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Itinerari di Liguria: da Sestri Levante a Moneglia

Ho scoperto una strada bellissima, anzi, più che bellissima davvero incredibile: collega Riva Trigoso con Moneglia e poi con Deiva Marina. L’ho scoperta pochi giorni fa, dovevo raccontarvela subito.

sestri levante

Prima di parlarvi della strada, però partiamo dall’itinerario. Lasciamo l’autostrada a Sestri Levante, a Ovest, esploriamo la sua splendida Baia del Silenzio, arriviamo a Riva Trigoso, da qui percorriamo questa strada che corre adiacente (ma vedremo come) alla linea di costa, giungiamo a Moneglia, ci rimettiamo in moto fino a Deiva Marina, dalla quale risaliamo per riprendere l’autostrada.

Una scoperta e una meraviglia continua. Partiamo.

Sestri Levante – la Baia del Silenzio

Sestri Levante è una tranquilla località di mare lungo la riviera ligure di Levante, a est di Genova. Viene chiamata “la città dei due mari” perché il suo centro storico si allunga su una penisoletta, che termina poi con un’altura protesa in acqua, che letteralmente separa due baie una dall’altra. L’una è quella che ospita il porticciolo, rivolta a ovest sul Golfo del Tigullio, l’altra, davvero pittoresca, è la Baia del Silenzio.

baia del silenzio

Baia del Silenzio Sestri Levante

La storia del borgo, prima insediamento romano e prima ancora Ligure, risale indietro nel tempo di 2500 anni almeno, ma è nel Medioevo che assume importanza per la sua posizione sul mare, a controllo di ben due baie, che ne fanno una roccaforte importante della Repubblica di Genova.

sestri levante

Palazzo Fascie Rossi, sede del museo archeologico e testimone dellattentato del 4 novembre 1920

Nel centro storico, il Museo Civico Archeologico racconta la storia del borgo dalle origini ai secoli più recenti, in un bellissimo palazzo storico, Palazzo Fascie Rossi, che fu testimone, nel 1920 di un tremendo attentato: durante le celebrazioni del 4 novembre 1920 un anarchico scagliò una bomba sulla folla uccidendo 13 persone. Oggi una targa sul palazzo commemora quel tragico evento.

Percorrendo la via principale del centro storico si sbuca sulla piazza allungata dominata dalla chiesa di Santa Maria di Nazareth. Se ci si infila qui in uno dei vicoletti sulla sinistra… beh, in fondo al vicoletto si rimane di sasso: si scende direttamente in spiaggia! Non una pedana, non una passerella, solo i nostri piedi e la sabbia. Tirate in secca ci sono delle barchette coloratissime, mentre tutta la stretta fascia di spiaggia è chiusa dagli edifici variopinti che affacciano direttamente sul mare. Di fronte, il promontorio che separa Sestri Levante da Riva Trigoso. Benvenuti nella Baia del Silenzio.

La Baia del Silenzio non la si può spiegare a parole (forse è per questo che si chiama così), bisogna vederla! In una giornata di sole, poi, con i colori accesi dalla luce, è uno spettacolo unico di estrema vivacità. Non a caso è considerata uno dei luoghi più belli, e delle spiagge più belle, della Liguria. Dopo esserci stata ho capito perché.

baia del silenzio

Baia del Silenzio, Sestri Levante

Da Riva Trigoso a Moneglia: storia di una strada che fu ferrovia

Poco oltre Sestri Levante c’è il piccolo borgo di pescatori di Riva Trigoso. Esso si inserisce in una piccola baia protetta. Ma da qui inizia un lungo tratto di scogliera piuttosto frastagliato e battuto da mareggiate e tempeste. Sarà che sono passata di qui proprio durante una mareggiata, ma lo scoglio dell’Assêu, in mezzo al mare, schiaffeggiato dai flutti, mi ha fatto pensare di trovarmi in Normandia o in Bretagna, piuttosto che in Liguria.

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Lo scoglio dell’Assêu, lungo la spiaggia di Riva Trigoso

Ho avuto modo di osservarlo a lungo, l’Assêu: sì, perché qui lungo la strada c’è un semaforo che consente il passaggio delle macchine in senso alternato, e che torna verde ogni 10 minuti. Perché una cosa del genere? Semplice, perché da qui in avanti, fino a Moneglia, si percorre la strada un tempo appartenuta alla vecchia ferrovia. Per la maggior parte in galleria, tra l’altro.

Una galleria lunga e stretta, inframmezzata qua e là da qualche interruzione: in macchina percorriamo il tratto di ferrovia, costruito con notevoli problemi e disagi tra il 1872 e il 1874. Quando si costruirono le ferrovie liguri, negli anni ’60-’70 dell’800, prevalse l’idea di costruire una linea il più possibile vicina al mare onde evitare di realizzare troppe gallerie troppo lunghe, cosa che avrebbe comportato notevoli costi. A questo si aggiunse una motivazione turistica: i borghi di mare liguri, all’epoca meta ambita degli esponenti dell’alta società inglese che qui venivano a svernare, con il treno sarebbero stati più facilmente raggiungibili.

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Percorrendo la lunga galleria tra Riva Trigoso e Moneglia, sul tracciato dell’ex-ferrovia

La storia, piuttosto travagliata, di questo tratto di ferrovia costiera, è raccontato molto bene sul sito web di Riva Trigoso. Qui ricordo i punti salienti: i lavori, tra il 1872 e il 1874, si protrassero più del dovuto perché mentre si scavavano le gallerie, le forti mareggiate e il conseguente dissesto idrogeologico del promontorio creò fratture alle pareti rocciose e mise in forse l’esecuzione stessa delle opere. Questa linea, necessaria al giovane regno d’Italia per collegare Torino e il Nord Italia con Roma e con il mare, in realtà funzionò fino al 1932. A quell’epoca si optò per un nuovo percorso, lievemente arretrato, che però non avrebbe risentito delle difficili condizioni geologiche della costa. A Moneglia la ferrovia si vede bene: è davvero vicina al vecchio tratto, ma dista quel tanto che basta a non rischiare smottamenti. La prosecuzione di questa linea ferroviaria, oltre Deiva Marina e Framura, nelle Cinque Terre è stata convertita in pista ciclopedonale.

