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Albenga, la città immersa nel medioevo

Albenga, chi non c’ha da fare non ci venga” mi diceva sempre mia madre, ogni volta che andavo ad Albenga. Ma io ad Albenga ho avuto da fare parecchio: da adolescente avevo un sacco di amici che vivevano lì, per cui spesso prendevo il treno e trascorrevo il sabato pomeriggio a zonzo per la città. Da grande, ad Albenga ci sono dovuta andare spesso nei primi anni della mia vita lavorativa: da archeologa, infatti, ho avuto modo di scavare nel suo monumento più importante, il Battistero paleocristiano, e in una piazzetta poco distante, piazza delle Erbe.

Riguardando anzi tutti i post di questo blog, mi stupisco di non aver mai scritto prima su Albenga. L’ispirazione mi è venuta solo ultimamente, invece, quando ci sono tornata dopo essere stata a Zuccarello.

Vi parlo dell’Albenga che piace a me, l’Albenga storico-artistica. Per farlo occorre percorrere il centro storico, e soffermarsi nei punti principali.

Albenga, città romana

Il Battistero di Albenga

Innanzitutto un dato storicamente importante: Albenga è una città romana: con il nome di Albingaunum, fu una delle città romane del Ponente Ligure (l’altra, Albintimilium, è l’attuale Ventimiglia). Alcuni monumenti della città romana sono noti: come la Basilica paleocristiana di San Clemente che sorge sulle antiche terme, nell’alveo attuale della foce del fiume Centa; come il teatro romano, di cui si vedono alcuni tratti fuori dal centro storico; e come Pontelungo, un quartiere di Albenga che prende il nome dal ponte romano che varcava il fiume Centa, prima che esso mutasse il suo corso.

Ma Albenga è anche il mare antistante, nel quale negli anni ’50 fu rinvenuto un relitto romano carico di anfore. Il ritrovamento fu eccezionale, segnò l’inizio di quella branca di studi chiamati “archeologia subacquea”, e da esso nacque il Museo Navale Romano di Albenga, ospitato in Palazzo Peloso Cepolla, nel centro storico, nel quale è ricostruita la stiva della nave con le anfore in terracotta impilate le une nelle altre (ne ho parlato qui).

Altre meraviglie del passato romano si possono ammirare nella mostra permanente “Magiche trasparenze” dedicata ai ritrovamenti in vetro decorato da Albenga, allestita a Palazzo Oddo. La città era davvero vitale in età romana: prova ne è la sua continuità di vita per tutto il medioevo.

Albenga città medievale

Occorre fare una considerazione di tipo idrogeologico: la zona di Albenga è soggetta a bradisismo, dunque nel corso dei secoli il livello delle acque di risalita e della falda freatica è salito tantissimo. Così notiamo che i monumenti più antichi della città, il Battistero paleocristiano e la Cattedrale, si trovano parecchio al di sotto del piano di passeggio attuale. Mentre per il Battistero ciò è evidente anche da fuori, per la Cattedrale ce ne accorgiamo entrando e scendendo i gradini che portano al piano d’uso originale.

Il Battistero paleocristiano e la Cattedrale romanica

La cattedrale e le torri di Albenga

Battistero e Cattedrale sono un complesso unitario: i primi Cristiani, nel V secolo d.C. si battezzavano la notte di Pasqua immergendosi nella vasca ottagonale del Battistero e risalendo entravano in Cattedrale, per essere accolti nella comunità dei fedeli. Mentre la Cattedrale di Albenga ha avuto dei rifacimenti nel corso del tempo, e oggi si presenta a noi nella sua versione romanica, con l’interno buio e meditativo che le cattedrali romaniche hanno, il Battistero ha mantenuto i suoi caratteri originari: pianta ottagonale, vasca battesimale centrale anch’essa ottagonale, lunetta principale (opposta all’ingresso) con un bel mosaico dorato con il simbolo cristiano XP. Solo il tetto non è più originale: agli inizi del Novecento un infausto restauro pensò bene di eliminare la cupola, considerata non originaria, e di sostituirla con un tetto normalissimo in legno e tegole. Peccato che nella muratura della volta fossero state impiegate a suo tempo delle anfore tardoromane, con la funzione di alleggerirne il peso, secondo una tecnica di costruzione romana e tardoantica: oggi le anfore sono esposte dentro il Battistero, nella piccola abside a destra di chi entra.

Albenga

Eleganti arcate medievali tamponate in un palazzo del centro storico di Albenga

L’Albenga che non c’è più

Oggi piazzetta delle Erbe è una piccola piazzetta che rimane nascosta tra i palazzi: chi ama avventurarsi in vicoletti stretti la scova senz’altro (è vicinissima alla Cattedrale), ma non può sospettare che essa prende lo spazio un tempo occupato dalla chiesa di San Teodoro. Nota dalle fonti e venuta in luce nel corso di scavi archeologici di emergenza ormai 12 anni fa, questa piccola chiesa è stata sfortunata in almeno tre occasioni: quando, verso il 1500, fu sconsacrata e trasformata in magazzino; quando, poco tempo dopo, fu rasa al suolo; e quando, poco tempo dopo essere stata riportata in luce, è stata nuovamente coperta (e questo va bene) e se ne è nuovamente persa memoria. Neanche un pannello oggi ne indica l’esistenza e a me, che ci ho lasciato parecchio sudore e parecchia fatica, un po’ dispiace.

Albenga, città delle torri

Il mosaico all’interno del Battistero Paleocristiano di Albenga. Credits: ivg.it

Ma alziamo lo sguardo: il centro storico di Albenga è sovrastato da torri alte e rosse di mattoni: medievalissime, parlano di una città che godeva di una certa ricchezza dovuta alla fertilità della piana retrostante: un’eccezione nel territorio ligure.

