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La Certosa di Padula

Il Vallo di Diano è una regione, tra Campania e Lucania, ricca di suggestioni naturalistiche e culturali. A differenza di altre subregioni della stessa Campania, come ad esempio il Cilento, è ancora poco nota al grande turismo. Forse è proprio questa la sua bellezza. Tra tutto ciò che il Vallo di Diano offre, la Certosa di San Lorenzo a Padula è senz’altro il capolavoro dei capolavori, ciò per cui vale davvero la pena di abbandonare l’Autostrada del Mediterraneo, la Salerno-Reggio Calabria, e di fare un salto indietro nel tempo.

La sua fondazione risale agli inizi del Trecento per volere del signore locale, marchese Marcello Sanseverino. Era realizzata in modo tale da avere al livello inferiore gli ambienti di servizio e al piano superiore i luoghi dei monaci, sia della vita in comune (cenobitica) che per la meditazione eremitica. Era già immensa all’epoca e fu la prima ad essere costruita nel Regno di Napoli. Nel corso dei secoli subì numerosi rimaneggiamenti che hanno stravolto completamente il complesso originario: dal Seicento in avanti infatti numerosi interventi sono stati volti dapprima ad abbellirla e arricchirla di spazi, arredi e opere d’arte; nell’800 ebbe invece alterne fortune, a partire da una prima soppressione dell’Ordine religioso da parte dei Francesi e poi definitivamente col Regno d’Italia. Infine, un capitolo doloroso della nostra storia recente la riguarda: durante la II Guerra Mondiale fu utilizzata come campo di concentramento. Da luogo di pace, Dio e spiritualità a luogo di orrore e morte in poche semplici mosse.

Vista panoramica della Certosa di Padula

Certosa di Padula: la chiesa

L’ingresso monumentale del complesso della Certosa immette in un grande cortile. Sul fondo si staglia la facciata della Certosa vera e propria. Il percorso di visita immette da subito in un chiostro, il chiostro della Foresteria, sul quale affacciano alcune sale e dal quale si accede al piano superiore, porticato, con le lunette affrescate con paesaggi variegati: non fa parte del percorso, per cui ci accontentiamo di vederle da giù. Sul chiostro affacciano alcune stanze e da qui inizia il percorso attraverso la chiesa nelle quali i frati si riunivano in preghiera. La chiesa, divisa in due parti, è eccezionalmente ricca. Vi si accede tramite un portale ligneo del Trecento, scolpito con le storie di Sal Lorenzo. Nella prima parte, la più distante dall’altare, trovano posto i sedili lignei del coro cinquecentesco: tutti in legno intarsiato, ognuno diverso dall’altro, un capolavoro di artigianato artistico che a me personalmente affascina tantissimo.

Certosa di Padula, la zona del coro

La seconda parte della cappella, cui si arriva passando per altre piccole stanze e cappelline laterali, è dominata dall’altare e dagli affreschi alle pareti tra i quali si riconosce il martirio di San Lorenzo, cui è dedicata la Certosa. Stucchi e dorature la fanno da padroni: siamo nel Barocco più puro, settecentesco, che qui come a Napoli dà esiti incredibili.

Certosa di Padula, l’altare maggiore della chiesa

Certosa di Padula, il Chiostro dei Morti

Proseguendo oltre, attraverso altre sale e cappelle, ci si affaccia sul Chiostro dei Morti, che a me ricorda tanto un qualche giardino siciliano arabeggiante: sarà la palma (seccata) e la cupoletta che si sporge, ma mi sembra quasi di essere in Sicilia. Il riferimento ai morti probabilmente parla di un antico cimitero posto qui, probabilmente da riferirsi ai più antichi monaci che risiedevano nella Certosa. Sul chiostro si affaccia la tomba del Fondatore, ovvero di Marcello Sanseverino, il benefattore al cui impulso si deve la costruzione della Certosa.

Proseguendo, arriviamo al Refettorio e alla cucina. Ecco, la cucina è splendida: l’ambiente, piuttosto grande è coperto da una volta a botte.

