Archivi

Pompei: 7 cose da sapere per organizzare il proprio viaggio

Pompei, la città romana più famosa della storia, dopo Roma, ovviamente, è meta ogni anno di milioni di turisti. Costoro vengono da tutto il mondo per vedere i resti di questa tranquilla cittadina che se ne stava pacifica all’ombra del Vesuvio quando, nel 79 d.C., il vulcano eruttò sommergendola per sempre sotto una spessissima coltre di lava.

Il foro di Pompei

Di Pompei non si seppe più nulla e si sarebbe saputo poco se lo studioso Plinio il Vecchio non fosse morto proprio sotto il Vesuvio durante l’eruzione, incurante del pericolo perché doveva studiare il fenomeno del vulcano in eruzione.

Rimasta sepolta per tutta l’antichità e il medioevo e più, Pompei iniziò a tornare in luce verso la fine del Settecento. La sensibilità culturale dei regnanti Borboni, che seguiva in questo l’amore per l’antiquaria tipico delle grandi corti italiane a Roma, a Firenze, a Venezia, fece sì che si inaugurasse una stagione di scavi prolifica e favolosa: i cunicoli scavati nella lava portavano alla luce statue e oggetti preziosi, pitture parietali, mosaici, restituivano, insomma, un’immagine di una città romana come non la si conosceva. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, MANN, custodisce le opere più importanti e interessanti che furono scoperte all’epoca e che ben raccontano questa città romana.

1. Come raggiungere Pompei?

Ecco una cosa fondamentale da sapere: Pompei non è così facilmente raggiungibile. Non è né vicina a Napoli né a Salerno. Si trova a metà strada lungo due direttrici ferroviarie: la circumvesuviana e la linea metropolitana Napoli-Salerno. Quest’ultima in particolare è la vecchia linea ferroviaria Napoli-Portici, la più antica d’Italia, che passa da Pietrarsa e dal suo museo nazionale della ferrovia: se decidete di fermarvi qui nessuno si offenderà. La linea, tra l’altro, è bellissima, sul mare, affacciata sul golfo di Salerno e sui piccoli porticcioli che rendono così meraviglioso il nostro Mediterraneo. La stazione Pompei si trova in centro al borgo in cui sorge il Santuario della Madonna di Pompei. Poco più avanti c’è l’ingresso agli scavi lato Anfiteatro.

Il panorama dal treno per Pompei

La Circumvesuviana viaggia su una linea interna che va a Sorrento e che ferma a Pompei e Pompei Villa dei Misteri. Anch’essa è una linea ferroviaria piuttosto antica, che risale al 1890.

Il terzo modo per raggiungere Pompei è in macchina, via autostrada.

2. Biglietti!

Pompei è di competenza statale. Pertanto la prima domenica del mese l’ingresso è sempre gratuito. Gli altri giorni il biglietto intero costa 13 € ed è valido la giornata intera. Se si vuole, si può fare un biglietto cumulativo di 22 € che dura 3 giorni per entrare anche a Ercolano, Pozzuoli, Oplonti e Stabia: se riuscite a sopravvivere alla full immersion archeologica è molto conveniente.

3. Muoversi a Pompei

Dal sito web della Soprintendenza di Pompei si può scaricare la mappa della città romana con tutti i punti di interesse, in modo da poter pianificare la visita. In ogni caso, la mappa viene fornita all’ingresso insieme al biglietto.

Una caupona, ovvero una “tavola calda” di Pompei lungo via dell’Abbondanza

Quello dal lato dell’Anfiteatro è uno degli ingressi al parco. Sulla destra ci troviamo per l’appunto l’antico edificio da spettacolo, che un tempo ospitava gli spettacoli dei gladiatori, e sulla sinistra troviamo la Palestra Grande, un’ampia area nella quale un tempo si allenavano i gladiatori prima degli spettacoli e che oggi invece ospita le mostre temporanee (l’ultima, Pompei e i Greci, ha inaugurato pochi giorni fa).

L’anfiteatro si trovava in posizione decentrata rispetto alla città, ma da qui in pochi minuti si raggiunge la via principale di Pompei, via dell’Abbondanza, con le sue case signorili, le taverne, e numerosi edifici ancora in restauro. Si può percorrere il basolato romano dell’antica via,oppure il marciapiede a ridosso degli edifici, che è stato recentemente adattato ale esigenze anche del pubblico diversamente abile o in carrozzina: è il progetto Pompei per tutti e, di fatto, è molto comodo.

