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Vinci, le Colline di Leonardo e il Montalbano

Un piccolo borgo immerso nelle colline toscane. Un borgo tra i tanti, si potrebbe dire; eppure, un borgo importantissimo per la storia non solo della Toscana, ma dell’arte del mondo intero: a Vinci, infatti, nacque Leonardo. Leonardo da Vinci, per l’appunto.

Glicine in fiore a Vinci

Bizzarra la vita di Leonardo. Nacque in questo borgo in campagna, figlio illegittimo di un nobile che conduceva affari a Firenze e della servetta di turno. Il bambino nacque, il nobile lo riconobbe come suo, tuttavia non poté farlo crescere come se fosse un figlio legittimo, pertanto lo lasciò in campagna con la madre, nei primi anni della sua esistenza, pur assicurandogli il necessario per vivere, per crescere e per istruirsi.

Se facciamo un giro per le terre del Montalbano, l’area in cui sorge Vinci, ci possiamo rendere conto del perché Leonardo amasse tanto la natura e ne fosse un acutissimo osservatore. Tutto ciò che egli apprese, infatti, lo vedeva costantemente intorno a sé: nella nebbia mattutina che avvolge i boschi, nel fogliame, nei colori delle foglie e della terra. Poi, quando da adolescente, fu portato a Firenze e andò a bottega dal Maestro Andrea Verrocchio, mise in pratica ciò che le sue terre gli avevano insegnato. Fino a diventare il genio che tutti noi conosciamo.

Vinci è un tranquillissimo borgo immerso nel verde. Le colline circostanti sono coltivate a oliveti e vigne: si tratta dell’Olio e del Chianti del Montalbano, le produzioni agricole caratteristiche di questi territori. La zona da sempre ha vocazione vinicola: basti pensare che nel 1616 Cosimo III Medici fissò per la prima volta le indicazioni geografiche tipiche per le produzioni del Chianti e del vino di Carmignano, che si produce nella vallata attigua a quella di Vinci. Vinci si trova infatti a metà strada, potremmo dire, tra la piana di Prato e Pistoia e quella di Empoli. Infatti si raggiunge sia dal fronte di Empoli-Montelupo (via Fi-Pi-Li) che da Poggio a Caiano-Carmignano lungo una bellissima via che risale la collina fino a Pietramarina e ridiscende attraversando boschi e vigneti.

L’uomo di Vinci rappresenta in 3d l’Uomo Vitruviano disegnato da Leonardo

Il borgo di Vinci è il classico piccolo borgo medievale toscano: sorge su un poggio, è cinto da mura, al suo interno si trovano la chiesa, il castello e le case in pietra. Qualche intervento moderno c’è: la Piazza dei Guidi, ad esempio, è stata risistemata niente meno che dall’artista Mimmo Paladino, che ha creato superfici inclinate, discontinue, decorate qua e là con simboli e illuminata a led: i bambini ci giocano ed è un incanto vedere come la piazza contemporanea si sia integrata nel contesto medievale.

La vera attrattiva di Vinci è però il Museo Leonardiano, che è allestito nel Castello dei Conti Guidi e nella Palazzina Uzielli, antistante la piazza di Mimmo Paladino.

Il Museo Leonardiano, neanche a dirlo, è l’omaggio che Vinci ha reso al suo più celebre concittadino. In esso sono esposte, spiegate e raccontate le macchine create da Leonardo, le opere di architettura che egli realizzò e progettò, gli studi sulle acque, sul volo, sul movimento (la prima idea di una bicicletta indovinate di chi è?): il percorso museale, che si sviluppa nelle due sedi del Castello e della Palazzina è un viaggio che non smette di stupire, interattivo e affascinante. Non si può non rimanere ammirati davanti a cotanta manifestazione di ingegno! Leonardo studiava, sperimentava, scriveva e disegnava, provava e riprovava. Un vero scienziato a 360°, un ingegnere e un inventore, un artista che non ha lasciato intentata nessuna via dell’intelletto, ma le ha provate tutte, e in tutte è stato eccellente, tanto che è difficile persino definirlo: artista? Troppo poco, solo settoriale; ingegnere? Anche questa definizione è parziale; e infatti viene definito genio, senza se e senza ma, e questa definizione mette tutti d’accordo.

Una delle sale del Museo Leonardiano. Credits: Wikipedia

Sulla piazza del Castello dei Conti Guidi si trova la grande riproposizione in 3D dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: la scultura, L’Uomo di Vinci, è stata realizzata dall’artista Mario Ceroli nel 1987 ed è posta sulla terrazza che affaccia sul panorama, per ricordarci ancora una volta il profondo legame che Leonardo aveva col suo territorio di origine. Passeggiando nel borgo in questa stagione il glicine la fa da padrone: e anche ammirando queste manifestazioni di bellezza possiamo capire come facesse Leonardo ad essere così ben ispirato.

La vista panoramica da San Baronto, terrazza del Montalbano

Proseguendo lungo le colline del Montalbano, che oggi sono chiamate Colline di Leonardo, la strada sale e scende per boschi e tornanti, tra alberi in fiore e viste mozzafiato sulla vallata. Lungo il percorso non si incontrano molti centri abitati. San Baronto merita una sosta. È una vera terrazza panoramica, e segna il punto lungo la via in cui si scollina per scendere nella valle di Pistoia e Prato. Sorge sul luogo di un antico convento e ha mantenuto nei secoli le caratteristiche dell’ospitalità: così oggi è una stazione turistica nel verde e nella quiete, e anche solo una sosta per una merenda vale la pena di farla, con i brigidini prodotti nella vicina Lamporecchio, o con la schiacciata farcita e un bicchiere di vino del Montalbano.

Passeggiate primaverili: tre parchi a Prato e dintorni

Nello scorso post vi ho parlato di 7 giardini di Firenze nei quali godere appieno della primavera. A Prato e dintorni, invece, ci sono 3 parchi, di cui vi parlo ora, che sono splendide passeggiate nel verde, al caldo piacevole di queste giornate primaverili. Per la precisione, uno di questi parchi è proprio a Prato, mentre gli altri due si trovano nella provincia. Sono passeggiate adatte a tutti, biciclette, famiglie e cani. Ecco, sì, in tutti e tre questi parchi i nostri amici a 4 zampe sono i benvenuti.

