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Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

Il borgo di Morano Calabro visto dal castello

La montagna calabrese accoglie piccoli borghi che sono veri e propri gioielli di storia e di tradizione. Erroneamente ho detto montagna calabrese: il Pollino e la Sila sono due catene montuose ben distinte e con caratteristiche totalmente differenti: montagne alte e aguzze il Pollino, un grande altopiano la Sila.

Il Pollino si incontra tra la Basilicata e le porte della Calabria. Le sue cime superano i 2000 m; è sede di un parco nazionale. Le sue cime sono innevate per gran parte dell’anno; ospita tantissimi boschi mentre alle pendici pascolano greggi di mucche e pecore: l’attività pastorizia in queste terre è ancora molto praticata, tant’è che Campotenese, qui in zona, è rinomata per la sua produzione di mozzarelle.

Lungo l’autostrada che ridiscende la punta dello Stivale incontriamo, nel Massiccio del Pollino, l’uscita di Morano Calabro. È questo il primo borgo che andiamo a visitare.

Morano Calabro

Un borgo medievale abbarbicato alla sua altura, dominata da un castello. Morano Calabro ha da sempre vocazione di controllo del territorio lungo percorsi di valico battuti da sempre, fin dai tempi dei Romani e forse prima ancora. Il castello avrebbe addirittura origini romane, ma è in epoca normanno-sveva che assume una certa importanza, proprio per la sua posizione: il perché si capisce affacciandosi dal castello: il panorama corre a 360° sul territorio per km e km, lo sguardo spazia sulle montagne del Pollino e sulla vallata ai nostri piedi.

Il castello di Morano Calabro

Il castello si conserva in buona parte, anche se ne ha passate tante, come si suol dire: ampliato nel XIII secolo, il periodo angioino, poi ingrandito ancora tra il 1515 e il 1546 nel periodo aragonese, quando aveva pianta rettangolare e sei torri cilindriche; nel 1806 il castello fu bombardato dai Francesi, ma i maggiori danni li fecero i proprietari che nel corso dell’800 lo spoliarono in alcune parti.

Oggi il castello è stato recuperato, soprattutto da quando nel 2003 Morano è entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia, e ospita eventi e manifestazioni culturali. Parte del borgo è stata trasformata in albergo diffuso e museo naturalistico. Il museo in particolare, molto didattico, adatto alle scolaresche, racconta la fauna, la flora, la mineralogia, il territorio, con una sezione dedicata agli insetti e una dedicata agli uccelli. Nel borgo alcune case sono state riattate ad appartamenti arredati in stile. Tutto ciò è opera de Il Nibbio, che gestisce tutto, per favorire la conoscenza e la crescita di questa fetta di territorio montano calabrese.

San Giovanni in Fiore

L’Arco normanno a San Giovanni in Fiore

Se Morano Calabro è un centro che nella storia rivestì un ruolo politico e militare, tutt’altra vicenda è quella di San Giovanni in Fiore, la cui esistenza è invece intimamente legata alla Chiesa.

San Giovanni in Fiore sorge nel cuore della Sila, lungo la Superstrada che collega la Calabria da parte a parte, da Paola sul Tirreno a Crotone sullo Ionio. Si trova praticamente nel mezzo, e oggi è raggiungibile piuttosto agevolmente. Ma nel Medioevo queste terre erano impervie e pressoché disabitate. Proprio in queste terre, però, l’eremita e teologo Gioacchino da Fiore costituì un’abbazia, che crebbe in importanza tanto quanto il santo che lo costituì: Gioacchino da Fiore viene infatti ricordato da Dante nel Paradiso, perché grande era stata la sua rilevanza nella Chiesa medievale. La costituzione dell’Abbazia, che risale al 1215, è un modo per consentire il popolamento di queste terre. Infatti intorno ad essa sorge il borgo medievale, e San Giovanni in Fiore diventerà da qui in avanti l’abitato più grande e fiorente della Sila.

uno sguardo medievale

L’abbazia, romanica, è piuttosto spoglia. Soltanto l’altare maggiore, dorato e barocco, è una concessione alle decorazioni, così come i sedili del coro retrostante, scolpiti nel legno a profilo di grifone. Per il resto, invece, c’è solo nuda pietra intorno a noi, fin nella cripta sottostante. L’abbazia affaccia su una piccolissima piazzetta; la chiesa sembra piccola, ma in realtà il complesso abbaziale è piuttosto grande. Gli si può girare intorno e, sul retro, troviamo il museo della Sila, un museo etnografico che racconta l’artigianato, la vita di montagna, l’allevamento e le attività tradizionali delle gente di questa montagna calabrese. Nel resto del borgo invece si annidano gli artigiani: orafi, ceramisti, produttori di tappeti e di scialli.

Passeggiando per il borgo si incontra ancora qualche traccia viva del passato medievale: l’Arco Normanno e la piccola testa di pietra che è lì, fissa, da quasi mille anni, a controllare chiunque passi di qui. Uno sguardo che sembra vuoto. Ma invece è prepotentemente espressivo.