Il protagonista della stanza è un grandissimo camino con piano di lavoro e cottura, mentre sul lato di fondo è affrescata una scena di deposizione dalla croce. Lungo le pareti corrono fino ad una certa altezza piastrelle in maiolica gialla e verde, mentre in una vetrina sono sistemati piatti e contenitori in ceramica medievale e cinquecentesca, di fabbricazione e provenienza varia, persino dalla Liguria.

Certosa di Padula, la cucina

Fuori dalla cucina un piccolissimo cortiletto di servizio nel quale ospita il lavatoio. Infine si trovavano le cantine per la produzione e conservazione del vino. I monaci non si facevano mancare niente!

Proseguendo, il Chiostro Grande è un’amplissima passeggiata porticata sui quattro lati sui quali affacciavano le celle dei monaci: alcune sono visitabili, e davano su un piccolo cortile/giardino esterno. Il chiostro, così perfettamente geometrico, scandito da 84 pilastri, si riferisce ad un modello piuttosto celebre: il chiostro di Santa Maria degli Angeli a Roma (oggi parte del percorso di visita del Museo delle Terme di Diocleziano) progettato da Michelangelo.

Infine, si giunge allo Scalone monumentale, che non ha alcuna funzione pratica (e infatti non ci si può salire), ma rappresenta simbolicamente la scala del paradiso e che è un capolavoro di architettura barocca realizzato da Gaetano Barba.

Certosa di Padula, il Chiostro Grande con vista sul borgo di Padula

Fin qui abbiamo esplorato la Certosa in quanto monumento. Ma la Certosa ospita anche il Museo Archeologico della Lucania Occidentale e il Lapidario annesso: dedicato alla storia più antica del territorio, accoglie i corredi funerari delle necropoli preromane di Padula e di Sala Consilina. Ne ho parlato più diffusamente qui.

Alla Certosa era annesso un grande parco. Di fatto il perimetro del complesso è davvero molto ampio, come si può osservare molto bene da Padula, il borgo medievale arroccato sulla montagna retrostante in posizione panoramica sulla vallata. La Certosa, invece, sorge in valle, nei pressi dell’antico tracciato della via Popilia, la via romana che arrivava in Lucania. Fulcro religioso, economico e sociale nel Vallo di Diano, ancora oggi domina e caratterizza il territorio. Un monumento imperdibile.

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Visitare Pompei di notte: Una notte a Pompei

Ve lo dicevo nel primo post dedicato a Pompei che sarei presto tornata a parlare di questa straordinaria città antica. Non immaginavo però che l’avrei fatto grazie ad un evento cui sono stata invitata da Enel Group*, ovvero l’inaugurazione del nuovo percorso di illuminazione realizzato proprio da Enel per la fruizione e valorizzazione di Pompei in notturna. Tutto per la serie di eventi “Una notte a Pompei” che quest’estate 2017, dall’8 luglio fino al 24 agosto il martedì e il giovedì, animerà le serate pompeiane (per info: pompeiisites.org).

Il tempio di Apollo illuminato, mentre una voce narrante racconta i Ludi, i giochi in onore del dio

Luci a led per il risparmio energetico, innovazione tecnologica che si sposa con la sostenibilità data dai bassi consumi.

Tuttavia non si tratta di aver cambiato quattro lampadine e poco più, ma della creazione di un percorso integrato, visivo e sonoro, nel quale il visitatore viene coinvolto, immerso, avvolto. Le suggestioni che la città antica al chiaro di luna già da sola può dare vengono amplificate dalle voci narranti, che ci portano nella bottega di un panettiere lungo Via Marina, nella domus di Trittolemo, nel tempio di Apollo, per poi sbucare nella piazza del foro sul cui lato di fondo si staglia ciò che resta del capitolium dietro il quale l’inconfondibile silhouette scura del Vesuvio ci dice subito com’è andata a finire.

Il percorso prende avvio da Porta Marina, risale la via Marina fino al foro. Qui, nell’ampio spazio che fino a pochi mesi fa era animato dalle statue di Mitoraj, solo il Centauro, bellissimo, resta a vegliare, e si staglia anch’esso contro il cielo all’imbrunire.

Si susseguono frattanto le voci narranti: storie di bottega, scene di vita privata in casa, devozione nel culto, la confusione del mercato, il lavoro quotidiano. Piccole singole narrazioni che, tutte insieme, costruiscono il racconto della normale vita a Pompei.

