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Itinerari di Liguria: da Sestri Levante a Moneglia

Ho scoperto una strada bellissima, anzi, più che bellissima davvero incredibile: collega Riva Trigoso con Moneglia e poi con Deiva Marina. L’ho scoperta pochi giorni fa, dovevo raccontarvela subito.

sestri levante

Prima di parlarvi della strada, però partiamo dall’itinerario. Lasciamo l’autostrada a Sestri Levante, a Ovest, esploriamo la sua splendida Baia del Silenzio, arriviamo a Riva Trigoso, da qui percorriamo questa strada che corre adiacente (ma vedremo come) alla linea di costa, giungiamo a Moneglia, ci rimettiamo in moto fino a Deiva Marina, dalla quale risaliamo per riprendere l’autostrada.

Una scoperta e una meraviglia continua. Partiamo.

Sestri Levante – la Baia del Silenzio

Sestri Levante è una tranquilla località di mare lungo la riviera ligure di Levante, a est di Genova. Viene chiamata “la città dei due mari” perché il suo centro storico si allunga su una penisoletta, che termina poi con un’altura protesa in acqua, che letteralmente separa due baie una dall’altra. L’una è quella che ospita il porticciolo, rivolta a ovest sul Golfo del Tigullio, l’altra, davvero pittoresca, è la Baia del Silenzio.

baia del silenzio

Baia del Silenzio Sestri Levante

La storia del borgo, prima insediamento romano e prima ancora Ligure, risale indietro nel tempo di 2500 anni almeno, ma è nel Medioevo che assume importanza per la sua posizione sul mare, a controllo di ben due baie, che ne fanno una roccaforte importante della Repubblica di Genova.

sestri levante

Palazzo Fascie Rossi, sede del museo archeologico e testimone dellattentato del 4 novembre 1920

Nel centro storico, il Museo Civico Archeologico racconta la storia del borgo dalle origini ai secoli più recenti, in un bellissimo palazzo storico, Palazzo Fascie Rossi, che fu testimone, nel 1920 di un tremendo attentato: durante le celebrazioni del 4 novembre 1920 un anarchico scagliò una bomba sulla folla uccidendo 13 persone. Oggi una targa sul palazzo commemora quel tragico evento.

Percorrendo la via principale del centro storico si sbuca sulla piazza allungata dominata dalla chiesa di Santa Maria di Nazareth. Se ci si infila qui in uno dei vicoletti sulla sinistra… beh, in fondo al vicoletto si rimane di sasso: si scende direttamente in spiaggia! Non una pedana, non una passerella, solo i nostri piedi e la sabbia. Tirate in secca ci sono delle barchette coloratissime, mentre tutta la stretta fascia di spiaggia è chiusa dagli edifici variopinti che affacciano direttamente sul mare. Di fronte, il promontorio che separa Sestri Levante da Riva Trigoso. Benvenuti nella Baia del Silenzio.

La Baia del Silenzio non la si può spiegare a parole (forse è per questo che si chiama così), bisogna vederla! In una giornata di sole, poi, con i colori accesi dalla luce, è uno spettacolo unico di estrema vivacità. Non a caso è considerata uno dei luoghi più belli, e delle spiagge più belle, della Liguria. Dopo esserci stata ho capito perché.

baia del silenzio

Baia del Silenzio, Sestri Levante

Da Riva Trigoso a Moneglia: storia di una strada che fu ferrovia

Poco oltre Sestri Levante c’è il piccolo borgo di pescatori di Riva Trigoso. Esso si inserisce in una piccola baia protetta. Ma da qui inizia un lungo tratto di scogliera piuttosto frastagliato e battuto da mareggiate e tempeste. Sarà che sono passata di qui proprio durante una mareggiata, ma lo scoglio dell’Assêu, in mezzo al mare, schiaffeggiato dai flutti, mi ha fatto pensare di trovarmi in Normandia o in Bretagna, piuttosto che in Liguria.

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Lo scoglio dell’Assêu, lungo la spiaggia di Riva Trigoso

Ho avuto modo di osservarlo a lungo, l’Assêu: sì, perché qui lungo la strada c’è un semaforo che consente il passaggio delle macchine in senso alternato, e che torna verde ogni 10 minuti. Perché una cosa del genere? Semplice, perché da qui in avanti, fino a Moneglia, si percorre la strada un tempo appartenuta alla vecchia ferrovia. Per la maggior parte in galleria, tra l’altro.

Una galleria lunga e stretta, inframmezzata qua e là da qualche interruzione: in macchina percorriamo il tratto di ferrovia, costruito con notevoli problemi e disagi tra il 1872 e il 1874. Quando si costruirono le ferrovie liguri, negli anni ’60-’70 dell’800, prevalse l’idea di costruire una linea il più possibile vicina al mare onde evitare di realizzare troppe gallerie troppo lunghe, cosa che avrebbe comportato notevoli costi. A questo si aggiunse una motivazione turistica: i borghi di mare liguri, all’epoca meta ambita degli esponenti dell’alta società inglese che qui venivano a svernare, con il treno sarebbero stati più facilmente raggiungibili.

