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il Museo Bagatti-Valsecchi a Milano

Milano, via Montenapoleone. Il Quadrilatero della Moda, il quartiere più chic di tutta Europa. Non verrebbe in mente a nessuno che tra una vetrina di Haute Couture e una boutique di scarpe inarrivabili per noi povere mortali, si possa trovare un museo. E invece c’è, è qui, in una via laterale, accanto allo showroom di Stefano Ricci. È il museo Bagatti-Valsecchi.

E che ci fa un museo qui?

La Galleria delle Armature è il primissimo impatto con la collezione del Museo Bagatti-Valsecchi

Innanzitutto iniziamo col dire che è una casa-museo. Ovvero è la casa di una famiglia nobile di Milano, i Bagatti-Valsecchi, che è talmente particolare, bella, eccentrica, da meritare di essere mostrata al pubblico. Da qui dunque l’idea di aprire le sue porte alla gente, e l’idea di un museo. Un museo che attraverso se stesso racconta una storia tanto interessante quanto bizzarra: quella di due eccentrici fratelli che nella seconda metà dell’Ottocento volevano arredarsi casa come se fosse un castello cinquecentesco. E ci riuscirono, accidenti. Eccome se ci riuscirono.

L’ingresso, su via Gesù, traversa di via Montenapoleone, immette in un atrio scoperto che già ci catapulta in un’altra dimensione. La Milano da bere è fuori di qui, ben distante. Entriamo e superata la biglietteria si salgono le scale. Veniamo accolti dalla Galleria delle Armature. E qui decisamente facciamo un salto indietro nel tempo di qualche secolo. Armature, corazze, elmi, scudi e spade su un lato e sull’altro del corridoio ci osservano silenti e minacciosi, mentre procediamo verso il Salone. A me personalmente, ricorda la collezione di armature del Museo Stibbert di Firenze, un’altra casa-museo di un altro eccentrico proprietario. Ma scoprirò nel prosieguo della visita che la collezione è molto differente.

La visita alla casa dei Bagatti-Valsecchi inizia con la Stanza della Madonna: se con la Galleria delle Armature abbiamo pensato di trovarci in un luogo sospeso nel tempo, da qui in avanti non abbiamo più dubbi: siamo decisamente nel Cinquecento!

Il leone più brutto che la storia dell’arte ricordi. Milano, Museo Bagati-Valsecchi

Un grande dipinto alla parete, con una Madonna della Misericordia dall’ampio mantello che accoglie i fedeli e i committenti vigila su questa sala. Sotto di essa una bella cassapanca dipinta, il Cassone delle virtù, anch’esso cinquecentesco, fu acquistato dai Bagatti-Valsecchi da un contadino, il quale lo usava come mangiatoia! Dalle stalle alle stelle, come dire. Nella stanza però è un altro affresco, o meglio un dettaglio di esso, che attira la mia attenzione: un leone brutto ma brutto, che più brutto non si può: il pittore che lo dipinse sicuramente non aveva mai visto un leone dal vivo, è evidente!

Parliamo dei due fratelli Bagatti-Valsecchi: Fausto era un donnaiolo, uomo di mondo, affascinante, ricco e scanzonato; riceveva in casa le sue amanti, una per volta, e le faceva accedere o andar via tramite un passaggio segreto che immetteva nella Biblioteca. Chi avrebbe mai pensato che la cultura potesse essere tanto intrigante? Dormiva in una camera da letto il cui letto in legno era intarsiato con tantissime minuscole storie tratte dalla Bibbia. A terra, il pavimento richiama un tappeto nelle rifiniture laterali, mentre sul comodino un teschio ci ricorda il memento mori, un invito dunque a godere del presente, vivendo rettamente.

“Amore, posso far venire le mie amiche per un té?” “Certo, purché non spettegoliate”

Fausto aveva un fratello, Giuseppe, che sposò Carolina Borromeo, anch’essa di nobile famiglia milanese (ve lo ricordate il Cardinale Federigo Borromeo dei Promessi Sposi?). Fu un matrimonio d’amore che diede alla luce alcuni figli (che, indovinate? Giocavano in un girello in legno cinquecentesco e dormivano nella culla cinquecentesca!); Carolina aveva delle amiche e un bel soggiorno a disposizione con un camino valtellinese, la Stube. Chiese dunque al marito Giuseppe se poteva invitare le amiche per un té e il marito certo le diede il permesso. Ma a scanso di equivoci, poiché conosceva molto bene il genere femminile, fece scrivere sopra il caminetto in latino una frase di monito: vietato parlar male e spettegolare degli assenti. Donnine avvisate mezze salvate.

Segue poi la camera da letto della coppia di coniugi, sui toni del rosso, con un bel baldacchino matrimoniale centrale, e la Sala Verde, la camera singola di Giuseppe, anch’essa con letto a baldacchino. Tutte le sale ospitano qualche opera d’arte più o meno di pregio, così tra un Giovanni Bellini e un Gentile Bellini oltre ad avere il mobilio, gli arredi, le suppellettili e persino le decorazioni del soffitto e delle pareti in stile, anche le opere d’arte sono coeve. L’arredamento cinquecentesco voluto e perseguito dai due fratelli Bagatti-Valsecchi è coerente, senza sbavature,  che denota una precisa ricerca filologica degli oggetti. I mappamondi in biblioteca, per esempio, uno della volta celeste, l’altro del mondo conosciuto nel Cinquecento, sono due preziosi documenti di un momento in cui l’America era stata appena scoperta, a malapena delineata e chiamata “Terra Incognita“.

La Sala Verde, camera da letto di Giuseppe Bagatti-Valsecchi

Sono stata al Museo Bagatti-Valsecchi in occasione di un incontro tra blogger organizzato da The Art Post Blog e dedicato alla didattica museale. È stata l’occasione per scoprire un museo che prima, lo dico sinceramente, non avevo mai neanche sentito nominare, e soprattutto per scoprire quanto una piccola realtà come questa sia in grado di mettere in moto con poche risorse ma tantissima passione, un vasto programma di didattica e di comunicazione. Un ottimo esempio che molti musei dovrebbero seguire. Visite guidate, eventi, concerti, visite al buio, attività speciali: il museo vuole entrare in contatto con la gente, non solo con i bambini delle scuole, vuole invitare tutti i Milanesi e non solo. La casa-museo Bagatti-Valsecchi è un pezzettino di storia milanese. Una storia privata di una famiglia che però fu attiva nella Milano di fine Ottocento-inizi Novecento.