L’impressione, durante l’attraversamento, è incredibile. La galleria è stretta e buia, illuminata da qualche raro faro ogni tanto; talvolta si aprono delle arcate, come vere finestre sul mare, però si passa troppo velocemente per poter apprezzare il panorama là fuori. Ma tanto lo abbiamo apprezzato già a Riva Trigoso. E lo apprezziamo a Moneglia.

Moneglia, un gioiello incastonato nella sua baia

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Uno dei carrugi del centro storico di Moneglia

Il nome Moneglia deriva dal latino ad monilia, “ai gioielli”. In effetti un piccolo gioiello lo è: si apre in quella strettissima valle tra due promontori, Punta Moneglia e Punta Rospo, formata da un piccolo fiume, il torrente Bisagno. Storicamente, anche questo abitato, come Sestri Levante, risale ad epoca ligure e poi romana, ma vede il suo apice in età medievale. Per Moneglia, il momento di maggior gloria è la partecipazione alla Battaglia della Meloria al fianco di Genova contro Pisa, nel 1284. Un rilievo di età medievale, sul fianco della chiesa parrocchiale di Santa Croce, racconta quell’episodio. La chiesa. e Moneglia con lei, doveva essere importante, se al suo interno si trovano opere del pittore genovese Luca Cambiaso, attivo negli anni centrali del Cinquecento (alcune sue opere si trovano a Palazzo Rosso a Genova), e dello scultore genovese Anton Maria Maragliano, attivo nella prima metà del Settecento (autore, tra l’altro, dello splendido presepe esposto al Museo del Presepe di Imperia).

Moneglia è un borgo ligure come tanti: caruggi (i vicoli) e case antiche, alcune con portali d’ingresso in ardesia scolpiti che risalgono al XV e al XVI secolo. La cosa particolarissima è che la montagna è immediatamente alle spalle dell’abitato, e sembra che gli edifici vi si appoggino contro, mentre sotto la ex-ferrovia sul mare, alcune delle arcate, aperte, conducono in spiaggia e sono ricovero di barche, altre sono chiuse e ospitano negozietti o localini. Si può risalire lungo Punta Rospo, entrando nei giardini pubblici e risalendo la fortificazione, dalla quale si gode una bella vista sul golfo.

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Il piccolo golfo di Moneglia visto da Punta Rospo

Da Moneglia si può proseguire, imboccando di nuovo la stretta strada – ex ferrovia che prosegue fino a Deiva Marina. Da qui si risale lungo il fiume fino ad andare a riprendere l’autostrada, oppure la via Aurelia, che qui, dopo aver percorso tutto l’interno dello Spezzino, comincia finalmente ad avvicinarsi al mare.

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Itinerari della Memoria: la Risiera di San Sabba

Per un meccanismo naturale, di sopravvivenza, quasi, spesso tendiamo a dimenticare ciò che non ci piace e ciò di cui ci vergogniamo: da quando eravamo bambini a scuola, se prendevamo una nota il desiderio era quello di nasconderla ai genitori; se non la scoprivano, era come se la nostra marachella non fosse mai stata commessa.

Ci sono “marachelle” ben più gravi di cui l’umanità si è macchiata, e di cui tende a voler rimuovere il ricordo. Ma, come la nota sul registro, le tracce della Storia sono lì, incancellabili, e ci guardano, e ci giudicano.

Quando poco tempo fa sono stata a Trieste per un giorno, dovendo scegliere cosa inserire nella visita della città, non ho avuto dubbi: la Risiera di San Sabba.

La Risiera di San Sabba: orrore nazista

La Risiera di San Sabba è l’unico campo di concentramento in Italia nel quale si siano compiuti massacri di esseri umani: Ebrei, partigiani, Istriani, verso i quali esisteva in quest’area un feroce razzismo che poi il nazifascismo esasperò. Qui dal 1943 al 1945, alla fine della guerra, furono recluse migliaia di persone, molte delle quali furono maltrattate e uccise. Quando, alla fine della guerra, i Tedeschi in ritirata abbandonarono Trieste, loro preoccupazione fu cancellare le tracce dell’orrore commesso nella Risiera; ma ciò non bastò per cancellare il ricordo nei sopravvissuti e oggi la Risiera di San Sabba è un monumento nazionale che racconta l’orrore e la morte, la furia cieca e la follia omicida di una guerra ancora tanto vicina a noi.

La Sala delle 13 celle: 13 angusti spazi con solo un letto a castello, un ripiano e quasi inesistente spazio vitale nel quale muoversi

La Risiera di San Sabba era una fabbrica nella quale si raffinava il riso. Durante la II Guerra Mondiale fu chiusa e utilizzata dai Tedeschi come prigione per oppositori, ebrei e partigiani. Inizialmente concepito come punto di raccolta per i prigionieri che sarebbero poi dovuti andare nei campi di sterminio in Germania e Polonia, divenne esso stesso luogo di morte e di esecuzioni sommarie. Non vi è mai stata grande chiarezza su cosa avvenne qui, perché i testimoni, sopravvissuti, non assistettero mai alla morte dei loro compagni di prigionia. Ma sapevano che c’era un grosso magazzino chiamato “crematorio”, sapevano che c’era una ciminiera che bruciava ed emetteva un odore di morte.

I Tedeschi distrussero la ciminiera e il forno quando lasciarono Trieste, cancellando le tracce. Ma esse sono state recuperate, simbolicamente, nel restauro che fu fatto negli anni ’70 con lo scopo di raccontare al mondo intero cosa successe qui.

L’architetto che fu scelto per il restauro mise in chiaro da subito le sue intenzioni: l’accesso tetro, che già fa presagire cosa ci aspetta, la traccia nera del crematorio nell’ampio cortile ora esistente, la scultura in acciaio che evoca la ciminiera, che stride e fa orrore, è gelida e urla la morte.

Visitare la Risiera di San Sabba è un percorso di conoscenza della nostra storia, e nel contempo è un’esperienza emotiva davvero pesante, che non lascia indifferenti.

