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5 cose insolite che puoi fare a Roma

Roma Caput Mundi, Roma Capitale, Roma nun fa’ la stupida stasera, Roma CapocciaRoma è Roma, una città talmente completa, talmente monumentale, talmente tutta da vivere e da percorrere che necessariamente uno si riduce a vedere, quando viene, le cose strettamente necessarie e più importanti. Roma però sa anche stupire e regalare esperienze insolite, di quelle che quando torni a casa puoi raccontare destando l’ammirazione di chi ti ascolta e conosce Roma per sentito dire.

5 cose insolite che puoi fare a roma

Non solo: poniamo infatti il caso che tu sia già venuto a Roma più di una volta. Possibile che tu debba fare sempre il solito giro? Colosseo, Fori, Piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Pantheon? Certo che no: il bello di visitare più volte una stessa città è che si può esplorare anche altro, anche qualcosa di insolito.

Ora ti rivelo 5 cose insolite che puoi fare a Roma

5 cose insolite, fuori dai consueti schemi e itinerari turistici.

5 cose che quando le racconterai susciteranno l’ammirazione nei tuoi ascoltatori o lettori, 5 cose che sicuramente ti fanno percepire Roma con occhi diversi. In nessuna di queste cose vedrai il Colosseo. Ma ti assicuro che alla fine non ne avrai sentito la mancanza.

Ecco le 5 cose insolite che puoi fare a Roma:

  • spiare dal buco della serratura senza essere maleducato
  • aspettare i vecchi tram e le vecchie locomotive alla Stazione Porta San Paolo
  • sentirti osservato dai Garibaldini sul Gianicolo
  • passeggiare tra statue antiche in una centrale elettrica
  • mangiare un panino col pastrami

Ti ho incuriosito? E allora vieni con me a zonzo per Roma!

Spiare dal buco della serratura senza essere maleducato

Cosa ti hanno detto da piccolo? Non si guarda dal buco della serratura! Soprattutto se la serratura apre la porta della casa d’altri. Vero, verissimo, parole sante. Ma se il buco della serratura guarda su un giardino, e quel giardino ha una splendida vista sulla Cupola di San Pietro? Che fai, non la dai un’occhiatina?

buco della serratura Aventino

Dal Buco della Serratura vedo… il Cupolone!

Sul colle Aventino, uno dei quartieri residenziali più signorili di Roma, sorgono alcuni palazzi storici, chiese antiche e splendidi giardini. Un giardino è pubblico, il Giardino degli Aranci, e offre una splendida vista panoramica che spazia dal Tevere alla Cupola di San Pietro fino al Vittoriano e al Palatino. L’altro è un giardino privato, il giardino del Priorato dei Cavalieri di Malta. Questo giardino è chiuso da un imponente portone che cela ciò che si trova al di là. Solo il buco della serratura permette di dare un’occhiata oltre. E di vedere così lo spettacolo del cupolone incorniciato tra gli alberi: la fuga prospettica è perfetta, l’immagine che si presenta davanti ai nostri occhi è un’assoluta poesia. Il cupolone di San Pietro è laggiù, lontano, eppure non ci sarà mai sembrato così vicino.

Il Buco della Serratura attira parecchi curiosi. Un minimo di sana coda è da mettere in conto, ma l’esperienza è totalmente gratuita. Inoltre, non è la sola cosa da vedere sull’Aventino: Le chiese di Sant’Alessio e di Santa Sabina, per esempio, e il Giardino degli Aranci offrono l’occasione di una splendida passeggiata. Vienici di domenica, quando le coppie si sposano e nel giardino qualche artista si mette a suonare in mezzo alla gente: amerai tantissimo questa città e la sua atmosfera di festa!

Aspettare i vecchi tram e le vecchie locomotive alla Stazione Porta San Paolo

Premessa: la stazione di Porta San Paolo in realtà ha tre nomi, a seconda del mezzo di locomozione che si intende prendere: si chiama Porta San Paolo la stazione da cui parte il treno per Ostia Lido; si chiama Piramide la stazione della Metro B; si chiama infine Ostiense la stazione dei treni regionali e intercity, quelli che escono da Roma per collegarla al resto d’Italia. La stazione Ostiense è collegata alle altre due da un lungo corridoio coperto, ma ha un ingresso indipendente in un edificio di epoca fascista; Piramide e Porta San Paolo, invece, condividono lo stesso lato d’ingresso che affaccia sulla Piramide Cestia e sulla Porta San Paolo, cioè la porta nelle Mura Aureliane (fatte costruire dall’imperatore Aureliano) attraverso la quale fin dall’età romana passava la via Ostiense in direzione di Ostia. Tutto torna, no?

polo museale atac

Vecchi tram e vecchie locomotive a lato della Stazione di Piramide

Ma torniamo a noi. Sul lato di fondo della stazione Porta San Paolo si apre il Polo Museale Atac: uno spazio verde nel quale sono parcheggiati alcuni tram degli anni ’20-’30 e alcune vecchie locomotive. Non si può entrare all’interno dei vagoni, ma anche solo dall’esterno questi mezzi di trasporto, che all’epoca erano il vanto della mobilità romana, esercitano un grande fascino. Lo sfondo della Piramide Cestia, poi, rende il tutto davvero senza tempo. All’epoca questi mezzi erano considerati un faro della modernità, e vederli parcheggiati qui, ora, in pensione, fa una certa tenerezza. Gli amanti del genere apprezzeranno.

L’ingresso è gratuito e si può passeggiare liberamente tra le locomotive. Ma non solo: sotto una tettoia è custodita una cassaforte che fu rapinata come nel film I Soliti Ignoti!

Sentirti osservato dai Garibaldini sul Gianicolo

passeggiata gianicolo

Erme garibaldine lungo la Passeggiata del Gianicolo

Nel 1849 a Roma si era instaurata la Repubblica Romana, che aveva esautorato il papa dal governo su Roma. Siamo in pieno Risorgimento: Mazzini e Garibaldi sono i due fautori dell’indipendenza dal Papa; indipendenza che dura poco, perché dopo pochi mesi lo Stato della Chiesa torna sovrano su Roma. Ma il primo seme rivoluzionario è stato lanciato, e infatti nel 1870, con la breccia di Porta Pia, lo Stato della Chiesa cessa di esistere e Roma diventa parte integrante – e a seguire capitale – d’Italia.

E Garibaldi? E i Garibaldini? A coloro che in più di un’occasione si distinsero per coraggio, caparbietà e patriottismo fu destinato un intero colle: il Gianicolo infatti racconta passo dopo passo l’epopea garibaldina, sia dell’eroe dei due mondi che di tutti i suoi seguaci, in Italia e ovunque lui combatté sposando la causa della libertà ora dell’uno ora dell’altro popolo. Non a caso era chiamato l’Eroe dei due mondi.

La Passeggiata del Gianicolo parte dalla fontana dell’Acqua Paola – luogo che molti conosceranno perché vi si svolge la scena iniziale del film La grande Bellezza – e risale via Garibaldi fino alla piazza, sul Gianicolo, in cui campeggia la statua all’Eroe dei due mondi.

faro gianicolo

Il Faro degli Italiani d’Argentina al Gianicolo

A metà di questo primo tratto di passeggiata inizia una sfilata di erme, ovvero di busti di personaggi che a vario titolo sono stati garibaldini o personaggi importanti del Risorgimento e dei primi decenni di Unità d’Italia. La Passeggiata diventa così l’occasione per conoscere i volti, e attraverso di essi i personaggi, che fecero l’Italia.

