Archivi

La scoperta della Fratelli Alinari

Fino a pochi anni fa Firenze vantava un importante museo di fotografia: il Museo Alinari. Si trovava in Piazza S.Maria Novella, nella sede oggi occupata dal Museo Novecento. Era un museo articolato in due sezioni: una permanente dedicata alla storia della fotografia attraverso gli oggetti, macchine fotografiche, lastre di vetro, dagherrotipi, albumine e quant’altro della collezione dei Fratelli Alinari; una temporanea, dedicata a mostre di fotografi importanti (qui ad esempio ho visto la mostra di Robert Capa in Italia).

Qualche anno fa il museo ha chiuso, privando i Fiorentini e l’intera comunità di un patrimonio di inestimabile valore storico e documentario. Sì, perché i Fratelli Alinari custodiscono l’archivio fotografico più importante d’Italia, 6 milioni di immagini, e scusate se è poco.

Lo stenditoio Alinari: qui asciugano le foto sviluppate

Fortunatamente, se il museo ha chiuso, la Fratelli Alinari sente comunque l’esigenza di raccontarsi. Lo fa attraverso visite guidate alla sua sede storica, in Largo Alinari, in fondo a via Nazionale. Ho avuto l’opportunità di prendere parte ad una di esse pochi giorni fa. Ed è stata un’esperienza che vi consiglio caldamente.

Si comincia con un’introduzione che racconta chi furono i Fratelli Alinari, mostra in immagini d’epoca come lavoravano i fotografi di un tempo: in studio con tendaggi particolari per giocare con la luce, dato che non esistevano ancora i fari attuali, e con arredamenti particolari, in modo da ricreare ambientazioni che potessero piacere ai committenti della fotografia. Siccome non è che si scattasse e via, ma la posa poteva durare anche parecchi minuti, i soggetti delle foto dovevano restare assolutamente immobili. Così erano previsti sostegni anche per la testa, in modo da non rischiare di rovinare la foto. Accorgimenti che oggi ci risultano curiosi e ci fanno sorridere, ma all’epoca erano l’unica soluzione.

Una foto del Foro romano prima degli scavi, con le mucche che pascolano tranquillamente

La visita poi si sposta a conoscere gli ambienti in cui si svolge il lavoro della Fratelli Alinari oggi: luogo che è archivio della memoria fotografica italiana, ma anche luogo che perpetra la tradizione della fotografia italiana producendo, per chi ne fa richiesta, copie di fotografie impresse su lastra di vetro anche di più di 100 anni fa. La prima di queste stanze è la cosiddetta “Sala Vintage”.

La “Sala Vintage” altro non è che l’archivio fotografico, nella quale sono raccolte fotografie, album e libri d’epoca di quelli sui quali le fotografie erano incollate e non stampate come pagine.

Qui abbiamo visto due album diversissimi tra loro. Ah, innanzitutto una curiosità: l’album deve il suo nome all’albumina, la sostanza a base di albume d’uovo con cui vengono fissate le immagini sviluppate da lastra di vetro, responsabile del color “seppia” di tante fotografie d’epoca che conosciamo.

L’eruzione del Vesuvio. Archivi Alinari

Il primo album, “Italia” è un album fotografico da Grand Tour: la gente che viaggiava attraverso l’Italia per diletto non possedeva macchine fotografiche da portare con sé. Di conseguenza, l’unico modo per avere un album dei ricordi era affidarsi ad un fotografo che ne costruisse uno appositamente studiato con tutte le tappe. Alcune foto di quest’album hanno dell’incredibile: una ritrae Genova quando ancora aveva la Sopraelevata di marmo (non lo sapevate? Beh, neanch’io fino a poco tempo fa, poi ho letto quest’articolo); un’altra immortala alcune mucche mentre bucolicamente pascolano al Foro Romano che ancora doveva essere scavato (lo farà ai primi del Novecento Giacomo Boni); infine una foto, datata precisamente al 24 aprile del 1876, mostra tutta la potenza del Vesuvio in eruzione.

Una delle foto del reportage di Felice Beato in Giappone

L’altra serie di foto che vediamo invece è tratta dal reportage di Felice Beato in Giappone nel 1865: egli fu il primo fotografo occidentale a poter ritrarre i Giapponesi nelle loro case e nelle loro attività quotidiane dopo l’apertura del Giappone all’Occidente. Si tratta di albumine colorate, ovvero ritoccate a colore da pittori appositamente incaricati, per una moda che andava all’epoca.

Prosegue la visita nella lastroteca. Questo è un luogo che sa di antico e prezioso: sarà la stanzina buia, saranno tutte quelle lastre di vetro avvolte ciascuna nella propria carta marroncina, sarà che sono state impresse davvero più di un secolo fa, fatto sta che mi sento come in un museo. In effetti qui sono custodite le lastre con l’impressione originale dalla quale vengono poi sviluppate le fotografie su richiesta del cliente di turno. Si tratta dunque di un luogo vivo, funzionante, prezioso come il caveau di una banca.

La lastroteca Alinari

Continuiamo poi e ci affacciamo nella stanza dello stenditoio, ovvero dove le fotografie sviluppate sono appese ad asciugare (proprio con le mollette, come i panni!) e infine entriamo a vedere i macchinari della camera oscura. Il lavoro del fotografo è molto più che scattare, è anche riuscire a trasportare su un supporto toccabile un’immagine impressa. I macchinari sembrano industriali. Io non posso che rimanere esterrefatta di fronte a tutto ciò: come può essere venuto in mente a qualcuno di inventare un tale procedimento?

La visita è molto istruttiva, soprattutto per chi come me è quasi digiuno di storia della fotografia. La nostra guida con grande pacatezza ci ha accompagnato in un mondo per me pressoché nuovo, portando per mano il nostro stupore mentre salivamo e scendevamo per le scale strette che collegano i laboratori Alinari. L’auspicio è che visite come questa possano continuare a cadenza periodica, come hanno intenzione di fare quelli della Fratelli Alinari. Auspicando, ovviamente, che al più presto possa riaprire il Museo Alinari della Fotografia: a Firenze se ne sente la mancanza.

 

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La Centrale Montemartini: quando l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica

Ci sono luoghi che hanno un’anima. Luoghi nei quali respiri un’atmosfera davvero diversa. La Centrale Montemartini non è il solito museo. Non è semplicemente un edificio che contiene una collezione di arte antica. È un edificio che ha un grandissimo valore di per se stesso. L’insieme delle due cose, l’edificio e la collezione d’arte antica, rendono la Centrale Montemartini un museo unico nel suo genere. Qui l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica. Il connubio è un vero matrimonio d’amore.

