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Andar per vicoli a Genova: da via Giustiniani alla Collina di Castello

I Vicoli: Patrimonio dell’Umanità (e mio grande amore)

Ho vissuto per anni a Genova, e per me i “vicoli” erano quelli che percorrevo ogni giorno per andare a piedi da casa alla mia facoltà di Lettere in via Balbi. Dunque erano i vicoli di via San Luca, via Luccoli, via del Campo. Si tratta dei vicoli chiusi tra Sottoripa, i palazzi medievali affacciati sul Porto Antico, via San Lorenzo e, lato monte, dalla bella Strada Nuova, ovvero via Garibaldi con i suoi “Palazzi dei Rolli”, i palazzi signorili della Genova che conta(va): Palazzo Tursi, Palazzo Bianco, Palazzo Rosso. Era una passeggiata bellissima ogni volta, e l’aspetto più interessante era provare a cambiare stradina, rischiando seriamente di perdersi, ma scoprendo sempre nuove suggestioni e nuovi dettagli del quartiere più caratteristico e autentico di Genova.

Negozio di frutta in via del Campo, un angolo caratteristico dei vicoli di Genova

Via San Lorenzo, la grande arteria che dal Porto Antico sale verso la Cattedrale di San Lorenzo e ancora più su fino a Palazzo Ducale e alla chiesa del Gesù, divide letteralmente in due il quartiere dei vicoli di Genova. Esiste infatti un altro versante della città medievale, ancora più autentico, se vogliamo, che dalle traverse di via San Lorenzo si protende da un lato verso il porto, dall’altro risale fino a Porta Soprana (fuori della quale si colloca la Casa di Cristoforo Colombo) e risale la collina di Castello, l’area più antica della città.

Girovagando nei vicoli si incontrano palazzi di grande bellezza, come questo, a pochi passi da San Lorenzo

La collina di Castello, infatti, è il luogo sul quale sorgeva dapprima l’emporio ligure frequentato dagli Etruschi in età preromana: un luogo naturalmente fortificato, in altura ma con sbocco sul mare. Questa sua posizione strategica piacque anche ai Romani, per cui il primo nucleo di Genua sorse sempre in questi luoghi, anche se poi, col tempo, la città si espanse. Ma è nel Medioevo che Genova diventa finalmente se stessa. La conosciamo fin dalle scuole elementari come Repubblica Marinara al fianco e in perenne contrasto con Venezia, Pisa e Amalfi. La “Superba”, come verrà definita, scende dalla collina di Castello, si espande intorno alla darsena, costruisce un porto degno di una potenza marinara che trionferà sui mari per secoli (la storia di Genova sul mare è ben raccontata nella prima sezione del Galata – Museo del Mare di cui parlo qui).

Del suo passato medievale, nonché della sua vocazione come fondaco mercantile, come dicevo, rimane ampia traccia nel tessuto urbano dei vicoli: viuzze strette dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” come cantava De Andrè.

I vicoli alle pendici della Collina di Castello

uno scorcio di via dei Giustiniani

Se i vicoli che nominavo all’inizio, via San Luca e dintorni, ormai hanno perso parte dell’atmosfera antica, zeppi come sono di negozietti moderni (anche se bisogna pensare che i vicoli abbiano sempre avuto vocazione commerciale, trovandosi vicino al porto), i vicoli di là da San Lorenzo, che ridiscendono lungo via dei Giustiniani e poi salgono, parallelamente alla linea di costa, fino alla Collina di Castello, sanno ancora di antico e sono davvero suggestivi. Perdetevi ad ammirare i dettagli architettonici, le madonne sospese sui muri, gli archetti che decorano le pareti e gli archi che collegano i palazzi, così alti e così vicini che dalle finestre dirimpetto ci si può toccare.

Uno degli angoli più incantevoli di questo settore dei vicoli è la piccola piazza San Giorgio, sulla quale affacciano le due chiese apparentemente gemelle di San Giorgio e San Torpete. San Giorgio è intonacata in giallo, San Torpete in verde ed è una chiesa di rito ortodosso. Infatti, sulla piazzetta, una bottega di prodotti “dell’Est” ci dice che evidentemente qui fa capo una comunità russa. La raffigurazione di San Giorgio con il drago si trova sul portale di un palazzo qui nelle vicinanze, mentre un portale qui accanto alla chiesa è in pietra e sui lati ha, uno per lato, due medaglioni con due grandi teste-ritratto ad imitazione dei ritratti degli Antichi: una decorazione che si ritrova spesso a Genova sui portali d’ingresso dei palazzi storici.

Le due chiese di Piazzetta San Giorgio

Risalendo da qui ci teniamo il mare sulla destra (non lo vediamo, ma c’è), incontriamo in uno scorcio la piccola chiesa dei SS. Cosma e Damiano, poi salendo ancora, di vicolo in vicolo, ci troviamo davanti alla chiesa di Santa Maria di Castello. A lato di essa l’alta Torre degli Embriaci.

Un rilievo di San Giorgio e il drago su una porta vicino a Piazzetta San Giorgio

Si può visitare la chiesa di Santa Maria di Castello con la guida gratuita (a offerta) di un volontario che si spende perché questo scrigno di arte nel cuore della sua città venga conosciuto. Ha ragione. La chiesa è piuttosto antica, di età romanica, e reimpiega, nelle navate, colonne e capitelli appartenenti a chissà quali sontuosi edifici della Genua romana ormai non più conservati e impossibili da localizzare. Ogni cappella laterale è una scoperta: c’è quella di San Vincenzo Ferrer, quella di San Tommaso d’Aquino, nella quale si trova un polittico con decorazioni minute in oro che ne fanno più un oggetto scultoreo che non pittorico, quella di San Giovanni dei Fiorentini, decorato con piastrelle realizzate in Toscana, nello stile di Montelupo.

L’Annunciazione di Giusto di Ravensburg in Santa Maria di Castello

Ma ciò che davvero vale la pena di vedere di Santa Maria di Castello non è in chiesa, ma fuori, in un balcone che affaccia sul chiostro, dedicato ai santi dell’ordine domenicano cui la chiesa ad un certo momento della sua storia appartenne. Qui, sotto un soffitto a volte a crociera decorato con i profeti, i santi, i più importanti padri domenicani, sulla parete si trova una bellissima Annunciazione quattrocentesca del pittore tedesco Giusto di Ravensburg: intensa, coloratissima, vivace, ci mostra l’angelo vestito come un arcivescovo e la casa della Madonna arredata come le case signorili del Quattrocento genovese. Tanti dettagli su ognuno dei quali ci si potrebbe soffermare per ore! La chiesa per un certo tempo fu convento domenicano, per questo si trovano tanti riferimenti a quest’ordine monastico sulle pareti e un po’ ovunque nella chiesa. Il complesso occupava più edifici. Visitiamo solo la chiesa e ci affacciamo sul chiostro: nessun contatto con l’esterno, tutto racchiuso in se stesso.

la Torre degli Embriaci

Fuori della chiesa la Torre degli Embriaci, altissima, in pietra, ci racconta una storia che risale all’epoca delle Crociate, quando Guglielmo Embriaco tornò vincitore dalla presa di Gerusalemme del 1099 e dalla conquista di altre città con le cui ricchezze contribuì a finanziare la costruzione del Duomo di San Lorenzo. La torre, alta 41 m, è l’unica rimasta delle tante torri che nel medioevo costellavano il centro di Genova e delle quali fu decretato l’abbassamento con un editto del 1196. La grande fama di cui godeva ancora dopo un secolo l’Embriaco fece sì da risparmiare la sua torre, che oggi si staglia al di sopra dei palazzi, medievali anch’essi, che la racchiudono.