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Percorrendo la lunga galleria tra Riva Trigoso e Moneglia, sul tracciato dell’ex-ferrovia

La storia, piuttosto travagliata, di questo tratto di ferrovia costiera, è raccontato molto bene sul sito web di Riva Trigoso. Qui ricordo i punti salienti: i lavori, tra il 1872 e il 1874, si protrassero più del dovuto perché mentre si scavavano le gallerie, le forti mareggiate e il conseguente dissesto idrogeologico del promontorio creò fratture alle pareti rocciose e mise in forse l’esecuzione stessa delle opere. Questa linea, necessaria al giovane regno d’Italia per collegare Torino e il Nord Italia con Roma e con il mare, in realtà funzionò fino al 1932. A quell’epoca si optò per un nuovo percorso, lievemente arretrato, che però non avrebbe risentito delle difficili condizioni geologiche della costa. A Moneglia la ferrovia si vede bene: è davvero vicina al vecchio tratto, ma dista quel tanto che basta a non rischiare smottamenti. La prosecuzione di questa linea ferroviaria, oltre Deiva Marina e Framura, nelle Cinque Terre è stata convertita in pista ciclopedonale.

L’impressione, durante l’attraversamento, è incredibile. La galleria è stretta e buia, illuminata da qualche raro faro ogni tanto; talvolta si aprono delle arcate, come vere finestre sul mare, però si passa troppo velocemente per poter apprezzare il panorama là fuori. Ma tanto lo abbiamo apprezzato già a Riva Trigoso. E lo apprezziamo a Moneglia.

Moneglia, un gioiello incastonato nella sua baia

Moneglia

Uno dei carrugi del centro storico di Moneglia

Il nome Moneglia deriva dal latino ad monilia, “ai gioielli”. In effetti un piccolo gioiello lo è: si apre in quella strettissima valle tra due promontori, Punta Moneglia e Punta Rospo, formata da un piccolo fiume, il torrente Bisagno. Storicamente, anche questo abitato, come Sestri Levante, risale ad epoca ligure e poi romana, ma vede il suo apice in età medievale. Per Moneglia, il momento di maggior gloria è la partecipazione alla Battaglia della Meloria al fianco di Genova contro Pisa, nel 1284. Un rilievo di età medievale, sul fianco della chiesa parrocchiale di Santa Croce, racconta quell’episodio. La chiesa. e Moneglia con lei, doveva essere importante, se al suo interno si trovano opere del pittore genovese Luca Cambiaso, attivo negli anni centrali del Cinquecento (alcune sue opere si trovano a Palazzo Rosso a Genova), e dello scultore genovese Anton Maria Maragliano, attivo nella prima metà del Settecento (autore, tra l’altro, dello splendido presepe esposto al Museo del Presepe di Imperia).

Moneglia è un borgo ligure come tanti: caruggi (i vicoli) e case antiche, alcune con portali d’ingresso in ardesia scolpiti che risalgono al XV e al XVI secolo. La cosa particolarissima è che la montagna è immediatamente alle spalle dell’abitato, e sembra che gli edifici vi si appoggino contro, mentre sotto la ex-ferrovia sul mare, alcune delle arcate, aperte, conducono in spiaggia e sono ricovero di barche, altre sono chiuse e ospitano negozietti o localini. Si può risalire lungo Punta Rospo, entrando nei giardini pubblici e risalendo la fortificazione, dalla quale si gode una bella vista sul golfo.

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Il piccolo golfo di Moneglia visto da Punta Rospo

Da Moneglia si può proseguire, imboccando di nuovo la stretta strada – ex ferrovia che prosegue fino a Deiva Marina. Da qui si risale lungo il fiume fino ad andare a riprendere l’autostrada, oppure la via Aurelia, che qui, dopo aver percorso tutto l’interno dello Spezzino, comincia finalmente ad avvicinarsi al mare.

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Albenga, la città immersa nel medioevo

Albenga, chi non c’ha da fare non ci venga” mi diceva sempre mia madre, ogni volta che andavo ad Albenga. Ma io ad Albenga ho avuto da fare parecchio: da adolescente avevo un sacco di amici che vivevano lì, per cui spesso prendevo il treno e trascorrevo il sabato pomeriggio a zonzo per la città. Da grande, ad Albenga ci sono dovuta andare spesso nei primi anni della mia vita lavorativa: da archeologa, infatti, ho avuto modo di scavare nel suo monumento più importante, il Battistero paleocristiano, e in una piazzetta poco distante, piazza delle Erbe.

Riguardando anzi tutti i post di questo blog, mi stupisco di non aver mai scritto prima su Albenga. L’ispirazione mi è venuta solo ultimamente, invece, quando ci sono tornata dopo essere stata a Zuccarello.

Vi parlo dell’Albenga che piace a me, l’Albenga storico-artistica. Per farlo occorre percorrere il centro storico, e soffermarsi nei punti principali.

Albenga, città romana

Il Battistero di Albenga

Innanzitutto un dato storicamente importante: Albenga è una città romana: con il nome di Albingaunum, fu una delle città romane del Ponente Ligure (l’altra, Albintimilium, è l’attuale Ventimiglia). Alcuni monumenti della città romana sono noti: come la Basilica paleocristiana di San Clemente che sorge sulle antiche terme, nell’alveo attuale della foce del fiume Centa; come il teatro romano, di cui si vedono alcuni tratti fuori dal centro storico; e come Pontelungo, un quartiere di Albenga che prende il nome dal ponte romano che varcava il fiume Centa, prima che esso mutasse il suo corso.

