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Calabria coast to coast: da Paola a Crotone lungo la S.S. 107

Mar Tirreno, Mar Jonio, e nel mezzo la Sila

Lungo il percorso, poi, tanti borghi, paesi, città, per cui vale la pena far diventare il percorso in auto un vero viaggio di scoperta. Pronti a percorrere con me il Calabria coast to coast? Da Paola a Crotone scopriremo quali centri e quali luoghi si incontrano lungo la S.S. 107.

S.S. 107 CALABRIA

1- Paola

Affacciata sul Mar Tirreno, Paola è una cittadina medievale che ha dato i natali al Santo più venerato nella regione, patrono dei Marinai, San Francesco di Paola. Appena fuori dal borgo, il grande convento di San Francesco è meta di pellegrinaggi da ogni parte della Calabria, ma anche d’Italia. Un grande complesso, poggiato lungo la riva di un fiume, che ospita i luoghi storici di Francesco, le grotte dove pregava, le celle dei monaci, la chiesa e il chiostro. Un luogo di devozione davvero grande.

paola convento san francesco

Paola, il convento di San Francesco

Il paese di Paola è arroccato, in salita, un po’ decadente come molti centri storici in Calabria. Purtroppo tante case abbandonate, che trasformano la decadenza in degrado, ma in ogni caso una cittadina vitale, punto nodale nei collegamenti con l’interno: e infatti è proprio da qui che si origina la S.S. 107 che attraversa la Sila e punta verso Crotone.

Per approfondire: San Francesco di Paola, il santuario, la città, il culto

2 – Cosenza

La seconda tappa lungo la S.S. 107 è nientemeno che Cosenza. Il capoluogo è una città antica, cui sono legate leggende che spesso vengono confuse con la realtà, come la storia del Tesoro di Alarico che si troverebbe seppellito da qualche parte nei pressi della città e che ogni tanto a qualcuno viene in mente di cercare.

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone. In mezzo, il centro storico di Cosenza

Il centro storico di Cosenza è meraviglioso e decadente, piuttosto esteso. La città è dominata dall’alto dal Castello Normanno Svevo, oggi ampiamente restaurato e aperto al pubblico. La Galleria Nazionale di Cosenza, invece racconta il lato artistico della città: un museo recentemente allestito, moderno, che espone tele di pittori importanti come Mattia Preti e Luca Giordano ed ha una sezione interamente dedicata all’artista futurista Umberto Boccioni, che era cosentino.

Corso Mazzini MAB Museo aperto Bilotti

Corso Mazzini a Cosenza: Museo all’aperto Bilotti e Jurassic MAB

Sempre restando in campo artistico, il MAB, Museo all’aperto Bilotti è una galleria d’arte disposta lungo Corso Mazzini a Cosenza: la via pedonale centralissima della città è lo spazio lungo il quale incontrare opere di De Chirico e Manzù, tra i nomi più importanti. Nell’estate 2018 ha ospitato anche una bella sfilata di dinosuri, Jurassic MAB, per la gioia di grandi e piccini.

Infine, uno sguardo al futuro: il Ponte di Calatrava alle porte della città, che tanto ha fatto discutere, si pone come un’ala bianca sopra il corso del fiume Crati.

Per approfondire: Scoprire il centro storico di Cosenza

Il Castello Normanno Svevo di Cosenza e la Galleria Nazionale: la Cosenza da non perdere

Cosenza, un museo a cielo aperto

3 – Camigliatello Silano

Lasciata Cosenza, la S.S. 107 comincia a salire verso la Sila. Passa alcuni piccoli centri dell’area della PreSila, come Celico e Spezzano della Sila, e giunge sull’altopiano. Camigliatello si può considerare il capoluogo turistico della Sila, la cittadina dello struscio e dei negozi, dove sia in estate che in inverno le famiglie e i turisti si ritrovano prima di partire per le varie escursioni in montagna.

Camigliatello era stazione importante lungo la ferrovia della Sila. La Stazione perfettamente restaurata è oggi occupata da un ristorante, così come avviene a Moccone, poco distante, piccola stazione da cui parte il Treno Storico della Sila.

stazione camigliatello silano

La stazione di Camigliatello Silano

A proposito di ristoranti, in Sila si è sviluppata una cucina tradizionale che attinge ai prodotti del territorio, della terra e dell’allevamento, e ne trae prodotti unici. Il consiglio? Fermarsi in un ristorante, oppure in un caseificio o in una macelleria a Moccone e a Camigliatello è un consiglio spassionato che non posso non dare.

vacche podoliche in Sila

Vacche podoliche in Sila

Vicino a Camigliatello, in località Torre Camigliati, si trova La Nave della Sila, un museo dedicato all’emigrazione italiana (in particolare calabrese, in particolare silana) verso l’America e l’Europa tra ‘800 e ‘900.

Per approfondire: La Sila in 10 mosse

La Nave della Sila

12 prodotti tipici della cucina calabrese che devi mangiare quando vai in Sila

4 – Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge il Lago Cecita, il lago artificiale più grande della Sila, la cui diga fu realizzata nel 1951. Presso il lago ha sede il Centro di osservazione naturalistica del Cupone, e da qui partono numerosi percorsi naturalistici tra cui quelli nella grande foresta della Fossiata. Il lago è placido, ma selvaggio, sostare sulla sua riva al tramonto è qualcosa di estremamente poetico.

lago cecita

tramonto sul lago Cecita

Tra campi di patate e pascoli dove vagano liberamente mucche di razza podolica, quelle da cui si trae il caciocavallo Silano, il panorama da queste parti non stanca mai; i boschi, poi, sono alti, secolari, umidi e, nella stagione giusta, ricchi di funghi.

Per approfondire: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

5 – Croce di Magara

giganti della sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

I Giganti della Sila sono una Riserva Naturale nella quale vivono i secolari esemplari di pino Laricio  e acero montano scampati agli abbattimenti del secondo Dopoguerra e testimonianza dell’importanza del bosco di un tempo che fu.  Importanza non soltanto dal punto di vista ambientale e naturalistico, ma anche economico. La Sila è sempre stata una risorsa. Dai tronchi dei pini larici si ricavava la resina, per esempio; importantissimo era nei tempi passati lo sfruttamento della legna e la sua trasformazione in carbone che avveniva direttamente in Sila, nelle carbonare. I carbonai passavano in Sila buona parte del tempo per produrre il carbone, ma in occasione della festa di San Donato, che si festeggia in ottobre, scendevano in paese e stringevano, davvero con una stretta di mano, contratti per la vendita del carbone e l’utilizzo del carbone.

Alberi che fanno pensare agli Ent del Signore degli Anelli, tanto sono alti, larghi e vetusti; sono portatori di una saggezza antica e i segni sulla loro corteccia fanno lo stesso effetto delle rughe sul volto di un anziano. Visitare la Riserva Naturale è il modo migliore per capire l’importanza del bosco, della cura dell’ambiente naturale, tema che ci riguarda davvero da vicino.