Ogni oggetto dell’arredamento racconta una storia, perché dietro all’acquisto e alla sistemazione di ciascuno di essi c’era una precisa volontà dei due fratelli di caratterizzare la casa, di curarla come un orto prezioso. Il dipinto di Giovanni Bellini raffigurante Santa Giustina, antenata dei Borromeo, fu acquistato apposta da Giuseppe per la moglie Carolina Borromeo; le decorazioni alle pareti o sui soffitti non sono semplicemente citazioni dell’antico, ma rielaborazioni che dimostrano la maturità di due intenditori talmente amanti di un periodo storico, da volerci vivere dentro. E mai illusione riuscì meglio.

3 Musei del Mare in Liguria che non potete perdere

La recente inaugurazione del Museo Navale Internazionale di Imperia nella sua nuova sede, in un bellissimo ex-stabilimento industriale alla Marina di Porto Maurizio, mi ha fatto venire in mente una cosa davvero ovvia: la Liguria ha un solidissimo e millenario legame col mare.

Il museo navale di Imperia

Il museo navale di Imperia

L’osservazione è ovvia, ve l’ho detto. Ciò che non è ovvio è invece capire come la Liguria di oggi esprime questo suo rapporto antichissimo, come è consapevole di secoli e millenni di vita sulle coste, di commerci, di pesca, di esplorazioni geografiche e viaggi, di confini e di ignoto, di pericolo e di superstizione, di lavoro e di svago.

Il rapporto col mare è un elemento identitario dei Liguri, da Ponente a Levante. Chiedetelo a un Imperiese (ma anche a un Genovese, ad un Savonese o a uno Spezzino): chiedetegli perché non può stare senza vedere il mare, chiedetegli perché, se vive fuori Liguria, quando torna e lo vede comparire tra le montagne, tra le gallerie lungo la ferrovia o l’autostrada, respira più forte, quasi che fino a quel momento avesse trattenuto il fiato; chiedetegli perché è ancora capace di stupirsi di un’alba o di un tramonto sul mare. Non è semplicemente perché gli piace andare in spiaggia. No. È perché in quel mare ci si identifica, quando ci si tuffa ci si specchia. E specchiandosi vede se stesso.

Vi racconto 3 musei del mare della Liguria. Tre musei che raccontano la storia, la vita e tutto ciò che ruota intorno al mare. Il Mar Ligure ovviamente, ma non solo o non necessariamente. Perché il mare non ha confini stabiliti, e l’uomo di mare ha sempre avuto la voglia di spingersi un po’ più in là, per guardare oltre l’Orizzonte.

  • Museo Navale Internazionale di Imperia

Inizio con l’ultimo nato, nonché quello più a Ponente: il nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia ha visto la luce proprio all’inizio di febbraio 2016. Prima si trovava in un’altra sede, più piccola, ed era più simile ad una wunderkammer marittima che non ad un museo vero e proprio: vetrine troppo piene, raffazzonate e allestimento davvero vecchio. Il museo nuovo ha ancora molto lavoro da fare per diventare davvero un museo come si deve e come il pubblico lo vuole.

i dolia del museo navale di Imperia

i dolia del museo navale di Imperia

Ha sicuramente grandissime potenzialità, come l’esposizione, finalmente, dei dolia (singolare dolium), i grandi contenitori in terracotta della nave romana trovata al largo di Diano Marina, per i quali i Dianesi stravedono (guai a toccarglieli!): ora sono esposti al piano terra, ma manca qualsiasi apparato didattico in grado di spiegarli a chi non li conosce. Speriamo che nel prossimo futuro si risolva la questione, così come possano trovare pace tutti i cimeli della collezione di modellini di nave, divise di ufficiali e marinai (montate su manichini che… per carità!), di libri e di fotografie: speriamo che qualcuno sappia fare una scelta e una cernita dei materiali, sappia decidere che non necessariamente tutto va esposto, ma che si deve fare una selezione. Non serve la quantità per dire “che ricca collezione!”, ma la qualità e la capacità di individuare, nel numero, ciò che davvero vale la pena di mostrare. Sembrerebbe una recensione negativa la mia, invece è solo accorata: perché cose ottime ci sono eccome: come la ricostruzione del Sestriere, mercantile italiano a bordo del quale possiamo parlare con ufficiali e marinai che ci raccontano la storia di questa nave che fu varata nel 1941. E poi la sezione dedicata alla vela, e ancora quella, in via di completamento, dedicata al Santuario dei Cetacei del Mar Ligure: perché il mare è anche semplicemente natura, non solo rapporto con l’uomo. Un museo che deve crescere e formarsi: e sono sicura che, con il supporto delle competenze giuste, potrà diventare davvero un polo culturale importante nel Ponente Ligure.

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

  • Museo Navale Romano di Albenga 

Museo archeologico totalmente votato al mondo sommerso, il Museo Navale Romano di Albenga, nacque a seguito della scoperta e recupero del relitto della nave romana di Albenga, una nave del I secolo d.C. che solcava le acque antistanti l’isola Gallinaria e pensò bene di affondare con tutto il suo carico di anfore che trasportavano vino. La stiva, ricostruita nella sala principale del museo, è la vera attrattiva di questo luogo, ed è la cosa più spettacolare. Il relitto di Albenga fu il primo ad essere indagato archeologicamente. Con la sua scoperta prese il via la disciplina dell’archeologia subacquea. Fu un momento davvero epocale, a metà del Novecento, e il museo navale romano di Albenga, col suo allestimento così sobrio e vecchio, diciamocelo, fotografa precisamente un’epoca in cui il rinvenimento di un intero relitto di età romana era un avvenimento talmente importante, unico e raro, da richiedere un museo appositamente dedicato. L’inventore dell’Archeologia Subacquea, Nino Lamboglia (che nacque a Imperia, non sapeva nuotare, ma si immergeva dentro una camera sottomarina chiamata sorbona, e morì annegato, ironia della sorte) scoprì il relitto, ne curò il recupero, allestì il museo, gettò le basi per questa nuova disciplina. Una disciplina che ancora oggi, tra mille difficoltà dovute alla solita carenza di fondi, restituisce però sempre nuove storie sommerse nel mare.

