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PASSEGGIATA AL LAGO BLU. NATURA E SPLENDORE IN VAL D’AOSTA

In fondo è l’aspettativa di tutti coloro che intraprendono una passeggiata in montagna: la fatica dev’essere ripagata dalla bellezza del percorso, innanzitutto, e della meta, naturalmente. Quando si va a passeggiare in montagna, raramente si rimane indifferenti alla vista spettacolare di boschi, dirupi, panorami dove le cime dei monti si alternano con i loro picchi aguzzi. Lo spettacolo è assicurato, le viste mozzafiato non mancano mai.

passeggiata al lago blu

Vi voglio raccontare nello specifico la passeggiata che abbiamo fatto quest’estate in Val d’Aosta: chissà che non ispiri qualcuno di voi per il futuro? Ne ho già parlato qui, nel diario, ma vale la pena di approfondire l’argomento.

Innanzitutto il punto di partenza: il piccolo paesino di Saint-Jacques, 1689 m, inizio di numerosi,numerosissimi percorsi naturalistici. Questo piccolo borgo di montagna è l’ultimo baluardo raggiungibile in auto della Val d’Ayas. Lo si può raggiungere da Verrès oppure scollinando da Saint-Vincent, passando per Brusson e Champoluc.

La meta: il Lago Blu, un laghetto di montagna non particolarmente grande, ma splendido per il suo colore intenso, blu appunto, nel quale si riflettono le pareti rocciose delle cime circostanti e i pochi abeti che ancora sopravvivono a quell’altitudine, 2215 m.

val d'aosta

Mucche al pascolo lungo il sentiero che porta al Lago Blu

Si lascia la macchina nel parcheggio di Saint-Jacques, sul quale si affaccia la piccola chiesina davanti al cui ingresso sta un pavimentino in nuclei di pietra ollare, una pietra scavata per ottenere pentole da cucina, i resti della cui lavorazione, veri e propri coni di pietra con la base tonda, vengono utilizzati come materiale da costruzione a scopo ornamentale. Da qui inizia il percorso a piedi: si prosegue lungo la strada asfaltata che costeggia un torrentello impetuoso per circa 200 m, poi, in frazione Blanchard si attraversa mediante un ponte il torrente, che in questo punto crea qualche piccola cascatella, e si inizia la salita su una larga mulattiera realizzata in pietre verdi levigate. La mulattiera entra nel bosco, che dopo poco si apre in una radura dove sorgono le case di Fière. Ormai divenuto un sentierino in salita, il percorso entra nel bosco vero e proprio. La salita non è particolarmente faticosa e, fatta al mattino, permette di godere dello spettacolo della rugiada che ammanta le foglie del sottobosco. Il sentiero nel bosco di apre nella prateria del Plan di Verraz inferiore, dove vi darà il benvenuto una mandria di mucche al pascolo che, magari si abbevera al torrente nel punto in cui esso si butta nel bosco. I campanacci al collo delle mucche insieme ai loro muggiti ne preannunciano la presenza già a qualche centinaio di metri di distanza. Ciononostante la visione della prateria che si apre davanti ai nostri piedi in quest’immagine bucolica in cui le mucche la fanno da padrone è decisamente suggestiva, soprattutto per chi non c’è abituato.

Plan di Verraz

Plan di Verraz. Credits: Loscarpone.cai.it

La prateria, piuttosto ampia, è chiusa su tutti i lati dalle alte montagne. Il terreno, completamente piatto qui, ex ghiacciaio che ormai si è ritirato per sempre lasciando come ricordo solo il fiumiciattolo, è interrotto da un’enorme piramide di roccia, staccatasi chissà quando (ma non credo tantissimo tempo fa) dalla montagna vicina e venuto a depositarsi in mezzo al prato. Risalendo da qui la strada sterrata, si costeggia sulla sinistra la montagna che chiude da questo lato il Plan di Verraz inferiore, mentre sulla nostra destra rimane il fiumiciattolo e il ricovero per le mucche. Quando la strada comincia nuovamente a salire, termina la prateria e ricomincia il bosco, ci si inerpica per un sentiero, sempre sulla sinistra, che costeggia dall’alto il fiumiciattolo, in questo tratto appena un torrentello. Qui la salita è più faticosa della precedente. E’ più ripida, mentre il bosco da folto, rigoglioso e vivace, grazie alla presenza di fiori coloratissimi e di margherite all’inizio, diviene via via più rado, fino a che rimangono solo abeti e qualche arbusto del sottobosco.

