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Una passeggiata a Galatina, la capitale del “tarantismo”

In Puglia di questi tempi si svolge la Notte della Taranta, una serie di serate, di concerti che culmineranno nella serata finale del 26 agosto a Melpignano. Si tratta di una manifestazione musicale molto seguita e intensa, durante la quale accanto a gruppi locali che continuano a portare avanti la tradizione della pizzica, si esibiscono ospiti noti al grande pubblico e internazionali. Negli anni la Notte della Taranta è diventata un appuntamento da non perdere nelle serate salentine.

Ma se molti conoscono la Notte della Taranta, pochi sanno da dove essa ha origine. Tutto nasce a Galatina, cittadina del Salento, ai margini della Grecìa. Andiamo a fare un giro da quelle parti.

il centro storico di Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria è il monumento più rappresentativo della cittadina, e soprattutto della sua storia. Essa deve il suo aspetto attuale alla presenza dei monaci francescani inquisitori qui, voluti da Raimondello Orsini del Balzo, il signore del luogo. L’interno della chiesa è una meraviglia del Gotico Internazionale che ricorda, per certi versi, la basilica superiore di Assisi (non per nulla è una chiesa francescana), attraverso la cui lettura si capiscono tante cose della storia sia di Galatina che dell’arrivo dell’affermarsi del Credo cattolico di rito romano qui. Sì, perché prima dell’arrivo dei Francescani, nel XV secolo, nel Salento si celebravano le funzioni religiose secondo il rito greco bizantino (che non è ortodosso, attenzione!). Questo rito però era osteggiato da Roma in quanto non era esattamente quello dettato dal papa (ma nel rito greco bizantino l’autorità del papa non è messa in discussione!). Alcuni centri, tra cui Galatina, accolsero quasi subito il rito cattolico, altri invece, come la vicina Soleto, rimasta nella Grecìa salentina, resistettero molto più a lungo. Insomma, sottilissime questioni teologiche sono la chiave di lettura degli affreschi di questa chiesa.

Alcuni affreschi della basilica di Santa Caterina a Galatina. Credits: http://www.basilicaorsiniana.it/

Sono accesissimi racconti per immagini: innanzitutto troviamo le storie dell’Apocalisse, tanto per far capire subito ai fedeli come andranno le cose una volta che arriveremo alla fine del mondo. Immagini allegoriche, terribili, create apposta per restare impresse negli occhi e negli animi dei fedeli di Galatina. Colori vividi che un recente restauro ha enfatizzato. Mostri come la bestia a sette teste, erano destinati a popolare gli incubi dei più sensibili, sicuramente; la raffigurazione del terremoto era un altro orrore da temere, simbolo della fine del mondo.

Si procede poi con le storie della Bibbia, da Adamo ed Eva (il serpente ha, ovviamente, testa di donna, e il Giardino dell’Eden è chiuso da mura, mentre l’albero del frutto proibito dispensa datteri e non il consueto “pomo”) alla Torre di Babele, che è l’occasione per mostrare il mestiere dei costruttori del tempo. Vi sono poi le storie di Cristo, tra le quali la tentazione nel deserto, in cui Satana tentatore è raffigurato con piedi d’uccello e abito da frate domenicano,  e nella navata laterale le Storie della Vergine con la rappresentazione di storie apocrife della vita della vergine, tra cui i funerali di Maria.

palazzi storici a Galatina

La chiesa è dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, alla quale è dedicata la campata dell’abside e della quale è custodita una reliquia, per l’esattezza un dito che pare essere stato strappato a morsi da Raimondello del Balzo Orsini in persona dalla sua salma custodita nel monastero di Santa Caterina sul Sinai: certo un metodo inconsueto di procurarsi una reliquia, ma evidentemente in certi casi il fine giustifica i mezzi.

La cittadina si presenta con i suoi bei palazzi signorili in pietra bianca leccese. È un bel borgo, piacevole, con strade ampie e fiori alle finestre. Il pasticciotto, dolce tipico salentino, pare essere stato inventato qui, nel 1740, nella pasticceria Ascalone.

La cappella di san Paolo e il Tarantismo

Ma l’edificio più singolare, non tanto per l’architettura in sé, quanto per la storia che custodisce, è la piccolissima cappella di San Paolo.

Narra la leggenda che San Paolo, sbarcato in Salento e giunto a Galatina, qui sia stato ospitato da 3 sorelle alle quali in cambio dell’ospitalità egli donò il potere di guarire dal morso degli animali velenosi. Ormai anziana, l’ultima delle 3 sorelle per non disperdere questo potere sputa nell’acqua di un pozzo. A questo pozzo verranno per secoli le fanciulle tarantate a bere l’acqua dopo aver compiuto il rituale di purificazione nella adiacente cappella di San Paolo.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

Un cartello all’ingresso di questa minuscola cappella fa capire il tenore delle celebrazioni che vi si svolgevano: “è assolutamente vietato danzare in questa chiesa e/o arrampicarsi sull’altare“. Perché, potrebbe succedere? Oggi no, ormai non più, ma fino a poche generazioni fa poteva essere probabile

Il Tarantismo

Il pozzo di San Paolo dietro la Cappella di San Paolo a Galatina

Nei secoli passati nelle campagne della Grecìa salentina, e in particolare a Galatina, le fanciulle che andavano nei campi venivano morse dalla tarantola. Per espellere il veleno del ragno, che le faceva cadere dapprima in uno stato di torpore e di indolenza, dovevano ballare, ballare e ballare fino allo sfinimento, in modo da sudare e in questo modo sperare di guarire. Un’orchestrina si riuniva e la fanciulla al suono costante e incalzante ballava e ballava, entrando in uno stato di trance finché non crollava, sfinita. Il rituale, che è un rituale di possessione, perché la ragazza è “posseduta” dal ragno, è noto, scritto, fin da documenti del XIV secolo. In occasione del 29 giugno, festa di San Paolo, le tarantate si recavano alla cappella di San Paolo a Galatina e chiedevano la grazia della guarigione ballando nuovamente (ecco il perché del cartello).

Questo rituale è andato avanti fino agli anni ’60/70 del Novecento. Appena pochi anni prima che scomparisse, un antropologo, Ernesto De Martino, venne appositamente in Salento a studiare il fenomeno del tarantismo. È evidente che nessuna ragazza sia mai stata morsa effettivamente da un ragno, ma essa andava comunque davvero in trance e ballava e credeva fermamente in quello che faceva, perché vi era stata indotta dal suo contesto culturale di riferimento.

Oggi che sono mutati i riferimenti culturali, più nessuna ragazza soffre di tarantismo e la Notte della Taranta è diventata una lunga festa che coinvolge varie località del Salento e richiama un vasto pubblico da tutta Italia oltre che artisti di richiamo sia locale che nazionale. Una festa ampiamente sentita e con un’ampia risonanza in tutto lo Stivale. E credo che sia sempre bello scoprire da cosa hanno origine le feste attuali, no?

