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12 prodotti tipici della cucina calabrese che devi mangiare quando vai in Sila

Se ti nomino la cucina calabrese tu subito pensi al peperoncino e alla n’duja. Beh, non stai sbagliando, ma la Calabria è molto variegata dal punto di vista culinario. In questo post ti racconto di ciò che puoi mangiare in una zona particolare: ti parlo dei 10 prodotti tipici (con qualche ricetta bonus) che devi mangiare quando vai in Sila.

cucina calabrese

Non ho scritto questo post da sola, ma ho chiesto aiuto ad un vero esperto, un silano doc. Puoi fidarti ciecamente dei suoi consigli, come mi fido io.

Immaginati la scena: una tavola apparecchiata con affettati, formaggi, pane casereccio, olive, e altre specialità. No, la n’duja non c’è, non è tipica della Sila. Ma scommetto che non la rimpiangerai. Pronto per assaggiare la cucina calabrese della Sila?

cucina calabrese

Una tavola apparecchiata direttamente da una cena in Sila: nient’altro da dichiarare?

Rosa marina

Il cosiddetto caviale del Sud tradizionalmente consiste negli avannotti delle alici, la cosiddetta sardella, di cui ora per legge è vietata la pesca: ultimamente quindi la sardella è stata sostituita dai bianchetti. Questi pesciolini vengono aggiustati con sale e peperoncino dolce e piccante e lasciati a macerare. Ne risulta una pasta abbastanza morbida e rossa, più o meno piccante a seconda del tipo di peperoncino e addizionata, a seconda delle aree, con finocchietto. Per servirla viene aggiunto dell’olio e consumata sul pane.

I formaggi

Caciocavallo silano: la sua forma allungata lo distingue da tutti gli altri formaggi. Viene appeso alla pertica ad asciugare, legato e sostenuto da lacci che gli conferiscono una forma caratteristica. Si trova sia fresco che stagionato. È di latte di mucca, la placida vacca podolica che pascola nei prati della Sila in estate: sicuramente la incontrerai lungo la Via delle Vette, e ti dovrai fermare per farla attraversare. Sempre che non abbia voglia di fermarsi in mezzo alla strada per un po’. Il caciocavallo è ottimo alla piastra: fa una crosticina superficiale, ma al centro rivela un cuore morbido… e incandescente: masticare con cura!

vacca podolica

La vacca podolica, tipica della Sila, dal cui latte si ricava il tipico caciocavallo silano

Pecorino crotonese: non è propriamente silano, ma siccome d’inverno gli armenti che solitamente pascolano in Sila si spostano verso il mare, quindi verso lo Jonio, ecco che non deve stupire che il pecorino crotonese sia considerato un prodotto tipico anche sull’altopiano. Più o meno stagionato, è uno dei pecorini più rinomati sulla piazza.

Ricotta affumicata: la ricotta fresca che noi tutti conosciamo, ottenuta nelle cosiddette fiscelle, delle formine allungate che le conferiscono la caratteristica forma tubolare, viene fatta essiccare su degli stenditoi in vimini e affumicata tradizionalmente col legno del caminetto.

Protìro: è un piccolo caciocavallo con sorpresa che fa sì da conservare il burro per lungo termine. Una volta fatto il burro, quello in eccesso veniva conservato in una sorta di “bottiglia” di pasta di caciocavallo che viene chiuso in alto e lasciato stagionare. Un caciocavallo dal cuore tenero, insomma.

prodotti tipici calabria

Nella mia dispensa non manca mai: caciocavallo, sarsizza, capocollo, pancetta e soppressata

Del maiale non si butta via nulla

L’allevamento del maiale in Calabria rappresentava fino a pochi decenni fa uno dei mezzo di sostentamento delle famiglie dei paesi della Sila e della presila. Ogni famiglia cresceva il suo maiale per poterlo poi macellare e ricavarne i salumi. Nulla andava perduto, perfino i peli sulla schiena, i più lunghi, venivano usati dai calzolai per cucire le scarpe!

Capocollo: è un pezzo di carne intero che viene passato nel sale e nel pepe e avvolto in una sorta di pellicola naturale che lo ricopre, quindi veniva steccato e legato stretto alla pertica per la stagionatura.

cucina calabrese

vruccule e rape e sarsizza, ovvero cime di rapa broccoletti) e salsiccia. Rigorosamente silana.

Sarsizza: salsiccia di fegato, salsiccia piccante e salsiccia dolce. Di questi tre tipi esiste sia la versione fresca che quella stagionata, che è simile, per consistenza e per come viene consumata, ai salami cui siamo abituati nel resto d’Italia. La salsiccia fresca invece viene cotta con le lenticchie, con le cime di rapa o arrosto; stagionata a fettine come il salame.

La ricetta: vruccule e’rape e sarsizza (Broccoli di rapa e salciccia): si tratta delle classiche cime di rapa (altrimenti note, a seconda della regione, come broccoletti) stufate con la salsiccia, che conferisce profumo e sapore. Certo, più la salsiccia è piccante, più l’intero piatto risulta piccante e più è aromatica, più l’intero piatto è aromatico.

Soppressata: è ricavata dai pezzi più nobili del maiale. Quella tipica ha solo il sale e non il peperoncino, anche se poi si trova in entrambe le versioni. Dolce o piccante che sia, è legata con lo spago, ed è una prelibatezza delicata, una leccornia tipica.

Prosciutto: ogni maiale restituisce due prosciutti. Innanzitutto il prosciutto è messo a mollo in salamoia in un tino insieme alla pancetta e viene curata la parte intorno all’osso (il prosciutto in Sila non viene disossato), e viene massaggiato in modo che il sale penetri all’interno e non faccia sciupare il prosciutto. Dopo questo passaggio in salamoia nel tino il prosciutto viene asciugato, lavato con l’aceto e passato nel peperoncino in polvere, in modo da fare una patina al di sopra. A questo punto il prosciutto è fatto.

cuccìa

La cuccìa, a base di grano cotto e carne di maiale

Pancetta (vusciulu): Il vusciulu è tradizionalmente riservato alla fresa: scaldato sul fuoco, il grasso si scioglieva e veniva colato sul pane e mangiato accompagnato con cipolla di Tropea. Questa è un’esperienza da fare nel bosco, naturalmente nelle aree attrezzate che si trovano in Sila.

Al momento della lavorazione del maiale, tutto quello che rimaneva andava a finire nel paiolo e veniva consumato in parte subito, in parte era conservato nei tinielli, contenitori cilindrici smaltati in terracotta.

Frisuli: ormai quasi impossibili da trovare, sono le parti magre che si staccavano durante la cottura delle rimanenza nel paiolo. Queste assumono la consistenza di un patè e si spalmano sul pane. Per chi ama il genere sono una goduria.

La ricetta: Cuccìa: è un piatto tipico di alcuni paesi della presila, a base di grano cotto e resti di maiale. L’osso del prosciutto, al quale rimaneva attaccata un po’ di carne, veniva bollito insieme alle cotiche del maiale. Il grano veniva messo in ammollo, poi lessato, quindi veniva unito ai resti di carne dell’osso di prosciutto, passato nel forno e servito.

Patate da’Sila

L’altopiano silano si presta alla coltivazione delle patate. Le patate da’ Sila, le patate della Sila, sono una cultivar tipica di queste parti. L’altitudine, unita alla bontà del terreno, regalano una patata gialla che viene venduta a cassettate dai tanti camioncini che si possono incontrare qua e là nei paesi della Sila e della presila.

patate sila

Patate prodotte in Sila vendute al supermercato

La ricetta: pasta e patate: un piatto povero, ma squisito, è la pasta e patate, un piatto tipico dei Montanari perché semplice da cucinare. Presuppone infatti l’utilizzo di una sola pentola nella quale vengono cotte le patate e poi la pasta, calcolando la giusta quantità d’acqua. Alla fine della cottura in una padella a parte veniva arrostito il peperoncino e la cipolla e il tutto veniva versato come condimento sopra la pasta e patate. Ma il touch of class era dato dalla ricotta affumicata grattata sopra, che dava il giusto sapore. Anche oggi si può riproporre quest’antica e umile ricetta. La resa è degna della tavola di un re.