Centrale Montemartini: la sala Macchine

La Centrale Montemartini nasce all’inizio del Novecento, nel 1912, come centrale termoelettrica di Roma: fu il sindaco dell’epoca, Ernesto Nathan, a volere un’azienda pubblica municipale per l’illuminazione. Fu indetto un referendum e vinse il sì, così sorse la centrale termoelettrica municipale. Fu intitolata a Montemartini, uno dei più accesi sostenitori della municipalizzazione del servizio di illuminazione, che morì però proprio nel 1912, avviati i lavori, ma prima che la centrale potesse iniziare a funzionare. Negli anni ’30 la Centrale, seguendo le innovazioni tecnologiche dell’epoca, fu dotata di due motori diesel e rinnovata in alcune sue parti. Ma negli anni ’50 andò in disuso.

Centrale Montemartini, Sala Macchine

Divenuta un cimelio di archeologia industriale, negli anni ’90 è stata restaurata. L’architetto Francesco Stefanori ha l’idea sfrontata di darle un ruolo che non le appartiene, ovvero di trasformarla in un museo di arte antica. L’ennesimo a Roma, verrebbe da dire. Sì, forse, ma con un’anima tutta sua. Inizialmente, siamo nel 1997, fu allestita una mostra temporanea nella quale oggetti d’arte antica, statue romane in marmo bianco, erano poste sullo sfondo dei macchinari in ghisa. L’idea piacque e la mostra divenne permanente. E quest’anno festeggia i 20 anni di vita.

La bambolina in avorio di Crepereia Tryphaena

La collezione segue un suo preciso iter: il piano terra è dedicato all’arte della Roma repubblicana più antica. Capolavori da manuale come il frammento di pittura dalla tomba dei Fabii di III secolo a.C., uno dei più antichi esempi di pittura tombale romana, e la statua del Togato Barberini, che raffigura un anziano patrizio con in mano le teste/ritratto dei suoi antenati secondo una pratica comune presso le nobili famiglie romane. Al piano terra, però, la protagonista assoluta è la giovane Crepereia Tryphaena, una fanciulla promessa sposa ma morta prima di sposarsi, che fu seppellita con la sua bambolina, in tutto e per tutto simile ad una barbie di oggi: una storia tristissima che a distanza di quasi 2000 anni non smette di commuovere e che anzi, colpì il poeta Giovanni Pascoli, che le dedicò una poesia, all’indomani della scoperta della sua sepoltura, nel 1889.

Il treno di Pio IX

Al piano terra, una sezione recentemente allestita, e un po’ avulsa dal resto, ospita il treno di Papa Pio IX, il papa che volle che la nuova tecnologia dei trasporti della metà dell’800, la ferrovia appunto, arrivasse anche nello Stato Pontificio. I vagoni esposti sono elegantissimi, portano il “marchio” di Pio IX. Il primo viaggio si svolse nel 1859 lungo la ferrovia Pio-latina fino a Ceprano, sul confine col regno Borbonico. Ma di lì a poco l’unificazione d’Italia decretò la fine dei viaggi di questo bel treno.

Centrale Montemartini, sala macchine

Il cuore dell’esposizione è la Sala Macchine, al primo piano dell’edificio. Se già al piano terra abbiamo qualche avvisaglia dei macchinari in ghisa che facevano funzionare la centrale, salendo le scale rimaniamo decisamente a bocca aperta. I macchinari, due grandi motori diesel, neri, imponenti, sono collocati da una parte e dall’altra della sala. Lungo il loro lato, tante teste e statue antiche in marmo bianco si dispongono come ad una sfilata: riconosciamo dei e dee, imperatori, tutte opere di arte romana che un tempo erano nel deposito dei Musei Capitolini e che infine hanno trovato una degna collocazione. L’effetto del contrasto tra il nero pesante dei macchinari e il bianco candido ed elegante dei volti antichi è incredibile e lascia a bocca aperta. L’allestimento gioca appunto sul contrasto tematico, su antico e moderno, su bellezza e forza, su bianco e nero, su eleganza e grazia contro potenza e rumore. L’effetto dirompente è davvero ben riuscito e non si può restare insensibili.

Statua di Dioniso Sardanapalo, Centrale Montemartini Sala MAcchine

 

 

 

 

In fondo alla stanza, invece, si dispongono le statue che decoravano il frontone del tempio di Apollo Sosiano, di età augustea. Le statue sono originali greci: secondo una prassi consolidata nella tarda età repubblicana e primoimperiale, dalla Grecia fluivano a Roma opere d’arte greche di artisti più o meno famosi. Se molte opere venivano acquistate da collezionisti privati, molte altre invece erano esposte al pubblico, come ornamento per la città. Il frontone del tempio di Apollo Sosiano risponde a questa logica.

La musa Polymnia

Una grande sala attigua ospita statue di età imperiale avanzata, provenienti dagli Horti, ovvero dai giardini di alcune grandi case di Roma. Tra le sculture, senza dubbio la Musa Polymnia, avvolta nel suo mantello, con la sua espressione assorta e senza tempo, è l’opera maggiore; ma anche la statua del satiro Marsia appeso per essere scuoiato vivo (perché secondo il mito aveva osato sfidare Apollo nella musica, uscendo sconfitto dalla disfida) è capace di scuotere l’animo in chi la guarda. Tra i monumenti funerari, l’edicola del giovane Sulpicio Massimo, che nel 94 d.C. aveva vinto il certamen (gara) di poesia con un poemetto sul mito di Fetonte che volò troppo vicino al Sole, commuove perché i suoi genitori riportarono il testo di tutto il componimento poetico, fieri del talento di quel giovane artista troppo presto stroncato dalla morte. Ancora, nella sala, il pavimento è occupato da mosaici a tema di caccia: in essi è rappresentato il padrone di casa a cavallo mentre assale un cinghiale e altre scene simili con altri animali, secondo un gusto che nel III-IV secolo d.C. andava piuttosto di moda.