Pompei, uno scorcio di via dell’Abbondanza

4. Paesaggi
Pompei, come tutti i parchi archeologici, è immersa nel paesaggio e vive del suo rapporto col paesaggio. Cercate sullo sfondo l’inconfondibile silhouette del Vesuvio, all’ombra del quale la città sorgeva finché il vulcano non decise di esplodere segnandone il destino.Paesaggio è anche l’integrazione degli edifici antichi col verde circostante, è riportare all’antico splendore i giardini delle domus, ricreando ambienti lussureggianti e piacevoli come dovevano essere per le matrone pompeiane.

Il giardino della domus di Venere nella conchiglia

6. Mitoraj
Nell’ampia piazza del foro, le grandi statue dell’artista Igor Mitoraj prendono il posto delle antiche statue che un tempo dovevano ornare lo spazio pubblico principale della città. Antico e contemporaneo si compenetrano e si equilibrano. I puristi dell’archeologia forse storcono il naso; personalmente a me l’effetto piace molto.

Una delle statue di Mitoraj nel foro di Pompei

7. Mostre temporanee
Un’intera città da visitare e vogliamo perdere tempo a visitare una mostra? Sì, perché le mostre sono sempre degli approfondimenti utili e interessanti che aiutano a scoprire aspetti meno noti e più particolari del sito in cui ci troviamo. La mostra in corso attualmente, Pompei e i Greci, per esempio, parla di una Pompei che non è quella di epoca romana rimasta per sempre sotto la lava del Vesuvio, ma di una fase precedente della città, quando i Romani ancora non c’erano e quando il Sud Italia era un luogo in cui si incontravano persone, culture e tradizioni e in cui la cultura greca era un linguaggio comune.

Reperti rinvenuti nel porto antico di Neapolis e in mostra a “Pompei e i Greci”

Questo è solo un post introduttivo su Pompei; prossimamente vi prometto altri post dedicati alla città più sfortunata dell’antichità. 

Il mare d’inverno. Speciale Calabria tirrenica

Non è la prima volta che dedico dei post al mare d’inverno. Per me ha un fascino particolare: quello che d’estate diventa proprietà del turismo di massa (me compresa), che viene a crogiolarsi al sole, invade le spiagge, le rive e le acque, d’inverno è un paesaggio a tratti selvaggio, in cui la natura si riprende, in parte, ciò che le appartiene. Il mare d’inverno non è mai quieto del tutto, riflette il cielo carico di nubi quando minaccia pioggia, non è mai sfondo di una foto, ma ne è protagonista. Per contro, i segni dell’uomo sono residui, sono sonnolenti, dormienti, in attesa, in letargo: degli stabilimenti balneari restano gli scheletri, le barchette dei pescatori sono ricoverate alla bell’e meglio, le palme che decorano i lungomare ondeggiano al vento.

il mare si scorge da dietro la recinzione dei binari

il mare si scorge da dietro la recinzione dei binari

Ho fatto pochi giorni fa un viaggio in treno lungo la Calabria tirrenica. Risalendo lo stivale, nel tratto da Paola a Diamante non ho potuto fare a meno di osservare incantata il panorama sul lato del mare. Sono luoghi, tra l’altro, che in parte conosco, visto che vi ho trascorso qualche giorno quest’estate (a Diamante ho dedicato questo post; su Paola e il Santuario di San Francesco ho scritto qui). Li ho quindi vissuti sia nel pieno della stagione viva e li ho attraversati ora, durante il loro letargo. Dal treno in corsa non è stato facile scattare fotografie, complice anche la luce bassa del cielo nuvoloso. Ho preso però pochi appunti sulla mia agenda appena inaugurata per il nuovo anno. Li riporto qui.

Lo scoglio della Regina, Guardia Piemontese

Lo scoglio della Regina, Guardia Piemontese

Giornata di non pioggia. Il mare promette tempesta, ma in realtà si trattiene: le onde si infrangono sugli scogli, ma già quando giungono a riva accarezzano appena la sabbia Le barche sono ricoverate qua e là in qualche rada. C’è anche un pattino lungo l’estuario quasi secco di un torrente.

Fuscaldo, Guardia Piemontese, Cetraro, Belvedere Marittimo, Diamante.

Un faraglione battuto dai flutti (è lo Scoglio della Regina, a Guardia Piemontese). La ferrovia scorre lungo il mare, si addentra ogni tanto nei centri abitati che si stendono paralleli alla linea di costa. Centri disabitati, meglio: sono tutte palazzine che si popolano d’estate, seconde case per il mare, che ora sono chiuse e sprangate, sonnolente, in attesa che torni la bella stagione.

Guarda le palme battute dal vento. Riconosco il porticciolo di Cetraro, riconosco Cittadella del Capo con quell’antica residenza oggi hotel di lusso a picco sul mare, vedo in lontananza Diamante: qui la ferrovia passa dietro il paese e mi stupisce vederlo così arroccato, con la chiesa che sporge: persino la sua fiancata è decorata da un murales, che vedo fin da quaggiù.

