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10 cose da sapere sulla Liguria (e sui Liguri) prima di partire

Caro viaggiatore, che hai deciso di trascorrere in Liguria le tue ferie estive, questo post è dedicato a te: da buona ligure di nascita, migrata altrove, ma sempre col cuore laggiù, voglio darti alcune dritte che ti saranno utili nel tuo soggiorno in Liguria.

In questo post ti spiego le dieci cose da sapere sulla Liguria (e sui Liguri) prima di partire.

Attenzione! Questo è un post semiserio! Dunque, se lo leggerai spero di strapparti un sorriso, così come spero di strappare un sorriso anche ai Liguri che leggeranno (e che anzi, invito nei commenti fin da ora a contribuire per ampliare l’elenco delle cose da sapere).

Pronto? Si parte! Destinazione Liguria!

1 Non ci sono solo le Cinque Terre

Da buona ligure expat mi è capitato spesso: quando dico che sono originaria della Liguria la risposta è “Ah, sì, certo! Le Cinque Terre! Meravigliose!” Alché la mia risposta è “ehm, ecco, io… mai stata alle Cinque Terre“.

Intendiamoci subito: le Cinque Terre sono un lembo di terra piccolissimo. Bellissimo, ma piccolissimo. Non sono TUTTA LA LIGURIA! La Liguria è una regione variegatissima, ha un Levante, un Ponente e una Genova nel mezzo che fa da chiave di volta dell’arco ligure. Le Cinque Terre, poi, d’estate sono sovraffollate: e la bellezza dei loro borghi, dei loro itinerari a piedi tra sentieri selvaggi e panorami mozzafiato, dei loro vigneti a picco sul mare viene abbrutita dalla presenza ingombrante di troppe persone. Il consiglio? Visita le Cinque Terre in primavera, o all’inizio dell’autunno: ti godrai le passeggiate senza morire di caldo e avrai il mare, il cielo, la terra e le pietre tutte per te. Ah, non pensare di arrivarci in macchina. Semplicemente, non puoi.

cinque terre

Cinque Terre all’imbrunire (ph. pixabay)

2 Il falso (ma non troppo) mito dell’ospitalità ligure

Soprattutto negli anni passati si era diffuso il mito del Ligure inospitale, quello che se vai al suo ristorante è lui che fa un piacere a te nel portarti da mangiare e non viceversa. E anzi, vedi di sbrigarti e di non essere troppo pretenzioso, che qui non si può perdere tempo dietro a te. Questa nomea noi liguri l’abbiamo perché siamo persone un po’ chiuse e magari un po’ seriose sulle prime. C’è una parodia su youtube che a me fa schiantare dalle risate, perché raccoglie esattamente gli stereotipi sull’accoglienza ligure. Effettivamente il paragone tra un ristoratore ligure e Dracula non è proprio edificante, no?

Ma ti assicuro, le cose sono cambiate. Ti assicuro anche che 10 anni fa ad Albenga ho subìto un trattamento simile a quello del video. Ma ormai le cose sono decisamente diverse e nella stessa Albenga oggi succede che in una piccola osteria l’oste si sieda a tavola coi commensali, beva il vino con loro, chiacchieri mettendo in collegamento un tavolo con l’altro e per il caffé vada a farselo fare nel bar lì vicino (successo anche questo, parola mia!). I tempi son cambiati, signora mia. Menomale, aggiungo.

3 Il vero pesto è con patate e fagiolini

Già che col video precedente eravamo al ristorante, tanto vale che ti svelo la vera ricetta del pesto ligure. Sì, lo so, ti levo la sorpresa e mi odierai per questo. Ma voglio che tu sia preparato. Siediti. Il vero pesto ligure ti arriva completo di patate e fagiolini. Non solamente il pesto di basilico, pinoli e aglio, ma l’aggiunta di patate e fagiolini bolliti.

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Nasce infatti come piatto unico e anche abbastanza povero, ma sostanzioso, e con i prodotti che il territorio dava in abbondanza: il basilico, che a Pra, frazione di Genova, è una cultivar particolarissima a foglie piccole piccole (e che è il vero basilico da pesto DOP), i pinoli del pino marittimo, che oggi costano l’ira di dio (ma se li sostituisci con le mandorle o con le noci ti sparo a vista), l’aglio (guai se non ce lo metti!) e un mix di pecorino e parmigiano (qui alzo le mani, perché ogni nonna ligure ha la sua ricetta segreta e mai rivelerà l’esatta proporzione degli ingredienti).

Comunque, tornando a noi, se quando ordini il pesto alla genovese non ti portano un piatto completo di pesto, patate e fagiolini, ti autorizzo ad alzarti e ad andartene: stai perdendo il tuo tempo.

4 Tutte le declinazioni dell’intercalare belin

Se hai visto il video precedente, hai individuato sicuramente la parola belin, usata in varie accezioni: come esclamazione, come rafforzativo del discorso o della domanda, come verbo declinato e coniugato a seconda del significato.

Chissà se Cristoforo Colombo diceva Belìn! Ritratto del 1520 da Ridolfo del Ghirlandaio, GALATA Museo del Mare di Genova

Belìn vuol dire c…o. Ma è molto più elegante, raffinato. Usato come intercalare, a mala pena si distingue nella frase (diventa un “blìn” talmente veloce che manco te ne accorgi); usato come rafforzativo è pronunciato per bene e per esteso, quindi non hai dubbi che il tuo interlocutore ligure l’abbia detto. Ma belin può essere utilizzato con tutta una serie di significati. Ad esempio se senti esclamare “Uh belin!” puoi star certo che accanto a te si sta verificando qualcosa di eccezionale! Ma se invece, en passant, senti qualcuno che dice a un altro “me ne battu u belin“, ciò significa che il qualcuno in questione se ne frega di ciò che sta succedendo; l’espressione è addirittura più forte se diventa “me ne battu u belin in sci scheuggi“: me ne batto il belino sugli scogli (come se fosse un polpo): hai capito a che livelli siamo?

Belin viene coniugato in una serie di verbi: desbelinati! per esempio, vuol dire sbrigati! oppure datti una mossa (anche in senso figurato); mi sono imbelinato vuol dire invece che ho inciampato. Poi c’è l’aggettivo degli aggettivi: abelinato, che vuol dire, senza troppi giri di parole, cretino.

5 Ad un genovese non toccare….

genova vicoli

Uno scorcio dei vicoli di Genova

Ci sono delle cose che non devi toccare a un genovese (oltre al pesto): i vicoli, De André, la colazione a base di focaccia (fügassa) e capuccino, Cristoforo Colombo e la sua casa e la Lanterna.

Vicoli: sono i famosi carrugi, che a Genova costituiscono il cuore pulsante della città medievale e più autentica (anche se in parte oggi un po’ snaturata, ma pur sempre affascinante): palazzi antichi dai portali anche molto belli, vicoli stretti, odore di vissuto, gente che vive davvero, botteghe ormai in mano a quelli che noi chiamiamo extracomunitari ma che nei porti, come Genova, come Napoli, come qualunque porto del Mediterraneo, hanno sempre costituito la vera popolazione: genti di etnie diverse, di lingue diverse, di usanze e religioni diverse, che però convivono e commerciano. E vivono sotto lo stesso cielo.

