarie quest’anno? Perché qualche anno fa, stando a questo video, furono qualcosa di davvero incredibile.

Per fare le luminarie ci vogliono le lampadine… visitando la fabbrica di MarianoLight a Corigliano d’Otranto