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Il mare d’inverno. Speciale Calabria tirrenica

Non è la prima volta che dedico dei post al mare d’inverno. Per me ha un fascino particolare: quello che d’estate diventa proprietà del turismo di massa (me compresa), che viene a crogiolarsi al sole, invade le spiagge, le rive e le acque, d’inverno è un paesaggio a tratti selvaggio, in cui la natura si riprende, in parte, ciò che le appartiene. Il mare d’inverno non è mai quieto del tutto, riflette il cielo carico di nubi quando minaccia pioggia, non è mai sfondo di una foto, ma ne è protagonista. Per contro, i segni dell’uomo sono residui, sono sonnolenti, dormienti, in attesa, in letargo: degli stabilimenti balneari restano gli scheletri, le barchette dei pescatori sono ricoverate alla bell’e meglio, le palme che decorano i lungomare ondeggiano al vento.

il mare si scorge da dietro la recinzione dei binari

il mare si scorge da dietro la recinzione dei binari

Ho fatto pochi giorni fa un viaggio in treno lungo la Calabria tirrenica. Risalendo lo stivale, nel tratto da Paola a Diamante non ho potuto fare a meno di osservare incantata il panorama sul lato del mare. Sono luoghi, tra l’altro, che in parte conosco, visto che vi ho trascorso qualche giorno quest’estate (a Diamante ho dedicato questo post; su Paola e il Santuario di San Francesco ho scritto qui). Li ho quindi vissuti sia nel pieno della stagione viva e li ho attraversati ora, durante il loro letargo. Dal treno in corsa non è stato facile scattare fotografie, complice anche la luce bassa del cielo nuvoloso. Ho preso però pochi appunti sulla mia agenda appena inaugurata per il nuovo anno. Li riporto qui.

Lo scoglio della Regina, Guardia Piemontese

Lo scoglio della Regina, Guardia Piemontese

Giornata di non pioggia. Il mare promette tempesta, ma in realtà si trattiene: le onde si infrangono sugli scogli, ma già quando giungono a riva accarezzano appena la sabbia Le barche sono ricoverate qua e là in qualche rada. C’è anche un pattino lungo l’estuario quasi secco di un torrente.

Fuscaldo, Guardia Piemontese, Cetraro, Belvedere Marittimo, Diamante.

Un faraglione battuto dai flutti (è lo Scoglio della Regina, a Guardia Piemontese). La ferrovia scorre lungo il mare, si addentra ogni tanto nei centri abitati che si stendono paralleli alla linea di costa. Centri disabitati, meglio: sono tutte palazzine che si popolano d’estate, seconde case per il mare, che ora sono chiuse e sprangate, sonnolente, in attesa che torni la bella stagione.

Guarda le palme battute dal vento. Riconosco il porticciolo di Cetraro, riconosco Cittadella del Capo con quell’antica residenza oggi hotel di lusso a picco sul mare, vedo in lontananza Diamante: qui la ferrovia passa dietro il paese e mi stupisce vederlo così arroccato, con la chiesa che sporge: persino la sua fiancata è decorata da un murales, che vedo fin da quaggiù.

Dopo Diamante il percorso del treno si addentra nell’entroterra. Ogni tanto risbuca sul mare, ma ormai fa sera, ed è difficile riconoscere i luoghi. Ma mi rimane addosso la sensazione di bellezza incontaminata o restituita per qualche mese alla natura. L’uomo si fa da parte. Il mare, e ciò che interagisce con lui, trionfa. E osservare i luoghi nella stagione diversa da quella nei quali solitamente si frequentano me li fa sentire più veri, più vivi, me li fa conoscere di più.

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Il Castello Normanno Svevo e la Galleria Nazionale: la Cosenza da non perdere

Cosenza ha una lunga storia. Il suo centro storico (l’abbiamo visto) è ricchissimo di storia e arte. La città ha fatto notizia ultimamente soprattutto per la leggenda del tesoro di Alarico, che secondo una tradizione popolare sarebbe stato seppellito nel fiume Crati insieme agli ori trafugati durante il sacco di Roma del 410 d.C. (addirittura Voyager ha dedicato un ampio servizio a questa leggenda); ma non si esaurisce certo qui la sua rilevanza dal punto di vista storico e culturale. Vi parlo in particolare di due luoghi importanti l’uno per la storia della città, l’altro per l’arte: il castello normanno svevo e la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

A guardia della città, sul colle più alto intorno al quale, a valle, scorre il Crati, si erge il castello normanno svevo. Lo si vede da lontano, nulla sfugge al suo controllo: posizione strategicamente migliore non potrebbe avere. Imponente, posto a controllo di un ampio territorio che spazia sotto il nostro sguardo, il castello è stato recentemente restaurato e riallestito in funzione dell’apertura al pubblico. Vale la pena di salire fin quassù.

La cima dell’altura, il colle Pancrazio, è fortificata, le sue alte mura la cingono interamente; salendo dalla strada che si inerpica, appare in tutta la sua maestosità, fortezza inespugnabile e luogo di potere nei secoli del medioevo.

