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Tour sentimentale del Golfo Dianese – 3) Diano Marina

Diano Marina è la vera cittadina del Golfo Dianese. Per chi ne arriva da San Bartolomeo al mare, superata la foce del torrente San Pietro, si ritrova su una vera esplanade, così come ho visto in Australia le grandi passeggiate a mare con giardinetti e aiuole. Da un lato della via Aurelia, dunque, direttamente il mare, dall’altra le case e la chiesa di Sant’Antonio Abate.

Diano Marina è vissuta tutto l’anno dai suoi abitanti. Non è un dato scontato: a Diano Marina c’è sempre vita, sia d’estate che d’inverno, i negozi e i ristoranti sono sempre aperti, non conoscono stagionalità. Forse di tutto è questa la cosa che mi piace di più di Diano.

Davvero piacevole passeggiare, in ogni stagione, nel suo centro: via Nizza e via Genova, vie pedonali e ricche di negozi e locali, hanno sempre un’atmosfera rilassata e leggera; viene voglia di guardare le vetrine, di fermarsi per un caffè o un aperitivo in qualunque circostanza. Il vero cuore di Diano Marina in effetti si trova tutto qui: la chiesa di Sant’Antonio Abate, via Nizza subito alle spalle, la piazza del Comune, poco più in su, e l’altra strada di negozi e di locali, via Roma.

Il panorama del Golfo Dianese dal Poggio dei Gorleri: in fondo si vede Cervo, San Bartolomeo al mare nel mezzo e Diano Marina in primo piano

Diano Marina non ha un centro storico. Il nucleo più antico della zona in effetti è un altro comune, nell’entroterra, Diano Castello, che dalla sua posizione dominante, in altura, vigila su tutto il Golfo Dianese e sugli altri piccolissimi borghi che costellano le colline coltivate a olivi, retrostanti Diano Marina. L’entroterra di Diano si stende parecchio nell’interno fino a scollinare, a Est, verso Imperia. Da lassù, il Poggio dei Gorleri, si gode della vista su entrambi i golfi, Dianesi e di Imperia. Ma la vista del Golfo Dianese è impagabile.

L’infiorata del Corpus Domini a Diano Marina (credits: instagram @comunedianomarina)

Diano Marina, invece, è una sottile striscia di abitato che solo in anni recenti si è espansa oltre la linea della vecchia ferrovia (ormai in disuso, con buona pace degli abitanti, in favore di una linea realizzata più a monte, ma che ancora va collegata per bene al centro). Tuttavia non mancano tracce di un passato antico: la piccolissima chiesa dei SS. Nazario e Celso, confinata tra il torrente San Pietro e la ferrovia, risale all’età paleocristiana, poi ampliata nel medioevo. Accanto ad essa si trovava un cimitero, che è stato indagato archeologicamente per anni (ci lavoravo anch’io, ormai 10 anni fa).

La chiesa di Sant’Antonio Abate, invece, risale al Seicento, ed è la chiesa madre, amata dai dianesi. Per la festa di Sant’Antonio, ma anche e soprattutto per la Madonna del Carmine, Diano festeggia con i fuochi d’artificio: un appuntamento che d’estate non può mancare, sennò si urla allo scandalo. L’altra festa molto sentita è quella del Corpus Domini. In quest’occasione i Dianesi danno grande prova di devozione realizzando un bellissimo e colorato tappeto di fiori che si snoda per le vie del centro cittadino dalla chiesa fino al palazzo comunale. L’Infiorata richiama sempre tantissima gente, anche da altri paesi dei dintorni, nonostante si tratti di una manifestazione che si svolge in molti comuni della Liguria (Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori ha fatto uno splendido reportage a tal proposito).

La vista dal Museo Civico archeologico di Diano (credits: instagram @museodiano)

Tornando di nuovo al passato, il Museo Civico Archeologico allestito a Palazzo del Parco (una bella palazzina rossa circondata da giardini dalla cui finestra si vede il mare) racconta la storia più antica del Golfo Dianese, dalla preistoria all’età tardoromana, passando dal relitto romano rinvenuto al largo di Diano alla fine degli anni ’70 che trasportava dolia, grandi contenitori per derrate alimentari che oggi sono esposti parte, con immenso orgoglio, nel Palazzo del Comune di Diano e parte nel nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia.

Il museo Civico di Diano ha anche una bella e curiosa sezione risorgimentale: sì, perché era di Diano Marina uno degli eroi dell’impresa dei Mille, Andrea Rossi. A lui infatti è dedicata questa sezione del museo e a lui (e alla sua famiglia) appartennero tutti i cimeli oggi esposti.

Surfisti sfidano le onde nelle acque di Diano Marina

A Diano ci si va sempre volentieri: il martedì, giorno di mercato, si fanno grandissimi affari. Una passeggiata sul mare, dal porticciolo fino in fondo, in regione Sant’Anna, ci fa respirare quel salmastro che dà energia. In mare in qualunque stagione surfisti e velisti sfidano le onde. Arrivati a Sant’Anna inizia Capo Berta, il lungo tratto di promontorio che separa il Golfo Dianese dal Golfo di Oneglia. Un percorso in auto, lungo la via Aurelia, consente di arrivare velocemente a Imperia. Ma se volete fare una lunghissima passeggiata, o una bella pedalata, potete passare, più in basso, sull’Incompiuta, una strada chiamata così da Imperiesi e Dianesi perché, pur essendo stata realizzata per essere un’alternativa alla via Aurelia, in realtà non è mai stata resa praticabile alle auto. Meglio così, per quanto mi riguarda: ci si gode per lungo tratto la bellezza delle onde che si infrangono sugli scogli, piuttosto impraticabili da parte degli esseri umani, e di una natura semiselvaggia e un po’ rude che popola l’ambiente circostante.