Fanciulla seduta, Centrale Montemartini

Il Museo della Centrale Montemartini si trova lungo la via Ostiense, all’uscita della stazione metropolitana di Garbatella. Volendo, poi, è anche raggiungibile a piedi da Ostiense, che non dista poi molto da qui. Altri esempi di archeologia industriale, oltre alla centrale, come il gasometro, si notano alle sue spalle. Sono i segni tangibili di una città che è cresciuta, che vedeva qui agli inizi del Novecento il suo polo industriale il quale, piano piano, è stato assorbito dalla città in espansione. Oggi la via Ostiense che esce dalle mura Aureliane a Piramide e va in direzione di Ostia è una zona ancora in espansione, a carattere residenziale e sede dell’Università di RomaTre: frequentata dai giovani, è il segno di una città che cresce, che non si ferma, che amplia i suoi spazi e i suoi orizzonti.

Vinci, le Colline di Leonardo e il Montalbano

Un piccolo borgo immerso nelle colline toscane. Un borgo tra i tanti, si potrebbe dire; eppure, un borgo importantissimo per la storia non solo della Toscana, ma dell’arte del mondo intero: a Vinci, infatti, nacque Leonardo. Leonardo da Vinci, per l’appunto.

Glicine in fiore a Vinci

Bizzarra la vita di Leonardo. Nacque in questo borgo in campagna, figlio illegittimo di un nobile che conduceva affari a Firenze e della servetta di turno. Il bambino nacque, il nobile lo riconobbe come suo, tuttavia non poté farlo crescere come se fosse un figlio legittimo, pertanto lo lasciò in campagna con la madre, nei primi anni della sua esistenza, pur assicurandogli il necessario per vivere, per crescere e per istruirsi.

Se facciamo un giro per le terre del Montalbano, l’area in cui sorge Vinci, ci possiamo rendere conto del perché Leonardo amasse tanto la natura e ne fosse un acutissimo osservatore. Tutto ciò che egli apprese, infatti, lo vedeva costantemente intorno a sé: nella nebbia mattutina che avvolge i boschi, nel fogliame, nei colori delle foglie e della terra. Poi, quando da adolescente, fu portato a Firenze e andò a bottega dal Maestro Andrea Verrocchio, mise in pratica ciò che le sue terre gli avevano insegnato. Fino a diventare il genio che tutti noi conosciamo.

Vinci è un tranquillissimo borgo immerso nel verde. Le colline circostanti sono coltivate a oliveti e vigne: si tratta dell’Olio e del Chianti del Montalbano, le produzioni agricole caratteristiche di questi territori. La zona da sempre ha vocazione vinicola: basti pensare che nel 1616 Cosimo III Medici fissò per la prima volta le indicazioni geografiche tipiche per le produzioni del Chianti e del vino di Carmignano, che si produce nella vallata attigua a quella di Vinci. Vinci si trova infatti a metà strada, potremmo dire, tra la piana di Prato e Pistoia e quella di Empoli. Infatti si raggiunge sia dal fronte di Empoli-Montelupo (via Fi-Pi-Li) che da Poggio a Caiano-Carmignano lungo una bellissima via che risale la collina fino a Pietramarina e ridiscende attraversando boschi e vigneti.

L’uomo di Vinci rappresenta in 3d l’Uomo Vitruviano disegnato da Leonardo

Il borgo di Vinci è il classico piccolo borgo medievale toscano: sorge su un poggio, è cinto da mura, al suo interno si trovano la chiesa, il castello e le case in pietra. Qualche intervento moderno c’è: la Piazza dei Guidi, ad esempio, è stata risistemata niente meno che dall’artista Mimmo Paladino, che ha creato superfici inclinate, discontinue, decorate qua e là con simboli e illuminata a led: i bambini ci giocano ed è un incanto vedere come la piazza contemporanea si sia integrata nel contesto medievale.

La vera attrattiva di Vinci è però il Museo Leonardiano, che è allestito nel Castello dei Conti Guidi e nella Palazzina Uzielli, antistante la piazza di Mimmo Paladino.

Il Museo Leonardiano, neanche a dirlo, è l’omaggio che Vinci ha reso al suo più celebre concittadino. In esso sono esposte, spiegate e raccontate le macchine create da Leonardo, le opere di architettura che egli realizzò e progettò, gli studi sulle acque, sul volo, sul movimento (la prima idea di una bicicletta indovinate di chi è?): il percorso museale, che si sviluppa nelle due sedi del Castello e della Palazzina è un viaggio che non smette di stupire, interattivo e affascinante. Non si può non rimanere ammirati davanti a cotanta manifestazione di ingegno! Leonardo studiava, sperimentava, scriveva e disegnava, provava e riprovava. Un vero scienziato a 360°, un ingegnere e un inventore, un artista che non ha lasciato intentata nessuna via dell’intelletto, ma le ha provate tutte, e in tutte è stato eccellente, tanto che è difficile persino definirlo: artista? Troppo poco, solo settoriale; ingegnere? Anche questa definizione è parziale; e infatti viene definito genio, senza se e senza ma, e questa definizione mette tutti d’accordo.

Una delle sale del Museo Leonardiano. Credits: Wikipedia

Sulla piazza del Castello dei Conti Guidi si trova la grande riproposizione in 3D dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: la scultura, L’Uomo di Vinci, è stata realizzata dall’artista Mario Ceroli nel 1987 ed è posta sulla terrazza che affaccia sul panorama, per ricordarci ancora una volta il profondo legame che Leonardo aveva col suo territorio di origine. Passeggiando nel borgo in questa stagione il glicine la fa da padrone: e anche ammirando queste manifestazioni di bellezza possiamo capire come facesse Leonardo ad essere così ben ispirato.

La vista panoramica da San Baronto, terrazza del Montalbano

Proseguendo lungo le colline del Montalbano, che oggi sono chiamate Colline di Leonardo, la strada sale e scende per boschi e tornanti, tra alberi in fiore e viste mozzafiato sulla vallata. Lungo il percorso non si incontrano molti centri abitati. San Baronto merita una sosta. È una vera terrazza panoramica, e segna il punto lungo la via in cui si scollina per scendere nella valle di Pistoia e Prato. Sorge sul luogo di un antico convento e ha mantenuto nei secoli le caratteristiche dell’ospitalità: così oggi è una stazione turistica nel verde e nella quiete, e anche solo una sosta per una merenda vale la pena di farla, con i brigidini prodotti nella vicina Lamporecchio, o con la schiacciata farcita e un bicchiere di vino del Montalbano.

