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Un giorno a Taranto: 5 cose da fare e da vedere

Ho trascorso a Taranto una giornata intera. Ho visto cose, ho fatto cose, alcune delle quali insieme ad una localguide*; ho deciso di raccoglierle in questo post. Dalla mattina alla sera, vi dico le 5 cose assolutamente da fare e da vedere a Taranto.

cosa fare a Taranto

1) Mattina presto: passeggiare all’alba lungo la Marina e respirare il salmastro

Taranto pescatori

La Marina di Taranto. I pescherecci al mattino

Sono giunta a Taranto col primo flixbus del mattino, peraltro in anticipo, per cui è stato inevitabile iniziare a percorrere la città vecchia quando ancora nessuno osava avventurarsi fuori casa. Nessuno, fuorché i pescatori di rientro dalla pesca. Ecco, lungo la Marina c’eravamo io, i pescatori che smatassavano le reti e l’odore forte, a tratti troppo pungente, del salmastro.

Una passeggiata lungo la Marina è necessaria per poter attraversare l’isola su cui sorge la città vecchia e oltrepassare il Ponte Girevole che immette invece nella città ordinata, ottocentesca, ortogonale. La città vecchia, per contro, è il cuore pulsante, storico, antico, chiuso come un riccio di mare. La fronte dei suoi palazzi decadenti ci accompagna sulla destra, mentre alla nostra sinistra rimane il porticciolo dei pescatori.

Ah, piccola premessa: Taranto ha tre passeggiate lungo il mare. Questa è la Marina; dall’altra parte dell’isoletta c’è invece la Ringhiera; il Lungomare percorre invece il perimetro della Taranto nuova (questa è una preziosa informazione che mi ha dato la mia localguide*).

2) Colazione con vista sul Castello Aragonese

Se durante la vostra traversata dell’isola verrete affiancate da un mansueto cane lupo senza guinzaglio non vi agitate: è Max, la mascotte tarantina. Lui mi scorta verso la pasticceria dove avevo già deciso di fare colazione. Gli lascio però l’illusione che abbia scelto lui per me dove farmi prendere un caffè. Il Caffè Bernardi è in posizione ideale: appena superato il Ponte Girevole, così chiamato perché in effetti è girevole, in quanto si apre per far passare nel canale le navi più alte della sua campata. Dal suo dehors si gode una splendida e rilassante vista sul Castello Aragonese. Max intanto sonnecchia con un occhio aperto e uno chiuso lì davanti a voi, e tutti i suoi conoscenti lo ossequiano come è giusto che sia.

taranto

Taranto, il castello aragonese, il ponte girevole

3) Visitare il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

In via Cavour, nell’ordinata città postunitaria, sorge il bel palazzo in cui è ospitato il Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Su tre piani, il percorso parte dalla preistoria e arriva all’epoca postromana; si inizia dal terzo piano, dove ci accoglie la statuetta dello Zeus di Augento, si vede lo scorrere dei millenni, vetrina dopo vetrina, fino alla fondazione di Taras. Da qui è la città greca, con i suoi edifici religiosi, il suo quartiere artigianale, le necropoli e gli oggetti quotidiani, a farla da padrone.

museo marta taranto

Dettaglio di un vaso apulo: Dioniso nasce dalla coscia di Zeus. Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Colpisce la straordinaria vivacità dei vasi apuli a figure rosse, le statuette di terracotta che raffigurano donne variamente vestite, lo splendore dei gioielli in oro, tra corone e orecchini di una modernità imbarazzante. Poi si arriva al momento di passaggio dalla cultura greca alla dominazione romana, passaggio che senz’altro fu sofferto, ma che, dal punto di vista culturale e artistico, si avverte come un lento e costante cambiamento. La Taranto romana è nota principalmente per i pavimenti a mosaico. Indubbiamente il vero cuore di Taranto è la Taras greca, e proprio ad essa il Museo dedica maggiormente se stesso. E non potrebbe essere altrimenti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

4) Inoltrarsi nella città vecchia

street art taranto

Uno dei murales della Città vecchia di Taranto: antico e moderno si incontrano

La città vecchia di Taranto è un dedalo di viuzze strette e chiuse da alti palazzi decadenti (in qualche caso ahimè fatiscenti). Una città vecchia in salita, difficile da immaginare per un’isoletta che chiude l’immissione al Mar Piccolo e al Mar Grande. E se più in alto si trovavano un tempo i palazzi nobiliari, mentre alla base, alla Marina, stavano i cenciosi pescatori, ora è tutto sullo stesso livello: tutto avrebbe bisogno di una riqualificazione che è voluta dalla popolazione stessa, ma che stenta a farsi strada. Tuttavia proprio il turismo può essere il volano per riqualificare un centro storico che è davvero notevole.

La Cattedrale di San Cataldo, per esempio, è un capolavoro di architettura romanica cui, ad un certo punto, fu aggiunta una splendida cappella talmente barocca che più barocca non si può, tra marmi intarsiati e stucchi mirabolanti. Un vero gioiello. Si trova nel cuore della città vecchia e non lascia insensibili coloro che le passano accanto o che vi entrano.

Fuori dalla cattedrale, invece, nei vicoli, l’occhio non può non farsi attirare dai murales. Murales che vanno programmaticamente ad occupare vecchie porte tamponate e che parlano di miti antichi, reinterpretando in questo modo la storia più antica di Taras e attualizzandola, portandola al giorno d’oggi.

cattedrale taranto

La cattedrale di San Cataldo a Taranto

5) Tramonto: prendere un aperitivo ai piedi del Castello Aragonese

Taranto

Castello Aragonese, TAranto

Una bella passeggiata dal porticciolo lungo la “Ringhiera”, l’altro lato rispetto alla Marina dell’isola della Città Vecchia. Si raggiunge il Castello Aragonese, che sorge a sua volta su una prima fortificazione bizantina, perfezionata poi dai Veneziani e resa la meraviglia che è dagli Aragonesi.

L’accesso al Castello è libero, per cui si può accedere all’ampia corte quadrangolare; nella piccola cappella laterale ci si può sposare (sapevatelo, animi romantici che mi leggete!); tuttavia solo con visite guidate a orari prestabiliti si può accedere anche ai bastioni e vedere, magari, l’ammainabandiera. Io non ho avuto la possibilità di farlo, ma mi sono consolata con uno spritz quasi in riva al mare e all’ombra del torrione del Castello Aragonese. Una location davvero unica, il Jazz Island dove, con la mia localguide* abbiamo preso un aperitivo al tramonto, mentre calava il sole e nel mare antistante gettavano l’ancora yacht e mercantili.

Una giornata a Taranto. W l’archeologia, w gli sposi e soprattutto w la mia localguide*

Sono venuta a Taranto per il matrimonio di una cara amica, Astrid di @Archeopop. In realtà non mi sono fermata in Puglia solo 24 ore, ma quasi 48; tuttavia all’incirca una giornata totale è quella che ho passato a Taranto. Da archeologa, non ho potuto non visitare il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto in compagnia di un’archeologa, ovviamente. La colazione fronte Castello Aragonese l’ho fatta con Stefania di Memorie dal Mediterraneo: titolo di blog più che appropriato al luogo. Infine, un ringraziamento va alla mia localguide, di cui finalmente svelo il nome, Maria Millarte, blogger di Aroundme, che ha sacrificato una sua domenica per far esplorare a me la città vecchia di Taranto e la sua Massafra e che infine mi ha portato a prendere l’aperitivo ai piedi del Castello Aragonese. Non le sarò mai grata abbastanza: l’amore per la sua terra fluisce incontrollato ogni volta che apre bocca, come un fiume in piena. È meraviglioso.