Alberi in fiore lungo il fiume Bisenzio, Prato

Siete curiosi di conoscere questi parchi? Bene! Eccoli:

  1. Museo Diffuso Parco del Bisenzio: è una passeggiata con pista ciclabile (intitolata a Gino Bartali) annessa che corre lungo il corso del Fiume Bisenzio, dal Ponte Nuovo a salire verso la fine della città, e a ridiscendere dall’altra parte. La passeggiata è piuttosto lunga, anche se non sembra. Dal lato della città la passeggiata alterna aiuole a campi sportivi, a giardini e a un’area cani; la vista, spaziando sull’altro argine, si fa incantare dal monastero di San Leonardo al Palco, trecentesco, e coglie la vecchia linea ferroviaria per Bologna sotto di esso. Risalendo ancora il corso del fiume si arriva sino al ponte pedonale che consente di passare sull’altro argine. Qui cambiamo totalmente ambientazione: siamo sul versante della Calvana, la montagna di Prato, e da qui partono alcuni sentieri nel verde molto belli. Ma il più bello è quello che ridiscende il corso del Bisenzio. Il fiume scorre da un lato, mentre dall’altro si alternano campi, boscaglia e una fattoria. I bambini la adorano, perché le pecore e gli agnellini vengono a farsi dare da mangiare l’erbetta: è fantastico vedere che a due passi dalla città ci sono luoghi immersi nella natura e senza tempo come questo.

    La passeggiata lungo il Bisenzio; sulla collina di fronte San Leonardo al Palco

  2. Un gregge di pecore al pascolo a Travalle. Sullo sfondo il borgo di Travalle

    Travalle: in ogni stagione Travalle regala meraviglie. È uno spazio ampio, in una valle alle spalle di Calenzano, una passeggiata nel verde che ha il suo fulcro nel piccolissimo borgo sorto intorno alla Villa-Fattoria di Travalle, un luogo antico, del XVI secolo; un bel fienile, una salita che arriva a una chiesetta, una strada attraverso i campi che giunge fino a una grande vigna, ad un sentiero nel bosco, ad un sentiero lungo il canale… non si tratta di passeggiate impegnative, tutt’altro: la bellezza di camminare o pedalare in queste terre può regalare una lepre che ci attraversa la strada, il gracidare delle rane e i fiori gialli e lilla della primavera. Si possono compiere vari percorsi diversificati. Qui natura e paesaggio si fondono magnificamente.

  3. Cascine di Tavola: tra Prato e Poggio a Caiano c’è un grandissimo parco che fu a suo tempo pertinenza medicea (i Medici possedevano la villa di Poggio a Caiano, che aveva un ampio parco, le Cascine di Tavola appunto). Questo parco è pubblico, grandissimo, piacevolissimo da percorrere nel verde e nello sterrato. Ottimo da percorrere in bicicletta, ma anche a piedi, è tutto in pianura, tra canali d’acqua e un grande ippodromo e, sì, anche qualche edificio dei tempi passati, un po’ in rovina ma non per questo meno affascinante: si tratta del nucleo centrale delle Cascine, ed è molto suggestivo.

    Il complesso architettonico delle Cascine di Tavola, nel cuore del parco

    Le Cascine di Tavola sono un’area naturale protetta di interesse locale, dunque il suo valore dal punto di vista paesaggistico è riconosciuto dalla Regione Toscana. Inoltre, è riconosciuto il suo valore anche dal punto di vista storico dato che, appunto, questi terreni appartenevano alla famiglia Medici. Vi si accede sia dalla frazione di Tavola che da Poggio a Caiano, a breve distanza dalla Villa Medicea.

Il paesaggio è una componente fondamentale della nostra vita. Noi siamo immersi nel paesaggio e siamo affascinati dai paesaggi “belli”. A pochi passi dalle nostre città si aprono spazi che spesso neanche conosciamo e che ci emozionano non solo perché sono luoghi immersi nella natura, ma perché sono il frutto di un rapporto secolare e millenario tra la natura e l’uomo che l’ha plasmata. I paesaggi sono la nostra storia; dovremmo esserne consapevoli ogni volta che ci mettiamo in cammino.

A tutti voi buone passeggiate primaverili!

Primavera a Firenze: 7 giardini che non tutti conoscono

Domenica di primavera: sole, cielo azzurro, voglia, grandissima voglia di passeggiare in mezzo al verde, anche se siamo in città. La città in questione è Firenze, la quale non è certo priva di giardini. Sembra incredibile, ma nell’intricato reticolo di viuzze medievali si aprono portoni che fanno sbirciare all’interno di spazi verdi nascosti. Oltre a questi poi, ci sono i giardini, quelli veri. Perché a Firenze non c’è solo il Giardino di Boboli, di pertinenza di Palazzo Pitti.

Il giardino all’italiana della Villa della Petraia

Vi racconto in questo post i giardini di Firenze ai quali non rinuncerei per nessuna ragione al mondo. Alcuni sono parchi pubblici, altri hanno l’accesso regolato. Ma tutti, tutti, contribuiscono a rendere Firenze la città elegante e fiorita che noi conosciamo.

  1. il panorama di Firenze dalla Galleria del glicine del Giardino Bardini

    Giardino Bardini: è il giardino all’italiana di Villa Bardini. L’ingresso alla Villa (che è un museo di arte contemporanea) è da Salita Costa San Giorgio, mentre l’ingresso al Giardino è indipendente, da via Mozzi-Bardini. Il Giardino si sviluppa su una bella terrazza fiorita che regala uno splendido panorama su Firenze, in particolare sulla cupola del Duomo. La cosa più spettacolare è senza dubbio la galleria del glicine: immaginatevi un tunnel in lieve pendenza tutto viola per il glicine in fiore: un’esperienza sensoriale, visiva, olfattiva ed estetica eccezionale! Nella parte più alta il giardino prende i connotati del giardino all’inglese: viottoli, laghetti, reminiscenze quasi magiche ci portano in una sorta di bosco dal quale non vorremmo più andar via. Del giardino ho parlato più approfonditamente in questo post. Dalla sua terrazza panoramica qualche anno fa Julia Roberts si affacciava per vedere Firenze per la pubblicità di Calzedonia. Ho reso l’idea?

