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Assisi in un giorno – 2) la città di San Francesco

Lasciamoci alle spalle la piana di Santa Maria degli Angeli e dirigiamoci con l’auto verso quella montagna che sembra sbucare dal nulla e che è stata scelta fin dall’età romana per ospitare una città. L’antica Assisium è ancora evidente nelle colonne della fronte del tempio di Minerva, oggi convertita in chiesa cristiana, e nei resti archeologici dell’antico foro, sul quale anche il tempio affacciava. Poi il tempo fece il suo corso e Assisi divenne una città medievale umbra come tante, con le sue vie in salita, un abitato che si adagia sulla sua altura, che ne segue il pendio, che ne asseconda le asperità. Vie strette e vicoli, case in pietra, mura cittadine e porte maestose dalle quali accedere.

Assisi

Assisi

Si entra ad Assisi a piedi, dopo aver lasciato l’auto nel grande parcheggio sotterraneo a pagamento appena fuori le mura. Non lasciatevi distrarre dai troppi negozi che vendono souvenir tra il sacro e il profano: la tazza a forma di fraticello beone accanto al rosario con l’effigie di San Francesco, per esempio. Ma osservate le case, le vie, cercate le chiese. Perché qui ogni chiesa è legata a San Francesco.

Il Cristo di San Damiano

Il Cristo di San Damiano

Santa Chiara, per esempio, è la chiesa dedicata alla Santa che più seppe comprendere Francesco e che è sepolta qui, nella cripta. La chiesa, bianca, spoglia, ospita in una cappella laterale un Crocefisso fondamentale nella vita del Santo: il Cristo di San Damiano, quello che gli suggerì di restaurare la Porziuncola. È un bellissimo crocifisso ligneo a fondo dorato, com’erano i crocifissi del Duecento e, appeso al soffitto a volta della sua cappella, riceve le preghiere dei fedeli in un continuo viavai di folla.

Assisi è molto frequentata. Il turismo più o meno religioso ha trasformato questo borgo facendolo ahimè scendere da quell’aura di purezza e santità che nell’immaginario tutt’ora lo avvolge. Tanta gente e tanto vociare, tanti negozi e ristoranti dai nomi evocativi. Assisi ha un po’ perso la sua purezza, e questo dispiace: se è vero che il turismo e tutto ciò che gli ruota intorno è quello che più permette a borghi come questo di sopravvivere, è anche vero che snatura il luogo e lo rende più simile a un lunapark che altro. Quest’impressione me l’ha fatta anche Gubbio, sempre in Umbria, o San Gimignano, in Toscana, o ancora San Marino.
Ma il luogo più importante, punto di arrivo di ogni percorso che si snodi attraverso il borgo, è la doppia basilica di San Francesco d’Assisi: costruita sull’estremità di una grande terrazza fortificata, ha due accessi, uno dall’alto che conduce alla Basilica Superiore, l’altro dal basso che conduce alla Basilica Inferiore.
Se la Basilica Superiore è la più nota per la sua bellezza artistica, quella Inferiore non è meno spettacolare. È solo più piccola e bassa e meno illuminata. Del resto questa è la chiesa della preghiera e del raccoglimento: nella sua cripta è accolta la tomba di San Francesco, circondato dalle tombe di alcuni dei suoi più fidi compagni, come Frate Leone o San Ruffino.
La basilica superiore è un capolavoro della storia dell’arte medievale: le pareti sono affrescate da Giotto con le storie della vita di Francesco: alcune di esse sono stranote al grande pubblico, come la predica agli uccelli, altre sono capisaldi della storia dell’arte medievale, come la rappresentazione prospettica della città nella scena in cui Francesco scaccia i diavoli. Ogni scena rappresenta un episodio e noi osservandolo è come se leggessimo un racconto: ed è effettivamente questo il senso dell’opera di Giotto.

L'interno della Basilica Superiore di San Francesco d'Assisi

L’interno della Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi

Ripensare ad Assisi mi strappa sempre un sorriso: forse perché ci sono stata la prima volta a 12 anni e mi ricordo ancora luoghi, colori e sensazioni (addirittura ricordo l’hotel nel quale dormii in camera con la mia amica Gloria, la quale aveva paura che nella stanza ci fossero i topi e non mi fece chiudere occhio): sono affezionata ad Assisi, se ci si può affezionare ad una città in cui non si è vissuto. E credo di aver trasmesso questo affetto alle persone con le quali di volta in volta ci sono tornata. Ora ho provato a raccontarla anche a voi, e spero di avervi trasmesso ugualmente l’affetto che provo per lei.

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Assisi in un giorno – 1) Santa Maria degli Angeli e la Porziuncola

Assisi senza San Francesco non sarebbe Assisi. Sarebbe un borgo umbro come tanti, molto simile, se lo si guarda da distante, alla vicina Spello. Eppure Assisi ha un’aura tutta sua che le deriva dalla sua storia, dall’essere stata la città nella quale si è svolta la maggior parte della vita e delle opere di San Francesco.

Assisi

Assisi

La storia la sanno tutti: giovane cavaliere figlio di un ricco mercante di Assisi, Francesco si spoglia dei suoi averi e decide di vivere nella più totale povertà per meglio rendere gloria a Dio e servizio agli uomini. Fonda una Regola che riceve l’approvazione papale, lega indissolubilmente il suo nome a quello della storia della Chiesa e dell’Italia intera. E la piccola Assisi diventa quasi una città santa, meta di pellegrinaggi dal Medioevo a noi, Città della Pace non a caso.