Chi ha cantato la bellezza di quest’umanità è stato Fabrizio De André. Non toccate Faber a un Genovese: non vi dirà neanche belìn, se ne andrà proprio nell’altra direzione. Ed è giusto che sia così. Il poeta cantore di Genova, della sua vita autentica, delle sue strade e delle sue persone è la figura ancora in assoluto più amata. E non potrebbe essere diversamente.

La casa di Cristoforo Colombo a Genova. Credits: irolli.it

La colazione a base di fügassa e cappuccino o caffè a molti fa storcere il naso, ma ai genovesi no. Anzi, è l’unica colazione possibile. Che sono ‘sti cornetti e ‘ste brioches? Vuoi mettere la certezza e la fragranza di una sleppa (fetta) di focaccia appena sfornata, unta e incandescente, da pucciare nel cappuccino?

Torniamo ai miti. Cristoforo Colombo è nato a Genova. Punto. C’è pure la Casa di Colombo, ai piedi di Porta Soprana. Quindi basta con ‘sta storia che Cristoforo Colombo non era di Genova. Al MuMA, Galata Museo del Mare (di cui ho parlato qui) è esposto un documento firmato da Cristoforo Colombo in cui si parla di case e di beni di famiglia a Genova. Genova, è chiaro? Anche Barcellona e Siviglia, oltre a Genova, se lo contendono, come ho scritto qui. MA Cristoforo Colombo l’è zeneise. Punto.

La Lanterna. Oh, le cose vanno chiamate col loro nome. Non è un faro, è la Lanterna. Caratterizza il panorama da km di distanza, dal Porto antico, dall’alto di Palazzo Rosso, dalla terrazza panoramica di Castelletto. Guai a chiamarlo “Faro”: ho visto amicizie tra Genovesi e furesti rompersi proprio per questa leggerezza linguistica.

6) I Genovesi e il diritto di mugugno

Si dice che un tempo, quando Genova era ancora Repubblica ed era ancora Superba, ad un certo punto i marinai di Camogli furono messi di fronte a una scelta: aumento di salario, senza possibilità di lamentarsi degli ordini imposti dall’alto, oppure stipendio basso, ma diritto di mugugno. E secondo voi cos’avranno scelto i marinai di Camogli? Esatto, meglio la libertà di poter mugugnare, belin!

Cos’è il mugugno? È la lamentela continua, il rimbrotto a mezza voce che suona quasi come una cantilena. Così il ligure sembra di cattivo umore. In realtà il diritto di mugugno ce l’abbiamo talmente dentro che lo esercitiamo talvolta senza neanche rendercene conto. Ma è catartico, già nel momento stesso in cui ci lamentiamo stiamo esorcizzando il malessere che abbiamo dentro. Io lo trovo meraviglioso.

panorama Genova

La superba vista su “La Superba”. Là in fondo si erge la Lanterna, il faro di Genova.

7 Il Ligure braccino corto, ma anche no

La fama dei liguri è quella di essere tirchi. Loro invece ti diranno che non sono tirchi, ma parsimoniosi. La storia, o meglio l’archeologia, insegna che in realtà i Liguri sanno fare piuttosto bene i conti: non sono truffatori, ma risparmiatori! Dovete sapere, infatti, che lungo il corso di tutto il basso medioevo, siccome i mattoni venivano venduti a numero, i fabbricanti di mattoni giocavano su misure sempre lievemente differenti, per cui venivano venduti tot numero di mattoni, ma lievemente più piccoli. Per costruire la solita casa, quindi, servivano a quel punto più mattoni. Se da una parte c’erano i fabbricanti di mattoni più svegli, dall’altra c’erano i costruttori genovesi più risparmiatori che avevano subodorato la fregatura e quindi chiedevano alle autorità di intervenire. All’Archivio di Stato di Genova queste storie sono ben documentate. In archeologia si parla di mensiocronologia, ovvero di misurazione, nel tempo, dei mattoni, per calcolare e rendersi conto di queste variazioni. Questo è solo un esempio, peraltro storicamente ineccepibile, della parsimonia di materia prima da una parte, e di denaro sonante dall’altra: tutto concorre a raccontare al mondo intero della taccagneria dei Liguri.

Sottoripa, Genova

Genova. Sottoripa vista dal Porto Antico

In realtà, i Genovesi, e quindi i Liguri non sono tirchi, ma sono risparmatori: il Banco di San Giorgio, il cui bel palazzo affrescato sta oggi tra Sottoripa, il Porto Antico e la Sopraelevata, a Genova, è la Banca più antica del mondo, classe 1497.

8 Liguria, terra di poeti

chiese di Liguria

“Oh chiese di Liguria, come navi disposte ad essere varate”

Alle elementari ho imparato una poesia di Vincenzo Cardarelli. Nei suoi versi, uno dopo l’altro, chi è ligure non può non riconoscere alcuni flash della propria terra. “È gigante l’ulivo” dice uno dei versi, e non è possibile non immaginare un olivo su una fascia, il tipico terrazzamento ligure; “O chiese di Liguria, come navi disposte ad essere varate” e non può non venire in mente Cervo, con la sua chiesa dei Corallini, o anche il Duomo di Porto Maurizio al Parasio, Imperia, che così bene domina la costa e sembra davvero una nave pronta a calare in mare.

Cardarelli non è il solo poeta ad aver cantato la Liguria. Eugenio Montale nella prima metà del Novecento con i suoi Ossi di Seppia non fa che parlare della sua terra. Cosa dire di “Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto” alla fine della quale ci parla di quei muri che in cima hanno “cocci aguzzi di bottiglia“? Li abbiamo davanti ai nostri occhi, nei giardini che cintano i borghi liguri.

Nel Ponente Ligure abbiamo Angiolo Silvio Novaro, poeta forse poco noto fuori dalla Liguria, ma che nei suoi versi ha cantato la sua terra con un amore che può solo destare commozione.

Ma a proposito di poeti, in Liguria abbiamo il Golfo dei Poeti: da Porto Venere a Lerici. Un tratto di costa che più che poetico è pittorico, una meraviglia da vedere e da ammirare.

9 Liguria da leggere

I poeti li abbiamo visti, ma per cogliere la Liguria si possono leggere parecchi libri, magari sotto l’ombrellone.

romanzi liguria

Uno dei romanzi gialli editi da Fratelli Frilli Editore

Intanto consiglio tutta la linea dei romanzi gialli pubblicati da Fratelli Frilli Editore: da Ponente a Levante raccontano la Liguria attraverso tante storie gialle, oppure noir, ambientate tra vicoli, caruggi, spiagge ed entroterra. Chi conosce i luoghi giocherà a riconoscere le ambientazioni,  chi non li conosce, leggerà delle storie leggere e si farà affascinare dai luoghi.

Il Mare in Salita di Rosella Postorino (Contromano, Laterza) è un bel racconto, intimo, ma non troppo, della Liguria di Ponente. Anzi no, è una descrizione. Ma una descrizione personale, in cui molti si riconosceranno.