Il Centauro di Mitoraj si staglia nella luce del crepuscolo

La piazza del foro, illuminata, è stupenda: le colonne del portico resistono ancora, in piedi, come monito al tempo che passa; del capitolium si è detto: quell’ombra cupa, quella presenza forte alle sue spalle, il Vesuvio, è il simbolo dell’ineluttabile destino cui la città è condannata. Il tempio del Genius Augusti, con la sua ara per il culto davanti al piccolo podio, mi ricorda gli anni di studio all’università, e mi fa tenerezza. Il macellum mostra ancora, nella penombra, alcuni affreschi: nella parete dipinta si distinguono dei quadretti figurati, delle piccole narrazioni incredibilmente giunte fino a noi. Il macellum, luogo del mercato, è deserto: immaginatelo zeppo di gente, invece, durante il giorno. Immaginate i nostri mercati coperti, oggi, durante l’orario di apertura e poi dopo la chiusura: il silenzio, la quiete, laddove fino a poco prima tutto era confusione e rumore. E poi c’è la porticus di Eumachia, dono di un edificio pubblico fatto alla città da una donna, Eumachia, che ha reso immortale il proprio nome per sempre. Donne forti di altri tempi.

Il capitolium di Pompei illuminato

Infine la basilica: su una parete sono trasmesse immagini 3D che ci portano all’interno delle case più note, a contemplare le pareti affrescate più mirabili: come il giardino dipinto nella casa del Bracciale d’Oro di Pompei.

Al termine della visita rimane la sensazione di aver preso parte a qualcosa di nuovo per la vetusta Pompei. Un parco archeologico che ha sofferto negli scorsi decenni di incuria e di manutenzione non efficace, tanto da essere additata come scandalo per l’intera Italia. Oggi Pompei è invece il simbolo di una ripartenza, il simbolo di una sfida vinta, per usare le parole del ministro del MiBACT Dario Franceschini proprio l’altra sera all’inaugurazione. Non resta che approfittare di quest’opportunità.

foro di Pompei: il capitolium si staglia contro lo sfondo del Vesuvio. Il Centauro di Mitoraj vigila sulla piazza.

* sono stata invitata in qualità di archeoblogger, grazie al lavoro di comunicazione dell’archeologia che svolgo sul mio blog Generazione di Archeologi e attraverso i miei canali social, twitter in particolare con l’account @maraina81. Data però la portata dell’evento, non potevo non parlarne anche qui, con un taglio, ovviamente, un po’ diverso.

Pompei: 7 cose da sapere per organizzare il proprio viaggio

Pompei, la città romana più famosa della storia, dopo Roma, ovviamente, è meta ogni anno di milioni di turisti. Costoro vengono da tutto il mondo per vedere i resti di questa tranquilla cittadina che se ne stava pacifica all’ombra del Vesuvio quando, nel 79 d.C., il vulcano eruttò sommergendola per sempre sotto una spessissima coltre di lava.

Il foro di Pompei

Di Pompei non si seppe più nulla e si sarebbe saputo poco se lo studioso Plinio il Vecchio non fosse morto proprio sotto il Vesuvio durante l’eruzione, incurante del pericolo perché doveva studiare il fenomeno del vulcano in eruzione.

Rimasta sepolta per tutta l’antichità e il medioevo e più, Pompei iniziò a tornare in luce verso la fine del Settecento. La sensibilità culturale dei regnanti Borboni, che seguiva in questo l’amore per l’antiquaria tipico delle grandi corti italiane a Roma, a Firenze, a Venezia, fece sì che si inaugurasse una stagione di scavi prolifica e favolosa: i cunicoli scavati nella lava portavano alla luce statue e oggetti preziosi, pitture parietali, mosaici, restituivano, insomma, un’immagine di una città romana come non la si conosceva. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, MANN, custodisce le opere più importanti e interessanti che furono scoperte all’epoca e che ben raccontano questa città romana.

