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Primavera a Firenze: 7 giardini che non tutti conoscono

Domenica di primavera: sole, cielo azzurro, voglia, grandissima voglia di passeggiare in mezzo al verde, anche se siamo in città. La città in questione è Firenze, la quale non è certo priva di giardini. Sembra incredibile, ma nell’intricato reticolo di viuzze medievali si aprono portoni che fanno sbirciare all’interno di spazi verdi nascosti. Oltre a questi poi, ci sono i giardini, quelli veri. Perché a Firenze non c’è solo il Giardino di Boboli, di pertinenza di Palazzo Pitti.

Il giardino all’italiana della Villa della Petraia

Vi racconto in questo post i giardini di Firenze ai quali non rinuncerei per nessuna ragione al mondo. Alcuni sono parchi pubblici, altri hanno l’accesso regolato. Ma tutti, tutti, contribuiscono a rendere Firenze la città elegante e fiorita che noi conosciamo.

  1. il panorama di Firenze dalla Galleria del glicine del Giardino Bardini

    Giardino Bardini: è il giardino all’italiana di Villa Bardini. L’ingresso alla Villa (che è un museo di arte contemporanea) è da Salita Costa San Giorgio, mentre l’ingresso al Giardino è indipendente, da via Mozzi-Bardini. Il Giardino si sviluppa su una bella terrazza fiorita che regala uno splendido panorama su Firenze, in particolare sulla cupola del Duomo. La cosa più spettacolare è senza dubbio la galleria del glicine: immaginatevi un tunnel in lieve pendenza tutto viola per il glicine in fiore: un’esperienza sensoriale, visiva, olfattiva ed estetica eccezionale! Nella parte più alta il giardino prende i connotati del giardino all’inglese: viottoli, laghetti, reminiscenze quasi magiche ci portano in una sorta di bosco dal quale non vorremmo più andar via. Del giardino ho parlato più approfonditamente in questo post. Dalla sua terrazza panoramica qualche anno fa Julia Roberts si affacciava per vedere Firenze per la pubblicità di Calzedonia. Ho reso l’idea?

  2. Giardino delle Rose: reso pubblico e gratuito da pochissimi anni, questo giardino ai piedi del Piazzale Michelangelo regala, oltre ad un bel panorama sulla città, anche il bel connubio tra rose e arte, con le opere dello scultore Folòn che qui sono sistemate in un dialogo continuo tra fantasia e realtà, tra reale e floreale. Rose di tutti i tipi, le dimensioni e i colori, panchine e spazi verdi nei quali ci si può letteralmente distendere a prendere il sole. E chi ci ammazza? La vista è stupenda, l’ambiente intorno a noi anche. Non si potrebbe desiderare niente di meglio per il proprio relax. In fondo al giardino delle rose si trova il Giardino Giapponese, risultato tangibile del gemellaggio di Firenze con la città di Kyoto.

    il panorama di Firenze dal Giardino delle Rose

  3. Giardino Torrigiani: un giardino grandissimo, che rimane però nascosto alla vista da un lato dalle mura della città sul lato di Porta Romana, con le quali confina, e dall’altra dal muro della tenuta del palazzo Torrigiani, su via de’ Serragli, in pieno centro. Solitamente l’ingresso è a pagamento, eccetto pochissime occasioni all’anno, come le giornate dei giardini aperti indette dalla Associazione delle Dimore Storiche Italiane, nel corso delle quali sono previste visite guidate gratuite. Se una parte, quella più prossima alle mura, sembra immersa nella boscaglia, il resto è un bel giardino all’italiana, con ampi spazi e statue. Una passeggiata suggestiva di cui ho parlato più diffusamente in questo post.

    Il bastione di difesa voluto da Cosimo I ricompreso all’interno del Giardino Torrigiani

  4. L’interno della struttura Liberty del Tepidarium del Roster

    Giardino dell’Orticultura: usciamo lievemente dal centro e andiamo lungo il corso del Mugnone alle pendici della via Bolognese. Qui un bel giardino pubblico ha il suo fulcro nella splendida serra liberty che viene chiamata Tepidario del Roster (Roster è il nome dell’architetto): un capolavoro elegantissimo di vetro e ferro battuto dipinto di bianco. Il Giardino ospita due volte l’anno la Mostra Mercato dei Fiori e delle Piante (l’edizione primaverile è sempre dal 25 aprile al 1 maggio): si tratta di una manifestazione voluta e organizzata dalla Società Toscana di Orticultura fin dalla seconda metà dell’800, che ha vissuto alterne vicende, ma che oggi è un appuntamento fisso della vita cittadina. Da qui si può salire, superando la ferrovia e arrivando agli Orti del Parnaso: un giardino in salita che culmina in una piazzolina con una fontanella con un drago (che ricorda molto quello di Park Güell a Barcellona), dalla quale si abbraccia Firenze con lo sguardo. E non si può non rimanere commossi.