E ancora, passeggiando per il centro storico, lasciate vagare lo sguardo: osservate i muri degli edifici, individuate qui un’arcata, lì un portale decorato, laggiù un vicolo buio e stretto, qua accanto un palazzo nobiliare di antica tradizione. Perdetevi tra le sue viuzze e mangiate in uno dei suoi ristorantini, come ad esempio l’Osteria n.6 di piazzetta Trincheri: potreste addirittura scoprire che non è vero che i ristoratori liguri sono chiusi e odiano i turisti, ma anzi, che sono i primi a chiacchierare con voi e a bersi con voi un bicchiere di Pigato, il vino prodotto nell’entroterra di Albenga.

Piazzetta Trincheri, Albenga

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Zuccarello, il borgo medievale più medievale che c’è!

Si chiama Zuccarello, ed è un piccolo borgo nell’entroterra di Albenga (SV). È uno dei borghi del Ponente Ligure da non perdere. È noto per il suo bel ponte medievale a schiena d’asino e per il borgo, il cui corso centrale è caratterizzato da bassi e ombrosi portici. Sulla montagna, al di sopra, del borgo, il castello da secoli vigila affinché nessuno porti la guerra in questa stretta valle.

Albenga è il grande centro sulla costa. In età medievale ha un certo rilievo, e ne sono testimoni la bella cattedrale romanica, il battistero monumentale paleocristiano accanto, le sue alte torri e i palazzi signorili che qua e là si innalzano nel centro storico. Albenga è il centro che amministra una piccola pianura, l’unica vera pianura del Ponente Ligure, la Piana d’Albenga, fertile e ricca di coltivazioni specifiche di queste parti: la vite per la produzione del vino pigato, l’olivo per l’olio, e poi il carciofo di Albenga e l’asparago violetto, una produzione, questa, che si è guadagnata il Presidio Slow Food.

Ma la terra di Liguria, si sa, è difficile che si lasci distrarre da un po’ di terra pianeggiante. Così ecco che subito alle spalle della città, risalendo il torrente Neva, responsabile dell’esistenza della Piana, del resto, le aspre colline tornano a farsi pressanti e a diventare sempre più rocciose e strette le une alle altre. Cisano sul Neva è l’ultimo vero borgo di pianura. Poco oltre, risalendo fino a che il Neva non è che poco più di un torrentello, incontriamo Zuccarello.

Il ponte medievale di Zuccarello (SV)

I portici di Zuccarello

Per me Zuccarello è il ricordo di una gitarella alle scuole medie quando si studiava il medioevo. Ci sono tornata poi in età adulta altre due volte: una decina di anni fa, e poi recentemente. Sempre, la cosa che rimane impressa è il ponte medievale, che non è poi così ampio, ma impressiona ugualmente. L’altra cosa che caratterizza il borgo è la strada con i portici. Portici bassi sorretti da pilastri e colonne in pietra piuttosto spessi e pesanti. Si scopre, però, che inizialmente i portici erano in legno, e che solo in un secondo tempo furono sostituiti da evidentemente più resistenti colonne in pietra. La pietra, poi, proviene da qui vicino: prima di giungere in paese, infatti, si incontra una grande cava, ed è molto probabile che lo sfruttamento della pietra locale risalga piuttosto indietro nel tempo.

Per raggiungere il castello occorre prendere un sentiero in salita che porta fuori dal paese e si inerpica su per la collina fino ad arrivare in cima, dove lo sguardo spazia anche fino al mare.

Non si può lasciare senza Zuccarello senza aver reso omaggio a lei, Ilaria Del Carretto.

Il monumento funebre a Ilaria del Carretto in Lucca. Credits: informagiovani-italia.com

Forse questo nome non vi è nuovo: Ilaria Del Carretto, infatti, nata a Zuccarello, era figlia dei locali nobili Del Carretto, i quali sapevano muoversi bene sullo scacchiere “internazionale” dell’epoca, tanto che erano in ottimi rapporti con i Duchi di Milano. Ilaria andò in sposa a Paolo Guinigi duca di Lucca e si trasferì in Toscana. Diede al duca due figli, ma dando alla luce la secondogenita morì di parto. Era il 1405. In pochi conoscerebbero forse la sua storia, se Paolo Guinigi non avesse commissionato ad un grande artista del suo tempo, Jacopo della Quercia, il monumento funerario alla giovane moglie defunta: sul suo sarcofago, Ilaria è rappresentata dormiente, composta e vestita, sdraiata, con gli occhi chiusi. Ai suoi piedi, la veglia un cagnolino. Sulla cassa, degli angioletti reggono dei festoni. Una composizione molto sobria e triste, che commuove per la giovinezza della fanciulla e la sua compostezza. Il monumento si trova nella Cattedrale di San Martino a Lucca. A Zuccarello, invece, la giovane Ilaria accoglie chi arriva in paese appena fuori dalla porta: la sua statua diventa per noi quasi una guida che ci accompagna a scoprire questo borgo medievale ligure.

Bussana Vecchia: storia di un borgo ligure dall’abbandono alla rinascita

La provincia di Imperia è come un portagioie: incastonati nel velluto delle sue colline e montagne si trovano tanti piccoli borghi-gioiello. Sono i borghi del Ponente Ligure: piccoli, medievali, stretti nei loro carrugi e alti con i loro campanili. Si abbarbicano tutti alla loro roccia, alta o bassa che sia, sul mare o nell’entroterra. A riassumerli così, sembrerebbero tutti uguali. Invece ognuno ha una sua storia particolare, una sua caratteristica che lo rende unico nel suo genere.

Unica e peculiare è, ad esempio, la storia di Bussana Vecchia, un piccolo borgo nei pressi di Sanremo, non sul mare, appena nell’interno, in collina. Una collina che un giorno si scosse, facendo crollare (quasi) tutto.