Altre passeggiate, invece, si possono fare nell’immediato entroterra. Un entroterra che negli ultimi 20 anni è stato trasformato e antropizzato anche troppo, ma che preserva ancora qualche piccola isola rurale e felice, come Santa Lucia e Ca’ Pinea, luoghi in cui venivo spesso quand’ero bambina e che per i quali provo un affetto speciale: sono le strade che percorrevo da piccola, che si snodavano tra le fasce coltivate a olivi, sotto i quali raccoglievo anemoni e margheritine: sono i ricordi che si fanno strada e mi indicano la via quando ci torno oggi.

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

Si chiude qui questo tour sentimentale del Golfo Dianese. Spero di avervi trasmesso la bellezza dei miei luoghi attraverso il mio occhio: l’occhio di una persona che non abita più lì, ma che ogni volta che torna sente il cuore che si spalanca e, ogni volta che torna via, sente che se ne stacca un pezzettino. Che resta lì, ad aspettare che torni a raccoglierlo la prossima volta.

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Tour sentimentale del Golfo Dianese – 2) San Bartolomeo al Mare

A ovest di Cervo, superato il torrente Steria, inizia San Bartolomeo al Mare.

Per chi non lo conosce, San Bartolomeo si presenta come un paese sorto da un lato e dall’altro della via Aurelia. In realtà c’è qualcosa di più e di meglio di questa schiera di palazzine anni ’60-’70-’80 francamente un po bruttine che si affacciano sulla strada e che tutti quanti vedete quando passa la MilanoSanremo. Innanzitutto c’è il mare.

il porticciolo di San Bartolomeo al Mare

Più che il mare, sarebbe corretto dire la Passeggiata a mare: una lunghissima passeggiata pedonale, proiettata sul mare, sul suo alternarsi di spiaggia libera e stabilimenti balneari. Inizia a Ovest, alla foce del torrente Steria. Qui si incontra subito il porticciolo, di recente realizzazione, poi abbiamo un’ampia spiaggia libera sulla quale affaccia, ad un certo punto, il piazzale della Torre di Santa Maria, una torretta costruita nel corso del ‘500 in funzione antisaracena: lungo la costa del Ponente non è raro incontrarne.

La passeggiata a mare di San Bartolomeo è uno dei miei luoghi preferiti. Ci passeggio spesso, quando torno qui, soprattutto in inverno; in effetti amo particolarmente il mare d’inverno: sarà che mi piace vedere gli stabilimenti balneari smantellati, i cumuli di sabbia tirati su e bambini e cani che ci vanno a giocare. I pini e le palme sono gli alberi che donano ombra a chi passeggia. Ristoro invece lo forniscono i bar e qualche ristorantino. L’offerta non è tantissima per la verità, e d’inverno spesso chiude, seguendo la stagione turistica. Un peccato, a mio parere.

D’inverno i gabbiani sono i padroni della spiaggia di San Bartolomeo al Mare

A monte dell’Aurelia, invece, si avvia la salita che conduce al Santuario della Madonna della Rovere, altro mio personale luogo del cuore: una chiesa del ‘300, risistemata in età barocca, ma che sorge su un luogo di culto in realtà molto più antico, addirittura preromano. I Romani costruirono qui nei pressi una mansio, una sorta di stazione di sosta lungo la via Julia Augusta che andava verso la Francia. Gli scavi di questa mansio, condotti agli inizi degli anni ’80 e ripresi ultimamente, si trovano sotto la Scuola Elementare qui accanto alla Chiesa; nel mezzo, un oliveto.

L’interno della Madonna della Rovere

Alla Rovere è legata la Fiera del 2 febbraio, per la festa della Candelora. Un fierone immenso, che copre mezzo paese, con una tradizionale fiera degli animali e, negli ultimi anni, una sezione di stand gastronomici. Quand’ero piccola un’intera piazza era occupata da un lunapark; negli anni quest’usanza si è persa.

La Chiesa della Rovere, col piccolissimo borgo che le sorge intorno, si trova già in altura. Da qui, cominciano gli oliveti coltivati sulle fasce, i terrazzamenti in pietra a secco che caratterizzano il paesaggio ligure. Dalle fasce alla pineta è un attimo, poi. Se seguiamo il percorso che lambisce la pineta arriviamo in un altro piccolissimo borgo: Poiolo, una frazioncina minuscola all’interno del paese, gravitante intorno alla minuscola chiesa di S.Anna. Da qui si ridiscende a valle, ma per poco: seguiamo un altro campanile, quello della Chiesa di San Bartolomeo.

Cinquecentesca, subito alle sue spalle sorge l’ennesimo piccolo borgo, il nucleo storico di San Bartolomeo: una piazza, un carrugio, ben nascosto, che si diparte dal fondo di essa, poche case e i campi terrazzati. Un vecchio frantoio ad acqua è ciò che rimane della vita di un tempo che fu: un bell’impianto nel quale le olive dei terreni adiacenti venivano trasformate in olio.

San Bartolomeo ha un territorio comunale piuttosto vasto che si sviluppa nell’entroterra. Risalendo il corso del torrente Steria, lasciandosi guidare dalle indicazioni stradali, salirete nelle tantissime frazioni che costellano queste colline: Chiappa, Tovo, Pairola, fin su al Prato dei Coppetti, meta di picnic per i giovani del luogo e dove può capitare persino di trovare le mucche al pascolo!

San Bartolomeo al Mare è molto più di quello che sembra. Io in 36 anni di vita ancora non ho finito di scoprirla.

 

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 1) Cervo

“Su una lastra d’oro inciso scrisse il nome di Diano”

Così il poeta imperiese Angiolo Silvio Novaro concludeva una poesia dedicata a Diano Marina e al Golfo Dianese. Una baia piuttosto ampia che accoglie tre comuni, ognuno con una storia diversa, tutti accomunati, oggi, dall’essere mete del turismo di mare dei mesi estivi.

Chi vive o ha vissuto in questi posti non può non amarli. Per cui mi perdonerete se quello che vi propongo è un tour sentimentale: il sentimento è il mio, di amore per il mio golfo natìo.