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Musoe Navale Romano di Albenga

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Museo Navale Romano di Albenga

  • MuMA Galata Museo del Mare di Genova

Un signor museo. Davvero. Dalla A alla Z questo luogo, posto a Genova ai margini del Porto Antico, racconta la storia d’amore tra Genova e il mare. E non solo, ma tra l’uomo e il mare nel corso dei secoli e fino ai giorni nostri. Una storia fatta di oggetti e di persone, di documenti che raccontano storie.

Genova com'era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

Genova com’era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

La prima sezione è storica, parla della storia di Genova come città e Repubblica Marinara, della trasformazione del suo porto che ha seguito le vicissitudini storiche della città, nel suo alternarsi come potenza marittima e come città chiusa su se stessa. Della storia di Genova fa parte Cristoforo Colombo. E vedere il suo autografo su alcuni documenti vergati di suo pugno alle soglie del 1500 è un’emozione senza pari.

La galea ricostruita all'interno del MuMA

La galea ricostruita all’interno del MuMA

Com’era la vita a bordo di una galea genovese? Non lo sapremo mai se non saliremo a bordo di una di esse, ricostruita nel Museo: qui incontreremo alcuni membri dell’equipaggio che ci coinvolgeranno nella vita della marineria. Giunge poi il momento delle carte geografiche, fondamentali strumenti per segnare le rotte e capire dove si naviga, a partire dai primi portolani, le mappe di navigazione più antiche, fino alle vedute di città: alcuni schermi interattivi permettono di confrontare le antiche carte con la cartografia attuale.

Il mare è anche luogo di leggende e mostri. È pericoloso e infido, anche quando è calmo può nascondere insidie: sirene, mostri marini, lo Squalo del film di Spielberg: paure di ieri e di oggi costituiscono la parte irrazionale dell’uomo che naviga. Per la parte razionale, invece, abbiamo gli strumenti per misurare, per triangolare, per orientarsi sul mare. E non deve stupire che molte delle invenzioni più importanti siano state fatte da Italiani: d’altronde siamo un popolo di santi, di poeti e di navigatori…

Possiamo scoprire anche la vita a bordo di un brigantino, ricostruito, e passeggiare in un cantiere navale dove artigiani e barcaioli stanno lavorando alla realizzazione di barche e navi.

E arriviamo a un tema contemporaneo, italiano in tutti i sensi: il museo dell’Emigrazione. Qui un percorso interattivo molto riuscito, attraverso scenari ricostruiti che ci riportano agli inizi del Novecento accompagna noi, nei panni di migranti realmente esistiti, e ci mostra la partenza, la nave, l’arrivo in America. Infine, la visita si conclude con una sezione dedicata alle migrazioni di oggi, che non sono molto diverse da quelle di ieri, se non per il fatto che questa volta siamo noi ad accogliere, e non a dover partire.

Imperia capitale dell’olio: torna Olioliva

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Se si attraversa il territorio della provincia di Imperia, la cosa che salta agli occhi sono le colline terrazzate coltivate a olivi. Oliveti su oliveti, l’economia della regione per molto tempo si è basata sull’olio. Oggi questo prodotto tradizionale è celebrato come vera ricchezza della provincia, tanto che ogni anno si celebra a Oneglia in questo periodo, Olioliva.

oliolivaSi tratta di una manifestazione promossa da PromImperia, azienda speciale della Camera di Commercio Riviere di Liguria, che invade il centro di Oneglia per 3 giorni, da venerdì 11 novembre 2016 a domenica 13, e che attraverso stand tematici ed eventi eccezionali celebra non solo l’olio, ma tutte le preziose peculiarità della regione, agricole, alimentari, naturali. Imperia a 360°, è il caso di dire, nel momento in cui si celebra l’olio nuovo. Nell’entroterra, se fate un giro, in questo momento sotto gli olivi sono ancora sistemate tutte le reti per la raccolta. Anch’io quand’ero piccola, qualche volta ho aiutato a raccogliere le olive. No, non è vero, giocavo lì nel mezzo mentre gli adulti si spaccavano la schiena, ma avevo l’impressione di essere utile, di partecipare ad una grande festa corale.

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Trovate il programma, denso di eventi, al sito web di PromImperia.

Le attività spaziano dall’attenzione ai più piccoli, con la fattoria didattica per bambini che vogliono diventare piccoli grandi agrichef, alla cucina, con showcooking, “ricette, cibo e narrazione” e focus su alcune preparazioni tipiche del territorio, come l’acciuga sotto sale o lo strudel di pesce (che non ho mai mangiato, ma detto così mi sembra buonissimo!) o ancora il coniglio alla ligure (questo, modestamente, mi riesce molto bene in cucina 😉 ); spazio anche allo sport, con la Baby Run e la Family Run che si svolgeranno domenica a Oneglia. Inoltre sono previste presentazioni di libri, incontri e conferenze a cura del Lions Club locale, una mostra tematica presso la Biblioteca Civica Berio di Oneglia, dal titolo “Porto Maurizio e Oneglia – Capitali mondiali dell’olio d’oliva” e il LaboratOlio al Museo dell’Olivo di Oneglia, uno splendido museo tematico, di proprietà dell’azienda produttrice di olio Fratelli Carli.

Oggetti legati al commercio dell'olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Oggetti legati al commercio dell’olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Il Museo dell’Olivo è una bellissima realtà, voluta fortemente dal fondatore dell’azienda per esporre al pubblico la ricca collezione di famiglia legata a tutto ciò che dall’antichità ad oggi è legato all’olio, non solo come alimento, ma come lubrificante e portatore di luce. Ecco che ci troviamo trasportati nell’età romana, quando le anfore solcavano il Mediterraneo nelle grandi navi onerarie piene del prezioso liquido, e quando l’olio stesso era impiegato per accendere le lucerne; poi voliamo attraverso i secoli e troviamo la ricostruzione di un gumbo, il frantoio la cui pietra era azionata spesso a trazione animale.