Visitare la Risiera di San Sabba

Si entra alla Risiera attraverso uno spazio tetro e pesante. L’atmosfera in questo corridoio è soffocante e non migliora quando si esce sul grande spiazzo intorno al quale si dispongono i vari edifici che costituivano il complesso. La prima stanza in cui si può entrare è la Sala della Morte, così detta, perché secondo le ricostruzioni dei racconti dei testimoni qui venivano portati i condannati poco prima dell’esecuzione. A seguire un altro ambiente, stretto e lungo, nel quale sono ricavate 13 celle ancora più anguste nelle quali si trova un letto a castello e poco altro: quasi difficile rigirarsi, tanto sono strette; anche questa era un ambiente dedicato a prigionieri in attesa di un tragico destino. L’edificio successivo, oggi molto suggestivo e ampio, inizialmente era organizzato in tre piani nei quali i prigionieri lavoravano ad un opificio tessile: è la cosiddetta Sala delle Croci, per l’imponente travatura lignea che è stata lasciata a vista. Oggi quei tre piani sono stati smantellati e rimangono le travi in legno, l’ossatura, lo scheletro di questo grande hangar. Alcuni oggetti in una piccola vetrina ci parlano di coloro che li possedettero: un paio di occhiali, un orologio, le posate, oggetti personali che oggi acquistano un valore universale.

Posate appartenute a prigionieri passati dalla Risiera, esposti al Museo della Risiera di San Sabba

Nel grande cortile centrale è evidenziata la planimetria del crematorio, il grande ambiente in cui avvenivano le esecuzioni, e la ciminiera nella quale i corpi venivano fatti sparire. Anche se non ci sono più, non vuol dire che non siano mai esistiti, e anzi queste tracce sono tanto più eloquenti perché mostrano quanto a maggiore crudeltà corrisponda un’altrettanto alta dose di viltà.

Infine il percorso si conclude con la visita al museo: uno spazio interattivo, dove filmati, documenti audio e video raccontano il processo che si svolse negli anni ’70 per condannare i responsabili degli orrori nella Risiera, dopo la Guerra, raccontano le voci dei testimoni, dei sopravvissuti e anche dei conniventi con i Nazi-fascisti. Perché naturalmente ci furono anch’essi. Alcuni documenti personali, poi, come vestiti, orologi, fogli scritti e occhiali ci parlano delle persone, che sono state uomini e donne come noi, persone che hanno vissuto, sofferto e spesso sono morte lì dentro o nei campi di concentramento in Germania e Polonia. Per loro e perché il loro sacrificio non sia stato vano occorre raccontare la loro storia, perché sia patrimonio identitario di tutti noi.

Albenga, la città immersa nel medioevo

Albenga, chi non c’ha da fare non ci venga” mi diceva sempre mia madre, ogni volta che andavo ad Albenga. Ma io ad Albenga ho avuto da fare parecchio: da adolescente avevo un sacco di amici che vivevano lì, per cui spesso prendevo il treno e trascorrevo il sabato pomeriggio a zonzo per la città. Da grande, ad Albenga ci sono dovuta andare spesso nei primi anni della mia vita lavorativa: da archeologa, infatti, ho avuto modo di scavare nel suo monumento più importante, il Battistero paleocristiano, e in una piazzetta poco distante, piazza delle Erbe.

Riguardando anzi tutti i post di questo blog, mi stupisco di non aver mai scritto prima su Albenga. L’ispirazione mi è venuta solo ultimamente, invece, quando ci sono tornata dopo essere stata a Zuccarello.

Vi parlo dell’Albenga che piace a me, l’Albenga storico-artistica. Per farlo occorre percorrere il centro storico, e soffermarsi nei punti principali.

Albenga, città romana

Il Battistero di Albenga

Innanzitutto un dato storicamente importante: Albenga è una città romana: con il nome di Albingaunum, fu una delle città romane del Ponente Ligure (l’altra, Albintimilium, è l’attuale Ventimiglia). Alcuni monumenti della città romana sono noti: come la Basilica paleocristiana di San Clemente che sorge sulle antiche terme, nell’alveo attuale della foce del fiume Centa; come il teatro romano, di cui si vedono alcuni tratti fuori dal centro storico; e come Pontelungo, un quartiere di Albenga che prende il nome dal ponte romano che varcava il fiume Centa, prima che esso mutasse il suo corso.

Ma Albenga è anche il mare antistante, nel quale negli anni ’50 fu rinvenuto un relitto romano carico di anfore. Il ritrovamento fu eccezionale, segnò l’inizio di quella branca di studi chiamati “archeologia subacquea”, e da esso nacque il Museo Navale Romano di Albenga, ospitato in Palazzo Peloso Cepolla, nel centro storico, nel quale è ricostruita la stiva della nave con le anfore in terracotta impilate le une nelle altre (ne ho parlato qui).

Altre meraviglie del passato romano si possono ammirare nella mostra permanente “Magiche trasparenze” dedicata ai ritrovamenti in vetro decorato da Albenga, allestita a Palazzo Oddo. La città era davvero vitale in età romana: prova ne è la sua continuità di vita per tutto il medioevo.

Albenga città medievale

Occorre fare una considerazione di tipo idrogeologico: la zona di Albenga è soggetta a bradisismo, dunque nel corso dei secoli il livello delle acque di risalita e della falda freatica è salito tantissimo. Così notiamo che i monumenti più antichi della città, il Battistero paleocristiano e la Cattedrale, si trovano parecchio al di sotto del piano di passeggio attuale. Mentre per il Battistero ciò è evidente anche da fuori, per la Cattedrale ce ne accorgiamo entrando e scendendo i gradini che portano al piano d’uso originale.

Il Battistero paleocristiano e la Cattedrale romanica

La cattedrale e le torri di Albenga

Battistero e Cattedrale sono un complesso unitario: i primi Cristiani, nel V secolo d.C. si battezzavano la notte di Pasqua immergendosi nella vasca ottagonale del Battistero e risalendo entravano in Cattedrale, per essere accolti nella comunità dei fedeli. Mentre la Cattedrale di Albenga ha avuto dei rifacimenti nel corso del tempo, e oggi si presenta a noi nella sua versione romanica, con l’interno buio e meditativo che le cattedrali romaniche hanno, il Battistero ha mantenuto i suoi caratteri originari: pianta ottagonale, vasca battesimale centrale anch’essa ottagonale, lunetta principale (opposta all’ingresso) con un bel mosaico dorato con il simbolo cristiano XP. Solo il tetto non è più originale: agli inizi del Novecento un infausto restauro pensò bene di eliminare la cupola, considerata non originaria, e di sostituirla con un tetto normalissimo in legno e tegole. Peccato che nella muratura della volta fossero state impiegate a suo tempo delle anfore tardoromane, con la funzione di alleggerirne il peso, secondo una tecnica di costruzione romana e tardoantica: oggi le anfore sono esposte dentro il Battistero, nella piccola abside a destra di chi entra.