Correva l’anno 1887. Il 23 febbraio, per l’esattezza, la terra tremò mentre gli abitanti di Bussana erano riuniti in chiesa nel Mercoledì delle Ceneri (il primo giorno di Quaresima). Durante quella lunga e forte scossa il soffitto della chiesa crollò. Si salvarono i fedeli che erano riusciti a rifugiarsi sotto le cappelle laterali. (Qui sono raccontati quei tragici momenti)

La chiesa di Bussana sventrata dal terremoto del 1887

Il terremoto di Bussana distrusse ogni cosa. Non crollò solo la chiesa: il castello, già in rovina, in cima al borgo, le case limitrofe. Ma tutto il borgo fu pesantemente danneggiato. Gli abitanti dovettero abbandonare le loro abitazioni, fu chiuso l’accesso stradale al paese. Per 60 anni su Bussana cadde il silenzio.

Poi vi fu la rinascita.

Alla fine degli anni ’50 il ceramista torinese Mario Giani, in arte Clizia, visitò il borgo abbandonato ed ebbe l’intuizione di impiantarvi una comunità di artisti. La sua idea ebbe un forte richiamo e per tutti gli anni ’60 si insediò una comunità artistica che innanzitutto restaurò gli edifici diroccati mantenendo lo spirito “medievale” del luogo e utilizzando i materiali dei crolli del terremoto, dunque pietre e laterizi. Fu un periodo di intensa attività.

Con gli anni il nome di Bussana diventa di richiamo per sempre più artisti, ma anche per visitatori che attirati dall’arte scoprono però un borgo dimenticato. Bussana ormai è rinata. Tenete conto, tra l’altro, che quando i primi artisti giunsero per restaurare le case, dovettero fare i conti anche con infrastrutture, quali la rete fognaria, l’acqua corrente, l’illuminazione, che nel vecchio borgo erano assenti. Fu un lavoro non da poco, ma che ha dato grandissimi frutti.

Nel 1980 nasce la Nuova Comunità Internazionale di Artisti (NCIA) che riunisce gli artisti di Bussana e li dota di uno statuto e della creazione di una cooperativa di lavoro. Con gli anni la vocazione artistica di Bussana si è un po’ persa, oggi vi sono ancora botteghe e laboratori, ma l’anima del borgo ha virato verso il turismo. Un po’ snaturata la scelta iniziale, e perso di vista la causa scatenante della ricostruzione, rimane comunque un borgo da scoprire a pochi passi dal mare e dalla patinata Sanremo.

Visitare Bussana Vecchia

Un angolo di Bussana Vecchia

Si parcheggia fuori dal borgo, lungo la stretta strada che sale da Bussana Nuova. Nel borgo si può camminare solo a piedi, sia perché le strade sono strette, sia perché sono pavimentate in maniera irregolare ed hanno un andamento che asseconda le asperità della roccia sottostante e dell’andamento delle vecchie case del borgo. Si incontrano da subito le prime botteghe artistiche e una piccola piazzetta su cui affaccia il piccolo bar del paese. Qui si ritrovano artisti e turisti, e tutti chiacchierano con tutti come se si conoscessero da sempre: atteggiamento, questo, davvero poco ligure! 😀

Si prosegue in salita, e il consiglio è quello di osservare le case, le pareti, e di curiosare nelle botteghe. Il fulcro del paese è costituito da quella chiesa sventrata, scoperchiata, all’interno della quale filtrano i raggi del sole. Non si può entrare nello spazio della navata, oggi coperto dall’erba, sgomberato dalle macerie, ma dal cancello si possono vedere le nicchie laterali, i cornicioni decorati con angioletti di stucco che sono sopravvissuti ai crolli e ora resistono alle intemperie. Ancora più in alto c’è il castello e sempre, qui intorno, le botteghe artistiche e un negozino dell’usato, perfettamente in linea con lo spirito del villaggio abbandonato.

Bussana va goduta con lentezza. Tutto sa di fermo e sospeso. Se pensiamo che un tranquillo paese in meno di un minuto fu completamente stravolto dalla distruzione, ora lo possiamo contemplare nella pace più assoluta, perché quei momenti convulsi sono passati per sempre. Qualche gatto qua e là attraversa la strada, miagola e si struscia un po’: anche loro abitanti a pieno diritto del borgo.

Fuori da un laboratorio artistico a Bussana Vecchia

Visitare Bussana è un’esperienza artistica e “slow”. Perché sia ancora più coinvolgente vi consiglio di visitarla in un pomeriggio d’autunno, quando le foglie dell’edera che tutto avviluppa si fanno rosse e con gli ultimi raggi di sole che colpiscono il campanile della chiesa. Allora sì che la vostra esperienza sarà completa.

Visitare Trieste in un giorno

Il capoluogo del Friuli Venezia Giulia si distende elegantemente al sole sul suo lungomare nel Golfo di Trieste. Si arriva in città dall’alto, dalla collina, e si scende vertiginosamente in auto prima di arrivare sulla piazza della Stazione e da qui sul viale che costeggia il mare. Poi, improvvisamente si apre lei, bellissima: Piazza Unità d’Italia. È il nostro punto di partenza per visitare Trieste in un giorno.

Vi racconto qui il mio itinerario che risale a pochissimi giorni fa: è fresco fresco e ho ben nitidi in testa colori, sapori e sfumature di questa città. Venite con me.

Piazza dell’Unità d’Italia

Michez e Jachez, i duea automi della campana del municipio di Trieste

Per me è una delle più belle piazze d’Italia, davvero! Saranno i suoi tre palazzi elegantissimi, la piazza tanto ampia, l’affaccio sul mare così arioso e luminoso. Non so, fatto sta che l’impatto con Trieste non potrebbe essere diverso. Sulla piazza affacciano i palazzi pubblici più importanti della città. Tra di essi, senz’altro il più scenografico è il Municipio. Si staglia davanti a noi, con la sua torre centrale sulla quale stanno Michez e Jachez, i due automi in bronzo che suonano la campana: realizzati nel 1875, oggi si trovano al Museo del Castello di San Giusto, mentre dal 1972 due copie sono poste sulla torre. Sulla piazza affacciano anche eleganti caffé storici: il Caffé degli Specchi, per esempio, è il luogo ideale dove fermarsi per prendere un caffé nelle infinite versioni proposte, per gustare una cioccolata calda o un té, oppure un semplice espresso al banco: e la meraviglia è che la tazzina sarà accompagnata da un bicchierino di cioccolata calda. Già vi volete trasferire in città, vero?

caffè espresso e cioccolata calda! Per me è amore.