Per approfondire: I Giganti della Sila

6 – Silvana Mansio

Formatosi come villaggio turistico negli anni ’30 del Novecento, nasce e mantiene la sua vocazione di stazione turistica con le sue casette, veri e propri chalet di montagna, il grande albergo demodé, la chiesetta e il ristorante. Il tutto in mezzo ad alberi altissimi che danno l’idea di vivere davvero in un bosco. Alcuni degli chalet, con il loro giardinetto fiorito intorno, risalgono ancora agli anni ’30, ma sempre di nuovi ne vengono costruiti: Silvana Mansio è in crescita lenta, ma costante, soprattutto in armonia con l’ambiente circostante. La piccola chiesina, dedicata a Sant’Alessandro Martire, è uno chalet col campanile, che dà un ulteriore tocco da favoletta all’abitato.

Silvana Mansio

Una delle adorabili casette colorate di Silvana Mansio

7 – Lago Arvo

Silvana Mansio è l’uscita sulla S.S. 107 più veloce per raggiungere Lorica e il Lago Arvo. Anche questo lago è artificiale, realizzato tra il 1927 e il 1934, gli stessi anni in cui si costruivano gli chalet di Silvana Mansio; Lorica, invece, è la cittadina, appoggiata sulle sue rive, che accoglie i turisti con i suoi ristorantini, i suoi bar e le case per la villeggiatura. Sul Lago si possono fare i classici sport da lago, come la canoa o il windsurf, ed è navigabile. Vi è anche un parco avventura, il SilAvventura, per grandi e piccini. Il lago è circondato quasi in ogni sua parte dal bosco.

Lago Arvo

Lorica, in riva al Lago Arvo

8 – San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Una vera e propria città, con un centro storico arroccato, tradizioni artigianali peculiari, come la produzione di tappeti e la lavorazione dell’oro, e soprattutto un’eredità religiosa e culturale notevole: San Giovanni in Fiore è il luogo scelto dall’Abate Gioacchino per fondare la sua abbazia, l’Abbazia Florense. Gioacchino fu un teologo ricordato anche da Dante Alighieri. La sua abbazia, fondata nel 1215, rivestì un ruolo importante nella diffusione del Cristianesimo nella Sila, e diede anche un certo contributo all’antropizzazione di alcune delle aree della Sila che prima di allora era terra per la maggior parte incolta e inospitale.

Per approfondire: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

9 – Caccuri

Abbiamo “scollinato” per così dire ed entriamo nella Sila del versante crotonese. Caccuri è uno tra i tanti borghi d’altura e fortificati che sorgono su questo versante dell’altopiano proiettato ormai verso il Mar Jonio. Prima di Caccuri si incontra Cerenzia, paese moderno sorto a poca distanza dell’antico e abbandonato Akerenthia, oggi sito archeologico.

Il Castello di Caccuri domina dall’alto la sua stretta valle. Il borgo medievale, arroccato alla cima della sua altura, ha perso tanto del suo fascino antico, per via di restauri un po’ troppo invasivi agli edifici; tuttavia qualche scorcio notevole rimane, così come la chiesa Matrice, romanica. Il castello è privato, sede di una residenza di lusso. Per molti, ma non per tutti. Caccuri ospita ogni anno il Premio Letterario Caccuri per la Saggistica: la cittadina si pone come capoluogo culturale della Sila e richiama nomi importanti della cultura italiana.

Caccuri

La rocca di Caccuri

10 – Crotone

crotone mercato

Mercato a Crotone

Giungiamo infine a Crotone. La città portuale è grande, e il primo impatto lo si ha con la zona industriale che, come tutte le zone industriali, non è particolarmente affascinante. La città moderna si sviluppa intorno al porto e alla città vecchia dominata dall’alto dalla grande fortezza aragonese.

Città antichissima, Kroton fu fondata dai Greci nell’VIII secolo a.C. Fu città importante, e in essa si stabilì il filosofo e matematico Pitagora. Per un certo tempo fu la città più potente della costa Jonica, soprattutto dopo aver sconfitto Sibari, altra colonia greca, più a Nord. Della storia più antica di Kroton si possono vedere le testimonianze al museo archeologico nazionale di Crotone, nel cuore della città vecchia. Ma il sito archeologico più spettacolare è senz’altro quello di Capo Colonna, a pochi km da Crotone. Qui i Greci eressero un santuario dedicato alla dea Hera: sulla cima del promontorio, in una posizione strategica per controllare chi navigava nel mar Jonio, diretto a Crotone o più a nord.

Capo Colona

Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna

Per approfondire: Crotone, giorno di mercato

Capo Colonna. Perché visitare uno dei siti archeologici più belli della Calabria

A Crotone termina il viaggio lungo la S.S. 107. Il percorso liscio, senza interruzioni, da Paola a Crotone dura 2 ore circa; ma vi assicuro che ogni tappa intermedia ha più di un motivo valido per invitare a deviare dal tragitto e a fermarvi. Che dite, vi ho convinto?

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Capo Colonna. Perché visitare uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Forse non tutti sanno che la Calabria è una regione ad altissima concentrazione di siti archeologici grandi e importanti. Tutta colpa dei Greci, che tra il VIII e il V secolo partivano dalle loro città d’origine e approdavano sulle coste del Sud Italia per fondare nuove città, colonie in una terra straniera. La Magna Grecia, così è nota l’Italia meridionale: dalla Campania alla Puglia passando per Calabria e Basilicata (anche la Sicilia è interessata da quest’ondata di colonizzazione, ma non viene inserita nella denominazione di Magna Grecia, rimane a sé stante).

perché visitare capo colonna

Tra tutte le città greche della Calabria, Crotone è una delle più importanti, storicamente parlando. Dal punto di vista archeologico, possiamo trovare testimonianze della città greca sia in città, nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone, che a Capo Colonna, dove sorgeva il santuario di Hera Lacinia. Qui si trova il Parco Archeologico di Capo Colonna, con annesso Museo archeologico. Ed è proprio di questo parco e del suo museo che vi voglio parlare qui.

Perché visitare Capo Colonna, uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Per raggiungere Capo Colonna bisogna lasciarsi alle spalle Crotone e proseguire verso Sud, lungo un promontorio panoramico che regala splendide vedute (e splendide calette, giù in fondo). Il territorio è brullo (ahimè inquinato da rifiuti indegni), arso dal sole, contrassegnato dai bunker della 2° Guerra Mondiale, oggi muti testimoni dell’orrore che fu.

promontorio capo colonna

Il panorama costiero da Capo Colonna

Il Parco Archeologico di Capo Colonna è gratuito.

Si parcheggia l’auto e si prosegue a piedi (ricordate un cappellino, acqua e crema solare, se venite in estate). La prima parte è un sentiero in un giardino mediterraneo popolato da carrubi, oleandri e arbusti di mirto; poi ci si ritrova davanti al muro di cinta del santuario di Hera Lacinia.

Il tempio di Hera Lacinia

Capo Colonna

Capo Colonna. Santuario di Hera Lacinia

La prima cosa che salta agli occhi, notissima, per averla vista tante volte in fotografia, è la colonna che dà il nome a Capo Colonna: unica colonna rimasta in piedi di un grande tempio che contava la bellezza di 48 colonne sul suo perimetro (quella che con termine tecnico si chiama peristasi). Una sola colonna, di 48 che erano, testimonia la grandezza del tempio che fu.

Il tempio, che sorgeva – come oggi del resto – sulla punta del promontorio, dunque in un luogo strategico e simbolico per il controllo del passaggio e dell’arrivo di navi per il commercio o nemiche, era dedicato alla dea Hera Lacinia, da Lacinion, il toponimo che aveva anticamente questo promontorio. Il tempio, in stile dorico, fu eretto nel VI secolo a.C. e si trovava all’interno di un santuario costituito da più edifici, di servizio o funzionali al culto.