  2. Giardino delle Rose: reso pubblico e gratuito da pochissimi anni, questo giardino ai piedi del Piazzale Michelangelo regala, oltre ad un bel panorama sulla città, anche il bel connubio tra rose e arte, con le opere dello scultore Folòn che qui sono sistemate in un dialogo continuo tra fantasia e realtà, tra reale e floreale. Rose di tutti i tipi, le dimensioni e i colori, panchine e spazi verdi nei quali ci si può letteralmente distendere a prendere il sole. E chi ci ammazza? La vista è stupenda, l’ambiente intorno a noi anche. Non si potrebbe desiderare niente di meglio per il proprio relax. In fondo al giardino delle rose si trova il Giardino Giapponese, risultato tangibile del gemellaggio di Firenze con la città di Kyoto.

    il panorama di Firenze dal Giardino delle Rose

  3. Giardino Torrigiani: un giardino grandissimo, che rimane però nascosto alla vista da un lato dalle mura della città sul lato di Porta Romana, con le quali confina, e dall’altra dal muro della tenuta del palazzo Torrigiani, su via de’ Serragli, in pieno centro. Solitamente l’ingresso è a pagamento, eccetto pochissime occasioni all’anno, come le giornate dei giardini aperti indette dalla Associazione delle Dimore Storiche Italiane, nel corso delle quali sono previste visite guidate gratuite. Se una parte, quella più prossima alle mura, sembra immersa nella boscaglia, il resto è un bel giardino all’italiana, con ampi spazi e statue. Una passeggiata suggestiva di cui ho parlato più diffusamente in questo post.

    Il bastione di difesa voluto da Cosimo I ricompreso all’interno del Giardino Torrigiani

  4. L’interno della struttura Liberty del Tepidarium del Roster

    Giardino dell’Orticultura: usciamo lievemente dal centro e andiamo lungo il corso del Mugnone alle pendici della via Bolognese. Qui un bel giardino pubblico ha il suo fulcro nella splendida serra liberty che viene chiamata Tepidario del Roster (Roster è il nome dell’architetto): un capolavoro elegantissimo di vetro e ferro battuto dipinto di bianco. Il Giardino ospita due volte l’anno la Mostra Mercato dei Fiori e delle Piante (l’edizione primaverile è sempre dal 25 aprile al 1 maggio): si tratta di una manifestazione voluta e organizzata dalla Società Toscana di Orticultura fin dalla seconda metà dell’800, che ha vissuto alterne vicende, ma che oggi è un appuntamento fisso della vita cittadina. Da qui si può salire, superando la ferrovia e arrivando agli Orti del Parnaso: un giardino in salita che culmina in una piazzolina con una fontanella con un drago (che ricorda molto quello di Park Güell a Barcellona), dalla quale si abbraccia Firenze con lo sguardo. E non si può non rimanere commossi.

  5. il tempietto egizio nel parco Stibbert

    Giardino Stibbert: Frederick Stibbert era un personaggio eccentrico. Aveva una villa, appena fuori dal centro di Firenze, alle pendici della via di Montughi, che sistemò come un castello nel quale radunò tutte le armi e armature e altri oggetti bizzarri che amava acquistare in giro per il mondo: oggi è una casa-museo che racconta quanto fosse eclettico il personaggio che lo allestì esattamente nel modo in cui noi lo visitiamo. Il giardino pertinente la villa è un giardino magico: un tempietto a tholos, un tempietto egittizzante che affaccia su un laghetto, sentieri nell’ombra sono i vari elementi che ci fanno capire quanto Stibbert fosse un amante del bello e delle favole. Come del resto, lo siamo tutti noi. Il giardino è collegato anche col grande parco di Villa Fabbricotti che, nonostante le minacce di vendita, continua ad essere pubblico e ad accogliere ogni pomeriggio bambini felici di giocare e di rincorrersi.

  6. Giardino della Villa di Castello: una villa medicea appena fuori Firenze, oggi sede dell’Accademia della Crusca. L’accesso al giardino è libero e gratuito. Uno spazio ordinato, geometrico, da vero giardino all’italiana, ci accoglie, con aiuole regolari, piante da frutto, siepi ordinatissime che sembrano sistemate da un geometra più che da un giardiniere. In fondo si trova la limonaia, che era la più bella e importante tra tutte le limonaie medicee. I Medici amavano le piante di agrumi e i loro giardinieri crearono vere e proprie cultivar proprio nelle limonaie della Villa di Castello. Oltre al giardino ordinato c’è il parco: una scultura del Giambologna ci porta in un mondo boscoso e fantastico, mentre intorno a noi si innalzano alberi secolari e un’ombra ristoratrice ci avvolge.

    Uno scorcio del giardino all’Italiana della Villa medicea di Castello

  7. Giardino della Villa della Petraia: un’altra villa medicea con un bellissimo giardino all’italiana terrazzato ma non troppo. L’accesso al giardino è libero, l’accesso alla villa, che ospitò Vittorio Emanuele II durante il periodo di Firenze Capitale, invece è a visite a orari precisi. Il giardino è una riposante passeggiata tra siepi eleganti e alberi secolari, e in primavera con i fiori e la vista soleggiata sulla piana di Firenze è proprio riposante.
villa della petraia firenze

Villa della Petraia, Firenze

Avete scelto quale sarà il primo dei giardini di Firenze da visitare? Ne avete uno preferito? Parliamone nei commenti, oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

10 cose da fare e da vedere a Prato

A pochi km da Firenze si trova una città altrettanto ricca di storia e di arte, ma molto meno nota, all’ombra com’è del capoluogo toscano. Eppure Prato negli ultimi anni si sta ponendo come centro culturale alternativo. Non fatevi ingannare dalla sua vocazione più industriale, legata principalmente ai tessuti: Prato ha molto di più da offrire.

Ormai frequento Prato da un po’. Ho raccolto così in questo post un elenco di 10 cose da fare e da vedere (e da mangiare) in questa città. Alla fine del post vedrete che vi avrò convinto, e vorrete venire da queste parti anche voi.

  1. Il centro storico di Prato visto dal Castello dell’Imperatore

    Passeggiare nel Centro Storico. Innanzitutto per conoscere una città occorre passeggiare per le sue vie. Se arrivate in treno, mi raccomando non scendete a Prato Centrale, ma a Prato Porta al Serraglio. Da qui vi trovate direttamente in centro, e scendendo lungo via Magnolfi arrivate in due minuti nella piazza del Duomo. Da qui lasciatevi ispirare dalla via che vi ispira di più. Se proseguite a scendere lungo via Mazzoni arrivate davanti a Palazzo Pretorio, il vero cuore di Prato, e se proseguite in avanti incontrate piazza San Francesco e ancora oltre arrivate già alle mura cittadine. Altrimenti da Piazza San Francesco potete prendere via San Bonaventura e arrivare così al Castello dell’Imperatore e a Santa Maria delle Carceri. O ancora alle spalle del Duomo potete imboccare via Garibaldi e seguirla fino ad incontrare il Teatro Metastasio e ancora fino a sbucare nella grande piazza Mercatale, dove si trovano localini, ristoranti e il forno che sforna bomboloni caldi ad ogni ora del giorno e della notte. Qualunque via decidiate di percorrere, osservate i palazzi, ancora in larga parte medievali, senza farvi distrarre dalle vetrine dei negozi. Il centro di Prato si è mantenuto abbastanza bene. Oggi tanti localini e bar lo popolano, così se sentite il bisogno di una breve sosta avete l’imbarazzo della scelta.