Proseguendo la salita si arriva al Castello e ancora più avanti incontriamo la sede della Facoltà di Architettura. Al termine della salita siamo a Sant’Agostino, dove si trova il museo dell’arte medievale e moderna della città, ospitato all’interno del convento dei monaci Agostiniani.

Per tornare su via San Lorenzo, al termine del nostro percorso, possiamo discendere lo Stradone Sant’Agostino che conduce alla chiesa medievale di San Donato (“ma quante chiese ci sono a Genova?” vi chiederete: tante, una più preziosa dell’altra); in alternativa, potete imboccare via di Ravecca, percorrerla tutta e arrivare a Porta Soprana con le sue due torri: l’estrema propaggine del centro storico.

Strade panoramiche nell’entroterra ligure: da Andagna a Rezzo

Ho parlato spesso nei miei post dell’entroterra della Provincia di Imperia: è un territorio variegato, nel quale si incontrano oliveti, pinete, boschi, piccoli borghi e chiesette, monti scoscesi dai quali, però, si vede il mare.

La strada di cui vi racconto oggi è davvero una chicca molto poco nota agli stessi abitanti del Ponente Ligure: collega il piccolo paesello di Andagna, nella Valle Argentina, con Rezzo, un altro piccolo borgo dal quale si raggiunge invece facilmente Pieve di Teco e da qui la Valle Arroscia, che scende verso Albenga, e la Valle Impero che scende, invece, verso Imperia.

Questo è un bel percorso da fare in moto. Consigliato soprattutto se vi piacciono i bei panorami e i boschi.

Poco prima di entrare in Molini di Triora, nella Valle Argentina, prendete il bivio per Andagna. Dopo poche curve giungerete al paesino di Andagna. Si tratta di un piccolo borgo dalle case in pietra strette le une alle altre, con una via stretta che lo attraversa nel quale a malapena passa un’auto. Il consiglio infatti è, se lo volete visitare, di parcheggiare all’ingresso del borgo, dove si trova un piccolo parcheggio. Vi conquisterà la vista sulla valle e sulle montagne, costellate di minuscoli paesini arroccati dei quali spiccano sempre i campanili.

Il panorama da Andagna

All’ingresso di Andagna si inforca la strada per Rezzo, segnalata dal cartello: non potete sbagliare. Cominciate a salire. Curva dopo curva, tornante dopo tornante, la strada vi stupirà, regalandovi viste mozzafiato e una selvaggia ma umile flora locale, la tipica flora spontanea dell’entroterra ligure, lilla dei cardi e gialla delle ginestre, qua e là bianca per le margherite.

La cappella di San Bernardo di Andagna

Incontrate, quale prima forma della presenza dell’uomo, la piccola cappella di San Bernardo. San Bernardo era nel Medioevo il patrono dei viandanti. Così, non stupisce che essa sia intitolata proprio a questo santo: l’architettura è molto semplice, e tipica delle chiesette di campagna liguri: un’aula unica, il tetto a spiovente, l’ingresso coperto da un ampio portico completo di panchine, in modo da concedere il riposo a chi, camminando, giungeva qui nei pressi. Nella facciata, solitamente si aprono due finestrine ed è da queste che si può spiare l’interno, visto che la chiesa è chiusa: la cappella di San Bernardo è affrescata su entrambe le pareti lunghe: sono rappresentate le vicende della passione di Cristo e poi su un lato le sette virtù teologali, sull’altra, in una magnifica rappresentazione, i sette vizi capitali, immaginati come personaggi maschili e femminili ben vestiti e a dorso d’asino, incatenati gli uni agli altri che inevitabilmente finiscono nelle fauci aperte di un drago/demonio. Proprio al di sopra di questa drammatica rappresentazione, in netto contrasto ideologico, sta la figura del Cristo risorto, al quale i viandanti e i pellegrini devono affidarsi se non vogliono finire divorati da Satana. Gli affreschi risalgono al Quattrocento e sarà curioso scoprire, alla fine di questo percorso, che la stessa raffigurazione dei Vizi Capitali si ritrova nel Santuario della Madonna Bambina di Rezzo.

La cavalcata dei vizi capitali affrescata all’interno della cappella di San Bernardo di Andagna

La cappella di San Bernardo si trova in una splendida posizione panoramica. Poco più avanti, la cappella di Santa Brigida svolgeva analoga funzione.

Ruderi a Drego

Tornante dopo tornante, si giunge nella piccola località di Drego. Oggi le sue due casine in pietra sono state riattate come agriturismo; quest’area, in posizione panoramica importante di controllo sulla vallata, è frequentata sin dall’età protostorica. Casette e ricoveri per i pastori, ormai ridotti a rudere si incontrano ancora. Qui, sul crinale, c’è ancora il pastore che durante il giorno manda al pascolo le pecore. Tra i fiori spontanei, stupisce la presenza della lavanda. Anzi, no, non ci stupisce: perché proprio qui a Drego c’è un piccolo campo di lavanda organizzato sulle fasce sul crinale: un angolo tutto lilla all’inizio dell’estate di cui ho parlato in questo post.

La lavanda a Drego

Ancora un bello spiazzo panoramico (da cui si vede il mare!) dove portersi fermare ed eventualmente intraprendere un sentiero, poi la strada entra, finalmente, in un grande grandissimo bosco: è il bosco di Rezzo, una grande faggeta abitata da molte specie selvatiche. La strada è un po’ sporca dalle tante foglie degli alberi e in molti punti è piena di buche: addirittura dalle buche più profonde emerge la mulattiera sottostante.

Km e km nel bosco non vi devono né scoraggiare né far credere di aver sbagliato strada: incontrerete ogni tanto un fontanello, un’azienda agricola, un monumento ai caduti durante la Guerra di Liberazione (il territorio fu interessato da tante azioni partigiane nel periodo ’43-’45). Infine, molte curve dopo, si arriva a Rezzo.

Prima di entrare in paese, una deviazione sulla sinistra vi conduce un po’ più in là, al Santuario della Madonna Bambina.

I Dannati dipinti sulla parete del Santuario di Rezzo

Questa chiesa romanica è molto ben conservata; soprattutto, conserva sulla parete destra due cicli pittorici notevoli. Uno, il più antico, risalente al primo Quattrocento, raffigura il Giudizio Universale: vi è raffigurato Satana con il volto mostruoso di Bes e le gambe aperte, un dannato condannato ad essere cotto allo spiedo, un altro è condannato alla ruota, il tutto tra fiamme e fiammelle; sembra di sentire il fuoco scoppiettare e i dannati urlare tanto è vivida, anche se ingenua, questa rappresentazione. Alla base la cavalcata dei Vizi Capitali, nuovamente incatenati gli uni agli altri e sontuosamente vestiti, non possono non andare a finire in bocca al demonio affamato. Sopra le loro teste, a mo’ di didascalia è indicato chi è l’Ira, chi l’Avarizia, chi la Gola.