Se ti piace il romanzo storico, Il Guaritore di Maiali di Lorenzo Beccati è un noir ambientato in una Genova medievale, tra i suoi vicoli e i suoi odori acri (e i suoi mattoni di dimensioni sempre ridotte, se hai letto sopra). Il protagonista tutto sembra fuorché un personaggio limpido, ma saprà conquistare la tua fiducia.

Il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini è un grande classico della letteratura risorgimentale e/o romantica: racconta la storia d’amore impossibile e proprio per questo romantica tra una giovane lady inglese e un irrequieto medico di Bordighera. La storia è decisamente triste, ma le sensazioni che lascia sono notevoli.

quasi giallo

Quasi giallo, di Enrico Gianichedda

Il sentiero dei nidi di ragno è un altro grande classico, di Italo Calvino, ambientato in Liguria durante la Resistenza nella Seconda Guerra Mondiale. Romanzo fino a un certo punto, è ambientato nell’entroterra di Sanremo che davvero fu teatro di notevoli scontri della Resistenza con Tedeschi e Fascisti.

Non la nomina mai, troppo intento a parlare di metodo archeologico per dire in quale città si trova, però Quasi giallo” dell’archeologo (ligure, manco a dirlo) Enrico Giannichedda si ambienta proprio a Genova, nella facoltà di Lettere (dove ho studiato pure io), nei vicoli e fino ad Albaro, il quartiere residenziale signorile: ne ho scritto una recensione qui.

(Poi ci sono i miei, di racconti, ambientati in una Liguria sempre evocata e mai nominata. Però non li ho pubblicati come si deve, se non in qualche antologia qua e là, quindi non li puoi ancora leggere)

10 Dai monti si vede il mare e altre meraviglie paesaggistiche

Cosa ti colpirà di più della Liguria? Il paesaggio: montagne da cui si vede il mare, colline coltivate a oliveti e fasce, i tipici terrazzamenti in pietra a secco fatti per guadagnare terra dai pendii scoscesi. Le strade che portano nell’entroterra sono strette e curve, tornanti che si adattano alle curve di livello delle montagne e che qua e là attraversano i torrenti impetuosi d’inverno, quasi prosciugati d’estate, che feriscono la terra per arrivare fino al mare.

No, non è mai stata una terra semplice, la Liguria: una sola piccola pianura, la Piana d’Albenga, e poi colline e alture che scendono fino al mare, coste frastagliate, terra arida, torrenti in piena d’inverno e secchi d’estate… eppure è una terra accogliente da sempre, dai tempi dei paleolitici abitanti delle Grotte di Toirano, dei Balzi Rossi (Ventimiglia) e di Finale Ligure, dai tempi dei Liguri che vivevano sui cucuzzoli a controllo del territorio contro quei Romani che poi addirittura tracciarono una strada consolare (la via Julia Augusta che oggi fino a Ventimiglia si chiama Aurelia) e costruirono città in quelle strette strisce di terra pianeggianti lungo la costa. Poi è arrivata Genova, la Superba, che si è aperta sul mare, col suo porto e le sue navi, mentre lungo la costa e nell’entroterra sorgevano campanili e intorno ad essi villaggi in pietra, con i loro caruggi, gli edifici alti e stretti, il castello qualche volta, mentre lungo i sentieri di mezza costa, sorgevano piccole pievi il cui campanile segnalava il territorio e scandiva le ore nella notte oscura.

fichi d’india e mare. Non è Sicilia, ma Liguria

La Liguria è una terra antica, e creativa allo stesso tempo. Tradizionale, ma aperta al nuovo, riservata, ma in grado di riservare grandi sorprese a chi saprà avere la pazienza di scoprirla, passo dopo passo.

Queste sono le 10 cose da sapere prima di andare in vacanza in Liguria. Cosa? Volevi info pratiche? Ok, te ne do subito una: quando condividerai su instagram le foto della tua vacanza in Liguria usa l’hashtag #emozionidiLiguria e gli altri tag che ho indicato in questo post. E buone vacanze!

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5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

Hai deciso di passare le tue vacanze in Liguria. Sei già pronto a fotografare ogni momento della tua vacanza, il bagno a mare, le escursioni sui Monti Liguri, le cene a base di pesce e di pesto, il whale watching, la passeggiata nei vicoli di Genova o dei tanti borghi che puoi incontrare sul mare e nell’entroterra, e naturalmente non vedi l’ora di caricare le tue foto su instagram.

E qui ti voglio.

hashtag instagram vacanze liguria

Quali hashtag usare per condividere su instagram le foto della Liguria?

Gli hashtag, lo sappiamo bene, sono croce e delizia di ogni instagramer, ovvero di ogni utente di instagram. Sei convinto di aver scattato la foto più bella del mondo, magari ti sei impegnato a ritoccarla usando qualche app di fotoritocco (come snapseed, la mia preferita), poi la carichi e… Pochi pochissimi cuori. Pochissime persone apprezzano la tua foto e il tuo estro. Perché, ti chiedi, perché? E qualcuno ti dirà “perché non hai usato gli hashtag giusti”.

E allora vediamo brevemente, per cominciare, 5 consigli sull’utilizzo degli hashtag:

maraina81 instagram liguria

Una delle mie ultime foto su instagram a tema Liguria

1) gli hashtag descrivono la foto. Quando li scrivi devi inserirli in modo da andare dalla descrizione più stringente a quella sempre più ampia e di portata più generale. Non inserire hashtag che non c’entrano niente: non scrivere per esempio #dog se nella foto c’è un panorama, soltanto perché hai visto che è un hashtag di successo.

2) mentre digiti l’hashtag instagram ti dice quante volte quell’hashtag è già stato usato. Se da un lato questa è garanzia della popolarità della parola chiave in questione, dall’altra, se sei un instagramer con pochi follower, non riuscirai mai ad essere scovato perché ci sarà sempre qualche instagramer più grande di te che l’ha appena usato e ti fa scomparire dalla cronologia dei post più popolari. Concentrati invece su hashtag medio/bassi, dell’ordine delle decine di migliaia. Avrai più speranze che la tua foto appaia in prima linea nella cronologia dei post popolari.

3) Ultimamente instagram propone gli hashtag più popolari per te sulla base di ciò che posti: puoi prendere spunto, ma non limitarti a usare quelli. Sempre instagram ha inserito in una lista nera gli hashtag talmente tanto usati da non portare alcun beneficio. Questi anzi, se usati, sono dannosi, perché l’algoritmo di instagram automaticamente li riconosce e punisce la foto non facendola apparire tra i popolari.

maraina81 on instagram liguria

Una delle mie foto più popolari: sicuramente ho usato hashtag adeguati

4) Sicuramente anche tu ormai usi instagram, facendo la ricerca per luoghi o per hashtag geografici, per guardare i luoghi in cui hai deciso di andare in vacanza. Allo stesso modo se sei in viaggio o in vacanza, usa come hashtag il luogo in cui ti trovi, la regione, la città, l’isola o la montagna, a seconda della tua meta. In questo modo aiuterai altre persone che come te cercano immagini di quel luogo, a farsi un’idea. E se la tua foto piacerà loro, ci scapperà il ❤ .