Il tempio, o meglio la colonna, è noto da parecchio tempo. Dal Cinquecento in avanti sono molti gli scrittori/viaggiatori che citano il sito nelle loro memorie di viaggio, permettendoci di ricostruire, almeno in parte, il paesaggio nei secoli. Possiamo apprendere, così, che se del tempio si è conservata una sola colonna è perché nel corso dei millenni è stato spoliato del materiale edilizio e architettonico, variamente reimpiegato per la costruzione di case ed edifici nei dintorni. Del resto, il tempio, tegole del tetto comprese, era in marmo: e il marmo, materiale pregiato e da importare, faceva gola ai costruttori locali.

Poco distante dalla colonna del tempio dorico si erge il faro moderno, bianco, bello, da cartolina. Ma la cartolina migliore è senza dubbio offerta dalla colonna che si staglia contro il blu del mare e del cielo.

capo colonna faro

Il faro di Capo Colonna

Dopo i Greci: la città romana, la Torre Nao, la chiesa di S. Maria, il bunker della 2° Guerra Mondiale

Già il santuario di età greca subisce dei rimaneggiamenti e delle mutazioni in età romana: anche chi non è un esperto può riconoscere nel grande muro di cinta, inserite in mezzo ai grandi blocchi originari, delle porzioni di muro dal paramento a rombi: è il cosiddetto opus reticolatum romano, una tecnica muraria in voga a Roma e nell’Impero nei primi due secoli della nostra era. Quando vedete da qualche parte un muro fatto così non potete sbagliare: è assolutamente e incontrovertibilmente un muro romano.

capo colonna santuario hera lacinia

Stratificazioni: un muro romano in opus reticolatum si imposta sul muro greco a blocchi: fai bella figura con i tuoi, facendo notare questo dettaglio 😉

I resti della città romana di Croto

Allontanandosi dal santuario e proseguendo la passeggiata si costeggia un’area recintata, non particolarmente spettacolare: le strutture archeologiche sono conservate ad un’altezza limitata dal suolo, non sono eclatanti a vedersi, né particolarmente fotogeniche, a meno che non amiate il genere. Ci troviamo in presenza di alcuni edifici della città romana di Croto, in particolare le Terme. Ma più avanti, dietro la Torre Nao, si trova il nucleo più cospicuo. Qui infatti è venuta in luce una domus, ovvero una casa privata appartenuta a qualche illustre personaggio crotoniate, oltre ad altri edifici. Dalla parte opposta, sotto la piazza oggi pavimentata e a lato della chiesa di S. Maria, invece sono venuti in luce i resti di un edificio pubblico di rappresentanza, con pavimenti a mosaico che però oggi sono coperti. Per fortuna la pannellistica (insieme ai reperti in museo) viene in nostro soccorso e ci aiuta a comprendere un contesto altrimenti difficilmente leggibile.

capo colonna archeologia

i resti della domus signorile dell’antica Croto alle spalle della Torre Nao e della chiesa di S. Maria

La Torre Nao

Ad un certo punto della sua storia, questo promontorio prende il nome di Capo Nao, dove Nao significa tempio, in greco: tutto torna, dunque. Traccia di questo toponimo rimane nella torre costruita sotto gli Aragonesi, chiamata Torre Nao. Si tratta di una turre (detto in calabrese) del XVIII secolo, posta nel punto migliore del promontorio per controllare chi attraversava lo Jonio diretto verso la costa o più a nord verso Taranto. La torre è un corpo quadrangolare contraffortato nella parte inferiore, al quale si accedeva grazie ad una scala piuttosto alta che immetteva ad un piano rialzato e che era collegata ad essa da un ponte di legno, retraibile in caso di necessità. Le merlature della torre hanno le caditoie aperte per colare pece o olio bollente, o qualunque altro deterrente che potesse frenare gli eventuali assalitori. E no, non doveva essere facile vivere lungo la costa jonica calabrese tra medioevo ed età moderna: la grande torre di Torre Melissa, più a Nord, è un esempio eloquente.

Capo Colonna Torre Nao

Ambientazione da Far West nel mezzogiorno torrido di agosto a Capo Colonna. Torre Nao svetta, accanto a lei la candida chiesetta di Santa Maria

La chiesa di Santa Maria

Piuttosto rimaneggiata in tempi anche recenti, la chiesa di Santa Maria è una pittoresca chiesina bianca che sorge accanto alla torre. Narra la leggenda che nel corso di un assalto di pirati turchi al promontorio, essi provarono a bruciare la tela raffigurante la Madonna che sovrastava l’altare. La tela, miracolosamente ignifuga, però, restò intonsa. La tela della Madonna in questione oggi si trova nella cattedrale di Crotone, ma ogni anno in occasione della festa una processione arriva fin qui, dove la fortuna di questo dipinto ebbe inizio. In chiesa, un dipinto realizzato in anni recenti racconta le circostanze del miracolo.

capo colonna santa maria

Un dipinto recente nella chiesa di Santa Maria racconta con una chiarezza degna degli affreschi medievali il miracolo della tela della Madonna che non prende fuoco tra le fiamme degli infedeli

Il bunker della 2° Guerra Mondiale

Poco distante dalla chiesa e da Torre Nao, sempre lungo il promontorio e all’interno del perimetro del Parco Archeologico, si trova un piccolo bunker della 2° Guerra Mondiale. Una casamatta di cemento armato, a cupoletta, con quattro feritoie sui lati per il posizionamento dei mitra e una piccola porta per consentire ingresso e uscita del soldato di turno, rimane qui a testimonianza di una guerra che fu intensa, soprattutto dopo lo sbarco in Sicilia, ma anche prima, durante l’occupazione della Grecia da parte italiana (se avete visto il film Mediterraneo sapete di cosa parlo). Il litorale crotoniate, e in generale jonico, è cosparso di bunker che stanno lì, sospesi, sopravvissuti sia alla memoria che alla dimenticanza, spesso sconosciuti a chi vi abita vicino, spesso incompresi, soprattutto dalle generazioni successive alla guerra.

capo colonna bunker 2 guerra mondiale

Un bunker della 2° Guerra Mondiale nel Parco archeologico di Capo Colonna

Il museo archeologico nazionale di Capo Colonna

museo capo colonna

Museo di Capo Colonna: la sezione dedicata all’archeologia subacquea

Anche il museo archeologico nazionale di Capo Colonna è gratuito. Un bel museo, nuovo, ben spiegato e ben allestito. E soprattutto è il completamento necessario, ideale e reale della visita al Parco archeologico. Se fin qui infatti abbiamo visto strutture, spazi e soprattutto assenze (cioè tutto ciò che nel tempo è andato distrutto, come gli elevati degli edifici), in museo troviamo gli oggetti della vita quotidiana (soprattutto quelli relativi alla città romana), alcuni arredi architettonici e scultorei del santuario greco, una ricostruzione a video del tempio di Hera Lacinia come doveva essere e come si integrava nel contesto circostante. C’è poi una esaustiva pannellistica che spiega il territorio, lo specifico delle produzioni ceramiche, le sculture, gli arredi, la costruzione e la funzione degli edifici. Tutto ciò che all’esterno, nel Parco, non si trova.