Dopo Diamante il percorso del treno si addentra nell’entroterra. Ogni tanto risbuca sul mare, ma ormai fa sera, ed è difficile riconoscere i luoghi. Ma mi rimane addosso la sensazione di bellezza incontaminata o restituita per qualche mese alla natura. L’uomo si fa da parte. Il mare, e ciò che interagisce con lui, trionfa. E osservare i luoghi nella stagione diversa da quella nei quali solitamente si frequentano me li fa sentire più veri, più vivi, me li fa conoscere di più.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Paestum. Passeggiare dentro i templi a braccetto con gli dei

Da quest’anno a Paestum si può nuovamente entrare dentro ai templi: la cosiddetta Basilica, in realtà un tempio dedicato ad Hera, e il cosiddetto Tempio di Nettuno, in realtà dedicato ad Apollo, possono nuovamente essere calpestati e percorsi dai nostri piedi mortali.

Dentro il tempio di Nettuno. Un bambino gioca a nascondino :-)

Dentro il tempio di Nettuno. Un bambino gioca a nascondino 🙂

Fino a poco tempo fa, infatti, entrambi gli edifici erano isolati da una recinzione che consentiva di vederli da distanza ravvicinata. Ma volete mettere la bellezza di calpestare blocchi di pietra che hanno 2500 anni? Di percorrere corridoi nei quali un tempo sacerdoti della divinità e credenti svolgevano il culto, pregavano, chiedevano la grazia per qualche male da curare, o per il raccolto da coltivare, o per il bestiame da allevare? Nel tempio si trovava sempre, ben nascosta, la grande statua della divinità. E la sua presenza ha aleggiatoei secoli, tanto da consentire al tempio una vita millenaria.

I due templi, pur se da lontano si somigliano (sono entrambi due templi di stile dorico), in realtà hanno alcune differenze. Innanzitutto l’epoca di costruzione, più antica per la Basilica, circa 560 a.C. contro il 460 a.C. del Tempio di Nettuno. Il Tempio di Nettuno è più alto e slanciato: le colonne della sua peristasi (il porticato esterno di colonne) sono alte più di 8 m. All’interno si trovava la cella, il vero cuore del tempio, dove si trovava la statua della divinità, protetta alla vista dei fedeli, simulacro davvero sacro, alla quale si accedeva attraverso il pronao, uno spazio porticato antistante, che separava lo spazio più sacro dallo spazio esterno.

Dentro la Basilica. Un inedito punto di vista

Dentro la Basilica. Un inedito punto di vista

La Basilica è più tozza (non me ne vogliano gli dei) e la cella al suo interno è a due navate, mentre la statua della divinità stava in una stanza dietro davvero nascosta: l’adyton. Nella cella probabilmente si svolgevano processioni dedicate alla dea, e le colonne avevano anche la funzione di sorreggere il tetto. Lo storico dell’arte settecentesco J.J. Winckelmann (il padre dell’archeologia, il primo che categorizzò l’arte antica dal punto di vista cronologico ed evolutivo) interpretò erroneamente quest’edificio come basilica, come edificio civile, non vi riconobbe un tempio. Per questo è chiamato convenzionalmente Basilica, ma il nome è fuorviante.

Le colonne sono impressionanti: alte, imponenti, monumentali! Oggi possiamo solo immaginare l’impressione che i due templi dovevano fare, elevandosi nel santuario di Paestum (anzi, di Poseidonia, il nome greco della città più antica).

Noi ci concentriamo a guardare i templi, quando ne siamo al di fuori, e ci dimentichiamo del paesaggio circostante. Invece il bello di Paestum è proprio il paesaggio in cui si colloca, la valle, chiusa da una parte da montagne alte, che la incorniciano. Dall’interno dei templi, se si guarda fuori, si percepisce questo paesaggio. È un paesaggio immutato, antico, disegnato dagli dei.

Il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Oggi le imponenti mura urbane che chiudevano la città non si conservano più nel tratto di accesso al parco archeologico. Ecco che allora le silhouette dei due templi appaiono da lontano. Li seguiamo con lo sguardo, sembrano appartenere ad un passato antico, irrecuperabile, impalpabile. Ma poi, vi entriamo letteralmente dentro, a quel passato, e capiamo subito che esso ci appartiene da sempre, e ci scorre nelle vene insieme al sangue.