Anche se viene chiamato castello normanno svevo, in realtà la rocca era fortificata già da molto tempo, probabilmente già dal VI secolo a.C. È comunque il 937 d.C. l’anno in cui si parla per la prima volta di esso. Nel XII secolo Ruggiero II ingrandì il castello. Da questo momento a tutti gli effetti si può parlare di castello normanno. In seguito al rovinoso terremoto del 1184 la rocca andò distrutta; è a Federico II di Svevia che si deve la ricostruzione: una struttura rettangolare con torri angolari a pianta ottagonale e sale voltate. In seguito con gli Angioini il forte subì altre modifiche anche perché con Luigi III d’Angiò divenne residenza principesca, con funzioni dunque diverse dalla mera difesa. Alla metà del ‘400 il castello ospitò persino la zecca per coniare monete e una prigione per gli avversari politici nelle lotte contro gli Aragonesi.

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Nel XVI secolo si impone su Cosenza la dominazione spagnola e il castello torna ad essere soltanto una fortezza militare. Il forte terremoto del 1638 lo distrugge e fa sì che per il castello inizi un lungo periodo di abbandono fino a quando i Borboni, nel XIX secolo non si adoperano per il restauro, e danno alla rocca il ruolo di carcere. Da lì un nuovo terremoto, nel 1870, lo distrugge un’altra volta. Rimane pressoché rudere fino al 2008, quando finalmente  viene restaurato in via definitiva. Ed è così che si presenta oggi.

Entrando dalla porta nelle mura, seguendo il percorso si entra nel castello vero e proprio. Questo, alto due piani, è costituito al piano terreno da una serie di sale e di ambienti voltati che si dispongono intorno ad un chiostro, sfruttato oggi per manifestazioni all’aperto. Tra gli ambienti più belli (qui la mappa) senz’altro la Sala delle Armi, in parte coperta da soffitto a volta a crociera, in parte col tetto crollato, e la torre ottagonale, simbolo e sintesi dell’architettura dei tempi di Federico II: basti solo pensare all’eccezionale architettura di Castel del Monte in Puglia, capolavoro ottagonale.

Salendo al piano superiore si esce su un’ampia terrazza che guarda a 360° su tutto il territorio intorno a Cosenza: da un lato la valle del Crati, dall’altro la preSila: lo sguardo può vagare per km e km all’intorno. Il momento migliore per godere della vista è probabilmente il tramonto, come sempre quando si tratta di ampi panorami. Immaginate che questo una volta era un cammino di ronda e che il panorama veniva guardato sempre con preoccupazione… e pensate che invece oggi è il luogo più adatto per un selfie all’imbrunire.

La Galleria Nazionale di Palazzo Arnone

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Palazzo Arnone è storicamente il carcere della città. Sorge sul Colle Triglio, un altro dei sette colli di Cosenza (eh sì, Cosenza è costruita su 7 colli proprio come Roma…). Dopo un lungo ed efficace restauro il palazzo è stato trasformato in polo culturale importante della città. Da luogo di prigionia a luogo di esaltazione della libertà dell’arte, il Palazzo è oggi sede della Galleria Nazionale di Cosenza, una pinacoteca che ospita oltre a dipinti di pittori importanti del Rinascimento e del Seicento cosentino, come Mattia Preti o Luca Giordano (che era di Napoli), anche una sezione di arte contemporanea e una sezione monografica sul giovane Umberto Boccioni, artista futurista calabrese del primo Novecento, autore della nota scultura Forme uniche nella continuità dello spazio, della quale esistono varie versioni, di cui una proprio alla Galleria Nazionale di Cosenza; per capirsi, è la scultura ritratta sul retro delle monete da 20 centesimi di €.

Tra le opere più significative, o quantomeno che mi hanno colpito, ci sono la Morte di Cleopatra di Luca Giordano, nella quale è commovente l’atteggiamento della serva che assiste impotente agli ultimi istanti di vita della sua regina, la Veduta con figure classiche e rovine, sempre di Luca Giordano, in cui la scena è occupata da un’antica architettura in rovina, un porto e un insieme di piccolissime figure, ciascuna intenta alla propria occupazione, il San Francesco d’Assisi confortato dall’Angelo, di Francesco Cozza, in un’ambientazione silvana che è più da scena mitologica che non religiosa.

Francesco Cozza, San Francesco d'Assisi consolato dall'Angelo

Francesco Cozza, San Francesco d’Assisi consolato dall’Angelo

L’esposizione è molto curata, perfette le luci e le condizioni climatiche delle sale; si alternano in un’esposizione cronologica tele grandi e minori, a soggetto vario, religioso, mitologico o di genere. In una delle sale è stata mantenuta una terribile cella, a ricordo del passato dell’edificio. La Galleria Nazionale è un museo moderno, non la vecchia pinacoteca che ci si potrebbe immaginare, ma un ambiente curato e luminoso. La cosa che personalmente mi ha lasciata perplessa è che il biglietto di ingresso sia gratuito.