C’è il giovane Mameli, c’è Pietro Roselli, c’è Luciano Manara, ci sono i volti di personaggi più o meno illustri, più o meno noti, che si sono distinti per il loro fervore patriottico.

Questi volti silenti eppure tanto espressivi si intensificano nei pressi del Muro del Belvedere, all’interno del Parco Gianicolense. Da qui la vista spazia su una bella fetta di Roma. Il parapetto, che porta una lunga iscrizione, è stato inaugurato nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ma noi che ci sporgiamo per guardare il panorama ci sentiamo osservati da tanti sguardi di pietra, è il caso di dire. Va detto che le erme non sono state installate tutte nello stesso periodo, ma variamente aggiunte nel corso del tempo.

anita garibaldi gianicolo

La statua di Anita Garibaldi al Gianicolo

Poco più avanti, la statua equestre di Anita Garibaldi, spirito libero e moglie dell’Eroe dei due mondi, è l’ulteriore omaggio all’epopea garibaldina, fatta di uomini e donne, di fervore patriottico e di spirito romantico di libertà politica e di intelletto. Ad Anita, che morì di malaria durante il Risorgimento nelle valli di Comacchio, è dedicato il Faro degli Italiani d’Argentina, installato nel 1911. Correva il 50° anniversario dell’Unità d’Italia, e gli Italiani all’estero dedicarono all’Italia questo monumento, che oggi è conosciuto più semplicemente come Faro del Gianicolo.

A conclusione della Passeggiata, non si può non visitare il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina presso Porta San Pancrazio. Qui si può conoscere la storia più recente di Roma, prima che diventasse Italia, a partire dalla Roma di Pio IX. Qui, per esempio si scopre che nel 1849 la Repubblica Romana promulgò una sua Costituzione, che per molti versi è simile a quella italiana in vigore oggi: evidentemente, certi princìpi, quelli che per l’appunto definiamo costituzionali, sono davvero imprescindibili e fondamento del vivere civile e democratico.

Ammirare statue antiche in una centrale elettrica

Dalle erme passiamo alle statue intere, dal Risorgimento passiamo all’arte romana. Andiamo alla Centrale Montemartini, un museo di arte romana installato all’interno di una ex-centrale elettrica nel quartiere Ostiense, a pochi passi dal Gazometro e in quello che agli inizi del Novecento era il quartiere industriale della città. La centrale Montemartini funzionò infatti negli anni ’20 del Novecento ed era un impianto all’avanguardia: grossi macchinari in ghisa, simbolo dell’industrializzazione e della modernità, davano luce alla città. Col tempo l’impianto cadde in disuso ed è solo da pochi anni che lo stabilimento è stato riconvertito in spazio museale.

centrale montemartini

Centrale Montemartini, Sala Macchine

L’impatto è notevole. Il candore del marmo si scontra col nero potente dei macchinari; l’espressione idealizzata, senza tempo delle statue si scontra col ruvido dinamismo che i macchinari, con i loro bulloni e i loro bottoni impongono. Il museo è piuttosto grande, ma la sala più spettacolare è quella dei grandi macchinari dove statue, busti e teste di divinità, imperatori e personaggi dell’antica Roma dialogano con le turbine.

La Centrale Montemartini è un museo che osa: di fatto è una galleria di arte antica, né più né meno, ma l’ambientazione così inusuale ne fa un luogo unico e affascinante. Uno dei musei di Roma da non perdere.

Mangiare un panino col pastrami al Ghetto Ebraico

Non ti risulta che il pastrami appartenga alla cucina romana, vero?

pastrami sandwich katzs delicatessen

Il pastrami sandwich di Katz’s Delicatessen a New York: il pastrami è un taglio di carne tipicamente kosher e si trova anche a Roma

Eppure, se a Roma ti trovi a passeggiare per il Ghetto Ebraico potresti imbatterti nella cucina Kosher più estrema.

Il pastrami è un taglio magro di carne di manzo che viene servito sottile sottile come se fosse prosciutto. La ricetta è originaria della Romania, ed è diventata a tutti gli effetti un piatto della cucina Kosher. A New York se non mangi un pastrami sandwich da Katz’s Delicatessen non sei nessuno. Già, ma in Italia?

Il pastrami non è certo tipico italiano. A Roma la cucina ebraica viene chiamata anzi romano giudaica: è quella che ha prodotto, per intenderci, il mitologico carciofo alla giudìa, un carciofo talmente fritto da risultare croccante e strasaporito. Ma altro tipico piatto della cucina romano giudaica è il fiore di zucca fritto e ripieno di mozzarella e acciuga; ma anche la trippa e il cosiddetto “quinto quarto” ovvero le frattaglie, fanno parte della tradizione culinaria romano giudaica.

Se ti trovi a passeggiare per il Ghetto di Roma, che sorge alle spalle del Portico di Ottavia tra il Tevere e Largo Argentina, incontri numerosi ristoranti tradizionali: la Sora Margherita è tra i più noti, un vero buco dove si mangia cucina tradizionale a prezzi giusti per essere il centro di Roma; altri due locali storici sono Gigetto e Nonna Betta. Qui stai certo che mangerai autentici piatti della cucina giudaico romana tradizionale.

sora margherita al ghetto

L’interno decisamente rustico della Sora Margherita al Ghetto, osteria tipica della cucina romano-giudaica

Già, ma non eravamo partiti dal pastrami?
Sì, giusto, il pastrami. Trovi il panino col pastrami sempre nel ghetto ebraico da Fonzie, il fast food in via S.Maria del Pianto, la traversa che da via Arenula porta nel cuore del Ghetto.

Già che ti trovi al Ghetto, approfitta per farti una delle passeggiate archeologiche più brevi ma intense di Roma: dal Portico di Ottavia al retrostante Teatro di Marcello: attraverserai millenni di storia e di archeologia concentrati in pochi metri quadrati, di grande impatto visivo. Il passaggio è gratuito, ovviamente.

Teatro di Marcello

Il Teatro di Marcello. Alle sue spalle si colloca il ghetto ebraico

Queste sono le 5 esperienze insolite che ti propongo di fare a Roma. E tu ne hai fatte delle altre che assolutamente ti senti di consigliare? Raccontamele qui nei commenti, oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

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Nella casa di campagna del Presidente della Repubblica: la Tenuta Presidenziale di Castelporziano

A pochi km dal centro di Roma, a Sud di Ostia nell’immediato retroterra del Litorale Romano sorge la Tenuta Presidenziale di Castelporziano. Un luogo che a dispetto del suo proprietario, il Presidente della Repubblica, in pochi conoscono. Fino a poco tempo fa, tra l’altro, non era neanche visitabile. Il Presidente Mattarella però ne ha predisposto l’apertura al pubblico, perché un Patrimonio così ricco, naturalistico e storico, va condiviso.

castelporziano

Cos’è la Tenuta Presidenziale di CastelPorziano

La Tenuta Presidenziale di Castelporziano si trova nel cuore della campagna romana ed è anzi il luogo in cui la campagna romana è meglio preservata e difesa dalla troppa urbanizzazione che minaccia le altre aree naturali del litorale romano (come ad esempio la vicina pineta di Castelfusano). Occupa una superficie di più di 6000 ettari nei quali trovano spazio l’ambiente naturale del bosco, la pineta, le zone umide, ma anche i pascoli di vacche maremmane e gli allevamenti di cavalli. Tantissime le specie di animali selvatici, dal daino alla martora al cinghiale alla puzzola, e di uccelli, dall’allocco al barbagianni allo sparviero.