  2. Il pulpito del duomo di Prato

    Il duomo di Prato. Capolavoro del romanico toscano, dedicato a Santo Stefano, la sua bella facciata a fasce bianche e verde scuro (dato dalla pietra locale, il serpentino) colpisce per la presenza sul lato di un pulpito esterno, una cosa abbastanza rara nel suo genere, ma funzionale al culto cui Prato è devota: la Sacra Cintola della Madonna. In alcuni momenti dell’anno la popolazione si riunisce in piazza del Duomo per l’esposizione di questa sacra reliquia. L’esposizione, fatta dal vescovo, avviene proprio da questo pulpito, che fu realizzato da scultori del calibro di Donatello e Michelozzo. All’interno del duomo, subito entrando sulla sinistra, si trova la cappella nella cui teca centrale è custodita la Sacra Cintola. Alle pareti sono affrescate da Agnolo Gaddi le Storie della Vergine e dell’arrivo della Sacra Cintola a Prato dopo che Maria l’ebbe donata a San Tommaso. Le pareti della Cappella Maggiore della chiesa sono affrescate invece da Filippo Lippi, artista che fu molto attivo a Prato, anche perché qui risiedeva in convento, a San Marco.

  3. Il bel camino nel grande salone del Palazzo Pretorio

    Il Museo di Palazzo Pretorio: per scoprire ancora meglio tutta la vicenda della Sacra Cintola occorre visitare il museo di Palazzo Pretorio, vero e proprio museo della città di Prato. Qui ci accoglie tutta la spiegazione interattiva del ciclo di affreschi della Cappella della Cintola, senza la quale altrimenti non si capirebbe granché (anche perché in duomo non ci si può avvicinare agli affreschi e non si colgono né i dettagli né intere parti della narrazione); si prosegue con opere d’arte del Trecento e del Quattrocento pratese che portano grandi firme, tra cui quella di Filippo Lippi e di suo figlio Filippino Lippi, entrambi pittori. Non solo le opere d’arte sono importanti in questo museo, ma il palazzo stesso: sede del potere nella Prato medievale, conserva ancora in alcune parti gli affreschi e le decorazioni dell’epoca. L’esposizione è molto ampia, giunge fino all’età contemporanea. Molto bella è la terrazza, dalla quale si gode la vista su tutta la città. (Ho dedicato un post specifico al Museo di Palazzo Pretorio qui)

  4. museo del tessuto prato

    Macchinari per la lavorazione dei cenci – Museo del Tessuto Prato

    Il Museo del Tessuto. Un altro museo della città, per un altro verso, è il Museo del Tessuto. Prato deve la sua floridezza nel Medioevo alla lavorazione dei tessuti. Lungo il fiume Bisenzio, che attraversa la città, e lungo numerosi canali oggi non più esistenti, ma che lasciano traccia onomastica nelle varie via delle Gore, via del Gorone, sorgevano opifici per la lavorazione dei tessuti. Il Museo del Tessuto è al tempo stesso un museo didattico e storico. In una prima parte spiega, con ricostruzioni di macchinari e un’estrema semplicità, tutto ciò che bisogna sapere su fibre e tessuti, su filatura e tessitura, su prodotti finiti e macchinari usati, dall’antichità a noi. Nella seconda parte l’esposizione diviene di carattere storico: si parte dal Medioevo per un lungo viaggio che attraversa i secoli e giunge fino a noi, passando per la grande innovazione che costituì per Prato la lavorazione degli stracci, i cenci. Prato è stata sempre legata alla produzione dei tessuti, ma negli ultimi decenni la situazione è crollata e buona parte delle fabbrichette sono state acquistate da Cinesi, che ora hanno la maggior parte degli stabilimenti. Proprio per questo serve un museo del genere, per capire come siamo arrivati a questo punto, ma anche per guardarsi indietro con orgoglio. (ho dedicato un post specifico al Museo del Tessuto di Prato qui)

  5. Le merlature sul cammino di ronda del Castello dell’Imperatore

    Il Castello dell’Imperatore. L’imperatore è Federico II di Svevia, che fece costruire questo forte militare nel centro di Prato, al di sopra dei resti di un altro forte, che era appartenuto ai conti Alberti di Prato. Il Castello è visitabile gratuitamente. Da fuori si impone alla vista per le sue possenti mura. Varcando la grande porta ci troviamo in un enorme spazio aperto, in un angolo del quale si trova un albero di fico. Possiamo salire sopra le mura e percorrere così il camminamento di ronda tra le merlature a coda di rondine e godendoci il panorama che spazia su tutta la città e a Nord guarda verso la montagna della Calvana.

  6. Il Centro Pecci. Dal Medioevo al Contemporaneo. Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci è una bellissima realtà culturale a Prato. Va detto anzi, che dal punto di vista del Contemporaneo, Prato grazie al Pecci sta molto più avanti rispetto a Firenze. Non è solo museo, è piuttosto un centro d’arte, che ospita mostre, eventi, un archivio, una biblioteca, un centro di documentazione dedicati alla produzione artistica contemporanea. Il Centro Pecci si trova all’ingresso della città arrivando dall’autostrada uscita Prato Est: a me fa l’effetto di un’enorme disco volante dorato atterrato qui da qualche pianeta sconosciuto. Sicuramente è dirompente così come dirompente è l’arte contemporanea.
  7. Sua Maestà il cantuccino!