5) Non è detto che sia necessario sempre inserire hashtag popolari. Si possono inserire anche hashtag con poche menzioni, se questi però hanno una storia dietro, come il lancio di un contest, per esempio, o di una campagna specifica. Proprio di questo ti parlo, nell’ultimo hashtag per la Liguria che ti consiglio di usare.

5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

#lamialiguria

L’hashtag ufficiale dell’ente del Turismo ligure @turismoinliguria è piuttosto popolare e permette di farsi notare proprio dall’ente in questione. Ricordati che se vuoi anche che la tua foto sia ripostata puoi taggare l’ente, il quale valuterà se ripostarti o no. Sul repost delle foto io ho espresso altrove il mio parere. Ma naturalmente è una questione di gusti.

#liguriamoremio

Questo è l’hashtag cui corrisponde @LiguriAmoreMio, profilo lanciato dal carissimo amico e blogger Pietro di Pietrolley, per promuovere la Liguria attraverso le foto degli utenti. Basta che digiti #liguriamoremio per sperare nel repost. La sua gallery, inoltre, è molto variegata, spazia da panorami a borghi da Levante a Ponente.

maraina81 on instagram

una mia foto taggata con #liguriamoremio

#igersliguria (igersimperia, igerssavona, igersgenova e igerslaspezia)

Gli Igers, o instagramers, sono coloro che attivamente creano community intorno a un luogo geografico. Ne esistono per ogni regione italiana e all’interno di essa per ogni provincia o distretto. Così in Liguria abbiamo gli @igersLiguria e, a seguire, gli igers per ogni capoluogo di provincia: @igersimperia, @igersavona, @igersgenova e @igerslaspezia. Non ho mai capito se si pronuncia Igers, Ighers o addirittura Aighers, ma poco importa, sono sul territorio le community più attive, che organizzano anche raduni, gli instameet, ai quali ci si può iscrivere per andare alla scoperta di luoghi poco noti del territorio.

#ig_liguria

Ultimamente questo hashtag sta prendendo piuttosto piede, tanto che sulla mia timeline compare spesso tra gli hashtag più popolari. L’account è @ig_liguria, e anche questo profilo riposta foto degli utenti scegliendo le foto più belle e spaziando tra borghi e ampie vedute panoramiche. D’estate, poi, un focus sul mare è quasi d’obbligo

#emozionidiliguria

#emozionidiliguria instagram

Le primissime foto di #emozionidiliguria: partecipa anche tu!

Questo hashtag è l’ultimo arrivato, e mi aspetto grandi cose da esso. Nato appena due giorni fa dall’idea di Elisa del blog Piccoli grandi viaggiatori (e rispettivo account instagram), e nel quale ha coinvolto il mio profilo, @maraina81, quello di @Pietrolley e quello di Selene, @s.scinic del blog Viaggi che mangi, è legato ad un’ispirazione: la Liguria regala emozioni, dunque, perché non raccontarle con #emozionidiliguria? Chi condivide foto usando quest’hashtag verrà ripostato sulle stories di instagram e sul profilo di @piccoligrandiviaggiatori, e alla fine dell’estate sarà scelta, a nostro insindacabile giudizio, la foto più bella che riceverà via email una sorpresa…

Io fossi in voi parteciperei al contest: farete crescere un hashtag che racchiude in sé un bellissimo concetto, farete sognare noi, soprattutto me che ormai vivo lontana dalla Liguria e, speriamo, vi divertirete.

E buone vacanze in Liguria!

Itinerari di Liguria: da Sestri Levante a Moneglia

Ho scoperto una strada bellissima, anzi, più che bellissima davvero incredibile: collega Riva Trigoso con Moneglia e poi con Deiva Marina. L’ho scoperta pochi giorni fa, dovevo raccontarvela subito.

sestri levante

Prima di parlarvi della strada, però partiamo dall’itinerario. Lasciamo l’autostrada a Sestri Levante, a Ovest, esploriamo la sua splendida Baia del Silenzio, arriviamo a Riva Trigoso, da qui percorriamo questa strada che corre adiacente (ma vedremo come) alla linea di costa, giungiamo a Moneglia, ci rimettiamo in moto fino a Deiva Marina, dalla quale risaliamo per riprendere l’autostrada.

Una scoperta e una meraviglia continua. Partiamo.

Sestri Levante – la Baia del Silenzio

Sestri Levante è una tranquilla località di mare lungo la riviera ligure di Levante, a est di Genova. Viene chiamata “la città dei due mari” perché il suo centro storico si allunga su una penisoletta, che termina poi con un’altura protesa in acqua, che letteralmente separa due baie una dall’altra. L’una è quella che ospita il porticciolo, rivolta a ovest sul Golfo del Tigullio, l’altra, davvero pittoresca, è la Baia del Silenzio.

baia del silenzio

Baia del Silenzio Sestri Levante

La storia del borgo, prima insediamento romano e prima ancora Ligure, risale indietro nel tempo di 2500 anni almeno, ma è nel Medioevo che assume importanza per la sua posizione sul mare, a controllo di ben due baie, che ne fanno una roccaforte importante della Repubblica di Genova.

sestri levante

Palazzo Fascie Rossi, sede del museo archeologico e testimone dellattentato del 4 novembre 1920

Nel centro storico, il Museo Civico Archeologico racconta la storia del borgo dalle origini ai secoli più recenti, in un bellissimo palazzo storico, Palazzo Fascie Rossi, che fu testimone, nel 1920 di un tremendo attentato: durante le celebrazioni del 4 novembre 1920 un anarchico scagliò una bomba sulla folla uccidendo 13 persone. Oggi una targa sul palazzo commemora quel tragico evento.

Percorrendo la via principale del centro storico si sbuca sulla piazza allungata dominata dalla chiesa di Santa Maria di Nazareth. Se ci si infila qui in uno dei vicoletti sulla sinistra… beh, in fondo al vicoletto si rimane di sasso: si scende direttamente in spiaggia! Non una pedana, non una passerella, solo i nostri piedi e la sabbia. Tirate in secca ci sono delle barchette coloratissime, mentre tutta la stretta fascia di spiaggia è chiusa dagli edifici variopinti che affacciano direttamente sul mare. Di fronte, il promontorio che separa Sestri Levante da Riva Trigoso. Benvenuti nella Baia del Silenzio.

