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La Centrale Montemartini: quando l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica

Ci sono luoghi che hanno un’anima. Luoghi nei quali respiri un’atmosfera davvero diversa. La Centrale Montemartini non è il solito museo. Non è semplicemente un edificio che contiene una collezione di arte antica. È un edificio che ha un grandissimo valore di per se stesso. L’insieme delle due cose, l’edificio e la collezione d’arte antica, rendono la Centrale Montemartini un museo unico nel suo genere. Qui l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica. Il connubio è un vero matrimonio d’amore.

Centrale Montemartini: la sala Macchine

La Centrale Montemartini nasce all’inizio del Novecento, nel 1912, come centrale termoelettrica di Roma: fu il sindaco dell’epoca, Ernesto Nathan, a volere un’azienda pubblica municipale per l’illuminazione. Fu indetto un referendum e vinse il sì, così sorse la centrale termoelettrica municipale. Fu intitolata a Montemartini, uno dei più accesi sostenitori della municipalizzazione del servizio di illuminazione, che morì però proprio nel 1912, avviati i lavori, ma prima che la centrale potesse iniziare a funzionare. Negli anni ’30 la Centrale, seguendo le innovazioni tecnologiche dell’epoca, fu dotata di due motori diesel e rinnovata in alcune sue parti. Ma negli anni ’50 andò in disuso.

Centrale Montemartini, Sala Macchine

Divenuta un cimelio di archeologia industriale, negli anni ’90 è stata restaurata. L’architetto Francesco Stefanori ha l’idea sfrontata di darle un ruolo che non le appartiene, ovvero di trasformarla in un museo di arte antica. L’ennesimo a Roma, verrebbe da dire. Sì, forse, ma con un’anima tutta sua. Inizialmente, siamo nel 1997, fu allestita una mostra temporanea nella quale oggetti d’arte antica, statue romane in marmo bianco, erano poste sullo sfondo dei macchinari in ghisa. L’idea piacque e la mostra divenne permanente. E quest’anno festeggia i 20 anni di vita.

La bambolina in avorio di Crepereia Tryphaena

La collezione segue un suo preciso iter: il piano terra è dedicato all’arte della Roma repubblicana più antica. Capolavori da manuale come il frammento di pittura dalla tomba dei Fabii di III secolo a.C., uno dei più antichi esempi di pittura tombale romana, e la statua del Togato Barberini, che raffigura un anziano patrizio con in mano le teste/ritratto dei suoi antenati secondo una pratica comune presso le nobili famiglie romane. Al piano terra, però, la protagonista assoluta è la giovane Crepereia Tryphaena, una fanciulla promessa sposa ma morta prima di sposarsi, che fu seppellita con la sua bambolina, in tutto e per tutto simile ad una barbie di oggi: una storia tristissima che a distanza di quasi 2000 anni non smette di commuovere e che anzi, colpì il poeta Giovanni Pascoli, che le dedicò una poesia, all’indomani della scoperta della sua sepoltura, nel 1889.

Il treno di Pio IX

Al piano terra, una sezione recentemente allestita, e un po’ avulsa dal resto, ospita il treno di Papa Pio IX, il papa che volle che la nuova tecnologia dei trasporti della metà dell’800, la ferrovia appunto, arrivasse anche nello Stato Pontificio. I vagoni esposti sono elegantissimi, portano il “marchio” di Pio IX. Il primo viaggio si svolse nel 1859 lungo la ferrovia Pio-latina fino a Ceprano, sul confine col regno Borbonico. Ma di lì a poco l’unificazione d’Italia decretò la fine dei viaggi di questo bel treno.

Centrale Montemartini, sala macchine

Il cuore dell’esposizione è la Sala Macchine, al primo piano dell’edificio. Se già al piano terra abbiamo qualche avvisaglia dei macchinari in ghisa che facevano funzionare la centrale, salendo le scale rimaniamo decisamente a bocca aperta. I macchinari, due grandi motori diesel, neri, imponenti, sono collocati da una parte e dall’altra della sala. Lungo il loro lato, tante teste e statue antiche in marmo bianco si dispongono come ad una sfilata: riconosciamo dei e dee, imperatori, tutte opere di arte romana che un tempo erano nel deposito dei Musei Capitolini e che infine hanno trovato una degna collocazione. L’effetto del contrasto tra il nero pesante dei macchinari e il bianco candido ed elegante dei volti antichi è incredibile e lascia a bocca aperta. L’allestimento gioca appunto sul contrasto tematico, su antico e moderno, su bellezza e forza, su bianco e nero, su eleganza e grazia contro potenza e rumore. L’effetto dirompente è davvero ben riuscito e non si può restare insensibili.

Statua di Dioniso Sardanapalo, Centrale Montemartini Sala MAcchine

 

 

 

 

In fondo alla stanza, invece, si dispongono le statue che decoravano il frontone del tempio di Apollo Sosiano, di età augustea. Le statue sono originali greci: secondo una prassi consolidata nella tarda età repubblicana e primoimperiale, dalla Grecia fluivano a Roma opere d’arte greche di artisti più o meno famosi. Se molte opere venivano acquistate da collezionisti privati, molte altre invece erano esposte al pubblico, come ornamento per la città. Il frontone del tempio di Apollo Sosiano risponde a questa logica.

La musa Polymnia

Una grande sala attigua ospita statue di età imperiale avanzata, provenienti dagli Horti, ovvero dai giardini di alcune grandi case di Roma. Tra le sculture, senza dubbio la Musa Polymnia, avvolta nel suo mantello, con la sua espressione assorta e senza tempo, è l’opera maggiore; ma anche la statua del satiro Marsia appeso per essere scuoiato vivo (perché secondo il mito aveva osato sfidare Apollo nella musica, uscendo sconfitto dalla disfida) è capace di scuotere l’animo in chi la guarda. Tra i monumenti funerari, l’edicola del giovane Sulpicio Massimo, che nel 94 d.C. aveva vinto il certamen (gara) di poesia con un poemetto sul mito di Fetonte che volò troppo vicino al Sole, commuove perché i suoi genitori riportarono il testo di tutto il componimento poetico, fieri del talento di quel giovane artista troppo presto stroncato dalla morte. Ancora, nella sala, il pavimento è occupato da mosaici a tema di caccia: in essi è rappresentato il padrone di casa a cavallo mentre assale un cinghiale e altre scene simili con altri animali, secondo un gusto che nel III-IV secolo d.C. andava piuttosto di moda.