(Questo post nasce a seguito della splendida visita guidata a Galatina cui ho partecipato durante il blogtour #santilumi17. Gli altri articoli li trovate qui)

Cogito ergo… vado a Corigliano d’Otranto, il “Paese Filosofico”

Ricordo ancora il mio primo impatto con lo studio della filosofia al Liceo: mi sembrava una materia troppo lontana, poco concreta e difficilmente comprensibile. Ben presto mi accorsi invece che la filosofia è l’opposto: è la storia del pensiero umano e come tale riguarda ogni aspetto delle nostre vite e delle nostre società, attuali e del passato. La filosofia è molto più concreta di quanto non sembri.

A Corigliano d’Otranto questo lo sanno da anni, anzi da secoli!

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

Fuori dal borgo si stende il primo giardino filosofico d’Italia, il Giardino di Sophia. In esso, che è un giardino pubblico dove si può passeggiare, portare a spasso il cane, prendere il fresco, sono disposte delle colonnine che riportano, scritti su dei mezzi vasi, le capase, pensieri di importanti filosofi di tutti i tempi: riguardano l’amore, l’amicizia, la morte, la vita. Sono frasi scritte e pronunciate secoli e anche millenni fa (si pensi a Socrate o Platone) eppure sempre molto attuali. Un’app studiata appositamente permette di approfondire il pensiero dei filosofi; alcuni esercizi commerciali di Corigliano hanno studiato dei prodotti speciali collegati al Giardino di Sophia: il migliore, a mio parere, è la cicuta del Bar Castello: tranquilli, è un ottimo liquore alle foglie d’olivo, non è un veleno.

Ma la filosofia a Corigliano non si limita al Giardino di Sophia. Da sempre i suoi abitanti hanno una spiccata propensione al filosofeggiare, al pensiero morale e all’educazione civile. Sarà che siamo nella Grecìa Salentina, un’area del Salento dove si è mantenuta fino ad oggi una cultura di matrice greca, che deriva ancora dall’occupazione bizantina: qui la gente si saluta a suon di kalimera e kalispera (buongiorno e buonasera), parla un dialetto, il Grico, che ricorda tantissimo la lingua greca e soprattutto è fiera e orgogliosa di questa particolarità, che rende queste terre uniche nel loro genere. Sarà per questo che qui a Corigliano amano la filosofia, la cui culla fu appunto la Grecia antica.

Le porte di Corigliano, le finestre, gli archi di accesso alle corti interne, dal XVI secolo in avanti si popolano, sulle proprie architravi, di iscrizioni in latino, in greco, in italiano, che invitano chi legge a riflettere sui temi della convivenza civile e dell’unità familiare, sull’inutilità dell’invidia; vengono chiamate “pietre filosofe” e tra dotte citazioni ed evocazioni suggestive, ci sorprendono e dimostrano l’alto livello culturale dei committenti e dei proprietari. L’anima di Corigliano d’Otranto si rivela in queste iscrizioni, che costituiscono la peculiarità di questo borgo, cuore della Grecìa.

La torre dell’orologio di Corigliano d’Otranto

Sotto la torre dell’orologio l’iscrizione ci parla del senso del tempo; l’iscrizione sulla porta della città è un monito contro l’invidia. “Noli me tangere” recita una breve iscrizione su un arco. L’insegna di un panificio è un’iscrizione in latino che racconta in modo aulico come dalle spighe di grano (“i frutti trebbiati di Cerere” li definisce) si ottenga la farina. C’è anche l’avvertimento che un marito geloso (o un padre protettivo?) fa mettere sulla finestra di Paolina, alla quale nessuno si dovrà avvicinare, o verrà divorato da un avvoltoio. Alcune iscrizioni sono veri e propri proverbi: “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te“, per esempio; altre sono frasi benauguranti: “che questa casa resti in piedi finché la formica non avrà bevuto tutto il mare e la tartaruga non avrà compiuto l’intero giro del mondo“.*

Il monumento iscritto più bello tra questi esempi “privati” è l’Arco Lucchetti, del XVI secolo. Non si tratta semplicemente di un’iscrizione, anzi, forse il testo scritto è l’aspetto meno interessante: su quest’arco sono rappresentate scene simboliche complicate da distinguere, ma che riconducono al tema dell’unione familiare. Sul lato sinistro due figure, marito e moglie, sorreggono una stella a 8 punte, simbolo della buona sorte, mentre accanto ad essi un cane con un anello in bocca simboleggia la fedeltà coniugale. La stella a 8 punti contiene alcuni rilievi da riferirsi a favole di Fedro o Esopo e ai relativi insegnamenti morali, che altro non sono se non consigli per condurre una vita nella giustizia e nella rettitudine. Segue la rappresentazione di San Giorgio e il drago tenuto al guinzaglio dalla principessa. Sull’altro lato dell’arco, due grandi uccelli bevono da uno stesso recipiente d’acqua, e una gallina tiene in bocca un anello: nuovamente il richiamo è all’unione coniugale e alla vita insieme. Un messaggio beneaugurante ai proprietari della casa.

I rilievi sull’Arco Lucchetti di Corigliano d’Otranto

Infine, il castello, con le sue sculture di personaggi illustri, è a sua volta un monumento parlante: le statue poste sulla sua facciata riportano le virtù dei personaggi cui riferiscono. Ognuno dei quattro torrioni del castello, poi, è affidato a un santo, scolpito a bassorilievo, a indicare le virtù del buongoverno.

Il castello di Corigliano d’Otranto

 

Questo post fa seguito all’Educational Tour #santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina di cui ho scritto negli scorsi post.

* le traduzioni sono di Orlando D’Urso, che ci ha fatto da guida a Corigliano d’Otranto e che ha studiato le pietre filosofe della cittadina. 

10 cose da sapere sul Salento (che ho scoperto in un educational tour)

Lu sule, lu mare, lu ientuil Salento è noto per essere innanzitutto il bel mare della Puglia. Ed è vero: la fama di Gallipoli e Porto Cesareo supera di gran lunga i nostri confini. Il suo capoluogo, Lecce, è definita la Firenze del Sud per la bellezza dei suoi monumenti e del barocco leccese, e per il suo centro storico così ben tenuto. Negli ultimi anni, poi, grande successo sta avendo la Notte della Taranta e in generale la pizzica, la musica popolare salentina. Il Salento, ultimamente, gode di una grandissima notorietà, ma siamo sicuri che sia solo mare, ulivi, barocco leccese e pizzica?

In questo post vi racconto 10 aspetti del Salento assolutamente da sapere, che ho scoperto poco tempo fa nel corso di un educational tour in questa bella terra. Riguardano la cultura, le tradizioni locali, la storia; sono 10 aspetti che fanno sì che il Salento si distingua dal resto della Puglia e dal resto d’Italia.