La Baia del Silenzio non la si può spiegare a parole (forse è per questo che si chiama così), bisogna vederla! In una giornata di sole, poi, con i colori accesi dalla luce, è uno spettacolo unico di estrema vivacità. Non a caso è considerata uno dei luoghi più belli, e delle spiagge più belle, della Liguria. Dopo esserci stata ho capito perché.

baia del silenzio

Baia del Silenzio, Sestri Levante

Da Riva Trigoso a Moneglia: storia di una strada che fu ferrovia

Poco oltre Sestri Levante c’è il piccolo borgo di pescatori di Riva Trigoso. Esso si inserisce in una piccola baia protetta. Ma da qui inizia un lungo tratto di scogliera piuttosto frastagliato e battuto da mareggiate e tempeste. Sarà che sono passata di qui proprio durante una mareggiata, ma lo scoglio dell’Assêu, in mezzo al mare, schiaffeggiato dai flutti, mi ha fatto pensare di trovarmi in Normandia o in Bretagna, piuttosto che in Liguria.

riva trigoso

Lo scoglio dell’Assêu, lungo la spiaggia di Riva Trigoso

Ho avuto modo di osservarlo a lungo, l’Assêu: sì, perché qui lungo la strada c’è un semaforo che consente il passaggio delle macchine in senso alternato, e che torna verde ogni 10 minuti. Perché una cosa del genere? Semplice, perché da qui in avanti, fino a Moneglia, si percorre la strada un tempo appartenuta alla vecchia ferrovia. Per la maggior parte in galleria, tra l’altro.

Una galleria lunga e stretta, inframmezzata qua e là da qualche interruzione: in macchina percorriamo il tratto di ferrovia, costruito con notevoli problemi e disagi tra il 1872 e il 1874. Quando si costruirono le ferrovie liguri, negli anni ’60-’70 dell’800, prevalse l’idea di costruire una linea il più possibile vicina al mare onde evitare di realizzare troppe gallerie troppo lunghe, cosa che avrebbe comportato notevoli costi. A questo si aggiunse una motivazione turistica: i borghi di mare liguri, all’epoca meta ambita degli esponenti dell’alta società inglese che qui venivano a svernare, con il treno sarebbero stati più facilmente raggiungibili.

galleria riva trigoso-moneglia

Percorrendo la lunga galleria tra Riva Trigoso e Moneglia, sul tracciato dell’ex-ferrovia

La storia, piuttosto travagliata, di questo tratto di ferrovia costiera, è raccontato molto bene sul sito web di Riva Trigoso. Qui ricordo i punti salienti: i lavori, tra il 1872 e il 1874, si protrassero più del dovuto perché mentre si scavavano le gallerie, le forti mareggiate e il conseguente dissesto idrogeologico del promontorio creò fratture alle pareti rocciose e mise in forse l’esecuzione stessa delle opere. Questa linea, necessaria al giovane regno d’Italia per collegare Torino e il Nord Italia con Roma e con il mare, in realtà funzionò fino al 1932. A quell’epoca si optò per un nuovo percorso, lievemente arretrato, che però non avrebbe risentito delle difficili condizioni geologiche della costa. A Moneglia la ferrovia si vede bene: è davvero vicina al vecchio tratto, ma dista quel tanto che basta a non rischiare smottamenti. La prosecuzione di questa linea ferroviaria, oltre Deiva Marina e Framura, nelle Cinque Terre è stata convertita in pista ciclopedonale.

L’impressione, durante l’attraversamento, è incredibile. La galleria è stretta e buia, illuminata da qualche raro faro ogni tanto; talvolta si aprono delle arcate, come vere finestre sul mare, però si passa troppo velocemente per poter apprezzare il panorama là fuori. Ma tanto lo abbiamo apprezzato già a Riva Trigoso. E lo apprezziamo a Moneglia.

Moneglia, un gioiello incastonato nella sua baia

Moneglia

Uno dei carrugi del centro storico di Moneglia

Il nome Moneglia deriva dal latino ad monilia, “ai gioielli”. In effetti un piccolo gioiello lo è: si apre in quella strettissima valle tra due promontori, Punta Moneglia e Punta Rospo, formata da un piccolo fiume, il torrente Bisagno. Storicamente, anche questo abitato, come Sestri Levante, risale ad epoca ligure e poi romana, ma vede il suo apice in età medievale. Per Moneglia, il momento di maggior gloria è la partecipazione alla Battaglia della Meloria al fianco di Genova contro Pisa, nel 1284. Un rilievo di età medievale, sul fianco della chiesa parrocchiale di Santa Croce, racconta quell’episodio. La chiesa. e Moneglia con lei, doveva essere importante, se al suo interno si trovano opere del pittore genovese Luca Cambiaso, attivo negli anni centrali del Cinquecento (alcune sue opere si trovano a Palazzo Rosso a Genova), e dello scultore genovese Anton Maria Maragliano, attivo nella prima metà del Settecento (autore, tra l’altro, dello splendido presepe esposto al Museo del Presepe di Imperia).

Moneglia è un borgo ligure come tanti: caruggi (i vicoli) e case antiche, alcune con portali d’ingresso in ardesia scolpiti che risalgono al XV e al XVI secolo. La cosa particolarissima è che la montagna è immediatamente alle spalle dell’abitato, e sembra che gli edifici vi si appoggino contro, mentre sotto la ex-ferrovia sul mare, alcune delle arcate, aperte, conducono in spiaggia e sono ricovero di barche, altre sono chiuse e ospitano negozietti o localini. Si può risalire lungo Punta Rospo, entrando nei giardini pubblici e risalendo la fortificazione, dalla quale si gode una bella vista sul golfo.

moneglia

Il piccolo golfo di Moneglia visto da Punta Rospo

Da Moneglia si può proseguire, imboccando di nuovo la stretta strada – ex ferrovia che prosegue fino a Deiva Marina. Da qui si risale lungo il fiume fino ad andare a riprendere l’autostrada, oppure la via Aurelia, che qui, dopo aver percorso tutto l’interno dello Spezzino, comincia finalmente ad avvicinarsi al mare.

Albenga, la città immersa nel medioevo

Albenga, chi non c’ha da fare non ci venga” mi diceva sempre mia madre, ogni volta che andavo ad Albenga. Ma io ad Albenga ho avuto da fare parecchio: da adolescente avevo un sacco di amici che vivevano lì, per cui spesso prendevo il treno e trascorrevo il sabato pomeriggio a zonzo per la città. Da grande, ad Albenga ci sono dovuta andare spesso nei primi anni della mia vita lavorativa: da archeologa, infatti, ho avuto modo di scavare nel suo monumento più importante, il Battistero paleocristiano, e in una piazzetta poco distante, piazza delle Erbe.

Riguardando anzi tutti i post di questo blog, mi stupisco di non aver mai scritto prima su Albenga. L’ispirazione mi è venuta solo ultimamente, invece, quando ci sono tornata dopo essere stata a Zuccarello.

Vi parlo dell’Albenga che piace a me, l’Albenga storico-artistica. Per farlo occorre percorrere il centro storico, e soffermarsi nei punti principali.

Albenga, città romana

Il Battistero di Albenga

Innanzitutto un dato storicamente importante: Albenga è una città romana: con il nome di Albingaunum, fu una delle città romane del Ponente Ligure (l’altra, Albintimilium, è l’attuale Ventimiglia). Alcuni monumenti della città romana sono noti: come la Basilica paleocristiana di San Clemente che sorge sulle antiche terme, nell’alveo attuale della foce del fiume Centa; come il teatro romano, di cui si vedono alcuni tratti fuori dal centro storico; e come Pontelungo, un quartiere di Albenga che prende il nome dal ponte romano che varcava il fiume Centa, prima che esso mutasse il suo corso.