    Biscotti di Prato e altre leccornie tipiche. Non vi è venuta fame a furia di vedere tutte queste robe culturali? Ecco il suggerimento dei suggerimenti: fate la scorta di cantuccini, i biscotti secchi di Prato. Magari andate, in pieno centro, nel Biscottificio Mattei, un’autorità indiscussa nel campo. L’estate scorsa sono stata proprio dentro il biscottificio, e ho visto come vengono prodotti questi gioielli di farina, uova e mandorle. Provate anche, di Mattei, i Brutti ma buoni: non ve ne pentirete. Mattei, comunque non è l’unico biscottificio: sempre a Prato, fuori dal centro storico, c’è il Forno Branchetti, che un paio d’anni fa divenne famoso perché aveva inventato i cantuccini del papa, ovvero dei biscotti gialli glassati per metà con una glassa al vinsanto (ne ho parlato qui). Divini, oserei dire! Appena fuori le mura si trova la Pasticceria Mannori, famosissima per la sua millefoglie. Una merenda davvero pregevole, ve l’assicuro. Tornando in centro, a pochi passi dal Biscottificio Mattei, il negozio Atipico vende tutti i prodotti del territorio: non solo cantuccini, prodotti da altri forni (tra cui quello di Migliana, di cui ho parlato qui), ma anche birre artigianali, vini di Carmignano (il vino prodotto nelle colline qui vicino, che viene prodotto da 300 anni!), olio, marmellate e la mortadella di Prato, altro prodotto tipico e particolarmente pregiato.

  8. Un giro a Chinatown. Troppa toscanità in tavola? E allora basta prendere la macchina e andare fuori dal centro lungo via Filzi e dintorni. Benvenuti a Chinatown! Non vedrete nessuna grande porta ad arco come a Londra, ma vi accorgerete che qualcosa è cambiato dai negozi, di alimentari, di abbigliamento e di casalinghi, principalmente, e dalle insegne in lingua cinese. Entrare in un negozio di alimentari è un’esperienza interessante per chi è curioso nell’animo: prodotti di importazione, dalla soia al riso, ai ravioli al vapore, a frutta e verdure e spezie che non avete mai visto prima e che non sapete come si chiamano, perché il nome, ribadisco, è scritto in cinese. Non fate però l’errore di sentirvi come dei pesci fuor d’acqua: piuttosto chiedete cosa sono le cose, e in un italiano ahimè un po’ stentato qualcosa vi verrà risposto. Oltre a questi negozi io ho individuato un’erboristeria che vende anche té; vi sono poi pasticcerie specializzate in grandi torte da cerimonie e, immancabili, i ristoranti. Tra questi il più noto fuori da Chinatown è Ravioli Liù specializzato, come dice il nome stesso, in ravioli al vapore. Ne arrivano da Firenze a cenare, e ho detto tutto.
  9. Si appressa il tramonto sul Bisenzio a Prato. Lungo la bella passeggiata che ne risale e ne ridiscende il corso

    Museo diffuso Parco del Bisenzio. Per digerire tutta ‘sta abbuffata virtuale che ci ha portato dalla Toscana alla Cina, bisogna fare una bella passeggiata. Il mio itinerario preferito è lungo il fiume Bisenzio, risalendo verso Nord, uscendo quindi dal centro della città. Si tratta di una passeggiata piuttosto lunga. Sul lato della città si può decidere di scendere quasi sul greto del fiume, almeno in certi passaggi, altrimenti si passa accanto a giardini pubblici, a un centro sportivo e infine si giunge al passaggio pedonale che conduce dall’altra parte. Se si ama la bicicletta, qui si sviluppa la pista ciclabile Gino Bartali. Sull’altro argine la passeggiata cambia totalmente aspetto, perché ci si immerge nella natura: siamo sul versante della Calvana, al di sotto del passaggio della vecchia ferrovia che collega Prato con Bologna; siamo in piena campagna a pochi passi dalla città. Addirittura si incontra una bella fattoria con tanto di pecore, agnellini, cane da pastore, e l’orto coltivato con le verdure di stagione. Inutile dire che qui grandi e piccini si incantano, soprattutto quando gli agnellini si avvicinano per brucare l’erba direttamente dalle nostre mani. Il percorso ritorna poi verso il centro di Prato, da dove siamo partiti: una passeggiata rigenerante, che nelle belle giornate di primavera mette proprio di buonumore.

  10. Anello della Calvana: il sentiero ricalca un selciato medievale in alcuni tratti ancora conservato

    L’Anello della Calvana. Se siete per le passeggiate più impegnative, anzi per il trekking, da Prato partono alcuni percorsi che attraversano la Calvana, la montagna alle spalle della città. Si può partire dal complesso di San Leonardo al Palco o dal piccolo borgo di Filettole e si procede scegliendo uno dei sentieri CAI che la montagna consente. Se siete esperti camminatori e avete l’intera giornata a disposizione, potete addirittura pensare di cambiare versante, abbandonando Prato e scendendo nella valle di Travalle, in territorio di Calenzano. Travalle è un luogo bellissimo e magico, una valle immersa nella natura che conquista gli animi romantici. (Ho dedicato un post specifico all’Anello della Calvana qui).

Ecco i miei 10 consigli per una gita a Prato. Come vi dicevo in apertura non manca proprio nulla: cultura, arte, natura, buon cibo e, anche, un pizzico di internazionalità. Proprio la forte presenza di una comunità cinese ha reso la città molto sensibile ai temi dell’integrazione e della convivenza interculturale: temi non facili da affrontare e da gestire, su cui però si sta lavorando. E anche questo è un aspetto sociale del quale bisogna tenere conto.

Tre case, una chiesa e un forno: 10 piccolissimi borghi in Toscana

Basta con le grandi città! Voglio la pace, la tranquillità dei piccoli paesi, dove il tempo sembra essersi fermato e invece continua a scorrere e a pulsare.

Ho deciso in questo post di raccontarvi alcuni piccolissimi borghi che si incontrano nella campagna (o montagna) toscana. Naturalmente è un elenco incompleto: la regione vanta tantissimi minuscoli borghi, veramente formati da tre case, una chiesa e un forno. Qui ne ho raccolti intanto 10, dislocati in alcune aree della Toscana: la montagna Pistoiese, la Garfagnana, la Lucchesia, il Casentino, il Senese, i dintorni di Firenze e Prato. L’elenco continuerà in futuro. Leggete intanto questi e, se vi va, suggeritemene poi altri nei commenti.