Si arriva ad Assisi dalla piana, dove sorge l’abitato di Santa Maria degli Angeli. Questo piccolo villaggio, possiamo chiamarlo così, si sviluppa intorno alla cinquecentesca basilica di Santa Maria degli Angeli, la quale è una bella, maestosa, ariosa custodia per uno tra i luoghi più sacri della cristianità: la Porziuncola.

La Porziuncola Credits: Turismoumbria.net

La Porziuncola. Credits: Turismoumbria.net

La Porziuncola è una minuscola antichissima cappella che si trovava in stato di abbandono quando all’inizio del XIII secolo Francesco ricevette in sogno dal Cristo di San Damiano (un crocefisso di XII secolo oggi esposto nella chiesa di Santa Chiara in Assisi) di restaurarla. Da allora divenne uno dei luoghi cardine della vita di Francesco, che qui costituì l’Ordine dei Frati Minori e che sempre qui concesse a Chiara di fondare un ordine monastico femminile, quello delle Clarisse. La piccola cappella suscita un certo effetto, vuoi perché molti fedeli vi giungono da ogni parte del mondo a pregare, vuoi perché contrasta terribilmente con la grande mole della Basilica di Santa Maria degli Angeli che la contiene. E in effetti, vederla lì nel centro della grande aula bianca della Basilica, la rende ancora più minuta: è a malapena una stanzina in pietra, con un altare sul fondo e la facciata esterna dipinta nella sua parte superiore, quando ormai era diventato luogo santo, pochissimi anni dopo la morte di Francesco.

La Basilica di Santa Maria degli Angeli

La Basilica di Santa Maria degli Angeli

Poco distante, un altro luogo antico, il cosiddetto Transito, è proprio la piccola costruzione in pietra dove Francesco morì. Anch’essa fu decorata non appena fu considerata luogo santo e pittori e artisti di un certo rilievo vi hanno legato il loro nome. Qui, in questo piccolo vano Francesco compose gli ultimi versi del suo Cantico delle Creature, il Laudato Sii, in cui loda Dio per “Sora nostra Morte corporale“: la morte che sopraggiunge quando lui è ancora giovane, ma il suo corpo provato dalla vita dura che si è imposto e dalle ferite delle stigmate.

Fuori dalla Basilica si trova invece il Roseto, che all’epoca di Francesco era parte del bosco nel quale i frati vivevano e dove, narra la leggenda, i rovi, toccati da Francesco, si trasformarono in rose senza spine. Una vicina cappella, la cappella delle rose, inizialmente era la capanna in cui viveva Francesco. Tutti questi luoghi fanno parte di un percorso di pellegrinaggio che si snoda all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli. Chi viene animato da intenzioni di preghiera, presso la Porziuncola riceve l’Indulgenza del Perdono, ovvero la remissione dei peccati: una richiesta che, si narra, fu proprio San Francesco a chiedere a Dio e poi al papa.

Un itinerario che voglia conoscere Assisi non può saltare la Porziuncola, intimamente legata alla storia del Santo che ha reso Assisi la città che è. Incredibile come una sola persona possa creare le sorti di un’intera città. Una città piccola, che però è nota in tutto il mondo. Andremo a visitarla nel prossimo post.

3 giorni in Umbria, dove ci porta il vento

È possibile visitare tutta l’Umbria in 3 giorni? Noi ci abbiamo provato e la risposta è sì. Per farlo abbiamo scelto le mete più rappresentative della regione, descrivendo un percorso che da Nord ci ha portato in fondo all’Umbria, per poi risalire verso il centro, puntare decisamente a Est e ritornare quindi a concludere il nostro giro in direzione Nord.

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Le mete che abbiamo toccato, e che a mio parere sono le più indicative per farsi un’idea di questa terra in così poco tempo, sono state Orvieto, Todi, Cascata delle Marmore presso Terni, Spoleto, Gubbio, Assisi e infine Perugia.

Abbiamo fatto un tour che si può svolgere in entrambe le direzioni, dall’inizio alla fine, perché il percorso è (molto più o meno) circolare. Scendendo dalla Toscana in autostrada, infatti, le opzioni che si presentano sono due: uscire dall’A1 a Bettolle-Sinalunga e (senza farsi distrarre dall’outlet Valdichiana) imboccare la superstrada in direzione Perugia che costeggia il Lago Trasimeno, oppure proseguire in autostrada, e raggiungere così la prima meta del viaggio: Orvieto.
Noi abbiamo percorso questa seconda opzione, e abbiamo fatto di Orvieto la prima tappa.