La crocifissione dipinta da Guido da Ranzo nel Santuario di Rezzo

L’altro ciclo pittorico, immediatamente seguente, raffigura episodi della vita e della passione di Cristo, tra cui l’ingresso a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, l’arresto, la fustigazione, la Pietà e culmina nella bellissima crocifissione centrale, col Cristo tra i due ladroni e un centurione che gli conficca la lancia nel costato. Il pittore è Guido di Ranzo, pittore locale (Ranzo è un paese nelle vicinanze di Rezzo) molto attivo nella vallata tra il XV e il XVI secolo. Le sue figure (oggetto di un restauro recente) sono vivacissime, espressive, un trionfo di colori. Una vera narrazione per immagini, fatta apposta per una comunità che trovava di più facile comprensione i disegni che non le prediche dei prelati.

Il paese di Rezzo si trova più a valle rispetto al Santuario. La sua chiesa parrocchiale, col suo campanile, è comunque il monumento più eclatante, intorno al quale si dispone il resto del borgo medievale. La statua di un cavagnaro, ovvero di un costruttore di cavagni, cesti in legno di nocciolo col manico che si portavano sul braccio, ci racconta che gli abitanti di Rezzo ne erano abili costruttori.

La statua di un cavagnaro a Rezzo

Quest’itinerario termina qui. Ma nella valle di Rezzo sorgono anche i due borghi di Cenova e Lavina. Volete non visitarli? Aaah, mi pareva! Ma quest’altra gita, al momento, la rimandiamo ad un’altra occasione 😉

In cerca di lavanda: dove trovarla in Liguria

Ho fatto una scoperta bellissima, tutta lilla. È stata faticosa, ma ne è valsa la pena: ho scoperto una strada, una valle, dei panorami della mia Liguria di cui non sospettavo l’esistenza.

Era da un anno che volevo cercare la lavanda in Liguria. Tutto iniziò un anno fa quando venni a conoscenza del Museo della Lavanda a Carpasio, comune della Valle Argentina, in provincia di Imperia. Incuriosita, ma non trovando alcun contatto, telefonai direttamente al Comune di Carpasio, ed ebbi così la ferale notizia: il museo aveva appena, definitivamente, chiuso.

Desolazione!

Ma, pensai, se c’è un museo, vuol dire che la lavanda la coltivano comunque da quelle parti. Ho continuato ad indagare.

Ho scoperto che più in su nella Valle Argentina, ad Agaggio, c’è addirittura un’azienda che lavora i fiori di lavanda! L’Azienda Agricola e Distilleria Le Cugge ha, dice il sito web che ho studiato, i campi di lavanda a Drego, una piccola località che non si fa trovare quando la cerco su Google Maps.

Drego; uno sperone roccioso che anticamente ospitava un castellaro ligure

Ma non desisto. Calo l’asso: chiedo a mia sorella e a suo marito, che abitano a Molini di Triora e che conoscono bene la Valle Argentina. Mi dicono che Drego è la località in cui si trovano le case dell’Agriturismo La Fontana dell’Olmo che ha sede ad Agaggio (e nel cui agriturismo si mangia benissimo tra l’altro); ma per sapere come arrivarci bisogna chiedere direttamente a loro. E mi viene svelato il mistero.

Una rosa selvatica fiorita. Laggiù in fondo si scorge il mare

Si arriva a Drego risalendo la Valle Argentina quasi a Molini di Triora; qui si prende la deviazione per Andagna, un piccolo borgo in cui le case in pietra sono strette le une alle altre e un’auto a fatica lo attraversa, tanto è stretto. Vedo tetti in lastre di ardesia: non mi stupisco: c’era una cava qualche decennio fa un po’ più in su, nella montagna ligure.

La strada che devo prendere prosegue verso Rezzo. Vi racconterò di questo percorso in un post a sé perché merita. Qui vi dico solo che dopo parecchi tornanti e qualche panorama notevole, uno dei quali particolarmente mozzafiato, si arriva finalmente in località Drego.

Qui lascio la macchina approfittando del parcheggio dell’Agriturismo (non me ne vogliano, eh?) e vado a piedi, iniziando una bellissima passeggiata sotto il caldo sole ligure di fine giugno.

Il primo tratto di passeggiata è sulla strada asfaltata: sotto di me, pertinenza ancora dell’Agriturismo, ci sono dei filari di lavanda fioriti, ma non è questo il campo che sto cercando.

Qua e là incontro piante di lavanda nata spontaneamente sul ciglio della strada, abbarbicata ad una roccia, al di sopra di una fascia, all’ombra di un alberello di rosa selvatica (ne è pieno e sono tutte fiorite).

È un tripudio di fiori, non solo di lavanda, e di api e farfalle che ronzano e lavorano. Io le disturbo cercando di scattare foto a loro che si mettono in posa, in effetti, per favorirmi. È tutto molto bello.

Una farfalla si mette in posa sulla lavanda apposta per me! 🙂

La strada ad un certo punto, a 800 m circa dall’Agriturismo, fa un tornante. Sulla sinistra si inerpica una sterrata costellata da piante spontanee di lavanda e dalle inconfondibili “palline nere” delle pecore che hanno il proprio ovile poco più in su. Lo incontro, l’ovile; le pecore no, sono al pascolo. Incontro il pastore che, all’ora di pranzo, sta serrato nel suo stabbiolo di lamiera a pranzare. Un posto che sa di vetusto, di rurale. Ma poco più in su un pannello solare è l’unica concessione moderna ad un mestiere antico. Sì, perché quassù l’energia elettrica non ci arriva.

Saluto il pastore, e vado ancora più in su. Non devo salire molto: si intravvedono le fasce coltivate, cioè i muretti a secco tipici della Liguria, costruiti nei secoli dai contadini per strappare strisce di terra per la coltivazione. Le fasce davanti a me sono lilla, assolutamente lilla, risplendono alla luce del mezzodì. Sono affacciate su un panorama vastissimo, che spazia fino al mare laggiù in fondo.

Il campo di lavanda a Drego

Non sono le distese di Valensole, eh? Niente di paragonabile. Il campo non è molto esteso, occupa solo alcune fasce. La lavanda è disposta in filari paralleli, distanziati gli uni dagli altri: filari molto regolari, per favorire, senza dubbio, la raccolta e l’irrigazione. Ricordo che anche in Provenza i filari sono ben distanziati, anche perché le piante si sviluppano in altezza e larghezza e se non fossero distanziate si darebbero fastidio, togliendosi il sole a vicenda.

La fioritura mi sembra a buon punto, siamo a fine giugno del resto, il periodo in cui in Provenza i campi di lavanda sono la meta preferita dai viaggiatori. Presto i fiori dovranno essere colti per poter essere lavorati nella distilleria. Sono arrivata al momento giusto, ne sono sicura.

Il campo di lavanda di Drego

Essere arrivata fin quassù, poi, in questo luogo così selvaggio e assolutamente nascosto, mi dà la sensazione di aver compiuto una grandissima impresa.

È un luogo nascosto, è vero, ma la strada che collega Andagna con Rezzo, lungo la quale mi trovo, è un percorso che merita fare (adatto alle moto, senza dubbio). Ve ne parlerò nel prossimo post.

il Museo Bagatti-Valsecchi a Milano

Milano, via Montenapoleone. Il Quadrilatero della Moda, il quartiere più chic di tutta Europa. Non verrebbe in mente a nessuno che tra una vetrina di Haute Couture e una boutique di scarpe inarrivabili per noi povere mortali, si possa trovare un museo. E invece c’è, è qui, in una via laterale, accanto allo showroom di Stefano Ricci. È il museo Bagatti-Valsecchi.