La baia è racchiusa da due lunghi tratti di costa scoscesa e paesaggisticamente molto bella: a Est Capo Mele, che segna anche il confine tra la provincia di Imperia e quella di Savona, a Ovest Capo Berta, oltre il quale si apre l’ampia baia che accoglie Imperia.

Tre comuni, dicevo, ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche. Ognuno con un motivo diverso per farsi amare.

Cervo

Bouganville a Cervo

Un borgo medievale incantato. Un luogo sospeso nel tempo, tra cielo e mare. Cervo ha una storia piuttosto antica, ma soprattutto è il più caratteristico tra i borghi del Ponente Ligure vicini al mare, proprio perché è così vicino al mare. Altri paesi in Liguria (e oltreconfine in Francia) sorgono sulle alture immediatamente retrostanti la linea di costa, eppure Cervo è l’unico dal quale, se ti affacci dalla terrazza/piazzetta della chiesa di San Giovanni dei Corallini, hai la sensazione di poterti tuffare nel mare blu.

Il borgo antico di Cervo si abbarbica alla sua altura, la avvolge piano piano in spire, i piccoli vicoli, i carrugi, che risalgono fino in cima. Palazzi antichi, del Trecento, del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento fanno ombra: apprezzabilissima d’estate, quando nei carrugi passa anche quel filo d’aria che dona ristoro dall’afa.

Uno dei carrugi di Cervo

Detta così sembrerebbe un borgo buio. E invece quando meno te l’aspetti si aprono squarci di luce, su un giardino che guarda sul mare, su buganvillee fiorite che ricoprono i muri di una tenda violacea. Da una porta a est si vedono, oltre la strada, tra i fichi d’india e i pini, gli scogli e il mare. E d’estate, nonostante il traffico, si sente la musica dei tuffi e dei bagnanti che si godono il bagno di sole.

fichi d’india e mare. Non è Sicilia, ma Liguria

“O chiese di Liguria,

come navi disposte ad essere varate”

Così scriveva il poeta Vincenzo Cardarelli in una poesia intitolata, appunto, Liguria. L’ho studiata a memoria alle Elementari e questa frase in particolare mi rimase impressa proprio perché nella mia mente si formava l’immagine della chiesa di San Giovanni dei Corallini. È la chiesa più importante di Cervo, la sua facciata barocca, imponente, caratterizza l’aspetto del borgo da lontano, e il suo campanile alto ne fa un punto di riferimento per chi arriva da lontano. Un’immagine che amo, che aspetto per tutto il tempo del mio viaggio verso casa e che mi gonfia il cuore di amore quando mi si para davanti, è proprio il profilo di Cervo che appare da dietro le colline a me che arrivo in autostrada, poco prima di uscire al casello di San Bartolomeo al mare. Allo stesso modo, mi sale un po’ di malinconia quando, partendo via, mi scompare dalla vista mentre mi allontano, prendendo la direzione di Genova.

colline coltivate a olivi circondano Cervo. Il suo profilo, caratterizzato dai campanili, è inconfondibile

Il campanile di Santa Caternina e il Golfo di Diano

Ma un’altra chiesina, poco distante, che ho scoperto da poco, è un incanto: è l’Oratorio di Santa Caterina. Piccola, nella penombra, ma mantiene al suo interno affreschi antichi che la rendono un inaspettato gioiello. Guardandola da fuori, poi, si nota come fosse più grande in origine, mentre poi fu ridimensionata e una delle sue navate fu trasformata in un carrugio: i segni nella muratura parlano chiaro a chi sa leggerli.

L’altro monumento del borgo accoglie chi varca la sua porta a monte: è il castello, che ospita il museo etnografico. Direte voi: che noia. Forse. Ma non si può comprendere il presente se non si ha una pur minima idea del passato, e quell’idea il museo di Cervo la dà, attraverso gli oggetti quotidiani di generazioni che non sono più. In cima, poi, una terrazza panoramica fa godere a 360° della vista su Cervo e dintorni.

Cervo è una città di artisti e di musica, in particolare. Ogni anno ospita rassegne musicali che ben si calano nell’atmosfera medievale e romantica del borgo. Ospita anche una selezione del Premio Strega e nei suoi vicoli tante botteghe artistiche e artigianali attirano l’attenzione e costituiscono un po’ l’anima ancora viva del paese. Intorno al borgo gli olivi, che non ci fanno dimenticare l’origine agricola, con grandi difficoltà, sulle fasce, di questo territorio collinare, stretto tra il mare e i monti subito dietro.

Uno scorcio del borgo marino di Cervo

Il mare. Basta ridiscendere le vie del borgo, attraversare la via Aurelia, che fa da cesura tra il mondo antico e quello moderno, trovare un varco per arrivare sul mare ed ecco: qui un altro piccolo anfratto, un angolino si cela sotto il ponte della ferrovia, un porticciolo d’altri tempi, dove immagineresti di vedere ancora il pescatore sulla porta di casa che dipana le reti al tramonto, con la pipa in bocca e la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Davanti, invece, sul mare, qualche barchettina, e un paio di stabilimenti balneari che ci riportano al presente. Appena più ad est si trova il molo del Porteghetto. Questo segna il confine orientale del Golfo Dianese. Qui vale la pena di tuffarsi; la chiesa dei Corallini (che poi erano i pescatori di corallo) non ci perde di vista, ci tiene sotto il suo sguardo protettore.

Andar per vicoli a Genova: da via Giustiniani alla Collina di Castello

I Vicoli: Patrimonio dell’Umanità (e mio grande amore)

Ho vissuto per anni a Genova, e per me i “vicoli” erano quelli che percorrevo ogni giorno per andare a piedi da casa alla mia facoltà di Lettere in via Balbi. Dunque erano i vicoli di via San Luca, via Luccoli, via del Campo. Si tratta dei vicoli chiusi tra Sottoripa, i palazzi medievali affacciati sul Porto Antico, via San Lorenzo e, lato monte, dalla bella Strada Nuova, ovvero via Garibaldi con i suoi “Palazzi dei Rolli”, i palazzi signorili della Genova che conta(va): Palazzo Tursi, Palazzo Bianco, Palazzo Rosso. Era una passeggiata bellissima ogni volta, e l’aspetto più interessante era provare a cambiare stradina, rischiando seriamente di perdersi, ma scoprendo sempre nuove suggestioni e nuovi dettagli del quartiere più caratteristico e autentico di Genova.