La salita termina in corrispondenza di un piccolo ponticello oltre il quale si apre la vista sul Lago Blu. Si trova ai piedi del grande ghiacciaio di Verraz, questo lago del color del topazio, vero gioiello per l’escursionista che ha compiuto il pecorso carico di aspettative. Il colore dell’acqua è così intenso per via dei minerali in esso contenuti. La spiegazione scientifica comunque non mina la poesia di questo luogo e la suggestione che provoca in chi lo vede per la prima volta.

val d'aosta

Il Lago Blu, meta del nostro percorso

La salita dura un’ora e mezzo, il percorso è ben segnalato da frecce gialle e numeri 7 dipinti su rocce lungo la via oppure da cartelli direzionali agli incroci.

Il livello di difficoltà è E – escursionistico, il dislivello in totale è di 526 m e il periodo ideale è da giugno a ottobre. Decisamente da non perdere.

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SOTTO IL CIELO DELLA VAL D’AOSTA. DIARIO DI UN BREVE SOGGIORNO AL FRESCO

L’ultima settimana di agosto, quando l’afa ti uccide, non c’è niente di meglio che fuggire in montagna. Ecco che abbiamo deciso di trascorrere alcuni giorni, dal 24 al 27 agosto, in montagna, più precisamente in Val d’Aosta. Un itinerario che mischia natura, cultura e, ovviamente, enogastronomia! Partite con noi!

Sotto il cielo della val'daosta

ecco le giornate di viaggio:

I giorno: a zonzo per castelli

II giorno: Gressoney e dintorni

III Giorno: In missione al Lago Blu

IV giorno: passi di montagna, passi di frontiera, passi di storia

Val d’Aosta I giorno: a zonzo per castelli

L’arrivo in Val d’Aosta

24/08/09

Partenza presto questa mattina per arrivare il prima possibile a Pont Saint Martin, il primo baluardo della Val d’Aosta, dopo aver attraversato tutto il Piemonte.

Il nostro itinerario, rigorosamente in macchina, prevede di seguire tutto il percorso degli insediamenti lungo la Dora Baltea. Lungo il fiume infatti, sorge tutta una serie di paesini e di cittadine dominate, sempre e comunque, da un castello.

A Pont Saint Martin ci immettiamo sulla SS26, che segue passo passo la Dora Baltea fino ad Aosta. Già il paesaggio ci sorprende: vigneti inerpicati lungo i fianchi di queste montagne, preludio delle cime altissime delle Alpi. A Pont Saint Martin, famosa per il suo ponte romano, si conserva un tratto della strada romana tagliata nella roccia. La si riconosce per un piccolo arco, anch’esso tagliato nella roccia, sotto cui passava chi percorreva l’antico tracciato.

Dopo poche curve si apre davanti ai nostri occhi, maestosa, la possente mole del castello di Bard che domina tutta la valle circostante. Oggi, lunedì, Bard è chiuso, per cui ci limitiamo a fare alcune foto panoramiche, dopodiché proseguiamo nel nostro itinerario: toneremo a Bard nei prossimi giorni.

Arnad

A ritroso lungo la Dora Baltea, il paese che incontriamo dopo Bard è Arnad, famoso per la produzione del lardo. Il lardo di Arnad è una gloria regionale, al pari della Mocetta di bovino anche se, certo, non raggiunge i fasti della fontina. Ad Arnad facciamo un giro in paese, interessati in particolare alla chiesa romanica di San Martino, nella quale non si può entrare per via di episodi di vandalismo da parte di ignoti stupidi che hanno così precluso a chi ha davvero l’interesse la possibilità di vedere l’interno di questo gioiello dell’arte romanica, bellissimo, peraltro, anche da fuori. La parete esterna è infatti affrescata, ma degno di nota è anche il campanile e la parte posteriore, con le sue piccole absidi.