Albenga

Eleganti arcate medievali tamponate in un palazzo del centro storico di Albenga

L’Albenga che non c’è più

Oggi piazzetta delle Erbe è una piccola piazzetta che rimane nascosta tra i palazzi: chi ama avventurarsi in vicoletti stretti la scova senz’altro (è vicinissima alla Cattedrale), ma non può sospettare che essa prende lo spazio un tempo occupato dalla chiesa di San Teodoro. Nota dalle fonti e venuta in luce nel corso di scavi archeologici di emergenza ormai 12 anni fa, questa piccola chiesa è stata sfortunata in almeno tre occasioni: quando, verso il 1500, fu sconsacrata e trasformata in magazzino; quando, poco tempo dopo, fu rasa al suolo; e quando, poco tempo dopo essere stata riportata in luce, è stata nuovamente coperta (e questo va bene) e se ne è nuovamente persa memoria. Neanche un pannello oggi ne indica l’esistenza e a me, che ci ho lasciato parecchio sudore e parecchia fatica, un po’ dispiace.

Albenga, città delle torri

Il mosaico all’interno del Battistero Paleocristiano di Albenga. Credits: ivg.it

Ma alziamo lo sguardo: il centro storico di Albenga è sovrastato da torri alte e rosse di mattoni: medievalissime, parlano di una città che godeva di una certa ricchezza dovuta alla fertilità della piana retrostante: un’eccezione nel territorio ligure.

E ancora, passeggiando per il centro storico, lasciate vagare lo sguardo: osservate i muri degli edifici, individuate qui un’arcata, lì un portale decorato, laggiù un vicolo buio e stretto, qua accanto un palazzo nobiliare di antica tradizione. Perdetevi tra le sue viuzze e mangiate in uno dei suoi ristorantini, come ad esempio l’Osteria n.6 di piazzetta Trincheri: potreste addirittura scoprire che non è vero che i ristoratori liguri sono chiusi e odiano i turisti, ma anzi, che sono i primi a chiacchierare con voi e a bersi con voi un bicchiere di Pigato, il vino prodotto nell’entroterra di Albenga.

Piazzetta Trincheri, Albenga

Zuccarello, il borgo medievale più medievale che c’è!

Si chiama Zuccarello, ed è un piccolo borgo nell’entroterra di Albenga (SV). È uno dei borghi del Ponente Ligure da non perdere. È noto per il suo bel ponte medievale a schiena d’asino e per il borgo, il cui corso centrale è caratterizzato da bassi e ombrosi portici. Sulla montagna, al di sopra, del borgo, il castello da secoli vigila affinché nessuno porti la guerra in questa stretta valle.

Albenga è il grande centro sulla costa. In età medievale ha un certo rilievo, e ne sono testimoni la bella cattedrale romanica, il battistero monumentale paleocristiano accanto, le sue alte torri e i palazzi signorili che qua e là si innalzano nel centro storico. Albenga è il centro che amministra una piccola pianura, l’unica vera pianura del Ponente Ligure, la Piana d’Albenga, fertile e ricca di coltivazioni specifiche di queste parti: la vite per la produzione del vino pigato, l’olivo per l’olio, e poi il carciofo di Albenga e l’asparago violetto, una produzione, questa, che si è guadagnata il Presidio Slow Food.

Ma la terra di Liguria, si sa, è difficile che si lasci distrarre da un po’ di terra pianeggiante. Così ecco che subito alle spalle della città, risalendo il torrente Neva, responsabile dell’esistenza della Piana, del resto, le aspre colline tornano a farsi pressanti e a diventare sempre più rocciose e strette le une alle altre. Cisano sul Neva è l’ultimo vero borgo di pianura. Poco oltre, risalendo fino a che il Neva non è che poco più di un torrentello, incontriamo Zuccarello.

Il ponte medievale di Zuccarello (SV)

I portici di Zuccarello

Per me Zuccarello è il ricordo di una gitarella alle scuole medie quando si studiava il medioevo. Ci sono tornata poi in età adulta altre due volte: una decina di anni fa, e poi recentemente. Sempre, la cosa che rimane impressa è il ponte medievale, che non è poi così ampio, ma impressiona ugualmente. L’altra cosa che caratterizza il borgo è la strada con i portici. Portici bassi sorretti da pilastri e colonne in pietra piuttosto spessi e pesanti. Si scopre, però, che inizialmente i portici erano in legno, e che solo in un secondo tempo furono sostituiti da evidentemente più resistenti colonne in pietra. La pietra, poi, proviene da qui vicino: prima di giungere in paese, infatti, si incontra una grande cava, ed è molto probabile che lo sfruttamento della pietra locale risalga piuttosto indietro nel tempo.

Per raggiungere il castello occorre prendere un sentiero in salita che porta fuori dal paese e si inerpica su per la collina fino ad arrivare in cima, dove lo sguardo spazia anche fino al mare.

Non si può lasciare senza Zuccarello senza aver reso omaggio a lei, Ilaria Del Carretto.

Il monumento funebre a Ilaria del Carretto in Lucca. Credits: informagiovani-italia.com

Forse questo nome non vi è nuovo: Ilaria Del Carretto, infatti, nata a Zuccarello, era figlia dei locali nobili Del Carretto, i quali sapevano muoversi bene sullo scacchiere “internazionale” dell’epoca, tanto che erano in ottimi rapporti con i Duchi di Milano. Ilaria andò in sposa a Paolo Guinigi duca di Lucca e si trasferì in Toscana. Diede al duca due figli, ma dando alla luce la secondogenita morì di parto. Era il 1405. In pochi conoscerebbero forse la sua storia, se Paolo Guinigi non avesse commissionato ad un grande artista del suo tempo, Jacopo della Quercia, il monumento funerario alla giovane moglie defunta: sul suo sarcofago, Ilaria è rappresentata dormiente, composta e vestita, sdraiata, con gli occhi chiusi. Ai suoi piedi, la veglia un cagnolino. Sulla cassa, degli angioletti reggono dei festoni. Una composizione molto sobria e triste, che commuove per la giovinezza della fanciulla e la sua compostezza. Il monumento si trova nella Cattedrale di San Martino a Lucca. A Zuccarello, invece, la giovane Ilaria accoglie chi arriva in paese appena fuori dalla porta: la sua statua diventa per noi quasi una guida che ci accompagna a scoprire questo borgo medievale ligure.