Negozio di frutta in via del Campo, un angolo caratteristico dei vicoli di Genova

Via San Lorenzo, la grande arteria che dal Porto Antico sale verso la Cattedrale di San Lorenzo e ancora più su fino a Palazzo Ducale e alla chiesa del Gesù, divide letteralmente in due il quartiere dei vicoli di Genova. Esiste infatti un altro versante della città medievale, ancora più autentico, se vogliamo, che dalle traverse di via San Lorenzo si protende da un lato verso il porto, dall’altro risale fino a Porta Soprana (fuori della quale si colloca la Casa di Cristoforo Colombo) e risale la collina di Castello, l’area più antica della città.

Girovagando nei vicoli si incontrano palazzi di grande bellezza, come questo, a pochi passi da San Lorenzo

La collina di Castello, infatti, è il luogo sul quale sorgeva dapprima l’emporio ligure frequentato dagli Etruschi in età preromana: un luogo naturalmente fortificato, in altura ma con sbocco sul mare. Questa sua posizione strategica piacque anche ai Romani, per cui il primo nucleo di Genua sorse sempre in questi luoghi, anche se poi, col tempo, la città si espanse. Ma è nel Medioevo che Genova diventa finalmente se stessa. La conosciamo fin dalle scuole elementari come Repubblica Marinara al fianco e in perenne contrasto con Venezia, Pisa e Amalfi. La “Superba”, come verrà definita, scende dalla collina di Castello, si espande intorno alla darsena, costruisce un porto degno di una potenza marinara che trionferà sui mari per secoli (la storia di Genova sul mare è ben raccontata nella prima sezione del Galata – Museo del Mare di cui parlo qui).

Del suo passato medievale, nonché della sua vocazione come fondaco mercantile, come dicevo, rimane ampia traccia nel tessuto urbano dei vicoli: viuzze strette dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” come cantava De Andrè.

I vicoli alle pendici della Collina di Castello

uno scorcio di via dei Giustiniani

Se i vicoli che nominavo all’inizio, via San Luca e dintorni, ormai hanno perso parte dell’atmosfera antica, zeppi come sono di negozietti moderni (anche se bisogna pensare che i vicoli abbiano sempre avuto vocazione commerciale, trovandosi vicino al porto), i vicoli di là da San Lorenzo, che ridiscendono lungo via dei Giustiniani e poi salgono, parallelamente alla linea di costa, fino alla Collina di Castello, sanno ancora di antico e sono davvero suggestivi. Perdetevi ad ammirare i dettagli architettonici, le madonne sospese sui muri, gli archetti che decorano le pareti e gli archi che collegano i palazzi, così alti e così vicini che dalle finestre dirimpetto ci si può toccare.

Uno degli angoli più incantevoli di questo settore dei vicoli è la piccola piazza San Giorgio, sulla quale affacciano le due chiese apparentemente gemelle di San Giorgio e San Torpete. San Giorgio è intonacata in giallo, San Torpete in verde ed è una chiesa di rito ortodosso. Infatti, sulla piazzetta, una bottega di prodotti “dell’Est” ci dice che evidentemente qui fa capo una comunità russa. La raffigurazione di San Giorgio con il drago si trova sul portale di un palazzo qui nelle vicinanze, mentre un portale qui accanto alla chiesa è in pietra e sui lati ha, uno per lato, due medaglioni con due grandi teste-ritratto ad imitazione dei ritratti degli Antichi: una decorazione che si ritrova spesso a Genova sui portali d’ingresso dei palazzi storici.

Le due chiese di Piazzetta San Giorgio

Risalendo da qui ci teniamo il mare sulla destra (non lo vediamo, ma c’è), incontriamo in uno scorcio la piccola chiesa dei SS. Cosma e Damiano, poi salendo ancora, di vicolo in vicolo, ci troviamo davanti alla chiesa di Santa Maria di Castello. A lato di essa l’alta Torre degli Embriaci.

Un rilievo di San Giorgio e il drago su una porta vicino a Piazzetta San Giorgio

Si può visitare la chiesa di Santa Maria di Castello con la guida gratuita (a offerta) di un volontario che si spende perché questo scrigno di arte nel cuore della sua città venga conosciuto. Ha ragione. La chiesa è piuttosto antica, di età romanica, e reimpiega, nelle navate, colonne e capitelli appartenenti a chissà quali sontuosi edifici della Genua romana ormai non più conservati e impossibili da localizzare. Ogni cappella laterale è una scoperta: c’è quella di San Vincenzo Ferrer, quella di San Tommaso d’Aquino, nella quale si trova un polittico con decorazioni minute in oro che ne fanno più un oggetto scultoreo che non pittorico, quella di San Giovanni dei Fiorentini, decorato con piastrelle realizzate in Toscana, nello stile di Montelupo.