Pranzo al Buffet da Pepi

Noi siamo arrivati a Trieste all’incirca all’ora di pranzo. Pertanto, dopo ess

ere stati conquistati dalla grandezza e dalla spettacolarità di Piazza dell’Unità d’Italia, abbiamo proseguito in direzione della vicina Piazza della Borsa. Qui nei pressi si trova un locale storico, che ha all’incirca la stessa età di Michez e Jachez: è il Buffet da Pepi, fondato nel 1877. Che volete mangiare? Noi ci siamo seduti e fatti consigliare dal titolare il quale, senza esitazione, ci ha portato un piatto di bollito di vari tagli di maiale accompagnato con rafano grattugiato (piuttosto amarognolo e piccante), senape e crauti. Il tutto annaffiato da birra, ovviamente. L’Austria è davvero vicina, non c’è che dire, e a tavola questa vicinanza si sente eccome! Per dessert, infatti, ci facciamo tentare da uno strudel di mele. Come inizio non c’è male.

Deviazione verso il Borgo Teresiano

Ci spingiamo verso il Borgo Teresiano, che altro non è che un canale sul quale affacciano eleganti edifici e che sul fondo è chiuso dalla bella facciata neoclassica della chiesa di Sant’Antonio. Accanto ad essa si trova invece la chiesa russa ortodossa di San Spiridione. Trieste è terra di frontiera, lo respiriamo ad ogni passo.

Palazzi lungo il canale del Borgo Teresiano

La storia più antica: il teatro romano

Torniamo verso il centro città e ci imbattiamo nei resti, ben conservati, del teatro romano.

Il teatro romano di Trieste

È buffo vedere quanto l’andamento curvilineo della cavea (gli spalti) del teatro antico, adagiata su un pendio naturale, abbia condizionato in questo punto l’urbanistica successiva: un brutto palazzo che gli si addossa quasi mantiene l’andamento curvilineo mentre, davanti ad esso, al di là della strada, è l’edificio di epoca fascista delle Assicurazioni che riprende l’andamento curvilineo. Il teatro è ben conservato. Oltre alla cavea si vede bene la parte semicircolare dell’orchestra, mentre dietro rimangono le fondazioni della scena e del fondo dell’edificio. Risaliamo lungo una stretta scala che si trova a lato del teatro e iniziamo la scalata per arrivare in cima al Colle di San Giusto.

Il Colle di San Giusto

Questo è il fulcro dell’antica città romana di Tergeste. Sulla spianata del colle ancora oggi si vedono i resti della Basilica, l’edificio pubblico che più caratterizzava il foro cittadino, la piazza principale della città. Se le poche colonne sono ricostruite, la spianata si regge sulle fondazioni antiche in mattoni e cementizio. L’archeologa che è in me va in brodo di giuggiole. Nei secoli successivi, questo luogo mantenne la sua importanza: dapprima vi fu costruita la basilica paleocristiana dedicata al martire San Giusto, poi in epoca medievale fu realizzato il grande Castello di San Giusto che oggi è visitabile ed ospita il Museo del Castello.

La basilica del foro di Tergeste, Trieste romana

Il Castello di San Giusto

Questa grande fortezza, e il suo percorso di visita (biglietto: 3 euro) si sviluppa in alcuni corpi di fabbrica: la Casa del Capitano, l’Armeria, il Lapidario, che accoglie le iscrizioni medievali e antiche di Trieste, e uno spazio mostre; inoltre si può percorrere la grande piazza d’armi scoperta e il camminamento di ronda su tutto il perimetro delle mura, godendo di una vista a 360° sulla città.

“Trionfo di Firenze”, nella Casa del Capitano al Castello di San GIusto

Della Casa del Capitano colpiscono gli arredi, in legno finemente decorato, e un dipinto al soffitto che rappresenta il Trionfo di Venezia, opera di Andrea Celesti, nel quale Venezia è rappresentata come una ricca signora che domina sull’Africa, simboleggiata da un cammello, sull’Europa, simboleggiata dal toro secondo quanto racconta il mito greco (Europa era una ninfa di cui si invaghì Zeus il quale, per poterla sedurre [diciamo così] si tramuta in toro e la trasporta da Creta fino al nostro continente, che da lei prende il nome), sull’India, simboleggiata da un elefante, con l’approvazione della Terra (Cerere nuda), del Mare (Nettuno) e dei venti (Eolo). Intriso di significati e di riferimenti mitologici, è un dipinto di grande propaganda della Repubblica di Venezia, quando imperava sul Mare Adriatico.

Proseguendo, l’Armeria ospita una ricca rassegna di armi rinascimentali e moderne (fino all’800): tra alabarde, spade, fucili e pistole, se avete pensieri negativi su qualcuno questo è il posto giusto per sfogarvi, almeno con la fantasia! Naturalmente scherzo. O forse no. Dalle finestre si coglie parte del panorama che poi si potrà meglio godere dal camminamento di ronda. In fondo all’Armeria, una cucina col camino è ciò che resta dell’arredo originario.

Panorama sul golfo di Trieste dal Castello di San Giusto

Dalle mura infine si coglie tutta l’ampiezza della città: lo sguardo spazia fino al Castello di Miramare (che non rientra in questo itinerario, ma che va assolutamente visitato se avete più tempo a disposizione).