Arnad

La chiesa romanica di Arnad

Issogne

Continuiamo il percorso arrivando a Issogne, dove sorge, nel centro dell’insediamento, il castello dei conti di Challant, dinastia nobile che in Val d’Aosta ha lasciato indelebile impronta: basti sapere che quasi tutti i castelli sono stati costruiti da alcuni esponenti di questa famiglia.

Issogne

Il cortile del castello di Issogne

Il castello di Issogne è uno splendido monumento, famoso per il suo ciclo di affreschi perfettamente conservato. Sotto il portico che corre intorno al cortile, nel quale si trova un pozzo con un albero di melograno in ferro, sono infatti affrescate scene di vita quotidiana, i mestieri più diffusi nel Quattrocento: c’è la rappresentazione di una sala d’armi, della bottega  di uno speziale, di un tessitore… ogni mestiere è rappresentato con dovizia di particolari, corredato poi, in qualche caso, da graffiti e iscrizioni, un’altra caratteristica di questo castello. Le camere sono arredate con mobili originali del Quattrocento accanto a riproduzioni ottocentesche, grazie alla sensibilità del suo possessore il quale tra fine Ottocento e inizio Novecento lo fece completamente restaurare prima di donarlo allo Stato Italiano.

Di fronte a Issogne si staglia il castello di Verrès, un enorme cubo in pietra che domina dall’alto questo tratto di valle.

Da qui in avanti è un susseguirsi di castelli più o meno conservati: Montjovet, Ussel, che domina le città di Chatillon e Sain-Vincent, Chambave, il cui territorio ospita i vigneti doc più pregiati della Val d’Aosta, Fenìs.

Fenìs

Arriviamo a Fenìs per l’ora di pranzo. Mangiamo un panino all’ombra delle mura imponenti del castello, dopodiché ci apprestiamo a visitarlo.

Fenìs è splendido per la sua doppia cinta di mura merlata. Il cortile interno rivela anch’esso, come Issogne, un ciclo pittorico, come la teoria di ritratti di sapienti e filosofi che esprimono una massima di saggezza, mentre domina la figura di San Giorgio, ritratto nei colori del blasone della famiglia Challant: rosso, bianco/argento e nero.

Fenìs

Il castello di Fenìs

Finita la visita ci dirigiamo a Verrayes, dove si trova l’agriturismo che ci ospiterà in questi giorni, La Vrille. Per raggiungerlo ci inerpichiamo lungo il fianco di una collina lungo la quale si aprono sentieri per escursionisti e da cui si gode una bella vista sulla valle.

Il tempo di sistemarci e ripartiamo, alla volta di Aosta, alla quale siamo abbastanza vicini.

Aosta: un giro nella città e nel suo passato più antico

Aosta ci accoglie con l’arco di Augusto, possente struttura che ben rappresenta la dominazione romana che ancora oggi, sentendo parlare i valdostani, è sentita come un giogo (“‘sti romani son proprio arrivati dappertutto, fino qui!” si sente dire). La città conserva parecchie vestigia del passato romano: oltre all’arco c’è la Porta Praetoria, un tratto di mura della città, l’area del teatro romano e il criptoportico del foro romano. Tutte le aree archeologiche sono ad ingresso libero, cosa graditissima perché vuol dire che i resti archeologici sono considerati al pari di una piazza, di un parco pubblico, sono parte integrante della città, e non qualcosa di altro, di separato dalla sua vita. I resti archeologici così non sono solo un’attrazione da turisti, ma un luogo di ritrovo per i moderni abitanti di Aosta. La porta Praetoria è integrata nel tessuto urbano attuale, su di essa si appoggiano le case più recenti. Diversa è stata invece la sorte dell’area del teatro. Sopravvissuta perché coperta da case medievali, è stata riportata alla luce proprio distruggendo quelle case nei primi decenni del Novecento, quando la prassi era questa (oggi fortunatamente non si agisce più così).