L’Annunciazione di Giusto di Ravensburg in Santa Maria di Castello

Ma ciò che davvero vale la pena di vedere di Santa Maria di Castello non è in chiesa, ma fuori, in un balcone che affaccia sul chiostro, dedicato ai santi dell’ordine domenicano cui la chiesa ad un certo momento della sua storia appartenne. Qui, sotto un soffitto a volte a crociera decorato con i profeti, i santi, i più importanti padri domenicani, sulla parete si trova una bellissima Annunciazione quattrocentesca del pittore tedesco Giusto di Ravensburg: intensa, coloratissima, vivace, ci mostra l’angelo vestito come un arcivescovo e la casa della Madonna arredata come le case signorili del Quattrocento genovese. Tanti dettagli su ognuno dei quali ci si potrebbe soffermare per ore! La chiesa per un certo tempo fu convento domenicano, per questo si trovano tanti riferimenti a quest’ordine monastico sulle pareti e un po’ ovunque nella chiesa. Il complesso occupava più edifici. Visitiamo solo la chiesa e ci affacciamo sul chiostro: nessun contatto con l’esterno, tutto racchiuso in se stesso.

la Torre degli Embriaci

Fuori della chiesa la Torre degli Embriaci, altissima, in pietra, ci racconta una storia che risale all’epoca delle Crociate, quando Guglielmo Embriaco tornò vincitore dalla presa di Gerusalemme del 1099 e dalla conquista di altre città con le cui ricchezze contribuì a finanziare la costruzione del Duomo di San Lorenzo. La torre, alta 41 m, è l’unica rimasta delle tante torri che nel medioevo costellavano il centro di Genova e delle quali fu decretato l’abbassamento con un editto del 1196. La grande fama di cui godeva ancora dopo un secolo l’Embriaco fece sì da risparmiare la sua torre, che oggi si staglia al di sopra dei palazzi, medievali anch’essi, che la racchiudono.

Proseguendo la salita si arriva al Castello e ancora più avanti incontriamo la sede della Facoltà di Architettura. Al termine della salita siamo a Sant’Agostino, dove si trova il museo dell’arte medievale e moderna della città, ospitato all’interno del convento dei monaci Agostiniani.

Per tornare su via San Lorenzo, al termine del nostro percorso, possiamo discendere lo Stradone Sant’Agostino che conduce alla chiesa medievale di San Donato (“ma quante chiese ci sono a Genova?” vi chiederete: tante, una più preziosa dell’altra); in alternativa, potete imboccare via di Ravecca, percorrerla tutta e arrivare a Porta Soprana con le sue due torri: l’estrema propaggine del centro storico.

Strade panoramiche nell’entroterra ligure: da Andagna a Rezzo

Ho parlato spesso nei miei post dell’entroterra della Provincia di Imperia: è un territorio variegato, nel quale si incontrano oliveti, pinete, boschi, piccoli borghi e chiesette, monti scoscesi dai quali, però, si vede il mare.

Strade panoramiche n

La strada di cui vi racconto oggi è davvero una chicca molto poco nota agli stessi abitanti del Ponente Ligure: collega il piccolo paesello di Andagna, nella Valle Argentina, con Rezzo, un altro piccolo borgo dal quale si raggiunge invece facilmente Pieve di Teco e da qui la Valle Arroscia, che scende verso Albenga, e la Valle Impero che scende, invece, verso Imperia.

Questo è un bel percorso da fare in moto. Consigliato soprattutto se vi piacciono i bei panorami e i boschi.

Poco prima di entrare in Molini di Triora, nella Valle Argentina, prendete il bivio per Andagna. Dopo poche curve giungerete al paesino di Andagna. Si tratta di un piccolo borgo dalle case in pietra strette le une alle altre, con una via stretta che lo attraversa nel quale a malapena passa un’auto. Il consiglio infatti è, se lo volete visitare, di parcheggiare all’ingresso del borgo, dove si trova un piccolo parcheggio. Vi conquisterà la vista sulla valle e sulle montagne, costellate di minuscoli paesini arroccati dei quali spiccano sempre i campanili.

Il panorama da Andagna

All’ingresso di Andagna si inforca la strada per Rezzo, segnalata dal cartello: non potete sbagliare. Cominciate a salire. Curva dopo curva, tornante dopo tornante, la strada vi stupirà, regalandovi viste mozzafiato e una selvaggia ma umile flora locale, la tipica flora spontanea dell’entroterra ligure, lilla dei cardi e gialla delle ginestre, qua e là bianca per le margherite.

La cappella di San Bernardo di Andagna

Incontrate, quale prima forma della presenza dell’uomo, la piccola cappella di San Bernardo. San Bernardo era nel Medioevo il patrono dei viandanti. Così, non stupisce che essa sia intitolata proprio a questo santo: l’architettura è molto semplice, e tipica delle chiesette di campagna liguri: un’aula unica, il tetto a spiovente, l’ingresso coperto da un ampio portico completo di panchine, in modo da concedere il riposo a chi, camminando, giungeva qui nei pressi. Nella facciata, solitamente si aprono due finestrine ed è da queste che si può spiare l’interno, visto che la chiesa è chiusa: la cappella di San Bernardo è affrescata su entrambe le pareti lunghe: sono rappresentate le vicende della passione di Cristo e poi su un lato le sette virtù teologali, sull’altra, in una magnifica rappresentazione, i sette vizi capitali, immaginati come personaggi maschili e femminili ben vestiti e a dorso d’asino, incatenati gli uni agli altri che inevitabilmente finiscono nelle fauci aperte di un drago/demonio. Proprio al di sopra di questa drammatica rappresentazione, in netto contrasto ideologico, sta la figura del Cristo risorto, al quale i viandanti e i pellegrini devono affidarsi se non vogliono finire divorati da Satana. Gli affreschi risalgono al Quattrocento e sarà curioso scoprire, alla fine di questo percorso, che la stessa raffigurazione dei Vizi Capitali si ritrova nel Santuario della Madonna Bambina di Rezzo.

La cavalcata dei vizi capitali affrescata all’interno della cappella di San Bernardo di Andagna

La cappella di San Bernardo si trova in una splendida posizione panoramica. Poco più avanti, la cappella di Santa Brigida svolgeva analoga funzione.