Nella tenuta è letteralmente nascosto un sito archeologico: l’antico Vicus Augustanus, un piccolo centro abitato di età romana posto lungo la via litoranea che scendeva verso Sud da Ostia. Le sue rovine oggi sorgono in mezzo al bosco, avviluppate dalle radici e in mezzo agli alberi: un paesaggio fiabesco che per certi aspetti ricorda l’area archeologica di Portus, a Fiumicino.

Il cuore della Tenuta è costituito dal Castello: un edificio relativamente recente, chiuso in se stesso, caratterizzato dalla sua torretta merlata e da un bellissimo giardino all’italiana. Proprio in una porzione del giardino è stato collocato in anni recenti un mosaico di età romana rinvenuto in un edificio del Vicus Augustanus nel 1874 e portato via. Oggi, in questa splendida collocazione nella tenuta presidenziale è valorizzato nel migliore dei modi e contribuisce ad abbellire ancora di più questo spazio verde e piacevole.

mosaico castelporziano

Mosaico proveniente da Vicus Augustanus e rimontato nel giardino della Tenuta di Castelporziano

Si tratta di una lunga striscia che originariamente correva lungo i 4 lati di un grande atrio in un edificio pubblico romano. Il mosaico è a tessere bianche e nere, ovvero a figure nere su sfondo bianco. Su ogni lato sono rappresentate figure e scende diverse: creature marine reali e di fantasia, scene di caccia, scene di ammaestramento di bestie feroci: se amate i grandi mosaici di Ostia antica, sicuramente apprezzerete anche questo.

Tra il giardino e la corte del Castello un piccolo passaggio immette in una splendida veranda tutta affrescata come se fosse un giardino e arredata con una tavola sulla quale è apparecchiato il servizio da tavola del Presidente, in ceramiche della Manifattura Ginori.

Sulla corte interna del Castello affaccia anche il piccolo museo archeologico, il quale racconta attraverso i reperti archeologici la storia del territorio dalla Protostoria all’età romana. La tomba principesca di Castel di Decima e gli affreschi della villa imperiale di Tor Paterno sono gli oggetti più prestigiosi dell’esposizione.

Un po’ di storia…

Già che citavo il museo, sarà bene raccontare un po’ di storia di questo territorio, necessaria per capirne l’importanza e l’unicità oggi.

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Tenuta di Castelporziano: il giardino del Castello e i mosaici del Vicus Augustanus

Siamo a sud di Ostia, in un’area che da sempre ospita selve, paludi e dune. In queste terre il poeta romano Virgilio colloca alcune delle vicende di Enea, l’eroe troiano scampato alla guerra di Troia che dopo mille peregrinazioni per terra e per mare, dopo essere giunto sulla costa laziale, diede origine alla stirpe dalla quale sarebbe poi sorta Roma. Questo poema, composto per celebrare la gloria di Roma durante il principato del primo imperatore Augusto, è una fonte preziosa per comprendere come si presentasse anticamente il litorale romano. Poco più a sud di qui sorgeva la città romana di Lavinium che deriva il suo nome dalla sposa latina di Enea, Lavinia. Tutto torna, tra mito e realtà storica. Non è quindi un caso che sia stato fondato a metà strada tra Ostia e Lavinium un piccolo centro dal nome Vicus Augustanum, voluto proprio dall’imperatore Augusto in persona.

Tra il Vicus Augustanus e Lavinium si collocava una villa, ovvero una grande residenza di campagna, imperiale: il sito archeologico di Tor Paterno. Da qui provengono eccezionali frammenti di affresco, oggi allestiti nel piccolo museo archeologico di Castelporziano.

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, questo territorio diviene di proprietà ecclesiastica. Rimase di proprietà del Papa fino alla metà del Cinquecento, quando divenne proprietà della famiglia fiorentina Del Nero, banchieri del Papa. Rimase di proprietà fiorentina, senza subire sostanziali modificazioni, fino al 1823, dopodiché nel 1872 fu acquistata dal Regno d’Italia per i Savoia che ne fecero la propria riserva di caccia.

I percorsi di visita: storico-archeologici e naturalistici

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La torre del Castello di Castelporziano

I percorsi storico-archeologici portano proprio a scoprire il passato più antico di questa grande area: già nel Castello troviamo sia il museo archeologico che il bel mosaico sistemato nel giardino. Nella tenuta si trovano anche i resti del Vicus Augustanus, immersi nella boscaglia, e la villa imperiale di Tor Paterno alla quale era collegato un acquedotto i cui resti sono stati individuati. La villa fu individuata già nel ‘700, mentre solo al 1865 risale la scoperta del Vicus Augustanus. Da allora sono state condotte molte ricerche archeologiche. Inizialmente – nel XIX secolo – ciò che veniva in luce, principalmente statue, iscrizioni e oggetti di pregio, era considerato degno di considerazione. Nei decenni recenti, invece, le ricerche sono diventate vere e proprie indagini scientifiche, ma molto rimane ancora da scoprire e da capire.

Del Museo archeologico ho già detto: a questo piccolo spazio è lasciata la responsabilità di raccontare la storia più antica del luogo. Ma nel Castello sono narrate altre storie, più recenti. Il Padiglione delle Carrozze espone i carri usati dai membri della corte dei Savoia per le cacce reali; inoltre vi sono calessi e la carrozza usata dalla Regina per le passeggiate in campagna.

Il Castello stesso è un monumento dalla storia articolata. Viene costruito a partire dal XVII secolo ed è poi oggetto di successive modificazioni. La torre centrale con le merlature a coda di rondine costituisce il nucleo originario, dal quale poi derivano tutte le successive modificazioni e ampliamenti.

Per quanto riguarda l’aspetto naturalistico, che interesserà soprattutto i fotografi, gli escursionisti e gli amanti delle passeggiate all’aria aperta, esistono all’interno della Tenuta alcuni percorsi specifici dedicati proprio alla flora e alla fauna locali. Sono predisposti 4 percorsi naturalistici in particolare: Malafede, Malpasso, Tor Paterno e Capocotta.

Per saperne di più sui percorsi di visita della Tenuta di Castelporziano: http://palazzo.quirinale.it/residenze/visitacastelporziano/percorsiCP.html

Raggiungere Castelporziano

Regola numero 1: non vi fidate di Google Maps!

Se voi mettete su google maps Tenuta Presidenziale di Castelporziano, soprattutto se arrivate da Ostia, il navigatore pretenderà di farvi fare un pezzo di via Litoranea a sud di Ostia e poi di farvi entrare nella boscaglia senza che vi sia, però, alcuna strada praticabile!

arrivare a Castelporziano

non date retta a Googlemaps! Per raggiungere Castelporziano seguite le indicazioni fornite qui o sul sito web di Castelporziano

In realtà per accedere alla tenuta di Castelporziano vi sono due ingressi, uno da località Infernetto e uno da località Malafede: tranquilli, non spaventatevi per i toponimi, qui da queste parti è del tutto naturale dare nomi poco invitanti ai luoghi. Per arrivare, quindi, consiglio di indicare sul navigatore o via di Malafede e percorrerla tutta fino in fondo, oppure via di Castelporziano e percorrerla tutta fino in fondo.