Il duomo di Orvieto

Il duomo di Orvieto

A Orvieto ci siamo lasciati affascinare dal suo immenso Duomo gotico, che racconta la storia del miracolo del Corporale, in seguito al quale è nata la festa cristiana del Corpus Domini, e ci siamo calati nell’abisso del Pozzo di San Patrizio, riemergendo, affaticati, 248 scalini dopo. Non ci siamo soffermati invece ad approfondire il passato etrusco della città, che si incontra già risalendo il massiccio tufaceo su cui Orvieto sorge, nella necropoli di Crocefisso del Tufo, e nel museo Faina, di fronte al Duomo. Da Orvieto, guardando il panorama al di sotto di noi, la valle del Tevere è dolce e verdeggiante, segnata da vigneti che producono il vino della zona, l’Orvieto, appunto.
Lasciamo Orvieto e pieghiamo verso Todi. Qui la strada costeggia il Lago di Corbara, un lago artificiale chiuso da una diga. Un paesaggio lacustre inedito, una sorpresa per noi che non ci aspettavamo un lago da queste parti. Peccato che il tratto che costeggiamo sia un po’ disordinato e che la spiaggetta in cui ci caliamo sia molto sporca. Accidenti a chi va a fare picnic e non si porta via la propria spazzatura.
Todi ci accoglie nel pomeriggio inoltrato. Nella grande piazza centrale, sulla quale affaccia sia il palazzo medievale del potere civile, che la cattedrale, ci affascina proprio quest’ultima, posta in alto, in cima a una scalinata, e con la facciata quadrata, così particolare: sembra tronca, tagliata, invece (scopriremo poi) è una caratteristica comune a molte chiese umbre. Scendiamo poi per i vicoli stretti sui quali affacciano edifici in pietra medievali segnati dal tempo: qui una finestra tamponata, lì un arco tagliato da una porta… Passiamo attraverso la porta etrusca e notiamo che le strutture antiche sono state sfruttate nel medioevo come fondazione degli edifici successivi. Anche a Todi gli Etruschi sono presenti, e anche se l’opera più importante, la statua in bronzo del Marte di Todi, sta ai Musei Vaticani, la sentono molto. Riusciamo a perderci per le viuzze anche qui, e risaliamo dalle mura mentre il sole va calando. Per cena spizzichiamo un tagliere alla Vineria San Fortunato, bevendo un rosso del territorio (anche se qui producono il grechetto di Todi, che è un bianco); la notte troviamo una camera in un casale, il Donnarita, a Cecanibbi, nella campagna tuderte. Ma la bellezza della campagna che ci circonda la scopriamo solo la mattina dopo, quando imbocchiamo la via per Terni e la Cascata delle Marmore. Vigneti e dolci colline, campi di papaveri e boschi: un paesaggio verde e rigoglioso che mette proprio la gioia nel cuore.

La cascata delle Marmore

La cascata delle Marmore

Le Cascate delle Marmore si trovano nella Valnerina. Per raggiungerle si costeggia il fiume Nera, sul quale si trova una centrale idroelettrica e che è percorso da numerosi itinerari naturalistici. Volendo si può decidere di trascorrere immersi nella natura l’intera giornata, oppure di concentrare la visita alle cascate avendo cura di capitarvi nelle ore in cui apre del tutto il suo flusso d’acqua: dalle 12 alle 13 oppure dalle 16 alle 17. Durante il giorno infatti l’acqua è regimentata e solo a questi due orari viene liberata in tutta la sua potenza. Sentieri nei boschi e belvedere strategici consentono di meglio apprezzare lo spettacolo naturale delle cascate più alte d’Europa.

Quando ripartiamo puntiamo verso Spoleto, altro gioiello dell’Umbria medievale. La città ci accoglie col sole. La città si sviluppa in salita, in alcuni tratti sopra i resti di edifici e di strade romane, come nel caso del tempio di S.Ansano, fino alla bellissima prospettiva sul Duomo. Arriviamo fino in cima, alla rocca di Albornoz. Per salire approfittiamo dell’ascensore pubblico e da qui godiamo del panorama sulla valle circostante, compreso l’altissimo ponte che conduce al Ponte delle Torri, uno spettacolare ponte/acquedotto: è una delle attrazioni di Spoleto, ma noi ci accontentiamo di vederlo dall’alto.
gubbio In serata raggiungiamo Gubbio, piuttosto lontana da Spoleto. Facciamo un brevissimo giro fino al Palazzo Comunale e alla sua bella terrazza panoramica, ma il freddo pungente ci fa tornare sui nostri passi.
Torniamo nel borgo la mattina successiva.
Case in pietra, le cui pareti raccontano anche qui, nelle finestre tamponate, allargate e ristrette, negli archi alzati e ribassati, negli inserimenti di mattoni, nei soffitti voltati, una storia lunga secoli. Ritorniamo al Palazzo Comunale e alla sua scenografica terrazza, vaghiamo ancora una volta senza meta tra le vie del centro, arriviamo in fondo al borgo e risaliamo fino a percorrere la via degli Orti della Cattedrale, che domina dall’alto i tetti della città e che costituisce una via alternativa all’ingresso nella chiesa principale di Gubbio. Un duomo romanico, spoglio e altero, di una semplicità che intimorisce. Davanti a sé neanche una piazza, e subito si eleva il palazzo ducale: potere civile e potere religioso si contendono il luogo più alto della città.

Assisi, Basilica Superiore

Assisi, Basilica Superiore

Arriviamo ad Assisi per una via bellissima che sale e poi scende dolcemente per colline che sembrano uscite dalla mano di un pittore: un paesaggio così rassicurante, intervallato da pochissimi abitati di pochissime anime. L’arrivo ad Assisi, invece, è dal lato del centro industriale, dove si trova S.Maria degli Angeli, la grande chiesa che ospita la Porziuncola. Questa è una minutissima cappella, tanto piccola quanto importante per la storia della Chiesa: è infatti la cappella che San Francesco ricevette in sogno di dover restaurare, ed è in sostanza il primo dei luoghi francescani che chi viene in pellegrinaggio ad Assisi deve visitare.