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I palazzi che affacciano sulla Marina di Taranto: sono il primo baluardo della città vecchia

La sera ho preso l’ultimo flixbus della notte e sono rientrata la mattina dopo, fresca come una rosa, in ufficio.

E per voi quali sono le cose assolutamente da fare, da vedere, e perché no da gustare, in una giornata a Taranto?

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Ti presento MARTA: il Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Chi è Marta?

Marta è l’acronimo di Museo Archeologico Taranto. Il museo che ha l’onore e la responsabilità di raccontare la storia più antica della città. E assolve al suo compito benissimo.

museo archeologico taranto

Il Museo si trova in pieno centro, superato il Ponte Girevole che collega la città vecchia, medievale, arroccata, con la parte ottocentesca, ordinata, strade larghe rettilinee e piazze. Il MARTA è uno dei musei archeologici più grandi d’Italia: una collezione archeologica vastissima, che va dalla preistoria all’età romana e altomedievale, passando, e soffermandosi soprattutto, sull’epoca più importante: quella greca.

Visitare il MARTA

Si parte dal terzo piano per visitare il MARTA. Al terzo piano infatti inizia il percorso espositivo. Nella prima sala, ad accoglierci, un vip dell’archeologia: lo Zeus di Ugento: una statuetta in bronzo del dio posto nell’atto di scagliare, con misurato equilibrio, il fulmine che lo contraddistingue. Per me un’emozione trovarmi inaspettatamente al suo cospetto.

zeus di Ugento

Lo Zeus di Ugento al MARTA Museo archeologico nazionale di Taranto

La preistoria

Il percorso espositivo inizia dall’inizio, ovvero dalla Preistoria. Quando l’uomo viveva o si riparava in grotta, quando non esistevano ancora insediamenti urbani, ma l’uomo pian piano imparava a plasmare l’argilla e la cuoceva per farne contenitori, quando iniziava a coltivare e quindi diveniva stanziale. Due Veneri paleolitiche dalla Grotta delle Veneri a Parabita (LE) sono la testimonianza di un culto della fertilità che era estremamente diffuso 20mila anni fa circa.

veneri paleolitiche taranto

Veneri Paleolitiche al Marta – Museo archeologico nazionale di Taranto

MARTA TAranto

idolo neolitico, MARTA – Museo archeologico nazionale Taranto

Il Neolitico segna la svolta: l’uomo con l’agricoltura addomestica la terra, ma a sua volta ne è addomesticato e da nomade si ferma nei luoghi che meglio rispondono alle sue necessità. Sorgono i primi insediamenti, anche se continuano ad essere utilizzati i ripari in grotta, come la grotta dei Cervi di Porto Badisco, vicino a Otranto o come ad Arnesano, dove una tomba ha restituito un idolo, una statuetta con il volto a civetta. Siamo tra il 4300 e il 4000 a.C.

Insieme all’agricoltura, l’uomo inizia a plasmare la terra e a cuocerla: l’invenzione della ceramica è un altro grande passo per l’umanità. La terracotta segna davvero la svolta perché i vasi consentono di conservare cibi e liquidi; hanno scopo pratico ma anche rituale, iniziano ad essere decorati.

Poi l’uomo scopre i metalli. Il rame, innanzitutto, poi il bronzo e a seguire il ferro. L’età del Bronzo segna per la Puglia l’incontro con le popolazioni dell’Egeo, da Creta prima e dalla Grecia continentale poi. Iniziano le importazioni di ceramiche minoiche (cretesi) e poi micenee (greche). I primi contatti con il mondo greco si collocano tra il 1300 e il 1000 a.C. Ma il vero incontro con la Grecia arriverà qualche secolo più tardi, con la fondazione della colonia spartana di Taras.

Taras, la colonia greca

Ogni colonia greca ha il suo fondatore, l’ecista, e il suo eroe mitologico di riferimento. Nel caso di Taranto l’eroe è Taras, figlio del dio del mare Poseidone che un giorno, nella terra dove poi sarebbe sorta Taranto, stava compiendo sacrifici quando dal fiume comparve un delfino. Considerato un segno propizio della benevolenza degli dei, Taras ordinò che lì fosse fondata una città. Poi Taras un giorno scomparve in mare e si narrò che il padre lo avesse preso con sé. Fin qui il mito. Il fondatore storico di Taranto, invece, fu Falanto, che guidò un gruppo di spartani alla ricerca di una nuova terra (dopo essere stati scacciati, così dice il mito, dalla città natale) e la chiamò Taras in memoria dell’eroe figlio di Poseidone. La città iniziò a battere moneta, e sulle sue monete figurava l’eroe Taras in groppa al delfino.

taranto tempio dorico

Ciò che resta dell’imponente tempio dorico di Taranto: due imponenti colonne

La città greca è narrata, in museo, attraverso i segni tangibili che ha lasciato: non così diffusi come penseremmo, ma siccome la città è cresciuta su se stessa, con una continuità di vita che non ha visto interruzioni, è difficile scavare interi quartieri, mentre nel corso del tempo non sono mancati i rinvenimenti sporadici, sparsi qua e là per la città, sufficienti però a delineare un’idea dell’organizzazione dello spazio urbano. Nella città vecchia, poi, non possono sfuggire le due imponenti e tozze colonne doriche del tempio dorico, di VI secolo a.C.

Gli edifici religiosi erano abbelliti con decorazioni architettoniche varie; tra tutte le antefisse sono le più interessanti: a testa di Gorgone, o Medusa, vanno dalle più antiche, dal volto mostruoso, a quelle più recenti, in cui un bel volto di donna è agitato da serpenti tra le ciocche dei capelli. Altre antefisse rappresentano il dio Ermes, oppure i Sileni, oppure donne con la testa coperta da un velo. La varietà è notevole, così come i colori.

museo archeologico taranto

Un’antefissa a testa femminile velata, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

La devozione alla divinità, però, non occorre dimostrarla per forza con i templi, ma anche con doni votivi, come statuette che raffigurano divinità oppure offerenti. Offerte nei santuari, erano raccolte in stipi votive, dei pozzetti che fanno la gioia degli archeologi, quando ne rinvengono uno.

museo archeologico taranto

Una statuetta di recumbente (semisdraiato) in terracotta, offerta votiva in un santuario del IV secolo a.C. Museo Archeologico Taranto

Le statuette fittili, la mia passione

Si chiama coroplastica, in termine tecnico, la produzione di sculture e rilievi in terracotta. Si tratta di una produzione di artigianato artistico che a Taranto dà esiti incredibili! Per tutta l’antichità, dall’età greca ai primi secoli dell’occupazione romana (quella che viene definita età ellenistica) le statuette in terracotta, raffiguranti fanciulle, attori, ballerine, divinità – in particolare Venere – sono diffusissime. Non è chiara la funzione: se ex voto, bambole, rappresentazioni divine o altro. Io semplicemente le adoro: erano coloratissime, le fanciulle indossano abiti e copricapi strepitosi. Sono eccezionali.