Ma Albenga è anche il mare antistante, nel quale negli anni ’50 fu rinvenuto un relitto romano carico di anfore. Il ritrovamento fu eccezionale, segnò l’inizio di quella branca di studi chiamati “archeologia subacquea”, e da esso nacque il Museo Navale Romano di Albenga, ospitato in Palazzo Peloso Cepolla, nel centro storico, nel quale è ricostruita la stiva della nave con le anfore in terracotta impilate le une nelle altre (ne ho parlato qui).

Altre meraviglie del passato romano si possono ammirare nella mostra permanente “Magiche trasparenze” dedicata ai ritrovamenti in vetro decorato da Albenga, allestita a Palazzo Oddo. La città era davvero vitale in età romana: prova ne è la sua continuità di vita per tutto il medioevo.

Albenga città medievale

Occorre fare una considerazione di tipo idrogeologico: la zona di Albenga è soggetta a bradisismo, dunque nel corso dei secoli il livello delle acque di risalita e della falda freatica è salito tantissimo. Così notiamo che i monumenti più antichi della città, il Battistero paleocristiano e la Cattedrale, si trovano parecchio al di sotto del piano di passeggio attuale. Mentre per il Battistero ciò è evidente anche da fuori, per la Cattedrale ce ne accorgiamo entrando e scendendo i gradini che portano al piano d’uso originale.

Il Battistero paleocristiano e la Cattedrale romanica

La cattedrale e le torri di Albenga

Battistero e Cattedrale sono un complesso unitario: i primi Cristiani, nel V secolo d.C. si battezzavano la notte di Pasqua immergendosi nella vasca ottagonale del Battistero e risalendo entravano in Cattedrale, per essere accolti nella comunità dei fedeli. Mentre la Cattedrale di Albenga ha avuto dei rifacimenti nel corso del tempo, e oggi si presenta a noi nella sua versione romanica, con l’interno buio e meditativo che le cattedrali romaniche hanno, il Battistero ha mantenuto i suoi caratteri originari: pianta ottagonale, vasca battesimale centrale anch’essa ottagonale, lunetta principale (opposta all’ingresso) con un bel mosaico dorato con il simbolo cristiano XP. Solo il tetto non è più originale: agli inizi del Novecento un infausto restauro pensò bene di eliminare la cupola, considerata non originaria, e di sostituirla con un tetto normalissimo in legno e tegole. Peccato che nella muratura della volta fossero state impiegate a suo tempo delle anfore tardoromane, con la funzione di alleggerirne il peso, secondo una tecnica di costruzione romana e tardoantica: oggi le anfore sono esposte dentro il Battistero, nella piccola abside a destra di chi entra.

Albenga

Eleganti arcate medievali tamponate in un palazzo del centro storico di Albenga

L’Albenga che non c’è più

Oggi piazzetta delle Erbe è una piccola piazzetta che rimane nascosta tra i palazzi: chi ama avventurarsi in vicoletti stretti la scova senz’altro (è vicinissima alla Cattedrale), ma non può sospettare che essa prende lo spazio un tempo occupato dalla chiesa di San Teodoro. Nota dalle fonti e venuta in luce nel corso di scavi archeologici di emergenza ormai 12 anni fa, questa piccola chiesa è stata sfortunata in almeno tre occasioni: quando, verso il 1500, fu sconsacrata e trasformata in magazzino; quando, poco tempo dopo, fu rasa al suolo; e quando, poco tempo dopo essere stata riportata in luce, è stata nuovamente coperta (e questo va bene) e se ne è nuovamente persa memoria. Neanche un pannello oggi ne indica l’esistenza e a me, che ci ho lasciato parecchio sudore e parecchia fatica, un po’ dispiace.

Albenga, città delle torri

Il mosaico all’interno del Battistero Paleocristiano di Albenga. Credits: ivg.it

Ma alziamo lo sguardo: il centro storico di Albenga è sovrastato da torri alte e rosse di mattoni: medievalissime, parlano di una città che godeva di una certa ricchezza dovuta alla fertilità della piana retrostante: un’eccezione nel territorio ligure.

E ancora, passeggiando per il centro storico, lasciate vagare lo sguardo: osservate i muri degli edifici, individuate qui un’arcata, lì un portale decorato, laggiù un vicolo buio e stretto, qua accanto un palazzo nobiliare di antica tradizione. Perdetevi tra le sue viuzze e mangiate in uno dei suoi ristorantini, come ad esempio l’Osteria n.6 di piazzetta Trincheri: potreste addirittura scoprire che non è vero che i ristoratori liguri sono chiusi e odiano i turisti, ma anzi, che sono i primi a chiacchierare con voi e a bersi con voi un bicchiere di Pigato, il vino prodotto nell’entroterra di Albenga.

Piazzetta Trincheri, Albenga

Zuccarello, il borgo medievale più medievale che c’è!

Si chiama Zuccarello, ed è un piccolo borgo nell’entroterra di Albenga (SV). È uno dei borghi del Ponente Ligure da non perdere. È noto per il suo bel ponte medievale a schiena d’asino e per il borgo, il cui corso centrale è caratterizzato da bassi e ombrosi portici. Sulla montagna, al di sopra, del borgo, il castello da secoli vigila affinché nessuno porti la guerra in questa stretta valle.