Passeggiate primaverili: tre parchi a Prato e dintorni

Nello scorso post vi ho parlato di 7 giardini di Firenze nei quali godere appieno della primavera. A Prato e dintorni, invece, ci sono 3 parchi, di cui vi parlo ora, che sono splendide passeggiate nel verde, al caldo piacevole di queste giornate primaverili. Per la precisione, uno di questi parchi è proprio a Prato, mentre gli altri due si trovano nella provincia. Sono passeggiate adatte a tutti, biciclette, famiglie e cani. Ecco, sì, in tutti e tre questi parchi i nostri amici a 4 zampe sono i benvenuti.

Alberi in fiore lungo il fiume Bisenzio, Prato

Siete curiosi di conoscere questi parchi? Bene! Eccoli:

  1. Museo Diffuso Parco del Bisenzio: è una passeggiata con pista ciclabile (intitolata a Gino Bartali) annessa che corre lungo il corso del Fiume Bisenzio, dal Ponte Nuovo a salire verso la fine della città, e a ridiscendere dall’altra parte. La passeggiata è piuttosto lunga, anche se non sembra. Dal lato della città la passeggiata alterna aiuole a campi sportivi, a giardini e a un’area cani; la vista, spaziando sull’altro argine, si fa incantare dal monastero di San Leonardo al Palco, trecentesco, e coglie la vecchia linea ferroviaria per Bologna sotto di esso. Risalendo ancora il corso del fiume si arriva sino al ponte pedonale che consente di passare sull’altro argine. Qui cambiamo totalmente ambientazione: siamo sul versante della Calvana, la montagna di Prato, e da qui partono alcuni sentieri nel verde molto belli. Ma il più bello è quello che ridiscende il corso del Bisenzio. Il fiume scorre da un lato, mentre dall’altro si alternano campi, boscaglia e una fattoria. I bambini la adorano, perché le pecore e gli agnellini vengono a farsi dare da mangiare l’erbetta: è fantastico vedere che a due passi dalla città ci sono luoghi immersi nella natura e senza tempo come questo.

    La passeggiata lungo il Bisenzio; sulla collina di fronte San Leonardo al Palco

  2. Un gregge di pecore al pascolo a Travalle. Sullo sfondo il borgo di Travalle

    Travalle: in ogni stagione Travalle regala meraviglie. È uno spazio ampio, in una valle alle spalle di Calenzano, una passeggiata nel verde che ha il suo fulcro nel piccolissimo borgo sorto intorno alla Villa-Fattoria di Travalle, un luogo antico, del XVI secolo; un bel fienile, una salita che arriva a una chiesetta, una strada attraverso i campi che giunge fino a una grande vigna, ad un sentiero nel bosco, ad un sentiero lungo il canale… non si tratta di passeggiate impegnative, tutt’altro: la bellezza di camminare o pedalare in queste terre può regalare una lepre che ci attraversa la strada, il gracidare delle rane e i fiori gialli e lilla della primavera. Si possono compiere vari percorsi diversificati. Qui natura e paesaggio si fondono magnificamente.

  3. Cascine di Tavola: tra Prato e Poggio a Caiano c’è un grandissimo parco che fu a suo tempo pertinenza medicea (i Medici possedevano la villa di Poggio a Caiano, che aveva un ampio parco, le Cascine di Tavola appunto). Questo parco è pubblico, grandissimo, piacevolissimo da percorrere nel verde e nello sterrato. Ottimo da percorrere in bicicletta, ma anche a piedi, è tutto in pianura, tra canali d’acqua e un grande ippodromo e, sì, anche qualche edificio dei tempi passati, un po’ in rovina ma non per questo meno affascinante: si tratta del nucleo centrale delle Cascine, ed è molto suggestivo.

    Il complesso architettonico delle Cascine di Tavola, nel cuore del parco

    Le Cascine di Tavola sono un’area naturale protetta di interesse locale, dunque il suo valore dal punto di vista paesaggistico è riconosciuto dalla Regione Toscana. Inoltre, è riconosciuto il suo valore anche dal punto di vista storico dato che, appunto, questi terreni appartenevano alla famiglia Medici. Vi si accede sia dalla frazione di Tavola che da Poggio a Caiano, a breve distanza dalla Villa Medicea.

Il paesaggio è una componente fondamentale della nostra vita. Noi siamo immersi nel paesaggio e siamo affascinati dai paesaggi “belli”. A pochi passi dalle nostre città si aprono spazi che spesso neanche conosciamo e che ci emozionano non solo perché sono luoghi immersi nella natura, ma perché sono il frutto di un rapporto secolare e millenario tra la natura e l’uomo che l’ha plasmata. I paesaggi sono la nostra storia; dovremmo esserne consapevoli ogni volta che ci mettiamo in cammino.

A tutti voi buone passeggiate primaverili!

Primavera a Firenze: 7 giardini che non tutti conoscono

Domenica di primavera: sole, cielo azzurro, voglia, grandissima voglia di passeggiare in mezzo al verde, anche se siamo in città. La città in questione è Firenze, la quale non è certo priva di giardini. Sembra incredibile, ma nell’intricato reticolo di viuzze medievali si aprono portoni che fanno sbirciare all’interno di spazi verdi nascosti. Oltre a questi poi, ci sono i giardini, quelli veri. Perché a Firenze non c’è solo il Giardino di Boboli, di pertinenza di Palazzo Pitti.

Il giardino all’italiana della Villa della Petraia

Vi racconto in questo post i giardini di Firenze ai quali non rinuncerei per nessuna ragione al mondo. Alcuni sono parchi pubblici, altri hanno l’accesso regolato. Ma tutti, tutti, contribuiscono a rendere Firenze la città elegante e fiorita che noi conosciamo.

  1. il panorama di Firenze dalla Galleria del glicine del Giardino Bardini

    Giardino Bardini: è il giardino all’italiana di Villa Bardini. L’ingresso alla Villa (che è un museo di arte contemporanea) è da Salita Costa San Giorgio, mentre l’ingresso al Giardino è indipendente, da via Mozzi-Bardini. Il Giardino si sviluppa su una bella terrazza fiorita che regala uno splendido panorama su Firenze, in particolare sulla cupola del Duomo. La cosa più spettacolare è senza dubbio la galleria del glicine: immaginatevi un tunnel in lieve pendenza tutto viola per il glicine in fiore: un’esperienza sensoriale, visiva, olfattiva ed estetica eccezionale! Nella parte più alta il giardino prende i connotati del giardino all’inglese: viottoli, laghetti, reminiscenze quasi magiche ci portano in una sorta di bosco dal quale non vorremmo più andar via. Del giardino ho parlato più approfonditamente in questo post. Dalla sua terrazza panoramica qualche anno fa Julia Roberts si affacciava per vedere Firenze per la pubblicità di Calzedonia. Ho reso l’idea?