Nel dubbio, utilizzate le informazioni presenti sul sito di Castelporziano: http://palazzo.quirinale.it/residenze/visitacastelporziano/arrivareCP.html

Link utili: prenotare per la visita a Castelporziano

Autunno a Roma: due mostre da non perdere

L’autunno porta con sé sempre alcune novità: l’inizio della scuola, l’avvio di nuovi progetti (per me è sempre così, almeno), la programmazione culturale che riparte dopo il rallentamento estivo. Così succede a Roma dove, dopo l’agosto romano in cui gli abitanti si dileguano, da settembre riprendono pian piano le attività culturali.

Nel giro di due giorni hanno inaugurato a Roma, nell’ultima settimana di settembre, due mostre estremamente diverse l’una dall’altra, entrambe assolutamente da non perdere, ognuna per un motivo preciso.

autunno a roma due mostre da vedere

Palazzo Barberini, La stanza di Mantegna

Non fatevi fuorviare dal titolo: la “stanza” non è davvero una stanza, ma un luogo astratto, un luogo dell’anima, un luogo, parafrasando Dante, che è ricettacolo di arte, e dunque arte all’ennesima potenza. La mostra, in realtà piuttosto piccola, ospita poche ma significative opere, prestito del Musée Jacquemart-André di Parigi, e di queste solo due sono state dipinte da Mantegna.

Andrea Mantegna, Ecce Homo

Ecce Homo Andrea Mantegna

Andrea Mantegna, Ecce Homo

L’Ecce Homo di Mantegna è un’opera pazzesca, ha una potenza espressiva che intender non la può chi non la prova. Davanti ai nostri occhi abbiamo Cristo, con la corona di spine, una corda intorno al collo, le mani legate, che guarda verso di noi con aria esausta, sofferente. Alle sue spalle, che lo cingono, ma lo spingono alla gogna, due figuri brutti, loschi, grotteschi. Uno di essi in particolare, mi ricorda certi volti volutamente imbruttiti di Peter Bruegel il Vecchio: il naso adunco, i denti storti, gli occhi incavati, tutto sta a connotare un personaggio negativo. La banda scritta al di sopra di esso, come un fumetto, recita ossessivamente “Crocifige Eum“, Crocifiggilo.

E tutto diventa chiaro.

Cristo si trova sofferente, legato, davanti a Ponzio Pilato. I personaggi alle spalle, che lo spingono in avanti, urlano “Crocifiggilo, crocifiggilo” così come narra il Vangelo. La scena è  fin troppo nota. Manca solo un personaggio a completare il quadro, ovvero Ponzio Pilato.

E improvvisamente ci accorgiamo che siamo noi astanti, che osserviamo il dipinto e veniamo trafitti dagli occhi semichiusi del Cristo, ad essere il Ponzio Pilato della situazione. Come reagiamo davanti all’incalzante ritmo dell’urlo “Crocifiggilo!“? Daremo retta alle voci di condanna o, proprio come fece Ponzio Pilato, ce ne laveremo le mani?

C’è abbastanza in questo dipinto per scrivere un trattato di arte, di teologia e di psicologia allo stesso tempo. Dipinto intorno al 1500 (Mantegna morirà nel 1506) quest’opera è estremamente moderna nel coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere a chi guarda. Perché qui non si tratta di dire “è un quadro bello; è un quadro brutto”: qui si tratta di verificare quanto siamo coinvolti noi spettatori, quanto diventiamo parte dell’opera. Personalmente lo trovo meraviglioso.

Terme di Diocleziano, Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella cultura del Novecento

Nella splendida cornice delle Terme di Diocleziano, che è insieme monumento antico, museo di se stesso e museo di arte romana e di archeologia protostorica, trova la sua degna esposizione la mostra Je suis l’autre.

terme di diocleziano

Le Terme di Diocleziano ospitano nell’autunno 2018 la mostra Je suis l’autre

Una mostra suggestiva prima ancora che educativa, una mostra che viaggia su due livelli: l’arte cosiddetta primitiva, o tribale, che trova più spazio negli studi di etnografia e antropologia che non in quelli di storia dell’arte; e la corrente artistica del Primitivismo che, nel Novecento ha visto straordinari esiti in scultura, nonché straordinari rappresentanti: Giacometti e Picasso sono gli autori di grido, richiamati fin nel titolo della mostra. Ma poi c’è George Bracques, Arnaldo Pomodoro, Mirko Basaldella, Joan Mirò, Marino Marini.

je suis l'autre Marino Marini

La Danzatrice di Marino Marini in mostra alle Terme di Diocleziano

Il percorso espositivo è articolato in sezioni che seguono i temi dell’arte etnografica, per così dire: la vita, il sogno, la magia, la morte. Sul filo della narrazione tracciato dalle opere tribali, che provengono variamente dall’Oceania, dall’Indonesia, dalle isole del Pacifico, dal Sud America, si innestano veri e propri confronti con le opere degli autori del Novecento i quali, nel loro approcciarsi all’arte “primitiva” riflettono su se stessi, sul senso della propria ispirazione, sull’arte in generale. Illuminanti, a tal proposito, sono le citazioni poste in apertura della mostra: l’artista riflette sempre su ciò che elabora, e liquidare semplicemente con un “è arte…” ciò che non capiamo significa non tenere conto del fatto che ogni artista conduce una propria riflessione, un proprio pensiero, un proprio scopo. Così, il “Visage” di Picasso non è altro che un volto disegnato, ma piegato per dargli tridimensionalità: appare totalmente astratto ai nostri occhi, eppure nasconde una ricerca personale dell’artista che vuole andare oltre la concezione normale del ritratto.

Altre opere, come la Danzatrice di Marino Marini in apertura di mostra, sono già più vicine al nostro modello occidentale. La ballerina, tra l’altro, a me ricorda nella posa, la Ballerina scolpita da Degas con tanto di tutù. Questa di Marino Marini, però, non ha il tutù né le scarpette, ma ha volto e forme allungate e sproporzionate che si avvicinano a certe opere di arte tribale che effettivamente le sono poste intorno. Tutto torna, tout se tient.

Maschere di legno che raffigurano figure ibride, diaboliche e mostruose. Vi sembrano esotiche? Niente affatto, sono svizzere.

La mostra è realizzata in collaborazione con Electa, che ha curato lo splendido catalogo.

Due mostre da non perdere. Due musei da non perdere

Le due mostre di cui ho brevemente parlato qui, La stanza di Mantegna e Je suis l’autre, sono ospitate in due musei che a loro volta sono due eccezionali istituzioni e monumenti.

Palazzo Barberini

nascita del battistia

Nascita del Battista, Maestro dell’Incoronazione di Urbino, prima metà del XV secolo, Palazzo Barberini, Roma

Palazzo Barberini è la sede della Galleria Nazionale che conta opere che vanno dal Medioevo puro, quello delle Madonne dipinte su fondo oro, all’epoca della Controriforma di cui è protagonista Caravaggio col suo Narciso, passando per la Fornarina di Raffaello. Opere e autori che hanno fatto la storia dell’arte; uno splendido palazzo di cui potrete notare la magnificenza negli splendidi soffitti affrescati del pianoterra e nelle sale magnifiche del primo piano, tra cui il grande salone affrescato da Pietro da Cortona. Un palazzo che è innanzitutto palazzo storico con una sua precisa identità: edificio barocco, di proprietà della famiglia papale dei Barberini, alla sua realizzazione hanno lavorato, insieme a Carlo Maderno, sia Bernini che Borromini, i due architetti eterni rivali nella Roma del Seicento. Tra di essi non poteva correre buon sangue, ognuno impegnato com’era ad affermare se stesso rispetto all’altro per averne fama, gloria, onori, ma soprattutto lavori.

Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano

Monumento assoluto, della romanità, dell’architettura antica, dello scorrere dei secoli e testimone di come un intero quartiere possa adeguare se stesso alle strutture preesistenti di un complesso davvero enorme. Le Terme di Diocleziano furono l’edificio pubblico più grande dell’impero romano e occupavano uno spazio immenso, tale da condizionare la struttura dell’attuale Piazza della Repubblica, così perfettamente circolare, e gli edifici circostanti; tale da condizionare la pianta (e pure la facciata) della chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, che è ricavata in alcuni ambienti delle antiche terme; tale da coinvolgere addirittura Michelangelo nella realizzazione di un grande chiostro retrostante la chiesa (per me uno dei luoghi più belli di tutta Roma, tra l’altro).

terme di diocleziano chiostro michelangiolesco

Il Chiostro michelangiolesco ricavato all’interno delle Terme di Diocleziano

Il museo è dedicato principalmente alla scultura romana, accoglie una ricca sezione epigrafica, cioè dedicata alle iscrizioni latine, e inoltre ospita, al piano superiore, un’intera sezione dedicata alla protostoria del Lazio, ovvero ai ritrovamenti relativi all’età del bronzo e del ferro e ai corredi delle tombe, alcuni dei quali davvero ricchi.

Roma barocca: 3 chiese per scoprirla

Roma è una città che non finirà mai di stupirmi.

Una città stratificata dove, da 2000 e più anni fa fino a noi è stata vissuta, costruita, ricostruita; è stata sempre capitale, che fosse dell’impero romano, o del Papato, o d’Italia, Roma è sempre stata il centro del mondo. Questa sua centralità si avverte in ogni tempo, nella monumentalità dei suoi resti romani, nella grandiosità delle sue chiese, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi giardini e dei suoi palazzi pubblici e privati. In mezzo scorre il Tevere, placido ma non troppo, testimone silenzioso di tutti i cambiamenti che la città ha vissuto e vive fin dal 753 a.C., anno convenzionale della sua fondazione.

Oggi voglio parlare di 3 chiese barocche di Roma. Sì, perché il Barocco è stato a Roma un momento di grande sviluppo artistico in tutte le arti, dall’architettura alla scultura alla pittura e alle arti decorative. Le chiese sono le migliori rappresentanti di quest’epoca, che si colloca tra il Seicento e il Settecento.

Come in un itinerario, visiteremo Sant’Andrea della Valle su via Vittorio Emanuele, San Luigi dei Francesi, alle spalle di Piazza Navona, e Sant’Ignazio di Loyola, alle spalle di via del Corso.

Sant’Andrea della Valle

Questa chiesa è nota per essere l’ambientazione del primo atto dell’opera lirica Tosca di Giacomo Puccini, nel quale il pittore Mario Cavaradossi, uno dei protagonisti, sta affrescando una cappella.

In realtà la chiesa accoglie gli affreschi di due grandi nomi della pittura italiana: Domenichino e Mattia Preti. Quest’ultimo, calabrese di nascita, operò per lungo tempo a Roma prima di approdare a Napoli dove divenne uno dei maggiori esponenti della pittura napoletana. Per la chiesa di Sant’Andrea della Valle affresca l’abside con le tre scene del martirio di Sant’Andrea: il santo, raffigurato anziano, ma con il corpo forte e vigoroso, viene legato ad una croce i cui bracci a X sono quelli con cui si identifica la famosa “croce di Sant’Andrea”, quella che un tempo si trovava ai passaggi a livello dei treni.

Sant'Andrea della Valle

L’abside di Sant’Andrea della Valle con i dipinti di Mattia Preti che raffigurano il martirio del santo

La volta dell’abside, con le storie della vita del Santo è invece affidata ad un altro grande pittore, il Domenichino, mentre la decorazione della cupola è affidata a Giovanni Lanfranco. Di Domenichino, al secolo Domenico Zampieri, si dice fosse molto timido e introverso, da cui il diminutivo nel nome. La sua timidezza non gli impedì di mostrare la sua arte, così lavorò per alcune importanti commissioni in varie chiese e palazzi pubblici di Roma; inoltre, com’era abitudine per molti pittori del suo tempo, si spostò in altre città d’Italia, come Bologna e Volterra, e ovunque realizzò dipinti su commissione dei nobili e degli alti prelati del luogo.

sant'andrea della valle

La cupola di Sant’Andrea della Valle

La chiesa appare al suo interno dorata e vivace. Stucchi dorati alle pareti, animate da tante cappelle laterali, dorature anche al soffitto, dipinto anch’esso: per goderne in comodità sono stati sistemati due specchi nel mezzo della navata, in modo da ammirare i dettagli senza farsi venire il torcicollo.

Per meglio conoscere la chiesa si può ascoltare l’audioguida che per una decina di minuti accompagna il visitatore nel percorso di visita. L’audioguida, messa a disposizione da un gruppo di giovani volenterosi, è gratuita, anche se è consigliato, giustamente, lasciare un’offerta.

San Luigi dei Francesi

Questa chiesa è nota per una cappella, ed è infatti di quella che vi parlo: la Cappella di San Matteo i cui tre dipinti portano la firma di un pittore d’eccezione della Roma dell’età della Controriforma: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi

Questo pittore gode di una grandissima fortuna ancora oggi: vita trascorsa tra genio e, soprattutto, sregolatezza, punta la sua arte su alcuni aspetti che sono la sua firma: il forte chiaroscuro e lo studio della luce, che anima i suoi soggetti con un forte intento drammatico; come se fosse l’occhio di bue che si utilizza a teatro, il soggetto principale è sempre colpito da una luce che mette in ombra tutto il resto. Intorno si dispone la scena e i vari personaggi, variamente colpiti dalla luce a seconda della loro funzione e importanza nel dipinto.

Nella Cappella di San Matteo si trovano 3 dipinti dedicati alla vita del Santo: la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio.

La vocazione di San Matteo è forse uno dei dipinti più noti di Caravaggio. In esso è rappresentato il futuro santo al tavolo con altri avventori mentre conta i soldi (Matteo nel Vangelo è un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse). Dalla parte opposta Gesù lo indica con un dito. Da dietro di lui, seguendo il suo dito, un fascio di luce si distende ad evidenziare il volto di Matteo, il quale sembra dire “Ma chi, io?“. La luce viene da un punto preciso, in alto a destra. Vedremo poi perché.

vocazione di san matteo

La Vocazione di San Matteo, Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi

Il secondo dipinto, centrale nella Cappella, è San Matteo che scrive il Vangelo seguendo l’ispirazione dell’Angelo. In una prima versione l’angelo proprio conduceva la mano dell’Evangelista. In questa invece l’Angelo gli suggerisce cosa scrivere. Lui, col volto lievemente piegato all’insù ha lo sguardo attento di chi deve memorizzare qualcosa di importante per poterlo riferire. La luce, nel dipinto, promana dall’angelo, posto in alto nella rappresentazione.