1) La Grecìa salentina e il grico

La chiesetta di S. Stefano a Soleto, dove si fonde la tradizione greco-bizantina con quella latina. Soleto è parte della Grecìa salentina

Kalimera!“, “Kalispera!“: può capitare di passeggiare per Corigliano d’Otranto o per Soleto e sentire gli abitanti salutarsi in questo modo. Ohibò! Ma siamo in Grecia? Non esattamente: spostiamo l’accento e siamo in Grecìa, nella Grecìa salentina, una piccola area del Salento nella quale si parla il grico, un dialetto molto vicino alla lingua greca, perché storicamente è rimasta legata ad un lontano passato durante il quale la Puglia fece parte dell’Impero Romano d’Oriente. Nei secoli tra il VI e l’XI d.C., infatti, la Puglia fu sottomessa all’imperatore bizantino sia per quanto riguarda gli aspetti linguistici e culturali che per quanto riguarda la religione cristiana. Nonostante la conquista normanna della regione, qui fu mantenuta la lingua greca e il rito greco bizantino nella religione cristiana: pur riconoscendo l’autorità del papa, esso si discostava però dal rito cattolico romano per alcune peculiarità. Proprio questa differenza fu fortemente osteggiata nel corso dei secoli e fu principalmente colpa del papato se il territorio della Grecìa si ridusse drasticamente (oggi conta solo 9 comuni, tra cui l’orgogliosissima Soleto) e si perse alla fine l’usanza del rito greco bizantino (che è cosa diversa dal rito ortodosso!). Comunque sia, oggi, dopo 1500 anni ancora rimane il ricordo del passato greco della regione e nella grecìa ne vanno proprio fieri.

2) La pietra leccese

Colonna del portale della chiesa madre di Corigliano d’Otranto

La pietra bianco-giallastra del Salento vi colpirà per la sua luce e per le sculture a rilievo che la animano.

Non mi riferisco a quelle fatte dall’uomo, ma a quelle create dalla consunzione stessa della pietra! Sembrano colonne di corallo, più che di pietra, perché si creano sulla superficie tanti ghirigori del tutto naturali. Certo, poi gli scalpellini salentini ci aggiungono del loro: e così abbiamo gli esiti straordinari del barocco leccese, come le favolose decorazioni del duomo di Lecce, con la pietra scavata come fosse un ricamo, resa perciò leggerissima, in grado di dar vita a giochi di chiaroscuro davvero notevoli o a quelle teste così bizzarre e mostruose che adornano i mensoloni di sostegno dei balconi. Se abbandoniamo il capoluogo salentino e ci spostiamo nei borghi più piccoli, la questione non cambia: che siano i portali delle chiese, come quello, splendido, della chiesa madre di Corigliano d’Otranto, o che si tratti dei portali delle case private, la morbidezza di questa pietra ha consentito agli artigiani di realizzare dei capolavori di eleganza e di fantasia che lasciano a bocca aperta. La pietra leccese, infine, è luminosa, cattura i raggi del sole e li irradia all’intorno. E tutto diventa luce.

3) Il tarantismo

Accennavo alla Notte della Taranta: è una manifestazione che si svolge d’estate, a luglio, e che anno dopo anno attira sempre più giovani da tutta Italia, attirati dai concerti organizzati in ciascuna delle tappe, da Corigliano d’Otranto a Melpignano, e che vede nel ballo della Taranta, o della pizzica, il suo momento più importante; una danza ossessiva, fatta di passi semplici, ma antichi e faticosi. Ciò che non tutti sanno è da dove deriva la Notte della Taranta e perché è tanto radicata qui nel Salento.

Il tarantismo in realtà è tutto fuorché una festa: in passato era un rituale di guarigione delle giovani donne che venivano morsicate dalla tarantola, il ragno che si trova nei campi di grano. La fanciulla morsicata doveva espellere il veleno ballando forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica, andando in trance e fermandosi solo quando crollava esausta. Un’usanza pagana che la religione cristiana non riuscì a eliminare, ma che pose sotto la protezione di San Paolo. Così a Galatina nella cappella di San Paolo è scritto “vietato danzare in chiesa”: una frase quantomeno bizzarra, se non si conosce tutta la questione. Oggi il tarantismo non si manifesta più, perché sono cadute definitivamente le credenze rurali che avevano dato origine a questa pratica tutta femminile. Il ricordo rimane oggi nella Notte della Taranta, che però è tutt’altra cosa.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

4) Mamma li turchi!

Ci fu un lungo periodo in cui l’Italia meridionale, e la Puglia in particolare, fece gola ai Turchi. Nel 1480 Otranto fu conquistata da un ferocissimo comandante turco e dal suo nutritissimo esercito. La città dovette cedere all’assedio e ai cittadini maschi fu chiesto di convertirsi e sottomettersi. Ma essi rifiutarono. Così furono decapitati, uno dopo l’altro. Il primo decapitato, però, rimase ritto in piedi finché l’ultimo non fu giustiziato. Erano 500, mica pochi. La maggior parte dei loro crani e delle loro ossa è raccolta in tre grandi teche dentro la cappella della navata destra della Cattedrale di Otranto, mentre sotto l’altare si trova la pietra sulla quale venivano tagliate le teste. Un po’ macabro e lugubre, ma tant’è. Gli Ottomani trasformarono la cattedrale nella loro moschea, fino a quando Alfonso d’Aragona non espugnò nuovamente la città. Ai turchi in difficoltà non restò che rifugiarsi nella moschea/ex cattedrale, sperando così di essere salvi. L’esercito aragonese non si fece problemi, però, e distrusse il portale della chiesa irrompendo all’interno. Blocchi del portale sono oggi ricoverati al Castello Aragonese, la splendida fortezza che dopo la dominazione turca fu costruita per difendersi da eventuali successivi attacchi dei turchi.

La cappella dei 500 martiri di Otranto, con tutti i teschi e le ossa nelle teche alle pareti

5) Otranto, la cattedrale e Pantaleone

La cattedrale di Otranto vanta il pavimento a mosaico più esteso che si conosca. Il suo autore, il monaco Pantaleone, lo realizzò nel 1167. Nella navata centrale un lungo albero, l’Albero della Vita, si distende lungo tutto il percorso; ai lati dei suoi rami si dispongono le figure: animali reali o fantastici, Noè che costruisce l’arca, simbolo dell’uomo pio che obbedisce a Dio e proprio per questo avrà la salvezza; Alessandro Magno che invece pecca di superbia nei confronti degli dei così come i costruttori della Torre di Babele, rappresentati al lavoro sul grande cantiere che non avrà mai compimento. Al di sopra dell’albero Adamo ed Eva, la rappresentazione dei mesi attraverso il lavoro dell’uomo, Caino e Abele e Re Artù (chissà perché) e tante tante altre figure, non sempre così facilmente identificabili. Pantaleone attraverso il suo mosaico voleva illustrare al popolo di Otranto la differenza tra una vita retta e la tentazione del peccato, e la conseguenza che la scelta del peccato comporta: così è spiegato il lavoro dell’uomo, come conseguenza del Peccato Originale di Adamo ed Eva.