Infine, una bella sezione del museo è dedicata all’archeologia subacquea, ovvero al rinvenimento di relitti di età romana affondati nei pressi di punta Scifo, poco distante. Un relitto in particolare, il Relitto Orsi, dal nome dell’archeologo che lo scoprì, è interessante perché il suo carico era costituito principalmente da elementi architettonici, quali colonne, basi, grandi bacini, e scultorei – tra cui una statua di Amore e Psiche incompleta, perché solo a destinazione avrebbe ricevuto le rifiniture. Un tuffo virtuale sul fondo del mare, e pare proprio di nuotare in un mare senza tempo, in un tempo che ci è stato restituito per poter conoscere qualcosa di più sul nostro passato.

Cirò Marina, Torre Melissa e Melissa: 3 località joniche tra mare, storia e vigneti

In questo breve tour ti porto con me alla scoperta di 3 località lungo la costa jonica della Calabria: Cirò Marina e Torre Melissa sul mare, Melissa nell’entroterra. Cosa le accomuna? Il vino e il sole.

Cirò Marina, la prediletta dagli dei

Già in un altro post ti ho raccontato perché Cirò Marina è la prediletta degli dei: storia, archeologia, il porto e il mare, la vita notturna per famiglie, le vigne e le cantine produttrici di vino.

Demetra museo cirò marina

Un busto in terracotta che raffigura la dea Demetra, Museo archeologico di Cirò Marina

Il museo archeologico di Cirò Marina, che nelle sere d’estate è aperto ed è gratuito, racconta la storia più antica del territorio, partendo dall’età del Bronzo, quando vi era un grande insediamento della popolazione italica dei Brettii. In età arcaica, invece, VI-V secolo a.C., la costa fu colonizzata dai Greci che fondarono Sibari a Nord e Crotone a Sud. La zona di Cirò, che all’epoca si chiamava Krimisa, divenne un’area a vocazione religiosa: sorse il tempio di Apollo e un santuario dedicato a Demetra, la dea protettrice dei raccolti e degli armenti. Il museo ospita infatti una ricchissima collezione di statuette di terracotta che rappresentano la dea Demetra. Il piano inferiore del museo è dedicato invece agli scavi al Tempio di Apollo, scoperto già negli anni ’20 del Novecento, ma ancora oggi oggetto di indagini archeologiche. La ricerca continua.

Il lungomare di Cirò Marina è lunghissimo. Sul fronte del porto, poi, si dispongono in estate le bancarelle di giocattoli, vestiti, oggettistica… Un mercato notturno che dura per tutta la bella stagione.

Infine, i vini. Questa è terra di Cirò, di vigneti vista mare di uve gaglioppo per il rosso e greco per il bianco. Un vino che prende il salmastro e tutti i profumi dell’entroterra: il rosato LuMare della Tenuta Iuzzolini, per esempio, profuma di vaniglia! Il rosato Imerio della Cantina Zito sa di frutta e fiori. Il 91 di Cantina Enotria ha un profumo che inebria e fa venir voglia di tuffarsi, subito senza starci troppo a pensare.

Tenuta Iuzzolini

Botti di vino riadattate nella Tenuta Iuzzolini, una delle pregiate cantine di Cirò che fa anche vendita diretta al pubblico

Torre Melissa, mare e ospitalità

Quanto a ospitalità e strutture ricettive per le vacanze al mare, Torre Melissa non la batte nessuno. Hotel, appartamenti, residence. E poi ristoranti e bar, giochi per i bambini, strutture studiate per il turismo tranquillo da famiglie. Spiagge libere e stabilimenti balneari attrezzati con servizi. Lungo la S.S. 106 si trovano i principali negozi e servizi commerciali. Parrebbe dunque che Torre Melissa sia tutta lì e invece no, ha il suo piccolo borgo sul mare con il porticciolo, dov’è piacevole passeggiare la sera.

torre melissa mare

In spiaggia a Torre Melissa. Sullo sfondo, lungo la costa, oltre Torre Melissa si intravvede Marina di Strongoli

Inoltre Torre Melissa ha un monumento unico: la splendida torre aragonese con funzione antisaracena, una grande struttura a pianta all’incirca circolare oggi aperta al pubblico che un tempo serviva come baluardo di difesa dall’attacco dei Turchi e oggi invece offre una splendida vista a 360° sul territorio circostante, dal mare alle colline retrostanti con le pale eoliche che girano durante il giorno. Non a caso Melissa sul mare prende il nome di Torre: la torre all’ingresso del paese veglia sulla S.S. 106, sulla costa e sul borgo di mare. Ed è un luogo privilegiato dal quale apprendere qualcosa di più sulla storia di questo territorio.

torre melissa

La Torre aragonese di Torre Melissa

Melissa

Il borgo di Melissa si trova ben lontano dalla costa. Dal paese, anzi, il mare manco si vede, nascosto dietro colline brulle e arse dal sole. Qualche capra all’estremità del paese si arrampica sulle pale di fico d’india per mangiarne i frutti maturi. Le ricotte di latte di capra di Melissa arrivano fresche quasi tutti i giorni alle botteghe alimentari di Torre Melissa.

campagna calabrese

Capre al pascolo fuori dal borgo di Melissa

Per giungere a Melissa bisogna abbandonare la S.S. 106 e cominciare ad addentrarsi nell’interno, fatto dapprima di dolci colline pettinate a vigneti, poi di colline più aspre, territorio di mucche e capre. Il borgo di Melissa è abbarbicato alla sua altura. Percorrere tutto il perimetro del paese in macchina vuol dire farsi venire il mal di testa per i tornanti a gomito che bisogna affrontare. Il panorama dal borgo ha un che di selvaggio e indomabile, e non fa che accrescere il fascino di questi luoghi.

Melissa borgo

Il borgo di Melissa è sovrastato dai resti del castello medievale

Il vino e il sole

Dicevo all’inizio che il vino e il sole accomunano queste 3 località. Il vino è il Cirò che qui viene prodotto da circa 30 cantine, alcune delle quali storiche, altre emergenti ma non per questo meno valide. Il paesaggio dei vigneti mette pace e benessere addosso; vedere poi sullo sfondo il blu del mare fa un certo effetto, perché siamo abituati ai vigneti in collina, mentre qui la prospettiva è ribaltata. Anche il sole è ribaltato, perché qui sullo Jonio sorge sul mare e tramonta dietro le colline regalando relativamente presto alla spiaggia un po’ di ristoro dalla calura. Il sole che fa maturare l’uva, che in estate richiama verso il mare famiglie e gruppi di persone, il sole che brucia la pelle e che dona a questa terra il suo colore unico, giallo dell’erba, verde delle viti, azzurro del cielo e del mare, rosa dei tramonti alle nostre spalle.

vigneti torre melissa

Vigneti quasi in riva al mare a Torre Melissa

Cirò Marina, la prediletta dagli dei

Apollo e Demetra, ma anche Dioniso e Poseidone, se proprio vogliamo: Cirò Marina è da sempre la prediletta dagli dei. Ora ti spiego perché.