L’ingresso della chiesa romanica di San Giovanni in Fiore

 

Due borghi per due montagne, due storie totalmente differenti. Morano Calabro e San Giovanni in Fiore non hanno poi così tanti punti in comune: l’uno è un borgo che sorge intorno ad un castello; l’altro sorge intorno ad un monastero. Sono i due volti diversi del popolamento dell’età medievale. Morano si abbarbica alla sua montagna, San Giovanni in Fiore si dispone con grazia accanto al monastero su un pianoro per nulla scosceso. San Giovanni in Fiore fa parte dell’Itinerario dello Spirito, che attraversa la Sila sulle tracce dei santi: Gioacchino da Fiore, per l’appunto, e San Francesco di Paola, arrivando a lambire Cosenza.

Il bello dei borghi antichi è proprio questo: ognuno ha la sua particolarissima storia, il suo personalissimo bagaglio di racconti e di monumenti. È bello scoprirli, abbandonarsi alla curiosità. Impariamo così nuove storie e anche un piccolo paese, niente più che un puntino sulla mappa geografica, diventa un luogo magico capace di incantarci.

Il mare d’inverno. Speciale Calabria tirrenica

Non è la prima volta che dedico dei post al mare d’inverno. Per me ha un fascino particolare: quello che d’estate diventa proprietà del turismo di massa (me compresa), che viene a crogiolarsi al sole, invade le spiagge, le rive e le acque, d’inverno è un paesaggio a tratti selvaggio, in cui la natura si riprende, in parte, ciò che le appartiene. Il mare d’inverno non è mai quieto del tutto, riflette il cielo carico di nubi quando minaccia pioggia, non è mai sfondo di una foto, ma ne è protagonista. Per contro, i segni dell’uomo sono residui, sono sonnolenti, dormienti, in attesa, in letargo: degli stabilimenti balneari restano gli scheletri, le barchette dei pescatori sono ricoverate alla bell’e meglio, le palme che decorano i lungomare ondeggiano al vento.

il mare si scorge da dietro la recinzione dei binari

il mare si scorge da dietro la recinzione dei binari

Ho fatto pochi giorni fa un viaggio in treno lungo la Calabria tirrenica. Risalendo lo stivale, nel tratto da Paola a Diamante non ho potuto fare a meno di osservare incantata il panorama sul lato del mare. Sono luoghi, tra l’altro, che in parte conosco, visto che vi ho trascorso qualche giorno quest’estate (a Diamante ho dedicato questo post; su Paola e il Santuario di San Francesco ho scritto qui). Li ho quindi vissuti sia nel pieno della stagione viva e li ho attraversati ora, durante il loro letargo. Dal treno in corsa non è stato facile scattare fotografie, complice anche la luce bassa del cielo nuvoloso. Ho preso però pochi appunti sulla mia agenda appena inaugurata per il nuovo anno. Li riporto qui.

Lo scoglio della Regina, Guardia Piemontese

Lo scoglio della Regina, Guardia Piemontese

Giornata di non pioggia. Il mare promette tempesta, ma in realtà si trattiene: le onde si infrangono sugli scogli, ma già quando giungono a riva accarezzano appena la sabbia Le barche sono ricoverate qua e là in qualche rada. C’è anche un pattino lungo l’estuario quasi secco di un torrente.

Fuscaldo, Guardia Piemontese, Cetraro, Belvedere Marittimo, Diamante.

Un faraglione battuto dai flutti (è lo Scoglio della Regina, a Guardia Piemontese). La ferrovia scorre lungo il mare, si addentra ogni tanto nei centri abitati che si stendono paralleli alla linea di costa. Centri disabitati, meglio: sono tutte palazzine che si popolano d’estate, seconde case per il mare, che ora sono chiuse e sprangate, sonnolente, in attesa che torni la bella stagione.

Guarda le palme battute dal vento. Riconosco il porticciolo di Cetraro, riconosco Cittadella del Capo con quell’antica residenza oggi hotel di lusso a picco sul mare, vedo in lontananza Diamante: qui la ferrovia passa dietro il paese e mi stupisce vederlo così arroccato, con la chiesa che sporge: persino la sua fiancata è decorata da un murales, che vedo fin da quaggiù.

Dopo Diamante il percorso del treno si addentra nell’entroterra. Ogni tanto risbuca sul mare, ma ormai fa sera, ed è difficile riconoscere i luoghi. Ma mi rimane addosso la sensazione di bellezza incontaminata o restituita per qualche mese alla natura. L’uomo si fa da parte. Il mare, e ciò che interagisce con lui, trionfa. E osservare i luoghi nella stagione diversa da quella nei quali solitamente si frequentano me li fa sentire più veri, più vivi, me li fa conoscere di più.