museo archeologico taranto

Non è meravigliosa questa statuetta in terracotta dipinta? In realtà sono due che si intersecano: la Nereide, una divinità marina, e l’ittiocentauro, una creatura marina fantastica che vi si inserisce. Trovo il tutto meraviglioso. Museo archeologico Taranto

I vasi apuli

Taranto era un centro di produzione di vasellame molto importante. I vasi apuli, imponenti, a vernice nera e figure rosse sono dei capolavori di artigianato artistico. I vasi avevano differenti destinazioni: segnacoli funerari, contenitori per il vino nei banchetti, coppe per bere, vasi specifici per i matrimoni, contenitori più piccoli per unguenti e profumi. La produzione tarantina di vasi è vastissima. Sulle pareti spesso sono rappresentate scene mitologiche anche complesse. Tantissime figure animano i vasi, come se i pittori avessero paura di lasciare degli spazi vuoti. Le scene rappresentate possono essere molto note, come la Amazzonomachia (la battaglia tra i Greci e le Amazzoni) o la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus(v. video in fondo al post); ma sono anche scene particolarissime e che ci fanno sorridere, perché ci fanno vedere come, in fondo, non sia cambiato proprio niente: la scena con Afrodite che minaccia di picchiare il piccolo figlioletto Eros col sandalo non è familiare a molti di noi?

museo archeologico taranto

Lebete apulo a figure rosse. Il lebete è un vaso nuziale, femminile. La scena è un riferimento al ruolo di madre che a noi suscita immediatamente un sorriso: Afrodite sembra dire “Ti tiro ‘na ciavatta!”. Museo Archeologico Taranto

La conquista romana

Prima Pirro, poi Annibale. Taranto ha sempre cercato di evitare la conquista romana, ma un bel momento essa fu inevitabile. Ciononostante la conquista romana non ha significato un cambiamento drastico immediato nella cultura e nella mentalità tarantina. I Romani sapevano creare le condizioni per non imporre la propria cultura, ma solo la propria organizzazione amministrativa. Il processo di romanizzazione fu lento ma costante ovunque, per cui per molto tempo dopo la conquista effettiva la popolazione locale continuò a mantenere le proprie consuetudini. Per Taranto questo tempo coincise all’incirca con tutta la durata dell’età ellenistica(fine IV-inizio I secolo a.C.).
In età imperiale, invece, case e terme sono ormai tipologie edilizie prettamente romane. I pavimenti a mosaico di certi edifici fanno invidia ad analoghi pavimenti di Roma, Ostia e Pompei, per fare dei raffronti.

museo archeologico taranto

Uno degli splendidi mosaici che decoravano i pavimenti di domus e terme di Taranto romana. Museo archeologico Taranto

Focus on: le oreficerie

Nella Taranto greca un ruolo importante riveste la produzione orafa. Orecchini, corone così finemente cesellate e così moderne! Ma anche portagioie a forma di conchiglia: capolavori di cesello che fanno invidia a certi oggetti moderni. Gli orecchini sono davvero moderni: quelli con pendenti a forma di Eros sono i miei preferiti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

Perché visitare il MARTA

La straordinaria storia di Taranto emerge grazie ai ritrovamenti archeologici fatti nel corso di decenni. Si tratta spesso di rinvenimenti sporadici, fatti qua e là in varie contrade della città, nel corso di scavi urbani, non in seguito a campagne di scavo mirate. Nella città vecchia di Taranto l’unico sito archeologico visibile è il tempio dorico, mentre tutto il resto della città antica è stato seppellito, eraso, coperto dalla città che nel corso dei millenni ha continuato a costruirsi su se stessa.

Per chi non è di Taranto è difficile capire da dove provengano i bellissimi reperti archeologici esposti in museo. Per chi è di Taranto, invece, può essere una scoperta vedere che vicino casa è stato trovato qualcosa di antico. Non so, io all’idea sarei elettrizzata!

Scoprire Taranto vuol dire anche conoscerne la storia più antica. Il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto, è la tappa fondamentale per conoscere la città. Assolutamente da non perdere.

Salento divino. 3 chiese salentine assolutamente da visitare

Lu mare, lu sule, lu ientu, le tradizioni radicate e la religiosità insita nell’Italia e negli italiani. Una religiosità che si confonde con la storia, con la storia dell’arte, con l’architettura. Un patrimonio assolutamente da scoprire.

salento divino

Il Salento è davvero divino: vi parlo di tre chiese salentine assolutamente da visitare e da conoscere per comprendere a fondo questa terra che non è solo mare e turismo, ma è passione, è cultura, è tradizione. Andiamo a Galatina, poi a Otranto e infine a Gallipoli, a conoscere le rispettive basilica e cattedrali.

Basilica di santa Caterina a Galatina

santa Caterina Galatina

La tentazione del frutto del bene e del male, ovvero un dattero: Basilica di Santa Caterina, Galatina

In una terra di tradizione greca, com’era il Salento fino al XIV secolo circa, viene costruita una basilica che si pone come nuova frontiera della chiesa cattolica di tradizione latina. Per farlo vengono chiamati artisti dal centro italia: è il momento del Gotico Internazionale, è il momento in cui i francescani stanno emergendo come ordine monastico e proprio loro vengono chiamati a “colonizzare” questo angolo di Puglia. Il modo migliore per evangelizzare è spiegare attraverso le immagini le storie della Bibbia, del vangelo e della Santa Caterina, cui è intitolata la chiesa.

Il ciclo pittorico della basilica di Santa Caterina è incredibile; può essere tranquillamente paragonata a San Francesco d’Assisi per l’impegno pittorico, per il ciclo di affreschi e anche per certi rimandi che non si possono sottovalutare: come il blu di sfondo alle scene. Si inizia con l’Apocalisse sulla controfacciata, in cui la fine del mondo vicina è narrata attraverso le immagini forti e vivide raccontate nel testo di San Giovanni Evangelista. Poi abbiamo le storie della Bibbia, con Adamo ed Eva, la cacciata dall’Eden perché entrambi mangiano dall’albero del bene e del male (che è un dattero, e non il pomo che comunemente conosciamo). Quindi ci sono le storie della vita di Cristo, e, nell’abside, le storie e il martirio di Santa Caterina, la cui figura sembra essere la trasposizione in chiave cristiana della figura di Ipazia, la filosofa di Cirene che fu perseguitata dai Cristiani, seviziata e uccisa. Santa Caterina sembra subire le stesse mortificazioni, ma in chiave opposta. Molto ci sarebbe da dire sulle storie dei martiri cristiani, ma non è questo il luogo. Certo, è curioso tutto ciò, così com’è curioso che Santa Caterina, seppellita sul monte Sinai, sia stata depredata di un dito, che le fu strappato a morsi da Raimondello del Balso, signore di Galatina, che qui portò la preziosa reliquia. L’orrore regna sovrano.

santa caterina galatina

parte del soffitto voltato e interamente affrescato di Santa Caterina a Galatina

La navata laterale è dedicata alla Madonna. Storie della Vergine, prese anche dai vangeli apocrifi, e finalmente la firma di uno degli artisti, Franciscus de Arretium, che ci dice la provenienza dei pittori della basilica.