Ma Albenga è anche il mare antistante, nel quale negli anni ’50 fu rinvenuto un relitto romano carico di anfore. Il ritrovamento fu eccezionale, segnò l’inizio di quella branca di studi chiamati “archeologia subacquea”, e da esso nacque il Museo Navale Romano di Albenga, ospitato in Palazzo Peloso Cepolla, nel centro storico, nel quale è ricostruita la stiva della nave con le anfore in terracotta impilate le une nelle altre (ne ho parlato qui).

Altre meraviglie del passato romano si possono ammirare nella mostra permanente “Magiche trasparenze” dedicata ai ritrovamenti in vetro decorato da Albenga, allestita a Palazzo Oddo. La città era davvero vitale in età romana: prova ne è la sua continuità di vita per tutto il medioevo.

Albenga città medievale

Occorre fare una considerazione di tipo idrogeologico: la zona di Albenga è soggetta a bradisismo, dunque nel corso dei secoli il livello delle acque di risalita e della falda freatica è salito tantissimo. Così notiamo che i monumenti più antichi della città, il Battistero paleocristiano e la Cattedrale, si trovano parecchio al di sotto del piano di passeggio attuale. Mentre per il Battistero ciò è evidente anche da fuori, per la Cattedrale ce ne accorgiamo entrando e scendendo i gradini che portano al piano d’uso originale.

Il Battistero paleocristiano e la Cattedrale romanica

La cattedrale e le torri di Albenga

Battistero e Cattedrale sono un complesso unitario: i primi Cristiani, nel V secolo d.C. si battezzavano la notte di Pasqua immergendosi nella vasca ottagonale del Battistero e risalendo entravano in Cattedrale, per essere accolti nella comunità dei fedeli. Mentre la Cattedrale di Albenga ha avuto dei rifacimenti nel corso del tempo, e oggi si presenta a noi nella sua versione romanica, con l’interno buio e meditativo che le cattedrali romaniche hanno, il Battistero ha mantenuto i suoi caratteri originari: pianta ottagonale, vasca battesimale centrale anch’essa ottagonale, lunetta principale (opposta all’ingresso) con un bel mosaico dorato con il simbolo cristiano XP. Solo il tetto non è più originale: agli inizi del Novecento un infausto restauro pensò bene di eliminare la cupola, considerata non originaria, e di sostituirla con un tetto normalissimo in legno e tegole. Peccato che nella muratura della volta fossero state impiegate a suo tempo delle anfore tardoromane, con la funzione di alleggerirne il peso, secondo una tecnica di costruzione romana e tardoantica: oggi le anfore sono esposte dentro il Battistero, nella piccola abside a destra di chi entra.

Albenga

Eleganti arcate medievali tamponate in un palazzo del centro storico di Albenga

L’Albenga che non c’è più

Oggi piazzetta delle Erbe è una piccola piazzetta che rimane nascosta tra i palazzi: chi ama avventurarsi in vicoletti stretti la scova senz’altro (è vicinissima alla Cattedrale), ma non può sospettare che essa prende lo spazio un tempo occupato dalla chiesa di San Teodoro. Nota dalle fonti e venuta in luce nel corso di scavi archeologici di emergenza ormai 12 anni fa, questa piccola chiesa è stata sfortunata in almeno tre occasioni: quando, verso il 1500, fu sconsacrata e trasformata in magazzino; quando, poco tempo dopo, fu rasa al suolo; e quando, poco tempo dopo essere stata riportata in luce, è stata nuovamente coperta (e questo va bene) e se ne è nuovamente persa memoria. Neanche un pannello oggi ne indica l’esistenza e a me, che ci ho lasciato parecchio sudore e parecchia fatica, un po’ dispiace.

Albenga, città delle torri

Il mosaico all’interno del Battistero Paleocristiano di Albenga. Credits: ivg.it

Ma alziamo lo sguardo: il centro storico di Albenga è sovrastato da torri alte e rosse di mattoni: medievalissime, parlano di una città che godeva di una certa ricchezza dovuta alla fertilità della piana retrostante: un’eccezione nel territorio ligure.

E ancora, passeggiando per il centro storico, lasciate vagare lo sguardo: osservate i muri degli edifici, individuate qui un’arcata, lì un portale decorato, laggiù un vicolo buio e stretto, qua accanto un palazzo nobiliare di antica tradizione. Perdetevi tra le sue viuzze e mangiate in uno dei suoi ristorantini, come ad esempio l’Osteria n.6 di piazzetta Trincheri: potreste addirittura scoprire che non è vero che i ristoratori liguri sono chiusi e odiano i turisti, ma anzi, che sono i primi a chiacchierare con voi e a bersi con voi un bicchiere di Pigato, il vino prodotto nell’entroterra di Albenga.

Piazzetta Trincheri, Albenga

Zuccarello, il borgo medievale più medievale che c’è!

Si chiama Zuccarello, ed è un piccolo borgo nell’entroterra di Albenga (SV). È uno dei borghi del Ponente Ligure da non perdere. È noto per il suo bel ponte medievale a schiena d’asino e per il borgo, il cui corso centrale è caratterizzato da bassi e ombrosi portici. Sulla montagna, al di sopra, del borgo, il castello da secoli vigila affinché nessuno porti la guerra in questa stretta valle.

Albenga è il grande centro sulla costa. In età medievale ha un certo rilievo, e ne sono testimoni la bella cattedrale romanica, il battistero monumentale paleocristiano accanto, le sue alte torri e i palazzi signorili che qua e là si innalzano nel centro storico. Albenga è il centro che amministra una piccola pianura, l’unica vera pianura del Ponente Ligure, la Piana d’Albenga, fertile e ricca di coltivazioni specifiche di queste parti: la vite per la produzione del vino pigato, l’olivo per l’olio, e poi il carciofo di Albenga e l’asparago violetto, una produzione, questa, che si è guadagnata il Presidio Slow Food.

Ma la terra di Liguria, si sa, è difficile che si lasci distrarre da un po’ di terra pianeggiante. Così ecco che subito alle spalle della città, risalendo il torrente Neva, responsabile dell’esistenza della Piana, del resto, le aspre colline tornano a farsi pressanti e a diventare sempre più rocciose e strette le une alle altre. Cisano sul Neva è l’ultimo vero borgo di pianura. Poco oltre, risalendo fino a che il Neva non è che poco più di un torrentello, incontriamo Zuccarello.

Il ponte medievale di Zuccarello (SV)

I portici di Zuccarello

Per me Zuccarello è il ricordo di una gitarella alle scuole medie quando si studiava il medioevo. Ci sono tornata poi in età adulta altre due volte: una decina di anni fa, e poi recentemente. Sempre, la cosa che rimane impressa è il ponte medievale, che non è poi così ampio, ma impressiona ugualmente. L’altra cosa che caratterizza il borgo è la strada con i portici. Portici bassi sorretti da pilastri e colonne in pietra piuttosto spessi e pesanti. Si scopre, però, che inizialmente i portici erano in legno, e che solo in un secondo tempo furono sostituiti da evidentemente più resistenti colonne in pietra. La pietra, poi, proviene da qui vicino: prima di giungere in paese, infatti, si incontra una grande cava, ed è molto probabile che lo sfruttamento della pietra locale risalga piuttosto indietro nel tempo.