Fanciulla seduta, Centrale Montemartini

Il Museo della Centrale Montemartini si trova lungo la via Ostiense, all’uscita della stazione metropolitana di Garbatella. Volendo, poi, è anche raggiungibile a piedi da Ostiense, che non dista poi molto da qui. Altri esempi di archeologia industriale, oltre alla centrale, come il gasometro, si notano alle sue spalle. Sono i segni tangibili di una città che è cresciuta, che vedeva qui agli inizi del Novecento il suo polo industriale il quale, piano piano, è stato assorbito dalla città in espansione. Oggi la via Ostiense che esce dalle mura Aureliane a Piramide e va in direzione di Ostia è una zona ancora in espansione, a carattere residenziale e sede dell’Università di RomaTre: frequentata dai giovani, è il segno di una città che cresce, che non si ferma, che amplia i suoi spazi e i suoi orizzonti.

Un monumento eccezionale di Roma: l’Ara Pacis

Per me l’Ara Pacis è uno dei monumenti più belli ed eleganti che ci abbiano lasciato i Romani. È un grande altare all’interno di un recinto dedicato all’Imperatore Augusto e posto nell’area della città che un tempo era il Campo Marzio, dove Augusto aveva collocato anche lo gnomone, un orologio solare che colpiva con la sua ombra proprio l’Ara Pacis nel giorno del suo compleanno, e il suo mausoleo. Il mausoleo di Augusto in effetti è qua accanto: perennemente chiuso, perennemente in restauro, è un grosso tumulo che ne ha subite tante, molto malridotto rispetto all’aspetto magnifico che doveva avere 2000 anni fa.

La processione lungo il lato dell’Ara Pacis

Torniamo all’Ara Pacis. Si trova sul Lungotevere Marzio, ma questa non è la sua collocazione originale. Il monumento infatti non è mai stato trovato integro, ma a più riprese dal Cinquecento in avanti è stato trovato frammentario. Alcune lastre erano addirittura state acquistate dai Medici e portate a Firenze! È solo negli anni ’30 del Novecento che, sotto la spinta ideologica del regime fascista, l’Ara Pacis viene montato, e inserito in un edificio sul Lungotevere. L’architetto si chiamava Morpurgo e lavorò non poco per cercare di creare un contenitore degno del monumento che conteneva: l’Ara Pacis è il simbolo del potere imperiale di Augusto e nella Roma fascista che vuole equipararsi alla novella capitale del novello impero esso deve avere il giusto risalto. Il progetto magniloquente di Morpurgo fu un po’ ridotto per problemi di tempistiche (l’Italia è sempre l’Italia); i lavori sarebbero dovuti riprendere nel ’38, ma ciò non avvenne causa guerra alle porte.

Ara Pacis. Il sacrificio di Enea

Così l’edificio di Morpurgo restò tale fino al 1996 quando problemi di statica e di conservazione dell’Ara Pacis indussero il comune di Roma a incaricare l’architetto Mayer di realizzare un nuovo contenitore. La sua realizzazione ha suscitato non poche polemiche, ma oggi l’Ara Pacis sta all’interno di uno spazio espositivo su due livelli, uno dedicato al monumento e l’altro a mostre temporanee (in questo momento ospita la mostra Spartaco, schiavi e padroni a Roma), che dialoga con l’esterno (col mausoleo di Augusto da un lato e col Lungotevere dall’altro) grazie ad ampie vetrate.

Il monumento

L’Ara Pacis non può non destare meraviglia. È un altare, ma la sua bellezza non sta tanto nell’ara vera e propria, quanto nel recinto: decorato su quattro lati su due livelli diversi, al di sotto una decorazione floreale, al di sopra quattro pannelli, due sul lato frontale e due sul lato di fondo, e una lunga processione sui lati.

Ara Pacis, dettaglio del fregio naturalistico. Alla base, sotto la pianta, si vede un serpentello che insidia un nido e un ranocchio

Il fregio floreale a prima vista sembrerebbe la cosa meno degna di nota: girali di acanto, fiori, frutta, tutto scolpito a rilievo in un insieme molto ricco e molto dettagliato. Ma proprio per questo il fregio è estremamente naturalistico: i fiori sono resi nei particolari, le foglie d’acanto hanno le nervature, i chicchi d’uva sono scolpiti uno a uno, talmente perfetti che si potrebbero cogliere, e poi, meraviglia delle meraviglie in quest’attenzione ai dettagli, la ranocchia alla base e una scena da documentario: un serpentello che assalta una nidiata indifesa di uccellini al di sotto di una rigogliosa pianta di acanto. Oggi noi vediamo tutto bianco, ma un tempo, invece, era coloratissimo e sgargiante! Il verde delle foglie, il colore dei fiori, l’azzurro del cielo: colori intensissimi che oggi riusciamo a vedere grazie alla realtà aumentata de L’Ara Com’era: una visita interattiva al monumento che si può svolgere solo secondo un preciso calendario e con prenotazione.