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell'olivo. credits: promimperia.it

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell’olivo. credits: promimperia.it

I gumbi si trovano ancora nell’entroterra: in molti casi sono stati preservati e musealizzati o valorizzati in qualche modo (magari rendendoli parte dell’allestimento di qualche ristorante o agriturismo); le ricerche di archeologia urbana che ogni tanto sono condotte nella stessa Imperia al seguito di lavori pubblici, hanno portato in luce lungo l’Argine destro del torrente Impero, un vero e proprio oleificio del XIX secolo, molto esteso e che per qualche tempo dovette avere una grande produzione di olio. Un piccolo tassello della storia della città, legato saldamente alle sue radici, è emerso casualmente al di sotto di pavimentazioni attuali che ne avevano cancellato la memoria, ed ha contribuito a scrivere la storia della vocazione all’olio di Imperia.

L'olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Proprio la visita ad un frantoio tradizionale dell’entroterra è un’altra delle attività in programma con Olioliva: prevista per sabato 12, è sicuramente un’esperienza interessante per entrare in contatto con un saper fare tanto antico e, in rarissimi casi, ancora praticato.

Gli stand di Olioliva si dispongono lungo le vie di Oneglia. In particolare i portici di Calata Cuneo, lo splendido fronte del porto di Oneglia, sono lo sfondo più adeguato per questa manifestazione, ma anche l’arteria cittadina dei Portici di via Bonfante si riempie di banchini di prodotti tipici, di piante e di sementi, e ogni passo in più è un’occasione nuova di scoperta.

Nei giorni di Olioliva Imperia diventa ancora più bella. È bella l’atmosfera che vi si respira, piena di gente, di incontri, di scoperte e di riscoperte, di natura e di tradizione, di storia locale e di sguardo al futuro. La festa dell’olio nuovo in Liguria ha un sapore diverso, fatto dai produttori che si presentano al pubblico, ci mettono la faccia, raccontano in prima persona i loro prodotti, la loro attività, la loro fatica, perché no, in uno scambio di esperienze che è vincente per mantenere vive le tradizioni.

 

Imperia dalla A alla Z

Accolgo l’invito di Silvia Ceriegi di Trippando e partecipo al progetto #insiders che questo mese prevede di scrivere l’ABC della propria città. Ora, siccome redigere l’ABC di Firenze è troppo facile (troppi stimoli, troppe suggestioni, troppi argomenti… troppo tutto), ho deciso di costruire l’ABC di Imperia, mia città natale, nella quale torno sempre troppo poco, ma della quale non dimentico neanche un dettaglio. Ecco a voi, dunque, Imperia dalla A alla Z!

marchio-pasta-agnesiA come Agnesi: eh lo so, si parte con una nota dolente, che un tempo però fu motivo d’orgoglio. Ricordate il mitico slogan “Silenzio, parla Agnesi”? Ecco, Agnesi era un pastificio che aveva sede a Imperia, vicino al porto di Oneglia. Ricordo, quand’ero piccola, che c’era addirittura un treno merci che dalla stazione di Oneglia arrivava allo stabilimento, dove scaricava il grano e dove ricaricava pancali di spaghetti, farfalle, fusilli e penne pronti.

B come The Bourne Identity: la passeggiata lungo il porto di Oneglia fu scelta tra tantissimi altri possibili set per una semplice scena all’inizio del film The Bourne Identity con Matt Damon: dopo il naufragio iniziale, il protagonista passeggia nella notte lungo un porto su cui affacciano edifici porticati. Pochi secondi di registrazione inquadrano per sempre la spettacolare Calata Cuneo, il fronte del porto di Oneglia, con le sue case variopinte, attraversate tutte da un portico sotto il quale si aprono pescherie e ristoranti, e oltre le quali, da lontano, si intravvedono le montagne e la neve, d’inverno. Sì, perché in Liguria mare e montagne sono vicinissime.

oneglia

Il Porto di Oneglia

C come Cacelotti e Ciantafurche: Imperia è l’unione in un unico comune di Oneglia e Porto Maurizio, due borghi posti ad un capo e all’altro della medesima baia. Inevitabile l’inimicizia tra gli abitanti, per cui furono coniati i due soprannomi: i cacelotti sono i portorini, e il nome deriva da un boia di Porto Maurizio, i ciantafurche sono coloro che piantano le forche per l’impiccagione, in quanto a Oneglia vi era un patibolo per le esecuzioni. Quanto amore, eh?

D come De Amicis: Edmondo De Amicis, l’autore del Libro Cuore, nacque a Imperia. A questo importante scrittore della fine dell’Ottocento, che con le sue opere ha contribuito a raccontare l’Italia appena unita, è intitolato il glorioso Liceo Classico della città (orgoglio di ex studentessa). Il liceo era ospitato in un grande palazzone all’ingresso di Oneglia, in piazza Ulisse Calvi. Oggi per problemi di sicurezza l’edificio è inagibile, ma il liceo è ancora vivo, per fortuna. E soprattutto è amatissimo dai suoi ex studenti, che per la sua difesa farebbero qualunque cosa.

E come entroterra: l’entroterra di Imperia è un susseguirsi di colline coltivate a olivi cui si alternano tratti di pineta e di bosco; qua e là un paesino medievale piccolissimo, arroccato sul cucuzzolo o a mezza costa; i campanili delle chiese fanno da richiamo e da senso dell’orientamento. Qua e là, poi, su qualche cucuzzolo isolato, si trova una chiesina solitaria, ulteriore faro in una vallata che nonostante le scomodità dei trasporti e delle distanze, continua ad essere popolata. Ogni paesino ha la sua anima, come Valloria con le sue porte dipinte, o Lucinasco col suo laghetto romantico. Ogni borgo ha una storia antichissima, carrugi stretti e bui, strade in salita e pavimentate a risseu, ciottoli di fiume posti di taglio totalmente inadatti ai tacchi femminili, case strette e qualche bottega artigiana, il frantoio e la chiesa, che solitamente è piccola, ma barocca, coloratissima al suo interno, per contrastare con i colori vivaci, la severità e le difficoltà della vita nei secoli passati.