La Basilica di San Giusto

La Basilica paleocristiana fin dalle mura esterne e dal portale mostra la sua antichità: essa impiega nella muratura, infatti, elementi architettonici e decorativi della Tergeste romana sui cui resti sorge. Il portale addirittura è ricavato da una lastra funeraria romana con i rilievi dei defunti tagliata a metà: questo sì che si chiama reimpiego di materiale antico.

La volta mosaicata dellabside di San Giusto nella Basilica di Trieste

L’interno è eccezionale: la chiesa è a 5 navate; nelle due absidi, laterali si trovano sulla volta altrettante raffigurazioni a mosaico dorato tipiche del periodo paleocristiano bizantino. I temi raffigurati sono quelli ricorrenti: il Cristo benedicente tra i santi, la Madonna, gli Apostoli. Nell’abside dedicata a San Giusto, al di sotto della volta mosaicata si trovano, dipinte, le storie della vita del santo. L’abside centrale, invece, è una realizzazione moderna, che sostituisce quella più antica andata perduta, e che però stona con il resto dell’edificio, se posso esternare il mio parere estetico e culturale. Se vi soffermate a guardare le colonne, scoprirete che sono tutte di reimpiego: hanno altezze diverse, e capitelli spesso diversi gli uni dagli altri: era importante all’epoca poter sfruttare i materiali edilizi che si potevano ritrovare abbandonati, senza bisogno di acquistarli più lontano. I materiali però sono scelti con criterio e cura: e questa è una caratteristica costante del reimpiego dell’antico negli edifici cristiani.

Dalla Basilica di San Giusto, una strada in discesa porta alla base del colle.

L’Arco Riccardo

LArco Riccardo, la porta romana nelle mura di Tergeste

Ultimata la discesa, infilandosi tra le vie strette di questo quartiere che si addossa alle mura romane di Tergeste, si incontra l’Arco Riccardo, una porta di età romana che costituiva l’accesso alla città. Quelli che noi chiamiamo archi, a proposito delle città romane, spesso sono porte aperte nelle mura. La sua realizzazione risale al I secolo d.C. Il suo nome è un mistero: alcune fonti dicono che il Riccardo del nome sia nientemeno che Riccardo Cuor di Leone, il re inglese eroe delle Crociate che qui a Trieste fu prigioniero. Questa però è una leggenda piuttosto fantasiosa. È più facile che Riccardo sia una corruzione della parola Cardo, che in età romana identificava la viabilità in direzione Nord/Sud delle città romana.

In assenza di spiegazioni certe, però, potete preferire la versione che più vi aggrada. 😉

Si noterà allora che tutti gli edifici dei dintorni sfruttano nella parte bassa le murature antiche e adattano il loro andamento a quello delle poderose strutture romane. Ma basta poco, e si torna quasi in vista del mare e della città Asburgica.

Il Molo Audace

Il nostro giro si conclude con il ritorno su Piazza dell’Unità d’Italia e sul Molo Audace, di fronte ad essa. Abbiamo notato, nel corso del nostro itinerario, che si passa, urbanisticamente parlando, dall’antico passato romano, ben evidente nel teatro, nella basilica, nell’Arco Riccardo, ai grandi edifici asburgici del Sette-Ottocento. Manca, oppure è ben nascosta, la città medievale, i cui segni si trovano solo nella Basilica di San Giusto e nel Castello. Salutiamo la bellissima piazza dell’Unità. Ma il nostro itinerario di un giorno non è ancora finito. Manca l’esperienza più intensa. Per farla, occorre muoversi in macchina.

La Risiera di San Sabba

Limpronta del crematorio, il capannone delle esecuzioni che i Nazisti fecero saltare in aria quando abbandonarono Trieste

Si trova nella zona industriale, e in effetti negli anni ’30 del Novecento era un impianto produttivo: una risiera, per l’appunto, un impianto apposta per pulire, scindere e confezionare il riso. Ma nel 1943, dopo l’Armistizio dell’8 settembre essa fu trasformato nell’unico (per fortuna) campo di concentramento italiano in cui furono uccisi i prigionieri. Le stime ufficiali parlano di 2000 persone giustiziate tra il 1943 e il 1945, ma si pensa che possano essere state almeno il doppio. Visitare la Risiera vuol dire fare un salto nella storia più oscura d’Italia. Un ampio stanzone è adibito oggi a museo interattivo: pochi oggetti, molti documenti video del processo che negli anni ’70 fu condotto per capire la reale entità di ciò che avvenne nella risiera. Si possono visitare, nella Risiera, ambienti dai nomi truci: la Sala della Morte, una sorta di anticamera dove i condannati attendevano; la Sala delle 13 Celle, con delle cellette piccolissime che ospitano un letto a castello e neanche il posto per rigirarsi; la Sala delle Croci, per la particolare impalcatura lignea che inizialmente doveva sostenere 3 piani e che nel restauro degli anni ’70 fu reso come un unico ambiente. La Risiera di San Sabba è monumento nazionale dal 1976. Non si conservano gli ambienti incriminati, però: il grande capannone usato come crematorio e come luogo delle esecuzioni (non c’è chiarezza: gas? impiccagione? Mazzate? Naturalmente i superstiti, i soli che potessero testimoniare, non lo sanno) e la ciminiera nella quale i corpi erano direttamente bruciati. I nazisti in fuga fecero saltare in aria i due edifici, per nascondere le prove. Al loro posto, però, rimane un’impronta, indelebile, e una colonna di fumo, solida, in metallo, che indica il fumo del forno crematorio.

Risiera di San Sabba: la sala delle 13 celle

Fa impressione vedere da vicino l’orrore che si compì in questo luogo. Eppure, nonostante possa far male, nonostante possa essere un’esperienza troppo forte, va fatta. La Risiera di San Sabba va visitata (tra l’altro, l’ingresso è gratuito), bisogna diffondere la conoscenza anche di ciò che vorremmo dimenticare. A maggior ragione di ciò che vorremmo dimenticare.