Cirò Marina

Apollo e Demetra: alla scoperta dell’antica Krimisa

Anticamente il territorio oggi occupato da Cirò e Cirò Marina era abitato circa 3000 anni fa dalla popolazione italica dei Brettii. Nel VI secolo a.C. i Greci giunsero a colonizzare le coste ioniche, fondando le città di Sibari a Nord e di Crotone a Sud. Krimisa, abitata dai Brettii, divenne luogo di confine e di culto: un tempio dedicato ad Apollo e un santuario dedicato alla dea Demetra occuparono buona parte del territorio. I santuari erano frequentati sia dagli indigeni che dai Greci (le due divinità sono greche); al santuario di Demetra in particolare i fedeli dedicavano tantissimi ex-voto alla dea, nella forma di statuette di terracotta raffiguranti Demetra. Al museo archeologico di Cirò Marina sono tantissime quelle esposte, ma molte di più furono donate, tra il V e il II secolo a.C. dai devoti alla dea.

Santuario krimisa museo Cirò Marina

MilleMiglia statuette di Demetra dal santuario di Cirò Marina

Sempre al museo archeologico di Cirò Marina sono esposti i risultati delle ricerche archeologiche nel tempio di Apollo, che fu scavato già negli anni ’20 del Novecento e che sono di nuovo in corso di scavo oggi.

Dioniso: il vino Cirò

Vigneti a perdita d’occhio sia entrando nell’entroterra che sul lato del mare e anzi, fino in riva al mare.
Il territorio di Cirò è interamente coltivato a vigne. Sono circa 30 le cantine che producono vino bianco, rosato e rosso, da tavola e di pregio. Alcune cantine sono storiche, come Librandi e Zito, altre come Iuzzolini sono più recenti, ma sanno come conquistare una certa clientela grazie al loro museo del vino e alle visite in cantine. Altre cantine ancora, come Enotria, sono attive sui social, in particolare instagram: e sappiamo tutti quanto sia instagrammabile un buon bicchiere di vino!

Vino Cirò

Vigneti vista mare a Torre Melissa, vicino Cirò Marina

Poseidone: il dio del mare fa il bagno a Cirò (e dintorni)

Vi consiglio di fare una passeggiata la sera d’estate a Cirò Marina. Oltre a poter visitare il museo archeologico, aperto di notte e gratuito, e oltre a prendere un gelato in una delle tante gelaterie, la passeggiata sul lungomare è davvero piacevole.

Cirò Marina

Il porticciolo di Cirò Marina by night

Il lungomare è molto lungo. Si parte dal porticciolo, si prosegue fino agli stabilimenti balneari che la sera si trasformano in gelaterie, pizzerie, ristoranti. Un lunghissimo tratto è occupato da un mercatino adatto a tutte le età. I gonfiabili laggiù in fondo per i più piccoli e i giochi da salagiochi all’aperto per i ragazzi completano l’offerta (impagabile il pianobar napoletano neomelodico che il sabato sera lascia la consolle a Nino Amerelli de noartri, anch’esso impagabile).

Torre Melissa

La spiaggia di Torre Melissa, a pochi km da Cirò Marina

La costa compresa tra Cirò Marina e Strongoli, passando per Torre Melissa è l’ideale per il mare: km di spiagge con stabilimenti anche attrezzati, col mare calmo e i fondali bassi.

Vi assicuro che da queste parti andare al mare vuol dire relax.

12 prodotti tipici della cucina calabrese che devi mangiare quando vai in Sila

Se ti nomino la cucina calabrese tu subito pensi al peperoncino e alla n’duja. Beh, non stai sbagliando, ma la Calabria è molto variegata dal punto di vista culinario. In questo post ti racconto di ciò che puoi mangiare in una zona particolare: ti parlo dei 10 prodotti tipici (con qualche ricetta bonus) che devi mangiare quando vai in Sila.

cucina calabrese

Non ho scritto questo post da sola, ma ho chiesto aiuto ad un vero esperto, un silano doc. Puoi fidarti ciecamente dei suoi consigli, come mi fido io.

Immaginati la scena: una tavola apparecchiata con affettati, formaggi, pane casereccio, olive, e altre specialità. No, la n’duja non c’è, non è tipica della Sila. Ma scommetto che non la rimpiangerai. Pronto per assaggiare la cucina calabrese della Sila?

cucina calabrese

Una tavola apparecchiata direttamente da una cena in Sila: nient’altro da dichiarare?

Rosa marina

Il cosiddetto caviale del Sud tradizionalmente consiste negli avannotti delle alici, la cosiddetta sardella, di cui ora per legge è vietata la pesca: ultimamente quindi la sardella è stata sostituita dai bianchetti. Questi pesciolini vengono aggiustati con sale e peperoncino dolce e piccante e lasciati a macerare. Ne risulta una pasta abbastanza morbida e rossa, più o meno piccante a seconda del tipo di peperoncino e addizionata, a seconda delle aree, con finocchietto. Per servirla viene aggiunto dell’olio e consumata sul pane.

I formaggi

Caciocavallo silano: la sua forma allungata lo distingue da tutti gli altri formaggi. Viene appeso alla pertica ad asciugare, legato e sostenuto da lacci che gli conferiscono una forma caratteristica. Si trova sia fresco che stagionato. È di latte di mucca, la placida vacca podolica che pascola nei prati della Sila in estate: sicuramente la incontrerai lungo la Via delle Vette, e ti dovrai fermare per farla attraversare. Sempre che non abbia voglia di fermarsi in mezzo alla strada per un po’. Il caciocavallo è ottimo alla piastra: fa una crosticina superficiale, ma al centro rivela un cuore morbido… e incandescente: masticare con cura!

vacca podolica

La vacca podolica, tipica della Sila, dal cui latte si ricava il tipico caciocavallo silano

Pecorino crotonese: non è propriamente silano, ma siccome d’inverno gli armenti che solitamente pascolano in Sila si spostano verso il mare, quindi verso lo Jonio, ecco che non deve stupire che il pecorino crotonese sia considerato un prodotto tipico anche sull’altopiano. Più o meno stagionato, è uno dei pecorini più rinomati sulla piazza.

Ricotta affumicata: la ricotta fresca che noi tutti conosciamo, ottenuta nelle cosiddette fiscelle, delle formine allungate che le conferiscono la caratteristica forma tubolare, viene fatta essiccare su degli stenditoi in vimini e affumicata tradizionalmente col legno del caminetto.

Protìro: è un piccolo caciocavallo con sorpresa che fa sì da conservare il burro per lungo termine. Una volta fatto il burro, quello in eccesso veniva conservato in una sorta di “bottiglia” di pasta di caciocavallo che viene chiuso in alto e lasciato stagionare. Un caciocavallo dal cuore tenero, insomma.

prodotti tipici calabria

Nella mia dispensa non manca mai: caciocavallo, sarsizza, capocollo, pancetta e soppressata

Del maiale non si butta via nulla

L’allevamento del maiale in Calabria rappresentava fino a pochi decenni fa uno dei mezzo di sostentamento delle famiglie dei paesi della Sila e della presila. Ogni famiglia cresceva il suo maiale per poterlo poi macellare e ricavarne i salumi. Nulla andava perduto, perfino i peli sulla schiena, i più lunghi, venivano usati dai calzolai per cucire le scarpe!