Anche il registro superiore del recinto dell’altare era dipinto. Sui due lati si sviluppa una lunga processione: un rito religioso? Sì, perché Augusto è rappresentato con la testa velata; ma quale sia questa processione non è dato sapere. Ad essa partecipano i familiari di Augusto, alcuni dei quali perfettamente riconoscibili, e poi senatori, littori e altri personaggi pubblici come i septemviri epulones (magistrati incaricati di organizzare i banchetti pubblici), uno dei quali è girato di fronte, unico tra gli astanti. Se il fregio sui lati è tutto sommato molto ordinato, ripetitivo nonostante le pose diversificate dei personaggi (bellino il bimbo che tira la toga ad uno dei presenti) e rappresenta un evento se non reale quantomeno realistico, i quattro pannelli sulla fronte e sul retro sono invece a carattere mitologico: sulla fronte abbiamo, ai due lati della porta, la Lupa con i gemelli Romolo e Remo, il dio Marte e il pastore Faustolo (estremamente frammentario) e una scena di sacrificio da parte di Enea; sul retro c’è la raffigurazione della Dea Tellus, la Terra, in un’ambientazione particolarmente bucolica e la dea Roma, rappresentata come guerriera (estremamente frammentario).

Ara Pacis. La dea Tellus

I quattro miti sono collegati tra di loro: la Lupa richiama la fondazione di Roma, Enea, figlio della dea Venere, è il principe troiano che dopo essere scappato dalla guerra di Troia, dopo anni di peregrinazioni per il Mediterraneo giunge nella piana dove poi sorgerà Roma, e suo figlio Iulo è il capostipite della gens Iulia, cui apparteneva Giulio Cesare, del quale Ottaviano Augusto è figlio adottivo. La dea Tellus è un riferimento alla Pax Augusta, ovvero al periodo di pace che vive l’Impero dopo che Augusto ha messo a tacere i nemici interni di Roma, e alla prosperità del suo regno. La dea Roma è la personificazione della città. Anche questi fregi erano dipinti. Tutto il programma iconografico era studiato per glorificare Roma e Augusto.

Si può circolare anche all’interno del recinto, dov’è contenuto il grande altare. All’interno il fregio è decorato semplicemente (si fa per dire) con festoni di frutta alternati a bucrani, cioè teschi di bue: una decorazione piuttosto consueta in età augustea che di nuovo rimanda alla nuova era di pace e prosperità inaugurata col regno del primo imperatore.

Il Museo dell’Ara Pacis fa parte del circuito dei Musei in Comune di Roma. Rimane forse un po’ fuori dai consueti percorsi turistici, ma a guardar bene, non è distante da Piazza del Popolo né da Piazza di Spagna. Si raggiunge con il bus 87 dal Colosseo lungo un percorso che corre tangente a Piazza Navona.

Passeggiate romane: dall’Esquilino all’Oppio

Roma: Colosseo, Fori, Vaticano, Trastevere, Piazza Navona e poco altro. Se si pensa di fare una gita di un giorno a Roma solitamente ci si riduce a queste mete, che non sono poca roba, ma che sono una piccola parte rispetto all’immensità della capitale. È bello invece abbandonare i soliti percorsi e scoprire qualcosa di nuovo. Per farlo, però, la cosa migliore è affidarsi alla guida di una persona del posto. Ed è quello che ho fatto io. Seguendo il principio del Travel with a local, per la mia ultima discesa a Roma mi sono affidata completamente alla guida di una cara amica archeologa innamorata della sua città. Lei mi ha condotto per mano attraverso quartieri che non conoscevo.

L’itinerario che abbiamo seguito è stato Piazza Vittorio – Esquilino – Via in Selci – Oppio, fino a ridiscendere nella valle del Colosseo. Venite con noi.

Piazza Vittorio

i Trofei di Mario nei giardini di Piazza Vittorio

È il cuore dell’Esquilino. Ma soprattutto è il cuore di una Roma che appena diventata capitale voleva essere degna delle più moderne capitali europee. Ecco che Piazza Vittorio è un grande spazio occupato al centro da un bel parco/giardino e chiuso su tutti i lati da palazzi di varia epoca, dal medioevo alla fine dell’800. Da qui si dipartono ben 12 strade: ecco perché questa piazza doveva essere così importante nella visione urbanistica della fine dell’800. In più è vicina alla Stazione Termini e non lontana dalla valle del Colosseo. Un’ottima posizione, dunque. All’interno del grande giardino colpiscono l’attenzione i resti archeologici dei cosiddetti Trofei di Mario: si tratta in realtà di una fontana monumentale dell’età dell’Imperatore Alessandro Severo (inizi III secolo d.C.), luogo di arrivo e punto di diramazione delle acque di un acquedotto, l’Aqua Claudia o Anio Novus, che riforniva la capitale dell’Impero. Il nome invece deriva dai cosiddetti Trofei di Mario, in marmo, erroneamente attribuiti al condottiero romano del II-I secolo a.C., che furono spostati in Campidoglio alla fine del Cinquecento. A completare il tutto c’è la Porta Magica, un muro con una porta murata ai lati della quale si trovano due statue del dio egizio Bes, che a Roma ebbe una certa fortuna. Lasciamo questa piazza nella quale a fine febbraio i peschi sono già in fiore e discendiamo l’Esquilino lungo una delle 12 strade che da qui si dipartono.

Arco di Gallieno

L’arco di Gallieno

Roma è così: in ogni dove saltano fuori resti archeologici, anche quando meno te li aspetti. Pensiamo sempre a grandi spazi, grandi monumenti magari racchiusi da ampi recinti, ma non sempre è così. Uno di questi monumenti, per esempio, il cosiddetto Arco di Gallieno, è ben nascosto, al fondo di una viuzza che termina contro la piccola piazzetta della Chiesa di San Vito. Siamo in un piccolissimo agglomerato rimasto medievale, mentre tutt’intorno le trasformazioni urbanistiche della Capitale hanno cambiato per sempre la città; quest’angolino invece è rimasto tale. L’arco inizialmente era molto più grande, ma proprio la costruzione della chiesina, in età paleocristiana, ne decretò la parziale distruzione. Rimane comunque la parte principale, l’arco centrale col nome dell’imperatore che lo costruì. Tutto l’insieme, dell’arco con la chiesa, tutt’altro che risultare monumentale, è invece molto intimo, quasi dimesso, come se l’antico passato ci chiedesse di restare in silenzio, di non dirlo in giro che sta lì, come se non volesse la notorietà. Mi dispiace, caro Gallieno, ti ho scovato, e ora ti racconto in giro.