Trieste in questo itinerario di un giorno ci ha dato tanto: ci ha dato la bellezza di una città asburgica affacciata sul mare; ci ha dato l’austerità di una città dall’antico passato che non è stato cancellato, ma che anzi con orgoglio domina il panorama; ci ha dato una lezione di storia e di civiltà che non dimenticheremo facilmente.

In cerca di vini nell’Oltrepo pavese

L’Italia è terra di grandi produzioni di vini: in molte regioni italiane vi sono dei veri distretti vinicoli, colline e colline coltivate a vigne che si spandono a perdita d’occhio.

Chi non ha mai sentito nominare le terre del Chianti in Toscana, le Langhe in Piemonte, le terre del Franciacorta, la zona dei Castelli Romani nel Lazio o dei Castelli di Jesi nelle Marche? E l’Oltrepo pavese? Lo conoscete?

Si tratta di una regione dalla tradizione vinicola piuttosto radicata, che si colloca in provincia di Pavia. Un paesaggio di dolci colline coltivate a vigneti, qua e là un piccolo paesello o una tenuta, strade panoramiche che affacciano su una vista amplissima. Vi sono stata pochi giorni fa, poco tempo dopo la vendemmia, con le foglie delle viti che stanno inesorabilmente diventando gialle e rosse. Le colline sono tutte colorate ora, e il paesaggio è incredibilmente vivace.

Vi racconto 24 ore passate tra Casteggio, Corvino San Quirico e Oliva Gessi: dalla pianura alla collina, alla scoperta dei vini prodotti nell’Oltrepo pavese.

Casteggio

La chiesa di Casteggio, dalla Certosa Cantù

Casteggio è una cittadina di pianura, anche se il suo nucleo medievale si trova su una piccola altura. Ha origini preromane, quand’era un oppidum (centro fortificato) Ligure. Col nome di Clastidium durante la II Guerra Punica giocò un ruolo importante nella guerra tra Romani e Cartaginesi; fu poi integrata nell’Italia romana e nel medioevo passò sotto il controllo del Comune di Pavia. Ebbe un grandissimo sviluppo sotto i Savoia che ne enfatizzarono il ruolo di mercato di pianura lungo la direttrice che dall’Appennino Ligure va verso Milano.

Sulla bella piazza centrale di Casteggio, piazza Cavour, affacciano alcuni eleganti palazzi storici; in altura, invece, è degna di nota la Certosa Cantù, che fu un convento/fattoria che oggi ospita il Civico Museo Archeologico di Casteggio (tutta la storia della zona dalla preistoria al medioevo, comprese le ricerche archeologiche più recenti) e un rinomato ristorante.

Casteggio è anche il nome di un vino DOC: un vino rosso in cui predominano le uve barbera che vengono coltivate in queste terre, rigorosamente nella provincia di Pavia. E già che parliamo di vini, presso le Cantine di Casteggio Terre d’Oltrepo incontriamo le produzioni più importanti: la bonarda, nelle versioni ferma e frizzante, il barbera, appunto, il rosso dell’Oltrepo, il pinot nero per quanto riguarda i rossi; il pinot grigio e il riesling per quanto riguarda i bianchi. Una bella varietà che però, ci dicono da più parti, non è particolarmente valorizzata.

Una cosa che abbiamo capito parlando con alcune persone del posto, che conoscono bene la realtà locale, è che ancora manca nelle terre dell’Oltrepo la volontà, o forse la capacità?, di fare sistema e di autopromuoversi sul mercato nazionale e internazionale. E dire che i tantissimi vigneti che ci circondano e le tante cantine di cui è disseminato il territorio fanno pensare il contrario. Sicuramente al di sotto dell’Appennino i vini dell’Oltrepo pavese sono meno diffusi. Anche per questo eravamo curiosi di scoprirli.

La Cantina di Casteggio Terre d’Oltrepo

Corvino San Quirico

A pochi km da Casteggio una stradina fa abbandonare la pianura e porta in collina. Si entra nel territorio di Corvino San Quirico: la strada sale tra curve che lambiscono vigneti da una parte e dall’altra. In fraz. Mazzolino una grande azienda vinicola, la Tenuta Mazzolino, la fa da padrona. Il panorama spazia sulle alture circostanti, su castelli che si notano in lontananza, su cascine e campanili. Laggiù in fondo, invece, si intravvede l’autostrada. La vendemmia è stata poco tempo fa, e i filari di vite finalmente riposano e si godono l’ultimo sole caldo prima che cadano definitivamente le foglie e sopraggiunga l’inverno. In lontananza qualche trattore sta preparando la terra per nuove semine e nuovi raccolti.

Panorama dell’Oltrepo pavese

Oliva Gessi

Proseguendo la strada si giunge a Oliva Gessi. La sua fondazione risale addirittura ai decenni intorno all’anno 1000. Al borgo è legata la figura di un santo, San Luigi Versiglia, che partì da qui all’inizio del Novecento per andare a fare il missionario in Cina e lì fu martirizzato, nel 1930. Sulla casa natale del santo una lapide ricorda il personaggio, che fu canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1983. Il nucleo abitato in cui sorge questa grande casa, l’unica qui ad essere intonacata di bianco, è quello più antico, dove si trovano i resti di una fortificazione e alcuni grandi edifici in mattoni, ex fienili e ricoveri di animali e di attrezzi. Poco oltre nuovi edifici adibiti ad appartamenti per vacanze: effettivamente se ci si vuole riposare in campagna, lontano dal frastuono della città questo è il posto giusto: solo il gallo canta, incontrastato signore di queste terre.