  2. Giardino delle Rose: reso pubblico e gratuito da pochissimi anni, questo giardino ai piedi del Piazzale Michelangelo regala, oltre ad un bel panorama sulla città, anche il bel connubio tra rose e arte, con le opere dello scultore Folòn che qui sono sistemate in un dialogo continuo tra fantasia e realtà, tra reale e floreale. Rose di tutti i tipi, le dimensioni e i colori, panchine e spazi verdi nei quali ci si può letteralmente distendere a prendere il sole. E chi ci ammazza? La vista è stupenda, l’ambiente intorno a noi anche. Non si potrebbe desiderare niente di meglio per il proprio relax. In fondo al giardino delle rose si trova il Giardino Giapponese, risultato tangibile del gemellaggio di Firenze con la città di Kyoto.

    il panorama di Firenze dal Giardino delle Rose

  3. Giardino Torrigiani: un giardino grandissimo, che rimane però nascosto alla vista da un lato dalle mura della città sul lato di Porta Romana, con le quali confina, e dall’altra dal muro della tenuta del palazzo Torrigiani, su via de’ Serragli, in pieno centro. Solitamente l’ingresso è a pagamento, eccetto pochissime occasioni all’anno, come le giornate dei giardini aperti indette dalla Associazione delle Dimore Storiche Italiane, nel corso delle quali sono previste visite guidate gratuite. Se una parte, quella più prossima alle mura, sembra immersa nella boscaglia, il resto è un bel giardino all’italiana, con ampi spazi e statue. Una passeggiata suggestiva di cui ho parlato più diffusamente in questo post.

    Il bastione di difesa voluto da Cosimo I ricompreso all’interno del Giardino Torrigiani

  4. L’interno della struttura Liberty del Tepidarium del Roster

    Giardino dell’Orticultura: usciamo lievemente dal centro e andiamo lungo il corso del Mugnone alle pendici della via Bolognese. Qui un bel giardino pubblico ha il suo fulcro nella splendida serra liberty che viene chiamata Tepidario del Roster (Roster è il nome dell’architetto): un capolavoro elegantissimo di vetro e ferro battuto dipinto di bianco. Il Giardino ospita due volte l’anno la Mostra Mercato dei Fiori e delle Piante (l’edizione primaverile è sempre dal 25 aprile al 1 maggio): si tratta di una manifestazione voluta e organizzata dalla Società Toscana di Orticultura fin dalla seconda metà dell’800, che ha vissuto alterne vicende, ma che oggi è un appuntamento fisso della vita cittadina. Da qui si può salire, superando la ferrovia e arrivando agli Orti del Parnaso: un giardino in salita che culmina in una piazzolina con una fontanella con un drago (che ricorda molto quello di Park Güell a Barcellona), dalla quale si abbraccia Firenze con lo sguardo. E non si può non rimanere commossi.

  5. il tempietto egizio nel parco Stibbert

    Giardino Stibbert: Frederick Stibbert era un personaggio eccentrico. Aveva una villa, appena fuori dal centro di Firenze, alle pendici della via di Montughi, che sistemò come un castello nel quale radunò tutte le armi e armature e altri oggetti bizzarri che amava acquistare in giro per il mondo: oggi è una casa-museo che racconta quanto fosse eclettico il personaggio che lo allestì esattamente nel modo in cui noi lo visitiamo. Il giardino pertinente la villa è un giardino magico: un tempietto a tholos, un tempietto egittizzante che affaccia su un laghetto, sentieri nell’ombra sono i vari elementi che ci fanno capire quanto Stibbert fosse un amante del bello e delle favole. Come del resto, lo siamo tutti noi. Il giardino è collegato anche col grande parco di Villa Fabbricotti che, nonostante le minacce di vendita, continua ad essere pubblico e ad accogliere ogni pomeriggio bambini felici di giocare e di rincorrersi.

  6. Giardino della Villa di Castello: una villa medicea appena fuori Firenze, oggi sede dell’Accademia della Crusca. L’accesso al giardino è libero e gratuito. Uno spazio ordinato, geometrico, da vero giardino all’italiana, ci accoglie, con aiuole regolari, piante da frutto, siepi ordinatissime che sembrano sistemate da un geometra più che da un giardiniere. In fondo si trova la limonaia, che era la più bella e importante tra tutte le limonaie medicee. I Medici amavano le piante di agrumi e i loro giardinieri crearono vere e proprie cultivar proprio nelle limonaie della Villa di Castello. Oltre al giardino ordinato c’è il parco: una scultura del Giambologna ci porta in un mondo boscoso e fantastico, mentre intorno a noi si innalzano alberi secolari e un’ombra ristoratrice ci avvolge.

    Uno scorcio del giardino all’Italiana della Villa medicea di Castello

  7. Giardino della Villa della Petraia: un’altra villa medicea con un bellissimo giardino all’italiana terrazzato ma non troppo. L’accesso al giardino è libero, l’accesso alla villa, che ospitò Vittorio Emanuele II durante il periodo di Firenze Capitale, invece è a visite a orari precisi. Il giardino è una riposante passeggiata tra siepi eleganti e alberi secolari, e in primavera con i fiori e la vista soleggiata sulla piana di Firenze è proprio riposante.
villa della petraia firenze

Villa della Petraia, Firenze

Avete scelto quale sarà il primo dei giardini di Firenze da visitare? Ne avete uno preferito? Parliamone nei commenti, oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

Un monumento eccezionale di Roma: l’Ara Pacis

Per me l’Ara Pacis è uno dei monumenti più belli ed eleganti che ci abbiano lasciato i Romani. È un grande altare all’interno di un recinto dedicato all’Imperatore Augusto e posto nell’area della città che un tempo era il Campo Marzio, dove Augusto aveva collocato anche lo gnomone, un orologio solare che colpiva con la sua ombra proprio l’Ara Pacis nel giorno del suo compleanno, e il suo mausoleo. Il mausoleo di Augusto in effetti è qua accanto: perennemente chiuso, perennemente in restauro, è un grosso tumulo che ne ha subite tante, molto malridotto rispetto all’aspetto magnifico che doveva avere 2000 anni fa.