E che ci fa un museo qui?

La Galleria delle Armature è il primissimo impatto con la collezione del Museo Bagatti-Valsecchi

Innanzitutto iniziamo col dire che è una casa-museo. Ovvero è la casa di una famiglia nobile di Milano, i Bagatti-Valsecchi, che è talmente particolare, bella, eccentrica, da meritare di essere mostrata al pubblico. Da qui dunque l’idea di aprire le sue porte alla gente, e l’idea di un museo. Un museo che attraverso se stesso racconta una storia tanto interessante quanto bizzarra: quella di due eccentrici fratelli che nella seconda metà dell’Ottocento volevano arredarsi casa come se fosse un castello cinquecentesco. E ci riuscirono, accidenti. Eccome se ci riuscirono.

L’ingresso, su via Gesù, traversa di via Montenapoleone, immette in un atrio scoperto che già ci catapulta in un’altra dimensione. La Milano da bere è fuori di qui, ben distante. Entriamo e superata la biglietteria si salgono le scale. Veniamo accolti dalla Galleria delle Armature. E qui decisamente facciamo un salto indietro nel tempo di qualche secolo. Armature, corazze, elmi, scudi e spade su un lato e sull’altro del corridoio ci osservano silenti e minacciosi, mentre procediamo verso il Salone. A me personalmente, ricorda la collezione di armature del Museo Stibbert di Firenze, un’altra casa-museo di un altro eccentrico proprietario. Ma scoprirò nel prosieguo della visita che la collezione è molto differente.

La visita alla casa dei Bagatti-Valsecchi inizia con la Stanza della Madonna: se con la Galleria delle Armature abbiamo pensato di trovarci in un luogo sospeso nel tempo, da qui in avanti non abbiamo più dubbi: siamo decisamente nel Cinquecento!

Il leone più brutto che la storia dell’arte ricordi. Milano, Museo Bagati-Valsecchi

Un grande dipinto alla parete, con una Madonna della Misericordia dall’ampio mantello che accoglie i fedeli e i committenti vigila su questa sala. Sotto di essa una bella cassapanca dipinta, il Cassone delle virtù, anch’esso cinquecentesco, fu acquistato dai Bagatti-Valsecchi da un contadino, il quale lo usava come mangiatoia! Dalle stalle alle stelle, come dire. Nella stanza però è un altro affresco, o meglio un dettaglio di esso, che attira la mia attenzione: un leone brutto ma brutto, che più brutto non si può: il pittore che lo dipinse sicuramente non aveva mai visto un leone dal vivo, è evidente!

Parliamo dei due fratelli Bagatti-Valsecchi: Fausto era un donnaiolo, uomo di mondo, affascinante, ricco e scanzonato; riceveva in casa le sue amanti, una per volta, e le faceva accedere o andar via tramite un passaggio segreto che immetteva nella Biblioteca. Chi avrebbe mai pensato che la cultura potesse essere tanto intrigante? Dormiva in una camera da letto il cui letto in legno era intarsiato con tantissime minuscole storie tratte dalla Bibbia. A terra, il pavimento richiama un tappeto nelle rifiniture laterali, mentre sul comodino un teschio ci ricorda il memento mori, un invito dunque a godere del presente, vivendo rettamente.

“Amore, posso far venire le mie amiche per un té?” “Certo, purché non spettegoliate”

Fausto aveva un fratello, Giuseppe, che sposò Carolina Borromeo, anch’essa di nobile famiglia milanese (ve lo ricordate il Cardinale Federigo Borromeo dei Promessi Sposi?). Fu un matrimonio d’amore che diede alla luce alcuni figli (che, indovinate? Giocavano in un girello in legno cinquecentesco e dormivano nella culla cinquecentesca!); Carolina aveva delle amiche e un bel soggiorno a disposizione con un camino valtellinese, la Stube. Chiese dunque al marito Giuseppe se poteva invitare le amiche per un té e il marito certo le diede il permesso. Ma a scanso di equivoci, poiché conosceva molto bene il genere femminile, fece scrivere sopra il caminetto in latino una frase di monito: vietato parlar male e spettegolare degli assenti. Donnine avvisate mezze salvate.

Segue poi la camera da letto della coppia di coniugi, sui toni del rosso, con un bel baldacchino matrimoniale centrale, e la Sala Verde, la camera singola di Giuseppe, anch’essa con letto a baldacchino. Tutte le sale ospitano qualche opera d’arte più o meno di pregio, così tra un Giovanni Bellini e un Gentile Bellini oltre ad avere il mobilio, gli arredi, le suppellettili e persino le decorazioni del soffitto e delle pareti in stile, anche le opere d’arte sono coeve. L’arredamento cinquecentesco voluto e perseguito dai due fratelli Bagatti-Valsecchi è coerente, senza sbavature,  che denota una precisa ricerca filologica degli oggetti. I mappamondi in biblioteca, per esempio, uno della volta celeste, l’altro del mondo conosciuto nel Cinquecento, sono due preziosi documenti di un momento in cui l’America era stata appena scoperta, a malapena delineata e chiamata “Terra Incognita“.

La Sala Verde, camera da letto di Giuseppe Bagatti-Valsecchi

Sono stata al Museo Bagatti-Valsecchi in occasione di un incontro tra blogger organizzato da The Art Post Blog e dedicato alla didattica museale. È stata l’occasione per scoprire un museo che prima, lo dico sinceramente, non avevo mai neanche sentito nominare, e soprattutto per scoprire quanto una piccola realtà come questa sia in grado di mettere in moto con poche risorse ma tantissima passione, un vasto programma di didattica e di comunicazione. Un ottimo esempio che molti musei dovrebbero seguire. Visite guidate, eventi, concerti, visite al buio, attività speciali: il museo vuole entrare in contatto con la gente, non solo con i bambini delle scuole, vuole invitare tutti i Milanesi e non solo. La casa-museo Bagatti-Valsecchi è un pezzettino di storia milanese. Una storia privata di una famiglia che però fu attiva nella Milano di fine Ottocento-inizi Novecento.

Ogni oggetto dell’arredamento racconta una storia, perché dietro all’acquisto e alla sistemazione di ciascuno di essi c’era una precisa volontà dei due fratelli di caratterizzare la casa, di curarla come un orto prezioso. Il dipinto di Giovanni Bellini raffigurante Santa Giustina, antenata dei Borromeo, fu acquistato apposta da Giuseppe per la moglie Carolina Borromeo; le decorazioni alle pareti o sui soffitti non sono semplicemente citazioni dell’antico, ma rielaborazioni che dimostrano la maturità di due intenditori talmente amanti di un periodo storico, da volerci vivere dentro. E mai illusione riuscì meglio.

3 Musei del Mare in Liguria che non potete perdere

La recente inaugurazione del Museo Navale Internazionale di Imperia nella sua nuova sede, in un bellissimo ex-stabilimento industriale alla Marina di Porto Maurizio, mi ha fatto venire in mente una cosa davvero ovvia: la Liguria ha un solidissimo e millenario legame col mare.

Il museo navale di Imperia

Il museo navale di Imperia

L’osservazione è ovvia, ve l’ho detto. Ciò che non è ovvio è invece capire come la Liguria di oggi esprime questo suo rapporto antichissimo, come è consapevole di secoli e millenni di vita sulle coste, di commerci, di pesca, di esplorazioni geografiche e viaggi, di confini e di ignoto, di pericolo e di superstizione, di lavoro e di svago.