La ricetta: Patate m’pacchiuse: Le campionesse in tavola. La loro realizzazione è tanto semplice quanto efficace. Eppure sono davvero in pochi coloro che la sanno preparare col giusto criterio. Ricordate la padella di cui sopra, in cui si arrostivano peperoncino e cipolla? Bene, in quella stessa padella i montanari preparavano le patate m’pacchiuse, ovvero patate tagliate a rondelle che venivano lasciate lì in padella a rosolare e rosolare e che per naturale cottura alla fine si attaccavano una all’altra. Ebbene, più le rondelle di patate sono attaccate le une alle altre e arrostite, più sono buone, avevi dubbi?

patate mpacchiuse

Un piatto completo di patate m’pacchiuse, carne, salsiccia piccante, caciocavallo alla piastra: il pranzo dei campioni in Sila!

Bene, ti ho messo appetito? Dei dolci, casomai, ne parliamo la prossima volta 😉

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Una giornata ad Otranto (senza dover per forza andare al mare)

Ho deciso che voglio dimostrarvi che si può trascorrere una giornata a Otranto senza necessariamente dover andare al mare.

Non ci credete? Dai, venite con me.

otranto

Perché trascorrere una giornata a Otranto

Otranto si affaccia sul mare, baciata dal sole, dal mare e dal vento. Si trova a controllo del punto più vicino all’Albania, Capo d’Otranto, e pertanto nella sua storia la sua posizione è stata strategica e invidiata da chi non la possedeva. Per questo fu spesso sotto l’occhio dei Turchi Ottomani, che in un’occasione la conquistarono e seppero farsi ricordare.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La storia di Otranto è sotto gli occhi di tutti: nel Castello Aragonese e nelle mura che la cingono, nella Cattedrale col suo mosaico di XI secolo e la cappella degli 800 martiri, e poi ancora nei vicoli e fino al monumento “L’approdo” appena fuori dalle mura e che racconta la tragedia delle migrazioni degli Albanesi verso l’Italia negli ’90.

Otranto è viuzze strette, negozi di souvenir, chiesette come quella bizantina di San Pietro che appaiono quando meno te l’aspetti, e ancora ristorantini e bar affacciati sul mare. Una cornice splendida, bianca della pietra e azzurra del cielo e del mare. Sono i colori che si abbinano meglio.

La cattedrale di Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Capolavoro del romanico, è famosa nel mondo per lo splendido pavimento a mosaico che la riveste interamente, opera del monaco Pantaleone, nell’XI secolo.

Il mosaico è eccezionale, decisamente difficile da leggere in tutto il suo svolgersi. Purtroppo la presenza delle panche nella navata centrale non aiuta la comprensione. Del resto, però, non potrebbe essere diversamente, dato che la chiesa è tuttora usata per funzioni religiose.

Il mosaico nella navata centrale si sviluppa intorno al grande albero della vita, le cui radici stanno all’ingresso della chiesa e che sale su fin quasi al presbiterio. In cima si trovano quei gran signori di Adamo ed Eva, dai quali, per via del Peccato Originale, si va ridiscendendo verso la base dell’albero.

Tantissime figure e scenette animano questo pavimento. Sotto Adamo ed Eva abbiamo 12 cerchi corrispondenti ai 12 mesi illustrati attraverso il lavoro dell’uomo: eh sì, con il peccato originale e la cacciata dall’Eden, gli uomini hanno dovuto mettersi a lavorare. Dobbiamo ringraziare Adamo ed Eva, dunque, se dobbiamo stare in ufficio invece che passare la vita a viaggiare! 😂

cattedrale Otranto

Una porzione del pavimento mosaicato della Cattedrale di Otranto

Tra le varie figure compare in alto Re Artù e in basso Alessandro Magno: nessuno dei due ha a che fare con la fede cristiana, ma Alessandro Magno ha a che vedere con la cultura greca, di cui il monaco Pantaleone era portatore, mentre Re Artù è il protagonista del Ciclo Bretone, i cui racconti dovevano essere evidentemente ben noti fino in fondo allo Stivale. E poi abbiamo mostri e animali esotici, grifi ed elefanti, dromedari, leoni, linci con gli stivali e chi più ne ha più ne metta.

In fondo alla navata destra si apre la cappella dedicata agli 800 martiri che furono decapitati dagli Ottomani all’indomani della conquista turca di Otranto. Essi rifiutarono di convertirsi, pertanto finirono con la testa sulla pietra e furono passati dal boia. Nella cappella teschi, omeri, ossa del bacino e costole stanno ben sistemati nelle teche. Sotto l’altare si trova la pietra sulla quale le teste furono spiccate dal corpo.

martiri otranto

La Cappella degli 800 Martiri di Otranto

Scendendo le scale che si aprono nella navata destra si giunge nella cripta. Molto suggestiva, è una selva di colonnine ognuna con un capitello diverso, medievale, istoriato, romano di reimpiego, e conserva alcuni affreschi bizantini di particolare pregio. La cripta è un ambiente unico, silenzioso, meditativo. Da qui si esce su Otranto assolata, dal fianco della chiesa.

cattedrale di otranto

La cripta della cattedrale di Otranto con la sua selva di colonnine di reimpiego

La chiesa bizantina di San Pietro

Percorrendo la via principale del centro storico di Otranto, quella su cui si trovano tutti i negozi di souvenir, le botteghine e i localini per mangiare un boccone, si arriva sulla piazza dell’Orologio, dominata da una torretta sulla quale sta l’orologio che segna inesorabile il tempo che passa. Da qui si prende una piccola salita che conduce alla quasi nascosta piccola chiesa di San Pietro.

san pietro otranto

La chiesa bizantina di San Pietro a Otranto

Si tratta di una chiesa di impianto bizantino ed è piuttosto antica: risale infatti al IX-X secolo. Dall’esterno appare esattamente come le chiese greche: a pianta quadrata, con qualche nicchia sporgente e una cupolina centrale. L’interno è dipinto con scene della vita di Gesù. Non è aperta sempre, ma anche se la trovate chiusa, da fuori è molto suggestiva: per un attimo crederete di essere stati catapultati in Grecia. Una bellissima sensazione, perché Otranto in più punti sembra una cittadina delle isole greche.

Il Castello Aragonese

Grande architettura difensiva e militare, il Castello Aragonese domina il borgo marittimo e per lungo tempo ne ha costituito la difesa: già solo a vedere il fossato, i torrioni, l’imponente muratura ci si rende conto della struttura potente che era. Otranto era cinta da mura; l’assalto degli Ottomani nella II metà del Quattrocento, con la successiva riconquista, diede motivo di difendere ancora di più questo baluardo strategico lungo l’Adriatico.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Oggi il Castello è un polo museale: museo di se stesso, museo del territorio grazie all’allestimento, in alcune sale, di una mostra permanente dedicata alla frequentazione preistorica della Grotta dei Cervi di Porto Badisco; spazio espositivo per mostre e installazioni di arte contemporanea. Il Castello è un luogo vivo di storia, di storie e di contemporaneità.

Fuori Otranto: la cava di Bauxite

Dal bianco della cittadina di Otranto ci allontaniamo di pochi km e raggiungiamo le coloratissime cave di Bauxite. Qui il rosso/arancio della terra si incontra con il verde della vegetazione, l’azzurro del cielo e il colore cangiante dell’acqua del laghetto che si è formato.

cava bauxite otranto

Bada che colori! la cava di bauxite appena fuori Otranto

La storia è semplice: si scopre un giacimento di bauxite; si impianta la cava; si incontra la falda acquifera; l’acqua allaga ogni cosa; si abbandona la cava. Breve storia triste, verrebbe da dire. Invece si è creato un luogo surreale, ma eccezionale proprio dal punto di vista naturalistico. La natura ha vinto, per una volta.

E voi siete stati a Otranto? Cosa consigliereste di fare in questa città oltre a quello che vi ho detto qui? Raccontatelo nei commenti, oppure sulla pagina fb di Maraina in viaggio.