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Il Castello Normanno Svevo e la Galleria Nazionale: la Cosenza da non perdere

Cosenza ha una lunga storia. Il suo centro storico (l’abbiamo visto) è ricchissimo di storia e arte. La città ha fatto notizia ultimamente soprattutto per la leggenda del tesoro di Alarico, che secondo una tradizione popolare sarebbe stato seppellito nel fiume Crati insieme agli ori trafugati durante il sacco di Roma del 410 d.C. (addirittura Voyager ha dedicato un ampio servizio a questa leggenda); ma non si esaurisce certo qui la sua rilevanza dal punto di vista storico e culturale. Vi parlo in particolare di due luoghi importanti l’uno per la storia della città, l’altro per l’arte: il castello normanno svevo e la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

A guardia della città, sul colle più alto intorno al quale, a valle, scorre il Crati, si erge il castello normanno svevo. Lo si vede da lontano, nulla sfugge al suo controllo: posizione strategicamente migliore non potrebbe avere. Imponente, posto a controllo di un ampio territorio che spazia sotto il nostro sguardo, il castello è stato recentemente restaurato e riallestito in funzione dell’apertura al pubblico. Vale la pena di salire fin quassù.

La cima dell’altura, il colle Pancrazio, è fortificata, le sue alte mura la cingono interamente; salendo dalla strada che si inerpica, appare in tutta la sua maestosità, fortezza inespugnabile e luogo di potere nei secoli del medioevo.

Anche se viene chiamato castello normanno svevo, in realtà la rocca era fortificata già da molto tempo, probabilmente già dal VI secolo a.C. È comunque il 937 d.C. l’anno in cui si parla per la prima volta di esso. Nel XII secolo Ruggiero II ingrandì il castello. Da questo momento a tutti gli effetti si può parlare di castello normanno. In seguito al rovinoso terremoto del 1184 la rocca andò distrutta; è a Federico II di Svevia che si deve la ricostruzione: una struttura rettangolare con torri angolari a pianta ottagonale e sale voltate. In seguito con gli Angioini il forte subì altre modifiche anche perché con Luigi III d’Angiò divenne residenza principesca, con funzioni dunque diverse dalla mera difesa. Alla metà del ‘400 il castello ospitò persino la zecca per coniare monete e una prigione per gli avversari politici nelle lotte contro gli Aragonesi.

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Nel XVI secolo si impone su Cosenza la dominazione spagnola e il castello torna ad essere soltanto una fortezza militare. Il forte terremoto del 1638 lo distrugge e fa sì che per il castello inizi un lungo periodo di abbandono fino a quando i Borboni, nel XIX secolo non si adoperano per il restauro, e danno alla rocca il ruolo di carcere. Da lì un nuovo terremoto, nel 1870, lo distrugge un’altra volta. Rimane pressoché rudere fino al 2008, quando finalmente  viene restaurato in via definitiva. Ed è così che si presenta oggi.

Entrando dalla porta nelle mura, seguendo il percorso si entra nel castello vero e proprio. Questo, alto due piani, è costituito al piano terreno da una serie di sale e di ambienti voltati che si dispongono intorno ad un chiostro, sfruttato oggi per manifestazioni all’aperto. Tra gli ambienti più belli (qui la mappa) senz’altro la Sala delle Armi, in parte coperta da soffitto a volta a crociera, in parte col tetto crollato, e la torre ottagonale, simbolo e sintesi dell’architettura dei tempi di Federico II: basti solo pensare all’eccezionale architettura di Castel del Monte in Puglia, capolavoro ottagonale.

Salendo al piano superiore si esce su un’ampia terrazza che guarda a 360° su tutto il territorio intorno a Cosenza: da un lato la valle del Crati, dall’altro la preSila: lo sguardo può vagare per km e km all’intorno. Il momento migliore per godere della vista è probabilmente il tramonto, come sempre quando si tratta di ampi panorami. Immaginate che questo una volta era un cammino di ronda e che il panorama veniva guardato sempre con preoccupazione… e pensate che invece oggi è il luogo più adatto per un selfie all’imbrunire.

La Galleria Nazionale di Palazzo Arnone

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Palazzo Arnone è storicamente il carcere della città. Sorge sul Colle Triglio, un altro dei sette colli di Cosenza (eh sì, Cosenza è costruita su 7 colli proprio come Roma…). Dopo un lungo ed efficace restauro il palazzo è stato trasformato in polo culturale importante della città. Da luogo di prigionia a luogo di esaltazione della libertà dell’arte, il Palazzo è oggi sede della Galleria Nazionale di Cosenza, una pinacoteca che ospita oltre a dipinti di pittori importanti del Rinascimento e del Seicento cosentino, come Mattia Preti o Luca Giordano (che era di Napoli), anche una sezione di arte contemporanea e una sezione monografica sul giovane Umberto Boccioni, artista futurista calabrese del primo Novecento, autore della nota scultura Forme uniche nella continuità dello spazio, della quale esistono varie versioni, di cui una proprio alla Galleria Nazionale di Cosenza; per capirsi, è la scultura ritratta sul retro delle monete da 20 centesimi di €.

Tra le opere più significative, o quantomeno che mi hanno colpito, ci sono la Morte di Cleopatra di Luca Giordano, nella quale è commovente l’atteggiamento della serva che assiste impotente agli ultimi istanti di vita della sua regina, la Veduta con figure classiche e rovine, sempre di Luca Giordano, in cui la scena è occupata da un’antica architettura in rovina, un porto e un insieme di piccolissime figure, ciascuna intenta alla propria occupazione, il San Francesco d’Assisi confortato dall’Angelo, di Francesco Cozza, in un’ambientazione silvana che è più da scena mitologica che non religiosa.