Il Cristo di San Damiano nella chiesa di Santa Chiara ad Assisi

Il Cristo di San Damiano nella chiesa di Santa Chiara ad Assisi

Secondo il consueto schema delle città umbre, Assisi sorge su un massiccio montuoso che si eleva dalla pianura. Si riconosce da lontano il complesso della Basilica di San Francesco, basilica doppia, inferiore, che ospita la tomba del Santo, e Superiore, affrescata da Giotto. Ma ben altre chiese si trovano in città, tutte legate al culto francescano: tra queste la Chiesa di S.Chiara è la più importante: qui è narrata, tutto intorno alla tomba della santa, la vita di colei che fu forse la persona più vicina a Francesco, e il suo corrispettivo femminile. Fondò infatti un ordine religioso femminile, non potendo essa stessa entrare a far parte di quello maschile fondato da Francesco. La chiesa ospita poi, in una cappella laterale, il cosiddetto Cristo di San Damiano, anch’esso fondamentale per il culto del Santo. Il borgo, ben curato, è un po’ troppo turistico per i miei gusti.

Perugia, piazza IV Novembre

Perugia, piazza IV Novembre

Arriviamo a Perugia nel pomeriggio, più per la voglia di non chiudere ancora i 3 giorni che altro. Perugia per noi diventa una passeggiata attraverso il centro, una passeggiata che ci porta fino in centro, fino al corso che conduce a piazza IV Novembre, sulla quale affaccia la Sala dei Notari, il Duomo di San Lorenzo, e che è dominata dalla famosa Fontana Maggiore, opera di Nicola Pisano, della fine del XIII secolo. Passeggiamo per le viuzze limitrofe, che scendono e risalgono e convergono verso la piazza. Ci sporgiamo dai punti panoramici che qua e là si aprono sul territorio circostante e sul resto della città, infine, al tramonto torniamo verso l’auto. La città si presta ad essere percorsa senza una meta precisa, ogni angolo rivela qualche sorpresa e qualche dettaglio da ricordare.

Il nostro tour dell’Umbria si conclude con il tramonto che ci accompagna mentre costeggiamo il Lago Trasimeno risalendo verso la Toscana. Non è escluso che presto verremo anche qui. 😉

Quando la natura è uno spettacolo: le Cascate delle Marmore

Se volete assistere a un autentico spettacolo della natura, sapete cosa dovete fare: dovete venire in Umbria, vicino Terni, alle Cascate delle Marmore.

La cascata delle Marmore

La cascata delle Marmore

Che poi proprio natura naturale non è, visto che le cascate sono il frutto di un intervento umano. Sì, perché fu il console romano Marco Furio Dentato nel III secolo a.C. che ne ordinò la realizzazione facendo defluire le acque del fiume Velino nel sottostante fiume Nera. Se qualcuno avesse ancora dubbi sulle capacità ingegneristiche dei Romani, ora si deve ricredere! Nei secoli, poi, è da registrare l’intervento di Antonio da Sangallo il Giovane (sì, lo stesso del Pozzo di San Patrizio di Orvieto), il quale fece costruire altri canali per deviare le acque, che spesso erano ostruite da centinaia di anni di depositi calcarei. Un altro intervento è quello degli inizi del Novecento, quando il Genio Civile fece realizzare una galleria che conduce all’attuale belvedere degli Innamorati. Infine, la centrale idroelettrica di Galleto segna il definitivo controllo dell’uomo sul territorio, nel totale rispetto, però, della natura.

La cascata prima di mezzogiorno

La cascata prima di mezzogiorno

Marco Furio Dentato ha fatto un bel lavoro: si tratta infatti delle cascate più alte d’Europa, 165 m di dislivello divisi in 3 salti. Al tempo stesso, però, si tratta di cascate controllate, ovvero  di cascate non lasciate libere di riversare nel loro letto tutta la potenza della loro portata d’acqua per tutto il giorno. Ciò è dovuto al fatto che le acque sono sfruttate dalla vicina centrale elettrica, posta lungo il Nera e visitabile. Al di sopra delle Cascate, il Lago di Piediluco funge da bacino idrico per la centrale, che esiste dal 1929.
Le Cascate sono visitabili con un biglietto giornaliero di 10 € che consente oltre che di vedere i salti dell’acqua anche di compiere vari percorsi nel bosco circostante. Proprio per via del loro regime controllato, le Cascate aprono solo 2 volte nel corso della giornata: alle 12 (fino alle 13) e alle 16 (fino alle 17). L’acqua scorre per tutto il giorno, ovviamente, ma è ridotta al livello di un torrente, mentre è solo in questi due momenti che diventa spettacolare: allora si alza una nube di goccioline d’acqua che si vaporizza su chiunque intorno e il volume d’acqua aumenta in maniera esagerata, sviluppando una potenza inimmaginabile: chi ci sta sotto si lava dalla testa ai piedi, ma vale la pena di fare questa doccia, davvero. Una sirena avverte, a partire da 20 minuti prima, che si appressa l’ora: un messaggio a tutti i visitatori del parco delle cascate, di portarsi in un punto panoramico utile, o al contrario, di mettersi in salvo dalla pioggia vaporizzata.