Il terzo dipinto, infine, sulla parete destra della Cappella, rappresenta il martirio di San Matteo. Il santo è a terra, nella sua veste bianca, colpito da un fascio di luce che irradia da sinistra, investe il personaggio seminudo, il carnefice. Questo personaggio ha il volto feroce di chi sta compiendo un efferato omicidio e la scena stessa, così cruda, sembra la rappresentazione di un volgare assassinio. La scena sembra inclinata verso lo spettatore, che si sente ancora più coinvolto.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta da Caravaggio in San Luigi dei Francesi

La luce naturale, nella cappella, entra da una finestra posta in alto al centro, sopra la scena dell’Angelo che detta il vangelo a San Matteo, e si irradia sui due lati della cappella scendendo obliquamente, dall’alto verso il basso. Così si spiega la direzione dei fasci di luce che illuminano i dipinti: Caravaggio ha realizzato le tre opere appositamente per questa cappella, tenendo conto proprio della luce naturale. Oggi per meglio cogliere i dettagli, è richiesto un obolo: 50 cent, 1 o 2 € per poter illuminare artificialmente la cappella e meglio godere dei dettagli dei dipinti di Caravaggio.

Sant’Ignazio di Loyola

La terza chiesa di questo percorso nel Barocco è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il santo fondatore della Compagnia di Gesù. Quest’ordine religioso si identifica con i missionari che dal Seicento in avanti andavano nelle Americhe al seguito delle truppe spagnole e imponevano in maniera più o meno forzosa la religione cristiana alle popolazioni quechua del Perù e amerindie dell’Amazzonia. Ma furono missionari in tutto il mondo, anche in Asia e in Africa.

Sant'Ignazio di Loyola

Una parte del soffitto affrescato di Sant’Ignazio di Loyola

La chiesa di Sant’Ignazio fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi che era nipote del papa che aveva canonizzato Ignazio di Loyola: un modo per confermare la devozione in un grande uomo di chiesa e la forte vicinanza alla politica papale.

Sant'Ignazio di Loyola

Parte del soffitto affrescato con la falsa cupola e in fondo l’abside. Sant’Ignazio è una potenza del barocco romano

La Compagnia di Gesù in pochissimo tempo era diventata molto influente presso tutte le corti d’Europa ed aveva acquisito un certo potere, tanto da riuscire a imporsi nella scelta di architetti e artisti nella realizzazione della chiesa: inizialmente affidata al Domenichino, la realizzazione del progetto fu invece data al gesuita Orazio Grassi – architetto e scienziato acerrimo avversario di Galileo – il quale, in un clamoroso plagio, utilizzò due disegni del Domenichino che ad un primo esame dei Gesuiti erano stati scartati e presentò così il suo progetto. Domenichino era timido, ma non stupido, e si ritirò dal lavoro sbattendo la porta.

La chiesa è famosa per il suo soffitto dipinto, la cosiddetta “Quadratura” di Andrea Pozzo: rappresenta in maniera prospettica un altro tempio, sovrapposto alla chiesa di Sant’Ignazio, come se fosse un tempio celeste sovrapposto a quello terrestre, animato da tante figure variopinte e dalla scena della Gloria di Sant’Ignazio. Le architetture di questo tempio celeste richiamano le grandiose architetture romane del passato, idealizzate: architetture potenti, gloriose, bianche e splendenti, dalle quali si affacciano figure di santi e di sante, angeli e profeti; il cielo, azzurro, è solcato da qualche nuvoletta, come spesso accade nei cieli barocchi.

Ancora Andrea Pozzo rappresenta, più avanti, l’interno della falsa cupola, dipingendo in maniera prospettica una cupola che in realtà non esiste, non essendo mai stata realizzata. Questo soprattutto è un bel gioco di illusionismo che frega letteralmente gli occhi di chi osserva.

Trionfo del barocco romano, anche questa chiesa, come le altre due di cui ho parlato qui, è una delle tappe imperdibili per scoprire la Roma del Seicento.

Canaletto 1697-1768: la mostra sul pittore veneziano al Museo di Roma Palazzo Braschi

Il Museo di Roma Palazzo Braschi ospita fino al 19 agosto 2018 la mostra Canaletto 1697-1768.

L’ho visitata appena ne ho avuto l’occasione, perché ammiro tantissimo Canaletto per la sua capacità di dipingere, come in una fotografia, i minimi dettagli di persone, edifici, luoghi e luce. Poi, amo per mia deformazione professionale, le vedute di antichità, quei “Capricci” che piacevano tanto ai pittori a cavallo del Settecento. E anche in questo campo Canaletto si è saputo distinguere.

mostra canaletto palazzo braschi

La mostra, infatti, si apre con un giovane Canaletto, al secolo Antonio Canal, che trovandosi a Roma per realizzare le scenografie di due spettacoli teatrali, ne approfitta, tra il 1719 e il 1720, per farsi suggestionare dalle antichità romane, per assimilarle e per riproporle in alcune opere che ritraggono architetture di fantasia, ma nelle quali è incredibile l’attenzione al dettaglio realistico: come nel “Capriccio architettonico” del 1723, nel quale inserisce una colonna in marmo, antica, restaurata con due grappe metalliche che fanno sì che resti in piedi. Sono proprio i dettagli a fare la differenza nelle opere di Canaletto.

capriccio architettonico canaletto

Canaletto, Capriccio architettonico, 1723 Credits: museodiroma.it

Del periodo romano, però, è notevole un altro grande dipinto, che realizza insieme a Bernardo Canal: Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, del 1720, dove la nostra attenzione è attratta da quel filo di panni stesi in uno dei punti più monumentali, da sempre, di Roma.

canaletto santa maria aracoeli

Bernardo Canal e Canaletto, Santa Maria in Aracoeli e il Campidoglio, 1720. Credits: museodiroma.it

Ma naturalmente Canaletto è famoso nel mondo per le sue vedute di Venezia. Il pittore dipinge Venezia in tutte le sue forme, celebrandone la monumentalità, la bellezza, l’intensa vitalità, e i grandi eventi, come Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione. Il Bucintoro è la grande barca del Doge, ricchissima di ori e di decorazioni, uno dei simboli della Repubblica di Venezia. Sarà barbaramente e miseramente depredato degli ori e distrutto durante l’occupazione napoleonica, che qui fece gravissimi danni al patrimonio artistico (lo racconta molto bene Alessandro Marzio Magno nel suo Missione Grande Bellezza).

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Canaletto, Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione, 1729. Credits: commons.wikimedia.org

Canal Grande, con i suoi affacci e i suoi ponti, in particolare Rialto, sono i suoi soggetti preferiti. Piazza San Marco, Santa Maria della Salute, i luoghi più noti di Venezia sono stati catturati dal pennello attentissimo di questo grande vedutista. “Va sempre sul loco e forma tutto sul vero” dicono di lui i suoi contemporanei.

canaletto venezia

Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, 1730. Credits: museodiroma.it

Negli anni diventa un punto di riferimento per i collezionisti stranieri, sia ambasciatori che aristocratici che compivano il Grand Tour. Anzi, acquistare un dipinto del Canaletto nel corso del proprio viaggio in Italia, diventa un vanto per ogni viaggiatore aristocratico. Per questa clientela altolocata egli dipinge alcune opere davvero significative. Tra queste si distingue Il molo verso Ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, del 1738, nella quale Canaletto indulge su dettagli cui pochi darebbero importanza, come le gabbie degli animali del mercato che evidentemente si stava tenendo lì. Anche La Torre dell’Orologio in piazza San Marco è un notevole esempio di estrema attenzione ai dettagli minuziosi. Inoltre, in quest’ultimo si coglie tantissimo la profondità dell’immagine.

canaletto venezia

Canaletto, Il molo verso ovest con la torre di San Teodoro, 1738. Credits: Museodiroma.it

La cosa che più mi colpisce e mi intenerisce è la presenza, in ogni dipinto, di almeno un cagnolino. Evidentemente a Canaletto piacevano gli animali da compagnia! Li ho notati in quasi tutte le opere e quest’aspetto mi ha stupito. In altre, nel dipingere le tante persone che si affastellano nelle sue scene, inserisce qualche volta un pittore, come se fosse egli stesso a introdursi nella scena. Non per niente in mostra è stata scelta proprio una figurina di pittore per accompagnare il visitatore nel percorso di visita.