aosta romana

Il teatro romano di Aosta

Oggi non riusciamo a visitare il criptoportico, che chiude alle 18, ma riusciamo ancora ad andare alla Collegiata di Sant’Orso, patrono della città. Davanti alla chiesa, la cui facciata è in restauro, sono in corso degli scavi archeologici, che hanno messo in luce un cimitero (eh sì, è un cimitero, non necessariamente un massacro, come ho sentito dire a qualche passante che guardava stupito tutti quegli scheletri deposti uno accanto all’altro…). Visitiamo anche il chiostro, piccolo ma caratterizzato da un loggiato le cui colonnine terminano, come nella migliore tradizione di chiostri medievali, con capitelli tutti diversi l’uno dall’altro: sono raffigurati santi, vescovi, scene della Bibbia…

Si avvicina l’ora di cena. Troviamo  un buon ristorante lungo la via principale della città, la Trattoria degli Artisti, dove cominciamo ad assaggiare la cucina tradizionale valdostana: fonduta, capriolo e polenta, il tutto annaffiato da un ottimo Torrette, uno dei rossi prodotti nella regione.

Speravamo di trovare il fresco, invece ad Aosta fa caldo anche di sera! Ma avremo tempo per essere accontentati. A partire da domani…

 

ecco le prossime puntate del nostro itinerario in Val d’Aosta:

II giorno: Gressoney e dintorni

III Giorno: In missione al Lago Blu

IV giorno: passi di montagna, passi di frontiera, passi di storia

Val d’Aosta II giorno: Gressoney e dintorni

Andando a Gressoney

25/08/09

Questa mattina saremmo dovuti andare a fare una bella camminata, come da programma, ma una pioggia fitta seppur non forte ci ha obbligato a cambiare i nostri piani. Sperando quindi che domani il tempo sia più clemente, oggi intanto decidiamo di fare un bel giro nella valle di Gressoney.

Arriviamo a Pont-Saint-Martin. Da qui la strada sale lungo questa stretta valle. Dapprima incontriamo un paesino, Fontainemore, del quale ci colpisce il bel ponte medievale a schiena d’asino che collega il paese alla chiesa. Da qui parte un sentiero/pellegrinaggio fino al santuario di Oropa, con un rituale sempre uguale tutti gli anni che affonda le sue radici fino a qualche secolo fa. Di fatto a Fontainemore, sarà lo scorcio del ponte, il tempo sembra essersi fermato davvero a qualche secolo fa.

Proseguendo nell’interno della valle, e a salire di altitudine, si incontra dapprima Gressoney Saint Jean. E’ un ridente paesino, non particolarmente grande, anzi, ma pensato a misura di turista, soprattutto invernale. Oggi, fine agosto, c’è poca gente, probabilmente quelli che, rimasti bloccati dalla pioggia come noi, non possono andare a fare camminate. Poco distante da qui c’è Castel Savoia, che invece proprio per via del brutto tempo oggi vede un’affluenza elevatissima. Castel Savoia, il più recente dei castelli valdostani, fu costruito all’inizio del Novecento per la Regina Margherita; si trova in una bella posizione, lungo il pendio della montagna, circondata da un bosco di abeti. L’ambiente circostante, unito all’architettura del castello, fanno di esso un castello delle favole. Ahimè però, in questo momento è in restauro, per cui non possiamo ammirare lo splendore delle torrette circolari che terminano a cono, e che costituiscono l’animazione dell’esterno del castello. Non lo visitiamo all’interno, causa troppa affluenza di pubblico, ma ci divertiamo a esplorare il piccolo ma ricchissimo orto botanico delle Alpi, in cui spiccano tra gli altri, cardi, genzianelle e soprattutto loro, un tappeto di stelle alpine, ormai quasi introvabili spontaneamente, ma tutelate e protette quasi quanto il Panda dal WWF.

stelle alpine

Stelle alpine!!!

Lasciato Castel Savoia, continuiamo la nostra gita fino a Gessoney-La-Trinité. Qui, a 2000 m, il fresco intenso comincia a farsi sentire. Attraversiamo un paesino addormentato nell’attesa dell’inverno che, in una giornata grigia come questa, non sembra poi così lontano.