1. Come raggiungere Pompei?

Ecco una cosa fondamentale da sapere: Pompei non è così facilmente raggiungibile. Non è né vicina a Napoli né a Salerno. Si trova a metà strada lungo due direttrici ferroviarie: la circumvesuviana e la linea metropolitana Napoli-Salerno. Quest’ultima in particolare è la vecchia linea ferroviaria Napoli-Portici, la più antica d’Italia, che passa da Pietrarsa e dal suo Museo Nazionale della Ferrovia: se decidete di fermarvi qui nessuno si offenderà. La linea, tra l’altro, è bellissima, sul mare, affacciata sul golfo di Salerno e sui piccoli porticcioli che rendono così meraviglioso il nostro Mediterraneo. La stazione Pompei si trova in centro al borgo in cui sorge il Santuario della Madonna di Pompei. Poco più avanti c’è l’ingresso agli scavi lato Anfiteatro.

Il panorama dal treno per Pompei

La Circumvesuviana viaggia su una linea interna che va a Sorrento e che ferma a Pompei e Pompei Villa dei Misteri. Anch’essa è una linea ferroviaria piuttosto antica, che risale al 1890.

Il terzo modo per raggiungere Pompei è in macchina, via autostrada.

2. Biglietti!

Pompei è di competenza statale. Pertanto la prima domenica del mese l’ingresso è sempre gratuito. Gli altri giorni il biglietto intero costa 13 € ed è valido la giornata intera. Se si vuole, si può fare un biglietto cumulativo di 22 € che dura 3 giorni per entrare anche a Ercolano, Pozzuoli, Oplonti e Stabia: se riuscite a sopravvivere alla full immersion archeologica è molto conveniente.

3. Muoversi a Pompei

Dal sito web della Soprintendenza di Pompei si può scaricare la mappa della città romana con tutti i punti di interesse, in modo da poter pianificare la visita. In ogni caso, la mappa viene fornita all’ingresso insieme al biglietto.

Una caupona, ovvero una “tavola calda” di Pompei lungo via dell’Abbondanza

Quello dal lato dell’Anfiteatro è uno degli ingressi al parco. Sulla destra ci troviamo per l’appunto l’antico edificio da spettacolo, che un tempo ospitava gli spettacoli dei gladiatori, e sulla sinistra troviamo la Palestra Grande, un’ampia area nella quale un tempo si allenavano i gladiatori prima degli spettacoli e che oggi invece ospita le mostre temporanee (l’ultima, Pompei e i Greci, ha inaugurato pochi giorni fa).

L’anfiteatro si trovava in posizione decentrata rispetto alla città, ma da qui in pochi minuti si raggiunge la via principale di Pompei, via dell’Abbondanza, con le sue case signorili, le taverne, e numerosi edifici ancora in restauro. Si può percorrere il basolato romano dell’antica via,oppure il marciapiede a ridosso degli edifici, che è stato recentemente adattato alle esigenze anche del pubblico diversamente abile o in carrozzina: è il progetto Pompei per tutti e, di fatto, è molto comodo.

Pompei, uno scorcio di via dell’Abbondanza

4. Paesaggi
Pompei, come tutti i parchi archeologici, è immersa nel paesaggio e vive del suo rapporto col paesaggio. Cercate sullo sfondo l’inconfondibile silhouette del Vesuvio, all’ombra del quale la città sorgeva finché il vulcano non decise di esplodere segnandone il destino. Paesaggio è anche l’integrazione degli edifici antichi col verde circostante, è riportare all’antico splendore i giardini delle domus, ricreando ambienti lussureggianti e piacevoli come dovevano essere per le matrone pompeiane.

Il giardino della domus di Venere nella conchiglia

6. Mitoraj
Nell’ampia piazza del foro, le grandi statue dell’artista Igor Mitoraj prendono il posto delle antiche statue che un tempo dovevano ornare lo spazio pubblico principale della città. Antico e contemporaneo si compenetrano e si equilibrano. I puristi dell’archeologia forse storcono il naso; personalmente a me l’effetto piace molto.