  5. il tempietto egizio nel parco Stibbert

    Giardino Stibbert: Frederick Stibbert era un personaggio eccentrico. Aveva una villa, appena fuori dal centro di Firenze, alle pendici della via di Montughi, che sistemò come un castello nel quale radunò tutte le armi e armature e altri oggetti bizzarri che amava acquistare in giro per il mondo: oggi è una casa-museo che racconta quanto fosse eclettico il personaggio che lo allestì esattamente nel modo in cui noi lo visitiamo. Il giardino pertinente la villa è un giardino magico: un tempietto a tholos, un tempietto egittizzante che affaccia su un laghetto, sentieri nell’ombra sono i vari elementi che ci fanno capire quanto Stibbert fosse un amante del bello e delle favole. Come del resto, lo siamo tutti noi. Il giardino è collegato anche col grande parco di Villa Fabbricotti che, nonostante le minacce di vendita, continua ad essere pubblico e ad accogliere ogni pomeriggio bambini felici di giocare e di rincorrersi.

  6. Giardino della Villa di Castello: una villa medicea appena fuori Firenze, oggi sede dell’Accademia della Crusca. L’accesso al giardino è libero e gratuito. Uno spazio ordinato, geometrico, da vero giardino all’italiana, ci accoglie, con aiuole regolari, piante da frutto, siepi ordinatissime che sembrano sistemate da un geometra più che da un giardiniere. In fondo si trova la limonaia, che era la più bella e importante tra tutte le limonaie medicee. I Medici amavano le piante di agrumi e i loro giardinieri crearono vere e proprie cultivar proprio nelle limonaie della Villa di Castello. Oltre al giardino ordinato c’è il parco: una scultura del Giambologna ci porta in un mondo boscoso e fantastico, mentre intorno a noi si innalzano alberi secolari e un’ombra ristoratrice ci avvolge.

    Uno scorcio del giardino all’Italiana della Villa medicea di Castello

  7. Giardino della Villa della Petraia: un’altra villa medicea con un bellissimo giardino all’italiana terrazzato ma non troppo. L’accesso al giardino è libero, l’accesso alla villa, che ospitò Vittorio Emanuele II durante il periodo di Firenze Capitale, invece è a visite a orari precisi. Il giardino è una riposante passeggiata tra siepi eleganti e alberi secolari, e in primavera con i fiori e la vista soleggiata sulla piana di Firenze è proprio riposante.
villa della petraia firenze

Villa della Petraia, Firenze

Avete scelto quale sarà il primo dei giardini di Firenze da visitare? Ne avete uno preferito? Parliamone nei commenti, oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

Visitare Santa Maria Novella

Santa Maria Novella, la facciata

Santa Maria Novella, la facciata

È una delle chiese più belle e più note di Firenze. La sua facciata anzi, disegnata da Leon Battista Alberti, è a parere di molti la più bella in assoluto della città; anche la piazza è molto caratteristica (personalmente, però, preferisco piazza Santa Croce): la sua forma è irregolare, nel mezzo si innalza un piccolo obelisco, mentre essa è percorsa da varie aiuole che in primavera fioriscono. Lungo tutto un lato si aprono ristorantini e localini vari dove trovare ristoro, soprattutto nelle belle giornate primaverili. Ogni tanto ospita manifestazioni pubbliche, mercatini e in generale è un ottimo punto di ritrovo nonché tappa fondamentale per itinerari della città. La sua vicinanza alla stazione centrale dei treni ne fa una meta comodissima, la prima o l’ultima da visitare quando si passa da Firenze. Sul fondo della piazza si trova il portico del palazzo che ospita il Museo del Novecento: in questo spazio fiorentino, quindi, si percorre tutta la storia dell’arte dal Medioevo al Contemporaneo.

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Santa Maria Novella è la chiesa del convento dei Domenicani. A questo importante ordine monaastico, giunto a Firenze nei primi decenni del Duecento, viene concessa da subito la piccola chiesa di Santa Maria delle Vigne: evidentemente nella zona, fuori delle mura medievali, si trovavano vigneti. Già dal 1242 iniziano i lavori di ampliamento della chiesa, che verrà consacrata, però, solo nel 1420. Come in tutte le grandi chiese di Firenze, al suo interno e per la sua realizzazione e decorazione hanno lavorato artisti importanti della Firenze medievale e rinascimentale. Oltre a Leon Battista Alberti e al Vasari, che ne ristrutturò l’interno, il primo artista che va ricordato è Giotto, del quale ancora campeggia in mezzo alla navata centrale il grande Crocifisso ligneo. Dipinto verso la fine del Duecento, questo Cristo è realizzato secondo l’iconografia del Christus Patiens, ovvero sofferente per la Passione e non trionfante sulla Morte: oltre al volto patito del Cristo, anche i colori ci riconducono alla sofferenza e alla morte. Un’opera davvero intensa.

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

Tra i capolavori che si incontrano nella chiesa, la Trinità di Masaccio  si trova a metà della navata sinistra: in quest’opera, non troppo grande, Masaccio esprime quei concetti di ricerca di prospettiva che tanto caratterizzano la sua arte: Cristo, dietro di lui Dio Padre e lo Spirito Santo sono inseriti in un’architettura sontuosa, che richiama un arco trionfale antico. Ai loro lati la Madonna e i committenti, in una composizione simmetrica ed equilibrata anche nei colori, sui toni del grigio e del rosa.