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

Artisticamente è impressionante: le figure sono grandi, a colori, si dispongono ordinate sul fondo bianco e costituiscono un tappeto che quasi dispiace calpestare. Del resto, però, il suo scopo era proprio quello di essere calpestato, vissuto, osservato: un pavimento parlante, in tutto e per tutto.

6) Il punto più a est d’Italia

Capo d’Otranto è il punto più a Est d’Italia. Sulla cima del promontorio un bellissimo faro, il faro di Punta Palascìa, è il luminoso custode di questo luogo così significativo. Inizialmente fu costruito dai militari dell’imperatore Carlo V come torre d’avvistamento per la sua posizione strategica sul canale d’Otranto. Oggi, che non vengono più pericoli dal mare, è un punto panoramico eccezionale, calato in un contesto naturalistico suggestivo e protetto.

Il faro di Punta Palascìa visto dalla cava di Bauxite fuori Otranto

7) Migrazioni

Il Canale d’Otranto è il punto in cui l’Adriatico è più stretto, ovvero dove la costa balcanica dista appena 60 km. Questo tratto di mare, oggi così bello, pacifico, amato per le spiagge e per il turismo estivo, è stato ancora non più tardi di 20 anni fa protagonista di speranze, e di morte in tanti casi, per i migranti albanesi. Ricordo, da giovanissima, le immagini di navi piene di gente, di carrette del mare straripanti di persone (immagini non molto diverse da quelle di oggi tra l’Africa e Lampedusa), i tg che dicevano quanti erano morti e quanti sopravvissuti all’ennesima traversata. Ogni tanto qualcuna di queste imbarcazioni affondava portando con sé le speranze e la disperazione di quella gente. Una barca è stata recuperata ed è diventata monumento alle migrazioni di ogni tempo. Si intitola “L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante”, realizzata da Costas Varostos. Si trova a Otranto, presso il porto, e il messaggio che veicola è quantomai attuale (Su questo monumento sono interessanti le riflessioni di lavoroculturale.org)

“L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante” di Costas Varodos è il relitto della nave KJater I Rades affondata nel 1997 con 120 migranti albanesi a bordo

8) Una terra antichissima

Si data al VI millennio a.C. questo volto dipinto della Divinità madre rappresentato sull’orlo di un vaso. Proviene dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, il più antico stanziamento umano della zona.

Il Salento da sempre è una terra ospitale. Questo è il messaggio che ci trasmette, all’interno del Castello Aragonese di Otranto, la sezione espositiva dedicata alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, una grotta che si trova nel Salento, importante perché conserva le testimonianze artistiche dei più antichi abitanti della regione. La Grotta dei Cervi fu frequentata nell’età neolitica da uomini dediti già all’agricoltura e alla produzione ceramica. Costoro usarono la Grotta probabilmente come santuario, perché coprirono le sue pareti di raffigurazioni geometriche, animali (i cervi che danno il nome alla grotta) e umane, con scene di caccia, ma anche simboli magici e figure astratte. Gli scavi condotti nella Grotta hanno restituito un buon quantitativo di oggetti in ceramica a decorazione impressa, la più antica e semplice, non realizzata al tornio, ma modellata a mano: il Neolitico è l’età in cui l’uomo diventa stanziale, scopre l’agricoltura e inventa la ceramica. Uno stadio fondamentale dello sviluppo umano, perché è quello che darà il via alla formazione delle società umane, dei villaggi e poi, a seguire, delle città.

La grotta non è visitabile; l’esposizione al Castello Aragonese, con la riproduzione delle rappresentazioni rupestri è il modo per restituire al pubblico il capitolo della storia più antica di questa regione.

9) I colori impensabili della natura

Attraversando la Puglia si resta colpiti dal paesaggio piatto, giallo, costellato di oliveti, qua e là una masseria fortificata, retaggio di un tempo in cui bisognava proteggersi anche nell’interno dalle incursioni dei Turchi. Il giallo e il verde argenteo delle fronde di olivo dominano la tavolozza del nostro orizzonte visivo. È il ritratto di una terra assolata, assetata anche, ma generosa.

Ci sono delle eccezioni a questa tavolozza. Una, incredibile, è la cava di bauxite poco fuori Otranto. Il rosso della terra, colorata dalla bauxite e dagli ossidi di ferro, e il verde dell’acqua del suo laghetto naturale sono accesissimi. Qui è stato sfruttato fino agli anni ’60 del Novecento un giacimento di bauxite. Scava che ti scava, però, la cava è arrivata un po’ troppo in profondità, tanto da intercettare la falda acquifera. In poco tempo è stato impossibile proseguire l’estrazione e il giacimento è stato abbandonato. Come in ogni favola a lieto fine, la natura si è riappropriata del suo territorio, e con che grazia l’ha fatto! Laddove l’affioramento della falda aveva fatto fermare gli estrattori, oggi c’è un laghetto la cui acqua verde sembra surreale. Intorno esso è racchiuso da pareti di roccia rossa, sulla quale sono cresciuti giunchi, arbusti, cardi e fiori vari. Un tripudio di colori vivaci e accesi, un inno alla natura vincitrice.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

10) Gli spettacoli incredibili delle luminarie

In Salento sanno festeggiare come si deve. La festa del Santo Patrono, poi, diventa un’occasione di gioia e di esaltazione senza pari! Nascono per questa gioiosa esigenza di culto le luminarie, che oggi sono diventate vere e proprie installazioni artistiche, che uniscono alle luci la musica e i suoni. Spettacoli che niente hanno da invidiare ai fuochi d’artificio, anzi, ancora più spettacolari se possibile. A vederle spente, queste architetture in legno bianco e lampadine sembrano solo una pacchianata a chi non ne conosce le motivazioni e il lavoro che c’è dietro. Ma quando si accendono, e vanno a ritmo di musica dando vita a veri e propri spettacoli seguiti da un pubblico estasiato, si capisce subito che dietro c’è un progetto studiato al dettaglio che unisce le competenze degli artigiani con quelle degli elettricisti, degli informatici e dei tecnici del suono. Insomma, si fa presto a dire luminarie. A breve, all’inizio di luglio, la festa di Santa Domenica a Scorrano sarà l’evento più atteso: cosa ci riserveranno le luminarie quest’anno? Perché qualche anno fa, stando a questo video, furono qualcosa di davvero incredibile.

Per fare le luminarie ci vogliono le lampadine… visitando la fabbrica di MarianoLight a Corigliano d’Otranto

Vieni a bloggare in Puglia: #Santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina

Quando meno te l’aspetti salta fuori un blogtour. Per la precisione, un educational tour nella Grecìa Salentina, che a sua volta è una piccola parte del Salento. Se il Salento è noto per il mare e per alcuni centri più importanti, come Lecce, Otranto, Gallipoli, la Grecìa è un po’ meno nota. Soprattutto, fuori dalla Puglia, non si sa che qui, in 9 comuni, si parla tranquillamente il Grico, un dialetto che deriva dalla lingua greca. Questa peculiarità è ciò che resta di un periodo ormai lontanissimo nel tempo in cui la Puglia fu parte dell’impero Bizantino, alla caduta dell’impero romano d’Occidente. Ciò comportò l’uso della lingua, il greco appunto, e del rito greco bizantino nel rito cristiano.