La chiesetta di Santa Maria Maddalena, nei boschi di Lucinasco

La chiesetta di Santa Maria Maddalena, nei boschi di Lucinasco

F come fiori: Imperia è il capoluogo della Riviera dei Fiori. Questo nome le viene dalla grande produzione vivaistica che nei decenni passati ha caratterizzato fortemente l’economia della Riviera ligure di Ponente. Sanremo in particolare era, ed è, il capoluogo della produzione dei fiori, come Pescia lo è per la Toscana, ed è anzi la Città dei Fiori.

G come San Giovanni: al patrono di Oneglia è intitolata la bella chiesa barocca che si trova nel centro del borgo marinaro di Oneglia. Il 24 giugno una lunga processione porta le statue dei santi in giro per le vie della città. Una bella sagra, che dura almeno una settimana, rallegra le serate di inizio estate: è una bella festa, che unisce un sacco di gente.

H come Hanbury: Thomas Hanbury fu un mercante inglese appassionato di botanica che girando intorno al mondo raccolse tantissime essenze provenienti dai 5 continenti. Ritiratosi in vecchiaia a Ventimiglia, al confine con la Francia, realizzò il suo sogno: una villa, Villa Hanbury, che divenne un orto botanico senza precedenti, ancora oggi un giardino dell’Eden che affaccia sul Mar Ligure, a due passi dal confine francese. Hanbury fu uno dei tanti Inglesi che a fine Ottocento si trasferirono sulla Riviera di Ponente, attirati dal clima mite che faceva bene alla salute. Spesso facoltosi personaggi, essi contribuirono in maniera importante a costruire e a sviluppare le città della costa ligure della provincia di Imperia.

Vista panoramica dei Giardini Hanbury. Credits: giardinihanbury.com

Vista panoramica dei Giardini Hanbury. Credits: giardinihanbury.com

I come IM: la sigla della targa automobilistica IM è croce e delizia dell’imperiese fuori regione. Nella migliore delle ipotesi si commuove al vederne un’altra a giro, nella peggiore si sentirà apostrofare con un “Ehi, di chi è quell’auto targata Imola?

L come lungomare: a Imperia non c’è un lungomare, ma tante passeggiate che prendono vari nomi a seconda della zona: da est a ovest abbiamo la Spianata, che è la vera e propria passeggiata a mare di Oneglia, con parapetto che affaccia sulle spiaggette e aiuole di palme, alberi e fiori per dare un po’ d’ombra alle poche panchine di chi si vuole semplicemente ristorare con un buon libro e il rumore della risacca. Poco oltre inizia Oneglia col suo porto. Calata Cuneo è la bella passeggiata a mare cittadina che affaccia sul porticciolo, dove attraccano indistintamente piccoli pescherecci e yacht di grandi dimensioni. La passeggiata è chiusa dalle belle palazzine porticate sotto le quali si sentono l’odore del pesce e i profumini delle cucine dei ristoranti. Prima di incontrare un nuovo lungomare bisogna arrivare a Porto Maurizio. Il suo lungomare è di nuovo affacciato sul porticciolo, in località Marina. Poi la strada si biforca: da un lato si avvia verso il molo, che sul lato del mare aperto è un susseguirsi di spiagge (la Spiaggia d’Oro è il must degli Imperiesi), mentre dall’altra risale fino a congiungersi con la strada statale. Ma ad una certa altezza si apre la passeggiata più bella di tutte: la Passeggiata degli Innamorati: a picco sul mare, è facile intuire perché questo bel sentierino tranquillo abbia questo nome. Infine si arriva nel quartiere della Foce, dove il lungomare costeggia nuovamente un ricovero di barchette, e infine al Prino, dove si aprono spiaggette e ristorantini. Finisce qui Imperia, con le sue lunghe passeggiate sul mare.

Vista di Calata Cuneo dal molo di Oneglia

Vista di Calata Cuneo dal molo di Oneglia

Il mare alla Galeazza, alle porte di Oneglia

Il mare alla Galeazza, alle porte di Oneglia

M come mare: Imperia è una città di mare che al mare deve tutto: sorta come borgo di pescatori, dal mare traeva sostentamento. Quando divenne un porto mercantile, dal mare riceveva merci e ricchezza. Oggi il mare come risorsa economica è quello dei turisti che passano in spiaggia la stagione estiva. Ma non togliete il mare agli Imperiesi: potrebbero morirne! Conosco gente, e io stessa l’ho fatto, che in pausa pranzo in estate corre in spiaggia! E come non essere d’accordo?

N come Nava: ultimo baluardo della provincia di Imperia lungo la strada, la via Nazionale, che da Imperia sale a Torino attraversando l’Appennino Ligure. A Nava sono affezionata: paesino di poche case di montagna, in mezzo ai boschi e lungo il corso del Tanarello, affluente del fiume Tanaro, a sua volta affluente del Po. Per me da bambina Nava era la neve, la località dove si andava la domenica in inverno per giocare a palle di neve. Poi è diventato il luogo dove passare una settimana d’estate ogni anno, luogo dove ho stretto tante amicizie, dove ho imparato a stare in compagnia, e ad amare il bosco. 

olivo ligure

Uno degli oliveti nell’entroterra di San Bartolomeo al Mare

O come olio: un grosso e saldo legame unisce Imperia e l’olio. Da sempre la zona è dedita alla coltivazione dell’olivo e nell’entroterra (e non solo) si trovano frantoi anche storici che raccontano la storia di un legame con la terra davvero duraturo. Alcune aziende produttrici di olio , anche se di ridotte dimensioni, sono note anche a livello nazionale, come l’Olio Carli, che vende solo per corrispondenza e che ha un prezioso museo, il Museo Carli, dove è narrata la storia del rapporto dell’uomo con l’olio dall’antichità ai giorni nostri: un museo tematico che è davvero una perla. Il rapporto con l’olio è talmente stretto che da qualche anno a novembre una manifestazione importante, Olioliva, si svolge per le vie del centro di Oneglia: promossa dalla Camera di Commercio di Imperia, non parla solo di olio, ma di tutti i prodotti della terra e del mare della provincia: produzioni piccole ma preziose, spesso presidi Slow Food, sempre e comunque prodotti della tradizione.