Castro, la perla del Salento

Arriviamo a Castro nel pomeriggio inoltrato di una calda giornata di inizio giugno. Non sappiamo cosa aspettarci, io personalmente non avevo proprio idea che di lì a poco avrei scoperto la “perla del Salento”.

Comincio dalla fine: Castro è davvero una perla; un gioiello, qualcosa di bello, prezioso e puro. La perla del Salento, appunto.

Cosa fare e cosa vedere a Castro

Castro

Non è adorabile questo scorcio di Castro?

Per arrivare a Castro, se ci fate caso, non ci sono semafori. La vita scorre lenta e tranquilla, la gente sta seduta con le sedie in strada, i bambini scorrazzano e giocano a pallone in piazza; si conoscono tutti e tutti rivolgono un sorriso ai forestieri. Nel giorno del Corpus Domini il borgo si ferma per il passaggio della processione.

Il primo impatto con Castro è una splendida terrazza vista mare. La costa albanese, che si intravvede, dista da qui appena 60 km: non vogliamo farla una nuotata fin là? Magari domani, intanto stasera godiamoci il borgo.

Il borgo di Castro non è particolarmente esteso. Ordinato, curato, tranquillo, regala alcuni angolini notevoli. In queste vie si incontra la gente del luogo, che prende il fresco nel tardo pomeriggio; si può pure osservare da vicino un’artigiana che lavora al tombolo, un’antica lavorazione con cui oggi produce gioielli artistici: le dita scorrono ad una velocità incredibile, acchiappano e intrecciano fili senza che si riesca a seguire il movimento. Stupendo.

La (doppia) chiesa della S.S. Annunziata

La chiesa dell’Annunziata è il primo luogo di interesse che incontriamo, anche se per raggiungerla passiamo accanto al castello, che domina l’intero borgo.

La chiesa sta sul lato di fondo di una piazza spaziosa, luogo di ritrovo e di chiacchiere, luogo vissuto dagli abitanti di Castro.

Castro

La piazza della chiesa di Castro

Dalla chiesa, che risale al XIV secolo – contemporanea all’incirca di Santa Caterina a Galatina – fa la sua comparsa, sul lato, ciò che resta della chiesa precedente: un curioso caso di sovrapposizione di luoghi di culto: della piccola chiesa bizantina, del IX secolo a.C., restano tracce di archi affrescati con volti di santi. C’è un che di magico in quest’apparizione.

Per il resto la chiesa non ha nulla dei grandi decori delle cattedrali di Gallipoli e Otranto, o della basilica di Galatina. Ha ha avuto molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli, dovuti anche alle invasioni dei Turchi, che qui sono giunti ben due volte.

L’attiguo spazio è stato adibito a museo della chiesa. Da qui si gode di una straordinaria vista sul mare antistante.

castro

Museo diocesano con vista

Gli scavi archeologici di Castro

Poco distante dalla chiesa, sul fianco dell’altura che dolcemente scende verso il mare, si trovano gli scavi archeologici che hanno interessato negli ultimi anni Castro e che hanno portato in luce quello che sembra, con tutta probabilità, un santuario di epoca greca, risalente al IV secolo a.C., sito nei pressi delle antiche mura messapiche.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

Gli archeologi hanno infatti individuato dei poderosi muri e delle aree in cui sicuramente erano stati compiuti dei sacrifici. In alcune fosse, poi, erano stati deposti anticamente degli oggetti di culto, tra cui la colossale statua di una dea, forse Atena, che oggi è esposta al castello. Il santuario, del quale sta emergendo il grande altare , fu devastato alla fine del III secolo, forse in concomitanza col passaggio di Annibale. In quest’area non si trovano tracce di età romana, eppure il luogo doveva essere noto: qui Virgilio nell’Eneide fa sbarcare Enea, chiamando la località Castrum Minervae.

L’area di scavo non è particolarmente grande e i resti monumentali continuano al di sotto della Castro attuale, ma ciò non diminuisce né l’interesse né il fascino per questo scavo vista mare. Perché da qui, davvero, la vista è eccezionale.

Il castello e il museo di Castro

Castro

La statua della dea Atena al Museo di Castro

Il grande castello che domina il borgo e il panorama circostante ospita al pianoterra il museo allestito per esporre i reperti emersi nel corso degli scavi che abbiamo appena visto. Non è così scontato che i materiali di uno scavo (peraltro ancora in corso) vengano musealizzati in così breve tempo. Vero è che i ritrovamenti sono davvero eccezionali e coprono un arco cronologico che va a ritroso nel tempo dal tardo medioevo fino al IV secolo a.C., epoca cui risale il santuario, le decorazioni architettoniche e la statua di Atena. Molti sono i reperti venuti in luce che raccontano lo scavo e attraverso di esso ricostruiscono il passato più antico di questo luogo.

Il castello è un monumento davvero poderoso; dalla sua terrazza lo sguardo spazia sul tratto di costa che scende fino a Santa Maria di Leuca, l’estremità del tacco dello Stivale. Dalla sua posizione preminente sul paesaggio vigila sul territorio a 360°: da un lato il mare e la costa albanese, dall’altro l’entroterra con le sue colline. Fermarsi qui è davvero un sogno. Se poi il sogno si alimenta con un aperitivo a base di taralli e vino rosso, ancora meglio.

Castro

Sulla terrazza del Castello di Castro

Questa è Castro, davvero una sorpresa per me che non la conoscevo. L’ho scoperta però grazie all’Educational tour #festivalinutile cui ho partecipato all’inizio di giugno, realizzato in collaborazione con Coolclub.it, #WeareinPuglia e SwapMuseum. Un grazie particolare, per la splendida accoglienza va al comune di Castro, agli assessori che ci hanno accolto, ad Alessandra Nastrini che ha gestito egregiamente la nostra presenza e a Emanuele Ciullo, la nostra guida attraverso la storia e l’archeologia di questo straordinario borgo.

5 mete culturali del Salento che ricorderai per tutta la vita

Sono diventata una grandissima fan del Salento: terra meravigliosa di sole, di spiagge, di tradizioni gastronomiche peculiari. Ma soprattutto è una terra di borghi e cittadine dalle grandi tradizioni storiche e culturali.

5 mete culturali del Salento

Scopriamo insieme 5 mete culturali del Salento. Alcune di esse sono note mete turistiche, ma qui ne voglio parlare dal punto di vista del turismo culturale.

1. Corigliano d’Otranto

Nel cuore della Grecìa salentina, una ristretta area territoriale in cui si parla il grico, un dialetto greco che tradisce le origini greche delle genti di qui, si trova un bellissimo borgo dalle strade e dalle case bianche che si dispongono su viuzze strette, che si aprono ora sul piccolo spiazzo antistante la chiesa, ora sulla più grande piazza dell’orologio, ora affacciano sull’imponente castello. Di Corigliano bisogna osservare i dettagli. Noto in Salento come il Paese Filosofico (in questo post vi racconto il perché), è la meta ideale per chi ama perdersi ad osservare le pieghe dei muri e i portali iscritti.

corigliano d'otranto

Il castello di Corigliano d’Otranto

Soprattutto, al castello di Corigliano si svolge in giugno il Festival dell’Inutile: una manifestazione che per alcune serate intrattiene il Paese con conversazioni sulla poesia, sulla filosofia, sul diritto, sulla cultura nel senso più ampio del termine. Inutile è infatti, nelle intenzioni dell’organizzazione, tutto ciò che non produce profitto, ovvero, in senso un po’ provocatorio, il sapere culturale. Il festival è un elogio dei saperi inutili, dunque. Titolo migliore e più efficace (altro che inutile) non poteva essere scelto.

Per saperne di più: il blog del Festival dell’Inutile con tutto il programma del 2018 

2. Galatina

Cittadina dove sacro e profano si incrociano e si compenetrano, Galatina è nota per aver dato i natali al pasticciotto: la pasticceria Ascalone, sul corso principale, dalla metà del Settecento produce questo dolciume che è diventato il dolce tipico dell’intero Salento. Ma Galatina è molto di più. Ha una storia religiosa decisamente intensa che narra le storie di due santi: San Paolo e Santa Caterina.