Bussana Vecchia: storia di un borgo ligure dall’abbandono alla rinascita

La provincia di Imperia è come un portagioie: incastonati nel velluto delle sue colline e montagne si trovano tanti piccoli borghi-gioiello. Sono i borghi del Ponente Ligure: piccoli, medievali, stretti nei loro carrugi e alti con i loro campanili. Si abbarbicano tutti alla loro roccia, alta o bassa che sia, sul mare o nell’entroterra. A riassumerli così, sembrerebbero tutti uguali. Invece ognuno ha una sua storia particolare, una sua caratteristica che lo rende unico nel suo genere.

Unica e peculiare è, ad esempio, la storia di Bussana Vecchia, un piccolo borgo nei pressi di Sanremo, non sul mare, appena nell’interno, in collina. Una collina che un giorno si scosse, facendo crollare (quasi) tutto.

Correva l’anno 1887. Il 23 febbraio, per l’esattezza, la terra tremò mentre gli abitanti di Bussana erano riuniti in chiesa nel Mercoledì delle Ceneri (il primo giorno di Quaresima). Durante quella lunga e forte scossa il soffitto della chiesa crollò. Si salvarono i fedeli che erano riusciti a rifugiarsi sotto le cappelle laterali. (Qui sono raccontati quei tragici momenti)

La chiesa di Bussana sventrata dal terremoto del 1887

Il terremoto di Bussana distrusse ogni cosa. Non crollò solo la chiesa: il castello, già in rovina, in cima al borgo, le case limitrofe. Ma tutto il borgo fu pesantemente danneggiato. Gli abitanti dovettero abbandonare le loro abitazioni, fu chiuso l’accesso stradale al paese. Per 60 anni su Bussana cadde il silenzio.

Poi vi fu la rinascita.

Alla fine degli anni ’50 il ceramista torinese Mario Giani, in arte Clizia, visitò il borgo abbandonato ed ebbe l’intuizione di impiantarvi una comunità di artisti. La sua idea ebbe un forte richiamo e per tutti gli anni ’60 si insediò una comunità artistica che innanzitutto restaurò gli edifici diroccati mantenendo lo spirito “medievale” del luogo e utilizzando i materiali dei crolli del terremoto, dunque pietre e laterizi. Fu un periodo di intensa attività.

Con gli anni il nome di Bussana diventa di richiamo per sempre più artisti, ma anche per visitatori che attirati dall’arte scoprono però un borgo dimenticato. Bussana ormai è rinata. Tenete conto, tra l’altro, che quando i primi artisti giunsero per restaurare le case, dovettero fare i conti anche con infrastrutture, quali la rete fognaria, l’acqua corrente, l’illuminazione, che nel vecchio borgo erano assenti. Fu un lavoro non da poco, ma che ha dato grandissimi frutti.

Nel 1980 nasce la Nuova Comunità Internazionale di Artisti (NCIA) che riunisce gli artisti di Bussana e li dota di uno statuto e della creazione di una cooperativa di lavoro. Con gli anni la vocazione artistica di Bussana si è un po’ persa, oggi vi sono ancora botteghe e laboratori, ma l’anima del borgo ha virato verso il turismo. Un po’ snaturata la scelta iniziale, e perso di vista la causa scatenante della ricostruzione, rimane comunque un borgo da scoprire a pochi passi dal mare e dalla patinata Sanremo.

Visitare Bussana Vecchia

Un angolo di Bussana Vecchia

Si parcheggia fuori dal borgo, lungo la stretta strada che sale da Bussana Nuova. Nel borgo si può camminare solo a piedi, sia perché le strade sono strette, sia perché sono pavimentate in maniera irregolare ed hanno un andamento che asseconda le asperità della roccia sottostante e dell’andamento delle vecchie case del borgo. Si incontrano da subito le prime botteghe artistiche e una piccola piazzetta su cui affaccia il piccolo bar del paese. Qui si ritrovano artisti e turisti, e tutti chiacchierano con tutti come se si conoscessero da sempre: atteggiamento, questo, davvero poco ligure! 😀

Si prosegue in salita, e il consiglio è quello di osservare le case, le pareti, e di curiosare nelle botteghe. Il fulcro del paese è costituito da quella chiesa sventrata, scoperchiata, all’interno della quale filtrano i raggi del sole. Non si può entrare nello spazio della navata, oggi coperto dall’erba, sgomberato dalle macerie, ma dal cancello si possono vedere le nicchie laterali, i cornicioni decorati con angioletti di stucco che sono sopravvissuti ai crolli e ora resistono alle intemperie. Ancora più in alto c’è il castello e sempre, qui intorno, le botteghe artistiche e un negozino dell’usato, perfettamente in linea con lo spirito del villaggio abbandonato.

Bussana va goduta con lentezza. Tutto sa di fermo e sospeso. Se pensiamo che un tranquillo paese in meno di un minuto fu completamente stravolto dalla distruzione, ora lo possiamo contemplare nella pace più assoluta, perché quei momenti convulsi sono passati per sempre. Qualche gatto qua e là attraversa la strada, miagola e si struscia un po’: anche loro abitanti a pieno diritto del borgo.

Fuori da un laboratorio artistico a Bussana Vecchia

Visitare Bussana è un’esperienza artistica e “slow”. Perché sia ancora più coinvolgente vi consiglio di visitarla in un pomeriggio d’autunno, quando le foglie dell’edera che tutto avviluppa si fanno rosse e con gli ultimi raggi di sole che colpiscono il campanile della chiesa. Allora sì che la vostra esperienza sarà completa.

Visitare Trieste in un giorno

Il capoluogo del Friuli Venezia Giulia si distende elegantemente al sole sul suo lungomare nel Golfo di Trieste. Si arriva in città dall’alto, dalla collina, e si scende vertiginosamente in auto prima di arrivare sulla piazza della Stazione e da qui sul viale che costeggia il mare. Poi, improvvisamente si apre lei, bellissima: Piazza Unità d’Italia. È il nostro punto di partenza per visitare Trieste in un giorno.