Due luoghi culturali importanti per una città come Cosenza, che ha un ricco patrimonio storico e artistico da valorizzare e da far conoscere. E se nella città nuova, in viale Mazzini, va in scena l’arte contemporanea con il Museo all’aperto Bilotti, nel centro storico è l’arte dal Cinquecento al Novecento ad essere protagonista. Andando a ritroso nel tempo, e risalendo in altura, invece, il monumento più antico della città, il castello normanno svevo, osserva la vita scorrere sotto di lui, da secoli e secoli. La sua presenza un po’ ci intimidisce, ma ci rassicura, come un vecchio guardiano taciturno che tutto sa e tutto controlla.

Scoprire il centro storico di Cosenza 

cosenzaCosenza è una città in salita. Ed è varia. Il suo centro storico è grande, incredibilmente ricco di suggestioni, di angoli, di palazzi, e di bellezza. Ma è una bellezza decadente, che invoca, anche se non se ne fa accorgere, aiuto. C’è infatti una sottile differenza tra una bellezza decadente e una bellezza decaduta. E Cosenza a stento cerca di elevare se stessa.

cosenzaPersonalmente, adoro i centri storici decadenti. Ho vissuto tra i vicoli di Genova per anni, passavo in via Prè quando ancora era considerata pericolosa persino di giorno; ho trascorso le mie serate tra via del Campo e il Porto Antico, e mai ho avuto la sensazione di essere in pericolo. I vicoli in quegli anni (il primo decennio del 2000) si sono trasformati per una serie di congiunzioni astrali favorevoli, e i semi gettati in quelle occasioni perdurano ancora oggi. Così, mentre passeggio per il centro storico di Cosenza, auspico una rinascita come quella di Genova. Cosenza lo merita. I suoi palazzi, le sue chiese, i suoi vicoli abbarbicati lo meritano.

cosenzaPasseggiamo. Partiamo da Piazza Telesio, dove il grande teatro sembra un corpo neoclassico a sé, che nulla ha a che fare con i vicoli che si dipartono da qui. Ne prendiamo uno, e cominciamo a seguirlo. Non ci indica una direzione, gira, segue l’andamento delle case… ma chi viene prima? Gli edifici o la strada? Sui muri qua e là degli affreschi vogliono raccontare episodi legati alla storia della città, in un museo all’aperto del centro storico. Fanno un po’ di colore, ma non sono murales veri, vera espressione della cultura popolare figlia di questi luoghi.

cosenzaCase, case antiche, finestre modanate, elegantissime ma alle quali sono appesi panni; ex-loggiati tamponati e chiusi, dei quali si intravvede però la colonna o il capitellino, oppure, quando nascosti bene, rivelati dall’intonaco scrostato. E poi le chiese, i conventi. Come quel San Francesco d’Assisi, che in pochi tra i cosentini stessi conoscono, ma quando vi entrano per la prima volta, se ne innamorano.

Il corso principale, Corso Telesio, è in basso. Per raggiungerlo scendiamo da una stradina che poi finisce alla Ficuzza, una piazzetta che si chiama così per via di un grande albero di fico nato non per terra, ma dentro un muro. E sopravvive, e sopravviverà per sempre, perché la gente del quartiere si identifica col fico, come recita una lapide sul muro.

cosenzaIl corso parte praticamente dal ponte sul fiume Crati, dove si trovano alcuni locali storici o quasi. La friggitoria più buona della città, quella che fa i veri panuozzi e delle favolose polpette di sarde (non avete un’idea) sta proprio lì in basso. All’interno l’Ode alla purpetta fa bella mostra di sé sul muro mentre tu addenti la tua, di polpetta. E non puoi che assentire.

Il corso poi sale, e su di esso si affacciano le ultime botteghe artigiane rimaste: anche il falegname che si è specializzato in bare e articoli mortuari, per dire. Perché, parliamoci chiaro: il lavoro in quel ramo non mancherà mai. Altre botteghe, invece, negli anni hanno dovuto chiudere, così ora si passeggia tra fantasmi di botteghe che furono e nuovi esercizi commerciali al di sotto delle vecchie caratteristiche insegne.

cosenzaE poi c’è il duomo. Si rivolge su una piazza, piazza che a guardare le foto d’epoca, è stata modificata, forse per dare più monumentalità alla facciata. L’interno è sobrio, elegante, luminoso. Proseguendo per il corso, dopo le cose sante, incontriamo le cose più profane: il Caffé Renzelli, che sta lì dal 1803 e che ebbe illustri frequentatori, tra i quali quei poveri Fratelli Bandiera che proprio a Cosenza furono giustiziati, eroi risorgimentali celebrati negli anni a seguire. Il caffé, o meglio il caffé freddo, è un vero must in città. E qui bisogna prenderlo, non si può farne a meno.