Albenga è il grande centro sulla costa. In età medievale ha un certo rilievo, e ne sono testimoni la bella cattedrale romanica, il battistero monumentale paleocristiano accanto, le sue alte torri e i palazzi signorili che qua e là si innalzano nel centro storico. Albenga è il centro che amministra una piccola pianura, l’unica vera pianura del Ponente Ligure, la Piana d’Albenga, fertile e ricca di coltivazioni specifiche di queste parti: la vite per la produzione del vino pigato, l’olivo per l’olio, e poi il carciofo di Albenga e l’asparago violetto, una produzione, questa, che si è guadagnata il Presidio Slow Food.

Ma la terra di Liguria, si sa, è difficile che si lasci distrarre da un po’ di terra pianeggiante. Così ecco che subito alle spalle della città, risalendo il torrente Neva, responsabile dell’esistenza della Piana, del resto, le aspre colline tornano a farsi pressanti e a diventare sempre più rocciose e strette le une alle altre. Cisano sul Neva è l’ultimo vero borgo di pianura. Poco oltre, risalendo fino a che il Neva non è che poco più di un torrentello, incontriamo Zuccarello.

Il ponte medievale di Zuccarello (SV)

I portici di Zuccarello

Per me Zuccarello è il ricordo di una gitarella alle scuole medie quando si studiava il medioevo. Ci sono tornata poi in età adulta altre due volte: una decina di anni fa, e poi recentemente. Sempre, la cosa che rimane impressa è il ponte medievale, che non è poi così ampio, ma impressiona ugualmente. L’altra cosa che caratterizza il borgo è la strada con i portici. Portici bassi sorretti da pilastri e colonne in pietra piuttosto spessi e pesanti. Si scopre, però, che inizialmente i portici erano in legno, e che solo in un secondo tempo furono sostituiti da evidentemente più resistenti colonne in pietra. La pietra, poi, proviene da qui vicino: prima di giungere in paese, infatti, si incontra una grande cava, ed è molto probabile che lo sfruttamento della pietra locale risalga piuttosto indietro nel tempo.

Per raggiungere il castello occorre prendere un sentiero in salita che porta fuori dal paese e si inerpica su per la collina fino ad arrivare in cima, dove lo sguardo spazia anche fino al mare.

Non si può lasciare senza Zuccarello senza aver reso omaggio a lei, Ilaria Del Carretto.

Il monumento funebre a Ilaria del Carretto in Lucca. Credits: informagiovani-italia.com

Forse questo nome non vi è nuovo: Ilaria Del Carretto, infatti, nata a Zuccarello, era figlia dei locali nobili Del Carretto, i quali sapevano muoversi bene sullo scacchiere “internazionale” dell’epoca, tanto che erano in ottimi rapporti con i Duchi di Milano. Ilaria andò in sposa a Paolo Guinigi duca di Lucca e si trasferì in Toscana. Diede al duca due figli, ma dando alla luce la secondogenita morì di parto. Era il 1405. In pochi conoscerebbero forse la sua storia, se Paolo Guinigi non avesse commissionato ad un grande artista del suo tempo, Jacopo della Quercia, il monumento funerario alla giovane moglie defunta: sul suo sarcofago, Ilaria è rappresentata dormiente, composta e vestita, sdraiata, con gli occhi chiusi. Ai suoi piedi, la veglia un cagnolino. Sulla cassa, degli angioletti reggono dei festoni. Una composizione molto sobria e triste, che commuove per la giovinezza della fanciulla e la sua compostezza. Il monumento si trova nella Cattedrale di San Martino a Lucca. A Zuccarello, invece, la giovane Ilaria accoglie chi arriva in paese appena fuori dalla porta: la sua statua diventa per noi quasi una guida che ci accompagna a scoprire questo borgo medievale ligure.

Bussana Vecchia: storia di un borgo ligure dall’abbandono alla rinascita

La provincia di Imperia è come un portagioie: incastonati nel velluto delle sue colline e montagne si trovano tanti piccoli borghi-gioiello. Sono i borghi del Ponente Ligure: piccoli, medievali, stretti nei loro carrugi e alti con i loro campanili. Si abbarbicano tutti alla loro roccia, alta o bassa che sia, sul mare o nell’entroterra. A riassumerli così, sembrerebbero tutti uguali. Invece ognuno ha una sua storia particolare, una sua caratteristica che lo rende unico nel suo genere.

Unica e peculiare è, ad esempio, la storia di Bussana Vecchia, un piccolo borgo nei pressi di Sanremo, non sul mare, appena nell’interno, in collina. Una collina che un giorno si scosse, facendo crollare (quasi) tutto.

Correva l’anno 1887. Il 23 febbraio, per l’esattezza, la terra tremò mentre gli abitanti di Bussana erano riuniti in chiesa nel Mercoledì delle Ceneri (il primo giorno di Quaresima). Durante quella lunga e forte scossa il soffitto della chiesa crollò. Si salvarono i fedeli che erano riusciti a rifugiarsi sotto le cappelle laterali. (Qui sono raccontati quei tragici momenti)

La chiesa di Bussana sventrata dal terremoto del 1887

Il terremoto di Bussana distrusse ogni cosa. Non crollò solo la chiesa: il castello, già in rovina, in cima al borgo, le case limitrofe. Ma tutto il borgo fu pesantemente danneggiato. Gli abitanti dovettero abbandonare le loro abitazioni, fu chiuso l’accesso stradale al paese. Per 60 anni su Bussana cadde il silenzio.