Dopo Venezia, Canaletto giunge a Londra, nientemeno. Qui dipinge alcune vedute, tra cui una lunga veduta del Tamigi, che fu poi divisa in due, ed oggi è stata riunita in occasione della mostra: i due proprietari, però, vivono da un capo e dall’altro del mondo.

Negli ultimi anni di attività Canaletto torna a Venezia, e di nuovo ne dipinge con dovizia di particolari la monumentalità e i dettagli di vita quotidiana. Proprio osservando Piazza San Marco, Procuratie nuove, un uomo con in mano una tazzina da caffè ci suggerisce il Caffé Florian, ancora oggi storico caffé veneziano, aperto dal 1720!

Canaletto muore il 20 aprile 1768 e la morte si conclude con l’inventario redatto a mano dei beni a lui appartenuti in vita.

La mostra Canaletto 1697-1768 vi piacerà se amate il Canaletto, i pittori vedutisti e Venezia. A me personalmente piace molto la corrente pittorica settecentesca del Vedutismo, caratterizzata da un’attentissima cura dei dettagli delle vedute di paesaggio, siano essi paesaggi naturali, urbani o antichi. Dal punto di vista di chi semplicemente osserva questi dipinti, essi stupiscono per l’incredibile ricchezza di particolari e per la bellezza di luci e colori che in alcuni casi, come ad esempio Canaletto, si avvicinano alle fotografie. Dal punto di vista dello storico o di chi ama il passato, essi sono invece fonti notevoli di informazioni su come erano i luoghi, come vestivano le persone, come si svolgevano le feste. Tantissime informazioni racchiuse in un’unica tela.

canaletto rialto

Canaletto, Il Ponte di Rialto da Nord, 1725. Credits: Museodiroma.it

La mostra Canaletto 1697-1768 ha solo un difetto: non si possono scattare fotografie alle opere! Gli unici fortunati che hanno potuto farlo sono coloro che hanno partecipato all’anteprima per blogger e giornalisti e che hanno utilizzato l’hashtag #CanalettoRoma per taggare le foto. Questo hashtag, tra l’altro, si trova sul dépliant della mostra, come a invitare i visitatori a utilizzarlo a loro volta. Ma come si può fare se è vietato fotografare? Misteri e contraddizioni tra social e mondo reale. A prescindere dalle foto (che poi si recuperano in rete, al sito web stesso del Museo di Roma di Palazzo Braschi come ho fatto io) la mostra merita, anche per la location: è allestita in un palazzo bellissimo che affaccia su Piazza Navona!

#discoverOstia: alla scoperta di Ostia antica

Come alcuni di voi sanno (perché mi seguono sui social, su twitter, su facebook e su instagram) mi sono recentemente trasferita a Ostia antica per lavoro. Ebbene sì, ho lasciato la mia amata Firenze per venire a lavorare nel Parco Archeologico di Ostia antica, dove finalmente sono chiamata a fare l’archeologa.

Questa premessa era doverosa per dirvi che naturalmente, siccome non so stare con le mani in mano né con i piedi fermi, appena arrivata mi sono messa ad esplorare il territorio. A Ostia antica, infatti, non c’è solo la città romana, ma c’è molto di più. Questo post nasce dunque con l’intento di raccontare anche a voi le scoperte che ho fatto in queste poche settimane che sono qui.

In questo post vi parlo dunque di Ostia antica: la città romana,  il borgo, il castello, gli itinerari naturalistici ecoturistici.

La città romana di Ostia antica

Il mosaico d’ingresso alla Domus dei Pesci

Se Ostia antica si chiama così è perché ricorda nel nome l’antichità del suo insediamento: una città romana conservata benissimo, scavata in lungo e in largo ai primi del Novecento, con rinnovato vigore in epoca fascista, e che ha restituito tutto ciò che una città antica poteva avere: il foro, il teatro, i templi, le terme, le strade basolate, ma anche e soprattutto le case private. E sono queste il vero punto di forza di Ostia. Sì, perché a Ostia si sono conservati tantissimi muri dipinti. Non semplicemente intonacati, ma proprio dipinti, con scene, con figure, con architetture, a seconda della moda del periodo e del desiderio del committente.

Se parliamo di decorazioni, però, non si può non parlare dei mosaici di Ostia. Mosaici a soggetto marino, come quelli delle terme del Nettuno, lungo il Decumano, il primo grande edificio monumentale che si incontra dopo essere entrati nell’area archeologica; mosaici che si trovano in altri edifici della città, nelle case private come negli edifici pubblici, nelle Terme dell’Invidioso, nella domus dei Pesci… Ogni angolo è una sorpresa, nonché uno scorcio paesaggistico notevole: pini e cipressi accompagnano infatti il percorso e costituiscono una quinta teatrale notevole e naturalistica.

Il borgo di Ostia antica

Appena fuori dagli scavi si erge, imponente e rassicurante, il castello di Giulio II. Le sue mura di cinta racchiudono al loro interno poche casette e la chiesa di S.Aurea, in un insieme davvero affascinante, senza tempo. In questo minuscolo borgo, molto pittoresco, regna un senso di pace che lascia al di fuori il traffico della città moderna. Qui si trovano due bei ristorantini e un b&b, se volete vivere a 360° l’esperienza ostiense. E poi c’è la chiesa, la piccola chiesa di S.Aurea, antichissima, sorta in età paleocristiana sul luogo di sepoltura della giovane martire Aurea. La chiesa, nelle sue forme attuali, risale invece al XVI secolo, e fu completata contestualmente al rifacimento del Castello sotto il pontificato di Giulio II. La chiesa era, ed è, cattedrale sede di Diocesi. La diocesi di Ostia, anzi, è sempre stata storicamente la seconda diocesi più importante dopo quella di Roma. Un piccolo edificio dalla storia e dal valore notevoli.

Il castello di Giulio II

Il castello di Giulio II a Ostia antica

Accanto alla chiesa si trova il Castello, di cui ho parlato più approfonditamente in questo post. Anch’esso risale ad epoca piuttosto antica, al IX secolo, e fu costruito per volere di papa Gregorio IV; ricevette poi il suo aspetto definitivo nel Cinquecento, per volere di Giulio II. Entrando nel borgo la mole della torre rotonda impressiona, così come da fuori, percorrendo Viale dei Romagnoli, la sua imponenza si fa notare. Dall’alto della torre, la vista spazia su Ostia antica e si spinge più oltre, fino alle montagne retrostanti. Quando sono salita io c’era tanta foschia, ma mi sono chiesta se nelle giornate particolarmente terse non si riesca a vedere anche il Cupolone! 😀

Esistono delle vedute d’epoca in cui accanto al castello pascolavano pecore. Non è difficile crederlo, perché tuttora le pecore ci sono, un po’ più in giù, in una fattoria lungo via Capo due rami, che da qui si diparte e si inoltra nei campi dei dintorni di Ostia lungo cui corrono gli itinerari ecoturistici.