Una delle statue di Mitoraj nel foro di Pompei

7. Mostre temporanee
Un’intera città da visitare e vogliamo perdere tempo a visitare una mostra? Sì, perché le mostre sono sempre degli approfondimenti utili e interessanti che aiutano a scoprire aspetti meno noti e più particolari del sito in cui ci troviamo. La mostra in corso attualmente, Pompei e i Greci, per esempio, parla di una Pompei che non è quella di epoca romana rimasta per sempre sotto la lava del Vesuvio, ma di una fase precedente della città, quando i Romani ancora non c’erano e quando il Sud Italia era un luogo in cui si incontravano persone, culture e tradizioni e in cui la cultura greca era un linguaggio comune.

Reperti rinvenuti nel porto antico di Neapolis e in mostra a “Pompei e i Greci”

Questo è solo un post introduttivo su Pompei; prossimamente vi prometto altri post dedicati alla città più sfortunata, ma anche più nota, dell’antichità.

Paestum. Passeggiare dentro i templi a braccetto con gli dei

Da quest’anno a Paestum si può nuovamente entrare dentro ai templi: la cosiddetta Basilica, in realtà un tempio dedicato ad Hera, e il cosiddetto Tempio di Nettuno, in realtà dedicato ad Apollo, possono nuovamente essere calpestati e percorsi dai nostri piedi mortali.

Dentro il tempio di Nettuno. Un bambino gioca a nascondino :-)

Dentro il tempio di Nettuno. Un bambino gioca a nascondino 🙂

Fino a poco tempo fa, infatti, entrambi gli edifici erano isolati da una recinzione che consentiva di vederli da distanza ravvicinata. Ma volete mettere la bellezza di calpestare blocchi di pietra che hanno 2500 anni? Di percorrere corridoi nei quali un tempo sacerdoti della divinità e credenti svolgevano il culto, pregavano, chiedevano la grazia per qualche male da curare, o per il raccolto da coltivare, o per il bestiame da allevare? Nel tempio si trovava sempre, ben nascosta, la grande statua della divinità. E la sua presenza ha aleggiatoei secoli, tanto da consentire al tempio una vita millenaria.

I due templi, pur se da lontano si somigliano (sono entrambi due templi di stile dorico), in realtà hanno alcune differenze. Innanzitutto l’epoca di costruzione, più antica per la Basilica, circa 560 a.C. contro il 460 a.C. del Tempio di Nettuno. Il Tempio di Nettuno è più alto e slanciato: le colonne della sua peristasi (il porticato esterno di colonne) sono alte più di 8 m. All’interno si trovava la cella, il vero cuore del tempio, dove si trovava la statua della divinità, protetta alla vista dei fedeli, simulacro davvero sacro, alla quale si accedeva attraverso il pronao, uno spazio porticato antistante, che separava lo spazio più sacro dallo spazio esterno.

Dentro la Basilica. Un inedito punto di vista

Dentro la Basilica. Un inedito punto di vista

La Basilica è più tozza (non me ne vogliano gli dei) e la cella al suo interno è a due navate, mentre la statua della divinità stava in una stanza dietro davvero nascosta: l’adyton. Nella cella probabilmente si svolgevano processioni dedicate alla dea, e le colonne avevano anche la funzione di sorreggere il tetto. Lo storico dell’arte settecentesco J.J. Winckelmann (il padre dell’archeologia, il primo che categorizzò l’arte antica dal punto di vista cronologico ed evolutivo) interpretò erroneamente quest’edificio come basilica, come edificio civile, non vi riconobbe un tempio. Per questo è chiamato convenzionalmente Basilica, ma il nome è fuorviante.

Le colonne sono impressionanti: alte, imponenti, monumentali! Oggi possiamo solo immaginare l’impressione che i due templi dovevano fare, elevandosi nel santuario di Paestum (anzi, di Poseidonia, il nome greco della città più antica).

Noi ci concentriamo a guardare i templi, quando ne siamo al di fuori, e ci dimentichiamo del paesaggio circostante. Invece il bello di Paestum è proprio il paesaggio in cui si colloca, la valle, chiusa da una parte da montagne alte, che la incorniciano. Dall’interno dei templi, se si guarda fuori, si percepisce questo paesaggio. È un paesaggio immutato, antico, disegnato dagli dei.