Ripercorriamo la valle in discesa dopo pranzo: da un lato e dall’altro dalle montagne scoscese scendono cascatelle e torrenti che tagliano come tante ferite   il fianco verde di abeti e grigio di roccia. In qualche caso il ghiaccio mai del tutto sciolto crea una sorta di galleria sotto cui scorre l’acqua impetuosa appena sgorgata dalla sorgente.

Nel tratto tra le due Gressoney il paesaggio è proprio quello di montagna classico; man mano che si scende invece ritornano le colline via via più dolci fino a Pont-Saint-Martin, dove ricominciano i vigneti. Qui prendiamo la SS26 con direzione Bard. La strada in un breve tratto, a Donnaz, è parallela alla via romana che passava di qui verso Aosta e che in questo frangente è scavata nella roccia.  Si vede chiaramente un arco scavato nella roccia sotto cui passa la strada e, poco oltre, un cippo con l’indicazione della distanza da Roma, secondo il costume tipicamente romano.

Visita al Forte di Bard

Arriviamo al parcheggio di Bard. Decidiamo di salire alla fortezza non tramite ascensori, ma per altra via, più “stimolante”: passiamo per un sentiero nel bosco che rimane dietro la fortificazione e che ci dona, per un attimo, l’ebbrezza e la sensazione di essere gli assalitori del castello, che riescono a sfuggire al controllo delle sentinelle…vabbè, dai, un po’ i fantasia ogni tanto non guasta! L’ultimo tratto del sentiero si apre su una parete scoscesa di roccia su cui, un bel po’ prima dell’arrivo dei Romani, gli uomini che vivevano qui hanno inciso dei simboli magico/religiosi, come coppelle, navi cerimoniali e altre figure. Siamo in un  Archeopark. E’ chiuso, ma non è controllato da alcuno, per cui è facile dargli un’occhiata, seppur sommaria.

Dall’archeopark si giunge in un attimo al borgo medievale di Bard, da cui comincia la lunga salita lungo le mura fino in cima, al castello vero e proprio. L’interno è occupato dalle 25 sale del Museo delle Alpi. Scordatevi di vedere il castello arredato secondo i gusti napoleonici: ammesso che ci fosse conservato qualcosa dell’epoca in cui qui i Piemontesi affrontarono l’Imperatore, è stato tutto sostituito dal percorso espositivo, tematico, che vuole mostrare ad ampio raggio  le Alpi da tutti i punti i vista: ambiente, geomorfologia, formazione, clima, flora e fauna; l’impatto dell’uomo, quindi lo sfruttamento delle risorse, minerarie e agricole, l’adattabilità dell’uomo al clima e al territorio, usi e costumi, architetture, folklore, sport, la sfida con la montagna, ovvero il tentativo di raggiungere tutte le vette, se pur a prezzo di grandi fatiche e perdite. Museo che sfrutta molto l’audiovisivo e il multimediale, risulta lunghissimo da visitare e un po’ dispersivo. E soprattutto costoso: 8 € mi pare un prezzo eccessivo soprattutto se paragonato a musei più importanti, in Italia e all’estero. Ma si sa, la tecnologia  costa e va tenuta in costante manutenzione.

Terminata la visita, ridiscendiamo le mura, riattraversiamo il borgo e il boschetto e torniamo alla base, al nostro agriturismo La Vrille. Il tempo, un po’ bislacco, forse fa ben sperare per domani. Da qui facciamo una breve incursione nel vicino paese di Nus, dove visitiamo quel poco che resta del “Castello di Pilato”, un enorme stanzone rettangolare in muratura a vista, all’interno del quale è allestita una mostra a pannelli sulle bellezze artistiche, naturalistiche, astronomiche, sportive e scientifiche dei dintorni, compreso l’osservatorio astronomico.

E’ ora di cena. Questa sera stiamo in agriturismo. Cucina ottima, annaffiata da una bottiglia di gamay, vino rosso prodotto con le uve coltivate proprio nell’agriturismo! Dal produttore al consumatore senza passare per altri intermediari, non è male!

E dopo cena andiamo nella nostra cameretta, a sperare in un bel sole per domani.