Tra le tante possibilità di sentieri che corrono tutt’intorno alle cascate, percorriamo il sentiero numero 1 che risale il corso dell’acqua fino in cima al salto, dove un punto panoramico, il Belvedere Specola Pio VI consente di vedere dall’alto questo spettacolo naturale. Lungo il sentiero si incontra il belvedere degli Innamorati, un piccolo spazio alla fine di una galleria scavata agli inizi del Novecento. Il percorso è immerso nel verde, per nulla difficile, fattibile anche con scarpe non propriamente da trekking (anche se, certo, è sempre meglio essere attrezzati). Tra le foglie, i tronchi degli alberi e la terra, si distinguono vivacissimi i piccoli ciclamini selvatici, così lilla da sembrare innaturali, e invece sono una delle cose più autentiche e poetiche qui. Soffermarsi ad ammirarli non è una perdita di tempo, né una scusa per riprender fiato. È un modo per rendere omaggio alla bellezza che la natura sa offrirci soprattutto nelle piccole cose.

ciclamini selvatici

ciclamini selvatici

Lo spettacolo delle Cascate, finalmente libere, a mezzogiorno, di riversare tutta la loro potenza nel bacino sottostante, vale l’attesa e ripaga della fatica della salita. L’acqua non arriva di botto, ma aumenta gradualmente, quasi impercettibilmente. Da rigoglio diviene boato, una nuvola bianca si alza e tutto intorno si trasforma. Un’esperienza che difficilmente si dimentica.

Volendo, la visita alle Cascate può essere molto più lunga del semplice “arrivo, vedo le cascate aperte e riparto“. La Valnerina offre una serie infinita di possibilità di percorsi naturalistici ai quali alternare incontri più “culturali”: innanzitutto, lungo lo stesso corso del fiume Nera, e raggiungibile a piedi lungo la strada provinciale (che costeggia il fiume) si raggiunge la centrale idroelettrica di Galleto. Ma anche il lago di Piediluco, che sovrasta le Cascate, è un ottimo punto di partenza e di arrivo di escursioni. Tra l’altro, le Cascate delle Marmore hanno un accesso anche dall’alto, dal lato del Lago di Piediluco, proprio a sottolineare l’origine di questo salto.

Pausa pranzo rinfrancante dopo questa scorpacciata di natura? Noi abbiamo pranzato da I ribelli di Campagna, l’esperienza culinaria più divertente degli ultimi anni. Tra le varie pietanze abbiamo provato la pajata, intestini di vitellino da latte che mai ha toccato erba durante la sua brevissima vita; poi i fegatini, gli arrosticini e varie altre prelibatezze dalla griglia e dalla brace.
Per apprezzare al meglio la natura ci vuole la panza piena, c’è poco da fa’! 😀

Una mattinata a Orvieto

Orvieto la vedi da lontano mentre viaggi sull’A1: è costruita su un massiccio tufaceo e l’occhio più esperto può individuare subito la silhouette del duomo, un grande edificio gotico che costituisce l’attrazione della città. Mentre con l’auto saliamo alla rocca, il paesaggio ci regala la valle del Tevere e i vigneti lungo il pendio: questo è territorio di produzione del vino Orvieto, un bianco piuttosto noto a livello nazionale.

Il duomo di Orvieto

Il duomo di Orvieto

Vi racconto la nostra passeggiata alla scoperta di Orvieto in una mezza giornata di metà aprile.
A Orvieto parcheggiamo in piazza Roma e da qui ci inoltriamo alla scoperta del borgo. Un borgo medievale, di case in tufo costruite sul tufo. I blocchi di pietra sono squadrati, tutti uguali, e le murature sono regolarissime, animate da finestre e balconcini. Il corso principale è la via sulla quale affacciano negozi e attività commerciali, ma fuori da esso il borgo non sembra aver risentito (negativamente) del turismo. Incontriamo per prima cosa Palazzo del Popolo, il palazzo del potere civile nel quale aveva sede il Capitano del Popolo. Un busto di Adolfo Cozza ci spinge a interrogarci su chi sia questo personaggio, al quale, più avanti, troviamo intitolata una via e il palazzo natìo. Lo scopriamo: è stato un archeologo, responsabile di una serie di importanti ritrovamenti etruschi a Orvieto. Già, Orvieto e gli Etruschi: impossibile, parlare di questa città senza accennare al suo passato più antico. Orvieto fu un importante centro etrusco. Tracce del suo passato si colgono già salendo lungo la rocca, dove si trova la necropoli etrusca di Crocefisso del Tufo, e in città nella piazza principale, di fronte al Duomo, dove si trova il Museo Etrusco Faina.
Ci facciamo guidare dai nostri piedi lungo i vicoli e per le vie del centro: sicuramente non percorriamo la strada più veloce, ma così assaporiamo meglio la città. Quando arriviamo al Duomo, da una viuzza che consente di percepire solo una stretta porzione centrale della facciata, l’emozione è forte. La facciata del Duomo di Orvieto è grandiosa, come del resto è grandioso tutto l’interno: una cattedrale gotica a tutti gli effetti. La facciata, a fasce bianche e nere, è tripartita da 4 pilastroni e termina con 3 cuspidi decorate, di cui il centrale più ampio. Nel centro si colloca un rosone, mentre i frontoni e le varie nicchie sono decorate a mosaico con fondo oro e azzurro. Il bianco, il nero, l’oro e l’azzurro sono i colori che risaltano e che si imprimono nella mente. Il livello inferiore, quello dei tre portali d’ingresso (si accede dal laterale destro, in corrispondenza della biglietteria all’interno) è decorato invece a bassorilievi elaboratissimi che raccontano tutta la storia dell’uomo in chiave biblica: dalla Creazione al Giudizio Finale.