Galatina

Sul corso principale di Galatina

La leggenda di San Paolo narra che il santo sbarcò sulle coste del Salento durante le sue peregrinazioni e a Galatina diede a tre sorelle l’antidoto per guarire dal morso del ragno: una giustificazione in chiave cristiana della Taranta, la “malattia” femminile dalla quale le donne guarivano solo dopo aver ballato forsennatamente al ritmo ossessivo della pizzica. A Galatina si trova la cappella di San Paolo, presso la quale le tarantate venivano a pregare e in cui si trova un curioso avviso che ingiunge di non ballare né fare atti osceni nei pressi; dietro la cappella si trova la fontana sacra, nella quale si dice che la terza delle tre sorelle che aveva incontrato San Paolo sputò per dare l’antidoto all’acqua e con essa curare le tarantate.

santa caterina galatina

Il soffitto affrescato della chiesa di Santa Caterina a Galatina, trionfo del gotico internazionale in Salento

A Santa Caterina d’Alessandria è invece dedicata la splendida basilica trecentesca all’ingresso del borgo. Affrescata da pittori del Centro Italia, tra cui un Franciscus di Arezzo, l’unico ad aver lasciato la sua firma, è un trionfo del Gotico Internazionale. Sul soffitto a volta, nelle campate della navata centrale, nella controfacciata e nell’abside non un buco rimane libero, ma tutto è occupato da storie della Bibbia, di Gesù, dell’Apocalisse e di Santa Caterina. Ogni volta che si torna a visitare questa chiesa, si resta incantati dalla quantità di dettagli che le pitture ci rivelano, vera Bibbia a fumetti per chi non sapeva leggere, ma doveva ugualmente conoscere le Scritture e imparare da esse una retta condotta di vita.

Tra le storie a contorno di questa chiesa sta la vicenda della reliquia di Santa Caterina, un dito che, narra la leggenda, Raimondello del Balzo Orsini, il Signore del luogo, avrebbe strappato dalla salma della Santa sul Sinai, dove sarebbe deposta. Tra l’altro, si dice che Santa Caterina altri non sia che la trasposizione in chiave cristiana di Ipazia, la filosofa pagana che fu perseguitata e uccisa dai Cristiani nel IV secolo d.C. per le sue idee che andavano contro la nascente – e arrogante – nuova religione.

Per saperne di più: Una passeggiata a Galatina, la capitale del Tarantismo

3. Gallipoli

Gallipoli è senza dubbio la città più nota, turisticamente parlando: amena località di mare, d’estate diventa sinonimo di “vacanze in Salento”: c’è il mare, ci sono i localini, i ristorantini, è adatta sia al turismo giovanile che a quello per famiglie; è un po’ la Taormina di Puglia, ecco.

Gallipoli

Panorama del porticciolo di Gallipoli dall’alto del castello

Ma Gallipoli è anche molto di più. Innanzitutto è un’ex-isoletta sulla quale sorgeva un castello che aveva funzioni di difesa e controllo del mare.

castello di Gallipoli

Gallipoli esportava olio lampante in tutta Europa: questa storia è raccontata nell’allestimento del castello

Il Castello di Gallipoli ebbe lunga e gloriosa vita; immortalato dai disegni di Jakob Philip Hackert, paesaggista grande amico di Goethe, fu per lungo tempo il luogo più importante di Gallipoli, la quale esportava olio lampante, ovvero per le lampade, in tutta Europa, fino in Norvegia. Con l’unità d’Italia, e con l’avvento dell’elettricità, il castello perse la sua funzione e l’olio perse il suo mercato. A proposito di mercati, un grande mercato coperto fu costruito a fine ‘800 proprio davanti al castello obliterandone la vista, e il castello divenne sede doganale di sali e tabacchi. Il deposito di sale è ancora evidente nelle tracce lasciate sulla pavimentazione in pietra di alcune stanze.

L’edificio fu affidato alla Guardia di Finanza, e ad essa rimase fino a qualche decennio fa. Poi rimase abbandonato a se stesso. Solo in anni recenti è stato fatto oggetto di recupero, di restauro e di valorizzazione. Oggi è aperto al pubblico, che qui può visitare il monumento e partecipare, è il caso di dire, alle installazioni della mostra #Selfati allestita nei suoi spazi.

#Selfati fa riflettere sul tema dell’autoritratto e dell’autorappresentazione come bisogno primario dell’uomo da sempre, non solo come desiderio vanesio di emergere. #Selfati viene messa in relazione con la Venere degli Stracci di Mimmo Paladino, posta al centro della grande Sala Ennagonale del Castello, e con un approfondimento sui “SelfieadArte” dell’art influencer Clelia Patella.

venere degli stracci gallipoli

La Venere degli Stracci nella Sala Ennagonale del Castello di Gallipoli, al centro della selezione di #selfieadArte di Clelia Patella

4. Otranto

Cattedrale di Otranto

L’interno della Cattedrale di Otranto

Dominata dal Castello Aragonese, Otranto è la bianca città che sorge sull’Adriatico nel punto in cui esso si stringe di più, avvicinando la Puglia all’Albania. Posizione strategica, quella di Otranto, che per questo faceva gola a molti, in particolare ai Turchi. Questi conquistarono la città infatti, dopo averla posta sotto assedio, affamata, e dopo aver decapitato 800 uomini di Otranto che avevano rifiutato di convertirsi.

La storia dei martiri è raccontata nell’abside della navata laterale della Cattedrale di Otranto: una grande teca piena di teschi, ossa lunghe e ossa del bacino tutte sapientemente ordinate, con certosina e macabra maestria, per eternare la memoria di costoro. Per saperne di più ti invito a leggere Come l’Italia celebra i morti: 3 ossuari del Sud Italia.

Ma non è certo per l’ossuario che la cattedrale di Otranto è nota ed è considerata un capolavoro dell’arte medievale: la vera meraviglia, infatti, è il suo pavimento a mosaico.

Il grandissimo mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto è un capolavoro controverso. Innanzitutto è di difficile interpretazione tutto l’apparato figurativo, che vede nella navata centrale la rappresentazione dell’albero della vita in cima al quale stanno Adamo ed Eva cacciati dal Giardino dell’Eden. Da qui discendono tutti i peccati dell’uomo, ma anche le storie della Bibbia, così troviamo nella navata  Caino e Abele, Noè e il Diluvio Universale e la Torre di Babele. Poi, a sorpresa, un personaggio che con la Bibbia non c’entra nulla: Alessandro Magno quasi all’ingresso della Chiesa, mentre nel presbiterio si trova Re Artù. Nel mezzo animali reali e fantastici, elefanti, draghi e grifoni, leoni e bestie varie.

mosaico cattedrale otranto

La scena di Caino e Abele nel mosaico della Cattedrale di Otranto

Nella navata centrale trovano ancora posto i 12 tondi corrispondenti ai mesi dell’anno, rappresentati attraverso i mestieri: la correlazione con il Peccato originale è evidente: dopo la cacciata dall’Eden l’uomo ha dovuto iniziare a lavorare per poter sopravvivere.