P come Parasio: il centro storico di Porto Maurizio si chiama Parasio. È un incantevole borgo medievale che si arrampica sulla cima dell’altura che domina il mare, ed è un alternarsi di eleganti palazzi antichi, dei quali restano balaustre decorate, archi e finestre, e chiesine. La piccola chiesa di San Pietro, affacciata a Ovest, è un incanto vivacissimo e barocco; le logge di Santa Chiara, accanto, sono un porticato con vista sul mare. E poi ancora palazzi, vicoli, piazzette… Quasi stona il grande duomo ottocentesco, intitolato a san Maurizio, un enorme edificio bianco con la facciata neoclassica, alto e luminoso al suo interno. Ma il duomo si trova alle pendici del Parasio e ha poco a che vedere con l’antichità del quartiere che gli si sviluppa accanto.

porto maurizio

Q come Quattro passi sotto i Portici: il sabato pomeriggio in inverno i giovani imperiesi si ritrovano sempre sotto i portici di Oneglia; la lunga via centrale che conduce a Piazza Dante, strettissima nel suo primo tratto, si allarga e si ingentilisce grazie ai due palazzi otto/novecenteschi che da una parte e dall’altra la incorniciano. È sotto questi palazzi che si aprono i portici, che ospitano le boutiques più rinomate della città e i bar per un caffè, che fa sempre piacere. Lo struscio sotto i portici è un’attività che ogni imperiese doc deve aver fatto per almeno un breve periodo della sua vita. Io lì ho passato buona parte dei miei sabato pomeriggio degli anni del liceo, passeggiando con qualche amica e basta, incontrando di tanto in tanto qualcuno. Camminare nella bolgia: l’attività più semplice del mondo.

R come RT: la compagnia di autotrasporti Riviera Trasporti è la responsabile dell’andirivieni degli abitanti della provincia che da una parte all’altra, da Andora a Sanremo, e poi da lì fino a Ventimiglia, si spostano per raggiungere le proprie mete. La mattina gli studenti e i pendolari si ammassano, all’ora dell’uscita non ne parliamo. L’autobus che da Andora, già in provincia di Savona, giunge a Sanremo, fa un viaggio di circa due ore. Ma attraversa tutta la costa della provincia lungo l’Aurelia, perennemente sul mare quando non entra nei vari centri abitati. Attraversa i vari promontori, Capo Mele, Capo Berta, poi la bella strada che da Imperia va verso Sanremo, sempre il mare su un lato, e di volta in volta la pineta o i campi sull’altro. Un bellissimo viaggio panoramico.

Poster di Sanremo del 1920. Credits: turboarte.it

Poster di Sanremo del 1920. Credits: turboarte.it

S come Sanremo: quand’ero piccola, ricordo che quando dicevo a chi non era ligure che venivo da Imperia, per spiegarmi meglio specificavo “vicino a Sanremo”; allora lo sguardo del mio interlocutore si illuminava, perché tutti conoscono il festival di Sanremo. E a me Sanremo è sempre stata un po’ antipatica proprio per questo, perché rubava a Imperia, il capoluogo di provincia, il ruolo di città più conosciuta. E no, non mi è mai andata giù. Però va detto che da buona imperiese sono una fan del Festival di Sanremo, soprattutto della sua favolosa sigla che canta “Perché Sanremo è Sanremo“!

T come Torrente Impero: è il fiume che separa, o unisce, Oneglia e Porto Maurizio, anchese non tutti sono d’accordo. Attraversa tutta la valle Impero, una valle stretta, fatta di montagne abitate da piccoli paesi qua e là, prima di allargarsi quasi in prossimità della foce. Un ampio estuario che in passato ospitava i cigni e che poi in età industriale è stato affiancato dall’Agnesi, da una parte, dal complesso delle Ferriere (di cui rimangono oggi tre ciminiere come monumento di archeologia industriale) dall’altra. È il nome di questo torrente che ispirò a Mussolini il nome di Imperia per la città che creò, nel 1923. 

U come U gumbu: i gumbi sono, in dialetto, i frantoi. A sangue oppure ad acqua, i frantoi consistevano in una vasca circolare nella quale erano versate le olive raccolte; queste venivano schiacciate dal lento girare di una ruota in pietra che le spremeva facendo uscire il prezioso contenuto. La ruota poteva essere collegata ad un mulino ad acqua (gumbo ad acqua) oppure era mossa da un mulo (gumbo a sangue) che per ore e ore senza posa era legato e costretto a girare in tondo.

Non sono vele d'epoca, ma pescherecci, l'anima più autentica del mare di Imperia

Non sono vele d’epoca, ma pescherecci, l’anima più autentica del mare di Imperia

V come Vele d’Epoca: ogni due anni a settembre Imperia ospita una suggestiva manifestazione che unisce lo sport e un certo tipo di lusso; le Vele d’Epoca sono insieme una regata, una sfilata di barche a vela e un’occasione di vita mondana per gli abitanti della città, che ospita anche tante persone venute da fuori. L’evento è spettacolare sia per gli addetti ai lavori e per gli amanti del mare, che per i semplici curiosi. I fotografi, poi, sono felicissimi: la visione dei grandi velieri ad ali spiegate che solcano il mare non lascia indifferenti nemmeno gli animi più insensibili.

Z come zucchine ripiene: i ripieni in generale sono una prelibatezza tutta ligure: zucchine, ma anche peperoni e cipolle, ripiene danno il meglio di sé: un contorno efficace che può accompagnare un buon coniglio alla ligure. Altrimenti, se volete un pranzo finger food, potete partire con un brandacujun (baccalà ammollato e ridotto a quenelles con tanto prezzemolo), proseguire con una pissalandrea (una pizza alta, col pomodoro, l’acciuga e spicchi d’aglio vestito) oppure con la farinata (che è più del Levante, però, e che è una sfoglia di farina di ceci che può essere variamente condita: a me piace la versione semplice col porro); per stuzzicare le olive taggiasche in salamoia sono perfette, e in questo bel pranzo virtuale che vi ho preparato, le zucchine ripiene ci stanno benissimo. Ad annaffiare il tutto un vino rossese di Dolceacqua o un pigato di Albenga, a seconda se preferite il rosso o il bianco.