Ma andiamo con ordine. Tre blogger: io, Stefania Brutti per Memorie dal Mediterraneo e Mattia Mancini di Djed Medu – Blog di Egittologia. Il comune di Corigliano d’Otranto ci ha invitato durante il Festival dell’Inutile Santi Lumi 2017, una manifestazione culturale che si svolge in questo periodo nel Castello, proprio per farci scoprire questo territorio e le sue peculiarità culturali.

In questo post vi racconto ciò che abbiamo fatto e visto, mentre lascerò i tanti necessari approfondimenti a post successivi. Pronti a partire con noi?

1 giugno: Corigliano d’Otranto: il paese filosofico

Arriviamo a Corigliano nel pomeriggio. Il paese ci accoglie con un sole pieno che fa risaltare la pietra bianca leccese nella quale sono costruite il castello, la chiesa, i palazzi. Alloggiamo in uno splendido b&b dietro la chiesa madre: tre grandi appartamenti che affacciano su una corte interna. Il cielo blu si insinua tra le finestre diroccate del piano superiore.

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

L’appuntamento del pomeriggio, il primo incontro a Corigliano, è con il prof. D’Urso, il quale ci racconterà perché ci troviamo nel “Paese Filosofico”.

L’iniziativa è in effetti piuttosto recente. Anna Fiore, ex sindaco della cittadina, decide di allestire i giardini pubblici fuori dal castello come “Giardino di Sophia”: un percorso che attraverso motti e frasi celebri di importanti filosofi di tutti i tempi invita alla riflessione sulla vita e sulla condizione umana. La storia del pensiero occidentale è una delle basi della nostra cultura, senza che ce ne accorgiamo, viviamo totalmente in una società che deriva i suoi concetti fondamentali addirittura dai grandi pensatori greci. E infatti frasi di Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, poi di Seneca, di Sant’Agostino e ancora di Nietzche e di Voltaire ci accompagnano nel giardino: non sono riflessioni oscure e incomprensibili, ma al contrario parlano dei sentimenti e delle passioni umane, dell’amicizia, della morte: la filosofia sa essere molto concreta, a volte. Inizialmente, con l’apertura del Giardino di Sophia, alcune attività commerciali di Corigliano avevano creato dei prodotti specificamente dedicati. Di tutti proveremo la Cicuta, un liquore a base di foglie d’olivo, che richiama nel nome il veleno che dovette bere Socrate condannato a morte.

L’idea del “paese filosofico” affonda a Corigliano radici ben più profonde, però: sugli architravi delle porte, sugli archi di accesso alle corti interne compaiono varie e tante iscrizioni in latino: alcune sono quasi incomprensibili, altre mezze cancellate dal tempo, altre ancora invece sono traducibili: sono moniti contro l’invidia, formule di protezione della propria casa, messaggi di invito alla pacifica convivenza civile. Tra tutte risaltano la lunga iscrizione sotto la torre dell’orologio e l’Arco Lucchetti, che più che essere iscritto è istoriato con scene simboliche il cui significato, molto criptico, riconduce all’unione familiare.

Visitiamo anche la chiesa madre di Corigliano d’Otranto, della quale ci colpisce il pavimento a mosaico che ricorda per molti aspetti il mosaico della cattedrale di Otranto, anche se quello è decisamente più antico e più carico di significati religiosi e simbolici.

Il castello di Corigliano d’Otranto

In serata raggiungiamo il castello, con le sue belle torri e il fossato intorno. Anche il castello è “parlante”: una serie di statue sulla facciata portano iscritta la virtù alla quale ogni personaggio si riferisce. Il castello ha una corte centrale, usata per eventi come il Festival dell’Inutile, sulla quale si aprono degli ambienti al piano terra: alcuni, indagati archeologicamente, hanno restituito materiali che saranno allestiti presto in un museo all’interno del castello, ancora in fase di progettazione.

2 giugno – mattina: Soleto e Galatina

Due paesi a pochissimi km l’uno dall’altro, totalmente diversi per l’eredità culturale di cui sono portatori: Soleto è Grecìa, in paese la gente parla il Grico come se fosse la lingua madre e finché ha potuto ha aderito al rito cristiano greco-bizantino, che fu a lungo osteggiato da papi e principi cattolici di rito romano. Galatina invece si arrende prima alle imposizioni religiose di Roma, grazie ad una forte presenza dei Francescani, e infatti oggi non fa parte della Grecìa. Ma per meglio capire le differenze tra i due paesi e i due riti religiosi, cosa c’è meglio dell’arte?

A Soleto visitiamo la piccolissima chiesa di Santo Stefano, interamente affrescata all’interno con scene della vita di Santo Stefano, della vita di Cristo, del Giudizio Universale e con la rappresentazione della Sophia, la Saggezza di Cristo, rappresentata due volte, sia come un Cristo giovanissimo e imberbe, che come figura femminile, ma sempre benedicente. Iconografie densissime, spesso di difficile lettura, realizzate da pittori sia di tradizione bizantina che di tradizione latina: lo scopo era la convivenza pacifica di due culture. In tutto questo tripudio di figure e di colori una delle raffigurazioni più intriganti è quella del Diavolo che tenta Gesù nel deserto con zampe di rapace e saio da frate francescano.

La scena del Diavolo tentatore rappresentato con zampe da rapace e il saio da francescano è una delle scene più bizzarre nella chiesa di Santo Stefano

A Galatina i frati francescani riescono nell’impresa di imporre il rito cattolico romano. La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, interamente dipinta nello stile gotico internazionale, ricorda per certi versi la basilica Superiore di S. Francesco d’Assisi. Ogni campata della navata centrale qui è dipinta con un tema diverso, l’Apocalisse, le storie della Bibbia, la vita di Cristo; ma l’immagine più importante è quella, sul soffitto, ben evidente a chi entra, dell’amigdala con al centro Cristo e il papa, del quale è così sancita la preminenza assoluta.

Una passeggiata per il centro di Galatina è occasione per scoprire, presso la cappella di San Paolo, il fenomeno del tarantismo: quello che oggi è occasione di festa e musica, la Notte della Taranta, fino ancora a pochi decenni fa era un’usanza difficile da definire, era il rituale di danze forsennate che le donne morsicate dal ragno ballavano andando in trance al ritmo ossessivo della pizzica.

Nel pomeriggio andiamo a Otranto. La bella cittadina sul mare ci accoglie dalla sua porta nelle mura, realizzate da Alfonso d’Aragona dopo aver ripreso la città che nel 1480 era stata assaltata e occupata dai Turchi. Quel giorno 500 martiri che rifiutarono di divenire schiavi furono decapitati. Le loro ossa sono raccolte in grandi teche esposte nella navata destra del Duomo. Ma certo non sono la cosa più eclatante.