Il Castello Normanno Svevo e la Galleria Nazionale: la Cosenza da non perdere

Cosenza ha una lunga storia. Il suo centro storico (l’abbiamo visto) è ricchissimo di storia e arte. La città ha fatto notizia ultimamente soprattutto per la leggenda del tesoro di Alarico, che secondo una tradizione popolare sarebbe stato seppellito nel fiume Crati insieme agli ori trafugati durante il sacco di Roma del 410 d.C. (addirittura Voyager ha dedicato un ampio servizio a questa leggenda); ma non si esaurisce certo qui la sua rilevanza dal punto di vista storico e culturale. Vi parlo in particolare di due luoghi importanti l’uno per la storia della città, l’altro per l’arte: il castello normanno svevo e la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo di Cosenza visto dalla piazza di Palazzo Arnone

Il castello normanno svevo

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

La torre ottagonale del castello normanno svevo di Cosenza by night

A guardia della città, sul colle più alto intorno al quale, a valle, scorre il Crati, si erge il castello normanno svevo. Lo si vede da lontano, nulla sfugge al suo controllo: posizione strategicamente migliore non potrebbe avere. Imponente, posto a controllo di un ampio territorio che spazia sotto il nostro sguardo, il castello è stato recentemente restaurato e riallestito in funzione dell’apertura al pubblico. Vale la pena di salire fin quassù.

La cima dell’altura, il colle Pancrazio, è fortificata, le sue alte mura la cingono interamente; salendo dalla strada che si inerpica, appare in tutta la sua maestosità, fortezza inespugnabile e luogo di potere nei secoli del medioevo.

Anche se viene chiamato castello normanno svevo, in realtà la rocca era fortificata già da molto tempo, probabilmente già dal VI secolo a.C. È comunque il 937 d.C. l’anno in cui si parla per la prima volta di esso. Nel XII secolo Ruggiero II ingrandì il castello. Da questo momento a tutti gli effetti si può parlare di castello normanno. In seguito al rovinoso terremoto del 1184 la rocca andò distrutta; è a Federico II di Svevia che si deve la ricostruzione: una struttura rettangolare con torri angolari a pianta ottagonale e sale voltate. In seguito con gli Angioini il forte subì altre modifiche anche perché con Luigi III d’Angiò divenne residenza principesca, con funzioni dunque diverse dalla mera difesa. Alla metà del ‘400 il castello ospitò persino la zecca per coniare monete e una prigione per gli avversari politici nelle lotte contro gli Aragonesi.

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Il cortile interno del castello illuminato al crepuscolo

Nel XVI secolo si impone su Cosenza la dominazione spagnola e il castello torna ad essere soltanto una fortezza militare. Il forte terremoto del 1638 lo distrugge e fa sì che per il castello inizi un lungo periodo di abbandono fino a quando i Borboni, nel XIX secolo non si adoperano per il restauro, e danno alla rocca il ruolo di carcere. Da lì un nuovo terremoto, nel 1870, lo distrugge un’altra volta. Rimane pressoché rudere fino al 2008, quando finalmente  viene restaurato in via definitiva. Ed è così che si presenta oggi.

Entrando dalla porta nelle mura, seguendo il percorso si entra nel castello vero e proprio. Questo, alto due piani, è costituito al piano terreno da una serie di sale e di ambienti voltati che si dispongono intorno ad un chiostro, sfruttato oggi per manifestazioni all’aperto. Tra gli ambienti più belli (qui la mappa) senz’altro la Sala delle Armi, in parte coperta da soffitto a volta a crociera, in parte col tetto crollato, e la torre ottagonale, simbolo e sintesi dell’architettura dei tempi di Federico II: basti solo pensare all’eccezionale architettura di Castel del Monte in Puglia, capolavoro ottagonale.

Salendo al piano superiore si esce su un’ampia terrazza che guarda a 360° su tutto il territorio intorno a Cosenza: da un lato la valle del Crati, dall’altro la preSila: lo sguardo può vagare per km e km all’intorno. Il momento migliore per godere della vista è probabilmente il tramonto, come sempre quando si tratta di ampi panorami. Immaginate che questo una volta era un cammino di ronda e che il panorama veniva guardato sempre con preoccupazione… e pensate che invece oggi è il luogo più adatto per un selfie all’imbrunire.

La Galleria Nazionale di Palazzo Arnone

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Luca Giordano, Morte di Cleopatra, particolare

Palazzo Arnone è storicamente il carcere della città. Sorge sul Colle Triglio, un altro dei sette colli di Cosenza (eh sì, Cosenza è costruita su 7 colli proprio come Roma…). Dopo un lungo ed efficace restauro il palazzo è stato trasformato in polo culturale importante della città. Da luogo di prigionia a luogo di esaltazione della libertà dell’arte, il Palazzo è oggi sede della Galleria Nazionale di Cosenza, una pinacoteca che ospita oltre a dipinti di pittori importanti del Rinascimento e del Seicento cosentino, come Mattia Preti o Luca Giordano (che era di Napoli), anche una sezione di arte contemporanea e una sezione monografica sul giovane Umberto Boccioni, artista futurista calabrese del primo Novecento, autore della nota scultura Forme uniche nella continuità dello spazio, della quale esistono varie versioni, di cui una proprio alla Galleria Nazionale di Cosenza; per capirsi, è la scultura ritratta sul retro delle monete da 20 centesimi di €.