Nell’area del transetto si aprono poi alcune cappelle laterali, come la cappella Bardi, o la cappella Filippo Strozzi, decorate con cicli pittorici importanti che raccontano le vite di alcuni santi particolarmente importanti. Nella cappella maggiore, o Cappella Tornabuoni, dietro il grande altare, al di sopra del coro in legno intarsiato, su un lato sono affrescati dal Ghirlandaio episodi della vita di San Giovanni Battista (patrono di Firenze) dall’annuncio della sua nascita al padre Zaccaria fino alla morte per decapitazione voluta da Salomé; sull’altro scene di vita di Maria (a S.Maria Assunta è dedicata la chiesa), anche in questo caso dalla nascita in avanti. Nelle scene dipinte si susseguono e si affastellano personaggi che a noi non dicono nulla, ma nei quali i contemporanei avrebbero riconosciuto persone della loro Firenze, come lo stesso pittore Ghirlandaio, il poeta Angiolo Poliziano, i rappresentanti della famiglia Tornabuoni, cui è intitolata la cappella.

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Proseguendo, si esce nel cosiddetto Chiostro Verde, le cui lunette affrescate sotto il porticato portano la firma di Paolo Uccello: alcuni di questi grandi dipinti sono esposti, dopo un lungo restauro, nell’attiguo museo dell’Opera di Santa Maria Novella. Lungo un braccio del chiostro si apre una cappella: è il Cappellone degli Spagnoli, inizialmente sala capitolare del convento annesso alla chiesa e poi devoluto alla colonia di Spagnoli che giunse a Firenze al seguito di Eleonora da Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Al suo interno, nel quale spiccano opere di Alessandro Allori, è notevole il ciclo di affreschi sulle pareti laterali, che è un’esaltazione dell’ordine domenicano: nella scena dedicata alla Chiesa militante, si nota la rappresentazione del duomo di Firenze (che all’epoca della realizzazione di questo affresco non era ancora stato ultimato); sull’altro lato, nella scena del Trionfo di San Tommaso d’Aquino (che era un domenicano) si sussegue una teoria di santi e di rappresentanti delle più importanti virtù scientifiche oltre che religiose: virtù teologali, virtù cardinali, sacre scienze e arti liberali. Compaiono così personaggi che Cristiani non furono e non poterono essere, come Cicerone, Pitagora ed Euclide.

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Dal Chiostro Verde si accede ad un altro piccolo chiostro, il cosiddetto Chiostro dei Morti, con una serie di lapidi di uomini e donne che vi furono seppelliti fino alla metà dell’Ottocento. Dal chiostro si accede anche ad un piccolo spazio museale che accoglie paramenti sacri appartenuti ai monaci domenicani ed espone gli affreschi restaurati di Paolo Uccello.

Gli ambienti della chiesa e del convento sono piuttosto freddini. Quando torniamo nel chiostro verde il sole di Firenze ci riscalda. Da qui, dal chiostro, si esce dal complesso di Santa Maria Novella e si torna sulla piazza. La visita di Santa Maria Novella è conclusa. Possiamo proseguire la nostra passeggiata.

Morte a Firenze. Il cimitero degli Inglesi

Si erge come un’isola, in mezzo ai viali di circonvallazione di Firenze. Le automobili sfrecciano qui accanto, i motori rombano fermi al semaforo per poi lanciarsi via non appena spunta il verde. I pedoni attraversano di corsa la strada, incalzati da quel giallo che arriva sempre troppo presto. Fretta, rumore, sguardo dritto davanti a sé, concentrato sul percorso che ancora resta da fare. E nessuno presta attenzione all’isola lì nel mezzo.

Particolarmente horror questo monumento funerario nel Cimitero degli Inglesi

Particolarmente horror questo monumento funerario nel Cimitero degli Inglesi

Il Cimitero degli Inglesi è un’isola di pace. Un’isola dove il tempo pare sospeso, e persino il traffico resta attutito. Alti cipressi verdi, bianchi monumenti, un vialetto centrale, qualche sentierino laterale, grigi sarcofagi monumentali. E sopra di noi l’azzurro del cielo. Intorno a me silenzio e un’atmosfera che invita ad un muto rispetto. È talmente suggestivo, questo cimitero, da aver ispirato al pittore Arnold Böcklin il celebre dipinto “L’isola dei morti“.

Cimitero degli Inglesi

Cimitero degli Inglesi

A me ricorda un grande tumulo (e in effetti lo è), sul modello delle tombe etrusche: una montagnola di terra che si erge nella piana e che ospita le spoglie mortali di qualche illustre defunto. La differenza sta nel fatto che questo grande tumulo ospita le croci e i monumenti di tanti Svizzeri e Inglesi che nell’Ottocento si fecero seppellire qui: è il cimitero acattolico di Firenze: qui i Protestanti potevano trovare il riposo eterno. Nacque nel 1827 infatti, quando il granduca Pietro Leopoldo II di Lorena concedette alla chiesa Evangelista una montagnola fuori le mura per farne il proprio cimitero. La concedette fuori le mura proprio perché si trattava di un cimitero non cattolico.