Francesco Cozza, San Francesco d'Assisi consolato dall'Angelo

Francesco Cozza, San Francesco d’Assisi consolato dall’Angelo

L’esposizione è molto curata, perfette le luci e le condizioni climatiche delle sale; si alternano in un’esposizione cronologica tele grandi e minori, a soggetto vario, religioso, mitologico o di genere. In una delle sale è stata mantenuta una terribile cella, a ricordo del passato dell’edificio. La Galleria Nazionale è un museo moderno, non la vecchia pinacoteca che ci si potrebbe immaginare, ma un ambiente curato e luminoso. La cosa che personalmente mi ha lasciata perplessa è che il biglietto di ingresso sia gratuito.

Due luoghi culturali importanti per una città come Cosenza, che ha un ricco patrimonio storico e artistico da valorizzare e da far conoscere. E se nella città nuova, in viale Mazzini, va in scena l’arte contemporanea con il Museo all’aperto Bilotti, nel centro storico è l’arte dal Cinquecento al Novecento ad essere protagonista. Andando a ritroso nel tempo, e risalendo in altura, invece, il monumento più antico della città, il castello normanno svevo, osserva la vita scorrere sotto di lui, da secoli e secoli. La sua presenza un po’ ci intimidisce, ma ci rassicura, come un vecchio guardiano taciturno che tutto sa e tutto controlla.

Lungo il Sentiero degli Argonauti: la Paestum che non avete mai visto

Paestum è un luogo in cui gli dei degli antichi sono ancora fortemente presenti. Aleggiano nell’aria, tra le colonne dei templi, si muovono nel forte vento di questi giorni, risplendono al sole caldo che solo il Sud sa regalare. Ci ricordano che loro sono da sempre, così come i grandi templi dorici ancora in piedi, che da tempo immemore stanno lì e sfidano il tempo, le tempeste, l’uomo stesso, sopportando un tempo greggi di pecore e oggi comitive di turisti.

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Nella valle senza tempo di Paestum si potrebbe pensare che con una passeggiata nel sito archeologico si possa sapere tutto della città antica. E invece no: basta recarsi all’incrocio tra il cardine massimo e il decumano massimo, e imboccare il decumano in direzione ovest, la direzione del mare, che subito nuove frontiere si aprono. Ma solo da oggi.

Il tratto di decumano massimo ripulito da Legambiente

Il tratto di decumano massimo ripulito da Legambiente

Là dove c’era l’erba ora c’è un tratto di basolato della strada antica, che Legambiente ha portato in luce, dopo aver stretto un proficuo accordo con il Direttore di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, il quale ha subito intravisto una possibilità: quella di far dialogare l’archeologia con l’ambiente naturale. Quelli di Legambiente, d’altro canto, hanno avuto modo di coinvolgere, nella loro attività di pulizia, i migranti giunti dall’Africa, in un progetto di integrazione che passa per l’educazione al territorio e alla tutela. Lo scopo? Quello di creare, anzi di riportare in auge, un antico percorso, che dal centro della città antica portava  a ovest, fuori dalle mura, presso Porta Marina, e da lì al mare.

Così, ogni prima domenica del mese quelli di Legambiente organizzano una passeggiata archeologica “Sul sentiero degli Argonauti”, ricordando così la mitologica spedizione di Giasone e compagni, le cui gesta sono ricordate sulle metope del tempio di Hera alla Foce del fiume Sele (oggi esposte al Museo Archeologico Nazionale di Paestum) dedicate a Medea, sposa di Giasone. Una passeggiata speciale è stata condotta anche in occasione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2016, alla quale ho partecipato.

Alla fine del basolato c'è un cancello, oltre il quale iniziano i campi coltivati. La città antica sta sotto le coltivazioni di erba medicaIl percorso (che ahimè non è accompagnato da un archeologo, ma da una guida di Legambiente che nonostante la buona volontà archeologo non è), si snoda dal tempio di Cerere, inizio ideale di ogni percorso all’interno della città, lungo il cardine massimo fino all’incrocio col decumano massimo. Qui imbocchiamo il tratto di basolato che conduce verso il limitare dell’area archeologica. Oggi lo spazio è transennato perché vi vengono condotti nuovi scavi, tuttavia Legambiente ha l’autorizzazione per passare.

Percorriamo un basolato che è ritornato in luce dopo decenni che i rovi l’avevano invaso. Sono poche centinaia di metri, ma valgono veramente la pena e ci si chiede perché fino ad oggi siano stati abbandonati alla natura. Poi si raggiunge un cancello. La città antica conosciuta finisce qui. Oltre, Paestum è ancora nascosta sotto campi sterminati coltivati a erba medica.

Percorriamo un sentiero attraverso i campi, sempre in direzione ovest, mentre alle nostre spalle la silhouette del tempio di Cerere si fa sempre più piccola. I campi cedono il passo ad alcune abitazioni e ad un caseificio: siamo in prossimità delle antiche mura, e della porta Marina, la porta che guardava al mare, ancora imponente come un tempo. A guardia, un gatto rosso, reduce da tante battaglie, si gode sornione il sole.