Capocollo: è un pezzo di carne intero che viene passato nel sale e nel pepe e avvolto in una sorta di pellicola naturale che lo ricopre, quindi veniva steccato e legato stretto alla pertica per la stagionatura.

cucina calabrese

vruccule e rape e sarsizza, ovvero cime di rapa broccoletti) e salsiccia. Rigorosamente silana.

Sarsizza: salsiccia di fegato, salsiccia piccante e salsiccia dolce. Di questi tre tipi esiste sia la versione fresca che quella stagionata, che è simile, per consistenza e per come viene consumata, ai salami cui siamo abituati nel resto d’Italia. La salsiccia fresca invece viene cotta con le lenticchie, con le cime di rapa o arrosto; stagionata a fettine come il salame.

La ricetta: vruccule e’rape e sarsizza (Broccoli di rapa e salciccia): si tratta delle classiche cime di rapa (altrimenti note, a seconda della regione, come broccoletti) stufate con la salsiccia, che conferisce profumo e sapore. Certo, più la salsiccia è piccante, più l’intero piatto risulta piccante e più è aromatica, più l’intero piatto è aromatico.

Soppressata: è ricavata dai pezzi più nobili del maiale. Quella tipica ha solo il sale e non il peperoncino, anche se poi si trova in entrambe le versioni. Dolce o piccante che sia, è legata con lo spago, ed è una prelibatezza delicata, una leccornia tipica.

Prosciutto: ogni maiale restituisce due prosciutti. Innanzitutto il prosciutto è messo a mollo in salamoia in un tino insieme alla pancetta e viene curata la parte intorno all’osso (il prosciutto in Sila non viene disossato), e viene massaggiato in modo che il sale penetri all’interno e non faccia sciupare il prosciutto. Dopo questo passaggio in salamoia nel tino il prosciutto viene asciugato, lavato con l’aceto e passato nel peperoncino in polvere, in modo da fare una patina al di sopra. A questo punto il prosciutto è fatto.

cuccìa

La cuccìa, a base di grano cotto e carne di maiale

Pancetta (vusciulu): Il vusciulu è tradizionalmente riservato alla fresa: scaldato sul fuoco, il grasso si scioglieva e veniva colato sul pane e mangiato accompagnato con cipolla di Tropea. Questa è un’esperienza da fare nel bosco, naturalmente nelle aree attrezzate che si trovano in Sila.

Al momento della lavorazione del maiale, tutto quello che rimaneva andava a finire nel paiolo e veniva consumato in parte subito, in parte era conservato nei tinielli, contenitori cilindrici smaltati in terracotta.

Frisuli: ormai quasi impossibili da trovare, sono le parti magre che si staccavano durante la cottura delle rimanenza nel paiolo. Queste assumono la consistenza di un patè e si spalmano sul pane. Per chi ama il genere sono una goduria.

La ricetta: Cuccìa: è un piatto tipico di alcuni paesi della presila, a base di grano cotto e resti di maiale. L’osso del prosciutto, al quale rimaneva attaccata un po’ di carne, veniva bollito insieme alle cotiche del maiale. Il grano veniva messo in ammollo, poi lessato, quindi veniva unito ai resti di carne dell’osso di prosciutto, passato nel forno e servito.

Patate da’Sila

L’altopiano silano si presta alla coltivazione delle patate. Le patate da’ Sila, le patate della Sila, sono una cultivar tipica di queste parti. L’altitudine, unita alla bontà del terreno, regalano una patata gialla che viene venduta a cassettate dai tanti camioncini che si possono incontrare qua e là nei paesi della Sila e della presila.

patate sila

Patate prodotte in Sila vendute al supermercato

La ricetta: pasta e patate: un piatto povero, ma squisito, è la pasta e patate, un piatto tipico dei Montanari perché semplice da cucinare. Presuppone infatti l’utilizzo di una sola pentola nella quale vengono cotte le patate e poi la pasta, calcolando la giusta quantità d’acqua. Alla fine della cottura in una padella a parte veniva arrostito il peperoncino e la cipolla e il tutto veniva versato come condimento sopra la pasta e patate. Ma il touch of class era dato dalla ricotta affumicata grattata sopra, che dava il giusto sapore. Anche oggi si può riproporre quest’antica e umile ricetta. La resa è degna della tavola di un re.

La ricetta: Patate m’pacchiuse: Le campionesse in tavola. La loro realizzazione è tanto semplice quanto efficace. Eppure sono davvero in pochi coloro che la sanno preparare col giusto criterio. Ricordate la padella di cui sopra, in cui si arrostivano peperoncino e cipolla? Bene, in quella stessa padella i montanari preparavano le patate m’pacchiuse, ovvero patate tagliate a rondelle che venivano lasciate lì in padella a rosolare e rosolare e che per naturale cottura alla fine si attaccavano una all’altra. Ebbene, più le rondelle di patate sono attaccate le une alle altre e arrostite, più sono buone, avevi dubbi?

patate mpacchiuse

Un piatto completo di patate m’pacchiuse, carne, salsiccia piccante, caciocavallo alla piastra: il pranzo dei campioni in Sila!

Bene, ti ho messo appetito? Dei dolci, casomai, ne parliamo la prossima volta 😉

La Sila in 10 mosse

La Sila è il grande altopiano montuoso che domina la parte centrale della Calabria. Attraversata dalla Superstrada, la SS 107, e dalla cosiddetta Via Vecchia, che dai borghi della Presila sale verso Camigliatello, è un territorio vastissimo e ricchissimo di storie, tradizioni e paradisi naturali.

Ormai frequento la Sila da qualche tempo, e ho individuato alcune tappe davvero imperdibili. Un consiglio, però: fatevi accompagnare da qualcuno del posto; oltre a venire con voi vi racconterà vicende del passato, anche personali, che vi aiuteranno a comprendere quant’è straordinaria questa terra e perché chi è nato alle sue pendici vi ha lasciato il cuore anche se ne vive lontano.

Ho individuato, dicevo, 10 tappe, 10 luoghi della Sila visitando i quali si capisce l’essenza di questa terra. Pronti a partire?

1)  Celico

Il soffitto in legno della chiesa di San Michele a Celico

Siamo nella Presila, nel borgo antico che diede i natali a Gioacchino da Fiore, un teologo duecentesco ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, che dall’altra parte della Sila, a San Giovanni in Fiore (v. oltre), fonderà un ordine monastico. Si trattò all’epoca di un’operazione di popolamento del territorio silano, di cui l’abbazia divenne polo di attrazione (una cosa del genere successe in tutto il medioevo in tutta Italia: castelli e monasteri erano poli aggregatori di centri urbani, così le campagne venivano popolate e le terre controllate e messe a coltura). La casa natale di San Gioacchino da Fiore è stata trasformata col tempo in una piccola chiesa nel borgo di Celico. Ma una chiesa più grande, dedicata a San Michele, quasi una fortezza, domina la stretta valle sottostante. I suoi soffitti in legno affrescati sono meravigliosi, seicenteschi, e la torre del campanile, così imponente, sembra più una torre o un faro: e infatti si vede a km di distanza.

La torre della chiesa di San Michele a Celico

Anche se il borgo è piccolo, il territorio comunale di Celico è molto vasto e comprende buona parte dell’altopiano silano insieme agli altri 3 comuni della Presila Spezzano Sila, Pedace e Serra Pedace.