 

ecco le altre tappe del nostro itinerario in Val d’Aosta:

I giorno: a zonzo per castelli

III Giorno: In missione al Lago Blu

IV giorno: passi di montagna, passi di frontiera, passi di storia

Val d’Aosta III Giorno: In missione al Lago Blu

Il Lago Blu

26/07/09

Il sole non ci tradisce, oggi, e così ci agghindiamo opportunamente per andare a camminare: scarponi da trekking, abbigliamento a cipolla, zaino con riserva d’acqua e immancabile macchina fotografica.

Il nostro punto di partenza è Saint-Jacques, ultimo baluardo della Valle d’Ayas, il nostro obiettivo il Lago Blu.

passeggiata al lago blu

Per raggiungere Saint-Jacques prendiamo una via che supera i monti da Saint-Vincent, scollina nella valle d’Ayas dove per prima si incontra Brusson, poi Champoluc e infine, appunto, Saint-Jacques. Casette caratteristiche di montagna e una chiesina con l’ingresso lastricato con i caratteristici cunei in pietra ollare infissi nel terreno, ci danno il benvenuto. E noi iniziamo la scalata.

Da Saint-Jacques hanno origine parecchi sentieri. Noi imbocchiamo quello indicato col numero 7. La passeggiata dovrebbe durare 2 ore e mezzo, e noi partiamo baldanzosi, attraversando dapprima un ruscello che crea continue cascatelle, poi inoltrandoci nel bosco. Il sentiero è piuttosto in salita, o forse lo avverto così io, che non sono una camminatrice esperta. Dopo il primo tratto nel bosco, nel quale è possibile vedere le piante ancora bagnate dalle gocce della rugiada del mattino, si sbuca in una radura, detta Case di Fiere, dopodiché inizia il tratto di bosco vero e proprio decisamente più lungo, tortuoso e ripido. Questo bosco, che costeggia comunque sempre il ruscello che avevamo attraversato a valle, si apre in una prateria, Pian di Verraz basso, nel quale veniamo accolti dalla superba immagine bucolica di una mandria di mucche al pascolo che scendono a bere al fiume. Intanto uno dei cani da pastore sta richiamando un vitellino che si stava incautamente allontanando dal gruppo.

val d'aosta

mucche al pascolo

Rimango rapita davanti a quest’immagine, ma dobbiamo proseguire. La prateria è piuttosto grande, divisa a metà dal passaggio del fiume, chiusa su tutti i lati dai monti. Quelli di fronte a noi, da dove scende il fiumiciattolo, sono la nostra meta. Attraversando la prateria ci imbattiamo in una cosa stranissima: un vero e proprio pezzo di roccia a sé stante nella radura pianeggiante forma una piramide curiosissima. Probabilmente è un pezzettone di roccia staccatosi chissà quando dalla montagna e venuto a poggiarsi nella prateria pianeggiante creando questo curioso paesaggio. Al termine della radura ricomincia il sentiero in salita nel bosco, costeggiando il fiume, ora più un torrentello che altro. Il sentiero qui è piuttosto ripido, il bosco si sta rarefacendo, mentre sopravvivono gli arbusti e alcuni fiori, tra cui persino le margherite! I colori dei fiori sono incredibili: viola, rossi, gialli intensi che contrastano col colore bruno e verde cui pensiamo solitamente quando guardiamo alle montagne. La ripida salita termina davanti alla nostra meta, il Lago Blu. E’ un laghetto non particolarmente grande, ma la cui vista ripaga della fatica della salita. Una montagna grigia di roccia nuda dalle pareti scoscesissime si riflette in questo bacino lacustre incredibilmente blu, per via dei minerali presenti nelle rocce di queste montagne. La conca in cui il laghetto si trova è circondata da rari abeti, i più intrepidi a sfidare l’altitudine e il gelo invernale. Qui siamo a quota 2000…. e già ora, piena estate, tira un’arietta  molto fresca, anzi quasi fredda. Da quassù il panorama è splendido, così come il laghetto. Quando arriviamo non c’è ancora nessuno, ma poco dopo le prime comitive si fanno vedere, e si fermano per il pic-nic, mentre molti altri, la maggior parte, proseguono il cammino e vanno oltre. Noi no, decidiamo di tornare indietro. Il nostro obiettivo, il lago blu, è raggiunto, possiamo dire di aver fatto una camminata, e che camminata, in montagna.