Il rapporto col mare è un elemento identitario dei Liguri, da Ponente a Levante. Chiedetelo a un Imperiese (ma anche a un Genovese, ad un Savonese o a uno Spezzino): chiedetegli perché non può stare senza vedere il mare, chiedetegli perché, se vive fuori Liguria, quando torna e lo vede comparire tra le montagne, tra le gallerie lungo la ferrovia o l’autostrada, respira più forte, quasi che fino a quel momento avesse trattenuto il fiato; chiedetegli perché è ancora capace di stupirsi di un’alba o di un tramonto sul mare. Non è semplicemente perché gli piace andare in spiaggia. No. È perché in quel mare ci si identifica, quando ci si tuffa ci si specchia. E specchiandosi vede se stesso.

Vi racconto 3 musei del mare della Liguria. Tre musei che raccontano la storia, la vita e tutto ciò che ruota intorno al mare. Il Mar Ligure ovviamente, ma non solo o non necessariamente. Perché il mare non ha confini stabiliti, e l’uomo di mare ha sempre avuto la voglia di spingersi un po’ più in là, per guardare oltre l’Orizzonte.

  • Museo Navale Internazionale di Imperia

Inizio con l’ultimo nato, nonché quello più a Ponente: il nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia ha visto la luce proprio all’inizio di febbraio 2016. Prima si trovava in un’altra sede, più piccola, ed era più simile ad una wunderkammer marittima che non ad un museo vero e proprio: vetrine troppo piene, raffazzonate e allestimento davvero vecchio. Il museo nuovo ha ancora molto lavoro da fare per diventare davvero un museo come si deve e come il pubblico lo vuole.

i dolia del museo navale di Imperia

i dolia del museo navale di Imperia

Ha sicuramente grandissime potenzialità, come l’esposizione, finalmente, dei dolia (singolare dolium), i grandi contenitori in terracotta della nave romana trovata al largo di Diano Marina, per i quali i Dianesi stravedono (guai a toccarglieli!): ora sono esposti al piano terra, ma manca qualsiasi apparato didattico in grado di spiegarli a chi non li conosce. Speriamo che nel prossimo futuro si risolva la questione, così come possano trovare pace tutti i cimeli della collezione di modellini di nave, divise di ufficiali e marinai (montate su manichini che… per carità!), di libri e di fotografie: speriamo che qualcuno sappia fare una scelta e una cernita dei materiali, sappia decidere che non necessariamente tutto va esposto, ma che si deve fare una selezione. Non serve la quantità per dire “che ricca collezione!”, ma la qualità e la capacità di individuare, nel numero, ciò che davvero vale la pena di mostrare. Sembrerebbe una recensione negativa la mia, invece è solo accorata: perché cose ottime ci sono eccome: come la ricostruzione del Sestriere, mercantile italiano a bordo del quale possiamo parlare con ufficiali e marinai che ci raccontano la storia di questa nave che fu varata nel 1941. E poi la sezione dedicata alla vela, e ancora quella, in via di completamento, dedicata al Santuario dei Cetacei del Mar Ligure: perché il mare è anche semplicemente natura, non solo rapporto con l’uomo. Un museo che deve crescere e formarsi: e sono sicura che, con il supporto delle competenze giuste, potrà diventare davvero un polo culturale importante nel Ponente Ligure.

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

  • Museo Navale Romano di Albenga 

Museo archeologico totalmente votato al mondo sommerso, il Museo Navale Romano di Albenga, nacque a seguito della scoperta e recupero del relitto della nave romana di Albenga, una nave del I secolo d.C. che solcava le acque antistanti l’isola Gallinaria e pensò bene di affondare con tutto il suo carico di anfore che trasportavano vino. La stiva, ricostruita nella sala principale del museo, è la vera attrattiva di questo luogo, ed è la cosa più spettacolare. Il relitto di Albenga fu il primo ad essere indagato archeologicamente. Con la sua scoperta prese il via la disciplina dell’archeologia subacquea. Fu un momento davvero epocale, a metà del Novecento, e il museo navale romano di Albenga, col suo allestimento così sobrio e vecchio, diciamocelo, fotografa precisamente un’epoca in cui il rinvenimento di un intero relitto di età romana era un avvenimento talmente importante, unico e raro, da richiedere un museo appositamente dedicato. L’inventore dell’Archeologia Subacquea, Nino Lamboglia (che nacque a Imperia, non sapeva nuotare, ma si immergeva dentro una camera sottomarina chiamata sorbona, e morì annegato, ironia della sorte) scoprì il relitto, ne curò il recupero, allestì il museo, gettò le basi per questa nuova disciplina. Una disciplina che ancora oggi, tra mille difficoltà dovute alla solita carenza di fondi, restituisce però sempre nuove storie sommerse nel mare.

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Musoe Navale Romano di Albenga

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Museo Navale Romano di Albenga

  • MuMA Galata Museo del Mare di Genova

Un signor museo. Davvero. Dalla A alla Z questo luogo, posto a Genova ai margini del Porto Antico, racconta la storia d’amore tra Genova e il mare. E non solo, ma tra l’uomo e il mare nel corso dei secoli e fino ai giorni nostri. Una storia fatta di oggetti e di persone, di documenti che raccontano storie.

Genova com'era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

Genova com’era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

La prima sezione è storica, parla della storia di Genova come città e Repubblica Marinara, della trasformazione del suo porto che ha seguito le vicissitudini storiche della città, nel suo alternarsi come potenza marittima e come città chiusa su se stessa. Della storia di Genova fa parte Cristoforo Colombo. E vedere il suo autografo su alcuni documenti vergati di suo pugno alle soglie del 1500 è un’emozione senza pari.

La galea ricostruita all'interno del MuMA

La galea ricostruita all’interno del MuMA

Com’era la vita a bordo di una galea genovese? Non lo sapremo mai se non saliremo a bordo di una di esse, ricostruita nel Museo: qui incontreremo alcuni membri dell’equipaggio che ci coinvolgeranno nella vita della marineria. Giunge poi il momento delle carte geografiche, fondamentali strumenti per segnare le rotte e capire dove si naviga, a partire dai primi portolani, le mappe di navigazione più antiche, fino alle vedute di città: alcuni schermi interattivi permettono di confrontare le antiche carte con la cartografia attuale.

Il mare è anche luogo di leggende e mostri. È pericoloso e infido, anche quando è calmo può nascondere insidie: sirene, mostri marini, lo Squalo del film di Spielberg: paure di ieri e di oggi costituiscono la parte irrazionale dell’uomo che naviga. Per la parte razionale, invece, abbiamo gli strumenti per misurare, per triangolare, per orientarsi sul mare. E non deve stupire che molte delle invenzioni più importanti siano state fatte da Italiani: d’altronde siamo un popolo di santi, di poeti e di navigatori…

Possiamo scoprire anche la vita a bordo di un brigantino, ricostruito, e passeggiare in un cantiere navale dove artigiani e barcaioli stanno lavorando alla realizzazione di barche e navi.