La statua di Francesco Ferrucci a Gavinana

La statua di Francesco Ferrucci a Gavinana

Gavinana

Nella montagna pistoiese, questo borgo è storico per una celebre battaglia dei Fiorentini contro l’esercito spagnolo di Carlo V, che voleva ristabilire al potere di Firenze la famiglia de’Medici. Nella battaglia trovò la morte il capitano Francesco Ferrucci, al quale è dedicata la bella statua equestre nel mezzo della piazza. Il borgo ruota tutto intorno alla piazza: la statua nel mezzo, e poi la chiesa, il ristorante, il bar, una bottega dell’usato. Poche viuzze laterali che conducono sempre alla piazza. Il paese è immerso nei boschi di castagne; poco più in su si trova l’Osservatorio Astronomico di Gavinana: la strada, molto bella, è una splendida passeggiata a piedi, soprattutto in autunno, con i colori caldi del bosco.

I cantuccini del Forno Santi di Migliana

I cantuccini di Migliana

Migliana

Volete mangiare i cantuccini di Prato con tutte le vostre forze, tanto che andreste in capo al mondo a trovarli? Migliana è il borgo in capo al mondo: nella montagna alle spalle di Prato, sul versante opposto della Calvana,  nel territorio di Vaiano, si trova questo agglomerato di case lungo una strada che ha una particolarità: il Forno Santi di Migliana. Il Forno Santi a vederlo si presenta come una bottega di alimentari di quelle di paese, quei posti piccini in cui però trovi davvero di tutto. Ma accanto al banco del pane e dei salumi, ha delle belle e invitanti ceste piene di biscotti di Prato. I classici, con la mandorla, sono solo una delle tipologie: ci sono con i pezzettoni di cioccolato, con i pezzettoni di albicocca o di fichi, ci sono al cioccolato bianco (i miei preferiti).

Sant'Andrea in Compito

Sant’Andrea in Compito

Inoltre questa bottega si rivela molto più di quello che è: ha uno spazio dedicato ai tavoli per quanti vogliono fermarsi qui per uno spuntino veloce. E allora un tagliere di salumi, pecorino e l’ottima schiacciata del forno, accompagnato da un boccale di vino, è assolutamente obbligatorio!

Sant’Andrea in Compito

Siamo nella Lucchesia, in un piccolo borgo con la chiesa, l’antico mulino ad acqua e giardini su giardini nei quali si coltivano camelie. Questa è l’area in cui si coltivano i fiori per me più belli del mondo, nelle loro infinite varietà: camelia japonica, camelia sesanqua… C’è anche un giardino che coltiva la camelia sinensis, ovvero la varietà dalle cui foglie si ricava il té! Non potevo non amare questo piccolo borgo. A marzo qui viene ospitata, non a caso, la manifestazione “Antiche camelie della Lucchesia”: occasione di esposizione, ma anche di percorsi naturalistici e culturali, per conoscere un aspetto diverso e caratteristico dell’economia di questa regione.

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

San Romano Mozzano e Motrone

Ecco due borghi davvero piccini dove il tempo si è fermato. Siamo in Garfagnana, e per raggiungere questi due borghi occorre prendere una deviazione poco dopo Borgo a Mozzano. Il primo dei due paesini che si incontra è un autentico presepe in pietra: due chiese incorniciano il borgo, una in cima, San Rocco, e una in fondo, la parrocchiale, sulla piccolissima piazzetta davanti a San Rocco si trova un antico lavatoio/fonte al quale la gente si serve dell’acqua, le viuzze sono in pietra e qua e là si aprono scorci su campi coltivati e su case semidiroccate. Siamo nel Medioevo puro, qui, e stona la nostra auto parcheggiata in fondo al villaggio.

Motrone si incontra proseguendo lungo la stessa strada, dopo molti km nel bosco, e si trova proprio alla fine della strada. Oltre il paese c’è il dirupo. Qui siamo veramente isolati da tutto e da tutti. Nel paese, al quale sia accede da una porta da un lato e si esce per andare nei campi da un’altra porta sul lato opposto, vi sono poche case, qualcuna con l’orto (e si può incontrare un contadino che porta le verdure a casa per cucinarle a pranzo). La chiesa, in cima al villaggio, è una vera e propria fortezza che sfida sia le intemperie che gli assalti degli uomini (e dei lupi). Di cosa viveva questa gente in questo borgo sperduto? Della legna colta nei boschi, probabilmente; inoltre, la sua posizione così impervia ne faceva una roccaforte importante a controllo del territorio della Garfagnana. Oggi è un borgo tranquillissimo, con una splendida vista sui boschi e sulla vallata sottostante.

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

Le Verrucole

Sempre in Garfagnana, superata Castelnuovo Garfagnana, che è un po’ il capoluogo di questa piccola regione, mentre si percorre la strada, la vista viene incuriosita da una fortificazione piuttosto estesa, sulla cima di una montagna. La deviazione indica Le Verrucole. Il paese è costituito dalla chiesa (che la mattina batte i suoi 40 rintocchi come se niente fosse) e da due case di cui una è un’osteria con appartamentino per passare la notte. Superata la porta medievale del borgo, da un lato si sale verso la fortezza, visitabile e anzi molto ben conservata e curata. Da qui, luogo strategico per il controllo del territorio e l’accesso alla valle, la vista spazia a 360°. Chi possedeva questo castello aveva vinto. E infatti si combatté parecchio da queste parti nel corso dei secoli.

Il Castello del Trebbio, nei pressi di Santa Brigida

Il Castello del Trebbio, nei pressi di Santa Brigida

Santa Brigida

Alle spalle di Fiesole e di Pontassieve sorge il paese di Santa Brigida. In un territorio in cui si alternano boschi a vigneti (qui vicino c’è la produzione del vino Chianti Rufina), le cui strade sono piacevolissime da percorrere in moto, il paesino è un buon punto di ristoro prima di proseguire. Qui vicino si trova il castello del Trebbio, che appartenne alla famiglia fiorentina dei Pazzi. Si dice che qui sia stata ordita la famosa congiura ai danni di Giuliano e Lorenzo de’Medici che costò la vita a Giuliano. La ritorsione di Lorenzo però fu tremenda e per prima cosa il castello fu confiscato. Oggi è una residenza di lusso e fa parte di un agriturismo con fattoria didattica nel bel mezzo di vigneti che si spandono all’intorno.

Bacchereto

Bacchereto

Bacchereto

Un piccolissimo borgo di 3 case e una chiesa-fortezza sul cucuzzolo della sua altura. Si trova nel territorio di Artimino (PO) e nessuno tranne che nei dintorni lo conoscerebbe se non facesse, ad ottobre, la festa delle castagne. Allora la piccola piazza del paese si anima con musica e saggi di danza, mentre vengono preparati i necci di farina di castagne secondo la ricetta tradizionale che vuole cotte queste sorte di crêpes tra due dischi di pietra rovente, e vengono preparate le bruciate, o caldarroste, le castagne, da servire insieme ad un ottimo e sincero vino novello rigorosamente del contadino. La chiesa, medievalissima, guarda sulla vallata circostante e domina il paesello come a proteggerlo.