L’autore di questo immenso mosaico, il monaco Pantaleone, era basiliano, ovvero osservava il cattolicesimo di rito greco. Doveva avere una cultura sterminata, se nel suo mosaico inserisce tanti riferimenti non solo biblici, ma anche ellenistici e addirittura attinge al Ciclo Bretone e ai poemi cavallereschi. La presenza nella navata centrale delle panche non consente di apprezzare l’intero mosaico in tutti i suoi dettagli, ahimè. Anche perché ci si potrebbero passare le ore ad osservare ogni dettaglio del pavimento.

cattedrale Otranto

Un dettaglio del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto

Tornando al Castello Aragonese, è un monumento aperto al pubblico come spazio espositivo sia per mostre temporanee che permanenti. Tra gli allestimenti permanenti quello dedicato alla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, sito archeologico preistorico non aperto al pubblico, ma ad esso restituito proprio grazie alle sale ad esso dedicate all’interno del Castello.

castello aragonese otranto

Otranto, Castello Aragonese

Per saperne di più: La grotta dei Cervi di Porto Badisco

5. Castro

Chiudiamo in bellezza con una piccola perla preziosa del Salento: Castro. Questo piccolo borgo è posto su un’altura in posizione lievemente arretrata rispetto alla costa, ma strategica per il controllo del territorio: lo sguardo panoramico spazia dalla punta del tacco dello Stivale (Santa Maria di Leuca) alle coste albanesi che si trovano di fronte, a 60 km circa, ben visibili nelle giornate terse.

castro Panorama

Il panorama dal castello di Castro: si riesce a vedere sino in fondo al tacco dello Stivale

Castro è nota dalle fonti come Castrum Minervae. Narra Virgilio che su queste coste sbarcò Enea, il che dona a questo borgo già una certa aura di antichità. Antichità che è stata appurata dagli scavi in corso appena fuori dal borgo, nei pressi della chiesa e che hanno messo in luce quello che sembra essere, con tutta probabilità, un santuario di età greca: sono infatti stati trovati, oltre alle grosse fondazioni di un complesso davvero notevole, anche alcune fosse che contenevano oggetti deposti ritualmente. Tra questi la statua colossale, ma frammentaria, di una dea che è stata interpretata come Atena. Il santuario sarebbe quindi dedicato ad Atena, e il ricordo di questa dedica proseguirebbe poi nel toponimo romano del luogo.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

La storia di questo luogo è raccontata dai reperti rinvenuti nel corso dello scavo ed esposti nel castello di Castro, adibito a museo della città. Qui si percorre a ritroso, dal medioevo all’età greca, la storia di quella piccola ma interessantissima area di scavo che è rivolta al mare: una posizione davvero invidiabile, anche per gli archeologi che vi lavorano.

Castro

Dettagli di Castro (LE), la piccola perla del Salento

Castro conserva intatta l’aria di paese: in piazza i bambini giocano e si rincorrono e le persone stanno sedute in strada; nella viuzza laterale un’artigiana con sapiente maestria intreccia fili al tombolo. La chiesa dell’Annunziata rivela, nella sua fiancata, quasi come una ferita aperta ma mostrata con orgoglio, la chiesa precedente, sulla quale essa si imposta e che aveva obliterato, prima che negli anni ’60 la riportassero alla vista. Di quella primitiva chiesina si conservano gli affreschi di età medievale che mantengono i loro colori vivaci e la loro vitalità.

Ed è tutto il borgo che conserva intatta la sua vitalità. Assolutamente importante che si mantenga così com’è, una piccola perla, un borgo che non ha bisogno di semafori, un luogo che non deve snaturarsi mai.

Visitare il Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Non si può andare a Napoli senza visitare il suo Museo Archeologico Nazionale. Anzi, io sono andata a Napoli solo per quello!

Uno dei più importanti musei archeologici d’Italia fuori Roma si trova proprio a Napoli e deve la sua importanza a tre collezioni uniche al mondo: la collezione di antichità proveniente dagli scavi settecenteschi di Ercolano, in particolare della Villa dei Papiri, la collezione di antichità provenienti dagli scavi settecenteschi di Pompei, in particolare affreschi e mosaici, e la collezione Farnese, proveniente in realtà da Roma, costituita dalle colossali sculture che decoravano le Terme di Caracalla e che giunse a Napoli a seguito della famiglia Farnese.

museo archeologico nazionale napoli

Oggi ripercorriamo questi tre nuclei principali del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: la collezione ercolanese, quella pompeiana e quella Farnese. Attraverso le opere principali ripercorriamo non solo la storia del museo, ma la storia di due città, Pompei ed Ercolano, della loro scoperta e degli scavi, e con essa impariamo a conoscere qualcosa di noi stessi: il nostro modo di intendere l’arte è assolutamente debitore, infatti, a quella grande stagione di scoperte che fu la seconda metà del Settecento

Villa dei Papiri

corridore villa papiri ercolano

La statua in bronzo del Corridore dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Una delle collezioni più importanti del museo è costituita dai materiali provenienti dallo scavo della Villa dei Papiri di Ercolano. Da quando fu scoperta, a metà del Settecento, Ercolano fu scavata per cunicoli e gallerie: la spessa coltre di lava che aveva ricoperto la città antica sigillandola e preservandola era piuttosto dura da scavare, pertanto fu creata una fitta rete di cunicoli che andavano nella direzione dei “tesori” che venivano in luce. Statue, affreschi, mosaici, oggetti di uso quotidiano e di pregio: ogni cosa fu prelevata dagli scavatori. In particolare gli oggetti in bronzo destarono parecchia ammirazione e sorpresa: mai come ad Ercolano (e Pompei) furono rinvenute così tante opere in bronzo. Il perché è presto detto: il bronzo è sempre stato un materiale richiesto e reimpiegato nel corso della storia, ed è per questo che si conservano pochissime opere d’arte antiche in questo materiale, a fronte della grandissima diffusione che invece aveva avuto sia nell’arte greca che in quella romana.

Uno dei motivi per cui la Villa dei Papiri è eccezionale è proprio la grande quantità di opere d’arte in bronzo che gli scavatori del XVIII secolo vi trovarono. Opere arcinote, come il corridore, opere di una potenza plastica incredibili, come le danzatrici, o danaidi, opere di una potenza espressiva notevole, come il satiro ebbro, con gli occhi spiritati e la bocca lasciva.

Ma la Villa dei Papiri deve il nome all’importantissimo ritrovamento di tantissimi rotoli di papiro, i libri dell’epoca, rinvenuti arrotolati e illeggibili. Qualcuno all’epoca si inventò persino un ingegnoso macchinario per srotolarli e leggerli, ma è solo in decenni recenti, con tecnologie sofisticate, che si sono individuati i testi: opere di Epicuro e di filosofia, principalmente.

danaidi ercolano

Una delle Danaidi dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Affreschi pompeiani

Saffo Pompei

La cosiddetta Saffo, da Pompei, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Pompei è famosa in tutto il mondo per due motivi: innanzitutto per l’eruzione del 79 d.C. che la seppellì e sigillò completamente. Successe nella stessa occasione di Ercolano, ma Pompei fu scavata quasi interamente, e restituì testimonianze di un’immediatezza e di una drammaticità tali, come i famosi calchi in gesso che ricalcano le sagome di persone e animali sorpresi dalla pioggia di lava e lapilli, da renderla immortale. Inoltre, da Pompei proviene la maggior parte delle testimonianze della pittura romana. Infatti, anche se in pochi conoscono gli affreschi delle case di Ostia antica e di Roma (in particolare la Casa di Augusto), tutti al mondo identificano Pompei con le sue pitture straordinarie. Non a caso chi studia la storia dell’arte antica si imbatte ad un certo punto nei “quattro stili pompeiani”: quattro stili pittorici che gli studiosi hanno identificato analizzando le pitture pompeiane conservate.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono esposti tantissimi affreschi pompeiani. Voi direte: ma perché stanno al MANN e non si trovano a Pompei? Perché all’epoca (XVIII-XIX secolo) tutti gli affreschi pompeiani che venivano in luce nel corso degli scavi erano considerati proprietà del re di Napoli. Quindi venivano letteralmente tagliati e strappati dalla propria parete i quadretti o le porzioni più significative, venivano assemblate insieme a seconda dei casi, venivano regalate a diplomatici e aristocratici stranieri in visita di cortesia.

teseo pompei

Lepisodio di Teseo, Casa del Poeta Tragico, Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Oggi noi abbiamo una straordinaria pinacoteca antica (mi si passi questa definizione) costituita da quadretti e quadri più o meno grandi che raffigurano miti, scene di genere, paesaggi, ritratti. Abbiamo i quadretti di paesaggio nella casa di Agrippa Postumo, le scene mitologiche legate ad amori tragici della Casa di Giasone, abbiamo la Saffo pensosa con la penna in mano e abbiamo gli affreschi della Casa del Poeta Tragico che raccontano alcuni episodi del ciclo troiano, tra cui il notissimo Achille e Briseide, episodio della Guerra di Troia nel cui affresco Achille con gli occhi spiritati osserva la giovane Briseide mentre gli viene strappata via, ciò che sarà all’origine dell'”Ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei” come recita Omero nella traduzione di Vincenzo Monti che noi tutti abbiamo studiato a scuola, oppure l’episodio dell’eroe Teseo che libera i giovani ateniesi dal Labirinto di Creta dopo aver ucciso il Minotauro.