Ruderi a Drego

Tornante dopo tornante, si giunge nella piccola località di Drego. Oggi le sue due casine in pietra sono state riattate come agriturismo; quest’area, in posizione panoramica importante di controllo sulla vallata, è frequentata sin dall’età protostorica. Casette e ricoveri per i pastori, ormai ridotti a rudere si incontrano ancora. Qui, sul crinale, c’è ancora il pastore che durante il giorno manda al pascolo le pecore. Tra i fiori spontanei, stupisce la presenza della lavanda. Anzi, no, non ci stupisce: perché proprio qui a Drego c’è un piccolo campo di lavanda organizzato sulle fasce sul crinale: un angolo tutto lilla all’inizio dell’estate di cui ho parlato in questo post.

La lavanda a Drego

Ancora un bello spiazzo panoramico (da cui si vede il mare!) dove portersi fermare ed eventualmente intraprendere un sentiero, poi la strada entra, finalmente, in un grande grandissimo bosco: è il bosco di Rezzo, una grande faggeta abitata da molte specie selvatiche. La strada è un po’ sporca dalle tante foglie degli alberi e in molti punti è piena di buche: addirittura dalle buche più profonde emerge la mulattiera sottostante.

Km e km nel bosco non vi devono né scoraggiare né far credere di aver sbagliato strada: incontrerete ogni tanto un fontanello, un’azienda agricola, un monumento ai caduti durante la Guerra di Liberazione (il territorio fu interessato da tante azioni partigiane nel periodo ’43-’45). Infine, molte curve dopo, si arriva a Rezzo.

Prima di entrare in paese, una deviazione sulla sinistra vi conduce un po’ più in là, al Santuario della Madonna Bambina.

I Dannati dipinti sulla parete del Santuario di Rezzo

Questa chiesa romanica è molto ben conservata; soprattutto, conserva sulla parete destra due cicli pittorici notevoli. Uno, il più antico, risalente al primo Quattrocento, raffigura il Giudizio Universale: vi è raffigurato Satana con il volto mostruoso di Bes e le gambe aperte, un dannato condannato ad essere cotto allo spiedo, un altro è condannato alla ruota, il tutto tra fiamme e fiammelle; sembra di sentire il fuoco scoppiettare e i dannati urlare tanto è vivida, anche se ingenua, questa rappresentazione. Alla base la cavalcata dei Vizi Capitali, nuovamente incatenati gli uni agli altri e sontuosamente vestiti, non possono non andare a finire in bocca al demonio affamato. Sopra le loro teste, a mo’ di didascalia è indicato chi è l’Ira, chi l’Avarizia, chi la Gola.

La crocifissione dipinta da Guido da Ranzo nel Santuario di Rezzo

L’altro ciclo pittorico, immediatamente seguente, raffigura episodi della vita e della passione di Cristo, tra cui l’ingresso a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, l’arresto, la fustigazione, la Pietà e culmina nella bellissima crocifissione centrale, col Cristo tra i due ladroni e un centurione che gli conficca la lancia nel costato. Il pittore è Guido di Ranzo, pittore locale (Ranzo è un paese nelle vicinanze di Rezzo) molto attivo nella vallata tra il XV e il XVI secolo. Le sue figure (oggetto di un restauro recente) sono vivacissime, espressive, un trionfo di colori. Una vera narrazione per immagini, fatta apposta per una comunità che trovava di più facile comprensione i disegni che non le prediche dei prelati.

Il paese di Rezzo si trova più a valle rispetto al Santuario. La sua chiesa parrocchiale, col suo campanile, è comunque il monumento più eclatante, intorno al quale si dispone il resto del borgo medievale. La statua di un cavagnaro, ovvero di un costruttore di cavagni, cesti in legno di nocciolo col manico che si portavano sul braccio, ci racconta che gli abitanti di Rezzo ne erano abili costruttori.

La statua di un cavagnaro a Rezzo

Quest’itinerario termina qui. Ma nella valle di Rezzo sorgono anche i due borghi di Cenova e Lavina. Volete non visitarli? Aaah, mi pareva! Ma quest’altra gita, al momento, la rimandiamo ad un’altra occasione 😉

In cerca di lavanda: dove trovarla in Liguria

Ho fatto una scoperta bellissima, tutta lilla. È stata faticosa, ma ne è valsa la pena: ho scoperto una strada, una valle, dei panorami della mia Liguria di cui non sospettavo l’esistenza.

Era da un anno che volevo cercare la lavanda in Liguria. Tutto iniziò un anno fa quando venni a conoscenza del Museo della Lavanda a Carpasio, comune della Valle Argentina, in provincia di Imperia. Incuriosita, ma non trovando alcun contatto, telefonai direttamente al Comune di Carpasio, ed ebbi così la ferale notizia: il museo aveva appena, definitivamente, chiuso.

Desolazione!

Ma, pensai, se c’è un museo, vuol dire che la lavanda la coltivano comunque da quelle parti. Ho continuato ad indagare.

Ho scoperto che più in su nella Valle Argentina, ad Agaggio, c’è addirittura un’azienda che lavora i fiori di lavanda! L’Azienda Agricola e Distilleria Le Cugge ha, dice il sito web che ho studiato, i campi di lavanda a Drego, una piccola località che non si fa trovare quando la cerco su Google Maps.

Drego; uno sperone roccioso che anticamente ospitava un castellaro ligure

Ma non desisto. Calo l’asso: chiedo a mia sorella e a suo marito, che abitano a Molini di Triora e che conoscono bene la Valle Argentina. Mi dicono che Drego è la località in cui si trovano le case dell’Agriturismo La Fontana dell’Olmo che ha sede ad Agaggio (e nel cui agriturismo si mangia benissimo tra l’altro); ma per sapere come arrivarci bisogna chiedere direttamente a loro. E mi viene svelato il mistero.

Una rosa selvatica fiorita. Laggiù in fondo si scorge il mare

Si arriva a Drego risalendo la Valle Argentina quasi a Molini di Triora; qui si prende la deviazione per Andagna, un piccolo borgo in cui le case in pietra sono strette le une alle altre e un’auto a fatica lo attraversa, tanto è stretto. Vedo tetti in lastre di ardesia: non mi stupisco: c’era una cava qualche decennio fa un po’ più in su, nella montagna ligure.