Cattedrale di Otranto

La cattedrale di Otranto è famosissima per il suo mosaico pavimentale, che ricopre totalmente il pavimento della chiesa, sia le tre navate che l’abside centrale. Realizzato dal monaco Pantaleone nel XII secolo, non è semplicemente una Bibbia per immagini, come si potrebbe immaginare, ma in realtà è molto di più e molto di diverso.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La narrazione è complicatissima. Nella navata centrale abbiamo l’albero della vita. Un albero alla cui base si trova Alessandro Magno (e voi direte: che c’entra con la cultura cristiana? C’entra però con la cultura greca di cui Pantaleone era portatore). In cima all’albero, invece, c’è la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, cui fanno seguito i 12 cerchi dei mesi, individuati dai lavori dell’uomo. Tra le figure rappresentate compare Re Artù, la cui raffigurazione spiazza perché non ha a che vedere con la religione cristiana, ma piuttosto con il ciclo epico cavalleresco di storie e racconti che si tramandavano all’epoca. Nel mezzo animali reali e fantastici, dromedari e grifi, tutto fa sì che questo pavimento sia un bestiario medievale piuttosto articolato, una narrazione con significati molto criptici, che ancora in parte sfuggono a chi oggi li studia.

mosaico cattedrale otranto

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

La Cattedrale di Otranto accoglie anche la cappella dei Martiri di Otranto, che furono giustiziati a centinaia dai turchi Ottomani quando Otranto fu occupata, verso la fine del Quattrocento, e la popolazione maschile rifiutò di convertirsi. La cappella è un grande ossuario, un po’ lugubre se vogliamo, che celebra per l’appunto i martiri che si opposero al nemico infedele.

Infine, al di sotto, una splendida cripta retta da colonnine di reimpiego e capitelli variamente decorati, alcuni romani, altri medievali, completa la visita di questa splendida cattedrale.

Cattedrale di Gallipoli

cattedrale gallipoli

Linterno della cattedrale di Gallipoli

Di solito le grandi chiese affacciano su grandi piazze. Invece la facciata della Cattedrale di Gallipoli è stretta su una via, neanche uno spiazzo. Dedicata a Sant’Agata, la chiesa è un trionfo di barocco e grandi tele di pittori importanti della Puglia e del Sud Italia. La sua costruzione risale al XVII secolo, 1629 per l’esattezza, ma si tratta della riedificazione di una chiesa precedente, romanica, dedicata a S. Giovanni Crisostomo. L’interno della chiesa è maestoso e splendido: per vederlo comodamente da casa potete fare il tour virtuale che viene proposto qui.

A Sant’Agata è dedicato un ciclo pittorico importante, sul soffitto della chiesa, che riporta i passaggi salienti dell’arrivo della sacra reliquia della mammella sulla spiaggia di Gallipoli. Le tele raccontano di come la mammella fosse stata più o meno volutamente abbandonata sulla spiaggia, di come una mamma con una bambina passassero di lì per caso, di come la mamma si fosse addormentata e di come la bambina, trovata la mammella, se la fosse messa in bocca per succhiarla, di come nel frattempo la mamma fosse stata avvertita in sogno e di come poi alla fine si fosse diffusa la voce del miracolo.

Una chiesa davvero interessantissima sotto molteplici punti di vista, non ultimo il fatto che, insieme al Castello di Gallipoli costituisce un’attrazione culturale importante nella quale distrarsi, sia mai che qualcuno si stanca di andare al mare 😉

Il Salento è molto più che mare e spiagge: è turismo culturale. Nei miei post sul Salento cerco di raccontarlo il più possibile, di dare una visione di questa terra che mostri il suo lato genuino e storico, non massificato né esasperato. Spero di fare bene e di farlo bene.

Una giornata ad Otranto (senza dover per forza andare al mare)

Ho deciso che voglio dimostrarvi che si può trascorrere una giornata a Otranto senza necessariamente dover andare al mare.

Non ci credete? Dai, venite con me.

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Perché trascorrere una giornata a Otranto

Otranto si affaccia sul mare, baciata dal sole, dal mare e dal vento. Si trova a controllo del punto più vicino all’Albania, Capo d’Otranto, e pertanto nella sua storia la sua posizione è stata strategica e invidiata da chi non la possedeva. Per questo fu spesso sotto l’occhio dei Turchi Ottomani, che in un’occasione la conquistarono e seppero farsi ricordare.

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Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La storia di Otranto è sotto gli occhi di tutti: nel Castello Aragonese e nelle mura che la cingono, nella Cattedrale col suo mosaico di XI secolo e la cappella degli 800 martiri, e poi ancora nei vicoli e fino al monumento “L’approdo” appena fuori dalle mura e che racconta la tragedia delle migrazioni degli Albanesi verso l’Italia negli ’90.

Otranto è viuzze strette, negozi di souvenir, chiesette come quella bizantina di San Pietro che appaiono quando meno te l’aspetti, e ancora ristorantini e bar affacciati sul mare. Una cornice splendida, bianca della pietra e azzurra del cielo e del mare. Sono i colori che si abbinano meglio.

La cattedrale di Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Capolavoro del romanico, è famosa nel mondo per lo splendido pavimento a mosaico che la riveste interamente, opera del monaco Pantaleone, nell’XI secolo.

Il mosaico è eccezionale, decisamente difficile da leggere in tutto il suo svolgersi. Purtroppo la presenza delle panche nella navata centrale non aiuta la comprensione. Del resto, però, non potrebbe essere diversamente, dato che la chiesa è tuttora usata per funzioni religiose.

Il mosaico nella navata centrale si sviluppa intorno al grande albero della vita, le cui radici stanno all’ingresso della chiesa e che sale su fin quasi al presbiterio. In cima si trovano quei gran signori di Adamo ed Eva, dai quali, per via del Peccato Originale, si va ridiscendendo verso la base dell’albero.

Tantissime figure e scenette animano questo pavimento. Sotto Adamo ed Eva abbiamo 12 cerchi corrispondenti ai 12 mesi illustrati attraverso il lavoro dell’uomo: eh sì, con il peccato originale e la cacciata dall’Eden, gli uomini hanno dovuto mettersi a lavorare. Dobbiamo ringraziare Adamo ed Eva, dunque, se dobbiamo stare in ufficio invece che passare la vita a viaggiare! 😂

cattedrale Otranto

Una porzione del pavimento mosaicato della Cattedrale di Otranto

Tra le varie figure compare in alto Re Artù e in basso Alessandro Magno: nessuno dei due ha a che fare con la fede cristiana, ma Alessandro Magno ha a che vedere con la cultura greca, di cui il monaco Pantaleone era portatore, mentre Re Artù è il protagonista del Ciclo Bretone, i cui racconti dovevano essere evidentemente ben noti fino in fondo allo Stivale. E poi abbiamo mostri e animali esotici, grifi ed elefanti, dromedari, leoni, linci con gli stivali e chi più ne ha più ne metta.

In fondo alla navata destra si apre la cappella dedicata agli 800 martiri che furono decapitati dagli Ottomani all’indomani della conquista turca di Otranto. Essi rifiutarono di convertirsi, pertanto finirono con la testa sulla pietra e furono passati dal boia. Nella cappella teschi, omeri, ossa del bacino e costole stanno ben sistemati nelle teche. Sotto l’altare si trova la pietra sulla quale le teste furono spiccate dal corpo.