Il primo giro nel centro storico di Cosenza termina qui. Ma dall’altro lato del fiume c’è tutto un altro settore della città che merita di essere esplorato, ricco di botteghe, di chiese, come quella di San Francesco di Paola, e la Galleria Nazionale di Cosenza, una superba pinacoteca che occupa l’edificio che un tempo fu carcere, Palazzo Arnone su Colle Triglio. Ma questo ve lo racconto la prossima volta, insieme ad un altro importante monumento, che domina la città: il castello Normanno-Svevo. Stay tuned!

San Francesco di Paola, il santuario, la città, il culto

 

san francesco di paola

San Francesco di Paola ritratto in via San Francesco… a Paola

Nel XV secolo un uomo è destinato a partire dalla Calabria per cambiare le sorti dell’Europa. Quell’uomo è San Francesco di Paola. Umile religioso, riesce con il suo carisma a fondare un ordine monastico, quello dei Frati Minimi, e ad arrivare a stretto contatto del papa, divenendo un importante ambasciatore, potremmo dire, dello Stato della Chiesa in Europa. Le sue capacità diplomatiche oltre che evangelizzatrici lo portano fino alla corte di Francia, a Reims, dove diviene consigliere del re, e tale è la sua fama che che dopo morto il suo culto si diffonde in buona parte d’Europa, anche se in Francia e in Italia si trovano i maggiori luoghi di culto a lui dedicati.

Anche se è seppellito a Reims, dove morì (le sue spoglie in realtà furono in realtà distrutte), alcune reliquie si trovano oggi nel principale dei suoi conventi, quello che egli fondò fin da subito, a Paola.

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

Siamo sulla costa tirrenica della Calabria. Il centro storico di Paola si abbarbica alla sua altura, preferendo una posizione di visibilità sul mare piuttosto che esporsi ai pericoli che dal mare giungevano un tempo. Un paese in salita, con ripide e strette stradine chiuse da alti edifici oggi in parte decadenti. Chiese e case, oggi in parte abbandonate, qualcuna fatiscente, regalano scorci straordinariamente poetici e costanti riferimenti al santo.

Il Convento di San Francesco di Paola si trova a sua volta lontano dal borgo, ancora più nell’interno, lungo un corso d’acqua dal quale si diparte un piccolo acquedotto che sovrasta il cosiddetto Ponte del diavolo, presso il quale si narra che San Francesco fu assalito, ma superò, una “focosa” tentazione. Lì accanto c’è anche la piccola grotta dove il giovane San Francesco condusse i primi periodi di eremitaggio, trascorrendo le sue giornate ritirato in preghiera, prima di decidere di fondare un ordine religioso.

convento di San Francesco a Paola

Il convento di San Francesco a Paola

Il grande spiazzo sul quale affaccia il convento costeggia proprio questo fiume. Da un lato e dall’altro si trovano gli edifici destinati ai religiosi, mentre in fondo si staglia la facciata del primitivo convento, nel quale si trova anche la chiesa, il chiostro e i sotterranei nei quali il santo pregava. Il tutto è abbastanza sobrio e raccolto. I sotterranei sono lugubri e angusti spazi, scavati nella roccia, umidi e opprimenti: il luogo ideale nel quale raccogliersi in preghiera e chiedere espiazione dei peccati a Dio. Ricordiamo che siamo nel Quattrocento, e che Francesco di Paola aveva molto a cuore gli insegnamenti di umiltà e povertà di un altro Francesco, il Santo di Assisi.

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

Nelle lunette del porticato intorno al chiostro sono affrescate scene di vita del santo paolano, i suoi miracoli, la sua capacità di dare fuoco e scaldare semplicemente con le mani; nella chiesa una cappella laterale ospita poche reliquie e gli indumenti di San Francesco. Al di fuori del complesso, la grande chiesa realizzata nel 2000 è una grande aula moderna, illuminata da vetrate colorate e sembra più un auditorium che un edificio sacro. Su un lato si trovano due testimonianze di miracolo, di ieri e di oggi: una fonte che, si narra, San Francesco fece sgorgare dalle rocce (ma proprio lì nei pressi passa l’acquedotto) e una bomba della Seconda Guerra Mondiale che, sganciata sul convento, non esplose: un intervento divino del santo degno dei Monuments Men. Nonostante i grandi spazi del Convento, che richiama ogni anno pellegrini da ogni parte d’Italia e non solo (San Francesco di Paola è patrono dei naviganti), l’insieme risulta piuttosto intimo, dimesso, meditativo, come ci si aspetta che sia la vita di un frate.