Il grande pavimento a mosaico del duomo di Otranto colpisce innanzitutto perché si stende su tutta l’estensione della chiesa, sia nella navata centrale che in quelle laterali. Realizzato dal monaco Pantaleone nel 1167, il mosaico è la summa degli insegnamenti cristiani uniti alla cultura greca: compare Alessandro Magno accanto a Mosè, per fare un esempio. La rappresentazione dell’Albero della vita in cima al quale si trovano Adamo ed Eva, i 12 mesi coi lavori dell’uomo, Caino e Abele e re Artù è tuttora di difficile comprensione. Sotto la chiesa si apre la cripta, sorretta da tante colonnine e capitelli di reimpiego (quelle cose belline che piacciono a me).

Passeggiando per Otranto

Quando torniamo alla luce passeggiamo per Otranto, bellissima, con le sue casette bianche che mi ricordano, non a caso, l’altra sponda dell’Adriatico. Quindi, ci rechiamo al Castello Aragonese, la fortezza a difesa della città e del Canale d’Otranto, oggi sede espositiva e punto panoramico, ma all’epoca luogo del potere e della difesa: le sue stanze hanno pareti spessissime di pietra, con lunghe bocche per i cannoni al posto delle finestre. Oggi, il Castello ospita mostre temporanee (da metà giugno una mostra su Caravaggio) e presenta i reperti provenienti dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, nota per le sue pitture rupestri, ma non aperta al pubblico.

L’ultima tappa di questa giornata è la cava di bauxite poco distante: un luogo magico in cui la natura si è riappropriata del proprio spazio dopo essere stata abbandonata dall’uomo. Con questo paesaggio coloratissimo negli occhi rientriamo a Corigliano d’Otranto.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

3 giugno – il vasaio e le luminarie

Prosegue il nostro tour culturale alla scoperta, questa volta, dell’artigianato locale. Innanzitutto andiamo nell’azienda Colì, vasai di Cutrofiano dal lontano 1650: una tradizione familiare che si trasmette di padre in figlio. L’azienda è molto ampia, il forno è lunghissimo, concepito in modo da cuocere gli oggetti in terracotta alla temperatura costante di 800° per tante ore senza rischiare la cottura imperfetta, responsabile della rottura dei vasi. In azienda ovviamente si adottano le più avanzate tecnologie e si seguono le tendenze del gusto e del mercato. Ma ciò che rimane tradizionale è la vera forza di questo luogo: la lavorazione al tornio della materia prima. Giuseppe Colì si mette all’opera davanti ai nostri occhi e realizza un miracolo di argilla semplicemente facendo ruotare il tornio e usando sapientemente le mani e le dita. Uno spettacolo ipnotico.

il vasaio Giuseppe Colì all’opera mentre realizza un vaso al tornio. Giuseppe è campione internazionale di ceramica al tornio

A seguire visitiamo l’azienda MarianoLight che produce una cosa fondamentale per le feste di paese in Salento e in Puglia (e in generale al Sud): le luminarie. Si tratta di impalcature in legno bianco di varia forma e dimensione e variamente assemblate alle quali sono applicate lampadine assortite colorate. Quello che non sapevo è che con le luminarie si possono creare spettacoli di luci e musica, vere coreografie che lasciano a boccia aperta, e non solo: tra i committenti non ci sono solo i paesi, ma anche i brand di lusso, come Bulgari o Louis Vuitton, che commissionano scenografie luminose che ben si sposano con l’idea di lusso smodato. In questo campo la tradizione incontra l’innovazione tecnologica nella scelta delle luci più adatte (led o rgb), nei software da utilizzare per l’accensione delle luci in dialogo con la musica, nello studio di architetture sempre più elaborate e stupefacenti. Roba da restare con la bocca aperta. Non guarderò mai più le luminarie con gli stessi occhi, lo giuro!

Il teatro romano di Lecce e il campanile del duomo sullo sfondo

Nel pomeriggio, l’ultimo in Salento, ci spostiamo a Lecce. Qui facciamo un bel giro nel centro storico, attraverso Porta Rudiae fino al Duomo dedicato a Sant’Oronzo, poi fino a Piazza Sant’Oronzo nella quale si apre l’anfiteatro romano, quindi verso il teatro romano e infine entriamo a vedere gli scavi archeologici sotto palazzo Castromediano-Vernazza: siamo tutti e tre archeoblogger, del resto, e non potevamo resistere al richiamo!

Si conclude il blogtour #santilumi17 con un lungo viaggio in treno la domenica mattina, lungo tutta la linea ferroviaria adriatica. Impegnativa, ma è valsa davvero la pena. Grazie a Coolclub che ci ha contattato per conto del comune di Corigliano d’Otranto, nostro ospite e organizzatore dell’evento. In questi giorni ho conosciuto una terra di cui non solo a malapena conoscevo l’esistenza, ma che mi ha stupito per la profondità culturale di cui è capace. Il Salento non è semplicemente bel mare, è una terra di tradizioni antiche che sono riuscite a preservarsi e che sono il punto di forza di questa regione. Personalmente mi sono innamorata della Grecìa Salentina. Nei prossimi post ve lo dimostrerò!

PUGLIA MORDI E FUGGI! 1 – l’andata

Questo è il diario breve ma intenso di un week-end altrettanto breve, altrettanto intenso in Puglia. Siamo stati ad Alberobello, allo zoosafari di Fasano e a Castel del Monte (Andria). È stato solo un breve assaggio, ma quel poco che abbiamo visto ci è piaciuto molto e ci ha fatto venire voglia di indagare più a fondo questa regione nel prossimo futuro.

07/08/09 – L’andata

Partiamo alle 9 del mattino in macchina da Firenze. Arriviamo alle 17 circa ad Alberobello dopo aver attraversato l’Italia: A1 fino a Caserta Nord, poi Napoli-Pescara fino a Canosa, da qui fino a Bari e poi provinciale per Alberobello. È incredibile come ogni regione che attraversiamo nel tragitto abbia un paesaggio tutto suo che la contraddistingue…quello della Puglia ci accoglie con l’incanto di campi coltivati che si susseguono, di uliveti e di strane costruzioni in pietra a secco, ricoveri per gli attrezzi, forse, che man mano che ci avviciniamo alla nostra meta, tendono ad assomigliare sempre di più a trulli…

trullo

Ad Alberobello abbiamo prenotato al Trullincanto, un albergo diffuso le cui camere altro non sono che trulli appositamente arredati. Noi siamo ai margini della zona monumentale. Il nostro trullo è arredato con gusto, ed è concepito come una stanza da residence, completo di cucina e di box doccia confortevole.

Il tempo di sistemare le nostre cose e di rinfrescarci un attimo e iniziamo la nostra esplorazione.