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La Cappella degli 800 Martiri di Otranto

Scendendo le scale che si aprono nella navata destra si giunge nella cripta. Molto suggestiva, è una selva di colonnine ognuna con un capitello diverso, medievale, istoriato, romano di reimpiego, e conserva alcuni affreschi bizantini di particolare pregio. La cripta è un ambiente unico, silenzioso, meditativo. Da qui si esce su Otranto assolata, dal fianco della chiesa.

cattedrale di otranto

La cripta della cattedrale di Otranto con la sua selva di colonnine di reimpiego

La chiesa bizantina di San Pietro

Percorrendo la via principale del centro storico di Otranto, quella su cui si trovano tutti i negozi di souvenir, le botteghine e i localini per mangiare un boccone, si arriva sulla piazza dell’Orologio, dominata da una torretta sulla quale sta l’orologio che segna inesorabile il tempo che passa. Da qui si prende una piccola salita che conduce alla quasi nascosta piccola chiesa di San Pietro.

san pietro otranto

La chiesa bizantina di San Pietro a Otranto

Si tratta di una chiesa di impianto bizantino ed è piuttosto antica: risale infatti al IX-X secolo. Dall’esterno appare esattamente come le chiese greche: a pianta quadrata, con qualche nicchia sporgente e una cupolina centrale. L’interno è dipinto con scene della vita di Gesù. Non è aperta sempre, ma anche se la trovate chiusa, da fuori è molto suggestiva: per un attimo crederete di essere stati catapultati in Grecia. Una bellissima sensazione, perché Otranto in più punti sembra una cittadina delle isole greche.

Il Castello Aragonese

Grande architettura difensiva e militare, il Castello Aragonese domina il borgo marittimo e per lungo tempo ne ha costituito la difesa: già solo a vedere il fossato, i torrioni, l’imponente muratura ci si rende conto della struttura potente che era. Otranto era cinta da mura; l’assalto degli Ottomani nella II metà del Quattrocento, con la successiva riconquista, diede motivo di difendere ancora di più questo baluardo strategico lungo l’Adriatico.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Oggi il Castello è un polo museale: museo di se stesso, museo del territorio grazie all’allestimento, in alcune sale, di una mostra permanente dedicata alla frequentazione preistorica della Grotta dei Cervi di Porto Badisco; spazio espositivo per mostre e installazioni di arte contemporanea. Il Castello è un luogo vivo di storia, di storie e di contemporaneità.

Fuori Otranto: la cava di Bauxite

Dal bianco della cittadina di Otranto ci allontaniamo di pochi km e raggiungiamo le coloratissime cave di Bauxite. Qui il rosso/arancio della terra si incontra con il verde della vegetazione, l’azzurro del cielo e il colore cangiante dell’acqua del laghetto che si è formato.

cava bauxite otranto

Bada che colori! la cava di bauxite appena fuori Otranto

La storia è semplice: si scopre un giacimento di bauxite; si impianta la cava; si incontra la falda acquifera; l’acqua allaga ogni cosa; si abbandona la cava. Breve storia triste, verrebbe da dire. Invece si è creato un luogo surreale, ma eccezionale proprio dal punto di vista naturalistico. La natura ha vinto, per una volta.

E voi siete stati a Otranto? Cosa consigliereste di fare in questa città oltre a quello che vi ho detto qui? Raccontatelo nei commenti, oppure sulla pagina fb di Maraina in viaggio.

Castro, la perla del Salento

Arriviamo a Castro nel pomeriggio inoltrato di una calda giornata di inizio giugno. Non sappiamo cosa aspettarci, io personalmente non avevo proprio idea che di lì a poco avrei scoperto la “perla del Salento”.

Comincio dalla fine: Castro è davvero una perla; un gioiello, qualcosa di bello, prezioso e puro. La perla del Salento, appunto.

Cosa fare e cosa vedere a Castro

Castro

Non è adorabile questo scorcio di Castro?

Per arrivare a Castro, se ci fate caso, non ci sono semafori. La vita scorre lenta e tranquilla, la gente sta seduta con le sedie in strada, i bambini scorrazzano e giocano a pallone in piazza; si conoscono tutti e tutti rivolgono un sorriso ai forestieri. Nel giorno del Corpus Domini il borgo si ferma per il passaggio della processione.

Il primo impatto con Castro è una splendida terrazza vista mare. La costa albanese, che si intravvede, dista da qui appena 60 km: non vogliamo farla una nuotata fin là? Magari domani, intanto stasera godiamoci il borgo.

Il borgo di Castro non è particolarmente esteso. Ordinato, curato, tranquillo, regala alcuni angolini notevoli. In queste vie si incontra la gente del luogo, che prende il fresco nel tardo pomeriggio; si può pure osservare da vicino un’artigiana che lavora al tombolo, un’antica lavorazione con cui oggi produce gioielli artistici: le dita scorrono ad una velocità incredibile, acchiappano e intrecciano fili senza che si riesca a seguire il movimento. Stupendo.

La (doppia) chiesa della S.S. Annunziata

La chiesa dell’Annunziata è il primo luogo di interesse che incontriamo, anche se per raggiungerla passiamo accanto al castello, che domina l’intero borgo.

La chiesa sta sul lato di fondo di una piazza spaziosa, luogo di ritrovo e di chiacchiere, luogo vissuto dagli abitanti di Castro.

Castro

La piazza della chiesa di Castro

Dalla chiesa, che risale al XIV secolo – contemporanea all’incirca di Santa Caterina a Galatina – fa la sua comparsa, sul lato, ciò che resta della chiesa precedente: un curioso caso di sovrapposizione di luoghi di culto: della piccola chiesa bizantina, del IX secolo a.C., restano tracce di archi affrescati con volti di santi. C’è un che di magico in quest’apparizione.

Per il resto la chiesa non ha nulla dei grandi decori delle cattedrali di Gallipoli e Otranto, o della basilica di Galatina. Ha ha avuto molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli, dovuti anche alle invasioni dei Turchi, che qui sono giunti ben due volte.

L’attiguo spazio è stato adibito a museo della chiesa. Da qui si gode di una straordinaria vista sul mare antistante.

castro

Museo diocesano con vista

Gli scavi archeologici di Castro

Poco distante dalla chiesa, sul fianco dell’altura che dolcemente scende verso il mare, si trovano gli scavi archeologici che hanno interessato negli ultimi anni Castro e che hanno portato in luce quello che sembra, con tutta probabilità, un santuario di epoca greca, risalente al IV secolo a.C., sito nei pressi delle antiche mura messapiche.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

Gli archeologi hanno infatti individuato dei poderosi muri e delle aree in cui sicuramente erano stati compiuti dei sacrifici. In alcune fosse, poi, erano stati deposti anticamente degli oggetti di culto, tra cui la colossale statua di una dea, forse Atena, che oggi è esposta al castello. Il santuario, del quale sta emergendo il grande altare , fu devastato alla fine del III secolo, forse in concomitanza col passaggio di Annibale. In quest’area non si trovano tracce di età romana, eppure il luogo doveva essere noto: qui Virgilio nell’Eneide fa sbarcare Enea, chiamando la località Castrum Minervae.