Di Pompei non ci restano solo gli affreschi, ma anche i mosaici: chi non ha presente il notissimo “Cave Canem” con il cane rappresentato a mosaico, a mo’ di zerbino o di nostro cartello “attenti al cane”? Tra i tanti mosaici di Pompei esposti al MANN uno in particolare si distingue per le dimensioni e per il soggetto rappresentato: è il Mosaico di Alessandro, nella Casa del Fauno. Si tratta di un grande mosaico che rappresenta il momento saliente di una battaglia, con tutta probabilità la Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e l’esercito greco contro i Persiani e re Dario. Nel mosaico è raffigurato il clou della battaglia, quando tra morti ammazzati e cavalli a terra il re Dario sta fuggendo sulla sua biga, volto all’indietro con sguardo spaventato, mentre lo incalza il giovane Alessandro, con gli occhi grandi e l’espressione risoluta. Purtroppo il mosaico è lacunoso, ma per la maggior parte si conserva e costituisce un unico nel suo genere.

mosaico di Alessandro

Il Mosaico di Alessandro dalla Casa del Fauno di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Altri oggetti meravigliosi che Pompei ha restituito agli scavatori del XVIII secolo sono le argenterie della Casa del Menandro: un intero servito da tavola completo di piatti, coppe, bicchieri, vassoi, portauovo e quant’altro finemente cesellato in argento: ognuno di questi oggetti da tavola è un autentico capolavoro, altro che i servizi d’argento di oggi!

argenterie casa del menandro

Una delle preziose coppe in argento, parte delle argenterie della Casa del Menandro di Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La collezione Farnese

Al piano terra, nell’ala destra del museo, una serie di statue colossali ci osserva dall’alto mentre percorriamo il corridoio e le varie sale. Si arriva infine in un’ala nella quale non si sa da che parte voltarsi: a destra, dove si trova il magnifico Ercole Farnese, o a sinistra, dove si consuma il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese?

toro farnese

Il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Andiamo a sinistra intanto. Definito da Michelangelo la “montagna di marmo”, il cosiddetto Toro Farnese è un gruppo scultoreo immenso e complesso, nel quale è rappresentato il supplizio di Dirce. Il mito è piuttosto complesso, ma cercherò di riassumerlo brevemente. Una giovane, sedotta da Zeus, trova rifugio presso una coppia. In realtà la donna della coppia, tale Dirce, tratta malissimo la giovane e alla nascita dei gemelli di cui è incinta, la sbatte fuori di casa ed espone i due bambini. Naturalmente passa un pastore il quale salva i due bimbi. Questi crescono, un giorno incontrano la madre e intenzionati a ottenere vendetta, trovata Dirce, colei che li aveva condannati all’esposizione, fanno per legarla ad un toro inferocito che ne farà scempio delle membra. Sul più bello la madre dei due giovani (che sono figli di Zeus, ricordiamolo) chiede pietà per Dirce. Se il mito si conclude positivamente, il gruppo scultoreo rimane un passo indietro, rappresentando il momento della massima drammaticità, quando i due giovani, nudi, legano al toro inferocito Dirce la quale invoca pietà. Dietro, la figura della madre dei due giovani sta ad indicare l’atto di pietas che salverà la vita a Dirce.

Ercole Farnese

Ercole Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Andiamo a destra, ora. Incontriamo la gigantesca mole dell’Ercole in riposo. L’Ercole Farnese infatti è raffigurato fermo, stante, poggiato alla sua clava sulla quale è poggiata la sua pelle di leone, la Leonté. Il nostro Ercole, massiccio, barbuto, si sta giustamente riposando dopo aver compiuto l’ultima delle sue imprese, il furto dei Pomi delle Esperidi che reca ancora nella mano destra, portata dietro la schiena. La statua, firmata dall’artista greco Glicone di Atene, è un capolavoro nella resa della volumetria del corpo e della muscolatura, massiccia, rilassata ma non troppo. Anche questa statua, come il Toro Farnese, proveniva dalle Terme di Caracalla.

Questo breve tour non è certo esaustivo della grandissima mole di reperti e di collezioni che il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vanta. Ma spero di avervi suscitato interesse e curiosità. Tante, tantissime sono le opere esposte. In una sola mattina non si riesce a visitarlo tutto, tant’è la densità di capolavori che si affastellano nelle sale, una dopo l’altra. Il consiglio? Visitarlo con calma, prendendosi tutto il tempo necessario. Se vi va di visitarlo in una maniera alternativa, poi, potete scaricare il videogame Father and Son, che ha per soggetto, oggetto e protagonista proprio il MANN: un modo divertente e interattivo per scoprire il museo, la sua storia e le sue collezioni.

Come l’Italia celebra i morti: 3 ossuari del Sud Italia

Tra qualche giorno, il 2 novembre, sarà la Festa dei Morti. Per me, fin da bambina, è sempre stata tradizione andare nei due cimiteri di paese in cui erano sepolti i nostri cari e rendere il dovuto omaggio con preghiere e fiori. Io poi ho un’altra tradizione che mi deriva dalla nonna sarda: allestire un tavolo dei morti su cui presentare le offerte e preparare i dolci tipici, i pabassini. Ma questa storia magari ve la racconto un’altra volta.

Questo che segue è un post un po’ macabro. Mi perdonerete, spero.

Stavolta infatti, complice il calendario, voglio parlarvi effettivamente di morti. Non semplicemente di cimiteri, ma di ossuari, di luoghi in cui sono esposte non le tombe, ma le ossa dei defunti: gli scheletri in qualche caso, le ossa ben ordinate in altri. Ne conosco tre in Italia, nel Sud Italia per la precisione, e sono questi che voglio ricordare in questo post: la Cripta dei Cappuccini di Palermo, la Cappella degli Ottocento martiri di Otranto e l’Ossuario dei Trecento di Pisacane a Padula.

La Cripta dei Cappuccini

La mia visita risale a più di 10 anni fa, tuttavia ricordo ancora nitidamente alcuni dettagli di questo grande spazio sotterraneo nel quale sono seppellite le ossa di tanti monaci del Monastero dei Cappuccini, e le salme di alcuni notabili della Palermo bene. Per tutto il Settecento e l’Ottocento fu attrazione da Grand Tour: Thomas Mann e Guy de Maupassant, ad esempio, la visitarono.

Il Convento dei Cappuccini, del quale la cripta costituisce il cimitero (che viene chiamato Catacombe perché sotterraneo), risale al XVI secolo. Al suo interno, una lunga stanza coperta da volte a crociera, sono seppellite forse 8000 salme, tra scheletri e mummie di prelati, frati, ma anche notabili palermitani, ricchi commercianti e borghesi. La Palermo bene si faceva tumulare qui. Il processo di mummificazione era abbastanza scabroso, perché il corpo veniva svuotato degli organi interni e fatto scolare del sangue in modo che non andasse in putrefazione, dopodiché veniva lavato con aceto, con acqua di calce se il defunto era morto per epidemia, quindi riempito di paglia e vestito con l’abito della domenica.

Tra tutte le sepolture ricordo la mummia della piccola Rosalia Lombardo, una bimba morta a due anni che sembra dormire, anzi, sembra una bambola che dorme. La sua mummia è una delle ultime ad essere stata tumulata nella cripta dei Cappuccini: parliamo addirittura del 1920, un’epoca molto vicina a noi.