La porta Marina di Paestum

La porta Marina di Paestum

Proseguiamo. Passiamo sotto un ponticino al disotto della Strada Provinciale. Ora il sentiero diventa uno stradello tra le case, un vero e proprio quartiere disposto tra via Fidia e via Lisippo. Poi di nuovo la Provinciale, attraversata la quale entriamo in pineta.

La spiaggia di Paestum, oltre l'Oasi Dunale Legambiente

La spiaggia di Paestum, oltre l’Oasi Dunale Legambiente

È l’Oasi Dunale di Paestum, curata da Legambiente: una pineta creata appositamente negli anni ’60 con la bonifica di questi territori, a fare da separatore tra il mare e i campi da destinare a coltura.

Abbandonata a se stessa per decenni, Legambiente negli ultimi anni l’ha pulita, curata come fosse il giardino di casa, predisponendo un sentiero, opere d’arte contemporanea appese agli alberi che vogliono sensibilizzare sull’abbandono dei rifiuti nel bosco, e infine, regalandoci una superba entrata in spiaggia. La vista spazia fino a Salerno, mentre dalla sabbia spunta di tutto, pigne, rami di pino, conchiglie, fiori e, persino, un funghetto solitario.

Decisamente, gli dei ci sono ancora, e si celano sotto forme inconsuete.

Scoprire il centro storico di Cosenza 

cosenzaCosenza è una città in salita. Ed è varia. Il suo centro storico è grande, incredibilmente ricco di suggestioni, di angoli, di palazzi, e di bellezza. Ma è una bellezza decadente, che invoca, anche se non se ne fa accorgere, aiuto. C’è infatti una sottile differenza tra una bellezza decadente e una bellezza decaduta. E Cosenza a stento cerca di elevare se stessa.

cosenzaPersonalmente, adoro i centri storici decadenti. Ho vissuto tra i vicoli di Genova per anni, passavo in via Prè quando ancora era considerata pericolosa persino di giorno; ho trascorso le mie serate tra via del Campo e il Porto Antico, e mai ho avuto la sensazione di essere in pericolo. I vicoli in quegli anni (il primo decennio del 2000) si sono trasformati per una serie di congiunzioni astrali favorevoli, e i semi gettati in quelle occasioni perdurano ancora oggi. Così, mentre passeggio per il centro storico di Cosenza, auspico una rinascita come quella di Genova. Cosenza lo merita. I suoi palazzi, le sue chiese, i suoi vicoli abbarbicati lo meritano.

cosenzaPasseggiamo. Partiamo da Piazza Telesio, dove il grande teatro sembra un corpo neoclassico a sé, che nulla ha a che fare con i vicoli che si dipartono da qui. Ne prendiamo uno, e cominciamo a seguirlo. Non ci indica una direzione, gira, segue l’andamento delle case… ma chi viene prima? Gli edifici o la strada? Sui muri qua e là degli affreschi vogliono raccontare episodi legati alla storia della città, in un museo all’aperto del centro storico. Fanno un po’ di colore, ma non sono murales veri, vera espressione della cultura popolare figlia di questi luoghi.

cosenzaCase, case antiche, finestre modanate, elegantissime ma alle quali sono appesi panni; ex-loggiati tamponati e chiusi, dei quali si intravvede però la colonna o il capitellino, oppure, quando nascosti bene, rivelati dall’intonaco scrostato. E poi le chiese, i conventi. Come quel San Francesco d’Assisi, che in pochi tra i cosentini stessi conoscono, ma quando vi entrano per la prima volta, se ne innamorano.

Il corso principale, Corso Telesio, è in basso. Per raggiungerlo scendiamo da una stradina che poi finisce alla Ficuzza, una piazzetta che si chiama così per via di un grande albero di fico nato non per terra, ma dentro un muro. E sopravvive, e sopravviverà per sempre, perché la gente del quartiere si identifica col fico, come recita una lapide sul muro.

cosenzaIl corso parte praticamente dal ponte sul fiume Crati, dove si trovano alcuni locali storici o quasi. La friggitoria più buona della città, quella che fa i veri panuozzi e delle favolose polpette di sarde (non avete un’idea) sta proprio lì in basso. All’interno l’Ode alla purpetta fa bella mostra di sé sul muro mentre tu addenti la tua, di polpetta. E non puoi che assentire.

Il corso poi sale, e su di esso si affacciano le ultime botteghe artigiane rimaste: anche il falegname che si è specializzato in bare e articoli mortuari, per dire. Perché, parliamoci chiaro: il lavoro in quel ramo non mancherà mai. Altre botteghe, invece, negli anni hanno dovuto chiudere, così ora si passeggia tra fantasmi di botteghe che furono e nuovi esercizi commerciali al di sotto delle vecchie caratteristiche insegne.

cosenzaE poi c’è il duomo. Si rivolge su una piazza, piazza che a guardare le foto d’epoca, è stata modificata, forse per dare più monumentalità alla facciata. L’interno è sobrio, elegante, luminoso. Proseguendo per il corso, dopo le cose sante, incontriamo le cose più profane: il Caffé Renzelli, che sta lì dal 1803 e che ebbe illustri frequentatori, tra i quali quei poveri Fratelli Bandiera che proprio a Cosenza furono giustiziati, eroi risorgimentali celebrati negli anni a seguire. Il caffé, o meglio il caffé freddo, è un vero must in città. E qui bisogna prenderlo, non si può farne a meno.