Tra le opere più significative, o quantomeno che mi hanno colpito, ci sono la Morte di Cleopatra di Luca Giordano, nella quale è commovente l’atteggiamento della serva che assiste impotente agli ultimi istanti di vita della sua regina, la Veduta con figure classiche e rovine, sempre di Luca Giordano, in cui la scena è occupata da un’antica architettura in rovina, un porto e un insieme di piccolissime figure, ciascuna intenta alla propria occupazione, il San Francesco d’Assisi confortato dall’Angelo, di Francesco Cozza, in un’ambientazione silvana che è più da scena mitologica che non religiosa.

Francesco Cozza, San Francesco d'Assisi consolato dall'Angelo

Francesco Cozza, San Francesco d’Assisi consolato dall’Angelo

L’esposizione è molto curata, perfette le luci e le condizioni climatiche delle sale; si alternano in un’esposizione cronologica tele grandi e minori, a soggetto vario, religioso, mitologico o di genere. In una delle sale è stata mantenuta una terribile cella, a ricordo del passato dell’edificio. La Galleria Nazionale è un museo moderno, non la vecchia pinacoteca che ci si potrebbe immaginare, ma un ambiente curato e luminoso. La cosa che personalmente mi ha lasciata perplessa è che il biglietto di ingresso sia gratuito.

Due luoghi culturali importanti per una città come Cosenza, che ha un ricco patrimonio storico e artistico da valorizzare e da far conoscere. E se nella città nuova, in viale Mazzini, va in scena l’arte contemporanea con il Museo all’aperto Bilotti, nel centro storico è l’arte dal Cinquecento al Novecento ad essere protagonista. Andando a ritroso nel tempo, e risalendo in altura, invece, il monumento più antico della città, il castello normanno svevo, osserva la vita scorrere sotto di lui, da secoli e secoli. La sua presenza un po’ ci intimidisce, ma ci rassicura, come un vecchio guardiano taciturno che tutto sa e tutto controlla.

Lungo il Sentiero degli Argonauti: la Paestum che non avete mai visto

Paestum è un luogo in cui gli dei degli antichi sono ancora fortemente presenti. Aleggiano nell’aria, tra le colonne dei templi, si muovono nel forte vento di questi giorni, risplendono al sole caldo che solo il Sud sa regalare. Ci ricordano che loro sono da sempre, così come i grandi templi dorici ancora in piedi, che da tempo immemore stanno lì e sfidano il tempo, le tempeste, l’uomo stesso, sopportando un tempo greggi di pecore e oggi comitive di turisti.

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Nella valle senza tempo di Paestum si potrebbe pensare che con una passeggiata nel sito archeologico si possa sapere tutto della città antica. E invece no: basta recarsi all’incrocio tra il cardine massimo e il decumano massimo, e imboccare il decumano in direzione ovest, la direzione del mare, che subito nuove frontiere si aprono. Ma solo da oggi.

Il tratto di decumano massimo ripulito da Legambiente

Il tratto di decumano massimo ripulito da Legambiente

Là dove c’era l’erba ora c’è un tratto di basolato della strada antica, che Legambiente ha portato in luce, dopo aver stretto un proficuo accordo con il Direttore di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, il quale ha subito intravisto una possibilità: quella di far dialogare l’archeologia con l’ambiente naturale. Quelli di Legambiente, d’altro canto, hanno avuto modo di coinvolgere, nella loro attività di pulizia, i migranti giunti dall’Africa, in un progetto di integrazione che passa per l’educazione al territorio e alla tutela. Lo scopo? Quello di creare, anzi di riportare in auge, un antico percorso, che dal centro della città antica portava  a ovest, fuori dalle mura, presso Porta Marina, e da lì al mare.

Così, ogni prima domenica del mese quelli di Legambiente organizzano una passeggiata archeologica “Sul sentiero degli Argonauti”, ricordando così la mitologica spedizione di Giasone e compagni, le cui gesta sono ricordate sulle metope del tempio di Hera alla Foce del fiume Sele (oggi esposte al Museo Archeologico Nazionale di Paestum) dedicate a Medea, sposa di Giasone. Una passeggiata speciale è stata condotta anche in occasione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2016, alla quale ho partecipato.