L’area di scavo non è particolarmente grande e i resti monumentali continuano al di sotto della Castro attuale, ma ciò non diminuisce né l’interesse né il fascino per questo scavo vista mare. Perché da qui, davvero, la vista è eccezionale.

Il castello e il museo di Castro

Castro

La statua della dea Atena al Museo di Castro

Il grande castello che domina il borgo e il panorama circostante ospita al pianoterra il museo allestito per esporre i reperti emersi nel corso degli scavi che abbiamo appena visto. Non è così scontato che i materiali di uno scavo (peraltro ancora in corso) vengano musealizzati in così breve tempo. Vero è che i ritrovamenti sono davvero eccezionali e coprono un arco cronologico che va a ritroso nel tempo dal tardo medioevo fino al IV secolo a.C., epoca cui risale il santuario, le decorazioni architettoniche e la statua di Atena. Molti sono i reperti venuti in luce che raccontano lo scavo e attraverso di esso ricostruiscono il passato più antico di questo luogo.

Il castello è un monumento davvero poderoso; dalla sua terrazza lo sguardo spazia sul tratto di costa che scende fino a Santa Maria di Leuca, l’estremità del tacco dello Stivale. Dalla sua posizione preminente sul paesaggio vigila sul territorio a 360°: da un lato il mare e la costa albanese, dall’altro l’entroterra con le sue colline. Fermarsi qui è davvero un sogno. Se poi il sogno si alimenta con un aperitivo a base di taralli e vino rosso, ancora meglio.

Castro

Sulla terrazza del Castello di Castro

Questa è Castro, davvero una sorpresa per me che non la conoscevo. L’ho scoperta però grazie all’Educational tour #festivalinutile cui ho partecipato all’inizio di giugno, realizzato in collaborazione con Coolclub.it, #WeareinPuglia e SwapMuseum. Un grazie particolare, per la splendida accoglienza va al comune di Castro, agli assessori che ci hanno accolto, ad Alessandra Nastrini che ha gestito egregiamente la nostra presenza e a Emanuele Ciullo, la nostra guida attraverso la storia e l’archeologia di questo straordinario borgo.

5 mete culturali del Salento che ricorderai per tutta la vita

Sono diventata una grandissima fan del Salento: terra meravigliosa di sole, di spiagge, di tradizioni gastronomiche peculiari. Ma soprattutto è una terra di borghi e cittadine dalle grandi tradizioni storiche e culturali.

5 mete culturali del Salento

Scopriamo insieme 5 mete culturali del Salento. Alcune di esse sono note mete turistiche, ma qui ne voglio parlare dal punto di vista del turismo culturale.

1. Corigliano d’Otranto

Nel cuore della Grecìa salentina, una ristretta area territoriale in cui si parla il grico, un dialetto greco che tradisce le origini greche delle genti di qui, si trova un bellissimo borgo dalle strade e dalle case bianche che si dispongono su viuzze strette, che si aprono ora sul piccolo spiazzo antistante la chiesa, ora sulla più grande piazza dell’orologio, ora affacciano sull’imponente castello. Di Corigliano bisogna osservare i dettagli. Noto in Salento come il Paese Filosofico (in questo post vi racconto il perché), è la meta ideale per chi ama perdersi ad osservare le pieghe dei muri e i portali iscritti.

corigliano d'otranto

Il castello di Corigliano d’Otranto

Soprattutto, al castello di Corigliano si svolge in giugno il Festival dell’Inutile: una manifestazione che per alcune serate intrattiene il Paese con conversazioni sulla poesia, sulla filosofia, sul diritto, sulla cultura nel senso più ampio del termine. Inutile è infatti, nelle intenzioni dell’organizzazione, tutto ciò che non produce profitto, ovvero, in senso un po’ provocatorio, il sapere culturale. Il festival è un elogio dei saperi inutili, dunque. Titolo migliore e più efficace (altro che inutile) non poteva essere scelto.

Per saperne di più: il blog del Festival dell’Inutile con tutto il programma del 2018 

2. Galatina

Cittadina dove sacro e profano si incrociano e si compenetrano, Galatina è nota per aver dato i natali al pasticciotto: la pasticceria Ascalone, sul corso principale, dalla metà del Settecento produce questo dolciume che è diventato il dolce tipico dell’intero Salento. Ma Galatina è molto di più. Ha una storia religiosa decisamente intensa che narra le storie di due santi: San Paolo e Santa Caterina.

Galatina

Sul corso principale di Galatina

La leggenda di San Paolo narra che il santo sbarcò sulle coste del Salento durante le sue peregrinazioni e a Galatina diede a tre sorelle l’antidoto per guarire dal morso del ragno: una giustificazione in chiave cristiana della Taranta, la “malattia” femminile dalla quale le donne guarivano solo dopo aver ballato forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica. A Galatina si trova la cappella di San Paolo, presso la quale le tarantate venivano a pregare e in cui si trova un curioso avviso che ingiunge di non ballare né fare atti osceni nei pressi; dietro la cappella si trova la fontana sacra, nella quale si dice che la terza delle tre sorelle che aveva incontrato San Paolo sputò per dare l’antidoto all’acqua e con essa curare le tarantate.

santa caterina galatina

Il soffitto affrescato della chiesa di Santa Caterina a Galatina, trionfo del gotico internazionale in Salento

A Santa Caterina d’Alessandria è invece dedicata la splendida basilica trecentesca all’ingresso del borgo. Affrescata da pittori del Centro Italia, tra cui un Franciscus di Arezzo, l’unico ad aver lasciato la sua firma, è un trionfo del Gotico Internazionale. Sul soffitto a volta, nelle campate della navata centrale, nella controfacciata e nell’abside non un buco rimane libero, ma tutto è occupato da storie della Bibbia, di Gesù, dell’Apocalisse e di Santa Caterina. Ogni volta che si torna a visitare questa chiesa, si resta incantati dalla quantità di dettagli che le pitture ci rivelano, vera Bibbia a fumetti per chi non sapeva leggere, ma doveva ugualmente conoscere le Scritture e imparare da esse una retta condotta di vita.

Tra le storie a contorno di questa chiesa sta la vicenda della reliquia di Santa Caterina, un dito che, narra la leggenda, Raimondello del Balzo Orsini, il Signore del luogo, avrebbe strappato dalla salma della Santa sul Sinai, dove sarebbe deposta. Tra l’altro, si dice che Santa Caterina altri non sia che la trasposizione in chiave cristiana di Ipazia, la filosofa pagana che fu perseguitata e uccisa dai Cristiani nel IV secolo d.C. per le sue idee che andavano contro la nascente – e arrogante – nuova religione.

Per saperne di più: Una passeggiata a Galatina, la capitale del Tarantismo

3. Gallipoli

Gallipoli è senza dubbio la città più nota, turisticamente parlando: amena località di mare, d’estate diventa sinonimo di “vacanze in Salento”: c’è il mare, ci sono i localini, i ristorantini, è adatta sia al turismo giovanile che a quello per famiglie; è un po’ la Taormina di Puglia, ecco.