Via in Selci

Il grande edificio medievale che ingloba un edificio romano in via in Selci

Ancora fino a pochi decenni fa questa era una via malfamatissima di Roma. Si tratta di una via stretta e buia, che si diparte dalle Torri del Dazio, sempre sull’Esquilino, a poca distanza dalla basilica paleocristiana di Santa Maria Maggiore, e ridiscende fino a collegarsi con la grande via Cavour. Sulla via affaccia un grande complesso, la chiesa di Santa Lucia in Selci con annesso convento medievale, il quale ha inglobato un più antico edificio romano di cui si notano ancora le arcate di un portico, ormai tamponate e chiuse definitivamente. Questo anticamente era il Clivus Suburanus, una via che discendeva dall’Esquilino verso la valle del Colosseo, attraversando il quartiere della Suburra, un grande quartiere abitativo della Roma repubblicana e imperiale, storicamente considerato malfamato. Percorrerlo vuol dire calarsi in un angolino di Roma davvero intimo, racchiuso, medievale. Una Roma che resiste ancora in qualche andito (anche il vicino Rione Monti mantiene la sua fisionomia medievale), e che rende la città ancora più pittoresca.

Il parco dell’Oppio

l’Emiciclo delle Terme di Traiano

Da qui all’Oppio il passo è breve. Al parco dell’Oppio si accede da più parti. Ciò che conta è che si tratta di un grande spazio verde, in parte in via di sistemazione, nel quale si integra il paesaggio archeologico con il giardino. Siamo in un punto nevralgico della storia urbanistica della Roma imperiale, luogo di costruzioni, sbancamenti, distruzioni, occupazioni e restituzioni. Un puzzle di strutture sovrapposte che gli archeologi con grande difficoltà sono riusciti a dipanare e che viene restituito alla cittadinanza nel modo migliore: con un parco nel quale passeggiare liberamente. Il grande emiciclo delle terme di Traiano si erge con disinvoltura nel prato circostante. Giardinetti, alberi, panchine e resti archeologici: un modo per vivere in maniera integrata il proprio passato.

Ridiscendendo dal Parco dell’Oppio appare il Colosseo

Nel parco si innalzano i resti monumentali di ciò che resta delle Terme di Traiano, un grande edificio che fu costruito nel II secolo d.C. e che in parte ingloba nelle fondazioni quel grandissimo complesso che fu la Domus Aurea di Nerone, la residenza privata immensa dell’imperatore, per costruire la quale diede fuoco a Roma. Alla morte di Nerone, gli imperatori successivi vollero restituire questo settore della città ai Romani, per cui fecero costruire edifici pubblici: il Colosseo, per cominciare, le terme dell’imperatore Tito, del quale non rimane quasi più traccia e, più tardi, le Terme di Traiano. Gli scavi archeologici sono riusciti a ricostituire tutto questo palinsesto di edifici, occupazioni, distruzioni e riempimenti. Sono riusciti a ricostruire la pianta della Domus Aurea, a capire cioè come si articolava, quanto era grande, come era organizzata e in che modo gli edifici successivi ne hanno sfruttato le strutture. Oggi è in corso di realizzazione un grande progetto di arredo urbano che vuole preservare le strutture sotterrate della Domus Aurea trasformando l’area in un grande giardino archeologico, molto più bello e sostenibile dell’attuale. Va detto che la Domus Aurea è, almeno in parte, visitabile. E prima o poi un giro dentro ce lo voglio fare.

La valle del Colosseo

I resti del Ludus Magnus e il Colosseo

Ridiscendendo il parco dell’Oppio giungiamo al Colosseo, ma da un altro lato rispetto alla solita direttrice di via dei Fori Imperiali. Da qui la prospettiva è ben diversa e oltre al grande anfiteatro il nostro occhio è attratto da alcuni resti archeologici che a vederli così non dicono nulla, ma che invece acquistano un fascino tutto particolare nel momento in cui scopriamo cosa sono: si tratta del Ludus Magnus, la palestra dei gladiatori, con tanto di arena ellittica (se ne vede metà) nella quale i gladiatori si esercitavano prima degli spettacoli. Avete presente dove Russel Crowe/Massimo Decimo Meridio si allena con i suoi compagni? Ecco. Esiste tuttora il corridoio sotterraneo che conduceva dalla palestra all’anfiteatro. E soprattutto si può visitare e percorrere anche oggi (con una visita guidata): credo che sia un’esperienza incredibile poter percorrere gli stessi metri che separavano i gladiatori dall’arena: cosa avranno provato? Paura per l’incontro? Paura di essere sconfitti e quindi paura di morire? Avranno pregato gli dei? Saranno stati tronfi e sicuri di sé? Pieni di adrenalina, forse? Tanti, tantissimi gladiatori sono passati da quel corridoio che oggi si può calcare con molta più leggerezza. E anche questa visita me la serbo per una prossima passeggiata romana.

Musei Vaticani: la Galleria delle Carte Geografiche 

La Galleria delle Carte Geografiche ai Musei Vaticani

La Galleria delle Carte Geografiche ai Musei Vaticani

La Calabria in una delle carte geografiche dipinte in Vaticano

La Calabria in una delle carte geografiche dipinte in Vaticano

Le carte geografiche mi piacciono tanto. Non tanto quelle moderne, che sono rappresentazioni scientifiche e geometriche, precise, misurabili e in scala del reale, ma quelle più antiche, disegnate, fatte a mano da veri scienziati-artisti, capaci di riprodurre sulla bidimensione e in uno spazio misurato, limitato e circoscritto, grandi estensioni e distanze. La storia delle carte geografiche (e più in piccolo delle mappe catastali e dei cabrei) è per me affascinante: adoro le vedute di città e starei ore in contemplazione alla ricerca del minimo dettaglio.

Questa premessa era necessaria per spiegarvi perché per me la vera Cappella Sistina dei Musei Vaticani è in realtà la Galleria delle Carte Geografiche.