La processione lungo il lato dell’Ara Pacis

Torniamo all’Ara Pacis. Si trova sul Lungotevere Marzio, ma questa non è la sua collocazione originale. Il monumento infatti non è mai stato trovato integro, ma a più riprese dal Cinquecento in avanti è stato trovato frammentario. Alcune lastre erano addirittura state acquistate dai Medici e portate a Firenze! È solo negli anni ’30 del Novecento che, sotto la spinta ideologica del regime fascista, l’Ara Pacis viene montato, e inserito in un edificio sul Lungotevere. L’architetto si chiamava Morpurgo e lavorò non poco per cercare di creare un contenitore degno del monumento che conteneva: l’Ara Pacis è il simbolo del potere imperiale di Augusto e nella Roma fascista che vuole equipararsi alla novella capitale del novello impero esso deve avere il giusto risalto. Il progetto magniloquente di Morpurgo fu un po’ ridotto per problemi di tempistiche (l’Italia è sempre l’Italia); i lavori sarebbero dovuti riprendere nel ’38, ma ciò non avvenne causa guerra alle porte.

Ara Pacis. Il sacrificio di Enea

Così l’edificio di Morpurgo restò tale fino al 1996 quando problemi di statica e di conservazione dell’Ara Pacis indussero il comune di Roma a incaricare l’architetto Mayer di realizzare un nuovo contenitore. La sua realizzazione ha suscitato non poche polemiche, ma oggi l’Ara Pacis sta all’interno di uno spazio espositivo su due livelli, uno dedicato al monumento e l’altro a mostre temporanee (in questo momento ospita la mostra Spartaco, schiavi e padroni a Roma), che dialoga con l’esterno (col mausoleo di Augusto da un lato e col Lungotevere dall’altro) grazie ad ampie vetrate.

Il monumento

L’Ara Pacis non può non destare meraviglia. È un altare, ma la sua bellezza non sta tanto nell’ara vera e propria, quanto nel recinto: decorato su quattro lati su due livelli diversi, al di sotto una decorazione floreale, al di sopra quattro pannelli, due sul lato frontale e due sul lato di fondo, e una lunga processione sui lati.

Ara Pacis, dettaglio del fregio naturalistico. Alla base, sotto la pianta, si vede un serpentello che insidia un nido e un ranocchio

Il fregio floreale a prima vista sembrerebbe la cosa meno degna di nota: girali di acanto, fiori, frutta, tutto scolpito a rilievo in un insieme molto ricco e molto dettagliato. Ma proprio per questo il fregio è estremamente naturalistico: i fiori sono resi nei particolari, le foglie d’acanto hanno le nervature, i chicchi d’uva sono scolpiti uno a uno, talmente perfetti che si potrebbero cogliere, e poi, meraviglia delle meraviglie in quest’attenzione ai dettagli, la ranocchia alla base e una scena da documentario: un serpentello che assalta una nidiata indifesa di uccellini al di sotto di una rigogliosa pianta di acanto. Oggi noi vediamo tutto bianco, ma un tempo, invece, era coloratissimo e sgargiante! Il verde delle foglie, il colore dei fiori, l’azzurro del cielo: colori intensissimi che oggi riusciamo a vedere grazie alla realtà aumentata de L’Ara Com’era: una visita interattiva al monumento che si può svolgere solo secondo un preciso calendario e con prenotazione.

Anche il registro superiore del recinto dell’altare era dipinto. Sui due lati si sviluppa una lunga processione: un rito religioso? Sì, perché Augusto è rappresentato con la testa velata; ma quale sia questa processione non è dato sapere. Ad essa partecipano i familiari di Augusto, alcuni dei quali perfettamente riconoscibili, e poi senatori, littori e altri personaggi pubblici come i septemviri epulones (magistrati incaricati di organizzare i banchetti pubblici), uno dei quali è girato di fronte, unico tra gli astanti. Se il fregio sui lati è tutto sommato molto ordinato, ripetitivo nonostante le pose diversificate dei personaggi (bellino il bimbo che tira la toga ad uno dei presenti) e rappresenta un evento se non reale quantomeno realistico, i quattro pannelli sulla fronte e sul retro sono invece a carattere mitologico: sulla fronte abbiamo, ai due lati della porta, la Lupa con i gemelli Romolo e Remo, il dio Marte e il pastore Faustolo (estremamente frammentario) e una scena di sacrificio da parte di Enea; sul retro c’è la raffigurazione della Dea Tellus, la Terra, in un’ambientazione particolarmente bucolica e la dea Roma, rappresentata come guerriera (estremamente frammentario).

Ara Pacis. La dea Tellus

I quattro miti sono collegati tra di loro: la Lupa richiama la fondazione di Roma, Enea, figlio della dea Venere, è il principe troiano che dopo essere scappato dalla guerra di Troia, dopo anni di peregrinazioni per il Mediterraneo giunge nella piana dove poi sorgerà Roma, e suo figlio Iulo è il capostipite della gens Iulia, cui apparteneva Giulio Cesare, del quale Ottaviano Augusto è figlio adottivo. La dea Tellus è un riferimento alla Pax Augusta, ovvero al periodo di pace che vive l’Impero dopo che Augusto ha messo a tacere i nemici interni di Roma, e alla prosperità del suo regno. La dea Roma è la personificazione della città. Anche questi fregi erano dipinti. Tutto il programma iconografico era studiato per glorificare Roma e Augusto.

Si può circolare anche all’interno del recinto, dov’è contenuto il grande altare. All’interno il fregio è decorato semplicemente (si fa per dire) con festoni di frutta alternati a bucrani, cioè teschi di bue: una decorazione piuttosto consueta in età augustea che di nuovo rimanda alla nuova era di pace e prosperità inaugurata col regno del primo imperatore.

Il Museo dell’Ara Pacis fa parte del circuito dei Musei in Comune di Roma. Rimane forse un po’ fuori dai consueti percorsi turistici, ma a guardar bene, non è distante da Piazza del Popolo né da Piazza di Spagna. Si raggiunge con il bus 87 dal Colosseo lungo un percorso che corre tangente a Piazza Navona.

10 cose da fare e da vedere a Prato

A pochi km da Firenze si trova una città altrettanto ricca di storia e di arte, ma molto meno nota, all’ombra com’è del capoluogo toscano. Eppure Prato negli ultimi anni si sta ponendo come centro culturale alternativo. Non fatevi ingannare dalla sua vocazione più industriale, legata principalmente ai tessuti: Prato ha molto di più da offrire.