Vi racconto qui il mio itinerario che risale a pochissimi giorni fa: è fresco fresco e ho ben nitidi in testa colori, sapori e sfumature di questa città. Venite con me.

Piazza dell’Unità d’Italia

Michez e Jachez, i duea automi della campana del municipio di Trieste

Per me è una delle più belle piazze d’Italia, davvero! Saranno i suoi tre palazzi elegantissimi, la piazza tanto ampia, l’affaccio sul mare così arioso e luminoso. Non so, fatto sta che l’impatto con Trieste non potrebbe essere diverso. Sulla piazza affacciano i palazzi pubblici più importanti della città. Tra di essi, senz’altro il più scenografico è il Municipio. Si staglia davanti a noi, con la sua torre centrale sulla quale stanno Michez e Jachez, i due automi in bronzo che suonano la campana: realizzati nel 1875, oggi si trovano al Museo del Castello di San Giusto, mentre dal 1972 due copie sono poste sulla torre. Sulla piazza affacciano anche eleganti caffé storici: il Caffé degli Specchi, per esempio, è il luogo ideale dove fermarsi per prendere un caffé nelle infinite versioni proposte, per gustare una cioccolata calda o un té, oppure un semplice espresso al banco: e la meraviglia è che la tazzina sarà accompagnata da un bicchierino di cioccolata calda. Già vi volete trasferire in città, vero?

caffè espresso e cioccolata calda! Per me è amore.

Pranzo al Buffet da Pepi

Noi siamo arrivati a Trieste all’incirca all’ora di pranzo. Pertanto, dopo ess

ere stati conquistati dalla grandezza e dalla spettacolarità di Piazza dell’Unità d’Italia, abbiamo proseguito in direzione della vicina Piazza della Borsa. Qui nei pressi si trova un locale storico, che ha all’incirca la stessa età di Michez e Jachez: è il Buffet da Pepi, fondato nel 1877. Che volete mangiare? Noi ci siamo seduti e fatti consigliare dal titolare il quale, senza esitazione, ci ha portato un piatto di bollito di vari tagli di maiale accompagnato con rafano grattugiato (piuttosto amarognolo e piccante), senape e crauti. Il tutto annaffiato da birra, ovviamente. L’Austria è davvero vicina, non c’è che dire, e a tavola questa vicinanza si sente eccome! Per dessert, infatti, ci facciamo tentare da uno strudel di mele. Come inizio non c’è male.

Deviazione verso il Borgo Teresiano

Ci spingiamo verso il Borgo Teresiano, che altro non è che un canale sul quale affacciano eleganti edifici e che sul fondo è chiuso dalla bella facciata neoclassica della chiesa di Sant’Antonio. Accanto ad essa si trova invece la chiesa russa ortodossa di San Spiridione. Trieste è terra di frontiera, lo respiriamo ad ogni passo.

Palazzi lungo il canale del Borgo Teresiano

La storia più antica: il teatro romano

Torniamo verso il centro città e ci imbattiamo nei resti, ben conservati, del teatro romano.

Il teatro romano di Trieste

È buffo vedere quanto l’andamento curvilineo della cavea (gli spalti) del teatro antico, adagiata su un pendio naturale, abbia condizionato in questo punto l’urbanistica successiva: un brutto palazzo che gli si addossa quasi mantiene l’andamento curvilineo mentre, davanti ad esso, al di là della strada, è l’edificio di epoca fascista delle Assicurazioni che riprende l’andamento curvilineo. Il teatro è ben conservato. Oltre alla cavea si vede bene la parte semicircolare dell’orchestra, mentre dietro rimangono le fondazioni della scena e del fondo dell’edificio. Risaliamo lungo una stretta scala che si trova a lato del teatro e iniziamo la scalata per arrivare in cima al Colle di San Giusto.

Il Colle di San Giusto

Questo è il fulcro dell’antica città romana di Tergeste. Sulla spianata del colle ancora oggi si vedono i resti della Basilica, l’edificio pubblico che più caratterizzava il foro cittadino, la piazza principale della città. Se le poche colonne sono ricostruite, la spianata si regge sulle fondazioni antiche in mattoni e cementizio. L’archeologa che è in me va in brodo di giuggiole. Nei secoli successivi, questo luogo mantenne la sua importanza: dapprima vi fu costruita la basilica paleocristiana dedicata al martire San Giusto, poi in epoca medievale fu realizzato il grande Castello di San Giusto che oggi è visitabile ed ospita il Museo del Castello.

La basilica del foro di Tergeste, Trieste romana

Il Castello di San Giusto

Questa grande fortezza, e il suo percorso di visita (biglietto: 3 euro) si sviluppa in alcuni corpi di fabbrica: la Casa del Capitano, l’Armeria, il Lapidario, che accoglie le iscrizioni medievali e antiche di Trieste, e uno spazio mostre; inoltre si può percorrere la grande piazza d’armi scoperta e il camminamento di ronda su tutto il perimetro delle mura, godendo di una vista a 360° sulla città.

“Trionfo di Firenze”, nella Casa del Capitano al Castello di San GIusto

Della Casa del Capitano colpiscono gli arredi, in legno finemente decorato, e un dipinto al soffitto che rappresenta il Trionfo di Venezia, opera di Andrea Celesti, nel quale Venezia è rappresentata come una ricca signora che domina sull’Africa, simboleggiata da un cammello, sull’Europa, simboleggiata dal toro secondo quanto racconta il mito greco (Europa era una ninfa di cui si invaghì Zeus il quale, per poterla sedurre [diciamo così] si tramuta in toro e la trasporta da Creta fino al nostro continente, che da lei prende il nome), sull’India, simboleggiata da un elefante, con l’approvazione della Terra (Cerere nuda), del Mare (Nettuno) e dei venti (Eolo). Intriso di significati e di riferimenti mitologici, è un dipinto di grande propaganda della Repubblica di Venezia, quando imperava sul Mare Adriatico.

Proseguendo, l’Armeria ospita una ricca rassegna di armi rinascimentali e moderne (fino all’800): tra alabarde, spade, fucili e pistole, se avete pensieri negativi su qualcuno questo è il posto giusto per sfogarvi, almeno con la fantasia! Naturalmente scherzo. O forse no. Dalle finestre si coglie parte del panorama che poi si potrà meglio godere dal camminamento di ronda. In fondo all’Armeria, una cucina col camino è ciò che resta dell’arredo originario.