Il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Oggi le imponenti mura urbane che chiudevano la città non si conservano più nel tratto di accesso al parco archeologico. Ecco che allora le silhouette dei due templi appaiono da lontano. Li seguiamo con lo sguardo, sembrano appartenere ad un passato antico, irrecuperabile, impalpabile. Ma poi, vi entriamo letteralmente dentro, a quel passato, e capiamo subito che esso ci appartiene da sempre, e ci scorre nelle vene insieme al sangue.

Velia, la città dalle due vite

velia

Città romana e ancora prima magnogreca, Velia, la città dalle due vite inizialmente si chiamava Elea, fondata addirittura nel VI secolo a.C. Diede i natali a quel filosofo geniale che fu Parmenide il quale, agli albori della Filosofia, interrogandosi sulla realtà delle cose, volendo definire l’Essere giunse a dire che l’Essere è e il Non essere non è. Questo enunciato, tanto semplice quanto indecifrabile, ha segnato il mio studio della filosofia al Liceo.

Erma raffigurante il filosofo Parmenide di Elea, rinvenuta nel Criptoportico di Velia

Erma raffigurante il filosofo Parmenide di Elea, rinvenuta nel Criptoportico di Velia

Pensavo proprio a Parmenide mentre, in una giornata uggiosa e minacciosa varcavo l’ingresso dell’area archeologica. Un’area che è scomoda da raggiungere, una cosa che bisogna volere fortemente, soprattutto ora che la strada principale è interrotta dai soliti lunghi lavori all’italiana. Ci arrivo da Paestum grazie ad una gita organizzata che colgo al volo.

Della città greca di un tempo, nella quale Parmenide aveva la sua scuola, alla quale si formarono altri filosofi,tra cui Zenone, rimane ben poco. Ma questo è normale, in una città che passò da essere magnogreca alla sfera d’influenza romana da un giorno all’altro. Come la vicina (si fa per dire) Poseidonia divenne Paestum, così Elea divenne Velia e, allo scoccare de I secolo d.C., si dotò di tutti gli edifici che rendono tale una città romana. Inizialmente Elea sorgeva sul mare. Col tempo l’area si interrò (e alla fine causò la crisi della città) e i Romani vi realizzarono una necropoli con grandi mausolei. Sono questi che ci danno il benvenuto, mentre percorriamo la strada basolata che conduce dentro la città.

Velia, il mosaico a soggetto marino sul pavimento di un ambiente delle terme romane

Velia, il mosaico a soggetto marino sul pavimento di un ambiente delle terme romane

Varcata la Porta Marina, un grande edificio, o ciò che resta di esso, doveva essere qualcosa di molto importante: il ritrovamento di un’erma, una testa di statua, raffigurante Parmenide, aveva fatto inizialmente credere che qui vi fosse la Scuola di filosofia creata dal Maestro. In realtà è un grande complesso di culto di età romana imperiale, di cui si fa fatica ad immaginare le proporzioni. Una gatta, Mirtilla, ci segue nella nostra passeggiata archeologica. Ci accompagna lungo il basolato fino alle terme romane, in posizione lievemente sopraelevata, con i suoi pavimenti decorati a mosaico. E proseguiamo, inerpicandoci su per la collina: sulla destra il santuario dedicato ad Asclepio, mentre ancora più in su, lungo questa scalinata lastricata incontriamo la Porta Rosa.

Velia, la Porta Rosa

Velia, la Porta Rosa

Non si può proseguire oltre. Ma tornando sui nostri passi ad un certo punto deviamo su un sentiero sterrato.

Ecco, qui la semplice visita archeologica ha qualcosa a che fare con l’esplorazione e con il viaggio d’avventura: il sentiero in salita è in terra battuta, e la pioggia ha scavato dei rivoletti in cui scorre l’acqua. A lato, una selva di rovi mi fa pensare che se lavorassi qui passerei l’estate a raccogliere more e a farne crostate e marmellate… alla fine della salita vengo distratta da ciò per cui valeva la pena salire fino qui: tra gli olivi si apre la cavea, la platea, di ciò che resta di un piccolo teatro alla greca, scavato nella parete della collina. Risalendo ulteriormente il pendio, arriviamo in prossimità del piccolissimo antiquarium, ma soprattutto del castello medievale che si installa sui resti, distrutti, spogliati, crollati, dell’antico tempio dell’Acropoli di Elea. E qui, da questo punto panoramico che spazia da un lato sul mare, dall’altro domina la città antica, vedo ancora meglio la continuità dei luoghi nel tempo. Da luogo di culto a posto di controllo e difesa del territorio.