E con l’acquolina in bocca per la lettera finale concludo il mio ABC di Imperia. E voi, imperiesi in lettura, cos’altro avreste messo? Qual è il vostro ABC di Imperia? Sono curiosa di saperlo!

Triora, il borgo delle Streghe

Il borgo di Triora

Il borgo di Triora

La Valle Argentina è un territorio selvaggio e antico: una valle strettissima della Liguria di Ponente che scende dalla montagna ligure fino ad Arma di Taggia, sul mare; lungo il percorso, i boschi si alternano a piccoli borghi di fondovalle o arroccati lassù in alto, mentre la strada ridiscende tortuosa lungo il fiume.

Triora è il più grande dei borghi di montagna. Si trova lassù, sulla cima della sua montagna da cui controlla tutto il territorio circostante, la valle e i borghi dispersi sulle altre montagne a custodia del territorio. Un tempo questo sistema abitativo rendeva l’accesso al mare dalle Alpi invalicabile. Triora era un prezioso possedimento della Repubblica di Genova proprio per la sua posizione strategica. Il castello in cima all’altura ne è un”eterna testimonianza. Ma il borgo è noto ai più per altri motivi.

La Caccia alle Streghe. Se si pensa alle streghe vengono in mente ambientazioni fiabesche e di sapore medievale, donne brutte col naso adunco vestite di stracci, lo sguardo truce e la voce stridula che viaggiano con la scopa e preparano pozioni. Invece le streghe di Triora altro non erano che donne del borgo, mogli, madri e figlie che alla fine del XVI secolo, ben dopo i secoli bui del Medioevo, furono perseguitate inizialmente perché accusate di riunirsi la sera in un luogo del paese, la Cabotina.

Uno scorcio di Triora

Uno scorcio di Triora

Siamo nell’epoca della Controriforma, tutto ciò che non segue precisi dettami comportamentali e di devozione viene letto con sospetto. Aggiungiamoci magari  molestie o avances respinte da qualcuna di queste donne di montagna, tenaci come solo chi vive in territori impervi può essere, ed ecco servita un’accusa di stregoneria, che giunge a Genova e che suscita l’interesse dell’Inquisizione.

Inizia la persecuzione. In principio sono poche le donne accusate, che però vengono torturate per essere costrette a confessare. E queste donne shockate, spaventate, indifese, accusano a loro volta altre donne, come vuole sentirsi dire l’Inquisizione. Inizia una spirale di terrore che si acuisce quando da Genova viene mandato tal Giulio Scrivani, che pratica giudizi sommari e che alla fine, ma quando per molte delle innocenti condannate è troppo tardi, viene fermato. Ne uscirà pazzo, ma a noi consola poco.

Una cella delle prigioni di Triora

Una cella delle prigioni di Triora

La storia delle streghe di Triora è raccontata nel locale Museo Regionale Etnografico e della Stregoneria, all’ingresso del paese. Qui, in particolare al piano inferiore, sono ricostruite le celle delle prigioni nelle quali le povere donne venivano segregate o torturate. In una è ricostruita una scena terribile: una delle condannate, stesa su un cavalletto, è in attesa del supplizio. In un’altra, una donna è in gabbia, mentre nell’ombra un uomo, il suo carnefice o il suo giudice, si avvicina.

Oggetti dell'economia silvopastorale di Triora. E un'inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Oggetti dell’economia silvopastorale di Triora. E un’inquietante presenza che vigila. Riuscite a vederla?

Il resto del museo racconta invece la vita “normale” di Triora: la sua economia basata principalmente sulla pastorizia e sullo sfruttamento dei boschi a castagno. La ricostruzione di ambienti di vita e di lavoro, con gli oggetti quotidiani di un secolo fa e anche meno, completa il quadro e ci racconta chi erano gli abitanti di Triora fino ancora a pochi decenni fa. Una collezione di streghette, poi, completa il giro, tanto per ricordarci dove siamo,  e una piccola saletta racconta il passato più remoto della regione, quando gli uomini vivevano ancora nei ripari in grotta e appena cominciavano a realizzare i primi oggetti in terracotta per la conservazione dei cibi.

Il paese è delizioso. Case in pietra, carrugi bui e tortuosi, scorci tra gli archi, edifici stretti gli uni agli altri, la piazza della chiesa, e poi il camminamento esterno, che guarda alla valle e alle alture circostanti e, nelle immediate vicinanze le pievi poste lungo le vie di crinale, di pascolo e di cammino, risalenti a quando la strada asfaltata ancora non esisteva. Un paese che non ha perso nulla della sua aria medievale, che mostra tracce qua e là di abbandono, soprattutto negli edifici più antichi, ma che continua ad essere abitato e frequentato.

un portale medievale nella piazza della chiesa

un portale medievale nella piazza della chiesa

Triora ha saputo trasformare un capitolo orribile del proprio passato in una risorsa. Senza voler lucrare sulla tragedia che colpì le donne del paese, ha restituito loro la dignità che meritano, e ha dedicato loro, oltre al museo, un monumento. In questa “strega” immersa tra i fiori voglio vedere un monumento contro l’odio e l’ignoranza, contro le superstizioni e contro la violenza di genere. E ci rendiamo conto di quanto la “caccia alle streghe” con forme diverse, purtroppo è dura a morire.

Il monumento nella piazzetta di Triora

Il monumento nella piazzetta di Triora

Il BORGO DEI BORGHI? Semplice, è Cervo!

Il mio campanilismo viene fuori senza che possa porvi rimedio. Cervo, piccolo borgo medievale in provincia di Imperia, è il candidato della Liguria 2016 alla trasmissione tv Alle falde del Kilimangiaro, condotta da Camila Raznovich e  Ugo Vergassola, per il contest nazionale “Il Borgo dei Borghi“.