 

È buffo che si chiami “Cimitero degli Inglesi”, visto che fu richiesto dalla Chiesa Protestante Svizzera. Ma per i Fiorentini, che sono famosi per fare generalizzazioni, i Protestanti erano Inglesi, per cui il cimitero venne denominato così nel linguaggio comune, con buona pace degli Svizzeri. In effetti alcuni Inglesi di spicco vi sono seppelliti, come la poetessa Elisabeth Barrett Browning e il padre di quel Frederic Stibbert cui è intitolato il Museo Stibbert, che altro non è se non la sua casa privata e la sua collezione di eccentriche antichità.

cimitero degli InglesiTra gli Svizzeri illustri, vi è seppellito Gian pietro Vieusseux, che io conosco principalmente perché a lui è intitolato il Liceo Scientifico di Imperia, dove lui per qualche tempo visse, ma che a Firenze è noto per il Gabinetto Vieusseux, che ha sede in Palazzo Strozzi. Il cimitero accolse anche esponenti della comunità russa e greco-ortodossa, molto presente in città (la splendida chiesa russa si trova a circa un km da qui, lungo il corso del Torrente Mugnone. Il cimitero è utilizzato ancora oggi per accogliere le spoglie recenti di Protestanti: lungo il limite del tumulo si trovano le lapidi, molto semplici, di persone anglofone mancate negli ultimissimi anni.

 

Anche se non è particolarmente monumentale, il Cimitero degli Inglesi colpisce l’immaginazione di chi ne percorre gli stretti vialetti. I monumenti funerari sono molti; alcuni si fanno ricordare, come l’Angelo della Morte, in forma di scheletro alato che sovrasta una sepoltura, o come una figura di piangente disperata che piange sulla tomba di un suo caro, o come i due puttini che leggono una pergamena. Non mancano i riferimenti classici: molti sepolcri sembrano delle stele funerarie greche: vi si trovano figure alate, quasi mitologiche, realizzate in forme neoclassiche; ma sono tante anche le figurazioni egittizzanti: obelischi, scarabei sulle lapidi; e poi simboli massonici. Naturalmente troviamo anche croci lungo il nostro cammino: ma sono croci elaborate, fiorite, ritorte, artistiche: croci che si fanno ricordare e che disegnano preziose coreografie.

Uno scarabeo egizio sulla lapide di questo defunto inglese

Uno scarabeo egizio sulla lapide di questo defunto inglese

Camminando tra le tombe, può sorprendere di vedere molte lastre spaccate, come se le anime che le abitavano fossero fuggite via. In realtà, probabilmente, la collinetta in qualche parte ha ceduto, e non è stato ancora possibile restaurarle.

All’ombra di qualche cipresso, mentre il traffico all’intorno si perde, il tempo si ferma, e si potrebbero passare le ore a riconoscere l’una o l’altra lapide, a individuare simboli egizi o a scovare la tomba di qualche illustre personaggio inglese dell’Ottocento: la comunità anglosassone è sempre stata molto presente in Firenze.

Il Cimitero degli Inglesi è un monumento suggestivo, spirituale, un luogo che non è semplicemente da vedere, ma da sentire.

 

La Basilica di Santa Croce e i capolavori restaurati dopo l’Alluvione del ’66

L'interno della basilica di Santa Croce

L’interno della basilica di Santa Croce

È una delle chiese più note di Firenze. Per me la sua facciata è in assoluto la più bella, merito anche di una piazza regolare, ampia, che le dona il giusto risalto. La piazza viene sfruttata spesso per manifestazioni, tra cui la più celebre è il Calcio Storico che ogni anno coinvolge i quartieri del centro in una sfida molto sentita tra le fazioni dei Bianchi, degli Azzurri, dei Verdi e dei Rossi e che culmina nella finale del 24 giugno, giorno del Santo Patrono.

All’interno di Santa Croce i Fiorentini possono accedere con biglietto gratuito, per tutti gli altri si accede solo con biglietto a pagamento.

Santa Croce è nota per le tombe e cenotafi di celebri personaggi italiani nel campo dell’arte, della letteratura e della scienza. Non a caso è nota come Tempio dell’Itale Glorie, grazie ad un verso de Dei Sepolcri di Ugo Foscolo: e infatti anche Ugo Foscolo vi è sepolto, e celebrato da un monumento lungo la navata. Così Foscolo si trova seppellito nella stessa chiesa che ospita le spoglie mortali (e relativi monumenti funerari) di Michelangelo (progettata dal Vasari), di Leon Battista Alberti, di Vittorio Alfieri (realizzata da Antonio Canova) e di Galileo e al cenotafio di Dante (le spoglie sono rimaste a Ravenna, che non le restituì mai alla città che esiliò il Padre della Letteratura Italiana). Passeggiando per la chiesa, poi, sul pavimento si incontrano molte altre tombe. Alcune avevano il corpo del defunto in rilievo, ma i passi di migliaia di persone nei secoli ne hanno levigato la superficie tanto da cancellare i tratti somatici.

Un particolare punto di vista, molto suggestivo, verso la cappella maggiore di Santa Croce

Un particolare punto di vista, molto suggestivo, verso la cappella maggiore di Santa Croce

Se è celebre per le tombe, Santa Croce è altrettanto celebre per le sue cappelle affrescate da grandissimi artisti. Giotto, innanzitutto: egli affresca le Cappelle Bardi e Peruzzi (a destra della Cappella Maggiore) con scene della vita di San Francesco (tema che conosce bene: il ciclo della vita di San Francesco nella Basilica Superiore di Assisi è suo) e di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista.