È bellissimo stare quassù: non mi ero resa conto, impossibile, che il mare fosse così vicino, mentre la montagna, dietro le mie spalle, incombe.

Velia, il tempio dell'Acropoli

Velia, il tempio dell’Acropoli

Non vorrei più andare via, è in assoluto il posto più bello: quei blocchi di pietra che furono le fondazioni dell’antico tempio sono ancora lì a testimoniare di quanto la caparbietà dell’uomo abbia voluto costruire grandi opere in un’area impervia. Ne valeva certamente la pena. E se quei blocchi oggi sono ancora lì, vuol dire che gli Dei ai quali erano dedicati hanno apprezzato.

Paestum e il fascino romantico delle rovine

La regione appariva sempre più piana e deserta e gli scarsi casolari annunciavano l’abbandono di ogni cultura. Finalmente, senza sapere se attraverso rocce o rovine, riuscimmo a distinguere chiaramente in certe colossali masse lunghe e quadrate che avevamo già visto da lontano, i templi e i monumenti superstiti della città di Pesto. La prima impressione non poteva essere che di sbalordimento. Mi vedevo in un mondo affatto nuovo

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Y gianni Tempel Paestum 1898” di „Y. Gianni“ (19th/early 20th century) – Opera propria by MeisterLU. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Così descrive Goethe, nel suo “Viaggio in Italia” il suo arrivo a Paestum. Parecchio tempo dopo, anch’io, che certo non mi paragono a Goethe, ho affrontato quel viaggio. Alta Velocità fino a Salerno, da qui in macchina fino a Paestum perché sì, a Paestum ci arriva anche il treno, ma è un trenino regionale un po’ scarsino, mi hanno detto, insomma non proprio il massimo per i collegamenti con una delle aree archeologiche più belle d’Italia. Già questo merita una riflessione: perché Paestum, che è davvero una delle aree archeologiche più belle d’Italia (lo vedete dalle foto che non dico per dire) soffre la sua posizione geografica: in Campania, dove si trovano già Pompei ed Ercolano, mica roba da poco! Così chi organizza un viaggio in Campania se deve scegliere quale area archeologica visitare, in quale città dell’antichità tuffarsi, di certo preferisce la famosa e ben più grande e meglio conservata Pompei, rispetto ai tre templi di Paestum. A questo aggiungiamo che questa antica città si trova a mezz’ora buona di macchina da Salerno, e i grandi percorsi turistici che convergono su Salerno lo fanno per raggiungere la costiera amalfitana, di sicuro non per vedere la Tomba del Tuffatore al Museo Archeologico Nazionale di Paestum.

Paesutm. Il tempio di Cerere all'imbrunire

Paesutm. Il tempio di Cerere all’imbrunire

Insomma, una perla dell’archeologia italiana che resta all’ombra di ben altre attrazioni sia turistiche che culturali della stessa regione (scene già viste anche altrove, ma vabbé). Da 18 anni a questa parte, però, Paestum ospita la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, un evento al quale si danno appuntamento sì archeologi e studiosi, ma anche operatori turistici nel settore culturale, col fine di promuovere Paestum e altre realtà archeologiche magari poco note d’Italia e del mondo. Nei giorni della Borsa allora Paestum si popola, e oltre alle consuete scolaresche che durante l’anno vengono a visitare l’area archeologica, anche altra gente, attirata dall’evento, arriva nel piccolo paese. Che è piccolo davvero: c’è la grande area archeologica, che sorge all’interno delle sue antiche poderose mura, e che è tagliata dal passaggio di uno stradone, sul quale si affaccia qualche casa, qualche bar, il Museo Archeologico Nazionale, la basilica paleocristiana e poco altro.