Poi vi fu la rinascita.

Alla fine degli anni ’50 il ceramista torinese Mario Giani, in arte Clizia, visitò il borgo abbandonato ed ebbe l’intuizione di impiantarvi una comunità di artisti. La sua idea ebbe un forte richiamo e per tutti gli anni ’60 si insediò una comunità artistica che innanzitutto restaurò gli edifici diroccati mantenendo lo spirito “medievale” del luogo e utilizzando i materiali dei crolli del terremoto, dunque pietre e laterizi. Fu un periodo di intensa attività.

Con gli anni il nome di Bussana diventa di richiamo per sempre più artisti, ma anche per visitatori che attirati dall’arte scoprono però un borgo dimenticato. Bussana ormai è rinata. Tenete conto, tra l’altro, che quando i primi artisti giunsero per restaurare le case, dovettero fare i conti anche con infrastrutture, quali la rete fognaria, l’acqua corrente, l’illuminazione, che nel vecchio borgo erano assenti. Fu un lavoro non da poco, ma che ha dato grandissimi frutti.

Nel 1980 nasce la Nuova Comunità Internazionale di Artisti (NCIA) che riunisce gli artisti di Bussana e li dota di uno statuto e della creazione di una cooperativa di lavoro. Con gli anni la vocazione artistica di Bussana si è un po’ persa, oggi vi sono ancora botteghe e laboratori, ma l’anima del borgo ha virato verso il turismo. Un po’ snaturata la scelta iniziale, e perso di vista la causa scatenante della ricostruzione, rimane comunque un borgo da scoprire a pochi passi dal mare e dalla patinata Sanremo.

Visitare Bussana Vecchia

Un angolo di Bussana Vecchia

Si parcheggia fuori dal borgo, lungo la stretta strada che sale da Bussana Nuova. Nel borgo si può camminare solo a piedi, sia perché le strade sono strette, sia perché sono pavimentate in maniera irregolare ed hanno un andamento che asseconda le asperità della roccia sottostante e dell’andamento delle vecchie case del borgo. Si incontrano da subito le prime botteghe artistiche e una piccola piazzetta su cui affaccia il piccolo bar del paese. Qui si ritrovano artisti e turisti, e tutti chiacchierano con tutti come se si conoscessero da sempre: atteggiamento, questo, davvero poco ligure! 😀

Si prosegue in salita, e il consiglio è quello di osservare le case, le pareti, e di curiosare nelle botteghe. Il fulcro del paese è costituito da quella chiesa sventrata, scoperchiata, all’interno della quale filtrano i raggi del sole. Non si può entrare nello spazio della navata, oggi coperto dall’erba, sgomberato dalle macerie, ma dal cancello si possono vedere le nicchie laterali, i cornicioni decorati con angioletti di stucco che sono sopravvissuti ai crolli e ora resistono alle intemperie. Ancora più in alto c’è il castello e sempre, qui intorno, le botteghe artistiche e un negozino dell’usato, perfettamente in linea con lo spirito del villaggio abbandonato.

Bussana va goduta con lentezza. Tutto sa di fermo e sospeso. Se pensiamo che un tranquillo paese in meno di un minuto fu completamente stravolto dalla distruzione, ora lo possiamo contemplare nella pace più assoluta, perché quei momenti convulsi sono passati per sempre. Qualche gatto qua e là attraversa la strada, miagola e si struscia un po’: anche loro abitanti a pieno diritto del borgo.

Fuori da un laboratorio artistico a Bussana Vecchia

Visitare Bussana è un’esperienza artistica e “slow”. Perché sia ancora più coinvolgente vi consiglio di visitarla in un pomeriggio d’autunno, quando le foglie dell’edera che tutto avviluppa si fanno rosse e con gli ultimi raggi di sole che colpiscono il campanile della chiesa. Allora sì che la vostra esperienza sarà completa.

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 3) Diano Marina

Diano Marina è la vera cittadina del Golfo Dianese. Per chi ne arriva da San Bartolomeo al mare, superata la foce del torrente San Pietro, si ritrova su una vera esplanade, così come ho visto in Australia le grandi passeggiate a mare con giardinetti e aiuole. Da un lato della via Aurelia, dunque, direttamente il mare, dall’altra le case e la chiesa di Sant’Antonio Abate.

Diano Marina è vissuta tutto l’anno dai suoi abitanti. Non è un dato scontato: a Diano Marina c’è sempre vita, sia d’estate che d’inverno, i negozi e i ristoranti sono sempre aperti, non conoscono stagionalità. Forse di tutto è questa la cosa che mi piace di più di Diano.

Davvero piacevole passeggiare, in ogni stagione, nel suo centro: via Nizza e via Genova, vie pedonali e ricche di negozi e locali, hanno sempre un’atmosfera rilassata e leggera; viene voglia di guardare le vetrine, di fermarsi per un caffè o un aperitivo in qualunque circostanza. Il vero cuore di Diano Marina in effetti si trova tutto qui: la chiesa di Sant’Antonio Abate, via Nizza subito alle spalle, la piazza del Comune, poco più in su, e l’altra strada di negozi e di locali, via Roma.