Ormai frequento Prato da un po’. Ho raccolto così in questo post un elenco di 10 cose da fare e da vedere (e da mangiare) in questa città. Alla fine del post vedrete che vi avrò convinto, e vorrete venire da queste parti anche voi.

  1. Il centro storico di Prato visto dal Castello dell’Imperatore

    Passeggiare nel Centro Storico. Innanzitutto per conoscere una città occorre passeggiare per le sue vie. Se arrivate in treno, mi raccomando non scendete a Prato Centrale, ma a Prato Porta al Serraglio. Da qui vi trovate direttamente in centro, e scendendo lungo via Magnolfi arrivate in due minuti nella piazza del Duomo. Da qui lasciatevi ispirare dalla via che vi ispira di più. Se proseguite a scendere lungo via Mazzoni arrivate davanti a Palazzo Pretorio, il vero cuore di Prato, e se proseguite in avanti incontrate piazza San Francesco e ancora oltre arrivate già alle mura cittadine. Altrimenti da Piazza San Francesco potete prendere via San Bonaventura e arrivare così al Castello dell’Imperatore e a Santa Maria delle Carceri. O ancora alle spalle del Duomo potete imboccare via Garibaldi e seguirla fino ad incontrare il Teatro Metastasio e ancora fino a sbucare nella grande piazza Mercatale, dove si trovano localini, ristoranti e il forno che sforna bomboloni caldi ad ogni ora del giorno e della notte. Qualunque via decidiate di percorrere, osservate i palazzi, ancora in larga parte medievali, senza farvi distrarre dalle vetrine dei negozi. Il centro di Prato si è mantenuto abbastanza bene. Oggi tanti localini e bar lo popolano, così se sentite il bisogno di una breve sosta avete l’imbarazzo della scelta.

  2. Il pulpito del duomo di Prato

    Il duomo di Prato. Capolavoro del romanico toscano, dedicato a Santo Stefano, la sua bella facciata a fasce bianche e verde scuro (dato dalla pietra locale, il serpentino) colpisce per la presenza sul lato di un pulpito esterno, una cosa abbastanza rara nel suo genere, ma funzionale al culto cui Prato è devota: la Sacra Cintola della Madonna. In alcuni momenti dell’anno la popolazione si riunisce in piazza del Duomo per l’esposizione di questa sacra reliquia. L’esposizione, fatta dal vescovo, avviene proprio da questo pulpito, che fu realizzato da scultori del calibro di Donatello e Michelozzo. All’interno del duomo, subito entrando sulla sinistra, si trova la cappella nella cui teca centrale è custodita la Sacra Cintola. Alle pareti sono affrescate da Agnolo Gaddi le Storie della Vergine e dell’arrivo della Sacra Cintola a Prato dopo che Maria l’ebbe donata a San Tommaso. Le pareti della Cappella Maggiore della chiesa sono affrescate invece da Filippo Lippi, artista che fu molto attivo a Prato, anche perché qui risiedeva in convento, a San Marco.

  3. Il bel camino nel grande salone del Palazzo Pretorio

    Il Museo di Palazzo Pretorio: per scoprire ancora meglio tutta la vicenda della Sacra Cintola occorre visitare il museo di Palazzo Pretorio, vero e proprio museo della città di Prato. Qui ci accoglie tutta la spiegazione interattiva del ciclo di affreschi della Cappella della Cintola, senza la quale altrimenti non si capirebbe granché (anche perché in duomo non ci si può avvicinare agli affreschi e non si colgono né i dettagli né intere parti della narrazione); si prosegue con opere d’arte del Trecento e del Quattrocento pratese che portano grandi firme, tra cui quella di Filippo Lippi e di suo figlio Filippino Lippi, entrambi pittori. Non solo le opere d’arte sono importanti in questo museo, ma il palazzo stesso: sede del potere nella Prato medievale, conserva ancora in alcune parti gli affreschi e le decorazioni dell’epoca. L’esposizione è molto ampia, giunge fino all’età contemporanea. Molto bella è la terrazza, dalla quale si gode la vista su tutta la città. (Ho dedicato un post specifico al Museo di Palazzo Pretorio qui)

  4. museo del tessuto prato

    Macchinari per la lavorazione dei cenci – Museo del Tessuto Prato

    Il Museo del Tessuto. Un altro museo della città, per un altro verso, è il Museo del Tessuto. Prato deve la sua floridezza nel Medioevo alla lavorazione dei tessuti. Lungo il fiume Bisenzio, che attraversa la città, e lungo numerosi canali oggi non più esistenti, ma che lasciano traccia onomastica nelle varie via delle Gore, via del Gorone, sorgevano opifici per la lavorazione dei tessuti. Il Museo del Tessuto è al tempo stesso un museo didattico e storico. In una prima parte spiega, con ricostruzioni di macchinari e un’estrema semplicità, tutto ciò che bisogna sapere su fibre e tessuti, su filatura e tessitura, su prodotti finiti e macchinari usati, dall’antichità a noi. Nella seconda parte l’esposizione diviene di carattere storico: si parte dal Medioevo per un lungo viaggio che attraversa i secoli e giunge fino a noi, passando per la grande innovazione che costituì per Prato la lavorazione degli stracci, i cenci. Prato è stata sempre legata alla produzione dei tessuti, ma negli ultimi decenni la situazione è crollata e buona parte delle fabbrichette sono state acquistate da Cinesi, che ora hanno la maggior parte degli stabilimenti. Proprio per questo serve un museo del genere, per capire come siamo arrivati a questo punto, ma anche per guardarsi indietro con orgoglio. (ho dedicato un post specifico al Museo del Tessuto di Prato qui)

  5. Le merlature sul cammino di ronda del Castello dell’Imperatore

    Il Castello dell’Imperatore. L’imperatore è Federico II di Svevia, che fece costruire questo forte militare nel centro di Prato, al di sopra dei resti di un altro forte, che era appartenuto ai conti Alberti di Prato. Il Castello è visitabile gratuitamente. Da fuori si impone alla vista per le sue possenti mura. Varcando la grande porta ci troviamo in un enorme spazio aperto, in un angolo del quale si trova un albero di fico. Possiamo salire sopra le mura e percorrere così il camminamento di ronda tra le merlature a coda di rondine e godendoci il panorama che spazia su tutta la città e a Nord guarda verso la montagna della Calvana.