Il Castagno d’Andrea

Siamo su una linea di confine tra il Mugello e il Casentino. Castagno d’Andrea di fatto è la porta verso le foreste casentinesi e il Monte Falterona, da cui nasce l’Arno, e dunque è luogo incantevole per passeggiate nei boschi e trekking. Di fatto è una stazione climatica nota per chi pratica turismo ambientale. Il suo nome si deve al pittore Andrea del Castagno, che nacque qui, in questi boschi la cui economia si è sempre basata sul castagno e sul legname da destinare a Firenze. La sua storia, di alti e bassi, ha una svolta tragica nel 1944: trovandosi nei pressi della Linea Gotica, infatti, è pressoché raso al suolo dalle rappresaglie tedesche.

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

Frosini

Un piccolissimo villaggio: una chiesa, il castello nascosto dall’edera e una porta medievale sulla piazzetta, che guarda sul  dolce paesaggio delle terre senesi. San Galgano, l’abbazia e la chiesa della spada nella roccia, sono qui a pochi km. Il borgo è addormentato, solo qualche gatto sonnacchioso rompe il silenzio.

 

Viaggiare non è solo andare a cercare le mete note, non è solo andare dritti alla meta, ma è anche perdersi lungo il percorso, provare una deviazione, fermarsi ad esplorare; oppure è direttamente andare a zonzo senza una meta precisa, decidendo di imboccare a caso una deviazione verso un toponimo mai sentito. Molti dei borghi che vi ho indicato qui li ho scoperti proprio a questa maniera. Viaggiare è lasciarsi andare, con la mente e gli occhi aperti a scoprire qualcosa di sempre nuovo.

 

Visitare Santa Maria Novella

Santa Maria Novella, la facciata

Santa Maria Novella, la facciata

È una delle chiese più belle e più note di Firenze. La sua facciata anzi, disegnata da Leon Battista Alberti, è a parere di molti la più bella in assoluto della città; anche la piazza è molto caratteristica (personalmente, però, preferisco piazza Santa Croce): la sua forma è irregolare, nel mezzo si innalza un piccolo obelisco, mentre essa è percorsa da varie aiuole che in primavera fioriscono. Lungo tutto un lato si aprono ristorantini e localini vari dove trovare ristoro, soprattutto nelle belle giornate primaverili. Ogni tanto ospita manifestazioni pubbliche, mercatini e in generale è un ottimo punto di ritrovo nonché tappa fondamentale per itinerari della città. La sua vicinanza alla stazione centrale dei treni ne fa una meta comodissima, la prima o l’ultima da visitare quando si passa da Firenze. Sul fondo della piazza si trova il portico del palazzo che ospita il Museo del Novecento: in questo spazio fiorentino, quindi, si percorre tutta la storia dell’arte dal Medioevo al Contemporaneo.

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Santa Maria Novella è la chiesa del convento dei Domenicani. A questo importante ordine monaastico, giunto a Firenze nei primi decenni del Duecento, viene concessa da subito la piccola chiesa di Santa Maria delle Vigne: evidentemente nella zona, fuori delle mura medievali, si trovavano vigneti. Già dal 1242 iniziano i lavori di ampliamento della chiesa, che verrà consacrata, però, solo nel 1420. Come in tutte le grandi chiese di Firenze, al suo interno e per la sua realizzazione e decorazione hanno lavorato artisti importanti della Firenze medievale e rinascimentale. Oltre a Leon Battista Alberti e al Vasari, che ne ristrutturò l’interno, il primo artista che va ricordato è Giotto, del quale ancora campeggia in mezzo alla navata centrale il grande Crocifisso ligneo. Dipinto verso la fine del Duecento, questo Cristo è realizzato secondo l’iconografia del Christus Patiens, ovvero sofferente per la Passione e non trionfante sulla Morte: oltre al volto patito del Cristo, anche i colori ci riconducono alla sofferenza e alla morte. Un’opera davvero intensa.

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

Tra i capolavori che si incontrano nella chiesa, la Trinità di Masaccio  si trova a metà della navata sinistra: in quest’opera, non troppo grande, Masaccio esprime quei concetti di ricerca di prospettiva che tanto caratterizzano la sua arte: Cristo, dietro di lui Dio Padre e lo Spirito Santo sono inseriti in un’architettura sontuosa, che richiama un arco trionfale antico. Ai loro lati la Madonna e i committenti, in una composizione simmetrica ed equilibrata anche nei colori, sui toni del grigio e del rosa.

Nell’area del transetto si aprono poi alcune cappelle laterali, come la cappella Bardi, o la cappella Filippo Strozzi, decorate con cicli pittorici importanti che raccontano le vite di alcuni santi particolarmente importanti. Nella cappella maggiore, o Cappella Tornabuoni, dietro il grande altare, al di sopra del coro in legno intarsiato, su un lato sono affrescati dal Ghirlandaio episodi della vita di San Giovanni Battista (patrono di Firenze) dall’annuncio della sua nascita al padre Zaccaria fino alla morte per decapitazione voluta da Salomé; sull’altro scene di vita di Maria (a S.Maria Assunta è dedicata la chiesa), anche in questo caso dalla nascita in avanti. Nelle scene dipinte si susseguono e si affastellano personaggi che a noi non dicono nulla, ma nei quali i contemporanei avrebbero riconosciuto persone della loro Firenze, come lo stesso pittore Ghirlandaio, il poeta Angiolo Poliziano, i rappresentanti della famiglia Tornabuoni, cui è intitolata la cappella.

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Proseguendo, si esce nel cosiddetto Chiostro Verde, le cui lunette affrescate sotto il porticato portano la firma di Paolo Uccello: alcuni di questi grandi dipinti sono esposti, dopo un lungo restauro, nell’attiguo museo dell’Opera di Santa Maria Novella. Lungo un braccio del chiostro si apre una cappella: è il Cappellone degli Spagnoli, inizialmente sala capitolare del convento annesso alla chiesa e poi devoluto alla colonia di Spagnoli che giunse a Firenze al seguito di Eleonora da Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Al suo interno, nel quale spiccano opere di Alessandro Allori, è notevole il ciclo di affreschi sulle pareti laterali, che è un’esaltazione dell’ordine domenicano: nella scena dedicata alla Chiesa militante, si nota la rappresentazione del duomo di Firenze (che all’epoca della realizzazione di questo affresco non era ancora stato ultimato); sull’altro lato, nella scena del Trionfo di San Tommaso d’Aquino (che era un domenicano) si sussegue una teoria di santi e di rappresentanti delle più importanti virtù scientifiche oltre che religiose: virtù teologali, virtù cardinali, sacre scienze e arti liberali. Compaiono così personaggi che Cristiani non furono e non poterono essere, come Cicerone, Pitagora ed Euclide.