Alla fine del basolato c'è un cancello, oltre il quale iniziano i campi coltivati. La città antica sta sotto le coltivazioni di erba medicaIl percorso (che ahimè non è accompagnato da un archeologo, ma da una guida di Legambiente che nonostante la buona volontà archeologo non è), si snoda dal tempio di Cerere, inizio ideale di ogni percorso all’interno della città, lungo il cardine massimo fino all’incrocio col decumano massimo. Qui imbocchiamo il tratto di basolato che conduce verso il limitare dell’area archeologica. Oggi lo spazio è transennato perché vi vengono condotti nuovi scavi, tuttavia Legambiente ha l’autorizzazione per passare.

Percorriamo un basolato che è ritornato in luce dopo decenni che i rovi l’avevano invaso. Sono poche centinaia di metri, ma valgono veramente la pena e ci si chiede perché fino ad oggi siano stati abbandonati alla natura. Poi si raggiunge un cancello. La città antica conosciuta finisce qui. Oltre, Paestum è ancora nascosta sotto campi sterminati coltivati a erba medica.

Percorriamo un sentiero attraverso i campi, sempre in direzione ovest, mentre alle nostre spalle la silhouette del tempio di Cerere si fa sempre più piccola. I campi cedono il passo ad alcune abitazioni e ad un caseificio: siamo in prossimità delle antiche mura, e della porta Marina, la porta che guardava al mare, ancora imponente come un tempo. A guardia, un gatto rosso, reduce da tante battaglie, si gode sornione il sole.

La porta Marina di Paestum

La porta Marina di Paestum

Proseguiamo. Passiamo sotto un ponticino al disotto della Strada Provinciale. Ora il sentiero diventa uno stradello tra le case, un vero e proprio quartiere disposto tra via Fidia e via Lisippo. Poi di nuovo la Provinciale, attraversata la quale entriamo in pineta.

La spiaggia di Paestum, oltre l'Oasi Dunale Legambiente

La spiaggia di Paestum, oltre l’Oasi Dunale Legambiente

È l’Oasi Dunale di Paestum, curata da Legambiente: una pineta creata appositamente negli anni ’60 con la bonifica di questi territori, a fare da separatore tra il mare e i campi da destinare a coltura.

Abbandonata a se stessa per decenni, Legambiente negli ultimi anni l’ha pulita, curata come fosse il giardino di casa, predisponendo un sentiero, opere d’arte contemporanea appese agli alberi che vogliono sensibilizzare sull’abbandono dei rifiuti nel bosco, e infine, regalandoci una superba entrata in spiaggia. La vista spazia fino a Salerno, mentre dalla sabbia spunta di tutto, pigne, rami di pino, conchiglie, fiori e, persino, un funghetto solitario.

Decisamente, gli dei ci sono ancora, e si celano sotto forme inconsuete.

Scoprire il centro storico di Cosenza 

cosenzaCosenza è una città in salita. Ed è varia. Il suo centro storico è grande, incredibilmente ricco di suggestioni, di angoli, di palazzi, e di bellezza. Ma è una bellezza decadente, che invoca, anche se non se ne fa accorgere, aiuto. C’è infatti una sottile differenza tra una bellezza decadente e una bellezza decaduta. E Cosenza a stento cerca di elevare se stessa.

cosenzaPersonalmente, adoro i centri storici decadenti. Ho vissuto tra i vicoli di Genova per anni, passavo in via Prè quando ancora era considerata pericolosa persino di giorno; ho trascorso le mie serate tra via del Campo e il Porto Antico, e mai ho avuto la sensazione di essere in pericolo. I vicoli in quegli anni (il primo decennio del 2000) si sono trasformati per una serie di congiunzioni astrali favorevoli, e i semi gettati in quelle occasioni perdurano ancora oggi. Così, mentre passeggio per il centro storico di Cosenza, auspico una rinascita come quella di Genova. Cosenza lo merita. I suoi palazzi, le sue chiese, i suoi vicoli abbarbicati lo meritano.

cosenzaPasseggiamo. Partiamo da Piazza Telesio, dove il grande teatro sembra un corpo neoclassico a sé, che nulla ha a che fare con i vicoli che si dipartono da qui. Ne prendiamo uno, e cominciamo a seguirlo. Non ci indica una direzione, gira, segue l’andamento delle case… ma chi viene prima? Gli edifici o la strada? Sui muri qua e là degli affreschi vogliono raccontare episodi legati alla storia della città, in un museo all’aperto del centro storico. Fanno un po’ di colore, ma non sono murales veri, vera espressione della cultura popolare figlia di questi luoghi.

cosenzaCase, case antiche, finestre modanate, elegantissime ma alle quali sono appesi panni; ex-loggiati tamponati e chiusi, dei quali si intravvede però la colonna o il capitellino, oppure, quando nascosti bene, rivelati dall’intonaco scrostato. E poi le chiese, i conventi. Come quel San Francesco d’Assisi, che in pochi tra i cosentini stessi conoscono, ma quando vi entrano per la prima volta, se ne innamorano.