E arriviamo a un tema contemporaneo, italiano in tutti i sensi: il museo dell’Emigrazione. Qui un percorso interattivo molto riuscito, attraverso scenari ricostruiti che ci riportano agli inizi del Novecento accompagna noi, nei panni di migranti realmente esistiti, e ci mostra la partenza, la nave, l’arrivo in America. Infine, la visita si conclude con una sezione dedicata alle migrazioni di oggi, che non sono molto diverse da quelle di ieri, se non per il fatto che questa volta siamo noi ad accogliere, e non a dover partire.

Imperia capitale dell’olio: torna Olioliva

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Se si attraversa il territorio della provincia di Imperia, la cosa che salta agli occhi sono le colline terrazzate coltivate a olivi. Oliveti su oliveti, l’economia della regione per molto tempo si è basata sull’olio. Oggi questo prodotto tradizionale è celebrato come vera ricchezza della provincia, tanto che ogni anno si celebra a Oneglia in questo periodo, Olioliva.

oliolivaSi tratta di una manifestazione promossa da PromImperia, azienda speciale della Camera di Commercio Riviere di Liguria, che invade il centro di Oneglia per 3 giorni, da venerdì 11 novembre 2016 a domenica 13, e che attraverso stand tematici ed eventi eccezionali celebra non solo l’olio, ma tutte le preziose peculiarità della regione, agricole, alimentari, naturali. Imperia a 360°, è il caso di dire, nel momento in cui si celebra l’olio nuovo. Nell’entroterra, se fate un giro, in questo momento sotto gli olivi sono ancora sistemate tutte le reti per la raccolta. Anch’io quand’ero piccola, qualche volta ho aiutato a raccogliere le olive. No, non è vero, giocavo lì nel mezzo mentre gli adulti si spaccavano la schiena, ma avevo l’impressione di essere utile, di partecipare ad una grande festa corale.

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Trovate il programma, denso di eventi, al sito web di PromImperia.

Le attività spaziano dall’attenzione ai più piccoli, con la fattoria didattica per bambini che vogliono diventare piccoli grandi agrichef, alla cucina, con showcooking, “ricette, cibo e narrazione” e focus su alcune preparazioni tipiche del territorio, come l’acciuga sotto sale o lo strudel di pesce (che non ho mai mangiato, ma detto così mi sembra buonissimo!) o ancora il coniglio alla ligure (questo, modestamente, mi riesce molto bene in cucina 😉 ); spazio anche allo sport, con la Baby Run e la Family Run che si svolgeranno domenica a Oneglia. Inoltre sono previste presentazioni di libri, incontri e conferenze a cura del Lions Club locale, una mostra tematica presso la Biblioteca Civica Berio di Oneglia, dal titolo “Porto Maurizio e Oneglia – Capitali mondiali dell’olio d’oliva” e il LaboratOlio al Museo dell’Olivo di Oneglia, uno splendido museo tematico, di proprietà dell’azienda produttrice di olio Fratelli Carli.

Oggetti legati al commercio dell'olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Oggetti legati al commercio dell’olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Il Museo dell’Olivo è una bellissima realtà, voluta fortemente dal fondatore dell’azienda per esporre al pubblico la ricca collezione di famiglia legata a tutto ciò che dall’antichità ad oggi è legato all’olio, non solo come alimento, ma come lubrificante e portatore di luce. Ecco che ci troviamo trasportati nell’età romana, quando le anfore solcavano il Mediterraneo nelle grandi navi onerarie piene del prezioso liquido, e quando l’olio stesso era impiegato per accendere le lucerne; poi voliamo attraverso i secoli e troviamo la ricostruzione di un gumbo, il frantoio la cui pietra era azionata spesso a trazione animale.

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell'olivo. credits: promimperia.it

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell’olivo. credits: promimperia.it

I gumbi si trovano ancora nell’entroterra: in molti casi sono stati preservati e musealizzati o valorizzati in qualche modo (magari rendendoli parte dell’allestimento di qualche ristorante o agriturismo); le ricerche di archeologia urbana che ogni tanto sono condotte nella stessa Imperia al seguito di lavori pubblici, hanno portato in luce lungo l’Argine destro del torrente Impero, un vero e proprio oleificio del XIX secolo, molto esteso e che per qualche tempo dovette avere una grande produzione di olio. Un piccolo tassello della storia della città, legato saldamente alle sue radici, è emerso casualmente al di sotto di pavimentazioni attuali che ne avevano cancellato la memoria, ed ha contribuito a scrivere la storia della vocazione all’olio di Imperia.

L'olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Proprio la visita ad un frantoio tradizionale dell’entroterra è un’altra delle attività in programma con Olioliva: prevista per sabato 12, è sicuramente un’esperienza interessante per entrare in contatto con un saper fare tanto antico e, in rarissimi casi, ancora praticato.

Gli stand di Olioliva si dispongono lungo le vie di Oneglia. In particolare i portici di Calata Cuneo, lo splendido fronte del porto di Oneglia, sono lo sfondo più adeguato per questa manifestazione, ma anche l’arteria cittadina dei Portici di via Bonfante si riempie di banchini di prodotti tipici, di piante e di sementi, e ogni passo in più è un’occasione nuova di scoperta.

Nei giorni di Olioliva Imperia diventa ancora più bella. È bella l’atmosfera che vi si respira, piena di gente, di incontri, di scoperte e di riscoperte, di natura e di tradizione, di storia locale e di sguardo al futuro. La festa dell’olio nuovo in Liguria ha un sapore diverso, fatto dai produttori che si presentano al pubblico, ci mettono la faccia, raccontano in prima persona i loro prodotti, la loro attività, la loro fatica, perché no, in uno scambio di esperienze che è vincente per mantenere vive le tradizioni.

 

Imperia dalla A alla Z

Accolgo l’invito di Silvia Ceriegi di Trippando e partecipo al progetto #insiders che questo mese prevede di scrivere l’ABC della propria città. Ora, siccome redigere l’ABC di Firenze è troppo facile (troppi stimoli, troppe suggestioni, troppi argomenti… troppo tutto), ho deciso di costruire l’ABC di Imperia, mia città natale, nella quale torno sempre troppo poco, ma della quale non dimentico neanche un dettaglio. Ecco a voi, dunque, Imperia dalla A alla Z!

marchio-pasta-agnesiA come Agnesi: eh lo so, si parte con una nota dolente, che un tempo però fu motivo d’orgoglio. Ricordate il mitico slogan “Silenzio, parla Agnesi”? Ecco, Agnesi era un pastificio che aveva sede a Imperia, vicino al porto di Oneglia. Ricordo, quand’ero piccola, che c’era addirittura un treno merci che dalla stazione di Oneglia arrivava allo stabilimento, dove scaricava il grano e dove ricaricava pancali di spaghetti, farfalle, fusilli e penne pronti.

B come The Bourne Identity: la passeggiata lungo il porto di Oneglia fu scelta tra tantissimi altri possibili set per una semplice scena all’inizio del film The Bourne Identity con Matt Damon: dopo il naufragio iniziale, il protagonista passeggia nella notte lungo un porto su cui affacciano edifici porticati. Pochi secondi di registrazione inquadrano per sempre la spettacolare Calata Cuneo, il fronte del porto di Oneglia, con le sue case variopinte, attraversate tutte da un portico sotto il quale si aprono pescherie e ristoranti, e oltre le quali, da lontano, si intravvedono le montagne e la neve, d’inverno. Sì, perché in Liguria mare e montagne sono vicinissime.

oneglia

Il Porto di Oneglia

C come Cacelotti e Ciantafurche: Imperia è l’unione in un unico comune di Oneglia e Porto Maurizio, due borghi posti ad un capo e all’altro della medesima baia. Inevitabile l’inimicizia tra gli abitanti, per cui furono coniati i due soprannomi: i cacelotti sono i portorini, e il nome deriva da un boia di Porto Maurizio, i ciantafurche sono coloro che piantano le forche per l’impiccagione, in quanto a Oneglia vi era un patibolo per le esecuzioni. Quanto amore, eh?