Vigneti a Oliva Gessi

Anche qui vigneti a perdita d’occhio mentre la strada prosegue verso Montalto Pavese. Anche qui un trattore sta rivoltando zolle di terra e preparando il terreno per l’inverno. Anche qui le viti, che hanno dato tutte loro stesse per la produzione dell’uva, si riposano, finalmente: le foglie cominciano a rosseggiare, poi cadranno definitivamente.

Ci starebbe bene un picnic in mezzo ai filari e un bel bicchiere di vino per brindare a questo territorio che non conoscevo e che spero quanto prima di tornare ad esplorare.

 

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 3) Diano Marina

Diano Marina è la vera cittadina del Golfo Dianese. Per chi ne arriva da San Bartolomeo al mare, superata la foce del torrente San Pietro, si ritrova su una vera esplanade, così come ho visto in Australia le grandi passeggiate a mare con giardinetti e aiuole. Da un lato della via Aurelia, dunque, direttamente il mare, dall’altra le case e la chiesa di Sant’Antonio Abate.

Diano Marina è vissuta tutto l’anno dai suoi abitanti. Non è un dato scontato: a Diano Marina c’è sempre vita, sia d’estate che d’inverno, i negozi e i ristoranti sono sempre aperti, non conoscono stagionalità. Forse di tutto è questa la cosa che mi piace di più di Diano.

Davvero piacevole passeggiare, in ogni stagione, nel suo centro: via Nizza e via Genova, vie pedonali e ricche di negozi e locali, hanno sempre un’atmosfera rilassata e leggera; viene voglia di guardare le vetrine, di fermarsi per un caffè o un aperitivo in qualunque circostanza. Il vero cuore di Diano Marina in effetti si trova tutto qui: la chiesa di Sant’Antonio Abate, via Nizza subito alle spalle, la piazza del Comune, poco più in su, e l’altra strada di negozi e di locali, via Roma.

Il panorama del Golfo Dianese dal Poggio dei Gorleri: in fondo si vede Cervo, San Bartolomeo al mare nel mezzo e Diano Marina in primo piano

Diano Marina non ha un centro storico. Il nucleo più antico della zona in effetti è un altro comune, nell’entroterra, Diano Castello, che dalla sua posizione dominante, in altura, vigila su tutto il Golfo Dianese e sugli altri piccolissimi borghi che costellano le colline coltivate a olivi, retrostanti Diano Marina. L’entroterra di Diano si stende parecchio nell’interno fino a scollinare, a Est, verso Imperia. Da lassù, il Poggio dei Gorleri, si gode della vista su entrambi i golfi, Dianesi e di Imperia. Ma la vista del Golfo Dianese è impagabile.

L’infiorata del Corpus Domini a Diano Marina (credits: instagram @comunedianomarina)

Diano Marina, invece, è una sottile striscia di abitato che solo in anni recenti si è espansa oltre la linea della vecchia ferrovia (ormai in disuso, con buona pace degli abitanti, in favore di una linea realizzata più a monte, ma che ancora va collegata per bene al centro). Tuttavia non mancano tracce di un passato antico: la piccolissima chiesa dei SS. Nazario e Celso, confinata tra il torrente San Pietro e la ferrovia, risale all’età paleocristiana, poi ampliata nel medioevo. Accanto ad essa si trovava un cimitero, che è stato indagato archeologicamente per anni (ci lavoravo anch’io, ormai 10 anni fa).

La chiesa di Sant’Antonio Abate, invece, risale al Seicento, ed è la chiesa madre, amata dai dianesi. Per la festa di Sant’Antonio, ma anche e soprattutto per la Madonna del Carmine, Diano festeggia con i fuochi d’artificio: un appuntamento che d’estate non può mancare, sennò si urla allo scandalo. L’altra festa molto sentita è quella del Corpus Domini. In quest’occasione i Dianesi danno grande prova di devozione realizzando un bellissimo e colorato tappeto di fiori che si snoda per le vie del centro cittadino dalla chiesa fino al palazzo comunale. L’Infiorata richiama sempre tantissima gente, anche da altri paesi dei dintorni, nonostante si tratti di una manifestazione che si svolge in molti comuni della Liguria (Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori ha fatto uno splendido reportage a tal proposito).

La vista dal Museo Civico archeologico di Diano (credits: instagram @museodiano)

Tornando di nuovo al passato, il Museo Civico Archeologico allestito a Palazzo del Parco (una bella palazzina rossa circondata da giardini dalla cui finestra si vede il mare) racconta la storia più antica del Golfo Dianese, dalla preistoria all’età tardoromana, passando dal relitto romano rinvenuto al largo di Diano alla fine degli anni ’70 che trasportava dolia, grandi contenitori per derrate alimentari che oggi sono esposti parte, con immenso orgoglio, nel Palazzo del Comune di Diano e parte nel nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia.

Il museo Civico di Diano ha anche una bella e curiosa sezione risorgimentale: sì, perché era di Diano Marina uno degli eroi dell’impresa dei Mille, Andrea Rossi. A lui infatti è dedicata questa sezione del museo e a lui (e alla sua famiglia) appartennero tutti i cimeli oggi esposti.

Surfisti sfidano le onde nelle acque di Diano Marina

A Diano ci si va sempre volentieri: il martedì, giorno di mercato, si fanno grandissimi affari. Una passeggiata sul mare, dal porticciolo fino in fondo, in regione Sant’Anna, ci fa respirare quel salmastro che dà energia. In mare in qualunque stagione surfisti e velisti sfidano le onde. Arrivati a Sant’Anna inizia Capo Berta, il lungo tratto di promontorio che separa il Golfo Dianese dal Golfo di Oneglia. Un percorso in auto, lungo la via Aurelia, consente di arrivare velocemente a Imperia. Ma se volete fare una lunghissima passeggiata, o una bella pedalata, potete passare, più in basso, sull’Incompiuta, una strada chiamata così da Imperiesi e Dianesi perché, pur essendo stata realizzata per essere un’alternativa alla via Aurelia, in realtà non è mai stata resa praticabile alle auto. Meglio così, per quanto mi riguarda: ci si gode per lungo tratto la bellezza delle onde che si infrangono sugli scogli, piuttosto impraticabili da parte degli esseri umani, e di una natura semiselvaggia e un po’ rude che popola l’ambiente circostante.