L'interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

L’interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

Ben diversa è la sensazione che procura la vista della Chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila, vicino a Cosenza, alle pendici della Sila; Ci spostiamo a un centinaio di km di distanza, nell’interno, in una terra che ha ben altre caratteristiche, costellata da tanti piccoli borghi che sorgono a corona intorno all’altipiano della Sila. Quello di Spezzano è uno dei conventi fondati dal santo quando ancora era in vita: una chiesa magnifica, barocca, dagli interni dorati, stuccati, esageratamente decorati. Nulla resta della pacatezza e della sobrietà che sicuramente doveva contraddistinguere il convento alle origini. Qui evidentemente in epoca successiva sono stati fatti lavori di abbellimento e arricchimento notevoli. Passare nella navata sotto lo sguardo spalancato dei puttini di gesso fa l’effetto di sentirsi osservati! Il soffitto in legno dorato e dipinto con una rappresentazione del Santo tra i santi contribuisce al senso di grandiosità dell’insieme; le controporte in legno, blu con inserti dipinti sono un altro gioiello di questa chiesa. Sarà che vi sono entrata durante un matrimonio mentre il coro cantava, ma la mia prima impressione è stata di commozione. Nonostante io non sia una patita del barocco, ho trovato l’insieme bellissimo.

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Un altro convento si trova alle pendici della Sila: è il convento di San Francesco di Paola a Pedace. Il convento è del Seicento, quindi realizzato quando ormai il santo era morto da almeno un secolo, ma occupa un più antico edificio religioso costruito su una roccia a picco sulla stretta gola sottostante. Sembra più una fortezza che un convento, con le sue pareti di pietra spessa. Qui davvero è stata presa alla lettera la parabola del vangelo dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia…  Trovarsi il convento sopra la testa mentre si percorre la strada che conduce a Pietrafitta fa particolarmente impressione.

Il culto di San Francesco di Paola fin da subito ha trovato terreno fertile in Calabria, dove si è diffuso da subito. Il santo stesso fondò quattro monasteri: oltre a quelli di Paola e di Spezzano ne fondò uno a Paterno e uno a Corigliano Calabro. Questi centri furono propulsori del culto in tutta la regione. Questi di cui vi parlo qui sono solo alcuni dei suoi luoghi. Oltre all’aspetto religioso, per cui sono meta di pellegrinaggio e di turismo religioso, sono piccoli gioielli artistici ricchi di storia, di tradizione, di capolavori d’arte.

 

La Nave della Sila 

Il museo dell’emigrazione italiana si trova nel cuore della Sila, terra che fu interessata da un massiccio fenomeno di emigrazione verso l’America a fine Ottocento, e in Belgio nel secondo Dopoguerra. L’ho visitato, affrontando così finalmente un percorso a 360° sull’emigrazione. Cosa spinse tanta gente a lasciare la propria casa? Come affrontò il viaggio? Come si sistemò nella nuova patria? Una risposta univoca non c’è, e sono tante le storie che si potrebbero raccontare.

Il Museo "La nave della Sila" evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l'America

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Non si viaggia solo per piacere, per curiosità o per spirito di conoscenza e avventura. Si viaggia, e si viaggiava, per necessità, si lascia, e si lasciava, la terra natìa nella speranza di trovare altrove un mondo migliore, una vita migliore, un riscatto. In Calabria lo sanno bene cosa significhi mollare tutto per partire verso il Nuovo Mondo, verso una nuova vita. Alcuni ce l’hanno fatta, e l’America è stata davvero la terra delle possibilità. Ma per molti è stata un’esperienza terribile e molti ancora non sono riusciti a vedere questa novella Terra Promessa.

Il museo La Nave della Sila si trova poco fuori Camigliatello (CS)

Il museo La Nave della Sila si trova poco fuori Camigliatello (CS)

Di tutte queste storie si fa portatore il Museo Narrante La Nave della Sila. Si trova fuori Camigliatello, sulla Sila,  nel Parco Old Calabria, e narra il perché e il per come migliaia di italiani decisero di partire per trovare una vita migliore. In questo grande racconto corale emergono tante storie personali, storie di povera poverissima gente, misera gente, talmente disperata da essere costretta a lasciare la propria casa per affrontare l’ignoto. Le singole vicende sono davvero drammatiche: come la storia di quella bambina di 7 anni che, morta di febbre, fu strappata dalle braccia della madre e buttata nell’oceano con una pietra al collo, o come la storia di quel transatlantico, il Remo, partito da Genova e diretto in Brasile che il Brasile non lo raggiunse mai perché gli fu vietato l’approdo, dato che sulla nave si era sviluppata un’epidemia di colera che aveva già mietuto vittime, e ancora ne continuò a mietere fino al ritorno in Italia. Già all’epoca era evidente il paragone con le navi dei negrieri per la tratta degli schiavi e forse, sospettavano già all’epoca, le condizioni erano pure peggiori. Il business del viaggio oltreoceano era altissimo, gli armatori e gli equipaggi non erano meno carnefici degli scafisti di oggi, interessati solo al guadagno, senza tenere in nessun conto la vita umana. Il rischio di epidemie, ma anche di naufragi era altissimo, e l’oceano custodisce tante storie di morte in cui i primi a morire erano i passeggeri di terza classe.