Duomo di OrvietoEntriamo (biglietto 3 €). Dentro uno spazio ampio e altissimo ripartito in 3 navate, con il soffitto a capriate in legno, l’occhio è subito attratto dalla vetrata dell’abside, contornata da affreschi rappresentanti le storie di Cristo, quindi dalle due cappelle nei transetti. Quella di destra, la Cappella di San Brizio, patrono di Orvieto, affrescata dal Beato Angelico e da Luca Signorelli è percorsa da un Giudizio Universale e dal coro degli angeli, degli apostoli, dei martiri, dei profeti, ecc., e da una Pietà, molto toccante. Ma la cappella più bella è senz’altro quella del Corporale. Qui si celebra un miracolo che avvenne tra Orvieto e la vicina Bolsena, e che sta alla base della costruzione del Duomo: durante la celebrazione di una messa al momento della consacrazione dell’Ostia, quando la formula recita “Questo è il corpo di Cristo” il celebrante, il sacerdote Pietro da Praga in cuor suo dubitò di questo dogma. E immediatamente l’Ostia appena consacrata cominciò a sanguinare. Il prete corse dal papa Urbano IV che si trovava a Orvieto e costui proclamò il miracolo, dopo aver visto con i propri occhi il corporale macchiato di sangue (il corporale è il telo con cui il celebrante innalza l’ostia o l’ostensorio contenente l’ostia consacrata). Il papa proclamò poi anche il dogma del Corpus Domini, del corpo di Cristo presente nell’ostia, e ne istituì la festa, che viene celebrata ancora oggi in tutta Italia con infiorate e processioni. Tutta la storia è narrata a tinte vivaci sulle pareti della cappella, la cui realizzazione risale al 1350; nel centro è esposto il corporale, sacra reliquia tutt’ora oggetto di culto, mentre sulla destra è esposta la splendida Madonna della Misericordia di Lippo Memmi, del 1320, che col suo ampio mantello copre e protegge tutti i fedeli. La costruzione del Duomo fu avviata nel 1290, proprio a seguito del grande richiamo del miracolo del Corporale, e la sua costruzione si protrasse per molto tempo.

duomo orvieto

Duomo di Orvieto, la cappella del Corporale

Quando usciamo dal Duomo è ora di pranzo. Mangiamo in centro, dopo aver chiesto ad una Orvietana se ci sapesse consigliare (a tal proposito: la signora, gentilissima, ci ha accompagnato per un tratto: non è da tutti). Pranziamo a La Palomba, dietro la chiesa di S.Andrea, quindi ridiscendiamo il Corso fino al parcheggio in via Roma, attraversato il quale ci prepariamo a scendere lungo il Pozzo di san Patrizio (5 €).

Guardare in alto dal fondo del Pozzo di San Patrizio

Guardare in alto dal fondo del Pozzo di San Patrizio

La sua storia è particolare: il papa Clemente VII, all’indomani del Sacco dei Lanzichenecchi a Roma nel 1527, si era rifugiato a Orvieto, ma temeva così tanto che i Lanzichenecchi sarebbero venuti a cercarlo che, in previsione di un assedio, fece predisporre una serie di dispositivi di difesa: innanzitutto la Rocca di Albornoz, e poi, onde evitare, in caso di assedio prolungato, che la città rimanesse senz’acqua, incaricò l’architetto Antonio da Sangallo il Giovane di costruire un pozzo. Il nostro non era un architetto qualunque, perciò non solo costruì un pozzo profondissimo, ma lo realizzò sufficientemente largo, illuminato e areato, e con due rampe di scale, una a salire e una a scendere, per consentire ai muli di scendere a prendere l’acqua e a risalire senza incrociarsi. Tanto semplice nell’idea quanto ingegnoso nella realizzazione, e tutt’ora ammantato di un certo fascino, nonostante si tratti semplicemente di un pozzo. Ma la fama gli è dovuta dal nome che ha preso, pozzo di San Patrizio, che gli è derivato dal ricordo della profondissima Caverna di San Patrizio, in Irlanda, e al suo nome è stato associato il significato di luogo che custodisce immense ricchezze. Noi di ricchezze non ne abbiamo trovate, una volta giunti in fondo, a meno che per ricchezze non intendiamo le monetine che la gente continua a lanciare nell’acqua, ma in compenso abbiamo percorso tutti i 248 scalini, bassi e larghi, sia a scendere che poi a risalire. Ed è notevole vedere come piano piano, lentamente ma inesorabilmente, la luce si affievolisce sempre più man mano che si scende e, girando sempre in tondo, è solo la diminuzione della luce (o l’aumento al ritorno) che permette di capire che ci stiamo muovendo davvero.