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Il Lago Blu, Val d’Aosta

La discesa è ovviamente più breve dell’andata, e per un tratto, oltre la prateria, siamo accompagnati dal cane da pastore che prima aiutava il vitellino: chissà che non tema che ci perdiamo anche noi!

Tornati a Saint-Jacques, riprendiamo la via per tornare verso Aosta. Passiamo nuovamente da Champoluc, da Brusson, dove ci fermiamo a prendere un pezzo di schiacciata valdostana, poi scendiamo a Verrès in modo da avere sotto di noi il castello. Fa uno strano effetto vedere da sopra un castello che domina la valle.

Aosta e Sarriod-de-la-Tour

Andiamo ora ad Aosta, dove dobbiamo ultimare la visita dei resti romani pubblici. Nella piazza della Cattedrale si trova infatti il criptoportico, una curiosissima opera di architettura romana che ha, o meglio aveva, la doppia funzione di sostruzione delle strutture soprastanti sulla piazza del Foro, e di luogo di passeggio per i Romani di Augusta Praetoria. Il criptoportico è infatti un portico sotterraneo. Ha andamento a ferro di cavallo, realizzato in murature possenti e altrettanto possenti arcate. Camminarvi all’interno è decisamente suggestivo, ed è interessante per chi ama l’archeologia poter vedere fino a che punto si sono spinte le soluzioni architettoniche dei Romani nel campo dell’edilizia pubblica.

Ora abbandoniamo Aosta perché ci manca ancora uno step per avere completa la panoramica sui castelli valdostani. Ci spingiamo perciò lungo la Dora Baltea a Ovest di Aosta, continuando a risalirne il corso.

Incontriamo i castelli di Sarre, Aymaville, che vediamo da lontano, i due bellissimi castelli di Saint-Pierre, l’uno, in altura, vero castello delle fiabe, l’altro, il castello di Sarriod-de-la-Tour, tra i campi, decisamente poetico per via del frutteto che lo circonda.

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Il castello di Sarriod-de-la-Tour, Val d’Aosta

Proseguiamo lungo la via che porta fino a Courmayeur, sullo sfondo un Monte Bianco che non vuole mostrarsi, coperto dalle nuvole che in serata sono tornate. Incontriamo Villeneuve, poi Arvier, Avise e infine La Salle e Morgex. Proprio qui individuiamo un interessante caseificio che potrebbe essere saccheggiato domani da due ingordi turisti a caccia di fontina…

A cena ci fermiamo in un ristorantino a Saint-Pierre, per la nostra ultima serata in terra valdostana. E qui, tra carbonada di cervo, crema di Cogne e una bottiglia di Torrette, assaporiamo la nostra ultima cena in Val d’Aosta.

 

ecco le altre tappe del nostro viaggio in Val d’Aosta:

I giorno: a zonzo per castelli

II giorno: Gressoney e dintorni

IV giorno: passi di montagna, passi di frontiera, passi di storia

Val d’Aosta IV giorno: passi di montagna, passi di frontiera, passi di storia

Sul Gran San Bernardo

27/08/09

Sveglia di buon mattino per il check out dall’agriturismo e subito in strada, alla volta del Gran San Bernardo. Valico importante fin da età romana e forse prima, oggi qui vi è la frontiera con la Svizzera.