Il corso principale, Corso Telesio, è in basso. Per raggiungerlo scendiamo da una stradina che poi finisce alla Ficuzza, una piazzetta che si chiama così per via di un grande albero di fico nato non per terra, ma dentro un muro. E sopravvive, e sopravviverà per sempre, perché la gente del quartiere si identifica col fico, come recita una lapide sul muro.

cosenzaIl corso parte praticamente dal ponte sul fiume Crati, dove si trovano alcuni locali storici o quasi. La friggitoria più buona della città, quella che fa i veri panuozzi e delle favolose polpette di sarde (non avete un’idea) sta proprio lì in basso. All’interno l’Ode alla purpetta fa bella mostra di sé sul muro mentre tu addenti la tua, di polpetta. E non puoi che assentire.

Il corso poi sale, e su di esso si affacciano le ultime botteghe artigiane rimaste: anche il falegname che si è specializzato in bare e articoli mortuari, per dire. Perché, parliamoci chiaro: il lavoro in quel ramo non mancherà mai. Altre botteghe, invece, negli anni hanno dovuto chiudere, così ora si passeggia tra fantasmi di botteghe che furono e nuovi esercizi commerciali al di sotto delle vecchie caratteristiche insegne.

cosenzaE poi c’è il duomo. Si rivolge su una piazza, piazza che a guardare le foto d’epoca, è stata modificata, forse per dare più monumentalità alla facciata. L’interno è sobrio, elegante, luminoso. Proseguendo per il corso, dopo le cose sante, incontriamo le cose più profane: il Caffé Renzelli, che sta lì dal 1803 e che ebbe illustri frequentatori, tra i quali quei poveri Fratelli Bandiera che proprio a Cosenza furono giustiziati, eroi risorgimentali celebrati negli anni a seguire. Il caffé, o meglio il caffé freddo, è un vero must in città. E qui bisogna prenderlo, non si può farne a meno.

Il primo giro nel centro storico di Cosenza termina qui. Ma dall’altro lato del fiume c’è tutto un altro settore della città che merita di essere esplorato, ricco di botteghe, di chiese, come quella di San Francesco di Paola, e la Galleria Nazionale di Cosenza, una superba pinacoteca che occupa l’edificio che un tempo fu carcere, Palazzo Arnone su Colle Triglio. Ma questo ve lo racconto la prossima volta, insieme ad un altro importante monumento, che domina la città: il castello Normanno-Svevo. Stay tuned!

San Francesco di Paola, il santuario, la città, il culto

 

san francesco di paola

San Francesco di Paola ritratto in via San Francesco… a Paola

Nel XV secolo un uomo è destinato a partire dalla Calabria per cambiare le sorti dell’Europa. Quell’uomo è San Francesco di Paola. Umile religioso, riesce con il suo carisma a fondare un ordine monastico, quello dei Frati Minimi, e ad arrivare a stretto contatto del papa, divenendo un importante ambasciatore, potremmo dire, dello Stato della Chiesa in Europa. Le sue capacità diplomatiche oltre che evangelizzatrici lo portano fino alla corte di Francia, a Reims, dove diviene consigliere del re, e tale è la sua fama che che dopo morto il suo culto si diffonde in buona parte d’Europa, anche se in Francia e in Italia si trovano i maggiori luoghi di culto a lui dedicati.

Anche se è seppellito a Reims, dove morì (le sue spoglie in realtà furono in realtà distrutte), alcune reliquie si trovano oggi nel principale dei suoi conventi, quello che egli fondò fin da subito, a Paola.

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

La chiesa di Santa Maria di Montevergine a Paola

Siamo sulla costa tirrenica della Calabria. Il centro storico di Paola si abbarbica alla sua altura, preferendo una posizione di visibilità sul mare piuttosto che esporsi ai pericoli che dal mare giungevano un tempo. Un paese in salita, con ripide e strette stradine chiuse da alti edifici oggi in parte decadenti. Chiese e case, oggi in parte abbandonate, qualcuna fatiscente, regalano scorci straordinariamente poetici e costanti riferimenti al santo.