Quando riusciamo all’aria fresca in cima alla rocca, ci affacciamo alla terrazza panoramica antistante, guardando in basso la valle del Tevere. Dopodiché andiamo a riposarci nel giardino pubblico aperto nella rocca fortificata, accanto all’arrivo della funicolare, l’altro modo che si ha per salire a Orvieto se non si ha l’auto.

Questo il nostro giro di Orvieto; un tour molto tranquillo che si è focalizzato sui due monumenti più rappresentativi della città. Ma se volete fermarvi più a lungo, potete approfondire il passato etrusco visitando dapprima la necropoli di Crocefisso del Tufo, lungo la strada che sale alla rocca, e poi il Museo Faina, proprio in piazza del Duomo.

Il tempio nascosto di Spoleto

Pochi giorni fa, nel corso del nostro “Sensational Umbria” Tour abbiamo visitato Spoleto. Non ci siamo preparati una visita della città: sapevamo che volevamo vedere la bella piazza del Duomo immortalata, tra gli altri, anche da Steve McCurry, e poco altro.

Con La Guida Archeologica Laterza in mano andiamo in esplorazione del tempio di Sant'Ansano

Con La Guida Archeologica Laterza in mano andiamo in esplorazione del tempio di Sant’Ansano

Sapevamo che storicamente la città vantava origini romane. Abbiamo scelto, così, una guida un po’ particolare: ci siamo affidati infatti alla Guida Archeologica Umbria Marche della Laterza, e in particolare abbiamo cercato un monumento che mi era capitato di studiare, ma che in pochi conoscono: il tempio di Sant’Ansano. Per trovarlo siamo dovuti salire fino alla piazza del Mercato, che anticamente era il Foro di Spoleto, la piazza più importante, e da qui percorrere via dell’Arco di Druso, così chiamata perché scavalcata da un arco onorario romano, dedicato a Druso, nipote di Augusto. L’arco anticamente costituiva la porta di accesso al foro e accanto vi sorgeva un poccolo tempio su alto podio con 4 colonne sulla fronte: un tempio che per la sua posizione (aperto sulla piazza principale della città) e per le sue caratteristiche doveva essere destinato al culto dell’imperatore.

Il tempio, così come l’arco, è realizzato nel I secolo d.C., un’epoca di grande ricchezza per Spoleto così come per tutte le città d’Italia nei primi decenni dell’Impero. Il tempio mantiene la sua funzione molto a lungo, ma nel VI secolo d.C., una volta caduto l’impero romano e nel bel mezzo delle guerre tra Goti e Bizantini per il possesso dell’Italia centrale, al di sopra di esso fu costruita una chiesa dedicata al santo eremita Isacco, le cui spoglie mortali furono accolte in un sarcofago custodito nell’annessa cripta. Il sarcofago è finemente scolpito. Buffe figure ne ornano i lati.

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Una curiosissima figura sull’angolo del sarcofago di Sant’Isacco

Qualche secolo più tardi fu cambiato l’orientamento della chiesa, che ormai è dedicata a Sant’Ansano.

La chiesa si imposta direttamente sulla sommità del podio del tempio: antico e nuovo piano d’uso coincidono. La cripta invece è ricavata immediatamente davanti all’antica facciata del tempio, sventrando la scalinata di accesso. L’interno è una piccola meraviglia, con le pareti affrescate e il soffitto sorretto da piccole colonnine in marmo, provenienti da qualche edificio romano in rovina. Ciò che rimane visibile del tempio, invece, è proprio il podio, che si distingue proprio bene lungo il lato esterno: i templi romani solitamente erano realizzati su alto podio perché si doveva avvertire il distacco tra l’uomo e il divino; quando in età medievale il livello del suolo si innalza, il podio viene pian piano interrato, divenendo fondamenta della chiesa di Sant’Ansano.

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Incredibile come la storia di certi edifici sia così nascosta eppure intensa. Anche se non si tratta di edifici universalmente noti, hanno comunque una storia, la loro storia, da raccontare. Una storia scritta nelle pietre e nei muri che sono contenta e orgogliosa di potervi raccontare.

La nostra Sensational Umbria: un tour dell’Umbria sulle orme di Steve McCurry

Campi NorciaDiciamo pure che ogni scusa è buona per partire. Questa volta la scusa è stata la mostra “Sensational Umbria” di Steve McCurry che abbiamo visto a Perugia poco tempo fa. È innegabile l’intento promozionale di quella mostra fotografica che, attraverso l’occhio di un grandissimo professionista della fotografia, vuole far conoscere al pubblico l’Umbria in tutte le sue sfaccettature. E infatti noi siamo cascati in questa “trappola”: tra le varie immagini che ci hanno colpito, ad esempio, c’è quella che McCurry ha scattato a Castelluccio di Norcia, nel cuore dei Monti Sibillini. Non conoscevamo Castelluccio di Norcia, ma poco tempo dopo abbiamo scoperto che in realtà è molto nota per due motivi: la coltivazione delle lenticchie e soprattutto i campi fioriti che a giugno trasformano l’altopiano di Castelluccio in una tavolozza intensissima di colori.

E così si parte, per un week-end che ci porta, tra l’altro, su altri set fotografici sfruttati da McCurry per Sensational Umbria: Spoleto e Norcia. In più ci abbiamo aggiunto le Fonti del Clitunno, perché una sosta nel verde e nella pace fa sempre piacere.