Altre passeggiate, invece, si possono fare nell’immediato entroterra. Un entroterra che negli ultimi 20 anni è stato trasformato e antropizzato anche troppo, ma che preserva ancora qualche piccola isola rurale e felice, come Santa Lucia e Ca’ Pinea, luoghi in cui venivo spesso quand’ero bambina e che per i quali provo un affetto speciale: sono le strade che percorrevo da piccola, che si snodavano tra le fasce coltivate a olivi, sotto i quali raccoglievo anemoni e margheritine: sono i ricordi che si fanno strada e mi indicano la via quando ci torno oggi.

Ca’ Pinea, nell’immediato entroterra di Diano

Si chiude qui questo tour sentimentale del Golfo Dianese. Spero di avervi trasmesso la bellezza dei miei luoghi attraverso il mio occhio: l’occhio di una persona che non abita più lì, ma che ogni volta che torna sente il cuore che si spalanca e, ogni volta che torna via, sente che se ne stacca un pezzettino. Che resta lì, ad aspettare che torni a raccoglierlo la prossima volta.

Tour sentimentale del Golfo Dianese – 2) San Bartolomeo al Mare

A ovest di Cervo, superato il torrente Steria, inizia San Bartolomeo al Mare.

Per chi non lo conosce, San Bartolomeo si presenta come un paese sorto da un lato e dall’altro della via Aurelia. In realtà c’è qualcosa di più e di meglio di questa schiera di palazzine anni ’60-’70-’80 francamente un po bruttine che si affacciano sulla strada e che tutti quanti vedete quando passa la MilanoSanremo. Innanzitutto c’è il mare.

il porticciolo di San Bartolomeo al Mare

Più che il mare, sarebbe corretto dire la Passeggiata a mare: una lunghissima passeggiata pedonale, proiettata sul mare, sul suo alternarsi di spiaggia libera e stabilimenti balneari. Inizia a Ovest, alla foce del torrente Steria. Qui si incontra subito il porticciolo, di recente realizzazione, poi abbiamo un’ampia spiaggia libera sulla quale affaccia, ad un certo punto, il piazzale della Torre di Santa Maria, una torretta costruita nel corso del ‘500 in funzione antisaracena: lungo la costa del Ponente non è raro incontrarne.

La passeggiata a mare di San Bartolomeo è uno dei miei luoghi preferiti. Ci passeggio spesso, quando torno qui, soprattutto in inverno; in effetti amo particolarmente il mare d’inverno: sarà che mi piace vedere gli stabilimenti balneari smantellati, i cumuli di sabbia tirati su e bambini e cani che ci vanno a giocare. I pini e le palme sono gli alberi che donano ombra a chi passeggia. Ristoro invece lo forniscono i bar e qualche ristorantino. L’offerta non è tantissima per la verità, e d’inverno spesso chiude, seguendo la stagione turistica. Un peccato, a mio parere.

D’inverno i gabbiani sono i padroni della spiaggia di San Bartolomeo al Mare

A monte dell’Aurelia, invece, si avvia la salita che conduce al Santuario della Madonna della Rovere, altro mio personale luogo del cuore: una chiesa del ‘300, risistemata in età barocca, ma che sorge su un luogo di culto in realtà molto più antico, addirittura preromano. I Romani costruirono qui nei pressi una mansio, una sorta di stazione di sosta lungo la via Julia Augusta che andava verso la Francia. Gli scavi di questa mansio, condotti agli inizi degli anni ’80 e ripresi ultimamente, si trovano sotto la Scuola Elementare qui accanto alla Chiesa; nel mezzo, un oliveto.

L’interno della Madonna della Rovere

Alla Rovere è legata la Fiera del 2 febbraio, per la festa della Candelora. Un fierone immenso, che copre mezzo paese, con una tradizionale fiera degli animali e, negli ultimi anni, una sezione di stand gastronomici. Quand’ero piccola un’intera piazza era occupata da un lunapark; negli anni quest’usanza si è persa.

La Chiesa della Rovere, col piccolissimo borgo che le sorge intorno, si trova già in altura. Da qui, cominciano gli oliveti coltivati sulle fasce, i terrazzamenti in pietra a secco che caratterizzano il paesaggio ligure. Dalle fasce alla pineta è un attimo, poi. Se seguiamo il percorso che lambisce la pineta arriviamo in un altro piccolissimo borgo: Poiolo, una frazioncina minuscola all’interno del paese, gravitante intorno alla minuscola chiesa di S.Anna. Da qui si ridiscende a valle, ma per poco: seguiamo un altro campanile, quello della Chiesa di San Bartolomeo.

Cinquecentesca, subito alle sue spalle sorge l’ennesimo piccolo borgo, il nucleo storico di San Bartolomeo: una piazza, un carrugio, ben nascosto, che si diparte dal fondo di essa, poche case e i campi terrazzati. Un vecchio frantoio ad acqua è ciò che rimane della vita di un tempo che fu: un bell’impianto nel quale le olive dei terreni adiacenti venivano trasformate in olio.

San Bartolomeo ha un territorio comunale piuttosto vasto che si sviluppa nell’entroterra. Risalendo il corso del torrente Steria, lasciandosi guidare dalle indicazioni stradali, salirete nelle tantissime frazioni che costellano queste colline: Chiappa, Tovo, Pairola, fin su al Prato dei Coppetti, meta di picnic per i giovani del luogo e dove può capitare persino di trovare le mucche al pascolo!

San Bartolomeo al Mare è molto più di quello che sembra. Io in 36 anni di vita ancora non ho finito di scoprirla.