D come De Amicis: Edmondo De Amicis, l’autore del Libro Cuore, nacque a Imperia. A questo importante scrittore della fine dell’Ottocento, che con le sue opere ha contribuito a raccontare l’Italia appena unita, è intitolato il glorioso Liceo Classico della città (orgoglio di ex studentessa). Il liceo era ospitato in un grande palazzone all’ingresso di Oneglia, in piazza Ulisse Calvi. Oggi per problemi di sicurezza l’edificio è inagibile, ma il liceo è ancora vivo, per fortuna. E soprattutto è amatissimo dai suoi ex studenti, che per la sua difesa farebbero qualunque cosa.

E come entroterra: l’entroterra di Imperia è un susseguirsi di colline coltivate a olivi cui si alternano tratti di pineta e di bosco; qua e là un paesino medievale piccolissimo, arroccato sul cucuzzolo o a mezza costa; i campanili delle chiese fanno da richiamo e da senso dell’orientamento. Qua e là, poi, su qualche cucuzzolo isolato, si trova una chiesina solitaria, ulteriore faro in una vallata che nonostante le scomodità dei trasporti e delle distanze, continua ad essere popolata. Ogni paesino ha la sua anima, come Valloria con le sue porte dipinte, o Lucinasco col suo laghetto romantico. Ogni borgo ha una storia antichissima, carrugi stretti e bui, strade in salita e pavimentate a risseu, ciottoli di fiume posti di taglio totalmente inadatti ai tacchi femminili, case strette e qualche bottega artigiana, il frantoio e la chiesa, che solitamente è piccola, ma barocca, coloratissima al suo interno, per contrastare con i colori vivaci, la severità e le difficoltà della vita nei secoli passati.

La chiesetta di Santa Maria Maddalena, nei boschi di Lucinasco

La chiesetta di Santa Maria Maddalena, nei boschi di Lucinasco

F come fiori: Imperia è il capoluogo della Riviera dei Fiori. Questo nome le viene dalla grande produzione vivaistica che nei decenni passati ha caratterizzato fortemente l’economia della Riviera ligure di Ponente. Sanremo in particolare era, ed è, il capoluogo della produzione dei fiori, come Pescia lo è per la Toscana, ed è anzi la Città dei Fiori.

G come San Giovanni: al patrono di Oneglia è intitolata la bella chiesa barocca che si trova nel centro del borgo marinaro di Oneglia. Il 24 giugno una lunga processione porta le statue dei santi in giro per le vie della città. Una bella sagra, che dura almeno una settimana, rallegra le serate di inizio estate: è una bella festa, che unisce un sacco di gente.

H come Hanbury: Thomas Hanbury fu un mercante inglese appassionato di botanica che girando intorno al mondo raccolse tantissime essenze provenienti dai 5 continenti. Ritiratosi in vecchiaia a Ventimiglia, al confine con la Francia, realizzò il suo sogno: una villa, Villa Hanbury, che divenne un orto botanico senza precedenti, ancora oggi un giardino dell’Eden che affaccia sul Mar Ligure, a due passi dal confine francese. Hanbury fu uno dei tanti Inglesi che a fine Ottocento si trasferirono sulla Riviera di Ponente, attirati dal clima mite che faceva bene alla salute. Spesso facoltosi personaggi, essi contribuirono in maniera importante a costruire e a sviluppare le città della costa ligure della provincia di Imperia.

Vista panoramica dei Giardini Hanbury. Credits: giardinihanbury.com

Vista panoramica dei Giardini Hanbury. Credits: giardinihanbury.com

I come IM: la sigla della targa automobilistica IM è croce e delizia dell’imperiese fuori regione. Nella migliore delle ipotesi si commuove al vederne un’altra a giro, nella peggiore si sentirà apostrofare con un “Ehi, di chi è quell’auto targata Imola?

L come lungomare: a Imperia non c’è un lungomare, ma tante passeggiate che prendono vari nomi a seconda della zona: da est a ovest abbiamo la Spianata, che è la vera e propria passeggiata a mare di Oneglia, con parapetto che affaccia sulle spiaggette e aiuole di palme, alberi e fiori per dare un po’ d’ombra alle poche panchine di chi si vuole semplicemente ristorare con un buon libro e il rumore della risacca. Poco oltre inizia Oneglia col suo porto. Calata Cuneo è la bella passeggiata a mare cittadina che affaccia sul porticciolo, dove attraccano indistintamente piccoli pescherecci e yacht di grandi dimensioni. La passeggiata è chiusa dalle belle palazzine porticate sotto le quali si sentono l’odore del pesce e i profumini delle cucine dei ristoranti. Prima di incontrare un nuovo lungomare bisogna arrivare a Porto Maurizio. Il suo lungomare è di nuovo affacciato sul porticciolo, in località Marina. Poi la strada si biforca: da un lato si avvia verso il molo, che sul lato del mare aperto è un susseguirsi di spiagge (la Spiaggia d’Oro è il must degli Imperiesi), mentre dall’altra risale fino a congiungersi con la strada statale. Ma ad una certa altezza si apre la passeggiata più bella di tutte: la Passeggiata degli Innamorati: a picco sul mare, è facile intuire perché questo bel sentierino tranquillo abbia questo nome. Infine si arriva nel quartiere della Foce, dove il lungomare costeggia nuovamente un ricovero di barchette, e infine al Prino, dove si aprono spiaggette e ristorantini. Finisce qui Imperia, con le sue lunghe passeggiate sul mare.

Vista di Calata Cuneo dal molo di Oneglia

Vista di Calata Cuneo dal molo di Oneglia

Il mare alla Galeazza, alle porte di Oneglia

Il mare alla Galeazza, alle porte di Oneglia

M come mare: Imperia è una città di mare che al mare deve tutto: sorta come borgo di pescatori, dal mare traeva sostentamento. Quando divenne un porto mercantile, dal mare riceveva merci e ricchezza. Oggi il mare come risorsa economica è quello dei turisti che passano in spiaggia la stagione estiva. Ma non togliete il mare agli Imperiesi: potrebbero morirne! Conosco gente, e io stessa l’ho fatto, che in pausa pranzo in estate corre in spiaggia! E come non essere d’accordo?