Panorama sul golfo di Trieste dal Castello di San Giusto

Dalle mura infine si coglie tutta l’ampiezza della città: lo sguardo spazia fino al Castello di Miramare (che non rientra in questo itinerario, ma che va assolutamente visitato se avete più tempo a disposizione).

La Basilica di San Giusto

La Basilica paleocristiana fin dalle mura esterne e dal portale mostra la sua antichità: essa impiega nella muratura, infatti, elementi architettonici e decorativi della Tergeste romana sui cui resti sorge. Il portale addirittura è ricavato da una lastra funeraria romana con i rilievi dei defunti tagliata a metà: questo sì che si chiama reimpiego di materiale antico.

La volta mosaicata dellabside di San Giusto nella Basilica di Trieste

L’interno è eccezionale: la chiesa è a 5 navate; nelle due absidi, laterali si trovano sulla volta altrettante raffigurazioni a mosaico dorato tipiche del periodo paleocristiano bizantino. I temi raffigurati sono quelli ricorrenti: il Cristo benedicente tra i santi, la Madonna, gli Apostoli. Nell’abside dedicata a San Giusto, al di sotto della volta mosaicata si trovano, dipinte, le storie della vita del santo. L’abside centrale, invece, è una realizzazione moderna, che sostituisce quella più antica andata perduta, e che però stona con il resto dell’edificio, se posso esternare il mio parere estetico e culturale. Se vi soffermate a guardare le colonne, scoprirete che sono tutte di reimpiego: hanno altezze diverse, e capitelli spesso diversi gli uni dagli altri: era importante all’epoca poter sfruttare i materiali edilizi che si potevano ritrovare abbandonati, senza bisogno di acquistarli più lontano. I materiali però sono scelti con criterio e cura: e questa è una caratteristica costante del reimpiego dell’antico negli edifici cristiani.

Dalla Basilica di San Giusto, una strada in discesa porta alla base del colle.

L’Arco Riccardo

LArco Riccardo, la porta romana nelle mura di Tergeste

Ultimata la discesa, infilandosi tra le vie strette di questo quartiere che si addossa alle mura romane di Tergeste, si incontra l’Arco Riccardo, una porta di età romana che costituiva l’accesso alla città. Quelli che noi chiamiamo archi, a proposito delle città romane, spesso sono porte aperte nelle mura. La sua realizzazione risale al I secolo d.C. Il suo nome è un mistero: alcune fonti dicono che il Riccardo del nome sia nientemeno che Riccardo Cuor di Leone, il re inglese eroe delle Crociate che qui a Trieste fu prigioniero. Questa però è una leggenda piuttosto fantasiosa. È più facile che Riccardo sia una corruzione della parola Cardo, che in età romana identificava la viabilità in direzione Nord/Sud delle città romana.

In assenza di spiegazioni certe, però, potete preferire la versione che più vi aggrada. 😉

Si noterà allora che tutti gli edifici dei dintorni sfruttano nella parte bassa le murature antiche e adattano il loro andamento a quello delle poderose strutture romane. Ma basta poco, e si torna quasi in vista del mare e della città Asburgica.

Il Molo Audace

Il nostro giro si conclude con il ritorno su Piazza dell’Unità d’Italia e sul Molo Audace, di fronte ad essa. Abbiamo notato, nel corso del nostro itinerario, che si passa, urbanisticamente parlando, dall’antico passato romano, ben evidente nel teatro, nella basilica, nell’Arco Riccardo, ai grandi edifici asburgici del Sette-Ottocento. Manca, oppure è ben nascosta, la città medievale, i cui segni si trovano solo nella Basilica di San Giusto e nel Castello. Salutiamo la bellissima piazza dell’Unità. Ma il nostro itinerario di un giorno non è ancora finito. Manca l’esperienza più intensa. Per farla, occorre muoversi in macchina.

La Risiera di San Sabba

Limpronta del crematorio, il capannone delle esecuzioni che i Nazisti fecero saltare in aria quando abbandonarono Trieste

Si trova nella zona industriale, e in effetti negli anni ’30 del Novecento era un impianto produttivo: una risiera, per l’appunto, un impianto apposta per pulire, scindere e confezionare il riso. Ma nel 1943, dopo l’Armistizio dell’8 settembre essa fu trasformato nell’unico (per fortuna) campo di concentramento italiano in cui furono uccisi i prigionieri. Le stime ufficiali parlano di 2000 persone giustiziate tra il 1943 e il 1945, ma si pensa che possano essere state almeno il doppio. Visitare la Risiera vuol dire fare un salto nella storia più oscura d’Italia. Un ampio stanzone è adibito oggi a museo interattivo: pochi oggetti, molti documenti video del processo che negli anni ’70 fu condotto per capire la reale entità di ciò che avvenne nella risiera. Si possono visitare, nella Risiera, ambienti dai nomi truci: la Sala della Morte, una sorta di anticamera dove i condannati attendevano; la Sala delle 13 Celle, con delle cellette piccolissime che ospitano un letto a castello e neanche il posto per rigirarsi; la Sala delle Croci, per la particolare impalcatura lignea che inizialmente doveva sostenere 3 piani e che nel restauro degli anni ’70 fu reso come un unico ambiente. La Risiera di San Sabba è monumento nazionale dal 1976. Non si conservano gli ambienti incriminati, però: il grande capannone usato come crematorio e come luogo delle esecuzioni (non c’è chiarezza: gas? impiccagione? Mazzate? Naturalmente i superstiti, i soli che potessero testimoniare, non lo sanno) e la ciminiera nella quale i corpi erano direttamente bruciati. I nazisti in fuga fecero saltare in aria i due edifici, per nascondere le prove. Al loro posto, però, rimane un’impronta, indelebile, e una colonna di fumo, solida, in metallo, che indica il fumo del forno crematorio.

Risiera di San Sabba: la sala delle 13 celle

Fa impressione vedere da vicino l’orrore che si compì in questo luogo. Eppure, nonostante possa far male, nonostante possa essere un’esperienza troppo forte, va fatta. La Risiera di San Sabba va visitata (tra l’altro, l’ingresso è gratuito), bisogna diffondere la conoscenza anche di ciò che vorremmo dimenticare. A maggior ragione di ciò che vorremmo dimenticare.