Credits: palermoviva.it

Gli 800 Martiri di Otranto

La Cappella degli 800 Martiri di Otranto

Quando i Turchi sbarcarono a Otranto nel 1480, assediarono e conquistarono la città e fecero prigionieri gli uomini liberi. Li costrinsero, narrano le cronache poi divenute storia, a convertirsi all’Islam, ma essi, ferventi cattolici si rifiutarono. Allora fu deciso che subissero una punizione esemplare, ovvero la morte per decapitazione. Tutti e 813, nessuno escluso. Cominciarono dal primo, il quale si rifiutava di morire. Tagliare la testa? Non basta quando si è così forti nella fede. I Turchi non potevano interrompere l’esecuzione esemplare per colpa del primo condannato, il cui corpo senza testa rimaneva in piedi senza che si riuscisse ad abbatterlo. Così procedettero col secondo dei condannati, quindi col terzo, col quarto e così via. Solo all’ottocentotredicesima testa spiccata dal corpo, il primo condannato ebbe pace e finalmente morì, così come tutti i suoi compagni. Il suo sacrificio finale non era stato vano: aveva dato la forza ai suoi compagni di morire dignitosamente nella fede. Un anno dopo il martirio, quando la città era stata liberata dai Turchi, i corpi furono ritrovati incorrotti: un miracolo al quale si rese omaggio traslando tutte le salme nella splendida Cattedrale di Otranto. Nel corso del tempo, una parte dei corpi dei martiri, venerati come reliquie, è stata traslata a Napoli, mentre le ossa rimaste a Otranto sono state sistemate, ben ordinate, in una cappella della Cattedrale di Otranto. Davanti ad esse si trova il sasso sul quale essi poggiarono la testa per la decapitazione. Così i teschi oggi continuano a guardare quella pietra dalle loro teche, e il loro riso beffardo suona come una sconfitta della morte e un trionfo della cristianità.

I Martiri di Otranto sono stati definitivamente fatti santi in epoca piuttosto recente, il 2013, da Papa Francesco.

Il Sacrario dei Trecento di Carlo Pisacane

Per l’esame di V elementare portai a memoria una poesia, che nel ritornello recitava “Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti“. La poesia si rifaceva ad un triste episodio del Risorgimento italiano, del 1857, quando un gruppo di 300 sprovveduti, guidati da quel povero bravo ragazzo di Carlo Pisacane, sbarcarono all’isola di Ponza e da lì sulla costa del Cilento convinti di poter trarre le folle dalla loro parte nella liberazione dal re Borbone; non riuscirono a ottenere nulla, anzi furono tutti barbaramente trucidati a Sapri e a Sanza.

Dettaglio del Sacrario di Padula

A Padula un sacrario al di sotto della chiesa della SS. Annunziata accoglie le ossa dei 300 poveretti che si immolarono per una causa di cui evidentemente non avevano compreso tutte le sfaccettature. Rimane una poesia lunga e commovente a ricordare il loro sacrificio. Perché non lo chiamerei in altro modo, se non sacrificio. Inutile, tra l’altro. Il sacrario, come la chiesa soprastante, affaccia su una piazzetta che guarda al panorama del Vallo di Diano; in fondo alla valle sta l’imponente Certosa di Padula.

Questi sono i tre sacrari e ossuari che mi vengono in mente a ridosso del Giorno dei Morti. Ma tanti altri ossuari e sacrari celebrano terribili eccidi o efferati assassinii, oppure, semplicemente, sono lo specchio dei tempi in cui furono creati. Quali conoscete o avete visitato? Segnalatelo nei commenti!

La Sila in 10 mosse

La Sila è il grande altopiano montuoso che domina la parte centrale della Calabria. Attraversata dalla Superstrada, la SS 107, e dalla cosiddetta Via Vecchia, che dai borghi della Presila sale verso Camigliatello, è un territorio vastissimo e ricchissimo di storie, tradizioni e paradisi naturali.

Ormai frequento la Sila da qualche tempo, e ho individuato alcune tappe davvero imperdibili. Un consiglio, però: fatevi accompagnare da qualcuno del posto; oltre a venire con voi vi racconterà vicende del passato, anche personali, che vi aiuteranno a comprendere quant’è straordinaria questa terra e perché chi è nato alle sue pendici vi ha lasciato il cuore anche se ne vive lontano.

Ho individuato, dicevo, 10 tappe, 10 luoghi della Sila visitando i quali si capisce l’essenza di questa terra. Pronti a partire?

1)  Celico

Il soffitto in legno della chiesa di San Michele a Celico

Siamo nella Presila, nel borgo antico che diede i natali a Gioacchino da Fiore, un teologo duecentesco ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, che dall’altra parte della Sila, a San Giovanni in Fiore (v. oltre), fonderà un ordine monastico. Si trattò all’epoca di un’operazione di popolamento del territorio silano, di cui l’abbazia divenne polo di attrazione (una cosa del genere successe in tutto il medioevo in tutta Italia: castelli e monasteri erano poli aggregatori di centri urbani, così le campagne venivano popolate e le terre controllate e messe a coltura). La casa natale di San Gioacchino da Fiore è stata trasformata col tempo in una piccola chiesa nel borgo di Celico. Ma una chiesa più grande, dedicata a San Michele, quasi una fortezza, domina la stretta valle sottostante. I suoi soffitti in legno affrescati sono meravigliosi, seicenteschi, e la torre del campanile, così imponente, sembra più una torre o un faro: e infatti si vede a km di distanza.

La torre della chiesa di San Michele a Celico

Anche se il borgo è piccolo, il territorio comunale di Celico è molto vasto e comprende buona parte dell’altopiano silano insieme agli altri 3 comuni della Presila Spezzano Sila, Pedace e Serra Pedace.

Se volete portare con voi un prodotto davvero tipico della Presila, entrate nella piccola cantinetta sotto la chiesa di San Michele e chiedete il miele di fichi: è un prodotto antico, che serviva a fare la scirubetta, ovvero il sorbetto a base di neve; la sua preparazione, lentissima e faticosa, prevedeva di bollire i fichi e di spremerli e stringerli fino ad estrarre il prezioso, dolcissimo e concentratissimo succo. Una leccornia d’altri tempi che oggi solo in pochissimi continuano a preparare. Aaltri piatti della tradizione presilana si stanno perdendo, anche se vi sono, a livello locale tentativi di dare nuovo lustro. Uno di questi piatti è la cuccìa, a base di grano e maiale, che veniva preparata ogni estate per San Donato e che consisteva in una lunga ed estenuante cottura del maiale e del grano, in modo che tutto si rapprendesse e il piatto risultasse sostanzioso e completo.

2) Spezzano Sila

Se Celico è il paese natìo di San Gioacchino da Fiore, Spezzano è legato ad un’altra figura di santo, molto sentita qui in Calabria: San Francesco di Paola. Qui a Spezzano infatti si trova il secondo convento fondato dal santo quando ancora era in vita e la splendida chiesa di Santa Maria Assunta, bianca di stucchi ridondanti e dorata di affreschi.

Santa Maria Assunta, l’interno

Di Spezzano consiglio oltre che un breve giro tra le viuzze strette del centro storico, con le sue case a tratti decadenti, anche una sosta al punto panoramico sempre in fiore con la statua di San Francesco di Paola. Veniteci al tramonto, godetevi le coreografie di nubi che questi cieli sanno regalare.

Scendendo ad argomenti più “di pancia” poco fuori da Spezzano si trova il grande salumificio San Vincenzo: è il punto di riferimento più importante della Sila in fatto di produzione e commercializzazione dei salumi locali. Quali? Il capocollo, innanzitutto, vero protagonista delle tavole silane, e poi la salsiccia fresca e quella piccante, e la soppressata, ovviamente.

Del grande territorio di Spezzano Sila fa parte Camigliatello: la nostra prossima tappa.

3) Camigliatello Silano

Cose buone da mangiare che si trovano a Camigliatello

Anche se amministrativamente è una frazione (di Spezzano Sla) in realtà Camigliatello è il vero capoluogo della Sila. Qui si trovano gli impianti sciistici e la località di Camigliatello di fatto è una lunga strada piena di hotel, ristoranti, negozi e punti ristoro: ha tutto ciò che una stazione sciistica può offrire. Rispetto alle altre località della Sila è sempre molto frequentata ed è probabilmente la più nota fuori dalla Sila e dalla Calabria.

Questo è il posto migliore per procurarvi i prodotti tipici della zona, salumi e formaggi: alcuni esercizi commerciali storici vendono prelibatezze come le mozzarelline nella panna, il capocollo e la salsiccia piccante (che in realtà è un salame) e il caciocavallo silano, prodotto con il latte delle vacche podoliche che senz’altro incontrerete qua e là al pascolo (anche in mezzo alla strada, perché no) durante le vostre girate.