Un manifesto invita al viaggio nel Nuovo Mondo

Un manifesto invita al viaggio nel Nuovo Mondo

Tuttavia queste storie non sono, non tutte almeno, cadute nell’oblio. Sono storie di povera gente che si conoscono tramite foto, articoli di giornale dell’epoca, manifesti che evocano da un lato la fiducia nella prospettiva di una nuova vita, dall’altro i disagi dell’esperienza vera del viaggio.

Non si parla solo di migrazione in America, nel museo della Nave della Sila. Si parla anche di migrazioni in Belgio (come dimenticare Marcinelle?) e in Svizzera e Francia, di storie vere come quella narrata nel film “Il cammino della Speranza” di Pietro Germi (1950), in cui un gruppo di migranti siciliani fu salvato dai Carabinieri sulle Alpi: storie di disperazione, storie che fanno parte della nostra Storia di Italiani, ma che spesso dimentichiamo. La Domenica del Corriere, nelle sue bellissime e drammatiche illustrazioni, riporta lampante la gravità di quei momenti: in assenza di fotografie, è una fonte molto utile per capire come certi eventi venissero recepiti dall’opinione pubblica.

Famosissima quest'immagine che ritrae una famigliola italiana appena sbarcata negli Stati Uniti

Famosissima quest’immagine che ritrae una famigliola italiana appena sbarcata negli Stati Uniti

Arrivati in America, poi, non è che immediatamente si trovava l’Eldorado: la Statua della Libertà era solo l’anticamera di Ellis Island, dove gli immigrati venivano sottoposti a quarantena e a test psicoattitudinali non semplici che davano modo agli Americani razzisti di parlare di inferiorità razziale e culturale. Superata quell’ennesima prova, allora, finalmente si entrava in America. A New York Little Italy, oggi quartiere caratteristico di Manhattan, con ristoranti e pizzerie italiane, all’inizio del Novecento era un quartiere poverissimo, dove vivevano in 1300 persone per 132 stanze, dove il povero approfittava del più povero per sbarcare il lunario. Ad esempio i musicanti si circondavano di bambini (acquistati in modo illecito) perché girassero loro intorno per fare tenerezza ai passanti in modo da ottenere l’elemosina. Non so quale fosse la sorte peggiore di quest’infanzia distrutta: se i sciuscià, i bimbi che lucidavano le scarpe agli angoli delle strade, o se le bambine che con le loro dita delicate potevano meglio raccogliere il cotone e filarlo nelle industrie tessili degli Stati Uniti di inizio Novecento. Fatto sta che era un’infanzia sfruttata, così come documentato e denunciato anche da associazioni filantropiche e da fotografi dell’epoca (uno per tutti Lewis Hine del quale ebbi la fortuna di vedere una mostra qualche anno fa a New York).

Se le cose in America andavano così, non è che chi migrava in Europa se la passasse meglio. Foto ritraggono bambini a vivere in un ex-campo di concentramento negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale: è evidente che ancora nei decenni più vicini a noi le condizioni di vita fossero indecenti. In Belgio l’immigrazione italiana fa rima con miniere. Conosciamo tutti il tragico caso di Marcinelle e non ci vuole chissà che sensibilità per capire quanto dovesse essere duro lavorare nelle gallerie a metri di profondità per troppe ore al giorno. E cartoline d’epoca ci dicono che anche le donne lavoravano in miniera, negli anni Cinquanta.

Una cartolina degli anni Cinquanta pubblicizza le miniere di carbone del Belgio

Una cartolina degli anni Cinquanta pubblicizza le miniere di carbone del Belgio

Il viaggio della Nave della Sila prosegue poi raccontando quanto questo grandissimo numero di persone che giunse tra fine Ottocento e inizio Novecento in America fu tutt’altro che una massa di accattoni: furono operai, lavoratori, braccia che contribuirono allo sviluppo urbanistico, infrastrutturale e quindi economico degli Stati Uniti. Segue poi, una sezione sugli Italiani noti che, nel bene e nel male, fecero parlare di sé la stampa dell’epoca e che sono entrati di diritto nei libri di storia: Sacco e Vanzetti, Al Capone, ma anche Primo Carnera, e Antonio Meucci.

A fine percorso, un’installazione video molto ben riuscita e coinvolgente racconta le migrazioni di oggi. Se un tempo sono stati gli Italiani a dover partire, a subire diffidenze razziste e a dover svolgere i lavori più umili e sottopagati, oggi sono altre genti che giungono in Italia e vivono analoghe situazioni di disagio. Il video vuole sensibilizzare su questo tema, con immagini forti, racconti autobiografici, scene di repertorio che molti di noi hanno visto anche in tv. Mai come in questi ultimi tempi il tema dell’immigrazione è di attualità. Allora, conoscere meglio il nostro passato ci aiuta a conoscere, e ad accettare, il presente e, magari, a trovare soluzioni per il futuro.

I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

Ne hanno di storie da raccontare i Giganti della Sila. Basta camminare all’ombra delle loro fronde, al riparo dei loro larghi tronchi, per respirare la storia antica di una regione verde e fiera, quella della foresta silana.