Gallipoli

Panorama del porticciolo di Gallipoli dall’alto del castello

Ma Gallipoli è anche molto di più. Innanzitutto è un’ex-isoletta sulla quale sorgeva un castello che aveva funzioni di difesa e controllo del mare.

castello di Gallipoli

Gallipoli esportava olio lampante in tutta Europa: questa storia è raccontata nell’allestimento del castello

Il Castello di Gallipoli ebbe lunga e gloriosa vita; immortalato dai disegni di Jakob Philip Hackert, paesaggista grande amico di Goethe, fu per lungo tempo il luogo più importante di Gallipoli, la quale esportava olio lampante, ovvero per le lampade, in tutta Europa, fino in Norvegia. Con l’unità d’Italia, e con l’avvento dell’elettricità, il castello perse la sua funzione e l’olio perse il suo mercato. A proposito di mercati, un grande mercato coperto fu costruito a fine ‘800 proprio davanti al castello obliterandone la vista, e il castello divenne sede doganale di sali e tabacchi. Il deposito di sale è ancora evidente nelle tracce lasciate sulla pavimentazione in pietra di alcune stanze.

L’edificio fu affidato alla Guardia di Finanza, e ad essa rimase fino a qualche decennio fa. Poi rimase abbandonato a se stesso. Solo in anni recenti è stato fatto oggetto di recupero, di restauro e di valorizzazione. Oggi è aperto al pubblico, che qui può visitare il monumento e partecipare, è il caso di dire, alle installazioni della mostra #Selfati allestita nei suoi spazi.

#Selfati fa riflettere sul tema dell’autoritratto e dell’autorappresentazione come bisogno primario dell’uomo da sempre, non solo come desiderio vanesio di emergere. #Selfati viene messa in relazione con la Venere degli Stracci di Mimmo Paladino, posta al centro della grande Sala Ennagonale del Castello, e con un approfondimento sui “SelfieadArte” dell’art influencer Clelia Patella.

venere degli stracci gallipoli

La Venere degli Stracci nella Sala Ennagonale del Castello di Gallipoli, al centro della selezione di #selfieadArte di Clelia Patella

4. Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Dominata dal Castello Aragonese, Otranto è la bianca città che sorge sull’Adriatico nel punto in cui esso si stringe di più, avvicinando la Puglia all’Albania. Posizione strategica, quella di Otranto, che per questo faceva gola a molti, in particolare ai Turchi. Questi conquistarono la città infatti, dopo averla posta sotto assedio, affamata, e dopo aver decapitato 800 uomini di Otranto che avevano rifiutato di convertirsi.

La storia dei martiri è raccontata nell’abside della navata laterale della Cattedrale di Otranto: una grande teca piena di teschi, ossa lunghe e ossa del bacino tutte sapientemente ordinate, con certosina e macabra maestria, per eternare la memoria di costoro. Per saperne di più ti invito a leggere Come l’Italia celebra i morti: 3 ossuari del Sud Italia.

Ma non è certo per l’ossuario che la cattedrale di Otranto è nota ed è considerata un capolavoro dell’arte medievale: la vera meraviglia, infatti, è il suo pavimento a mosaico.

Il grandissimo mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto è un capolavoro controverso. Innanzitutto è di difficile interpretazione tutto l’apparato figurativo, che vede nella navata centrale la rappresentazione dell’albero della vita in cima al quale stanno Adamo ed Eva cacciati dal Giardino dell’Eden. Da qui discendono tutti i peccati dell’uomo, ma anche le storie della Bibbia, così troviamo nella navata  Caino e Abele, Noè e il Diluvio Universale e la Torre di Babele. Poi, a sorpresa, un personaggio che con la Bibbia non c’entra nulla: Alessandro Magno quasi all’ingresso della Chiesa, mentre nel presbiterio si trova Re Artù. Nel mezzo animali reali e fantastici, elefanti, draghi e grifoni, leoni e bestie varie.

mosaico cattedrale otranto

La scena di Caino e Abele nel mosaico della Cattedrale di Otranto

Nella navata centrale trovano ancora posto i 12 tondi corrispondenti ai mesi dell’anno, rappresentati attraverso i mestieri: la correlazione con il Peccato originale è evidente: dopo la cacciata dall’Eden l’uomo ha dovuto iniziare a lavorare per poter sopravvivere.

L’autore di questo immenso mosaico, il monaco Pantaleone, era basiliano, ovvero osservava il cattolicesimo di rito greco. Doveva avere una cultura sterminata, se nel suo mosaico inserisce tanti riferimenti non solo biblici, ma anche ellenistici e addirittura attinge al Ciclo Bretone e ai poemi cavallereschi. La presenza nella navata centrale delle panche non consente di apprezzare l’intero mosaico in tutti i suoi dettagli, ahimè. Anche perché ci si potrebbero passare le ore ad osservare ogni dettaglio del pavimento.

cattedrale Otranto

Un dettaglio del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto

Tornando al Castello Aragonese, è un monumento aperto al pubblico come spazio espositivo sia per mostre temporanee che permanenti. Tra gli allestimenti permanenti quello dedicato alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, sito archeologico preistorico non aperto al pubblico, ma ad esso restituito proprio grazie alle sale ad esso dedicate all’interno del Castello.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Per saperne di più: La grotta dei Cervi di Porto Badisco

5. Castro

Chiudiamo in bellezza con una piccola perla preziosa del Salento: Castro. Questo piccolo borgo è posto su un’altura in posizione lievemente arretrata rispetto alla costa, ma strategica per il controllo del territorio: lo sguardo panoramico spazia dalla punta del tacco dello Stivale (Santa Maria di Leuca) alle coste albanesi che si trovano di fronte, a 60 km circa, ben visibili nelle giornate terse.

castro Panorama

Il panorama dal castello di Castro: si riesce a vedere sino in fondo al tacco dello Stivale

Castro è nota dalle fonti come Castrum Minervae. Narra Virgilio che su queste coste sbarcò Enea, il che dona a questo borgo già una certa aura di antichità. Antichità che è stata appurata dagli scavi in corso appena fuori dal borgo, nei pressi della chiesa e che hanno messo in luce quello che sembra essere, con tutta probabilità, un santuario di età greca: sono infatti stati trovati, oltre alle grosse fondazioni di un complesso davvero notevole, anche alcune fosse che contenevano oggetti deposti ritualmente. Tra questi la statua colossale, ma frammentaria, di una dea che è stata interpretata come Atena. Il santuario sarebbe quindi dedicato ad Atena, e il ricordo di questa dedica proseguirebbe poi nel toponimo romano del luogo.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

La storia di questo luogo è raccontata dai reperti rinvenuti nel corso dello scavo ed esposti nel castello di Castro, adibito a museo della città. Qui si percorre a ritroso, dal medioevo all’età greca, la storia di quella piccola ma interessantissima area di scavo che è rivolta al mare: una posizione davvero invidiabile, anche per gli archeologi che vi lavorano.

Castro

Dettagli di Castro (LE), la piccola perla del Salento

Castro conserva intatta l’aria di paese: in piazza i bambini giocano e si rincorrono e le persone stanno sedute in strada; nella viuzza laterale un’artigiana con sapiente maestria intreccia fili al tombolo. La chiesa dell’Annunziata rivela, nella sua fiancata, quasi come una ferita aperta ma mostrata con orgoglio, la chiesa precedente, sulla quale essa si imposta e che aveva obliterato, prima che negli anni ’60 la riportassero alla vista. Di quella primitiva chiesina si conservano gli affreschi di età medievale che mantengono i loro colori vivaci e la loro vitalità.