4) Moccone

Torniamo un attimo indietro. Moccone si trova infatti un paio di curve prima di Camigliatello. Non ha grandi attrattive per la verità. Ma da qui parte il Treno della Sila, un treno a vapore turistico che percorre la vecchia ferrovia silana, che un tempo andava da Cosenza a San Giovanni in Fiore, nel tratto da Moccone a Silvana Mansio via Camigliatello. Così, da un lato vedete letteralmente i pini nati lungo i binari, mentre dall’altro il casello del treno rimesso a nuovo vi accoglie se volete percorrere la vecchia ferrovia (non l’ho ancora mai percorsa, ma credo che ne valga la pena).

La cena in Sila non può non prevedere le patate mbacchiuse, qui al centro del piatto al Binario 37

Moccone è anche punto di partenza di escursioni e gite, perciò è il posto ideale dove farsi preparare un panino o per sedersi a tavola. Tra tutti il Binario 37 fa le migliori patate mbacchiuse (cotte in padella e servite con la crosticina croccante). A proposito: in Sila si coltivano le patate. La patata silana è una produzione di qualità tutta da riscoprire. E proprio da Moccone, prendendo la via che oltrepassa la ferrovia in direzione di Luzi, si costeggiano campi e campi di patate. La Sila è una regione agricola con un potenziale ricchissimo che andrebbe stimolato.

Un campo di patate della Sila

5) La Nave della Sila

Poco oltre Camigliatello incontriamo la Nave della Sila. Questa è la nave simbolica che da metà ‘800 a metà ‘900 e oltre portò tanti italiani, tanti calabresi, tanti silani, lontano dalla propria terra per cercare fortuna altrove. La Sila in particolare si svuotò, per via delle condizioni di estrema miseria in cui versò questa terra all’indomani dell’Unità d’Italia. Un museo fatto di immagini e di storie, per far capire quanto l’emigrazione sia stato un fenomeno diffuso, per molti versi tragico e che troppo spesso tendiamo a dimenticare. Una storia locale e corale, che alla fine riguarda il mondo intero.

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Parlo approfonditamente del museo Nave della Sila in questo post: La Nave della Sila

6) Lago Cecita

Da Camigliatello si raggiunge velocemente il Lago Cecita. Uno specchio d’acqua artificiale che ha significato la possibilità di coltivare queste terre irrigandole. Su di esso affacciano da una parte campi e pascoli (persino i cavalli allo stato semibrado) dall’altro la foresta. Siamo nel cuore del Parco Nazionale della Sila, e proprio al Cecita  si trova il Centro Visite il Cupone con percorsi di accessibilità aumentata studiati per i non vedenti: un’iniziativa molto bella alla quale bisogna dare il più ampio risalto.

Anche sul lago Cecita il sole regala tramonti memorabili. Giudicate un po’ voi.

Tramonto sul Lago Cecita

E visto che il lago mette appetito, potete fermarvi al baracchino che troverete lungo la via per una pausa panino: i proprietari sono macellai a Celico, la materia prima è decisamente di qualità.

Parlo del Lago Cecita qui: I grandi Laghi della Sila: Cecita e Arvo

7) I Giganti della Sila

Sembra una caverna, invece è il tronco scavato dal quale veniva ricavata la resina

In località Fallistro sopravvive un fazzoletto di bosco antico. I Giganti della Sila sono alberi, pini e abeti, vecchi di tre secoli, alti anche 40 m e dai tronchi che raggiungono il diametro di 2 m. Sono ciò che è sopravvissuto di una deforestazione selvaggia che ha colpito la zona nel secondo Dopoguerra. Oggi sono monumento nazionale gestito dal FAI. Un percorso su sentiero permette di passare accanto agli alberi più grandi: sono davvero maestosi e severi e mi ricordano gli Ent, gli alberi giganti e saggi del Signore degli Anelli. La passeggiata nel bosco qui ha un che di magico e sacrale. Le grotte che si aprono nei tronchi, o al contrario, i tronchi che si avviluppano gli uni agli altri, o ancora gli alberi crollati sotto il peso degli anni e lasciati lì perché la natura deve fare il suo corso sono i tanti elementi che rendono unico e fantastico, nel senso fantasy del termine, questo luogo.

Lì accanto trovate ristoro all’Antica Filanda, una casa antica riattata come agriturismo.

Parlo approfonditamente di questo straordinario parco qui: I Giganti della Sila

8) Lago Lorica o Arvo

L’altro grande lago artificiale della Sila è il Lorica, o Arvo. A differenza di Cecita, sulle sue sponde si sviluppa un abitato, Lorica appunto, che ospita alcune strutture ricettive, tra cui anche un campeggio piuttosto grande, immerso nella pineta.  Sul lago si possono praticare sport, mentre all’intorno si possono percorrere i tanti sentieri che entrano nel bosco, a caccia di more e lamponi d’estate, di funghi e di castagne in autunno.

Uno scorcio naturalistico del Lago Arvo

Parlo del Lago Arvo anche in questo post: I grandi laghi della Sila: Cecita e Arvo

9) San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore: l’abbazia rappresentata sullo sportello di una centralina

Questo borgo fu eletto da San Gioacchino da Fiore quale dimora per la sua abbazia. La chiesa, con ciò che resta dell’attiguo monastero, è tutt’ora nel centro del borgo: una bella e massiccia chiesa-fortezza, dalla quale traspare austerità e rigore, tutte doti che i monaci medievali dovevano possedere. Il borgo è il punto di arrivo dei Sentieri dello Spirito, in particolare di quello che partendo da Celico sulle orme di Gioacchino (come abbiamo visto sopra), giunge fino a qui.

Il paese è noto per le sue produzioni artigianali, in particolare la tessitura degli scialli. Alcuni edifici mantengono ancora segni dell’Alto medioevo, simboli di un’antichità e di una storia nella quale evidentemente il paese si riconosce. Sicuramente Gioacchino da Fiore fu figura carismatica all’epoca in grado di influenzare con il suo nome e la sua aura i secoli successivi. Tutt’oggi la sua figura è motivo di orgoglio qui nel borgo. È bello vedere quanto certe figure del passato siano così vive e vicine ancora oggi. Nelle piccole comunità ciò può ancora accadere, e bisogna lavorare perché non si perda.

Parlo di San Giovanni in Fiore anche in questo post: Dal Pollino alla Sila: due borghi della montagna calabrese

10) Bocchigliero

Dai monti si vede il mare, qui a Bocchigliero. Un borgo tranquillo, tutto sommato: recatevici nella festa di San Rocco, e lo vedrete in festa, trasformato, a sera, in una grande sagra paesana. La cosa più eclatante però non è ciò che si vede in paese, ma ciò che si vede oltre, alzando lo sguardo, lanciandolo oltre le montagne boscose. Esatto, da qui si vede il mar Jonio. È laggiù, fa capolino tra due montagne che si incrociano, una distesa blu che si distingue dall’azzurro del cielo. Basterebbe ridiscendere la strada per arrivarvi. Un giorno percorrerò anche quest’ultimo tratto di strada, ma per ora mi fermo qui.

Da Bocchigliero si vede il Mar Jonio! Eccolo laggiù in fondo, oltre le case, oltre le montagne.

Bocchigliero è famosa per le sue conserve e in particolare per la produzione della sardella, che sul versante tirrenico della Sila viene chiamato Rosa Marina: si tratta di pesciolini giovani (avannotti o poco più) trattati sotto sale e sotto peperoncino. Alcuni, qui a Bocchigliero, per esempio, vi mettono anche il finocchietto, che non a tutti piace, ma che conferisce un certo profumo alla conserva. Si scioglie in un po’ d’olio, si spalma sul pane o sulle fette di caciocavallo: et voilà, l’ultima merenda silana è servita.

 

Queste sono le 10 tappe secondo me fondamentali della Sila. Ma sicuramente ho ancora dei punti oscuri e qualcosa è sfuggito alle mie indagini. Mi rivolgo a chi di voi conosce la Sila: cosa manca a questo elenco che devo assolutamente scoprire?