Il primo giro nel centro storico di Cosenza termina qui. Ma dall’altro lato del fiume c’è tutto un altro settore della città che merita di essere esplorato, ricco di botteghe, di chiese, come quella di San Francesco di Paola, e la Galleria Nazionale di Cosenza, una superba pinacoteca che occupa l’edificio che un tempo fu carcere, Palazzo Arnone su Colle Triglio. Ma questo ve lo racconto la prossima volta, insieme ad un altro importante monumento, che domina la città: il castello Normanno-Svevo. Stay tuned!

San Francesco di Paola, il santuario, la città, il culto

 

san francesco di paola

San Francesco di Paola ritratto in via San Francesco… a Paola

Nel XV secolo un uomo è destinato a partire dalla Calabria per cambiare le sorti dell’Europa. Quell’uomo è San Francesco di Paola. Umile religioso, riesce con il suo carisma a fondare un ordine monastico, quello dei Frati Minimi, e ad arrivare a stretto contatto del papa, divenendo un importante ambasciatore, potremmo dire, dello Stato della Chiesa in Europa. Le sue capacità diplomatiche oltre che evangelizzatrici lo portano fino alla corte di Francia, a Reims, dove diviene consigliere del re, e tale è la sua fama che che dopo morto il suo culto si diffonde in buona parte d’Europa, anche se in Francia e in Italia si trovano i maggiori luoghi di culto a lui dedicati.

Anche se è seppellito a Reims, dove morì (le sue spoglie in realtà furono in realtà distrutte), alcune reliquie si trovano oggi nel principale dei suoi conventi, quello che egli fondò fin da subito, a Paola.

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

Siamo sulla costa tirrenica della Calabria. Il centro storico di Paola si abbarbica alla sua altura, preferendo una posizione di visibilità sul mare piuttosto che esporsi ai pericoli che dal mare giungevano un tempo. Un paese in salita, con ripide e strette stradine chiuse da alti edifici oggi in parte decadenti. Chiese e case, oggi in parte abbandonate, qualcuna fatiscente, regalano scorci straordinariamente poetici e costanti riferimenti al santo.

Il Convento di San Francesco di Paola si trova a sua volta lontano dal borgo, ancora più nell’interno, lungo un corso d’acqua dal quale si diparte un piccolo acquedotto che sovrasta il cosiddetto Ponte del diavolo, presso il quale si narra che San Francesco fu assalito, ma superò, una “focosa” tentazione. Lì accanto c’è anche la piccola grotta dove il giovane San Francesco condusse i primi periodi di eremitaggio, trascorrendo le sue giornate ritirato in preghiera, prima di decidere di fondare un ordine religioso.

convento di San Francesco a Paola

Il convento di San Francesco a Paola

Il grande spiazzo sul quale affaccia il convento costeggia proprio questo fiume. Da un lato e dall’altro si trovano gli edifici destinati ai religiosi, mentre in fondo si staglia la facciata del primitivo convento, nel quale si trova anche la chiesa, il chiostro e i sotterranei nei quali il santo pregava. Il tutto è abbastanza sobrio e raccolto. I sotterranei sono lugubri e angusti spazi, scavati nella roccia, umidi e opprimenti: il luogo ideale nel quale raccogliersi in preghiera e chiedere espiazione dei peccati a Dio. Ricordiamo che siamo nel Quattrocento, e che Francesco di Paola aveva molto a cuore gli insegnamenti di umiltà e povertà di un altro Francesco, il Santo di Assisi.

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

Nelle lunette del porticato intorno al chiostro sono affrescate scene di vita del santo paolano, i suoi miracoli, la sua capacità di dare fuoco e scaldare semplicemente con le mani; nella chiesa una cappella laterale ospita poche reliquie e gli indumenti di San Francesco. Al di fuori del complesso, la grande chiesa realizzata nel 2000 è una grande aula moderna, illuminata da vetrate colorate e sembra più un auditorium che un edificio sacro. Su un lato si trovano due testimonianze di miracolo, di ieri e di oggi: una fonte che, si narra, San Francesco fece sgorgare dalle rocce (ma proprio lì nei pressi passa l’acquedotto) e una bomba della Seconda Guerra Mondiale che, sganciata sul convento, non esplose: un intervento divino del santo degno dei Monuments Men. Nonostante i grandi spazi del Convento, che richiama ogni anno pellegrini da ogni parte d’Italia e non solo (San Francesco di Paola è patrono dei naviganti), l’insieme risulta piuttosto intimo, dimesso, meditativo, come ci si aspetta che sia la vita di un frate.