Immaginate di entrare in un lungo corridoio illuminato dalle finestre su un lato, con le pareti tutte affrescate da una serie di carte geografiche che rappresentano l’Italia. La stanza riluce d’oro: sono dorate le cornici che inquadrano i dipinti del soffitto, che riverberano all’intorno, barocche, ridondanti, eccessive. Inoltre anche le cornici dipinte delle grandi carte sono dorate. E tutto risplende. Il fasto del Papato si riversa in questa galleria, che fa parte degli appartamenti papali, nel percorso di visita che condurrà dapprima alle Stanze di Raffaello e culminerà nella Cappella Sistina. Ma, come vi ho detto, per quanto mi riguarda mi fermerei qui.

galleria carte geografiche

Nella carta della Liguria c’è spazio per la riproduzione di un borgo dell’Appennino Ligure: totalmente inventato, è il tocco artistico di questa cartografia

Dicevo, le regioni d’Italia, una dopo l’altra, scorrono lungo le pareti, da Sud a Nord, con una piccola incursione ad Avignone. La cosa buffa è verificare l’orientamento di queste carte: non sono orientate a Nord, come siamo abituati a vedere, ma, piuttosto, è come se ruotassero intorno a Roma, sede della Chiesa: sì, perché la Sicilia, la Calabria, la Campania e la Puglia sono rappresentate al contrario, con l’effetto di disorientare chi oggi le guarda e cerca di raccapezzarcisi. Ma probabilmente all’epoca (la Galleria viene realizzata tra il 1580 e il 1585) non doveva risultare così strano.

La cosa più divertente, o interessante, dipende dai punti di vista, è cercare sulle carte le località che conosciamo. Sì, perché sulle carte sono scritti tutti i nomi di città e paesi che alla fine del XVI secolo erano note o rilevanti per gli interessi dello Stato della Chiesa e della geografia. Per fare un esempio, il mio bel paesino di origine, San Bartolomeo al Mare, in provincia di Imperia, Liguria, per esempio, sulla carta non è segnato, mentre è ricordata la vicina Cervo, un borgo medievale che all’epoca era sicuramente più grande e strutturato (aveva persino un castello) del piccolo Borgo San Bartolomeo, quattro case intorno alla chiesa. La stessa sorte capita a tantissimi altri paesini d’Italia che non sono contemplati nelle carte geografiche di questa galleria. Ma è divertente cercare località che si conoscono, individuare i nomi magari differenti da quelli attuali. E poi vedere come sono disegnate le coste, le montagne, i fiumi e i boschi… Disegnate nel mare qua e là si trovano le personificazioni dei venti e in corrispondenza delle città più importanti d’Italia, come Napoli, Genova, Firenze, Milano, sono rappresentate proprio le vedute di quelle città.

La personificazione dei mari e dei venti nella carta della Liguria (dov'è indicato Cervo!)

La personificazione dei mari e dei venti nella carta della Liguria (dov’è indicato Cervo!)

Alla fine del percorso, dopo aver visto l’Italia “contemporanea”, una mappa è dedicata all’Italia antica, di età romana. Lì sono segnati tutti i centri romani segnati sugli itinerari antichi. Nel XVI secolo la cultura umanistica era ben radicata negli ambienti colti delle varie corti italiane, tra cui quella papale, per cui una mappa dell’Italia antica era un esercizio di stile, di cultura, di antiquaria. Però su quella carta c’è segnato un sito, Lucus Bormani, che corrisponde all’insediamento romano che esisteva nella mia San Bartolomeo al Mare molto prima di noi. E la gioia nel vederlo scritto è grande.

Sul soffitto, il miracolo di San Francesco di Paola è posto in corrispondenza delle carte della Calabria

Sul soffitto, il miracolo di San Francesco di Paola è posto in corrispondenza delle carte della Calabria

Sul soffitto, intanto, se vi ricordate di alzare lo sguardo, troverete tante immagini di santi, di miracoli, di episodi religiosi, avvenuti nelle regioni di volta in volta rappresentate in parete. Per esempio, all’altezza della Calabria sul soffitto c’è un episodio della vita di San Francesco di Paola.

La visita della Galleria delle Carte Geografiche non può essere fatta in 5 minuti. E lo so che l’attrazione per le altre ali dei Musei Vaticani è grande, ma questa sezione merita davvero! Mostra un’Italia che non è più, un’Italia così com’era vista poco prima del Seicento. La cosa forse più particolare è riflettere sul fatto che le regioni rappresentate sono all’incirca le stesse regioni italiane di oggi, le quali a loro volta più o meno ricalcano le regiones di età romana. L’idea di Italia intesa come una nazione unica forse non era così peregrina già qualche secolo prima che i moti risorgimentali portassero davvero a unificare la penisola, e di fatto a mettere la parola fine allo Stato della Chiesa.


Tre musei di Roma che dovresti conoscere

Un particolare del "giardino" della Villa di Livia

Un particolare del “giardino” della Villa di Livia

Roma è piena di musei. Ma piena zeppa, roba che ovunque ti giri ti ritrovi davanti a un museo. L’imbarazzo della scelta è notevole. A seconda di cosa ti attragga di più, quale corrente artistica, o periodo storico, Roma effettivamente soddisfa tantissime possibilità, anche per i visitatori più esigenti.

Per questo post ho isolato 3 musei statali che ho visitato di recente. Due si trovano all’EUR, nel quartiere voluto da Mussolini e che architettonicamente è una sintesi perfetta del suo pensiero e della sua propaganda politica dell’Italia come novello Impero Romano; il terzo museo invece si trova vicino a Roma Termini, ed è il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme. Questi tre musei, tutti e tre archeologici, coprono 3 epoche storiche ben distinte: il Pigorini è dedicato alla preistoria e all’etnografia, Palazzo Massimo alle Terme si occupa di arte romana, il Museo dell’Alto Medioevo… beh, lo dice già il nome.

Andiamo dunque in ordine cronologico.

  • Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”
Una statuetta sudamericana dal museo Pigorini

Una statuetta sudamericana dal museo Pigorini

La vera bellezza di questo grande museo, su due piani più un’ampia hall all’ingresso, è più ancora della sezione preistorica, quella etnografica, dedicata, cioè, alle culture e popolazioni degli altri continenti diversi dall’europeo. Bellissima la sezione dedicata al Perù e alle popolazioni andine, così come quella dedicata all’Oceania, con la ricostruzione di una piroga e le maschere rituali piene di conchiglie, e quella dedicata all’Africa, con le maschere tradizionali che sono particolarmente impressionanti. Sul sito web del museo è spiegata per bene la formazione di questa particolare collezione, frutto del viaggio e della curiosità di alcuni intellettuali dei secoli passati, tra cui Athanasius Kirker, James Cook per l’Oceania e lo stesso Luigi Pigorini.

Le collezioni etnografiche raccolte tra la fine del Settecento e il Novecento non sono state collezioni fini a se stesse, ma hanno in qualche misura influenzato il gusto e l’arte occidentale. Pensiamo all’arte africana: le maschere hanno ispirato artisti come Picasso e Braque, i quali hanno saputo innovare la produzione artistica del loro tempo aprendola alle suggestioni che venivano da fuori, dall’arte “primitiva”.

La mia preferita è però la collezione di arte peruviana, nella quale ho ritrovato oggetti simili a quelli che a suo tempo avevo visto in Perù: vasi dalle forme plastiche incredibili, di animali e uomini, coloratissimi e vivaci, pronti a prendere vita da un momento all’altro. Dell’arte oceanica, naturalmente mi ha attratto la breve rassegna di opere d’arte aborigena australiana, memore del mio viaggio in Australia.

La sezione preistorica, al secondo piano, è meno spettacolare, ma più didattica. Affronta infatti la storia dell’uomo attraverso le testimonianze della sua presenza e i suoi manufatti, dalla storia più antica del genere homo al suo passaggio dal Paleolitico, l’età della pietra, a quella dei primi villaggi, poi delle prime città, con l’invenzione dell’agricoltura. C’è poi un approfondimento sul villaggio neolitico de La Marmotta, sul lago di Bracciano, dalle cui acque è emersa una piroga realizzata in un unico tronco di quercia.

  • Museo di Palazzo Massimo alle Terme
La statua del Generale da TIvoli

La statua del Generale da Tivoli

Ci spostiamo in centro a Roma, a Termini, per visitare il museo di arte classica per eccellenza. Qui trovano posto e collocazione alcune tra le opere più importanti dell’arte romana: al piano terra troviamo il Generale da Tivoli, statua maschile dal corpo atletico perfetto, sul quale si imposta però un viso che reca tutti i segni del tempo, un ritratto veristico insomma, di un veterano segnato dagli anni di campagne militari, una statua che nel complesso stride e affascina. Ma il vero capolavoro di questo piano è il pugilatore, la statua in bronzo che raffigura un vecchio pugile in riposo, seduto, i pugni fasciati, il volto sofferente rivolto a destra ad ascoltare il decreto del giudice di gara: è stanco, sul corpo i segni delle tante competizioni vinte nella sua carriera, come l’orecchio tumefatto che fa impressione a vedersi, nonostante sia scolpito in bronzo.

Al primo piano la statuaria la fa da padrona: copie romane di opere greche anche famose, come il discobolo di Mirone, qui addirittura in duplice copia; poi ci sono alcuni arredi in bronzo delle navi dell’imperatore Caligola scoperte nel Lago di Nemi: volti bestiali e di gorgoni che impressionano ancora oggi chi le vede. Infine la statuaria imperiale dell’epoca dagli imperatori Flavi agli Antonini, passando per Adriano e il suo amasio, Antinoo.

Il terzo piano è il più spettacolare: gli affreschi della villa di Livia, moglie di Augusto, a Prima Porta, sono qualcosa di maestoso: famosissimo l’ambiente dipinto a giardino, nel quale si dispongono, sul fondo azzurro del cielo, piante, fiori, e soprattutto uccelli variegatissimi, che rendono questo spazio un’oasi viva e vivace, un luogo meraviglioso nel quale sostare, nel quale restare in contemplazione per ore.

  • Museo dell’Alto Medioevo
Due collane longobarde

Due collane longobarde

Due temi principali accompagnano il percorso espositivo di questo museo, che si trova all’EUR, accanto al Pigorini. Eh, sì, siamo tornati qui, al punto di partenza: al piano terra dell’edificio che ospita il museo, una galleria fotografica illustra le fasi della costruzione del quartiere fascista e della sua evoluzione nel corso del secolo.

La prima sezione del museo è dedicata ai Longobardi di Nocera Umbra e di Castel Trosino (AP), i cui corredi ricchissimi faranno impallidire le signore, che desidereranno indossare monili e collane ricchissime, in oro e pasta vitrea colorata. Per gli uomini invece abbiamo armi, decorazioni di scudi e fibbioni, tutto rigorosamente in metallo, argento, ferro, bronzo e oro, tutto ben conservato. I secoli bui erano rischiarati dall’oro, tante volte.

Una delle pareti dell''aula della domus di Ostia decorata in opus sectile

Una delle pareti dell”aula della domus di Ostia decorata in opus sectile

L’altra interessantissima sezione è dedicata alla decorazione delle pareti e del pavimento di una domus romana di Ostia del IV secolo d.C.: l’impero sta decadendo, ormai ci avviciniamo a larghi balzi verso il medioevo, eppure le maestranze sono ancora capaci di realizzare decorazioni di pareti e di muri utilizzando marmi intarsiati e di vario colore, per realizzare disegni e fantasie che nulla hanno da invidiare ai mosaici o alle pitture parietali. Si chiama opus sectile, in latino. La ricostruzione di una grande aula con le sue decorazioni è eccezionale, rende l’idea delle dimensioni, dell’impegno delle maestranze a realizzare rivestimenti che sono dei veri capolavori, altro che le nostre piastrelle del bagno.