A Spoleto ci siamo fermati nella mattina di sabato. La città è tutta in salita, le sue strade salgono tra alti edifici medievali, qua e là spunta qualche lacerto delle antiche mura romane e delle strade basolate della città romana, che a suo tempo fu molto fiorente e che in età longobarda fu capitale del Ducato di Spoleto. Per deformazione professionale volevo visitare il tempio di Sant’Ansano con la cripta di Sant’Isacco: un tempio romano del I secolo d.C. che nel VI secolo, quando ormai l’impero romano non esisteva più e con esso gli antichi culti pagani, fu abbandonato e affiancato da un luogo di culto che accolse la tomba di Sant’Isacco. Qualche secolo dopo al di sopra del podio del tempio e della piccola cappella fu costruita la chiesa di Sant’Ansano che ha mantenuto la cripta di Sant’Isacco e si imposta direttamente sul piano di pavimento dell’antico tempio. Un piccolo complesso che piace agli archeologi… 😉 Accanto sorge l’arco di Druso, del I secolo d.C.: sono i resti più evidenti delle origini romane della città.

Spoleto, la scenografica piazza del Duomo

Spoleto, la scenografica piazza del Duomo

Si sale e si sale, e si arriva a costeggiare il palazzo arcivescovile e andando avanti ad un certo punto ti volti e la vedi, laggiù in fondo, sulla tua sinistra: la piazza del Duomo. Anch’essa immortalata da McCurry, che ha fotografato Spoleto durante il Festival dei Due Mondi (l’edizione 2014 si svolgerà a partire dal 27 giugno), è di fortissimo impatto: la chiesa si staglia sul fondo di un’ampia piazza che si trova in fondo ad una discesa rispetto al punto di vista dell’osservatore. Per quanto tu possa averla vista in fotografia mille volte, vederla dal vero è una grande emozione.

La fioritura delle lenticchie a Castelluccio

La fioritura delle lenticchie a Castelluccio

Nel pomeriggio ci andiamo a sistemare nel nostro agriturismo, Fonte Antica in frazione Campi di Norcia, in una zona bellissima paesaggisticamente: ai piedi dei Monti Sibillini, tra campi coltivati, pascoli e borghi antichi, con qualche castello diruto a testimonianza del passato medievale della zona. E poi ci rimettiamo in marcia: destinazione Castelluccio di Norcia, un po’ per ritrovare l’inquadratura di McCurry, un po’ per vedere tutti i campi fioriti che fanno la fortuna turistica della zona. Nella splendida valle su cui domina la piccola Castelluccio, tra allevamenti di cavalli e campi di lenticchie, prevale il giallo dei piccoli fiorellini della lenticchia. Il posto è molto bello, la valle è molto ampia, si stende a perdita d’occhio, fino al Monte Vettore sulla cui cima si devono ancora finire di sciogliere le nevi. È bello stare in mezzo a luoghi così sconfinati, la giornata di sole pieno rende tutto ancora più bello. Il borgo di Castelluccio è proprio piccino e semiabbandonato. Da quassù la vista sulla valle è spettacolare. Questi spazi aperti regalano un senso di pace e di pienezza che non ha pari!

La sera ceniamo in agriturismo, poi stanchi della giornata ci tuffiamo a letto.

Domenica mattina andiamo a Norcia, dove McCurry ha realizzato un’altra foto-capolavoro, nella piazza principale del borgo. Racchiusa da un circuito murario molto ben tenuto, il borgo è molto turistico, e mi fa un po’ effetto Aigues Mortes (Camargue): un borgo quasi finto, totalmente a misura di turista. Le norcinerie sono ovunque, e d’altronde se si chiamano norcini un motivo ci sarà… La piazza immortalata da McCurry è oggettivamente molto bella: su di essa si affacciano gli edifici medievali principali di Norcia, e la statua centrale costituisce un punto di fuga notevole che infatti non è sfuggito a McCurry nel comporre la sua fotografia.

Norcia

Norcia

Ormai sulla via del ritorno deviamo dal McCurry Tour per andare alle Fonti del Clitunno: un posto magico, luogo di pace e di natura rigogliosa da sempre ritenuto sacro (nei pressi vi sorgeva un santuario preromano, poi nel V secolo d.C. fu costruita poco distante la piccola chiesa di San Salvatore a forma di tempietto, da cui il nome Tempietto del Clitunno). Addirittura lo scrittore romano Plinio il Giovane ne rimase affascinato. E la sua bellezza, mutata poco nei secoli, esercita una certa attrazione ancora su di noi. Un laghetto con cigni e paperelle, un salice piangente, acqua pura di sorgente e una bella giornata di sole: un luogo romantico come pochi, e infatti c’è una coppia di sposi che si fa fare il servizio fotografico. Ci rechiamo anche al Tempietto del Clitunno, ma ahimè troviamo chiusa l’area archeologica, che è aperta a domeniche alterne (e naturalmente non questa). Pazienza.

Il romantico laghetto delle Fonti del Clitunno

Il romantico laghetto delle Fonti del Clitunno

Prima di ripartire pranziamo qui nei pressi.

E poi via, si torna a casa, pronti per la prossima gita fuoriporta!