Gli itinerari naturalistici ecoturistici

Indicazioni per gli itinerari ecoturistici in via Capo Due Rami, Ostia antica

Ostia antica, fuori dal borgo, non è poi così grande: è un agglomerato di case che sorge lungo il Viale dei Romagnoli, la lunga arteria dedicata ai bonificatori, provenienti dalla Romagna, di questo tratto di costa laziale che da Roma arriva fino a Ostia Lido. Un monumento all’ingresso del borgo di Ostia antica li ricorda.

La campagna è subito dietro l’ultima casa del paese, e la si percorre lungo le regolari strade bianche che dividono gli appezzamenti; qua e là, ogni tanto, sorge una fattoria. Si possono fare alcuni percorsi a cavallo o in bicicletta, ma io preferisco andare a piedi. Ho camminato da via Capo Due Rami fino al “Lungotevere”, che è un ulteriore sentiero che porta fino all’argine del grande fiume. Da qui si può scendere fin quasi sulla riva, oppure si può continuare a camminare fino a raggiungere un piccolo edificio abbandonato su cui è scritto “Sollevamento”: evidentemente un vecchio approdo per lo scarico di merci. Da qui ho piegato in giù, in via Monte del Sale e sono ridiscesa fino a rientrare in paese da Via delle Saline. Qui, proprio al limitare del centro abitato, si trova l’oasi archeologico naturalistica delle Saline, all’interno della quale si trovano vecchi moli di età romana e un percorso didattico naturalistico.

Il Tevere e la riva opposta dagli itinerari ecoturistici di Ostia Antica

I nomi delle strade qui parlano di ciò che fu e di ciò che è il territorio: via delle Saline e via Monte del Sale rimandano all’antico impianto di saline che vi era qui nella zona, e di cui oggi non v’è più traccia; via del Collettore Primario e via del Collettore Secondario si riferiscono alla grande opera di bonifica che è stata condotta in queste terre nella prima metà del Novecento, e della conseguente realizzazione di canali per convogliare le acque che rendevano paludosa e malarica la zona.

Osservare il territorio, anche solo passeggiando, è il modo migliore per conoscerne la storia. Il territorio ci parla e si racconta: a noi sta saperlo, e volerlo, ascoltare.

PS: con #discoverOstia su Twitter e su instagram troverete tutti i miei contenuti istantanei e le mie immagini; realizzate con lo spirito di chi si avvicina, scopre piano piano un territorio nuovo e vuole farlo conoscere a tutti.

Il Castello di Giulio II a Ostia antica

A Ostia antica non c’è soltanto Ostia antica. O meglio, non c’è soltanto la città romana di Ostia antica. Appena al di fuori degli scavi c’è un piccolissimo borgo, davvero pittoresco, dominato dall’imponente e rassicurante Castello di Giulio II.

Un castello papale

In realtà il Castello risale molto più indietro nel tempo rispetto a papa Giulio II (lo stesso papa che in Vaticano fece affrescare la Cappella Sistina a Michelangelo e le “Stanze Vaticane” a Raffaello), così come il borgo, che risale all’età altomedievale: qui infatti si stanziarono gli abitanti dell’antica città di Ostia, ormai abbandonata e indifesa, per volere del papa Gregorio IV nel IX secolo: il borgo fortificato si chiamò Gregoriopoli e sorse intorno alla chiesa paleocristiana di S.Aurea.

Il piccolo borgo di Ostia antica con la chiesa di S.Aurea visti dal Castello di Giulio II

Nel corso dei secoli il castello si accrebbe per iniziativa di vari papi, che da qui dovevano passare per imbarcarsi quando lasciavano Roma: la foce del Tevere non è poi molto distante. L’area su cui sorse il castello era strategica, in quanto costituiva una prima difesa dal mare contro eventuali nemici che avessero voluto attaccare Roma per questa via. Per questo i papi lo tenevano in gran conto.

Il Castello di Giulio II nella cartografia cinquecentesca, quando ancora si affacciava sul Tevere, prima che il fiume cambiasse il corso

In realtà il Castello ha affrontato varie vicissitudini e fasi costruttive. Inizialmente, infatti, si presentava diversamente da come è oggi: innanzitutto affacciava direttamente sul Tevere, le cui acque scorrevano nel fossato che proteggeva il castello dall’esterno. Poi un’alluvione verso la metà del Cinquecento fece cambiare letto al fiume che si allontanò e prese il corso attuale. Giulio II diede dunque al castello l’aspetto attuale, modificando l’aspetto ancora “medievale” che gli aveva conferito un altro papa, Martino V.

Tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, in piena verve da scavi archeologici, il Castello fu sfruttato per ospitare i galeotti costretti ai lavori forzati a scavare nella città romana di Ostia antica che all’epoca stava venendo alla luce. All’epoca gli scavi erano degli sterri, importava soltanto tirar fuori dalla terra muri, statue e oggetti antichi di pregio, per cui non serviva personale qualificato, anzi: il lavoro duro era fatto fare ai carcerati, in condizioni durissime.

Carcerati ai lavori forzati sugli scavi archeologici (da A.J.B. Thomas, Un an à Rome et dans ses environs, 1823)

In tempi molto più recenti, quando lo Stato della Chiesa si ridusse alla sola città del Vaticano, in seguito alla presa di Porta Pia che sancì l’ingresso a Roma delle truppe italiane e la scelta di Roma Capitale, il Castello fu venduto a privati i quali, indegnamente, lo trasformarono in stalla. Inutile dire in quali condizioni di degrado versasse quando finalmente ne fu riconosciuto il valore storico e furono avviati lavori di restauro, ormai nella I metà del Novecento. Allora il castello fu restituito all’antico splendore, e le sue mura possenti, e la sua torre rotonda imponente, tornarono a caratterizzare gagliarde il paesaggio.

Visitare il Castello di Giulio II

Il mastio del castello

Oggi il Castello di Giulio II è un Luogo della Cultura statale ed è aperto solo il sabato e la domenica. La prima domenica del mese l’ingresso è gratuito (ma nelle altre giornate si paga 3 €, eh?). Si accede dal borgo di Ostia antica, si passa il ponte levatoio e si trova la biglietteria. Da qui si accede alla corte centrale. Potete visitare liberamente oppure con visita guidata a orario prestabilito. Naturalmente con la guida potete vedere stanze in cui da soli non potreste entrare e potete scoprire molti più dettagli sulla storia del luogo che da soli non potete cogliere. Al primo piano in alcune sale sono allestite vetrine con foto d’epoca e vasellame del XV-XVI secolo: il castello era un luogo vissuto, abitato e frequentato. Qui è narrata la storia dell’edificio. Se continuate a salire le scale soffermatevi a guardare i soffitti dipinti dello scalone: sono a grottesche, lo stile che si affermò nel Cinquecento a Roma dopo la scoperta degli affreschi della Domus Aurea di Nerone: siccome quelle sale erano sottoterra da secoli furono definite grotte, da cui il nome di “stile a grottesche”.

Infine, sul camminamento esterno, che gira intorno per tutto il perimetro del Castello, potete godervi il panorama. Ma per vederlo meglio dovete salire in cima alla grande torre del mastio: da qui la vista spazia per km e km. Tira un po’ di vento, quassù, ma ne vale la pena.