I Giganti della Sila sono una riserva, un parco nel cuore dell’altopiano calabrese, in località Fallistro, che custodisce le ultime più antiche piante di questa foresta antica. Sono circa 70 alberi, i più vecchi dei quali hanno 350 anni. La pineta fu impiantata nel Seicento dai Baroni Mollo, dei quali sopravvive il Casino di campagna, proprio all’ingresso del parco. Il diametro dei tronchi in molti casi sfiora i 2 m, e l’altezza si attesta tra i 35 e i 40 metri. Mica poco. Ne sono successe di cose all’ombra dei loro rami.

Il parco, gestito dal FAI, non è molto grande per la verità. Il percorso è un sentiero ben tracciato, adeguato a bambini e ad anziani, per consentire veramente a tutti di godere dell’imponenza della natura.

Io che passeggio in questa foresta incredibile per un attimo ho la sensazione di trovarmi nella Terra di Mezzo, anzi, nel Bosco Atro, tra gli Ent, quegli alberi antichissimi che ne Il Signore degli Anelli parlano, si muovono, seppur lentamente, e decidono alla fine le sorti della loro foresta. Ecco, mi aspetto che da un momento all’altro questa foresta si ridesti, e che gli Ent inizino a raccontare le loro storie, magari con uno spiccato accento calabrese, com’è giusto che sia.

E se mi fermo ad ascoltare, le posso sentire queste storie:

i Giganti della SilaC’è la storia dei carbonai, che a ottobre, per la festa di San Donato, dopo aver passato tutta l’estate in Sila a far carbone, scendevano nei paesi per stringere accordi commerciali (bastava una stretta di mano) e per vendere il loro prodotto. Allora, in quell’occasione, le donne cucinavano per più giorni la cuccìa, un piatto a base di grano e carne di maiale (osso del prosciutto, per la precisione), molto, molto sostanzioso.

C’è la storia delle famiglie che a gennaio macellavano il maiale e ne ricavavano carne, prosciutto, salsicce, pancetta, capocollo e tutto, veramente tutto veniva rielaborato e trasformato in riserva di cibo. Non è un caso se si dice che del maiale non si butta via niente. Davvero non veniva buttato nulla.

C’è la storia di San Francesco di Paola, che nel 1400 fu santo riconosciuto e pregato già in vita e con le sue opere e le sue preghiere aiutò le popolazioni che vivono alle pendici della Sila. Il suo culto nella regione è così diffuso che quasi ogni paese che gravita sull’altopiano ha almeno un altare o una statua dedicati al santo. Per non parlare dei conventi, uno dei quali, a Serra Pedace, è costruito a strapiombo su un costone roccioso a controllo della stretta vallata.

Non sembra che questi due alberi si abbraccino?

Non sembra che questi due alberi si abbraccino?

C’è la storia, le tante storie, dei briganti, che già in età borbonica infestavano la foresta e che, quando venivano catturati, erano giustiziati in maniera esemplare; ci sono storie di furti, di assassini, di tradimenti e di gelosie, di cupidigia sfrenata e di onore.

Ci sono storie di viaggiatori che attraversano la Calabria e che sono affascinati e allo stesso tempo spaventati da questa terra ancora così selvaggia eppure genuina, e dai suoi abitanti, fieri nonostante le loro umili occupazioni.

Ci sono storie di malgoverno, dai Borboni alla parentesi di Gioacchino Murat, fino al Regno d’Italia e a seguire; ci sono storie di gente che credette alle promesse di Garibaldi e che rimase molto deluso quando esse furono completamente disattese.

Ci sono storie di tanti che furono costretti a partire, a emigrare altrove per avere la possibilità di una vita migliore. Partivano con le loro valigie di cartone chi verso il Nord Italia, chi verso la Francia, il Belgio, la Svizzera, la Germania, chi verso l’America, del Nord e del Sud. Ovunque andassero, avevano negli occhi sempre lo stesso malinconico sguardo di chi deve lasciare ciò che più ama per affrontare l’ignoto.

E non c’è niente di più importante per un Calabrese delle proprie radici. Per questo, anche, questi alberi secolari sono importanti. Testimoniano del tempo che scorre, del mondo che cambia, della gente che passa e che forse lascia un segno, o forse era meglio se non lo lasciava.

I Giganti della Sila

Le radici di questi alberi sono ben salde, eppure, dopo la Seconda Guerra Mondiale, questa foresta fu espropriata e per gabole burocratiche (qui trovate ben descritta tutta la faccenda), ignoranza degli amministratori e mancanza di una legge adeguata, fu sfruttata senza criterio: gli alberi abbattuti, il sottobosco rovinato, senza che nessuno sollevasse mai lo sguardo a stupirsi della bellezza e dell’imponenza fuori del comune di quegli alberi. Solo la discendente dei Baroni Mollo guardava con apprensione alla lenta e inesorabile distruzione di questo monumento naturale storico e alla fine riuscì a sensibilizzare chi di dovere: la foresta, o quel che ne rimaneva, fu protetta ed oggi è una ricchezza paesaggistica e culturale come ne sono rimaste poche nella vecchia Europa.