Il Convento di San Francesco di Paola si trova a sua volta lontano dal borgo, ancora più nell’interno, lungo un corso d’acqua dal quale si diparte un piccolo acquedotto che sovrasta il cosiddetto Ponte del diavolo, presso il quale si narra che San Francesco fu assalito, ma superò, una “focosa” tentazione. Lì accanto c’è anche la piccola grotta dove il giovane San Francesco condusse i primi periodi di eremitaggio, trascorrendo le sue giornate ritirato in preghiera, prima di decidere di fondare un ordine religioso.

convento di San Francesco a Paola

Il convento di San Francesco a Paola

Il grande spiazzo sul quale affaccia il convento costeggia proprio questo fiume. Da un lato e dall’altro si trovano gli edifici destinati ai religiosi, mentre in fondo si staglia la facciata del primitivo convento, nel quale si trova anche la chiesa, il chiostro e i sotterranei nei quali il santo pregava. Il tutto è abbastanza sobrio e raccolto. I sotterranei sono lugubri e angusti spazi, scavati nella roccia, umidi e opprimenti: il luogo ideale nel quale raccogliersi in preghiera e chiedere espiazione dei peccati a Dio. Ricordiamo che siamo nel Quattrocento, e che Francesco di Paola aveva molto a cuore gli insegnamenti di umiltà e povertà di un altro Francesco, il Santo di Assisi.

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

San Francesco a Paola, cappella delle reliquie

Nelle lunette del porticato intorno al chiostro sono affrescate scene di vita del santo paolano, i suoi miracoli, la sua capacità di dare fuoco e scaldare semplicemente con le mani; nella chiesa una cappella laterale ospita poche reliquie e gli indumenti di San Francesco. Al di fuori del complesso, la grande chiesa realizzata nel 2000 è una grande aula moderna, illuminata da vetrate colorate e sembra più un auditorium che un edificio sacro. Su un lato si trovano due testimonianze di miracolo, di ieri e di oggi: una fonte che, si narra, San Francesco fece sgorgare dalle rocce (ma proprio lì nei pressi passa l’acquedotto) e una bomba della Seconda Guerra Mondiale che, sganciata sul convento, non esplose: un intervento divino del santo degno dei Monuments Men. Nonostante i grandi spazi del Convento, che richiama ogni anno pellegrini da ogni parte d’Italia e non solo (San Francesco di Paola è patrono dei naviganti), l’insieme risulta piuttosto intimo, dimesso, meditativo, come ci si aspetta che sia la vita di un frate.

L'interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

L’interno della chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila

Ben diversa è la sensazione che procura la vista della Chiesa di San Francesco di Paola a Spezzano Sila, vicino a Cosenza, alle pendici della Sila; Ci spostiamo a un centinaio di km di distanza, nell’interno, in una terra che ha ben altre caratteristiche, costellata da tanti piccoli borghi che sorgono a corona intorno all’altipiano della Sila. Quello di Spezzano è uno dei conventi fondati dal santo quando ancora era in vita: una chiesa magnifica, barocca, dagli interni dorati, stuccati, esageratamente decorati. Nulla resta della pacatezza e della sobrietà che sicuramente doveva contraddistinguere il convento alle origini. Qui evidentemente in epoca successiva sono stati fatti lavori di abbellimento e arricchimento notevoli. Passare nella navata sotto lo sguardo spalancato dei puttini di gesso fa l’effetto di sentirsi osservati! Il soffitto in legno dorato e dipinto con una rappresentazione del Santo tra i santi contribuisce al senso di grandiosità dell’insieme; le controporte in legno, blu con inserti dipinti sono un altro gioiello di questa chiesa. Sarà che vi sono entrata durante un matrimonio mentre il coro cantava, ma la mia prima impressione è stata di commozione. Nonostante io non sia una patita del barocco, ho trovato l’insieme bellissimo.

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Il convento di San Francesco di Paola a Pedace

Un altro convento si trova alle pendici della Sila: è il convento di San Francesco di Paola a Pedace. Il convento è del Seicento, quindi realizzato quando ormai il santo era morto da almeno un secolo, ma occupa un più antico edificio religioso costruito su una roccia a picco sulla stretta gola sottostante. Sembra più una fortezza che un convento, con le sue pareti di pietra spessa. Qui davvero è stata presa alla lettera la parabola del vangelo dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia…  Trovarsi il convento sopra la testa mentre si percorre la strada che conduce a Pietrafitta fa particolarmente impressione.

Il culto di San Francesco di Paola fin da subito ha trovato terreno fertile in Calabria, dove si è diffuso da subito. Il santo stesso fondò quattro monasteri: oltre a quelli di Paola e di Spezzano ne fondò uno a Paterno e uno a Corigliano Calabro. Questi centri furono propulsori del culto in tutta la regione. Questi di cui vi parlo qui sono solo alcuni dei suoi luoghi. Oltre all’aspetto religioso, per cui sono meta di pellegrinaggio e di turismo religioso, sono piccoli gioielli artistici ricchi di storia, di tradizione, di capolavori d’arte.