Proseguendo nella visita si incontra la Sacrestia. Qui è innalzato il Crocifisso di Cimabue simbolo dell’Alluvione. Nonostante il salvataggio reca ancora i tantissimi segni del fango. È un’opera colossale (alta 4 m) della fine del Duecento, e considerato che è dipinto come Christus Patiens, ovvero sofferente sulla croce, a vederlo così pare ancora più sofferente, o forse sono io a vederlo così. La sua collocazione in Sacrestia non è originale, ma qui è stato sistemato connun sistema di tiranti che possano immediatamente sollevarlo in caso di nuova alluvione.

Proseguendo, si entra nella Cappella Medici. Qui si trovano quattro capolavori anch’essi alluvionati, di autori notevoli, come il Bronzino, Francesco Salviati o Alessandro Allori. Tutte grandi pale d’altare cinquecentesche, erano esposte nel Museo dell’Opera di Santa Croce quando le sorprese l’alluvione. I restauri, lunghissimi, a cura dell’Opificio delle Pietre Dure, ci hanno restituito queste opere stupende.

Uscendo dalla Chiesa si accede al chiostro, nel quale al momento è allestita una mostra fotografica e documentaria sui giorni dell’Alluvione: le foto d’epoca sono drammatiche, i titoli dei giornali disperati e accorati. Ma sempre pieni di speranza e di buona volontà. Viene messo in risalto l’impegno degli Angeli del Fango, che in campo artistico e culturale diedero un apporto fondamentale al salvataggio dei nostri beni culturali.

Il Cristo di Cimabue nella sacrestia della basilica di Santa Croce

Il Cristo di Cimabue nella sacrestia della basilica di Santa Croce

Infine si apre un breve spazio espositivo che introduce al Cenacolo. Qui è esposto l’altro simbolo dell’Alluvione in Santa Croce: l’Ultima Cena del Vasari. Restaurato anch’esso dall’Opificio delle Pietre Dure, il grande dipinto è appeso in modo da poter essere tirato su e messo in salvo in caso di allerta.

La storia di Santa Croce è legata all’alluvione. Ad oggi i danni sono stati sconfitti e riparati. Ma la paurache un evento così tremendo si possa ripetere è tale e tanta che ne troviamo menzione e riferimenti ovunque. La città non dimentica, Santa Croce tantomeno.

L'Ultima Cena del Vasari nel Cenacolo di Santa Croce

L’Ultima Cena del Vasari nel Cenacolo di Santa Croce

I Re Magi a Firenze

Lo so, la Befana è passata, passata è l’Epifania e tutte le feste si è portate via. Però voglio ancora dedicare un post alle feste, in particolare proprio alla festa del 6 gennaio. E vi parlo di ciò che avviene e che potete trovare a Firenze.

Dalla Cavalcata dei Magi che attraversa la città il giorno dell’Epifania alla Cappella di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi, passando per gli Uffizi: ecco dove trovare i Re Magi a Firenze.

  • La Cavalcata dei Magi
La Cavalcata dei Magi a Firenze

La Cavalcata dei Magi a Firenze

Ogni anno il 6 gennaio Firenze festeggia l’Epifania con un grande corteo storico che attraversa la città: parte da Palazzo Pitti, attraversa l’Arno su Ponte Vecchio e risale il centro fino ad arrivare in chiesa, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, fuori dalla quale è allestito un presepe; è la Cavalcata dei Magi, una tradizione che fu introdotta a Firenze proprio nel XV secolo, sotto i Medici. Esisteva allora la Confraternita dei Magi, chiamata anche La Stella (perché i Re Magi seguirono la stella) che ogni tre e poi ogni 5 anni organizzava una processione per le vie della città. I Medici erano molto devoti ai Magi, e forse è proprio in aperta reazione con la Signoria che quando essa decadde la Cavalcata dei Medici fu sospesa. Ha ripreso soltanto nel 1997. I Medici non ci sono più, ma c’è l’orgoglio tutto fiorentino per una tradizione che è davvero molto sentita. (la storia della Cavalcata dei Magi è raccontata molto bene qui).

Il corteo blocca il centro storico per qualche ora ma è uno spettacolo di tamburi, sbandieratori e sgargianti costumi rinascimentali: dame, cavalieri, paggi, rappresentano le antiche casate e gli antichi borghi e quartieri di Firenze. Gli abiti sontuosi delle dame sono meravigliosi, in tessuti di velluto e broccato, lasciano a bocca aperta. Gli abiti dei Signori sono ridicoli, visti con gli occhi di oggi, ma sono gli indumenti che indossavano banchieri, mercanti, nobili della Firenze del Cinquecento. Nel mezzo, a interrompere ogni tanto il lento procedere degli sfilanti, gruppi di sbandieratori si esibiscono nella loro nobile arte: al rullo dei tamburi fanno volteggiare le aste delle loro bandiere, disegnano coreografie, fanno volare il più in alto possibile i loro stendardi che poi tornano, miracolosamente, in mano loro.