Campi di patate vicino ai Giganti della Sila: natura e cultura del territorio

Campi di patate vicino ai Giganti della Sila: natura e cultura del territorio

Intorno a questa foresta, che, sentiero a parte, è lasciata in modo che la natura faccia il suo corso, si stendono altri boschi e campi di patate della Sila, una coltivazione tipica dell’altopiano. Intorno a Fallistro e a Croce di Magara, lungo la strada, è facile che greggi di capre ti attraversino la strada, così come sulla Sila, puoi anche doverti fermare se una mucca decide che vuole ruminare proprio sull’asfalto. È il bello di questa regione dove i Giganti della Sila non sono altro che una tra le tradizioni secolari di questa terra.

** Puoi vedere altre foto della Sila sul mio profilo instagram @maraina81 e sulla pagina Facebook del blog Maraina in viaggio. Anzi, se ti è piaciuto questo post, perché non aggiungi il tuo mi piace?

Diamante risplende la sera

Un murales su una casa di Diamante

Un murales su una casa di Diamante

È piacevole passeggiare per Diamante, la sera. Questa bella cittadina sulla costa tirrenica della Calabria è un piccolo gioiello (mi si perdoni il gioco di parole) ed ha una caratteristica che la rende unica nel suo genere.

Perchè diciamocelo: i paesini di mare si somigliano un po’ tutti; con il lungomare, la spiaggia, il porticciolo dei pescatori, una volta economia prevalente, oggi decisamente minoritaria quando addirittura non ridotta a semplice attrattiva turistica, poi le viuzze del centro, che in Calabria si chiamano vinelle, in Liguria carrugi e nel reso d’Italia semplicemente vicoli, che regalano scorci sul mare deni del miglior paesaggista e che oggettivamente non stancano mai. Ci sono poi le piazzette, che si aprono qua e là, ci sono i ristorantini, i bar, i negozi di souvenir, di artigianato e di prodotti tipici, come il peperoncino, per esempio.

La costa, il mare, un fico d'India e un richiamo al passato più antico della regione. In questo murales c'è tutta la costa calabrese

La costa, il mare, un fico d’India e un richiamo al passato più antico della regione. In questo murales c’è tutta la costa calabrese

E poi c’è quel dettaglio che rende Diamante diversa da tutte le altre cittadine di mare: Diamante è la città che ha affidato i propri muri all’estro di artisti e pittori. Le pareti delle case di Diamante sono animate da murales, tanti murales. Ogni pittore ha scelto il suo muro, e questo muro è divenuto la tela su cui rappresentare ciò che l’ispirazione ha suggerito. E l’ispirazione spesso viene dal territorio, dal mare, oppure dalla storia, o da temi sociali tanto attuali quanto atavici. Diamante diventa così un libro bellissimo di illustrazioni. I suoi muri ci parlano, si raccontano, narrano storie di uomini e di eroi, di terra, di mare e di cielo. Storie di speranza e di quotidianità, storie di presente e di passato, e anche di speranza nel futuro.

Mediterraneo, un murales che parla di migrazioni e di naufragi di ieri e di oggi.

Mediterraneo, un murales che parla di migrazioni e di naufragi di ieri e di oggi.

Diamante è piena di vitalità. Le sue serate sono luminose, il lungomare è percorso di gente che tra un gelato e una passeggiata, va curiosando tra i negozi di souvenir e le gioiellerie che vendono pendenti e bracciali in corallo. E se nella piazzetta il bar strizza l’occhio alla clientela più alla moda, e il negozio di souvenir attira gli occhi dei turisti e dei bambini, nella viuzza accanto puoi vedere nel panificio le forme di pane sistemate a lievitare: saranno vendute nell’attiguo forno, dal quale si sprigiona un profumo fragrante che ti guida a occhi chiusi. O ancora, nella bottega del calzolaio puoi ammirare le scarpe fatte su misura, e puoi addirittura commissionarle al momento: mestieri che ormai si incontrano difficilmente, e che si mescolano con nonchalance alla movida diamantina.

Intanto, qua e là, dipinto su un muro, un pescatore è intento a sistemare le reti, un altro è impegnato nella pesca di un tonno, una madre sta cullando il figliolo e un gruppo di anziani è seduto fuori dalla porta di casa, come ancora succede in molti paesi qui nel Sud Italia.

Tipica scena da paese del Meridione: la gente seduta in strada fuori dalla porta di casa

Tipica scena da paese del Meridione: la gente seduta in strada fuori dalla porta di casa

 

** La magia di Diamante è grande. Trovate altre suggestioni e altre mie immagini di questo splendido borgo sul mio profilo instagram @maraina81 e sulla pagina fb del blog Maraina in viaggio. Anzi, se vi è piaciuto questo post, perché non aggiungete il vostro like alla pagina?