Per raggiungere il castello occorre prendere un sentiero in salita che porta fuori dal paese e si inerpica su per la collina fino ad arrivare in cima, dove lo sguardo spazia anche fino al mare.

Non si può lasciare senza Zuccarello senza aver reso omaggio a lei, Ilaria Del Carretto.

Il monumento funebre a Ilaria del Carretto in Lucca. Credits: informagiovani-italia.com

Forse questo nome non vi è nuovo: Ilaria Del Carretto, infatti, nata a Zuccarello, era figlia dei locali nobili Del Carretto, i quali sapevano muoversi bene sullo scacchiere “internazionale” dell’epoca, tanto che erano in ottimi rapporti con i Duchi di Milano. Ilaria andò in sposa a Paolo Guinigi duca di Lucca e si trasferì in Toscana. Diede al duca due figli, ma dando alla luce la secondogenita morì di parto. Era il 1405. In pochi conoscerebbero forse la sua storia, se Paolo Guinigi non avesse commissionato ad un grande artista del suo tempo, Jacopo della Quercia, il monumento funerario alla giovane moglie defunta: sul suo sarcofago, Ilaria è rappresentata dormiente, composta e vestita, sdraiata, con gli occhi chiusi. Ai suoi piedi, la veglia un cagnolino. Sulla cassa, degli angioletti reggono dei festoni. Una composizione molto sobria e triste, che commuove per la giovinezza della fanciulla e la sua compostezza. Il monumento si trova nella Cattedrale di San Martino a Lucca. A Zuccarello, invece, la giovane Ilaria accoglie chi arriva in paese appena fuori dalla porta: la sua statua diventa per noi quasi una guida che ci accompagna a scoprire questo borgo medievale ligure.

Bussana Vecchia: storia di un borgo ligure dall’abbandono alla rinascita

La provincia di Imperia è come un portagioie: incastonati nel velluto delle sue colline e montagne si trovano tanti piccoli borghi-gioiello. Sono i borghi del Ponente Ligure: piccoli, medievali, stretti nei loro carrugi e alti con i loro campanili. Si abbarbicano tutti alla loro roccia, alta o bassa che sia, sul mare o nell’entroterra. A riassumerli così, sembrerebbero tutti uguali. Invece ognuno ha una sua storia particolare, una sua caratteristica che lo rende unico nel suo genere.

Unica e peculiare è, ad esempio, la storia di Bussana Vecchia, un piccolo borgo nei pressi di Sanremo, non sul mare, appena nell’interno, in collina. Una collina che un giorno si scosse, facendo crollare (quasi) tutto.

Correva l’anno 1887. Il 23 febbraio, per l’esattezza, la terra tremò mentre gli abitanti di Bussana erano riuniti in chiesa nel Mercoledì delle Ceneri (il primo giorno di Quaresima). Durante quella lunga e forte scossa il soffitto della chiesa crollò. Si salvarono i fedeli che erano riusciti a rifugiarsi sotto le cappelle laterali. (Qui sono raccontati quei tragici momenti)

La chiesa di Bussana sventrata dal terremoto del 1887

Il terremoto di Bussana distrusse ogni cosa. Non crollò solo la chiesa: il castello, già in rovina, in cima al borgo, le case limitrofe. Ma tutto il borgo fu pesantemente danneggiato. Gli abitanti dovettero abbandonare le loro abitazioni, fu chiuso l’accesso stradale al paese. Per 60 anni su Bussana cadde il silenzio.

Poi vi fu la rinascita.

Alla fine degli anni ’50 il ceramista torinese Mario Giani, in arte Clizia, visitò il borgo abbandonato ed ebbe l’intuizione di impiantarvi una comunità di artisti. La sua idea ebbe un forte richiamo e per tutti gli anni ’60 si insediò una comunità artistica che innanzitutto restaurò gli edifici diroccati mantenendo lo spirito “medievale” del luogo e utilizzando i materiali dei crolli del terremoto, dunque pietre e laterizi. Fu un periodo di intensa attività.

Con gli anni il nome di Bussana diventa di richiamo per sempre più artisti, ma anche per visitatori che attirati dall’arte scoprono però un borgo dimenticato. Bussana ormai è rinata. Tenete conto, tra l’altro, che quando i primi artisti giunsero per restaurare le case, dovettero fare i conti anche con infrastrutture, quali la rete fognaria, l’acqua corrente, l’illuminazione, che nel vecchio borgo erano assenti. Fu un lavoro non da poco, ma che ha dato grandissimi frutti.

Nel 1980 nasce la Nuova Comunità Internazionale di Artisti (NCIA) che riunisce gli artisti di Bussana e li dota di uno statuto e della creazione di una cooperativa di lavoro. Con gli anni la vocazione artistica di Bussana si è un po’ persa, oggi vi sono ancora botteghe e laboratori, ma l’anima del borgo ha virato verso il turismo. Un po’ snaturata la scelta iniziale, e perso di vista la causa scatenante della ricostruzione, rimane comunque un borgo da scoprire a pochi passi dal mare e dalla patinata Sanremo.

Visitare Bussana Vecchia

Un angolo di Bussana Vecchia

Si parcheggia fuori dal borgo, lungo la stretta strada che sale da Bussana Nuova. Nel borgo si può camminare solo a piedi, sia perché le strade sono strette, sia perché sono pavimentate in maniera irregolare ed hanno un andamento che asseconda le asperità della roccia sottostante e dell’andamento delle vecchie case del borgo. Si incontrano da subito le prime botteghe artistiche e una piccola piazzetta su cui affaccia il piccolo bar del paese. Qui si ritrovano artisti e turisti, e tutti chiacchierano con tutti come se si conoscessero da sempre: atteggiamento, questo, davvero poco ligure! 😀

Si prosegue in salita, e il consiglio è quello di osservare le case, le pareti, e di curiosare nelle botteghe. Il fulcro del paese è costituito da quella chiesa sventrata, scoperchiata, all’interno della quale filtrano i raggi del sole. Non si può entrare nello spazio della navata, oggi coperto dall’erba, sgomberato dalle macerie, ma dal cancello si possono vedere le nicchie laterali, i cornicioni decorati con angioletti di stucco che sono sopravvissuti ai crolli e ora resistono alle intemperie. Ancora più in alto c’è il castello e sempre, qui intorno, le botteghe artistiche e un negozino dell’usato, perfettamente in linea con lo spirito del villaggio abbandonato.

Bussana va goduta con lentezza. Tutto sa di fermo e sospeso. Se pensiamo che un tranquillo paese in meno di un minuto fu completamente stravolto dalla distruzione, ora lo possiamo contemplare nella pace più assoluta, perché quei momenti convulsi sono passati per sempre. Qualche gatto qua e là attraversa la strada, miagola e si struscia un po’: anche loro abitanti a pieno diritto del borgo.