Il panorama del Golfo Dianese dal Poggio dei Gorleri: in fondo si vede Cervo, San Bartolomeo al mare nel mezzo e Diano Marina in primo piano

Diano Marina non ha un centro storico. Il nucleo più antico della zona in effetti è un altro comune, nell’entroterra, Diano Castello, che dalla sua posizione dominante, in altura, vigila su tutto il Golfo Dianese e sugli altri piccolissimi borghi che costellano le colline coltivate a olivi, retrostanti Diano Marina. L’entroterra di Diano si stende parecchio nell’interno fino a scollinare, a Est, verso Imperia. Da lassù, il Poggio dei Gorleri, si gode della vista su entrambi i golfi, Dianesi e di Imperia. Ma la vista del Golfo Dianese è impagabile.

L’infiorata del Corpus Domini a Diano Marina (credits: instagram @comunedianomarina)

Diano Marina, invece, è una sottile striscia di abitato che solo in anni recenti si è espansa oltre la linea della vecchia ferrovia (ormai in disuso, con buona pace degli abitanti, in favore di una linea realizzata più a monte, ma che ancora va collegata per bene al centro). Tuttavia non mancano tracce di un passato antico: la piccolissima chiesa dei SS. Nazario e Celso, confinata tra il torrente San Pietro e la ferrovia, risale all’età paleocristiana, poi ampliata nel medioevo. Accanto ad essa si trovava un cimitero, che è stato indagato archeologicamente per anni (ci lavoravo anch’io, ormai 10 anni fa).

La chiesa di Sant’Antonio Abate, invece, risale al Seicento, ed è la chiesa madre, amata dai dianesi. Per la festa di Sant’Antonio, ma anche e soprattutto per la Madonna del Carmine, Diano festeggia con i fuochi d’artificio: un appuntamento che d’estate non può mancare, sennò si urla allo scandalo. L’altra festa molto sentita è quella del Corpus Domini. In quest’occasione i Dianesi danno grande prova di devozione realizzando un bellissimo e colorato tappeto di fiori che si snoda per le vie del centro cittadino dalla chiesa fino al palazzo comunale. L’Infiorata richiama sempre tantissima gente, anche da altri paesi dei dintorni, nonostante si tratti di una manifestazione che si svolge in molti comuni della Liguria (Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori ha fatto uno splendido reportage a tal proposito).

La vista dal Museo Civico archeologico di Diano (credits: instagram @museodiano)

Tornando di nuovo al passato, il Museo Civico Archeologico allestito a Palazzo del Parco (una bella palazzina rossa circondata da giardini dalla cui finestra si vede il mare) racconta la storia più antica del Golfo Dianese, dalla preistoria all’età tardoromana, passando dal relitto romano rinvenuto al largo di Diano alla fine degli anni ’70 che trasportava dolia, grandi contenitori per derrate alimentari che oggi sono esposti parte, con immenso orgoglio, nel Palazzo del Comune di Diano e parte nel nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia.

Il museo Civico di Diano ha anche una bella e curiosa sezione risorgimentale: sì, perché era di Diano Marina uno degli eroi dell’impresa dei Mille, Andrea Rossi. A lui infatti è dedicata questa sezione del museo e a lui (e alla sua famiglia) appartennero tutti i cimeli oggi esposti.

Surfisti sfidano le onde nelle acque di Diano Marina

A Diano ci si va sempre volentieri: il martedì, giorno di mercato, si fanno grandissimi affari. Una passeggiata sul mare, dal porticciolo fino in fondo, in regione Sant’Anna, ci fa respirare quel salmastro che dà energia. In mare in qualunque stagione surfisti e velisti sfidano le onde. Arrivati a Sant’Anna inizia Capo Berta, il lungo tratto di promontorio che separa il Golfo Dianese dal Golfo di Oneglia. Un percorso in auto, lungo la via Aurelia, consente di arrivare velocemente a Imperia. Ma se volete fare una lunghissima passeggiata, o una bella pedalata, potete passare, più in basso, sull’Incompiuta, una strada chiamata così da Imperiesi e Dianesi perché, pur essendo stata realizzata per essere un’alternativa alla via Aurelia, in realtà non è mai stata resa praticabile alle auto. Meglio così, per quanto mi riguarda: ci si gode per lungo tratto la bellezza delle onde che si infrangono sugli scogli, piuttosto impraticabili da parte degli esseri umani, e di una natura semiselvaggia e un po’ rude che popola l’ambiente circostante.

Altre passeggiate, invece, si possono fare nell’immediato entroterra. Un entroterra che negli ultimi 20 anni è stato trasformato e antropizzato anche troppo, ma che preserva ancora qualche piccola isola rurale e felice, come Santa Lucia e Ca’ Pinea, luoghi in cui venivo spesso quand’ero bambina e che per i quali provo un affetto speciale: sono le strade che percorrevo da piccola, che si snodavano tra le fasce coltivate a olivi, sotto i quali raccoglievo anemoni e margheritine: sono i ricordi che si fanno strada e mi indicano la via quando ci torno oggi.

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

Si chiude qui questo tour sentimentale del Golfo Dianese. Spero di avervi trasmesso la bellezza dei miei luoghi attraverso il mio occhio: l’occhio di una persona che non abita più lì, ma che ogni volta che torna sente il cuore che si spalanca e, ogni volta che torna via, sente che se ne stacca un pezzettino. Che resta lì, ad aspettare che torni a raccoglierlo la prossima volta.