La processione dei Magi nella cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici-Riccardi

La processione dei Magi nella cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici-Riccardi

  • La cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli

La famiglia Medici era molto devota ai re Magi. Gli esponenti della famiglia partecipavano attivamente alle processioni del 6 gennaio. Per questo commissionarono all’artista Benozzo Gozzoli un’intera cappella in Palazzo Medici-Riccardi, un tempo la loro residenza in via Lata (oggi via Cavour), nella quale è raffigurata proprio la processione dei Magi. Realizzata nel 1459 e commissionata da Cosimo il Vecchio, questa processione raffigura proprio i rampolli della famiglia Medici, Giuliano e Lorenzo, ed è un racconto fantastico del viaggio dei Magi dalla città bianca di Gerusalemme fino a Betlemme. In un paesaggio ricchissimo di dettagli preziosi, i personaggi, che sono personaggi della famiglia Medici e della cerchia più ristretta, sono sontuosamente abbigliati. Lapislazzuli, oro e altri materiali preziosi arricchiscono la tavolozza del pittore che, avendo ricevuto una commissione tanto sontuosa, non bada a spese e realizza un capolavoro di magnificenza (una descrizione si trova qui). Si potrebbero trascorrere ore a guardare e a perdersi nel paesaggio e in ogni singolo dettaglio.

La visita della Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi è “aiutata” da una bella opera di realtà aumentata e racconto multimediale che consente di cogliere i vari elementi della narrazione del dipinto, che altrimenti andrebbero perduti senza una guida. Così veniamo invitati a soffermarci sui particolari, ad analizzare anche i singoli fiori, i drappeggi dei tessuti, a dare un nome ai personaggi rappresentati, a capire in sostanza cosa viene narrato sulle pareti della cappella: perché la processione dei Magi è un pretesto per la celebrazione della famiglia Medici, né più né meno.

L'adorazione dei Magi del Beato Angelico a San Marco, Firenze

L’adorazione dei Magi del Beato Angelico a San Marco, Firenze

  • La Cappella dei Magi a San Marco

Cosimo il Vecchio era solito recarsi nel convento di San Marco a pregare. Qui, aveva la sua cella preferita. Il convento di San Marco ha avuto tra i suoi monaci, un illustre frate, nientemeno che Fra Angelico, meglio noto come Beato Angelico (santo patrono degli Artisti): egli affrescò tutte le celle del convento con scene varie della vita di Cristo. Dedicò una cella all’Adorazione dei Magi. Indovinate qual era la cella preferita da Cosimo? Esatto, proprio la cella con l’adorazione dei Magi.

  • Adorazioni dei Magi agli Uffizi

Trasferiamoci agli Uffizi. Qui, nel Museo più importante di Firenze, per non dire d’Italia, sono esposte alcune importantissime Adorazioni dei Magi. Il soggetto era molto apprezzato sia dai pittori che dai committenti. Le scene di natività sono molto frequenti in ambito religioso e con la raffigurazione dei Magi si caricano di un valore in più, quello dell’uomo che è alla perenne ricerca di Dio. Dal punto di vista meramente artistico, poi, dipingere i Magi, re dell’Oriente, era occasione per i pittori per lanciarsi in favolose vesti e ambientazioni.

L'Adorazione dei Magi di Filippino Lippi, Uffizi

L’Adorazione dei Magi di Filippino Lippi, Uffizi

L’Adorazione dei Magi del Botticelli pone al centro della scena la sacra famiglia, mentre i personaggi di contorno, Magi compresi, si dispongono prospetticamente intorno ad essa. In questo modo, anche se i Magi sono in primo piano, davanti, ma volti quasi tutto di spalle, risalta la posizione centrale della Madonna col Bambino. Nei ritratti dei singoli personaggi si possono individuare i ritratti dei committenti del dipinto, la famiglia di Zanobi del Lama, che aveva commissionato la pala per la propria cappella privata in Santa Maria Novella. L’impostazione dell’opera di Botticelli fa da modello ad altre due natività, che si trovano sempre agli Uffizi: quella di Filippino Lippi e quella di Leonardo.

Se nell’Adorazione del Botticelli la sacra famiglia si ripara sotto un rudere in pietra e sullo sfondo si trovano ruderi antichi, nell’Adorazione di Filippino Lippi la Sacra Famiglia è ricoverata sotto una vera e propria capanna; la scena è popolata da molti più personaggi ed è lasciato più spazio al paesaggio retrostante, tutto sommato abbastanza spoglio e attraversato da schiere di cavalieri.

L’Adorazione di Leonardo va considerata a parte: innanzitutto è incompiuta, motivo per cui noi ammiriamo soltanto il disegno preparatorio (dandogli però dignità di capolavoro compiuto!). Nella composizione di Leonardo la Madonna occupa il centro della scena. Intorno si dispongono i Magi e altri personaggi in adorazione. Sullo sfondo un edificio in rovina da una parte e una scena di battaglia a cavallo dall’altra; un albero alle spalle della Madonna divide in due il fondo. Un peccato che l’opera sia rimasta incompiuta. Ma Filippino Lippi sicuramente ringraziò quest’incompiutezza, visto che a lui fu commissionata l’Adorazione, in sostituzione di questa, abbandonata da Leonardo.