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Paestum, tempio di Cerere

Fuori dalle mura, andando verso il mare, alberghi e ristoranti, ma quasi persi nel nulla, prima di entrare a Capaccio, la località di mare, quella sì frequentata d’estate dai turisti. Perché il fascino di questa zona è proprio questo: sembra un luogo selvaggio, abbandonato, poco antropizzato. Le silhouettes dei templi si stagliano magnificamente contro le montagne retrostanti, il paesaggio archeologico che si vede è semplicemente romantico, proprio come piaceva a Goethe, ed è bene che sia rimasto così, immutato. Anzi, ora per lo meno non ci sono le greggi di pecore che pascolano tra le rovine (ma tranquilli, potete sempre incrociarle che vi attraversano la strada lungo la provinciale da Salerno…). E il cielo, oh il cielo!, cosa non riescono a regalare le nuvole che ora si addensano all’orizzonte, ora si aprono, ora si incendiano al tramonto e diventano violacee all’imbrunire…

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Paestum

Paestum fu un’importante città della Magna Grecia. Con il nome di Poseidonia fu fondata già verso la fine del VII secolo a.C. e nel VI-V secolo visse un’epoca d’oro, di grande prosperità e ricchezza. A quell’epoca risalgono i grandi templi che ancora oggi dominano l’area archeologica e il paesaggio, testimonianza della grandezza di un tempo che fu: il Tempio di Cerere, in realtà dedicato ad Athena, il tempio di Hera, noto tradizionalmente come tempio di Nettuno, e la cosiddetta Basilica, nuovamente un tempio dedicato ad Hera, sono tre templi dorici impressionanti per la possanza delle loro tozze e forti colonne ancora in piedi dopo 2500 anni. L’area archeologica è una bella e piacevole passeggiata nel verde tra le rovine, e permette di calcare allo stesso tempo un suolo che fu prima greco, lucano e poi romano: e dell’età romana, quando la città prese il nome di Paestum, si distingue bene l’area del foro, una piazza rettangolare sulla quale si aprivano numerosi edifici pubblici, tra cui l’edificio circolare del comitium, ancora oggi ben distinguibile, nel quale venivano eletti i magistrati cittadini. Poco distante si trova l’anfiteatro, letteralmente tagliato in due dal passaggio della strada.

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Le colonne dei templi che si stagliano contro il cielo sono un invito al selfie più estremo, o semplicemente alla ricerca dello scorcio perfetto, più suggestivo, più emozionale. Perché queste colonne, oggi spoglie, scheletri di edifici che un tempo furono immensi, comunque riescono a trasmetterci quel senso di potenza e di grandezza, e di ricerca del bello, in cui i Greci, anche trapiantati in Italia che fossero, erano maestri.

La visita a Paestum si completa con l’ingresso al Museo Archeologico Nazionale, recentemente riallestito e che ospita tantissime tombe lucane dipinte tra cui quella, notissima, del Tuffatore: la raffigurazione simbolica di un uomo che tuffandosi nelle acque rappresenta il passaggio nell’aldilà. E non solo: tutte le metope che decoravano il grande tempio di Hera alla foce del Sele, fuori dalla città, sono esposte in modo da poterne leggere la corretta interpretazione: rappresentano eposodi del mito greco, legati a Eracle, ai Centauri, alla Guerra di Troia. E poi ancora vasi dipinti e statuette fittili ci mostrano una società in cui la popolazione locale, Lucana, si mescola con i Greci. Ne nasce una città grande, fiorente, che vivrà una nuova rinascita in età romana, quando da Poseidonia muterà il nome in Paestum.
A me Paestum piace molto. Mi piace il sito, ben curato, come se fosse un giardino, mi piacciono le poserose mura di cinta che chiudono su tutti i 4 lati l’antica città, mi piace la poesia dei templi di giorno e di notte: ti incanti ogni volta a guardarli, a vedere i giochi di luce che le nuvole disegnano nel cielo infuocato al tramonto… il tempio di Cerere, il meglio conservato, è lo sfondo perfetto, così fotogenico da emozionare da qualunque angolazione lo si guardi (e non per niente è stato scelto anche da Alberto Angela come quinta teatrale perfetta per il suo intervento alla Borsa del Turismo). Da 2600 anni è lì, a raccontarci la storia di un popolo antico, di devozione agli dei, di abbandono e poi di rinascita. È un sito alla cui bellezza non si può restare insensibili. E infatti io ne sono innamorata. E tornarci, anno dopo anno, è una gioia.

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