  6. Il Centro Pecci. Dal Medioevo al Contemporaneo. Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci è una bellissima realtà culturale a Prato. Va detto anzi, che dal punto di vista del Contemporaneo, Prato grazie al Pecci sta molto più avanti rispetto a Firenze. Non è solo museo, è piuttosto un centro d’arte, che ospita mostre, eventi, un archivio, una biblioteca, un centro di documentazione dedicati alla produzione artistica contemporanea. Il Centro Pecci si trova all’ingresso della città arrivando dall’autostrada uscita Prato Est: a me fa l’effetto di un’enorme disco volante dorato atterrato qui da qualche pianeta sconosciuto. Sicuramente è dirompente così come dirompente è l’arte contemporanea.
  7. Sua Maestà il cantuccino!

    Biscotti di Prato e altre leccornie tipiche. Non vi è venuta fame a furia di vedere tutte queste robe culturali? Ecco il suggerimento dei suggerimenti: fate la scorta di cantuccini, i biscotti secchi di Prato. Magari andate, in pieno centro, nel Biscottificio Mattei, un’autorità indiscussa nel campo. L’estate scorsa sono stata proprio dentro il biscottificio, e ho visto come vengono prodotti questi gioielli di farina, uova e mandorle. Provate anche, di Mattei, i Brutti ma buoni: non ve ne pentirete. Mattei, comunque non è l’unico biscottificio: sempre a Prato, fuori dal centro storico, c’è il Forno Branchetti, che un paio d’anni fa divenne famoso perché aveva inventato i cantuccini del papa, ovvero dei biscotti gialli glassati per metà con una glassa al vinsanto (ne ho parlato qui). Divini, oserei dire! Appena fuori le mura si trova la Pasticceria Mannori, famosissima per la sua millefoglie. Una merenda davvero pregevole, ve l’assicuro. Tornando in centro, a pochi passi dal Biscottificio Mattei, il negozio Atipico vende tutti i prodotti del territorio: non solo cantuccini, prodotti da altri forni (tra cui quello di Migliana, di cui ho parlato qui), ma anche birre artigianali, vini di Carmignano (il vino prodotto nelle colline qui vicino, che viene prodotto da 300 anni!), olio, marmellate e la mortadella di Prato, altro prodotto tipico e particolarmente pregiato.

  8. Un giro a Chinatown. Troppa toscanità in tavola? E allora basta prendere la macchina e andare fuori dal centro lungo via Filzi e dintorni. Benvenuti a Chinatown! Non vedrete nessuna grande porta ad arco come a Londra, ma vi accorgerete che qualcosa è cambiato dai negozi, di alimentari, di abbigliamento e di casalinghi, principalmente, e dalle insegne in lingua cinese. Entrare in un negozio di alimentari è un’esperienza interessante per chi è curioso nell’animo: prodotti di importazione, dalla soia al riso, ai ravioli al vapore, a frutta e verdure e spezie che non avete mai visto prima e che non sapete come si chiamano, perché il nome, ribadisco, è scritto in cinese. Non fate però l’errore di sentirvi come dei pesci fuor d’acqua: piuttosto chiedete cosa sono le cose, e in un italiano ahimè un po’ stentato qualcosa vi verrà risposto. Oltre a questi negozi io ho individuato un’erboristeria che vende anche té; vi sono poi pasticcerie specializzate in grandi torte da cerimonie e, immancabili, i ristoranti. Tra questi il più noto fuori da Chinatown è Ravioli Liù specializzato, come dice il nome stesso, in ravioli al vapore. Ne arrivano da Firenze a cenare, e ho detto tutto.
  9. Si appressa il tramonto sul Bisenzio a Prato. Lungo la bella passeggiata che ne risale e ne ridiscende il corso

    Museo diffuso Parco del Bisenzio. Per digerire tutta ‘sta abbuffata virtuale che ci ha portato dalla Toscana alla Cina, bisogna fare una bella passeggiata. Il mio itinerario preferito è lungo il fiume Bisenzio, risalendo verso Nord, uscendo quindi dal centro della città. Si tratta di una passeggiata piuttosto lunga. Sul lato della città si può decidere di scendere quasi sul greto del fiume, almeno in certi passaggi, altrimenti si passa accanto a giardini pubblici, a un centro sportivo e infine si giunge al passaggio pedonale che conduce dall’altra parte. Se si ama la bicicletta, qui si sviluppa la pista ciclabile Gino Bartali. Sull’altro argine la passeggiata cambia totalmente aspetto, perché ci si immerge nella natura: siamo sul versante della Calvana, al di sotto del passaggio della vecchia ferrovia che collega Prato con Bologna; siamo in piena campagna a pochi passi dalla città. Addirittura si incontra una bella fattoria con tanto di pecore, agnellini, cane da pastore, e l’orto coltivato con le verdure di stagione. Inutile dire che qui grandi e piccini si incantano, soprattutto quando gli agnellini si avvicinano per brucare l’erba direttamente dalle nostre mani. Il percorso ritorna poi verso il centro di Prato, da dove siamo partiti: una passeggiata rigenerante, che nelle belle giornate di primavera mette proprio di buonumore.

  10. Anello della Calvana: il sentiero ricalca un selciato medievale in alcuni tratti ancora conservato

    L’Anello della Calvana. Se siete per le passeggiate più impegnative, anzi per il trekking, da Prato partono alcuni percorsi che attraversano la Calvana, la montagna alle spalle della città. Si può partire dal complesso di San Leonardo al Palco o dal piccolo borgo di Filettole e si procede scegliendo uno dei sentieri CAI che la montagna consente. Se siete esperti camminatori e avete l’intera giornata a disposizione, potete addirittura pensare di cambiare versante, abbandonando Prato e scendendo nella valle di Travalle, in territorio di Calenzano. Travalle è un luogo bellissimo e magico, una valle immersa nella natura che conquista gli animi romantici. (Ho dedicato un post specifico all’Anello della Calvana qui).

Ecco i miei 10 consigli per una gita a Prato. Come vi dicevo in apertura non manca proprio nulla: cultura, arte, natura, buon cibo e, anche, un pizzico di internazionalità. Proprio la forte presenza di una comunità cinese ha reso la città molto sensibile ai temi dell’integrazione e della convivenza interculturale: temi non facili da affrontare e da gestire, su cui però si sta lavorando. E anche questo è un aspetto sociale del quale bisogna tenere conto.