Solo tre gioielli sui tantissimi che la capitale offre. E voi, conoscete qualche museo romano che consigliereste assolutamente? Sono pronta a cogliere i vostri suggerimenti!

Le domus di Palazzo Valentini

Erano anni che volevo visitarle. Poi finalmente l’occasione, un posto libero nel gruppo di visita e via, mi sono letteralmente immersa nell’antico.

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Mosaico pavimentale di una delle domus di Palazzo Valentini

Le domus di Palazzo Valentini si trovano nel cuore del centro storico di Roma. Nel cuore e nel sottosuolo. Sì, perché siamo abituati a vedere a Roma tutte le evidenze archeologiche en plein air (il Foro Romano e i Fori Imperiali, il Palatino, il Colosseo, i templi di Largo Argentina); invece altre testimonianze del passato più antico dell’Urbe sono nascoste, sotto le fondazioni dei palazzi rinascimentali, come nel caso di Palazzo Valentini, l’attuale palazzo della Provincia.

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree)

domus di Palazzo Valentini: pavimento in opus sectile (tarsìe marmoree). Credits: romasotterranea.it

Siamo nell’isolato compreso tra la fine di Via Nazionale, nel suo ultimo tratto prima di Piazza Venezia, Piazza Venezia stessa, e davanti, il Foro di Traiano con l’altissima Colonna Traiana, eretta lì nel 113 d.C. (da 1900 anni!) a celebrare la conquista della terra dei Daci, l’attuale Romania.

È proprio davanti alla Colonna che si trova l’ingresso delle domus di Palazzo Valentini. Da qui inizia un viaggio reale e virtuale a ritroso nel tempo. Reale, perché effettivamente attraversiamo gli ambienti che un tempo costituivano una ricca casa romana di IV secolo d.C. nel cuore di Roma; virtuale perché animazioni, ricostruzioni, luci suggestive e suoni d’ambientazione ci riportano indietro di secoli, fino al IV secolo d.C., appunto.

Il percorso delle domus di Palazzo Valentini è noto ai più perché il percorso guidato è accompagnato dalla notissima e rassicurante voce di Piero Angela. Come non fidarci di lui? Lo seguiremmo anche ad occhi chiusi! E infatti il percorso è per larga parte al buio, illuminato nei punti di volta in volta segnalati da Piero Angela che fa notare i particolari più interessanti, i dettagli costruttivi, il lavoro degli archeologi, come ad esempio la necessità di individuare ogni strato e di documentarlo ai fini di una più completa ricostruzione storica, e soprattutto, racconta e restituisce il contesto: ovvero dice cos’erano quelle stanze delle quali vediamo pavimenti in parte sfondati, in parte mirabilmente conservati.

pavimento in marmo intarsiato policromo

pavimento in marmo intarsiato policromo. Credits: corriereromano.it

La visita prende avvio dalle terme: terme private, ma pur sempre molto grandi, con tanto di vasca per l’acqua fredda, per l’acqua tiepida e per l’acqua calda, più una grande piscina ancora conservata. Si vedono molto bene i tubuli, ovvero il sistema di tubature di terracotta attraverso le quali passava l’aria calda per riscaldare le pareti, e il prefurnio, dove bruciava la legna, alimentato dagli schiavi che riscaldavano così l’acqua e gli ambienti per i loro ricchi e viziati signori.

La visita prosegue poi negli altri ambienti della domus, che era davvero molto grande: si fa fatica a chiamarla casa, era piuttosto un villone nel cuore del centro di Roma! I proprietari appartenevano senz’altro alla Roma bene, e se anche non abbiamo testimonianze di oggetti di lusso, tuttavia, basta guardarsi intorno per capire qualcosa del loro status sociale: pavimenti in marmi policromi intarsiati, ovvero in lastre di marmo colorato, rosa, giallo, verde, bianco, sistemati a disegnare geometrie bellissime i cui colori sono ancora vividi nonostante i segni del tempo e i secoli di obliterazione nelle cantine di Palazzo Valentini. Sono due le domus, e se una ha i pavimenti in marmo, l’altra non è da meno, perché ha i pavimenti in mosaico. Nel Cinquecento, le fondazioni del palazzo spaccarono a metà proprio uno dei mosaici, ma se ne intuisce ugualmente la bellezza.

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana...

E quindi uscimmo a veder la Colonna Traiana…

Non vi sto a raccontare tutta la visita nel dettaglio: Piero Angela lo fa meglio di me. Ma vi lascio con qualche altra notizia e uno spoiler (eh sì, mi tocca spoilerare!): un video di spiegazione sulla colonna traiana, necessario per leggere, almeno dal basso, tutta la storia narrata nei rilievi; una storia di conquista, quella che i Romani fecero ai danni dei Daci, popolo che abitava l’attuale Romania. I vincitori sono sempre trattati col rispetto che si ha per gli sconfitti valorosi.

Quindi il tempio del Divo Traiano, che rimaneva alle spalle della colonna traiana, esattamente sotto i nostri piedi!, del quale si conservano poche importanti tracce: due parti di colonna in granito crollata (intera doveva essere alta 15 m!) e parte del podio del tempio scomparso.

Infine, dopo aver visto la colonna in video, e dopo averne capito la posizione e la funzione in rapporto all’intero Foro di Traiano, la possiamo vedere dal vero: da un punto di vista inedito, dal basso, attraverso una cancellata che immetterebbe, se aperta, direttamente nel Foro di Traiano, in cui la colonna si trova. Una meraviglia vederla al chiaro di luna, nella tersa notte romana.

Santa Maria Antiqua: la Roma che non ti aspetti

Santa Maria Antiqua non è certo il monumento che ti aspetti di trovare a Roma: una chiesa greco-bizantina nel cuore della romanità, totalmente differente da tutte le altre testimonianze architettoniche e artistiche della città. Eppure è un luogo assolutamente affascinante.