Se volete portare con voi un prodotto davvero tipico della Presila, entrate nella piccola cantinetta sotto la chiesa di San Michele e chiedete il miele di fichi: è un prodotto antico, che serviva a fare la scirubetta, ovvero il sorbetto a base di neve; la sua preparazione, lentissima e faticosa, prevedeva di bollire i fichi e di spremerli e stringerli fino ad estrarre il prezioso, dolcissimo e concentratissimo succo. Una leccornia d’altri tempi che oggi solo in pochissimi continuano a preparare. Aaltri piatti della tradizione presilana si stanno perdendo, anche se vi sono, a livello locale tentativi di dare nuovo lustro. Uno di questi piatti è la cuccìa, a base di grano e maiale, che veniva preparata ogni estate per San Donato e che consisteva in una lunga ed estenuante cottura del maiale e del grano, in modo che tutto si rapprendesse e il piatto risultasse sostanzioso e completo.

2) Spezzano Sila

Se Celico è il paese natìo di San Gioacchino da Fiore, Spezzano è legato ad un’altra figura di santo, molto sentita qui in Calabria: San Francesco di Paola. Qui a Spezzano infatti si trova il secondo convento fondato dal santo quando ancora era in vita e la splendida chiesa di Santa Maria Assunta, bianca di stucchi ridondanti e dorata di affreschi.

Santa Maria Assunta, l’interno

Di Spezzano consiglio oltre che un breve giro tra le viuzze strette del centro storico, con le sue case a tratti decadenti, anche una sosta al punto panoramico sempre in fiore con la statua di San Francesco di Paola. Veniteci al tramonto, godetevi le coreografie di nubi che questi cieli sanno regalare.

Scendendo ad argomenti più “di pancia” poco fuori da Spezzano si trova il grande salumificio San Vincenzo: è il punto di riferimento più importante della Sila in fatto di produzione e commercializzazione dei salumi locali. Quali? Il capocollo, innanzitutto, vero protagonista delle tavole silane, e poi la salsiccia fresca e quella piccante, e la soppressata, ovviamente.

Del grande territorio di Spezzano Sila fa parte Camigliatello: la nostra prossima tappa.

3) Camigliatello Silano

Cose buone da mangiare che si trovano a Camigliatello

Anche se amministrativamente è una frazione (di Spezzano Sla) in realtà Camigliatello è il vero capoluogo della Sila. Qui si trovano gli impianti sciistici e la località di Camigliatello di fatto è una lunga strada piena di hotel, ristoranti, negozi e punti ristoro: ha tutto ciò che una stazione sciistica può offrire. Rispetto alle altre località della Sila è sempre molto frequentata ed è probabilmente la più nota fuori dalla Sila e dalla Calabria.

Questo è il posto migliore per procurarvi i prodotti tipici della zona, salumi e formaggi: alcuni esercizi commerciali storici vendono prelibatezze come le mozzarelline nella panna, il capocollo e la salsiccia piccante (che in realtà è un salame) e il caciocavallo silano, prodotto con il latte delle vacche podoliche che senz’altro incontrerete qua e là al pascolo (anche in mezzo alla strada, perché no) durante le vostre girate.

4) Moccone

Torniamo un attimo indietro. Moccone si trova infatti un paio di curve prima di Camigliatello. Non ha grandi attrattive per la verità. Ma da qui parte il Treno della Sila, un treno a vapore turistico che percorre la vecchia ferrovia silana, che un tempo andava da Cosenza a San Giovanni in Fiore, nel tratto da Moccone a Silvana Mansio via Camigliatello. Così, da un lato vedete letteralmente i pini nati lungo i binari, mentre dall’altro il casello del treno rimesso a nuovo vi accoglie se volete percorrere la vecchia ferrovia (non l’ho ancora mai percorsa, ma credo che ne valga la pena).

La cena in Sila non può non prevedere le patate mbacchiuse, qui al centro del piatto al Binario 37

Moccone è anche punto di partenza di escursioni e gite, perciò è il posto ideale dove farsi preparare un panino o per sedersi a tavola. Tra tutti il Binario 37 fa le migliori patate mbacchiuse (cotte in padella e servite con la crosticina croccante). A proposito: in Sila si coltivano le patate. La patata silana è una produzione di qualità tutta da riscoprire. E proprio da Moccone, prendendo la via che oltrepassa la ferrovia in direzione di Luzi, si costeggiano campi e campi di patate. La Sila è una regione agricola con un potenziale ricchissimo che andrebbe stimolato.

Un campo di patate della Sila

5) La Nave della Sila

Poco oltre Camigliatello incontriamo la Nave della Sila. Questa è la nave simbolica che da metà ‘800 a metà ‘900 e oltre portò tanti italiani, tanti calabresi, tanti silani, lontano dalla propria terra per cercare fortuna altrove. La Sila in particolare si svuotò, per via delle condizioni di estrema miseria in cui versò questa terra all’indomani dell’Unità d’Italia. Un museo fatto di immagini e di storie, per far capire quanto l’emigrazione sia stato un fenomeno diffuso, per molti versi tragico e che troppo spesso tendiamo a dimenticare. Una storia locale e corale, che alla fine riguarda il mondo intero.

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Parlo approfonditamente del museo Nave della Sila in questo post: La Nave della Sila

6) Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge velocemente il Lago Cecita. Uno specchio d’acqua artificiale che ha significato la possibilità di coltivare queste terre irrigandole. Su di esso affacciano da una parte campi e pascoli (persino i cavalli allo stato semibrado) dall’altro la foresta. Siamo nel cuore del Parco Nazionale della Sila, e proprio al Cecita  si trova il Centro Visite il Cupone con percorsi di accessibilità aumentata studiati per i non vedenti: un’iniziativa molto bella alla quale bisogna dare il più ampio risalto.

Anche sul lago Cecita il sole regala tramonti memorabili. Giudicate un po’ voi.

Tramonto sul Lago Cecita

E visto che il lago mette appetito, potete fermarvi al baracchino che troverete lungo la via per una pausa panino: i proprietari sono macellai a Celico, la materia prima è decisamente di qualità.

Parlo del Lago Cecita qui: I grandi Laghi della Sila: Cecita e Arvo

7) I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

In località Fallistro sopravvive un fazzoletto di bosco antico. I Giganti della Sila sono alberi, pini e abeti, vecchi di tre secoli, alti anche 40 m e dai tronchi che raggiungono il diametro di 2 m. Sono ciò che è sopravvissuto di una deforestazione selvaggia che ha colpito la zona nel secondo Dopoguerra. Oggi sono monumento nazionale gestito dal FAI. Un percorso su sentiero permette di passare accanto agli alberi più grandi: sono davvero maestosi e severi e mi ricordano gli Ent, gli alberi giganti e saggi del Signore degli Anelli. La passeggiata nel bosco qui ha un che di magico e sacrale. Le grotte che si aprono nei tronchi, o al contrario, i tronchi che si avviluppano gli uni agli altri, o ancora gli alberi crollati sotto il peso degli anni e lasciati lì perché la natura deve fare il suo corso sono i tanti elementi che rendono unico e fantastico, nel senso fantasy del termine, questo luogo.

Lì accanto trovate ristoro all’Antica Filanda, una casa antica riattata come agriturismo.