Alberobello è Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Entriamo nella zona monumentale dei trulli, in cui si assiepano tutte le casette tipiche, bianche col tetto conico in pietra: alcuni sono trulli originali, altri sono ricostruiti in stile, molti ospitano negozietti di souvenir e ristoranti, molti sono aperti al pubblico, perché si possa vedere la falsa cupola caratteristica, la tholos, che contraddistingue l’architettura del trullo. In mezzo ad essi si aprono i trulli che più hanno mantenuto le caratteristiche originarie, come il Trullo Siamese ad esempio, sul quale campeggia il logo dell’Unesco. Arrivati in fondo a questo pittoresco quartierino, molto gradevole a vedersi e a percorrersi, attraversiamo il vialone ed arriviamo poi nella piazza principale del paese, una bella piazza sulla quale si affacciano eleganti palazzi e su cui si affaccia il dehors del “Miseria e nobiltà”, il bar-pub-ristorante che ci ospiterà più volte durante il nostro breve soggiorno. Percorriamo la via principale fino alla basilica dei SS. Cosma e Damiano, le cui torri campanarie si stagliano contro il blu del cielo. Nel quartierino retrostante si erge il Trullo Sovrano, il trullo più grande che si sia conservato. Anch’esso è visitabile, ma col biglietto d’ingresso: è monumento UNESCO. I trulli della zona, così come quelli dell’altra zona monumentale di Alberobello, non sono dedicati ai turisti, non sono cioè zeppi di negozietti, ma sono la zona residenziale, abitata dagli abitanti di Alberobello che stanno seduti davanti alla porta di casa a prendere il fresco e a chiacchierare con gli amici, incuranti dei turisti che li fotografano come se facessero parte della scenografia.

alberobello

Ritornando verso la piazza passiamo davanti alla Casa d’Amore, il primo, cioè più antico, non-trullo di Alberobello: già, perché i trulli di Alberobello non sono nati da uno sghiribizzo architettonico degli abitanti, ma hanno motivazioni storiche abbastanza particolari sulle quali non mi sto a dilungare ora, ma alle quali dedicherò un post nell’immediato futuro. Per ora basti sapere che gli abitanti contadini di Alberobello furono costretti dal nobile che amministrava la zona a costruire case in muratura a secco che fossero facilmente distruttibili perché non vi fosse traccia del centro abitato. Dai primi trulli interamente in muratura a secco si passò a case in cui iniziò ad essere utilizzata la malta e infine si arrivò alla prima casa che abbandonava l’architettura del trullo: la Casa d’Amore, appunto, che oggi ospita l’Ufficio del Turismo di Alberobello.

alberobello

Sono le 19, ora dell’aperitivo. Così, dopo lo spiacevole inconveniente della rottura di una scarpa, che mi costringe mio malgrado a comprare un paio di zeppe non propriamente comode per scarpinare, andiamo al “Miseria e nobiltà” a prendere un cocktail affacciati sulla piazza.

È ora di cena. Il primo ristorante in cui ci imbattiamo è quello buono: prezzi medi, antipasto attraente. Il “Casa Nova” è la nostra scelta. Qui inizia una cena epocale! L’antipasto da solo ci riempie non poco, è degno di un pranzo di nozze! Serata divertentissima, durante la quale abbiamo l’occasione di provare molti dei piatti tipici di questa regione: burrata, salsiccette al vino bianco, puré di fave e cicoria, salumi tipici, involtini di trippa, polpettine varie, moscardini… a seguire una bella porzione di orecchiette alle cime di rapa, il tutto innaffiato da un ottimo Primitivo di Gioia del Colle. E mettiamo così una bandierina di approvazione anche sulla cucina pugliese!

Infine, stanchi per il viaggio e con la pancia piena, ci tuffiamo nel letto del nostro trullo.

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PUGLIA MORDI E FUGGI! 2 – Operazione Zoosafari

08/08/09  Operazione ZOOSAFARI!

La nostra giornata inizia con una nuova perlustrazione dei trulli. Dobbiamo infatti attraversare la zona turistico-monumentale per arrivare in piazza dove, al “Miseria e Nobiltà” abbiamo la colazione.

Poi via, si parte! La nostra meta odierna è lo zoosafari di Fasano, poco distante da Alberobello. Per raggiungerlo attraversiamo una splendida campagna a vigneti: i colori intensi dell’azzurro del cielo, del verde delle viti e del rosso della terra disegnano un paesaggio spettacolare e vivace. La bella campagna pugliese ci conquista.

Un caldo torrido da savana africana ci accoglie e ci accompagna lungo il percorso allo zoosafari. Così ci è più naturale vedere leoni, elefanti,zebre e giraffe a pochi passi da noi. Un lungo percorso in macchina porta i visitatori ad avventurarsi dapprima nella zona mediterranea popolata da cervi e cerbiatti, poi nella temibile zona dei leoni accoccolati all’ombra (grande emozione sentire il ruggito del re della foresta!) e poco più in là delle tigri, elegantissime e fiere. Finestrini rigorosamente chiusi in questo tratto del parco, così come nel seguente settore degli orsi neri dal collare, che popolano l’altopiano del Tibet. Qui da un lato gli orsi adulti si spaparanzano al sole, mentre dall’altra parte dei tenerissimi cuccioli, orsacchiotti tutti neri, giocano tra loro, si arrampicano su un albero secco e mangiano tanta frutta. Arriviamo poi nella zona degli elefanti. Ci sono sia quelli indiani, di taglia più piccola e con le orecchie piccoline, che quelli africani, con le orecchie molto più grandi, quasi dei ventagli per farsi aria nelle calde giornate africane e con la pelle più spessa e rugosa. Il bello del parco inizia proprio ora: dopo gli elefanti incontriamo le giraffe, quindi le zebre, le antilopi, lo gnu (che è proprio brutto, poverino!), il cammello con le sue grandi gobbe che cammina libero per la strada chiedendo ai visitatori il tributo di qualche nocciolina, o più semplicemente di qualche carezza sul muso. La testa è sorprendentemente grande,e trovarselo a due centimetri dal proprio naso fa un certo effetto!

zoosafari fasano

Lo zoosafari è un’esperienza unica! Non è uno zoo, pertanto gli animali non sono in gabbia, anche se sanno che non devono varcare certi confini, e la sensazione che vuole trasmettere, l’illusione che vuole dare, è di trovarsi a fare realmente un safari nella savana africana! È senza dubbio un’esperienza che piace a tutti, grandi e piccini!

Finito il percorso in macchina nello zoosafari comincia il percorso a piedi a Fasanolandia. Qui sono mischiate insieme varie attrazioni, a partire dalla Puglia in miniatura, passando ad una sorta di parco divertimenti, senza dimenticare, però, che gli animali sono i protagonisti. Il rettilario ad esempio, è un ambiente chiuso che sul modello dell’acquario ospita varie specie rettili, dai serpenti ai varani all’alligatore, alle tartarughe. Ce n’è una, per esempio, la Mata Mata, che è assurda: sembra arrivare da un altro pianeta, con la pelle rugosissima e flaccida, il collo lunghissimo e la testa che termina con una curiosa proboscide. Ha un’espressione simpatica, non come la cugina, la Tartaruga Azzannatrice che, altrettanto grossa e rugosa, ha però un’espressione più aggressiva, che ben si addice al nome che porta.zoosafari fasano

Se volete provare forti emozioni dovete prendere il trenino delle scimmie: verrete fatti salire su un trenino assolutamente chiuso e protetto da una doppia rete metallica all’interno del quale avrete la sensazione di essere voi, per una volta, gli animali in gabbia. Ma è per la vostra salvezza, e lo capirete non appena il trenino sarà partito. Sconsiglio questo giro ai bimbi: un branco di scimmie fameliche si avventa infatti sul trenino che passa, lo assale letteralmente e pretende il tributo di qualche nocciolina che intimoriti visitatori verseranno loro. I babbuini strillano terribilmente, si arrampicano sulla rete, battono per esigere la nocciolina, cercano di aprire il trenino. La sensazione non è delle migliori, le urla dei bimbi spaventati si confondono con quelle dei babbuini inferociti. Rimango un po’ scossa, anche perché non mi aspettavo che delle scimmiette potessero essere così cattive.