Trieste in questo itinerario di un giorno ci ha dato tanto: ci ha dato la bellezza di una città asburgica affacciata sul mare; ci ha dato l’austerità di una città dall’antico passato che non è stato cancellato, ma che anzi con orgoglio domina il panorama; ci ha dato una lezione di storia e di civiltà che non dimenticheremo facilmente.

In cerca di vini nell’Oltrepo pavese

L’Italia è terra di grandi produzioni di vini: in molte regioni italiane vi sono dei veri distretti vinicoli, colline e colline coltivate a vigne che si spandono a perdita d’occhio.

Chi non ha mai sentito nominare le terre del Chianti in Toscana, le Langhe in Piemonte, le terre del Franciacorta, la zona dei Castelli Romani nel Lazio o dei Castelli di Jesi nelle Marche? E l’Oltrepo pavese? Lo conoscete?

Si tratta di una regione dalla tradizione vinicola piuttosto radicata, che si colloca in provincia di Pavia. Un paesaggio di dolci colline coltivate a vigneti, qua e là un piccolo paesello o una tenuta, strade panoramiche che affacciano su una vista amplissima. Vi sono stata pochi giorni fa, poco tempo dopo la vendemmia, con le foglie delle viti che stanno inesorabilmente diventando gialle e rosse. Le colline sono tutte colorate ora, e il paesaggio è incredibilmente vivace.

Vi racconto 24 ore passate tra Casteggio, Corvino San Quirico e Oliva Gessi: dalla pianura alla collina, alla scoperta dei vini prodotti nell’Oltrepo pavese.

Casteggio

La chiesa di Casteggio, dalla Certosa Cantù

Casteggio è una cittadina di pianura, anche se il suo nucleo medievale si trova su una piccola altura. Ha origini preromane, quand’era un oppidum (centro fortificato) Ligure. Col nome di Clastidium durante la II Guerra Punica giocò un ruolo importante nella guerra tra Romani e Cartaginesi; fu poi integrata nell’Italia romana e nel medioevo passò sotto il controllo del Comune di Pavia. Ebbe un grandissimo sviluppo sotto i Savoia che ne enfatizzarono il ruolo di mercato di pianura lungo la direttrice che dall’Appennino Ligure va verso Milano.

Sulla bella piazza centrale di Casteggio, piazza Cavour, affacciano alcuni eleganti palazzi storici; in altura, invece, è degna di nota la Certosa Cantù, che fu un convento/fattoria che oggi ospita il Civico Museo Archeologico di Casteggio (tutta la storia della zona dalla preistoria al medioevo, comprese le ricerche archeologiche più recenti) e un rinomato ristorante.

Casteggio è anche il nome di un vino DOC: un vino rosso in cui predominano le uve barbera che vengono coltivate in queste terre, rigorosamente nella provincia di Pavia. E già che parliamo di vini, presso le Cantine di Casteggio Terre d’Oltrepo incontriamo le produzioni più importanti: la bonarda, nelle versioni ferma e frizzante, il barbera, appunto, il rosso dell’Oltrepo, il pinot nero per quanto riguarda i rossi; il pinot grigio e il riesling per quanto riguarda i bianchi. Una bella varietà che però, ci dicono da più parti, non è particolarmente valorizzata.

Una cosa che abbiamo capito parlando con alcune persone del posto, che conoscono bene la realtà locale, è che ancora manca nelle terre dell’Oltrepo la volontà, o forse la capacità?, di fare sistema e di autopromuoversi sul mercato nazionale e internazionale. E dire che i tantissimi vigneti che ci circondano e le tante cantine di cui è disseminato il territorio fanno pensare il contrario. Sicuramente al di sotto dell’Appennino i vini dell’Oltrepo pavese sono meno diffusi. Anche per questo eravamo curiosi di scoprirli.

La Cantina di Casteggio Terre d’Oltrepo

Corvino San Quirico

A pochi km da Casteggio una stradina fa abbandonare la pianura e porta in collina. Si entra nel territorio di Corvino San Quirico: la strada sale tra curve che lambiscono vigneti da una parte e dall’altra. In fraz. Mazzolino una grande azienda vinicola, la Tenuta Mazzolino, la fa da padrona. Il panorama spazia sulle alture circostanti, su castelli che si notano in lontananza, su cascine e campanili. Laggiù in fondo, invece, si intravvede l’autostrada. La vendemmia è stata poco tempo fa, e i filari di vite finalmente riposano e si godono l’ultimo sole caldo prima che cadano definitivamente le foglie e sopraggiunga l’inverno. In lontananza qualche trattore sta preparando la terra per nuove semine e nuovi raccolti.

Panorama dell’Oltrepo pavese

Oliva Gessi

Proseguendo la strada si giunge a Oliva Gessi. La sua fondazione risale addirittura ai decenni intorno all’anno 1000. Al borgo è legata la figura di un santo, San Luigi Versiglia, che partì da qui all’inizio del Novecento per andare a fare il missionario in Cina e lì fu martirizzato, nel 1930. Sulla casa natale del santo una lapide ricorda il personaggio, che fu canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1983. Il nucleo abitato in cui sorge questa grande casa, l’unica qui ad essere intonacata di bianco, è quello più antico, dove si trovano i resti di una fortificazione e alcuni grandi edifici in mattoni, ex fienili e ricoveri di animali e di attrezzi. Poco oltre nuovi edifici adibiti ad appartamenti per vacanze: effettivamente se ci si vuole riposare in campagna, lontano dal frastuono della città questo è il posto giusto: solo il gallo canta, incontrastato signore di queste terre.

Vigneti a Oliva Gessi

Anche qui vigneti a perdita d’occhio mentre la strada prosegue verso Montalto Pavese. Anche qui un trattore sta rivoltando zolle di terra e preparando il terreno per l’inverno. Anche qui le viti, che hanno dato tutte loro stesse per la produzione dell’uva, si riposano, finalmente: le foglie cominciano a rosseggiare, poi cadranno definitivamente.

Ci starebbe bene un picnic in mezzo ai filari e un bel bicchiere di vino per brindare a questo territorio che non conoscevo e che spero quanto prima di tornare ad esplorare.