Parlo approfonditamente di questo straordinario parco qui: I Giganti della Sila

8) Lago Lorica o Arvo

L’altro grande lago artificiale della Sila è il Lorica, o Arvo. A differenza di Cecita, sulle sue sponde si sviluppa un abitato, Lorica appunto, che ospita alcune strutture ricettive, tra cui anche un campeggio piuttosto grande, immerso nella pineta.  Sul lago si possono praticare sport, mentre all’intorno si possono percorrere i tanti sentieri che entrano nel bosco, a caccia di more e lamponi d’estate, di funghi e di castagne in autunno.

Uno scorcio naturalistico del Lago Arvo

Parlo del Lago Arvo anche in questo post: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

9) San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Questo borgo fu eletto da San Gioacchino da Fiore quale dimora per la sua abbazia. La chiesa, con ciò che resta dell’attiguo monastero, è tutt’ora nel centro del borgo: una bella e massiccia chiesa-fortezza, dalla quale traspare austerità e rigore, tutte doti che i monaci medievali dovevano possedere. Il borgo è il punto di arrivo dei Sentieri dello Spirito, in particolare di quello che partendo da Celico sulle orme di Gioacchino (come abbiamo visto sopra), giunge fino a qui.

Il paese è noto per le sue produzioni artigianali, in particolare la tessitura degli scialli. Alcuni edifici mantengono ancora segni dell’Alto medioevo, simboli di un’antichità e di una storia nella quale evidentemente il paese si riconosce. Sicuramente Gioacchino da Fiore fu figura carismatica all’epoca in grado di influenzare con il suo nome e la sua aura i secoli successivi. Tutt’oggi la sua figura è motivo di orgoglio qui nel borgo. È bello vedere quanto certe figure del passato siano così vive e vicine ancora oggi. Nelle piccole comunità ciò può ancora accadere, e bisogna lavorare perché non si perda.

Parlo di San Giovanni in Fiore anche in questo post: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

10) Bocchigliero

Dai monti si vede il mare, qui a Bocchigliero. Un borgo tranquillo, tutto sommato: recatevici nella festa di San Rocco, e lo vedrete in festa, trasformato, a sera, in una grande sagra paesana. La cosa più eclatante però non è ciò che si vede in paese, ma ciò che si vede oltre, alzando lo sguardo, lanciandolo oltre le montagne boscose. Esatto, da qui si vede il mar Jonio. È laggiù, fa capolino tra due montagne che si incrociano, una distesa blu che si distingue dall’azzurro del cielo. Basterebbe ridiscendere la strada per arrivarvi. Un giorno percorrerò anche quest’ultimo tratto di strada, ma per ora mi fermo qui.

Da Bocchigliero si vede il Mar Jonio! Eccolo laggiù in fondo, oltre le case, oltre le montagne.

Bocchigliero è famosa per le sue conserve e in particolare per la produzione della sardella, che sul versante tirrenico della Sila viene chiamato Rosa Marina: si tratta di pesciolini giovani (avannotti o poco più) trattati sotto sale e sotto peperoncino. Alcuni, qui a Bocchigliero, per esempio, vi mettono anche il finocchietto, che non a tutti piace, ma che conferisce un certo profumo alla conserva. Si scioglie in un po’ d’olio, si spalma sul pane o sulle fette di caciocavallo: et voilà, l’ultima merenda silana è servita.

 

Queste sono le 10 tappe secondo me fondamentali della Sila. Ma sicuramente ho ancora dei punti oscuri e qualcosa è sfuggito alle mie indagini. Mi rivolgo a chi di voi conosce la Sila: cosa manca a questo elenco che devo assolutamente scoprire?

Lungo la costa Jonica calabrese: Roseto Capo Spulico

La costa Jonica calabrese è caratterizzata da tanti piccoli borghi medievali sorti nell’interno, sulle alture dell’immediato entroterra, appena alle spalle del mare quel tanto che bastava per difendersi da attacchi pirateschi, mentre sulla costa in tempi decisamente moderni si è sviluppata una serie di centri sul mare, una serie ininterrotta di spiagge, stabilimenti, case e hotel e cittadine create in funzione della villeggiatura estiva. Chi va al mare sulla costa Jonica calabrese resta così sedotto dalle acque, dalle spiagge e dalla vita notturna. Ma se un giorno decide di prendere l’auto e inoltrarsi nell’entroterra può rimanere favorevolmente sorpreso.

Roseto Capo Spulico è uno dei borghi nell’interno che vale la pena di visitare.

Veramente una delle sue attrazioni, almeno per belle foto ricordo, è il castello in riva al mare. Di epoca normanna, fu poi ricostruito da Federico II di Svevia. Noto come Castrum Petrae Roseti, oggi è di proprietà privata, ed ospita un ristorante. Visto dalla spiaggia è davvero il castello delle fiabe. In acqua, qua davanti, c’è un piccolo faraglione a forma di incudine, o di fungo, a seconda della fantasia. E la mia fervida fantasia si inventa già storie di principesse recluse e di principi sfortunati trasformati in roccia…

Torniamo alla realtà. Roseto Capo Spulico, Castrum Roseti come recita il suo nome antico, è nota per le ciliegie e l’olio, produzioni locali delle quali va fiera. Il paese si trova ben in alto rispetto alla linea di costa. Dal borgo la vista panoramica spazia su km e km di mare e spiagge. Laggiù in basso il castello di Federico II è poco più che una macchiolina che si distingue dalla distesa blu delle acque.

La costa jonica vista dal paese di Roseto Capo Spulico

Scarpe da sposa dei primi del ‘900, al museo etnografico di Roseto Capo Spulico

Lì per lì Roseto Capo Spulico lascia interdetti: qualche edificio decadente, qualcuno abbandonato, come il Palazzo Mazzario col suo bel portale, molti edifici in pietra ben restaurati, molti ancora abitati. Ecco, Roseto è un paese vivo, vissuto dai suoi abitanti che stanno seduti sulla porta di casa o che giocano a carte in mezzo alle vinelle, le stradine di paese, e scherzano con i forestieri. Tra tutti i personaggi che si possono incontrare, il più particolare è senz’altro il signor Leonardo che cura con amore e passione il museo etnografico ospitato in alcuni locali del palazzo comunale il quale, a sua volta, è un castello, il Castrum Roseti, fatto costruire da Roberto il Guiscardo alla fine dell’XI secolo.

Il sig. Leonardo ci racconta vita morte e miracoli della collezione che ha raccolto e che è un mix di testimonianze della cultura materiale locale e insieme italiana: sembra più una camera delle meraviglie che un museo; nel primo ambiente si mostra la vita contadina di un tempo, nella seconda l’arredamento di una casa e la vita familiare, quindi alcuni mestieri antichi, come il calzolaio e il barbiere, e via così di seguito: sala dopo sala ci accompagna nel “suo” museo etnografico.

Il tramonto sorprende Roseto Capo Spulico da dietro le montagne. Una tenue luce rosata avvolge le ultime case del borgo, antiche, in pietra, colora l’ampia vallata mentre sul mare inizia a farsi strada la luna. Nel borgo si iniziano ad accendere le luci della sera: la porta medievale si illumina, così le stradine e le palazzine antiche. I due ristoranti del borgo si riempiono. Il caos della costa, del traffico delle auto è lontano. Qui siamo davvero in un’altra dimensione.

Il tramonto cala su Roseto Capo Spulico