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 2) San Bartolomeo al Mare

A ovest di Cervo, superato il torrente Steria, inizia San Bartolomeo al Mare.

Per chi non lo conosce, San Bartolomeo si presenta come un paese sorto da un lato e dall’altro della via Aurelia. In realtà c’è qualcosa di più e di meglio di questa schiera di palazzine anni ’60-’70-’80 francamente un po bruttine che si affacciano sulla strada e che tutti quanti vedete quando passa la MilanoSanremo. Innanzitutto c’è il mare.

il porticciolo di San Bartolomeo al Mare

Più che il mare, sarebbe corretto dire la Passeggiata a mare: una lunghissima passeggiata pedonale, proiettata sul mare, sul suo alternarsi di spiaggia libera e stabilimenti balneari. Inizia a Ovest, alla foce del torrente Steria. Qui si incontra subito il porticciolo, di recente realizzazione, poi abbiamo un’ampia spiaggia libera sulla quale affaccia, ad un certo punto, il piazzale della Torre di Santa Maria, una torretta costruita nel corso del ‘500 in funzione antisaracena: lungo la costa del Ponente non è raro incontrarne.

La passeggiata a mare di San Bartolomeo è uno dei miei luoghi preferiti. Ci passeggio spesso, quando torno qui, soprattutto in inverno; in effetti amo particolarmente il mare d’inverno: sarà che mi piace vedere gli stabilimenti balneari smantellati, i cumuli di sabbia tirati su e bambini e cani che ci vanno a giocare. I pini e le palme sono gli alberi che donano ombra a chi passeggia. Ristoro invece lo forniscono i bar e qualche ristorantino. L’offerta non è tantissima per la verità, e d’inverno spesso chiude, seguendo la stagione turistica. Un peccato, a mio parere.

D’inverno i gabbiani sono i padroni della spiaggia di San Bartolomeo al Mare

A monte dell’Aurelia, invece, si avvia la salita che conduce al Santuario della Madonna della Rovere, altro mio personale luogo del cuore: una chiesa del ‘300, risistemata in età barocca, ma che sorge su un luogo di culto in realtà molto più antico, addirittura preromano. I Romani costruirono qui nei pressi una mansio, una sorta di stazione di sosta lungo la via Julia Augusta che andava verso la Francia. Gli scavi di questa mansio, condotti agli inizi degli anni ’80 e ripresi ultimamente, si trovano sotto la Scuola Elementare qui accanto alla Chiesa; nel mezzo, un oliveto.

L’interno della Madonna della Rovere

Alla Rovere è legata la Fiera del 2 febbraio, per la festa della Candelora. Un fierone immenso, che copre mezzo paese, con una tradizionale fiera degli animali e, negli ultimi anni, una sezione di stand gastronomici. Quand’ero piccola un’intera piazza era occupata da un lunapark; negli anni quest’usanza si è persa.

La Chiesa della Rovere, col piccolissimo borgo che le sorge intorno, si trova già in altura. Da qui, cominciano gli oliveti coltivati sulle fasce, i terrazzamenti in pietra a secco che caratterizzano il paesaggio ligure. Dalle fasce alla pineta è un attimo, poi. Se seguiamo il percorso che lambisce la pineta arriviamo in un altro piccolissimo borgo: Poiolo, una frazioncina minuscola all’interno del paese, gravitante intorno alla minuscola chiesa di S.Anna. Da qui si ridiscende a valle, ma per poco: seguiamo un altro campanile, quello della Chiesa di San Bartolomeo.

Cinquecentesca, subito alle sue spalle sorge l’ennesimo piccolo borgo, il nucleo storico di San Bartolomeo: una piazza, un carrugio, ben nascosto, che si diparte dal fondo di essa, poche case e i campi terrazzati. Un vecchio frantoio ad acqua è ciò che rimane della vita di un tempo che fu: un bell’impianto nel quale le olive dei terreni adiacenti venivano trasformate in olio.

San Bartolomeo ha un territorio comunale piuttosto vasto che si sviluppa nell’entroterra. Risalendo il corso del torrente Steria, lasciandosi guidare dalle indicazioni stradali, salirete nelle tantissime frazioni che costellano queste colline: Chiappa, Tovo, Pairola, fin su al Prato dei Coppetti, meta di picnic per i giovani del luogo e dove può capitare persino di trovare le mucche al pascolo!

San Bartolomeo al Mare è molto più di quello che sembra. Io in 36 anni di vita ancora non ho finito di scoprirla.

 

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 1) Cervo

“Su una lastra d’oro inciso scrisse il nome di Diano”

Così il poeta imperiese Angiolo Silvio Novaro concludeva una poesia dedicata a Diano Marina e al Golfo Dianese. Una baia piuttosto ampia che accoglie tre comuni, ognuno con una storia diversa, tutti accomunati, oggi, dall’essere mete del turismo di mare dei mesi estivi.

Chi vive o ha vissuto in questi posti non può non amarli. Per cui mi perdonerete se quello che vi propongo è un tour sentimentale: il sentimento è il mio, di amore per il mio golfo natìo.