L'interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

L’interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

Ben diversa è la sensazione che procura la vista della Chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila, vicino a Cosenza, alle pendici della Sila; Ci spostiamo a un centinaio di km di distanza, nell’interno, in una terra che ha ben altre caratteristiche, costellata da tanti piccoli borghi che sorgono a corona intorno all’altipiano della Sila. Quello di Spezzano è uno dei conventi fondati dal santo quando ancora era in vita: una chiesa magnifica, barocca, dagli interni dorati, stuccati, esageratamente decorati. Nulla resta della pacatezza e della sobrietà che sicuramente doveva contraddistinguere il convento alle origini. Qui evidentemente in epoca successiva sono stati fatti lavori di abbellimento e arricchimento notevoli. Passare nella navata sotto lo sguardo spalancato dei puttini di gesso fa l’effetto di sentirsi osservati! Il soffitto in legno dorato e dipinto con una rappresentazione del Santo tra i santi contribuisce al senso di grandiosità dell’insieme; le controporte in legno, blu con inserti dipinti sono un altro gioiello di questa chiesa. Sarà che vi sono entrata durante un matrimonio mentre il coro cantava, ma la mia prima impressione è stata di commozione. Nonostante io non sia una patita del barocco, ho trovato l’insieme bellissimo.

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Un altro convento si trova alle pendici della Sila: è il convento di San Francesco di Paola a Pedace. Il convento è del Seicento, quindi realizzato quando ormai il santo era morto da almeno un secolo, ma occupa un più antico edificio religioso costruito su una roccia a picco sulla stretta gola sottostante. Sembra più una fortezza che un convento, con le sue pareti di pietra spessa. Qui davvero è stata presa alla lettera la parabola del vangelo dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia…  Trovarsi il convento sopra la testa mentre si percorre la strada che conduce a Pietrafitta fa particolarmente impressione.

Il culto di San Francesco di Paola fin da subito ha trovato terreno fertile in Calabria, dove si è diffuso da subito. Il santo stesso fondò quattro monasteri: oltre a quelli di Paola e di Spezzano ne fondò uno a Paterno e uno a Corigliano Calabro. Questi centri furono propulsori del culto in tutta la regione. Questi di cui vi parlo qui sono solo alcuni dei suoi luoghi. Oltre all’aspetto religioso, per cui sono meta di pellegrinaggio e di turismo religioso, sono piccoli gioielli artistici ricchi di storia, di tradizione, di capolavori d’arte.

 

La Nave della Sila 

Il museo dell’emigrazione italiana si trova nel cuore della Sila, terra che fu interessata da un massiccio fenomeno di emigrazione verso l’America a fine Ottocento, e in Belgio nel secondo Dopoguerra. L’ho visitato, affrontando così finalmente un percorso a 360° sull’emigrazione. Cosa spinse tanta gente a lasciare la propria casa? Come affrontò il viaggio? Come si sistemò nella nuova patria? Una risposta univoca non c’è, e sono tante le storie che si potrebbero raccontare.

Il Museo "La nave della Sila" evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l'America

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Non si viaggia solo per piacere, per curiosità o per spirito di conoscenza e avventura. Si viaggia, e si viaggiava, per necessità, si lascia, e si lasciava, la terra natìa nella speranza di trovare altrove un mondo migliore, una vita migliore, un riscatto. In Calabria lo sanno bene cosa significhi mollare tutto per partire verso il Nuovo Mondo, verso una nuova vita. Alcuni ce l’hanno fatta, e l’America è stata davvero la terra delle possibilità. Ma per molti è stata un’esperienza terribile e molti ancora non sono riusciti a vedere questa novella Terra Promessa.

Il museo La Nave della Sila si trova poco fuori Camigliatello (CS)

Il museo La Nave della Sila si trova poco fuori Camigliatello (CS)

Di tutte queste storie si fa portatore il Museo Narrante La Nave della Sila. Si trova fuori Camigliatello, sulla Sila,  nel Parco Old Calabria, e narra il perché e il per come migliaia di italiani decisero di partire per trovare una vita migliore. In questo grande racconto corale emergono tante storie personali, storie di povera poverissima gente, misera gente, talmente disperata da essere costretta a lasciare la propria casa per affrontare l’ignoto. Le singole vicende sono davvero drammatiche: come la storia di quella bambina di 7 anni che, morta di febbre, fu strappata dalle braccia della madre e buttata nell’oceano con una pietra al collo, o come la storia di quel transatlantico, il Remo, partito da Genova e diretto in Brasile che il Brasile non lo raggiunse mai perché gli fu vietato l’approdo, dato che sulla nave si era sviluppata un’epidemia di colera che aveva già mietuto vittime, e ancora ne continuò a mietere fino al ritorno in Italia. Già all’epoca era evidente il paragone con le navi dei negrieri per la tratta degli schiavi e forse, sospettavano già all’epoca, le condizioni erano pure peggiori. Il business del viaggio oltreoceano era altissimo, gli armatori e gli equipaggi non erano meno carnefici degli scafisti di oggi, interessati solo al guadagno, senza tenere in nessun conto la vita umana. Il rischio di epidemie, ma anche di naufragi era altissimo, e l’oceano custodisce tante storie di morte in cui i primi a morire erano i passeggeri di terza classe.