Il Metrozoo è un trenino soprelevato che porta in un’oasi della quale non si sospettava l’esistenza. Su un isolotto in un bel laghetto vive un’allegra famigliola di gibboni, scimmie non particolarmente grandi, ma famose per le loro braccia e mani lunghe che permettono loro di saltare da un ramo all’altro degli alberi. Vederle in azione è spettacolare, sia il maschio tutto nero che la femmina, bianca e col figlioletto attaccato al ventre, mentre si lanciano da una liana all’altra. Qui si trovano anche i recinti dei rinoceronti, degli ippopotami, degli orsi bruni e polari. Alla fine del percorso del trenino arriviamo dal recinto del gorilla. Ci impressiona per il suo volto che potrebbe tranquillamente essere umano. Sta lì, seduto, sembra assorto nei suoi pensieri, malinconico, quasi. Accanto a lui, una scimmietta fuma una sigaretta destando la curiosità e l’ilarità del pubblico.

zoosafari fasano zoosafari fasano

Esperienza notevole, quella dello zoosafari! Esaltatissimi per la bella gita tra gli animali, ce ne torniamo alla base, attraversando nuovamente la splendida campagna a vigneti. Proprio lo splendido paesaggio che percorriamo ci fa optare per fare una gita fino al mare, fino a Monopoli, in modo da vedere il paesaggio che circonda la strada. Non rimaniamo delusi: man mano che ci si avvicina al mare i vigneti lasciano il posto agli uliveti, i cui abitanti, alberi d’olivo nodosi, tutti attorcigliati su se stessi e piegati dalla forza del vento e del sole, con i loro tronchi scavati e ritorti naturalmente, sembrano avere una vita propria: forse è guardando loro che a Tolkien venne in mente di creare gli Ent, gli antichi alberi animati della foresta di Farngorn nel Signore degli Anelli.

Arriviamo fino al mare, vediamo il bel blu dell’acqua marina in una caletta ai margini di Monopoli dopodiché torniamo ad Alberobello in tempo per l’aperitivo.

A cena sperimentiamo un altro ristorantino tipico dove nuovamente restiamo estasiati dalla cucina pugliese, quindi, dopo una passeggiata serale comprensiva di cocktail al nostro affezionato “Miseria e nobiltà”, per condividere un po’ della movida alberobellese, ce ne torniamo nel nostro trullo a preparare le valigie: il nostro week-end pugliese sta velocemente finendo.

Se vuoi leggere la prima parte del diario del week-end in Puglia clicca qui. Se vuoi leggere l’ultima parte del diario clicca qui.

PUGLIA MORDI E FUGGI! 3 – Il ritorno

09/08/09 – Il ritorno

Ultimo trulli-tour prima della partenza. Oggi visitiamo con più attenzione la zona monumentale/residenziale, quella più autentica a mio modesto e inesperto parere. Qui più che altrove si possono cogliere degli scorci davvero suggestivi. La forma del trullo già di per sé, così tondeggiante e col tetto a punta, sembra uscire dal mondo delle favole. La sensazione è quella di trovarsi nel paese delle fate, in un mondo magico tutto bianco e in pietra, e ci si aspetta da un momento all’altro che dalle porte escano dei folletti. Dopo questa parentesi fiabesca lasciamo Alberobello e ci avviamo lungo la via del ritorno.trulli

Abbiamo aggiunto in corsa un’altra tappa al nostro week-end: è una leggera deviazione lungo la via, ed è il famosissimo Castel del Monte, nell’entroterra di Andria. Chi non conosce Castel del Monte prenda la moneta da 1 centesimo di Euro: Questo monumento è infatti uno dei castelli più rappresentativi d’Italia, ed è Patrimonio dell’Umanità UNESCO, degno rappresentante dell’Italia in Europa e nel mondo. Fu costruito nel 1250 da Federico Barbarossa ed è famoso per la sua particolare pianta: è un ottagono, all’interno del quale si apre una corte ottagonale, e su ogni angolo del quale si ergono altrettante torrette ottagonali. Fior di studiosi si interroga sul perché del numero 8 che ricorre così tanto, così ossessivamente in questo palazzo che è unico al mondo. Il perché è ancora senza risposta. Il palazzo è spoglio, ma nonostante ciò le pareti sono fortemente dinamiche: merito delle volte, dell’uso di differenti pietre colorate impiegate nelle murature, negli stipiti delle porte, nelle arcate delle finestre…Il palazzo è su due piani, al piano inferiore è temporaneamente allestita una mostra, “Castelli sul Mare”: quale migliore cornice per parlare di castelli italiani se non il re dei castelli d’Italia?

Castel del Monte si trova sulla cima di un monte dal quale si domina il panorama sottostante. La sua struttura imponente si vede da km di distanza lungo la via che porta ad esso. Giunti al suo cospetto, il castello ci impressiona per la sua possanza, il giallo della sua pietra si staglia contro l’azzurro del cielo: da 1800 anni sfida le intemperie e resiste immutato nella sua poderosa architettura. Tutto passa, gli uomini passano, Federico II che l’ha voluto addirittura muore prima di vederlo compiuto, ma Castel del Monte resiste eterno e immutabile, e oggi adeguatamente tutelato dal MIBAC e dall’UNESCO.

castel del monte

Riprendiamo il viaggio di ritorno. Solo un’interruzione per il pranzo nell’area di servizio di Canne, in un autogrill SARNI le cui focacce esageratamente farcite non ci fanno per nulla rimpiangere la Rustichella, anzi!

Il nostro ritorno a Firenze avverrà per una via diversa da quella dell’andata: scegliamo infatti di percorrere l’A14 fino allo svincolo per la Roma-L’Aquila, da qui proseguiamo per Roma immettendoci poi sulla Roma Firenze. Orario di arrivo le 20. Qualche piovasco sull’Appennino. Ma la grande soddisfazione di attraversare regioni d’Italia mai viste prima (il Nord della Puglia, il Molise, l’Abruzzo), ciascuna col suo paesaggio tipico, ci ripaga della fatica del lungo viaggio.

Se vuoi leggere la prima parte del week-end in Puglia clicca prima qui e poi qui.