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Dal Chiostro Verde si accede ad un altro piccolo chiostro, il cosiddetto Chiostro dei Morti, con una serie di lapidi di uomini e donne che vi furono seppelliti fino alla metà dell’Ottocento. Dal chiostro si accede anche ad un piccolo spazio museale che accoglie paramenti sacri appartenuti ai monaci domenicani ed espone gli affreschi restaurati di Paolo Uccello.

Gli ambienti della chiesa e del convento sono piuttosto freddini. Quando torniamo nel chiostro verde il sole di Firenze ci riscalda. Da qui, dal chiostro, si esce dal complesso di Santa Maria Novella e si torna sulla piazza. La visita di Santa Maria Novella è conclusa. Possiamo proseguire la nostra passeggiata.

Morte a Firenze. Il cimitero degli Inglesi

Si erge come un’isola, in mezzo ai viali di circonvallazione di Firenze. Le automobili sfrecciano qui accanto, i motori rombano fermi al semaforo per poi lanciarsi via non appena spunta il verde. I pedoni attraversano di corsa la strada, incalzati da quel giallo che arriva sempre troppo presto. Fretta, rumore, sguardo dritto davanti a sé, concentrato sul percorso che ancora resta da fare. E nessuno presta attenzione all’isola lì nel mezzo.

Particolarmente horror questo monumento funerario nel Cimitero degli Inglesi

Particolarmente horror questo monumento funerario nel Cimitero degli Inglesi

Il Cimitero degli Inglesi è un’isola di pace. Un’isola dove il tempo pare sospeso, e persino il traffico resta attutito. Alti cipressi verdi, bianchi monumenti, un vialetto centrale, qualche sentierino laterale, grigi sarcofagi monumentali. E sopra di noi l’azzurro del cielo. Intorno a me silenzio e un’atmosfera che invita ad un muto rispetto. È talmente suggestivo, questo cimitero, da aver ispirato al pittore Arnold Böcklin il celebre dipinto “L’isola dei morti“.

Cimitero degli Inglesi

Cimitero degli Inglesi

A me ricorda un grande tumulo (e in effetti lo è), sul modello delle tombe etrusche: una montagnola di terra che si erge nella piana e che ospita le spoglie mortali di qualche illustre defunto. La differenza sta nel fatto che questo grande tumulo ospita le croci e i monumenti di tanti Svizzeri e Inglesi che nell’Ottocento si fecero seppellire qui: è il cimitero acattolico di Firenze: qui i Protestanti potevano trovare il riposo eterno. Nacque nel 1827 infatti, quando il granduca Pietro Leopoldo II di Lorena concedette alla chiesa Evangelista una montagnola fuori le mura per farne il proprio cimitero. La concedette fuori le mura proprio perché si trattava di un cimitero non cattolico.

 

È buffo che si chiami “Cimitero degli Inglesi”, visto che fu richiesto dalla Chiesa Protestante Svizzera. Ma per i Fiorentini, che sono famosi per fare generalizzazioni, i Protestanti erano Inglesi, per cui il cimitero venne denominato così nel linguaggio comune, con buona pace degli Svizzeri. In effetti alcuni Inglesi di spicco vi sono seppelliti, come la poetessa Elisabeth Barrett Browning e il padre di quel Frederic Stibbert cui è intitolato il Museo Stibbert, che altro non è se non la sua casa privata e la sua collezione di eccentriche antichità.

cimitero degli InglesiTra gli Svizzeri illustri, vi è seppellito Gian pietro Vieusseux, che io conosco principalmente perché a lui è intitolato il Liceo Scientifico di Imperia, dove lui per qualche tempo visse, ma che a Firenze è noto per il Gabinetto Vieusseux, che ha sede in Palazzo Strozzi. Il cimitero accolse anche esponenti della comunità russa e greco-ortodossa, molto presente in città (la splendida chiesa russa si trova a circa un km da qui, lungo il corso del Torrente Mugnone. Il cimitero è utilizzato ancora oggi per accogliere le spoglie recenti di Protestanti: lungo il limite del tumulo si trovano le lapidi, molto semplici, di persone anglofone mancate negli ultimissimi anni.

 

Anche se non è particolarmente monumentale, il Cimitero degli Inglesi colpisce l’immaginazione di chi ne percorre gli stretti vialetti. I monumenti funerari sono molti; alcuni si fanno ricordare, come l’Angelo della Morte, in forma di scheletro alato che sovrasta una sepoltura, o come una figura di piangente disperata che piange sulla tomba di un suo caro, o come i due puttini che leggono una pergamena. Non mancano i riferimenti classici: molti sepolcri sembrano delle stele funerarie greche: vi si trovano figure alate, quasi mitologiche, realizzate in forme neoclassiche; ma sono tante anche le figurazioni egittizzanti: obelischi, scarabei sulle lapidi; e poi simboli massonici. Naturalmente troviamo anche croci lungo il nostro cammino: ma sono croci elaborate, fiorite, ritorte, artistiche: croci che si fanno ricordare e che disegnano preziose coreografie.

Uno scarabeo egizio sulla lapide di questo defunto inglese

Uno scarabeo egizio sulla lapide di questo defunto inglese

Camminando tra le tombe, può sorprendere di vedere molte lastre spaccate, come se le anime che le abitavano fossero fuggite via. In realtà, probabilmente, la collinetta in qualche parte ha ceduto, e non è stato ancora possibile restaurarle.

All’ombra di qualche cipresso, mentre il traffico all’intorno si perde, il tempo si ferma, e si potrebbero passare le ore a riconoscere l’una o l’altra lapide, a individuare simboli egizi o a scovare la tomba di qualche illustre personaggio inglese dell’Ottocento: la comunità anglosassone è sempre stata molto presente in Firenze.

Il Cimitero degli Inglesi è un monumento suggestivo, spirituale, un luogo che non è semplicemente da vedere, ma da sentire.