L'Adorazione dei Magi di Leonardo, Uffizi

L’Adorazione dei Magi di Leonardo, Uffizi

Un viaggio breve ma intenso per Firenze, alla ricerca dei segni dei Re Magi in queste ultime giornate di festa, a Epifania ormai conclusa. Tra arte e tradizione, Firenze non dimentica i 3 re che vollero a tutti i costi seguire una stella. Il Vangelo (solo quello di Matteo, tra l’altro) dedica loro poche righe. Ma la  fama che hanno avuto nei secoli è ineguagliabile, e continua ad essere celebrata.

 

#FlightFirenze: luci sulla città

L'albero di Natale in piazza Duomo a Firenze si è acceso l'8 dicembre

L’albero di Natale in piazza Duomo a Firenze si è acceso l’8 dicembre

Firenze accende le luci sui suoi principali monumenti. Con F-light Firenze (realizzato da Associazione Mus.E Firenze con Enegan Luce e Gas) il capoluogo toscano si illumina, racconta storie, diventa un palcoscenico sul quale scorrono immagini luminose che rendono la città, se possibile, ancora più bella.

Con l’8 dicembre, anche quest’anno una serie di installazioni luminose che dureranno un mese, fino all’8 gennaio, anima le fredde serate fiorentine. Dall’albero di Natale in piazza del Duomo alle proiezioni nella Loggia del Porcellino, a Ponte Vecchio, alla facciata della chiesa di Santo Spirito, a San Firenze, la città letteralmente si accende.

Una serie di videomapping infatti decora i monumenti cittadini, donando oltre che luce, arte e racconti per immagini. Il successo è garantito: il pubblico per strada, passanti, turisti, fiorentini, sono tutti attratti dalle luci. Così, come sempre in questi casi, siamo tutti a fare foto con lo smartphone, per meglio ricordare l’evento. E a condividerlo con l’ashtag #flightifirenze.

videomapping su Pontevecchio per #flightfirenze

videomapping su Pontevecchio per #flightfirenze

Ponte Vecchio è bellissimo, una quinta perfetta per questo genere di proiezioni, che si raddoppiano nel riflesso nelle placide acque dell’Arno. Anzi, i giochi di luce sono giocati proprio su questo, sul doppio, sui colori, sui fasci di luce che diventano geometrie, poi vere opere d’arte, note e meno note, vetrate gotiche, girasoli di Van Gogh, baci di Klimt, madonne rinascimentali e quant’altro. Uno spettacolo magico, enfatizzato dalla musica in stereofonia, colonna sonora coinvolgente di queste serate fiorentine.

Non solo Ponte Vecchio è interessato dalle installazioni di luce, ma altri luoghi simbolo della città sono illuminati con storie scorrevoli. Santo Spirito, la Loggia del Porcellino, la facciata di San Firenze, Porta Romana: ogni facciata è uno sfondo su cui si proietta una storia diversa.

La facciata della basilica di Santo Spirito è uno sfondo ideale. La sua silhouette, così liscia, eppure sinuosa e inconfondibile, è amata dai Fiorentini. La piazza di Santo Spirito negli ultimi anni è diventata luogo di ritrovo e di aggregazione in Oltrarno; il suo coinvolgimento in F-light Firenze è dunque dovuto: una piazza che è vissuta dai cittadini più ancora che dai turisti.

La Loggia del Porcellino illuminata per #flightfirenze

La Loggia del Porcellino illuminata per #flightfirenze

La Loggia del Porcellino, quando scende la sera si vuota dei banchini tutti assiepati che vendono merci variopinte durante il giorno. Al loro posto variopinte coreografie si proiettano sul pavimento, sul filo conduttore del tema del “fanciullino”, l’infanzia nella sua poesia, nella sua bellezza, ma anche ahimè, nella tragedia che vive ogni volta che viene violata.

La facciata della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze è colpita dalla luce di un vero e proprio faro puntato contro: ricorda le drammatiche notti che seguirono all’alluvione quando, in una lotta contro il tempo, 24 ore su 24 i volontari lavoravano per salvare dal fango i volumi, il nostro patrimonio librario.

Queste sono solo alcune delle luci sulla città che risplendono nel periodo natalizio su Firenze. Che rendono la città, se possibile, ancora più bella.

Capolavori a Villa La Quiete

Dal 26 luglio al 15 gennaio 2017 Villa La Quiete apre al pubblico la sua collezione di capolavori rinascimentali.

Siamo sulla collina di Castello, appena fuori Firenze, area amata dai Medici che qui costruiscono alcune loro residenze, come la Villa della Petraia e la villa di Castello stessa. Qui sorge anche Villa La Quiete. Passando da fuori, da via di Boldrone, non ci si rende conto di cosa ci sia oltre l’alto muro che isola la Villa dall’esterno. Ma ve lo dico subito: oltre alla villa c’è un grande giardino all’italiana, ben nascosto alla vista, ma proprio per questo tanto più prezioso.