La baia è racchiusa da due lunghi tratti di costa scoscesa e paesaggisticamente molto bella: a Est Capo Mele, che segna anche il confine tra la provincia di Imperia e quella di Savona, a Ovest Capo Berta, oltre il quale si apre l’ampia baia che accoglie Imperia.

Tre comuni, dicevo, ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche. Ognuno con un motivo diverso per farsi amare.

Cervo

Bouganville a Cervo

Un borgo medievale incantato. Un luogo sospeso nel tempo, tra cielo e mare. Cervo ha una storia piuttosto antica, ma soprattutto è il più caratteristico tra i borghi del Ponente Ligure vicini al mare, proprio perché è così vicino al mare. Altri paesi in Liguria (e oltreconfine in Francia) sorgono sulle alture immediatamente retrostanti la linea di costa, eppure Cervo è l’unico dal quale, se ti affacci dalla terrazza/piazzetta della chiesa di San Giovanni dei Corallini, hai la sensazione di poterti tuffare nel mare blu.

Il borgo antico di Cervo si abbarbica alla sua altura, la avvolge piano piano in spire, i piccoli vicoli, i carrugi, che risalgono fino in cima. Palazzi antichi, del Trecento, del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento fanno ombra: apprezzabilissima d’estate, quando nei carrugi passa anche quel filo d’aria che dona ristoro dall’afa.

Uno dei carrugi di Cervo

Detta così sembrerebbe un borgo buio. E invece quando meno te l’aspetti si aprono squarci di luce, su un giardino che guarda sul mare, su buganvillee fiorite che ricoprono i muri di una tenda violacea. Da una porta a est si vedono, oltre la strada, tra i fichi d’india e i pini, gli scogli e il mare. E d’estate, nonostante il traffico, si sente la musica dei tuffi e dei bagnanti che si godono il bagno di sole.

fichi d’india e mare. Non è Sicilia, ma Liguria

“O chiese di Liguria,

come navi disposte ad essere varate”

Così scriveva il poeta Vincenzo Cardarelli in una poesia intitolata, appunto, Liguria. L’ho studiata a memoria alle Elementari e questa frase in particolare mi rimase impressa proprio perché nella mia mente si formava l’immagine della chiesa di San Giovanni dei Corallini. È la chiesa più importante di Cervo, la sua facciata barocca, imponente, caratterizza l’aspetto del borgo da lontano, e il suo campanile alto ne fa un punto di riferimento per chi arriva da lontano. Un’immagine che amo, che aspetto per tutto il tempo del mio viaggio verso casa e che mi gonfia il cuore di amore quando mi si para davanti, è proprio il profilo di Cervo che appare da dietro le colline a me che arrivo in autostrada, poco prima di uscire al casello di San Bartolomeo al mare. Allo stesso modo, mi sale un po’ di malinconia quando, partendo via, mi scompare dalla vista mentre mi allontano, prendendo la direzione di Genova.

colline coltivate a olivi circondano Cervo. Il suo profilo, caratterizzato dai campanili, è inconfondibile

Il campanile di Santa Caternina e il Golfo di Diano

Ma un’altra chiesina, poco distante, che ho scoperto da poco, è un incanto: è l’Oratorio di Santa Caterina. Piccola, nella penombra, ma mantiene al suo interno affreschi antichi che la rendono un inaspettato gioiello. Guardandola da fuori, poi, si nota come fosse più grande in origine, mentre poi fu ridimensionata e una delle sue navate fu trasformata in un carrugio: i segni nella muratura parlano chiaro a chi sa leggerli.

L’altro monumento del borgo accoglie chi varca la sua porta a monte: è il castello, che ospita il museo etnografico. Direte voi: che noia. Forse. Ma non si può comprendere il presente se non si ha una pur minima idea del passato, e quell’idea il museo di Cervo la dà, attraverso gli oggetti quotidiani di generazioni che non sono più. In cima, poi, una terrazza panoramica fa godere a 360° della vista su Cervo e dintorni.

Cervo è una città di artisti e di musica, in particolare. Ogni anno ospita rassegne musicali che ben si calano nell’atmosfera medievale e romantica del borgo. Ospita anche una selezione del Premio Strega e nei suoi vicoli tante botteghe artistiche e artigianali attirano l’attenzione e costituiscono un po’ l’anima ancora viva del paese. Intorno al borgo gli olivi, che non ci fanno dimenticare l’origine agricola, con grandi difficoltà, sulle fasce, di questo territorio collinare, stretto tra il mare e i monti subito dietro.

Uno scorcio del borgo marino di Cervo

Il mare. Basta ridiscendere le vie del borgo, attraversare la via Aurelia, che fa da cesura tra il mondo antico e quello moderno, trovare un varco per arrivare sul mare ed ecco: qui un altro piccolo anfratto, un angolino si cela sotto il ponte della ferrovia, un porticciolo d’altri tempi, dove immagineresti di vedere ancora il pescatore sulla porta di casa che dipana le reti al tramonto, con la pipa in bocca e la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Davanti, invece, sul mare, qualche barchettina, e un paio di stabilimenti balneari che ci riportano al presente. Appena più ad est si trova il molo del Porteghetto. Questo segna il confine orientale del Golfo Dianese. Qui vale la pena di tuffarsi; la chiesa dei Corallini (che poi erano i pescatori di corallo) non ci perde di vista, ci tiene sotto il suo sguardo protettore.