La Chiesa dei Corallini, Cervo

La Chiesa dei Corallini, Cervo

Sono gli spettatori e gli utenti della rete a decretare quale tra i borghi d’Italia sia quello in assoluto migliore. E io non ho assolutamente dubbi. È Cervo, e vi spiego perché.

Chi transita lungo l’autostrada A10, dalla Francia verso Genova, resta sicuramente colpito al vedere il promontorio che digrada dolcemente verso il mare nella parte più orientale del golfo dianese. Il motivo è la silhouette che il borgo, installato su questo promontorio, assume, accompagnando la collina fin dentro il Mar Ligure.

Il borgo medievale di Cervo, dominato dalla grande Chiesa dei Corallini, digrada verso il mare

Il borgo medievale di Cervo, dominato dalla grande Chiesa dei Corallini, digrada verso il mare

Cervo è un borgo medievale ligure particolarissimo. Innanzitutto, pur essendo un borgo di mare, non si stende lungo la costa, che anzi, lambisce a malapena e solo oggi, in età contemporanea. Preferisce abbarbicarsi, piuttosto, su per la collina che viene a digradare dolcemente verso il mare. In alto, sulla sommità, gli abitanti medievali posero il castello. Giustamente, il punto più alto è il punto panoramico e di difesa per eccellenza. Il castello dei Clavesana, pur non somigliando ai castelli delle favole, offre proprio una vista a 360° sulla costa del Golfo Dianese e sull’entroterra; nelle sue stanze, piccole, buie, medievali senza se e senza ma, ospita un museo etnografico, dedicato alla cultura rurale dianese dei secoli passati.

Dalla piazza del castello, piccola, più simile a uno slargo che altro, si dipartono 3 carrugi, vicoli stretti e bui, che ridiscendono angusti tra palazzi alti e vecchi di secoli. In alcune botteghe, garage e portoni lasciati occasionalmente aperti si può buttare l’occhio per cogliere i segni di una suggestiva vecchiezza nei muri in pietra a vista, nei soffitti bassi e voltati, nei portoni di legno pesante. Le 3 strette strade scendono, con percorsi differenti, convergendo verso un unico punto: la grande piazza della chiesa, San Giovanni dei Corallini, un monumento barocco che inneggia al mare, al sole, alla vitalità. Se Cervo è famosa lo deve al suo profilo, ed è la facciata di questa chiesa a darle l’aspetto con il quale è nota in tutto il mondo.

Cervo: una porta sul mare

Cervo: una porta sul mare

La chiesa guarda diretta verso il mare, senza farsi problemi di sorta ad essere così esposta al vento e alle intemperie. Piuttosto affronta orgogliosa, a testa alta, il panorama, dominando il Golfo Dianese dall’alto della sua piazza/terrazza. Sì, è una terrazza, una terrazza che guarda il mare, senza filtri, solo con lo stridulo verso dei gabbiani ad interrompere la quiete verso il tramonto. La chiesa, così vivace in facciata, con quel rilievo che rappresenta, giustamente, un cervo (che sia la cerva di Diana, vista la vicinanza con Diano Marina?) è un capolavoro di architettura barocca in Liguria. Sembra una nave pronta al varo, così come recitava la poesia di Aldo Palazzeschi “O chiese di Liguria, come navi disposte ad essere varate“, per significare le chiese quasi a picco sul mare che caratterizzano tanti borghi e promontori liguri, di Levante e di Ponente.

Da qui, dalla piazza/terrazza, si diparte nuovamente tutta una rete di vicoli, apparentemente disordinata, ricca di botteghe artigiane variopinte e caratteristiche, ma anche ricca di case abitate. Perché il bello di Cervo è che è un borgo ancora vivo, sentito dai suoi abitanti che non si sono trasferiti altrove, ma sono rimasti qui, a mantenere in piedi il centro storico.

Scendendo ulteriormente, abbandonando la terrazza e lasciandosi alle spalle la chiesa dei Corallini, si arriva in fondo al borgo, che coincide con il passaggio della via Aurelia. Qui, attraversare la strada e scendere in spiaggia è un attimo. E dal mare, la vista panoramica del borgo la apprezzi ancora di più.

Vi ho convinti? Vi piace Cervo? Non è il borgo dei borghi? Se pensate di sì correte a votare sulla pagina di Kilimangiaro.rai, registratevi e date il vostro voto!

Cervo alla luce della luna piena, vista dalla vicina San Bartolomeo al Mare. Si nota la chiesa dei Corallini illuminata

Cervo alla luce della luna piena, vista dalla vicina San Bartolomeo al Mare. Si nota la chiesa dei Corallini illuminata

PS: qualora aveste dei dubbi, questo non è assolutamente un post sponsorizzato. Piuttosto, è un post che nasce dal cuore, il cuore di chi a Cervo ci ha praticamente vissuto e legato degli intensi ricordi di vita. Il borgo dei borghi, non a caso.

cervo

Il mare d’inverno

Dedica al mare su un muro di Camogli

Dedica al mare su un muro di Camogli

Il mare d’inverno per me è quello ligure, quello in cui sono nata, quello che finché ho vissuto in Liguria non ho neanche mai calcolato di striscio perché tanto stava lì, sempre, e che invece ho cominciato a prendere in considerazione, quasi a inseguire, da quando non ci vivo più.

Così, le onde che si infrangono sugli scogli hanno quel ritmo tutto particolare, la risacca è musica per le mie orecchie, i gabbiani danzano e le barche dei pescatori tirate in secca o ancorate alla bell’e meglio assumono il fascino che ha ciò che sta in bilico tra l’abbandono e la promessa di un ritorno.

Eppure il mare d’inverno non è disabitato. Anzi, è più vivo che mai. I pescatori escono comunque a pescare, i gabbiani si appropriano della spiaggia e della scogliera che loro appartiene, le onde sono più alte, le mareggiate lasciano il segno il giorno dopo.

È tutto così tranquillo, è tutto così familiare. Tornerà l’estate, e con lei la fiumana di gente che si appropria di ogni fazzoletto di sabbia. Ma intanto fatemi godere questo. Fatemi guardare il mare con occhi diversi, con gli occhi di chi, pur avendola sempre avuto accanto, conosce una persona finalmente per la prima volta.

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