Gran San Bernardo

Il confine tra Italia e Svizzera al Gran San Bernardo

La salita è lunga e tortuosa, si passa da St. Michel de Bosses, dove viene prodotto il “prosciutto più alto d’Europa”, il Jambon de Bosses, si attraversano boschi e infine pascoli erbosi pieni di mucche. Giunti in cima, al Passo, sulla destra si apre un laghetto, sulla sinistra il significativo hotel Italia, mentre a pochi passi da noi sta la frontiera. Sulla sinistra iniziano i percorsi montani, tra rocce e pochi spiazzi erbosi. Una statua di San Bernardo sovrasta l’area dove un tempo, in età romana, sorgeva una stazione di sosta romana, in quello che viene chiamato Plan de Jupiter. Oggi non è rimasto quasi più nulla di quello che c’era all’epoca, un piccolo tempietto dedicato a Giove Pennino e due edifici pubblici che avevano funzioni commerciali e di accoglienza. Si vedono, meglio, si intuiscono solo i tagli artificiali nella roccia e la strada romana scavata nella montagna, ben miseri resti di quello che un tempo doveva essere un piccolo ma fiorente insediamento lungo questo millenario percorso di valico. L’aria qui è frizzantina, e gli unici cani San Bernardo che vediamo sono i souvenirs venduti al baracchino fronte lago. Di ritorno da qui ci dirigiamo a Courmayeur: torniamo ad Aosta, prendiamo l’autostrada più alta d’Europa (e anche più in galleria) e usciamo a Courmayeur, nella Porto Cervo della Val d’Aosta. Un giro nel grazioso centro, pranzo in piazzetta, dove ahinoi un misero espresso costa 2,50 € (la vista sul Monte Bianco costa!), quindi prendiamo la strada verso La Thuile e il Piccolo San Bernardo. Siamo bloccati da una gara ciclistica lungo i tornanti che da Pré Saint-Didier portano a La Thuile. La Thuile sembra, vedendola di passaggio in macchina, un grazioso paesino turistico, anticamera delle piste da sci. Ma non ci fermiamo. Proseguiamo il nostro cammino inerpicandoci per i tornanti che portano fino al Piccolo San Bernardo.

Il Piccolo San Bernardo

Mentre il Gran San Bernardo è uno splendido paesaggio montano, il Piccolo San Bernardo sembra più un’immensa landa desolata di frontiera. E’ a una quota più bassa, per cui è ovvio non avere il paesaggio montano, ma l’impressione è di stare nel vecchio West più che alla frontiera con la Francia. Anche quello del piccolo San Bernardo è un valico dalla storia millenaria, anzi, plurimillenaria: qui non solo ci sono i resti, molto meglio conservati e più evidenti, di una stazione di sosta romana, in Alpis Cotia, ma c’è anche un cromlech, parola oscura e quasi magica che evoca un circolo di pietre erette con funzioni sacrali piuttosto che di orologio solare dalle popolazioni preistoriche della Regione e che è rimasto invariato fino ai giorni nostri. In sostanza si tratta di un ampio cerchio di pietre (72 m di diametro, se non erro) infisse nel suolo, non particolarmente grandi a dire il vero: se qualcuno leggendo “circoli di pietre preistorici” si è immaginato qualcosa di simile a Stonehenge è totalmente fuori strada. C’è il rischio, addirittura, che se qualcuno non sa che c’è e non si imbatte nel pannello esplicativo, non lo veda nemmeno! Comunque sia, in mezzo al cerchio di pietre passa l’attuale strada asfaltata e nel perfetto centro si innalza un bel cartello di “Bienvenu en France”. Come a dire che la Francia, con la sua solita Grandeur, si mette significativamente nel mezzo di un monumento che oltre al valore storico ha anche avuto nei millenni un valore sacrale importante lungo il valico.

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Una mucca al pascolo al Piccolo San Bernardo

Un gran San Bernardo in gesso a grandezza naturale è il punto in cui tutti i turisti che passano di qui vengono immancabilmente a farsi fare una foto, neanche fosse Topolino a Eurodisney. A lato, le mucche francesi sono disturbate dal viavai di gente che anche qui non rinuncia a fare passeggiate.

Il nostro viaggio, la nostra esplorazione della Val d’Aosta termina qui, alla frontiera con la Francia. Lungo la discesa ormai sulla via del ritorno, ci fermiamo a fare rifornimento di fontina e altri prodotti locali nel caseificio di Morgex che abbiamo visto ieri. La nostra scelta si rivela efficace e valida: prodotti di ottima qualità ad un prezzo ragionevole. Riempiamo le nostre borse frigo, quindi via verso casa…al prossimo viaggio.

 

ecco le tappe precedenti del nostro viaggio in Val d’Aosta:

I giorno: a zonzo per castelli

II giorno: Gressoney e dintorni

III Giorno: In missione al Lago Blu