Un manifesto invita al viaggio nel Nuovo Mondo

Un manifesto invita al viaggio nel Nuovo Mondo

Tuttavia queste storie non sono, non tutte almeno, cadute nell’oblio. Sono storie di povera gente che si conoscono tramite foto, articoli di giornale dell’epoca, manifesti che evocano da un lato la fiducia nella prospettiva di una nuova vita, dall’altro i disagi dell’esperienza vera del viaggio.

Non si parla solo di migrazione in America, nel museo della Nave della Sila. Si parla anche di migrazioni in Belgio (come dimenticare Marcinelle?) e in Svizzera e Francia, di storie vere come quella narrata nel film “Il cammino della Speranza” di Pietro Germi (1950), in cui un gruppo di migranti siciliani fu salvato dai Carabinieri sulle Alpi: storie di disperazione, storie che fanno parte della nostra Storia di Italiani, ma che spesso dimentichiamo. La Domenica del Corriere, nelle sue bellissime e drammatiche illustrazioni, riporta lampante la gravità di quei momenti: in assenza di fotografie, è una fonte molto utile per capire come certi eventi venissero recepiti dall’opinione pubblica.

Famosissima quest'immagine che ritrae una famigliola italiana appena sbarcata negli Stati Uniti

Famosissima quest’immagine che ritrae una famigliola italiana appena sbarcata negli Stati Uniti

Arrivati in America, poi, non è che immediatamente si trovava l’Eldorado: la Statua della Libertà era solo l’anticamera di Ellis Island, dove gli immigrati venivano sottoposti a quarantena e a test psicoattitudinali non semplici che davano modo agli Americani razzisti di parlare di inferiorità razziale e culturale. Superata quell’ennesima prova, allora, finalmente si entrava in America. A New York Little Italy, oggi quartiere caratteristico di Manhattan, con ristoranti e pizzerie italiane, all’inizio del Novecento era un quartiere poverissimo, dove vivevano in 1300 persone per 132 stanze, dove il povero approfittava del più povero per sbarcare il lunario. Ad esempio i musicanti si circondavano di bambini (acquistati in modo illecito) perché girassero loro intorno per fare tenerezza ai passanti in modo da ottenere l’elemosina. Non so quale fosse la sorte peggiore di quest’infanzia distrutta: se i sciuscià, i bimbi che lucidavano le scarpe agli angoli delle strade, o se le bambine che con le loro dita delicate potevano meglio raccogliere il cotone e filarlo nelle industrie tessili degli Stati Uniti di inizio Novecento. Fatto sta che era un’infanzia sfruttata, così come documentato e denunciato anche da associazioni filantropiche e da fotografi dell’epoca (uno per tutti Lewis Hine del quale ebbi la fortuna di vedere una mostra qualche anno fa a New York).

Se le cose in America andavano così, non è che chi migrava in Europa se la passasse meglio. Foto ritraggono bambini a vivere in un ex-campo di concentramento negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale: è evidente che ancora nei decenni più vicini a noi le condizioni di vita fossero indecenti. In Belgio l’immigrazione italiana fa rima con miniere. Conosciamo tutti il tragico caso di Marcinelle e non ci vuole chissà che sensibilità per capire quanto dovesse essere duro lavorare nelle gallerie a metri di profondità per troppe ore al giorno. E cartoline d’epoca ci dicono che anche le donne lavoravano in miniera, negli anni Cinquanta.

Una cartolina degli anni Cinquanta pubblicizza le miniere di carbone del Belgio

Una cartolina degli anni Cinquanta pubblicizza le miniere di carbone del Belgio

Il viaggio della Nave della Sila prosegue poi raccontando quanto questo grandissimo numero di persone che giunse tra fine Ottocento e inizio Novecento in America fu tutt’altro che una massa di accattoni: furono operai, lavoratori, braccia che contribuirono allo sviluppo urbanistico, infrastrutturale e quindi economico degli Stati Uniti. Segue poi, una sezione sugli Italiani noti che, nel bene e nel male, fecero parlare di sé la stampa dell’epoca e che sono entrati di diritto nei libri di storia: Sacco e Vanzetti, Al Capone, ma anche Primo Carnera, e Antonio Meucci.

A fine percorso, un’installazione video molto ben riuscita e coinvolgente racconta le migrazioni di oggi. Se un tempo sono stati gli Italiani a dover partire, a subire diffidenze razziste e a dover svolgere i lavori più umili e sottopagati, oggi sono altre genti che giungono in Italia e vivono analoghe situazioni di disagio. Il video vuole sensibilizzare su questo tema, con immagini forti, racconti autobiografici, scene di repertorio che molti di noi hanno visto anche in tv. Mai come in questi ultimi tempi il tema dell’immigrazione è di attualità. Allora, conoscere meglio il nostro passato ci aiuta a conoscere, e ad accettare, il presente e, magari, a trovare soluzioni per il futuro.