N come Nava: ultimo baluardo della provincia di Imperia lungo la strada, la via Nazionale, che da Imperia sale a Torino attraversando l’Appennino Ligure. A Nava sono affezionata: paesino di poche case di montagna, in mezzo ai boschi e lungo il corso del Tanarello, affluente del fiume Tanaro, a sua volta affluente del Po. Per me da bambina Nava era la neve, la località dove si andava la domenica in inverno per giocare a palle di neve. Poi è diventato il luogo dove passare una settimana d’estate ogni anno, luogo dove ho stretto tante amicizie, dove ho imparato a stare in compagnia, e ad amare il bosco. 

olivo ligure

Uno degli oliveti nell’entroterra di San Bartolomeo al Mare

O come olio: un grosso e saldo legame unisce Imperia e l’olio. Da sempre la zona è dedita alla coltivazione dell’olivo e nell’entroterra (e non solo) si trovano frantoi anche storici che raccontano la storia di un legame con la terra davvero duraturo. Alcune aziende produttrici di olio , anche se di ridotte dimensioni, sono note anche a livello nazionale, come l’Olio Carli, che vende solo per corrispondenza e che ha un prezioso museo, il Museo Carli, dove è narrata la storia del rapporto dell’uomo con l’olio dall’antichità ai giorni nostri: un museo tematico che è davvero una perla. Il rapporto con l’olio è talmente stretto che da qualche anno a novembre una manifestazione importante, Olioliva, si svolge per le vie del centro di Oneglia: promossa dalla Camera di Commercio di Imperia, non parla solo di olio, ma di tutti i prodotti della terra e del mare della provincia: produzioni piccole ma preziose, spesso presidi Slow Food, sempre e comunque prodotti della tradizione.

P come Parasio: il centro storico di Porto Maurizio si chiama Parasio. È un incantevole borgo medievale che si arrampica sulla cima dell’altura che domina il mare, ed è un alternarsi di eleganti palazzi antichi, dei quali restano balaustre decorate, archi e finestre, e chiesine. La piccola chiesa di San Pietro, affacciata a Ovest, è un incanto vivacissimo e barocco; le logge di Santa Chiara, accanto, sono un porticato con vista sul mare. E poi ancora palazzi, vicoli, piazzette… Quasi stona il grande duomo ottocentesco, intitolato a san Maurizio, un enorme edificio bianco con la facciata neoclassica, alto e luminoso al suo interno. Ma il duomo si trova alle pendici del Parasio e ha poco a che vedere con l’antichità del quartiere che gli si sviluppa accanto.

porto maurizio

Q come Quattro passi sotto i Portici: il sabato pomeriggio in inverno i giovani imperiesi si ritrovano sempre sotto i portici di Oneglia; la lunga via centrale che conduce a Piazza Dante, strettissima nel suo primo tratto, si allarga e si ingentilisce grazie ai due palazzi otto/novecenteschi che da una parte e dall’altra la incorniciano. È sotto questi palazzi che si aprono i portici, che ospitano le boutiques più rinomate della città e i bar per un caffè, che fa sempre piacere. Lo struscio sotto i portici è un’attività che ogni imperiese doc deve aver fatto per almeno un breve periodo della sua vita. Io lì ho passato buona parte dei miei sabato pomeriggio degli anni del liceo, passeggiando con qualche amica e basta, incontrando di tanto in tanto qualcuno. Camminare nella bolgia: l’attività più semplice del mondo.

R come RT: la compagnia di autotrasporti Riviera Trasporti è la responsabile dell’andirivieni degli abitanti della provincia che da una parte all’altra, da Andora a Sanremo, e poi da lì fino a Ventimiglia, si spostano per raggiungere le proprie mete. La mattina gli studenti e i pendolari si ammassano, all’ora dell’uscita non ne parliamo. L’autobus che da Andora, già in provincia di Savona, giunge a Sanremo, fa un viaggio di circa due ore. Ma attraversa tutta la costa della provincia lungo l’Aurelia, perennemente sul mare quando non entra nei vari centri abitati. Attraversa i vari promontori, Capo Mele, Capo Berta, poi la bella strada che da Imperia va verso Sanremo, sempre il mare su un lato, e di volta in volta la pineta o i campi sull’altro. Un bellissimo viaggio panoramico.

Poster di Sanremo del 1920. Credits: turboarte.it

Poster di Sanremo del 1920. Credits: turboarte.it

S come Sanremo: quand’ero piccola, ricordo che quando dicevo a chi non era ligure che venivo da Imperia, per spiegarmi meglio specificavo “vicino a Sanremo”; allora lo sguardo del mio interlocutore si illuminava, perché tutti conoscono il festival di Sanremo. E a me Sanremo è sempre stata un po’ antipatica proprio per questo, perché rubava a Imperia, il capoluogo di provincia, il ruolo di città più conosciuta. E no, non mi è mai andata giù. Però va detto che da buona imperiese sono una fan del Festival di Sanremo, soprattutto della sua favolosa sigla che canta “Perché Sanremo è Sanremo“!

T come Torrente Impero: è il fiume che separa, o unisce, Oneglia e Porto Maurizio, anchese non tutti sono d’accordo. Attraversa tutta la valle Impero, una valle stretta, fatta di montagne abitate da piccoli paesi qua e là, prima di allargarsi quasi in prossimità della foce. Un ampio estuario che in passato ospitava i cigni e che poi in età industriale è stato affiancato dall’Agnesi, da una parte, dal complesso delle Ferriere (di cui rimangono oggi tre ciminiere come monumento di archeologia industriale) dall’altra. È il nome di questo torrente che ispirò a Mussolini il nome di Imperia per la città che creò, nel 1923. 

U come U gumbu: i gumbi sono, in dialetto, i frantoi. A sangue oppure ad acqua, i frantoi consistevano in una vasca circolare nella quale erano versate le olive raccolte; queste venivano schiacciate dal lento girare di una ruota in pietra che le spremeva facendo uscire il prezioso contenuto. La ruota poteva essere collegata ad un mulino ad acqua (gumbo ad acqua) oppure era mossa da un mulo (gumbo a sangue) che per ore e ore senza posa era legato e costretto a girare in tondo.

Non sono vele d'epoca, ma pescherecci, l'anima più autentica del mare di Imperia

Non sono vele d’epoca, ma pescherecci, l’anima più autentica del mare di Imperia

V come Vele d’Epoca: ogni due anni a settembre Imperia ospita una suggestiva manifestazione che unisce lo sport e un certo tipo di lusso; le Vele d’Epoca sono insieme una regata, una sfilata di barche a vela e un’occasione di vita mondana per gli abitanti della città, che ospita anche tante persone venute da fuori. L’evento è spettacolare sia per gli addetti ai lavori e per gli amanti del mare, che per i semplici curiosi. I fotografi, poi, sono felicissimi: la visione dei grandi velieri ad ali spiegate che solcano il mare non lascia indifferenti nemmeno gli animi più insensibili.

Z come zucchine ripiene: i ripieni in generale sono una prelibatezza tutta ligure: zucchine, ma anche peperoni e cipolle, ripiene danno il meglio di sé: un contorno efficace che può accompagnare un buon coniglio alla ligure. Altrimenti, se volete un pranzo finger food, potete partire con un brandacujun (baccalà ammollato e ridotto a quenelles con tanto prezzemolo), proseguire con una pissalandrea (una pizza alta, col pomodoro, l’acciuga e spicchi d’aglio vestito) oppure con la farinata (che è più del Levante, però, e che è una sfoglia di farina di ceci che può essere variamente condita: a me piace la versione semplice col porro); per stuzzicare le olive taggiasche in salamoia sono perfette, e in questo bel pranzo virtuale che vi ho preparato, le zucchine ripiene ci stanno benissimo. Ad annaffiare il tutto un vino rossese di Dolceacqua o un pigato di Albenga, a seconda se preferite il rosso o il bianco.

E con l’acquolina in bocca per la lettera finale concludo il mio ABC di Imperia. E voi, imperiesi in lettura, cos’altro avreste messo? Qual è il vostro ABC di Imperia? Sono curiosa di saperlo!