La strada che devo prendere prosegue verso Rezzo. Vi racconterò di questo percorso in un post a sé perché merita. Qui vi dico solo che dopo parecchi tornanti e qualche panorama notevole, uno dei quali particolarmente mozzafiato, si arriva finalmente in località Drego.

Qui lascio la macchina approfittando del parcheggio dell’Agriturismo (non me ne vogliano, eh?) e vado a piedi, iniziando una bellissima passeggiata sotto il caldo sole ligure di fine giugno.

Il primo tratto di passeggiata è sulla strada asfaltata: sotto di me, pertinenza ancora dell’Agriturismo, ci sono dei filari di lavanda fioriti, ma non è questo il campo che sto cercando.

Qua e là incontro piante di lavanda nata spontaneamente sul ciglio della strada, abbarbicata ad una roccia, al di sopra di una fascia, all’ombra di un alberello di rosa selvatica (ne è pieno e sono tutte fiorite).

È un tripudio di fiori, non solo di lavanda, e di api e farfalle che ronzano e lavorano. Io le disturbo cercando di scattare foto a loro che si mettono in posa, in effetti, per favorirmi. È tutto molto bello.

Una farfalla si mette in posa sulla lavanda apposta per me! 🙂

La strada ad un certo punto, a 800 m circa dall’Agriturismo, fa un tornante. Sulla sinistra si inerpica una sterrata costellata da piante spontanee di lavanda e dalle inconfondibili “palline nere” delle pecore che hanno il proprio ovile poco più in su. Lo incontro, l’ovile; le pecore no, sono al pascolo. Incontro il pastore che, all’ora di pranzo, sta serrato nel suo stabbiolo di lamiera a pranzare. Un posto che sa di vetusto, di rurale. Ma poco più in su un pannello solare è l’unica concessione moderna ad un mestiere antico. Sì, perché quassù l’energia elettrica non ci arriva.

Saluto il pastore, e vado ancora più in su. Non devo salire molto: si intravvedono le fasce coltivate, cioè i muretti a secco tipici della Liguria, costruiti nei secoli dai contadini per strappare strisce di terra per la coltivazione. Le fasce davanti a me sono lilla, assolutamente lilla, risplendono alla luce del mezzodì. Sono affacciate su un panorama vastissimo, che spazia fino al mare laggiù in fondo.

Il campo di lavanda a Drego

Non sono le distese di Valensole, eh? Niente di paragonabile. Il campo non è molto esteso, occupa solo alcune fasce. La lavanda è disposta in filari paralleli, distanziati gli uni dagli altri: filari molto regolari, per favorire, senza dubbio, la raccolta e l’irrigazione. Ricordo che anche in Provenza i filari sono ben distanziati, anche perché le piante si sviluppano in altezza e larghezza e se non fossero distanziate si darebbero fastidio, togliendosi il sole a vicenda.

La fioritura mi sembra a buon punto, siamo a fine giugno del resto, il periodo in cui in Provenza i campi di lavanda sono la meta preferita dai viaggiatori. Presto i fiori dovranno essere colti per poter essere lavorati nella distilleria. Sono arrivata al momento giusto, ne sono sicura.

Il campo di lavanda di Drego

Essere arrivata fin quassù, poi, in questo luogo così selvaggio e assolutamente nascosto, mi dà la sensazione di aver compiuto una grandissima impresa.

È un luogo nascosto, è vero, ma la strada che collega Andagna con Rezzo, lungo la quale mi trovo, è un percorso che merita fare (adatto alle moto, senza dubbio). Ve ne parlerò nel prossimo post.

3 Musei del Mare in Liguria che non potete perdere

La recente inaugurazione del Museo Navale Internazionale di Imperia nella sua nuova sede, in un bellissimo ex-stabilimento industriale alla Marina di Porto Maurizio, mi ha fatto venire in mente una cosa davvero ovvia: la Liguria ha un solidissimo e millenario legame col mare.

Il museo navale di Imperia

Il museo navale di Imperia

L’osservazione è ovvia, ve l’ho detto. Ciò che non è ovvio è invece capire come la Liguria di oggi esprime questo suo rapporto antichissimo, come è consapevole di secoli e millenni di vita sulle coste, di commerci, di pesca, di esplorazioni geografiche e viaggi, di confini e di ignoto, di pericolo e di superstizione, di lavoro e di svago.

Il rapporto col mare è un elemento identitario dei Liguri, da Ponente a Levante. Chiedetelo a un Imperiese (ma anche a un Genovese, ad un Savonese o a uno Spezzino): chiedetegli perché non può stare senza vedere il mare, chiedetegli perché, se vive fuori Liguria, quando torna e lo vede comparire tra le montagne, tra le gallerie lungo la ferrovia o l’autostrada, respira più forte, quasi che fino a quel momento avesse trattenuto il fiato; chiedetegli perché è ancora capace di stupirsi di un’alba o di un tramonto sul mare. Non è semplicemente perché gli piace andare in spiaggia. No. È perché in quel mare ci si identifica, quando ci si tuffa ci si specchia. E specchiandosi vede se stesso.

Vi racconto 3 musei del mare della Liguria. Tre musei che raccontano la storia, la vita e tutto ciò che ruota intorno al mare. Il Mar Ligure ovviamente, ma non solo o non necessariamente. Perché il mare non ha confini stabiliti, e l’uomo di mare ha sempre avuto la voglia di spingersi un po’ più in là, per guardare oltre l’Orizzonte.