Fuori da un laboratorio artistico a Bussana Vecchia

Visitare Bussana è un’esperienza artistica e “slow”. Perché sia ancora più coinvolgente vi consiglio di visitarla in un pomeriggio d’autunno, quando le foglie dell’edera che tutto avviluppa si fanno rosse e con gli ultimi raggi di sole che colpiscono il campanile della chiesa. Allora sì che la vostra esperienza sarà completa.

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 3) Diano Marina

Diano Marina è la vera cittadina del Golfo Dianese. Per chi ne arriva da San Bartolomeo al mare, superata la foce del torrente San Pietro, si ritrova su una vera esplanade, così come ho visto in Australia le grandi passeggiate a mare con giardinetti e aiuole. Da un lato della via Aurelia, dunque, direttamente il mare, dall’altra le case e la chiesa di Sant’Antonio Abate.

Diano Marina è vissuta tutto l’anno dai suoi abitanti. Non è un dato scontato: a Diano Marina c’è sempre vita, sia d’estate che d’inverno, i negozi e i ristoranti sono sempre aperti, non conoscono stagionalità. Forse di tutto è questa la cosa che mi piace di più di Diano.

Davvero piacevole passeggiare, in ogni stagione, nel suo centro: via Nizza e via Genova, vie pedonali e ricche di negozi e locali, hanno sempre un’atmosfera rilassata e leggera; viene voglia di guardare le vetrine, di fermarsi per un caffè o un aperitivo in qualunque circostanza. Il vero cuore di Diano Marina in effetti si trova tutto qui: la chiesa di Sant’Antonio Abate, via Nizza subito alle spalle, la piazza del Comune, poco più in su, e l’altra strada di negozi e di locali, via Roma.

Il panorama del Golfo Dianese dal Poggio dei Gorleri: in fondo si vede Cervo, San Bartolomeo al mare nel mezzo e Diano Marina in primo piano

Diano Marina non ha un centro storico. Il nucleo più antico della zona in effetti è un altro comune, nell’entroterra, Diano Castello, che dalla sua posizione dominante, in altura, vigila su tutto il Golfo Dianese e sugli altri piccolissimi borghi che costellano le colline coltivate a olivi, retrostanti Diano Marina. L’entroterra di Diano si stende parecchio nell’interno fino a scollinare, a Est, verso Imperia. Da lassù, il Poggio dei Gorleri, si gode della vista su entrambi i golfi, Dianesi e di Imperia. Ma la vista del Golfo Dianese è impagabile.

L’infiorata del Corpus Domini a Diano Marina (credits: instagram @comunedianomarina)

Diano Marina, invece, è una sottile striscia di abitato che solo in anni recenti si è espansa oltre la linea della vecchia ferrovia (ormai in disuso, con buona pace degli abitanti, in favore di una linea realizzata più a monte, ma che ancora va collegata per bene al centro). Tuttavia non mancano tracce di un passato antico: la piccolissima chiesa dei SS. Nazario e Celso, confinata tra il torrente San Pietro e la ferrovia, risale all’età paleocristiana, poi ampliata nel medioevo. Accanto ad essa si trovava un cimitero, che è stato indagato archeologicamente per anni (ci lavoravo anch’io, ormai 10 anni fa).

La chiesa di Sant’Antonio Abate, invece, risale al Seicento, ed è la chiesa madre, amata dai dianesi. Per la festa di Sant’Antonio, ma anche e soprattutto per la Madonna del Carmine, Diano festeggia con i fuochi d’artificio: un appuntamento che d’estate non può mancare, sennò si urla allo scandalo. L’altra festa molto sentita è quella del Corpus Domini. In quest’occasione i Dianesi danno grande prova di devozione realizzando un bellissimo e colorato tappeto di fiori che si snoda per le vie del centro cittadino dalla chiesa fino al palazzo comunale. L’Infiorata richiama sempre tantissima gente, anche da altri paesi dei dintorni, nonostante si tratti di una manifestazione che si svolge in molti comuni della Liguria (Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori ha fatto uno splendido reportage a tal proposito).

La vista dal Museo Civico archeologico di Diano (credits: instagram @museodiano)

Tornando di nuovo al passato, il Museo Civico Archeologico allestito a Palazzo del Parco (una bella palazzina rossa circondata da giardini dalla cui finestra si vede il mare) racconta la storia più antica del Golfo Dianese, dalla preistoria all’età tardoromana, passando dal relitto romano rinvenuto al largo di Diano alla fine degli anni ’70 che trasportava dolia, grandi contenitori per derrate alimentari che oggi sono esposti parte, con immenso orgoglio, nel Palazzo del Comune di Diano e parte nel nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia.

Il museo Civico di Diano ha anche una bella e curiosa sezione risorgimentale: sì, perché era di Diano Marina uno degli eroi dell’impresa dei Mille, Andrea Rossi. A lui infatti è dedicata questa sezione del museo e a lui (e alla sua famiglia) appartennero tutti i cimeli oggi esposti.

Surfisti sfidano le onde nelle acque di Diano Marina

A Diano ci si va sempre volentieri: il martedì, giorno di mercato, si fanno grandissimi affari. Una passeggiata sul mare, dal porticciolo fino in fondo, in regione Sant’Anna, ci fa respirare quel salmastro che dà energia. In mare in qualunque stagione surfisti e velisti sfidano le onde. Arrivati a Sant’Anna inizia Capo Berta, il lungo tratto di promontorio che separa il Golfo Dianese dal Golfo di Oneglia. Un percorso in auto, lungo la via Aurelia, consente di arrivare velocemente a Imperia. Ma se volete fare una lunghissima passeggiata, o una bella pedalata, potete passare, più in basso, sull’Incompiuta, una strada chiamata così da Imperiesi e Dianesi perché, pur essendo stata realizzata per essere un’alternativa alla via Aurelia, in realtà non è mai stata resa praticabile alle auto. Meglio così, per quanto mi riguarda: ci si gode per lungo tratto la bellezza delle onde che si infrangono sugli scogli, piuttosto impraticabili da parte degli esseri umani, e di una natura semiselvaggia e un po’ rude che popola l’ambiente circostante.

Altre passeggiate, invece, si possono fare nell’immediato entroterra. Un entroterra che negli ultimi 20 anni è stato trasformato e antropizzato anche troppo, ma che preserva ancora qualche piccola isola rurale e felice, come Santa Lucia e Ca’ Pinea, luoghi in cui venivo spesso quand’ero bambina e che per i quali provo un affetto speciale: sono le strade che percorrevo da piccola, che si snodavano tra le fasce coltivate a olivi, sotto i quali raccoglievo anemoni e margheritine: sono i ricordi che si fanno strada e mi indicano la via quando ci torno oggi.

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

Si chiude qui questo tour sentimentale del Golfo Dianese. Spero di avervi trasmesso la bellezza dei miei luoghi attraverso il mio occhio: l’occhio di una persona che non abita più lì, ma che ogni volta che torna sente il cuore che si spalanca e, ogni volta che torna via, sente che se ne stacca un pezzettino. Che resta lì, ad aspettare che torni a raccoglierlo la prossima volta.