Cristo tra i Santi sulla navata sinistra di Santa Maria Antiqua

Cristo tra i Santi sulla navata sinistra di Santa Maria Antiqua

Se pensiamo a Roma, e se giriamo per le sue vie e le sue piazze, se guardiamo gli edifici e i monumenti possiamo distinguere 3 grandi gruppi: l’età romana, con il Colosseo, i Fori, i templi di Largo Argentina e le tantissime testimonianze architettoniche e storico-artistiche della gloriosa capitale dell’impero romano; il Cinque/Seicento, durante il quale i papi e i nobili romani dotano la città di chiese meravigliose dalle cupole sorprendenti, prima tra tutte San Pietro, di palazzi signorili esagerati e, a decorare entrambi, opere di scultura e di pittura realizzate dai più grandi artisti di tutti i tempi, come Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Bernini; infine, anche se il ricordo fa ancora storcere il naso, le architetture e le opere urbanistiche di epoca fascista, che hanno dato ad alcuni quartieri della città l’aspetto attuale: via dei Fori Imperiali, l’Eur e poi il Palazzo di Giustizia, la stazione Termini e la Stazione Ostiense, per citarne solo alcuni. Accanto a queste tre grandi categorie artistico/architettoniche, però, dobbiamo includerne un’altra, meno nota, nascosta, ma capace di stupire: è la Roma di età altomedievale.

Santa Maria Antiqua, Cappella di Teodoto

Santa Maria Antiqua, Cappella di Teodoto

In realtà le testimonianze della Roma altomedievale sono parecchie, e si fondono e confondono con l’età paleocristiana: si tratta in sostanza delle chiese più antiche della città, decorate a pittura oppure a mosaico: San Clemente, ad esempio, ma poi anche le basiliche paleocristiane di Santa Maria in Trastevere, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. E poi c’è la più bella di tutte, almeno secondo me. Recentissimamente restaurata e aperta al pubblico in un allestimento temporaneo che si spera rimanga permanente, è la piccola e preziosa chiesa di Santa Maria Antiqua, all’interno del Foro romano.

Santa Maria Antiqua è fondata nel VI secolo d.C. Per la sua realizzazione viene utilizzato un ambiente che era appartenuto ad un edificio di età imperiale, risalente all’imperatore Domiziano (fine I secolo d.C.). Siamo alle pendici del Palatino, sul quale si trovavano i palazzi imperiali, gli edifici di abitazione degli imperatori. Nel VI secolo l’impero romano d’Occidente è ormai caduto da un pezzo, solo l’Impero Romano d’Oriente resiste, il cosiddetto Impero Bizantino.

Sant'Abbaciro in una lunetta nell'atrio antistante Santa Maria Antiqua

Sant’Abbaciro in una lunetta nell’atrio antistante Santa Maria Antiqua

La chiesa non è grande, è a tre navate ed ha la particolarità di aver conservato le pareti affrescate. Sì, è questa la meraviglia di Santa Maria Antiqua. Perché questa chiesa fu abbandonata dopo un tremendo terremoto che colpì Roma nell’847 d.C. Sepolta dalle macerie, è rimasta sigillata per più di 1000 anni, quando, nel 1900, l’archeologo Giacomo Boni la riportò alla luce trovandosi letteralmente faccia a faccia con volti risalenti a un millennio prima.

La cosa che colpisce di Santa Maria Antiqua sono i volti. I volti ieratici, fissi, severi, capaci di leggerti dentro anche se apparentemente sono inespressivi. Così sono i volti dei XL Martiri ritratti nell’attiguo oratorio che da essi prende il nome, così è il volto di Sant’Abbaciro, un santo medico dipinto nell’VIII secolo in una nicchia appena al di fuori della chiesa.

Santa Maria Antiqua, Salomone e i Maccabei, navata centrale

Santa Maria Antiqua, Salomone e i Maccabei, navata centrale

L’interno della chiesa non è da meno. Semplice, semplicissima nell’architettura, è invece vivacissima nelle decorazioni pittoriche, che vanno dal VI all’VIII-IX secolo, coprendo tutta la vita dell’edificio prima del terremoto. Lo stile è greco-bizantino, e suona strano trovarlo a Roma, la città dove meno me lo aspetterei. Invece Santa Maria Antiqua è a tutti gli effetti una chiesa bizantina. Tra le rappresentazioni pittoriche più interessanti vi è il riquadro di re Salomone e i Maccabei, l’affresco dei Santi Medici che per le loro cure non accettano denaro, una Madonna con bambino a lato dell’altare, che è l’affresco più antico conservatosi, e il ciclo di affreschi della cappella di Teodoto, di VIII secolo. In essa sono rappresentati la crocifissione, la Madonna con bambino e il tremendo martirio dei santi Giuditta e Quirico, rispettivamente madre e figlioletto cristiani al tempo delle persecuzioni di Diocleziano. In questa cappella, in particolare, si usufruisce di una lettura guidata delle pitture, grazie a giochi di luci e didascalie che consentono di dare un nome e uno scopo a tutti i personaggi rappresentati.

La visita a Santa Maria Antiqua si conclude con un passaggio negli ambienti attigui, che raccontano la storia degli scavi novecenteschi e dei restauri, e con la spettacolare salita della rampa di accesso al Palatino, in cima alla quale si gode della splendida vista del Foro romano a 180°.

In cima alla rampa di accesso al Palatino. Sotto di noi, il foro romano

In cima alla rampa di accesso al Palatino. Sotto di noi, il foro romano

La storia della città di Roma nei secoli immediatamente successivi alla caduta dell’Impero d’Occidente è silenziosa. Si spengono le luci della ribalta su quella che fino a poco tempo prima era la capitale del mondo antico. Eppure la città non muore, non si ferma, continua la sua vita in sordina, lasciando qua e là tracce della continuità della sua vita. Santa Maria Antiqua è una di queste tracce di continuità: riutilizza vecchi ambienti in abbandono di quello che un tempo era un edificio residenziale appartenuto all’imperatore! e lo riadatta al suo scopo, quello di glorificare il Signore, il Dio dei Cristiani. Una storia, quella di Santa Maria Antiqua, che dopo 1000 anni di silenzio, oggi è tornata a parlare.