  • Museo Navale Internazionale di Imperia

Inizio con l’ultimo nato, nonché quello più a Ponente: il nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia ha visto la luce proprio all’inizio di febbraio 2016. Prima si trovava in un’altra sede, più piccola, ed era più simile ad una wunderkammer marittima che non ad un museo vero e proprio: vetrine troppo piene, raffazzonate e allestimento davvero vecchio. Il museo nuovo ha ancora molto lavoro da fare per diventare davvero un museo come si deve e come il pubblico lo vuole.

i dolia del museo navale di Imperia

i dolia del museo navale di Imperia

Ha sicuramente grandissime potenzialità, come l’esposizione, finalmente, dei dolia (singolare dolium), i grandi contenitori in terracotta della nave romana trovata al largo di Diano Marina, per i quali i Dianesi stravedono (guai a toccarglieli!): ora sono esposti al piano terra, ma manca qualsiasi apparato didattico in grado di spiegarli a chi non li conosce. Speriamo che nel prossimo futuro si risolva la questione, così come possano trovare pace tutti i cimeli della collezione di modellini di nave, divise di ufficiali e marinai (montate su manichini che… per carità!), di libri e di fotografie: speriamo che qualcuno sappia fare una scelta e una cernita dei materiali, sappia decidere che non necessariamente tutto va esposto, ma che si deve fare una selezione. Non serve la quantità per dire “che ricca collezione!”, ma la qualità e la capacità di individuare, nel numero, ciò che davvero vale la pena di mostrare. Sembrerebbe una recensione negativa la mia, invece è solo accorata: perché cose ottime ci sono eccome: come la ricostruzione del Sestriere, mercantile italiano a bordo del quale possiamo parlare con ufficiali e marinai che ci raccontano la storia di questa nave che fu varata nel 1941. E poi la sezione dedicata alla vela, e ancora quella, in via di completamento, dedicata al Santuario dei Cetacei del Mar Ligure: perché il mare è anche semplicemente natura, non solo rapporto con l’uomo. Un museo che deve crescere e formarsi: e sono sicura che, con il supporto delle competenze giuste, potrà diventare davvero un polo culturale importante nel Ponente Ligure.

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

  • Museo Navale Romano di Albenga 

Museo archeologico totalmente votato al mondo sommerso, il Museo Navale Romano di Albenga, nacque a seguito della scoperta e recupero del relitto della nave romana di Albenga, una nave del I secolo d.C. che solcava le acque antistanti l’isola Gallinaria e pensò bene di affondare con tutto il suo carico di anfore che trasportavano vino. La stiva, ricostruita nella sala principale del museo, è la vera attrattiva di questo luogo, ed è la cosa più spettacolare. Il relitto di Albenga fu il primo ad essere indagato archeologicamente. Con la sua scoperta prese il via la disciplina dell’archeologia subacquea. Fu un momento davvero epocale, a metà del Novecento, e il museo navale romano di Albenga, col suo allestimento così sobrio e vecchio, diciamocelo, fotografa precisamente un’epoca in cui il rinvenimento di un intero relitto di età romana era un avvenimento talmente importante, unico e raro, da richiedere un museo appositamente dedicato. L’inventore dell’Archeologia Subacquea, Nino Lamboglia (che nacque a Imperia, non sapeva nuotare, ma si immergeva dentro una camera sottomarina chiamata sorbona, e morì annegato, ironia della sorte) scoprì il relitto, ne curò il recupero, allestì il museo, gettò le basi per questa nuova disciplina. Una disciplina che ancora oggi, tra mille difficoltà dovute alla solita carenza di fondi, restituisce però sempre nuove storie sommerse nel mare.

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Musoe Navale Romano di Albenga

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Museo Navale Romano di Albenga

  • MuMA Galata Museo del Mare di Genova

Un signor museo. Davvero. Dalla A alla Z questo luogo, posto a Genova ai margini del Porto Antico, racconta la storia d’amore tra Genova e il mare. E non solo, ma tra l’uomo e il mare nel corso dei secoli e fino ai giorni nostri. Una storia fatta di oggetti e di persone, di documenti che raccontano storie.

Genova com'era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

Genova com’era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

La prima sezione è storica, parla della storia di Genova come città e Repubblica Marinara, della trasformazione del suo porto che ha seguito le vicissitudini storiche della città, nel suo alternarsi come potenza marittima e come città chiusa su se stessa. Della storia di Genova fa parte Cristoforo Colombo. E vedere il suo autografo su alcuni documenti vergati di suo pugno alle soglie del 1500 è un’emozione senza pari.

La galea ricostruita all'interno del MuMA

La galea ricostruita all’interno del MuMA

Com’era la vita a bordo di una galea genovese? Non lo sapremo mai se non saliremo a bordo di una di esse, ricostruita nel Museo: qui incontreremo alcuni membri dell’equipaggio che ci coinvolgeranno nella vita della marineria. Giunge poi il momento delle carte geografiche, fondamentali strumenti per segnare le rotte e capire dove si naviga, a partire dai primi portolani, le mappe di navigazione più antiche, fino alle vedute di città: alcuni schermi interattivi permettono di confrontare le antiche carte con la cartografia attuale.

Il mare è anche luogo di leggende e mostri. È pericoloso e infido, anche quando è calmo può nascondere insidie: sirene, mostri marini, lo Squalo del film di Spielberg: paure di ieri e di oggi costituiscono la parte irrazionale dell’uomo che naviga. Per la parte razionale, invece, abbiamo gli strumenti per misurare, per triangolare, per orientarsi sul mare. E non deve stupire che molte delle invenzioni più importanti siano state fatte da Italiani: d’altronde siamo un popolo di santi, di poeti e di navigatori…

Possiamo scoprire anche la vita a bordo di un brigantino, ricostruito, e passeggiare in un cantiere navale dove artigiani e barcaioli stanno lavorando alla realizzazione di barche e navi.

E arriviamo a un tema contemporaneo, italiano in tutti i sensi: il museo dell’Emigrazione. Qui un percorso interattivo molto riuscito, attraverso scenari ricostruiti che ci riportano agli inizi del Novecento accompagna noi, nei panni di migranti realmente esistiti, e ci mostra la partenza, la nave, l’arrivo in America. Infine, la visita si conclude con una sezione dedicata alle migrazioni di oggi, che non sono molto diverse da quelle di ieri, se non per il fatto che questa volta siamo noi ad accogliere, e non a dover partire.