Ed è tutto il borgo che conserva intatta la sua vitalità. Assolutamente importante che si mantenga così com’è, una piccola perla, un borgo che non ha bisogno di semafori, un luogo che non deve snaturarsi mai.

Una passeggiata a Galatina, la capitale del “tarantismo”

In Puglia di questi tempi si svolge la Notte della Taranta, una serie di serate, di concerti che culmineranno nella serata finale del 26 agosto a Melpignano. Si tratta di una manifestazione musicale molto seguita e intensa, durante la quale accanto a gruppi locali che continuano a portare avanti la tradizione della pizzica, si esibiscono ospiti noti al grande pubblico e internazionali. Negli anni la Notte della Taranta è diventata un appuntamento da non perdere nelle serate salentine.

Ma se molti conoscono la Notte della Taranta, pochi sanno da dove essa ha origine. Tutto nasce a Galatina, cittadina del Salento, ai margini della Grecìa. Andiamo a fare un giro da quelle parti.

il centro storico di Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria è il monumento più rappresentativo della cittadina, e soprattutto della sua storia. Essa deve il suo aspetto attuale alla presenza dei monaci francescani inquisitori qui, voluti da Raimondello Orsini del Balzo, il signore del luogo. L’interno della chiesa è una meraviglia del Gotico Internazionale che ricorda, per certi versi, la basilica superiore di Assisi (non per nulla è una chiesa francescana), attraverso la cui lettura si capiscono tante cose della storia sia di Galatina che dell’arrivo dell’affermarsi del Credo cattolico di rito romano qui. Sì, perché prima dell’arrivo dei Francescani, nel XV secolo, nel Salento si celebravano le funzioni religiose secondo il rito greco bizantino (che non è ortodosso, attenzione!). Questo rito però era osteggiato da Roma in quanto non era esattamente quello dettato dal papa (ma nel rito greco bizantino l’autorità del papa non è messa in discussione!). Alcuni centri, tra cui Galatina, accolsero quasi subito il rito cattolico, altri invece, come la vicina Soleto, rimasta nella Grecìa salentina, resistettero molto più a lungo. Insomma, sottilissime questioni teologiche sono la chiave di lettura degli affreschi di questa chiesa.

Alcuni affreschi della basilica di Santa Caterina a Galatina. Credits: http://www.basilicaorsiniana.it/

Sono accesissimi racconti per immagini: innanzitutto troviamo le storie dell’Apocalisse, tanto per far capire subito ai fedeli come andranno le cose una volta che arriveremo alla fine del mondo. Immagini allegoriche, terribili, create apposta per restare impresse negli occhi e negli animi dei fedeli di Galatina. Colori vividi che un recente restauro ha enfatizzato. Mostri come la bestia a sette teste, erano destinati a popolare gli incubi dei più sensibili, sicuramente; la raffigurazione del terremoto era un altro orrore da temere, simbolo della fine del mondo.

Si procede poi con le storie della Bibbia, da Adamo ed Eva (il serpente ha, ovviamente, testa di donna, e il Giardino dell’Eden è chiuso da mura, mentre l’albero del frutto proibito dispensa datteri e non il consueto “pomo”) alla Torre di Babele, che è l’occasione per mostrare il mestiere dei costruttori del tempo. Vi sono poi le storie di Cristo, tra le quali la tentazione nel deserto, in cui Satana tentatore è raffigurato con piedi d’uccello e abito da frate domenicano,  e nella navata laterale le Storie della Vergine con la rappresentazione di storie apocrife della vita della vergine, tra cui i funerali di Maria.

palazzi storici a Galatina

La chiesa è dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, alla quale è dedicata la campata dell’abside e della quale è custodita una reliquia, per l’esattezza un dito che pare essere stato strappato a morsi da Raimondello del Balzo Orsini in persona dalla sua salma custodita nel monastero di Santa Caterina sul Sinai: certo un metodo inconsueto di procurarsi una reliquia, ma evidentemente in certi casi il fine giustifica i mezzi.

La cittadina si presenta con i suoi bei palazzi signorili in pietra bianca leccese. È un bel borgo, piacevole, con strade ampie e fiori alle finestre. Il pasticciotto, dolce tipico salentino, pare essere stato inventato qui, nel 1740, nella pasticceria Ascalone.

La cappella di san Paolo e il Tarantismo

Ma l’edificio più singolare, non tanto per l’architettura in sé, quanto per la storia che custodisce, è la piccolissima cappella di San Paolo.

Narra la leggenda che San Paolo, sbarcato in Salento e giunto a Galatina, qui sia stato ospitato da 3 sorelle alle quali in cambio dell’ospitalità egli donò il potere di guarire dal morso degli animali velenosi. Ormai anziana, l’ultima delle 3 sorelle per non disperdere questo potere sputa nell’acqua di un pozzo. A questo pozzo verranno per secoli le fanciulle tarantate a bere l’acqua dopo aver compiuto il rituale di purificazione nella adiacente cappella di San Paolo.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

Un cartello all’ingresso di questa minuscola cappella fa capire il tenore delle celebrazioni che vi si svolgevano: “è assolutamente vietato danzare in questa chiesa e/o arrampicarsi sull’altare“. Perché, potrebbe succedere? Oggi no, ormai non più, ma fino a poche generazioni fa poteva essere probabile

Il Tarantismo

Il pozzo di San Paolo dietro la Cappella di San Paolo a Galatina

Nei secoli passati nelle campagne della Grecìa salentina, e in particolare a Galatina, le fanciulle che andavano nei campi venivano morse dalla tarantola. Per espellere il veleno del ragno, che le faceva cadere dapprima in uno stato di torpore e di indolenza, dovevano ballare, ballare e ballare fino allo sfinimento, in modo da sudare e in questo modo sperare di guarire. Un’orchestrina si riuniva e la fanciulla al suono costante e incalzante ballava e ballava, entrando in uno stato di trance finché non crollava, sfinita. Il rituale, che è un rituale di possessione, perché la ragazza è “posseduta” dal ragno, è noto, scritto, fin da documenti del XIV secolo. In occasione del 29 giugno, festa di San Paolo, le tarantate si recavano alla cappella di San Paolo a Galatina e chiedevano la grazia della guarigione ballando nuovamente (ecco il perché del cartello).

Questo rituale è andato avanti fino agli anni ’60/70 del Novecento. Appena pochi anni prima che scomparisse, un antropologo, Ernesto De Martino, venne appositamente in Salento a studiare il fenomeno del tarantismo. È evidente che nessuna ragazza sia mai stata morsa effettivamente da un ragno, ma essa andava comunque davvero in trance e ballava e credeva fermamente in quello che faceva, perché vi era stata indotta dal suo contesto culturale di riferimento.

Oggi che sono mutati i riferimenti culturali, più nessuna ragazza soffre di tarantismo e la Notte della Taranta è diventata una lunga festa che coinvolge varie località del Salento e richiama un vasto pubblico da tutta Italia oltre che artisti di richiamo sia locale che nazionale. Una festa ampiamente sentita e con un’ampia risonanza in tutto lo Stivale. E credo che sia sempre bello scoprire da cosa hanno origine le feste attuali, no?

(Questo post nasce a seguito della splendida visita guidata a Galatina cui ho partecipato durante il blogtour #santilumi17. Gli altri articoli li trovate qui)