Il giardino all'italiana di Villa La Quiete

Il giardino all’italiana di Villa La Quiete

Villa La Quiete fu di proprietà medicea, ma ha legato la sua storia a importanti figure femminili di Firenze: a Cristina di Lorena, che fece dipingere La Quiete che pacifica i venti, da cui il nome della villa, a Eleonora Ramirez de Montalvo, che qui istituì un istituto per l’educazione laica delle giovani figlie delle illustri famiglie fiorentine, e infine all’Elettrice Palatina, che qui si fece allestire un appartamento privato. Le Montalve avevano un istituto anche in città, in via della Scala, che fu però dismesso e occupato da una caserma a seguito dell’Unità d’Italia. L’unica sede divenne allora Villa La Quiete che ricevette così anche le opere d’arte custodite nella sede cittadina e in quella del monastero di San Jacopo di Ripoli.

Ridolfo del Ghirlandaio, Michele Tosini, Sposalizio mistico di Santa Caterina e santi

Ridolfo del Ghirlandaio, Michele Tosini, Sposalizio mistico di Santa Caterina e santi

Oggi vengono esposte al pubblico alcune tra le principali opere di questa preziosa collezione: un’Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega) è forse l’opera più nota: fece scalpore la polemica di qualche tempo fa per cui era stata accusata l’Università (ente gestore di Villa La Quiete) di tenere nascosto un Botticelli in cantina; risposta migliore non poteva arrivare: il Botticelli è oggi esposto al pubblico, e la schiera di santi che fa da contorno all’incoronazione della Vergine accoglie quanti si affacciano al Refettorio, l’ambiente che ospita la mostra.

Dettagli: la splendida veste azzurra a gigli d'oro di uno dei santi testimoni dell'Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega)

Dettagli: la splendida veste azzurra a gigli d’oro di uno dei santi testimoni dell’Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega)

Sette opere in tutto: oltre a Botticelli, Ridolfo del Ghirlandaio è l’altro pittore noto del quale sono esposte tre opere, due Sposalizio mistico di Santa Caterina, nelle quali si ripete con qualche variante la scena dell’unione mistica della Santa a Cristo, simboleggiata dal Bambin Gesù che le mette l’anello al dito, e la grande tavola con i Santi Onofrio, Cosma, Damiano e Sebastiano. Vi è poi una Madonna con bambino di pittore fiammingo, un San Domenico della Scuola di San Marco e una curiosa composizione: una pala d’altare, di Michele Tosini, raffigurante Santa Maria Maddalena abbracciata alla Croce di Cristo e una suora domenicana immerse in un paesaggio spoglio nel quale, in lontananza, si distingue un villaggio; alla croce dipinta, è applicato un crocifisso vero, in legno, a ricalcarne in tutto e per tutto la posizione. L’effetto tridimensionale è garantito, colpisce l’immaginazione ed è molto scenografico.

Le opere sono illuminate benissimo, l’impatto d’insieme è molto suggestivo, mentre i faretti dedicati a ciascuna opera fanno risaltare i colori e i particolari. Due postazioni touchscreen raccontano i dettagli e la storia di ogni singola tela, le immagini si possono ingrandire fino a scorgere dettagli che rischiano di sfuggire anche ad occhio nudo.

Baccio da Montelupo, Crocifisso; Michele Tosini, Santa Maria Maddalena e suora domenicana

Baccio da Montelupo, Crocifisso; Michele Tosini, Santa Maria Maddalena e suora domenicana

La mostra è il primo passo verso l’apertura al pubblico di un percorso museale di Villa La Quiete che vedrà il suo completamento nel 2017. La villa in sé è in effetti ricca di storia e di arte. Ho curiosato qua e là in anteprima e ho scoperto alcuni angoli davvero interessanti.

Il Gigante Appennino della villa di Pratolino sulle pareti della sala di Villa La Quiete

Il Gigante Appennino della villa di Pratolino sulle pareti della sala di Villa La Quiete

Innanzitutto il giardino all’italiana che si stende davanti alla villa e che rimane però chiuso, isolato rispetto all’esterno, una serie di aiuole curatissime e di viottoli regolari che non dialogano col paesaggio circostante. All’interno della villa alcuni ambienti sono notevoli: la farmacia ad esempio, è un piccolo sgabuzzino nel quale sono stipate bottigline di essenze, erbe e medicamenti. Poi vi è il Salone Robbiano, nel quale sono accolte alcune lunette e altri rilievi in terracotta dei Della Robbia, scultori fiorentini rinascimentali riconoscibilissimi per i loro rilievi in bianco e blu, spesso e volentieri a soggetto religioso. Infine ho scovato una chicca: una sala con le pareti affrescate con vedute di ville e possedimenti medicei nei dintorni di Firenze. Ho riconosciuto il Gigante Appennino del Giambologna, protettore della villa medicea di Pratolino (oggi villa Demidoff): e ritrovarlo lì, dove meno me l’aspettavo mi ha fatto quasi l’effetto di aver incontrato un vecchio amico.

La mostra è visitabile dal 26 luglio al 31 agosto il martedì e il sabato dalle 17 alle 20, il giovedì dalle 17 alle 23; dal 1 settembre al 30 ottobre sarà visitabile il sabato e la domenica dalle 10 alle 19. Per ogni ulteriore informazione v. www.villalaquiete.unifi.it

PS: ringrazio Alba Scarpellini dell’Università di Firenze che mi ha invitato all’anteprima della mostra, col ruolo di instagramer. Se volete vedere le foto su instagram cercate #villalaquiete oppure seguitemi: sono @maraina81.